da il Fatto Quotidiano

Dopo 17 mesi di stragi, distruzione e sofferenza, la popolazione di Gaza alza la testa. Da quattro giorni sono scoppiate proteste a Beit Lahia, nel nord di Gaza, per chiedere che Hamas si dimetta dal potere. I civili sono scesi in strada, chiedendo una vita dignitosa e senza guerra. Secondo l’attivista Amin Abed, uno degli organizzatori, i preparativi della protesta sono stati interrotti da pesanti bombardamenti israeliani. La casa di uno dei giovani organizzatori, Yusuf Alayan, è stata colpita dall’Idf, e sono morte nell’attacco la figlia e la madre.

Nonostante le tragedie subite a causa dei bombardamenti israeliani, l’idea della protesta contro Hamas si è diffusa rapidamente anche durante i funerali, portando a una grande partecipazione. Video e foto condivisi sui social media mostravano uomini, donne e bambini che scandivano “Fuori, fuori, Hamas fuori!”. Portavano cartelli con scritto: “Vogliamo vivere”, “Vogliamo dignità”, “Basta guerre” e “Il sangue dei nostri figli non è a buon mercato”. Un anziano di Beit Lahia è diventato virale online mentre diceva: “Vogliamo pace, dignità e diritti. Rifiutiamo lo sfollamento e l’essere governati con la forza”.

Il movimento, iniziato a Beit Lahia, si è rapidamente esteso al campo di Jabalia e a Shuja’iyya. Sono in corso proteste anche a Khan Younis, Nuseirat e Deir al-Balah. L’attivista Abed ha spiegato: “Questo movimento è stato spontaneo, ma ci siamo preparati per sole dodici ore. La gente era pronta a scendere in strada. Si tratta del seguito delle proteste del passato, in particolare del movimento Vogliamo vivere”. Il movimento Vogliamo vivere è nato nel 2017 ed è stato violentemente represso da Hamas. È riemerso nel 2019, ma ha finito per essere nuovamente represso. Molti dei suoi leader, tra cui Abed, Hassan Jamal, Ramzi Herzallah e Amjad Abu Kosh, sono stati arrestati, picchiati e persino uccisi. Lo stesso Abed è stato brutalmente picchiato da uomini di Hamas l’8 luglio 2024, durante questa guerra. Gli sono stati rotti gli arti, i denti sono andati in frantumi e ha riportato gravi ferite alla testa, tanto da richiedere un’evacuazione medica urgente negli Emirati Arabi Uniti. Ma Abed trova ancora la forza di parlare: “Questo movimento riflette la volontà del popolo di porre fine allo spargimento di sangue e di liberarsi da Hamas. Hamas dà a Israele una scusa per continuare a uccidere e sfollare. Per 18 anni ha governato con il pugno duro, causando distruzione senza alcun reale guadagno nazionale o popolare. Hamas e i suoi sostenitori, tra cui Al Jazeera, stanno cercando di demonizzare il nostro movimento per giustificare la sua repressione”. Al Jazeera, ad esempio, ha raccontato le proteste come fossero solo una richiesta di porre fine alla guerra di Israele contro Gaza, ignorando il fatto che si tratta di un movimento anti-Hamas. Molti attivisti palestinesi hanno criticato questa vulgata, sostenendo che i media preferiscono ritrarre i gazawi come vittime piuttosto che come persone che chiedono i loro diritti.

Hamas ha tentato di reprimere alcune delle proteste, ma non è riuscito a metterle completamente a tacere. Le manifestazioni hanno messo in luce un malcontento diffuso, rendendo più difficile per Hamas nascondere la rabbia pubblica. Altri sostengono che le proteste siano sbagliate e che dovrebbero essere rivolte a Israele, che continua a uccidere civili indipendentemente dalla posizione politica. Temono che le proteste possano alimentare il conflitto interno e servire gli interessi di Israele indebolendo l’unità palestinese. I sostenitori della resistenza armata sostengono che le armi di Hamas sono essenziali per la liberazione, mentre i critici ritengono che ci siano altri modi per resistere all’occupazione oltre al confronto militare.

Anche Israele ha guardato alle proteste con sospetto. Il Canale 12 israeliano ha citato un alto funzionario che ha avvertito: “Potrebbe trattarsi di un inganno di Hamas”. Il funzionario ha ammesso di essere sorpreso dalla portata delle proteste, riconoscendo che la frustrazione contro Hamas era cresciuta, ma non era mai stata espressa così apertamente prima. Perché Israele è scettico? Dall’inizio della guerra, Israele ha giustificato i suoi attacchi dipingendo tutti i gazawi come terroristi. I leader israeliani, compreso Netanyahu, hanno ripetutamente definito gli abitanti di Gaza “animali umani” che devono essere eliminati. Sostengono che tutti i gazawi abbiano appoggiato l’attacco del 7 ottobre e sono quindi obiettivi legittimi. Le proteste contraddicono queste affermazioni, dimostrando che molti abitanti palestinesi di Gaza si oppongono a Hamas e vogliono solo vivere in pace. Allo stesso tempo, Hamas si sente sempre più minacciato da queste proteste. A differenza delle precedenti manifestazioni che Hamas ha represso con la scusa di mantenere la “sicurezza”, ora Gaza è nel caos più totale. Non c’è più sicurezza da “mantenere”. L’occupazione israeliana controlla gran parte della Striscia e i bombardamenti quotidiani non lasciano spazio a una normale vita quotidiana. I manifestanti con queste proteste contro Hamas, sempre più estese, stanno esprimendo la loro disperazione di fronte alla guerra e alla sofferenza in corso, di cui anche Hamas è responsabile.

Sia Hamas sia Israele, infatti, stanno usando la popolazione di Gaza come ostaggio: Hamas per la sua sopravvivenza politica e Israele come scusa per continuare a distruggere. La popolazione di Gaza è intrappolata tra due estremi e i civili palestinesi sono le vittime. La guerra ha rubato il loro futuro, i loro figli e le loro case. Nel frattempo, i palestinesi continuano a essere usati: Israele vuole dipingerli tutti come terroristi per giustificare le uccisioni di massa; Hamas vuole controllarli con la forza, ignorando le loro sofferenze; i media arabi vogliono raccontarli come figure tragiche; il resto del mondo vuole che muoiano come vittime o che combattano come eroi. Ma quando la gente di Gaza finalmente alza la voce, chiedendo dignità e pace, viene messa a tacere, accusata di tradimento, repressa o bombardata. Alla fine, Gaza non è solo un campo di battaglia, né una storia che può essere modellata per adattarsi ai programmi politici. A Gaza vivono persone che vogliono vivere, che vogliono sicurezza e che sognano un futuro. Ma per ora le loro voci sembrano essere le più scomode per tutti.

da Minima&Moralia

“Se mai un giorno scrivessi un’autobiografia dovrebbe intitolarsi Troppo. Troppo povera, troppo malata, troppo grassa, troppo debole. Per tutta la vita c’è sempre stato qualcosa di me che era troppo poco. Oppure troppo”.

Sono estratti di una confessione tra le pagine di Bugie su mia madre (L’orma, trad. di Flavia Pantanella) di Daniela Dröscher. La scrittrice e drammaturga tedesca si interroga sulla possibilità che ciascuno abbia tre vite: una pubblica, una privata e una segreta, prendendo in prestito le parole di Gerald Martin in Vita di Gabriel García Márquez. Si muove tra passato e presente con continui flashback per narrare gli anni della sua infanzia, segnati dall’infelicità di sua madre, con cui oggi intesse un dialogo per cercare di dare risposte a drammi che le erano in parte incomprensibili da bambina.

L’autrice ripercorre i primi anni Ottanta sino al disastro nucleare di Chernobyl, isolando il periodo del trasferimento della sua famiglia da Monaco a un piccolo centro, Obach. La ristretta dimensione urbana contribuisce a enfatizzare alcuni aspetti affrontati nell’opera, come il peso del pregiudizio, la calunnia, la necessità di perpetuare una finzione continua per salvare le apparenze, la difficoltà a riconoscere le possibilità di emancipazione e l’indipendenza economica femminile (solo nel 1977 alle donne in Germania è riconosciuto il diritto all’autodeterminazione in ambito lavorativo). Dröscher indaga il corpo della madre, lo scarto tra l’armonia con cui la donna convive con la propria fisicità e l’effetto disturbante che quel corpo genera agli occhi del marito e della comunità.

Il corpo di mia madre rappresentava la visibilità in un mondo che puntava tutto sull’invisibilità.

L’atto politico della rivendicazione di sé attraverso il corpo reso nell’immagine di una donna irriverente, ironica, determinata e sicura di sé sul lavoro, che si piace e che avanza con gioia nell’esistenza, si scontra con i limiti di una visione patriarcale grassofobica che imputa a un aspetto fisico difforme rispetto a una presunta norma il motivo primario di imbarazzo e vergogna altrui. L’inesorabile condanna del dimagrimento forzato costringe la donna a una routine umiliante, come doversi pesare ogni sabato mattina davanti al marito (con vani stratagemmi come appoggiarsi al bastone lavapavimenti per alleggerire il peso). Le proibizioni subite sanciscono un’esclusione sociale e famigliare deleteria, come il divieto di partecipare alle vacanze estive al mare o alla cena natalizia di lavoro. Quel corpo diventa il simulacro di ogni fallimento, dalle cause processuali alla mancata promozione aziendale del marito, al faticoso avanzamento sociale nello scarso riconoscimento da parte della piccola comunità.

In un certo senso è come se mio padre, per tutta la vita, avesse confuso mia madre con una casa. Con la differenza che in una casa si possono fare degli interventi di valorizzazione senza chiedere il permesso, sul corpo di un’altra persona no.

Dröscher rintraccia nella dimensione domestica della sua infanzia il prisma attraverso cui osservare lo smarrimento dell’individuo e della società e dare forma a uno studio narrativo sulla scarsa attenzione verso la depressione, l’isolamento sociale, l’insicurezza emotiva; sull’esposizione infantile alla precarietà economica e affettiva con conseguente inversione di ruoli tra genitori e figli; sul mancato riconoscimento del sovraccarico emotivo e fisico di donne imprigionate nei doveri famigliari che trascorrono la maggior parte della vita a mettere da parte desideri e ambizioni in funzione delle responsabilità verso ruoli prestabiliti; sul velo tragico e triste che sovrasta esistenze condivise, trascorse permanendo in una condizione di estraneità reciproca.

Nel Kammerspiel che chiamiamo «famiglia» il bambino spesso finisce per diventare il parafulmine delle forze cui la donna è sottomessa nel patriarcato. Potrei stilare un lungo elenco dei gesti drammatici di mia madre. Il canovaccio scaraventato in cucina. La pentola sbattuta sulla tavola. Il cucchiaio di legno e il grembiule buttati via e lei che se ne va di punto in bianco lasciando ogni cosa sul fuoco. Lei che sale in macchina con lo sguardo inferocito e sfreccia via. Che all’improvviso smette di spazzare e getta la scopa in un angolo. Che si striglia i capelli lisci a colpi di spazzola. Anche mio padre possedeva questa drammaticità. È il linguaggio di tutta una generazione.

Bugie su mia madre si regge su ingrandimenti continui su scene del quotidiano che manifestano la complessità delle dinamiche relazionali, il significato della sorellanza, il ricatto della vacua armonia famigliare che sottende fratture tra accessi d’ira, silenzi e assoluta abnegazione, con miniature pervase di tristezza. Lei affacciata al balcone, che scruta il cielo con occhi nostalgici. Lei che inforna una torta con l’ultimo briciolo di forza che ha in corpo. Lei che sopporta stoicamente il dolore che le provoca ogni movimento. Ma la cosa peggiore era il suo sguardo. Ci brillava dentro una solitudine grave e grigia come il piombo.”

L’autrice si sofferma sul peso di condizionamenti culturali e sociali infestanti persino per il suo sguardo bambino, aggravati dalla diffidenza verso una donna considerata straniera perché figlia di tedeschi di Slesia immigrati nella provincia renana quando lei aveva sei anni. Tale aspetto è centrale nel comprendere la necessità della donna, in una comunità pervasa da stereotipi, di farsi largo anzitutto attraverso una cura estrema per il linguaggio e per la parola esatta, nella convinzione che la lingua sia la moneta in grado di definire l’appartenenza.

La storia personale si fa portatrice di una condizione condivisa per denunciare anche il paradosso esportato dagli Stati Uniti in particolare nel secondo Novecento in merito alla nuova attenzione riservata alla donna come consumatrice protagonista del mercato e al contempo vittima di canoni estetici irraggiungibili. Aspetti analizzati nell’opera attraverso un continuo rimando linguistico, a partire dalla riflessione sul momento in cui corpo e mente decidono di capitolare, rassegnandosi alla resa definitiva di fronte a un potere superiore.

L’opera è anche uno studio sulla figura del padre, su un patriarca non dominante ma insicuro, che vive un rapporto singolare con l’autorità, inesorabilmente assoggettato a una visione del lavoro con meccanismi proiettati sulla famiglia, e in linea con l’ideologia dilagante dal dopoguerra tedesco basata sulla ricostruzione, sul benessere e sul miracolo economico. Segnato dallo spauracchio del passato di povertà, nel desiderare il benessere finanziario l’uomo finisce per incarnare la figura del self-made man con contraddizioni come l’accettazione dello sbilanciamento salariare e dello sfruttamento di alcune tipologie di lavoratori. Nel profondo di tale visione si cela “la psicologia dell’uomo soldatesco, «corazzato», che traccia confini intorno a sé e li difende”.

Leggere Bugie su mia madre permette di interrogarsi sulla profonda attualità delle istanze sollevate dall’autrice nel porre implicitamente a confronto la società di quarant’anni fa e quella odierna a partire dal riconoscimento della necessità di una rivoluzione per contrastare la tendenza del patriarcato ad assoggettare le donne attraverso il controllo dei corpi, con una riflessione sul ruolo della scrittura come mezzo per indagare l’animo umano sulla soglia di menzogna e verità, sostanza e apparenza.

Scrivere non è una fuga. È fare un passo indietro. Fermarsi. Scrivendo posso abitare il confine tra fuggire e combattere. Senza paralizzarmi.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

(Minima&Moralia, 27 marzo 2025, https://www.minimaetmoralia.it/wp/libri/contro-lassedio-patriarcale-del-corpo-bugie-su-mia-madre-di-daniela-droscher/)

da il Corriere della Sera

Il libro che Viktorija Amelina voleva scrivere era il diario di un’investigatrice di crimini di guerra. Il libro che ha lasciato incompiuto è molto di più. La mattina del 24 febbraio 2022, quando è iniziata l’invasione su larga scala, quando i carri armati russi sono arrivati in un attimo alle porte di Kiev e gli elicotteri hanno cercato di conquistare l’aeroporto strategico di Hostomel’ (senza riuscirci), Viktorija Amelina stava rientrando da una vacanza in Egitto.

Ha scoperto che i voli per l’Ucraina erano stati cancellati, lo spazio aereo chiuso. Per alcune ore si è trovata in un non luogo. Non era nemmeno certo che l’Ucraina esistesse ancora. Da persone, gli ucraini erano «diventati la guerra». Amelina non poteva partire, non poteva restare. Alla fine, insieme ad altri, è riuscita a imbarcarsi su un volo per Praga. Solo dopo l’atterraggio si è messa a piangere. «“Mamma, perché piangi?” chiede mio figlio. “Perché siamo a casa” rispondo. “Ma qui non siamo in Ucraina” dice lui confuso. “Questa è Europa” rispondo».

Amelina lascia il figlio al sicuro in Polonia e prosegue il suo viaggio. Farà avanti e indietro molte volte, ma alla fine deciderà che il suo posto è l’Ucraina invasa, lontano dal figlio. Chiederà a un’altra poeta e autrice di libri per l’infanzia, Kateryna Mikhalitsyna, di aiutarla a trovare le parole giuste per spiegare al figlio quella scelta.

Nella prefazione a “Guardando le donne guardare la guerra” che esce per Guanda, Margaret Atwood parla di Viktorija Amelina come dell’Angelo Registratore, «che annota le buone e le cattive azioni». Definisce la sua scrittura «ispida, urgente, personale, dettagliata e sensuale». Io posso solo aggiungere che ho aspettato a lungo questo libro, ma leggendolo ho dovuto fermarmi più di una volta. Per lasciar depositare, per riprendere fiato.

Nella postfazione, invece, è Amelina stessa a spiegarsi: «Dal 24 febbraio 2022, da scrittrice sono diventata investigatrice di crimini di guerra, e poi ho dovuto imparare a fare entrambi i mestieri per raccontare a voi, al mondo, la storia della ricerca di giustizia da parte della società civile ucraina. Qui dovrebbe esserci anche la storia di come sto reimparando a essere madre per mio figlio di undici anni».

Amelina è cresciuta a Leopoli, accanto a una base militare, ma una parte della sua famiglia abitava a Lugansk, nel Donbass, quindi la sua infanzia si è svolta anche lì. Le zone ora occupate dai russi e che forse, chissà, verranno presto cedute in un negoziato ingiusto, rappresentavano per lei il luogo delle vacanze. L’invasione del 2014 le aveva rese irraggiungibili, aveva messo del filo spinato anche attorno alla memoria di Amelina: la linea di contatto, scrive, «mi separa dalla bambina russificata che sono stata in passato». Di quei luoghi irraggiungibili evoca le notti, l’Orsa Maggiore brillantissima in cielo. «Le stelle per me sono associate all’infanzia e a Lugansk. Sono cresciuta, Lugansk è stata occupata dai russi, il mondo è cambiato ma io non ho imparato a riconoscere nessun’altra costellazione».

Il libro incompiuto è pieno d’immagini così, dove la cronaca si fonde con il privato, la storia con la memoria, e cade ogni barriera fra testimonianza e diario intimo, fra scrittura giornalistica e romanzesca. «Tutto ciò che riguarda la guerra russo-ucraina è personale», ma solo una scrittrice di romanzi e una poeta poteva colmare la distanza residua fra attualità e sentimento che esiste ancora in molti di noi.

