Nel 2020 è uscito in Danimarca un articolo il cui titolo lascia anche me senza parole: “Le donne continuano a rappresentare un deficit per le casse dello stato”. Sembra quasi un’affermazione oggettiva e il ragionamento che è sottinteso è semplice: le donne pagano meno tasse degli uomini, prendono più congedi di maternità, lavorano spesso part-time nel settore pubblico. La conclusione? Sono un peso per l’economia nazionale.

Quando Emma Holten, autrice di Deficit, perché l’economia femminista cambierà il mondo (La Tartaruga, 2025), lesse questo articolo, era appena stata dimessa dall’ospedale di Copenaghen dove era stata curata per una malattia autoimmune e quindi si ritrovò a porsi una domanda: ma davvero le persone che le avevano salvato la vita, le infermiere, i medici, gli operatori sanitari, costituivano un “deficit”? Il loro lavoro non produceva “particolare valore”? Almeno secondo quella che l’autrice chiama “l’economia consolidata”.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’economia femminista, che rappresenta un modo radicalmente diverso di guardare alla società. Il punto centrale del ragionamento di Holten è questo: nella nostra società, ciò che ha valore è ciò che ha un prezzo. Tutto il resto, le cure, l’assistenza, il tempo dedicato agli altri, le relazioni, l’educazione, finisce in fondo alla lista delle priorità politiche. Non perché non abbia valore, ma semplicemente perché nella “matematica statale” questo valore è impossibile da calcolare; così viene trattato come se fosse zero.

Il paradosso è irritante: proprio le cose che rendono la vita degna di essere vissuta, l’amicizia, il riposo, l’arte, la cura reciproca, sono quelle a cui è più difficile dare un prezzo e sono le prime a essere sacrificate quando si parla di “sostenibilità economica”.

L’economia femminista parte da un’intuizione semplice quanto sistematicamente dimenticata: ogni essere umano, per esistere, ha bisogno di cura. E non solo quando siamo bambini, malati o anziani, ma sempre dato che anche quando siamo nel pieno delle forze, qualcuno ci ha curato per farci essere così in salute. Il lavoro di cura, quello che viene chiamato “riproduzione” oppure, da Holten in modo tra lo scherzoso e il provocatorio “manutenzione” (rievocando il punto 4 del Sottosopra dell’ottobre 2009 “Immagina che il lavoro”), è ciò che rende possibile ogni altro lavoro. È il fondamento invisibile su cui poggia tutta l’economia di mercato.

E chi svolge questo lavoro? Principalmente le donne e anche nel lavoro salariato le statistiche sono altrettanto chiare: nell’Unione Europea il 76% degli operatori sanitari sono donne. In Danimarca l’80% dei dipendenti dei servizi sociali e sanitari sono donne. Sono loro che tengono in piedi il sistema, eppure vengono considerate un “deficit”.

Questa distribuzione ha conseguenze economiche enormi, almeno per le donne, ma il problema è ancora più profondo: viviamo in un periodo di prosperità senza precedenti, eppure attraversiamo quella che gli esperti chiamano una “crisi dell’assistenza”. Alti livelli di cattiva salute mentale e di solitudine, gravi problemi di reclutamento nel settore sanitario, famiglie sovraccariche e stressate. Mai così tanta tecnologia e risorse disponibili, eppure cittadini di tutto il mondo si trovano ad affrontare tagli alla sanità pubblica e all’istruzione.

L’autrice descrive un paradosso: gli stati nordici vengono presi in giro nell’economia consolidata come “il calabrone che non dovrebbe volare”. Con tutti quei servizi gratuiti, quel welfare generoso, quelle scuole pubbliche non competitive, non dovrebbero essere così produttivi. Eppure volano. Come mai? Perché il valore sgorga da tutti quei luoghi che non possono essere contati o misurati, perché il “deficit” crea il “surplus”.

L’economia femminista non propone semplicemente di “dare un prezzo” anche alla cura perché significherebbe solo sottometterla ancora di più alla logica di mercato, ma propone invece di riconoscere che i prezzi distorcono la realtà. Non esiste un modo apolitico in cui i numeri riescono a catturare ciò che ha valore: la quantità totale di denaro in una società non descrive la quantità totale di valore.

Decidere in quale direzione deve andare una società, cosa debba essere considerato “un’economia sana”, è una questione profondamente democratica e politica. Non può essere delegata ai soli economisti e ai loro modelli matematici.

Non viviamo in una società in cui tutti sono trattati come se avessero lo stesso valore, ma in una in cui opportunità e status sociale sono determinati dalla capacità di guadagnare denaro. E questo non è un fatto naturale, inevitabile, ma il risultato di precise scelte teoriche ed economiche che possono essere contestate e cambiate.

Creiamo così tanto valore gli uni per gli altri: potrà essere difficile da misurare, ma non lo è affatto da percepire. Ed è questo il punto: dobbiamo trovare il coraggio di riconoscere e proteggere ciò che ci rende umani, anche quando non sa parlare la lingua dei numeri.

Conclude quindi Holten: molti continuano testardamente a dirci che sì, ci sono dei problemi nel nostro modo di vivere odierno ma che non si può fare in modo diverso; costoro si sono sempre sbagliati e continuano a farlo.

E che è radicalmente in errore chi sostiene che esistano due sfere separate, quella umana (morale) e quella economica: “Esiste solo la nostra vita”.

(www.libreriadelledonne.it, 27 febbraio 2026)

Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.

Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.

Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.

E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese1, l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?

Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.

Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?

RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.

Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it

LƏA Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com

APPELLO ALL’UMANITÀ

Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA

Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.

Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:

UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.

È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.

Non dobbiamo permetterlo.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Hanno già aderito: vedi in https://www.maiindifferenti.it

1 Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio 2026.

(https://www.maiindifferenti.it, 26 febbraio 2026)

Sanno fare impresa, hanno spirito d’iniziativa, soprattutto nel commercio oltre che nelle attività di alloggio e ristorazione. Ben al di là dello stereotipo che le immagina soprattutto come badanti e colf, in meno di 15 anni le donne immigrate in Italia registrano un successo imprenditoriale senza precedenti, con un incremento di oltre il 56% delle aziende di cui sono al timone. Che rappresentano un quarto del totale delle imprese gestite da persone di origine straniera residenti nel nostro Paese. Lo dimostrano alcune anticipazioni del “Rapporto immigrazione e imprenditoria 2025”, che verrà presentato il 24 marzo, a Roma, nella sala conferenze di Esperienza Europa – David Sassoli, dove è previsto un confronto tra rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e ricercatori, che illustreranno una sintesi nazionale e un focus su tutte le regioni per un quadro sui trend generali, settoriali e territoriali del fenomeno, sull’integrazione nelle filiere produttive, sulle nazionalità prevalenti.

Curato dal Centro studi e ricerche Idos e dalla Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), lo studio analizza dal 2014 l’andamento delle imprese guidate dai migranti, che vanno in controtendenza – più 46,9% dal 2011 al 2024 – rispetto a quelle in mano alle persone nate in Italia, che nello stesso periodo registrano una contrazione (-7,9%). In questo scenario avanza il protagonismo delle imprese immigrate al femminile, con un incremento di ben il 56,2% tra il 2011 e il 2024,e dell’8,3% negli ultimi cinque anni, raggiungendo quota 164.509: il 24,7%di tutte le aziende condotte da migranti. «Alla fine del 2024 le imprese guidate da donne di origine straniera rappresentano un ottavo di tutte le attività indipendenti femminili del Paese (12,6%): un’incidenza quasi doppia rispetto al 2011 (7,3%) e superiore a quella calcolata sull’intero panorama di impresa nazionale, tra cui le imprese immigrate pesano per l’11,3%», riferisce il Rapporto. Invece nello stesso arco temporale «il numero delle imprese condotte da donne nate in Italia ha subìto un evidente calo, seppure ridimensionato rispetto alla componente maschile nell’ultimo periodo (-3,5% dal 2020)».

Osservando le cifre nel dettaglio, emerge che le imprenditrici immigrate crescono soprattutto «nelle attività dei servizi, in generalizzata espansione nell’economia italiana». I principali settori di inserimento? Rimangono «il commercio (48.810 imprese immigrate femminili) e le attività di alloggio e ristorazione (21.517)». Ma negli ultimi cinque anni i ritmi di aumento più significativi li hanno registrati le «altre attività di servizi (18.812 e +27,2%) – che includono quelli alla persona e oggi rappresentano il terzo ambito di attività più battuto – e un composito gruppo di attività specialistiche finora poco frequentate dall’imprenditoria immigrata (attività immobiliari: +33,3%; attività finanziarie e assicurative: +24,7%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +24,2%), che nell’insieme raccolgono quasi 10 mila imprese immigrate femminili, evidenziando la crescente capacità delle donne di origine straniera di cogliere nuove opportunità di inserimento professionale e di autopromozione socio-economica». Un dinamismo rilevante, «considerato che le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato occupazionale, largamente convogliate nel lavoro domestico e di cura e con scarse occasioni di mobilità professionale, anche a fronte di competenze (formali o informali) elevate e di lunghi percorsi di stabilizzazione».

(Avvenire, 24 febbraio 2026)

Il richiamo del muezzin, il tè offerto nel suq, l’italiano «storto» di un padre arabo. E il linguaggio materno che ha saputo unire tante storie: l’ebraismo, la Palestina e la ribellione. Un’anticipazione del nuovo libro di Widad Tamimi. Un estratto del capitolo «La lingua del cuore» tratto dal libro Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli. Il memoir, che intreccia memoria familiare e riflessione civile di un’autrice con uno sguardo unico – figlia di un profugo palestinese e di una donna di origini ebree – esce per Feltrinelli (176 pagine, 16 euro)

Esiste, per me, una lingua che non è né quella materna né quella imparata sui banchi di scuola. Non la parlo bene, ne colgo solo frammenti, eppure mi abita da sempre – come una musica in sottofondo che riconosci anche dopo anni di silenzio. Basta una sillaba, un accento, e qualcosa dentro di me si muove. A volte ho persino l’impressione di capirla interamente, come si comprendono i sogni: non per logica, ma per intimità. Mi emoziona ascoltarla nei dialoghi tra sconosciuti in metropolitana. Mi intenerisce e mi irrita insieme, perché in quei suoni ritrovo affetti, scatti, piccole ferite dell’infanzia. E ogni volta che, in una città mediorientale, il muezzin chiama alla preghiera, il mio corpo reagisce come se ne abbia coscienza: le mani al petto, il respiro che cambia.

Le voci sussurrate nelle moschee scorrono sui tappeti, mi riportano ogni volta alle albe di Amman: mia nonna che pregava accanto a me, il mormorio che cercavo di imitare, il suo dito che ticchettava sulla coscia per darmi il ritmo. Non capivo tutto di quella casa, ma la sentivo mia.

Chi cresce tra mondi diversi vive così: non appartiene del tutto a nessuno, e forse proprio per questo sa riconoscere la sua casa nei dettagli più piccoli. Basta un gesto, un odore, un’intuizione – ed ecco che il corpo si rilassa, ritrova un luogo amato. Succede, ad esempio, quando in un suq mi offrono uno sgabello e chiamano un ragazzino perché porti il tè. Le poche parole che parlo di arabo, il racconto delle origini di mio padre, il mio cognome aprono una porta. È una casa non del tutto mia, ma che mi appartiene abbastanza da invitarmi a sedere.

E allora parlo: non per comprare, ma per entrare nella danza delle trattative, che nel Levante è un modo per conoscersi. L’arabo è una lingua che non tollera distanza: provoca, sollecita, pretende relazione. Il prezzo al mercato è solo un pretesto: ci si misura, ci si racconta. È questo che amo: lo sguardo complice del venditore quando capisce che posso seguirlo nel gioco. Si ferma, scosta i vestiti appesi e finalmente mi guarda.

Poi ci sono i gesti: le dita che si chiudono per chiedere pazienza, il “no” schioccato sulla lingua, le sopracciglia che si sollevano, il numero tre fatto con indice, medio e anulare. È un linguaggio nel linguaggio, una coreografia quotidiana.

Papà parlava arabo con gli amici e con la famiglia lontana. Con me era la lingua delle coccole ma anche quella dei rimproveri. Ancora oggi ricordo sia imprecazioni che filastrocche. La mia prima parola fu “mampa”: né arabo né italiano, ma perfetta per chiamare chi, per me e mia sorella, sarebbe stato insieme un padre e una madre. […] In Italia non avevamo altri familiari, a parte il padre di nostra madre, che però iniziai a frequentare con regolarità solo una volta andato in pensione. Gli facevo compagnia dopo che perse la vista, spesso accompagnavo lui e la sua seconda moglie a fare dei controlli in ospedale, o andavamo per lunghi periodi in montagna, quando la nonna Marina si recava in visita per otto settimane in Brasile, dalla figlia. Durante le passeggiate, che si ostinava a fare pur non vedendo, mi raccontava di Trieste, dell’America, della famiglia.

Ho ricostruito la mia storia a partire da due uomini molto diversi, sebbene uniti da un destino sorprendentemente simile. Uno era nato poverissimo, l’altro ricco; uno aveva lavorato da bambino, l’altro studiato con precettori; uno impulsivo, l’altro metodico; uno espansivo, l’altro schivo. Eppure entrambi avevano perso il proprio paese senza trovarne un altro, entrambi vivevano sospesi tra nostalgia e sopravvivenza.

Gli esodi fanno così: ti strappano la rete dei legami, lasciano sedie vuote attorno alla tavola. Mio padre e mio nonno erano in Italia due uomini soli – uno essendo l’unico a essersene andato, l’altro perché era l’unico a essere tornato – e si ritrovarono legati da un rapporto improbabile: suocero e genero uniti dai frammenti di due esili e due popoli destinati a fare i conti con le tragedie e le contraddizioni della Storia in uno stesso fazzoletto di terra. Mia madre era il loro punto di contatto, ma anche causa di profonde inquietudini per entrambi.

