da filosofemme.it
Il corpo delle pagine. Scrittura e Vita in Carla Lonzi è un libro nato dal lavoro appassionato delle autrici Linda Bertelli, docente di Estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca, e Marta Equi Pierazzini, ricercatrice e docente presso l’Università Bocconi e l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Quest’opera rappresenta il frutto di un’intensa attività di ricerca e di un dettagliato lavoro d’archivio, offrendo uno sguardo profondo e inedito su Carla Lonzi, figura chiave del femminismo italiano contemporaneo.
Il libro esplora in particolare l’intreccio tra vita e pensiero di Lonzi, con un focus centrale sul ruolo che la scrittura ha avuto nel suo percorso esistenziale e politico.
Per Carla Lonzi infatti, la scrittura non era solo un mezzo per comunicare, ma una pratica fondamentale per comprendere e affermare la propria soggettività. Questa modalità di scrittura “a partire da sé” trova le sue radici nel femminismo italiano degli anni Settanta, che incoraggiava le donne a raccontare e condividere con le altre le proprie esperienze di vita. Il gesto di scrivere diventa così un atto politico e trasformativo, un processo di autocoscienza che sfida le convenzioni imposte dalla cultura patriarcale e capitalista.
Le autrici fanno emergere come Lonzi si opponesse con forza a una cultura prodotta dagli uomini e per gli uomini, dove le categorie e i ruoli erano predefiniti e limitanti. Per questo la ricerca di autenticità, attraverso la scrittura, era per lei un modo per rifiutare queste imposizioni, scegliendo invece di costruire uno spazio libero per il riconoscimento di sé e delle altre donne.
Nel contesto storico degli anni Sessanta e Settanta, emergono i gruppi di autocoscienza, spazi in cui le donne iniziano a riconoscersi reciprocamente come soggetti autonomi. Carla Lonzi, insieme al gruppo di Rivolta Femminile, contribuisce a valorizzare la differenza, intesa come diritto all’esistenza e all’essere diverse rispetto ai modelli imposti dalla tradizione patriarcale.
Questo riconoscimento della differenza si configura come un atto di resistenza: un’affermazione del personale che diventa politico, distruggendo ogni processo di gerarchizzazione.
Il titolo del saggio Il corpo delle pagine racchiude un significato cruciale: le autrici vogliono evidenziare come Carla Lonzi intenda superare la scrittura creativa tradizionale, spesso ridotta a mera astrazione culturale, per valorizzare invece l’Io scrivente e il vissuto dell’esperienza personale. Nelle opere di Lonzi emerge chiaramente una scrittura che incorpora «carne da bruciare» (1), ovvero la tangibile presenza del corpo, della voce e dell’essere dell’autrice stessa.
Lonzi attribuisce un’importanza centrale al visibile, al parlato, al contesto e alle relazioni che intreccia con le altre, elementi indispensabili per preservare l’autenticità della propria soggettività. In questo quadro, il prodotto finale della scrittura – inteso come un contenuto da consumare o una mera prova di produttività – viene percepito come un disvalore.
Tale concezione sposta l’attenzione dal “risultato” alla “presenza”, sottolineando che la scrittura non può prescindere dal vissuto, dalle relazioni e dall’umanità di chi la produce. Quando ci si concentra solo sull’output, si rischia di tradire l’esperienza autentica dell’autore/autrice, dimenticando la dimensione corporea e relazionale che lo/la caratterizza.
In questo contesto, Lonzi e il gruppo di Rivolta Femminile utilizzano la registrazione come pratica fondativa del loro processo creativo.
Registrare le conversazioni, i dialoghi e i confronti consente di conservare la presenza dei corpi parlanti, valorizzando l’unicità di ogni voce. La scrittura, in questo modo, non è semplicemente vicina al parlato, ma rimane intimamente connessa alle parlanti stesse.
Questo approccio ribalta la concezione tradizionale della scritturacome distillato culturale, restituendole il valore di pratica situata, radicata nel corpo e nell’interazione umana, essenziale per comprendere e affermare la soggettività di ciascuna.
L’ultimo capitolo di Il Corpo delle Pagine rappresenta la parte più innovativa e rivoluzionaria del saggio, poiché le autrici analizzano materiali inediti di Marta Lonzi (sorella di Carla), intrecciandoli alle proprie vicende esistenziali in un dialogo che adotta la metodologia di scrittura elaborata da Lonzi e dal gruppo di Rivolta Femminile.
Tale approccio consente di connettere i contenuti storici e teorici al vissuto personale, in un processo che sovverte le tradizionali gerarchie tra autrici, testo e lettrici.
Il capitolo prende le mosse dal progetto, mai realizzato, di una mostra su Carla Lonzi, per giungere a una riflessione sulla scrittura come pratica di differimento. Le autrici mettono in luce il valore del fallimento, reinterpretandolo in chiave anticapitalista e antipatriarcale. In questa prospettiva, il fallimento non è più un limite o una sconfitta, ma una forma di resistenza contro i tempi dettati dalla società della produttività, che esige continua efficienza e prestazioni.
La scrittura, così intesa, si riappropria di un tempo proprio: un tempo per pensare, progettare, sostare.
Questo tempo, che si sottrae alle logiche della produzione e della performance, diventa un atto di ribellione contro i ritmi imposti da un sistema che marginalizza ciò che non è immediatamente utile o funzionale.
La presentazione del libro, avvenuta in anteprima al Giungla Fest 2024 (2) dal titolo Radicale, ha ulteriormente rafforzato questo legame tra scrittura e sovversione delle logiche dominanti.
Come ha spiegato Irene Panzani, curatrice di Giungla:
«Praticare la scrittura è una forma di radicamento, ma anche di radicalità. Si radicano pensieri, si sviluppano, si pensa scrivendo, ci si riconosce nello scritto o si rifiuta, si rende visibile ciò che prima era immateriale. Scrivere contribuisce alla costruzione dell’identità, di una o molte identità. Interrogarsi sul senso delle parole e delle cose credo sia, in fin dei conti, anche l’essenza dello scrivere, che lo si faccia per sé, come pratica di autocoscienza, o per finzione, in ogni caso scrivere ci porta a guardare il mondo e noi stesse nel mondo, a crearlo, negarlo o sovvertirlo. è una pratica che può precedere altre azioni, di affermazione, denuncia, disobbedienza, rinuncia…» (3)
Queste parole non solo confermano l’attualità della riflessione lonziana, ma dimostrano come la scrittura sia uno strumento capace di interrogare, destrutturare e ridefinire il senso delle cose e delle parole.
Il libro Il corpo delle pagine di Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini non solo si allinea con il pensiero e la produzione di Carla Lonzi, ma arricchisce il corpo delle pagine del saggio stesso.
La scelta di praticare questa forma di scrittura libera dalle convenzioni imposte rappresenta una liberazione concreta delle autrici dai vincoli culturali e sociali. Il risultato è un testo che non si limita a raccontare il pensiero di Lonzi, ma lo incarna, invitando lettrici e lettori a riflettere su un modo di essere e di scrivere autentico e radicalmente libero.
Grazie Moretti&Vitali!
Bertelli, Linda, Equi Pierazzini, Marta, Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi, Moretti&Vitali, Bergamo 2024
1) Lonzi, Carla, Taci anzi parla, in Bertelli L., Equi Pierazzini M., Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi, p. 122.
2) Giungla fest è un festival dedicato all’arte contemporanea, nato nel 2020 e giunto alla sua quinta edizione: https://www.giunglafest.it/edizione-2024/
3) Queste parole sono il frutto di un dialogo diretto tra Irene Panzani e Elena Magalotti.
Dal Corriere della Sera
La tennista che nel 1980 fu condannata per associazione sovversiva: «Volevo sovvertire il potere, oggi sarei meno testarda»
«Se fossi morta, mai avrei cambiato idea». La porta del condominio di Giubiasco, distretto di Bellinzona, si spalanca sugli accadimenti più misconosciuti dello sport italiano. Sulla soglia di questa storia densissima e a tratti drammatica, lei, Monica Giorgi in Cerutti per matrimonio dichiaratamente di convenienza con un cittadino svizzero, classe ’46, livornese, anarchica, atea, ex talento del tennis immolato all’attivismo politico negli anni in cui per l’ideale si poteva finire in galera con l’accusa (friabile) di aver partecipato a un rapimento di matrice politica. Aveva calpestato i courts con gli amici Lea Pericoli e Adriano Panatta e giocato a Wimbledon quando il 30 aprile 1980, la stagione terribile dell’omicidio di Piersanti Mattarella, del sangue nelle università (Bachelet a Roma, Galli a Milano), per le strade (Tobagi) e della strage di Bologna, Monica venne arrestata.Due anni dentro, sognando il blu delle sue onde (“Domani si va al mare” è il bel titolo di un libro appassionato scritto per Fandango con Serena Marchi),una condanna a dodici derubricata per «associazione sovversiva», il capo d’imputazione di cui Giorgi va fiera.«Me lo tengo stretto, non discuto. È quello che volevo fare: sovvertire il potere. Con gli anarchici di Livorno, i volantini, i discorsi, l’attivismo: nulla più. Oggi non sarei così testarda: la vita mi ha cambiata. Non direi più ad Adriano che è un fascista perché ha scelto di andare a giocare la Davis da Pinochet».
Le radici a Livorno contano nel suo romanzo, Monica?
«Eccome! Livorno è la mia carne, il mio sangue, le mie parole. Mi chiedo se dopo tanti anni in Svizzera dovrei tornarci a morire. Dell’Italia mi attraggono gli odori, i sapori, le scritte sui muri. Ci vado volentieri, da quando le mie pendenze con la giustizia sono risolte. Però lascio anche che le cose accadano».
Ne sono accadute di cose, eccome: gli anni gioiosi del tennis, l’avvicinamento ai movimenti non violenti, le campagne a difesa dei diritti dei carcerati, l’esilio in Francia, la tranquillità in Svizzera.
«Le cose più belle sono quelle che capitano. Sono stocastica, aleatoria: qualcosa succederà. Preferisco essere illusa, piuttosto che pregiudizievole. Certo rischio la delusione, ma è da lì che scaturisce consapevolezza. Il processo mi ha fatto scoprire la mia dabbenaggine: siccome sono presuntuosa, ci sono passata sopra. Vede, io penso in livornese, che non è una lingua, è un vernacolo: viene da verna, schiavo, e lo schiavo subisce».
I primi guai quando la Federtennis italiana la squalifica per aver indossato a Johannesburg, in pieno apartheid, una T-shirt con un nero e una bianca che fanno l’amore.
«Indegna di rappresentare l’Italia, scrissero nella lettera con cui mi fermavano un anno. Ci sono cose che sono sfuggite di mano alla gioventù dell’epoca, ma eravamo pieni di entusiasmo. Il libro è stato un lavoro di espiazione catartico: ha riaperto le ferite, lascio che sanguinino. Da ragazza mi piaceva provocare il potere, a settantanove anni invece lo comprendo: lo vedo come parte necessaria per cui certe cose devono finire o cominciare. Non mi giudico: ho fatto quello che mi sentivo».
In vacanza con Lea Pericoli imbrattò di escrementi lo yacht del vicino di banchina.
«Lea lo detestava: fu un gesto d’amicizia. La vera ingiustizia di quegli anni è la morte di Pinelli che vola giù dalla finestra della Questura di Milano. Quello è stato il mio ’68. Lea ed io eravamo agli antipodi solo all’apparenza. La divina e Monicaccia, come mi chiamava lei: che coppia».
Cosa vi legava?
«Ti muove quello che non hai. Io ero la parte che Lea teneva sopita. Erano i tempi in cui per farti un complimento ti dicevano: brava, giochi come un uomo. Sarà un uomo che gioca bene come me, ribattevo! Kant scrive che il cielo stellato è sopra di noi ma la donna il cielo stellato ce l’ha dentro. Lea mi chiedeva di Kafka, Gandhi, delle mie letture filosofiche, della rivista anarchica “Niente più sbarre”. Ci siamo volute molto bene. Tra tanti bifolchi qualunquisti, l’unico maschio con cui potevo parlare era Panatta. Quando giocavamo il doppio insieme e ci facevano un lob, fermava la palla: alt, qui lo smash lo faccio solo io!».
A Lea fece un gran regalo: la lasciò vincere in semifinale agli Assoluti ’71. Perché?
«Il regalo lo feci a me: volevo mettermi alla prova. Ero già incasinata con la politica, mi scrivevo con i detenuti anarchici, ritirarmi mentre stavo vincendo fu la mia personalissima protesta contro il sistema. C’era dell’autolesionismo? Non credo. Avevo consapevolezza dei miei limiti: sapevo che la Bassi in finale non l’avrei mai battuta. Lo rifarei mille volte. È un’economia un po’ perversa, lo riconosco. Sono vissuta di ideali, anche alla rovescia. Nell’ideale non c’è un sopra e un sotto, una destra e una sinistra. L’ideale, quando ci credi, è l’eterno. Ecco, io sentivo di dover seguire solo quello».
Ma a chi dava noia, in fondo? Se lo è chiesto?
«Molte volte. Eppure mi bastavano il mio tennis, il mio mare, una motocicletta, i miei libri, 100mila lire al mese. Andavo a trovare in carcere l’anarchico Fantazzini e mi arrovellavo: che male faccio? Ma a quei tempi la controinformazione infastidiva tantissimo, e io mettevo in dubbio che Pinelli fosse caduto da solo dalla finestra. Sì, davo fastidio. E schiacciando un moscerino di 45 chili come me il potere dimostrò tutta la sua debolezza».