È per questo che “Guardando le donne guardare la guerra” sarà il libro sull’invasione dell’Ucraina. Anche fra vent’anni, quando ne saranno stati pubblicati molti altri, più compiuti, formalmente perfetti. Leggendolo, guardiamo una scrittrice guardare la guerra, ma non solo: la guardiamo abitarla, subirla e contrastarla, tentare di comprenderla con ogni strumento intellettuale a sua disposizione. «Ogni istante è pieno di significato e consapevolezza, o addirittura può essere cruciale».

Ci ricordiamo qual è il contributo insostituibile degli scrittori, cosa aggiungono alle migliaia di pagine di cronaca, ai filmati, alle analisi: i dettagli. I dettagli marginali, trascurabili eppure pieni di significato, memorabili. Come il momento in cui Amelina raggiunge la sua casa di Kiev, a pochi chilometri dal fronte, dopo il viaggio faticosissimo dall’Egitto attraverso la Repubblica Ceca e la Polonia, e nella dispensa trova «i biscotti comprati prima dell’invasione», che «non sono ancora andati a male».

Spesso le donne che Amelina intervista, tutte forti, determinate, crollano parlando degli animali. Il racconto ne è pieno. Cani, conigli, mucche e pecore uccise senza motivo, uno scarabeo portato in salvo nel mezzo di un bombardamento. È un tratto comune a molte guerre: le atrocità subite dagli esseri umani raggiungono presto un livello di saturazione emotiva, ma la violenza che si rovescia sugli animali innocenti scatena ancora delle reazioni. Il 12 marzo 2022 Amelina accoglie un’amica giornalista, Olena Stepanenko, alla stazione di Leopoli. Olena è riuscita a fuggire da Buča. Con un distacco raggelante le dice: «Ho visto cose terribili durante la fuga, ma non riesco a ricordarmele». Però si mette a piangere poco dopo, parlando del gatto che ha chiuso in casa nella speranza di tornare a nutrirlo. Olena si augura che i russi abbiano sfondato la porta e lui sia potuto fuggire. Strani, paradossali, i desideri che la guerra produce.

All’improvviso un appunto a pagina 109 ci fa sobbalzare. Amelina scrive: «Lo vedo, il futuro. Certo, possiamo essere colpiti da un Iskander da un momento all’altro, ma in qualche modo io vedo l’Ucraina dopo la guerra». È una premonizione. Un missile Iskander la ucciderà il 27 giugno 2023, mentre si trova nel ristorante Ria di Kramators’k. Un collaboratore dei russi verrà condannato per aver fornito le coordinate del bersaglio. Il resto della premonizione, vedere l’Ucraina dopo la guerra, rimarrà così una fantasia. Lo è ancora. Il tempo che è seguito all’assassinio di Amelina è bastato a finire il volume al suo posto, a tradurlo, a pubblicarlo anche qui, senza che la guerra di fermasse.

Proseguendo, la lettura diventa più difficile. Non solo perché il libro si frantuma in una raccolta di appunti, ma perché proprio la frantumazione lascia scaturire la violenza senza più mediazione, senza ritegno. Le torture, gli stupri, le detenzioni, le deportazioni, le mutilazioni. Le tre curatrici e il curatore di “Guardando le donne” hanno fatto bene a lasciare le frasi di Amelina interrotte, non sarebbe stato giusto confezionare una guerra ancora in corso, tentare di ripulirla. Solo Amelina avrebbe potuto farlo. Se ne avesse avuto il tempo avrebbe lavorato le sue note, levigandole, invece ci vengono consegnate crude, e anche per questo diventano all’istante una parte indispensabile della letteratura europea: «Abbiamo trovato Valya, ma non ne sapeva nulla. L’abbiamo abbracciata, perché ha perso suo figlio, e mi ha dato un sacchetto pieno di noci».

Nelle pagine si trovano molte considerazioni teoriche – su come istituire una nuova Norimberga, sul significato profondo della parola “genocidio” e sui limiti della definizione, sul proprio ruolo di scrittrice-investigatrice – ma non ci viene mai permesso di astrarre la guerra in considerazioni geopolitiche, in fantasie. Subito veniamo risbattuti a terra. Sono i dettagli a farlo, ancora una volta, i dettagli che Amelina raccoglie:

«Balaklija, giugno-agosto 2022: condizioni di detenzione disumane, minacce di essere usato come cavia per lo sminamento, tortura con pistola stordente, percosse con manganelli;

«Vesele: 2 persone, torture per annegamento in un secchio d’acqua… torture per impiccagione, percosse…;

«Husarivka: finte esecuzioni;

«Balaklija, aprile 2022: stupro».

Guardiamo Amelina guardare la guerra, perdere via via la capacità di trasfigurarla, aderire sempre di più al piano di realtà. Diventare in tutto e per tutto un’investigatrice di crimini, attenta al chi, al cosa, al come, al quando, perché la vera giustizia potrà iniziare solo così, da una documentazione meticolosa e ripetitiva, lontana dal sensazionalismo.

Il suo destino si salda a quello degli intellettuali ucraini uccisi in altre epoche. Il Rinascimento Giustiziato degli anni Trenta. Gli scrittori e gli artisti degli anni Sessanta. Vittime dei sovietici, della Russia che desidera più di ogni altra cosa eliminare ogni traccia della cultura ucraina, come se non esistesse. Ma ogni generazione indaga su quello che è accaduto alla precedente, evitando che accada.

In uno dei suoi viaggi di ricerca nelle zone liberate dalla controffensiva, Amelina ha fatto la scoperta più importante della sua vita. Sepolto nella terra del cortile della sua casa di Kapytolivka, ha trovato il diario di Volodymyr Vakulenko, uno scrittore come lei, sequestrato e ucciso dai russi. Ne ha curato la pubblicazione, lo ha mostrato al mondo. Un atto letterario che va oltre la letteratura, un atto civile che va oltre la civiltà.

Nell’ultima pagina di “Guardando le donne” Viktorija – “Vika” per tutti i suoi amici – è sul balcone della casa di Kiev e si accinge a scrivere la prefazione al diario di Vakulenko.

È cosciente che quello sarà il suo contributo alla storia dei massacri che proseguono nei secoli, ma non sa che non sarà il suo contributo più importante. Guardando i missili della contraerea levarsi in cielo annota queste frasi: «Non devo combattere alcuna paura. Non ho più paura di morire. Riesco perfino a immaginare quando tutte le donne che ho raccontato alla fine si incontreranno al mio funerale. Sono così prese a lottare per la giustizia che quella non sarà solo una buona occasione, bensì l’unica. Ma poi mi ricordo che devo ancora finire questo libro, guardare mio figlio crescere e forse, tra qualche anno, anche arruolarmi nell’esercito. Così lascio il mio balcone e questa magnifica seppure pericolosa vista e torno a scrivere».

Il volume

“Guardando le donne guardare la guerra. Diario di una scrittrice dal fronte ucraino”

di Viktorija Amelina (Leopoli, Urss, ora Ucraina, 1° gennaio 1986-Dnipro, Ucraina, 1° luglio 2023) esce il 18 aprile per Guanda (introduzione di Margaret Atwood, traduzione di Yaryna Grusha, pp. 330, euro 20). Viktorija Amelina è stata una scrittrice, saggista e poetessa. Si definiva una “investigatrice di crimini di guerra”. Nel 2021 Amelina aveva vinto il Joseph Conrad Literary Award per le opere in prosa ed era stata finalista allo European Union Prize for Literature e allo UN Women in Arts Award; nel 2024 le è stato assegnato postumo il Prix Voltaire Special Award. È morta quattro giorni dopo essere stata ferita da un attacco russo su Kramators’k.

da Doppiozero

Ci sono arrivata di colpo, come se la verità si fosse imposta con la forza dell’evidenza: chi commette i crimini più inimmaginabili alla luce del sole, alla lettera sotto i nostri occhi, può godere di una perfetta impunità proprio perché li commette apertamente, con sfrontatezza, senza bisogno di giustificarli.

Li commette, potremmo dire, “perché sì”.

Se così è, più il crimine è grande, più l’impunità è data. Era – e sotto altra veste e/o sigla continua a esserlo – la regola degli Imperi coloniali, ma anche del Ku Klux Klan. Si può, perché si è sicuri del vantaggio e dunque del consenso di alcuni, e della paura, dell’indifferenza o del servilismo dei più.

Lunedì 24 marzo 2025, mentre a Rafah, lembo meridionale della Striscia di Gaza, si bombardava uccidendo alla rinfusa civili, combattenti, giornalisti, personale sanitario, operatori umanitari, bambini, anziani, donne, a Susya, nell’area di Masafer Yatta, in Cisgiordania, le IDF, forze di difesa israeliane, arrestavano Hamdan Ballal, uno dei quattro registi di No Other Land, “pestato”, “linciato”, “picchiato a sangue” – secondo il vocabolario sempre più impreciso dei media – da coloni israeliani in armi spalleggiati dall’esercito di Israele.

Esattamente tre settimane prima, nella notte tra il 2 e il 3 marzo, quel film – realizzato dai palestinesi Hamdan Ballal e Basel Adra e dagli ebrei israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor – era stato insignito del premio Oscar come miglior documentario dell’anno. E gli occhi del mondo si erano puntati, d’un tratto, su quell’angolo di terra che molti neanche sapevano dove fosse e di quali eventi, da decenni, fosse scenario.

Nel febbraio scorso, scrivendone per “Doppiozero”, mi domandavo che cosa possa il cinema e come faccia a ottenerlo. Un film, in particolare se si definisce “documentario”, deve informare, mostrare, denunciare, commuovere, indignare? Oppure il suo compito è, appunto e innanzitutto, quello di documentare, ponendosi indirettamente come strumento politico del presente da un lato e prezioso contenitore di memoria dall’altro?

Come, in ogni caso, fare l’una e/o l’altra cosa, discostandosi attraverso la scrittura filmica dai reportage televisivi e dalle cronache in presa diretta diffuse dalla rete? Oggi, alla luce dei fatti appena accaduti, la questione è un’altra ed è infinitamente più grave e, sì, sconvolgente.

L’attenzione mondiale che l’Oscar ha richiamato sul diligente, appassionato lavoro di documentazione e denuncia dei quattro autori di No Other Land li ha sovraesposti, facendone un bersaglio ideale per chi sembra voler verificare senza tregua di quanto si possa spostare impunemente verso l’alto l’asticciola del consentito, del tollerabile, del moralmente lecito. Trasformati in star mediatiche e in oggetto di culto spettatoriale dal riconoscimento hollywoodiano, in altri tempi Ballal, Adra, Abraham e Szor sarebbero stati “intoccabili”. La loro fama avrebbe fatto loro da scudo: nessuno si sarebbe azzardato a sfiorarli, a rischio di produrre un effetto boomerang. Oggi, invece, è proprio la loro visibilità globale a suggerire di colpirli, ottenendo un duplice

effetto: punire e neutralizzare loro e misurare la soglia di tolleranza dell’opinione pubblica mondiale, lo stato di assuefazione o di sedazione in cui versiamo, la nostra residua capacità di distinguere il reale dall’immaginario e di reagire.

E se a Gaza, ridotta a camera della morte, è ripresa la mattanza è perché anche lì si sta testando l’atrofia del sensibile cui siamo giunti o – ma non è in fondo la stessa cosa? – la nostra incapacità di convertire in passioni attive e aggreganti i sentimenti di inquietudine, angoscia, depressione, vergogna, indignazione che pure abbiamo.

***

A distanza di ventiquattro ore dall’arresto e di una notte violenta in un carcere israeliano, Hamdan Ballal è tornato a casa. A difenderlo, l’avvocata ebrea israeliana Lea Tsemel, una delle figure più luminose, coerenti e incrollabili della galassia democratica di quel paese. Dalle cronache giornalistiche e televisive che riportano il fatto non è dato tuttavia capire perché Ballal sia stato oggetto di quell’angheria. Certo è che il suo “non anonimo” caso ha attirato l’attenzione dei media, distraendo l’opinione mondiale da quanto intanto accadeva a Gaza e, al contempo, confermando la legittimità dell’arbitrio. L’arbitrarietà, che si sa al di sopra del diritto, non è forse il corollario dell’evidenza di cui parlavo poc’anzi?

Il 19 luglio 2018 il parlamento israeliano approvava una legge costituzionale che faceva di Israele lo “Stato nazione del popolo ebraico”. Quel giorno stesso, dalle pagine del quotidiano israeliano “Haaretz”, il giornalista Gideon Levy la commentava con queste parole: «La legge sullo Stato nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla farsa di uno Stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno.

Se lo Stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraico. Israele dichiara di essere lo Stato nazione del popolo ebraico, non uno Stato formato dai suoi cittadini, non uno Stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una legge sincera».

Cito le parole di Levy, perché sincerità rima non da oggi con prepotenza. Si dice quel che si fa, si fa esattamente quel che si dice. In altri termini, tra il dire e il fare non c’è soluzione di continuità: si dice “inferno” e inferno è; si dice “li riporteremo all’età della pietra” ed ecco che la Striscia di Gaza si trasforma in un’apocalisse di macerie; si dice “li trasferiremo” ed ecco che i campi profughi di Cisgiordania vengono capillarmente smantellati, disperdendone gli abitanti e cancellando quel che resta dell’idea di “diritto al ritorno”.

Non credo sia necessario dire altro di ciò che sta avvenendo in Palestina. Per vedere, basta guardare. Mi preme invece ricordare che nulla di tutto ciò sarebbe possibile se lo “stato di esenzione” di cui Israele gode non fosse suffragato dai nostri governi, che in vario modo lo sostengono, legittimano e armano. Sì, il massacro oggi in corso a Gaza è un “genocidio assistito”. E altrettanto “assistito” è il piano di colonizzazione e annessione della Cisgiordania. Poiché ci pregiamo di essere cittadine e cittadini di uno stato democratico, se rimaniamo in silenzio ne siamo direttamente responsabili.

Ecco un raccolto strano e amaro*.

(*) Titolo e ultima frase dell’articolo si riferiscono alla canzone Strange Fruit (‘Strano frutto’) del 1939, interpretato dalla cantante blues Billie Holiday, in cui gli “strani frutti” che pendono dagli alberi sono i corpi dei neri linciati e impiccati dal Ku Klux Klan.

da Roba da femmine

È il 1987 quando, per iniziativa della Libreria delle donne di Milano, viene pubblicato “Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”. Si tratta di un lavoro collettivo e alla base c’è un’idea dalla portata rivoluzionaria: scrivere una vera e propria genealogia femminile, non solo ricostruendone le radici passate ma soprattutto mettendo in parola, nero su bianco, l’esperienza di un gruppo di donne che, a Milano tra il 1966 e il 1986, hanno fatto materialmente pratica di cura, amicizia e collaborazione tra loro. In altre parole e più sinteticamente:hanno fatto pratica e politica femminista

Ho deciso di partire da qui per affrontare il tema di questa settimana perché ricordo chiaramente il momento in cui, leggendo questo libro per la prima volta, sono rimasta rapita dal concetto di affidamento. L’espressione si riferisce a un tipo di relazione particolare in cui quello che avviene è che una donna si affida a un’altra donna, osservandone i comportamenti, seguendo gli insegnamenti, imparando a stare al mondo.

È molto importante tenere a mente che il contesto è quello dell’Italia degli anni ’70 in cui, grazie al movimento femminista, si prende coscienza del fatto che le donne sono completamente escluse dalla sfera pubblica e l’unico modo per entrarci è replicare il comportamento della cultura maschile. In passato, costruire una rete simbolica, linguistica, comportamentale tutta al femminile, ha rappresentano una risposta al modello egemone maschile, una alternativa che ha reso possibile una modalità di conoscenza e apprendimento in cui le donne, ispirate e guidate da altre donne, sono riuscite a trovare la loro strada, a conoscere se stesse, costruendosi una propria identità. Le donne sono state modello per le altre donne. Vi chiedo di tenere a mente questo punto perché ci servirà tra poco.

Ho pensato alla pratica di affidamento femminista per tutta la settimana perché – per tutta la settimana – mi sono ritrovata a discutere dei temi affrontati dalla miniserie Netflix Adolescence.Ne ho parlato ampiamente dal mio profilo Instagram e se volete saperne di più vi rimando agli ottimi articoli di approfondimento scritti da Paolo Armelli, Sara Uslenghi e Lorenza Negri per Wired. A distanza di giorni continuo a credere che il grande merito della serie sia stato quello di mostrare gli effetti di fenomeni la cui conoscenza non è scontata né mainstream. Abbiamo sentito nominare parole come incel, manosfera, redpille non meno importante persino Andrew Tate, l’influencer misogino attualmente sotto processo per tratta di esseri umani e stupro. Adolescence fa conoscere al pubblico ciò che la teoria femminista conosce e monitora da molto tempo.

Partiamo dalla base: si identificano sotto l’etichetta di InCel (Involuntary celibates) uomini soli, incapaci di instaurare relazioni sentimentali e sessuali con le donne. Questa incapacità non è riconosciuta come tale anzi, al contrario, dal loro punto di vista ad essere colpevoli di questa mancanza relazionale sono proprio le donne che, per questo motivo, sono viste come il sesso nemico da perseguitare e, nei casi estremi, distruggere, annientare.

Si tratta di una sottocultura radicalizzata che agisce soprattutto nelle piattaforme online, blog, canali telegram dedicati dove è possibile portare avanti senza alcun controllo idee misogine e campagne di odio verso le donne. Questa fittissima rete virtuale viene indicata con il nome di manosphere (maschiosfera), una dimensione maschiocentrica in cui tutto ruota attorno a una determinata idea di uomo e di mascolinità. La sottocultura InCel e le questioni ad essa connesse sono al cento dei Men’s studies il filone di ricercaanglosassone che si occupa di studiare in che modo le influenze culturali e sociali agiscono sui modelli di mascolinità dominante. Tuttavia è dagli anni 2000 che, con l’affermazione dei social media e in concomitanza con stragi connesse a gravi episodi di violenza maschile, il fenomeno InCel diventa una questione estremamente urgente.

