Quando si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria, il pensiero corre subito alle vite spezzate e a un frangente della storia umana che non possiamo permetterci di dimenticare. In questo spazio tra ricordo e responsabilità si muove Anna Foa, storica di grande rilievo, figlia di Vittorio Foa, uno dei padri fondatori della Repubblica, già docente di Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma.
Si è specializzata in storia della cultura, storia della mentalità e storia degli ebrei europei, con particolare attenzione alla condizione femminile nella Shoah. Tra le sue pubblicazioni principali: Ebrei in Europa (2004), Diaspora (2009), Portico d’Ottavia (2015) e La famiglia F. (2018). Il suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza), ha vinto il Premio Strega per la saggistica 2025, mentre il nuovo volume di prossima pubblicazione, Mai più, sempre per Laterza, sarà dedicato all’antisemitismo.
Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Che significato assume oggi questa ricorrenza, così distante dagli eventi eppure immersa in un presente attraversato da nuove violenze di massa?
Il Giorno della Memoria continua ad avere un significato forte. Lo ha avuto fin dalla sua istituzione e non a caso è stata una delle poche ricorrenze civili condivise da tutti i Paesi dell’Unione europea. Naturalmente, come ogni ricorrenza, va riesaminata. Il tempo che passa e ciò che accade nel mondo ci obbligano a indagarne il senso alla luce dei mutamenti storici e sociali intervenuti nel frattempo. Le violenze del presente, compreso il conflitto tra Israele e Palestina, non possono restare fuori da questa riflessione. Il significato della memoria non va negato, ma messo in relazione con ciò che viviamo oggi.
Lei ha più volte sottolineato la necessità di distinguere tra memoria e storia. Qual è il rischio che il Giorno della Memoria si riduca a una ritualità svuotata di senso?
Il rischio è che la memoria diventi una pratica rituale, centrata sulla ripetizione del dolore e su immagini che finiscono per non interrogare più chi le ascolta. In questo modo si scivola facilmente nella retorica o in una rappresentazione puramente emotiva della violenza. Io credo invece che questa giornata vada riempita di storia, perché solo il lavoro storico può restituire profondità alla memoria. Esiste anche una storia della memoria, di come il ricordo della Shoah si è costruito nel tempo, di ciò che ha funzionato e di ciò che ha mostrato i suoi limiti. Riconoscere questo percorso, compresi gli errori, è essenziale per evitare che il “mai più” diventi una formula astratta. La memoria ha senso solo se resta aperta, capace di confrontarsi con il presente e di interrogare anche le nuove forme di violenza, senza trasformarsi in uno strumento automatico di lettura o di giustificazione del mondo di oggi.
Il peso del trauma della Shoah
A oltre ottant’anni dalla Shoah, quanto pesa ancora questo trauma sul mondo ebraico e sulle generazioni successive?
Pesa moltissimo. La Shoah è stata un pilastro della concezione del mondo ebraico dopo il 1945 e ha inciso profondamente anche nella costruzione dello Stato di Israele, nel modo in cui si è pensato e raccontato, ma anche nei suoi limiti e nei suoi errori. Il trauma si trasmette alle generazioni successive. Esistono studi importanti su questo passaggio della memoria, su come il ricordo funzioni all’interno delle famiglie. Anche chi non ha avuto parenti deportati è cresciuto in un ambiente segnato da quella esperienza. È qualcosa che continua a lavorare nel profondo.
La guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha riacceso un confronto durissimo. Come si può evitare che questa memoria venga usata come chiave interpretativa immediata del presente o come strumento di legittimazione politica?
È una strada molto stretta, perché la memoria può avere due funzioni opposte. Può aiutare a comprendere il peso del passato nel modo in cui il presente viene vissuto e interpretato, e questo è legittimo. Ma può anche essere usata in modo deformato, quando ogni evento che riguarda oggi gli ebrei viene letto come una ripetizione della Shoah. Dopo il 7 ottobre questo richiamo è stato spesso utilizzato per respingere qualunque critica alla condizione della guerra o alle scelte del governo israeliano, presentando tali critiche come antisemitismo. In questo caso la memoria smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un argomento che chiude il discorso. È proprio qui che il lavoro storico diventa essenziale, perché solo distinguendo tra passato e presente si può evitare che la memoria venga ridotta a un uso automatico e strumentale.
Lei è fiduciosa rispetto a una prospettiva di pace stabile in Medio Oriente?
È difficile esserlo, ma non possiamo permetterci di rinunciare alla speranza. I tempi sono stretti, le sofferenze enormi, la distruzione devastante. Occorre mantenere acceso almeno un piccolo lume, anche se la strada è strettissima. Parlare oggi di pace sarebbe falso. Al massimo si può parlare di tregua, mentre la violenza continua a manifestarsi in forme diverse.
Negli ultimi anni si parla molto di un ritorno dell’antisemitismo. Lei come interpreta questo fenomeno nel contesto attuale?
Esistono certamente forme di antisemitismo che si inseriscono in un clima di forte indignazione per ciò che accade in Medio Oriente. Un’indignazione spesso legittima, che però può essere intercettata e deformata da linguaggi e stereotipi antisemiti, soprattutto nei contesti più estremi o meno informati. Detto questo, non credo che siamo di fronte a un’ondata senza precedenti, come spesso viene sostenuto. Colpisce piuttosto il modo in cui l’allarme sull’antisemitismo venga talvolta usato per spostare il fuoco del discorso. In questo momento storico, ciò che pesa maggiormente sul piano politico e morale è ciò che sta accadendo a Gaza. Una forma più insidiosa di antisemitismo è quella che si manifesta nel boicottaggio culturale e accademico, perché tende a colpire indistintamente e finisce per silenziare anche voci israeliane fortemente critiche nei confronti del proprio governo.
In questo scenario, che ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa e perché oggi appare così marginale?
Mi sarei augurata un ruolo molto più incisivo. Per un breve momento è sembrato che l’Europa potesse assumere una posizione autonoma, capace di tenere insieme la difesa dei diritti e una pressione politica reale. Ma quella spinta si è rapidamente esaurita. Oggi l’Europa apparemarginale, schiacciata tra posizioni esterne e incapace di tradurre in scelte politiche la propria tradizione di mediazione e di diritto internazionale. Questa assenza pesa, perché lascia campo libero a una polarizzazione estrema del dibattito, in cui la memoria, l’antisemitismo e il conflitto rischiano di essere ridotti a strumenti di contrapposizione, invece che a problemi da affrontare con responsabilità storica e politica.
C’è un problema di definizione del termine antisemitismo nel dibattito pubblico?
La legislazione esistente è sufficiente. Tentare di introdurre nuove definizioni giuridiche rischia di comprimere la libertà di espressione e di rendere Israele l’unico Paese non criticabile politicamente. Questo produrrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, alimentando nuove tensioni e nuove forme di antisemitismo.
Cosa si augura oggi per il futuro del Medio Oriente?
Se guardo all’utopia, spero nella fine del regime iraniano e nell’avvio di un processo democratico che cambierebbe profondamente l’intera regione. Per Israele e Palestina, nel breve periodo l’unica strada praticabile resta quella dei due Stati. Ma mi auguro che possa essere un passaggio verso qualcosa di diverso, una convivenza fondata su pari diritti per due popoli che vivono nella stessa terra. È un orizzonte lontano, forse utopico, ma necessario.
(Agenzia Italia – agi.it, 26 gennaio 2026)
Arrivano in Italia sole, spesso dopo aver studiato ma con diplomi e lauree che qui non possono usare. Lavorano nelle case dei milanesi senza contratto come colf, baby-sitter, badanti. Ma quando si ammalano, non hanno alcun medico di base a cui rivolgersi perché sono quasi tutte tagliate fuori dal servizio sanitario pubblico, «vivendo così in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria» che le mette a rischio.
Racconta la salute invisibile delle donne migranti lo studio condotto dalla Bocconi e dal Naga, che mette per la prima volta sotto la lente 7.463 visite mediche di tremila donne senza documenti che fra il 2022 e il 2025 si sono rivolte al poliambulatorio dell’associazione di volontariato che fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale agli stranieri. Si tratta della più ampia indagine mai realizzata in Italia su questo tipo di popolazione.
Una ricerca che mostra l’altra faccia della Milano del lavoro. «Donne che rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza», spiega Carlo Devillanova, professore di Economia dell’università milanese che firma lo studio insieme ad Anna Spada, del Naga. «Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute».
Più della metà delle donne del campione è disoccupata, il 55 per cento non ha una casa propria e vive ospite di amici o parenti. E la quasi totalità, il 92 per cento, non ha un permesso di soggiorno valido. Arrivano soprattutto dal Sud America e il 60 per cento ha almeno un diploma. «Donne che lavorano in case private o nell’economia informale senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e la paura di farsi vedere – spiega Devillanova – madri che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri».
Si presentano al poliambulatorio del Naga in buona misura per visite ginecologiche, seguite da richieste per disturbi alla schiena, ai muscoli o ai legamenti e in generale per problemi muscoloscheletrici. «Ma la cosa più preoccupante emerge nel tempo», sottolineano gli autori del lavoro. Perché a una donna su sette, tra quelle che alla prima visita non presentavano alcuna patologia cronica, ne viene diagnosticata una in quelle successive. Tra le più frequenti diabete, ipertensione oltre a patologie respiratorie. «La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi spesso si scoprano tardi e si curino peggio». Tra le pazienti più anziane, si legge, il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari è trenta volte più alto rispetto alle più giovani, quello di patologie endocrine sei volte maggiore. «Eppure proprio le donne oltre i quarantacinque anni sono quelle che accedono meno alle visite preventive».
Da qui, la conclusione: «Escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica», sostiene il docente della Bocconi. Garantire a tutte il medico di famiglia ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. «Non una misura di carità – sottolinea Devillanova – ma di efficienza sanitaria».
(Repubblica Milano, 26 gennaio 2026)
Trent’anni fa, le femministe della Libreria delle donne di Milano scrissero un testo con una tesi tanto provocatoria quanto radicale: il patriarcato è finito. Dietro a questa affermazione si cela una concezione dell’agire femminista di sorprendente attualità
Considerando l’attuale contraccolpo misogino e anti-queer, non si può certo parlare di fine del dominio patriarcale. Troppe conquiste femministe sono in pericolo e l’utopia di un mondo non patriarcale sembra lontana. Tuttavia, già nel 1996 le femministe della Libreria delle donne di Milano parlavano della fine del patriarcato nel loro scritto È accaduto non per casoi, pubblicato nello stesso anno in tedesco con il titolo Das Patriarchat ist zu Ende (‘Il patriarcato è finito’). All’epoca questa affermazione suscitò irritazione. Nella rivista femminista svizzera Emanzipation, ad esempio, Lisa Schmuckli rimproverò alle milanesi di ignorare le difficili e scandalose realtà di vita delle donne. A trent’anni esatti dalla pubblicazione dell’edizione italiana e a cinquant’anni dalla fondazione della Libreriaii, mi sembra comunque opportuno “fare un posto al pensiero” formulato in quel testo, come ha affermato Luisa Muraroiii, coautrice ed esponente più famosa della Libreria. Questo infatti ci permette ancora oggi di pensare la storia e il presente del femminismo in modo radicale.
Non credere di avere dei diritti
Dopo la sua fondazione nel 1975, la Libreria è diventata rapidamente uno dei più importanti collettivi di pensiero per il femminismo italiano della differenza. Le milanesi non erano interessate a una definizione biologica del femminile, ma piuttosto a una pratica di trasformazione. Invece di lottare per il riconoscimento all’interno del sistema patriarcale, si proponeva che sperimentassero nuovi modi di vivere e nuove forme di relazione partendo dalle loro esperienze e dai loro desideri concreti. Oltre a vendere libri scritti da donne, la Libreria era soprattutto un laboratorio per la pratica politica delle relazioni tra donne, nato dai gruppi separatisti di autocoscienza del movimento femminista. Questi gruppi hanno avuto un’importanza fondamentale nel femminismo italiano degli anni ’70. Al centro della loro ricerca c’era la messa in parola, grazie alla quale le donne esploravano le loro esperienze e davano ai loro desideri un significato indipendente dal patriarcato.