Ci ha messo del suo.
«Ammetto il gusto di esibirmi, anche in campo mi piaceva giocare con il fuoco. Mi chiami a rete? E io ti faccio una palla corta. Le valchirie rimanevano ferme sul posto. Ero agile, velocissima, rimandavo tutto. Per battermi dovevano sopraffarmi con la potenza, ma anche in quel caso le costringevo a farmi il punto due volte».
Da chi ha preso?
«Da mio padre l’estroversione, a costo di fallire per troppa esuberanza. Da mia madre l’essere parca: non tirchia, parca. È lei, con le sue imperfezioni e i nostri conflitti, ad avermi autorizzato a essere libera: se fosse stata perfetta, non me ne sarei mai andata. Invece si lamentava di me, terzogenita dopo due gemelle, in continuazione. Si è resa insopportabile: un dono. Quando lessi “L’ordine simbolico della madre” di Luisa Muraro fu un’illuminazione».
Qual è stato il giorno più felice della sua vita?
«Il 29 aprile 1982, un giovedì. È il giorno della lettura della sentenza che mi riduce la pena a due anni, già scontati. Nell’aula del tribunale lancio un urlo belluino: domani si va al mareeeeee!».
Come fa a vivere a Bellinzona, tra le montagne?
«Eh, ma torno spesso. E poi il mare preferisco andarlo a cercare: quando ce l’ho lì a disposizione, mi viene a noia».
L’incontro più forte?
«Giovanni, il custode della Federazione anarchica livornese. Autodidatta, nudo davanti alla vita, miope, ma anche un accademico senza titolo di studio. Fu il primo a parlarmi delle fosse di Katyn, il massacro dell’intellighenzia polacca da parte dell’Urss. Quando morì Francisco Franco si fece un volantino. Volevamo scriverci: viva la morte. Intervenne Giovanni: macché, scriviamo viva la libertà!».
Rifarebbe tutto?
«Paro paro. Forse correggerei la mia ingenuità, ma è un puro esercizio retorico».
Anche le cose che le hanno provocato più dolore?
«Il dolore lo metto nello stesso paniere della felicità».
È vero che nel ’76 in Cile Panatta, memore delle vostre discussioni su Pinochet, propose a Bertolucci di indossare la maglietta rossa nel doppio di Davis anche come omaggio alla militanza dell’amica Monica Giorgi?
«Non lo so, non credo. Dovrebbe chiederlo a Adriano».
E la sua, di maglietta, quella della coppia mista che fece indignare il Sudafrica e la Federtennis, che fine ha fatto?
«Forse era a casa di mia madre ma con la sua morte è andata persa».
Segue il tennis, oggi? Jannik Sinner e i suoi fratelli l’hanno riportato in auge.
«Sì, questa generazione di giocatori mi ha riavvicinata al mio sport. Però non gioco più: mi fanno male le ginocchia. I miei preferiti sono Federer e Alcaraz, che è molto più divertente di Sinner. Adesso non gli serve per vincere, ma Jannik dovrà imparare a scendere di più a rete».
Oltre al tennis, chi è stato il suo più grande amore?
«Manrico, un uomo bellissimo che mai avrei immaginato potesse innamorarsi di uno sgorbio come me. E Maddalena, incontrata in carcere: con lei c’era molto più del sesso, che in una relazione non è necessario».
E la rabbia, motore potente, dove l’ha messa a quasi ottant’anni, Monica?
«Con quel fisichino dove vuoi andare? mi dicevano. Alle feste nessuno mi invitava mai a ballare. Mi sentivo inadeguata: ho fatto di tutto per riscattarmi. Ha ragione, la rabbia è una forza potente. Ma la mia, soprattutto, è stata passione di vivere».
da il manifesto
Il riarmo della Germania passa anche per le università tedesche. Cresce nel paese la pressione nel discorso pubblico affinché si consenta la ricerca militare negli atenei. Tale richiesta si scontra con uno dei conseguimenti del movimento pacifista tedesco: le cosiddette ‘clausole civili’ (Zivilklauseln), disposizioni iscritte negli statuti delle università e nei politecnici che consentono esclusivamente ricerca civile e per scopi pacifici.
Il movimento a favore delle clausole civili nacque dopo la Seconda guerra mondiale, in un momento storico in cui era ben noto il ruolo militare che le istituzioni universitarie avevano svolto prima e durante la guerra. Con la guerra fredda le clausole civili divennero una rivendicazione centrale nel movimento pacifista e molti atenei le inscrissero nei loro statuti. Si contano ad oggi circa settanta atenei in tutto il paese ad averle incluse nei loro ordinamenti.
In continuità con il crescente militarismo delle classi dirigenti del paese, certificato dalle parole del ministro socialdemocratico della difesa, Boris Pistorius – «la Germania divenga pronta alla guerra» – si tenta di riaprire il dossier delle clausole civili nel dibattito pubblico e politico. A spingere per cancellare ogni intralcio all’interazione tra l’esercito e le istituzioni pubbliche di ricerca non solo la destra, ma anche i Verdi con il loro candidato alla cancelleria, e attuale ministro dell’economia, Robert Habeck. Il tentativo è quello di dare maggiore peso e influenza civile alla Bundeswehr, l’esercito della Repubblica federale, e lentamente militarizzare la società.
In particolare, è la Cdu del probabile futuro cancelliere Friedrich Merz che lancia segnali piuttosto chiari a riguardo. Nel programma elettorale dei cristianodemocratici si parla infatti di «abolire vincoli alla ricerca militare» e si sottolinea la leadership che la Bundeswehr deve assumere in futuro a livello europeo per quanto riguarda la ricerca militare. Si parla persino di «un’armata di droni» attualmente in costruzione. È chiaro che in questo contesto diviene essenziale sfruttare le potenzialità dell’università in materia d’innovazione e di ricerca scientifica.
A fare d’apripista al progetto, il governo guidato da Markus Söder a capo dalla Csu (partito alleato e omologo della Cdu in Baviera). Lo scorso luglio 2024 Söder ha promulgato la cosiddetta “legge Bundeswehr” che non solo prevede di interdire le clausole civili, ma obbliga le università e i politecnici bavaresi a collaborare con l’esercito qualora tale interazione sia una questione di sicurezza nazionale. Il sindacato bavarese per la formazione e la ricerca (Gew) ha messo in dubbio la validità costituzionale di tale proposta di legge – la libertà di ricerca scientifica è un diritto costituzionale a livello federale – facendo ricorso alla Corte costituzionale bavarese di cui si attende il responso.
La proposta di legge in Baviera è in sintonia con la «svolta epocale» (Zeitenwende) annunciata dal cancelliere Scholz pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022, che consiste, com’è noto, in un aumento significativo delle spese militari del paese. Ciò richiede la riconversione di una parte sostanziale della spesa pubblica a scopi bellici. Le classi dirigenti tedesche devono lavorare sodo per preparare l’opinione pubblica a una tale riconversione. Si passerà anche per i banchi, le aule, e i laboratori universitari.
da il manifesto
“Sospesa”, il libro della reporter Mariangela Paone, pubblicato da Add
Settembre del 2015. La foto di Alan, il piccolo di tre anni, trovato morto su una spiaggia turca stretto nel suo giubbino rosso, lanciava un grido lancinante alle coscienze di tutti gli europei. Alan stava scappando dall’orrore della guerra in Siria. Era morto alle porte dell’Europa, e, per un istante, non era più solo un numero. Si stima che altre circa trentamila persone abbiano perso la vita nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.
Solo pochi giorni dopo, il 28 ottobre, arriva la notizia di un altro naufragio di enormi proporzioni in quello stesso tratto di mare, attraversato da ottocentomila persone quell’anno: una fragile imbarcazione in legno di due piani con più di trecento persone a bordo si rovescia davanti alle coste dell’isola di Lesbo. Almeno quarantatré persone perdono la vita. Fra di loro, Fatima, Naseer, Negin (11 anni), Hadith (5 anni) e la piccola Mehrumah, di soli 14 mesi, rispettivamente madre, padre, e sorelle e fratello di Rezwana, unica sopravvissuta al naufragio. Allora aveva solo 13 anni. Fu quel giorno che nacque l’ong Open Arms come la conosciamo oggi, i cui volontari, ancora privi dei mezzi adeguati, cercarono come poterono di aiutare i pescatori che portavano in salvo i naufraghi, sotto gli occhi indifferenti di Frontex e della guardia costiera.
La giornalista Mariangela Paone, reporter e inviata speciale, che oggi lavora a eldiario.es, racconta la storia di Rezwana nel libro Sospesa (Add Editore, pp. 152, euro 18), appena uscito in italiano. Rezwana è afgana. Suo padre fa il cameraman quando nel 2015 la situazione si fa troppo pericolosa per rimanere a Kabul. Il paese è sotto la costante minaccia dei talebani. Lei andava a scuola, portava a casa buoni risultati e in casa la incoraggiavano a continuare. Ma un doloroso giorno, d’improvviso, devono lasciare la loro vita alle spalle. Montano su un volo diretto a Teheran. Da lì inizia un lungo viaggio per terra per arrivare fino alle coste turche da dove partirà l’imbarcazione che li avrebbe dovuti portare in Europa. Un’imbarcazione molto meno sicura di quello che avevano promesso a Naseer per il prezzo che aveva pagato. Salgono lo stesso e nelle fredde acque dell’Egeo ha luogo la peggiore tragedia che possa colpire una bambina.
A partire da quel momento, Rezwana è una minore non accompagnata, sola in un paese dove non conosce nessuno. L’unica familiare vive in Svezia. Durante gli anni successivi, Rezwana passa per tre famiglie affidatarie, cerca di ambientarsi in Grecia. Ma non è felice. Resiste alle pressioni di uno zio che vuole che torni a Kabul. Vuole andare in Svezia. La fredda burocrazia europea che tratta le persone migranti come un fascicolo numerato la tiene bloccata ad Atene.
Anche quando riesce, per un breve periodo, a farsi mandare in Svezia, il trattato di Dublino e una schiera di burocrati la costringono a tornare in Grecia, il primo paese di arrivo, che già le ha concesso un permesso. I desideri, le aspirazioni e il dolore delle persone non contano per un’Europa impegnata in un cinico scaricabarile fra paesi indifferenti. Con un’opinione pubblica che vede le persone migranti solo come un problema, senza scorgere dietro il loro sguardo la disperazione.
«Restiamo umani», diceva Vittorio Arrigoni. Di umana, nella storia che racconta Paone raccogliendo le testimonianze delle tante persone che hanno incrociato le peripezie di Rezwana, c’è la sofferenza di chi cerca, nonostante tutto, di ricostruirsi una vita, di ripescare dal fondo del mare le speranze, i sogni e le aspirazioni, e si scontra contro un muro di cinismo burocratico. Quello di un sistema di accoglienza inadeguato, senza mezzi e ottuso rispetto alle persone che dovrebbe proteggere. Quello di istituzioni europee sorde alle necessità degli esseri umani che scappano dalla barbarie.
Sono passati più di nove anni e Rezwana è ancora bloccata in Grecia: senza la nazionalità, non può andare a vivere con la sua famiglia svedese. Ora sì, può viaggiare liberamente: ma dopo anni, a scegliere per lei non sono i suoi desideri, ma un sigillo su un pezzo di carta.
In mezzo a tutto il dolore in cui vivono i migranti, sballottati da un punto all’altro, prima dai trafficanti e poi dai governi, c’è però un briciolo di umanità. Le ong come Open Arms o Emergency, le volontarie che lottano per non lasciare sola Rezwana, la madre di una famiglia affidataria, un insegnante di una delle scuole per cui è passata, la volontaria che si scontra contro tutto e tutti per non far dimenticare quella bambina ammutolita dalla tragedia, la maestra in pensione svedese che le fa da madrina legale, la avvocata di una ong. E i giornalisti e i fotografi che si accaniscono a voler documentare e raccontare il dramma. Come Paone.
Sospesa è la storia di un’odissea, ma anche una missione: riuscire a trovare i resti della famiglia di Rezwana. Cosa che riesce grazie a persone che cercano di fare di questo mondo un posto migliore.
Il libro sarà presentato l’8 febbraio nelle librerie Arlette e Il Ponte sulla Dora di Torino, il 10 febbraio al Librificio del Borgo di Genova e il 12 presso Casetta Rossa a Roma.
Marina Terragni è stata nominata di recente, dai presidenti di Camera e Senato, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. Non ci dilunghiamo sulla sua storia politica che le donne vicine al femminismo conoscono e su cui ci si può informare facilmente in Internet e sui quotidiani che hanno riportato la notizia.
Terragni, detto in pochissime parole, forse anche inadeguate, è considerata “divisiva”, come usa dire, perché contraria alla Gpa, ai bloccanti della pubertà e al cosiddetto self-id con il quale dichiararsi maschi o femmine sulla base della percezione soggettiva di sé. Contraria anche alla partecipazione di atlete transessuali nelle gare sportive femminili. Il suo stile da attivista e giornalista è battagliero e polemico. Questo è uno dei motivi per spiegare le veementi reazioni negative di tante amiche e compagne di strada a questa nomina. Ma è anche, o forse soprattutto, la sua scelta di ricoprire un ruolo istituzionale nel contesto del governo presieduto da Giorgia Meloni, segretaria di Fratelli d’Italia, e la sua relazione con la ministra Eugenia Roccella, deputata nelle fila dello stesso partito, ad essere un problema per molte che sono schierate a sinistra.