I celibi involontari vengono anche chiamati “casti non per scelta” e io trovo molto centrato il riferimento alla castità (e dunque alla sessualità) perché il sesso – lo sappiamo bene – è uno strumento di potere e di controllo e attraverso la sua assenza, ovvero la mancanza della sessualità agita e scelta dagli uomini, emerge la frustrazione di una modalità di vivere la condizione maschile che non conosce alternative.

Questo gruppo di uomini che odia le donne individua nel femminismo l’origine di tutti i mali perché lo considera colpevole di avere promosso l’emancipazione femminile attraverso la conquista dei diritti, prendendo di mira la maggiore e nuova esposizione delle istanze femministe, resa possibile anche grazie al femminismo della quarta ondata la cui spinta è connessa al mondo online. Ma l’incitamento allo stupro o alla schiavitù sessuale – pratiche considerate necessarie per riportare all’ordine le donne – rappresenta solo la manifestazione più estrema di un problema che in realtà resta diffuso perché completamente normalizzato, e che, inevitabilmente, sfugge al confinamento virtuale e prende vita nella realtà. La misoginia quotidiana è introiettata nella nostra società al punto da essere invisibile. Ci siamo assuefatti alla misoginia.

Se vi state chiedendo in che modo questo sia possibile, vi invito a fare un giro su Youtube o Spotify per vedere – per esempio – quanti podcast, fatti da uomini per gli uomini, sono interamente dedicati alla promozione di una cultura misogina dove viene veicolata una violenza indicibile senza nessun tipo di conseguenza, tranquillamente alla luce del sole; esistono interi profili di dating coach, ovvero coloro che si definiscono “artisti della seduzione”, che sono impegnati a condividere tecniche per conquistare le donne ridotte semplicemente a meri oggetti sessuali. Anche questi impuniti e alla luce del sole.

Recentemente un personaggio controverso come Fabrizio Corona ha calcato due teatri importanti, Il teatro Nazionale di Milano e l’Alfieri di Torino, portando avanti uno spettacolo di quasi due ore dove vessava e insultava letteralmente donne note come Selvaggia Lucarelli, Elodie o Giorgia Meloni.

Tutto questo davanti a un pubblico visibilmente divertito e – ricordiamolo – pagante. La nostra società è disposta a pagare per vedere una violenza che dovrebbe essere sempre e solo condannata.

Tra gli InCel compaiono anche gli MRA (men’s rights activists) ovvero gli attivisti per i diritti degli uomini che nell’ultima campagna elettorale americana sono stati individuati da Trump come una fetta elettorale importante su cui concentrare le energie e infatti hanno rappresentato il 60% dei voti andati al partito repubblicano.

Anche in Germania, abbiamo assistito a uno scenario simile dove il partito dell’ultradestra Alternative für Deutschland è stato il più votato dai giovani maschi mentre le giovani donne tra i 18 e i 24 anni hanno votato per il 34% il partito di estrema sinistra Die Linke. Si chiama Modern Gender Gap ed è il fenomeno per cui le giovani donne (tendenzialmente più formate, lavoratrici e indipendenti) sono sempre più progressiste e votano a sinistra e i giovani uomini, sempre più conservatori, votano a destra.

Se i giovani uomini votano a destra è perché nelle destre dei nazionalismi vedono rappresentata quell’idea di forza, prepotenza e mascolinità che reputano un modello da seguire. Vedono rappresentata una visione di mondo ostile alle donne, sempre più misogina e violenta, che ostacola intenzionalmente i diritti civili e la libertà femminile. Il sessismo e il razzismo diventano una fortezza per assicurarsi di poter mantenere una identità che deve essere preservata.

Se ho iniziato questa newsletter raccontandovi della pratica dell’affidamento femminista è perché ritengo necessario che una pratica simile venga messa in atto anche nella sfera maschile. Abbiamo un disperato bisogno di uomini che si facciano carico di altri uomini, diventando modelli alternativi a quelli machisti promossi dalle destre mondiali. È un compito difficile perché se, nella loro storia, le donne lo hanno sempre fatto, gli uomini no. Si tratta ora di un richiamo alla responsabilità che è anche un richiamo alla sopravvivenza.

Questa volta non quella femminile, ma soprattutto maschile.

(Newsletter Roba da femmine, 26 marzo 2025)

da Doppiozero

«Anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori dal recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno.» Primo Levi, I sommersi e i salvati

«Se la solidarietà del genere umano deve essere basata su qualcosa di più solido della giustificata paura riguardo alle demoniache capacità dell’uomo, se la nuova e universale vicinanza di tutte le nazioni deve avere come risultato qualcosa di più promettente del terrificante aumento di odio reciproco e di una alquanto generale irritabilità di tutti contro tutti, allora deve verificarsi su scala macroscopica un processo di reciproca conoscenza e di crescente comprensione di sé.» Hannah Arendt, Humanitas mundi

Un duplice esergo, che segue una dedica: «A PalFest e JVP, due fari», dove abbreviazione e acronimo stanno per Palestine Festival of Literature e Jewish Voice for Peace.

Si apre così Il mondo dopo Gaza (tr. it. di Tiziana Lo Porto, Guanda 2025), saggio storico e politico in tre parti più un prologo e un epilogo fulminanti, pubblicato simultaneamente negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Spagna, Italia. Ne è autore il saggista e narratore indiano Pankaj Mishra, noto in Italia per i romanzi I romantici (Guanda 2020) e Figli della nuova India (Guanda 2023) e per le sue collaborazioni con le principali testate angloamericane – “Guardian”, “London Review of Books”, “New York Times”, “New Yorker” – e il settimanale italiano “Internazionale”. Nonostante la sua densità e la sua multidisciplinare erudizione, lo si legge in un soffio, come se la passione e la magnifica penna narrativa di Mishra, il suo sguardo acuto e sghembo di “osservatore distante”, la sua dichiarata alterità culturale producessero nel lettore occidentale quel tipo di spaesamento fertile che si prova quando ci si scopre non più detentori assoluti della visione e dunque dell’interpretazione.

Pankaj Mishra conosce perfettamente la storia occidentale, l’ha studiata, letta, osservata, potremmo dire che l’ha vissuta sulla propria pelle come cittadino di un paese che è stato colonia dell’Impero britannico fino al 15 agosto del 1947, giorno in cui fu proclamata l’indipendenza e sancita la partizione del subcontinente indiano in due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan) e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India).

La sua dunque è una “posizione eccentrica”, che gli permette di non impigliarsi nelle storie altrui, ma di riconoscersi in esse per via di comparazione, empatia e immaginazione. La sua prospettiva non è la nostra: è più ampia, meno locale. E tuttavia ciò che ha segnato il nostro orizzonte storico lo interpella al punto da farglielo sentire anche suo. Lo sapevamo, vero, che il Centro – troppo a lungo ritenuto coincidente con l’Occidente – è così autoriferito da essere cieco? È dai cosiddetti margini, la porzione più grande di mondo, che si vede con nitidezza. In questo particolare momento della storia ciò che da lì si vede deve essere assai simile a una mischia per vedere chi è il più forte.

Il mondo e Gaza, dunque. Da un lato, uno spazio geografico immenso e un’entità politica variegata, disomogenea, conflittuale; dall’altro, un’esile striscia di terra, 360 km² in tutto, oggi in via di rapido, progressivo restringimento. Una popolazione complessiva di oltre 8,2 miliardi di persone (dati aggiornati al 21 marzo 2025) contro una popolazione di 2 milioni e trecentomila persone (dati ottobre 2023), oggi falcidiata dall’operazione “Spade di ferro” condotta dalle forze armate israeliane a partire dall’ottobre del 2023 e dall’evacuazione in corso con il beneplacito dell’Occidente e dei paesi arabi.

Tra i due termini, l’autore ha scelto di collocare un avverbio di tempo: dopo. Come se Gaza non fosse un luogo, ma un evento periodizzante, uno spartiacque epocale che disegna una nuova, disastrosa cartografia. Trasformata in camera della morte, sottoposta a una radicale opera di sbancamento, la Striscia parla di un prima in via di cancellazione e di un dopo che alternativamente somiglia – per usare i termini adottati dal primo ministro di Israele e dal presidente degli Stati Uniti – a un “inferno” e a un gigantesco “cantiere”.

Per Pankaj Mishra tale scansione temporale non riguarda solo quel lembo di terra e il popolo che lo abita, bensì appunto il mondo e tutte e tutti noi. «Le mie origini indiane e il mio interesse per le società non occidentali», scrive, «mi hanno predisposto a guardare all’apocalisse razziale europea di metà Novecento insieme, piuttosto che separatamente, ad altre atrocità subite dalle minoranze e dai popoli colonizzati nell’era moderna». È questo che gli permette di individuare il «dispotismo intellettuale» che oggi governa il pensiero e le azioni delle istituzioni occidentali e di reagire scrivendo un libro il cui fine è «alleviare il mio sconcerto di fronte al degrado morale generalizzato e invitare i lettori ad approfondire, a cercare spiegazioni più urgenti che mai in questo periodo buio».

La sua è altresì una motivazione personale: non si può essere spettatori silenti e passivi della barbarie senza esserne corresponsabili. Movente e motore della scrittura sono dunque «il senso di colpa, una condizione umana diffusa dopo la distruzione in diretta di Gaza, e il dovere che i vivi hanno nei confronti dei morti innocenti».

Per capire bene la magnitudine e il coraggio dell’operazione compiuta da Mishra va detto che il suo saggio può essere letto come un romanzo di formazione: dall’originaria fascinazione per il nascente stato di Israele del 1947/48 e le sue successive imprese di conquista territoriale alla consapevolezza sempre più critica della natura coloniale del progetto sionista in terra di Palestina. «Crescendo in India negli anni Settanta», scrive Mishra, «avevo sulla parete una foto di Moshe Dayan, ministro della Difesa israeliano durante la Guerra dei sei giorni», aggiungendo subito dopo che quell’infatuazione per gli eroi israeliani «era irresistibile anche perché in India era fascinosamente illecita». Ed ecco il personale autobiografico intrecciarsi per contrapposizione all’allineamento politico dell’India di Nehru, che insieme all’Iran e alla Jugoslavia sostiene un piano per includere due stati autonomi, uno arabo e l’altro ebraico, in una Palestina federale unificata. Bocciato quel piano, l’India si unirà ai paesi asiatici e africani votando contro la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite, che il 27 novembre 1947 approvano il Piano di partizione della Palestina, e fino al 1992 resterà saldamente dalla parte dei palestinesi e dei loro diritti di popolo usurpato.

Nella prima parte del saggio, intitolata “L’aldilà della Shoah”, Mishra indica altresì un diverso intreccio, che potremmo definire generazionale e transculturale. La sua educazione sentimentale alla storia e alla geopolitica avviene sulle stesse opere che all’epoca facevano piangere e sognare gli adolescenti d’Europa e d’America: Exodus di Leon Uris, Dossier Odessa di Frederick Forsyth, 90 minuti a Entebbe di William Stevenson. Il “discorso” fortemente persuasivo e toccante in cui l’Olocausto si inquadra a livello globale ha finito per eclissare la storia e il ruolo modernizzante giocato dagli ebrei proprio là dove sono stati sterminati, cancellandoli due volte. «Di certo», commenta Mishra, «nessun gentile poteva competere in quanto a passione per l’uguaglianza con Karl Marx, Rosa Luxemburg e Lev Trockij. In tutto l’Occidente molti tra coloro che sostenevano i diritti uguali e inalienabili dell’uomo e i concetti di legge naturale universale e sovranità popolare erano ebrei. Ma questa identificazione con il cosmopolitismo liberale e l’universalismo sociale non fece altro che contribuire ulteriormente a identificare gli ebrei con tutti gli odiati turbamenti dell’umanità».

C’è, in questa prima parte del libro, una messe di citazioni che si propongono come una sorta di bibliografia ideale – da Einstein a Freud, Arendt, Zweig, Amery, Levi, Klemperer, Musil, Bauman – contro la tentazione nazionalistica. Nel 1919 Zweig, oppositore del sionismo immaginato da Herzl, scrive: «Politicamente vedo il compito degli ebrei nello sradicare il nazionalismo in tutti i paesi». E Victor Klemperer, autore di LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, nel 1934 annota nel suo diario: «Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d. C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono offensivi tanto quanto i nazisti. Con il loro fiuto per il sangue, le loro antiche “radici culturali”, il loro in parte snob, in parte ottuso riavvolgere il mondo, sono assolutamente tali e quali ai nazionalsocialisti». E nel 1939 ribadisce: «Le comunità ebraiche in Germania oggi sono tutte fortemente inclini al sionismo, e a me sta bene quanto potrebbe starmi bene il nazionalsocialismo o il bolscevismo. Liberale e tedesco per sempre».

Nella seconda parte del saggio, intitolata “Ricordare per ricordare la Shoah”, Mishra affronta di petto due temi scomodissimi: da un lato, la mancata denazificazione della Germania e al contempo la sua non paradossale transizione «dall’antisemitismo al filosemitismo»; dall’altro, «l’americanizzazione dell’Olocausto». Quello che ci propone è un ragionamento sulla memoria e sulla sua strumentale manipolazione. Il nazismo, ci ricorda l’autore, oltre alla sua opera di sterminio, ha creato centinaia di migliaia di rifugiati. «Ma né il dipartimento di stato americano né il ministero degli Affari Esteri britannico desideravano salvarli. Al contrario: temevano costantemente, e lavoravano per evitarla, una situazione in cui la Germania e le potenze del suo schieramento avrebbero costretto decine di migliaia di ebrei a consegnarsi nelle mani degli Alleati.»

Ecco perché, oggi, è indispensabile indagare tanto l’aspetto morale e ideologico della simbiosi americano-israeliana quanto l’irrigidimento filoisraeliano della Germania. A che cosa e a chi giova quel patto, che non può essere solo frutto di un senso di colpa inestirpabile. Come si spiegherebbe, se no, che quei due paesi siano così ciechi e consenzienti, se non direttamente complici, del genocidio in atto a Gaza e del piano di espulsione e annessione che sta investendo la Cisgiordania? E se, si domanda Mishra, Israele facesse da testa di ponte ridisegnando la morale e indicando un futuro in cui le regole democratiche maturate nel secondo dopoguerra non valgono più? Che sia un caso che le tecniche di “contenimento” e repressione delle IDF siano migrate nelle strade dei quartieri neri e ispanici degli USA, nelle piazze della contestazione studentesca a fianco della resistenza palestinese, ai confini sempre più vigilati dell’Occidente?

Tenete d’occhio «la linea del colore», suggerisce l’indiano Mishra, e dal magma nebuloso del presente comincerete a vedere affiorare forme chiare e distinte: l’“altro”, il nemico interno ed esterno, lo straniero, l’immigrato, il richiedente asilo, colui/colei che attenta alla bianchezza e ai suoi privilegi.

Ed è su questo punto che il saggio si chiude, sull’incapacità di un Occidente sempre più inconsistente e inquieto di andare “Al di là della linea del colore”, di prendere in considerazione «che l’evento più importante del Ventesimo secolo potesse non essere la Prima o la Seconda guerra mondiale, la Shoah, la Guerra Fredda o, per estensione, il crollo del comunismo, bensì la decolonizzazione». Schematici, pigri o forse semplicemente autoriferiti, gli opinionisti occidentali della seconda metà del secolo scorso, cresciuti in «un mondo privo di scelte difficili, economiche o politiche» si sono assestati nella comoda riorganizzazione post-1945 in tre sfere geopolitiche: l’Occidente, l’Unione Sovietica e il Terzo Mondo. Attribuendo alle democrazie occidentali il ruolo di garanti della libertà e di rappresentanti della civiltà di contro a nemici totalitari o autoritari e, a partire dagli anni Novanta, irreversibilmente votati al terrorismo, parola passe-partout o chiave universale per indicare ogni forma di resistenza, insubordinazione, rivolta. Un mondo sempre più in bianco e nero, conclude Mishra, sempre più diviso in “noi” e “loro”.

Il confine tra etnie, religioni, razze è tuttavia del tutto artificiale, poroso e instabile. Per renderlo invalicabile è necessario fare un assillante lavoro di propaganda. Ed è qui, con un atto di omaggio tra i più commoventi del libro, che lo scrittore cede la parola all’autore di I sommersi e i salvati: «Primo Levi avvertiva nel suo ultimo libro che anche le testimonianze dei sopravvissuti, “al di là della pietà e dell’indignazione che suscitano”, dovrebbero essere lette con “occhio critico”», dal momento che la memoria tende a una stilizzazione e a una semplificazione eccessiva. Levi deplorava la «tendenza manichea» nei resoconti storici «che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro».

Eppure quella tendenza è di nuovo tra noi ed è particolarmente insidiosa, perché nasce dalla paura, da un vero e proprio panico da “sostituzione”, come se non ci fosse spazio per noi e loro insieme. Il paradigma di Gaza non illustra proprio questo? Una furia di annientamento, contagiosa perché – ove necessario – ogni Occidente è capace di crearsi il proprio irredimibile “altro” e di attrezzarsi per sterminarlo. A questa «psicosi di sopravvivenza», che ha prodotto «i crimini di Gaza e i numerosi atti di complicità e voluta indifferenza che li hanno resi possibili», stanno oggi rispondendo, proprio nel cuore dell’Occidente, i più giovani. Feriti nell’anima da un mondo che inscena con orgoglio lo sterminio “giustificato” di bambini, donne e uomini innocenti, i ragazzi e le ragazze – ed è su questa nota che conclude Mishra – non esitano a scendere in piazza. «Non hanno fatto, e probabilmente non faranno, cambiare idea all’indurita opinione pubblica occidentale. […] Ma le manifestazioni di indignazione e gli atti di solidarietà che hanno avuto luogo in questi mesi potrebbero avere in qualche modo alleviato la grande solitudine del popolo palestinese.»

