da Avvenire

Niente è cambiato all’Educational Bookshop di Gerusalemme Est. Il piano terra trabocca di libri: quasi due migliaia di testi in inglese, altri in arabo, francese, tedesco. Perfino degli esemplari in italiano. Ciascuno racconta nella sua lingua – e dalla sua prospettiva – la Palestina. L’ultimo travagliato secolo della Terra Santa è il tema ricorrente ma non mancano volumi di archeologia, musica, guide di viaggio, romanzi degli scrittori più differenti, inclusi molti israeliani. Sopra, al termine della scala di legno, si respira la tradizionale quiete da biblioteca che attira studenti e lavoratori in smart working: intorno ai tavoli quadrati, i primi preparano gli esami e i secondi prendono una pausa dalla scrivania di casa.

Ahmed Muna saluta chiunque entri con il solito misto di gentilezza e ironia. Anche sui guai con la polizia scherza: «I sette agenti israeliani in borghese che hanno fatto la prima perquisizione conoscevano solo l’ebraico. Prima hanno provato a orientarsi con il traduttore automatico sul telefono. Così, però, impiegavano troppo tempo. Allora si sono basati sulle copertine ed eventuali foto all’interno… ». Dopo due ore e mezza di ricerche, il 9 febbraio scorso, sono usciti con trecento testi e due dei proprietari in stato di fermo. «Per cosa? Non l’abbiamo capito. Prima dicevano di cercare materiale terroristico che, ovviamente, non c’era. Poi, dopo l’interrogatorio, ci hanno accusato di “disturbo alla quiete pubblica”», aggiunge Ahmed, portato al commissariato insieme allo zio Mahmoud.

Il caso nei loro confronti è ancora aperto, come gli ha precisato il giudice prima di rilasciarli dopo averli tenuti in custodia un giorno e mezzo. Nel frattempo, l’11 marzo, c’è stato un secondo blitz con sequestro di altri 50 libri e l’arresto per alcune ore di Imad, padre di Ahmed.

L’Educational Bookshop, però, rifiuta di cedere al clima di guerra che ha fatto irruzione anche fra i suoi scaffali. «Abbiamo riaperto subito e lo siamo sempre rimasti. Poiché mio zio e io siamo stati interdetti dalla libreria per venti giorni, abbiamo contrattato dei sostituti. Non potevamo chiudere. Questo luogo è un’icona». In arabo, il suo nome, oltre a educazione, vuol dire “conoscenza”. «E la conoscenza è la precondizione per l’inclusione».

Non a caso la libreria è un riferimento per la comunità della Porta di Damasco ma anche per il resto della città, ben oltre l’ex linea di spartizione tra le due metà. Nata 41 anni fa come rivendita di libri arabi e cartoleria, è cresciuta grazie all’idea della famiglia Muna di aprirsi al mercato estero, importando testi in inglese. Nel 2009 è arrivata la seconda sede specializzata in volumi internazionali e situata di fronte al negozio originario, ancora in funzione, sul lato opposto di Salah al-Din road.

All’interno anche un bar: il primo caffè letterario di Israele e Palestina. «Non ci limitiamo a vendere libri. Attraverso eventi e corsi di arabo promuoviamo l’incontro. L’Educational Bookshop è aperto a tutti, di qualunque nazione, fede, quartiere di Gerusalemme – conclude Ahmed –. È un luogo di scambio, di discussione e riflessione dove ognuno è benvenuto. Forse è questo a spaventare quanti, in questo momento come non mai, cercano di schiacciare le differenze ed esasperano le divisioni. La conoscenza unisce. Ciò che fa l’Educational Bookshop».

da RivistaStudio

Aveva 25 anni, era un’artista, fotogiornalista e attivista. Nello stesso bombardamento è stata uccisa anche tutta la sua famiglia.

Al prossimo Festival di Cannes, nella sezione Acid (una sezione “parallela” del Festival, l’unica in cui film sono selezionati tutti da registi della Association for the Diffusion of Independent Cinema), parteciperà anche la regista Sepideh Farsi con il documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk. Assieme a lei avrebbe dovuto partecipare alla prima del film anche la protagonista del documentario, l’artista, fotogiornalista e attivista palestinese Fatima Hassouna. Alla prima di Put Your Soul on Your Hand and Walk Fatima Hassouna non ci sarà: è morta, assieme a tutta la sua famiglia, uccisa da un bombardamento dell’esercito israeliano.

La notizia della morte di Hassouna l’ha data Farsi, in un editoriale pubblicato su Libération. «Aveva un sorriso magico, era una donna ostinata. È stata una testimone, ha fotografato Gaza, portava cibo a chi ne aveva bisogno anche mentre cadevano le bombe, nonostante i lutti, nonostante la fame. Abbiamo scoperto la sua storia, ogni volta che la incontravamo eravamo felici perché era la prova che era ancora viva, avevamo sempre paura per lei». Hassouna aveva appena compiuto 25 anni, scrive Farsi. «L’ho conosciuta tramite un amico comune che viva al Cairo. Io ero alla disperata ricerca di un modo per raggiungere Gaza nonostante il blocco di tutti gli accessi alla Striscia. Cercavo risposte a domande semplici e complicate allo stesso tempo. Come si fa a sopravvivere a Gaza, rimanendo sotto assedio per tutti quegli anni? Che cos’è la vita quotidiana dei palestinesi?», continua Farsi.

Della morte di Hassouna, Farsi ritiene responsabile il governo israeliano «e tutti i suoi complici». Nel suo editoriale per Libération, la regista cita anche una poesia scritta da Hassouna:

L’uomo che indossava i suoi occhi:

Non ho un curriculum / Riconosco due occhi / Misteriosi / E credo / Non ho una storia / Una / chiara / Perché uno sconosciuto possa crederci. E lui crede./ Non ho alcuna caratteristica fisica definita/ Per volare/ Fuori da questa gravità/ E credo./ Forse annuncio la mia morte ora/ Prima che la persona di fronte a me carichi/ Il suo fucile da cecchino/ E finisca il suo lavoro./ Così che io finisca./ Silenzio.

da La Stampa

Manca il reato, il fatto non lo configura. La formula con la quale la Corte d’Appello di Bologna assolve con formula piena due imputati dall’accusa di violenza sessuale di gruppo per induzione con abuso delle condizioni della vittima, è sintetizzata così. La giovane che aveva sporto la denuncia al tempo, appena diciottenne, il reato lo aveva visto benissimo. Era andata in pronto soccorso e poi dalle forze dell’ordine, aveva raccontato con puntualità cosa fosse accaduto quella notte a Marina di Ravenna, nella discoteca dove aveva conosciuto i due uomini e dopo quando l’avevano portata a spalla a casa di uno di loro. Non stava bene, aveva bevuto: i due le avevano fatto fare docce «per farla riprendere» e fatto bere caffè. Poi l’abuso, secondo la denuncia, ripreso e documentato in tre video; il rapporto sessuale filmato consenziente, secondo la corte.

Le parole della ragazza portano in carcere i due giovani che presentano istanza di scarcerazione al tribunale del riesame e vengono rimessi in libertà dal Tribunale di Bologna. Il fatto risale al 2017, ma complice la pandemia, l’iter è lungo: gli indagati sono rinviati a giudizio e poi assolti in primo grado dal collegio penale ravvenate nel 2022. Non c’è reato, avevano affermato i giudici, perché sì, la ragazza era ubriaca ma non aveva subito forzature. Il fatto resta, c’è, persino documentato ma non si traduce in crimine.

Il salto da un piano all’altro è impedito dalla presenza del consenso che la sentenza afferma di aver accertato, maturato nel tempo – tre ore – tra le strategie dispiegate per farla rinvenire e il momento del rapporto con video. Verrebbe voglia di fermarsi qui, nel commento. Perché le norme che puniscono la violenza sessuale, almeno da quando viene intesa come reato contro la libertà personale e non contro la pubblica moralità, sottolineano la gravità dell’abuso determinata dalle «condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto, a prescindere dalla violenza o minaccia». E dovrebbe essere superfluo ribadire come l’assunzione – volontaria o involontaria – di alcolici diminuisce o annulla la capacità di fornire un valido consenso, come ripete la Convenzione d’Istanbul (art. 36). Sul punto è intervenuta anche la Cassazione che ha ribadito come il sì della persona offesa – chiaro, inequivoco e continuo – costituisca l’elemento discriminante nella definizione del reato e soprattutto, debba essere chiarito tenendo conto della situazione e del contesto. Ora, nel viaggio a braccia dalla discoteca all’appartamento, nelle docce, nei caffè e nei video circolati, si fatica davvero a rintracciare le condizioni per l’espressione di ciò che definiamo consenso. Ma usciamo dalle norme per tornare alla cultura, anzi osserviamo bene l’intreccio di cui sono fatte.

Perché il mutamento che auspichiamo, quello che dovrebbe portare a intendere i no come no e gli abusi come abusi, passa anche per i messaggi che mandano le sentenze. In un bellissimo documentario di Soldini dedicato alla violenza contro le donne Un altro domani, il procuratore Francesco Menditto afferma senza come la denuncia per violenza sessuale per una donna possa rappresentare a volte, l’avvio di un calvario. Perché lei può diventare la vittima, deve dimostrare la sua opposizione nonostante il quadro normativo affermi l’opposto: perché hai bevuto, com’eri vestita, perché l’elastico è rimasto integro, perché hai accettato l’invito, perché hai potuto scrivere a tua madre, perché non hai urlato, morso, picchiato. Ma senza denunce la vergogna non cambia lato, per riprendere il bel monologo di Francesca Mannocchi. Dobbiamo ricordarlo, anche se certe sentenze fanno passare la voglia di farlo.

da il manifesto

Invasione di campus. L’università «non rinuncerà all’indipendenza e ai suoi diritti costituzionali». L’amministrazione congela 2,2 miliardi di fondi

«Harvard non rinuncerà alla propria indipendenza né ai propri diritti costituzionali. Né Harvard né nessun’altra università privata può permettersi di essere sottomessa dal governo federale». Dichiarazione che sarebbe sembrata scontata un paio di mesi fa. Con la quale l’ateneo più prestigioso d’America ha respinto l’intimazione della Casa Bianca a cessare ogni iniziativa di pari opportunità, pena la perdita dei finanziamenti pubblici. Il contesto che ha reso singolare la nota è quello in cui atenei come la Columbia hanno accettato le condizioni imposte fino all’eliminazione di facoltà e la riformulazione di programmi di studi dettata dalla Casa Bianca. Per non parlare dell’espulsione d’ufficio di centinaia di studenti stranieri per reati d’opinione (di solito opposizione al massacro di Gaza qualificato come «apologia di antisemitismo»). Ad oggi più di 600 visti sono stati revocati senza appello direttamente dal ministro Rubio. In alcuni casi i “colpevoli” sono stati prelevati a casa o per strada da squadre di incappucciati e fatti sparire nel gulag dei penitenziari federali o in lager offshore.

Per quanto logico il rifiuto di Harvard è risaltato dunque come uno squarcio dell’assordante silenzio e della connivenza che ha accompagnato l’inquietante spirale autoritaria. E ha rappresentato un’inversione di rotta rispetto alla genuflessione dello scorso anno, quando l’ateneo aveva licenziato la rettrice, Claudine Gay, per non aver sufficientemente represso il movimento contro la strage di Gaza e revocato le lauree di studenti “dissenzienti”.

Anche l’attacco al “Dei” (diversity, equity and inclusion) è stato motivato col «contrasto all’antisemitismo», ma nel panorama ideologico Maga la «sacrosanta crociata» contro il politically correct è in realtà quella dal più diretto retaggio razzista, una rivalsa promessa da Trump ai sostenitori bianchi che hanno dovuto subire il “sopruso” del «riequilibrio dell’accesso» vinto a suo tempo dal movimento per i diritti civili.

«Harward ha dato l’esempio ad altre istituzioni – ha commentato Barack Obama – respingendo un goffo e illegale tentativo di sopprimere la libertà accademica e assicurando invece che gli studenti possano beneficiare di un’atmosfera consona all’indagine intellettuale, il dibattito rigoroso e il mutuo rispetto. Speriamo che altri la seguano».

Almeno un secondo ateneo, il Mit (Massachusetts Institute of Technology), sembra aver accolto l’appello dell’ex presidente, allineandosi ai “vicini di casa” di Cambridge Massachusetts. Il parlamentare del Maryland (e altro alumnus della Harvard Law School) Jamie Raskin ha dichiarato che «il presidente di Harvard Alan Garber ha difeso la libertà accademica e la ricerca della verità libera da controlli governativi e propagande di stato. Ogni college e università dovrebbe unirsi in coalizione contro le oltraggiose tattiche mafiose (godfather offers) e i ricatti della Casa Bianca».

Sulle università si sta giocando una partita cruciale della crisi costituzionale che attanaglia oggi gli Stati uniti. Oltre all’attacco agli studenti stranieri e “dissidenti” il programma Maga come delineato prevede la decostruzione dell’intero impianto universitario in quanto incubatore di «eversione antiamericana». A questo riguardo Chris Rufo, uno degli architetti del Project 2025 ha dichiarato al New York Times che «l’obiettivo dovrà essere quello di usare i finanziamenti pubblici per indurre negli amministratori universitari un terrore tale da comprendere che se non cambieranno atteggiamento non quadreranno il bilancio». D’accordo col programma è in corso una sistematica smobilitazione, su pretesti ideologici, del finanziamento dei grant e delle borse che sostengono il lavoro di centinaia di migliaia di ricercatori, docenti, studenti e dottorandi che oggi versano nel caos e nel panico.

Le università sono dunque fronte incandescente dell’assalto trumpista all’ordine costituzionale. La rappresaglia contro Harvard è stata immediata con il trattenimento di 2,2 miliardi di dollari, nello stile ormai noto del regime, lo stesso che si applica ad avversari politici, nazioni sovrane da tassare o chiunque si ritenga debba soggiacere alla volontà del padre padrone degli Stati uniti. In questo contesto per molti universitari l’aspetto più sconfortante è stata la sottomissione anticipata di atenei che, come la Columbia, erano stati il vanto del sistema americano oltreché motore mondiale di ricerca e innovazione, il fulcro del soft power Usa. Come ha affermato sempre Raskin, «l’obbiettivo di Trump è la distruzione dell’istruzione superiore e del pensiero critico in America».