Ciò era stato preceduto da una problematizzazione del postulato femminista dell’uguaglianza. Secondo le italiane, l’uguaglianza richiedeva alle donne un adeguamento all’ordine maschile, bloccando così il desiderio femminile di libertà e di autonoma produzione di senso. Inoltre, l’uguaglianza è legata a leggi dello Stato che la garantiscono riducendo le donne a una massa passiva e omogenea bisognosa di protezione. Infine, la rivendicazione dell’uguaglianza ostacolerebbe anche la costruzione di relazioni femminili ricche. Se queste sono concepite come relazioni sororali tra pari – come spesso accadeva nei gruppi di autocoscienza dei primi anni ’70 – la pratica femminista prima o poi fallisce a causa delle differenze tra le donne.
Non credere di avere dirittiiv è il titolo originale del testo probabilmente più famoso della Libreria del 1987, pubblicato in tedesco nel 1991 con il titolo Wie weibliche Freiheit entsteht (‘Come nasce la libertà femminile’). La libertà, proclamavano qui le femministe, non ha bisogno di norme di legge ma prima di tutto di un quadro di riferimento femminile: non un appellarsi allo Stato, bensì una pratica concreta, radicata nella vita quotidiana, di relazioni tra donne. Non si tratta di lamentare la mancanza di diritti, bensì di ricerca e autorizzazione reciproca del proprio desiderio – di un affidarsi, la pratica dell’affidamento. Non di parlare per conto delle masse femminili, bensì di uno scambio di parola con donne in carne e ossa. Non di una ricerca di uguaglianza tra oppresse, bensì di mettere in relazione esperienze, progetti di vita e desideri diversi. In questo senso, la libertà non è una caratteristica individualistica. Come Hannah Arendt, a cui spesso fanno riferimento, le milanesi concepiscono la libertà come una pratica generativa del mondo che nasce dall’interstizio delle relazioni umane.
È accaduto non per caso
Con una tale concezione della libertà, i criteri all’agire femminista cambiano. Non è l’uguaglianza giuridica, politica o economica che misura in primo luogo i progressi dell’emancipazione femminile. Anche se, naturalmente, leggi come quelle sull’aborto o il divario retributivo di genere influenzano la vita delle donne, di per sé dicono poco sulla capacità concreta delle donne di soggettivarsi.
Pertanto, per le milanesi, la fine – o il finire – del patriarcato non significava la fine effettiva dello svantaggio e dello sfruttamento femminile, ma significava che le donne in diverse situazioni di vita cercano un senso libero della vita e dei loro desideri che non coincida più con il destino patriarcale della loro esistenza. Molte donne non vogliono più essere proprietà del marito; non considerano più la propria anatomia come un destino; si collocano in un luogo diverso da quello previsto per loro. Contrariamente alle tesi sulla fine o addirittura sul fallimento della “seconda ondata femminista”, le milanesi affermano con decisione che il femminismo, per quanto precario e poco appariscente, è già diventato realtà.
E mentre negli anni ’90 si acclamava la democrazia liberale e il trionfo del capitalismo globale come “la fine della storia”, secondo il titolo di un saggio del politologo americano Francis Fukuyamav del 1989, le milanesi non festeggiavano affatto la fine del conflitto tra i sessi. Come già per la femminista e critica d’arte Carla Lonzi negli anni ’70, il femminismo rappresentava per le donne della Libreria un “taglio” fuori dal tempo nell’ordine patriarcale, attraverso il quale le donne diventavano soggetti. La fine del patriarcato è un’apertura.
Non c’è di che ridere
È quindi importante riconoscere che la pratica della libertà femminile si è intrecciata con la trama del presente e ha iniziato a cambiare le relazioni sociali. Tuttavia, la maggior parte degli analisti del tempo – anche quelli di sinistra – non si sono dimostrati in grado di «registrare la “rivoluzione femminile” che sta cambiando la società nei suoi più elementari modi di essere». Le milanesi sostengono quindi che i grandi cambiamenti storici degli anni ’90 devono essere messi in relazione con l’avvento del femminismo.
Quando il testo della libreria delle donne fu pubblicato nel 1996, Silvio Berlusconi aveva già concluso il suo primo mandato come primo ministro. Per quasi vent’anni avrebbe dominato la politica italiana. Sulle rovine del tradizionale sistema partitico, scosso da scandali di corruzione, il magnate dei media e speculatore immobiliare riuscì a compiere una rapida ascesa politica. Per le milanesi era chiaro che bisognava cercare dei nessi tra questa crisi delle istituzioni politiche, l’emergere di nuove forme di potere e la fine del patriarcato. Di conseguenza, l’ascesa di Berlusconi sarebbe da intendersi anche come una reazione alla rottura dei rigidi rapporti patriarcali tra i sessi, perché chi spiega la crisi degli anni ’90 solo con fattori macropolitici ed economici trascura le pratiche di soggettivazione sotterranee delle donne.
Non era solo una questione di cui ridere, come hanno osservato le milanesi citando la teorica bulgaro-francese Julia Kristeva. Alla fine del patriarcato fiorisce il «fantasma di una presunta, micidiale onnipotenza» degli uomini, hanno scritto con lungimiranza. Come sempre si osservavi, Berlusconi ha anticipato molti elementi dell’attuale autoritarismo: uno smantellamento mirato dello Stato di diritto, l’uso del potere politico e mediatico per arricchimento personale, una concezione della libertà come imposizione spietata degli interessi individuali, un odio profondo verso una politica sociale solidale e, naturalmente, un disprezzo e una reificazione delle donne. «Il timore» – scrivono le donne della Libreria – «che il patriarcato trascini nella sua caduta anche istituzioni ancora indispensabili all’ordine sociale più elementare, provocando caos o risposte reazionarie o resistenze sbagliate, è dunque fondato».
Perché la rivolta femminista, scriveva già Carla Lonzi nel 1970 nel suo famoso testo Sputiamo su Hegel, lascerà gli uomini nel profondo abisso della solitudine. Lontana dall’odierno discorso compassionevole sulla male loneliness, questa solitudine era per Lonzi e le milanesi espressione di un’incapacità di praticare relazioni non distruttive e non possessive. Abituato ad essere il metro di misura di tutte le cose, l’uomo non sa porsi come soggetto parziale nei confronti del mondo. Si sente a casa solo in un mondo che giace ai suoi piedi.
Il dominio nel post-patriarcato
Tuttavia, il testo del 1996 ha un tono euforico, quasi trionfalistico. Alla fine degli anni 2000, alcune femministe vicine alla Libreria hanno ripreso le idee di questo testo, ma hanno parlato in modo più differenziato di “post-patriarcato”. Come spiega la giornalista e teorica Ida Dominijannivii nel suo affascinante libro Il Trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, con questo termine non si intendeva un’era radicalmente nuova. Il concetto si riferiva piuttosto a un misto di innovazione e regressione, una nuova costellazione di potere in cui il dominio maschile non è mantenuto attraverso la pura sottomissione e passività.
È il periodo in cui Berlusconi e il suo entourage sono coinvolti in scandali sempre più grossi a causa di rapporti sessuali con minorenni e di feste oscene. Con l’organizzazione di un incontro nazionaleviii nel 2009, Dominijanni ha cercato, insieme alle sue compagne Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi e Grazia Zuffa, di indagare di questo scambio tra sesso, potere e denaro. Dominijanni, Boccia e Zuffa facevano parte del Partito Comunista Italiano negli anni ’70 e ’80 e cercavano di creare un nesso tra la politica partitica di sinistra e il femminismo della differenza.
Nel 2009 si sono opposte a due interpretazioni degli scandali di Berlusconi. La prima e prevalente le vedeva come indice della continuità del patriarcato, ricorrendo spesso allo stereotipo di un machismo “sud-europeo” profondamente radicato e descrivendo le donne solo come vittime passive. Ciò non sempre corrispondeva alla realtà delle interessate, alcune delle quali hanno dichiarato di aver partecipato di loro spontanea volontà ai sex party di Berlusconi. La seconda interpretazione, ispirata a Jacques Lacan, leggeva gli scandali sessuali di Berlusconi come espressione di una nuova forma di dominio che non agisce più solo attraverso l’oppressione. Al posto dell’autorità paterna subentra un paradossale imperativo al godimento, il “paradosso del godimento” come lo formula in modo raffinato Slavoj Žižek. La trasgressione delle norme giuridiche e morali non viene più repressa e nascosta con vergogna, ma esibita come libertà oscena e spietata. Così le femministe (e l’intera nuova sinistra) sembrerebbero raccogliere in forma distorta ciò che avevano seminato all’alba del nuovo movimento femminista: la loro ribellione libertaria ritornava sotto forma di accettazione della soggettivazione neoliberista.
Mentre la prima narrazione non riconosce affatto la capacità di agire delle donne, la seconda la riduce alla sua funzionalità all’ordine dominante. Ma questo rende invisibile proprio quella pratica sovversiva di libertà che è stata all’origine dello scandalo suscitato dalla condotta di Berlusconi: sono state delle donne a denunciare ciò che accadeva nella villa di Arcore e delle altre a creare uno spazio di risonanza per le loro parole. Le italiane sottolineano ripetutamente che sono state proprio le donne a causare le crepe decisive nel sistema di potere di Berlusconi, a cominciare dall’allora moglie Veronica Lario, che dal 2007 ha denunciato pubblicamente più volte gli intrighi del premier. Molti anni prima del #MeToo, esse concepiscono il femminismo come una pratica di presa di parola e di ascolto. Per loro il femminismo è lo spazio che si apre quando le donne danno un nuovo significato alle loro esperienze e ai loro desideri apparentemente isolati, quando ciò che pensano, sentono e desiderano esce dai binari previsti dal patriarcato.
Tracce di libertà
Per questo, scrivono Dominijanni, Boccia, Pitch, Pomeranzi e Zuffa nel 2009, spetta alle femministe inforcare «le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi».
La forza di queste pensatrici è quella di non ridurre il femminismo a un’ideologia, a un gruppo sociologicamente predefinito o a una determinata forma di azione. Per loro il femminismo è una rottura imprevista con l’ordine patriarcale, compiuta da soggetti altrettanto imprevisti e in modi sempre inaspettati.
Mi sembra fecondo il postulato della fine del patriarcato, se non viene tradotto in una periodizzazione netta e se serve invece principalmente a mettere in luce forme sotterranee e poco appariscenti di soggettivazione femminile. Soprattutto oggi, nel mezzo di un colpo di coda patriarcale, le milanesi ricordano che il patriarcato non costituisce più un ordine politico e sociale stabile e che la distruttività maschile cresce in modo terribile in questa situazione.
Infine, il testo delle milanesi non deve essere inteso solo come una diagnosi. Per queste femministe italiane, pensare e parlare è sempre anche una scommessa che l’esperienza possa essere letta in un nuovo modo e che le parole possano prendere sentieri inesplorati. Questo non perché le donne invochino volontaristicamente il cambiamento, bensì perché il linguaggio e l’esperienza, la storia e il presente si incrociano in nuovi punti. Parlare della fine del patriarcato ha così un duplice effetto: lascia una testimonianza e porta a “riaprire i giochi”. È accaduto e sta accadendo.
(Geschichte der Gegenwart, https://geschichtedergegenwart.ch/, 25 gennaio 2026. Traduzione di Traudel Sattler e Silvia Baratella)
(*) Geschichte der Gegenwart (“La Storia del presente”) è pubblicata da studiosi/e di scienze umane e culturali provenienti dalla Svizzera e dalla Germania e supportata da un gruppo redazionale, amministrativo, tecnico e di designer.