Per approfondire

Segnalo, accanto all’imperdibile libro di Pankaj Mishra, il “dopo Gaza” delineato da una serie di altre preziose pubblicazioni degli ultimi mesi:

– Raja Shehadeh, Che cosa teme Israele dalla Palestina? (Einaudi, 2024)

– Samah Jabr, Il tempo del genocidio. Rendere testimonianza di un anno in Palestina (Sensibili alle foglie, 2024)

-Jean-Pierre Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto (Einaudi, 2025)

– Lorenzo Kamel, Israele-Palestina in trentasei risposte (Einaudi, 2025)

– AA.VV., Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi, 2025)

– Rashid Khalidi, Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza (Laterza, 2025)

da Emma

Il commissario Simon Häggström invita le politiche e i politici tedeschi che continuano ad avere dubbi sulla punibilità dei clienti. Ha raccontato nel suo libro “Auf der Seite der Frauen” [Dalla parte delle donne] come funziona il “modello nordico” e come lui e le sue colleghe e colleghi arrestano i clienti e proteggono le prostitute

Naturalmente gli si deve porre quella domanda, perché è l’argomento principale contro la perseguibilità del cliente, che la Svezia ha introdotto già nel 1999. «Molta gente obietta: se si punisce il cliente, la prostituzione scivola nell’illegalità e dopo la polizia non può più individuare i trafficanti di donne. Che cosa ne pensa?» chiede quindi Kerstin Neuhaus dell’associazione “AugsburgerInnen gegen Menschenhandel”1. E benché Simon Häggström abbia sicuramente risposto già migliaia di volte a questa domanda negli ultimi dieci anni, lo fa anche stasera a Bonn, una volta di più e in tutta chiarezza: «Questa è la più grande menzogna che si racconta sul “modello nordico”!».

Questa era la risposta breve. La versione lunga suona così: «La prostituzione non può sprofondare nell’invisibilità perché prostitute e clienti devono incontrarsi», spiega Häggström. Il commissario della polizia criminale svedese lavora dal 2009 nel Dipartimento Prostituzione della polizia di Stoccolma e ora ne è il dirigente. «Quando una donna arriva in città, deve potersi proporre ai clienti. Quindi si mette su Internet. E se i clienti possono trovarla, possiamo anche noi».

Simon Häggström ci ha scritto un libro, su come fanno lui e i suoi tre collaboratori e collaboratrici a scovare i clienti. E ad aiutare le donne che si prostituiscono. Innanzitutto, a difendersi dai clienti brutali. E contemporaneamente a sfuggire ai loro sfruttatori e ad uscire dalla prostituzione. Per questo il libro si intitola “Auf der Seite der Frauen” [‘Dalla parte delle donne’, NdT] nell’edizione tedesca. Il commissario lo sta presentando in quattordici città tedesche, tra cui Bonn su invito di Solwodi2. Che il libro, già apparso in svedese e in inglese fin dal 2017, sia stato finalmente tradotto e pubblicato in tedesco lo si deve a un’iniziativa privata: le “AugsburgerInnen gegen Menschenhandel” ne hanno organizzato la traduzione, la stampa e anche il giro di presentazioni. Kerstin Neuhaus modera la serata.

Bisogna anche considerare cosa succede se una donna non si registra all’autorità. Qua in Germania sono registrate ufficialmente soltanto 40.000 prostitute circa, però complessivamente nel paese ci sono circa 300.000 donne in prostituzione, quindi più di un quarto di milione esercita illegalmente l’attività. «Questo fa sì che si crei della prostituzione in nero» constata il commissario, e spiega: «La probabilità che in Germania una donna che si prostituisce illegalmente denunci un problema alla polizia è pressoché nulla».

In Svezia va in tutt’altro modo. Lì la polizia si presenta alle donne e spiega loro che dalle forze dell’ordine non hanno niente da temere. E che hanno diritto ad aiuto e protezione. Molte donne arrivano da paesi in cui erano le “ultime degli ultimi”, per esempio le Sinti in Romania. «Alcune non hanno mai avuto l’esperienza di vedersi parlare rispettosamente da qualcuno che le guardasse negli occhi. Questo ci apre delle porte».

Simon Häggström ha avuto un vero e proprio shock quando durante la sua visita è stato a vedere le zone a luci rosse tedesche. La cosa peggiore per lui sono state le Verrichtungsboxen, le “cabine da prestazione” nella Kurfürstenstraße di Berlino. Lì il Comune ha installato dei gabinetti per le prostitute da marciapiede, in cui i clienti usano le donne.

Simon Häggström non può farsene una ragione e si scusa con il pubblico per il suo linguaggio. «Lì dentro c’è merda, urina, sporcizia. È fuori da ogni dignità umana». Anche se si considera la prostituzione un lavoro come un altro, com’è opinione corrente in Germania, sono comunque condizioni di lavoro che non si possono imporre a nessuno. «In Svezia però la prostituzione non la consideriamo un lavoro come un altro, bensì un aspetto della violenza maschile contro le donne». Per questo gli uomini che comprano le donne in Svezia vengono perseguiti. Quando la Svezia nel 1999 introdusse la punibilità del cliente – come parte del programma Kvinnofrid [‘pace per le donne’] di contrasto alla violenza contro le donne – la pena consisteva solo in un’ammenda proporzionale al reddito. «Tuttavia in seguito ci sono state sempre più proteste da parte dell’opinione pubblica perché gli uomini che comprano le donne se la cavavano troppo a buon mercato», racconta Simon Häggström. Dall’estate del 2022 per l’acquisto di sesso si commina sempre un mese di detenzione con due anni di libertà condizionata. Inoltre il reato resta per dieci anni sulla fedina penale. «E con questo in Svezia diventa difficile trovare lavoro, perché l’acquisto di donne è uno dei reati più vergognosi che abbiamo».

Il divieto di comprare sesso in Svezia ha avuto «un grande effetto normativo. Ha cambiato la mentalità», spiega il commissario. Soltanto un uomo su dieci/quattordici (a seconda dei sondaggi) in Svezia frequenta ancora prostitute. In Germania uno ogni quattro.

Ma anche nel nostro paese sono successe molte cose. Grazie, non da ultimo, al lavoro di informazione fatto da EMMA e da altre realtà che sono nate negli ultimi anni. Hanno tutte contribuito a fare chiarezza sulle drammatiche conseguenze della riforma rosso-verde della legge sulla prostituzione del 2001. Riforma che ha reso la Germania il paradiso dei tenutari di bordello, dei magnaccia e dei trafficanti di donne. Mentre in Germania gli sfruttatori della prostituzione giubilavano e si riempivano le tasche, seguendo l’esempio svedese un paese dopo l’altro introduceva la punibilità del cliente, depenalizzando contemporaneamente la posizione delle donne prostituite. Il cosiddetto “modello nordico” è in vigore oggi in quasi tutta l’Europa occidentale e arriva fino a Israele e al Canada. Arriverà presto anche in Germania?

Finalmente la CDU/CSU3 ha inserito nel programma politico del partito l’introduzione del modello nordico. Stiamo in attesa della posizione che risulterà dalla trattativa per la coalizione con la SPD4. Tuttavia anche tra i socialdemocratici aumentano le prese di posizione a favore della perseguibilità del cliente. Perfino il cancelliere uscente Olaf Scholz aveva spiegato che trova «inaccettabile che gli uomini comprino le donne».

«Che cosa consiglierebbe ai politici tedeschi?» chiedono al commissario Häggström a fine serata.

«Di guardare da dove arrivano i dati in loro possesso», risponde lui. «Naturalmente circolano molte menzogne sul modello nordico, perché è una grande minaccia per tutti gli sfruttatori della prostituzione. Tutte le zone a luci rosse della Germania dovrebbero chiudere». Ed esprime un invito alle politiche e ai politici scettici: «Venite in Svezia e verificate sul posto come funziona il modello nordico!» Sarebbe auspicabile che quelle e quelli che hanno ancora dei dubbi accettassero l’invito del commissario.   

(www.emma.de, 25 marzo 2025, traduzione di Silvia Baratella)

(1) ‘Cittadine e cittadini di Augusta contro la tratta’ (NdT).

(2) acronimo di di Solidarity with Women in Distress – Solidarität mit Frauen in Not, ovvero ‘Solidarietà con donne in emergenza’, associazione tedesca che sostiene le donne vittime di tratta e di violenza sessuale e domestica (NdT).

(3) Christlich-Demokratische Union, Christilich-Soziale Union nel Land della Baviera, Unione Cristiano-democratica (cristiano-sociale in Baviera), il maggior partito conservatore in Germania.

(4) Sozialdemokratische Partei, Partito Social-democratico, il maggior partito di centro-sinistra.

Di seguito il testo originale tedesco,

Fordert Kommissar Simon Häggström deutsche PolitikerInnen auf, die immer noch an der Freierbestrafung zweifeln. Wie das „Nordische Modell“ funktioniert und wie er und seine KollegInnen Freier verhaften und Prostituierte schützen, erzählt er in seinem Buch „Auf der Seite der Frauen“.

Natürlich muss man ihm diese Frage stellen, denn sie ist das Hauptargument gegen die Freierbestrafung, die Schweden schon 1999 eingeführt hat. „Viele Menschen behaupten: Wenn man die Freier bestraft, rutscht die Prostitution in die Illegalität und dann kann die Polizei die Menschenhändler gar nicht mehr fassen. Was sagen Sie dazu?“ fragt also Kerstin Neuhaus von der Initiative „AugsburgerInnen gegen Menschenhandel“. Und obwohl Simon Häggström diese Frage in den letzten zehn Jahren wohl schon an die tausend Mal beantwortet hat, tut er es an diesem Abend in Bonn noch ein weiteres Mal, und das in aller Klarheit: „Das ist die größte Lüge, die über das Nordische Modell erzählt wird!“

Das ist die kurze Antwort. Die lange Fassung geht so: „Prostitution kann nicht in den Untergrund rutschen, weil sich Prostituierte und Kunden finden müssen“, erklärt Häggström. Seit 2009 arbeitet der Kriminalkommissar im Stockholmer Dezernat für Prostitution und ist inzwischen dessen Leiter. „Wenn eine Frau neu in die Stadt kommt, muss sie sich den Freiern anbieten. Sie inseriert im Internet. Und wenn die Freier sie finden können, können wir es auch.“

Simon Häggström hat ein Buch darüber geschrieben, wie er und seine drei MitarbeiterInnen das machen: die Freier finden. Und den Frauen, die sich prostituieren, helfen. Dabei, sich gegen brutale Freier zur Wehr zu setzen. Dabei, ihren Zuhältern zu entkommen und aus der Prostitution auszusteigen. „Auf der Seite der Frauen“ lautet deshalb der Titel des Buches. In 14 deutschen Städten hat der Kommissar es gerade vorgestellt, so auch auf Einladung von Solwodi in Bonn. Dass das Buch, das schon 2017 auf Schwedisch und Englisch erschienen ist, jetzt endlich auch in deutscher Übersetzung vorliegt, ist einer privaten Initiative zu verdanken: Die „AugsburgerInnen gegen Menschenhandel“ haben Übersetzung, Herstellung und auch die Lesereise organisiert. Kerstin Neuhaus moderiert den Abend.

Das gilt auch, wenn eine Frau sich nicht bei den Behörden anmeldet. Da in Deutschland nur rund 40.000 Prostituierte offiziell registriert sind, sich hierzulande aber insgesamt rund 300.000 Frauen prostituieren, gehen also eine Viertelmillion Frauen einer illegalen Tätigkeit nach. „Das verursacht doch Prostitution im Dunkelfeld“, stellt der Kommissar fest und erklärt: „Die Wahrscheinlichkeit, dass sich in Deutschland eine Frau, die sich illegal prostituiert, mit einem Problem an die Polizei wendet, ist darum gleich Null.“

In Schweden sei das anders. Dort stellt sich die Polizei den Frauen vor und erkläre ihnen, dass sie von ihr nichts zu befürchten hätten. Und dass sie Anspruch auf Schutz und Hilfe haben. Viele Frauen kämen aus Ländern, in denen sie zu den „Untersten der Untersten“ gehören, zum Beispiel Sinti in Rumänien. „Sie haben noch nie erlebt, dass jemand auf Augenhöhe und respektvoll mit ihnen spricht. Das öffnet uns Türen.“     

Regelrecht schockiert hat Simon Häggström, was er bei seinen Besuchen in den deutschen Rotlichtbezirken zu sehen bekam. Am schlimmsten seien für ihn die „Verrichtungsboxen“ in der Berliner Kurfürstenstraße gewesen. Dort hat die Stadt am Straßenstrich Klohäuser aufgestellt, in denen die Freier die Frauen benutzen.  

Simon Häggström kann es nicht fassen und entschuldigt sich beim Publikum vorab für seine Wortwahl. „Da ist Scheiße, da ist Urin, da ist Dreck. Das ist jenseits der Menschenwürde.“ Selbst wenn man, wie in Deutschland üblich, Prostitution als normalen Job betrachte, seien das trotzdem Arbeitsbedingungen, die man niemandem zumuten könne. „In Schweden betrachten wir Prostitution aber nicht als normalen Job, sondern als Teil der Männergewalt gegen Frauen.“

Deshalb werden Männer, die Frauen kaufen, in Schweden bestraft. Als Schweden die Freierbestrafung 1999 einführte – als Teil des Programms „Kvinnofrid“ (Frauenfrieden) zur Bekämpfung von Gewalt gegen Frauen – bestand die Strafe noch in einer einkommensabhängigen Geldbuße. „Doch dann gab es immer mehr Beschwerden aus der Bevölkerung, dass die Frauenkäufer zu billig davon kommen“, berichtet Simon Häggström. Seit Sommer 2022 steht auf Frauenkauf immer ein Monat Haft mit einer zweijährigen Bewährung. Außerdem steht die Tat zehn Jahre lang im Vorstrafenregister. „Und damit ist es in Schweden schwierig, einen Job zu finden. Denn Frauenkauf ist eins der beschämendsten Verbrechen, das wir haben.“

Das schwedische Sexkaufverbot habe einen „großen normativen Effekt gehabt. Es hat das Mindset verändert“, erklärt der Kommissar. Nur noch jeder zehnte bis 14. Mann (je nach Umfrage) ist in Schweden Freier. In Deutschland ist es jeder vierte.

Aber auch hierzulande hat sich eine Menge getan. Nicht zuletzt dank der Aufklärungsarbeit von EMMA und vieler Initiativen, die in den letzten Jahren entstanden sind. Sie alle klären über die dramatischen Folgen der fatalen rot-grünen Prostitutionsreform von 2001 auf. Die machte Deutschland zum Paradies für Bordellbetreiber, Zuhälter und Menschenhändler. Während die Profiteure der Prostitution in Deutschland jubelten und sich die Taschen füllten, führte nach Schweden ein Land nach dem anderen die Freierbestrafung ein, bei gleichzeitiger Entkriminalisierung der Prostituierten. Das sogenannte „Nordische Modell“ gilt heute in fast ganz Westeuropa bishin nach Israel und Kanada. Bald auch in Deutschland?

Endlich hat sich die CDU/CSU die Einführung des „Nordischen Modells“ ins Parteiprogramm geschrieben. Wir dürfen gespannt sein, was die Koalitionsverhandlungen mit der SPD ergeben. Doch auch bei den Sozialdemokraten mehren sich die Stimmen für die Freierbestrafung. Sogar Noch-Bundeskanzler Olaf Scholz hatte erklärt, er finde es „nicht akzeptabel, dass Männer Frauen kaufen“.

Was raten Sie deutschen Politikern?“ wird Kommissar Häggström am Ende des Abends gefragt. „Schauen Sie, woher Sie Ihre Fakten bekommen“, antwortet der. „Natürlich kursieren viele Lügen über das Nordische Modell, denn es ist eine große Bedrohung für alle Profiteure der Prostitution. All die Rotlichtbezirke in Deutschland müssten schließen.“ Und er spricht eine Einladung an die SkeptikerInnen in der Politik aus: „Kommen Sie nach Schweden und schauen Sie sich vor Ort an, wie das Nordische Modell funktioniert!“ Es wäre zu wünschen, dass diejenigen, die immer noch zweifeln, der Einladung des Kommissars folgen.

(www.emma.de, der 25 März 2025)

www.emma.de/artikel/prostitution-nordisches-model-simon-haeggstroem-kommen-sie-nach-schweden-341655

da il manifesto

Si dice che la storia sia “maestra di vita”, ma è lecito dubitarne: le cose più orrende, a partire dalla guerra, si ripetono suscitando passioni simili a quelle – nazionalismi, imperialismi, razzismi, sogni reazionari e virili – che hanno prodotto catastrofi non troppo distanti nel tempo. Sono ancora tra noi persone che le hanno vissute.

Ma di fronte al pessimo spettacolo a cui assistiamo (intorno ai Trump, Musk, Putin, Netanyahu, Erdoğan ecc. ma anche ai vertici della cara Europa e della carissima Italia) la ricerca nella storia di qualcosa che ci illumini e ci consoli si riaffaccia.

Rileggiamo con attenzione, quindi, il Manifesto di Ventotene, contestualizzandolo, come consiglia Letizia Paolozzi su DeA. E magari chiediamoci perché uomini che non erano bolscevichi stalinisti (senza dimenticare che Stalin in quel momento era alleato di Churchill e Roosevelt contro Hitler) parlano esplicitamente di classe operaia, socialismo, e di alleanza con i comunisti, in vista del loro ideale federale e democratico.

Forse perché una politica capace di combattere le tendenze liberticide, i cattivi sentimenti, la produzione di disuguaglianze tipiche del capitalismo era già allora immaginata da veri democratici?

Venerdì scorso ho partecipato a Genova a un ricordo di Aldo Tortorella (organizzato dalla Fondazione Diesse con, tra altri, Gianni Cuperlo, Valentina Ghio, Ubaldo Benvenuti, Mario Paternostro) e ho citato un suo articolo su Via Dogana, rivista della Libreria delle donne di Milano. Un numero sul «comunismo di cui non possiamo fare a meno», gennaio/febbraio 1993. Era passato poco più di un anno dalla dissoluzione dell’Urss. Lia Cigarini e Franca Chiaromonte aprivano con un articolo (“Il comunismo a portata di mano”) che proponeva questo: finito il comunismo-Stato e entrato in crisi il comunismo-partito, realtà estranee al femminismo della differenza, «inizia una ricerca che coinvolge, in prima persona, quelle di noi che pensano la differenza femminile come irriducibile al sistema del profitto e del mercato, oppure quelle che sono “sentitamente” (cioè lo sentono) legate alle vicende del mondo operaio». Ricerca che parte «nell’unico modo possibile per noi: da quello che abbiamo a portata di mano, cioè dalla possibilità di modificare il nostro rapporto con la realtà». E insieme a uomini «che hanno dato segno di riconoscere autorità femminile nel mondo».