Pensiamo che sarebbe un peccato che dall’unica rivoluzione del XX secolo ancora viva, quella delle donne, non arrivassero pensieri, pratiche, o almeno accenni ad un diverso modo di rapportarsi tra noi, anche quando ci definiamo di destra o di sinistra. Si tratta di una sistemazione del mondo e di un pensiero elaborato dagli uomini che, in alcune occasioni della vita pubblica, molte assumono in mancanza di meglio, forse solo per votare.
In un mondo che vira decisamente a destra e in cui sempre più donne contribuiscono a questo sommovimento, interrompere o evitare di costruire rapporti tra donne di “schieramenti” diversi o che accettano incarichi pubblici che inevitabilmente si collocano nel più complessivo quadro del governo in carica, ci sembra un errore.
Tornando a Marina Terragni: nel ruolo di Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza avrà la possibilità di rispondere a molte richieste provenienti dal mondo delle donne. Per fare solo uno tra i tanti possibili esempi, potrà essere di aiuto a quelle che devono affrontare la decisione di tribunali che affidano le loro creature al padre, anche se condannato per violenza. Si tratta di sentenze che spesso si fondano sul riconoscimento della cosiddetta sindrome di alienazione parentale (Pas), giudicata priva difondamento scientifico dalla Cassazione, dall’Onu e dalla Convenzione di Istanbul. Donne e uomini impegnati nella politica e nelle professioni, proprio su questo tema così delicato, si sono già rivolti a lei con un appello*.
(*) L’appello delle femministe a Terragni: “Ci aiuti nella lotta alla Pas”
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di una lettrice che si è laureata nel 2024 in giurisprudenza con una tesi in diritto del lavoro intitolata “Quando il lavoro non è lavoro. Prospettive giuslavoristiche su sfruttamento del lavoro e prostituzione”.
La redazione del sito
Cosa spinge le donne ad accettare la soggezione agli uomini? Perché ancora oggi accettano di sottomettersi al desiderio maschile? Di più: tale atto di sottomissione è davvero una scelta libera?
Il racconto più importante sulla libera scelta ci perviene dal contrattualismo classico: gli uomini, nello stato di natura, possono decidere di stipulare un accordo per sottomettersi a un potere al fine di vivere in una dimensione civile. Non si accetta più la subordinazione al potere dispotico del re come un padre-padrone; gli uomini sono finalmente liberi e possono decidere per loro stessi.
Così anche il contratto inteso come strumento prediletto del diritto civile per creare, modificare o estinguere delle situazioni giuridiche si basa sull’accordo libero prestato da due contraenti.
L’ordine politico e il potere civile, quindi, hanno un’origine non solo razionale ma anche libera, perché istituiti da uomini liberi.
I contraenti hanno, tuttavia, una caratteristica fondamentale: sono tutti di sesso maschile.
Il racconto del contratto sociale è, in realtà, il racconto di come gli uomini abbiano creato la sfera pubblica e civile dove poter operare e la sfera privata alla quale relegare le donne. Questa la tesi della teorica del contrattualismo Carole Pateman: la democrazia consensuale nella quale si crede di vivere non è mai esistita.
Tale accordo stipulato tra uomini liberi ha occultato e rimosso un altro contratto, che perpetra l’assoggettamento delle donne agli uomini, il “contratto sessuale”. Questo contratto fonda l’accesso degli uomini ai corpi delle donne. Costituisce la base delle profonde diseguaglianze di potere che ancora oggi persistono nella società: se è vero che le donne, nel mondo occidentale, non sono più per legge soggette a tutela maritale e possiedono formalmente gli stessi diritti degli uomini, sono tuttavia ancora soggette a questo contratto. L’accesso ai corpi delle donne permette agli uomini di esprimere la loro mascolinità: sono le mogli che crescono i loro figli, le domestiche che curano la loro casa, le prostitute dalle quali possono comprare sesso. Questo contratto è sempre stato nascosto; prima la disparità era codificata e accettata, con la modernità invece essa viene comodamente ignorata, preferendo trincerarsi dietro la categoria neutrale di “persona”.
Assistiamo, infatti, ai tentativi di inserire le donne nella sfera pubblica dalla quale sono sempre state escluse, evitando di mettere in luce che tale sfera di potere è stata creata a misura di uomo. Le donne sono sempre state considerate naturalmente escluse da questa sfera. Tuttavia, non vi è niente di naturale nella soggezione delle donne agli uomini: il racconto della naturale inferiorità della donna è solo il mezzo per giustificare la soggezione delle donne tramite lo strumento civile. Per poterle sottomettere sul piano giuridico agli uomini, è previsto che le donne possiedano la capacità di stipulare un solo contratto, il matrimonio. In questo modo, le donne possono formalmente occupare la sfera domestica come mogli e madri, mentre gli uomini quella civile, come veri partecipanti alla vita pubblica dello Stato.
Il misconoscimento del contratto sessuale è il tentativo di forzare l’esistenza di un consenso delle donne alla soggezione all’uomo. Se la sottomissione al potere maschile avviene tramite contratto, che è l’espressione più alta di una scelta libera e consapevole, come può non essere consensuale? Ma un ordine politico che non riconosce una diseguaglianza tra uomini e donne è in grado di garantire l’esistenza di uno strumento civile che sia davvero espressione di consenso?
La prostituzione è, forse, l’esempio più lampante di un tentativo di rendere l’accesso ai corpi delle donne come dignitoso e civile. Si tenta, con diverse strategie, di metterla sullo stesso piano di tutti gli altri lavori, come se ne condividesse la dignità, l’intenzionalità a concorrere al progresso materiale o spirituale della società, l’attitudine a essere fondamento della società civile. La prostituzione non è un mestiere salariato come gli altri perché l’oggetto del contratto di prostituzione è l’accesso al corpo della donna. Se un datore di lavoro è interessato, astrattamente, a ottenere l’uso del corpo del dipendente, ciò che vuole ottenere, alla fine, è il prodotto del suo lavoro. Solo con la prostituzione si accede all’io della persona. Non è possibile separare il corpo dalla persona della prostituta; l’atto sessuale, affinché si compia, deve essere eseguito quando la prostituta è presente. È questo il motivo per cui le prostitute (e anche le sex workers che sostengono che sia “un lavoro come tutti gli altri”) imparano subito delle tecniche di dissociazione per distaccarsi emotivamente dalla prestazione sessuale. Avere un rapporto sessuale quando il consenso è sostituito da un compenso in denaro è degradante e nessuna vuole esserne attivamente partecipe.
È, quindi, davvero paragonabile a qualsiasi altra prestazione lavorativa?
Chi è favorevole alla prostituzione sostiene che questi sono argomenti paternalisti. Sono teorie che non svelano disuguaglianze di potere tra uomini e donne ma intendono privare le donne della capacità di scelta. Ma è realmente così? È davvero paternalistico impedire la vendita del proprio corpo?
Nell’ordinamento italiano non è possibile vendere organi o tessuti, ma solo donarli, perché si vuole impedire che il donatore si senta costretto da pressioni economiche a adempiere a una richiesta del ricevente. E poiché l’accesso al proprio corpo, ai propri tessuti, non è così separabile dalla dignità umana come si vuole far credere, si vuole impedire che il donatore presti un consenso viziato dalla promessa in denaro o altra utilità da parte del ricevente. Il donatore ha ciò che il ricevente vuole: se il ricevente promettesse del denaro in cambio dell’organo, il donatore in condizioni di bisogno o vulnerabilità sarebbe comunque libero di scegliere?
Siamo testimoni di una legislazione paternalistica o del riconoscimento che non esiste la possibilità di prestare un consenso libero quando entra in gioco il corpo dell’essere umano? Che non esiste una libera scelta quando vi è uno squilibrio di potere?
Al di là delle riflessioni di ordine politico-filosofico, le ragioni a favore dell’esistenza di un consenso libero nella prostituzione si sprecano.
Viene spesso argomentato che la prostituzione è la scelta preferibile ad altri lavori più pesanti o pericolosi. La prostituzione sarebbe quindi un mestiere più dignitoso, o migliore, del lavoro in fabbrica. La letteratura in materia mostra come l’incidenza di depressione e disturbo da stress post- traumatico nelle prostitute o sex workers sia altissima, con percentuali di soggetti affetti da queste patologie di molto superiori ai lavoratori impiegati nei settori a più alta incidenza di depressione1 La prostituzione è davvero, dunque, l’alternativa accettabile? O è, piuttosto, una “scelta” fatta solo quando l’alternativa è morire di fame o vivere in povertà estrema (e non è, quindi, una scelta libera e volontaria poiché l’alternativa non è accettabile, secondo la teoria della filosofa Serena Olsaretti2)?
Se si assume che quello della prostituta sia un lavoro, deve poter prestare il suo libero consenso alla prestazione sessuale e poterlo revocare quando preferisce. Ma se è il suo “lavoro”, per potersi sostentare dovrà accettare la maggior parte dei contratti che stipula. Chi fa della prostituzione il suo mestiere, dovrà auto-limitare la sua capacità di rifiutare o negare il suo consenso per potersi assicurare un guadagno. Si può anche argomentare che tale è la condizione di tutti i lavoratori salariati. Ma nessuno di questi lavori ha come oggetto della prestazione il proprio corpo.
Occultare la persistente diseguaglianza tra uomini e donne in termini di potere politico, come insegna brillantemente Carole Pateman, significa ignorare volutamente il meccanismo che spinge gli uomini a richiedere accesso ai corpi delle donne. La prostituzione non è una scelta, perché le donne sono state escluse dalla storia che ha permesso agli uomini di farsi uomini liberi. Essa è solo uno strumento per permettere agli uomini di accedere ai corpi delle donne. La prostituzione, concretamente, è incapace di garantire un’esistenza libera e dignitosa alle donne come, invece, tutte le altre occupazioni riescono a fare.
Parlare di prostituzione ci pone due sfide: mettere in discussione il consenso e ripensare cosa intendiamo per lavoro dignitoso.
1 Park J.N., Decker M.R., Bass J.K., Galai N., Tomko C., Jain K.M., Footer K.H.A., Sherman S.G. Cumulative Violence and PTSD Symptom Severity Among Urban Street-Based Female Sex Workers in J Interpers Violence, 2021; Wulsin L., Alterman T., Timothy Bushnell P., Li J., Shen R., Prevalence rates for depression by industry: a claims database analysis in Soc. Psychiatry Psychiatr. Epidemiol., 2014.
2 Olsaretti, S., Freedom, Force and Choice: Against the Right-Based Definition of Voluntariness in The Journal of Political Philosophy, vol. 6, n. 1, 2002.
da il manifesto
La scrittrice americana di origini cinesi racconta nei suoi romanzi per lettori e lettrici giovani (Motel Calivista, buongiorno! e Le tre chiavi, usciti per Emons) le vite degli irregolari e di chi tenta di farcela. «Da bambina, la Proposition 187 mi fece molta paura. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quali miei amici sarebbero stati banditi dalla scuola, o peggio. Purtroppo, quegli stessi timori oggi con Trump si sono riaffacciati»
«I recenti incendi in California sono stati terrificanti. La mia famiglia è stata costretta a evacuare e molti miei amici hanno perso la loro casa. Nonostante sia stato un incubo, mi ha commossa vedere la comunità di Los Angeles così unita, pronta ad aiutare. Ho piena fiducia nella ricostruzione. Questa catastrofe ci ricorda però che il cambiamento climatico sta avvenendo rapidamente. Riguarderà tutti: siamo interconnessi e i problemi degli altri ci riguardano sempre».
Kelly Yang, quarantunenne scrittrice americana con origini cinesi, premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria 11+, è cresciuta in California con la sua famiglia immigrata proprio come Mia, la protagonista dei suoi due romanzi pubblicati in Italia da Emons: Motel Calivista, buongiorno! e Le tre chiavi, Motel Calivista 2 (pp. 350, euro 14,50, traduzione di Federico Taibi). Quest’ultimo incrocia l’attualità bruciante del ritorno di Trump e la sua volontà di rinverdire deportazioni e discriminazione razziale. Lupe, infatti, amica del cuore di Mia, è angosciata per una nuova legge (il riferimento qui è alla famigerata Proposition 187 varata nel 1994 e anni dopo resa vana dall’impegno dei democratici, ndr) che vieta a chi è senza documenti (come lei) di frequentare la scuola.
Appena Trump ha giurato come presidente, ha subito dichiarato guerra agli immigrati e attaccato lo ius soli. Sono temi a lei molto vicini, addirittura autobiografici, che ha spesso affrontato nei suoi libri. Un passo indietro per la democrazia americana?
Mi preoccupa molto il fatto che Trump stia cercando di abolire la cittadinanza acquisita con la nascita, un diritto sancito dalla Costituzione. La sua ossessione di fare degli immigrati il capro espiatorio di tutti i nodi della società non è, ovviamente, una novità. Lo abbiamo già sperimentato nella sua prima amministrazione. I miei libri tentano di illuminare non solo i contributi degli immigrati, ma anche di rendere visibili i soprusi che subiscono. Da bambina, la Proposition 187 mi fece molta paura. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quali miei amici sarebbero stati banditi dalla scuola, o peggio. Purtroppo, quegli stessi timori oggi si sono riaffacciati.