Lei era fonte di grandi subbugli, frutto di ribellione intellettuale ed esistenziale, certamente in linea con le istanze sessantottine, ma anche con intuizioni che si sarebbero rivelate lungimiranti; era una che i sommovimenti del Sessantotto non li avrebbe mai sostituiti col ripiegamento borghese. Questo le costò una rottura drammatica con il padre, origine di molteplici sofferenze e di un ingravescente male di vivere che l’avrebbe portata all’annullamento di sé. Era intransigente con se stessa, severa col mondo, senza compromessi, un’estremista di buoni princìpi. Nei dibattiti contro l’espropriazione indebita di terra da parte di Israele a danno dei palestinesi si dichiarava ebrea per non esimersi dalle responsabilità. […]

La parte dominante della mia famiglia materna, ma certamente non la più dotata di quella leggerezza intesa come una qualità positiva dello spirito, è stata senza dubbio quella ebraica. I Weiss-Schmitz erano imperiosi, elitari, vantavano una cultura solida che affascinava, si muovevano in società come ballerini della Scala. L’amore per la conoscenza si era fortemente inscritto nei geni di mia madre tanto da costituirne un carattere saliente.

I suoi nonni, i miei bisnonni Ottocaro Weiss e Ortensia Schmitz, l’adoravano per questo, per quel suo piglio deciso, la curiosità insaziabile, l’amore per lo studio del tutto disinteressato al voto scolastico, la capacità di parlare le lingue, l’intransigenza verso il mondo e un’etica incrollabile. Era una di loro, non un pizzico meno ebrea nonostante le diverse origini della propria madre, alla cui genetica poco era concesso se non la bontà e la naturale amabilità, tratti caratteristici di mia nonna Ginni. Quando mia madre morì tragicamente, a comunicarlo alla bisnonna Ortensia, nella sua villa di Riverdale a New York, furono lo zio Piero, fratello di mio nonno, insieme a suo figlio Antonio. Aveva superato i novanta, viveva su una sedia a rotelle, da cui si lasciò cadere a terra urlando dalla disperazione. […]

Da mia madre credo di aver in parte ereditato questo compito spesso ingrato. Nascere da una famiglia ebraica da un lato e palestinese dall’altro, e portare il nome Widad – “amore”, in arabo antico – ha segnato la mia vita più di qualunque scelta. Ogni volta che qualcuno me ne ha chiesto il significato, fin da bambina ho sentito un richiamo: verso le mie radici, le mie ferite, i miei due popoli, e verso l’intenzione dei miei genitori nello sceglierlo.

Porto un nome che ogni giorno mi ricorda da dove vengo e a quale storia – a quali due storie – appartengo. L’amore d’altro canto, per quanto suoni il sentimento più desiderabile, non è una scelta scontata: non lo è ogni giorno, e non lo è in ogni stagione della Storia. […]

(il manifesto, 24 febbraio 2026)

Quella che segue è un’intervista del duo curatoriale Francesco Urbano Ragazzi alla filosofa Annarosa Buttarelli, incaricata della costituzione dell’Archivio Carla Lonzi presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma nel 2018. Massima esperta del pensiero di Lonzi e curatrice della nuova edizione delle sue opere per La Tartaruga, Buttarelli ci guida tra le righe dell’ultimo testo scritto dalla pensatrice femminista: una pagina senza titolo pubblicata sul catalogo di Identité Italienne. Lart en Italie depuis 1959 – una mostra curata da Germano Celant al Pompidou di Parigi nel 1981. L’intervista nasce nel contesto della prima Italian Fellowship for Curatorial Research dell’American Academy in Rome promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, che Francesco Urbano Ragazzi ha vinto quest’anno.

Francesco Urbano Ragazzi: Chi è Carla Lonzi? Ti chiediamo di rispondere come se avessi davanti qualcuno che non sa nulla di lei.
Annarosa Buttarelli: Carla Lonzi è una delle più importanti pensatrici del Novecento. Questo per via della rivoluzione che ha prodotto tanto nella scrittura filosofica che in quella politica e artistica. Per scienza, coscienza e autocoscienza, è stata la leader di Rivolta femminile e penso anche del femminismo italiano. Le sue sono state idee radicali e controtempo. E questo grazie a una forma mentis paradossale, che Lonzi ha sviluppato fin dall’adolescenza avvicinandosi alla mistica.

FUR: Che rapporto c’è tra paradosso e mistica, e cosa ha a che fare col pensiero di Carla Lonzi?
AB: Prima di tutto, mistica io la intendo come una filosofia pratica, come un modo di entrare in relazione con la realtà. Nel nostro mondo occidentale, da Aristotele in poi, questo modo ha sempre assunto una forma dicotomica. Identità e differenza, affermazione e negazione, bene e male. La mistica, e la genealogia femminile in cui Lonzi si inscrive, spezzano questa forma di pensiero. Un esempio molto antico è Saffo, che inventa parole come γλυκύπικρον [dolceamaro] per tenere assieme la natura contraddittoria dell’esperienza umana. Un altro esempio, questa volta novecentesco, è Clarice Lispector. (1) Anche tutte le pratiche femministe che Carla Lonzi escogita, compresa quella dell’autocoscienza, sono debitrici della mistica perché rompono con il pensiero dicotomico occidentale.

FUR: In un tuo libro hai descritto Carla Lonzi anche come una donna che ha saputo andare via.
AB: Sì, una donna che ha saputo rinunciare ai privilegi, alle carriere, ai contesti sociali per seguire l’autenticità della propria strada. Un’autenticità ormai riconosciuta internazionalmente visto che Lonzi è l’unica filosofa italiana in cui le nuove generazioni si riconoscono ancora.

FUR: La nostra conversazione girerà attorno all’ultimo testo scritto da Carla Lonzi. Una breve pagina pubblicata nel catalogo di Identité Italienne, la mostra che Germano Celant curò al Centre Pompidou di Parigi nel 1981. Perché Lonzi accetta l’invito pur definendo il museo francese una sede impropria dove esprimere il proprio pensiero?
AB: Per due motivi principali. Il primo è l’amicizia che Carla Lonzi aveva verso Germano Celant. Nel 1976 Carla scrisse delle lettere a Germano per chiedergli di curare una mostra alla Saman Gallery diretta da Ida Gianelli. Queste lettere dimostrano che Celant era l’unico critico cui Carla Lonzi dedicasse fiducia. Il secondo motivo è che Carla alla fine della sua vita ebbe il desiderio di ritornare nel mondo dell’arte, forse nemmeno come critica ma come artista. Me lo disse sua sorella Marta. La risposta a Celant era un modo per riaprire questa strada, anche se tardivamente.

FUR: Cosa sai delle opere che Lonzi propose a Celant?
AB: Quasi nulla. Purtroppo non sono ancora riuscita a localizzarle.

FUR: In termini generali, qual è la tua impressione di questo testo?
AB: Prima di tutto io penso che quella pagina non faccia nemmeno un passo indietro rispetto alle posizioni che Carla Lonzi aveva sostenuto in Autoritratto. (2) E cioè che il vero critico è l’artista, che mentre fa l’opera fa anche critica d’arte. Anche qui Lonzi continua a insistere sulla soggettività da riguadagnare nella critica d’arte. A differenza di Autoritratto però, qui non c’è fiducia nella critica, ma la protesta che apre le porte a un ritorno.

FUR: Il testo ha anche un valore testamentario secondo te?
AB: Io lo leggo come un testamento incompiuto, perché come dicevo è documentata l’intenzione di Carla Lonzi di ritornare nell’ambito artistico. Criticando il Beaubourg, Lonzi non rifiuta l’arte. Rifiuta la sua dimensione monumentale. D’altra parte le è chiaro che l’evocazione di un’identità italiana serve solo a lanciare sul mercato quegli artisti e quel critico per mezzo del museo. In questo senso il Beaubourg è un luogo improprio per accogliere il suo pensiero.

FUR: Ci sono testimonianze riguardo l’opinione che Lonzi ebbe della mostra o del catalogo?
AB: In archivio non ho trovato documenti che rispondano alla vostra domanda, e purtroppo nemmeno Marta [Lonzi] mi ha detto qualcosa.

FUR: Allora entriamo nel merito del saggio. Per prima cosa, proprio all’inizio, Lonzi menziona l’incontro con alcuni artisti –Castellani, Paolini, Fabro, Kounellis, Pascali, Merz– rivendicando la propria capacità di vedere in loro un modo diverso di relazionarsi all’opera d’arte. Cosa li accomunava?
AB: All’inizio della sua vicenda di critica d’arte Carla Lonzi aveva intercettato il movimento che successivamente è stato chiamato Arte Povera. Credo che il senso dell’incipit vada trovato prima di tutto in questa rivendicazione. Negli artisti che cita, Lonzi riconosceva, oltre che una vera amicizia, quello che potremmo chiamare eroismo maschile della dissidenza. Ognuno di loro, in un modo o nell’altro, aveva risposto alla radicalità della sfida lanciata con Autoritratto. E poi erano tutti comunisti, così come anche lei. Questo aspetto non era secondario nella loro pratica. Lonzi si sentiva affine a questa forma di dissidenza.

FUR: Non trovi contraddittorio che siano tutti maschi?
AB: La vostra domanda mi costringe a dire che alcune figure femminili su cui lei aveva puntato per raggiungere il riconoscimento reciproco –così lei lo chiama – non l’hanno seguita con la stessa radicalità. […]

FUR: Carla Accardi però è stata una figura importante. Non vedeva in lei la stessa radicalità?
AB: Eccome se è stata una figura importante! È ormai risaputo che nel Diario Carla Accardi corrisponde al personaggio di Sara. (3) E Sara rappresenta per Lonzi l’ingresso nell’autocoscienza. È una delle donne di cui si innamora. Ma Accardi è stata anche una delusione cocente. Tutte le donne che Lonzi ha incontrato per un motivo o per l’altro si rivelavano essere delle emancipazioniste, cioè vicine agli schemi di comportamento maschili. Molte l’hanno ferita anche personalmente, per esempio tradendola con Consagra. Ci sono le lettere a dimostrarlo, solo che non si possono consultare perché alcune delle persone coinvolte sono ancora vive. In un suo libro inedito, Gelosia, probabilmente Lonzi riflette su tutti questi tradimenti che ha subito anche all’interno di Rivolta femminile.

FUR: Al di là dei rapporti personali, il Collettivo Beato Angelico rimane un’esperienza radicale.
AB: Sì ma, dal punto di vista di Lonzi, le artiste di Beato Angelico erano ancora troppo in dialogo col mercato. Questo conflitto derivava anche da una differenza di ordine sociale. Carla Accardi per il suo femminismo era stata sospesa dall’insegnamento e aveva rischiato la povertà; perciò certo che voleva guadagnare e mantenersi! Carla Lonzi invece si era accordata con Consagra perché fosse lui a mantenerla. La stessa cosa avvenne con Laura Lepetit nell’editoria. Tenendo fede al precetto “comunichiamo solo con donne”, (4) Lonzi voleva autoprodurre tutti i libri di Rivolta femminile, invece Laura Lepetit voleva fondare una casa editrice.

FUR: Lonzi non scopre solo una nuova generazione di artisti, ma inventa il significato di alcune parole che poi anche Celant impiegherà. La prima di queste è “decultura”. Che significato ha per te, da femminista e da accademica?
AB: Sapete che proprio su questa parola ho scritto un saggio per una mostra al Museion? (5) Il termine “decultura” segnala esattamente la derivazione mistica del pensiero di Carla Lonzi. La formula aurea della mistica è infatti la frase di San Giovanni della Croce “ogni scienza trascendendo”. (6) Decultura, in senso mistico, significa attraversare la notte oscura –come la chiama San Giovanni– attraverso cui la mente fa tabula rasa dei pregiudizi, si purifica dai protocolli dei saperi. Così facendo, e questa è la seconda formula della mistica, si arriva a essere all’altezza di un Universo che non dà risposte. Esattamente per questo Lonzi invita a sputare su Hegel. La decultura non ha niente a che fare con la sospensione del giudizio e la fenomenologia di Husserl, come qualcuno ha cercato di dire. La decultura implica la decostruzione interiore per liberarsi da tutte le categorie della filosofia occidentale.

FUR: Come si traduce tutto questo nei termini della critica d’arte?
AB: Nella deculturizzazione cui anche Celant aderisce, c’è la proposta di una critica d’arte soggettiva e non interpretativa. Mentre la critica classica impone una lettura surrettizia sulle opere, per convalidarle e poterle imporre sul mercato, Lonzi intuisce che si può dire qualcosa dell’opera d’arte nel senso della soggettivazione relazionale. La deculturizzazione rappresenta l’uscita dalla tirannia dell’interpretazione, che si era impossessata persino della psicanalisi. È uno dei passaggi più geniali del XX secolo. Dalla volontà di dominio sull’oggetto che caratterizza la modernità si passa alla comprensione relazionale del mondo. Qualcosa di simile è espresso anche in Contro l’interpretazione di Susan Sontag. (7)

FUR: Lonzi parla anche della critica d’arte come un mezzo non per essere complice degli artisti, ma per diventare una nuova coscienza. Cosa significa?
AB: Penso che qui, oltre all’aspetto relazionale che ho detto, entri in gioco anche l’essere Lonzi iscritta al PCI. Carla Lonzi era fondamentalmente una comunista.

FUR: Che rapporto c’è tra la politica, la critica d’arte, e l’arte di cui Lonzi si interessava?
AB: Non c’è un rapporto didascalico, naturalmente. Carla Lonzi non si interessava dell’arte a contenuto politico, come poteva essere il realismo socialista. Ma le interessava l’arte che teneva conto del presente storico. Per questo la definisco più una storica dell’arte che una critica. A lei interessava isolare quegli aspetti di soggettività che, nell’opera, nascevano dalla fase storica in cui anche lei si trovava.

FUR: Nel testo del Beaubourg però si legge anche: «La forza dell’artista sta proprio nel fatto che può rimuovere i rapporti che non sono strumentali a lui e la sua opera. Questa è la condizione per mantenere la carica a quello che fa. Ma è anche la condizione che vanifica ogni suo tentativo di essere diverso. È la circostanza che lo rende punto di attrazione a tutta la gregarietà a tutta la voglia di delega e di proiezione contenuta nella società.»
AB: Io questo passaggio lo leggo così. Un artista, uomo o donna che sia, oggi può rinunciare a essere strumentalizzato dalla critica e dal mercato, ma questa rinuncia lo destina a essere inefficace. O si è autentici o si è efficaci. Tenete conto che questo paradosso Carla Lonzi lo stava provando sulla propria pelle per via del proprio isolamento.