Il contributo di Aldo (“L’esempio di Eva”) pone domande radicali: capire perché «l’idea comunista, nata come tendenza alla liberazione umana, abbia originato – o non abbia efficacemente contrastato – la politica liberticida dello stalinismo». E indica una risposta molto impegnativa: «La pratica del movimento operaio non ha prodotto alcuna significativa nuova scoperta teorica della realtà e delle medesime modificazioni che esso stesso determinava, e perciò si è ristretta a una dottrina del potere e a una pratica del potere». Eppure non vuole abbandonare la “parola maledetta”, considerandola da sempre non una cosa, ma «l’idea-limite di una società libera e liberata dagli impacci posti dalla non conoscenza, dal non sapere, come l’altro terminale (teorico, s’intende) del cammino voluto da Eva con il rifiuto della inconsapevolezza, con il rifiuto della naturalità, con la conquista della conoscenza (e, naturalmente, dei suoi tormenti)».

Seguono ragionamenti sugli inganni della “naturalità” del capitalismo e sulla possibilità di elaborarne una “nuova critica”. Sono passati più di trent’anni e anche qui dobbiamo contestualizzare.

Ma credo valga la pena di ripensarci.

(il manifesto – In una parola – rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss, 25 marzo 2025)

dal Corriere della Sera

«Dare ai figli solo il cognome della madre». E poi: «È una cosa semplice ed anche un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere». Al Senato, ieri, si stava svolgendo quella che doveva essere un’assemblea di routine del gruppo del Pd. Ma a un certo punto l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini ha sparigliato, spiegando ai colleghi senatori la volontà di presentare «un disegno di legge» per sancire una svolta «dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre». Gli eletti del Partito democratico stavano discutendo delle proposte di legge sul doppio cognome, quando l’ex ministro (e peso massimo dei dem) ha preso in contropiede molti dei presenti, tanto che, quando a ruota è partito il fuoco di fila dal centrodestra, non c’è stata una risposta altrettanto forte dal Pd. C’è però, dall’ala sinistra dem, Laura Boldrini che applaude: «Ne parleremo e troveremo la strada migliore da seguire. Ma quello che è sicuro è che questo tema non si può più rimandare».

Il commento più duro, da destra, è quello di Matteo Salvini: «Ecco le grandi priorità della sinistra italiana: – attacca via social il leader della Lega – invece del doppio cognome, togliere ai bimbi il cognome del padre! Ma certo, cancelliamoli dalla faccia della terra questi papà, così risolviamo tutti i problemi… Ma dove le pensano ’ste idee geniali?». Gli ribatte Annalisa Corrado: «Per Salvini, dare ai figli il cognome della madre significa cancellare i padri dalla faccia della terra – scrive l’eurodeputata del Pd. – Ammette quindi che, per secoli, le donne sono state sistematicamente rimosse dalla storia e dalla memoria formale delle proprie famiglie. Ammette, dunque, la grande ingiustizia che hanno subito». Sarcastica la reazione di Galeazzo Bignami: «Quindi invece che il cognome del padre, gli diamo il cognome del nonno», scrive il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera.

Critiche alla proposta del senatore del Pd, un po’ a sorpresa, arrivano anche dagli ipotetici alleati: «Io ho fatto un salto sulla sedia quando ho visto la proposta di Franceschini – afferma Alessandra Maiorino, vicepresidente del M5S a Palazzo Madama–. Evidentemente al buon Dario sfugge quanto sia stato difficile già lavorare alla giustapposizione dei cognomi di entrambi i genitori». E poi: «Quindi interpreto la sua proposta come una provocazione, una boutade… Anche perché non si risponde a una discriminazione, sia pur millenaria, con un’altra discriminazione». Anche Carlo Calenda è piuttosto perplesso: «Altre priorità non ne abbiamo? Boh». Dal punto di vista prettamente legislativo, c’è infine l’opinione di Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, che non ha dubbi: «Il ddl Franceschini sarà criticabile ed impugnabile per illegittimità costituzionale: introduce una diseguaglianza».

da Erbacce

La città dove mi trovo, Rafah, è ora sottoposta a pesanti bombardamenti, gli abitanti rimasti sono stati sfollati e non sappiamo quale sarà il nostro destino. Paura e ansia stanno prendendo il sopravvento.

Quando finirà questo incubo?

Vi informo, sto avendo un problema con internet e sta diventando difficile accedervi.

Le vostre preghiere.

da Exibart

Prima io la guerra non sapevo proprio cosa fosse. Ho visto tutti i film e letto tutti i libri che ti consigliano, ma non sapevo nulla. Ci ha provato anche il mio nonno a raccontarmi dell’Italia, del fascismo e delle montagne emiliane che custodiscono il coraggio di chi non si voleva arrendere, ma le sue parole sapevano di storie lontane, da “c’era una volta”, come quelle che ti raccontano quando sei piccolo e fortunato appena prima di addormentarti. Questa volta invece la guerra è vicina e io sono andata a visitarla. Cosa significa andare a visitare un paese in guerra quando il tuo ha il privilegio di essere in pace ancora non lo so, di sicuro la prospettiva te la cambia. Prima banalità: la guerra è uno strumento per vedere le cose in modo diverso, vorrei essere originale, ma a volte la verità è banale. Ho scritto qui di seguito un diario di viaggio delle lezioni super-banali e mai-scontate che la guerra mi ha insegnato in una settimana.

Kyiv, giorno 1 – Il primo allarme drone non si scorda mai

O meglio notte 1, sono le 23.30 e sono molto stanca. Per raggiungere Kyiv da Milano ho preso un treno alle 6.00 del mattino, poi un aereo per arrivare a Varsavia in Polonia e dopo circa sei ore di attesa ho preso il pullman. Quello che sembrava essere l’ultimo step del viaggio in realtà inaugura la mia epopea. Sedici ore di pullman dopo, quattro di controllo alla frontiera e un panino con lisiecka arrivo a Kyiv, capitale dell’Ucraina, paese in guerra contro la Russia dal 2014 e che dal febbraio 2022 si difende dall’invasione su larga scala. Alla fermata del pullman mi aspetta un giovane biondo ucraino, Andrys Lutsiv, vestito con colori camouflage. Seconda banalità, ma la verità è banale. Andrys ha le braccia piene di tatuaggi e le scritte in latino Veni Vidi Vici io le riconosco subito, mi sorride e mi porge un bellissimo mazzo di fiori rosa: «Benvenuta in Ucraina». È tardi, mi faccio la doccia più desiderata di sempre e corro sotto le coperte. Tutti mi hanno sempre detto che ho il sonno pesante, «non ti svegliano neanche le bombe» mi dicevano e invece eccome se mi svegliano. All’improvviso, durante la notte, il mio cellulare squilla all’impazzata con un volume così alto che neanche lo sapevo potesse arrivare a questi decibel. «Allarme-allarme» ripete l’app del governo e qualche secondo dopo si aggiunge anche l’allarme dell’albergo «Pericolo: attacco droni. Correre immediatamente nel rifugio». Mi sveglio di soprassalto, mi ricordo dove sono e capisco quello che sta per succedere. Con una velocità da gazzella mi infilo le scarpe, prendo una felpa e faccio otto rampe di scale volando e corro al rifugio sotterraneo. Io non lo so dove ho imparato a reagire così alle situazioni di pericolo, sinceramente prima di venire qui pensavo di essere una schiappa, una di quelle persone che si paralizza e diventa un cubetto di ghiaccio. Evidentemente no, beh meglio così, penso. Il rifugio è quasi vuoto e ancora il perché non lo capisco, lo scoprirò solo tra qualche giorno. Le ore nel rifugio mentre c’è un pericolo di attacco drone in corso sono noiosissime. Niente a che vedere con i film, dove è tutta un’azione, adrenalina e elaborazione di piani per la fase successiva. Il telefono nel bunker non prende, quindi non puoi neanche collegarti alle news in tempo reale e fare finta che si rivolgano a te. Il libro nel mio scatto da gazzella me lo sono dimenticata e allora prendo una copertina sintetica gentilmente offerta dall’albergo, bevo un tè e mi metto a sonnecchiare sulla sedia. Dopo qualche ora l’allarme passa, possiamo tornare in camera. Che bello finalmente il letto!

Kyiv, giorno 2 – Quando le città vanno a dormire

È tardo pomeriggio e raggiungo lo studio dell’artista ucraino Nikita Kadan. Insieme a me ci sono gli altri compagni che sono venturi a fare visita alla guerra: due artisti (Stefan Klein e Nicola Zucchi), una giornalista esperta di zone ad alto rischio (Marie-Line Deleye), un curatore/artista che studia la danza come strumento di esorcizzazione del trauma in situazioni di conflitto (Bogomir Doringer) e un operatore e educatore culturale di Magnum Photo Agency (Pierre Mohamed-Petit). Insieme a Nikita ci sono altri artisti ucraini, il pittore Yuriy Bolsa, la curatrice Alona Karavai, le artiste Sana Shahmuradova Tanska e Olga Stein. Trascorriamo la serata sul terrazzo del suo studio all’ultimo piano di un elegante palazzo di Kyiv. Se gli artisti hanno studi enormi in palazzine borghesi della capitale significa che il mercato immobiliare è proprio crollato. Mangiamo pizze dal cartone e beviamo champagne. Parliamo di tutto e poi di niente. Di fronte a noi fa capolino la luna, piena come non lo è mai stata. Nel cercare le sigarette faccio un fermo immagine: artisti, una luna piena e discorsi sulla resistenza. La sera di un martedì e una dose di verità dritta in vena. In Ucraina la notte è stata rapita tre anni fa, da quando c’è la legge marziale e il coprifuoco obbligatorio per tutti. Sono le 23 ed è ora di rientrare in albergo. Rientro a piedi e Google Maps mi accompagna a casa passando a fianco a un parco. È notte e buio, eppure io non me lo ricordavo che fosse così buio di notte. Mi guardo attorno e non c’è neanche un lampione acceso, neanche un’insegna luminosa per chilometri. O almeno così penso, sono miope quindi le distanze le calcolo un po’ a spanne. Mi sembra veramente tanto buio, ho paura e inizio a guardarmi attorno. Se sei una donna cresciuta in Italia sai benissimo che dei parchi di notte devi avere paura, che qualcuno arriva, ti assalta, nessuno ti sente e poi ti tocca convivere tutta la vita con il trauma e combattere contro la magistratura che non ti crederà. Poi però mi viene in mente che uno dei compagni che visita la guerra insieme a me aveva già notato il buio e qualcuno gli aveva detto che è una precauzione militare, che anche le città devono andare a dormire non solo gli abitanti, perché se le luci sono accese e i lampioni raggianti, i russi lo vedono meglio dove colpire. Buio per camuffarsi e coprifuoco per tutti. Allora il drone fa più paura di un parco di notte.

Kharkiv, giorno 3 – Il negozio di pennelli con la porta spalancata

Quando penso a Kharkiv la mia mente fa un gioco strano, è come se il cricetino che regola i miei pensieri iniziasse a correre fortissimo e la mia memoria diventa in modalità x4-x6-x8, come quando clicchi il telecomando per velocizzare un film. Immagini di case bombardate, militari mutilati, futuri mancati scorrono velocissimi e poi appaiono immagini del parco rigoglioso della città, Viktor che chiede a Marija di sposarlo in stazione con un mazzo di rose rosse e la panetteria di quartiere. Quel giorno è a frammenti, come tanti pezzi di vetro rotto, non riesco ancora a ricostruire cosa fosse prima di schiantarsi a terra. Forse ci vuole tempo anche per ricordare meglio. O forse il tempo lenisce il ricordo e a un certo punto te ne freghi dei frammenti di vetro pungenti che ti tagliano i ricordi.

Eppure quando penso a Nataliia tutto rallenta. Nataliia Ivanova è la curatrice del centro Yermilov aperto dal 2012 come museo, prima come strip club. Da sempre in un rifugio antibomba, prima una scelta cool per uno spazio di arte contemporanea, ora una scelta salvavita. La direttrice ha curato la recente mostra Sense of Safety e nell’installazione di Thomas Hirschhorn insieme ai compagni che visitano la guerra abbiamo fatto una discussione, una tavola rotonda dove ci siamo chiesti se l’arte può avere un potere curativo, di healing. Mi siedo sulla sedia-opera d’arte del Yermilov Center e mi chiedo cosa ne so io del potere curativo dell’arte, ché prima di venire qui quando parlavo dei musei come spazi sicuri pensavo alla sicurezza del pensiero critico e il libero dibattito, robe teoriche mica spazio sicuro “se no ti esplode la testa”. A Kharkiv ho imparato che più sei vicino alla guerra, più la vita si impone rigogliosa. Siccome di immagini di dolore e di morte è pieno il mondo e anche il web e tanto frega poco a quasi tutti, io vi racconto della gioia e della felicità che ho trovato a Kharkiv. All’angolo con uno dei tanti monumenti impacchettati, non da Christo e Jeanne-Claude ma dallo stato perché alle bombe delle firme degli artisti d’arte pubblica non interessa nulla, c’è un duo rock and roll che canta al bordo della strada e da lì sono vicinissimo alla panetteria per provare «i dolcetti alla cannella più buoni del mondo». Sono seduta fuori dalla panetteria con i miei compagni che visitano la guerra e da quando siamo in compagnia di chi invece con la guerra ci abita, abbiamo tutti abbassato la suoneria del cellulare perché gli allarmi sono tantissimi e non smettono mai e non ti fanno neanche finire una conversazione in pace. Allora meglio abbassare la suoneria e godersi ogni momento, ché quando la vita ti obbliga a scegliere preferisco morire con un biscotto alla cannella in bocca e la luce del sole addosso invece che come uno scarafaggio sottoterra.

Ora di cena, ora di provare la famosissima zuppa boršč di Kharkiv. Per raggiungere il ristorante passiamo in una strada bombardata, dove i palazzi le cicatrici le hanno ancora sanguinanti, ma siccome per le tragedie ci sono i giornalisti e io sono una curatrice vi racconto del negozio di pennelli. Nella tragedia urbana, il frastuono degli allarmi e le cicatrici dei palazzi, il negozietto a conduzione famigliare di tempere e pennelli è aperto. Non vende né acqua, né cibo, né altri beni di prima necessità, solo strumenti per fare arte. Lo so che sembra assurdo ma quando non hai più nulla da perdere, l’arte torna a essere essenziale. Poter disegnare è un modo per sopportare, buttare fuori quello che altrimenti ti mangia dentro. Qualcuno dice che così ti traumatizzi da solo, non lo so forse ha ragione, ma a volte non hai scelta e da qualche parte come ti senti lo devi vomitare. La porta del negozio è letteralmente spalancata, come a voler urlare che le bombe fanno paura, ma da lì non ci si muove, qui si resiste perché se qualcuno oggi avesse bisogno di dipingere, il negozietto di pennelli sul confine con la guerra è aperto.

Kyiv, giorno 4 – Parla come mangi

Da oggi cambio il linguaggio con cui mi esprimo. Non sono più “stanca morta” e non ti “bombarderò” più di mail. Esistono luoghi nel mondo dove queste parole non sono metafore e allora vale la pena fare uno sforzo e pensare a immagini nuove per veicolare idee diverse da questo schifo.

Kyiv, giorno 5 – Pensieri di cui mi vergogno

Stare in una zona di guerra mi è piaciuto. Lo so suona pazzesco e forse perché un po’ pazza lo sono davvero, ma se scrivo è perché ho deciso di essere sincera altrimenti cosa lo perdo io il tempo a scrivere e voi a leggere. Credo che la guerra mi sia piaciuta perché mi ha fatto sentire “la vertigine della storia”. Quando sei in una zona di guerra, non sei più in un paese a caso, a fare cose a caso, con persone che a caso ti trovi vicino, o meglio forse sei comunque tutte queste cose, ma ti senti che un senso ce lo hai. La sensazione è quella di essere nel centro degli eventi, di stare nel nucleo delle cose, di essere parte di qualcosa di più grande e anche la tua piccola azione a caso in realtà ti sembra possa plasmare il corso degli eventi e il futuro delle generazioni che verranno: vertigine della storia. Un artista ucraino durante un allarme drone e una bottiglia di vino rosso affacciati in un cortile di Kyiv mi ha rivelato un altro pensiero di cui si vergogna. Mi dice che vivere in Ucraina è sempre stato piuttosto noioso, che era tutto banale e piatto e che ora in qualche modo è felice perché anche se si muore la sensazione è quella di fare la storia.

La guerra è una dose di verità in vena. Crudele che ti mangia l’anima e che ti ama fortissimo, non lo so come è possibile ma più sei vicino al dolore e più risuona l’amore. È tutto così fragile e temporaneo che i momenti si vivono con il cuore e l’anima aperta verso tutto e tutti. Le anime spalancate come la porta del negozio di pennelli di Kharkiv. Allora chissenefrega se perdo la metro e alla mail magari ti rispondo domani, ora brindo alle dieci del mattino al primo studio-visit della giornata perché anche oggi sono viva io, sei vivo tu e lo studio esiste ancora con le opere che custodisce. Come una droga, la guerra ti entra in vena e dopo che ha iniziato a circolare nel corpo e l’adrenalina pulsa insieme al sangue, allora i pensieri si armonizzano su livelli di amore e di dolore così intensi che quando torni tutto è lento, stupido e inutile. O almeno questa è la sensazione di chi la guerra è andata a visitarla, per chi la abita sono sicura che sarà molto diverso.