«Una volta una persona molto saggia mi disse che in America ci sono due montagne russe: una per i ricchi e l’altra per i poveri». Lupe, la compagna di Mia nel romanzo “Le tre chiavi” è un simbolo della prevaricazione sociale ai danni degli immigrati… La sua vita rispecchia quella di molti altri come lei?
Credo che la citazione delle due montagne russe sia più che mai reale. Viviamo in tempi sempre più diseguali, con una disparità di risorse economiche che si aggrava sempre di più. Mia e Lupe ne patiscono gli effetti, come tutti noi. Come noi, lottano per potersi permettere casa e cibo. Tutto ciò, purtroppo, non potrà che peggiorare se continuiamo a rendere capri espiatori i membri deboli della società, invece di allearsi e risolvere il vero problema: solo l’1% della popolazione accumula tutta la ricchezza.
Crede che la lettura e la conoscenza culturale possano essere uno sprone per immaginare un mondo alternativo e meno divergente nei diritti?
Assolutamente sì. In epoche attraversate da paura, confusione e incertezza, i libri sono il nostro bene salvifico. Ci regalano soprattutto empatia. Ci permettono di immaginare un percorso migliore.
Può dirci qualcosa sul Kelly Yang Project da lei fondato: in cosa consiste?
Il Kelly Yang Project è un programma di educazione che ho creato a Hong Kong per insegnare ai bambini a scrivere e a discutere insieme. Ho vissuto a Hong Kong per quindici anni e con quel programma, di cui vado fiera, ho cercato di fornire a tutti gli strumenti per avere un impatto, pensando con la propria testa. Il progetto è ancora fiorente.
Cosa ha significato per lei crescere in California, un territorio di “frontiera”?
Penso che la California sia un posto speciale, con al suo interno una ricca storia di immigrati, compresi quelli cinesi che nell’800 arrivavano per costruire le ferrovie. Crescere in questo territorio, quindi, ha significato rendere onore a quella eredità e alle persone giunte prima di noi per realizzare il Golden State.
Da Erbacce
A Gaza ho disegnato sul muro di casa

“Ero sola”
All’inizio della tregua, il 19 gennaio 2025, sono ritornata a Gaza dal campo profughi di Khan Yunis, dove vivevo da maggio 2024 in una tenda con mia sorella e con i miei fratelli accanto a noi. Quando la carta finiva disegnavo sulla tenda e ora sui muri della nostra casa.
*Video e disegni di Una tenda in Palestina qui
Da Il Post
Sono 134 in tutta Italia, parte di un progetto di formazione teorica interamente autofinanziato dalla casa editrice Settenove
In giro per l’Italia ci sono delle libraie e dei librai formati in modo specifico per poter dare alle donne che hanno subito violenza un sostegno competente, e tutte le informazioni necessarie sulla rete dei centri antiviolenza del loro territorio. Si trovano nelle “librerie rifugio”, che grazie a un progetto della casa editrice Settenove, nata nel 2013 con l’esplicito obiettivo di fornire strumenti per il contrasto alla violenza maschile e di genere, sono diventati dei presidi sociali. Gli spazi che dal 2023 hanno aderito al progetto sono 134, ma Monica Martinelli, fondatrice di Settenove, dice che «altri ancora aderiranno nel 2025». Coprono tutto il territorio da Nord a Sud, e nel 2024 l’intero progetto ha ottenuto anche un riconoscimento del Parlamento Europeo (il cosiddetto “alto patrocinio”).
Concretamente il progetto, che si chiama “Rifugi”, consiste in una formazione gratuita per librai e libraie su come si manifesta e si riconosce la violenza contro le donne: viene tenuta direttamente da Settenove con l’aiuto delle autrici e degli autori che hanno lavorato con la casa editrice e che hanno una competenza sulla questione, a cui si aggiunge una seconda formazione, più specifica, sull’uso di strategie e pratiche per mettere libraie e librai nella condizione di poter aiutare e orientare le donne vittime di violenza.
Questa seconda formazione viene gestita dall’avvocata Laura Martufi di Percorso Donna, associazione attiva nel contrasto alla violenza di genere e, nel 2024, anche da Differenza Donna, l’associazione nata nel 1989 e che ha in gestione il 1522, il numero gratuito per le donne vittime di violenza e stalking, e da D.i.Re, la rete italiana dei centri antiviolenza nati dalle esperienze dei movimenti femministi e che rispettano i requisiti previsti dalla Convenzione di Istanbul (il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica).
Le librerie che diventano un “rifugio” (la mappa si può trovare qui) sono riconoscibili da un logo rosso e da un pannello esposto in vetrina, e al loro interno è stato creato uno spazio dove si possono trovare i numeri e i materiali del centro antiviolenza di riferimento per quello specifico territorio. Per ogni libreria aderente, Settenove dona un libro alla “casa rifugio” più vicina, cioè quel luogo a indirizzo segreto in cui vengono accolte per un certo periodo le madri con figli e figlie minori scappate dalla violenza. Ma soprattutto chi lavora dentro la libreria è in grado di dare indicazioni alle donne che cercano aiuto.
«Le librerie di vicinato non possono sostituirsi ai centri antiviolenza», chiarisce Martinelli, «ma possono diventare una cassa di risonanza per i centri antiviolenza, degli spazi sicuri per quelle donne che per paura non sono ancora andate altrove». Il primo contatto con una donna che ha subito violenza è un momento importantissimo da cui spesso dipendono le decisioni o le non decisioni che quella donna prenderà. Per questo, prosegue Martinelli, «librai e libraie vengono formate a un ascolto non giudicante e su cosa materialmente non si deve né fare né dire, frasi che per mancanza di conoscenza delle dinamiche della violenza contro le donne possono compromettere quel momento fondamentale di primo contatto».
Grazie al progetto “Rifugi” in tanti territori sono nate connessioni impreviste, tra librerie, centri antiviolenza e altre realtà che hanno poi iniziato a organizzare eventi e attività di sensibilizzazione, contribuendo dunque a rafforzare la rete del contrasto alla violenza maschile sulle donne.
Martinelli racconta uno degli ultimi interventi avvenuti in una libreria rifugio: una donna che dopo essere entrata più volte ha trovato il coraggio di raccontare la propria storia e di contattare infine, insieme alla libraia, il 1522. «C’è insomma la possibilità che le cose cambino», commenta Martinelli.
Il progetto è molto impegnativo, interamente autofinanziato e dunque non semplice da sostenere economicamente. L’obiettivo è allargarlo alle biblioteche, alcune hanno già aderito.
Martinelli racconta che il progetto non si distanzia dal motivo per cui Settenove è nata, nel 2013: «È una casa editrice militante il cui lavoro è stato sempre svolto in contemporanea con la pratica attiva femminista di formazioni, incontri e collaborazioni con associazioni nazionali e internazionali, università, enti pubblici e privati, centri antiviolenza, biblioteche e scuole. È nata con l’obiettivo specifico di fornire strumenti contro le discriminazioni, la violenza maschile e l’omobitransfobia in un momento in cui non se ne parlava quanto e come oggi, o comunque se ne parlava in maniera esclusivamente repressiva e con pochissima attenzione alla prevenzione». Dopo un confronto con i centri antiviolenza e con alcune studiose e attiviste alle quali Martinelli si è avvicinata per capire cosa fosse utile fare, è emerso che era necessario partire da un approccio pedagogico e culturale e lavorare con le bambine e i bambini su stereotipi, corpo, sessualità o identità: «Lavorare dunque sugli ostacoli culturali e sociali che, in forme diverse, legittimano la violenza».
Dopodiché le pubblicazioni hanno iniziato a riguardare anche le persone adulte, docenti, genitori o chiunque faccia parte della comunità a cui spetta la formazione. «Settenove», prosegue Martinelli, «è un riferimento diretto all’anno 1979. Un anno importante, durante il quale le Nazioni Unite hanno adottato la CEDAW, la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e violenza contro le donne, che per la prima volta individua nello stereotipo di genere il “seme” della violenza. Nel 1979 in Italia la Rai ebbe l’audacia di mandare in onda il documentario Processo per stupro, di Loredana Rotondo, e nello stesso anno per la prima volta una donna, Nilde Iotti, divenne presidente della Camera, assumendo la terza carica dello Stato».
Oggi la casa editrice ha in catalogo un centinaio di titoli, tra albi illustrati, narrativa, saggistica, libri di formazione per docenti, fino ad arrivare a volumi più specialistici per le operatrici dei centri antiviolenza.
Da Avvenire
Segregate, private dei diritti di istruzione, del lavoro e della libertà di movimento: a che punto è il percorso per introdurre il nuovo reato nel diritto internazionale e che problemi sta incontrando
Le ragazze e le donne afghane sono segregate, imprigionate nei burqa. A loro è vietato studiare, lavorare fuori casa, muoversi da sole, perfino parlare a voce alta e cantare. Che cos’è, se non apartheid? Anzi, più precisamente, apartheid di genere. Sfortunatamente, questa fattispecie non esiste nell’ampio repertorio dei crimini contro l’umanità che si è sviluppato negli ultimi decenni. Tra i giuristi internazionali è sempre più diffusa la convinzione che sia arrivato il momento di codificarlo, nominarlo e dunque farlo esistere, non solo per prendere atto di una realtà inedita e sconvolgente che avviene in alcune parti del mondo e in particolar modo in un Paese, l’Afghanistan, pressoché uscito dai radar dell’attenzione mediatica, ma anche per fornire ai gruppi della resistenza all’estero, ai Tribunali e alle istituzioni internazionali uno strumento supplementare per combattere questa massiccia violazione dei diritti umani.
Tra i principi base del diritto internazionale c’è l’uguaglianza di genere, garantita da diversi corpi normativi (la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, quella sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne del 1970, i patti internazionali sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del 1966, la Convenzione sulla parità di retribuzione nel 1951…).
Solo nel 1973, per entrare in vigore due anni e mezzo più tardi, l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione internazionale sull’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid, poi recepita e ampliata dallo Statuto di Roma del 1998, che ha regolato l’attività della Corte penale internazionale dell’Aja.
Ma ovviamente, poiché la definizione è stata plasmata sulla drammatica esperienza del segregazionismo in Sudafrica, la fattispecie in realtà si concentra sulla discriminazione basata sulla razza. Quello che sta avvenendo in Afghanistan, e, in modo diverso, in Iran e in aree specifiche di Paesi come il Sudan o la Siria, ha caratteristiche diverse: si tratta della negazione di decine di diritti essenziali in base alla semplice constatazione di essere nate donne.
La codificazione del crimine di apartheid di genere, di cui peraltro le attiviste afghane parlano da decenni, fin dal primo governo dei taleban degli anni Novanta, servirebbe a mettere in evidenza la sistematicità e la gravità della discriminazione che colpisce le ragazze e le donne in alcuni Paesi del mondo. «Non solo: – interviene l’esperta Laura Guercio – questo rafforzerebbe il quadro giuridico internazionale, consentendo indagini e azioni penali più efficaci. E ne gioverebbe la lotta per sradicare i regimi istituzionalizzati di oppressione».
Laura Guercio è un’avvocata, docente universitaria, già segretaria generale della Commissione interministeriale per i diritti umani alla Farnesina. Ora ha prestato la sua competenza al Cisda [Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane, ndr], lo “storico” Coordinamento che dal 1999 sostiene le donne afghane e che il 10 dicembre scorso ha lanciato una petizione per il riconoscimento dell’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Gli elementi chiave della definizione proposta dal Cisda sono «la segregazione istituzionalizzata, l’oppressione e la discriminazione». Così come l’apartheid razziale, quello basato sul genere viene attuato con politiche che «escludono sistematicamente gli individui in base al genere dalla piena partecipazione alla vita sociale, economica e politica, rafforzando le strutture di dominio».
La petizione del Cisda è stata accolta anche dal Parlamento italiano, grazie a una decisiva opera di sensibilizzazione di Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. Il 27 novembre scorso la Commissione esteri della Camera ha approvato all’unanimità una risoluzione, a prima firma Boldrini e sostenuta da tutto il gruppo del Pd, che impegna il governo ad appoggiare l’introduzione del reato di “segregazione di genere” nella convenzione sui crimini contro l’umanità in discussione all’Onu. «Con l’approvazione della nostra risoluzione – spiega Laura Boldrini – l’Italia prende una posizione chiara e inequivocabile: la segregazione delle donne, la loro esclusione da qualsiasi forma di vita sociale, il divieto perfino di cantare, parlare e pregare in pubblico, diventi “crimine contro l’umanità” riconosciuto dall’Onu».
A livello internazionale riscuote molto seguito la petizione internazionale End Gender Apartheid, elaborata da decine di attiviste afghane e iraniane, da premi Nobel, giuriste di tutto il mondo, scrittrici, intellettuali. Oltre all’unicum mondiale del divieto all’istruzione imposto dai taleban alle ragazze in Afghanistan, nella petizione si ricordano altre leggi liberticide in vigore anche in Iran: alle donne è vietato vestirsi come preferiscono, praticare numerose discipline sportive, ottenere un passaporto, viaggiare senza il permesso del marito, oltre al fatto che in tribunale la vita delle donne e la loro testimonianza valgono la metà di quelle di un uomo.
