Che cos’è capitato il 22 e 23 marzo? Milioni di persone, molte delle quali giovani, sono andate alle urne e hanno detto “No” a una riforma della Giustizia che il governo presentava come necessaria. Il No ha vinto con quasi il 54%. L’affluenza è stata più alta di quanto si prevedesse.

A Radio Popolare, il giorno dopo, un giornalista chiedeva ai giovani se il loro No si potesse sovrapporre a un voto di sinistra. Loro hanno risposto di no, perché questo voto viene da un luogo che le mappe correnti della politica non riescono a intercettare. C’è più di quello che le categorie degli schieramenti ci fanno vedere, più di quello che si riesce a far stare dentro a un’alleanza o a un programma.

Che cosa c’è di più? Io direi: un senso della giustizia intesa come orientamento, come modo di riconoscere cosa vale e cosa non vale. E un legame quasi affettivo con la Costituzione, intesa come patto di convivenza ancora aperto, ancora una promessa.

I partiti dicono di aver capito. «Un popolo della Costituzione che non si sente nelle discussioni tattiche», ha detto il PD milanese. In questa frase si vede l’inghippo: le discussioni tattiche da una parte, le persone dall’altra. E allora si propongono punti condivisi, si annunciano luoghi di ascolto, si parla di coalizioni larghe. Le solite risposte a una domanda di politica che non cerca rappresentanza o delega ma chiama piuttosto il riconoscimento di una verità basica: quello che senti è reale, quello che desideri è politico, sei già dentro questo mondo e hai già voce. È la materia viva di cui la politica dovrebbe essere fatta e senza la quale ogni programma resta un vuoto elenco.

La forza dei movimenti (e ho in mente soprattutto quello delle donne) cresce finché si mantiene la forza del contagio, quella capacità di spingere donne e uomini a farsi protagoniste delle proprie vite, a sottrarsi alla complicità involontaria col dominio. Il No dei giovani ha questa forma. È una sottrazione dal cinismo, dall’indifferenza, dall’idea che le cose non possano andare altrimenti. Sta a chi fa politica capirlo, rinunciando al terreno degli schieramenti (le tattiche, le alleanze, i calcoli) per tornare al terreno dell’umano. Non so se ci riusciranno, so che vale la pena provarci.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

Le conseguenze negative del ricorso massiccio a servizi digitali non sono solo le difficoltà, talvolta insormontabili per alcune categorie di persone, nell’utilizzo di questi servizi ma sono molto più profonde e pericolose.

All’inizio di marzo 2026 tre data center di Amazon Web Services (AWS), situati tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, sono stati colpiti durante gli attacchi iraniani in risposta alle operazioni militari statunitensi e israeliane. Problemi di alimentazione, interruzioni di connettività, infrastrutture danneggiate: per la prima volta nella storia, un’azione di guerra ha preso di mira fisicamente i server di una grande azienda tecnologica. Non è un episodio marginale ma un evento che svela il ruolo di quell’area anche nella rete digitale mondiale.

Il Medio Oriente ospita circa 350 data center, una concentrazione cresciuta enormemente negli ultimi anni. Amazon, Google, Microsoft hanno investito massicciamente in quell’area, attratte dalle economie del Golfo, dalle rotte commerciali strategiche e dall’ambizione di fare di quella regione uno dei fulcri mondiali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Grandi quantità di energia disponibile, costi contenuti, manodopera migrante da impiegare nei microtask: tutto questo offre condizioni ideali per i giganteschi algoritmi che alimentano l’IA generativa.

Ma quella stessa area è anche un centro militare cruciale per gli Stati Uniti. Ed è qui che sta il nodo del problema: le infrastrutture che reggono la nostra economia digitale e quelle che permettono di condurre operazioni militari coincidono sempre più. I data center che ospitano WhatsApp o Google Maps sono gli stessi che supportano droni, sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa.

Non è una novità assoluta: AWS, Microsoft e Starlink hanno già giocato un ruolo determinante nel conflitto in Ucraina, e molte delle operazioni militari israeliane in Palestina si fondano su algoritmi sviluppati con infrastrutture Big Tech (le grandi aziende tecnologiche). La novità è che ora queste aziende private sono diventate esplicitamente obiettivi di guerra. Il complesso militare digitale è allo scoperto.

C’è un paradosso che questa vicenda mette in chiaro: noi tendiamo a immaginare internet come qualcosa di immateriale, diffuso, decentralizzato per natura. Ma la realtà è diversa: la rete è fisicamente vulnerabile, perché si concentra nelle mani di pochissimi attori privati, i quali localizzano le infrastrutture seguendo logiche geopolitiche e militari. L’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno poggia su un sottostante fisico enorme: edifici, cavi, server, energia, acqua. E questi edifici si trovano in luoghi scelti anche per ragioni strategiche.

L’“imperialismo digitale”1 è un fenomeno in cui le multinazionali del digitale (di USA e Cina) dominano mercati e dati globali, creando squilibri economici, sociali e geopolitici. Questo modello, basato sul controllo delle piattaforme e dell’IA, integra le piattaforme digitali con il potere militare (complesso militare-digitale), trasformando la tecnologia in uno strumento di egemonia e guerra. Poche piattaforme multinazionali controllano le infrastrutture, i dati e le informazioni, influenzando lo spazio economico.

Il caso Anthropic ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al quadro. L’azienda guidata da Dario Amodei ha dichiarato di aver resistito alle pressioni del Pentagono, che voleva accesso illimitato ai suoi sistemi di IA per usi militari. Il risultato? L’emarginazione da parte del Dipartimento della Difesa USA e la sostituzione immediata con OpenAI, pronta a raccogliere gli appalti lasciati liberi. La vicenda insegna tre cose: primo, in tempo di guerra, il Pentagono ha il coltello dalla parte del manico. Secondo, la competizione tra grandi colossi tecnologici non lascia spazio a posizioni di principio: chi pone problemi etici, anche solo formali per ragioni di immagine esterna, viene rimpiazzato in poche ore. Terzo, le politiche etiche delle aziende tecnologiche sono spesso molto meno solide di quanto dichiarato: infatti, un’analisi delle policy reali di Anthropic mostra che molti dei vincoli più significativi all’utilizzo dell’IA per scopi militari e di controllo sociale erano già stati rimossi prima dello scontro con il Pentagono.

Quello che emerge, in definitiva, è il ritratto di un’alleanza pericolosa: da un lato gli Stati, soprattutto USA e Cina (con Tencent e Huawei), sempre più dipendenti dalle infrastrutture e dalle competenze di un pugno di aziende private; dall’altro le Big Tech, che trovano negli appalti militari una fonte di profitto stabile e una protezione politica contro tasse più alte o regolamentazioni avverse. Una simbiosi che orienta la traiettoria dell’innovazione verso la morte, la distruzione e la sorveglianza e che crea forti incentivi affinché i conflitti si moltiplichino.

Ma, come ci ricorda Laura Colombo2, l’IA e le tecnologie digitali non sono meri strumenti e soprattutto non sono neutri.

Bisogna, infatti, porre particolare attenzione all’evidenza che i proprietari delle grandi piattaforme digitali che permettono ai servizi digitali di essere erogati sono tutti maschi, di età varia ma legati, oltre che dalla smania di profitto, da atteggiamenti maschilisti e misogini. Oltre che da una solidarietà intrinseca che Ida Dominijanni3 ha nominato “fratriarcato”, una “broligarchia” (brothers + oligarchia) dove i “maschi bianchi arrabbiati” descritti da Michael Kimmel4 trovano rifugio e che si può individuare soprattutto nel settore tecnologico, nelle figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg che stanno costruendo nuovi modelli basati su una “mascolinità nostalgica” che cerca di riaffermare il controllo sulle donne.

Un caso emblematico di questa mentalità è Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data e quindi della sorveglianza sociale, presente nei giorni scorsi in Italia per delle conferenze riservate su invito e ossessionato tanto dal femminismo quanto dalla venuta dell’Anticristo, inteso come chiunque si opponga allo “sviluppo” (o meglio agli affari e ai profitti di Thiel stesso), per lui personificato, guarda caso, da una giovane donna: Greta Thunberg.