FUR: Un’altra parola che Lonzi introduce e Celant impiega è “apertura”. Ricordiamo che Identité italiennesi sarebbe dovuta chiamare Ouverture italienne, apertura italiana.
AB: Questa è un’altra parola che sembra derivare dall’esistenzialismo, più precisamente da Heidegger, ma ancora una volta non è così. Per capire cosa Carla Lonzi intenda con “apertura” bisogna pensare invece alla pratica ostetrica di Socrate, all’apertura generativa. L’apertura è il concepimento, cioè l’aprirsi per accogliere l’altro da sé. Anche filologicamente, l’atto della concezione rimanda alla cavità della donna. In questo senso dico che quella di Carla Lonzi è una filosofia erotica, una filosofia che permette di accogliere qualcosa di sconosciuto nella filosofia occidentale: l’altro da sé. Si torna alla mistica. Diceva Lonzi che il suo scopo era quello di alzare i rapporti umani agli stati d’amore. (8)

FUR: Che effetto ha questo discorso sulla concezione dell’opera d’arte?
AB: Apertura in questo caso vuol dire decostruzione del genio. Vuol dire arte relazionale nel senso in cui i pittori di icone parlavano della loro arte, sostenendo di ricevere l’opera al di fuori di loro stessi. Per questo quando lavoravano dicevano che stavano scrivendo l’icona, non che la stavano dipingendo. E questa relazionalità va contro tutte le fondamenta dell’Europa moderna, dove tutto è individualista, dal diritto naturale fino al genio solitario che non concepisce ma addirittura crea come se fosse un dio.

FUR: Lonzi nel testo parla dell’arte come una forma di realizzazione esemplare. Anche questa espressione ha a che fare con la mistica.
AB: Le idee del concepire, dell’apertura e della decultura sono esemplificati, secondo Lonzi, da un’arte intesa come massima espressione della fuoriuscita dal senso comune e dai dispositivi storici. Tutti gli artisti che lei intercetta, attraverso le loro opere, si fanno exemplum della realtà come relazione. Non per niente Autoritratto è ancora letto in molti corsi universitari di arte contemporanea. Quel libro è tra i primi a riconoscere la matrice relazionale dell’arte.

FUR: Ci fai un esempio?
AB: Io credo che questo interesse per il carattere relazionale dell’arte Lonzi lo abbia sviluppato fin da giovanissima. Pensate alla sua tesi sul rapporto tra teatro e arti figurative, in cui si interessa di quelle scenografie che sorreggono l’espressività dello spazio scenico senza limitarsi a illustrarlo. Già lì Lonzi guarda a una forma d’arte che supera la rappresentazione per evidenziare la condizione relazionale della vita umana.

FUR: Poco fa hai introdotto il tema dell’autenticità, un’altra parola che ricorre nella filosofia di Carla Lonzi e che può essere presa per esistenzialista.
AB: In È già politica, se non sbaglio, si vede questo tema emergere nell’incontro che Lonzi fa con gli scritti di Teresa di Lisieux. (9) Ancora una volta Carla Lonzi trova nelle mistiche quel principio di fedeltà a sé stesse su cui poi fonderà l’autocoscienza. Teresa propugnava la piccola via verso la santità, cioè una santità guadagnata nella cura delle azioni quotidiane. Lonzi segue invece la piccola via nel femminismo. Raggiunge l’autocoscienza attraverso un continuo esame dei pensieri, delle emozioni e delle relazioni che la costituiscono.

FUR: In quello che dici ci sono almeno due cose interessanti. La prima: studiando la versione manoscritta del saggio, abbiamo notato un dettaglio. All’inizio Lonzi usa la parola “autenticità” per qualificare gli artisti che sente vicini. Poi cancella questa parola e la sostituisce con il termine “credibilità”.
AB: Carla Lonzi capisce che gli artisti a un certo punto non possono non riprodurre gli schemi culturali esistenti. Questa correzione è simile al Vai pure che lei dice a Consagra prima di lasciarlo. (10) Come dire, riconosco in te un dissidente ma non la piena autocoscienza. Sei credibile nel perseguire la tua radicalità, ma non riesci a essere autentico.

FUR: Seconda cosa. Tu hai voluto una foto di Teresa di Lisieux sulla copertina dell’edizione che hai curato di Autoritratto. Invece nella prima edizione del libro c’erano dei tagli di Fontana. Ci spieghi la scelta?
AB: Era proprio Lonzi a volere quella foto in copertina, ma la casa editrice le impose Fontana. Si tratta di un ritratto molto particolare. Teresa è travestita da Giovanna d’Arco durante una rappresentazione teatrale al Carmelo di Lisieux. Lonzi è molto affezionata a quella foto perché la considera come il proprio autoritratto, il simbolo di ciò che è l’autocoscienza. In quell’immagine vediamo una donna che, abbandonando il proprio Io, riconosce in sé la presenza di un’altra donna; in quel riconoscimento, in quella relazione, scopre autenticamente sé stessa al di fuori della dicotomia identità-differenza che fonda il pensiero occidentale. Questo è anche il senso del rapporto tra critico e artista espresso in Autoritratto. Infatti quando Giulio Paolini dedica un’opera a Carla Lonzi, include nell’opera anche un dettaglio di quella foto.

FUR: Cosa c’è secondo te ancora da scoprire, del pensiero di Carla Lonzi, attraverso il suo archivio?
AB: Oltre a Gelosia, l’inedito che ho citato, credo che molti materiali relativi a Lonzi debbano ancora essere unificati in un unico luogo e resi disponibili. E poi in questo momento c’è un rischio da scongiurare. Quello che il pensiero di Carla Lonzi venga sganciato dal suo percorso nel femminismo. Gli interessi anche economici in ballo mi fanno pensare che questo rischio sia reale.

FUR: Molti artisti oggi citano o si riferiscono all’opera di Carla Lonzi. Che opinione ne hai?
AB: Prendo a modello Chiara Fumai per onorare il lavoro che avete fatto alla direzione del suo archivio. Nel bene e nel male io e voi abbiamo attraversato una vicenda simile. Io credo che Fumai avesse intuito qualcosa del pensiero di Lonzi. Molte sue opere prendono la forma del doppio ritratto di Teresa. Però il suo lavoro si è fondato su un concetto troppo elementare di empatia. Empatia come sostituzione. Da questo punto di vista è rimasta in quella notte oscura che la mistica chiede di superare.

FUR: Cosa possono ancora dire le parole di Carla Lonzi a chi vive nel nostro presente?
AB: Questa è un’epoca difficile. Da un lato i giovani sono consapevoli che gli ideali legati alle rivoluzioni di massa sono tramontati; dall’altro, quando si rivolgono alla propria soggettività, il meglio che gli possa capitare è di essere spediti in terapia. L’autocoscienza di Lonzi supera queste due opzioni ormai in crisi profonda, aprendo la strada a una forma di relazione che è anche soggettivazione.

Note

1 Clarice Lispector, A Paixão segundo G.H., Editora do Autor, Rio de Janeiro 1964
2 Carla Lonzi, Autoritratto, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2024.
3 Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1972-1977, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2024.
4 «Manifesto di Rivolta Femminile», in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2023, p. 20.
5 Ilse Lafer (a cura di), Deculturalize, Mousse Publishing, Milano 2020.
6 Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, Edizioni OCD, Roma 2020.
7 Susan Sontag, Against Interpretation, Farrar, Straus and Giroux, New York 1966.
8 Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1972-1977, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2024, p. 1011.
9 AA.VV., È già politica, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977.
10 Carla Lonzi, Vai Pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1980.

(Flash Art Italia, 23 febbraio 2023)

II reportage, il femminismo, il design: in un libro gli scatti di Jacqueline Vodoz

Tre sono i tempi di Jacqueline Vodoz (1921-2005), fotografa importante e ancora troppo poco conosciuta, tre i tempi di una storia complessa che vale la pena di restituire, come fa il volume Jacqueline Vodoz La fotografia parlata a cura di Manuela Cirino (Electa). Jacqueline Vodoz, nata a Milano nel 1921, figlia di un imprenditore svizzero e di madre di origine inglese, vive fra la Svizzera, l’Italia e l’Inghilterra; torna a Milano nel 1942 in pieno conflitto e vive sfollata a Gardone (Brescia) fino al 1945 per poi tornare a Milano. Tre culture: attività di interprete e traduttrice fino al 1953 quando inizia a fotografare usando la Rollei. Fotograferà fino al 1958 quando inizierà una strada diversa, quella del movimento femminista.

Gli inizi come reporter sono fortunati, riprende a Vevey, in Svizzera, Charlie Chaplin che ha abbandonato gli Stati Uniti e il servizio viene pubblicato da «Tempo», da «Il Corriere lombardo» e da «l’Unità». Da questo momento e per alcuni anni Vodoz propone un nuovo modello di racconto: non i disastri, non i conflitti, non la cronaca nera ma uno sguardo rivolto alla gente. Qualche esempio: su «La Notte» nel 1953 esce il servizio Giochi per le strade, sono i ragazzi che si appropriano di un luogo e lo rendono vivo; Vodoz è testimone dedita, attenta: riprende il giocare, il correre, il ridere, senza dialogare coi giovani, nessuno di loro guarda in macchina, lei testimonia i gesti, le espressioni.

Un altro importante racconto, che sarà proposto poi da altri fotografi, ha per titolo Milanesi per otto ore, uscito su «La Notte» nel 1954, è dedicato a chi arriva ogni giorno a Milano per lavorare, a chi scende dai treni o pedala dalle periferie per recarsi in fabbrica; Vodoz sceglie il viaggio, il momento del dialogo prima del lavoro. La scoperta di un tempo marginale, ma vero, torna in Intervallo di due ore, ripreso nel 1954 e pubblicato su «La Notte» nel 1955 dove vedi l’amicizia, la confidenza fra donne, la liberazione dei corpi nel verde di un parco. Impressiona l’intensità del servizio Lavori a domicilio, dove lo spazio di casa è disegnato dalla luce della finestra come in un dipinto di Vermeer, luce che ritaglia le donne intente a riparare ombrelli, a saldare, a ricamare. Mondine è un servizio nelle risaie di Rosate (Milano) nel 1954 e pubblicato su «Die Woche» nel 1955 e su «Images du monde» nel 1956; ancora una volta lo sguardo di Vodoz è diverso: non ha mai visto il film di Giuseppe De Santis Riso amaro (1949) e infatti il suo racconto è nuovo; Vodoz vive fra le mondine, le riprende negli intervalli del lavoro, ne propone il gioco, la confidenza: sono giovani donne che scherzano, ridono, mangiano o si riposano insieme.

Vodoz è anche una raffinata ritrattista e negli spazi del bar Giamaica di Milano riprende tutti gli artisti, da Mauro Reggiani a Gianfranco Fasce, da Giulio Turcato a Pietro Cascella, da Ennio Morlotti a Leoncillo, ma anche Ugo Mulas a cui presterà la prima macchina fotografica. E gli artisti, alcuni, li riprende anche in studio, come Lucio Fontana o Agenore Fabbri. Tutte queste foto sono di lunga durata, persone viste e meditate, documentano un’espressione, un pensiero. E di questo Vodoz è consapevole, e lo dice lei stessa quando, fra le attrici, coglie la tristezza nel volto di Anna Magnani (Milano, 1954).

Lo sguardo di Vodoz sulla politica, in tempi di forte contrapposizione ideologica, è ancora una volta alternativo: del comizio di Togliatti del 6 maggio 1956 a Milano riprende la base del palco dove un bambino gioca con un aeroplanino di carta. Scrive Uliano Lucas: «Fare la fotografa in quegli anni, farlo stabilmente all’interno del sistema dell’informazione era per una donna praticamente impossibile. Quella del fotoreporter era una professione prettamente maschile».

Il secondo tempo di Vodoz è segnato dall’amicizia con Carla Lonzi e la partecipazione a Rivolta femminile, movimento ma anche casa editrice, rivolta contro ogni forma di prevaricazione maschile; sono gli anni dal 1974 al 1978 che vogliono dire impegno e insieme condivisione di progetti, stesura di testi, scoperta di una nuova forma di politica. Di questo tempo restano i ritratti del gruppo dirigente del movimento, segno di vita condivisa, fuori da ogni schema istituzionalizzato di ripresa delle immagini.

Il terzo tempo di Vodoz fotografa è ancora una volta innovativo. Lavora con il marito Bruno Danese nella galleria a Milano e inventa un nuovo racconto fotografico: gli oggetti di design, sopra tutto quelli di Bruno Munari e di Enzo Mari, diventano protagonisti nello spazio. Sono queste foto che contribuiscono a creare, negli anni dai Cinquanta ai Settanta, la rivoluzione del design, e quindi degli spazi di casa. Ecco, se si potesse azzardare una definizione del lavoro di Vodoz si potrebbe dire che essa, fin dai servizi degli anni Cinquanta, scopre un racconto che la vede partecipe, testimone della vita delle persone ritratte, un racconto che si ritrova nelle poche foto del gruppo Rivolta femminile. La stessa tensione caratterizza le splendide foto degli oggetti di design che ridisegnano lo spazio di casa, forme parlanti, meditazioni sottili, magari ironiche, come Lampada Falkland (1964) di Bruno Munari, o Una proposta per la lavorazione a mano della ceramica di Enzo Mari (1973). Anche queste ultime immagini di design sono pensate come rivoluzionario reportage sugli spazi di un vivere possibile, partecipi cronache del nuovo fotografare Milano.

(Corriere della Sera – La Lettura, 22 febbraio 2026)

Mentre preparava la sua personale alla fatidica Biennale 1964, Carla Accardi innestava le ricerche oro e argento, piene di futuro…

Carla Accardi, «Oroblu (Oriente n. 2)», 1965, tela esposta alla mostra di Verona, Galleria dello Scudo
Carla Accardi, «Oroblu ente n. 2)», 1965, tela esposta alla mostra di Verona, Galleria dello Scudo

Dopo la mostra celebrativa del centenario di Carla Accardi tenutasi nel 2024 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Accardi, oroargento, fino al 28 marzo presso la Galleria dello Scudo di Verona, ha il pregio di puntare la lente dell’osservazione, motivata da un desiderio scientifico e cognitivo, su una breve ma preziosa e poco conosciuta fase operativa dell’artista.