Ma, realisticamente, quali sono i tempi perché si possa codificare l’apartheid di genere come nuovo e specifico reato internazionale? Il processo può essere in effetti piuttosto lungo e accidentato. Il VI Comitato dell’Onu (quello giuridico) da tempo sta elaborando una revisione dei Trattati sui crimini contro l’umanità. È questo il luogo in cui si gioca la partita. Ed è qui che emergono anche alcune resistenze. Pensiamo ai Paesi arabi in cui il diritto di famiglia è sfavorevole alle donne, o in cui esse non hanno accesso ad alcune professioni o sport, o in cui sono soggette alla potestà del marito. Nessuno di questi Paesi, alcuni dei quali molto influenti, voterebbe mai un articolo di legge che includa l’apartheid di genere tra i crimini contro l’umanità, sottoponendosi automaticamente al rischio concreto di essere tra i primi a salire sul banco degli imputati…
Questo ragionamento, dettato dal pragmatismo, non vuole togliere nulla alla legittimità e all’importanza delle pressioni internazionali per arrivare alla definizione del nuovo crimine, tanto più se esse sono finalizzate a “liberare” le ragazze e le donne afghane dall’inferno in terra che è l’emirato islamico.
Nell’attesa che maturino le condizioni, una strada per l’incriminazione del regime talebano c’è, e i mandati di arresto di due capi supremi dei taleban, spiccati proprio ieri, c’è. La descrive per Avvenire il professor Paolo De Stefani, docente di Diritto internazionale dei diritti umani all’Università di Padova. La via percorribile è quella che parte dall’esistente, e cioè proprio dallo Statuto della Corte penale internazionale dell’Aja, a cui peraltro l’Afghanistan ha aderito nel ventennio del governo filoccidentale. L’articolo 7, nell’elenco dei crimini contro l’umanità, cita anche la persecuzione di genere (per inciso: la prima versione in cui si spiegava che con “genere” si intendeva femminile e maschile, è stata chiosata due anni fa all’Ufficio del procuratore includendo anche gruppi Lgbt).
«Questa fattispecie è stata già usata dalla Corte penale – spiega il professor Paolo De Stefani – per processare il jihadista Al Hassan Ag Abdoul Aziz, che tra il 2012 e il 2013, durante l’occupazione della capitale del Mali, Timbuctù, era il capo della polizia islamica e perseguitava la popolazione, in particolare le donne».
La Cpi ha nel mirino l’Afghanistan da tempo, ma fino ai clamorosi mandati d’arresto di ieri nei confronti del leader supremo Haibatullah Akhundzaza e al giudice capo Abdul Hakim Haqqani, ha tentennato a causa di una domanda fatale: l’indagine dovrebbe riguardare “solo” i crimini del taleban (prima e dopo l’invasione occidentale) o anche quelli eventualmente commessi dalle truppe americane e alleate nel ventennio dell’occupazione? L’indagine, iniziata nel 2020 e partita ad esaminare fatti di vent’anni prima, era stata messa sotto traccia anche per questo aspetto spinoso, fino a che lo scorso novembre i governi di Cile, Costa Rica, Spagna, Francia, Lussemburgo e Messico hanno deferito l’Afghanistan alla Cpi, sollecitando la Corte «a dare priorità ai crimini contro donne e ragazze afghane», considerando il peggioramento delle loro condizioni e la gravità della situazione. Da qui, dalla persecuzione di genere, si è iniziato, per portare finalmente alla sbarra gli emiri responsabili delle leggi liberticide.
Da La Stampa
Continuano a moltiplicarsi i commenti sul discorso d’insediamento di Trump. C’è chi cerca di sdrammatizzare, scommettendo sull’irrealizzabilità dei funesti propositi, e chi, come Bernie Sanders, suona la campana a morto per la democrazia, incitando l’opposizione al risveglio
Non avevamo certo bisogno dell’Inauguration Day per preoccuparci dello stato di salute della democrazia. Ma la cerimonia di “incoronazione” è apparsa a molti l’atto di inizio di una distopia che sta per realizzarsi. Perché è indubbio che con gli Stati Uniti alla guida di un movimento di destra radicale e globale, ciò che si riteneva fino a pochi decenni fa impensabile sta diventando possibile.
Tante sono le prospettive da cui la scienza politica cerca di concettualizzare questo cambiamento di regime. Come sempre accade, però, la realtà supera la teoria e l’unica conclusione a cui possiamo giungere è che per ora nessun nome, nessun concetto, può da solo venire a capo del passaggio che stiamo vivendo.
Esiste, tuttavia, una verità mai smentita, che ci giunge dall’antico insegnamento platonico. Come afferma Socrate nella Repubblica (435b), «la giustizia nell’uomo e la giustizia nella polis sono una cosa sola». Ovviamente vale anche l’opposto: sono una cosa sola l’anima ingiusta e la polis ingiusta. Detto in termini odierni, esiste una circolarità irrisolvibile tra coloro che detengono il potere e i soggetti che quel potere subiscono. Perché lo subiscono, certo, ma, allo stesso tempo, lo sostengono. Persino quando, come nel caso degli Stati Uniti, la distanza economica tra i cittadini e gli oligarchi è siderale.
Quello che sempre avviene, direbbero gli psicoanalisti, è una duplice dinamica identificativa, dal basso verso l’alto ma anche dall’alto verso il basso.
Vale la pena ricordare che Trump anche questa volta è stato eletto soprattutto grazie al voto maschile, che supera di un buon 10% il voto femminile. Se ha vinto per il supporto sostanziale dei maschi della classe medio-bassa, è qui che dobbiamo guardare per capire meglio che cosa muove questi uomini, relativamente giovani, impoveriti e poco istruiti, a incanalare il loro risentimento verso la vittoria del tycoon. Non si tratta solo di giuste recriminazioni economiche che ripongono speranze nelle mani sbagliate.
Abbiamo a che fare con frustrazioni di maschi bianchi, e anche latinos, «vittime» della crisi della loro identità maschile.Come ha sostenuto Ida Dominijanni, «il patriarcato gioca duro perché è ferito, non perché è florido» (Internazionale, 5/11/2024). A chi parla infatti quella rivoluzione del «common sense» che Trump promette e che lo porta a ribadire con fermezza che si è maschi o si è femmine? Il buon senso che condivide con il suo elettorato vuole, allora, che il sacrosanto dualismo venga ripristinato, per togliere di mezzo le fandonie dei movimenti femministi e Lgbt+.Non basta, tuttavia: ai maschi avviliti va restituito l’orgoglio, insieme al loro primato.
Non a caso la parola più usata nel discorso di insediamento è “forza”. Ritorna a ogni frase, e il richiamo alla «casa che brucia» è il suo correlato. Non solo come metafora di una sovranità nazionale ferita e umiliata, ma dello spazio propriamente domestico.
E così il gioco dei rimandi tra la nazione e «la casa degli americani» percorre l’intero discorso, e ritornerà in tutti i discorsi a venire, per agevolare quel gioco di identificazione reciproca su cui The Donald ha costruito la vittoria. Non importa se le sue azioni contraddicono le sue affermazioni. La coerenza è sempre un intralcio alla forza.
L’efficacia dell’identificazione è garantita dalla potenza che egli mette in scena, dalla velocità degli impulsi che trasmette, dalla volontà che batte i pugni sul tavolo. Trump si conforma benissimo ai desideri del maschio-tipo del suo elettorato.
Il cappellino da baseball si accompagna ai movimenti da bullo, ai quali dà voce con un linguaggio sciatto e un vocabolario ridotto.Non importa se la sua intelligenza appare mediocre, perché il suo narcisismo sfacciato e infantile funziona, tramite uno sguardo ora sfottente ora feroce. Egli è il maschio che ancora troppi maschi vorrebbero essere o vorrebbero diventare: uno che rompe le regole e si pone sopra la legge; che decide senza perdere tempo con la riflessione; che determina quali accordi onorare e quali relazioni interrompere.
È l’uomo che fa i soldi e non paga le tasse. Ed è soprattuttoil maschio che ristabilisce l’ordine infranto, perché prima di ogni altra cosa non ha paura delle donne. Pensa al loro bene, anche quando queste non riescono proprio a vederlo. Le governa come meglio crede e ne dispone come vuole. Non da ultimo, sessualmente.
Se il buon senso è stato sovvertito dal disordine femminile – dalle troppe libertà rivendicate alle assurde pretese che i maschi mettessero in questione la loro mascolinità autoritaria –è ora di rimettere le cose a posto, al loro posto! È ora di rendere il maschio grande di nuovo. Make the Male Great Again!
Da il manifesto
Donald Trump non l’ha presa bene e ieri mattina presto, su Truth Social, ha attaccato lareverenda Mariann Edgar Budde che, il giorno prima, durante la funzione di preghiera parte delle tradizioni inaugurali dell’insediamento, lo aveva invitato ad avere pietà delle persone transgender e degli immigrati. Nel suo sermone Budde dal pulpito si era rivolta direttamente a Trump: «Nel nome del nostro Dio, le chiedo di avere pietà delle persone nel nostro paese che ora sono spaventate. Ci sono gay, lesbiche e transgender in famiglie democratiche, repubblicane e indipendenti, alcuni dei quali temono per la propria vita».
In un lungo post Trump ha definito il sermone «cattivo», noioso e «non intelligente». «La cosiddetta vescova che ha parlato al National Prayer Service martedì mattina è un’estremista di sinistra che odia Trump. Ha introdotto la sua chiesa al mondo della politica in un modo davvero sgarbato. Aveva un tono cattivo e non era convincente o intelligente. Non ha parlato del gran numero di migranti illegali che sono entrati nel nostro Paese e hanno ucciso persone. Molti arrivano da carceri e istituti psichiatrici. Il servizio è stato molto noioso e poco stimolante». Trump ha concluso chiedendo a lei e alla chiesa di scusarsi.
Budde aveva osservato che i lavoratori migranti «pagano le tasse» e sono “fedeli membri” di chiese, moschee, sinagoghe e templi degli Stati Uniti, che i loro figli «temono che i loro genitori vengano portati via». E ha chiesto a Trump di aiutare le persone in fuga dalle zone di guerra e dalle persecuzioni.
Non è la prima volta che la vescova e Trump si scontrano: nel 2020 Budde aveva scritto un editoriale sul New York Times affermando di essere «indignata» e «inorridita» dall’uso della Bibbia da parte del tycoon, che l’aveva esibita posando per delle foto davanti alla chiesa di St. John di Washington, e che contemporaneamente aveva ordinato alla polizia di disperdere una manifestazione pacifica di Black Lives Matter che si stava tenendo lì vicino, usando i gas lacrimogeni.
Sembra improbabile che il sermone di Budde possa aver scavato una breccia nella linea politica che sta implementando Trump. Per quanto riguarda i diritti di persone Lgbtq e minoranze, questa amministrazione si è già mossa per chiudere gli uffici federali per l’inclusione e la diversità, in quanto «sono discriminanti», e ha messo in congedo retribuito con effetto immediato (e alla fine licenziare) tutto il personale federale dell’agenzia per la Diversità, equità, inclusione e accessibilità (Deia), che era stata istituita per promuovere il trattamento equo e la piena partecipazione dei gruppi storicamente sottorappresentati.
«L’agenzia sta adottando misure per chiudere/terminare tutte le iniziative, gli uffici e i programmi Deia» si legge nel comunicato arrivato ai dipendenti federali direttamente dall’Ufficio di gestione del personale degli Stati uniti, e la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt ha confermato che la nuova amministrazione Trump ha ordinato la chiusura di tutti i programmi Deia.
Questo annuncio nasce dall’ordine esecutivo firmato lunedì, per smantellare radicalmente tutti i programmi di diversità e inclusione, dai corsi di formazione anti-pregiudizio ai finanziamenti per gli agricoltori e i proprietari di case appartenenti alle minoranze, e va a revocare un ordine emesso dal presidente Lyndon Johnson.
Per la comunità transgender, l’ordine firmato da Trump per cui in Usa esistono solo due generi, invece, porta a ripercussioni immediate nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei centri di accoglienza, che da ora non dovranno più tutelare l’identità transgender o non binaria. Ad esempio le donne transgender se arrestate saranno rinchiuse nelle prigioni maschili. Inoltre Trump ha decretato il divieto di finanziamenti federali a qualsiasi istituzione, iniziativa o ricerca medica che sostenga l’identità transgender.
Per quanto riguarda gli immigrati, la Casa Bianca ha reso possibile procedere agli arresti anche in luoghi considerati zone sicure, come chiese, ospedali e scuole. Il dipartimento di Giustizia, inoltre, ha annunciato che indagherà e perseguirà tutti i funzionari delle amministrazioni cittadine che rifiutano di implementare le nuove politiche sull’immigrazione. Nel 2011 l’Immigration and Customs Enforcement, Ice, aveva adottato una regola che impediva agli agenti di effettuare arresti in luoghi sensibili, e l’amministrazione Biden aveva pubblicato delle linee guida simili.
Nel suo secondo giorno da presidente Trump ha cancellato tutto, con il risultato che per via di questa mossa, molte famiglie hanno paura a mandare i bambini a scuola o a cercare cure negli ospedali. Come reazione a New York sono stati resi pubblici dei memo interni che ordinano ai dipendenti del governo di bloccare i raid dell’Ice, ordinando al personale di impedire l’accesso a qualsiasi forza dell’ordine non locale, Fbi inclusa, anche se in possesso di un mandato giudiziario.
Con buona pace del sindaco Eric Adams, che si sta avvicinando di giorno in giorno sempre più a Trump, allontanandosi da tutte le tradizionali politiche di tutela dei migranti di New York City.