In un briefingalla Casa Bianca la portavoce Karoline Leavitt ha contrattaccato con uno sproloquio a base di «efferati criminali stranieri», «indottrinamento da parte di campus elitari» e una difesa a oltranza anche delle trasgressioni più clamorose allo stato diritto, come le rendition extralegali di studenti come Mahmoud Khalil e Rümeysa Öztürk e il rifiuto di rispettare la sentenza della Corte suprema che ha ordinato il rimpatrio di Kilmar Abrego García. Il padre di famiglia spedito nel lager salvadoregno non è uno studente ma il suo caso – e in particolare lo sprezzo plateale della sentenza costituzionale che lo riguarda costituisce un avvertimento – questo sì “in stile padrino” – a chiunque osi sfidare il regime.

da il manifesto

Articolo apparso sulla rivista israeliano-palestinese +972

Nessuno sa dare numeri precisi. Nessun partito o leader politico lo chiede esplicitamente. Ma chiunque abbia trascorso del tempo alle proteste antigovernative o sui social media in lingua ebraica nelle ultime settimane sa che è vero: sta diventando sempre più legittimo rifiutarsi di presentarsi al servizio militare in Israele – e non solo tra la sinistra radicale.

Nel periodo che ha preceduto la guerra, il discorso del rifiuto – o, più precisamente, della “cessazione del volontariato” per le riserve – era diventato una caratteristica significativa delle proteste di massa contro la riforma giudiziaria del governo israeliano. Al culmine di queste proteste, nel luglio 2023, oltre mille piloti e personale dell’aeronautica dichiararono che avrebbero smesso di presentarsi in servizio a meno che la legislazione non fosse stata bloccata, causando avvertimenti da parte degli alti ufficiali militari e del capo dello Shin Bet: la riforma giudiziaria metteva in pericolo la sicurezza nazionale.

La destra israeliana sostiene ancora oggi che quelle minacce di rifiuto non solo avrebbero incoraggiato Hamas ad attaccare Israele, ma avrebbero anche indebolito l’esercito. Ma in realtà tutte le minacce sono scomparse nell’etere il 7 ottobre, con i manifestanti che si sono arruolati volontariamente e con entusiasmo.

Per diciotto mesi la stragrande maggioranza della popolazione ebraica israeliana si è radunata intorno alla bandiera a sostegno dell’assalto a Gaza. Ma dopo che il mese scorso il governo ha deciso di far fallire il cessate il fuoco, sono cominciate ad apparire delle crepe.

Nelle ultime settimane, i media hanno riportato un calo significativo dei soldati che si presentano al servizio di riserva. Sebbene i numeri esatti siano un segreto strettamente custodito, a metà marzo l’esercito ha informato il ministro della difesa Israel Katz che il tasso di presenza si è attestato all’80%, rispetto al 120% circa registrato subito dopo il 7 ottobre. Secondo Kan, l’emittente nazionale israeliana, questo numero è falso: il tasso reale è più vicino al 60%. Altri rapporti parlano di tassi di partecipazione del 50% o inferiori, con alcune unità di riserva che hanno cercato di reclutare soldati attraverso i social media.

«Il rifiuto arriva a ondate, e questa è la più grande ondata dalla Prima Guerra del Libano del 1982», dice a +972 Ishai Menuchin, uno dei leader del movimento di rifiuto Yesh Gvul (C’è un limite), fondato durante quella guerra.

Come per i diciottenni che devono prestare servizio militare nelle forze regolari, anche per gli altri israeliani fino all’età di quarant’anni è obbligatorio prestare servizio nella riserva quando vengono convocati (anche se l’età può variare a seconda del grado e dell’unità). In tempo di guerra, l’esercito dipende molto da queste forze. All’inizio della guerra, l’esercito ha dichiarato di aver reclutato circa 295mila riservisti oltre ai circa 100mila soldati in servizio regolare. Se i rapporti sul 50-60% di presenze nelle riserve sono accurati, significa che oltre 100mila persone hanno smesso di presentarsi al servizio di riserva. «È un numero enorme – osserva Menuchin – Significa che il governo avrà problemi a continuare la guerra».

«Il 7 ottobre ha inizialmente creato un sentimento di “Insieme vinceremo”, ma si è ora eroso», dice Tom Mehager, un attivista che si è rifiutato di prestare servizio durante la Seconda Intifada e che ora gestisce una pagina di social media che pubblica video di passati refusenik che spiegano la loro decisione. «Per attaccare Gaza bastano tre aerei, ma il rifiuto traccia comunque delle linee rosse. Costringe il sistema a capire i limiti del suo potere».

La maggior parte di coloro che sfidano gli ordini di arruolamento sembrano essere i cosiddetti “obiettori grigi”, persone che non hanno una vera e propria obiezione ideologica alla guerra, ma piuttosto sono demoralizzate, stanche o stufe del fatto che si stia trascinando così a lungo. A questi si affianca una piccola ma crescente minoranza di riservisti che si rifiutano per motivi etici.

Secondo Menuchin, Yesh Gvul è stato in contatto con oltre 150 obiettori ideologici dall’ottobre 2023, mentre New Profile, un’altra organizzazione che sostiene i refusenik, si è occupata di diverse centinaia di casi del genere. Ma mentre gli adolescenti che rifiutano la leva obbligatoria per motivi ideologici sono soggetti a pene detentive di diversi mesi, Menuchin è a conoscenza di un solo riservista che è stato punito di recente per il suo rifiuto, ricevendo una condanna a due settimane di libertà vigilata. Hanno paura di mettere in prigione chi rifiuta, perché se lo facessero potrebbero affossare il modello dell’«esercito del popolo. – spiega – Il governo lo capisce e quindi non insiste troppo; si accontenta di licenziare qualche riservista, come se questo risolvesse il problema».

Di conseguenza, per Menuchin è difficile stimare la reale portata di questo fenomeno. «Durante la guerra del Libano, la nostra valutazione era che per ogni obiettore che andava in prigione, ce n’erano altri 8-10 ideologici – dice – Quindi se 150 o 160 persone hanno dichiarato di non voler servire per motivi ideologici, è ragionevole stimare che ci siano almeno 1.500 obiettori ideologici. E questa è solo la punta dell’iceberg [dato il numero molto più elevato di obiettori non ideologici]».

Tuttavia, secondo Yuval Green – che si è rifiutato di continuare a prestare servizio a Gaza dopo aver disobbedito all’ordine di dar fuoco a una casa palestinese, e che ora guida un movimento contro la guerra chiamato “Soldati per gli ostaggi” con 220 riservisti che hanno firmato la dichiarazione di rifiuto – questa categorizzazione binaria non racconta l’intera storia.

«Ci sono sempre più persone che non si preoccupano necessariamente dei palestinesi, ma che non si sentono più d’accordo con gli obiettivi della guerra – spiega – Io lo chiamo “rifiuto grigio-ideologico”. Non ho modo di sapere quanti siano, ma sono sicuro che sono molti». «In passato, le persone che conoscevo erano molto arrabbiate con me [per aver obiettato] – continua Green – Ora sento molta più comprensione. Siamo diventati più rilevanti. I media si occupano di noi; siamo stati invitati a Channel 13 e a Channel 11. Giorno dopo giorno, vedo dichiarazioni di rifiuto».

Gli esempi recenti abbondano. La settimana scorsa, Haaretz ha pubblicato un articolo della madre di un soldato che dichiarava: «I nostri figli non combatteranno in una guerra messianica per scelta». In un altro intervento dello stesso giornale, scritto da un soldato anonimo, si leggeva: «L’attuale guerra a Gaza ha lo scopo di comprare la stabilità politica con il sangue. Non vi prenderò parte». Altri sono meno espliciti, ma l’effetto è simile.

In una recenteintervista, l’ex giudice della Corte suprema Ayala Procaccia ha evitato di appoggiare il rifiuto, ma ha invitato alla «disobbedienza civile». Il 10 aprile, quasi mille riservisti dell’aeronautica hanno pubblicato una lettera aperta in cui chiedevano un accordo sugli ostaggi che ponesse fine alla guerra; a loro si sono presto aggiunti centinaia di riservisti della marina e della unità d’élite di intelligence 8200. Il primo ministro Netanyahu ha risposto: «Il rifiuto è un rifiuto – anche quando viene detto implicitamente e con un linguaggio eufemistico».

Yael Berda, sociologa della Hebrew University e attivista di sinistra, ha spiegato che il calo della disponibilità a presentarsi al servizio di riserva deriva innanzitutto da preoccupazioni economiche. Ha fatto riferimento a un recente sondaggio del Servizio israeliano per l’occupazione, secondo il quale il 48% dei riservisti ha dichiarato di aver subito una significativa perdita di reddito dal 7 ottobre e il 41% ha affermato di essere stato licenziato o costretto a lasciare il proprio lavoro a causa di periodi prolungati nelle riserve.

Anche Menuchin attribuisce un peso significativo ai fattori economici, ma offre un’ulteriore spiegazione: «Gli israeliani non vogliono sentirsi dei fessi, e ora stanno raggiungendo un punto in cui si sentono sfruttati. Vedono altri che ricevono esenzioni e scommettono che, se dovesse succedere loro qualcosa, nessuno sosterrà loro o le loro famiglie. C’è un senso di abbandono: vedono le famiglie degli ostaggi che fanno crowdfunding solo per sopravvivere. Il punto è che lo Stato non è davvero presente ed è diventato chiaro a sempre più israeliani».

«C’è molta disperazione – continua Menuchin – La gente non sa dove sta andando a parare. Si vede la corsa ai passaporti stranieri – anche prima del 7 ottobre – e la ricerca di luoghi “migliori” in cui emigrare. C’è un crescente ripiegamento sulla preoccupazione per il proprio gruppo di interesse. E soprattutto, gli ostaggi non vengono riportati indietro».

Per quanto riguarda il rifiuto ideologico, Berda individua diverse categorie. Un tipo di rifiuto deriva da «quello che ho visto a Gaza», ma è una minoranza, spiega. «Un altro tipo è la perdita di fiducia nella leadership, soprattutto perché il governo non ha fatto tutto il possibile per riportare indietro gli ostaggi. C’è un divario intollerabile tra ciò che il governo ha detto di fare e ciò che ha effettivamente fatto. E questo divario fa sì che la gente perda la fiducia».

Un’ulteriore categoria, prosegue Berda, è il «disgusto per il discorso del sacrificio» promosso dall’estrema destra religiosa, guidata da personaggi come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich: «È una sorta di contraccolpo contro la narrativa dei coloni che dice che è bene sacrificare la propria vita per qualcosa di più grande. Le persone reagiscono alla nozione che il collettivo è più importante dell’individuo dicendo: “Gli obiettivi dello Stato sono importanti, ma io ho la mia vita”».

Pur notando che le minacce di rifiuto sono state una parte importante delle proteste antigovernative del 2023, Berda afferma che «ora, dopo il crollo del cessate il fuoco, si può dire che l’intero movimento di protesta si oppone alla continuazione della guerra sulla base del fatto che è la guerra di Netanyahu. È una novità assoluta, non c’è mai stata una frattura del genere, in cui la legittimità del regime è in pericolo».

«Nel 1973 si diceva che Golda fosse incompetente, che commetteva errori, ma nessuno dubitava della sua lealtà – continua Berda – Durante la prima guerra del Libano, c’erano dubbi sulla lealtà di Sharon e Begin, ma era una cosa marginale. Ora, soprattutto alla luce del Qatargate, la gente è convinta che Netanyahu sia disposto a distruggere lo Stato per il suo tornaconto personale».

Tuttavia, l’ondata di rifiuti e di mancata partecipazione non ha ancora messo in ginocchio l’esercito. «La gente dice: “C’è il governo e c’è lo Stato” – spiega Berda – Queste persone vanno ancora a prestare servizio perché si aggrappano allo Stato e alle sue istituzioni di difesa. Perché se non credono in loro, non avranno più nulla».

«Il pubblico capisce che nel momento in cui la fiducia nell’esercito viene meno, la storia è finita, e questo è spaventoso – conclude – Hanno paura di essere coinvolti nel crollo dell’esercito perché questo li renderebbe complici. Bibi sta costringendo gli israeliani a una scelta terribile. Qualunque cosa facciate, sarete complici di un crimine: o il crimine del genocidio o il crimine dello smantellamento dello Stato».

da Il Fatto Quotidiano

Cinquant’anni fa, il 20 novembre del 1975, il presidente del governo spagnolo Carlos Arias Navarro annunciò la morte del dittatore fascista Francisco Franco. Due giorni dopo, il re Juan Carlos di Borbone giurò come re di Spagna e nuovo capo dello Stato. Un anno dopo, le Cortes approvarono una legge che aprì le porte alla democrazia. Per ricordare la ricorrenza, l’editore Giunti ha pubblicato il romanzo La pasadora della scrittrice barcellonese Laia Perearnau. Si tratta di un omaggio vibrante al contributo dato dalle donne di Spagna, a lungo ignorato oppure rimosso, alla causa antifascista e antinazista. In particolare riporta alla luce quelle donne, soprattutto catalane, come Teresa Carbò, che militarono nelle reti di resistenza portando in salvo (come passadores, portatrici, appunto) dai tedeschi che occupavano la Francia partigiani del maquis, ufficiali delle missioni alleate, ebrei, sulle montagne dei Pirenei. Diverse di loro alimentarono poi anche la lotta clandestina contro il franchismo, che si attivò, principalmente per opera degli anarchici, dopo la sconfitta della Repubblica nel 1939.

In epigrafe al suo libro, peraltro molto ben costruito e appassionante, Laia Perearnau, classe 1972, giornalista televisiva e narratrice, ha voluto citare la frase di una di quelle donne straordinarie, Antonina Rodrigo, “Mujer y exilio”: «Gli uomini hanno partecipato alla guerra, alla Resistenza […] e sono passati alla storia ricevendo onorificenze e monumenti a loro dedicati. Anche le donne hanno fatto la guerra, hanno preso parte alla Resistenza […] eppure sono ancora assenti dai libri di storia, le loro battaglie non sono state registrate».

L’autrice de La pasadora ha spiegato che «nei libri di storia, nei documentari e in tutte le fonti scritte che ho consultato, nessuna testimonianza attestava il coinvolgimento attivo di donne nell’immane compito di aiutare migliaia di individui ad attraversare le montagne per poter sfuggire al Terzo Reich. Per questo ho deciso di mettere da parte i libri, tutti sostanzialmente scritti da uomini, e di addentrarmi nel mondo degli storici e delle storiche locali, delle testimonianze orali e della documentazione degli archivi storici». Nonostante «tale silenzio autoimposto, tuttavia, sono riuscita a trovare qualche nome e delle storie, alcune più epiche di altre ma tutte ugualmente degne di essere salvate dall’oblio».