(**) Milo Probst è ricercatore post-dottorato presso l’EHESS di Parigi e studia la storia dei movimenti ecofemministi nella Repubblica Federale Tedesca e in Italia negli anni ’70 e ’80. La sua tesi di dottorato è stata pubblicata nel 2024 con il titolo Anarchistische Ökologien. Eine Umweltgeschichte der Emanzipation [“Ecologie anarchiche. Una storia ambientale dell’emancipazione”] presso Matthes und Seitz.
i https://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/e-accaduto-non-per-caso-sottosopra-gennaio-1996/
ii https://www.libreriadelledonne.it/senza-categoria/rassegna-stampa-libreria-delle-donne-50/
iii Luisa Muraro, Salti di gioia, in “Via Dogana. Rivista di politica” n. 23, settembre/ottobre 1995
iv Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nelle idee e nelle vicende di un gruppo di donne. Rosenberg&Sellier 1987, ristampa 2016
v Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET libri 1992, ristampa 2020
vi Vd. Hochuli, A.; Hoare, G.; Cunliffe, Ph.; The end of the end of the history. Politics in the Twenty first Century, [‘La fine della fine della storia. Politica nel XXI secolo’], Zero Books 2021, in lingua inglese: https://www.collectiveinkbooks.com/zer0-books/our-books/end-end-history
vii Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse 2014
viii https://www.evelinademagistris.org/wp-content/uploads/2018/02/sesso-e-politica-nel-postpatriarcato.pdf
L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce [qui il comunicato della rete D.i.Re., che raccoglie la maggior parte dei centri antiviolenza italiani] contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p.. Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni – che rimane – la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al «dissenso» anziché al «consenso», contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re.
Avvocata Elena Biaggioni, cosa pensa della proposta della senatrice Bongiorno?
Tutto il male possibile, perché è un arretramento rispetto all’attuale orientamento giurisprudenziale. Attualmente infatti tutta la giurisprudenza della Cassazione – senza alcun contrasto interpretativo – è già perfettamente allineata con le disposizioni della Convenzione di Istanbul sul modello del «consenso libero e attuale». Lo stesso rapporto del Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, organo del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato a dicembre, lo dice chiaramente quando parla dell’Italia. Ora, nei processi, questo orientamento è legge, di fatto. Cambiando invece il 609-bis del Codice penale, necessariamente si dovrà creare una nuova interpretazione giurisprudenziale. Che sarà per forza diversa, in quanto la Cassazione dovrà sostituire al “consenso” il concetto del “dissenso”.
Secondo Bongiorno, nella sua proposta conta la volontà della donna. Tanto è vero, dice l’avvocata leghista, che è stato introdotto anche il reato di “freezing” che si compie quando la vittima non manifesta la propria volontà in quanto bloccata dalla paura. Assicura la senatrice che in questo caso si presume automaticamente il dissenso. Come a dire: consenso o dissenso, sempre di volontà della donna, si parla. Non è così?
No. Se si parla di “volontà” e non di “consenso”, significa che per provare il reato devo provare la volontà contraria. Faccio un esempio: casa nostra. Affinché si configuri il reato di una persona che si introduce in casa – sia con la violenza, con l’effrazione, con l’inganno o solo perché la porta è aperta – non si cerca di capire se io, padrone di casa, ho detto esplicitamente «no». Di base, a casa mia non può entrare nessuno a meno che non abbia suonato il campanello, chiesto permesso e io lo abbia invitato ad entrare espressamente. È tutta un’altra cosa, soprattutto nella fase delle indagini e del processo. C’è un’enorme differenza tra raccogliere le prove sull’intrusione o raccogliere le prove del mio «no».
Per questo qualcuno temeva, nel primo testo del ddl, l’inversione dell’onere della prova. È sbagliato?
È una mistificazione bella e buona: la parola della donna o della vittima, in questo tipo di reati, ha valore ma non è l’unica prova. Si valutano tutta una serie di circostanze di contorno. Non è l’imputato che deve provare di aver chiesto permesso, è il Pubblico ministero che deve raccogliere le prove.
Mentre così c’è il rischio di una vittimizzazione secondaria?
Sì, il focus è su quel dire «no» invece che sull’azione di chi ha commesso il fatto. E questo rischia tra l’altro di aprire tutta una serie di alibi, tipo «non ho capito», «il no non era abbastanza forte» o «abbastanza chiaro», ecc.
Lei dunque non aveva alcun dubbio sulla formulazione del reato basata sul «consenso libero e attuale»?
Non ne sentivo una grande esigenza ma se si fosse riusciti a scrivere la fattispecie secondo la Convenzione di Istanbul ne sarei stata contenta. D’altronde in molti Paesi europei è così: Spagna, Francia, Svezia, Belgio, Finlandia, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo e molti altri. Non capisco tutto l’allarme suscitato dal testo licenziato alla Camera: se quella formulazione avesse intasato i tribunali dalle denunce delle donne, avrei anche capito. Ma sappiamo che lo stupro è tra i reati meno denunciati e che il tasso di condanna è particolarmente basso. Secondo l’Istat la metà dei casi di denuncia per violenza sessuale viene archiviato subito. E solo un quarto delle denunce arriva a condanna. Non c’è alcun allarme di processi ingiusti, di incarcerazioni o di denunce di massa.
Quindi meglio a questo punto lasciare la legge così com’è?
Molto meglio. Sarà piuttosto il caso di cominciare a fare un po’ di cultura.
Il ministro Salvini chiede di aumentare le pene.
Le nostre sono tra le pene più alte a livello europeo. A noi non interessa assolutamente la pena. Sicuramente non è la legge penale a far diminuire la violenza sessuale.
Idem per quella sul femminicidio?
Anche quella non era una mia priorità ma in quel caso il tema è ancora più ampio. La legge sul femminicidio, al di là di ogni demagogia da un lato e dall’altro, credo che abbia il pregio di guidare lo sguardo e di contribuire a considerare un disvalore il possesso e il controllo sulla donna. Anche così si fa cultura.
(il manifesto, 24 gennaio 2026)
Valentina Berardinone (Napoli, 1929 – Milano, 2024) è un’artista che ha attraversato il XX secolo muovendosi dalla pittura alla scultura, dal film alla Xerox e poi ancora al disegno, ibridando questa varietà di media in forme non facilmente categorizzabili, ma generalmente astratte o para-architettoniche. Nel film Silent Invasion (1971), Berardinone colloca una struttura in legno a gradoni in una stanza bianca, struttura che viene indagata dalla macchina da presa in una serie di inquadrature dall’alto verso il basso, tali da enfatizzarne la mole e renderla presenza incombente. A un certo punto dalla sommità della struttura inizia a colare un denso liquido nero: l’artista segue la sua discesa gradino dopo gradino, registrando il duplice movimento della colata, dall’alto verso il basso e in senso longitudinale lungo il piano di ciascun gradino, nel suo allargarsi all’aumentare del volume di resina versata. La scena quindi si ripete identica, ma l’immagine è ora oggetto di un viraggio azzurro. Le due sequenze sono destinate a ripetersi l’una dopo l’altra, proiettate in loop – Berardinone scrive infatti “No End” al termine della bobina.
A partire da questo film Nicola Pellegrini, Bianca Trevisan e Jennifer Malvezzi, all’interno del programma di mostre storiche portato avanti dalla Galleria Milano, ora divenuta Fondazione, hanno raccolto e indagato queste due costanti – la scalinata e la colata – in un libro-documento (edito da Kunstverein Milano, a cura di Bianca Trevisan e Nicola Pellegrini) e in una mostra (visitabile fino al 31 gennaio 2026, realizzata in collaborazione con Fondazione Home Movies per la parte filmica) che presentano, accanto a film, fotografie e sculture, delle tavole progettuali che rendono esponenzialmente più profonda la nostra percezione dell’artista napoletana-milanese.
Per esempio, da appunti e storyboard relativi a Silent Invasion sappiamo che per Berardinone le riprese in bianco e nero indicano «la contemporaneità dell’azione», «il tempo dell’accadimento», da cui segue che il viraggio azzurro vuole dare luogo a una diversa temporalità all’interno della ripetizione di quella stessa azione. La maggior parte dei progetti è costituita da grandi fogli di carta quadrettata in cui sono disegnate delle strutture a gradoni, simili a ziggurat, piramidi o altre forme architettoniche di civiltà arcaiche. Queste strutture sono prodotte dall’incrocio di linee proiettate a partire da punti focali, dando l’idea della solidificazione di un settore dello spazio astratto, preordinato a priori, del foglio quadrettato. Per l’artista i punti sono «luoghi», e «là dove alcuni punti s’incontrano si generano le immagini». Le scalinate sono prodotte da punti focali esterni e invisibili da cui si dipartono le rette che si agganciano alla quadrettatura dei fogli, quadrettatura che torna insistentemente in un altro film di Berardinone, Letture n. 3 (1972).
Queste strutture sono per Berardinone traduzione architettonica di un’idea di ordine gerarchico. Un’altra tavola ci ricorda che, secondo la Genesi, «dall’alto del tempio discende la divinità», ma questa divinità è una lingua di liquido rosso ed è, sappiamo dalle altre tavole, la «natura». La colata informe è infatti presentata come manifestazione di un contro-ordine, che l’artista ci presenta come «naturale». L’immagine della colata come «natura» che scende la scalinata del potere è un’immagine di enorme forza, abbastanza da farci dimenticare che abbiamo imparato a diffidare da ogni struttura binaria: questo in particolare quando c’è di mezzo la “natura”. Un innominabile informe viene nominato in questo modo, e Berardinone ci dà ricche spiegazioni per la scelta. Così, a scendere le scale è «l’ordine naturale dialettico e in continuo divenire» nel rapporto fra «situazione ambientale e sviluppo biologico». Questa binarietà è tale solo in apparenza, percorsa in realtà da un’ambiguità originaria.
In ogni caso, come ha scritto giustamente Trevisan, una simile ermeneutica è importante fino a un certo punto, in quanto la scelta di proporre queste strutture prive di “spiegazione”, in una programmatica dimensione di ambiguità non può che essere rilevata. Solo una struttura non è “muta”, quella Scala nera del potere che Berardinone espone alla Mostra incessante per il Cile (Galleria di Porta Ticinese, Milano 1974), nella quale il rapporto fra natura e coercizione si pone in modo ancora più problematico. Una stretta struttura a gradinate è percorsa, questa volta, da pietre chiare poggiate al centro dei gradini: difficile non ricordare che il reperto geologico era diventato da almeno alcuni anni a quella parte l’elemento più emblematico per pensare “la natura” nell’arte. Su ogni pietra Berardinone scrive dei nomi: quelli di Francisco Franco, di Augusto Pinochet e di altri governanti fascisti dai nomi oggi più sbiaditi e sepolti dalla memoria collettiva.
Manifestazioni di «uno stato di allarme permanente». Così Berardinone risponde a Lea Vergine, che cerca nei suoi film nostalgie di condizioni uterine e trascrizioni di angosce legate alla maternità: rispetto a questi temi, Berardinone sposta l’attenzione, nel film Urbana (1973), al movimento dalla condizione underground della metropolitana milanese alla piazza del Duomo riempita da una manifestazione che riempie lo spazio pubblico, alla luce del sole. Il movimento avviene attraverso una scala mobile: difficile sfuggire al senso di automazione e standardizzazione trasmesso dalla visione dei corpi umani trasportati dalla scala, ma allo stesso tempo metropolitana e scala mobile ci consentono di recarci fisicamente alla manifestazione, rompendo l’isolamento che l’artista rappresenta nel montaggio di riprese filmiche del contenuto casuale di uno schermo televisivo. Al termine del film, a essere trasportato dalla scala mobile è un cartello per il “No” in favore al referendum sul divorzio (in dialogo, immaginiamo, con le coeve Immagini del no dell’amica Paola Mattioli). La scala persiste così nell’essere strumento per la messa in scena di una dialettica difficilmente estinguibile.
Un’altra immagine che troviamo alle pareti della galleria ci mostra la scala nera su fondo bianco, attraversata da una colata nera che si espande alla sua base. Un ulteriore rivolo di colore rosso l’attraversa nel centro. A prima vista disegno fra i disegni, nelle sue colature di qualità pittorica, il quadretto si dimostra un oggetto di ulteriore complessità: si tratta infatti di una fotografia eseguita da Paola Mattioli, sulla quale Berardinone è intervenuta coprendo lo sfondo di vernice bianca e aggiungendo la linea di tempera rossa al centro. In questo modo l’ambiguità è totale, la vernice fotografata ridiventa elemento pittorico e così via nel film “senza fine”.