1 Dario Guarascio, Imperialismo Digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026

2 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/

3 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/fratelli-di-sangue-resistenza-e-esodo-nazionalismo-e-femminismo-nella-guerra-ducraina/

4Michael Kimmel, Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era, Nation Books, 2013.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

La sua casa è una galleria di ricordi. Sui muri la rivoluzione fatta di calcoli e numeri è nelle lauree e nei riconoscimenti incorniciati, nelle foto con gli studenti e in quelle dei congressi in tutta Europa. Nel suo appartamento all’Appia, in stile retrò, gli occhi sorridono e lei racconta: «Cosa provavo quando risolvevo un problema? Gioia. E un sottile piacere se il computer faceva quello che mi aspettavo». Luigia Carlucci Aiello, Gigina per tutti, è la madre dell’intelligenza artificiale in Italia e la fondatrice dell’associazione nazionale per l’IA. Una matematica e ricercatrice femminista e antifascista, la donna che ha portato in giro per il mondo i risultati sulla «rappresentazione della conoscenza e deduzione automatica» formando generazioni di informatici, ingegneri e matematici. E continua a farlo anche adesso, alla soglia degli ottant’anni. Tra qualche settimana sarà a Palermo per una lectio magistralis su Alan Turing.

Lei era una scienziata già negli anni Sessanta. C’era disparità tra uomini e donne?

Alla Scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista, lì sono stata a lungo l’unica studentessa di matematica. Le donne venivano tollerate a malapena da professori e colleghi, alcune si sono anche ritirate. I normalisti rimanevano dietro le porte, durante gli esami, in attesa di sapere se le femmine venivano buttate fuori. Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre cinquanta uomini ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo.

È stata una donna di rottura in ambienti tutti maschili?

Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da dieci anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA. Iniziarono le ostilità, avevo sfondato una barriera. Ad ogni intervento venivo attaccata, ad ogni mia proposta percepivo di avere sempre tutti contro. Nonostante tutto sono sopravvissuta bene. Il mio motto è «Testa bassa e andare avanti». Se ci credi nel tuo sogno, non devi mollare. Tanto che sono diventata la direttrice del dipartimento e ho inaugurato la nuova facoltà di ingegneria dell’informazione, informatica e statistica.

Una rivoluzione con alle spalle una famiglia patriarcale.

Sono nata a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Papà era capotreno e aveva nove fratelli, mamma era casalinga. Lo zio più grande era prete, come in quasi tutte le famiglie patriarcali del tempo, e con lui ho imparato a leggere a quattro anni sull’Osservatore romano. Ma io avevo le idee chiare già a otto anni. In un tema ho scritto che sarei diventata una professoressa di matematica. Sullo stesso foglio ho disegnato me con un grembiule nero, quello che indossavano le insegnanti a quei tempi, e davanti alla lavagna. I miei genitori non mi hanno mai ostacolata, a loro devo tanto.

In America arriva a ventisette anni per fare ricerca a Stanford, con un figlio di quattro mesi e un marito al seguito.

Ho conosciuto Mario nel 1969 al Cnr, l’anno dopo ci siamo sposati. Lui era un ingegnere elettronico e siamo diventati una coppia anche nella ricerca. Nel gennaio 1973 eravamo a Stanford nel laboratorio fondato da John Mc Carthy, che allora era visto come un visionario un po’ hippy. Noi ricercatori di IA, di conseguenza, eravamo considerati dei matti. Invece c’era una solidità scientifica dietro a quegli studi e io volevo dimostrare la correttezza del programma su un computer. Sono riuscita a lavorare con un sistema che era stato sviluppato lì da un professore inglese.

Lei ha cambiato il modo di fare ricerca.

Ho viaggiato moltissimo in Europa e in America per la ricerca e per la divulgazione. Ho sempre dato molta importanza alla sperimentazione, come hanno imparato gli studenti che hanno frequentato i miei corsi. Ancora oggi quegli allievi mi fermano per strada e mi riconoscono, mi fa molto piacere.

Presto rimane una mamma sola ma ritorna oltreoceano.

Mio marito morì precocemente, fu un colpo terribile. Quando mio figlio aveva sei anni tornai in America. Al termine del biennio di studi, mi offrirono un contratto. Rifiutai, volevo che Marco studiasse in Italia e desideravo restituire al mio paese tutto quello che avevo imparato.

Che futuro avremo con l’intelligenza artificiale?

L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il posto nostro in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato.

Un giovane ha raccontato al nostro giornale che si sente più a suo agio a confidarsi con ChatGPT che non con i suoi coetanei. Che ne pensa?

L’IA ci ha superato nella velocità e nella capacità di calcolo e soluzioni. Ma il campo sul quale non ci ha battuti è quello della creatività. A quel ragazzo ricordo che ChatGPT è stato progettato per compiacere, è pieno di tutto quello che noi umani abbiamo voluto metterci dentro. Ma non guarderà mai negli occhi la persona che ha davanti e non coglierà, ad esempio, i suoi sentimenti in quel momento. Se è triste o contento, se mente o dice la verità. Perché l’intelligenza artificiale non ha un cuore e non prova emozioni.

(la Repubblica, 25 marzo 2026)

Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?

L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.

La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.

Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.

Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.

Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.

«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».

«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».

Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).

Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.

(il manifesto, 23 marzo 2026)

Women of the Sun (le donne del sole) e Women Wage Peace (le donne portano la pace) sono due associazioni, l’una palestinese fondata a Gaza e in Cisgiordania nel 2021 da Reem Hajajreh, e l’altra israeliana, cofondata da Yael Admi, entrambe candidate al premio Nobel per la pace 2025. Da anni, prima del 7 ottobre, portavano avanti insieme iniziative di pace, dando l’esempio di una possibile convivenza tra due popoli su un’unica terra.

Tre giorni prima del massacro di Hamas avevano marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare dove «attorno a un simbolico tavolo negoziale alla presenza di varie attiviste e politiche internazionali» avevano richiamato l’urgenza della partecipazione femminile alle trattative di pace. Subito dopo il 7 ottobre e la conseguente vendetta israeliana, le donne di Women Wage Peace scesero in piazza per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi. Ma non furono ascoltate. Molte attiviste di Women of the Sun sono morte a Gaza sotto i bombardamenti d’Israele, in diversi casi insieme a tutta la famiglia, di altre si sono perse le tracce, inghiottite dalla violenza e dall’orrore genocida contro il popolo palestinese. Dalle macerie, materiali e spirituali, dal dolore e dalle sofferenze per tanta violenza che non si ferma né a Gaza né in Cisgiordania ma anzi si allarga per tutto il Medio Oriente, ecco risorgere le donne delle due associazioni che il 24 marzo a Roma cammineranno fianco a fianco a piedi nudi e alla fine leggeranno il loro “Appello delle madri” per invitare le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro.

Un appello che fuoriesce dai confini d’Israele e Palestina e si rivolge anche agli uomini per fermare la violenza, la cecità e la pazzia di maschi che idolatrano la forza delle armi e minacciano l’umanità intera. «Noi donne palestinesi e israeliane – si legge nell’appello – di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato». «Invitiamo – continuano – i popoli di entrambi le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, a aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla soluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e gli abitanti della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva». «Ci impegniamo – scrivono ancora – a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione Onu 1325 del 2000 che impose l’inclusione di negoziatrici nelle trattative di pace e nei processi decisionali». Infine, invitano i loro leader «a mostrare coraggio per questo cambiamento» e unire le forze «per restituire speranza» ai due popoli. Al loro appello si sono unite altre voci, tra cui quella della rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che il 28 marzo scenderà con gli arazzi della pace in più di cento città, tra cui Soverato, Palmi, Reggio Calabra, Gioia Tauro. Ancora una volta la pace è donna.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2026)

La vicenda-choc in Francia: un gruppo di attiviste ha portato in tribunale il colosso Lafarge con l’accusa di aver finanziato il Daesh in Siria tra il 2013 e il 2015 pur di tenere aperto l’impianto. Un libro racconta la storia

Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento a impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».

La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria, teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi dieci anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.

Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.

Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).

Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti.

Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?

Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è già un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero».

(Avvenire, 21 marzo 2026)

L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!

(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.

(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)

Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

https://www.facebook.com/profile.php?id=61577566614538 https://www.instagram.com/100piazze_pace/
email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)

Riparare l’irreparabile è possibile? E prima ancora: cosa dobbiamo intendere per “irreparabile”? Il male lo è? È irreparabile, irredimibile, imprescrittibile? È sufficiente giudicarlo e punirlo, quando si sia tradotto nella commissione di un reato perseguibile come tale? In cosa consiste, il suo mistero? La punizione, intesa come condanna pronunciata da un giudice, può bastare a renderne conto, a restituirne il senso? O non ne avanzerà sempre un resto, una mancanza?