Tre di quelle donne compaiono nel romanzo. Una di loro si chiama Conxita Grangé. Faceva «da intermediaria con i guerriglieri e i maquis di Tolosa. Lei e sua zia Elvira Ibarz furono consegnate alla Gestapo, imprigionate e torturate in quella stessa città francese, dalla quale in seguito furono deportate in Germania. Attraversarono la Francia da sud a nord insieme ad altri settecento detenuti nel cosiddetto “treno fantasma”, in un viaggio durato due mesi sotto i bombardamenti alleati e gli attacchi del movimento maquis. Il 9 settembre furono internate nel campo di concentramento di Ravensbrück. Conxita fu insignita dal governo francese della Legion d’Onore e della Medaglia della Resistenza, e dedicò buona parte della propria vita a raccontare la sua esperienza nelle scuole e a mantenere viva la memoria delle donne deportate».

da Il Fatto Quotidiano

La storia umana ci insegna che nei momenti di crisi la paura è il sentimento che guida le azioni e i pensieri umani, e di conseguenza le tensioni reazionarie risultano rischiosamente dominanti.

Semplificazione, omogeneizzazione, fine del pensiero critico, calo dell’ascolto, scomparsa del conflitto generativo.

La guerra in ogni sua forma, che attua tragicamente la cancellazione dell’empatia e della fragile concretezza dell’esistenza, è più efficace della negoziazione, così come la cancellazione di ogni differenza, perché ogni differenza è, di per sé, una faticosa ma necessaria domanda di dialogo.

Per questo non mi ha sorpresa la (brutta) decisione assunta dalla Suprema Corte che ha confermato la dicitura “genitori”, al posto di “padre” e “madre” sulla Carta d’identità elettronica dei e delle minori, rigettando il ricorso del governo dopo la richiesta di una coppia di donne ai giudici per ottenere sui documenti del figlio la corretta indicazione, e non “padre” per una delle due madri. Domando: se la coppia era formata da due donne la corretta indicazione per l’altra coniuge non sarebbe stata, accanto a “madre” l’aggiunta di convivente, o madre adottiva? Perché cancellare due donne, di cui una la madre biologica? Cosa non va in “chi ne fa le veci”?

«La dicitura padre/madre sulla carta d’identità elettronica è discriminatoria», – si legge nella sentenza n. 9216 che respinge il ricorso presentato dal ministro dell’Interno e conferma la decisione della Corte d’Appello, secondo cui la dicitura padre/madre «non rappresenta tutti i nuclei familiari e i loro legittimi rapporti di filiazione. L’indicazione corretta è dunque genitore». Sì, non tutti i nuclei familiari sono composti da una donna e un uomo, e ci sono molti modi per essere madri e padri, oltre a quelli biologici. Ma domando: perché per rappresentare la varietà di combinazioni, di parentela e di legami di responsabilità e cura per figlie e figli si cancella il legame dell’origine, quello materno, senza il quale non c’è esistenza?

A volte ritornano: nel 2013 scrissi già di questo, quando una parte del movimento Lgbt celebrò come una vittoria il precedente che aboliva, in alcune modulistiche, la dicitura madre e padre sostituita da genitore (maschile, non è stata mai prevista la parola genitrice, che sarebbe corretta nel caso di una donna). I tempi complessi che viviamo non facilitano né la produzione di pensiero né lo scambio, ma provo comunque a chiedermi: perché se c’è da “includere” (verbo che ritengo pericoloso, perché prevede il reclutamento e l’assimilazione) o da “non discriminare” o da “valorizzare” si cancellano, in automatico e sempre, le donne?

Per oltre trent’anni si è penato per poter aggiungere – aggiungere, non sostituire – il cognome della madre a quello, scontato, del padre; per decenni, e non è ancora ovvio sebbene la grammatica lo preveda, si è detto dell’importanza di nominare la differenza sessuale nelle professioni dove le donne prima erano escluse, e in virtù di questa negazione ancora molte, tra le donne, non si nominano come avvocate, magistrate, architette, ingegnere, perché “quello che conta è il ruolo”. Peccato che tale “ruolo” venga pensato come maschile: come mai alle elementari la frase “il maestro Paola” sarebbe errore rosso per non concordanza?

Se nelle spinte alla conservazione dei ruoli e delle funzioni c’è la paura del cambiamento, e i regimi fondamentalisti cristallizzano le donne e gli uomini nelle gabbie degli stereotipi funzionali alla discriminazione, a me pare che in chi pensa che la cancellazione della madre sia una vittoria e un trionfo della molteplicità (madre non è, però, solo una parola) ci sia uno scivolamento tragico e pericoloso verso l’esatto opposto dell’apertura e della disponibilità a modificare l’esistente. Consiglio la lettura del testo di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) nel quale, come sottolinea Silvia Acierno, «c’è un grande desiderio di riportare il femminismo a casa, in una sua dimensione, di ridare a questo femminismo, inglobato quasi dal movimento Lgbtq+ e che questa dispersività e l’aggressività del transfemminismo sembrano rendere ‘obsoleto’, una sua autonomia, un suo senso proprio. Oggi ancora più necessario».

Proprio Cavarero, in un dibattito alla Fondazione Einaudi, ha illuminato la tendenza di parte del movimento transfemminista verso la deriva metafisica: cosa c’è di meno vicino ai corpi, la prova incarnata della differenza sessuale e dell’unicità di ogni esistenza, delle soluzioni “inclusive” nella lingua scritta, come asterisco, schwa o l’uso comico della u, dove si sacrifica, cancella e nega il femminile? L’appiattimento giurisprudenziale su un lessico apparentemente rispettoso di casi singoli a me pare il frutto della scarsa volontà di trovare soluzioni personalizzate per una minoranza che, giustamente, chiede di essere nominata.

Le soluzioni ci sarebbero, come ho provato a dimostrare prima. Ma se si fa piazza pulita del femminile del mondo (oltre la metà delle persone sulla terra), e se si è così disinvoltamente veloci a eliminare (per ora nel lessico) le madri allora c’è di cui pensare.

da il manifesto

La regista parla di «The Vanishing Point», premiato al festival di Nyon Visions du Réel. Una storia famigliare e collettiva, il tabù del silenzio, la rivoluzione da fare

The Vanishing Point, il punto di fuga, o il punto zero, è una figura rimasta intrappolata nel silenzio: si chiama Nasanin, è la cugina della regista, aveva ventisette anni quando nel 1988 il regime di Teheran l’ha arrestata, rinchiusa nel carcere di Evin dove è scomparsa. Di lei non si è saputo più nulla, l’hanno uccisa ma il corpo non è stato restituito. La famiglia però nel terrore è rimasta in silenzio. Non se ne è mai parlato, e poi? A Nasanin però Bani Koshnoudi arriva a poco a poco nel suo nuovo film, The Vanishing Point, che ha vinto il concorso Burning Light del festival svizzero Visions du Réel. Prima ci sono alcuni détours tra le immagini accumulate negli anni, il suo archivio di disubbedienza, alcuni incontri che diventano frammenti di memoria. Le fotografie di una zia, che racconta di quando un’altra donna voleva denunciarla per avere le unghie smaltate durante il Ramadam. Lo ha ricevuto in eredità quell’album, quasi una trasmissione di racconti non scritti. E poi la casa vuota dei nonni, in Iran, dove lei è nata e che ha lasciato coi genitori per l’America quando era piccola, dopo l’arrivo di Khomeini. Ci è tornata, ha filmato l’Onda verde nel 2009, in un film anonimo, The Silent Majority Speaks; appena ci ha messo il nome non ha potuto mai più andarci, dagli Usa si è spostata prima in Messico, ora a Parigi. Anche di quel film vediamo dei frammenti, così come delle lotte di oggi, la stessa violenza brutale del regime, mentre sempre più ragazze e anche ragazzi sono lì a occupare col corpo lo spazio rivendicato della vita.

Poi arriva Nasanin, una mujaheddin, quando dalla Svizzera dove studiava è rientrata l’hanno arrestata subito. E intanto la geografia muta, la montagna che si vede dalla casa dei nonni e che sormonta il carcere diventa minacciosa. The Vanishing Point è un film di resistenza che tesse una storia al femminile, le donne e la loro lotta contro la repressione, quelle madri che oggi gridano forte esibendo sui social le foto dei figli uccisi, combattono per la libertà di tutti da un regime che soffoca in una brutale violenza. Abbiamo parlato con Bani Koshnoudi a Nyon.

The Vanishing Point” racconta la resistenza delle donne e non solo in Iran oggi, e quella di tua cugina, Nasanin, scomparsa nel carcere di Evin negli anni ’80. La sua storia, come ci dici, è stata sepolta nel silenzio, nessuno in famiglia ne ha parlato. Il film rompe questo tabù ma tu non hai detto della sua realizzazione ai tuoi famigliari, perché?

I miei genitori sapevano che ci stavo lavorando, ne ho discusso con mia madre ma per me non era questo il punto. La mia famiglia e il suo segreto sono una piccola parte di una realtà che in Iran riguarda migliaia di famiglie rimaste in silenzio sui figli o le figlie scomparse, sugli arresti, gli omicidi. È un silenzio che riguarda il Paese intero e il sistema che lo impone nell’ideologia della rivoluzione. Sono cresciuta sentendomi ripetere che ero una ribelle come mia cugina Nasanin di cui non ho alcun ricordo, è morta quando io avevo due anni. Questo preoccupava moltissimo i miei genitori, temevano che potessi fare qualcosa e sparire come lei. La sua figura mi ha attratta da quando ero molto giovane, e l’interesse è cresciuto insieme al mio sentimento di ribellione verso qualsiasi ingiustizia. Quando ho cominciato ad andare in Iran e ho scoperto cosa succedeva lì – anche se molto lo sapevo già prima – ho capito che il silenzio fa parte di un programma sistemico; non si limita a oscurare chi è sparito perché accusato di essere un oppositore politico ma copre molto altro permettendo a questo regime fascista di continuare a esistere. Al tempo stesso, come puoi accusare le persone che vivono in Iran di stare zitte se pensi a ciò che rischiano? La censura riguarda ogni aspetto della vita, come parli, cosa dici in strada, le tue scelte in quanto artista, filmmaker o scrittore, che diciamo fra di noi, di chi possiamo fidarci. Fare un film sul segreto di una famiglia per quanto terribile deve necessariamente uscire dai confini personali – anche se questo è un film molto personale – e rivolgersi a una dimensione collettiva. Quando nel 2009 siamo scesi in strada contro il regime si è cominciato a rompere qualcosa: potevamo fidarci di chi avevamo accanto senza doverci giustificare, dire chi sei, cosa fai a casa, piegarci alle autorità. L’Iran è condizionato da una cultura molto paranoica che rende difficile avere delle relazioni. Le ultime rivolte hanno rotto definitivamente il muro permettendo di andare dall’altra parte. Le giovani generazioni non hanno più paura, lottano insieme, si confrontano fra di loro. È vero che tanti non fanno nulla, e quando sei in una dittatura non agire è come partecipare al sistema e persino collaborare. Ma dobbiamo vivere insieme e incolparsi e punirsi reciprocamente serve a poco, si deve capire in che modo riparare a questo.

Negli ultimi mesi l’Iran è stato al centro di forti attacchi, ci sono stati i bombardamenti di Israele e gli interventi militari in Libano che è un Paese di influenza iraniana. Credi che questo possa condizionare la politica interna?

È una questione ingannevole. Non sono d’accordo con gli iraniani che pensano che questi attacchi possano essere di aiuto per liberarci dal regime. La resistenza c’è sempre stata, sin dagli inizi della Rivoluzione khomeinista, hanno ucciso migliaia di persone pensando così di stroncarla. La loro tattica è sempre la stessa: accusare i movimenti di opposizione di essere pagati da questo o quel paese straniero, che poi sono le strategie di qualsiasi dittatura. Se oggi l’Iran venisse attaccato non sappiamo cosa accadrebbe, sappiamo che sono in uso armi terribili, lo vediamo ogni giorno a Gaza, ma senza fare speculazioni geopolitiche mi viene in mente ciò che si disse all’epoca della guerra con l’Iraq che aveva armi americane in dotazione. Eppure il regime iraniano vinse, avevano migliaia di combattenti anche giovanissimi, e la guerriglia ha spesso ragione sugli eserciti – il Vietnam ce lo ha mostrato. Penso che ci sia un mondo parallelo, quello dei media, delle tv che continuano a mostrare un forte sostegno interno al regime. Ma la resistenza oggi si è estesa, e questa è la sola risposta possibile per una liberazione. Le donne combattono per la libertà e grazie alla rete comunicano attraverso il Paese raggiungendo anche le zone più lontane. È una battaglia intersezionale che cerca di affermare l’idea di una libertà per tutti, e pian piano anche chi non comprende comincia ad appropriarsi di alcuni slogan. Credo che la resistenza continui a crescere, al di là dei bardamenti o meno di Usa o Israele, c’è un linguaggio di resistenza che riguarda una parola, un gesto, chi siamo, come costruire la nostra società. Le persone oggi si difendono reciprocamente, si aiutano l’esatto opposto di ciò che accadeva anni fa quando la gente denunciava gli altri.

Ci sono molti fantasmi nel film, tua nonna, tua zia, e naturalmente Nasanin che diviene il riferimento di una battaglia di cui le donne sono le protagoniste – pure se abbiamo visto tanti ragazzi in strada.

Gli uomini adesso sono totalmente coinvolti, hanno capito che se le donne non sono libere non lo saranno neppure loro. La cultura patriarcale deve cambiare, abbiamo dei modelli rigidi ma il fatto che il padre o il nonno decidano per l’intera famiglia non è più sostenibile. Riguardo al film non ho lavorato su una scrittura, all’inizio avevo alcune immagini riprese negli anni, è vero che le donne della famiglia sono centrali, questa è una storia di donne – anche se ci sono stati uomini importanti. Il padre di Nasanin ha smesso di parlare dopo la sua scomparsa, si è autodistrutto fisicamente fino alla morte. La madre invece ha reagito con forza, aveva altre figlie, poi sono arrivati i nipoti, doveva esistere; danzava e rideva tutto il tempo portandosi dentro questa tragedia. Non ne ho mai parlato con lei, ma non volevo ferirli, forse ho fatto il film adesso perché sono tutti morti – la sorella di Nasanin è ancora viva ma non ho rapporti con lei. Ripeto, spero che il mio film sia per tutti, voglio che non si dimentichino le persone che lottano. Di Nasanin non abbiamo mai trovato il nome sulla lista dei deceduti, il carcere è stato poi svuotato nelle fosse comuni, come è accaduto in altri paesi, la Spagna, l’Argentina, la Cambogia… Questi fantasmi sono come una traccia che seguo, con cui costruisco una storia perché appunto non vengano cancellati, perché si sappia di loro semmai un giorno scavando ne scoprissimo i resti come accade nel film di Guzmán Nostalgia de la luz.

A proposito di silenzio: la madre che a un certo punto grida ovunque il nome del figlio dimostra quei cambiamenti di cui parlavi.