Con un impianto solido e di magistrale dislocazione negli ambienti di sei grandi tempere alla caseina su tela, oltre a un sicofoil su tavola e un nucleo di opere su carta di diversa grandezza, è data la possibilità di ammirare e conoscere il novero pressoché totale della produzione di Carla Accardi con l’impiego dell’oro e dell’argento. Ma è stato Giulio Turcato a rivelare per primo, con la sua scrittura schietta, un dato caratteriale di Carla Accardi, presentandola nel catalogo della prima personale dell’artista presso la Galleria Age d’Or di Roma nell’autunno del 1950. Egli fa riferimento alla facoltà di Accardi «nell’esprimere un pensiero con forza e un giudizio sulla forma più di qualsiasi altro pittore…».

Essa, agli occhi del collega, infatti, appare già come una personalità ‘eversiva’, determinata a superare culturalmente nell’ambiente di quel tempo un «servilismo atavico» in cui una gran parte della scena pittorica ancora si attardava. Ma è con la presentazione di Carla Lonzi nel catalogo della Biennale di Venezia del 1964, scritta per la sala personale di Accardi, che in modo più esplicito viene delineato il temperamento di rilevante spirito di autodeterminazione dell’artista.

Accertata da due autorevoli testimoni come Turcato e Lonzi l’attitudine di Carla all’élan vital, definito da lei stessa come «volontà di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo», è opportuno non trascurare che ciò si fonda su una assidua attività di elaborazione linguistica di grado intenso svolta in età precoce e a partire dall’azione militante nel gruppo Forma e fino al conseguimento della sala personale alla ‘fatidica‘ – per molte ragioni contestuali – Biennale Internazionale di Venezia del 1964.

Nello stesso anno della preparazione e poi partecipazione alla rassegna veneziana prende avvio anche il ciclo dei dipinti con l’oro e con l’argento. Non è per caso che tali opere vengano ‘alla luce’ – è il caso di dire – dopo un suo viaggio in visita meditativa ai monumenti bizantino-ravennati, con una sosta folgorante al Mausoleo di Galla Placidia, scrigno di luce aurea proveniente dagli effetti delle tessere musive che la decorano. Sembra possibile, pertanto, affermare che il concepimento delle opere con l’oro e con l’argento esposte in questa mostra di Verona sia il frutto di una autentica epifania suscitata – come affermato dall’artista stessa – durante l’osservazione dei mosaici ravennati. Il nuovo impulso generatosi nel suo animo risveglia in lei richiami alla grande tradizione pittorica che si evidenzia nell’architettura e nell’arte italiana, a partire da alcuni decori della Domus Aurea neroniana fino ai mosaici bizantino-ravennati, a quelli di San Marco a Venezia o di Monreale a Palermo, ai fondi oro della pittura del Due-Trecento umbro, toscano e marchigiano, e perfino alle riprese compiute dagli stessi Fontana e Burri in alcune loro opere.

Come è stato opportunamente considerato, «osservando i mosaici (…) del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (secondo quarto del V secolo) veniamo rapiti dalla componente materica e luminosa dei fondi oro e blu, dall’iridescenza e dalla profondità cromatica degli smalti posti con diverse inclinazioni, dalle sfaccettature scintillanti degli argenti e delle madreperle; qui e ora tutto concorre consapevolmente a rappresentare una nuova dimensione tematica e simbolica: la luce trascendente» (Linda Kniffitz).

Carla Accardi, «Oroblu (Oriente n. 2)», 1965, tela esposta alla mostra di Verona, Galleria dello ScudoEdizione 22/02/2026RecensioneAccardi, oroargentoCarla AccardiGalleria dello Scudo, Verona

Dopo la mostra celebrativa del centenario di Carla Accardi tenutasi nel 2024 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Accardi, oroargento, fino al 28 marzo presso la Galleria dello Scudo di Verona, ha il pregio di puntare la lente dell’osservazione, motivata da un desiderio scientifico e cognitivo, su una breve ma preziosa e poco conosciuta fase operativa dell’artista.

Con un impianto solido e di magistrale dislocazione negli ambienti di sei grandi tempere alla caseina su tela, oltre a un sicofoil su tavola e un nucleo di opere su carta di diversa grandezza, è data la possibilità di ammirare e conoscere il novero pressoché totale della produzione di Carla Accardi con l’impiego dell’oro e dell’argento. Ma è stato Giulio Turcato a rivelare per primo, con la sua scrittura schietta, un dato caratteriale di Carla Accardi, presentandola nel catalogo della prima personale dell’artista presso la Galleria Age d’Or di Roma nell’autunno del 1950. Egli fa riferimento alla facoltà di Accardi «nell’esprimere un pensiero con forza e un giudizio sulla forma più di qualsiasi altro pittore…».

Essa, agli occhi del collega, infatti, appare già come una personalità ‘eversiva’, determinata a superare culturalmente nell’ambiente di quel tempo un «servilismo atavico» in cui una gran parte della scena pittorica ancora si attardava. Ma è con la presentazione di Carla Lonzi nel catalogo della Biennale di Venezia del 1964, scritta per la sala personale di Accardi, che in modo più esplicito viene delineato il temperamento di rilevante spirito di autodeterminazione dell’artista.

Accertata da due autorevoli testimoni come Turcato e Lonzi l’attitudine di Carla all’élan vital, definito da lei stessa come «volontà di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo», è opportuno non trascurare che ciò si fonda su una assidua attività di elaborazione linguistica di grado intenso svolta in età precoce e a partire dall’azione militante nel gruppo Forma e fino al conseguimento della sala personale alla ‘fatidica‘ – per molte ragioni contestuali – Biennale Internazionale di Venezia del 1964.

Nello stesso anno della preparazione e poi partecipazione alla rassegna veneziana prende avvio anche il ciclo dei dipinti con l’oro e con l’argento. Non è per caso che tali opere vengano ‘alla luce’ – è il caso di dire – dopo un suo viaggio in visita meditativa ai monumenti bizantino-ravennati, con una sosta folgorante al Mausoleo di Galla Placidia, scrigno di luce aurea proveniente dagli effetti delle tessere musive che la decorano. Sembra possibile, pertanto, affermare che il concepimento delle opere con l’oro e con l’argento esposte in questa mostra di Verona sia il frutto di una autentica epifania suscitata – come affermato dall’artista stessa – durante l’osservazione dei mosaici ravennati. Il nuovo impulso generatosi nel suo animo risveglia in lei richiami alla grande tradizione pittorica che si evidenzia nell’architettura e nell’arte italiana, a partire da alcuni decori della Domus Aurea neroniana fino ai mosaici bizantino-ravennati, a quelli di San Marco a Venezia o di Monreale a Palermo, ai fondi oro della pittura del Due-Trecento umbro, toscano e marchigiano, e perfino alle riprese compiute dagli stessi Fontana e Burri in alcune loro opere.

Come è stato opportunamente considerato, «osservando i mosaici (…) del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (secondo quarto del V secolo) veniamo rapiti dalla componente materica e luminosa dei fondi oro e blu, dall’iridescenza e dalla profondità cromatica degli smalti posti con diverse inclinazioni, dalle sfaccettature scintillanti degli argenti e delle madreperle; qui e ora tutto concorre consapevolmente a rappresentare una nuova dimensione tematica e simbolica: la luce trascendente» (Linda Kniffitz).

Lo sguardo sensibile di Carla, laico e incline a metabolizzare l’effetto di quell’esperienza certamente incisiva, se non volge alla trascendenza, reca sicuramente a un pensiero fecondo per il processo di ulteriore rinnovamento della sua pittura. Nel biennio delle opere bicrome, come Rossoverde, 1963, e Verderosso, 1963, o quelle dove i segni elementarmente fluidi sono aggregati sulla superficie entro forme quadrate, a losanga o a triangoli ed esagoni come, rispettivamente, Verdearancio Oriente, Rosaverde, Stella I e Stella II, vengono alla ribalta, poco dopo, le prime grandi tele Grigioscurooro, Argentooro 1, Argentooro 2, la Scacchiera oroverde, Ororosso Oriente n. 1, Oroblu (Oriente n. 2) e il Bozzetto FAO, 1967, di misura minore, dipinto con vernice su sicofoil montato su tavola!

Come non evocare per una circostanza come questa l’eccezionale luminosità sprigionata dalla Lampada ad Arco, 1910, di Giacomo Balla, che ha costituito per Accardi, e non solo per lei, una pietra miliare nel processo elaborativo dei segni? Wittgenstein ha inoltre dichiarato: «Si parla “del colore dell’oro” e non si intende il giallo. “Color dell’oro” è la proprietà d’una superficie che splende o luccica».

Evitata, dunque, ogni attribuzione di intenzionalità alchemica nei dipinti oro e argento di Accardi, più semplicemente si può parlare di una fase ‘fototropica’ per un più efficace rapporto con la luce ottenibile, prima attraverso l’impiego dei due metalli pregiati, e successivamente – ad esempio con il Bozzetto FAO – facendo uso del supporto trasparente e lucido del sicofoil.

Si diceva che il repertorio delle opere con oro e argento si rendeva prodromo dell’ulteriore innovativa fase spaziale, comportamentale e ambientale dei lavori di Accardi, realizzati con sicofoil investiti da varie stesure di segni. E a ben osservare, anche gli altri dipinti in mostra su carta intelata – come le tempere Oroargento del 1964 e Verdeargento del 1965 – o solo su carta – come Argentorosa e Azzurroargento, entrambe del ’65 –, nonché le cosiddette «matasse» Gialloargento, Grigiooro, Lillaoro, Rosargento, Gialloro e Argentooro, tutte del 1969, introducono segni e andamenti di sviluppo morfologico ininterrotto che diverranno distintivi dei sicofoil di varia foggia dipinti con vernici in anni successivi.

Questa fase dell’oro e dell’argento, che si apre all’indomani della Biennale di Venezia del 1964, sembra, pertanto, frutto di un impulso e di una condizione nuova, quale esito di un lungo tirocinio culminato con un significativo riconoscimento di livello internazionale.

(il manifesto, 21 febbraio 2026)

Parlano due artiste del fumetto: Safaa Odah, che dalla Palestina assediata ha continuato a postare i suoi lavori, e Pat Carra, che dall’Italia l’ha notata

Una illustrazione dal libro «Safaa e la tenda» (Fandango) di Safaa Odah
Una illustrazione dal libro Safaa e la tenda (Fandango) di Safaa Odah

Mentre i potenti si accordano su quella che chiamano pace, a Gaza il fuoco israeliano continua a imperversare e a mietere vittime innocenti. La popolazione locale, decimata, ha sperimentato ogni tipo di sofferenza eppure resiste.

L’illustratrice Safaa Odah- come altre prima di lei- lo fa disegnando e diffondendo il suo lavoro sui social. Qui da noi l’attenta e impegnata vignettista Pat Carra nota i suoi post. Tra loro nasce una profonda amicizia e un commovente scambio creativo. È Pat Carra a curare la versione estesa e tradotta in italiano del suo libro Safaa e la tenda (Fandango).

Pat, come hai incontrato il lavoro di Safaa, quali sono le tappe della vostra amicizia e collaborazione?

Ho incontrato Safaa Odah sui suoi social nel 2024, quando ha cominciato a disegnare sulle pareti della tenda perché aveva finito la carta. Mi hanno colpito l’energia e la dolcezza della sua testimonianza sul genocidio, e il suo tratto essenziale e morbido. Le ho chiesto subito di collaborare alla rivista Erbacce, che le ha dedicato la rubrica «Una tenda in Palestina».

Tra noi, nella continuità di messaggi via mail e whatsapp, si è stabilita nel tempo una relazione che tiene insieme amicizia, fiducia, coscienza femminista, lavoro. Un giorno, mentre Safaa attraversava un momento di grande angoscia, sono «entrata» in un suo fumetto disegnandomi accanto a lei: siamo sedute davanti alla sua tenda, che sembra volare.

Siamo a mezz’aria e tenendoci per mano sopravviviamo a un capitalismo che non è definibile con parole umane. I disegni a quattro mani si ripetono nel tempo ma raramente: accadono quando le parole non bastano più. Allora mi appello al fumetto, il linguaggio e la fede che abbiamo in comune, come per incarnare un incontro, e il nostro incontro diventa immaginario e reale nello stesso tempo.

Safaa, bentrovata. Come ti è venuta l’idea di rendere la tenda un personaggio delle tue storie?

Salve a tutti, mi chiamo Safaa Odah, sono un’artista palestinese, precisamente della striscia di Gaza, da dove rispondo a queste domande. Sono stata sfollata il 26 maggio 2024. Mi sono trasferita nell’area di Al-Mawasi, un luogo che non aveva alcun tipo di servizio, un deserto arido. Non avevo una tenda né altro. È stato un inizio molto difficile per me, uno shock psicologico, perché prima vivevo in una casa. È vero che stavamo già vivendo in guerra, ma essere sfollata ha reso la crisi insopportabile, perché abbiamo affrontato tante situazioni indescrivibili. Non avevo una tenda, nulla, in una zona senza alcun mezzo di conforto, solo dune di sabbia, piena di epidemie, insetti e cani. C’erano solo detriti di razzi ovunque. Era un’area insalubre e insicura, ma era tutto ciò che avevamo. Così è iniziata la storia. Ho cominciato con la tenda. Ho vissuto molte storie, crisi, dolori, oppressione e ingiustizia. Disegnavo già prima, ma con la tenda i miei disegni hanno iniziato ad affrontare temi più precisi, più dolorosi e più delicati. Con il tempo, la tenda è diventata testimone dei più piccoli dettagli. È stato naturale che questa tenda diventasse una parte importante del mio libro, La Tenda. Diciamo che la tenda si è imposta su di me.
Come entrano sentimenti come la speranza e la fede nel tuo lavoro?

Sono una credente, ma la mia fede è cresciuta ancora di più durante questa guerra. Dio ha creato dentro di noi un insieme di sentimenti e anche se siamo circondati dalla morte il più importante di questi è la speranza. L’odore della morte proviene da ogni parte, ma dentro di noi c’è sempre una voce che ripete: «Domani sarà migliore». Questo mi ha sostenuto durante questa guerra è la convinzione che domani sarà migliore. Siamo molto fedeli e crediamo che, per tutti i massacri, il dolore, la fame, le perdite e l’oppressione che questo popolo ha vissuto, Dio ci ricompenserà con il bene. Se una persona perdesse questa speranza, sinceramente preferirebbe la morte. Ma la qualità della fede dentro di noi è la nostra pazienza.