Dal punto di vista delle vittime, in primo luogo: e dunque della loro esperienza di ingiustizia subita o percepita e di dolore sofferto. Ma anche dal punto di vista degli autori del reato: della loro responsabilità, o meglio della loro responsabilizzazione, rispetto al dolore inflitto (al di là di qualunque ragione o motivazione). E più in generale, dal punto di vista dell’umanità di tutti, perché è questo ciò che il male, più radicalmente, chiama in causa: il nostro modo di abitare le relazioni e di concepire il rapporto fra bisogni e desideri; la nostra interpretazione del mondo e le parole con le quali la esprimiamo.

Le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Ciò resta fuori da una mera applicazione delle norme. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione

Sono queste le domande,e sono questi i temi, che fondano La via riparativa alla giustizia, il nuovo libro di Antoine Garapon (Vita e Pensiero, pp. 244, euro 20). È una figura complessa, Garapon: «tanto autorevole», sottolineano Gabrio Forti, Emanuela Fronza e Claudia Mazzucato nella loro magistrale prefazione, «quanto difficile da inquadrare». Sia giurista che filosofo, allievo di Paul Ricœur; giudice, in passato, e da ultimo presidente della Commissione Riconoscimento e Riparazione, istituita in Francia a seguito delle indagini di una commissione indipendente sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica; grande studioso ed esperto di giustizia riparativa. Il suo è uno sguardo largo, profondo, e lo è anche la sua prosa: più narrativa, a tratti quasi lirica, che non tecnica. Larghe e profonde sono anche le risposte che a quelle domande prova a fornire: non sono soluzioni che pretendano di esaurire il discorso, ma proposte che a loro volta ci interrogano e ci smuovono.

Irreparabile, ci dice Garapon, può essere ciò che il male lascia dietro di sé: irreparabili possono essere le conseguenze derivanti dai reati, specialmente da quelli che Garapon definisce “fondativi”. Cioè da quei reati – da tutti i crimini contro l’umanità agli abusi sessuali (tanto più se compiuti nell’ambito di contesti familiari o religiosi) – che «coinvolgono la costituzione stessa dell’umano», inscrivendosi nella vita delle vittime «come sorgente avvelenata che contamina l’intero corso dell’esistenza».

Sono crimini,come li definiva Hannah Arendt, che non si possono né punire né perdonare (e Crimini che non si possono né punire né perdonare è anche il titolo di un libro di Garapon): nel senso che la giustizia ordinaria, nella sua funzionalità alla pura e semplice emanazione di una condanna o di un’assoluzione, si rivelerà sempre inadeguata. Non è forse vero che nelle aule delle corti, per usare le parole di un racconto di Yasmina Reza, «non si ha il tempo di andare a ritroso nel tempo» né di «scrutare seriamente» la storia delle persone? A cominciare da quella delle vittime, al cui racconto il giudice non è neppure interessato: il giudizio si gioca solo intorno a fatti precisi e circoscritti, al solo fine di valutarne la riconducibilità alle norme. Cos’è, la giustizia ordinaria, se non un rito incentrato sull’attribuzione di ruoli fissi e predeterminati, secondo una logica binaria? L’imputato da una parte, il pubblico ministero dall’altra; e davanti a loro il giudice, chiamato a dividere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, il bene dal male. Ma il punto è che la realtà è sempre più ampia di un giudizio, sarà sempre eccedente.

A tale logica Garapon contrappone quella della giustizia riparativa, quale forma di giustizia interessata esattamente a tutto ciò che nella giustizia ordinaria non entra: le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione. Quello che interessa alla giustizia riparativa è provare a costruire un nuovo equilibrio, «uno spazio condiviso di riparazione e responsabilità», che consenta a ciascuno, dentro un ordine simbolico diverso da quello ordinario, di prendere «le distanze da sé stesso»: la vittima, per rifondare il legame fiduciario nei confronti del mondo; l’autore di reato, per non rimanere chiuso per sempre nel reato compiuto. Che consenta, in altri termini, di immaginare «nuovi possibili», come li chiama il filosofo François Jullien nel suo Sciogliere, edito sempre da Vita e Pensiero. Perché quello che è successo non può essere cancellato: ma può essere curato, e quindi superato.

Attenzione però:Garapon intende proporre la giustizia riparativa non in chiave alternativa a quella ordinaria, bensì quale suo “compimento”. Né d’altronde il suo discorso è circoscritto ai soli “crimini fondativi”, pur essendovi spesso riferito. No, il suo è un discorso che riguarda i fondamenti epistemologici e la logica della giustizia tout court: è un «progetto di giustizia a pieno titolo, non riducibile a una qualsivoglia funzione (di transizione, ricostruttiva, riparativa, restaurativa, ecc.)», è «qualcosa di più profondo». Si tratta di immaginare una giustizia più aperta al futuro, alla vita, di quanto non sia una giustizia fondata solo sulla fredda applicazione delle norme. D’altra parte cosa sarebbe la giustizia, si chiedeva Camus, senza la possibilità della felicità?

(il manifesto, 17/03/2026)

Garapon sarà a Milano giovedì per due incontri: alle 15,30 all’Università Cattolica con Gabrio Forti, Carla Bagnoli, Guido Bertagna, Pierantonio Frare, Loredana Garlati; alle 20,15 alla Fondazione Feltrinelli con Claudia Mazzucato e Valeria Cantoni Mamiani.

Un murales nel quartiere milanese di Gorla, a Nord-Est della città, di fianco al naviglio della Martesana. Il canale è stato progettato da Leonardo da Vinci nel 1400

Da sedici anni il progetto porta a scoprire le città e i suoi quartieri con uno sguardo interculturale e decoloniale. Visite guidate da accompagnatori e accompagnatrici con origini migranti fanno sperimentare un turismo urbano in cui le storie diventano la forma più efficace di resistenza. L’ultima tappa è a Nord-Est del capoluogo lombardo, un’altra zona preda di dinamiche di gentrificazione.

Dal latino solĭtas-atis, solitudine, la parola portoghese saudade, letteralmente “nostalgico rimpianto”, è quella che per Carla Oller meglio rappresenta il sentimento con cui ogni persona migrante deve fare i conti: la malinconia. Uno stato d’animo che include la mancanza di casa, della terra, della famiglia, della lingua e del cibo.

Una sensazione che Oller conosce bene, essendosi trasferita a Milano dall’Argentina insieme al marito dieci anni fa. Le sue origini, però, restano ben salde e si sono integrate con la nuova vita in città. Durante la giornata beve sempre il suo yerba mate – che ormai riesce a comprare anche al supermercato – insegna spagnolo a ragazzi e adulti e gestisce un blog, il Crónicas de Milán, dove condivide storie e aneddoti della città che l’ha accolta. Lo sguardo personale e originale ha anche portato Carla a diventare una delle accompagnatrici interculturali di Migrantour, il progetto nato 16 anni fa tra Torino e Milano per far raccontare le città da persone con origini migranti.

Come scriviamo da anni non si tratta di una semplice visita guidata ma di una passeggiata collettiva in cui si scoprono i quartieri attraverso le storie e le identità di chi li abita, con quello che l’antropologo Giacomo Pozzi, collaboratore di Migrantour, chiama lo “sguardo obliquo”: un modo, ideato dalla collaborazione tra il professore Francesco Vietti e l’operatore di Viaggi solidali, di intendere e visitare lo spazio con gli occhi dell’antropologia, “disciplina che si mette in ascolto di diversi saperi, non per parlare per conto di qualcuno ma affinché i processi di invisibilizzazione emergano e vengano scardinati attraverso le voci di chi li vive”, osserva Pozzi.

Migrantour mette quindi in evidenza quell’unione tra radici (in inglese roots) e percorsi (routes) teorizzata dall’antropologo statunitense James Clifford che contemplava l’idea che la cultura non sia solo statica e legata al territorio ma anche il risultato degli spostamenti e dei contatti culturali che si creano. Il progetto parte da questa concezione e dall’idea che le città stesse siano il frutto di tali incontri e trasformazioni.

Attiva in 12 comuni – tra cui Roma, Parma, Bologna, Firenze, Cagliari e Palermo – e in nove città europee, l’esperienza a Milano ha già coinvolto Chinatown, Porta Venezia e via Padova: tutte zone molto interculturali. Con Carla, il quartiere di Gorla, soprannominato “la piccola Parigi”, a Nord-Est della città, è diventato l’ultima aggiunta delle passeggiate.