Probabilmente la forza che ha questa donna mi ha spinta a raggiungerla nel coraggio di chi prende la parola ogni giorno. Lei posta su Instagram quotidianamente qualcosa sulle altre madri, contro l’oblio. La storia si ripete in modo diverso, si uccide sempre in prigione ma le famiglie adesso sono là insieme, e anche se non si conoscono sono unite dal fatto di avere un figlio o una figlia assassinati, condividono le immagini, i fuochi, le luci, è un movimento collettivo che agisce a livello individuale. Le ragazze prendono dei rischi incredibili, pensa alla giovane donna che si è spogliata all’università: non sappiamo cosa le è accaduto, è in un ospedale psichiatrico, ma è un simbolo come era il ragazzo a Tienanmen. Perché ciò che ci è chiaro ora è che dobbiamo fare una rivoluzione, questo sistema non può essere riformato.

da Il Messaggero

Le donne uccise nel mese di gennaio di quest’anno sono state di meno di quelle uccise nel medesimo mese dell’anno scorso. Può essere un caso. Però anche a febbraio c’è stata una diminuzione rispetto a un anno fa. Anche qui può essere un caso. Ma la medesima diminuzione è stata osservata a marzo. E pure nella prima settimana di aprile.

È sempre un caso?

La statistica non lo esclude, ma lo considera molto improbabile. La Polizia ha comunicato che il numero di donne uccise nei primi 3 mesi del 2025 (16) è stato del 36% inferiore al corrispondente numero del 2024 (26). Se le cose dovessero continuare così, o non tanto diversamente da così, il 2025 potrebbe risultare il primo anno in cui il numero di donne uccise, che erano in lentissima diminuzione nel 2023 e nel 2024, scende sensibilmente al di sotto di quota 100 (erano state 120 nel 2023, e 113 nel 2024).

Speriamo. Ma se così fosse, come potremmo spiegare la diminuzione? E soprattutto: che fare per avvicinarci ancora di più all’obiettivo zero-femminicidi?

Qui siamo ovviamente nel campo delle ipotesi. Comincerei da una spiegazione che ritengo sbagliata: i maschi sono diventati meno aggressivi, o più civili. Questa spiegazione è poco convincente perché chiama in causa un cambiamento culturale, senza tenere conto che i cambiamenti culturali sono quasi sempre lenti, molto lenti. Certo si può pensare che l’enorme pressione sociale sui maschi innescata dal femminicidio di Giulia Cecchettin abbia smosso qualcosa, ma è difficile credere che i risultati siano potuti arrivare nel giro di un solo anno.

Contro questa lettura militano anche i dati della criminalità che mostrano che, con l’importante eccezione degli omicidi, la maggior parte dei crimini violenti – rapine, lesioni dolose, maltrattamenti, violenze sessuali solo per citarne alcuni – è in forte aumento negli ultimi anni, e lo è in special modo fra giovani e giovanissimi. L’impressione generale è quella di una crescita dell’aggressività, che tuttavia non si manifesta attraverso un aumento degli omicidi (che hanno un andamento altalenante), bensì attraverso altre forme di violenza e intimidazione, in netto aumento rispetto agli anni pre-covid.

Colpiscono, in particolare, il numero delle violenze sessuali denunciate, salite a oltre 6500 l’anno (il numero effettivo potrebbe aggirarsi intorno a 30 mila), e la crescita dei reati del “codice rosso”, in particolare lo stalking e il revenge porn (diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti).

Se in generale quel che si osserva non è una diminuzione generalizzata dell’aggressività, forse l’ipotesi che si può avanzare per spiegare la flessione del numero di donne uccise è che, dopo la morte di Giulia Cecchettin, siano aumentate sia la vigilanza delle donne (capacità di cogliere i segnali di pericolo) sia la loro propensione a rivolgersi alle autorità nelle situazioni critiche.

E qui veniamo alla domanda critica: che cosa potremmo fare per accelerare la caduta delle uccisioni di donne, e in particolare dei femminicidi?

Probabilmente la strada più fruttuosa è allargare lo sguardo. I media danno un’enorme importanza ai casi di donne uccise dal partner, ma non paiono rendersi conto che quella dei femminicidi è solo la punta di un iceberg. Le donne uccise dal partner o dall’ex compagno sono circa una la settimana, ma per ogni donna uccisa ve ne sono circa 400 vittime di violenza sessuale e migliaia vittime di maltrattamenti e atti persecutori. Eppure l’intorno del femminicidio, fatto di dolore e sofferenza, attira ben poca attenzione. Perché è invisibile, azzarderà qualcuno.

Ma è una risposta che non convince. Perché una parte di questo intorno è visibilissima, solo che la si voglia vedere. Per ogni donna uccisa, ve ne sono 7 che si suicidano: più di 2 al giorno. E tutto fa pensare che, soprattutto nelle fasce giovanili, i drammi che per alcune finiscono nei femminicidi, non siano di natura tanto diversa dai drammi che stanno dietro tanti suicidi.

Perché, dunque, ce ne occupiamo così poco? Perché i suicidi sono diventati tabù, come sotto il fascismo?

Forse perché abbiamo bisogno di un colpevole. E il femminicidio, a differenza del suicidio, ce lo fornisce su un piatto d’argento. Peccato, perché capire meglio che cosa c’è dietro i suicidi di tante donne, verosimilmente, ci aiuterebbe anche a trovare nuove vie per combattere i femminicidi.

da L’Altravoce il Quotidiano

Stefano Argentino, 27 anni, ha ucciso per strada Sara Campanella, sua compagna di corso all’università di Messina, perché non lo voleva. Mark Antony Samson, 23 anni, neolaureato in architettura, ha ucciso l’ex fidanzata Ilaria Sula, 22 anni, il cui corpo è stato ritrovato in una valigia in un dirupo. Due femminicidi di giovani donne per mano di giovani maschi, dopo Filippo Turetta, 22 anni, condannato all’ergastolo per aver ucciso Giulia Cecchettin, sua coetanea e compagna di corso. Di che cosa ci parlano queste uccisioni? Ci parlano, prima di tutto, del fallimento dei padri, degli uomini, nei confronti di una generazione di maschi nata e cresciuta, a differenza della loro, in un tempo di libertà femminile e non gli hanno saputo insegnare come rapportarsi a una ragazza che non vuole condividere con loro la sua vita, come Giulia, Ilaria e Sara. E così, privi di figure libere maschili, questi giovani uomini fanno propria la cultura patriarcale, ormai fuori tempo, del possesso e del dominio e arrivano all’estrema violenza quando una ragazza li respinge, li lascia o li esclude dalla sua vita. Una cultura di cui le ragazze, nate libere grazie alle loro madri reali e simboliche, ne conoscono la distruttività sulle loro vite e la paura sui loro corpi. Dopo ogni femminicidio vediamo donne, ragazze, che protestano, che scendono in piazza e giovani uomini che si uniscono a loro per “fare rumore” e gridare la loro rabbia e il loro dolore. Quando un uomo uccide una donna colpisce nel profondo del proprio essere tutte le donne. E gli uomini? Cosa provano, oltre al dolore e alla rabbia per la vittima? Cosa sentono i giovani maschi quando un loro coetaneo uccide una loro compagna? Dove ne parlano? Con chi ne parlano? In che modo il loro dolore e rabbia diventano forza di trasformazione di sé? Domande a cui solo loro possono rispondere. Osservo che nelle manifestazioni nessun ragazzo o uomo adulto ha mai gridato “non uno di più” uomo assassino, ma tutti “non una di meno”, donna assassinata. È arrivato il tempo di capovolgere l’immaginario nelle piazze, che siano gli uomini a manifestare come atto di assunzione di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni di maschi. Che si assumano collettivamente, come fanno singolarmente molti da tempo, il lavoro politico nel quotidiano della trasformazione di sé perché diventi senso comune. È solo da questa porta stretta che può passare la felicità per nuove relazioni tra uomini e donne, tra ragazzi e ragazze. C’è una miniserie britannica su Netflix che ha scosso il mondo perché ci mette davanti a uno scenario ancora più inquietante. Si tratta di “Adolescence”, ideata da Jack Thorne e Stephen Graham, il cui regista e protagonista, Philip Barantini, si è ispirato a un fatto veramente accaduto. Per come la vedo io, è di uomini che parla innanzitutto, di padri e di figli, di docenti ed allievi, di gruppi social di uomini misogini che nutrono giovanissimi di odio contro le femministe. Jamie, un ragazzino di 13 anni accoltella la sua compagna di scuola Katie Leonard, che lui definisce “una bulla di merda”. Agli occhi degli adulti è un “bravo ragazzo”, studioso, intelligente e nessuno, a partire dal padre e dalla madre, immagina il mondo parallelo dei social, fatto di pornografia violenza e odio verso le donne, dentro cui lui, come tanti adolescenti, vive e ne ha l’animo devastato. Ragazzini fragili, abbandonati alla solitudine, alle frustrazioni che generano rabbia, aggressività e violenza. Una generazione di giovanissimi forse in parte già persa che rischia domani di generare altri Turetta, Argentino e Samson se, oggi, il mondo degli adulti, degli uomini innanzitutto, non ascolta e accoglie la richiesta di aiuto di Jamie alla sua psicologa. È questo il messaggio finale della miniserie.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 12 aprile 2025, con il titolo “Che cosa sta succedendo tra ragazzi e ragazze?”. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)

da Corriere della Sera – La 27esimaora

Immaginiamo una comunità ideale che non è basata sui modelli socioeconomici dominanti, in cui il lavoro di cura viene condiviso equamente e in cui la famiglia è considerata una vera e propria questione sociale. Immaginiamo, poi, che in questa comunità ciascuno partecipi della vita collettiva condividendo ciò che produce e ciò che sa fare e che il denaro sia utilizzato solo in situazioni eccezionali. Sembra la descrizione di un’utopia? Un po’ sì, specialmente per chi abita quotidianamente i grandi nuclei urbani.

Ora, tenendo ferma l’ipotesi di questa comunità ideale, andiamo sulle Madonie, a Petralia Sottana. In questo luogo dell’entroterra siculo, da circa un anno e mezzo un’associazione molto attiva sul territorio collabora con un gruppo di ricerca dell’Università di Palermo per studiare il rapporto fra il denaro, i modelli economici alternativi, il valore del lavoro di cura e gli orizzonti del benesseresociale futuro, orizzonti che passano da domande come: chi si occupa dei bisognosi di cura (bambini e anziani)? Chi produce i beni essenziali al sostentamento?

La scelta di studiare una comunità situata proprio lì non è stata casuale: nel territorio delle Madonie, infatti, sopravvivono forme di scambiocome il dono e il baratto. Qui persiste una sapienza tramandata fra generazioni: sono regolarmente organizzate attività di mutuo aiuto per gestire e ristrutturare le abitazioni, coltivare e mantenere i terreni, provvedere alla cura di animali, anziani, malati e bambini; sono inoltre attivi progetti di permacultura e più recentemente sono state promosse delle azioni congiunte per prevenire gli incendi.

Chi ha un po’ di terra, spesso dona fino al 70-80% di quello che coltiva; è in via di costituzione un’associazione fondiaria per censire le terre incolte e distribuirle a chi ne ha bisogno in modo da moltiplicare la richiesta di lavoro, le produzioni agricole e così da rigenerare terre abbandonate da tempo.

Per promuovere questo modello socioeconomico alternativo è stata organizzata una «Fiera generosa»: nel tempo in cui al giuramento del presidente americano Donald Trump siedono multimilionari accanto ai rappresentanti delle istituzioni politiche e in cui il denaro sembra l’unico strumento per soddisfare i bisogni (baby-sitting, baby-parking – basta che non sia baby-caring), l’esperienza di Petralia Sottana (che coinvolge anche Polizzi Generosa) presenta un’alternativa basata sulla cura.

La parola chiave è la cura intesa come lavoro indirizzato al mondo a loro più vicino, ai loro prossimi e anche a loro stessi:la cura qui è un tema politicoe non un problema da risolvere ed è a partire dal suo valore che in questa comunità ogni esistenza è pensata come processo in divenire e che le istituzioni sono immaginate come processi partecipati. Alla «Fiera generosa» chiunque era il benvenuto: gli anziani, i bambini, i richiedenti asilo, le persone non binarie. Chiunque, a mani piene o a mani vuote, ha potuto ricevere oppure offrire abiti, bracciali, limoni, marmellate, massaggi, racconti, consigli per l’invecchiamento gioioso.

Il gruppo di ricerca ha osservato che al diminuire del denaro in circolazione sono migliorate e aumentate le relazioni personali. Così il lavoro di cura, solitamente gestito dalla famiglia (soprattutto le donne), è diventato più leggero perché la famiglia è considerata una questione di tutti: i bambini, i malati e gli anziani sono dei perni essenziali e non delle zavorre da gestire fra una commissione e l’altra.

Più il dono si fa costumecondiviso, più si sostituisce la vendita con lo scambio – un po’ per abitudine e un po’ per principio – più si rafforzano comunicazione e fiducia al di là della contabilizzazione delle prestazioni: si fa qualcosa senza aspettarsi un riscontro immediato, perché si sa che il bene ritornerà in qualche forma. Quel che sembra un esperimento sociale (ma non lo è) sta generando anche altri effetti. Da qualche tempo a questa parte, per esempio, quando una persona soffre di problemi di ansia o depressione, gli psicologi del servizio sanitario nazionale consigliano di entrare a far parte delle attivissime associazioni locali: il consiglio, insomma, èfare qualcosa con gli altri o per gli altri, senza focalizzarsi esclusivamente sulle ragioni del proprio malessere o sulla propria storia famigliare.

Non solo la famiglia, ma anche i malesseri individuali in questa prospettiva diventano infatti una questione sociale e pubblica. Pubblico è in effetti il grande spazio in cui queste vite si stanno riallacciando a un ritmo più adeguato. Ora alziamo lo sguardo da questa utopia e torniamo a guardare il tema da una prospettiva più generale. A fronte dei dati della International Labour Organization secondo cui il lavoro di cura tiene fuori dal mercato del lavoro708 milioni di donneo dell’Agenzia europea per la parità di genere sul faticoso rientro al lavoro dopo la maternità (che è ancora oggi causa principale delle grandi dimissioni di cui tanto si parla), il modello Petralia è prezioso perché aiuta a reimmaginare il ruolo delle istituzioni a partire dalle relazioni fra gli individui.

La politica della cura, diceva una pensatrice rivoluzionaria come Elena Pulcini, invita a smettere di immaginare la funzione dell’umanità secondo il modello dell’homo œconomicus per ripartire dall’homo reciprocus, accendendo la passione per il dono che non a caso è un tema fondamentale negli studi filosofici e antropologici sul denaro, da Mauss a Simmel. Lalogica del dono, al contrario della logica del denaro, disattiva le simmetrie tipiche dell’economia finanziariaper cui ogni azione richiede un riconoscimento, istantaneo e simmetrico, di un valore corrispettivo (fino al punto che il valore diventa il fine ultimo di ogni esperienza). Il dono, come la cura, sono azioni asimmetriche e tuttavia non immotivate: in questa asimmetria si può creare molta più armonia di quanto non avvenga nelle simmetrie e nelle computazioni.