Sono cambiati i materiali che usi per disegnare?

Sì, naturalmente le cose sono cambiate. Prima usavo il tablet, come la maggior parte degli artisti. Dal 7 ottobre la situazione è cambiata a causa delle interruzioni di corrente. Non ho elettricità, quindi sono tornata a carta e matita.

Nonostante gli svantaggi e l’allontanamento dalla tecnologia, carta e matita hanno una bellezza speciale, e l’ho sentita riflessa nel mio lavoro. Non è stato facile: avevo solo carta e una matita, e in genere uso un solo colore. Non era facile trovare carta, e a un certo punto sono stata costretta a disegnare sui muri della tenda. Attualmente soffro per la scarsità di penne da disegno specializzate, che sono rare e costose. Anche la carta è limitata, e non c’è spazio per sentirsi liberi di sperimentare o sbagliare. Devo pianificare molto di più rispetto a quando usavo il dispositivo digitale. Nonostante tutto, considero questo cambiamento molto bello. Ho messo molte emozioni nei miei disegni e, grazie a Dio, sono riuscita ad andare avanti. C’era anche la paura che la pioggia o i topi danneggiassero il mio lavoro. Ma finché sono riuscita a trasmettere i miei messaggi, per me è stato un successo.
Cosa vuoi mostrare della vita delle donne in Palestina?

Le donne palestinesi sono molto forti. Siamo state sottoposte a un genocidio devastante i cui dettagli sono diventati estenuanti e dolorosi. È stata una crisi dopo l’altra e col tempo la pressione è diventata enorme. E chi affronta tutto questo? Le donne palestinesi, perché alla fine hanno una famiglia, un marito, dei figli. È vero che anche gli uomini hanno responsabilità, ma le donne hanno portato un peso molto, molto grande. La vita nella tenda non è facile. Come può una madre restare salda? Come può mantenere forti i suoi figli? Come può adempiere ai suoi doveri? Abbiamo sofferto la fame. Come hanno fatto le madri a trovare cibo dal nulla? Non avevamo gas per cucinare. Come hanno trovato legna da ardere quando non ce n’era e i prezzi erano altissimi? Come hanno cercato di mantenere i figli puliti quando dovevano trasportare l’acqua da lontano?

Alcuni codici a barre aggressivi entrano nei tuoi disegni. Che ruolo ha avuto l’economia nel genocidio?

È stato un aspetto molto importante, perché ci ha colpito duramente. Come è stato mostrato sui social e nei notiziari, abbiamo vissuto una carestia che ha occupato una grande parte della guerra. La guerra era dolorosa, ma la fame è stata una storia ancora più grande. Durante la carestia non avevamo letteralmente nulla da mangiare. La cosa più importante per noi — la farina — mancava. A volte si trovava solo un chilo. Considerate che la famiglia più piccola a Gaza ha almeno cinque persone. Un chilo di farina produce solo otto pezzi di pane, e costava non meno di cinquanta dollari, a volte anche di più. Pagare una cifra enorme per pochissimo pane che non bastava a sfamare la famiglia è stato devastante. La farina è stata una delle cose che ci ha divisi. Se avevi farina, la gente diceva: «Sei fortunato, sei quasi un borghese!». Non avevamo zucchero né altro cibo. A volte c’era riso, ma vivere solo di riso era estenuante. Un cucchiaio di zucchero poteva costare dieci dollari. Ricordo quando mio fratello portò farina e zucchero: sembrava una festa. Saltavo come una bambina. Era una reazione normale dopo tanta privazione. Molte persone sono state uccise mentre cercavano di ottenere aiuti, solo per un sacco di farina. È stato un periodo terribile. Anche solo ricordare la carestia mi spaventa. Prego che non torni mai più. Ora, quando vado al mercato e vedo farina e carne disponibili, ringrazio Dio e dico: «Non avrei mai immaginato di vivere abbastanza per rivedere queste cose.»

(il manifesto, 21 febbraio 2026)

Lettera di Sara Salah Ghaly Kodsy

Sono una ragazza egiziana che vive in Italia da molti anni. Ho concluso un percorso di studi di 3 anni che mi ha permesso di ottenere un diploma presso un istituto privato di Milano. Purtroppo per motivi legati alla perdita del lavoro non ho potuto saldare le ultime due rette. Ora questa scuola si rifiuta di consegnarmi il diploma creandomi difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno a sua volta legato al rilascio di questo diploma. L’articolo 34 della Costituzione è chiaro: «La scuola è aperta a tutti». Per me significa che l’accesso all’istruzione e il pieno godimento dei suoi effetti, compreso il rilascio del titolo di studio, non possono essere subordinati a condizioni economiche. Il diploma non è un favore che l’istituto concede: è un atto pubblico, con valore legale, che certifica un percorso formativo completato: non può essere trattenuto come garanzia di un credito. Il mancato pagamento delle rette, se esiste, è un debito per il quale l’istituto ha tutti gli strumenti per tutelarsi nelle sedi opportune. Un istituto scolastico, che dovrebbe educare alla legalità, non può permettersi di ignorarlo. Il punto, però, va oltre il tecnicismo giuridico. Una scuola che trattiene un diploma manda un messaggio devastante: che il valore formativo può essere subordinato alla solvibilità economica. Che il merito può essere sospeso in attesa di un bonifico. Che l’istruzione, anziché un diritto, è un servizio premium. Restituirmi il mio meritato diploma non è solo un obbligo di legge. È un atto di responsabilità civile. Perché l’istruzione non è una merce, ma un pilastro della nostra democrazia.

(Corriere della Sera, 21 febbraio 2026)

Il testo che segue nasce da un’iniziativa promossa da un gruppo di cittadine e cittadini di Nantes che ora lo sta rilanciando in tutta Europa.

Non siamo né tecnofobi né adoratori della tecnologia. Vogliamo semplicemente la libertà di usare o non usare Internet per gestire la nostra vita quotidiana. Vogliamo poter parlare con funzionari pubblici competenti o personale tecnico invece di affidarci a una “app”, una “chat”, un “chatbot”, o al robot di un call center che spesso non capisce la nostra domanda. Molte persone stanno perdendo l’accesso ai propri diritti per scoraggiamento di fronte a procedure amministrative online falsamente “semplificate”.

La connettività digitale dovrebbe essere un’opzione, non un obbligo.

La tecnologia digitale sta facendo sempre più presa, anno dopo anno, e allo stesso tempo le relazioni umane vengono minate. L’obsolescenza della nostra umanità viene programmata. L’uso diffuso del GPS ha ridotto il nostro senso dell’orientamento, le enciclopedie online stanno diminuendo la nostra capacità di memorizzazione, l’insegnamento basato sugli schermi abbassa il rendimento scolastico (secondo il rapporto PISA dell’OCSE), e l’intelligenza artificiale generativa o sintetica rischia di renderci inutili decidendo tutto per noi. L’ascesa dell’Internet delle Cose e dei Corpi (IoT & IoB), insieme ai progetti transumanisti per un’umanità “potenziata”, sono tutt’altro che rassicuranti. A poco a poco, stiamo diventando “foraggio di dati”, tracciati come merci o animali.Ogni pretesto – sicurezza, pandemie, terrorismo, abuso sui minori – viene usato per giustificare una sorveglianza e un controllo digitale sempre crescenti. La crescente centralizzazione dei nostri dati più personali in banche dati digitali è motivo di preoccupazione. Il passaporto biometrico e il Portafoglio di Identità Digitale aprono la strada a nuove forme di totalitarismo. La rete digitale non sta forse diventando la nostra prigione? Qualsiasi sistema interconnesso, centralizzato e obbligatorio, inoltre, non solo minaccia le libertà, ma comporta anche delle vulnerabilità.

La connettività è richiesta in quasi ogni aspetto della vita quotidiana: lavorare da remoto, ricevere un pacco, spedire una lettera, aprire la porta di un edificio, effettuare un’operazione bancaria, prenotare una visita medica o accedere ai servizi pubblici. Più recentemente, la soppressione dei biglietti ferroviari, la fine delle ricevute stampate, l’avvento della valuta digitale, fanno tutti parte di un processo che invia un flusso di informazioni a sistemi di archiviazione fuorvianti etichettati come “nuvola smaterializzata” che sono semplicemente dei centri di dati energivori che consumano acqua e invadono terreni agricoli su più continenti. La propaganda anti-cartaha plasmato le nostre menti a tal punto che crediamo in buona fede di agire nell’interesse del Pianeta ricevendo annunci online senza fine ed essendo automaticamente reindirizzati a piattaforme digitali, dimenticando nel frattempo l’enorme impronta ecologica che hanno la produzione e l’alimentazione dei dispositivi elettronici. La carta può essere riciclata sei volte, mentre un cosiddetto smartphone può a malapena essere riciclato! Vogliamo poter mantenere valuta fisica, assegni, biglietti del treno e del cinema, libri di testo e passaporti… su carta. Desideriamo preservare l’uso secolare di libri e documenti stampati, che sono stati il fondamento delle nostre civiltà, e mantenere il contatto umano. Siamo impegnati a mantenere una vera vita sociale senza smartphone.

In nome della comodità e del “progresso”, il mercato, guidato esclusivamente dal profitto a breve termine e cieco rispetto alle vulnerabilità comprovate dei bambini, sta spingendo l’innovazione tecnologica (come il 5G, e presto il 6G) e incoraggiando i clienti a cercare una connessione costante, manipolativa e che crea dipendenza. Alcuni affermano persino, cinicamente o ingenuamente, di servire in questo modo la “transizione ecologica”! Ma questa società iperconnessa di dipendenza e di controllo digitale, di fatto, è ecologicamente irresponsabile e insostenibile: perché sovraccaricare la rete elettrica con il rischio di blackout? Perché dovremmo sviluppare strumenti che esauriscono le risorse limitate del pianeta, inquinano e distruggono la biodiversità senza ridurre la nostra impronta di carbonio? Servono 183 chilogrammi di materie prime per produrre uno smartphone che pesa 170 grammi, e 32 chilogrammi per il circuito integrato di un microchip di 2 grammi. Possiamo accettare di deturpare il nostro pianeta per alimentare miliardi di dispositivi digitali? La guerra (globale) per metalli, terre rare e acqua è già iniziata; sempre più acqua sarà necessaria per fabbricare i nostri innumerevoli gadget digitali e raffreddare la proliferazione di data center e delle centrali nucleari.

Per avere comunicazioni sempre più veloci, reti di satelliti civili e militari ingombrano e danneggiano i cielicon detriti nonostante scienziati, astronomi e meteorologi abbiano lanciato l’allarme al riguardo. Noi vogliamo la PACE – e una maggiore saggezza nel mondo.

Il legame ben documentato tra la distruzione del pianeta e la perdita dei legami umani è vissuto come una catastrofe persino dalle generazioni più giovani, che sono le più connesse digitalmente. Questo disastro ci costringe a cambiare rotta: non è certo imponendo a tutti di sopravvivere e consumare tramite uno smartphone – o anche una connessione cablata – che salveremo l’umanità e il mondo vivente.

L’impatto della sovraesposizione agli schermi sulla salute mentale e fisica, sullo sviluppo e sul benessere emotivo di bambini e adolescenti è ben documentato. Sono loro i più vulnerabili agli effetti dannosi delle radiofrequenze senza fili e alla manipolazione dei social media.

Sul punto di essere imposta, la connettività universale può portare a discriminazione e disagio per coloro che sono colpiti da analfabetismo digitale, che non si sentono a proprio agio con Internet o che non vi hanno accesso, e per coloro che soffrono di sintomi di Ipersensibilità Elettromagnetica (EHS) o Sindrome da Radiazioni Elettromagnetiche (ERS), il cui numero è in costante aumento a causa dei sistemi di comunicazione senza fili e degli smart meter. Ridurre l’inquinamento elettromagnetico gioverebbe a tutti, comprese la fauna e la flora. Come nel caso dei pesticidi, dei neonicotinoidi, dei PFAS, degli interferenti endocrini, e di altri disturbi causati dalla nostra civiltà industriale, i problemi di salute associati alla radiazione a microonde pulsata che si accumula nel nostro ambiente sono deliberatamente sottostimati sotto la pressione delle lobby che seminano dubbi nonostante i numerosi solidi studi scientifici.

Gli attacchi informatici agli ospedali e il saccheggio dei dati sanitari aumenteranno in un interminabile gioco tra guardie e ladri. Dobbiamo finalmente accettare che non saremo mai pienamente protetti, nonostante la retorica rassicurante e interessata sulla sicurezza digitale.

La discriminazione colpisce le persone che:

– per consapevolezza ecologica rifiutano lo spreco energetico imposto dalla tecnologia digitale e l’obbligo di essere costantemente connessi;

– per consapevolezza economica rifiutano di acquistare dispositivi connessi ad alta tecnologia troppo rapidamente obsoleti e spesso inutili;

– per consapevolezza umanitaria rifiutano lo sfruttamento di lavoratori-clic impoveriti per arricchire i dati dell’IA e quello dei bambini nelle miniere di cobalto e terre rare iperinquinate in Congo e altrove, bambini che, lontano dai nostri occhi, stanno pagando un prezzo molto alto per il nostro comfort digitale;

– per consapevolezza politica resistono al controllo del Grande Fratello, all’estorsione del consenso, e agli eccessi della sorveglianza digitale di massa;

– a causa di una malattia ambientale rifiutano l’ubiquità dell’inquinamento elettromagnetico che mina i loro diritti fondamentali e la loro autonomia.

Il fascino per le tecnologie digitali che hanno i nostri rappresentanti eletti, i media e gran parte della popolazione ci ha accecati rispetto al suo potenziale devastante. Speriamo fortemente che ascoltino il nostro appello. Esiste la possibilità di ritrovare una vita desiderabile in un mondo vivibile. È semplice, economica e alla portata di tutti: è la libertà di SCELTA, ovvero di non connettersi o di disconnettersi. Questo passo indietro permetterebbe il ritorno della poesia, della convivialità e della coesione umana.

Prima che sia troppo tardi, è tempo di reclamare la nostra sovranità umanain un mondo saturo di tecnologia digitale, di allontanarci dall’assuefazione distruttiva nei confronti di un sistema economico fondato sull’estrazione intensiva delle risorse naturali e sulla produzione di rifiuti elettrici, e di abbracciare una vera sobrietà, iniziando con una drastica riduzione del nostro consumo digitale. Ciò riguarda la nostra salute fisica e mentale, il nostro libero arbitrio e la nostra capacità di discernimento – sempre più ridotti – così come il destino del nostro pianeta già malato.