Difficile darsi risposte su queste compenetrazioni di media, ma la sensazione è che, più che giocare all’interno di processi formali, questa ambiguità e incertezza linguistica sia figura di una condizione esistenziale: delle tracce emergono nelle ricerche che l’Archivio Valentina Berardinone sta portando avanti, e che ci daranno in futuro nuove occasioni di approfondire il lavoro dell’artista.
(*) Valentina Berardinone, Silent invasion, a cura di Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan, Fondazione Galleria Milano, fino al 31 gennaio 2026
(DoppioZero, 24 gennaio 2026)
Non solo serrande abbassate. La “Giornata della verità e della libertà”, convocata in Minnesota per dire “basta” ai raid dell’Ice contro gli immigrati, ha portato i cittadini di Minneapolis a sfidare, in strada, il freddo artico con temperature fino a meno 24 gradi. Si è tenuta all’aperto anche la manifestazione organizzata al Terminal 1 dell’aeroporto internazionale della capitale Saint Paul per dare voce all’indignazione contro i voli carichi di irregolari deportati.
L’appello a boicottare lavoro, scuola e acquisti è arrivato dopo le tese dimostrazioni sollevate dalla morte di Renée Good, l’americana uccisa il 7 gennaio da un agente dell’Ice durante un raid anti-migranti. La donna, lo ricordiamo, è stata raggiunta da tre colpi di pistola esplosi da una guardia che l’accusava di bloccare il passaggio. Il caso ha indignato l’opinione pubblica statale ed è diventato nazionale. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata dalla parte dell’agente che, questa è stato il ragionamento del vicepresidente J.D. Vance, avrebbe aperto il fuoco perché in pericolo. A gettare benzina sul fuoco delle proteste sono stati tanti altri episodi di “abuso” della forza e del potere che ha visto protagonisti gli uomini arruolati per eseguire i blitz contro gli indocumentados. L’ultimo, solo in ordine temporale, riguarda il piccolo Liam, cinque anni, usato dagli agenti dell’Ice come esca per far uscire la madre di casa. Caso su cui l’Ecuador, il Paese di origine della famiglia, ha chiesto spiegazioni a Washington tramite il ministero degli Esteri.
L’idea dello sciopero come strumento di protesta è legata al fatto che le tante attività commerciali gestite dagli immigrati sono state duramente colpite dall’attività dell’Ice: per mettersi al sicuro dai raid, molti gestori sono stati costretti a chiudere le proprie attività o a ridurre l’orario di lavoro al minimo indispensabile. All’iniziativa hanno aderito per solidarietà anche esercenti americani, e senza personale di origine immigrata. Adesioni sono arrivate pure da leader religiosi, sindacati e dirigenti d’azienda.
Chiusi, in tutto lo Stato, bar, ristoranti e negozi. Aperte le attività di chi ha invece deciso di mettersi al servizio dei manifestanti offrendo loro caffè gratuito e materiali per preparare i cartelli “Ice out” (Ice fuori). Decine le anche veglie di preghiera.
All’aeroporto internazionale di Saint Paul circa cento esponenti di varie denominazioni cristiane si sono inginocchiati in strada cantando inni e pregando per attirare l’attenzione anche sulla detenzione di lavoratori aeroportuali da parte dell’Ice e chiedere che le compagnie aeree smettano di collaborare con l’agenzia. Nonostante gli ordini di sgomberare la carreggiata, i manifestanti hanno continuato la loro protesta e le forze dell’ordine li hanno arrestati, e caricati su bus senza che opponessero resistenza.
Fa discutere il caso di una foto ritoccata dalla Casa Bianca per rendere più drammatico il fermo di un’attivista per i diritti civili. L’immagine originale era stata pubblicata dalla segretaria agli Interni Kristi Noem su X e ritraeva l’attivista Nekima Levy Armstrong mentre guardava serenamente davanti a sé, al momento del suo arresto. La donna è una delle tre persone fermate per l’irruzione in una chiesa a St. Paul domenica scorsa. Ma la foto modificata e pubblicata dalla Casa Bianca mostra l’attivista disperata, in lacrime. Uno dei portavoce ha provato a sminuire l’episodio parlando di un “meme”.
L’Ice sembra intanto acquisire ancora più potere. Una circolare interna autorizza gli agenti a entrare nelle case senza un mandato giudiziario. Una mossa che secondo gli esperti legali viola le garanzie sancite dal quarto emendamento della Costituzione. Anche in un’amministrazione che ha sempre promosso una visione espansiva della propria autorità in materia di applicazione della legge, la direttiva – secondo gli studiosi – si distingue per il modo in cui ignora i divieti di lunga data contro le perquisizioni senza mandato in proprietà private, un concetto giuridico che precede la creazione degli Stati Uniti e che è tra i principi fondamentali del Paese.
(Avvenire, 24 gennaio 2026, apparso con il titolo “Nelle proteste contro l’Ice arrestati anche 100 leader cristiani a Minneapolis”)
Incontro Noga Kadman, una donna israeliana che da circa un anno si è stabilita in Italia con i due figli, un ragazzo di quattordici anni e una bambina di sette, per lasciarsi alle spalle la guerra. Mi dice che è abbastanza alto il numero di israeliani che si trasferisce in un altro paese a causa del conflitto in corso, tanto che il Canada ha deciso di concedere un visto di tre anni a chi lascia Israele, così come ai palestinesi che riescono a espatriare.
Molti ebrei israeliani hanno anche la cittadinanza della propria famiglia d’origine e ne approfittano per andarsene. Sono numerose le organizzazioni di volontariato e gli studi legali che aiutano a procurarsi il passaporto del paese di provenienza.
Lei ci ha provato senza riuscirci, perché sua nonna ha rinunciato alla cittadinanza lituana quando si è trasferita in Palestina negli anni ’30 del secolo scorso. Quindi ha approfittato del passaporto del giovane figlio di padre italiano.
Sono le donne, le madri in particolare, a spingere per fare questa scelta? «Gli uomini non sono esclusi» tiene a precisare.
È vero che nelle scuole è forte findalla prima infanzia la spinta a immaginarsi combattenti in armi a difesa del proprio paese? «È sempre stato così, ma ora la pressione è più forte che mai. Nelle scuole, le maestre contrarie alla guerra, soprattutto quelle di origine araba, sono costrette a tacere».
Mi spiega che i militari sono una casta che ha potere e prestigio, e i giovani e le giovani pensano al servizio militare come a una grande occasione di impegno, di socialità, di successo. Per questo, aggiunge Noga, oltre a quella delle donne è molto importante la presa di posizione dei militari che si schierano contro l’attuale stato di cose.
«Di recente ha avuto molta rilevanza la lettera di dissenso di un gruppo di aviatori. Proprio alcuni di quelli che bombardano, che lasciano dietro di sé una scia di morti e macerie, vogliono che si smetta. Resta importante e insostituibile, però, il lavoro continuo delle organizzazioni di donne e di madri che chiedono il ritiro dei soldati e delle soldate dai territori palestinesi. Assieme a molte altre organizzazioni, aiutano e sostengono obiettori e obiettrici di coscienza politici e i giovani e le giovani che decidono di lasciare il servizio militare».
Noga mi racconta che in Israele c’è un grande precedente di forza nell’azione delle donne contro la guerra. Proprio le madri dei soldati infatti furono la componente più importante del forte movimento politico che nel 2000 costrinse il primo ministro laburista, Ehud Barak, a ritirare l’esercito che occupava il sud del Libano da diciotto anni.
Le chiedo se le pare che le donne, le madri in particolare, possano avere la stessa influenza oggi. «Le associazioni, le attiviste si fanno sentire e le manifestazioni contro il regime di Netanyahu sono forti, ma riguardano pur sempre una minoranza della popolazione. La maggioranza, anche se critica nei confronti dell’attuale governo, rimane indifferente, continua la propria vita che poco risente della situazione di guerra, e i principali mezzi di informazione in Israele non mostrano la distruzione di Gaza e la sofferenza dei palestinesi».
«Ho lasciato Israele perché non voglio far parte di un paese che commette crimini di guerra gravi a Gaza e in Cisgiordania, causando molto dolore a tanta gente. Non voglio far parte di una società in cui la maggioranza dei cittadini è indifferente a questa sofferenza, anche se non la giustifica e non vi partecipa. Non voglio che i miei figli si arruolino nell’esercito e partecipino a questi crimini. Non sono disposta a farli crescere in un ambiente in cui il razzismo è considerato normale. Ci sono poi molte altre buone ragioni per lasciare Israele. Molti, indifferenti alle motivazioni che hanno spinto me, se ne vanno perché vogliono vivere in un paese liberale, non in una dittatura religiosa come comincia a diventare Israele».
Ma, anche se ha lasciato Israele, Noga non si è certo disconnessa da ciò che accade lì. «La sofferenza a Gaza e il deterioramento della situazione in Israele sono sempre con me. Mi sento ancora parte e responsabile, e vorrei continuare anche da qui a protestare contro i crimini. Da tempo non credo più che il cambiamento possa arrivare dalla società israeliana, che ha interiorizzato una crescente disumanizzazione dei palestinesi. Con l’attuale amministrazione statunitense e la generale passività in Europa, sembra che nemmeno una pressione esterna possa portare a un cambiamento. L’unica speranza è un risveglio tra i soldati, che capiscano che si tratta di una “guerra” politica, che colpisce innocenti (inclusi gli ostaggi israeliani) e non porta né sicurezza né un futuro normale a nessuno. Un inizio di questo risveglio c’è già: migliaia di soldati hanno firmato lettere di protesta e una percentuale significativa non si presenta al servizio. Tuttavia, le forze contrarie sono ancora molto forti, e il servizio militare è considerato “sacro” dalla maggior parte degli israeliani».
Questa non è una “guerra”, di Noga Kadman
Credo che l’uso della parola “guerra” sia scorretto. Non si tratta di una guerra tra due eserciti armati, ma di una potenza militare che attacca principalmente una popolazione civile. Invece, il governo continua a presentarla – e molti israeliani la vedono così – come una guerra di difesa imposta su di noi. A un anno e mezzo dal 7 ottobre, questa narrazione è molto lontana dalla realtà. Il governo sfrutta la buona fede di molti soldati – credono davvero di proteggere i propri figli e di aiutare gli ostaggi – per conquistare, espellere, uccidere e insediarsi nella Striscia di Gaza.
(VDS – Via Dogana Speciale n. 2, giugno 2025)
È stato fatto buio nella piazza su cui si affaccia l’Accademia Carrara nel cuore di Bergamo: buio per far parlare la scritta luminosa che da qualche settimana è apparsa a coronare la facciata settecentesca progettata da Simone Elia. Con l’oscurità infatti dialettizza la scritta immaginata e disegnata da Emma Ciceri: «Essere luminosi nel buio». Quasi una tautologia che si riversa su chi transita in quel luogo magico della città. Ciceri, videoartista bergamasca che aveva mosso i primi passi in quella fabbrica creativa che era stato lo studio di Stezzano di Adrian Paci, si è ispirata ad una delle sue figure di riferimento, Etty Hillesum.
La frase non è una citazione della scrittrice ebrea olandese uccisa ad Auschwitz nel 1943, quanto una dedica a lei e insieme una libera interpretazione del suo pensiero e della sua avventura umana. «Mi ero annotata questa frase anni fa, dopo avere letto i suoi Diari e le sue Lettere, per me un riferimento importante nel processo di pensare la vita mentre la si vive. Lei ha saputo essere “un cuore pensante” dentro uno dei più tragici disastri della storia dell’umanità. Cosa c’è di più urgente oggi se non ristudiare la storia e la biografia di chi è stato luminoso nelle pagine più buie?», si legge nel testo con cui Ciceri ha voluto accompagnare l’opera.
L’artista ha dialogato con il disegno architettonico della facciata. Ha colto i motivi orizzontali che la attraversano vedendovi delle righe di un quaderno e ha scelto la riga più alta, quella rimasta libera da altri motivi, per appoggiarvi il neon bianco con la frase. L’immagine del quaderno ha acceso nell’artista l’idea che a scrivere la frase fosse la mano di suo figlio Matteo, otto anni, nel cui corsivo traspare la chiarezza di una grafia disciplinata e non ancora personalizzata.