L’esperienza sulle Madonie, confermano le ricercatrici, dimostra che l’investimento sui legami e sulla cosa pubblica – tramite un’incentivazione dello scambio e un disincentivo sulla contabilizzazione – restituisce sempre del bene che ritorna, però, in maniera imprevedibile e asincrona rispetto alle aspettative, riabilitando un effetto-sorpresa che ormai la nostra società ha relegato a episodi iper-consumistici come alcune feste comandate. Le politiche pubbliche che valorizzano il lavoro di cura illuminano, dunque, la ragione stessa del dono (il donare), da una parte, e oscurano l’idea per cui si dona tanto perché si possa (o si debba, peggio ancora) ricevere qualcosa in cambio. Non c’è giustizia di genere senza giustizia sociale, partendo dall’idea che una comunità è giusta solo se siamo tutti considerati vulnerabili.

(*) Angela Condello è docente di Filosofia del diritto, Università degli Studi di Messina.

da Avvenire

Nella nuova classificazione Ateco entrano le «forniture di servizi sessuali, organizzazione di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione». Tutte attività illegali per la legge

Per l’Istat è “vita sociale”, per altri, quasi sempre altre, è la vendita del proprio spazio più intimo. Così il nostro Istituto di statistica, con la pubblicazione della nuova classificazione Ateco, che categorizza tutti i rami delle attività imprenditoriali e libero-professionali per fini statistici e amministrativi (dunque anche fiscali) ha compiuto una giravolta epocale, ignorando d’un solo botto un certo numero di leggi, tra le quali quel baluardo assoluto di civiltà che prende il nome dalla senatrice Lina Merlin, e snobbando autorevoli pareri della Corte costituzionale.

Cos’è successo? Accade che dal primo aprile 2025 nella classificazione Ateco sotto il capitolo dei “Servizi alla persona” entrano nuove categorie. Subito dopo i tatuaggi e i piercing, si trovano, con il codice 96.99.92, i “Servizi di incontro ed eventi simili”. Ed ecco le fattispecie elencate: «Attività connesse alla vita sociale, ad esempio attività di accompagnatori e accompagnatrici (escort), di agenzie di incontro e agenzie matrimoniali; forniture di servizi sessuali, organizzazione di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione; organizzazione di incontri e altre attività di speed networking».

Passi per le “agenzie matrimoniali”, ma cosa sarebbero gli “eventi di prostituzione” o “i servizi sessuali” che per l’Istat sono improvvisamente diventati attività economiche legali e classificate? Da ricordare che in Italia, pur non essendo la prostituzione vietata in sé, sono invece proibite tutte le attività di favoreggiamento, sfruttamento e induzione. La prima a reagire è stata la senatrice pentastellata Alessandra Maiorino, già coordinatrice di una indagine parlamentare sulla prostituzione in Italia. La vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle ha depositato una interrogazione al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso chiedendosi meravigliata com’è possibile che si vada così palesemente in contrasto con le leggi esistenti.

Fornire “servizi sessuali” o organizzare “eventi di prostituzione” fa pensare a strip club o locali notturni o anche festini privati in cui si commercia il corpo femminile: fiscalmente rilevante per l’Istat, ma vietato per la legge italiana che punisce lo sfruttamento della prostituzione con la reclusione da 4 a 8 anni e una multa da 5mila a 25mila euro.

Certo, c’è sempre l’eventualità che fanciulle spensierate scelgano liberamente di mettersi a disposizione dell’appetito maschile. Ma sappiamo che la realtà è drammaticamente diversa ed è fatta in gran parte di coercizione. Mentre decine di enti del terzo settore e istituzioni locali lottano contro lo sfruttamento sessuale e lavorano per offrire percorsi di uscita e di autonomia alle donne, ecco che la nuova classificazione Ateco rende “presentabile” una vasta zona grigia di “servizi sessuali”, “eventi di prostituzione” fuori della legalità e, aggiungiamo noi, anche dell’etica.

Senza contare che la prostituzione, perfino se di “libera scelta”, pone una pesantissima ipoteca sulla parità di genere e, come scrisse la Corte costituzionale nel 2019, si situa al di sotto della dignità umana, in quanto «degrada e svilisce la persona». Per questi motivi, continuava la Consulta, la prostituzione non si può considerare una attività economica. Ora invece l’Istat sostiene il contrario. Lina Merlin, come ha detto efficacemente la deputata Alleanza Verdi e Sinistra Luana Zanella, «si rivolta nella tomba».

Non basta nemmeno la lettera di chiarimenti inviata in serata dall’Ufficio stampa dell’Istat, che cerca di bloccare la falla spiegando che le nuove voci Ateco sono state mutuate pari pari dalla classificazione europea, per un criterio di «piena comparabilità dei dati tra Paesi della Ue», ma che l’implementazione riguarderà solo gli operatori economici che svolgono attività legali. E allora, perché inserirle?

da Il Domani

Le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo di Filippo Turetta per il femminicidio aggravato di Giulia Cecchettin depositate in data 8 aprile dalla Corte di assise di Venezia ci restituiscono una fotografia nitida della violenza sessista che ha portato alla morte di una giovane donna intenta a realizzare sé stessa in un mondo fatto di relazioni significative che le hanno consentito di porre un freno, interrompendo la relazione sentimentale, a una dinamica di possesso insostenibile. Vengono riconosciute le aggravanti della premeditazione e della relazione affettiva, mentre non viene riconosciuta quella della crudeltà. È importante, però, chiarire che nel diritto penale l’aggravante della crudeltà non coincide con il senso comune di ciò che può essere ritenuto “crudele”. Tecnicamente, questa aggravante presuppone che l’autore del reato abbia inflitto alla vittima sofferenze ulteriori, non necessarie rispetto alla volontà di uccidere e finalizzate ad accrescere il dolore. Non è, quindi, quella della sentenza una valutazione morale o simbolica, ma una definizione giuridica legata all’intenzione dell’autore di accanirsi contro la vittima oltre la finalità omicida. La sentenza chiarisce dunque questo aspetto della condotta di Turetta, ma nell’insieme sgretola la narrazione tossica del raptus, della fragilità per la delusione o della “sofferenza d’amore” dell’uomo che uccide e smentisce ogni tentativo di patologizzazione dell’autore del reato evidenziandone la piena lucidità, la freddezza, la determinazione con cui Turetta ha perseguito e poi ucciso Giulia Cecchettin. Ha agito non per disperazione, ma perché non accettava che la “sua” donna fosse libera. Non tollerava che Giulia Cecchettin potesse autodeterminarsi, vivere la propria vita, studiare, stare con i propri amici e scegliere per sé senza di lui. La pretesa di esclusività su Giulia Cecchettin che risulta provata nel processo penale è il cuore della dinamica possessiva che ha alimentato il controllo e la negazione dell’altra nella sua soggettività.

Colpisce la violenza sottile ma sistematica che precede il femminicidio: non ci sono solo i momenti eclatanti di aggressività o di minaccia, ma un costante tentativo di sottrarre a Giulia Cecchettin ogni autonomia sulla propria esistenza: il controllo sul rendimento universitario, la richiesta ossessiva di sapere dove fosse e con chi, la svalutazione delle sue scelte, la pressione psicologica mascherata da “sofferenza d’amore”. Le parole di Elena Cecchettin, la sorella di Giulia, vengono riprese dai giudici di Venezia per descrivere questa dinamica: la paura “di lui” si trasformava nella paura “per lui”, alimentata dal ricatto emotivo del suicidio, dalla narrazione vittimistica di un uomo che minacciava di farsi del male per punire l’indipendenza di Giulia.

Ma questo “male di vivere” ostentato da Turetta non trova riscontro nella realtà processuale: il professionista che seguiva Turetta, infatti, non ha rilevato alcuna psicopatologia né ha mai registrato una richiesta di aiuto per intenti autolesionistici, bensì solo una volontà precisa di dominare e annientare. Le minacce di autolesionismo erano, dunque, un ulteriore strumento di controllo, usato per impaurire Giulia, per manipolarla, per colpevolizzarla della sua scelta di libertà. E una dinamica che nei centri antiviolenza gestiti da Differenza Donna conosciamo molto bene: le donne ci raccontano spesso che la paura per la vita dell’ex partner maltrattante o persecutore – insinuata da lui stesso – diventa una gabbia ulteriore, fatta di responsabilità rovesciata, isolamento, non di rado alimentata da un discorso pubblico che accusa ciascuna per non aver fatto abbastanza per prevenire un danno, nella logica stereotipata della considerazione per cui “forse se l’è cercata”, con i suoi comportamenti, con le sue scelte, anche con la sua fragilità, di cui si è sempre un po’ colpevoli.

Questa sentenza è importante perché afferma con chiarezza che la violenza sessista fino al femminicidio è esercizio deliberato di potere, riconosce il contesto sessista in cui si è maturato il femminicidio di Giulia Cecchettin, fornendo al contempo la misura di una chiara consapevolezza della giovane donna cui ha contribuito anche il cambiamento culturale e giuridico che, negli ultimi anni, ha nominato la violenza per ciò che è, incoraggiando a riconoscerne le radici strutturali. La parola “femminicidio”, oggi presente nel nostro lessico giuridico e nel dibattito pubblico, non è solo una definizione tecnica, ma il risultato di un lavoro politico, sociale e culturale, è oggi un terreno di conflitto simbolico e concreto, che impone di interrogarsi sul senso della giustizia e di cambiare la domanda che ci poniamo dinanzi alla questione sociale della violenza sessista: perché ancora gli uomini credono di poter disporre della vita di una donna? Anche le parole del diritto hanno confermato ciò che Giulia aveva già capito: che la libertà femminile è intollerabile per chi concepisce l’amore come possesso e, proprio per questo, non dobbiamo smettere di affermarla e difenderla attraverso le pratiche, le politiche e il diritto.

da Il Sole 24Ore

Niente più obbligo, per il giudice, nei casi di separazione, di adottare provvedimenti «con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale dei figli». Al magistrato è affidato solo il compito di disporre che «i figli minori restino affidati a entrambi i genitori». Ruota intorno al principio della bigenitorialità perfetta e dell’affido non condiviso ma paritetico, il disegno di legge 832 “Modifiche al Codice civile, al Codice di procedura civile e al Codice penale in materia di affidamento condiviso”. Il provvedimento in 18 articoli, all’esame della commissione Giustizia del Senato in sede redigente – ossia con una corsia accelerata che ne prevede l’arrivo in Aula blindato – è proposto da 14 senatori della maggioranza (Fdi e Noi Moderati). Primo firmatario è Alberto Balboni, Fratelli d’Italia, presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Relatore è Pierantonio Zanettin di Forza Italia.

Il Ddl, già ribattezzato “Ddl Salomone” nella petizione che ne chiede lo stop firmata da quasi mille persone in poche ore, rischia di mutare profondamente il Dna del diritto di famiglia e di incidere pesantemente sulla vita dei figli di genitori separati. Che in un batter d’occhio potrebbero ritrovarsi a fare la spola tra due case (è previsto l’obbligo di doppio domicilio), costretti alla pari frequentazione con entrambi i genitori stabilita da giudici che, di fatto, si troverebbero le mani legate. Eliminando il riferimento all’interesse del minore, infatti, sono gli adulti e i loro bisogni che assurgono al centro del nuovo diritto di famiglia. Da qui il soprannome di “disegno di legge Salomone”, dalla storia della Bibbia in cui il re noto per la sua saggezza, di fronte a due madri che si contendevano un figlio, suggerì di tagliare a metà il bambino per far emergere quale delle due tenesse davvero sua alla vita. Tagliare a metà i bambini di qualsiasi età è ciò che rischia di accadere nei tribunali italiani. «Gentile presidente Meloni – si legge in una lettera dell’associazione RadFem alla premier Giorgia Meloni – auspichiamo con questa nostra di avere sollecitato la sua attenzione su un disegno di legge che qualora perfezionasse il suo iter sarebbe all’origine di molte sofferenze e di molte ingiustizie ai danni dei bambini e delle loro madri».

Il precedente e la sede redigente

In principio fu Pillon, il senatore leghista che già nel 2018 tentò un giro di vite nella stessa direzione sulla legge 54/2006, quella che tuttora regolamenta in Italia l’affidamento condiviso dei figli di genitori separati. Ma dovette fermarsi di fronte all’ondata di contestazioni che da tutte le parti, in primis dal fronte delle associazioni femministe, piovvero sul suo Ddl: quel provvedimento venne accantonato e andò a finire su uno dei tanti binari morti in cui si dirottano le riforme velleitarie, prive di reale sponda politica. Questa volta, però, i numeri sulla carta ci sono tutti. E la sede redigente permette al nuovo disegno di legge di marciare a tappe forzate: dopo le audizioni – i gruppi ne hanno chieste oltre 60 – i senatori esamineranno e voteranno i singoli articoli in commissione per poi portare il testo perfezionato in Aula dove sarà votato o respinto. Senza alternative. Toccherà poi alla Camera esaminarlo, ma è evidente che a quel punto un passo di lato sarà molto più complicato.

Il mito della bigenitorialità perfetta

Tra i punti salienti contestati anche al Ddl Pillon c’è quello della bigenitorialità perfetta, da garantire a ogni costo. Oggi l’articolo 337-ter del Codice civile afferma che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ogni genitore e «rapporti significativi» con i parenti e affida al giudice, in caso di separazione, il compito di adottare i provvedimenti «con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale» dei figli. Nella formulazione proposta dal Ddl 832, «il figlio minore ha diritto, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori e rapporti significativi con i parenti», mentre «il giudice che disciplina l’affidamento della prole dispone che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori» e che la collocazione nelle case sia paritetica. Il giudice in pratica scompare, ridotto a una sorta di passacarte, spogliato della funzione di valutare il supremo interesse dei bambini.

L’allontanamento in casa-famiglia per «gravi motivi»

Ma non solo. Torna in pista, con tanto di certificazione con il timbro della legge, il ricorso alla casa-famiglia, perché il giudice «può per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona, preferibilmente dell’ambito familiare o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare». Quali potrebbero essere i “gravi motivi” così genericamente definiti? In questi tempi bui in cui il costrutto ascientifico dell’alienazione parentale dilaga con i nomi più disparati (dal “rifiuto genitoriale” alla “madre ostativa”) nei tribunali civili da Nord a Sud della penisola, sembra davvero l’apertura di una autostrada per chi usa la clava dei mille volti della Pas per vendicarsi sulle madri, un assist alla violenza di Stato. Ad avvalorare questo sospetto c’è la relazione introduttiva al Ddl. «L’articolo 16 – si legge – potenzia le previsioni dell’articolo 473-bis.39 del Codice di procedura civile intervenendo in tutte quelle situazioni in cui un genitore compie unilateralmente atti che richiedono l’accordo con l’altro, azzerando tali iniziative; ovvero nel caso in cui abbia costruito ad arte situazioni ostative al contatto del figlio con l’altro genitore».