C’è ancora tempo per tessere legami senza il filtro degli algoritmi e per reimparare l’autonomia umana. Si tratta di difendere le nostre libertà: difendere la nostra privacy, la protezione sociale, la salute, la qualità della vita e il riconoscimento delle minoranze. È anche un appello a riscattare la nostra immaginazione.

È tempo di completare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Rifiutiamo l’obbligo di essere connessi e la digitalizzazione della nostra vita sociale. Ci connetteremo quando e se, NOI, I CITTADINI, decideremo consapevolmente di farlo.In gioco vi sono lo spirito stesso della democrazia, il futuro delle nostre civiltà, e i valori di un nuovo umanesimo esteso a tutti gli esseri viventi.

Richiediamo l’istituzione di un DIRITTO UNIVERSALE E COSTITUZIONALE A ESSERE OFFLINE O ALLA DISCONNESSIONE.

Collectif nantais de veille citoyenne (CNVC) Nantes Citizens’ Watch Collective – dicembre 2025
https://internationaldisconnectionmanifesto.org/
https://internationaldisconnectionmanifesto.org/formulaire-form/
Per adesioni: colnantvigilcit@proton.me

(traduzione di Francesca Romana)

Avevo sentito il papa in televisione attaccare le donne come guerrafondaie per via dell’aborto. Si era appoggiato a Santa Teresa di Calcutta. Dall’attacco all’Irak, che ignorò milioni di pacifisti contrari in tutto il mondo, e dopo quello alla Libia di Gheddafi, che sino al giorno prima appariva nei media italiani come amico, sono diventata studiosa della difficile transizione ad una pratica politica di risoluzione pacifica dei conflitti nel mondo, già intrapresa con il femminismo. La Chiesa cattolica per molti aspetti valorizza una educazione umanitaria, la seguo con qualche speranza nei media, ma nei rapporti con le donne è regolarmente opprimente. Quando ho letto sull’Avvenire un articolo che riprendeva il nome della guerra legandolo all’aborto al link che segue

https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/aborto-il-nome-della-guerra-che-muoviamo-contro-noi-stessi_104046, ho voluto protestare perché della guerra vera le donne sono in più modi le principali vittime. Ho voluto parlare in nostro favore anche per noi stesse che ci muoviamo su fronti anche contrapposti nel prendere coscienza. Per questo con il sostegno della redazione pubblichiamo sia la lettera originale, che Avvenire ha pubblicato solo in parte e comunque in modo efficace, sia la versione riassunta con la risposta del giornalista, che si può leggere in calce.

Antonella Nappi

«Sono una lettrice di Avvenire. L’articolo di Roberto Colombo “Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio,mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo.

Noi donne di figli ne abbiamo messi al mondo tanti nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni per fare guerra agli altri ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti: le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere. È questo riconoscimento dell’autorità femminile che dà una misura al potere maschile e questo confronto con l’altro è un limite decisivo per permettere la pace anche con tutti gli altri.

Senza misura di sé e dell’altro che ha il suo piccolo potere, le fantasie di pace non hanno valore. La vita è molteplice e anche agguerrita, in natura, in tutte le sue forme. Senza educazione alla misura e alla contrattazione tra i propri bisogni e quelli degli altri non c’è equilibrio. Non si arriva alla pace.

Sì, tuteliamo la maternità con il disarmo unilaterale, con l’assegno di vitalità ad ogni bambino nato dalla donna che lo ha creato in nove mesi di gravidanza e amato e alimentato.

Parlate di “ingiustizia nel grembo materno” quando parlate di aborto, ma le donne sono persone, non macchine per la vita, anche la loro vita va tutelata, come la nostra legislazione fa permettendo l’interruzione di gravidanza in tempi in cui ancora non si profila la realizzazione della persona umana. Imporre la gravidanza è profittarsi delle donne, non dare loro dignità.

Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “noi” nella vita delle donne, non siete “noi”, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre. Ditevi l’altro potere e veniamo a patti. Ripartite finalmente da voi uomini nel rispetto dell’altro che può fare la pace, dal riconoscimento dell’autorità femminile. Parafrasando Colombo: se voi maschi non farete la guerra a chi vi è vicino, alle donne che vi danno la vita, saprete mettervi al servizio della pace anche con chi vi sta lontano.

Evitare il concepimento, indossare una protezione se la donna ti domanda effusioni sono misure necessarie. Ma anche: i figli devono essere voluti per farli. Non siamo in un pianeta quasi disabitato come alle origini; siamo in un pianeta molto popolato che ha necessità di condividere le risorse e preservarle dal dispendio. Siamo in un paese armato da tutte quelle armi che si sono sommate nella storia e oggi ci possono uccidere tutti. La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.

4 febbraio 2026

Antonella Nappi»

da Avvenire del 19 febbraio 2026

Sono una lettrice di Avvenire, l’articolo di Roberto Colombo “Se aborto è il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio, mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo. Noi donne ne abbiamo messi al mondo tanti di figli nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni a fare guerra ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti, le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere… Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “Noi” nella vita delle donne, non siete ‘noi’, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre… La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.

Antonella Nappi

Ringrazio la gentile lettrice di Avvenire per aver preso in considerazione il mio commento alle parole di Leone XIV pronunciate il 31 gennaio. Hanno maggior titolo del mio il Santo Padre e la Santa Teresa di Calcutta, di cui il papa ha citato la frase oggetto di critica, per rispondere alle osservazioni della professoressa Nappi. Da parte mia, solo una brevissima nota. Le parole «il più grande distruttore della pace è l’aborto» sono uscite dall’animo e dalla bocca di una donna, Teresa, non di un uomo. Una donna la cui esistenza si è consumata al servizio delle donne (e non solo dei maschi) più povere e abbandonate di Calcutta e dei loro figli e figlie. Un servizio umile e gratuito che ha restituito alle donne, nei gesti concreti più che nelle parole, quella dignità di «persone, non macchine per la vita» che la docente chiede giustamente che sia riconosciuta. Una dignità umana che possiede anche chi vive per nove mesi nel ventre della madre.

Roberto Colombo

(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2026)

Piove. Piove ancora e ancora.

A Niscemi, ormai, guardiamo la pioggia con infinita tristezza.

Il 25 gennaio abbiamo dovuto fare i conti con l’ennesima frana.

Nel 1997 alcune famiglie persero la casa e una chiesa del Settecento venne distrutta.

Oggi ci troviamo di nuovo davanti allo stesso fenomeno, allo stesso disastro ambientale.

Molte famiglie hanno perso la propria casa.

Millecinquecento persone sfollate hanno dovuto dire addio non solo a un’abitazione, ma alla loro storia personale.

Perché una casa non è solo un alloggio: ogni casa del quartiere Sante Croci era lì da secoli e custodiva la memoria di generazioni.

Abbiamo ascoltato il racconto di amici e parenti: uscire di casa per andare a lavorare e non poterci più tornare. Mai più.

Le case, con tutto ciò che contenevano, sono scivolate giù nella vallata.

Una frana enorme, alta 55 metri, che lentamente e angosciosamente continua a inghiottire altre abitazioni.

È una frana lenta.

Odia le cose, non le persone.

Continuo a ripetermi che nessuno si è fatto male.

Le cose sono cose, si possono ricomprare.

Le persone stanno bene, ed è questo che conta davvero.

Niscemi è stata solidale.

La Sicilia è Sicilia: qui non si lasciano soli amici e parenti.

Anche se il palazzetto dello sport è stato subito attrezzato come dormitorio e punto di ristoro, nessuno ci è andato.

Tutte le famiglie sfollate sono state accolte da amici e parenti.

È questo che ci ha uniti ancora di più, nel dolore e nel disagio di chi ha perso tutto.

Niscemi è triste.

Siamo tutti sfollati, anche chi, come me, abita nelle cosiddette zone “verdi”.

Abbiamo perso una parte della nostra identità.

Il centro storico, la piazza, il Belvedere: ogni giorno vivono sotto il pericolo del crollo.

E anche se non crolleranno, non saranno più gli stessi.

Non saranno più il luogo delle feste patronali, delle serate estive affollate da chi tornava dalla Germania per le vacanze.

La nostra gioventù, quel parcheggio dove una volta c’erano le giostre accanto a una chiesa già scomparsa, oggi non esiste più.

Resta una strada interrotta che porta al nulla.

Un vuoto che stringe il cuore.

Un vuoto che ci avvicina ai nostri compaesani che non hanno potuto salvare nulla: le foto di famiglia, il gioco preferito di un figlio, il vestito indossato in un giorno speciale.

Tutto finito in quel burrone.

Oppure chiuso dietro una porta serrata per sempre, senza sapere se e quando si potrà riaprire per recuperare qualcosa.

Niscemi guarda la pioggia cadere copiosa, come se volesse fermarsi solo dopo aver trascinato tutto giù nella vallata.

Siamo tutti uniti, nel silenzio e nel respiro sospeso, nella consapevolezza di aver perso una parte della nostra identità e della nostra storia.

Eleonora Pedilarco, amica delle Città Vicine e artista-pittrice dei sentimenti e dell’impegno sociale (ha lottato per impedire il MUOS a Niscemi e salvare la secolare sughereta dove sorge), nonché insegnante della prima infanzia, su richiesta di Anna Di Salvo ha scritto per noi questa testimonianza.

(www.libreriadelledonne.it, 19 febbraio 2026)

A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina. la guerra non è finita. È stata normalizzata. Non è più raccontata come emergenza, ma come condizione stabile del presente. Una guerra amministrata: con flussi di armi, dichiarazioni rituali, commemorazioni selettive e un linguaggio che separa ciò che è dicibile da ciò che deve restare impensabile. La responsabilità dell’aggressione russa è un fatto politico e giuridico chiaro. Ma fermarsi a questo significa accettare una narrazione che assolve il resto.

Perché, dopo quattro anni, la pace non è mai stata costruita come possibilità reale?

Nel discorso dominante occidentale, la guerra in Ucraina è diventata il paradigma della guerra combattuta in nome dei valori, della democrazia, dell’ordine internazionale. Ma proprio questa retorica ha permesso di sostituire la politica con la militarizzazione, la diplomazia con la deterrenza, la pace con una promessa sempre rinviata. La guerra viene sostenuta, resa sostenibile e prolungata mentre i costi reali vengono scaricati sui corpi, sulle vite quotidiane, sulle relazioni sociali di chi la abita.

Questa struttura discorsiva è la stessa che si riproduce in Palestina, dove la violenza coloniale e genocidaria viene giustificata come autodifesa; la stessa che agisce nel racconto dell’Iran, ridotto a minaccia astratta mentre vengono cancellate le lotte delle donne e dei movimenti che lo attraversano. Cambiano i contesti, ma la struttura e identica: alcune vite sono narrate come degne di protezione, altre come sacrificabili; alcune violenze sono chiamate crimini, altre necessità strategiche.

Si tratta di una logica selettiva che invoca il diritto internazionale quando serve, lo sospende quando ostacola; difende la sovranità di alcuni popoli, ne nega l’esistenza ad altri; parla di pace solo dopo aver reso la guerra irreversibile. In questo schema, la pace e una parola svuotata, buona per i discorsi, non per le decisioni.

Noi rifiutiamo questa narrazione, rifiutiamo l’idea che la guerra sia uno strumento inevitabile di governo del mondo. Rifiutiamo la separazione tra conflitti “giusti” e conflitti “indicibili”. Rifiutiamo che la pace venga trattata come una concessione all’aggressore invece che come una responsabilità collettiva.

A quattro anni dall’inizio del conflitto In Ucraina – e mentre tanti altri proseguono in altre parti del mondo – non si può lasciare che la guerra continui a governare il presente. Serve costruire disarmo, verità e responsabilità, sottraendo la politica alla logica della morte amministrata e restituendo centralità alla vita, ai corpi e alle relazioni.

Martedì 24 febbraio dalle 17.00 alle 19.00 il Presidio Donne per la Pace sarà in piazza Massimo.

UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily-Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento -Donne del Circolo Laudato si’.

https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo/61575679581058/?_rdrhttps://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/-

(Pressenza, 18 febbraio 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/02/fuori-la-guerra-dalla-storia-quattro-anni-dopo/)

La violenza contro le donne resta ancora, nella maggior parte dei casi, IMPRESENTABILE.

Non c’è bisogno di arrivare alla questione del “consenso”, introdotto nel ddl Buongiorno, per sapere che sono le donne, per il pregiudizio atavico della ideologia patriarcale, a dover dimostrare che non “se la sono cercata”, che non sono state loro a “dare corpo” alla sessualità dell’uomo.

Di fronte alla violenza maschile in tutte le sue forme, invisibili – molestie sessuali, condizionamenti psicologici, ricatti lavorativi, dipendenza economica, ecc. – e manifeste – stupro, maltrattamenti, tentato femminicidio, segregazione, ecc. – sappiamo bene quanto sia difficile per una donna darne testimonianza pubblica, o arrivare alla denuncia. Quanto conta la paura della ritorsione vendicativa da parte dell’aggressore e quanto invece quella di dover affrontare una legge improntata da millenni allo stesso sessismo per cui si chiede giustizia? Quanto fanno da freno rapporti con datori di lavoro, legami affettivi con un familiare, l’idea di una “colpevolezza” già inscritta in un corpo identificato con la sessualità, la “caduta”, il “peccato”? Quanto è più difficile alzare la propria voce contro una aggressione sessista per la donna che, essendo conosciuta pubblicamente, sa di sollevare pettegolezzi, voyeurismo, spettacolarità, curiosità e dubbi sulla sua condotta?

Se il Me-too si è alzato all’improvviso e ingrossato rapidamente come l’onda anomala di un tifone marino, è perché era già il fondamento traballante, il “mare ribollente” di un vissuto quotidiano impossibile da “nominare”.

Per questo è importante che, oltre a manifestare e opporsi a leggi che rafforzano paure e silenzi, si torni a indagare fin dalle sue origini la cultura patriarcale, inscritta nelle istituzioni, nei poteri, saperi e linguaggi della sfera pubblica, e purtroppo anche “nell’oscurità dei corpi”, come dice Pierre Bourdieu. È da lì che va snidata per evitare che la vittima diventi col suo silenzio, forzatamente e suo malgrado, complice dell’aggressore.