Ciceri non è nuova a lavorare a quattro mani con i suoi figli. Due tra i suoi lavori più recenti sono stati realizzati in coppia con Ester (detta Etty, non a caso…), una ragazzina segnata da gravi lesioni subite alla nascita: con lei ha realizzato Nascita aperta, video di una performance fatta ai piedi della Pietà Rondanini e presentato davanti al capolavoro di Michelangelo al Castello Sforzesco, e Studio di mani, meditazione sul Compianto di Giovanni Bellini esposta al Museo Diocesano di Milano.
Due opere che si potranno rivedere l’anno prossimo in occasione della mostra che Emma Ciceri terrà negli spazi suggestivi dell’ex chiesa di San Lupo a Bergamo, che così riprende la sua programmazione. Nell’attesa ha lanciato alla sua città questo messaggio in bottiglia come invito discreto a mettersi in gioco nella stagione confusa e oscura della storia che stiamo attraversando.
(il manifesto, 23 gennaio 2026)
Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi
Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex viceministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di quindici membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».
Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.
I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.
Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».
Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.
(Avvenire, 23 gennaio 2026)
Alla Casa delle donne di Milano, mercoledì 21 gennaio si è tenuto un incontro organizzato dal gruppo di autocoscienza aperto a tutte le socie, dal titolo “Come liberarsi dal fascino del potere nelle relazioni tra donne?”.
Purtroppo mi sono ammalata e non ho potuto partecipare, ma avrei voluto dire delle cose e le scrivo qui. Avevo già avuto occasione di dire che l’espressione “fascino del potere” non mi corrispondeva.
Io ho un senso di responsabilità rispetto all’avere un potere su altri che mi pesa molto. Penso di aver avuto un potere: io ho insegnato agli adulti e facevo gli esami. Avevo sempre paura di non essere abbastanza stimolante per la loro discussione e ricerca di sapere, indipendente dalle mie opinioni. Per non approfittarmi dell’essere il motore dell’esperienza, con loro mi domandavo continuamente se avevo aperto a sufficienza, ancora e ancora, alla discussione delle loro idee, mentre con le amiche mi permettevo un confronto più schietto.
Lo penso anche per la Casa delle donne, approfittarsi per rinsaldarsi nelle proprie idee personali o di gruppo mi sembra terribile, bisogna guardare a uno scopo molto più alto: la creazione di un sapere che prima non c’era e che creiamo con materiali preziosi, di studio ed esperienza proprio assieme alle socie.
Il 17 gennaio, sempre alla Casa delle donne, ho assistito al film La battaglia di Algeri, primo della “Trilogia di resistenza” presentata da Maria Nadotti e dal gruppo Gaza. E sono ripiombata nei primi anni Sessanta e fino al femminismo della fine dei Sessanta. La violenza come pratica politica l’ho subita con la mia adesione alla piazza maschile, era l’unica contestazione che conoscessi, ma in effetti nel PCI si era più colti, sempre però estremamente maschilisti: esisteva solo la teoria; le nostre esperienze, i nostri sentimenti non erano mai argomenti di riflessione. L’autorità gerarchica negava lo sviluppo della mente e della relazione politicamente creativa. L’incontro tra donne per parlare di noi stesse e ricercare, parlare qualche volta di noi nello studiare la storia umana, è stato rinascere.
Alla Casa il 17 gennaio eravamo poche: trenta persone, non la folla dei bei film, pur essendo La battaglia di Algeri un film grandioso, cinematograficamente parlando. Il contenuto? Il sacrificio di sé, l’unità per arrivare allo scopo di vincere una battaglia di indipendenza dallo sfruttamento dell’imperialismo. Tortura, sofferenza, negazione del piacere possibile di vivere e lottare con modalità pacifiche per se stessi oltreché per i ricchi francesi sfruttatori. Solo contrapposizione e dolore fisico per vincere, vincere totalmente e presto. Il convincimento era quello della resistenza al dolore e alla morte. Mi sono guardata in giro, forse le nostre amiche pensavano fosse l’epoca a richiederlo o la lotta ancora tanto presente nel mondo maschilista? Io no, non sono proprio d’accordo ad essere senza corpo, né pensiero, né sentimento. Bisogna far crescere consapevolezze diverse senza forzare con violenza, ma forzare con sentimento la collaborazione. È, il mio, tutto il convincimento alla collaborazione possibile.
(www.libreriadelledonne.it, 21 gennaio 2026)
Capi di Stato di tutto il mondo sono stati invitati a far parte del “Consiglio di pace per Gaza” un organismo inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione della striscia di Gaza, presieduto da Trump. Finora i governi hanno reagito con cautela all’iniziativa che secondo molti osservatori potrebbe indebolire le Nazioni Unite. Ne parliamo con Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera 22.
Uno dei primi atti di questi giorni in cui la notizia è il Consiglio per la pace deciso da Donald Trump è la distruzione della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, la distruzione degli uffici della sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. Un fatto non solo gravissimo, ma che dice molto di quello che non solo da parte statunitense, ma soprattutto da parte israeliana si sta compiendo nei confronti delle Nazioni Unite. Per fare un esempio vicino al pubblico italiano è come se a Roma le autorità italiane avessero deciso di distruggere la sede della FAO, oppure quella del Programma Alimentare Mondiale, due agenzie dell’ONU che si trovano in Italia.
La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva nominato i membri fondatori e altri consiglieri di quello che è stato chiamato il consiglio esecutivo di questo board, di questo consiglio di pace. Adesso ci sono stati gli inviti, che segnali arrivano dalle nomine e dagli inviti ai vari governi che sono seguiti?
Sulle nomine e cioè su queste figure che devono far parte del consiglio per la pace voluto da Donald Trump, sulle figure la prima cosa che salta agli occhi è che non c’è neanche un palestinese e cioè che si tratta di figure che in parte sono quelle che hanno sostenuto il genocidio israeliano su Gaza. Parliamo di tutti gli esponenti dell’amministrazione statunitense, dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, dell’amico fraterno di Donald Trump, Steve Witkoff, immobiliarista non un diplomatico, non un esperto di relazioni internazionali, parliamo del segretario di Stato USA, Marco Rubio e poi di altre figure importanti dell’area che però non sono palestinesi e dunque il ministro degli Esteri turco e del capo dell’intelligence egiziana e cioè persone che sono importanti per dare un sostegno regionale al Consiglio di pace. Poi riguardo agli Stati, di inviti ne sono state fatti decine, forse una sessantina almeno, che da una parte sono inviti rivolti alle grandi potenze del mondo, la Cina, l’India, il Brasile, dall’altra a paesi amici e non è detto che siano paesi democratici. Un caso per tutti, la Bielorussia oppure la Russia stessa, cosa significa? Il tentativo è quello secondo me di creare un Consiglio, cioè un organismo che possa se non sostituire le Nazioni Unite, indebolirle a tal punto da rendere questo organismo voluto dal Presidente statunitense una sorta di direttorio del mondo, anacronistico visto che siamo nel 2026. Però allo stesso tempo è come se Donald Trump volesse mettere la retromarcia alla storia contemporanea e tornare a periodi nei quali erano pochi potenti a decidere le sorti più che della pace, delle relazioni fra gli Stati e di un ordine globale. Parlo di un periodo che potrebbe essere quello successivo alla Prima Guerra Mondiale o andare un secolo prima al Congresso di Vienna, un modo di concepire il mondo che fa veramente a botte con quella che è la realtà del mondo.
Il Presidente francese Emmanuel Macron infatti ha rifiutato l’invito di Trump proprio dicendosi preoccupato per i grandi poteri di questo cosiddetto Consiglio di pace e per il rischio di indebolire le Nazioni Unite. Quanto è reale questo rischio?
È altissimo questo rischio, ma è un rischio che non si deve tanto al Consiglio per la pace voluto da Trump, quanto alla politica degli Stati Uniti anche prima dell’elezione di Trump, alla politica di Israele, della Russia etc., l’elenco sarebbe lunghissimo, che sono state politiche contro le regole, contro l’architettura delle regole internazionali, contro il sistema internazionale, i risultati sono una marginalizzazione delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo non si può non pensare al fatto che il Consiglio per la pace viene creato su Gaza, ma perché? Perché Gaza è il laboratorio di questa rottura delle regole, di questa violazione continua del diritto internazionale e umanitario, di qualsiasi convenzione, di qualsiasi regola, e allora come si risolve un genocidio? Lo si risolve uscendo dalle Nazioni Unite e creando qualcosa di completamente diverso che metta la parola fine, che metta una specie di punto su quello che si è compiuto, sui crimini, sul genocidio. L’idea è quella cioè che si possa ripartire da qui, che si possa ripartire da una cosa che non c’entra niente con l’architettura internazionale.
Tra l’altro gli stati candidati a un seggio permanente in questo Consiglio dovrebbero anche pagare un miliardo di dollari per farne parte, è vero però che è stato creato anche un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare temporaneamente la striscia di Gaza, anche se una delle critiche principali che vengono fatte a tutta questa iniziativa del Consiglio di pace è proprio lo scarso coinvolgimento dei palestinesi come dicevi anche tu prima, come mai?
Perché i palestinesi sono considerati oggetti, sono considerati subalterni, non sono considerati parte in causa nonostante siano le vittime. Spesso noi usiamo in questo periodo un linguaggio che non corrisponde alla realtà dei fatti e per esempio non parliamo dei palestinesi come vittime, non solo, come protagonisti in quanto popolo che si deve autodeterminare, ma noi abbiamo dimenticato il fatto che sono vittime di un genocidio e nonostante siano vittime di un genocidio loro e la loro terra li troviamo in un consesso, in questo comitato come esecutori. Non come coloro che dettano l’agenda, che decidono del loro destino, ma sono solamente esecutori e sono esecutori di una ricostruzione che peraltro non segue assolutamente nessuna delle regole che il sistema internazionale si dovrebbe dare e si è già dato, quando il capo del comitato, Ali Shaat, che peraltro fa parte della ANP e ha una lunga storia di relazione, di rapporto con Mahmud Abbas, con il presidente della ANP, dice nella prima intervista che l’idea è quella di prendere le macerie di Gaza e buttarle a mare, questo è contro qualsiasi salvaguardia non solo dei diritti, per esempio dei diritti dei morti che sono sotto quelle macerie, ma della salvaguardia dell’ambiente, del mare. Con l’idea che queste macerie siano come materiale inerte che si possano calare nel mare e costruire una nuova Gaza da quel momento in poi, dalla marina in poi e guadagnare qualche altro chilometro in più, ma questo cosa significa? Significa inquinare il mare prospicente Gaza; e che senso ha dal punto di vista della ricostruzione di Gaza? Questo è solamente uno degli esempi che si possono fare per far comprendere quanto non ci sia non solo visione, ma non ci sia l’idea della realtà sul terreno. Che sotto quelle macerie ci sono almeno diecimila cadaveri, che in mezzo a quelle macerie ci sono agenti chimici che hanno distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, gli agenti chimici che vengono usati bombardando e distruggendo un intero territorio. Questo è il Consiglio per la pace, questi sono gli organismi legati al Consiglio per la pace, questo è ciò che ci aspetta per il futuro, cioè soprattutto che le Nazioni Unite non esistano in questa storia, nonostante ci sia una rappresentante delle Nazioni Unite e cioè la rappresentante per il Medio Oriente Sigrid Kaag.
Come dicevi si parla male del futuro di Gaza e non si parla quasi per niente del presente, in realtà. Come si vive nella striscia a tre mesi dall’inizio del cessate del fuoco? Ricordiamo che il 1° gennaio Israele ha vietato l’accesso alla striscia a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, citando motivi di sicurezza.
Per l’ennesima volta stiamo parlando di una situazione unica nella storia del secondo dopoguerra, cioè di un genocidio che si compie di fronte ai nostri occhi, seppur distanti di fronte ai nostri schermi virtuali. Non c’è neanche l’idea di fermare il genocidio, perché il genocidio è ancora in corso, vengono usati altri strumenti, per esempio ancora la fame, ancora la sete e cioè non entrano i container che sono fermi dall’altra parte di Rafah, nel sud della striscia di Gaza, non entrano non solo le ONG, ma le organizzazioni umanitarie. Perché Unrwa per esempio, la cui sede è stata appena distrutta a Gerusalemme, potrebbe sfamare la popolazione di Gaza per mesi, l’ha fatto per decenni. È un genocidio che si compie attraverso l’assenza di case e anche di case mobili che sono anche queste ferme dall’altro lato della frontiera, nel sud della striscia di Gaza e quindi come si vive a Gaza? Si vive morendo di freddo, continuando ad essere denutriti e malnutriti, sopravvivendo in una situazione completamente folle e vergognosa, in cui noi ci stiamo preoccupando della ricostruzione senza preoccuparci degli esseri umani, come se la ricostruzione potesse sanare una colpa e una responsabilità che invece deve essere oggetto della giustizia internazionale.