Borgo storico del 1800, Gorla viene annesso a Milano solo nel 1923. «La sua storia è una storia di immigrazione, non solo internazionale da un continente all’altro, come oggi il termine fa sempre pensare, ma interna, da una regione all’altra» racconta Carla, munita di microfono ad archetto, di fronte a una trentina di persone radunatesi lo scorso 28 febbraio, per una tappa di Migrantour organizzata da Acra in occasione dell’Anthro day, iniziativa che ogni anno l’Università di Milano-Bicocca propone in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e di Torino, Iulm e La Sapienza di Roma, per far conoscere l’antropologia.

Prima tappa dell’itinerario sono le case popolari ex Crespi-Morbio di via Sant’Erlembaldo, nate nel 1939 in risposta alla crisi abitativa di quegli anni e all’aumento delle baracche – che in spagnolo Carla traduce come villas miseria – dove chi non aveva nulla, soprattutto le famiglie numerose provenienti dalla Puglia, trovava rifugio. La camminata prosegue poi dal Teatro Officina, punto di riferimento dell’area nato nel 1973 da un gruppo di studenti, insegnanti e operai che trasformarono il salone di una balera in un teatro di sperimentazione. A essere rappresentate però non sono le grandi opere ma le storie di chi vive il quartiere. Ne sono un esempio gli spettacoli Memoria di terra contadina, dove il teatro diventa cascina, oppure Cuore di fabbrica, che testimonia le voci degli operai. Il palco diventa anche spazio per laboratori con rifugiati politici e persone senza dimora, «dall’idea che sia importante raccontare le storie delle persone comuni», commenta l’accompagnatrice.

Con la stessa attenzione ai vissuti quotidiani, Carla legge ai partecipanti la storia di Ambrogino Sironi, un bambino di sei anni che la mattina del 20 ottobre 1944, a cinque giorni dall’inizio dell’anno scolastico, cercò in ogni modo di convincere i genitori a non mandarlo a scuola senza però riuscirci. 

Anche lui fu ucciso dalle 170 bombe anglo-americane che quella mattina, “per errore”, anziché colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, distrussero l’istituto elementare Francesco Crispi di Gorla. Oggi a ricordare lui, il personale scolastico, i genitori e gli altri 200 bambini morti c’è una statua nella piazza dei Piccoli Martiri, con una madre che solleva il figlio deceduto e la scritta “Ecco la guerra”.

«Ero passata davanti a questo monumento tante volte senza mai fermarmi a guardarlo. – dice una partecipante al tour – Per chi non conosce il quartiere, queste passeggiate sono un modo originale di scoprirlo, mentre per chi ci abita un’occasione per soffermarsi su dettagli che prima, presi dalla frenesia della quotidianità, non si notavano neppure».

Carla Oller legge le storie di Ambrogino Sironi e Graziella Ghisalberti, quest’ultima sopravvissuta ai bombardamenti alla scuola Francesco Crispi del 20 ottobre 1944. Il monumento commemorativo ai piccoli martiri di Gorla, realizzato nel 1947, dispone di una cripta-ossario dove dalla metà degli anni Cinquanta sono conservate le spoglie dei caduti.

Dopo essere passati dal Circolo famigliare di unità proletaria in viale Monza, dove l’Italia si fonde con il Sudamerica grazie ai corsi di lingua e alle serate dedicate al nostalgico tango argentino e alla più vivace milonga, la passeggiata si conclude sulla Martesana, cuore del quartiere, con una riflessione dell’accompagnatrice. «Sono cresciuta in un continente che si dice essere stato “scoperto” e non “conquistato”. Un continente ribattezzato “America”, di cui non si conosce neppure con certezza il nome originario, e che dalla dottrina Monroe in poi viene utilizzato per indicare una singola popolazione, gli americani o statunitensi, e non gli abitanti dei 35 Paesi indipendenti che lo compongono. Se non si tramandano le storie e si parla di scoperta anziché di conquista, si invisibilizza il passato, le persone che hanno vissuto un luogo e la loro storia».

Un rischio che sembra attuale in un quartiere popolare come quello di Gorla, già preda di dinamiche di gentrificazione guidate da fondi immobiliari, attratti da quel passato che oggi lo rende “attrattivo”. Ma come dice Carla, descubrir in spagnolo significa manifestare e rivelare ciò che è nascosto: raccontare il quartiere attraverso le storie di chi lo ha reso quello che è, rappresenta forse un primo passo di resistenza, per evitare che qualcun altro lo faccia. «Quando non scriviamo la nostra storia, sono gli altri a farlo per noi».

(Altreconomia, 16 marzo 2026)

I padri sono sempre esistiti, ma non si può dire lo stesso della paternità. Tuttavia, anche se è difficile datare la comparsa di questo concetto, è importante ricostruirne il percorso perché è una storia che ha plasmato il mondo.

Lo storico Augustin Sedgwick ci prova nel libro Paternità. Da Platone a Bob Dylan, dall’età del bronzo a oggi, Sedgwick fa emergere il sistema di dominio e potere dietro la paternità. Il codice di Hammurabi del 1750 a.C. ne è un esempio perfetto.

Un padre poteva divorziare e vivere con delle concubine, cosa che non potevano fare le donne. Inoltre, un capo famiglia accusato di aver commesso dei crimini poteva trasferirli ai figli, ma a un figlio che colpiva un padre gli si potevano tagliare le mani. Se pensiamo che questo codice sia qualcosa di molto lontano da noi, basti sapere che un ritratto di Hammurabi fu appeso alla Camera degli Stati Uniti subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il potere affidato ai padri è sopravvissuto al sovrano babilonese, incarnandosi in versioni più o meno subdole, più o meno violente, come hanno mostrato le tante lotte del femminismo. Ed è proprio a queste lotte che Sedgwick invita a guardare per costruire un modello di paternità che preferisca l’ascolto e la cura degli altri al potere.

Paternità una storia, di amore e potere di Augustin Sedgwick, traduzione di Sara Reggiani, Il Saggiatore, 2026

(Il Mondo, podcast dell’Internazionale, 16 marzo 2026)

Il 6 marzo 2026 due autrici del pamphlet collettaneo “Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su argomenti scomodi” (Castelvecchi, 2024), Silvia Baratella e Laura Minguzzi, hanno presentato il loro libro con Betti Briano di Eredibibliotecadonne nei locali dell’associazione QuiArte, nella bellissima fortezza del Priamar.

In questa occasione sono state anche intervistate dalla trasmissione “Il salotto” dell’emittente savonese Radio Jasper. Hanno parlato del libro, di femminismo e invitato tutte alla Libreria delle donne di Milano. L’intervista, condotta da Daniela Liaci, è andata in onda il 16 marzo 2026.

Qui il podcast.

(www.radiojasper.it, 16 marzo 2026)