Doppio domicilio e parità di frequentazione

L’esercizio della bigenitorialità imposta dall’alto poggia su alcuni pilastri, anche questi già presenti nel cestinato Ddl Pillon. Il primo è il doppio domicilio. All’articolo 1 si stabilisce che «il minore ha il domicilio del genitore con il quale convive», «ovvero di entrambi se si trova in affidamento condiviso», prevedendo poi all’articolo 3 che «la responsabilità genitoriale è l’insieme dei diritti e dei doveri dei genitori che hanno per finalità l’interesse dei figli». Viene soppressa la facoltà dei genitori di stabilire in modo condiviso «la residenza abituale del minore». Una previsione, quella del doppio domicilio, che aveva già fatto storcere il naso a molti giuristi, che ne avevano ravvisato sia profili di incostituzionalità per l’indebita ingerenza dello Stato nella vita dei privati sia la violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1950, secondo cui «ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza».

Frequentazione paritetica e best interest del minore

Chiaramente la previsione del doppio domicilio è prodromica a un altro principio fissato nel Ddl e già sconfessato da diverse sentenze della Cassazione: quello dell’obbligo per i figli di alternarsi in modo paritetico tra l’abitazione materna e paterna, stabilito per i minori di qualsiasi età, anche neonati, senza alcuna valutazione del caso concreto. Fiumi di inchiostro sono stati versati sul principio del best interest [superiore interesse] del minore, che non dovrebbe mai sottostare alle esigenze degli adulti. La giurisprudenza degli ultimi anni si è affannata a sottolineare che il figlio dei genitori separati ha il diritto di non passare come un pacco da una casa all’altra senza soluzione di continuità ma che al contrario, proprio come la storia di Salomone insegna, i genitori devono saper fare un passo indietro e rinunciare al “possesso paritetico” del proprio figlio. La previsione del disegno di legge, invece, travolge l’istituto dell’assegnazione della casa familiare, disciplinato dall’articolo 337 sexies del Codice civile, ossia il concetto dell’abitazione presso la quale si è svolta abitualmente la vita domestica e il diritto dei figli di conservare l’habitat domestico senza dover pagare per la separazione dei genitori il prezzo di essere allontanati dal cuore delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare.

Il mantenimento paritetico

Come conseguenza della pariteticità, il Ddl propone anche il mantenimento a carico di entrambi i genitori e la scomparsa della proporzionalità rispetto alle risorse economiche di ciascuno. «La filiazione – recita la norma – impone pariteticamente ai genitori l’obbligo di provvedere alla cura, all’educazione, all’istruzione e all’assistenza morale dei figli». Facile intuire che, a cascata, sembrerebbe derivarne la scomparsa dell’assegno di mantenimento a favore del mantenimento diretto, con un rimborso delle spese straordinarie sempre stabilito al 50% senza alcuna valutazione sull’eventuale divario economico tra padre e madre. Divario sul quale i dati periodicamente raccolti dall’Istat e dall’Inps non lasciano adito a dubbi: i genitori più fragili dal punto di vista economico sono le madri. Le nuove povere d’Italia. Quelle a più alto rischio di marginalizzazione. Ancora una volta, si prescinde dalla realtà dei casi concreti per rincorrere l’ideale astratto della bigenitorialità perfetta.

Il coordinatore genitoriale

Ciliegina sulla torta, tornano in pista altri due istituti resi “famosi” dal Ddl Pillon: l’obbligo di mediazione e il possibile ricorso al coordinatore genitoriale. Il vecchio disegno di legge aveva provato a infilarli nell’imbuto del diritto di famiglia che, vale la pena ricordarlo, deve sempre fare i conti con le fonti superiori del diritto, dalla Carta costituzionale ai moltissimi accordi internazionali sulla tutela dell’infanzia. In particolare, il provvedimento stabilisce che il giudice «invita le parti a redigere un piano genitoriale, congiunto o disgiunto, che riporta il regime di vita precedente dei figli e dettaglia le regole della loro futura gestione, con l’eventuale ausilio di un operatore specializzato, denominato coordinatore genitoriale, scelto dal giudice o dalle parti stesse nell’ambito degli esperti nella mediazione di coppie ad elevata conflittualità». Se il tentativo non riesce il giudice detta le relative regole e può assegnare al coordinatore, con il consenso delle parti, «il compito di coordinare la responsabilità genitoriale per un determinato periodo di tempo, curando l’osservanza delle regole e l’attuazione del piano».

La mediazione obbligatoria e le spese raddoppiate

Come allora, anche oggi è facile prevedere che la norma sulla mediazione solleverà più di un’obiezione. L’articolo 13 prevede che «in tutti i casi di disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso le parti hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e salvi i casi di urgenza o di grave e imminente pregiudizio per i minori, di rivolgersi a un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o a un mediatore familiare libero professionista per acquisire informazioni sull’opportunità di un eventuale percorso di mediazione familiare». Solo il primo incontro è gratuito e può svolgersi anche individualmente a richiesta anche di una sola delle parti. Se una delle parti non ottempera, il procedimento si avvia ugualmente per l’iniziativa dell’altra. Laddove l’intesa non si raggiungesse, sarebbe necessario rivolgersi al tribunale, con nuovi costi. Spese raddoppiate, quindi, a tutto discapito, di nuovo, di chi solitamente tra i genitori è più fragile dal punto di vista economico.

E la violenza domestica dov’è?

Mai nel testo del provvedimento compare la questione della violenza domestica, la vera grande assente, la convitata di pietra. Eppure i dati recentissimi del servizio analisi criminale della Polizia sono lì a ricordarci che dal 2019 maltrattamenti e stupri sono cresciuti del 35%. Eppure già con la legge vigente, secondo quanto rilevato da un’indagine dell’associazione Goap che gestisce il centro antiviolenza di Trieste, bambine e bambini finiscono in affido condiviso in oltre il 70% dei casi in cui risultano querele, indagini o condanne per violenza nei confronti del padre da parte delle madri. Quella violenza che nei tribunali civili diventa, appunto, invisibile, derubricata a conflitto, persino quando in sede penale è stata accertata.

La Convenzione di Istanbul, questa sconosciuta

Eppure ancora la Convenzione di Istanbul, che con la ratifica del 2013 è diventata legge dello Stato, all’articolo 31 impone all’Italia di adottare misure legislative o di altro tipo «necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione», nonché «le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini». L’amnesia del disegno di legge sulla violenza contro le donne è evidente. Non solo: a procedimenti già affollati di soggetti terzi chiamati a intervenire – avvocati, tutori, consulenti tecnici, assistenti sociali – il Ddl ne aggiunge di nuovi, confermando la tesi di chi vede nelle separazioni e negli affidi un business sempre più redditizio. Sulla pelle dei bambini.

da Fanpage

Dopo gli omicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula una riflessione è d’obbligo: pochi casi non bastano a identificare un pattern o lanciare un allarme, ma è chiaro che sta succedendo qualcosa di grave nei rapporti fra giovani donne e giovani uomini.

Nel giro di poche ore, l’Italia è rimasta sconvolta dalla notizia di due femminicidi di due studentesse universitarie: Sara Campanella, uccisa per strada a Messina e per il cui omicidio è indagato un compagno di corso che l’avrebbe perseguitata per due anni, Stefano Argentino, e Ilaria Sula, il cui corpo è stato ritrovato in una valigia fuori Roma. L’ex fidanzato Mark Antony Samson ha confessato di essere l’autore del delitto. Campanella e Sula avevano la stessa età, ventidue anni, e i loro presunti assassini sono poco più grandi: ventisette per Argentino e ventitré per Samson.

La questione anagrafica in questi casi è importante da sottolineare. Negli ultimi anni, l’età media delle vittime di femminicidio si sta alzando, anche perché finalmente si cominciano a riconoscere come tali gli omicidi di donne anziane, spesso malate, che per tanto tempo sono stati interpretati come “gesti dettati dalla disperazione”, se non addirittura “dalla compassione” dei mariti. Ma dall’altra parte, ci sono stati anche diversi femminicidi che hanno coinvolto uomini giovani, se non giovanissimi: Filippo Turetta, che aveva ventidue anni quando accoltellò Giulia Cecchettin, sua coetanea; il diciasettenne di Viadana che uccise Maria Campai nel garage di casa sua; Jashan Deep Badhan, diciannovenne che accoltellò la vicina di casa Sara Centelleghe, di diciott’anni; il quindicenne arrestato per aver gettato dal balcone una tredicenne a Piacenza. E ora gli arresti di Argentino e Samson.

Pochi casi non bastano a identificare un pattern o lanciare un allarme, ma è chiaro che sta succedendo qualcosa di grave nei rapporti fra giovani donne e giovani uomini. Non sono solo i casi di femminicidio a dircelo, anche perché l’assassinio è solo la punta dell’iceberg della violenza di genere. Secondo il Servizio Analisi Criminale della Direzione centrale della Polizia criminale, nel 65% dei casi di violenza sessuale registrati nel 2023, gli autori noti avevano tra i 14 e i 34 anni; il 27% tra i 14 e i 17. Un rapporto del 2024 di Save The Children evidenzia come tra gli adolescenti ci sia una propensione al controllo all’interno delle relazioni, specie attraverso i social, e che persistono stereotipi radicati. Chi si occupa di violenza di genere e ne va a parlare nelle scuole riferisce una sorta di regresso, o la percezione di un divario tra le opinioni delle ragazze – sempre più consapevoli e informate – e quelle dei ragazzi – che sono sempre più ostili e vanno subito sulla difensiva.

Una parte di responsabilità va ascritta alla cronica assenza di educazione sessuale e affettiva a scuola, in uno dei pochi Paesi rimasti in Europa a non prevederla nel calendario scolastico. Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il ministro dell’Istruzione Valditara aveva lanciato il progetto “Educare alle relazioni”, mal concepito ma comunque mai avviato, e molto osteggiato dal fronte anti-gender che lo reputa una forma di indottrinamento. Ma la prevenzione, su cui comunque non si investe abbastanza, è un contenitore che può essere riempito di tante cose diverse, ed è qui che sta la parte più difficile di questa responsabilità.

La prevenzione che abbiamo conosciuto da quando il nostro Paese ha firmato il primo piano anti-violenza nel lontano 2013 è quella delle panchine rosse, degli inviti a chiamare il 1522, dei «Denunciate!» e dei «Se ti picchia non è amore». Messaggi che sono serviti senz’altro a creare consapevolezza del fenomeno della violenza di genere, ma che forse meritano di essere rivisti o superati. Non solo perché il messaggio è arrivato soprattutto alle donne (che in effetti sono più propense a rivolgersi alle forze dell’ordine o ai centri antiviolenza) e quindi ha mancato il vero obiettivo della sensibilizzazione – cioè gli uomini – ma anche perché non dice quasi nulla a questa nuova generazione di possibili vittime e possibili autori di violenza.

I femminicidi di Campanella e Sula, così come quello di Giulia Cecchettin, hanno coinvolto giovani donne brillanti, in procinto di realizzarsi dal punto di vista accademico e professionale. A togliere loro il futuro ci sono uomini quasi loro coetanei, incapaci di accettare forse non tanto la “fine della relazione”, come amano scrivere i giornali, ma l’idea che queste donne potevano vivere la loro vita senza di loro. I dettagli dei casi di questi giorni devono ancora essere chiariti, ma il processo nei confronti di Filippo Turetta ha illustrato perfettamente questo schema: da un lato una giovane donna che vuole soltanto fare le sue cose, dall’altro un giovane uomo incastrato in un vortice di autocommiserazione, risentimento e infine violenza.

Un segno rosso in faccia o uno slogan alla “Se dice no è no” non riusciranno ad arrivare alle radici più profonde di questo divario, che va oltre la questione delle relazioni romantiche e sessuali. Lo vediamo anche nella politica: uno studio durato venti anni e condotto in venti Paesi, fra cui l’Italia, ha mostrato che le donne giovani hanno opinioni sempre più progressiste e aperte al mondo, mentre i loro coetanei maschi sono sempre più conservatori e reazionari.

Questo pattern non è tanto diverso dal centinaio di femminicidi che si consuma ogni anno in Italia, dove il gesto arriva quasi sempre dopo una separazione o nel momento in cui diventa chiaro che la donna si è rifatta una vita che non prevede il coinvolgimento dell’ex partner. Gli ingredienti sono sempre gli stessi perché il patriarcato è sempre lo stesso, ma nei casi che vedono autori così giovani c’è qualcosa che il nostro Paese non ha gli strumenti per affrontare o che fa finta di non vedere. Qualcuno la chiama “crisi del maschio” o “male loneliness epidemic” (epidemia di solitudine maschile), anche se espressioni come queste rischiano di essere autoassolutorie. Qualcuno ci sta già facendo i conti: nel Regno Unito, dove il fenomeno è stato ben raccontato dalla serie Adolescence, la polizia ha cominciato a trattare i casi di “misoginia estrema” come se fossero casi di terrorismo, in cui si riconosce che l’autore ha subìto un vero e proprio processo di radicalizzazione.

La radicalizzazione, di qualsiasi natura, avviene quando un soggetto trova un’ideologia che non solo conferma la sua visione del mondo, ma che sembra spiegare ogni cosa che gli accade nella vita. Finché non si arriva al tipping point, il punto di svolta, un fatto spiacevole che scatena la reazione violenta, come essere lasciati o rifiutati da una ragazza che non è vista come una compagna o una pari, e forse nemmeno tanto come un oggetto, ma come un premio, come qualcosa di dovuto. Come il sorriso che Stefano Argentino avrebbe preteso da una ragazza che aveva paura di lui, che non gli aveva mai dato alcuna attenzione, che lo chiamava “il malato”. Questo messaggio è pervasivo, specie online, dove i guru della mascolinità costruiscono la loro fama rimarcando proprio il fatto che il mondo è ingiusto per gli uomini e che se vogliono qualcosa se lo devono guadagnare da soli. E soli rimangono: Turetta, Argentino, persino Jamie di Adolescence che non sa nemmeno descrivere cos’è l’amicizia, pur avendo in apparenza una vita sociale.