(Il Mondo [podcast dell’Internazionale], 21 gennaio 2026)
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come disturbo da stress post-traumatico (post traumatic stress disorder, PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione.
Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli ottant’anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati – parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 – documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recenti riguarda soldati combattenti: il 74-78% nel 2025, contro una media del 42-45% nel periodo 2017-2022.
I traumi che portano al suicidio
Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.
Fenomeno fuori controllo
Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.
In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28mila per problemi di salute mentale. Di questi 28mila, circa 9.800‑10.000 sono segnalati come affetti da disturbi da stress post-traumatico. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale.
La guerra finirà, il trauma no
Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani – specialmente riservisti – rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.
Resta invisibile lo choc dei gazawi
Se per i soldati dell’IDF – pur in ritardo – esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale – ancora meno uno pubblico – che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdoğan a Giorgia Meloni.
Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.
(Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 – dataroom@corri)
Il Rapporto Oxfam presentato ieri a Davos segnala che aumenta nel mondo la disuguaglianza non solo nei redditi, ma soprattutto nella ricchezza, con effetti anche sulla tenuta delle democrazie, là dove esistono. Per due motivi. Il primo è che i più ricchi hanno sempre maggiore possibilità di influire sulle decisioni politiche e talvolta anche di entrare direttamente in politica. Gli Stati Uniti della presidenza Trump ne sono forse l’esempio più estremo, anche se non unico, tra le democrazie, inclusa la pretesa di formare un contro-ONU ad inviti con quota di ingresso. Il secondo è che diseguaglianze troppo ampie producono conflitti, estraniamento (non voto), o affidamento a sirene populiste. Entrambi questi fenomeni, a loro volta riducono la capacità di una società di migliorare le condizioni complessive, per tutti, valorizzando appieno le capacità che ci sarebbero.
L’Italia non fa eccezione. Accanto ai noti dati sulla persistenza della povertà assoluta a fronte dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, della povertà nonostante il lavoro, della diffusione della povertà educativa, dell’ancora troppo basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il Rapporto evidenzia due fenomeni che caratterizzano le diseguaglianze nel nostro Paese e che costituiscono un potenziale rischio per la democrazia: le disparità economiche, sociali e di opportunità tra luoghi e il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Per quanto riguarda le prime, accanto a quelle “tradizionali”, e irrisolte, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, stanno divenendo sempre più importanti quelle tra grandi città e aree periferiche. C’è un’Italia di mezzo, come la definisce Filippo Barbera intervistato nel Rapporto, che non comprende solo le aree interne tradizionalmente marginali rispetto ai circuiti dello sviluppo, ma anche città medie, aree pedemontane e collinari, e zone urbano-rurali, che negli ultimi anni hanno perso centralità economica e politica, sperimentando stagnazione economica, deindustrializzazione, perdita di popolazione e servizi. È in questi luoghi che si concentrerebbe anche il voto di protesta antisistema.
Quanto al secondo fenomeno, il Rapporto evidenzia come quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani siano frutto di eredità. Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5% al 15% del reddito nazionale e si è anche maggiormente concentrato. Inoltre, le eredità individuali di almeno 1 milione di euro sono cresciute dal 18,7% al 25% del valore totale dei lasciti nello stesso periodo. Ricordo che, dal 2017, fino a quella cifra si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione, se l’erede è coniuge, figlio o nipote per via diretta, un trattamento tra i più generosi in Europa. A questa ricchezza ereditata si possono aggiungere le donazioni in vita e le assicurazioni sulla vita fatte a favore degli eredi dal defunto, pure esenti da tassazione. Come osserva il Rapporto Oxfam, l’aumento del peso delle eredità, e la sua ridotta tassazione, ha ridotto il dinamismo economico e sociale, limitando l’uguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale. Unito alle disuguaglianze territoriali, accentua il peso disegualizzante dell’origine sociale e rafforza la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza, in un modo sempre meno compatibile con il principio democratico dell’uguaglianza delle opportunità. Non solo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche quelle dei luoghi in cui si nasce e cresce sono sempre più un destino, poco o per nulla corretto, contrastato, da politiche che favoriscano un riequilibrio. Anzi, come osserva il Rapporto, le politiche dell’attuale governo sembrano piuttosto orientate a confermare, se non accentuare, i divari. È quanto si può osservare anche nella discussione sui livelli essenziali di prestazione, che dovrebbe essere preliminare all’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata. Come ha osservato anche Viesti in una audizione al Senato, invece di procedere a una discussione su quali dovrebbero essere i Lep da garantire omogeneamente sul territorio nazionale, li si stanno definendo sulla base dell’esistente, che, come è noto, è fortemente disomogeneo a livello territoriale, cristallizzando così i divari, invece di ridurli.
(La Stampa, 21 gennaio 2026)
«Non dimenticherò mai i volti sorridenti il giorno della liberazione di Kobane. Come donna araba, le combattenti curde delle Unità di Protezione delle Donne (Ypj) sono state un grande esempio per me e tante altre: solo insieme possiamo vincere contro il patriarcato e lo Stato Islamico». È il racconto di Arjen Furat, combattente Ypj, impegnata al fronte. «La comunità internazionale deve ricordare che il nostro sacrificio ha liberato l’umanità dal pericolo dell’estremismo islamico».
Nelle scorse settimane la situazione in Siria è precipitata. L’offensiva del governo di transizione di Ahmad Al-Sharaa e dei mercenari filoturchi dell’Esercito nazionale siriano (Sna) ha travolto prima i quartieri curdi di Aleppo e poi le città di Raqqa e Tabqa, che le Forze democratiche siriane (Sdf) e le Ypj avevano liberato dallo Stato islamico meno di dieci anni fa. L’avanzata, fronteggiata solo dalle forze della Siria del nord-est, è giunta fino alle prigioni in cui sono detenuti i miliziani di Isis, quelle di Al-Shaddadi e Al-Hol, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. «Mutilare i corpi delle combattenti martiri rientra nelle pratiche comuni dello Stato islamico. È un modo per punire le donne e mandare un messaggio a tutte coloro che si organizzano contro un sistema che le avrebbe volute schiave – racconta Amara, una giovane internazionalista – Ad Aleppo, così come a Raqqa, le Ypj hanno annunciato di continuare a resistere. L’attacco contro le donne è stato sferrato contro la loro libertà e la possibilità di autodeterminazione».
«In Rojava – continua Amara – le donne hanno dimostrato che ci può essere un altro destino oltre a quello previsto dal patriarcato. Non bisogna accettare di essere solo madri, mogli e restare chiuse in casa. Nelle Ypj, le donne hanno trovato la loro forza e la loro autodifesa. Ma non è così solo nelle unità armate: tutte le donne, giovani e anziane, madri e non, devono essere in grado di difendersi». «L’autodifesa non è un concetto relativo solo alle armi – ci spiega Zeryan, dall’Accademia di Jineolojî in Europa – È un concetto che nella jineolojî (scienza delle donne) e nel movimento per la libertà delle donne è connesso alla consapevolezza. Le donne devono essere consapevoli del proprio ruolo nella società. E si devono organizzare insieme contro il proprio nemico: il sistema patriarcale e genocidiario».
«Nel contesto attuale del Rojava – continua Zeryan – l’autodifesa si trasforma in una pratica che porta le donne a scendere in strada insieme e a difendere la propria esistenza. Ma tutta la società ha incarnato questo senso di autodifesa: la libertà conquistata è stata raggiunta insieme, e nessuno vuole che vada perduta». Dopo la fine dei colloqui tra l’autoproclamato presidente Al Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, nelle città e nei villaggi della Siria del nord-est tutti sono scesi in strada seguendo un’unica parola d’ordine: difendere se stessi e la propria terra. Un appello che è stato accolto anche in altre aree del Kurdistan, dove migliaia di persone si sono ritrovate in strada e alla frontiera con la Siria per difendere anche a costo della vita «il sogno di pace e democrazia» del Rojava. «Le bande di Al Sharaa, guidate dalla Turchia e appoggiate da tutte le forze internazionali, si accaniscono soprattutto sulla rivoluzione delle donne – prosegue Zeryan – Non è una questione di accettare l’esistenza curda, ma piuttosto di non accettare l’esistenza curda rivoluzionaria: è un attacco ideologico».
«L’attacco in corso vorrebbe ridurre il confederalismo democratico a una questione etnica. Invece è una proposta di coesistenza pacifica tra i popoli – aggiunge Amara – Il confederalismo democratico, su cui tutta l’esperienza si basa, è l’unica ipotesi concreta per la pace in Siria e per mettere fine alle guerre volute dall’Occidente che da centinaia di anni affliggono il Medio Oriente». E continua: «Non è retorica. Ogni cultura, religione, lingua può essere libera di esprimersi nei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). La strada per una Siria democratica è tracciata, andrebbe solo seguita».
(il manifesto, 21 gennaio 2026)
Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine.
Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i trenta e i cinquant’anni di reclusione. Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri cinque anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca.
Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante.
Si crea il GIEI
Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil). Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres. «L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio [della popolazione] Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati», sottolinea il GIEI. I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile: «Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una “scoperta inevitabile”, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza». Inoltre, gli esperti determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa.
Un omicidio d’impresa
Il crimine è stato finanziato con risorse provenienti dal progetto idroelettrico, erogate dalle banche internazionali BCIE e FMO [3] e deviate dal loro scopo originario. Su un totale di 18,5 milioni di dollari, il 67% (quasi 12,5 milioni) è stato dirottato o gestito in modo irregolare. «È stato identificato un modello sistematico di distrazione di fondi, caratterizzato da trasferimenti internazionali ingiustificati, conversione di fondi bancari in contanti, uso ricorrente di dipendenti di basso livello come incassatori di assegni e frammentazione degli importi per eludere i controlli antiriciclaggio delle istituzioni finanziarie». Questo circuito finanziario, spiega il GIEI, avrebbe permesso di pagare i sicari e di finanziare la logistica prima e dopo l’omicidio di Berta Cáceres. Per questo motivo, i tre esperti concludono che «si è trattato di un crimine aziendale, finanziario e politico, perpetrato attraverso una complessa architettura criminale che ha articolato interessi economici, finanziamenti internazionali, strutture di sicurezza, corruzione istituzionale e gravi omissioni statali, configurando un modus operandi sostenuto nel tempo». Principali responsabili del crimine sono, quindi, gli azionisti di maggioranza del progetto Agua Zarca, che ricoprono anche ruoli rilevanti nella costituzione e nel funzionamento del dispositivo societario e finanziario che, in ultima analisi, ha reso possibile l’omicidio di Berta Cáceres.
Il GIEI punta il dito contro José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah e Daniel Atala Midence, che ricoprivano cariche dirigenziali sia in aziende legate al progetto Agua Zarca, sia in istituti bancari, e contro BCIE e FMO per avere firmato accordi di credito a favore di Desa «conoscendo la situazione di violenza già generata dal progetto» e l’inesistenza di un processo valido di consultazione libera, preventiva e informata. La ricostruzione effettuata dal GIEI ha permesso di dimostrare che l’omicidio è stato «il risultato di un’operazione criminale pianificata, eseguita da una struttura articolata tra sicari, attori con formazione militare, dirigenti della Desa e reti di sostegno statale», la cui responsabilità è stata solo parzialmente indagata dalle autorità honduregne, senza approfondire la possibile responsabilità penale dei rappresentanti del capitale azionario maggioritario (Inversiones Las Jacarandas / Jacobo Atala). In questa struttura, Desa ha svolto il compito di pagare informatori, strutture paramilitari e logistica repressiva, funzionari pubblici ed ex funzionari. Ha anche cooptato autorità ambientali, municipali e di sicurezza, ha manipolato la narrativa pubblica attraverso pagamenti a giornalisti e media, ha utilizzato audit e consulenze per legittimare un progetto irrealizzabile e illegale, assicurando la continuità dei finanziamenti internazionali.