“Non sei sola” deve voler dire che, oltre a contare sulla solidarietà di tante altre donne, si può fare riferimento a teorie e pratiche di un movimento di liberazione dal dominio maschile, la cui voce è diventata ormai incancellabile dal dibattito culturale e politico.

(Comune-info, 17 febbraio 2026)

Nella sede della “Società di Storia patria” esponenti dei vari gruppi femministi catanesi hanno presentato il libro Corpi e parole di donne per la pace, Navarra editore, curato da Mariella Pasinati. Il testo racconta l’esperienza di Palermo dove, allo scoppio della guerra in Ucraina, femministe dai differenti percorsi e pratiche – sulla spinta della “Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale Udi Palermo” – hanno deciso di tenere, una volta a settimana ai piedi del monumento ai caduti, un presidio permanente per invocare la pace e per elaborare pensieri e pratiche di pace. Un presidio che continua tutt’ora e che ha prodotto incontri, riflessioni, documenti, volantini, rappresentazioni artistiche e soprattutto una rete di relazione con donne pacifiste di tutta Italia. Donne talvolta in conflitto tra loro, anche sul tema della difesa del proprio territorio, ma unite dalla fedeltà al proprio genere e alla politica e alla pratica della differenza femminista che, tra l’altro, prevede la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la capacità di mediare, e mai con l’uso della violenza.

Donne per la pace che, come ha sottolineato Mirella Clausi, sono consapevoli della loro specificità anche rispetto ai maschi pacifisti che partono da un approccio geo-politico, mentre loro partono dai propri corpi che creano la vita – corpi troppo spesso oggetto di violenza – e dalla consapevolezza che la guerra è solo terribile strage e distruzione di tutto. Anche se oggi molte donne sono arrivate al potere e lo gestiscono secondo logiche maschili improntate al nazionalismo con l’accaparramento delle risorse e le gerarchie che questo implica, come denuncia Pina Mandolfo. Contro la logica di guerra queste femministe hanno scritto, in relazione con i gruppi di tutta Italia, una “Carta per l’impegno per un mondo disarmato” che punta sulla smilitarizzazione del pensiero e del linguaggio e sull’educazione basata sui principi pedagogici di Maria Montessori. Perché la guerra comincia prima, attraverso l’educazione alla competizione e la costruzione del nemico. Di qui – come ribadisce Giusi Milazzo – l’importanza della scuola, della storia e della memoria delle antenate pacifiste.

Queste donne sono convinte che se gli uomini potessero abituarsi a creare sfogando la loro aggressività nella creazione il mondo potrebbe cambiare. Da loro, con le parole della filosofa Luisa Muraro, la ricetta che prevede «quanto basta per combattere senza odiare, quanto basta per disfare senza distruggere, quanto basta per lottare senza farsi distruggere». E, su tutte, una parola d’ordine: «Fuori la guerra dalla storia». La Carta sarà presentata a Roma a fine mese. Intanto le donne per la pace hanno cominciato a tessere, ognuna nei propri contesti, un grande arazzo che porteranno in piazza in ognuna delle loro iniziative, un lavoro di tessitura artistico-artigianale che simboleggia la possibilità di ricomporre le ferite e le lacerazioni. Un telo protettivo che a settembre sarà portato e steso a Gibellina.

(La Sicilia, 17 febbraio 2026)

Il 15 febbraio del 1996, appena trent’anni fa, venne approvata la legge “Norme contro la violenza sessuale” che dopo quasi vent’anni e sei legislature riconosceva la violenza sessuale non più come un reato contro la morale e il buon costume, ma come un delitto contro la persona. Le donne cominciarono dunque ad essere al centro degli interessi legislativi come soggetti di diritto, al posto della difesa dell’istituzione familiare, del buon costume, della morale pubblica e, in definitiva, della proprietà maschile.

La modifica del Codice penale arrivò a conclusione di uno degli iter parlamentari più lunghi e difficili della storia della legislazione italiana, che accese discussioni e dibattiti dalla fine degli anni Settanta fino alla metà inoltrata degli anni Novanta, e che divise in modo aspro il movimento femminista. Ma prima che giudici e deputati si pronunciassero furono proprio i collettivi femministi a occuparsi della questione, dopo anni trascorsi a fianco delle vittime di violenza nei tribunali, nei centri antiviolenza autogestiti, che nacquero proprio in quel periodo, e nelle piazze. Facendo uscire dall’invisibilità la questione della violenza maschile e presentando infine, nel 1980, una legge di iniziativa popolare.

Dopo anni di lotta per il diritto all’aborto il tema della violenza, fino a quel momento negato o sottovalutato dall’opinione pubblica, dai partiti e dalle istituzioni, entrò nell’orizzonte politico dei femminismi nei primi anni Settanta. Nel 1975 il “massacro del Circeo” divenne uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti della storia d’Italia di quegli anni. L’anno dopo a Verona si tenne un importante processo per stupro. Nel 1978 vi fu il processo di Latina poi trasmesso dalla Rai, che ebbe un’enorme risonanza mediatica e fu seguito da circa nove milioni di telespettatori. Nel mezzo ve ne furono altri ancora.

Ciò che li accomunava tutti era una nuova pratica avviata dai femminismi: la cosiddetta “politica dei processi”. Le femministe cominciarono cioè a occupare le strade, le piazze e le aule di tribunale a fianco delle donne stuprate, riuscendo a farsi riconoscere come parte civile e decidendo di conseguenza di trasformarsi in associazioni riconosciute, superando il loro carattere informale e accettando in qualche modo di misurarsi con le istituzioni.

Fu in questo periodo che in Italia nacquero i primi centri antiviolenza autogestiti. Nel 1979 il Movimento di Liberazione della Donna (Mld), inizialmente federato al Partito Radicale, fondò nel palazzo occupato di via del Governo Vecchio a Roma il Centro contro la violenza sulle donne, su ispirazione dei cosiddetti “rape center” già presenti negli Stati Uniti e in Inghilterra, che alcune attiviste avevano visitato.

Il Centro si fece carico di accogliere le tante donne che arrivavano a chiedere aiuto: ciò che le donne del collettivo offrivano era assistenza medica, legale, psicologica, spesso ospitalità nelle proprie case, ma al di fuori di una logica puramente assistenziale e di servizio. Piuttosto, con un obiettivo ampio e radicale: trasformare lo stupro e la violenza domestica in questioni politiche di fronte all’immobilità dei partiti e «di tutta la sinistra che è capace solo di farci dei bei funerali quando crepiamo violentate», come scrisse l’Mld in un bollettino del 1976.

Nel tentativo di capire la realtà del problema le femministe del Centro diffusero un questionario tra mille donne nei supermercati, al mercato o all’uscita dalle scuole. Attraverso le testimonianze raccolte con i questionari, presso il Centro e nelle aule di tribunale cominciarono a definire i contorni di una realtà fino a quel momento fumosa. Emerse che la maggior parte delle violenze non avveniva nello spazio pubblico, ma nelle case, in famiglia, al lavoro. Si identificarono le responsabilità della polizia e dei giudici, facendo emergere la violenza che le donne subivano in un secondo momento (e spesso ancora subiscono) nelle aule di tribunale passando dall’essere accusatrici ad accusate. Si inquadrò lo stupro non come un atto sessuale, ma come un atto di controllo e potere quotidiano, strutturale e trasversale. E si rivendicò la normalità dello stupratore: non un malato, non un mostro o un maniaco, ma un uomo, il figlio sano, così diceva lo slogan, del patriarcato.

Le conclusioni a cui le femministe arrivarono svelarono una situazione così drammatica da far ritenere che determinate norme del Codice penale dovessero essere riviste. Nei codici le donne erano considerate solo come mogli, madri, figlie e mai come soggetti di diritto: «Le leggi attuali servono soltanto a garantire agli uomini, ai padri, ai mariti, ai fratelli, che le loro figlie, mogli, sorelle sono loro esclusiva proprietà e che non possono essere impunemente usate da nessun altro», scrissero sempre le donne dell’Mld.

Il Codice penale in vigore, il Codice Rocco, promulgato durante il fascismo, considerava la “violenza carnale” come un reato contro la moralità pubblica e il buon costume. Imponeva la querela di parte, la non procedibilità d’ufficio dunque, e la pena prevista andava dai tre ai dieci anni. E distingueva tra “violenza carnale” e “atti di libidine violenta”, espressione nella quale erano compresi gli atti sessuali senza penetrazione, puniti con pene più leggere. Il Codice Rocco infine, pur riconoscendo il reato di rapimento a fini di matrimonio o libidine, prevedeva una clausola di estinzione in caso di successive nozze che sarebbero andate a ripristinare l’ordine sociale.

Questo inquadramento rendeva necessario verificare se ci fosse stata o meno penetrazione, e in quali forme. E nel caso di “congiunzione carnale” doveva essere provato che ci fosse stata violenza, che non ci fosse stata provocazione da parte della donna e che il corpo di lei ne portasse i segni. In questa prospettiva l’eventuale violenza carnale esercitata dal marito sulla moglie non era considerata un reato, risultando l’atto sessuale un “diritto” acquisito con il matrimonio.

Già allora le vittime non denunciavano quasi mai le violenze subite: perché sapevano che sul banco degli imputati ci sarebbero finite loro, che la loro condotta pregressa sarebbe stata minuziosamente inquisita e i loro organi genitali ispezionati. Non denunciavano a causa delle frequenti minacce degli aggressori, che la querela di parte innescava, e perché sulle vittime, nonostante fossero vittime, pesava lo stigma del disonore.

Per superare tutto questo l’Mld cominciò dunque a lavorare a un progetto di legge di iniziativa popolare per cui raccogliere 50mila firme, discutendone anche agli incontri femministi che in quegli anni si svolsero in Europa con centinaia di donne di ogni paese. La proposta fu poi fatta propria da buona parte del movimento e per sostenerla si costituirono centinaia di comitati promotori in tutta Italia.

Le femministe chiedevano che lo stupro fosse considerato un reato contro la persona e non contro la morale, l’equiparazione di violenza sessuale e carnale, l’eliminazione delle attenuanti, la procedibilità d’ufficio, l’estensione del reato anche all’interno del rapporto coniugale, la possibilità per le associazioni delle donne di costituirsi parte civile. Chiedevano anche processi per direttissima (più rapidi perché non prevedono l’udienza preliminare), dibattimenti a porte aperte con il consenso della vittima, una linea telefonica di emergenza attiva 24 ore su 24 per la violenza domestica e che lo stato fornisse case per creare rifugi per le donne vittime di violenza.

L’adesione superò le aspettative e nel marzo del 1980, con 300mila firme, il progetto di legge venne presentato al parlamento. Ma aprì, all’interno del movimento femminista, un conflitto soprattutto tra i gruppi più radicali, che non avevano fiducia né nel diritto né nelle istituzioni quali massime espressioni della cultura maschile: consideravano la procedibilità d’ufficio come una nuova imposizione alla vittima, la richiesta di potersi costituire parte civile come una sorta di assenso alla rappresentanza politica e pensavano che le donne, non essendo né un ceto, né una classe sociale, non potessero trovare una risposta univoca nelle norme.

A quel punto la violenza sessuale era entrata nel dibattito, sui quotidiani, in TV, nelle discussioni dei partiti e dei sindacati. E portò all’inizio di un iter che durò quasi vent’anni.

Alla fine degli anni Settanta comunisti, democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici e missini depositarono le loro proposte. Tutte concordavano sulla necessità di una modifica del Codice penale, ma alcune erano repressive, come quella dell’MSI, altre erano repressive e preventive insieme, come quella dei democristiani che dichiararono guerra alla pornografia. Quelle dei comunisti e dei socialdemocratici erano invece orientate alla tutela della libertà delle donne e quella dei socialisti guidati da Maria Magnani Noya, avvocata molto presente durante i processi per stupro degli anni Settanta, era la più vicina alle istanze del femminismo e l’unica che proponeva di spostare il reato di stupro nel capitolo dei delitti contro la persona. Quasi tutti i partiti scelsero comunque di non esplicitare il riferimento al consenso e di lasciare il concetto di costrizione e minaccia: questione ancora oggi in discussione.

Questo fu comunque solo l’inizio. Poi passarono altre cinque legislature, un tempo durante il quale vennero presentate molte altre proposte di legge, e un tempo in cui si tentò di nuovo di affermare che stuprare una donna fosse soltanto un’offesa alla morale. Di fronte a questo immobilismo, nel 1995 le parlamentari decisero di incontrarsi, discutere e confrontarsi al di fuori delle discipline partitiche per scrivere un testo comune e condiviso. Aderirono 74 parlamentari su 88. Il 23 maggio del 1995 la proposta di legge (firmata in ordine alfabetico da tutte loro per sottolineare l’elaborazione comune) venne consegnata alla Camera. Fu definitivamente approvata il 14 febbraio del 1996 e pubblicata l’indomani.

(ilpost.it, 15 febbraio 2026)

Nei giorni in cui il ciclone Harry devastava le coste della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, dieci barche cariche di uomini, donne, bambine e bambini, erano state messe in mare, con la forza, dai trafficanti. Su quelle barche viaggiava una massa umana, travolta dalla furia del ciclone e inghiottita dal mare. Era partita da un porto della Tunisia, Sfax. Era diretta in Sicilia non per invaderci, per “islamizzarci” e realizzare la “sostituzione etnica”, ma per fuggire da fame, guerre, torture, miseria, povertà, persecuzioni, col sogno di “rifarsi una vita” altrove, in un paese accogliente, libero e democratico. Un altrove che da dieci anni a questa parte è stato bombardato, deriso, beffeggiato, manipolato, e che oggi con questa destra al potere sarebbe perduto per sempre se non fosse per le donne e gli uomini che resistono e tengono aperta la porta, come a Riace tornata a nuova vita con Mimmo Lucano sindaco. Quell’altrove è la nostra umanità verso altri esseri umani, è l’accoglienza per i vivi e la pietà per i morti, per i tanti lasciati annegare in quel mare trasformato da ponte tra culture in un cimitero sottomarino che cresce di giorno in giorno. Un cimitero su cui grava l’oblio colpevole di chi ha creato le condizioni affinché i naufragi si moltiplicassero e meno migranti arrivassero sulle nostre coste e in Europa. A costoro non interessa perché i naufragi si moltiplicano, dove e come vivono le/i migranti che non partono, ma sono tutti impegnati a lasciarli morire in mare per dissuaderli a partire e a progettare prigioni per chi arriva e respingimenti, “remigrazione” la chiamano. Tutto frutto di dieci anni di politiche migratorie volte ad alzare muri, a fare accordi che legittimano le violenze e le torture nei lager libici, a delegittimare le Ong che salvano vite, a tenerle lontane dalle barche che affondano, mandandole per lo sbarco in porti lontani. Se arriverà in porto il blocco navale, annunciato dal governo con il suo disegno di legge “antimmigrazione”, sarà eliminato qualsiasi intervento di salvataggio delle Ong. E così le barche continueranno ad arrivare e i naufragi ad aumentare.