La mia generazione non ha conosciuto la guerra né la paura di una guerra, se non in tempi più recenti. Quella venuta prima di me è stata la generazione che la storia «obbligò a vivere in un clima di morte e indicibili violenze tra il fumo dei forni», come scrisse nel 1950 la filosofa ebrea ucraina Rachel Bespaloff, la cui storia ho conosciuto leggendo il libro La riparazione Donne che rammendano il mondo di Marcella Filippa. Oggi quella storia sembra tornare in un clima che ci avvolge di morte, di odio, di violenza e di forza tra il genocidio di un popolo. In quel periodo tragico dei totalitarismi, della guerra, delle persecuzioni e della ferocia imperante, furono donne, note o sconosciute – raccontate da Filippa nel suo libro – quelle che, con le loro scelte esistenziali, hanno saputo tenere accesa la luce, a volte fioca, della pietas, dell’umanità, dell’amore, delle relazioni tra donne, salvando sé stesse e tutte noi. Una su tutte, Maria Lucia Apicella Pisapia (1887- 1982), chiamata la “mamma dei morti”. Una storia poco nota, rimasta nell’ombra e sepolta per tanto tempo. Lucia nasce a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, in una famiglia povera e numerosa. Coltiva la passione per il ricamo. Di lei si sa poco. È la “madre dei morti”, che – come racconta l’autrice – si prende cura del corpo dei soldati caduti in guerra, senza badare alla loro nazionalità, ma solo all’essere umano. La guerra lascia una scia di cadaveri da entrambe le parti, e Lucia – spesso da sola, talvolta con una donna più giovane, Carmela Passaro – decide di recuperare ciò che resta di quei corpi martoriati, di scavare per trovare qualche oggetto che li identifichi, nonostante il pericolo delle mine. Scava con le nude mani per riportare alla luce ciò che resta di quei corpi per dare degna sepoltura. Recupera oltre mille corpi, che pulisce delicatamente e restituisce alle famiglie in piccole scatole di zinco. Quando molto tempo dopo la Germania, in segno di riconoscenza, le conferì la gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca, incontrò Karolina Wagner, alla quale aveva consegnato il corpo del figlio e l’orologio che il giovane portava al polso. Le due donne si sono abbracciate. Lucia rifiutò un riconoscimento per il suo impegno nel recuperare i resti degli “invasori nemici tedeschi” e la cittadinanza onoraria, se la parola “nemici” non fosse stata cancellata. Leggendo questa storia ho pensato, in particolare, ai giovani ucraini e russi mandati a morire in una guerra senza fine. Chi sa se un giorno ci sarà anche lì una “madre dei morti” che restituirà alle madri il corpo massacrato dei propri figli? L’ odio, la violenza, il dominio sugli uomini, sulle donne e sulla natura non sono che facce feroci di un patriarcato incarnato, oggi come ieri, da uomini che idolatrano la forza e seminano distruzione, morte, massacri, genocidi, dolori e sofferenze, rendendo il mondo più insicuro e disumano. Generazioni di donne hanno invaso le piazze del mondo contro la guerra e per la pace da cui ha avuto origine la stessa data dell’8 marzo, scelta nel 1921 da Alessandra Kollontaj alla Conferenza Internazionale delle donne comuniste, in ricordo di una manifestazione di donne – 23 febbraio 1917 nel calendario giuliano corrispondente al nostro 8 marzo –, a Pietrogrado, per chiedere la fine della guerra e dello zarismo. La storia di donne per la pace viene da lontano e le madri e i padri costituenti l’hanno iscritta nella nostra Costituzione, che viene calpestata e tradita da quelle donne che hanno scelto di stare dalla parte degli uomini guerrafondai e militaristi, tradendo anche se stesse. A testimoniare quella storia, invece, il 28 marzo saranno le 10,100, 1000 piazze di donne per la pace che manifesteranno nelle città italiane e srotoleranno gli arazzi che stanno cucendo col filo della pace, nel dialogo e nelle relazioni.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2026)

Introduzione all’incontro Pensare, fare, amministrare giustizia. A proposito del Referendum, Libreria delle donne, Milano 13 marzo 2026 ore 18. Un’occasione preziosa per riscoprire la ricchezza di pensiero e pratiche di donne su temi sempre più urgenti: giustizia, legge, Costituzione, politica. Dialogo aperto con Angela Condello, docente di filosofia del diritto; Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata. Introduce Giordana Masotto.

Link registrazione dell’incontro (2h 11m): https://www.youtube.com/live/i7cjmiGf1OQ

Tra dieci giorni votiamo al Referendum Giustizia. Si vuole intervenire sull’ordinamento giudiziario con modifiche a 7 articoli della Costituzione, in merito alla separazione delle carriere giudicanti/requirenti, alla struttura degli organi di controllo con due CSM distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. Ho pensato che questa è un’occasione per tutte e tutti noi per metterci in gioco, capire in cosa ci riguarda, stare al mondo sentendo che anche questo è agire politica. Questo è un luogo vivo in cui è importante la ricerca di giustizia. E di giustizia vogliamo ragionare oggi a partire dal molto che le donne hanno pensato e fatto.

Sono qui con noi e le ringrazio, Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata, entrambe attive a Milano e impegnate nella campagna per il No (è stata Stefania a contattare la Libreria delle donne) e Angela Condello, docente di filosofia del diritto, che ricordiamo anche per il suo contributo al convegno sul pensiero di Lia Cigarini (Il vuoto legislativo come possibilità di giustizia. Il femminismo giuridico di Lia Cigarini), e autrice/curatrice con Anna Simone e Ilaria Boiano di Femminismo giuridico,testo prezioso, agile e ricco. Importante anche perché dà corpo alla genealogia femminile nel diritto.

Dunque giustizia. Perché solo ripensando la giustizia si può fare un po’ di luce sulla complessità dei nessi tra giustizia, diritto e politica. Come tutte e tutti noi sentiamo la necessità di fare in questi tempi. Come appunto hanno fatto il pensiero e la pratica politica delle donne.

Pensare giustizia

Proprio la pratica politica delle donne, la parola e le relazioni tra donne hanno generato una critica radicale al diritto, svelando le sue matrici universaliste – l’Uno – che appiattiscono i soggetti. Come è accaduto anche negli altri campi del sapere, anche qui arriviamo a un cambio epistemologico: non i diritti delle donne ma donna soggetto che ri-pensa e ri-significa la giustizia e quindi il diritto per tutti. Dunque “il diritto diventa interessante solo in quanto esercizio politico votato a realizzare una forma di giustizia più ampia e allargata” (Introduzione di Femminismo giuridico).
“Quello femminile è un diritto sessuato che nasce dalla constatazione che i sessi sono due: la sua universalità è una forma storicamente e logicamente nuova, che domanda riflessione anche filosofica” (M.G. Campari, L. Cigarini, Fonte e principi di un nuovo diritto, Sottosopra oro 1989).

Le donne hanno affermato che: non sono una questione femminile, non sono una categoria e non sono soggetto debole da proteggere (a volte, come vedremo, anche le leggi antidiscriminatorie possono essere un passo indietro nella ricerca di giustizia in senso ampio). Le donne quando prendono la parola e agiscono politica, rendono più giusto il mondo. E “tutto il mondo deve cambiare perché io possa esservi inclusa”. Lo dice Clarice Lispector e lo ricordano le autrici di Femminismo giuridico.

Fare giustizia

Pensare giustizia e dunque fare giustizia. Lavoro non da poco ovviamente, in tutti i campi. Dobbiamo esserne consapevoli. Interpreto come un’allerta sulla grandezza della sfida che abbiamo di fronte il titolo di un libro che ben conoscete: Non credere di avere dei diritti, Libreria delle donne di Milano 1987. Quel titolo deriva dall’esergo che è una citazione dai Quaderni di Simone Weil. “Non credere di avere dei diritti. Cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che ci si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giusti. … Vi è un cattivo modo di credere di avere dei diritti, e un cattivo modo di credere di non averne.”

La sfida dunque è riuscire a tenere semprevivo e fecondo il confronto tra giustizia e diritto.

C’è un simbolico antico e consolidato su questo, come sottolinea Anna Simone: la giustizia ha sempre assunto le sembianze di una donna, Mater Iuris, mentre la legge, a differenza della giustizia, è al maschile, sempre rappresentata dall’occhio di Dio, del principe e del sovrano, Pater Legis. Mater Iuris trasmette un insieme di significati che non riducono la giustizia alla legge: la legge definisce ciò che è lecito, non ciò che è giusto, bisogna distinguere tra ius quia iustum e ius quia iussum, cioè il diritto in quanto giusto e il diritto in quanto sancito/lecito. Ed è la Costituzione stessa che dice che bisogna costantemente ridurre la distanza tra i due, tra ciò che è giusto e ciò che è lecito. Ribadisco: non si tratta di legge della madre in conflitto con la legge del padre, ma della madre in quanto fonte di giustizia che, restando in relazione dialettica con la legge, può aprire la strada a un diritto più giusto, dunque anche sessuato, non più espressione dell’universalismo simbolico maschile. Possiamo dire che aspira a generare anche un senso comune su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.

Anche Silvia Niccolai, costituzionalista, sottolinea che la vera alta funzione del diritto non è risolvere le controversie, ma proprio continuare a tenere aperta la domanda di giustizia. Ed è la domanda di giustizia che agisce sul diritto, lo trasforma.

Per questo la giustizia deve restare un campo di battaglia aperto. E questa è una delle domande che dobbiamo farci oggi: con il cambio contenuto nel decreto giustizia, quello su cui ci andiamo a esprimere nel referendum, migliora o peggiora la possibilità di fare giustizia attraverso il diritto?

Oggi più che campo di battaglia e di confronto c’è una polarizzazione che porta alla ipertrofia del diritto penale, un nuovo populismo penale che ben poco ha a che fare con la ricerca di giustizia.

Mettiamo paletti: invito a rileggere un testo (sul sito della libreria) firmato da Lia Cigarini, Lea Melandri e da me dal titolo Un sì e tre no, scritto in occasione delle elezioni di febbraio 2013. Riprendo i nodi principali di quel discorso, illuminanti anche oggi:

Quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto.