Giorno 6 – Studio-visit in guerra

Sono venuta in Ucraina per conoscere la scena artistica locale, fare studio-visit, incontrare gli artisti, i colleghi e le colleghe e immaginare progetti culturali internazionali. Networking, solo in una versione più pericolosa del solito. Non me lo aveva detto mica nessuno che la Sofia che è partita una settimana fa ora non esiste più, che quando vedi la guerra per la prima volta è come se perdessi la verginità e poi ti tocca renderti conto di chi sei e di quale spazio occupi nel mondo. Dopo che vedi la guerra adulto lo diventi per forza, anche se hai otto anni e giochi a palla. Siccome io a palla ho avuto la fortuna di giocarci per tanti anni e di non dover pensare ad altro che correre, ora bisogna che anche io protegga la partita a palla di qualcun altro. Quindi networking, quindi curatrice, quindi fare progetti internazionali con artisti ucraini. Io non lo so se gli artisti ucraini fossero già bravi prima della guerra, forse sì ma io qui prima non c’ero mai stata, quello che posso dire è che – loro malgrado – tra un’esplosione e l’altra, la guerra li ha resi dei maestri. Non ci sono più ricerche che si possono permettere di viaggiare in superficie, di galleggiare fra una tematica e l’altra e di sfiorare i materiali. Fuori dalla finestra dello studio c’è la guerra, la gente muore e i bambini salutano i papà alla stazione del bus per andare al fronte. Come un incantesimo inquietante, tutte queste energie rientrano dalla finestra dello studio e si impossessano della mano dell’artista per produrre opere straordinarie. Uso il termine impossessarsi perché la guerra non è una tematica che gli artisti affrontano, è a tutti gli effetti la co-autrice delle opere. Quando fai gli studio-visit e gli artisti ti mostrano i lavori e inizi a confrontarti, poi devi chiacchierare anche con la guerra che anche lei ha le sue cose da raccontarti. Ho riscontrato che questa co-autorialità fra artista e guerra ha nella produzione artistica la conseguenza di essere un crudele inno alla vita. Sembra paradossale ma è così.

Qui le tensioni ricorrenti fra gli artisti ucraini che abitano la guerra:

1. Sono ossessionati dalla memoria. C’è una generale postura compulsiva alle date e al ricordo preciso. Dimenticare è un peccato perché quando sei morto il mondo si scorda di te.

2. Presenza dei sogni e dell’onirico. Non importa se dipingono nel Medioevo, nel Novecento, a metà anni 2000: se la realtà fa schifo, allora ne inventano di altre.

3. Infanzia. Se la guerra è il fallimento totale degli adulti, allora gli artisti tornano ai bambini, all’infanzia, a chi puro e innocente lo è per forza. Morte e vita si rincorrono sempre.

4. Disegnano tantissimo, forse perché un foglio e qualche pastello te li porti appresso facilmente, anche se devi correre veloce.

5. Molti di loro sono ossessionati dal sottosuolo e dalla terra. Io che la guerra sono andata solo a visitarla ero ossessionata dal cielo, che per me era tramonto e alba con gli amici, mentre qui avevo paura del cielo perché è da lì che vengono i missili.

6. Tanti lavorano con il sonoro, perché la guerra oltre che negli occhi, ti entra nelle orecchie.

7. Mediamente sanno come costruire un drone. Se non lo sai fare te lo insegnano, anche a un techno-party il venerdì sera, perché se i droni li sai fare magari in prima linea ci va qualcun altro.

Kyiv, giorno 7 – Le paure degli uomini

Sul pullman di ritorno siamo tutte donne, alcune anziane altre meno, molte mamme e tanti bambini. Gli unici pullman su cui possono salire gli uomini sono quelli verso la guerra. Sì, perché in Ucraina c’è la legge marziale, nessun uomo lascia lo stato e tutti (almeno fino ai sessantacinque anni di età) possono essere mobilitati. Essere mobilitati, mi spiegano, significa che ti arriva una lettera a casa e in tre mesi se ti va bene o in uno di norma ti insegnano a fare la guerra. Ora che sono ormai dieci anni dall’inizio della guerra e due dall’invasione di larga scala gli uomini servono sempre di più, un po’ perché i militari sono stanchi, un po’ perché altri sono stanchi e morti. Allora la polizia ogni tanto decide di mobilitare la gente per strada. Tu stai camminando per la capitale e la polizia ti ferma e ti manda a fare la guerra, magari volevi solo bere un caffè o leggere il giornale all’aria aperta perché è domenica, ma ora devi fare la guerra. Qui gli uomini sembrano tutti grandi, forti e palestrati eppure io non ci credo che non hanno paura. Forse se sei grande, grosso e palestrato impari a nasconderla bene e le pressioni della società ti obbligano a chiuderla in un cassetto e buttare via la chiave. Certe emozioni non puoi proprio permetterti di provarle, perché devi salvare la famiglia, la madre e la patria. E se hai paura poi ti ricordi che i codardi non piacciono a nessuno e che non esiste neanche un monumento ai vigliacchi, allora deglutisci ti fai un tatuaggio sul braccio e appendi la bandiera della nazione. Forse mi sbaglio, io d’altronde un paese in guerra sono venuta solo a visitarlo e ci sono venuta da donna.

(Exibart, 23 marzo 2025. L’articolo è stato tradotto dall’inglese da Sam Vassallo. La sua versione originale è stata pubblicata su NERO. Fotografie su: https://www.exibart.com/attualita/una-settimana-per-imparare-la-guerra-viaggio-di-una-curatrice-in-ucraina/)

da il manifesto

Nell’ancoraggio a sé Carla Lonzi trova il punto di partenza per affrancarsi dagli assunti oppressivi della metafisica patriarcale, e della psicoanalisi, rivale ombra della filosofia: “Taci, anzi parla”, 1972-1977

A due anni dal “Manifesto di Rivolta Femminile” (1970) e dai primi esplosivi scritti femministi, l’anima radicale di Carla Lonzi avverte la necessità di avanzare in prima persona. Incompleto sul piano delle domande, teso nelle relazioni fra donne, il passaggio storico di Rivolta l’aveva mantenuta “in incognito”, intenta a schivare o mimetizzare l’espressione diretta di sé: «rischiavo di continuare a cogliere in me stessa dati di coscienza generali per il femminismo, piuttosto che ricostruire i momenti che li avevano prodotti». Senza conoscere il movente di quei dati, i capisaldi di Rivolta le parevano un lessico di intuizioni senza collegamento con possibilità reali della sua vita. Restava sospesa nelle generalità anche «l’illuminazione improvvisa» che le aveva rivelato quel suo rifugio incognito e misconosciuto come «il nuovo campo di soggettività della donna».

Le proclamazioni teoriche di “Sputiamo su Hegel” (1970) e di “La donna clitoridea e la donna vaginale” (1971), dopo aver fornito il propellente ai gruppi separatisti di autocoscienza e all’avanzata del femminismo di seconda ondata, andavano esposte alla prova di fuoco dell’esperienza personale.

L’opera che ne esce è un diario, la diuturna scrittura in prima persona congeniale alle donne tacitate. Comparso nei libretti verdi di Rivolta nel 1978, “Taci, anzi parla – Diario di una femminista 1972-1977” viene ora riedito a cura di Annarosa Buttarelli come tappa imprescindibile dell’opera omnia, in corso di pubblicazione per La Tartaruga (ora nel catalogo di La Nave di Teseo, pp.1082, € 25,00).

«Questo lavoro mi ha assorbito anni, giorno dopo giorno», «mi teneva in uno stato di concentrazione fortissima», «immersa in un’impresa al limite delle mie forze». Preso congedo da ogni programma di emancipazione e dalle promesse dell’oggettività – trappole tutte del patriarcato – il diario di Lonzi attraversa la densità dell’esistenza tenendosi alla sola fune dell’autenticità e di una caparbia fedeltà a sé: «Mi sono incamminata senza seguire nessuno».

Una struttura ardita articola i resoconti quotidiani con sogni, lettere non spedite, citazioni, vecchi scritti, poesie – registrazioni sensibilissime tanto dei moti di coscienza quanto delle vibrazioni sotterranee dell’incoscienza.

Tutte le scritture sono riportate alla dimensione generativa del presente e qui si riattivano e si connettono fino a rendere leggibile il profilo di una vita intera. Nessuna identità personale vi compare come già data e neppure è conquistata una volta per tutte – «Mi sento come una pupilla al variare della luce, sono un continuo dilatarmi e restringermi»; al lavoro sono piuttosto le relazioni – oppressive o liberatorie, sempre condizionanti e cariche di illusioni – col padre e la madre, con l’uomo e le amiche.

Una lunga introspezione, condotta «all’apprendistato di ciò che vivevo» e affidata a lettere, diari di adolescenza, poesie, era rimasta chiusa nel baluardo della cittadella interiore fino alla prova di fiducia ricevuta da Ester (Carla Accardi), che aveva sgretolato la prima cerchia di difesa facendo prorompere il femminismo e i gruppi di autocoscienza.

Quasi epilogo e traguardo della fase di Rivolta, è il riconoscimento imprevisto di Sara – l’atto circolare per cui si diventa soggetti «reciprocamente, cioè di fatto e non solo nelle intenzioni» – che consente a Lonzi, ancora inceppata nell’autodifesa, di proiettarsi in una vita nuova «con tutta la freschezza di persona inespressa».

Risalire la corrente della messa in secondo piano – quella che lei chiama inferiorizzazione – richiede in realtà costosissimi sforzi di coerenza sul piano delle relazioni e gesti radicali di svuotamento dalle acquisizioni culturali interiorizzate. In primis dalla dialettica, che era stata il lasciapassare di Lonzi per entrare nel mondo della cultura e reggere il confronto con il «momento più alto raggiunto dall’uomo». Dopo la sicura confutazione di “Sputiamo su Hegel”, è ora la volta di «sputare questo Hegel che ho dentro di me».

Sparite come “assoluti” e sganciate da ogni meccanismo necessario, arti, religioni e filosofie compaiono nel diario come estrazioni impreviste dalla fucina del singolare presente, «atti vitali per superare la solitudine, il dubbio, la disperazione». Il braccio della filosofia in particolare cessa di essere armato di teorie per caricarsi di tonalità personali: «Adesso ogni filosofo che incontro mi sembra di ritrovarlo dentro di me». Leggendo Bergson: «vi ho trovato quello che sto facendo, cioè registrare tutti i mutamenti della coscienza, che sono infiniti»; quanto a Spinoza: «L’ho letto d’un fiato: come tutto è chiaro, comprensibile, quante riflessioni in comune», «è proprio uno che parla di sé, ha la certezza dall’avere trovato in sé. Certo, questo è il filosofo, cosa pensavo che fosse?».

Una a cui scappa da ridere

In questo ancoraggio a se stessi senza altre garanzie Lonzi trova il punto di partenza per la liberazione dagli assunti oppressivi non solo della metafisica patriarcale, ma anche della concezione psicanalitica, che crede a una normalità senza autocoscienza.

Anche la psicoanalisi – rivale ombra della filosofia e della filosofa Carla Lonzi – viene infatti superata d’un balzo assieme all’intero costrutto dei sensi di colpa: «Inconscio, tu e io andiamo alle Bahamas. Non mi metterai più bastoni tra le ruote, adesso ti colgo sul fatto, te e i tuoi simboli»; e, ancora, «Se ti affacci, in qualsiasi enigma tu sia travestito, mi butto su di te. Ti spoglio in quattro e quattr’otto». 

Nella pulsazione tra discese fino alla perdita del senso di sé e risalite spensierate verso la leggerezza del proprio essere – «sono una a cui scappa da ridere» – affiora nell’animo di Lonzi una mancanza di unità mai saturata, anzi quasi salvaguardata come premessa autentica del sé.

Nessuna conciliazione armonica risolve le fratture della coscienza, che sono tenute insieme solo dal filo ininterrotto della scrittura.

Fra sdegno e dolore

Nelle poesie giovanili come nel procedere concentrato dei primi scritti femministi, Lonzi trova il grande piacere della corrispondenza a sé: «ci vedevo il riserbo, la lucidità, il tremito impercettibile che ha il mio modo di ragionare tra lo sdegno contenuto e la sofferenza risolta ma non dimenticata e il giro del pensiero che sdrammatizza il contenuto e raffredda l’urgenza espressiva».

Scrivere si rivela strumento necessario proprio nella sua funzione originaria di fermare i pensieri, precisarli e renderli comunicabili, immetterli nella relazione. Una modalità a un tempo espressiva e architettonica, che non richiede vocazioni e talenti eccezionali, né ambisce a inserirsi nelle forme della cultura maschile, ma è alla portata di tutte e di ciascuno, sulla via di una società «basata sui rapporti umani». 

Proprio in virtù di una scrittura priva di movenze letterarie, che pare aderire direttamente ai moti del pensiero, pagina dopo pagina il diario trova l’eloquenza splendente di una lingua senza eguali e può apparire con la sua “montagna di parole” il romanzo avventuroso di una vita esaminata.

da L’Altravoce il Quotidiano

In questi tre anni di guerra in Ucraina, più volte la paura di essere sull’orlo di una terza guerra mondiale atomica si è materializzata e adesso, che si apre qualche spiraglio per porne fine, quella paura riprende corpo di fronte a un’Europa che parla di riarmo e non di disarmo, di guerra e non di pace, di inimicizia e non di distensione. «L’Europa se vuole evitare la guerra deve prepararsi alla guerra», dice Von der Leyen, chiedendo ai Paesi europei di spendere per “difenderci” e per una “pace attraverso la forza”. La rappresentante della politica estera europea, Kaja Kallas, dichiara che lo scopo del riarmo è mostrare i muscoli a Russia e Cina; nel mentre il Parlamento tedesco, cambiando la sua Costituzione, approva un piano di riarmo che va dai 1000 ai 1700 miliardi per i prossimi dieci anni e Macron e il suo collega britannico offrono lo scudo nucleare. Cosa fare in questa follia collettiva? Cosa fare con le donne che si credono uomini? Più volte in questi tre anni di guerra ho cercato orientamento nelle parole di donne come Virginia Woolf a cui anche oggi, su queste pagine, sento il bisogno di tornare per non essere sopraffatta dalla paura e dal disorientamento che imperversano. Nel 1938 nel saggio Le tre ghinee, scritto in risposta a uno scrittore suo amico che le aveva chiesto di unirsi alla sua Associazione per fermare il fascismo e prevenire la guerra di cui si cominciava a parlare, rivolgendosi alle donne lei scrisse: «Dove ci conduce il corteo degli uomini colti? Pensare, pensare, dobbiamo. Noi non dobbiamo mai smettere di pensare dove ci conduce quel corteo». Pensare, pensare dobbiamo per prendere coscienza che, ieri come oggi, seguire quel corteo ci porta solo alla guerra. Pensare, pensare dobbiamo per tornare a quel sentimento di “estraneità” alla guerra che lei ci ha lasciato come insegnamento. «Combattere è sempre stata un’abitudine dell’uomo, non della donna […]. Come possiamo comprendere un problema che è solo vostro, e, quindi, come rispondere alla domanda, in che modo prevenire la guerra? Non avrebbe senso rispondere basandoci sulla nostra esperienza e sulla nostra psicologia: che bisogno c’è di combattere? È chiaro che dal combattimento voi traete un’esaltazione, la soddisfazione di un bisogno, che a noi sono sempre rimaste estranee». Tornare a quel sentimento di estraneità è quello che ha chiesto la femminista Alessandra Bocchetti nell’incontro di sole donne del 22/23 febbraio scorso a Roma. «Sentimento di estraneità che ci fa dire che questa storia non è la nostra storia anche se sempre ne siamo state travolte e a volte ne siamo complici. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Questa è la storia degli uomini […] il cui principio ordinatore è la forza […] la cui massima espressione è il potere». Storia di uomini, storia del patriarcato dal cui «recinto è terribilmente faticoso portare fuori le donne» e anche gli uomini che guardano alla guerra come unico scenario futuro. «È ora di andare via» dicono le donne col numero speciale della rivista Via Dogana pubblicata in occasione del cinquantenario della nascita della Libreria delle donne di Milano. È ora di andare via dal pensiero maschile della guerra, della forza e delle armi come ha chiesto, con parole diverse, anche papa Francesco nella sua lettera al Corriere della Sera. «Dobbiamo disarmare – ha scritto – le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra».

Andare via dal patriarcato, come insegna la storia del femminismo della differenza sessuale, storia poco conosciuta o mal insegnata alle nuove generazioni, non vuol dire indifferenza ma guadagnare uno sguardo libero sul mondo, orientato dall’amore per la madre, per la donna, generatrice di vita e non di morte. Pensare, pensare dobbiamo, donne e uomini, per come fermare la folle corsa al riarmo, prima che sia troppo tardi.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2025. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)

da Erbacce

Lakes International Comic Art Festival (UK) in collaborazione con il fumettista palestinese Mohammad Sabaaneh e con il supporto promozionale di Cartoonists Rights ha pubblicato Safaa and the Tent, il diario della fumettista di Gaza Safaa Odah. La traduzione è di Nada Hodali.

Safaa ha conseguito un master in psicologia che si intreccia con il lavoro di fumettista. Oltre a rivolgersi a un pubblico palestinese, il suo desiderio è di raggiungere altre persone in tutto il mondo e generare un impatto positivo.

Create tra ottobre 2023 e dicembre 2024, alcune delle vignette del libro sono state disegnate su una tenda. Dall’inizio della guerra a Gaza, Safaa è stata sfollata più volte, ma continua a disegnare e a pubblicare ogni volta che può sui suoi social. In Italia è pubblicata da marzo 2024 su Erbacce nella rubrica Una tenda in Palestina in cui abbiamo raccolto fumetti, video, interviste e articoli della psichiatra palestinese Samah Jabr da lei illustrati.

Secondo il fumettista Joe Sacco «alcune delle immagini più potenti e toccanti provenienti da Gaza, che non siano foto, si trovano in questa incredibile raccolta di disegni di Safaa Odah».