Di fronte all’innalzamento delle età delle vittime di femminicidio, qualcuno tirava un amaro sospiro di sollievo: la violenza di genere è un vecchio retaggio culturale, le nuove generazioni sono la speranza. Purtroppo non è così. E per intercettarle dobbiamo avere il coraggio di abbandonare i vecchi codici e simboli e trovare nuove parole.

Intervento presentato all’incontro Le lettere del mio nome. In ricordo di Grazia Livi del 29 marzo 2025 al Circolo della rosa-Libreria delle donne di Milano, promosso da Elena Petrassi.

Nel 2012 Graziella Bernabò mi fece conoscere personalmente Grazia Livi. Provavo per lei una grande riconoscenza per avermi introdotto con mano esperta e leggera alla lettura di tantissime autrici del Novecento con le sue brevi e dense biografie di grandi scrittrici dove si intrecciavano vita e opere, dove lei stessa si metteva in gioco e, con una scrittura limpida e precisa, tersa e tesa, come diceva Marisa Bulgheroni, riusciva a mostrare il rapporto tra una donna e la creazione letteraria, partendo da piccoli particolari per andare al centro della vita. Ha saputo mostrare scacchi e scatti di resistenza, lacci e invenzioni di libertà delle donne e questo ha permesso a tante di noi di conoscersi meglio, di sentire che un’altra capiva le nostre emozioni e le rappresentava.

Desiderai subito creare una serata al Circolo della rosa sul suo lavoro. Scelsi con lei di costruire un dialogo con Laura Lepetit, che era diventata sua editrice dal 1991, dopo la pubblicazione nel 1984 da Garzanti del libro Da una stanza all’altra. Finalmente, dopo alcuni spostamenti di data in attesa della bella stagione per suoi problemi di salute, il 13 maggio 2013 vi riuscimmo. Con grande disponibilità, ironia e acutezza percorremmo diverse tappe della sua vita. Qui accennerò a episodi e riflessioni sulla sua presa di coscienza come donna e il suo femminismo.

Grazia proveniva da una colta famiglia fiorentina che le aveva permesso di laurearsi ma che rispetto alle donne aveva una visione patriarcale. A questo proposto ci raccontò di come suo padre, professore universitario, figlio e nipote di professori universitari, rivolgendosi ai due figli maschi, che divennero economisti, dicesse “Voi seguirete la mia strada” come difatti fecero. E poi guardando le figlie con leggero compatimento: “E voi farete le mie segretarie”. Infatti le fece studiare anche stenografia, cosa peraltro utile quando diventerà giornalista.

La madre, donna bella, spiritosa e salottiera era “Tutta una lode del padre”, diceva continuamente “L’ha detto il babbo” e proponeva per le figlie l’unico modello femminile che aveva conosciuto. Grazia però aggiunse: “Le madri vanno perdonate perché i tempi erano davvero brutti”. Con questo commento sottolineava la necessità di non incolpare le madri dei danni patriarcali. Oggi noi diremmo che è necessario redimere la relazione con la madre, non tanto perdonarla considerando le tremende difficoltà ad agire diversamente da come fecero. Già qui possiamo cogliere un aspetto del suo femminismo: guardare con curiosità e comprensione le donne e con ironia gli uomini, osservando i loro comportamenti e soprattutto sapere riconciliarsi con la madre.

Appena sposata visse a Londra dove si descrisse come “ragazza inconsapevole del vivere, che era stata una brava studentessa e una brava fanciulla nel pieno del patriarcato”. Fu una delle primissime a leggere Simone de Beauvoir, non ancora tradotto in italiano. “Leggevo per un feeling per le cose interessanti ma il mondo delle donne non esisteva. Esistevano le solitarie appassionate della parola scritta, come me.”

Su richiesta della Società delle letterate scrisse per la serie Parole pensate come era giunta alla pubblicazione del suo primo libro Gli scapoli di Londra.1

«Fui colpita dalle abitudini riservate alle persone colte, dalla cautela delle conversazioni, dal ritmo ordinato della grande città, dove si intrecciavano i riti e le solitudini. Ero pronta a colorare quel che vedevo con descrizioni umoristiche. Osservavo tutto e ridevo di tutto. Un amico giornalista mi disse: “Capisci così bene questo mondo… perché non provi a scriverne?” E mi dette l’indirizzo del suo settimanale prestigioso. La mia istintività allora era spontanea, non ancora appesantita dalla consapevolezza. Tutto pareva possibile. Scrissi, come giocando, e poco dopo vidi l’articolo pubblicato, persino con rilievo. Il sottotitolo era Vita di Londra. Mi furono chiesti altri articoli, ero piena di incredulo stupore. Tuttavia li mandai, ed ebbero una piccola eco, pari all’allegra naturalezza con cui erano stati scritti.

Quando tornai in Italia ero già una ragazza diversa. Il problema, molto grosso allora per una donna, era quello di una identità in fieri in un mondo quasi privo di uscite: il mondo patriarcale. Pianificai di diventare indipendente facendo la giornalista. Era scomparsa l’allegria. La responsabilità piena di conflitti si era insinuata nella vivace incoscienza della ragazza che voleva diventare una persona, secondo se stessa. Avrei potuto mantenermi scrivendo per i giornali.» Infatti divenne inviata per importanti riviste di quel periodo come Il mondo, L’europeo, Epoca, La nazione per cui fece anche diverse interviste di cui ricordò in particolare quelle a Rubinstein e a Giacometti.

L’editore Sansoni – nella persona del suo nuovo proprietario, Federico Gentile – iniziò una collana di libri d’esperienza vissuta, e le chiese di pubblicare i suoi articoli inglesi e nel 1958 uscì Gli Scapoli di Londra, recensito da Montale e che vinse il Bagutta Tre Signore, l’anno in cui vinse Italo Calvino.

Credo si capisca come lo scrivere diventasse allora il suo lavoro per emanciparsi ma la passione per lo scrivere prese corpo nella scrittura dei racconti. Ci disse: “Il racconto mi incanta. Ho scoperto Katherine Mansfield, grande maestra, stupenda esaltatrice della vita minima, della vita del sentire, delle emozioni, con una stupenda sensibilità femminea”. E poi aggiunse: “Scrivo tutto quello che si annida dentro il non detto di una persona. Nella mia grande famiglia nessuno si interessava a sapere la verità, fin da bambina credevo importante capire la verità e dirla, non solo i fatti”.

E poi continuò: “Scrivevo in modo narrativo ancora tradizionale. Ero stata spinta a scrivere da Anna Banti, grande figura di donna, ma non obbedivo a degli incitamenti. Quello che sentivo è ben detto da Carla Lonzi nel Secondo Manifesto di Rivolta femminile Io dico io del 1977”. Nell’incontro lo citò leggendolo direttamente: “Chi ha detto che l’ideologia è anche la mia avventura? / Avventura e ideologia sono incompatibili / La mia avventura sono io”. E aggiunse: “È l’indicazione più bella della singolarità, della potenzialità che una deve riconoscersi, tirar fuori, amare, è il percorso di una persona se è fedele alla propria singolarità per tutta la vita”.

Del femminismo temeva diventasse un’ideologia e invece valorizzò l’importanza della singolarità a partire da se stessa per poi valorizzarla anche rispetto alle scrittrici da lei scelte.

L’incontro con Virginia Woolf nacque grazie ad Anna Banti che dirigeva la parte letteraria della rivista Paragone, dove Livi pubblicava qualche recensione.

Grazia ci raccontò: “Banti mi telefonò dicendomi che sentiva che ero sulla stessa lunghezza d’onda di Virginia Woolf e mi chiese di scrivere un saggio su di lei entro un mese. Non sapevo le regole per scrivere un saggio e gli uomini a cui mi rivolgevo erano sbrigativi, ma scrivere questo saggio mi ha fatto scoprire, uso una parola femminista, la sorellanza perché via via che leggevo la Woolf capivo benissimo, non tanto la lingua ma chi era e che anch’io provavo quello che lei scriveva, sentivo la gioia di ritrovarmi. Ho letto tutto e ho scritto il saggio. Ho provato grande soddisfazione perché Banti mi disse Bellissimo e lo mise in apertura della rivista. Era una cosa incoraggiante ma io percepivo con forza come noi eravamo intrappolate nella subordinazione come donne agli uomini”.

Dal saggio su Woolf successivamente le venne in mente di collocare nella stanza di lavoro altre scrittrici per scrivere della loro vita. La stanza metafora per dire il bisogno di entrare all’interno di una vita, per dare un tocco di empatia. Era incantata da tutte le scrittrici scelte: Woolf per la vicinanza interiore straordinaria; Austen assoluta per non aver bisogno d’altro dentro la sua routine; Dickinson monaca dell’assoluto; Percoto, sua scoperta ridotta in una cartella polverosa nell’archivio di Udine, con una vita quotidiana molto difficile ma donna molto forte; di Mansfield abbiamo già detto, Anaïs Nin donna che giocava col suo aspetto e sapeva giocare con l’amore, cosa che Grazia non sapeva fare ma che l’affascinava. Ci disse: “Ho sentito per tutte latente fiducia, tenerezza, partecipazione per i destini”.

Con Da una stanza all’altra del 1984 inizia un percorso, che continuerà soprattutto con Le lettere del mio nome e Narrare è un destino, di presa di coscienza femminista, o meglio, come precisò, di sviluppo di “una piega della sensibilità che andava verso la condizione reale delle donne e che mi faceva bramare per una chiarezza di rapporti. […] Sono donna, mi riconosco in loro, ho l’istinto di scavare in loro, ne sento la dolorosità che poi ho sentito anche negli uomini”.

Grazia Livi con queste parole ci mostra come ci si possa aprire empaticamente alla differenza maschile quando e perché, partendo da sé, si resta fedeli al proprio essere donna.

1 https://www.societadelleletterate.it/2015/01/6926/

(www.libreriadelledonne.it, 2 aprile 2025)

dal Fatto Quotidiano

La vicenda avvenuta a Roma che vede protagonista una bambina di cinque anni che si è legata con lo scotch a una sedia sotto un tavolo per non essere separata dalla madre, solleva interrogativi profondi e drammatici sull’equilibrio tra tutela dei minori, decisioni giudiziarie e il concetto stesso di giustizia come protezione. Una bambina che rifiutail prelievo forzato è un segnale da ascoltare, non da ignorare. Il gesto estremo e simbolico della minore è l’espressione di un disagio profondo, che va ben oltre la normale opposizione infantile.

Un tale comportamento non è solo frutto di una relazione affettiva intensa con la figura materna, ma manifesta anche una volontà consapevole, espressa nel linguaggio che un bambino può usare con il corpo, l’azione, il rifiuto.

Il punto non è se il provvedimento sia formalmente legittimo. Il punto è se sia giusto provocare un trauma irreparabile.

Quando la giustizia diventa trauma non è più giustizia ma violenza. L’intervento dello Stato, laddove la tutela dei minori sia necessaria, dovrebbe essere proporzionato, tempestivo, rispettoso della dignità e del superiore interesse del minore (art. 3 Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia, ratificata con l. 176/1991). Tuttavia, quando il sistema interviene senza ascolto, senza gradualità, senza mediazione, il confine tra tutela e violenza istituzionale diventa drammaticamente sottile.

In casi come questo, si rischia di produrre l’effetto contrario a quello dichiarato: non si protegge il minore, lo si danneggia.

Il fatto, poi, che un intero condominio si sia mobilitato per impedire il prelievo forzato dimostra che la società civile ha percepito la misura come ingiusta, sproporzionata, disumana. Quando è il popolo a dover contenerel’eccesso dello Stato, siamo di fronte a una rottura del patto fiduciario tra istituzioni e cittadini. Lo Stato non può delegare la propria funzione protettiva alla reazione spontanea della collettività. Deve, invece, interrogarsi su come siano potuti accadere fallimenti sistemici e di ascolto, che hanno portato un’intera comunità a difendere chi, sulla carta, doveva essere già tutelato dallo Stato.

La conferenza stampa che ho organizzato alla Camera dei deputati e l’interrogazione parlamentare che ho presentato al ministro della giustizia, Carlo Nordio, sono atti istituzionali necessari in presenza di una situazione che evoca gravi profili di lesione dei diritti fondamentali della minore.

Questo caso impone una riflessione urgente sulla giustizia minorile, la quale deve essere ripensata in chiave relazionale e non solo procedurale. Ma soprattutto serve una seria revisione della legge n. 54 del 2006. Tale norma ha introdotto nel nostro ordinamento il principio della bigenitorialità, ossia il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori anche dopo la separazione o il divorzio. Un principio condivisibile nei suoi intenti, fondato sull’idea che la presenza di entrambi i genitori sia, in linea generale, un valore per la crescita sana ed equilibrata del figlio.

Tuttavia, a quasi vent’anni dalla sua entrata in vigore, è ormai evidente che il principio della bigenitorialità non può essere applicato come dogma, né in modo automatico e indifferenziato. Esistono contesti familiari, troppo spesso sottovalutati, in cui uno dei due genitori manifesta comportamenti violenti, abusanti o gravemente disfunzionali. In questi casi, insistere sul mantenimento della bigenitorialità senza una reale valutazione del rischio significa sacrificare il superiore interesse del minore sull’altare della formalità.

La giurisprudenza, sia nazionale che della Corte EDU, ha più volte affermato che il diritto del minore alla relazione con entrambi i genitori non è assoluto, ma va sempre valutato alla luce della concreta idoneità genitoriale e della capacità di ciascun genitore di contribuire in modo positivo alla crescita del figlio. Eppure, nella prassi, si continuano a registrare decisioni giudiziarie che, pur in presenza di denunce documentate per maltrattamenti, stalking o abusi, dispongono affidi condivisi o incontri “protetti” con genitori violenti, mettendo a rischio l’incolumità psico-fisica del minore e della madre che lo tutela.

da il manifesto

Da uno scherzoso componimento liceale a una strofa buttata giù alla vigilia della morte: le poesie «disperse» vengono ora raccolte da Andrea Ceccarelli sotto il titolo «Racconto antico», da Adelphi

Cimentandosi nel 1996 in quel particolarissimo genere letterario che è il discorso di accettazione del premio Nobel, Wisława Szymborska deplorava con la consueta ironia il carattere «nient’affatto fotogenico» del proprio mestiere. Nessun regista, a suo dire, si sarebbe mai arrischiato a girare un documentario sulla vita quotidiana di un individuo che «fissa con lo sguardo immobile la parete o il soffitto, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d’ora ne cancella uno, dopodiché passa un’ora in cui non accade nulla… Quale spettatore reggerebbe uno spettacolo simile?» Peggio ancora, questa sequenza soporifera si sarebbe verosimilmente conclusa con l’attimo in cui il poeta insoddisfatto, dopo tante tribolazioni, annienta i frutti imperfetti del proprio lavoro.