Riparazione e giustizia integrale
La parte conclusiva del rapporto del GIEI è dedicata al Piano di riparazione e giustizia integrale per le vittime (famiglia, Copinh e comunità lenca di Río Blanco), che include la chiusura definitiva del progetto idroelettrico Agua Zarca, la titolazione definitiva del territorio ancestrale della comunità lenca di Río Blanco, la cancellazione dal registro commerciale e lo scioglimento di Desa, nonché la depurazione e l’apertura degli archivi dei servizi segreti relativi a Berta Cáceres, al Copinh e ad altri difensori dei diritti umani. Sono anche state consigliate allo Stato dell’Honduras misure concrete di riabilitazione, compensazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione (pag. 373 del rapporto), dove si persegue «un processo integrale, collettivo e trasformativo, indispensabile per ripristinare la dignità delle vittime, ricostruire il tessuto sociale del popolo indigeno Lenca di Río Blanco e garantire che crimini come l’omicidio di Berta Cáceres non si ripetano».
Note
[1] Douglas Bustillo, Mariano Díaz, Henry Hernández, Elvin Rápalo, Óscar Torres, Edison Duarte (autori materiali), Sergio Rodríguez (autore per induzione) e David Castillo (coautore)
[2] Roxanna Altholz, Pedro Biscay, Ricardo Guzmán
[3] Banca centroamericana di integrazione economica e Banca di sviluppo dei Paesi Bassi
(Pressenza, 20 gennaio 2026)
Da tre anni, il Ministro dell’Istruzione non consente al Forum delle Famiglie Israeliane-Palestinesi in Lutto di accedere alle scuole. Le famiglie che hanno perso i propri cari e hanno scelto, proprio a causa del lutto, di impegnarsi per il dialogo e un futuro diverso sono state definite dal Ministero dell’Istruzione un “fattore ostile” che potrebbe danneggiare la “rettitudine del cammino”. In che modo, esattamente? In che “modo” le famiglie in lutto, comprese quelle che hanno perso i propri cari il 7 ottobre e nella guerra che ne è seguita, e che ritengono di avere il dovere di agire in ogni modo possibile per garantire un futuro migliore a tutti noi, possono essere considerate un “fattore pericoloso”?
Sulla base di questo equivoco, al Forum è stata negata l’opportunità di proseguire il programma educativo “Dialogue Meetings”, che aveva operato con grande successo nel sistema educativo per anni. Le famiglie israeliane e palestinesi in lutto incontravano gli studenti nelle scuole, non per predicare, ma per raccontare storie, ascoltare e consentire loro un incontro umano con la complessa realtà del conflitto. Non l’ideologia e l’incitamento dei politici, ma le persone. Non slogan, ma vite spezzate. Il Ministro dell’Istruzione Yoav Kish teme apparentemente che gli studenti israeliani, compresi e soprattutto quelli che si avvicinano all’età della leva obbligatoria, siano esposti alla possibilità che la guerra, il lutto e un ciclo di spargimenti di sangue non siano scontati. Teme che sviluppino un pensiero critico, che ascoltino voci diverse, che capiscano che c’è un popolo palestinese che vive proprio accanto a loro e che i conflitti tra i popoli sono stati risolti in passato e possono essere risolti anche qui.
Grazie al Ministro Kish, nel 2026 gli studenti israeliani completeranno dodici anni di scuola senza alcuna reale conoscenza del conflitto stesso, delle sue radici, del suo costo umano e della possibilità di porvi fine. Saranno qualificati per essere soldati leali, ma difficilmente qualificati per essere cittadini dotati di pensiero critico, capaci di accogliere opinioni diverse e di affrontare la complessità. In un sistema educativo che pone al centro l’eroismo, il sacrificio e la volontà di combattere fino alla fine delle generazioni, non c’è posto per chi è in lutto e vuole parlare di vita, riconciliazione e responsabilità civica. Naturalmente, altre famiglie in lutto che santificano l’eroismo e il sacrificio sono invitate a scuola senza alcun problema; il problema inizia quando chi è in lutto pone un punto interrogativo e chiede un futuro diverso.
Questa lotta non è una questione specifica del Forum. Fa parte di un più ampio processo di silenziamento e persecuzione nel sistema educativo: insegnanti e presidi vengono trattenuti in udienza a causa delle loro posizioni, articoli di Haaretz vengono rimossi dagli esami di maturità, e vengono attaccate organizzazioni della società civile come “Brothers in Arms”. Allo stesso tempo, organizzazioni che promuovono la coercizione religiosa, l’esclusione delle donne, l’intolleranza verso le persone LGBTQ e l’opposizione alle donne che prestano servizio nelle Forze di Difesa israeliane operano nelle scuole senza alcuna restrizione. Il messaggio è chiaro: è lecito educare all’obbedienza e alla guerra, ma è proibito educare alla democrazia e alla pace.
Per giustificare il silenziamento, il Ministero dell’Istruzione si impegna anche in una deliberata delegittimazione: presenta il Forum come un’organizzazione di “famiglie di terroristi”, cancellando sistematicamente l’identità condivisa israelo-palestinese e il lutto israeliano al suo interno. Ciò fa parte di un profondo processo di disumanizzazione, in cui il riconoscimento stesso dell’umanità dell’altra parte e del dolore condiviso è percepito come un pericolo.
Tutte queste azioni, insieme agli attacchi al mondo accademico e alla creatività israeliani, sono interconnesse. Una società che desidera una guerra eterna non può permettersi un’educazione alla pace, nonostante l’educazione alla pace, alla tolleranza e alla dignità umana sia al centro della Legge sull’Istruzione Statale fin dalla fondazione dello Stato.
Chi impedisce agli studenti israeliani di essere esposti alla possibilità di un futuro diverso li condanna a continuare a vivere in un ciclo di spargimento di sangue. È imperativo educare alla pace. Non ci sarà altra realtà e altro futuro qui se non saremo educati e non agiremo consapevolmente, coerentemente e coraggiosamente per la pace. Solo una società che educa alla speranza può viverla.
(Haaretz, 20 gennaio 2026)
[…] domenica 18 gennaio 2026, decine di donne e attivisti si sono radunati in un presidio pacifico davanti alla base militare di Sigonella, storica infrastruttura italo-statunitense nel cuore della Sicilia, per lanciare un forte messaggio contro la guerra e la militarizzazione dei territori. L’iniziativa, promossa dal movimento “Le donne contro tutte le violenze”, si inserisce nel 35° anniversario dell’inizio della Guerra del Golfoe nella mobilitazione nazionale delle “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, contro i conflitti ancora in corso nel mondo.
Un presidio tra protesta e cultura
La manifestazione, iniziata alle ore 10.30 davanti la base militare di Sigonella, ha visto la presenza di cittadini, attiviste e musicisti. Tra slogan, canti e performance, le partecipanti hanno espresso la loro contrarietà alla presenza militare e al suo ruolo nei conflitti globali.
Durante l’evento sono stati eseguiti canti per la pace e momenti di riflessione in solidarietà con le donne iraniane che stanno protestando contro regimi autoritari. Una delle esibizioni di maggiore impatto è stata una rilettura del Monologo di Lisistrata, rivisitato dai celebri autori Franca Rame e Dario Fo, simbolo di ribellione femminile contro la guerra e il patriarcato.
Perché questa protesta
Le attiviste hanno elencato una serie di motivazioni alla base della protesta. Sigonella, secondo le partecipanti, non può essere vista come una semplice base logistica, ma è profondamente inserita nelle dinamiche belliche globali: operazioni di intelligence, sorveglianza e supporto a missioni internazionali partono regolarmente da qui, collegando la Sicilia a teatri di guerra in Europa, Medio Oriente e oltre.
Tra le richieste principali:
– La smilitarizzazione della Sicilia e la restituzione del territorio alla sua vocazione civile, culturale e pacifica;
– La conversione della base di Sigonella in struttura aeronautica civileper uso educativo e commerciale;
– La fine delle influenze militari nelle scuole e nella vita quotidiana dei giovani, percepite come propaganda e presenza invadente.
Secondo le organizzatrici, la presenza militare – inclusa quella di droni e velivoli in missioni di intelligence – rende il territorio siciliano sempre più esposto a possibili ripercussioni dovute ai conflitti internazionali, con un impatto sociale, istituzionale e culturale che va ben oltre il semplice ruolo operativo della base.
Ricordi storici e prospettive future “Verde Vigna” di Comiso.
Nel corso della manifestazione non sono mancati riferimenti storici alle battaglie pacifiste nel nostro Paese, come le mobilitazioni contro l’installazione dei missili Cruise nella base NATO di Comiso negli anni ’80, che portarono alla creazione di progetti per centri di vita nonviolenta e alla diffusione di una cultura disarmista nell’isola.
Conclusione in musica
La manifestazione si è conclusa in modo pacifico e partecipato sulle note della celebre canzone Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, intonata da tutte le presenti come messaggio di speranza e invito alla riflessione sulle ingiustizie, le guerre e il valore della pace. […]
(Pressenza, 19 gennaio 2026)
C’è qualcosa di poetico nel varcare la soglia di una libreria a Milano. Da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese, abbiamo scovato gli indirizzi più belli (anche nascosti) dove acquistare un libro in città
Varcare una piccola porta e trovarsi, d’improvviso, in un luogo che trascende il tempo e lo spazio. Le preoccupazioni si alleggeriscono e anche la testa sembra abbandonare quelle costruzioni infondate che regolavano la vita all’esterno. Non c’è paura, e neppure adrenalina, solo ritmi lenti. La libreria è uno spazio magico, quasi poetico, in cui le idee danzano leggere, per poi raggiungere il cuore di chi le ha maturate. Tra scaffali stracolmi di libri, angoli e volumi speciali, l’uomo ritrova la sua dimensione autentica. È come se su quella porta – a caratteri cubitali – ci fosse scritto “Lasciati andare”. Scegliere la copertina su cui lo sguardo si posa, perdersi tra le brevi righe della trama, o magari della vita dell’autore – ci sarà una correlazione? A Milano, poi, ci sono alcuni indirizzi nascosti – ai più sconosciuti – in cui la scelta del libro diventa esperienza sensoriale. Interni eleganti in cui trovare antiche, prime, edizioni, ma anche spazi più moderni, lì a ricordarci che il tempo passa, ma la bellezza della letteratura no. C’è la Libreria del mare, per chi desidera perdersi (o ritrovarsi) nella profondità dell’acqua, quella delle donne o dello spettacolo. Perché entrare in libreria è come prendere la rincorsa, saltare, e afferrare la vita, entrandoci in sintonia. Esiste sensazione migliore?
Le 10 librerie più belle di Milano, da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese
Abbiamo selezionato dieci librerie nel cuore di Milano che vale davvero la pena conoscere. Indirizzi nascosti per chi cerca un libro, leggerezza, o anche solo uno sguardo complice – «Quello l’ho letto, mi ha cambiato la vita». Ecco la selezione di Vogue Italia.
Libreria Bocca dal 1775
Il primo luogo che vi suggeriamo si trova nel cuore di Milano, all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II. La Libreria Bocca è una delle librerie più antiche d’Italia, con origini che risalgono al 1775 e una storia di prestigio editoriale unico. L’atmosfera è elegante e intima, con scaffali e oggetti che raccontano secoli di cultura, quasi come un piccolo museo del libro. È considerata autentica per la sua indipendenza, gestione familiare e selezione curata di titoli, lontana dalla standardizzazione delle grandi catene. Qui si trovano soprattutto monografie d’arte, cataloghi di mostre, libri dedicati a pittura, scultura, architettura e design. I suoi spazi sono ricchi di opere d’arte, profumi di carta e un’atmosfera che invita a esplorare con calma ogni titolo.