«Safaa si è opposta alla brutalità del genocidio con sincerità senza filtri», osserva Mohammad Sabaaneh. «Attraverso un istinto crudo, ha smantellato la narrazione ufficiale che cercava di disumanizzare i palestinesi, trasformando la sua arte in una potente confutazione. Quando la carta è diventata rara come il pane, la sicurezza e il conforto, non si è fermata: le pareti della sua tenda sono diventate la sua nuova tela, a testimonianza di una resilienza che non poteva essere cancellata. Noi palestinesi sappiamo bene che Naji al-Ali, il leggendario fumettista assassinato a Londra nel 1987, ha iniziato il suo percorso artistico anche sul muro della sua tenda».

Il libro Safaa and the Tent è disponibile su Etsy Store del Lakes International Comic Art FestivalLakes International Comic Art Festival (UK) in collaborazione con il fumettista palestinese Mohammad Sabaaneh e con il supporto promozionale di Cartoonists Rights ha pubblicato Safaa and the Tent, il diario della fumettista di Gaza Safaa Odah. La traduzione è di Nada Hodali.

Safaa ha conseguito un master in psicologia che si intreccia con il lavoro di fumettista. Oltre a rivolgersi a un pubblico palestinese, il suo desiderio è di raggiungere altre persone in tutto il mondo e generare un impatto positivo.

Create tra ottobre 2023 e dicembre 2024, alcune delle vignette del libro sono state disegnate su una tenda. Dall’inizio della guerra a Gaza, Safaa è stata sfollata più volte, ma continua a disegnare e a pubblicare ogni volta che può sui suoi social. In Italia è pubblicata da marzo 2024 su Erbacce nella rubrica Una tenda in Palestina in cui abbiamo raccolto fumetti, video, interviste e articoli della psichiatra palestinese Samah Jabr da lei illustrati.

Secondo il fumettista Joe Sacco «alcune delle immagini più potenti e toccanti provenienti da Gaza, che non siano foto, si trovano in questa incredibile raccolta di disegni di Safaa Odah».

«Safaa si è opposta alla brutalità del genocidio con sincerità senza filtri», osserva Mohammad Sabaaneh. «Attraverso un istinto crudo, ha smantellato la narrazione ufficiale che cercava di disumanizzare i palestinesi, trasformando la sua arte in una potente confutazione. Quando la carta è diventata rara come il pane, la sicurezza e il conforto, non si è fermata: le pareti della sua tenda sono diventate la sua nuova tela, a testimonianza di una resilienza che non poteva essere cancellata. Noi palestinesi sappiamo bene che Naji al-Ali, il leggendario fumettista assassinato a Londra nel 1987, ha iniziato il suo percorso artistico anche sul muro della sua tenda».

Il libro Safaa and the Tent è disponibile su Etsy Store del Lakes International Comic Art Festival

da il manifesto

Ursula von der Leyen ritiene che l’unico modo di sventare la crisi esistenziale dell’Unione europea sia “riarmarsi”: ha già ventisette eserciti a disposizione, più quattro di complemento; spende in armi una volta e mezza più della Russia da cui si sente minacciata, ma ritiene che occorra spendere il doppio: da ripartire tra l’industria delle armi degli Stati Uniti e quelle di ogni singolo Stato membro; comprese le fabbriche di armi atomiche di Francia e Gran Bretagna, in barba a quanto deliberato dall’Assemblea generale dell’Onu che le ha messe al bando.

Certo, con tutti quei soldi si potrebbe “risanare la Sanità”, ma forse anche l’istruzione e un po’ di ambiente, che sono da diversi anni troppo trascurati.

Il fatto è che per “riarmarsi” le armi non bastano. Ci vogliono anche uomini disposti a combattere, ma l’Europa – e l’Italia più di tutti – sembra esserne a corto: più dell’Ucraina, che quelli da mandare al fronte li ha consumati quasi tutti tra morti, feriti, invalidi, imboscati a pagamento, disertori e renitenti. A giustificare quel senso di superiorità che dovrebbe sostenere gli europei nella guerra, naturalmente per difendersi, ci ha comunque pensato dal palco del 15 marzo di Piazza del Popolo Roberto Vecchioni, snocciolando il rosario delle perle (letterarie) che “gli altri” non hanno. Mentre a promuovere una nuova leva di combattenti disposti a uccidere e a morire e un sano spirito guerriero ha provveduto oltre a Galli della Loggia, Antonio Scurati, con un articolo illustrato da autentici lanzichenecchi.

Ma qui sta il problema: non (solo) negli 800 miliardi a cui attingere per comprare sistemi d’arma per uccidere i nemici, e sistemi di sorveglianza per individuare i bersagli e respingere i migranti. Bensì, e molto di più, in quell’intreccio tra il primatismo eurocentrico vantato da Vecchioni e il perduto spirito guerriero rimpianto da Scurati e Galli della Loggia. Che cos’è quell’intreccio? È il virilismo di chi vede nella guerra, e nel saperla fare (e vincere, a qualsiasi costo) il complemento e il completamento ineludibile di un’umanità che non tradisca la sua storia di guerre, stragi, efferatezze e sofferenze inflitte dagli uomini ad altri esseri umani: cioè la quintessenza del maschilismo e del patriarcato, anche quando quel “sentire” e soprattutto quel “subire” ha riguardato e riguarda sia uomini che donne.

Per questo è limitativo contrapporre allo spirito guerriero che sta dilagando su tutti i media e, a seguire, sui social e nel discorso politico, la rassegna di quanto di meglio si potrebbe fare con quegli 800 miliardi e più. Il richiamo a quello spirito bellico non sente ragioni e travolge tutto, in attesa che chi non ne è stato ancora investito – la maggioranza dei cittadini europei, ma anche degli abitanti della Terra – venga travolto dal vento di quel “maggio radioso” ben noto alla storia patria, ma simile se non uguale in tanti altri Stati europei nel corso dei due ultimi secoli e più.

Ne risulta, in quella contrapposizione tra Occidente e Oriente mai rinnegata, o tra democrazia e dispotismo, “pezza forte” del primatismo Nato-centrico e bianco, una inversione delle parti: mentre rinuncia a farsi forte della maggior libertà che le donne si sono conquistate con le loro lotte nei rispettivi paesi, l’“Occidente democratico” sta riproducendo al suo interno i modelli del dispotismo orientale e del maschilismo islamico: il cittadino impregnato di virilismo guerriero – e per forza di cose, patriarcale – che si cerca di promuovere assomiglia sempre più a quel prototipo maschilista oggi impersonato da Putin non meno che da Trump, ma che ha un riscontro preciso nei capi carismatici del Jihad islamico o della teocrazia iraniana: quella contro cui sono in lotta le donne libere di tutti i paesi islamici al grido di «Donna Vita Libertà». Ma anche le madri e le mogli che in Russia come in Ucraina protestano contro il sequestro dei loro uomini mandati al fronte.

Non sono le bombe e i razzi degli Stati Uniti e di Israele a minare lo Stato islamico, né le bande jihadiste sostenute da Erdoğan a portare democrazia e libertà in Siria. In entrambi i casi la minaccia esistenziale per i regimi islamici è rappresentata dalla rivolta delle donne contro l’oppressione a cui la loro controparte maschile non sa e non vuole rinunciare. Ed è il confederalismo democratico del Rojava, egualitario, multietnico, partecipato e femminista a rappresentare una minaccia mortale per il maschilismo dei regimi islamici, mentre vent’anni di guerra e occupazione della Nato hanno fatto regredire allo zero assoluto la condizione delle donne afghane. D’altronde, neanche la democrazia è mai stata esportata da qualche parte con le armi.

Perché una cultura e una politica contrarie al vento guerriero che soffia in Europa si possa affermare è necessario riconoscere che anche da noi la sacrosanta battaglia contro il velleitario riarmo dell’Europa non può svilupparsi che a partire dalla capacità di scovare, riconoscere, smascherare e dissolvere di tutte le forme in cui il modello patriarcale, virilista e guerriero si presenta nelle diverse circostanze della vita quotidiana, prima ancora che nelle forme di potere attraverso cui si esercita. Una battaglia a cui tutte e tutti ci dovremmo sentire chiamati dal riconoscimento del ruolo che spetta alle forme più radicali dei movimenti femministi.

da L’Altravoce il Quotidiano

Guerre che ho (solo) visto è il titolo dell’ultimo libro della filosofa Rosella Prezzo edito da Moretti & Vitali. L’autrice ci fa riflettere sulle guerre che hanno “costellato” negli anni la vita di chi, come lei e me, è venuta/o dopo la seconda guerra mondiale/europea, dalla guerra in Vietnam passando per la guerra in Jugoslavia fino a quelle più vicine a noi. Guerre viste solo attraverso le immagini televisive che arrivano nelle nostre case e che lei da spettatrice vuole mettere “a fuoco” per capire e ragionare su come e perché, a partire dalla prima guerra nel Golfo, il linguaggio di guerra è cambiato, cambiata è la figura del soldato e delle vittime, cambiata è la guerra stessa con i progressi della tecnoscienza e l’avvento dell’intelligenza artificiale. È cambiato il linguaggio usato per giustificare la guerra agli occhi dell’opinione pubblica, si sono inventati termini come guerra “giusta”, “preventiva”, “difensiva”, “chirurgica”, “di bassa intensità”, “al terrore”, in nome del “diritto d’ingerenza”, “umanitaria”, “per la liberazione delle donne”. È scomparsa la figura del guerriero, del soldato che fronteggia la morte in battaglia, su cui gli uomini per secoli hanno costruito lo stereotipo della virtù virile e dell’identità del “vero uomo” e la retorica dei caduti in battaglia. Al reduce della prima guerra mondiale, al “sopravvissuto” dei lager della seconda, è subentrato il soldato tecnologico e burocratizzato che “sgancia l’ordigno sul bersaglio e va via”. Il suo corpo, vivo o morto, viene messo fuori scena, occupata questa dalle immagini di droni, missili, robot killer interconnessi, in grado di operare attraverso un algoritmo per individuare un bersaglio e attaccarlo, dando la “garanzia” di non mettere a rischio i propri uomini e di colpire i “corpi altrui” senza alcuna considerazione. «Come durante la guerra fredda furono alcuni scienziati a mettere in guardia rispetto ai pericoli di un conflitto nucleare spingendo i governi ai trattati di non proliferazione, anche oggi gli scienziati cercano di fare lo stesso per l’intelligenza artificiale applicata ai conflitti armati, al potere distruttivo della tecnoscienza.» Armi micidiali di una guerra “disumanizzata”, “spersonalizzata”, “postumana”, “vigliacca”. Quand’è che in Europa è iniziato il processo di “riabilitazione della guerra”, in antitesi al “ripudio” della guerra quale strumento di offesa e mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali? Quando è avvenuta la rottura del tabù della guerra sancita dalla carta di Helsinki del 1975, che prospettava un’Europa del dialogo e di pace, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale con i suoi 60 milioni di morti e il fungo atomico? È con la guerra nell’ex Jugoslavia, risponde l’autrice, con il coinvolgimento degli stati europei e la loro “operazione umanitaria”. Nella guerra delle armi micidiali della tecnoscienza emerge una nuova figura della “vittima”, la/il “profuga/o” che diventa la/il “rifugiata/o” e “richiedente asilo”. Pensare e dire la pace, oggi, significa «pensare l’impensato della pace» in quanto si tratta di uscire dal pensare la pace come assenza o conclusione della guerra. E per pensare l’impensato l’autrice convoca tre grandi scrittrici e pensatrici del novecento: Simone Weil, Virginia Woolf e Maria Zambrano, che «ci porgono un filo per uscire dal labirinto in cui sembriamo perderci, tra rinnovati massacri, stupidità guerrafondaia, svuotamento della democrazia». È il filo del «combattere con la mente» per fabbricare idee nuove e pensare «il destino del mondo», una «nuova costituente europea», «re-immaginare la democrazia», e combattere «contro le idee acquisite dal dominio patriarcale» come quella che la pace si crea con la forza delle armi. Il libro, molto intenso, si chiude con un’antologia di testi, scelti per ulteriori approfondimenti.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2025. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)

da Avvenire

Don Riccardo Mensuali (Pontificia Accademia per la vita) riflette sui riferimenti culturali per gli uomini del nostro tempo: abbiamo un modello antropologicamente sicuro, quello di Gesù nei Vangeli

Maschi contestati e processati, ai margini delle relazioni sociali e di quelle familiari. Ma maschi anche che hanno deciso di costruirsi una nuova identità, più presentabile e interessante. La traccia potrebbe essere rappresentata da quell’antropologia cristiana che sull’argomento offre, a chi li sa cercare, modelli spiazzanti proprio perché ispirati all’immagine maschile di Gesù nei Vangeli. È la lunga cavalcata alla ricerca del maschio, del padre, del marito presentata da don Riccardo Mensuali nel libro Pieno di grazia. La sfida cristiana per il maschio del nostro tempo (San Paolo, pagg,192, euro 18).

Le quotazioni della paternità non sono mai state così basse, ma le statistiche ci dicono che i ragazzi – più delle ragazze – raccontano che a loro piacerebbe avere molti figli, desiderio che poi nella maggior parte dei casi non viene realizzato. Perché questa contraddizione?

Si potrebbe banalmente dire che i ragazzi sono meno consapevoli di quanto “costi” una maternità. Invece credo che nel cuore di un giovane esista un vero desiderio di realizzarsi anche a partire dalla paternità, da un servizio che per forza ci porta a renderci più gentili, più attenti e pazienti, più impegnati nella cura. Come se tanti ragazzi avvertissero che l’antidoto a violenza, modi bruschi, durezza è far da padre ad un figlio. È un po’ quello che ha cantato a Sanremo Lucio Corsi: Non sono nato con la faccia da duro / Ho anche paura del buio.

Il maschio, programmato da secoli di vita sociale a usare la parola in pubblico, nella vita familiare sceglie spesso il mutismo, o al massimo i monosillabi. Perché imparare ad esprimere emozioni e sentimenti attraverso la parola può essere una via privilegiata per far crescere la qualità delle relazioni?

La scarsa loquacità maschile nelle relazioni è quasi proverbiale, come se dovessimo spendere le nostre energie solo davanti a un gran pubblico. Ma anche questo comincia a diventare uno stereotipo vecchio. Ai corsi matrimoniali ormai si parla moltissimo, anche di sé, e lo fanno volentieri anche i futuri mariti. Per noi cristiani, figli della Parola, è una grande occasione. Dare le giuste parole alle emozioni, descrivere con sobrietà e saggezza quel che si sente non è solo da lettino da psicologo. È da vero uomo. Ricco di interiorità.

Qualcuno ha ipotizzato che la crisi del maschio è andata in questi decenni di pari passo alla crescita di responsabilità e di ruoli della donna, come se la parità fosse il più grande problema dell’uomo. Traguardo, sotto sotto, inaccettabile. Quanto c’è di vero in questa posizione?

Bisogna stare attenti a come si parla. Perché si fa presto a dire che siccome l’uomo non accetta di buon grado l’emancipazione, fa fatica, allora la colpa è delle donne. Qualcuno non solo lo pensa, ma lo dice pure. Direi, più precisamente, che troppi maschi li troviamo arretrati, impreparati al nuovo mondo, più femminile, dove prevale la forza del cervello, dell’empatia, della ricchezza di capacità relazionali. In questa nuova e buona “gara” bisogna allenarsi. Se il maschio rimane indietro, è colpa sua. Come lo è reagire con l’istintiva e non curata violenza del frustrato.

Molto interessante, tra le tante riflessioni che lei propone, quella sull’ultima paternità, quella dei grandi anziani che spesso hanno figli prossimi alla pensione. Si tratta però di valorizzare il loro ruolo e rispettare la storia che c’è alle spalle di ciascuno di loro. Come riuscirci?

Spesso non ci si riflette molto su quanto non sia semplice invecchiare bene, con serenità e costituire buoni padri anche sugli ottanta, novant’anni. Si dà per scontato che sia tutto sorgivo. Non è così. Si impara anche a diventare vecchi. Lo spirito cristiano ci propone di essere figli e discepoli del Maestro sempre. Prepararsi bene e con cura a lasciare questo mondo per entrare nella vita eterna può costituire una testimonianza importante per figli ormai molto adulti, che ricorderanno di certo come il padre se n’è andato.

Perché ritiene che il modello di uomo, di maschio, di marito offerto dall’antropologia cristiana possa rappresentare una strada percorribile e auspicabile per “vivere da uomini”, oltre tutte le contraddizioni e i luoghi comuni?

Semplicemente perché noi uomini potremmo, con qualche scaltrezza, quasi “approfittare” del fatto che abbiamo già un vero modello d’uomo nella figura di Gesù, come emerge dai Vangeli. Lo sappiamo, non era sposato né aveva figli, ma chi più di lui è maestro d’amore, maestro privilegiato di relazioni umane? Sapeva avvicinare una donna come un uomo, sapeva parlare o ascoltare a seconda del momento, adirarsi o essere maschio dolce e diverso da tutti quando occorreva. Sapeva sbrigarsi ma anche fermarsi. Ha saputo far da padre agli Apostoli delegando loro poteri e responsabilità, li ha fatti scontrare coi loro limiti perché li superassero. E quando tutti volevano che rimanesse, se ne è andato per agire attraverso di loro, cioè di noi e della Chiesa. Non vedo, al mondo, modello di maschio più efficace ed attraente. Un uomo che conquista.

da Doppiozero

Una donna incinta, nuda, siede sul letto. Rivolge un sorriso complice e sereno al bambino dentro di lei, con una mano accarezza la pancia, mentre l’altra la sostiene dolcemente dal basso. In questo gesto semplice e potente c’è tutto il senso dell’attesa, della trasformazione, della vita che sta per nascere. È l’idea che percorre il volume Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta (Einaudi, 2024), con le fotografie di Paola Agosti e il commento di Benedetta Tobagi. Noi non eravamo artisti, noi eravamo dei reporter, eravamo dei testimoni del nostro tempo, l’arte c’entrava relativamente poco, noi facevamo quel lavoro per vivere, afferma la fotografa con asciutta schiettezza.