All’esercizio dell’auto da fé Szymborska si dedicava in effetti con una certa ostinazione – lo dimostra il fatto che al momento dell’attribuzione del Nobel fosse autrice di soli nove esili volumetti di poesie, di cui due (quelli degli esordi real-socialisti risalenti a mezzo secolo prima) disconosciuti e mai più ripubblicati.

Eppure nel suo caso il reiterato ricorso al cestino della carta straccia – da lei ritenuto lo strumento più prezioso per chi scrive – non era motivato esclusivamente da una spasmodica tendenza all’autocritica. Altrettanto stringente doveva sembrarle l’imperativo etico di utilizzare con morigeratezza quel potere quasi stregonesco che offre la scrittura: retrocedere al «paradiso perduto della probabilità», addentrarsi tra gli interstizi del possibile e fondare così, sulla base degli elementi trascelti, un ordine diverso da quello esistente. Se scrivere è innanzitutto «la vendetta di una mano mortale», ovvero la creazione di un mondo alternativo di cui l’autore stringe strettamente in pugno le «sorti indipendenti», è chiaro che di un simile dono non si dovrebbe abusare, pena l’incorrere in quei pericoli che Szymborska aborriva, e cioè nel chiacchiericcio o, peggio, nella falsità.

In un lungo arco temporale

Considerando la propensione dell’autrice verso questa sorta di ecologia della creazione, sembra tanto più straordinario che a tredici anni ormai dalla sua scomparsa escano ancora poesie inedite, non incluse in nessuna raccolta pubblicata in vita, ma nemmeno distrutte. Poesie che difficilmente potrebbero essere raggruppate sotto una rubrica diversa da quella di «disperse» scelta da Andrea Ceccherelli per il sottotitolo di Racconto antico, proposto ora da Adelphi a sua cura (pp. 140, € 13,00). L’ampiezza dell’arco temporale (si va da uno scherzoso componimento liceale a una strofa messa su carta alla vigilia della morte), nonché l’ovvia eterogeneità dell’intonazione, rendono infatti impossibile individuare fra questi versi un minimo comune denominatore. Al contempo, non è difficile intravedervi quell’interrogazione tenace e spesso stupita del reale che costituisce la cifra inconfondibile della poetessa polacca. Così come pressoché immutata nel tempo rimane la sua tendenza a procedere secondo una logica accumulativa, che ai risvolti concreti dell’essere affianca innumerevoli varianti irrealizzate.

Queste eventualità inopinatamente scartate dal destino talora restano, a volte, perfino implicite, consegnate a un pudico, quanto scherzoso non detto: «Se mai le cose potessero parlare – / ma se parlassero, potrebbero anche mentire. / Soprattutto quelle ordinarie e poco apprezzate, / per attirare finalmente l’attenzione. // Mi spaventa l’idea / di cosa mi direbbe il tuo bottone caduto, / e a te la mia chiave di casa, / vecchia mitomane».

Altrove, la vita potenziale degli oggetti si condensa in apologhi spassosi, invariabilmente conclusi da appelli edificanti alla gioventù comunista. È il caso di Favole sulla vita delle cose inanimate del 1949, dove la poetessa – allora ventiseienne – immagina le possibili sorti di un libro che, non essendo mai stato letto da nessuno, decida di leggersi da solo; inoltre, di una stufa intenzionata a cambiare quotidianamente nome, a seconda del santo o della santa celebrati quel giorno: e, ancora, di un letto pigro, convinto che non esista nulla di meglio del sonno.

L’alternativa del «se mai» assume tonalità affatto diverse in La dialettica e l’arte, forse una delle poesie più «dissenzienti» di Szymborska, uscita a Parigi sulla rivista dell’emigrazione polacca «Kultura» nel 1985 sotto pseudonimo, e significativamente non inclusa nella raccolta successiva, Gente sul ponte, uscita l’anno seguente. Qui l’autrice passa in rassegna le prevedibilissime conseguenze derivanti per un poeta dal sottomettersi supinamente alle direttive del potere politico o, al contrario, dall’ignorarle: «La tua opera, artista, è sulla bilancia della sorte / Se dirai Sì / subito acquisterà peso / Se dirai No / ne perderà all’istante / Se dirai Sì / diventerai finalmente / migliore dei peggiori / perché i peggiori saranno quelli che hanno detto No».

Quando tutto è bianco o nero

Umori non meno sediziosi trapelano da La tribuna, dissacrante ritratto di non meglio specificate autorità militari e civili, che evoca alla mente i Generali dipinti da Enrico Baj. Più malinconica è invece la riflessione metapoetica contenuta nel componimento dedicato a František Halas, poeta ceco che, malgrado la sua militanza di sinistra e il ruolo attivo svolto nella Resistenza, divenne oggetto di una sorta di damnatio memoriae in epoca staliniana. Irridendo il manicheismo propagandato dall’alto («Semplifichiamo il mondo. L’erba sappia / che anche il suo colore o è bianco o è nero»), la poetessa polacca osserva ironicamente come le «vie di un tempo, non perfettamente rette» non siano ormai più tollerate.

Forse ha origine proprio da questa constatazione la sua successiva tendenza a deviare dagli schemi precostituiti («Sono, ma non devo / esserlo, una figlia del secolo») per progettare «un mondo nuova edizione /, riveduta», che risponda unicamente alle regole della scrittura. È la prospettiva aperta in Racconto antico, forse la più bella tra le «poesie disperse», riemersa dall’archivio del marito dell’autrice Adam Włodek. Sancendo qui per la prima volta l’autonomia assoluta dell’universo letterario rispetto a quello reale, Szymborska afferma scherzosamente il carattere veridico di ogni narrazione, dal momento che chi scrive non può fare a meno di condividere, soprattutto nei momenti più lieti, le esistenze di carta dei suoi personaggi: «L’autore giura che era lì al banchetto / con gli sposi, a bere vino centenario, / che nel mondo non descritto è troppo caro».

da L’Altravoce il Quotidiano

Il 23 marzo 1944, in un pomeriggio di sole, nella Roma occupata dai nazifascisti, un gruppo di giovani partigiani dei Gap (Gruppi di azione patriottica), organizzazione clandestina armata del Partito Comunista, in via Rasella fa strage di tedeschi. Ritanna Armeni con il suo ultimo romanzo A Roma non ci sono le montagne edito da Ponte alle Grazie, ci catapulta in quel pomeriggio. Protagonisti sono giovani borghesi, colti, studenti, assistenti universitari o docenti, qualche operaio, che hanno scelto la lotta armata contro i tedeschi e i loro servi fascisti, in attesa dell’arrivo degli alleati (4 giugno 1944). Carla Capponi (nome di battaglia Elena), Sasà Bentivoglio (Paolo), Carlo Salinari (Spartaco), Franco Calamandrei (Cola), Maria Teresa Regard (Piera), Mario Fiorentino (Giovanni), Lucia Ottobrini (Maria): sono questi i loro nomi e quel pomeriggio ognuno/a è al proprio posto. Giorgio Amendola, dirigente del Partito comunista e componente del Cnl (Comitato di liberazione nazionale) e Spartaco, comandante del Gruppo, controllano che tutto vada secondo i piani. Tutto doveva avvenire entro le 14.00 quando il battaglione Bozen formato da 150 tedeschi, cantando e marciando, avrebbe attraversato via Rasella, secondo il racconto di Mario e Lucia che dalla loro finestra, ogni giorno, sentivano le voci e il rumore degli stivali. Tutti aspettano. Aspetta Sasà vestito da spazzino con il suo carretto pieno del tritolo portato da Carla, andando su e giù per le strade controllate dai tedeschi. Lei aspetta, con la borsa piena di bombe a mano, davanti al portone del “Messaggero” con un impermeabile al braccio che poi darà a Sasà. Tutti gli altri aspettano con pistole e bombe a mano costruite da Giulio, il giovane laureato in fisica. Perché i romani non prendono le armi, non si ribellano contro gli occupanti che in città seminano terrore e morte? «Perché – risponde l’autrice – a Roma non c’erano le montagne dove nascondersi come i partigiani del resto del Paese. Per nascondersi si poteva contare solo sui portici, sulle strade strette del centro, sui quartieri che in periferia si intrecciavano e si confondevano con le chiese o dei conventi. Le truppe naziste non si annunciavano, apparivano all’improvviso, sfilavano per le strade, perquisivano i cantieri, entravano nei portici. Toglievano il respiro […] sfinivano con la loro presenza». Terrore e odio seminava, insieme ai fascisti, Herbert Kappler, comandante della Gestapo, con arresti e torture. Aveva svuotato il Ghetto e deportato gli ebrei dopo averli ingannati facendosi consegnare 50 chili di oro in cambio della deportazione. Intanto a via Rasella il tempo passa ma dei tedeschi non c’è traccia. Sono alla festa nostalgica dei fascisti per l’anniversario della nascita del Partito (23 marzo 1919). Minuto dopo minuto l’autrice ci rivela i sentimenti contrastanti dei partigiani che stanno per annullare l’operazione militare quando alle 15.45 il battaglione arriva, marciando e cantando. L’esplosione è terribile, una strage (33 morti, un ragazzo lì per caso e molti feriti). I partigiani fuggono, i tedeschi sotto shock reagiscono subito, colpiscono le finestre, entrano nei portoni e nei negozi, fanno saltare le serrature, perquisiscono gli appartamenti, prendono i civili, compresi donne e bambini, separano gli uomini dalle donne. Da Berlino arrivano gli ordini di una rappresaglia esemplare che faccia “tremare il mondo”. Hitler vuole fucilati dai 30 ai 50 italiani per ogni tedesco ucciso, ma per paura di una insurrezione si decide 10. E fu l’eccidio delle Fosse Ardeatine (320 innocenti). Nella ricorrenza di quegli eventi come non pensare a Gaza dove, dopo il massacro del 7 ottobre, la rappresaglia è diventata genocidio di un popolo e le Fosse Ardeatine un abisso di odio, disumanità e morti tra cui migliaia di bambine/i innocenti?

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 29 marzo 2025. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)

da il manifesto

Per un comunismo della cura di Gian Andrea Franchi edito da DeriveApprodi (pp. 192, euro 18) è un testo fondamentale per chi voglia riflettere sul presente, il recente passato e avere una visione del futuro in cui i fenomeni migratori, per ragioni climatiche e scenari di guerra, sono destinati ad aumentare drasticamente. Franchi è uno dei fondatori di Linea d’Ombra, un’organizzazione di volontariato nata a Trieste nel 2019 che riunisce gli attivisti che accolgono i profughi della rotta balcanica, diretti soprattutto verso il nord Europa, nella piazza antistante la stazione di Trieste, ribattezzata Piazza del Mondo.

Si tratta di un’esperienza che nasce da un’azione spontanea di Lorena Fornasir che di fronte allo scenario di uomini e donne coi piedi martoriati dal cammino lungo e difficoltoso, decide di occuparsi di quelle ferite, per aiutarli a proseguire nel loro percorso. Del resto, scrive Franchi, «la cura si esprime efficacemente nel contatto fra i corpi».

La cura, come indica il titolo, è uno dei temi fondamentali di questo testo così denso e allo stesso tempo lucido: «la cura è politica o non è cura» chiarisce però Franchi. In un contesto quale quello neoliberista in cui viviamo, la cura viene rimossa perché non è funzionale al sistema capitalista che è, come già Marx indicava, mortifero più che votato alla salvaguardia della vita.

Del resto, come viene chiarito qui, quando a dominare è la produzione e quindi il tempo deve essere interamente votato al profitto, «il lavoro di riproduzione», cioè la cura, viene declassato o reso invisibile, nonostante sia ciò che garantisce la vita della specie umana, risaputamente vulnerabile. Gian Andrea Franchi sottolinea, poi, come la tanto millantata sicurezza, parola entrata nel discorso pubblico ormai da tempo e che sembra essere diventata l’unico obiettivo dei governi occidentali, abbia la sua etimologia nell’assenza di cura, derivando proprio da sine cura. C’è nel modo in cui l’autore descrive l’esperienza nella Piazza del Mondo qualcosa di miracoloso, non tanto per il valore etico evidente di quello che vi accade, ma per la lucidità con la quale analizza il posizionamento di Linea d’Ombra.

Significativamente in diversi punti del testo Franchi chiarisce che occuparsi degli altri significa prendersi cura di sé: «Chiunque si occupi, in qualsiasi chiave, umanitaria o politica di singoli, gruppi o popolazioni che subiscono gli effetti di situazioni tragiche, lo fa, prima di tutto, perché ne riceve senso per la sua esistenza». Linea d’Ombra affronta appunto la cura degli «esuli» scrive Franchi, utilizzando un’espressione che ha rimandi ben diversi da migranti o profughi: gli esuli sono persone che non possono più vivere nel loro paese per ragioni politiche, a loro volta conseguenze delle azioni colonialiste dei governi occidentali.

Per questo, nominandone la complessità e talvolta i risvolti fallimentari, definisce gli incontri con gli esuli un «furto di senso». Esiste, infatti, quella che Franchi chiama «la linea abissale» che separa noi discendenti dai colonizzatori da loro vittime del colonialismo, una differenza che descrive ulteriormente distinguendo la nostra condizione di «avere un corpo» da quella degli esuli di «essere un corpo». «Avere un corpo» comporta che il sistema capitalista lo voglia ingabbiare e controllare, «essere un corpo» impone di aderire al senso dell’esistenza che presuppone la morte, ma non in termini di castrazione estrema, bensì come parte della vita.
Non c’è un punto in questo testo in cui Franchi definisca il sistema neoliberista migliore o auspicabile rispetto al «game» dell’esilio e la sua visione sorge da un’osservazione diretta, dal «farne esperienza».

Nell’epoca contemporanea prevale, però, l’impedimento dell’esperienza, scrive Franchi, a causa di «quel radicale conformismo» dominante, cioè la normalizzazione imposta dal sistema capitalista. È da qui che deriva secondo lui l’indifferenza dilagante che è a sua volta origine del razzismo. Per un comunismo della cura è un testo in cui coesistono riflessioni a partire dall’esperienza, appunto, nella Piazza del Mondo, ma anche maturate dallo studio costante della filosofia, da Marx a Judith Butler. Infatti, Franchi non solo puntualizza come «l’inferiorizzazione razziale delle donne sia stata la prima e più radicale forma di razzismo», ma ribadisce spesso che il femminismo è l’espressione più efficace della politica di Re-esistenza che lui si auspica. «La tenacia nella durata è un’arte assai difficile» scrive ancora Franchi che la pratica nel suo impegno quotidiano con gli esuli a Trieste, nei suoi studi e nel tentativo indefesso e delicato di comprendere la realtà che ci circonda e che spesso ci curiamo di rimuovere.

(il manifesto, 29 marzo 2025, Trieste, la rotta balcanica e quella linea abissale | il manifesto)