(il manifesto, 23 gennaio 2025, con il titolo “Puniremo i funzionari cittadini che ostacolano le deportazioni”)
da il manifesto
A proposito di Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne: da Valentina Milluzzo a tutte noi, un volume di Giorgia Landolfo per Nous discusso a Roma in un doppio appuntamento*.
Si intitola Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne: da Valentina Milluzzo a tutte noi ed è un volume di Giorgia Landolfo, da oggi in libreria per la casa editrice Nous (pp. 96, euro 15,00) con la prefazione di Sasha Damiani e la postfazione di Elisabetta Canitano. Situato e militante, il volume di Landolfo prende avvio proprio dalla storia di Valentina Milluzzo che il 19 ottobre del 2016, all’età di trentadue anni, è morta all’ospedale “Cannizzaro” di Catania in cui era stata ricoverata, diciassette giorni prima, a causa di una minaccia di aborto alla diciassettesima settimana di gravidanza.
Giornalista e scrittrice, Landolfo apprende della morte di Milluzzo dalle agenzie di stampa e da quel momento comincia a occuparsi della intera vicenda. Si documenta, incontra i famigliari, cerca di capire come sia possibile morire perché (così ha letto dal sito dell’Agi) un «medico obiettore ha rifiutato l’intervento». Viene aperta una indagine per chiarire la dinamica di quanto accaduto. Il 26 ottobre 2022 arriva la condanna in primo grado per omicidio colposo, a sei mesi con pena sospesa, per i ginecologi di turno. Assolti perché il fatto non sussiste il primario del reparto, il ginecologo che l’ha assistita la notte prima del decesso e l’anestesista. I condannati ricorrono in appello e l’11 novembre del 2024 vengono assolti. Non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza ma l’avvocato della famiglia Milluzzo procederà alla richiesta di ricorso in Cassazione.
Landolfo legge atti, perizie, interrogatori e registrazioni del processo in primo grado ma non è tuttavia sulla vicenda strettamente giudiziaria che si concentra il libro, bensì sul tema della violenza ostetrica di cui si scrive raramente (c’è un vademecum, interno al volume, scritto in collaborazione con Elisabetta Canitano per «difenderci dalla violenza ostetrica», appunto), in una condizione attuale che complica lo sfondo: ad esempio con i consultori ridotti a poco meno della metà di quelli previsti dalla legge e con una ribalta delle associazioni antiabortiste.
A più riprese e su diversi livelli, la questione della violenza ostetrica si incista infatti nella discussione pubblica con strumentalizzazioni sia politiche che di immaginario. Dinanzi a episodi che vengono rubricati come fatti di “malasanità” non sempre si osserva la reiterazione e la marca di genere, come nei casi della salute delle donne, in particolare in relazione alla libertà di autodeterminarsi.
Il rischio di «spegnere la voce» è dunque questo: che le esperienze delle donne, nello specifico nei reparti di ginecologia e ostetricia (ma anche in un Pronto Soccorso), in gravidanza e non solo, restino isolate, quando non direttamente diminuite, o le loro richieste ignorate. Tra il pamphlet e il reportage narrativo, il libro riporta alcuni dati, report, fenomeni solo all’apparenza laterali (tone policing, mansplaining, bodily autonomy, gender pain gap e il gasligthing medico) che compongono il quadro in fieri – non solo italiano – di una questione che dovrebbe richiedere tutta la nostra attenzione.
Già nella prefazione, Sasha Damiani segnala come nel suo percorso professionale di medica anestesista e attraverso l’esperienza di Mamme A Nudo, sia «testimone dell’immensa difficoltà e dell’incertezza che molte donne sperimentano quando cercano – spesso senza trovarle – informazioni chiare sulla propria salute e il supporto necessario per poter prendere decisioni consapevoli».
Nella postfazione, Canitano, ginecologa, arriva al punto del problema: «In ostetricia, complice la crescente influenza degli obiettori di coscienza nei nostri ospedali, le donne non vengono ritenute più importanti dell’embrione e del feto, in modo da far sì che la gravidanza possa essere interrotta tempestivamente quando diventa pericolosa per la donna. O meglio ciò avviene solo in caso di “grave pericolo di vita”, come d’altra parte recita la legge, e quindi si aspetta, aspetta, aspetta».
(*) Se ne discuterà oggi (il 22 gennaio u.s., ndr) a Roma, in due incontri: alle 11.30 alla Sala Stampa della Camera dei deputati. Con l’autrice interverranno Gilda Sportiello, Elisabetta Canitano e Sasha Damiani. Alle 19 in Sala Tosi (Casa internazionale delle donne), con l’autrice interverranno Elisabetta Canitano, Celeste Costantino, Chiara Sicurella e Giuditta Bussà.
da Rete femminista Dichiariamo
Nel mese di dicembre 2024 il rapper Tony Effe è stato prima invitato e poi allontanato dal concerto di Capodanno del Comune di Roma. La revoca dell’invito è avvenuta a seguito delle pressioni di alcuni gruppi di donne che hanno denunciato l’indecenza di concedere un palcoscenico pubblico a un autore di testi pieni di insulti sessisti e di incitamento alla violenza contro le donne. Poche, anche se chiare e significative, sono state le prese di distanza, ma imbarazzanti e in certi casi vergognosi i silenzi. Nel mondo della musica c’è stato anche chi l’ha difeso gridando alla censura, e lui ne ha approfittato rifacendosi con un concerto tutto suo, a pagamento. Voleva persino devolvere l’incasso alle associazioni delle donne, che però non hanno accettato soldi per lasciarsi insultare e minacciare di stupro.
Tony Effe rientra nella lista dei partecipanti di Sanremo 2025, Festival gestito dal servizio radiotelevisivo pubblico (RAI) che lo scorso anno è arrivato a 15 milioni di persone. Gli artisti devono avere la massima libertà di espressione anche quando è scomoda per qualche potente, ma altro è sfidare il potere e altro è accanirsi su chi il potere lo subisce. Tony Effe non contesta potenti né trasgredisce a norme sociali, al contrario avalla con la violenza, l’insulto e la minaccia l’ingiustizia alla base della società: il disprezzo per le donne.
Convalidare questo come “controcultura” rende ipocrite tutte le intitolazioni a Giulia Cecchettin e alle altre donne assassinate, anzi rinnova negli uomini quel senso di “licenza di uccidere” che ogni anno si concretizza in centinaia di femminicidi.
Questo particolare cantante non è il primo a esprimere misoginia violenta ma ne ha addirittura alzato il livello e non siamo disposte a soprassedere. Dal palco di Sanremo non si tollererebbero messaggi razzisti, omofobi o di intimidazione mafiosa. Prendiamo atto che l’odio per noi donne è ancora considerato un problema minore, di maleducazione. E non passa inosservato ai nostri occhi.
Le donne della rete femminista DICHIARIAMO
Cristina Gramolini, Roberta Trucco, Francesca Palazzi Arduini (Femminismi blog), Daniela Dioguardi, Stella Zaltieri Pirola, Laura Minguzzi, Anna Merlino, Anna Maria Bardellotto, Tiziana Adele Nasali, Tiziana Luise, Maria Castiglioni, Grazia Cerulli, Clelia Pallotta, Wilma Plevano, Cecilia Alagna (Lune e Lame – Collettivo di lesbiche e bisessuali), Susanna Dalla Longa, Sandra De Perini, Luciana Tavernini, Ilaria Baldini, Danila Giardina, Caterina Gatti, Anna Di Salvo, Doranna Lupi, Raffaella Cioffi, Ada Campa, Giovanna Camertoni, Vittoria Tola, Pina Mandolfo, Laura Giusti, Flavia Franceschini
Seguono centinaia di firme.
(diffuso da Rete femminista Dichiariamo, 22 gennaio 2025)
Da Leggere Donna
Autrici varie, Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi, a cura di Daniela Dioguardi, introduzione di Francesca Izzo, Castelvecchi 2024, collana I nodi, pp. 89, € 14,00.
È uscito a maggio l’agile pamphlet che dodici coraggiose donne molto differenti tra loro, attive in luoghi storici del femminismo, come Libreria delle donne di Milano, UDI, ArciLesbica, Gruppi donne delle Comunità di base e le molte altre, Collettivi donne di quartiere, alcune delle quali impegnate per anni in partiti, sindacati, movimenti di sinistra hanno scritto, spinte dal desiderio di aprire un confronto su situazioni che hanno dirette conseguenze sulle vite delle donne. Le riflessioni, elaborate in oltre un decennio in diverse reti favorite anche dal web, sono espresse con una scrittura chiara in cui i passaggi delle argomentazioni sono coerenti e legati a informazioni puntuali e a esperienze in cui molte possiamo riconoscerci, una scrittura frutto di un lavoro individuale e collettivo di femministe che sanno il valore trasformativo del linguaggio, l’importanza del nesso politico tra verità e parola.
Vengono dunque proposte con passione situazioni in cui, a diverso titolo, le autrici sono coinvolte o testimoni, mostrando senza reticenze come della violenza maschile contro le donne, tema presente nel dibattito pubblico ma ancora suddiviso in ambiti differenti, sia importante mettere in luce la matrice: l’abuso del potere maschile che tende a cancellare l’esistenza e la differenza femminile.
Ecco che allora le autrici prendono posizione sulla prostituzione, che non è né sesso né lavoro, e il cui sfruttamento, reso reato dalla legge Merlin, non dev’essere legalizzato; sulla “gravidanza per altri”, che usa donne in carne e ossa come mezzi di produzione e commercia neonate e neonati; sull’affido condiviso e la “bigenitorialità”, che furono presentati come condivisione di responsabilità per sgravare le madri di un carico storicamente soltanto loro e che invece fa riaffacciare la patria potestà, soppressa nel 1975, imponendo a donne e minori la volontà paterna.
Mettono in luce come la parità sia un modo di guardare all’uomo, il maschio della specie, come modello da raggiungere per le donne, idea che si ritorce contro le donne stesse anche con l’istituzione di “quote azzurre” per ogni progetto e impresa femminile o limitando l’associazionismo femminile.
Segnalano i pericoli di una concezione di “inclusività” in cui si prevede la medicalizzazione di minori come risposta al loro disagio verso ruoli femminili e maschili stereotipati; in cui si impongono invenzioni linguistiche che cancellano l’esistenza delle donne, la nascita dalla madre, la sessualità femminile; in cui si contrastano nuove pratiche pubbliche di dialogo tra i due sessi perché non prevedono i “non binari”. Rifiutano il tentativo di ridurre il concetto di “femminismo” a libera iniziativa commerciale delle donne di mettere in vendita il proprio corpo per compiacere gli uomini.
Mostrano il ruolo che gioca il mercato in tutte queste situazioni e che la sinistra sembra non vedere, poiché le ha adottate acriticamente come progresso e spesso accetta di togliere parola al dissenso. Nel libro infatti sono presenti anche testimonianze di manipolazione del consenso, di intimidazioni, di boicottaggi, di campagne di denigrazione che hanno impedito il dibattito.
Questo quasi impossibile confronto è stato il motore della pubblicazione, che sceglie la scrittura come mezzo per riaprire un dialogo, anche conflittuale ma libero. E sembra funzionare, perché grazie agli incontri pubblici sul volumetto, molte hanno ripreso parola e altre, su posizioni contrarie, hanno accettato di confrontarsi.
Da Leggere Donna
È uscito dalla Libreria delle donne di Milano un intenso e denso volumetto dal titolo illuminante e intrigante: Femminismo mon amour. Ha struttura antologica e raccoglie i contenuti proposti nel 2023 dalla rivista Via Dogana, cartacea dal 1991 al 2014 e passata on line con il nome Via Dogana 3 dal 2015. Le edizioni della rivista nascono seguendo la pratica del pensare in presenza, la redazione ristretta, attualmente composta da dieci donne, elabora un tema di riflessione e lo propone alla redazione allargata, a cui si partecipa liberamente, previa prenotazione. I pensieri, le parole, le posizioni e i racconti che si producono nell’interazione diventano la sostanza degli articoli che la redazione ristretta scriverà e chiederà di scrivere a chi ha partecipato. Il libro è diviso in quattro parti composte coi i contributi di quarantasei autrici e cinque autori: Autocoscienza ancora, Il senso della politica e l’efficacia delle pratiche, Orientarsi con l’amore, È ora di cambiare. È un libro corale, sfaccettato, che mantiene le promesse dei suoi titoli e già pratica, nella scelta delle parole, nel dipanarsi dei racconti, le pratiche su cui parla e ragiona. Il partire da sé prima di tutto e la pratica di relazione, invenzioni politiche delle donne che fanno luce sulla genesi del femminismo e sul senso della sua costituzione in movimento.
I quindici interventi della prima parte parlano di autocoscienza, la pratica fondante, già politica secondo Carla Lonzi, che le attribuiva il senso di un metodo di pensiero, dice Vita Cosentino nel suo pezzo Parla per te, che autorizza ogni donna «a rivolgersi al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che illumina il mondo». Ricordando la gioia della condivisione nell’autocoscienza Luisa Muraro parla di danza dell’io, «che si spostava da una all’altra, come fa sempre questo pronome quando più persone si parlano senza seguire un ordine precostituito […]. Ed ecco che, invece di una pluralità di pensieri già pensati, è venuta la mobilità della mente che si ha quando una smette di cercare la coincidenza con un già detto o un dover dire e fa dell’esperienza il motore del pensiero».