Eppure in “quel lavoro” c’è qualcosa che si spinge oltre la semplice testimonianza. Come la donna incinta accarezza il futuro che porta in sé, lo sguardo della Agosti dà vita a qualcosa che sta nascendo, un mondo femminile che si svela, si afferma e reclama il proprio spazio. Donne tra loro differenti, legate dalla forza con cui hanno cercato un destino diverso, dal coraggio con cui hanno sfidato le regole di un mondo che le voleva silenziose, sottomesse, chiuse fra le mura di casa. E grazie a loro, il cammino di chi è venuta dopo si è fatto più libero.

È questa determinazione che lega Paola Agosti alle donne, un filo teso tra lo sguardo e l’azione, tra chi racconta e chi si fa racconto. Determinare non è solo fissare un confine, dare un contorno netto alle cose, ma è anche un atto di volontà, una scelta precisa. Significa tracciare un sentiero là dove sembrava non esserci strada, prendere posizione accanto a chi è stato troppo a lungo escluso dalla narrazione ufficiale. È un gesto che incide, segna e restituisce dignità a chi, altrimenti, resterebbe nell’ombra. La Agosti non si limita a osservare, mette a fuoco. E nel farlo, si schiera.

Sono stata femminista come molte. Mi riconoscevo sicuramente nelle lotte che il movimento portava avanti. Grazie al lavoro mi consideravo una donna emancipata; tra l’altro venivo da una famiglia dove le donne erano tenute in grande considerazione e avevano studiato e lavorato.

Fra le fotografie del suo archivio, ben ventimila dedicate alle donne, ci sono le anziane militanti del Partito comunista, le donne dell’Udi, le avanguardie femministe radicali, le singole attiviste fra cui la linguista Alma Sabatini con un enorme cartello, la scrittrice Dacia Maraini che guida un corteo, la radicale Adele Faccio arrestata durante una conferenza internazionale sul divorzio, Gigliola Pierobon con l’avvocata ed ex-partigiana Bianca Guidetti Serra che la difendeva contro l’accusa di aver abortito a diciassette anni.

Se il personale è politico è il principio con cui le femministe mettono in discussione la società, per la Agosti è il filtro da porre sull’obiettivo, la sfumatura che dà una tonalità nuova al reale. La maternità al lavoro, la sessualità femminile, la violenza domestica, non sono semplici questioni private, ma riflettono strutture di potere e disuguaglianze radicate nella società. Compagni nella lotta, padroni nella vita, con questa ambiguità facciamola finita è il pensiero che anima sindacaliste, operaie, casalinghe, impiegate e studentesse, nella manifestazione organizzata a Roma dai metalmeccanici il 2 dicembre 1977.

Grazie al fatto di essere una donna, e di avere una fotocamera, la Agosti viene accolta all’interno dei collettivi e delle manifestazioni con una confidenza che difficilmente sarebbe stata concessa a chi non ne condivideva l’impegno. Le femministe, infatti, erano consapevoli del potere dell’immagine e della necessità di raccontarsi con un proprio sguardo, senza mediazioni esterne che potessero distorcere il loro messaggio. In un contesto in cui i media tradizionali banalizzavano o travisavano le istanze femministe, il lavoro della Agosti era visto come una forma di militanza.

Si aprono le porte dei consultori, quelle delle case dove le donne lavorano a domicilio e accudiscono i figli, quelle di Radio città futura,emittente romana legata alla sinistra extraparlamentare, che all’interno del palinsesto quotidiano concede due ore alle femministe, una delle quali è riservata alla trasmissione Le donne escono dalle cucine.

Si aprono le porte delle redazioni, EFFE, Quotidiano Donna, e poi quelle di Noi Donne,la rivista dell’Udi con cui la Agosti collabora per più di vent’anni. È stato un lavoro molto, molto bello… Ho girato l’Italia, e grazie a Noi donne sono entrata nelle case di chi faceva una vita ben diversa dalle ragazze che sfilavano a Roma nei cortei femministi: le operaie, le mondine, le vecchie partigiane […], per me rimane una tappa fondamentale della mia vita di fotografa e di donna.

Nel 1976 molte di quelle immagini confluiscono in Riprendiamoci la vita, un libro pubblicato dall’editore Savelli da cui sono germogliati altri progetti, nati quasi per necessità, per il bisogno di continuare a raccontare. Con Firmato Donna, Agosti ha dato un volto a cinquantasei tra le più grandi scrittrici italiane del Novecento, donne che con le parole hanno costruito nuovi spazi di libertà. Con La donna e la macchina (1983), è entrata nelle fabbriche del Nord-Ovest, mostrando le operaie nel loro quotidiano, rivelando la fatica di chi ha avuto un posto nel mondo del lavoro, ma quasi mai nel racconto ufficiale.

Nel 1977 Paola Agosti sente il bisogno di allontanarsi dalla frenesia della vita in città, dai tempi stretti della cronaca, dalla ressa dei fotografi. Chiede a Nuto Revelli, che conosceva sin da bambina perché era stato partigiano con suo padre, di poter ripercorrere con la sua macchina fotografica l’itinerario di Il Mondo dei vinti (1977) e di L’anello forte. La donna: storie di vita contadina (1985). Dai suoi numerosi viaggi nelle Langhe nascono Immagine del mondo dei vinti (1979) e Il destino era già lì (2015).

Se Riprendiamoci la vita era il grido di battaglia del femminismo, un’esortazione a spezzare vincoli e ridefinire il proprio cammino, Il destino era già lì evoca invece il peso di una storia già scritta, di un futuro tracciato ancor prima che si possa scegliere. Nate in famiglie contadine, spesso numerose, queste donne si trovavano fin da bambine immerse in una realtà di fatica e privazioni, il lavoro nei campi era l’unico orizzonte possibile ed i ruoli erano rigidamente definiti. Fotografarle non significa solo raccontare, ma riconoscere. Significa dare un volto e una voce a chi è stato relegato ai margini della storia, celebrare la forza silenziosa delle donne che, senza dichiararlo apertamente, hanno lottato per procurarsi un frammento di libertà.

Qui la sua determinazione di fotografa è anche un atto di resistenza, un modo per non lasciare che quelle storie svaniscano, una resistenza presente anche nel carattere delle donne ritratte, che con il loro radicamento alla terra e il lavoro manuale raccontano una lotta quotidiana per rimanere ancorate alla propria esistenza. Su quei visinon c’è traccia di autocommiserazione, mostrare la loro “solitudine” non veicola né rassegnazione né sconfitta, ma la volontà di sancire l’orgoglio umano di essere al mondo. L’anziana donna seduta come su un trono in mezzo alla sua cucina, le contadine, divertite e divertenti, ad onta della fatica e delle dure condizioni di lavoro, mentre giocano con i loro cani, esprimono una condivisione di sentimenti che crea solidarietà.

Riusciamo, oggi, a cogliere fino in fondo il valore che queste foto avevano quando comparvero per la prima volta sulla carta stampata? Allora non erano icone. Lo sono diventate nel tempo, perché hanno saputo parlare, emozionare, raccontare storie in cui un numero incalcolabile di donne si è riconosciuto. Il loro potere non sta solo nell’immagine, ma nel modo in cui sono state vissute, condivise, fatte proprie. Per raccontare davvero qualcosa, bisogna esserci dentro. Non basta osservare, bisogna immergersi, vivere la situazione. Le sue foto sono diventate simboli perché le donne le hanno diffuse, riprodotte, fatte circolare ovunque, manifesti, riviste, volantini, libri. Hanno smesso di essere semplici scatti per trasformarsi in pezzi di vita, tracce di un’esperienza collettiva. Davanti a una fotografia, ognuno di noi deve decidere se ignorarla o lasciarsene attraversare, se renderla parte della propria memoria e delle proprie lotte, se usarla per conoscere, per capire, per agire.

Alla fine del libro le autrici accostano due immagini. Nella prima alcune giovani donne appendono uno striscione con la scritta Le streghe son tornate, nella seconda, un’anziana, sola nella sua cucina, solleva un pentolino da cui si sprigiona un vapore denso. Il confronto svela due modi diversi di esistere, da un lato, giovani donne che gridano per rivendicare il diritto alla parola e all’autodeterminazione, dall’altro, un’anziana che, con un gesto silenzioso ma carico di significato, compie un rito di magia bianca. Le femministe si riappropriano di un passato simbolico attraverso la figura della strega non più vittima della persecuzione patriarcale, l’anziana rivela un sapere prezioso trasmesso di donna in donna; le une rivendicano il diritto a trasformare il proprio destino, l’altra lavora per dissolvere un destino avverso. Due modi diversi di agire, due forme di lotta che sembrano lontane e invece si parlano, le urla delle donne che vogliono cambiare il mondo ed i sussurri di chi lo ha sfidato in silenzio.

dall’Ansa

Il Ministero dell’economia ha dato questa mattina parere negativo all’emendamento presentato dalla maggioranza al ddl per le liste d’attesa che stanziava 6 milioni di euro l’anno per tre anni per la prevenzione dei tumori al seno.

«Hanno fatto una becera propaganda – commenta la senatrice M5S Elisa Pirro – e oggi ci troviamo col Mef [Ministero per l’Economia e le Finanze, Ndr] che dà parere negativo a questo emendamento che avremmo appoggiato volentieri. Non hanno trovato i soldi, mentre in questo Paese si continua a parlare di un piano di riarmo che dovrebbe aprire spazi fiscali per circa 30 miliardi.

È una cosa immorale».

da Avvenire

L’approccio prudente lascia da parte ormoni e bloccanti della pubertà che ormai tutti i Paesi occidentali stanno abbandonando, e indaga attentamente nel vissuto di ragazzi e famiglie

Esiste un fenomeno sociale e sanitario a cui in Italia non si presta la dovuta attenzione. Riguarda la sofferenza di bambini, ragazzi (e le loro famiglie), derivata da rifiuto del proprio sesso, turbamenti dovuti al sentirsi “intrappolati nel corpo sbagliato”, stato ascrivibile a incongruenza o disforia di genere. Il fenomeno è difficilmente quantificabile in Italia, a causa dell’inspiegabile assenza di dati di affluenza agli oltre 40 ambulatori (pubblici o privati in convenzione; dati desunti da siti non istituzionali) sparsi per la penisola. Nonostante le segnalazioni informali e allarmanti di genitori e insegnanti di scuole di ogni ordine e grado, questi casi sono stati finora intesi come da “risolvere in fretta”, con approcci che meglio dettaglieremo e che portano a una vera e propria transizione da maschio a femmina o viceversa. Il fatto che questo si pratichi in corpi molto giovani, pare non preoccupi o allarmi.

Per i casi di incongruenza o disforia, sono state messe in campo terapie di diverso orientamento. Quelle dette riparative, che cercavano di convincere forzatamente la persona, anche giovane, di non essere omosessuale o transgender, sono ormai largamente condannate. Le terapie “affermative”, invece, non ancora superate, hanno trovato consenso quasi unanime. Si basano sull’interpretare come attendibile ciò che un/a bambino/a o un adolescente afferma essere il suo “vero” sesso. La terapia affermativa, applicata dagli anni Novanta, non basata su certezze scientifiche ha dimostrato di non risolvere le difficoltà personali, anzi: si stanno moltiplicando i casi di “detransizione” – ragazzi ormai adulti che non si vivono più come transgender e che vorrebbero tornare indietro. Spesso in drammatiche condizioni di impossibilità. Si è forse perso di vista il principio di cautela (primum non nocere) che dovrebbe essere alla base di tutte le pratiche medico-cliniche? L’approccio affermativo, oggetto di clamorosi recenti fatti di cronaca, è in corso di abbandono nella maggior parte dei Paesi europei e non solo, tranne che in Italia. Cerchiamo di capire perché. Esistono a livello internazionale due manuali diagnostici: il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, noto con la sigla Dsm (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’Associazione psichiatrica americana), e l’Icd (International Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death, classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati, stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità).

Dai testi si desume la strana situazione dell’incongruenza di genere (Idc) e della disforia di genere (Dsm), dichiarate di per sé come non vere e proprie patologie, necessitanti però di una diagnosi clinica effettuata da medico o psicologo. In assenza di segni visibili, il/la professionista clinico/a si basa su ciò che la persona riferisce di sé stessa. Quanto può essere “vera per sempre” l’autonarrazione di soggetto in età evolutiva (bambino o adolescente), periodo in cui le capacità cognitive, psicologiche, emotive e sociali, nonché di descrizione di sé stessi/e, sono tutt’altro che definite? Ecco perché sarebbe da tenere in debito conto non solo la plausibile mutevolezza della descrizione, ma anche l’incerta permanenza dello stato riferito. Inoltre, dato non trascurabile, un bambino/a (o ragazzo/a) non ha ancora maturato la capacità di prevedere appieno le conseguenze di ciò che decide e fa.

Il dogmatico approccio affermativo alla disforia di genere ha un nome e un inizio. Siamo negli anni Novanta, la psicologa Peggy Cohen-Kettenis, fondatrice della Clinica pediatrica di Utrecht, sviluppa il “Protocollo olandese”, base di ogni terapia affermativa: per accompagnare i/le ragazzini/e con incongruenza di genere è opportuno assecondarli – “affermarli” – nella loro richiesta di una nuova identità, senza mettere in discussione le loro opinioni. Qualunque età abbiano, quasi sempre senza approfondire l’origine del disagio (in termini tecnici “diagnosi differenziale”) che, come ormai dimostrano diversi studi, può derivare da altre cause da considerare (disturbi dello spettro autistico, depressione, omosessualità fraintesa, sofferenze psicologiche di altra natura). Si passa quindi alle terapie farmacologiche (bloccanti della pubertà e ormoni cross-sex – fanno assumere i caratteri sessuali secondari del sesso opposto: per esempio barba, pomo d’Adamo e voce maschile nelle femmine) e chirurgiche.

Non ci sono riscontri oggettivi, ma il “Protocollo olandese”, trova immediata approvazione nei contesti scientifici internazionali. La stessa ideatrice, nel 2006 afferma in uno studio che i bloccanti della pubertà sembrano fornire un contributo importante “nella gestione clinica del disturbo dell’identità di genere” e indica le età più adeguate per trarre il miglior profitto dai trattamenti: 12 anni per i bloccanti della pubertà e 16 anni per il trattamento cross-sex. Alla fine dello studio viene perfino espresso un ringraziamento alla casa farmaceutica che produce i bloccanti. Intanto la macchina del consenso si era messa in moto, con un’evoluzione che nei Paesi occidentali ha toccato il massimo della “propensione affermativa” tra il 2015 e il 2020, a cominciare dal Regno Unito, con migliaia di ragazzini (oltre 5.000 nel 2021) avviati al percorso di transizione presso la clinica Tavistock del servizio sanitario pubblico.

A quel punto parte un piccolo terremoto: fioccano le denunce di giovani trattati fin da piccoli con terapia ormonale e chirurgia, che all’avvio del percorso non avevano compreso le implicazioni a lungo termine di trattamenti così devastanti. La battaglia passa in tribunale e alla fine arriva il rapporto commissionato dal Servizio sanitario del Regno Unito, la citatissima Cass Review, che afferma che non esistono prove per valutare gli effetti dei trattamenti ormonali per quanto riguarda la salute mentale e psicosociale, lo sviluppo cognitivo, il rischio cardiometabolico, la fertilità. Un anno fa – il 29 marzo – la clinica Tavistock ha chiuso i battenti, avviando un serio ripensamento, presto diffuso anche in tanti altri Paesi: Finlandia, Svezia, Francia, Norvegia, Germania, Svizzera, Australia, Stati Uniti. Una piccola rivoluzione. Il caso francese, in particolare, è di grande interesse: l’Académie Nationale de Médicine spiega il meccanismo con cui i casi di disforia si sono moltiplicati, parlando esplicitamente di “focolaio di casi” e avallando, per la prima volta anche in campo medico, l’ipotesi del contagio sociale. Si tratta del resto di un meccanismo che la psicologia ben conosce per il dilagare dei disturbi alimentari, la dipendenza da internet, il fenomeno degli hikikomori, il cyberbullismo. È quindi plausibile e ormai dimostrato che riguarda anche l’incongruenza e la disforia di genere.

Cosa stanno elaborando in merito gli altri Paesi? In alternativa alla terapia “affermativa” e alla ricerca di un approccio il meno invasivo possibile, che lasci aperta una vasta gamma di risultati, si sta prefigurando una nuova via di accompagnamento e supporto per i giovani alle prese con incongruenza o disforia. Un approccio non ancora oggetto di interesse e formazione in Italia, definito “Terapia Esplorativa-Neutrale” o “Terapia Esplorativa del Genere”. Si basa sull’attenta indagine dell’esperienza personale della giovane persona in difficoltà e della sua famiglia, riguardo il vissuto di genere. Si esplicita nell’aiuto a far sì che sia il soggetto interessato che la famiglia si pongano nella condizione di “prendere tempo”, arrivando così a non assumere decisioni affrettate e senza darne per scontato l’epilogo.

Un approccio prudente. Il ragazzo o la ragazza in temporanea disforia, prendendo tempo, può arrivare a identificarsi con il proprio sesso di nascita e accettare il proprio corpo così com’è, ma può anche decidere di procedere con la transizione di genere, nella comprensione delle complesse fonti del proprio disagio e delle conseguenze delle proprie decisioni e azioni. Insomma, tutti i risultati sono accettati e legittimi, a patto che non vengano bruciate le tappe e non si ricorra in modo sbrigativo a interventi farmacologici e chirurgici, come pretenderebbe l’approccio affermativo. Un approdo di buon senso a cui stanno arrivando tanti Paesi occidentali.


Fulvia Signani è psicologa e docente incaricata di sociologia di genere, nonché fondatrice e componente del Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere dell’Università degli Studi di Ferrara. In staff alla Presidenza del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, fa parte dell’Osservatorio Nazionale sulla Medicina di Genere presso l’Istituto Superiore di Sanità. È fondatrice e presidente di Engendering Health APS e autrice di La salute su misura. Medicina di genere non è medicina delle donne (2013).