– Sì a stare in relazione con le elette. Vorremmo una pratica politica comune – elette e non – che avesse come oggetto e scopo creare una misura di giudizio autonoma e inedita, segnata dalla esperienza delle donne e dalle loro relazioni, sulla politica istituzionale e sulla democrazia oggi.

– No a leggi ‘di genere’ come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – ‘dalla parte delle donne’. Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. …

– Non nascondersi che la posta in gioco oggi è il discorso sulla democrazia. Parlare di adeguamento e rilegittimazione della democrazia e della rappresentanza ci sembra francamente un grave errore di prospettiva. Possiamo oggi entrare nel discorso sulla democrazia come soggetti che sono già nel discorso pubblico e che agiscono già politica. Le donne non sono un problema di adeguamento della rappresentanza.

– Non cercare di andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. … In questo momento politico non ci si può affidare alla pura e semplice difesa della Costituzione … Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente … il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi.”

Un altro caso in cui l’attenzione alla giustizia fa chiarezza sul diritto è un intervento di Silvia Niccolai sull’ambiguità delle norme antidiscriminatorie (2017). Il caso era quello dell’Ikea, il licenziamento di una madre di figlio disabile che non poteva rispettare i nuovi orari imposti dall’azienda. In un mio testo (sul sito libreria) dal titolo I diritti delle donne nel lavoro riguardano tutti. Parola di Silvia Niccolai osservavo: “Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire”. Silvia Niccolai entra con tutta la sua autorevolezza nella vicenda della donna licenziata all’Ikea e ci aiuta a dare nuovo spessore teorico a questioni che ci premono.

Quando in Europa e anche in Italia sono state cancellate le norme speciali che riguardavano le donne (lavoro notturno, età della pensione ecc.) molti hanno sostenuto che così si combattevano gli stereotipi di genere. Ma in molte abbiamo notato che era una rincorsa al basso, uno dei tanti casi in cui prendere a modello il maschile non era affatto un guadagno di civiltà … Il lavoratore neutro a cui tendono le norme antidiscriminatorie è un lavoratore che è costretto a cancellare l’irrinunciabile. Dice Niccolai: “Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità”. … Ribadire le priorità dell’esistenza umana: bisogna riconoscere che questo è possibile oggi (per nulla facile, ma pensabile) perché le donne sono entrate nel mondo del lavoro con tutto il peso della loro libertà e materialità. … Le donne, quando prendono la parola, rendono più giusto il mondo. Io non so se molti lavoratori siano disposti a sentire che quelle battaglie sono giuste non perché sono disposti a difendere i diritti delle donne, ma perché un mondo a misura di donne e di uomini è più giusto e più libero per ogni essere umano.

Amministrare giustizia

Per introdurre questo ultimo punto sono andata a riprendere, un po’ provocatoriamente, uno dei primi numeri di Via Dogana (n. 5, giugno 1992) il titolo è Sopra la legge. Lia Cigarini nel testo di apertura spiega che “il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi mi riconosco e riconosco ad altre donne”. Come spiega Annarosa Buttarelli nel suo Sovrane, per questa formula siamo in debito con Margherita Porete, grande mistica, dichiarata eretica e morta sul rogo a Parigi nel 1310. La perfetta formula di Porete è “al di sopra della legge, ma non contro” e mi pare interessante di questi tempi in cui tutti sentiamo l’impellenza del rigenerare giustizia, e di invertire un processo di svuotamento.

Dunque la domanda rimane sempre: è questo un amministrare giustizia che genera nuova giustizia?

A questo punto voglio inserire un elemento in più. Stiamo parlando dilavoro: quello di avvocate magistrate docenti. Voglio dire: non sono solo competenze, ma il senso del loro lavoro, ribadire che tutte e tutti aspiriamo ad essere intere in quello che facciamo, consapevoli che vita/lavoro/diritto devono stare connessi. Le nostre ospiti per esempio ci hanno raccontato la bellezza e forza vitale degli incontri che stanno facendo in occasione del referendum, momenti in cui il loro lavoro prende forza e senso nuovi.

A partire da qui aggiungo due spunti, oltre a quanto già detto.

È proprio a partire dal sopra la legge che Lia Cigarini (ma anche donne del Palazzo di Giustizia di Milano e del gruppo Giuriste) ha ripensato il suo lavoro di avvocata ragionando – e sperimentando – sulla scelta della relazione tra donne nella pratica del processo.

Sul fronte della magistratura ci sono le testimonianze della giudice Paola di Nicola Travaglini (nel 2019 ha aggiunto cognome madre) che si racconta nel libro La giudice(2012): è il percorso per arrivare a quell’articolo femminile – è stata la prima in Italia – una donna in magistratura che si interroga sulla apparente neutralità del diritto e sulla necessità di sessuarlo, la volontà di elaborare in autonomia un modo di essere che non si riduca alla assimilazione passiva del modello maschile.

Per concludere voglio lanciare due ulteriori spunti per continuare a pensare giustizia. Come rilanciamo questi temi in un mondo che sembra assistere alla fine del diritto e al declino della democrazia? Il capitalismo della sorveglianza è strutturalmente incompatibile con diritti effettivamente garantiti dalla legislazione. E gli indici di democrazia diminuiscono con riforme elettorali che peggiorano la rappresentanza, meno pluralità di informazione, stati d’emergenza, perdita di diritti collettivi.

E infine:si parla molto di difesa della Costituzione. Molte giuriste l’hanno valorizzata sostenendo che sia meglio in molti casi fare leva sulla Costituzione piuttosto che moltiplicare gli interventi legislativi specie in campo paritario. Ma c’è un campo che rimane aperto e che è stato sollevato a suo tempo dal gruppo giuriste (vedi sopra, Un sì e tre no): ed è di continuare a pensare a una Costituente delle donne. Dunque riproporre la natura costituente del pensiero delle donne nel loro cammino di libertà. Per continuare a pensare giustizia per tutte e tutti.

(www.libreriadelledonne.it, 15 marzo 2026)

Il libro Rivendicare futuro di Verónica Gago e Luci Cavallero (Ombre corte, pp. 157, euro 15,00 quarto titolo della collana “Femminismi”), affronta uno dei temi più centrali del capitalismo contemporaneo: la finanziarizzazione della vita e il ruolo del debito come dispositivo di governo delle soggettività. Il libro si presenta come un manifesto critico contro il modo in cui la retorica della libertà individuale viene mobilitata dal capitalismo finanziario contemporaneo per legittimare nuove forme di dominio, precarizzazione e impoverimento. In particolare, le autrici mostrano come la nozione di “libertà finanziaria” sia diventata un dispositivo ideologico centrale attraverso cui il capitalismo contemporaneo intreccia autoritarismo politico, concentrazione della ricchezza e offensiva antifemminista.

Uno dei contributi più originali del libro è l’analisi del debito come tecnologia di governo della vita. Le autrici mostrano come l’indebitamento non sia tanto un meccanismo legato al consumo quanto una condizione strutturale di sopravvivenza per ampie fasce della popolazione. In molti contesti sociali, soprattutto in America Latina, il debito viene utilizzato per colmare il divario tra redditi insufficienti e bisogni quotidiani, trasformandosi in una forma di cattura del lavoro riproduttivo: esso infatti allunga la giornata lavorativa domestica e al contempo mobilita e disciplina le reti familiari e le strategie collettive di sopravvivenza.

Espandendo l’analisi di Verónica Gago e Luci Cavallero, emerge un nodo teorico importante: prima ancora di chiedersi perché individui e famiglie siano oggi così indebitati, è necessario interrogarsi su chi sia realmente debitore nella società contemporanea. Da questa prospettiva, la questione del debito si rovescia radicalmente. Il problema fondamentale non è solo il debito delle famiglie verso le istituzioni finanziarie. Il debito fondamentale è anche e prima di tutto quello che lo Stato e l’intero sistema economico hanno accumulato nei confronti delle donne attraverso secoli di appropriazione del lavoro domestico e di cura non pagato.

Il capitalismo moderno si è infatti sviluppato su una gigantesca espropriazione: quella del lavoro riproduttivo. La preparazione del cibo, la pulizia delle case, la cura dei bambini, l’assistenza agli anziani, il sostegno emotivo e relazionale che rende possibile la vita sociale sono stati storicamente naturalizzati come attività femminili e quindi sottratti a ogni riconoscimento economico, politico e sociale. In questo modo, una parte enorme del lavoro necessario alla riproduzione della società è stata resa invisibile e gratuita. Senza questo lavoro quotidiano di riproduzione della forza lavoro, che costituisce una delle condizioni fondamentali dell’accumulazione capitalistica nessuna economia sarebbe in grado di funzionare. Eppure, nonostante la sua centralità, esso continua a essere trattato come se fosse un’attività naturale, priva di valore economico.