Nei dieci interventi della seconda parte l’efficacia delle pratiche femministe viene messa in rapporto al desolante scenario della politica delle istituzioni e dei partiti, che nel femminismo abbiamo chiamato politica seconda. Lia Cigarini nel suo Politica è di più parla di politica prima, quella agita dai movimenti, quello delle donne in primis, da associazioni, dal volontariato che da solo raccoglie in Italia oltre cinque milioni di persone, e afferma che questa miriade di realtà sono la politica e che si può parlare «di una trasformazione della politica, non di crisi totale, di un allargamento della politica da parte di quelli che la fanno in carne ed ossa».
La terza parte del libro, dodici pezzi avvincenti, parla del legame tra amore e politica, della forza trasformativa dell’amore, del suo essere politica. Alcuni esempi per dare un’idea dei contenuti: un testo di Luisa Muraro inedito in italiano, Intelligenza dell’amore; Chiara Zamboni fa un’illuminante distinzione tra amicizia politica e relazione politica, ripresa poi da Rinalda Carati nel suo Relazioni tra necessità e desiderio; Clara Jourdan afferma che Il femminismo è amore.
L’ultima parte, È ora di cambiare, contiene i contributi di cinque uomini e nove donne. Le riflessioni riguardano l’incapacità maschile a misurarsi in una relazione di differenza, a dissociarsi dalla violenza e dalla cultura patriarcale nonostante il patriarcato sia sconfitto dalla sottrazione delle donne alle sue norme, anzi proprio per questo, sostiene Ida Dominijanni nel suo inedito Domande per il presente, la misoginia, la violenza, «sono sintomatiche non di un rinnovato vigore ma di una destabilizzazione del patriarcato, che reagisce violentemente alla ferita che gli è stata inferta dalla libertà e dall’indipendenza simbolica femminile».
Redazione di Via Dogana 3 (a cura di), Femminismo mon amour. Pratiche femministe per donne e uomini,Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne i Milano, 2024, 173 pagine, 12 euro.
Il 19 gennaio 2025 a Milano, presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in viale Pasubio 5, con collegamenti da Israele, ha avuto luogo un incontro a cura di Maiindifferenti – voci ebraiche per la pace per portare all’attenzione del pubblico alcune tematiche che, se non approfondite, lasciano spazio all’abuso di parole chiave con conseguente impoverimento e mortificazione della cultura ebraica. L’incontro ha visto una sala strapiena, con tantissimi interventi importanti, programmati e dal pubblico. La registrazione video si trova nel sito maiindifferenti.it, e in you tube: Maii19GEN25 – YouTube
Interventi previsti:
– Introduzione di Maiindifferenti -voci ebraiche per la pace
– Presentazione di LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista
– Fondazione Gariwo, la foresta dei giusti; Francesco M. Cataluccio, “Le vie del dialogo oggi”
– Gadi Schoenheit, “Il dibattito all’interno delle comunità ebraiche”
– Eszter Koranyi e Rana Salman di Combattenti per la pace, organizzazione pacifista non violenta; proiezione del video La pace è la via e presentazione del loro lavoro
– David Calef, “I dilemmi dell’ebraismo nel XXI secolo”
– Stefano Levi Della Torre, “Dall’aggressione di Hamas ai massacri d’Israele nella guerra contro i palestinesi”
– Elio De Capitani, attore e regista, legge alcuni passaggi di antichi testi ebraici
– Valentina Pisanty, “Antisemita, una parola in ostaggio”
– Gad Lerner, “Se questo è un uomo ottant’anni dopo”
– Widad Tamimi, “Universalizzare la memoria”
– Anna Momigliano, “La mutazione d’Israele”
– Meron Rapoport, “Un dialogo è possibile? La percezione degli eventi bellici di chi vive in Israele”
Da La Nuova Ferrara
The Dinner Party di Judy Chicago diventa l’opera simbolo della battaglia. Il suo tributo ai personaggi femminili della storia celebra anche Isabella d’Este
Se “The Dinner Party” di Judy Chicago può essere considerata, a detta di numerosi critici, l’opera artistica che meglio simboleggia il messaggio dell’arte femminista negli anni Settanta, anche Ferrara è presente in tale opera.
Fra le 39 donne che nella storia hanno più efficacemente rappresentato l’universo femminile figura infatti anche la ferrarese Isabella d’Este. Nata nel 1474, «Isabella liberale e magnanima», come la definì Ludovico Ariosto, fu reggente del marchesato di Mantova per quasi un anno durante l’assenza del marito Francesco II Gonzaga e per due anni durante la minore età del figlio Federico. Mecenatessa delle arti, ammirata anche per l’innovativo stile del vestire, venne considera «suprema tra le donne» da Matteo Bandello.
Il fermento Tornando agli anni Settanta, l’universo artistico – nonostante le spinte innovatrici del Sessantotto – si presentava, in Italia e nel mondo occidentale, come una realtà di impervio accesso per le donne. Al grido «Ribaltiamo il patriarcato!» le donne si destarono, sollevando un’ondata di proteste fino ad allora impensabile.
Dal Vecchio al Nuovo continente urlarono il loro dissenso contro chi le pretendeva subalterne, marginalizzate, indifese e silenti di fronte al dominio incontrastato del potere maschile che dettava legge. Dimostrarono invece di avere una forza non più nascosta, lottando per riscrivere la struttura non solo dell’arte ma dell’intera società partendo dalle fondamenta, con le artiste schierate in prima linea come promotrici e protagoniste del cambiamento.
Correva l’anno 1972, quando il sistema dell’arte iniziò a comprendere che le cose sarebbero
cambiate, anche se Judy Chicago (al secolo Judith Cohen) e Miriam Schapiro avevano già proposto il primo programma femminista. A partire dall’inizio del decennio i movimenti femministi avevano dato una robusta spallata alla realtà preesistente, puntando a cambiare radicalmente le vecchie regole del gioco. Le donne avevano trasformato quadri e sculture in gesti performanti, riportando l’attenzione su attività considerate secondarie come la ceramica o la scenografia teatrale, mettendo sotto accusa prassi, regole, convenzioni e assetti gerarchici cristallizzatisi nei decenni precedenti. Al grido ideale di “épater le bourgeois” avevano intenzionalmente disturbato la quiete della società perbenista, dimostrando all’opinione pubblica di non aver bisogno del permesso altrui per operare e di non essere figure secondarie in una società patriarcale superata dai tempi.
Fu proprio nel 1972 che Barbara Zucker e Susan Williams, volendo realizzare un luogo di
scambio, di confronto e di condivisione fondarono, nel cuore di New York, la Air Gallery, che costituì il primo “artist-run space”, come si evince dal ritratto del gruppo Air di Sylvia Sleigh. Ideata e realizzata dalle donne per le donne, la Air Gallery fu certamente la rampa di lancio per numerose artiste respinte da altre gallerie.
Come ricorda Zucker: «Non eravamo accettate dal mondo dell’arte, forse perché eravamo delle outsider. Quindi potevamo fare qualsiasi cosa ci pareva, e così abbiamo fatto. Ci eravamo date il permesso aveva detto no».
L’opera simbolo Se New York vedeva il fiorire di luoghi di aggregazione femminile fino ad allora sconosciuti, con la pubblicazione dello storico saggio di Linda Nochlin “Perché non ci sono state grandi artiste?” (“Artnews”, gennaio 1971), il dibattito raggiunse anche la West Coast. Il saggio, che diede vita alle discussioni sulla disparità di genere, ebbe notevoli ripercussioni come un robusto sasso gettato nell’acqua stagnante, al punto che, secondo l’iperbole utilizzata da Judy Chicago, “trasformò il mondo”.
Fu proprio Judy Chicago, trasferitasi dall’Illinois in California dove teneva corsi d’arte per donne al Fresno State College, a ideare – in collaborazione con Schapiro – un luogo di ritrovo per artiste dove lavorare in libertà. Nacque così il progetto Womanhouse: in soli due mesi un piccolo gruppo capeggiato da Judy e Miriam ripristinò un vecchio edificio abbandonato di Hollywood trasformandolo in uno spazio artistico di aggregazione femminile aperto a tutte le arti. La Womanhouse divenne così in breve tempo il principale laboratorio politico femminista della California.
Anche le artiste nere rialzarono la testa. Fra esse è degna di nota Faith Ringgold (che ci ha lasciato il 15 aprile 2024, a 93 anni) co-fondatrice del “Where We At” Black Women
Artists, un collettivo artistico femminile con sede a New York, associato al Black Arts Movement. Lo spettacolo inaugurale di “Where We At”, che presentava piatti soul (tipici della cucina afroamericana): fu presentato per la prima volta nel ’71 con otto artisti e fu ampliato a 20 nel ’76.
Quanto a Judy Chicago (che aveva scelto tale cognome in omaggio alla città natale ma, soprattutto, per compiere un gesto controcorrente) si era guadagnata un certo riconoscimento con le sue sculture minimaliste “a blocchi”. Una sua opera (“Rainbow Pickett), datata 1965, era stata esposta in una celebre mostra del ’66 al Jewish Museum Primary Structures. Judy fu una delle tre sole donne selezionate su oltre cinquanta artisti. È conosciuta soprattutto per la sua opera The Dinner Party (1974-1979), a cui hanno partecipato centinaia di volontarie, un tributo alla storia e alla memoria delle donne. Essa si presenta sotto forma di un grande tavolo triangolare, che comprende 39 posti apparecchiati, dove ogni posto rappresenta una figura storica femminile.
Fra le altre figure femminili sono rappresentate l’imperatrice Teodora, la regina Eleonora d’Aquitania, Artemisia Gentileschi, Georgia O’Keeffe, Emily Dickinson, appunto Isabella d’Este, Virginia Woolf e la suffragetta americana Susan Brownell Anthony, che disse «Non pagherò nemmeno un dollaro» al giudice che voleva multarla per aver votato in un periodo in cui l’espressione del suffragio per l’elezione del Congresso Usa non era consentita alle donne.
La performance
La nuova aria che spirava agli inizi degli anni Settanta non poteva lasciare insensibili di fronte a stupri e violenze di cui le donne erano spesso vittime silenziose, indotte sovente (come troppo spesso accade ancor oggi) a tacere per la vergogna, il senso di colpa o le regole convenzionali e familiari della società. Fra le artiste più sensibili a tale tema occupa un posto di rilievo Ana Mendieta.
Nata a Cuba in una famiglia dell’alta borghesia anticastrista, nel 1961, appena dodicenne approdò negli Stati Uniti con la sorella Raquelin. Dopo aver studiato al Liceo di Dubuque, nello stato dell’Iowa, si iscrisse nel 1967 all’Università del medesimo stato, seguendo corsi di arte primitiva e di culture indigene, nonché frequentando corsi di pittura e di arti intermediali. Motivata a combattere contro le ingiustizie subite dalle donne tramite la propria corporeità, si impose con la “Scena di stupro” del 1973. Dopo lo stupro e l’omicidio di Sara Otten, avvenuto nel suo stesso campus universitario, Ana chiamò studenti e docenti nel proprio appartamento per quella che sarebbe stata considerata una delle performance artistiche più visivamente traumatiche. Gli invitati arrivarono nell’appartamento di Mendieta e si trovarono dinanzi a una scena da brividi: una porta spalancata e una ragazza – Ana, che s’immedesimava in Sara – brutalmente denudata e sporca di sangue, esattamente come fu ritrovato il corpo esanime della studentessa assassinata. Lo scopo era evidente: Ana voleva sbattere in faccia ai presenti, alle autorità accademiche e all’intera società, lo stupro, la violenza e l’odio contro la donna.
Capì che occorreva sfruttare la potenza espressiva dell’arte con la presenza personale della performance per trasmettere un messaggio o una denuncia: in quel caso una condanna dello stupro e di ciò che ora definiamo femminicidio.
Femminicidio di cui, per un amaro quanto brutale scherzo del destino, fu forse vittima la stessa Mendieta, precipitata in circostanze controverse dal 34º piano nel settembre ’85 dopo una lite con il marito che fu processato ma, alla fine, venne assolto con una sentenza che suscitò molte perplessità.
Nel Belpaese E in Italia come andavano le cose? In una lettera inviata nel 1975 a Lucy Lippard, Ketty La Rocca illustrò le difficoltà e il pesante clima di un ambiente artistico segnato da forti disparità tra uomo e donna: «Ancora, in Italia essere una donna e fare il mio lavoro è di una difficoltà incredibile». La fatica di essere artista e donna di cui parla La Rocca, non era un malessere riconducibile all’individualità, bensì un fenomeno sociale, dato che a quel tempo la presenza femminile nelle grandi mostre, nei concorsi e nelle collezioni pubbliche e private era ridotta ai minimi livelli, rivelando una condizione di subalternità non più accettabile.
In questo quadro alcune artiste ripensano il proprio ruolo nella società e si decidono a rivendicare agibilità nei musei, nelle gallerie e nelle istituzioni, mettendo sotto accusa un sistema che le marginalizza, rivelandosi insensibile alle istanze dalle artiste donne, che non vengono adeguatamente sostenute neppure dai critici e dagli intellettuali più aperti. Siamo nel periodo dei “ghetti rosa”, come venivano chiamate ironicamente le mostre con presenze solo femminili.
Ma fortunatamente la lotta delle donne impegnate nell’arte vide protagoniste di elevato spessore come Lea Vergine, Annemarie Sauzeau Boetti, Romana Loda, Mirella Bentivoglio, Simona Weller e Carla Accardi. Ma, soprattutto, occorre citare Carla Lonzi, di cui è stato finalmente ripubblicato nel 2024 un testo fondamentale: “Taci, anzi parla. Diario di una femminista” 1972-1977, (editrice La Tartaruga).