Torno al grande naufragio nei giorni del ciclone Harry. Si parla di mille dispersi, la cui colpa grava su chi non li ha soccorsi o fatti soccorrere. Nulla sappiamo di quei morti annegati, di quei corpi, di quei visi scomparsi per sempre. Nessuno ci racconterà la storia, la vita, i dolori e le speranze di ognuna e ognuno di loro. Nulla sappiamo della paura, della disperazione, del dramma delle madri inabissate con le loro creature strette al seno. Nulla sappiamo delle bambine e dei bambini a cui è stato rubato il futuro, come ai 20.000 di Gaza, vittime innocenti di genocidio. L’unico superstite di quel naufragio ha raccontato, ancora sotto choc, che sulla sua barca erano in cinquantuno. Era rimasto aggrappato a un pezzo del barcone in balia delle onde per ventiquattro ore. Ha visto scomparire tra le onde tutti i suoi compagni di viaggio. Per due giorni erano rimasti in balia del mare con onde alte sette metri. Due giorni, una notte, un’alba e nessuno intorno a loro a salvarli. Le Ong tenute lontane. I soccorritori arrivati quando ormai la tragedia si era consumata, come per la strage di Cutro. Qualche giorno prima una donna arrivata a Lampedusa con altre sessantun persone aveva raccontato di aver perso in mare, durante la traversata dalla Tunisia, le sue due gemelline di appena un anno. Nessuno, se non quella madre, ha pianto per loro. Nessuno ha pianto per i mille morti. Il silenzio è calato su di loro. Un silenzio di indifferenza, complicità e disumanità in cui si avvitano sempre più l’Europa e l’Italia. Se non si arresta la deriva verso cui stanno spingendo l’umanità, prima o poi, anche in questa parte di oltre Oceano vedremo scene come quelle che abbiamo visto a Minneapolis di caccia all’emigrato casa per casa, di arresti di bambine all’uscita di scuola e di uccisioni impunite per strada.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 febbraio 2026)

No Good Man della regista afghana, ambientato nella Kabul del 2021, ha inaugurato la Berlinale: «Siamo vittime di un patriarcato feroce che ci ha rese più forti»

È il film che non ti aspetti di vedere e che offre una prospettiva inedita su un Paese e le donne che lo abitano. A inaugurare ieri la 76ª edizione della Berlinale è arrivato infatti No Good Man, scritto e diretto dalla regista afghana Shahrbanoo Sadat, al suo terzo film dietro la macchina da presa, che ci immerge nella Kabul del 2021, alla vigilia del ritiro delle ultime truppe statunitensi e del ritorno dei talebani e del terrore. È proprio quando sembra che le donne siano sulla strada giusta per combattere le limitazioni imposte da un regine retrogrado e patriarcale e per cominciare ad avere ruoli più rilevanti nella società, che ha inizio la storia di Naru, l’unica camera-woman della principale emittente televisiva del Paese: ha lasciato un marito che non la rispettava, lotta per la custodia del figlio di tre anni e aspira a una carriera nel mondo delle news, lontana da irritanti programmi dedicati al pubblico femminile. Convinta che non esista un brav’uomo in tutto l’Afghanistan, Naru deve ricredersi quando incontra Qodrat, il più importante giornalista di Kabul TV, che non solo le offre una preziosa opportunità professionale consentendole di filmare gli ultimi giorni di libertà della città già sotto attacco dei talebani, ma condividendo con lei anche i propri successi. E poi ci si mettono i sentimenti a rendere tutto ancora più affascinante e complicato.

Si ride e ci si commuove nel film, che ha il grande merito di offrire uno sguardo fuori dagli schemi su una popolazione massacrata da guerre e dittature, mescolando generi e umori, raccontando la nascita di un amore, rendendo omaggio al difficile mestiere dei giornalisti, tra le prime vittime dei regimi, e denunciando, soprattutto nella seconda parte, la drammatica condizione socio-politica del Paese.

«Definirei il film una commedia romantico-politica», dice la regista che nel 2021, proprio come la protagonista, viene evacuata dal Paese con uno dei pochi aerei in partenza da Kabul per l’Europa, trovando una nuova casa in Germania. Ed è proprio in Germania che è stato realizzato il film (impossibile ovviamente girarlo in Afghanistan), interpretato dalla stessa regista con Anwar Hashimi, e coprodotto da Germania, Afghanistan, Danimarca, Norvegia, Francia.

L’idea del film è nata prima del ritorno dei Talebani. «Nel 2019 – dice la regista – ho cominciato a ragionare sul mio desiderio di fare un film che avesse a che fare con la mia vita quotidiana a Kabul. Fino a quel momento avevo sempre evitato di raccontare le donne, ma mi sembrava arrivato il momento di mettere in scena personaggi femminili che riconoscevo e capivo, uscendo dallo stereotipo narrativo che vuole il paese raccontato solo attraverso il dramma bellico. Nel ventennio della cosiddetta “democrazia”, sebbene il livello di corruzione fosse altissimo e molto denaro si fosse volatilizzato prima di raggiungere il mondo femminile, in Afghanistan le donne avevano fatto passi avanti in quando a diritti, anche grazie a istituzioni, ambasciate, festival di cinema, teatro, concerti, conferenze e seminari. La mia protagonista è una donna che lavora, economicamente indipendente, professionalmente ambiziosa. Vive nel centro di Kabul, ha voce e un grande senso dell’umorismo. Volevo insomma raccontare il Paese reale, che nei media è sottorappresentato e vittima di molti cliché».

Gli elementi autobiografici non mancano: «Racconto solo storie che conosco, la rabbia e la frustrazione di Naru sono le mie. Anch’io ho lavorato nei media, ho la lingua abbastanza lunga da cacciarmi nei guai e odio i programmi di cucina ritenuti i più adatti al pubblico femminile. Attraverso di lei spero di raccontare le donne che in Afghanistan sono vittime di un patriarcato insopportabile, il cui unico merito è quello di averci reso ancora più forti e determinate. A vent’anni ero sinceramente convinta che non ci fossero bravi uomini nel mio Paese, ma poi anche io ne ho incontrato uno. In realtà ce ne sono, eccome, ma dovrebbero essere di più. Quindi questo film è anche per loro».

Uno degli aspetti più interessanti del film è dunque il suo sottrarsi alle aspettative di chi immagina solo un paese triste attraversato da donne in burqa. «Se devo essere sincera, non mi sono mai veramente sentita rappresentata dai film sull’Afghanistan, per questo volevo realizzare una commedia romantica. Il rischio è infatti quello di de-umanizzare gli afgani rendendoli monodimensionali, privandoli della possibilità di essere raccontati nella loro complessità, anche attraverso la leggerezza e l’umorismo e non solo da film di guerra e drammi politici. Il mondo che ho rappresentato è quello dei giornalisti, quindi parliamo di una classe medio-alta, che sorprendentemente per il pubblico europeo e americano conduce una vita vicina a quella occidentale. Persone reali, non frutto della mia immaginazione. In Afghanistan non ci sarà un’industria cinematografica, ma di certo esistono tanti cineasti che hanno voglia di raccontare la realtà del Paese». Ma la regista ci tiene anche a precisare: «Non sono d’accordo però con chi tende a idealizzare la situazione precedente al 2021. Patriarcato e sessismo non sono mai scomparsi e molte donne, me inclusa, li hanno subiti non solo nella società, ma anche all’interno della propria famiglia e negli ambiti professionali».

Ci sono voluti tre anni di intenso lavoro, dodici versioni della sceneggiatura e una lunga preparazione sul campo per realizzare il film: «Ho riattraversato una lunga serie di traumi personali e collettivi e non ho mai pianto così tanto nella mia vita come durante la preparazione di No Good Man».

Si è dunque alzato il sipario su una edizione della Berlinale – per la seconda volta diretta da Trincia Tuttle che rivendica il ruolo del festival in un mondo sempre più polarizzato, dove la libertà artistica è sotto attacco – destinata a toccare i nervi scoperti di un presente teso e turbolento. […]

Durante la cerimonia inaugurale di ieri sera anche il premio alla carriera all’attrice malese Michelle Yeoh, premio Oscar 2023 per Everything, Everywhere, All at Once e icona del cinema d’azione asiatico.

(Avvenire, 13 febbraio 2026)

11 febbraio, ore 21. A Milano, all’Anteo Citylife, la sala più grande è gremita. Oltre centoventi sale lo sono, in tutta Italia, per assistere in simultanea alla proiezione del documentario Disunited Nations, girato da Christophe Cotteret per l’emittente pubblica franco-tedesca ARTE, e disponibile sul canale youtube ARTE.tv Documentary, ma solo fino al 16 marzo prossimo.

Davvero un nuovo tipodi resistenza alla dismisura del male: alcune decine di migliaia di persone, unite in una sorta di immobile corteo cognitivo dalle Alpi alla Sicilia, a guardare con i loro occhi e ascoltare con le loro orecchie immagini e voci di quella «enorme frattura dell’ordine morale del mondo» (Didier Fassin, La filosofia di fronte al genocidio, Cronopio 2025) che è indissociabile dal destino della Palestina: la crisi dell’Onu. «Colpito al cuore», e non solo dalle inaudite sanzioni e minacce personali emesse a carico di alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del diritto internazionale vigente (come Karim Khan, il procuratore in capo della Corte penale internazionale, che in una scena indimenticabile del film ascolta un’intervistatrice scandire le ingiunzioni provenienti da un gruppo di membri del senato statunitense, con a capo il segretario di stato Marco Rubio: «Colpisci Israele, e noi colpiremo te»).

«Colpito al cuore», l’Onu, precisamente da quel “sistema” di attiva complicità e passivo consenso tramite il quale i leader della minoranza di Stati che siedono in permanenza nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite decidono il destino del mondo, contro l’immensa maggioranza dei 193 stati rappresentati all’Assemblea generale.

Quel «sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile», per usare le parole di Francesca Albanese – limpidissime – pronunciate pochi giorni fa a Doha e che esprimono al meglio anche il tema del documentario, sdipanato in una sequela di immagini, volti, parole – luminose o atroci – dei protagonisti e delle vittime della tragedia dai suoi inizi al suo indicibile compimento. Quel “sistema” che è anche al centro dell’ultimo rapporto della relatrice speciale per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, quello che aveva scatenato la fatwa di Marco Rubio anche nei suoi confronti.

Quel “sistema” è lo stesso che vediamo in azione nei momenti cruciali del film, lo stesso analizzato negli ormai innumerevoli dei rapporti di tutte le istituzioni che l’umanità si è data per vincolare l’arbitrio dei potenti, adeguare il controllo pubblico all’enormità dei poteri e interessi privati, estrarre tutta la verità disperata che grida vendetta al cielo dagli schermi dei nostri smartphone, e che gli algoritmi oscurano nell’infosfera.

Di queste istituzioni nate per salvare la nostra umanità dalla nostra ferocia, la più grande, l’Onu, oggi fa due cose. Muore. E mentre muore, lancia, attraverso i suoi organi di conoscenza e quelli di giurisdizione, un fiotto di luce mai visto prima sulla verità, perché non si cancelli l’evidenza di questa «rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945» (Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, 2025). È il “paradosso dell’Onu”, che il film insegue dal primo all’ultimo fotogramma: l’Onu che gestisce le conseguenze dei disastri politici, ma è incapace di prevenirli. L’Onu, nato con la partizione della Palestina, morirà con lei?

È questa la domanda fondamentale che il film pone e che crescerà nelle nostre menti: con il pensiero che sì, quel “sistema” che sta uccidendo il solo presidio legale della nostra fragile umanità, di questa umanità è nemico, come Francesca Albanese ha detto.

E voi, ministri di una politica europea che non sappiamo se più cieca o più ferina, voi non chiedete semplicemente ai funzionari dell’umanità di dimettersi e all’Onu di suicidarsi. Lo hanno fatto mercoledì la Francia, e ieri la Germania: entrambi hanno annunciato la prossima richiesta al Consiglio Onu per i diritti umani, il licenziamento di Albanese, accusandola di dichiarazioni peraltro non pronunciate.

Chiedete a tutti noi che non abbiamo voce di dimetterci dall’esercizio della ragione, dell’indignazione e dell’umana pietà. Sarà più onesta, la vostra infamia.

(il manifesto, 13 febbraio 2026)

In un contesto già genocidario

“Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza”. Così si intitolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su Avvenire (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza/). E bisogna specificare: nella nuova Gaza del “Board of Peace”. Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo: uno scempio ambientale permanente, una scelta devastante per la nostra umanità.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura. È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso. Come esortano alcuni compagni in lotta per il posto di lavoro, la loro dignità e la salvaguardia dell’ambiente, la nostra parola d’ordine dev’essere INSORGIAMO!

Non dobbiamo permettergli una tale mostruosità.

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro dell’Elfo a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele-Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Per aderire: maiindifferenti6@gmail.com

Vorremmo che questo appello per l’umanità non si concludesse con la semplice pubblicazione su [qualche] sito […]. Al contrario, vorremmo che a partire da tale testo si aprisse una riflessione sul senso dell’umano, del sacro, sul senso di pietas che albergano in ogni persona degna, con contributi scritti e momenti di incontro-confronto. E vorremmo che attraverso questa riflessione trovassimo insieme, pur nella propria specificità e grazie alla propria specificità, la strada per opporci all’urto tremendo della violenza scatenata dai poteri contro chi non vuole arrendersi alla logica della prevaricazione e della guerra.

(Pressenza, 10 febbraio 2026)