Se si assume questa prospettiva, la questione del debito assume un significato più completo. Lo Stato, le istituzioni economiche e l’intero sistema produttivo hanno accumulato nei confronti delle donne un debito storico immenso. Per decenni – e in realtà per secoli – le donne hanno sostenuto gratuitamente una parte fondamentale delle infrastrutture della vita sociale. Hanno garantito la riproduzione della forza lavoro, la cura delle generazioni future e la manutenzione quotidiana della società senza ricevere un riconoscimento economico adeguato.

Questo debito strutturale è rimasto tuttavia completamente invisibile. Nel capitalismo contemporaneo assistiamo a un paradosso sempre più evidente: coloro che hanno fornito gratuitamente lavoro essenziale alla società vengono oggi trasformati in debitori. Le famiglie – e molto spesso le donne al loro interno – sono costrette a ricorrere al credito per far fronte a bisogni fondamentali come l’alimentazione, la salute, l’educazione o la cura. Come dimostrano Gago e Cavallero, il debito è diventato una tecnologia centrale di governo delle popolazioni. In molte società contemporanee, e in particolare nei contesti segnati da politiche di austerità e riduzione dei servizi pubblici, il debito rappresenta ormai una condizione ordinaria di sopravvivenza. Le persone si indebitano non per consumi superflui, ma per sostenere la vita quotidiana. L’indebitamento attuale non è semplicemente il risultato di comportamenti individuali o di scelte economiche sbagliate; esso è piuttosto la conseguenza diretta di un sistema che continua a rifiutarsi di riconoscere il valore economico della riproduzione sociale. Il risultato è una forma particolarmente perversa di estrazione di valore.

La retorica della “libertà finanziaria”, che Gago e Cavallero criticano con grande efficacia, contribuisce a occultare questo processo. Presentato come uno strumento di autonomia e di emancipazione individuale, l’accesso al credito viene spesso celebrato come un segno di libertà economica. In realtà, questa narrativa nasconde una trasformazione molto più profonda: il trasferimento sui singoli individui – e in particolare sulle donne – della responsabilità di garantire la riproduzione della vita in un contesto di progressivo smantellamento delle politiche sociali, cioè del salario indiretto al lavoro riproduttivo.

Da questa prospettiva, la libertà finanziaria appare come una forma di autoritarismo mascherato. Essa obbliga gli individui a dipendere da mercati finanziari sempre più invasivi per soddisfare bisogni fondamentali che dovrebbero invece essere garantiti dal riconoscimento economico del lavoro riproduttivo. Le donne sono sempre più povere a livello internazionale, e proprio per questa ragione sono anche sempre più ricattate dai debiti cui devono ricorrere, ipotecando la loro vita e il futuro dei loro figli. Il libro di Gago e Cavallero offre anche un contributo importante alla comprensione del rapporto tra capitalismo contemporaneo e antifemminismo. Le autrici mostrano come l’attacco ai movimenti femministi sia un elemento strutturale della riorganizzazione capitalistica, in quanto essi hanno reso visibile il ruolo centrale della riproduzione sociale nell’economia. Allo stesso tempo, il volume non si limita a una diagnosi critica, ma propone anche una prospettiva politica. Le autrici si collocano all’interno dell’esperienza dei movimenti femministi latinoamericani – in particolare del movimento Ni Una Menos – che hanno sviluppato negli ultimi anni pratiche di “disobbedienza finanziaria” e di analisi critica collettiva sul debito.

Questo libro ci fa riflettere sul fatto che se lo Stato riconoscesse pienamente il valore del lavoro domestico e di cura – attraverso politiche redistributive, servizi pubblici adeguati e forme di remunerazione del lavoro riproduttivo – una parte significativa dell’indebitamento contemporaneo semplicemente non esisterebbe. Molte delle spese che oggi vengono scaricate sulle famiglie e sostenute attraverso il credito derivano infatti proprio dall’assenza di un riconoscimento pubblico della riproduzione sociale. In questo senso, la finanziarizzazione della vita può essere interpretata come una nuova fase dell’appropriazione del lavoro riproduttivo. Il capitalismo oggi non solo continua a sfruttarlo gratuitamente e a non pagare gli arretrati, ma attraverso i meccanismi del debito il sistema finanziario si inserisce anche nelle pieghe della vita quotidiana, trasformando bisogni essenziali – nutrire, curare, educare, mantenere la casa – in occasioni di ulteriore profitto.

La questione del debito, tuttavia, non può essere compresa pienamente senza riconoscere il debito storico che lo Stato e il sistema economico hanno accumulato nei confronti delle donne. Finché questo debito resterà invisibile, il discorso pubblico continuerà a rovesciare la realtà, presentando come debitrici proprio coloro che hanno sostenuto gratuitamente la riproduzione della società.

Riconoscere questo debito significa ammettere che la ricchezza prodotta dalle società contemporanee è stata resa possibile anche – e soprattutto – dal lavoro invisibile di milioni di donne. Significherebbe aprire la strada a nuove forme di redistribuzione della ricchezza e di riconoscimento del lavoro riproduttivo.

(il manifesto, 13 marzo 2026)

Un libro per ragazze e ragazzi: Gisèle, dieci avventure di una piccola femminista, è un fumetto pubblicato dalla casa editrice Fatatrac, scritto e disegnato da Sandrine Bonini, con la collaborazione della giornalista Annick Couchan. La Gisèle protagonista del libro è una bambina vivace e determinata, ispirata alla vita di una Gisèle realmente esistita, Gisèle Halimi, avvocata franco-tunisina, forse poco conosciuta in Italia, ma molto celebre in Francia.

Negli anni ’70 Halimi fondò, insieme a Simone de Beauvoir, il movimento Choisir la cause des femmes, che si batteva per il diritto all’aborto e per l’educazione sessuale. Con le sue battaglie ha contribuito ad aprire la strada alla legalizzazione dell’aborto in Francia e al riconoscimento dello stupro come reato, e durante tutta la sua vita si è impegnata nella difesa di diritti umani. Il fumetto immagina Gisèle da bambina alle prese con un mondo degli adulti spesso ingiusto, un mondo in cui maschi e le femmine sono trattate in modo diverso, in cui ricchi opprimono i poveri e molte persone non sono libere di scegliere come vivere.

Nelle dieci avventure raccontate nel libro Gisèle affronta temi come il consenso, la vergogna, i soldi, la religione, la libertà. Nel capitolo sulla vergogna, per esempio, Gisèle immagina di essere una detective che perlustra casa alla ricerca di tutti i luoghi dove sono nascoste le cose che riguardano le mestruazioni. Si chiede perché siano un argomento di cui si fa fatica a parlare, sempre associato alla vergogna.

Eppure, quando ci si sbuccia un ginocchio ed esce sangue non si prova vergogna, anzi una volta passata la paura è quasi qualcosa di cui vantarsi e soprattutto si ricevono attenzioni e cure. È da allora Gisèle che immagina un giorno in cui anche per le mestruazioni sarà così. In questa, come nelle altre avventure raccontate nel libro, con determinazione e fantasia, Gisèle riesce sempre a mettere in discussione le regole del mondo degli adulti e a cambiarle.

(Il Mondo, podcast di Internazionale, 13 marzo 2026)

La rete 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace invita tutte le donne a organizzare una manifestazione per la pace nelle loro città per sabato 28 marzo ’26 sul tema “Tessere la pace”. In preparazione, richiamiamo la Carta dell’impegno per un mondo disarmato già pubblicata sul nostro sito dal 10 settembre 2025.

La redazione del sito

Qui il link alla notizia pubblicata. Sito vecchio: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro | Libreria delle donne di Milano

Sito nuovo: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro – Punto di vista

Adista News, 10 settembre 2025

Nel passato ci hanno insegnato che alle origini del linguaggio c’erano gruppi di uomini che si scambiavano informazioni tattiche nella savana per la caccia. E se, al contrario, le vere protagoniste di questa rivoluzione fossero state le madri? E se le prime parole, le prime melodie della voce umana, non fossero nate sul campo di caccia, ma nello spazio intimo e vulnerabile tra una madre e il suo piccolo (cucciolo nella terminologia evoluzionista contemporanea)? È una storia che la scienza sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, e che ci racconta di un’evoluzione che ha radici molto più femminili di quanto avevamo pensato sino a pochi decenni fa.