Con la sua radicalità scuote lo stantio modo di pensare e l’immobilismo culturale di quegli anni, a partire dal luglio ’70, quando sui muri di Roma apparve il manifesto di “Rivolta femminile”, basato su un testo elaborato dalla Lonzi in collaborazione con Accardi ed Elvira Banotti.
A tale proposito vogliamo ricordare la mostra “Altra misura”, tenutasi dal novembre del 2015 al marzo 2016 nella Galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze, nata dalle ricerche condotte per il libro “Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta” (Postmedia Books, 2013), che vedeva la presenza di Tomaso Binga, Diane Bond, Lisetta Carmi, Nicole Gravier, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Verita Monselles, Anna Oberto e Cloti Ricciardi. Artiste che hanno usato la fotografia contro gli stereotipi di genere e i cliché tipici di una comunicazione inguaribilmente maschilista.
Quale messaggio ci trasmettono, infine, le artiste che si batterono mezzo secolo fa per la rivalutazione della figura femminile nell’arte e nella società? Un messaggio che suona come incitamento a continuare la lotta per l’affermazione del ruolo che compete alle donne nella società. Un ruolo non ancora pienamente riconosciuto nel mondo occidentale (per tacere di paesi in cui la condizione della donna è a dir poco umiliante), ma che otterrà il giusto apprezzamento se sapremo far tesoro dell’esempio personale e dell’audacia artistica che ci hanno lasciato in eredità le protagoniste degli anni Settanta.
Da il manifesto
Il libro di Giulia Cavaliere dedicato alla critica militante, curatrice e docente di Bologna che segnò culturalmente gli anni ’80, prima di essere uccisa a trentacinque anni
Se gli anni Ottanta continuano a popolare i nostri sogni e i nostri incubi – prova ne sia il successo internazionale della serie Stranger Things –, sarà perché probabilmente in quel decennio si nasconde un rimosso che non abbiamo indagato abbastanza. E di quel rimosso è senz’altro parte emblematica, in Italia ma non solo, una figura come quella di Francesca Alinovi, critica militante, curatrice e docente al Dams di Bologna, tragicamente scomparsa a soli trentacinque anni.
Diventata un caso di cronaca nera tra i più famosi e discussi, allo stesso tempo il lavoro critico di Alinovi è stato per troppi anni dimenticato dopo aver occupato una porzione importante della scena artistica e culturale a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta. Se qualche anno fa è stata Veronica Santi a raccontarla con il documentario I am not alone anyway (2017) e a riproporne gli scritti in una preziosa e indispensabile antologia curata con Matteo Bergamini (postmedia books, 2019), ora è Giulia Cavaliere a offrirci un ritratto sentimentale di una delle penne migliori della new wave italiana, in un prezioso libretto intitolato Quel che piace a me. Francesca Alinovi (Electa, pp. 96, euro 12) nella bella collana «oilà» curata da Chiara Alessi e dedicata alle protagoniste femminili della scena artistica e creativa contemporanea. Un ritratto che parte dalle stanze della casa in via del Riccio a Bologna, dagli arredi e dagli oggetti di uso quotidiano che sono traccia di una “forma di vita” specifica, ovvero di un paesaggio culturale che l’autrice ricostruisce velocemente (e minuziosamente), ricordando l’infanzia, l’adolescenza e poi la rapida crescita bolognese tra le aule del Dams e l’altrettanto veloce “scoperta” e “costruzione” della nuova scena artistica che si dipana tra la Bologna post-settantasettina e la New York dei graffitisti che, per prima, Alinovi raccontò sulle pagine di Flash Art, iniziando a fare la sponda tra l’Italia e l’America.
Ne viene fuori il ritratto di una protagonista assoluta della scena “alternativa” degli anni Ottanta, non quella della Transavanguardia e della “deflazione” generalizzata, ma quella che mantiene un legame ancipite con il Settantasette perché ne è figlia “anomala” e “puntuale” allo stesso tempo. Gli anni Ottanta di Francesca Alinovi, insomma, sono quelli di Pier Vittorio Tondelli e di Frigidaire, della new wave post-punk di Siouxsie Sioux, dalla quale mutua la pettinatura – nel salone «cult» Orea Malià di Marco Zanardi – per trasformarsi in linea con la sua scrittura e fare della sua attività saggistica una «critica-performativa» che oggi ispira la metodologia di molte giovani penne.
Se da un lato il libro di Cavaliere scopre anche il lato più intimo e privato di Alinovi, quello attraversato dalla solitudine e dalla mancanza, una condizione tipica del lavoro culturale contemporaneo, dall’altro fa emergere chiaramente come la ricerca creativa di quegli anni non possa essere ridotta a pochi nomi maschili, ma debba necessariamente essere riscritta a partire dalla pratica critica e curatoriale di questa “anomalia” che è stata Alinovi, tutta dentro e al tempo stesso fuori, ovvero sulla “frontiera” (suo tema prediletto) di quella scena culturale che ha contribuito a disegnare i tratti di un postmoderno che dobbiamo ancora comprendere fino in fondo, nella sua ambivalenza incantatrice, per riuscire a liberarcene davvero. L’autrice, in sintesi, ci restituisce una preziosa introduzione a una delle interpreti di quella che potrebbe essere una italian theory dell’arte ancora tutta da scrivere.
Da l’Avvenire
La Corte d’Appello di Bruxelles ha condannato lo Stato per crimini contro l’umanità, con l’obbligo di risarcire cinque donne meticce congolesi che sin da bambine erano state vittime di abusi
Quelle bambine non erano né bianche né nere, erano state sottratte alle loro famiglie d’origine e private dell’identità. Anche dopo l’indipendenza del Congo nel 1960 erano state cresciute nella discriminazione e poi abbandonate in mano alle milizie. La loro colpa era quella di essere nate da madri congolesi e padri europei. A quei tempi, i minori come loro venivano chiamati enfants métis e per il Belgio che aveva colonizzato il Paese alla fine del XIX secolo costituivano un problema da risolvere a ogni costo. Ma dopo decenni di silenzio quelle bambine hanno fatto causa allo stato belga per crimini contro l’umanità e al termine di una lunga battaglia legale hanno ottenuto una vittoria che potrebbe costituire un precedente significativo anche contro le altre ex potenze coloniali responsabili del feroce sfruttamento del continente africano. «La sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Bruxelles (il 2 dicembre 2024, ndr) può essere definita storica, perché per la prima volta un tribunale nazionale ha condannato un paese europeo per crimini commessi durante il periodo coloniale» ci spiega Rachele Marconi, esperta in diritto coloniale dell’Università di Cagliari.
Al centro del caso ci sono cinque donne oggi settantenni originarie del Congo, Monique Bitu Bingi, Léa Tavares Mujinga, Noëlle Verbeken, Simone Ngalula e Marie-José Loshi. I giudici hanno condannato lo stato belga a risarcirle e a pagare un milione di euro di spese legali stabilendo che negli anni ’40 furono vittime di «rapimento sistematico» e di «segregazione». Come tante altre bambine e bambini figli di coppie miste, erano state separate con la forza dalle loro famiglie e rinchiuse negli orfanotrofi dallo stato belga che governava Congo, Burundi e Ruanda. All’epoca le unioni interrazziali erano all’ordine del giorno, sebbene agli uomini bianchi belgi non fosse consentito sposare donne africane, ma ancora più frequenti erano le situazioni in cui queste venivano usate come concubine. In entrambi i casi l’esistenza di migliaia di minori nati da madri congolesi e padri europei allarmava profondamente il governo, che li considerava una minaccia alla narrativa della supremazia bianca comunemente usata per giustificare il colonialismo.
Per risolvere quello che i funzionari belgi della prima metà del XX secolo chiamavano «il problema dei mulatti» lo stato mise in atto una politica sistematica volta a identificare e a segregare quei bambini strappandoli dalle braccia delle madri e costringendoli sotto la tutela dello Stato. Una politica resa possibile da due decreti promulgati alla fine dell’Ottocento dal famigerato re Leopoldo II – il satrapo che gestì il Congo come un suo feudo privato – e rafforzata dopo la Seconda guerra mondiale con una legge in base alla quale i bambini potevano essere allontanati dai genitori «per qualsiasi motivo».
Monique, Léa, Noëlle, Simone e Marie-José avevano dai tre ai cinque anni quando, tra il 1948 e il 1953, finirono nell’orfanotrofio di Katende, nel Congo centromeridionale, a centinaia di chilometri dai loro villaggi d’origine. Un luogo dove furono registrate con nuovi cognomi e false date di nascita, e poi costrette a crescere tra gli abusi, le violenze e le privazioni, riuscendo a ottenere la cittadinanza belga soltanto molti decenni dopo, in seguito a lunghe controversie legali. In anni recenti il Belgio ha cominciato a fare i conti con il suo passato coloniale, rompendo finalmente il muro del silenzio e dell’ipocrisia sugli orrori commessi in Congo a partire dalla fine del XIX secolo. La vera svolta è arrivata però soltanto nel 2018, quando l’allora primo ministro Charles Michel presentò le scuse ufficiali ai figli meticci della colonizzazione affermando che lo Stato aveva violato a lungo i loro diritti fondamentali. Monique, Léa e le altre ritennero però che quelle scuse non fossero sufficienti a ripagare i drammi che avevano segnato le loro vite e decisero di rivolgersi a Michèle Hirsch, un’avvocata di Bruxelles che aveva già rappresentato le vittime del genocidio in Ruanda, e dopo averle raccontato le loro infanzie segnate dallo sradicamento forzato, dalla fame, dalle violenze e dagli stupri, la incaricarono di intentare una causa contro lo stato belga. L’azione legale si sarebbe rivelata però subito in salita, e infatti nel 2021 il tribunale di primo grado respinse le loro istanze sostenendo che durante l’era coloniale l’allontanamento forzato e la segregazione non costituivano un crimine e inoltre che i fatti, risalenti al periodo compreso tra il 1948 e il 1961, erano anche soggetti a prescrizione.
Ma le cinque donne non si sono date per vinte e hanno portato avanti quella battaglia legale per altri tre anni. La loro determinazione è stata finalmente premiata alcuni giorni fa, quando la Corte d’appello ha ribaltato il verdetto di primo grado affermando che era stato violato il loro diritto all’identità e alla vita familiare causando loro gravi danni psicologici. Nell’illustrare la sentenza i giudici di Bruxelles hanno sottolineato inoltre che il Belgio aveva continuato a implementare queste politiche discriminatorie anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il concetto di crimine contro l’umanità era già stato codificato dallo statuto del Tribunale di Norimberga. Lo stato belga è stato quindi condannato a risarcire le ricorrenti per le sofferenze causate dalla rottura del legame con la madre e l’ambiente domestico. Il risarcimento che otterranno sarà di appena 50mila euro ciascuna (loro stesse avevano scelto una cifra non ingente per limitare i rischi in caso di mancata condanna) ma dal grande significato simbolico. «Senza alcun dubbio questa sentenza costituisce innanzitutto un precedente importante in Belgio, dove si stima ci siano ancora decine di migliaia di ex enfants métis, i quali d’ora in poi saranno incentivati ad avviare azioni legali contro lo Stato belga per gli stessi abusi subiti», prosegue Marconi. «Ma la decisione dei giudici rappresenta anche un passo avanti molto significativo nel riconoscimento del diritto delle vittime del colonialismo a una riparazione per le ingiustizie subite».
Un caso simile ai danni di un’ex potenza coloniale si era verificato una decina di anni fa, quando i keniani sopravvissuti alla feroce repressione della rivolta Mau Mau degli anni ’50 avevano citato in giudizio lo stato britannico ottenendo infine un risarcimento dal governo di Londra. Ma in quel caso, precisa Marconi, non era stata raggiunta una decisione giudiziale: «L’Alta Corte di Londra respinse le argomentazioni del governo britannico, che preferì raggiungere un accordo con gli avvocati dei ricorrenti e pagare una ventina di milioni di sterline di risarcimento. Finora le ex potenze coloniali avevano riconosciuto al massimo una responsabilità morale o storica per i crimini commessi durante il periodo coloniale – mai una responsabilità di tipo giuridico – e quindi avevano sempre negato qualsiasi forma di riparazione alle vittime, sostenendo che all’epoca non esistevano norme di diritto internazionale che proibivano tali condotte nei confronti delle popolazioni».
L’avvocata Michèle Hirsch, che ha rappresentato in giudizio le cinque donne congolesi, ha dunque tutte le ragioni per definirla una decisione storica che potrebbe incoraggiare altre vittime di crimini coloniali a cercare giustizia. Ancora oggi le ferite di quell’epoca restano profonde e altri paesi dal passato coloniale come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania affrontano da tempo richieste di risarcimenti per i crimini commessi dai loro imperi. Durante il lungo dominio del Belgio sui territori dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, del Ruanda e del Burundi si calcola che circa 20mila bambini nati da coloni bianchi e donne nere locali siano stati colpiti dalle politiche di allontanamento forzato e segregazione. Anche secondo Rym Khadhraoui, ricercatrice di Amnesty International che ha seguito da vicino il caso alla Corte di Bruxelles, questa sentenza rappresenta un passo verso la definitiva assunzione di responsabilità da parte del colonialismo europeo.