Libreria del Mare
Varcando la porta, si respira ancora il fascino di un’antica bottega, una di quelle d’altri tempi. La Libreria del Mare (ex salumeria negli anni Settanta) è oggi situata al civico 28 di via Broletto, ed è dedicata alla cultura marinaresca e ai libri sul mare. L’atmosfera è accogliente e suggestiva: scaffali colmi di testi, vecchi arredi e richiami visivi al mondo nautico creano un’esperienza che evoca il profumo del mare anche nel bel mezzo della città. Qui si vendono oltre 10.000 libri e pubblicazioni su navigazione, cartografia nautica, costruzione di barche, pesca, biologia marina e sport acquatici, ma anche volumi in inglese e francese. Oltre ai libri tecnici e storici, la libreria propone guide, racconti di viaggio, romanzi a tema marino e portolani nautici. Un piccolo pezzo di mare nel cuore di Milano.
Libreria Verso – libri, incontri, bar
Per chi cerca un’esperienza culturale diversa, e poliedrica, Verso – libri, incontri, bar è l’indirizzo giusto. Situata nel quartiere Ticinese, presenta un’atmosfera accogliente e dinamica: non solo libreria, ma anche bar con tavolini, divani e poltrone – l’angolo perfetto per leggere, chiacchierare o semplicemente fermarsi a prendere un caffè o un drink. La selezione di libri comprende narrativa italiana e straniera, classici e contemporanei, fumetti, graphic novel e volumi illustrati, oltre a musica, cinema e un’ampia sezione per l’infanzia. Lo spazio si dedica anche all’organizzazione di presentazioni, letture, corsi e cicli di incontri tematici, rendendo l’esperienza viva e formativa.
Libreria delle Donne
Punto di riferimento del femminismo milanese e italiano fin dal 1975, la Libreria delle Donne è nata per dare visibilità alle scrittrici (e pensatrici) donne quando ancora erano marginalizzate nell’editoria tradizionale. Situata in via Pietro Calvi 29, si presenta come uno spazio di relazione culturale e politica dove si discute, si legge e si costruiscono idee insieme. La selezione di libri è vasta: offre migliaia di titoli di saggistica, narrativa, poesia, studi di genere e testi politici scritti da donne, inclusi volumi rari e fuori catalogo.
Libreria dello Spettacolo
Per gli appassionati delle arti performative – dal teatro alla danza, passando per musica e circo – questo è l’indirizzo da segnare in agenda. Il fascino è quello di una libreria d’altri tempi, con l’insegna che condivide emozioni al primo (fugace) sguardo. Situata in zona Cadorna, al civico 11 di Via Terraggio, la Libreria dello Spettacolo è gestita da quasi quarant’anni da Maria Cristina Spigaglia, che ha raccolto un tesoro di volumi, copioni, sceneggiature, manifesti e cimeli rari. I primi pezzi le arrivarono dagli antiquari, poi, man mano che si sparse la voce, le vedove degli attori iniziarono a contattarla. Alcuni pezzi sono in vendita, altri possono essere solo consultati. Qui il tempo sembra essersi fermato, tra scaffali colmi di testi d’epoca e memorabilia che evocano il mondo dello spettacolo in tutta la sua magia.
Libri senza data
Sempre nel quartiere Ticinese, si trova un altro indirizzo davvero speciale: Libri Senza Data. Si tratta di una libreria antiquaria specializzata in volumi rari, edizioni originali e libri fuori commercio, un vero tesoro per i collezionisti. La selezione comprende prime edizioni, testi delle avanguardie artistiche, autografi, riviste storiche e titoli difficili da trovare altrove, anche per argomenti di nicchia. In questo spazio intimo è possibile anche richiedere consulenze o ricerche personalizzate, per individuare il proprio libro speciale.
Scatola Lilla
Per chi cerca una piccola libreria, intima e curata, Scatola Lilla è il luogo perfetto. Nata dalla passione di Cristina Di Canio per i libri, si trova in Porta Romana. L’ambiente è accogliente e colorato, caratterizzato dalle pareti lilla che danno il nome alla libreria e da scaffali colmi di volumi scelti con cura, creando un’atmosfera familiare e calorosa. La Scatola Lilla organizza anche eventi culturali, gruppi di lettura e presentazioni, diventando un piccolo centro culturale di quartiere.
Tempo Ritrovato Libri
Più che un negozio di libri, è uno spazio di dialogo culturale. Tempo Ritrovato Libri, in corso Giuseppe Garibaldi 17, presenta scaffali in legno, pareti tranquille e un ambiente che invita a fermarsi, sfogliare e conversare con chi lavora lì, tra un sorriso e uno sguardo complice. È considerata una delle librerie più autentiche di Milano per la selezione accurata di titoli e per il fatto di valorizzare piccole case editrici indipendenti. La proposta comprende soprattutto narrativa e saggistica, con particolare attenzione alla letteratura contemporanea, alla critica culturale e alle opere di editori non mainstream.
(Vogue Italia, 19 gennaio 2026)
Sono arrivate da varie parti della Sicilia per ribadire il proprio “No” alla guerra e alla violenza. E lo hanno fatto con un presidio-manifestazione davanti alla base di Sigonella, di cui chiedono da tempo la smilitarizzazione. Fanno parte della rete italiana “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che si è costituita nel giugno scorso per opporsi al genocidio dei palestinesi, alla guerra e alla repressione dei popoli e delle libertà femminili. Queste donne ora scendono in strada di nuovo, in occasione del trentacinquesimo anniversario della Guerra del Golfo che allora suscitò sgomento e sorpresa, mentre oggi le guerre scoppiano ovunque nel mondo come se questo fosse ritenuto normale.
E, invece, queste donne – e gli uomini che stanno al loro fianco – gridano che la guerra non deve essere considerata come un orizzonte percorribile, come una delle possibilità, perché le guerre e le strutture militari generano dolore e morte e questo è sempre inaccettabile. «Noi donne – dice Anna Di Salvo della Ragna-Tela – pratichiamo la politica della vicinanza e della prossimità, ma la base di Sigonella, collegata al Muos e al porto militare di Augusta, è una pessima vicina di casa. La sua presenza fa sentire la nostra isola e il nostro territorio minacciati. Questa nostra terra, che per i doni che ha ricevuto è vocata alla bellezza e alla produttività, è stata votata al dolore, alla guerra e alla devastazione. Da qui partono i droni e i bombardieri per i fronti di guerra e questa base ha avuto un ruolo attivo anche nel genocidio del popolo palestinese».
Per questo le donne di La Città Felice, Ragna-Tela, Udi, Cgil, Fare stormo, Il cerchio delle donne, Centro antiviolenza Elvira Colosi, Penelope, Femministorie e Donne di classe, insieme agli attivisti di Catanesi solidali con il popolo palestinese, Anpi, Rifondazione, Comitato Antico Corso, Circolo Olga Benario, Sunia e Cobas scuola, Koine, Potere al popolo, No Muos, Alleanza Verdi Sinistra e Sinistra anticapitalista gridano che Sigonella va smilitarizzata. «Perché è un avamposto di guerra e di morte nel nostro territorio; perché è una base americana e italiana da cui ogni giorno partono sofisticate armi che uccidono bambini/e, donne e uomini, distruggono città e territori e alimentano la sete di potere e sangue degli ottusi governanti del mondo; perché l’aggressione di Trump al Venezuela e l’espansionismo americano vanno fermati; e perché patriarcato, guerre e violenze maschili sono per noi un’unica narrazione». Per questo queste donne si oppongono al militarismo che «è una cultura bieca affine al bullismo», una cultura che «normalizza lo stupro di guerra, soprattutto dei popoli vinti, per cui si fa scempio del corpo delle donne come si fa scempio dei territori e dei popoli come in Palestina, Sudan e Iran». Contro questa cultura ribadiscono la loro attenzione all’ambiente, alla pace, alle regole pacifiche di convivenza e alla composizione dei conflitti senza ricorso alla violenza. Per questo si oppongono al paradigma che considera la guerra come naturale, e dunque al ripristino della leva obbligatoria e alla promozione della carriera militare nelle scuole. «Vogliamo disarmare le parole per disarmare le menti», ripetono mentre srotolano i loro striscioni che gridano «Fuori la guerra dalla storia» e «Donne vita libertà» in omaggio alle donne iraniane massacrate da un regime violento e misogino.
(La Sicilia, 19 gennaio 2026)
C’è una storia della lotta delle donne iraniane contro il regime degli ayatollah che viene da lontano e che oggi rischia di essere travolta dalla rivolta in corso in Iran, a cui anche le donne stanno partecipando e morendo sotto la feroce repressione. Mi riferisco al fatto che l’ondata di protesta pacifica, scoppiata il 27 dicembre scorso dal Bazar di Teheran per il crollo della valuta locale e la crisi economica e dilagata rapidamente in tutto il Paese, a un certo punto si è trasformata in violenza e caos. Alcuni manifestanti nella capitale hanno dato alle fiamme auto, palazzi governativi, banche, moschee, autobus, e c’è chi – israeliani e statunitensi – soffia sul fuoco e minaccia interventi militari in nome della libertà dal tiranno, come hanno fatto, con esiti catastrofici, in Iraq, in Libano, in Siria e in Afghanistan “per la libertà delle donne”. In difesa del regime e della patria, contro le minacce dei nemici interni ed esterni, gli ayatollah hanno chiamato in piazza migliaia di iraniani, agitando così il fantasma di una guerra civile. Minacce e violenze che hanno reso più feroce la repressione nelle piazze con migliaia di morti, feriti, carcerazioni con condanne a morte. Vittime tantissime/i giovani che si sono uniti alle proteste. Rubina Aminian è una di loro. Giovane studentessa curda, si era unita alle proteste dopo essere uscita dall’università a Teheran. Le hanno sparato alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata. Ai suoi genitori hanno negato il funerale, dopo aver trovato davanti all’università il suo corpo dentro un sacco nero, accanto a centinaia di corpi di altre/i giovani. «Non siamo ingenui – dice Arezu F. del movimento “Donna, Vita, Libertà” (il manifesto, 13/01/2026) –. Il regime non crolla in pochi giorni. Il nocciolo duro del potere regge ancora e mantiene intatto il proprio apparato repressivo, insieme a una forza economica riservata a pochi. La strada è lunga. Un intervento militare non servirebbe a nulla, né a cambiare il sistema né a difendere i manifestanti. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi nei settori chiave, portare i militari dalla parte della popolazione ed evitare di trascinare il Paese verso un futuro di conflitti dagli esiti imprevedibili». La strada è lunga ma sono le donne iraniane, insieme agli uomini, che la devono percorrere fino in fondo, memori del tradimento subito dalle loro madri da Khomeini, “il Messia”, dopo la rivoluzione del 1979. Cacciato lo scià, la rivoluzione, di cui le donne furono protagoniste, prometteva democrazia e libertà. Le donne ben presto si resero conto che, con la salita al potere dei militanti islamici, avevano portato al governo un regime che imponeva loro la sottomissione, in nome di Dio e del Corano. La ribellione fu immediata. Per l’8 marzo di quell’anno, centomila donne scesero in piazza per protestare contro l’obbligo dell’hijab e altre restrizioni islamiche. Molte manifestanti furono aggredite e ferite da gruppi di fanatici e paramilitari, sotto lo sguardo impassibile delle forze di sicurezza. Da allora la rivolta contro l’obbligo del velo non si è più fermata, inventando, di volta in volta, nuove pratiche di resistenza e di ribellione fino al 2022 quando la morte di Mahsa Amini, la giovane studentessa curda uccisa dalla “polizia morale” per aver indossato il velo in modo non conforme, determinò una svolta. Nacque il movimento Donna, Vita, Libertà il cui grido risuonò in tutte le piazze del mondo. A Teheran le donne nelle piazze sfidarono il regime, si tolsero il velo, si tagliarono ciocche di capelli in segno di protesta, la repressione fu feroce ma non fermò la protesta sostenuta dalle donne in tutto il mondo. Un sostegno mai venuto meno. Oggi, la piazza di Teheran non è più la piazza delle donne e forse è tempo per loro di andare via da lì – cosa che sta già accadendo – per vanificare il tentativo di Trump e Netanyahu che stanno cercando di appropriarsi della loro lotta per fini che nulla hanno a che fare con la loro libertà.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 18 gennaio 2026)