Circa 60.000 anni fa, in Sudafrica, accadde qualcosa di inaspettato. Non fu un cambiamento improvviso, ma il culmine di un lungo processo di sperimentazione culturale. Piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori avevano tentato più volte di espandersi, fallendo: una era partita 71.000 anni fa e si era estinta quasi subito; un’altra 65.000 anni fa era durata appena tremila anni. Ma poi ne nacque una terza, diversa, capace di innovazioni culturali senza precedenti; questi “Homo sapiens 2.0”, come li ha definiti Ian Tattersall (antropologo britannico naturalizzato statunitense), portavano con sé qualcosa di speciale.

Oggi possiamo riconoscerli grazie a una traccia genetica precisa: l’aplogruppo L3 del DNA mitocondriale, quella variante che si trasmette esclusivamente per via materna e che tutti noi non più africani portiamo ancora nel sangue. Ogni persona oggi vivente discende da quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica e questa popolazione aveva qualcosa che le altre non possedevano. Lasciarono dietro di sé pitture rupestri, strumenti musicali, gioielli, ornamenti ed erano culturalmente dirompenti, capaci di un’organizzazione sociale raffinata. Uscirono dall’Africa in piccoli gruppi, si espansero rapidamente prima in Medio Oriente e in Europa e, nel giro di alcune migliaia di anni, colonizzarono l’intero pianeta, portando all’estinzione tutte le altre forme umane: Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Luzonensis.

Ma cosa avevano di così speciale questi sapiens? La risposta più accreditata è il linguaggio articolato completo, ma c’è un dettaglio affascinante che emerge dalla paleoantropologia: i sapiens sono la specie umana che ha rallentato più di tutte il processo di sviluppo giovanile. Rispetto ai Neanderthal, che maturavano prima, noi abbiamo dilatato enormemente il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi nasciamo fortemente immaturi, dipendenti per anni dalle cure parentali. In termini pratici significa portarsi dietro cuccioli fragili, che richiedono attenzioni costanti, e proprio questa fragilità è stata la nostra forza. Perché è in quel lungo periodo di dipendenza che si sperimenta creativamente l’invenzione di codici. Il linguaggio è un codice arbitrario, e molti evoluzionisti pensano che sia nato proprio nel contesto del gioco libero e convenzionale tra cuccioli e madri.

Dean Falk, paleoantropologa statunitense, già qualche anno fa ha proposto una teoria originale (Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Borighieri 2011, ed. originale 2009); quando i nostri antenati conquistarono la postura eretta, accadde qualcosa di non facile soluzione per le madri: i piccoli non potevano più aggrapparsi al corpo materno come facevano le scimmie antropomorfe. Le madri dovevano appoggiarli a terra per poter raccogliere bacche, radici ed erbe necessarie al sostentamento. In quel momento critico, l’unico contatto possibile con la prole rimaneva quello vocale; ed è così, secondo Falk, che nacque il linguaggio, cercando di quietare i piccoli a distanza con vocalizzi e proto-ninnenanne. Quella “musica parlata”, lontana parente di quello che oggi chiamiamo “maternese” o “motherese”, fu fondamentale per lo sviluppo delle abilità linguistiche e per la maturazione emotiva dell’essere umano. Quasi ogni madre conosce questa “musica”, anche se nessuna scuola la insegna: è quel modo di parlare ai neonati con voce acuta e cantilenante, frasi brevi ripetute, onomatopee e melodie che variano continuamente. È un vero e proprio linguaggio che non si serve solo della voce ma anche di espressioni facciali, sguardi e gesti. La scienza ha dimostrato che questo linguaggio non è un orpello, ma è cruciale per lo sviluppo del bambino. Studi giapponesi hanno mostrato che il cervello dei neonati si attiva in modo significativo quando ascoltano il motherese, anche durante il sonno, stimolando zone connesse allo sviluppo emotivo. I bambini di 3-4 mesi crescono più rapidamente se chi li accudisce usa un motherese di alta qualità e questo linguaggio insegna al bambino a riconoscere i confini delle parole, a rispettare i turni comunicativi (parlo io, poi ascolto te), a dare un nome alle emozioni. Quella netta demarcazione degli enunciati materni, le pause e le ripetizioni servono al bambino per capire dove inizia e finisce un concetto, preparandolo al linguaggio articolato vero e proprio.

C’è un dibattito molto interessante tra gli studiosi: il linguaggio è nato dal ritmo e dalla musica, o è vero il contrario? Darwin propendeva per la prima opzione, e le evidenze sembrano dargli ragione. Il fatto che il ritmo sia assente dai richiami delle grandi scimmie suggerisce che la musica sia emersa quando gli ominidi si differenziarono da esse. Le ninnenanne e i giochi infantili, universali in tutte le culture, sono composti da frasi brevi ripetute, proprio come i generi musicali più semplici e quelle melodie modulate in senso ascendente (per attirare l’attenzione) o discendente (per calmare) costituiscono la sostanza del maternese e sembrano essere state il ponte tra il suono e la parola, tra l’emozione e il significato.

La rivoluzione che ci ha resi umani, dunque, è quindi molto più femminile di quanto pensassimo: non cacciatori che coordinano strategie, ma il linguaggio sembra essere nato nello spazio intimo tra madre e cucciolo, in quello scambio di suoni, sguardi ed emozioni che ancora oggi ogni madre reinventa. Quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica portavano nel loro DNA mitocondriale non solo un marcatore genetico, ma anche il seme di una rivoluzione culturale: la capacità di trasmettere ai propri figli, attraverso la voce e il canto, i codici complessi del linguaggio articolato. Erano “scimmie bambine” che rimanevano tali più a lungo, e proprio in questa apparente debolezza trovarono la loro forza. Ogni volta che una madre parla al suo bambino con quella voce speciale, ripete un gesto antico quanto la nostra specie. Un gesto che ci ha resi umani, che ha acceso la scintilla del pensiero simbolico, dell’arte (come dimostrano per esempio i dipinti ritrovati nelle grotte di Chauvet), della cultura. Le madri della parola e dell’evoluzione sono quelle donne che, tra le rocce del Sudafrica, trovarono nella voce il modo per mantenere vivo il legame con i loro piccoli; e in quel legame inventarono il linguaggio.

(www.libreriadelledonne.it, 12 marzo 2026)

Catania. Le opere femministe su Niscemi e Lampedusa di Pedilarco e Sferlazzo

“Elegie visive di vita e di sogno” è il titolo della mostra organizzata dalle femministe della Città Felice e la Ragna-Telaalla Galleria d’Arte moderna di Via Castello Ursino 32 in occasione della giornata internazionale dei diritti delle donne.

In esposizione le opere, alcune in tele di grande formato, di due giovani artiste siciliane che hanno già una lunga esperienza espositiva in Europa. Le accomuna una forte sensibilità per il loro territorio d’origine di cui raccontano la bellezza violata dalla violenza degli uomini e dalla loro volontà di guerra.

La niscemese Eleonora Pedilarco dipinge la rivolta contro i Muos, la grande antenna dell’esercito statunitense che guida le operazioni di guerra nel mondo, strumento di morte a causa del quale è stata distrutta una sughereta centenaria. Un impianto tornato al centro delle cronache adesso che la frana, frutto anche dell’incuria umana, ha scempiato il centro storico. Una denuncia, quindi, ma anche canto del sentimento che lega le donne alla terra e ai colori di Sicilia.

L’altra artista, la lampedusana Rossella Sferlazzo, ferma in immagini tragiche il dolore per i tanti migranti che arrivano cadaveri nella sua isola e per quanti vengono accolti e curati da indicibili sofferenze. Opere che sono anche un canto alle donne che, nonostante tutto, vibrano in aria, in cielo, in acqua. A fianco di queste tele le foto dei “Lenzuoli della memoria migrante” che fissano in immagini i lenzuoli ricamati a mano dalle madri e dalle sorelle dei migranti morti nel naufragio di Cutro, insieme agli attivisti delle “Carovane migranti”. Sudari portati in una sorta di processione laica fino al cimitero di Cutro. La mostra è stata accompagnata da performance di musiciste, danzatrici, cantanti folk e poetesse.

(La Sicilia, 9 marzo 2026)