Di Han Kang, a cui nel 2024 è stato conferito meritatamente il Premio Nobel per la letteratura, si conosce da tempo l’ostinata capacità di sviscerare le pieghe più minute della sofferenza umana e di indagare le sottili sfumature dei sentimenti che si accompagnano al dolore sia nella sua configurazione soggettiva sia nella sua rappresentazione esteriore.

“La vegetariana”, ad esempio, il primo romanzo pubblicato in traduzione italiana da Adelphi nel 2016, seguiva la genesi e la progressione della solitudine di una donna nella cornice di una vicenda familiare del tutto ordinaria. Il dramma della protagonista non aveva tinte forti ma i gesti che l’accompagnavano e le azioni di resilienza con cui essa si difendeva dall’oppressione di chi le viveva accanto avevano qualcosa di altamente icastico che si imprimeva nella visione che il lettore aveva di quella vicenda.

La stessa straordinaria visionarietà caratterizza “Non dico addio”, di cui sono protagoniste due donne di mezza età, amiche fin dagli anni giovanili, che conducono vite solitarie nella ripetizione di una gestualità quotidiana che si rivela un blando antidoto a una sofferenza profonda. Fin dalle prime pagine del romanzo si capisce che entrambe si sentono schiacciate da un senso di perdita, di mancanza, afflitte da una ferita che né l’amicizia, né i tentativi di dare un ordine alle proprie vite riescono a rimarginare.

Di Gyeong-ha, la voce narrante, veniamo a sapere che era redattrice di una rivista che si avvaleva della collaborazione di fotografi esterni. Fu così che Gyeong-ha conobbe In-seon, che per alcuni anni collaborò stabilmente con lei nella realizzazione di numerosi articoli e reportage.

Ma poi la collaborazione cessò, l’amica fotografa si ritirò sull’isola di Jeju, per accudire la madre anziana.

Gyeong-ha diede anch’essa un taglio netto alla sua vita precedente fatta di lavoro e famiglia, per chiudersi in una dimensione solitaria, in una sorta di ritiro consapevole e sofferto dalla vita.

E qui, nella vigile disperazione di un’esistenza spogliata di qualsiasi aspettativa, ridotta alla mera sopravvivenza, si consuma l’infelicità senza desideri della protagonista.

«Tra me e il mondo si è instaurata una desolante linea di confine», afferma e si chiede: «Quando aveva cominciato a sgretolarsi tutto? Quale era stato l’istante della biforcazione? Quale il punto di svolta, la crepa, la frattura?»

Si viene a sapere quasi di sfuggita che Gyeong-ha ha pubblicato un libro su uno dei massacri più atroci della Guerra di Corea e che quelle immagini e quelle vicende sono penetrate in lei e le hanno cambiato la vita.

In particolare c’è un sogno che si presenta come un incubo ricorrente dominato da un cupo scenario di morte. Nel sogno appare un lugubre paesaggio invernale, una montagna bassa su cui spiccano una moltitudine di tronchi neri di altezze diverse piantati nel terreno, «inclinati e storti, sembravano migliaia di uomini, donne e bambini emaciati, curvi sotto la neve. Sono in un cimitero? mi chiedevo. Queste sono tutte lapidi? Camminavo tra quegli alberi dalle cime recise, sui quali si erano posati fiocchi di neve simili a cristalli di sale. Dietro a ciascun tronco si ergeva un tumulo».

Poi, inaspettatamente, appare il mare, una marea che sale, quella che sembrava la linea dell’orizzonte di una pianura era un’enorme distesa d’acqua che finirà per sommergere le tombe. Allora, al culmine dell’angoscia, l’io narrante si rende conto che deve agire.

«Per le tombe già sommerse non potevo fare più nulla ma dovevo spostare almeno i resti sepolti in alto. Prima che il mare li raggiungesse. Adesso, subito! Ma come? Senza l’aiuto di nessuno! Senza neppure una pala! Come salvarli tutti? Correvo incerta tra gli alberi, fendendo l’acqua che ormai mi era arrivata alle ginocchia».

Dalla prima apparizione notturna di quel sogno la protagonista non riuscì a riprendersi, la sua immaginazione era definitivamente colonizzata dalle atrocità della guerra e dalle infinite icone di morte che la memoria di quei tragici eventi si portava dietro.

«Nei quattro anni trascorsi tra la prima volta che feci il sogno degli alberi neri e quell’alba estiva avevo detto più di un addio. Alcuni per scelta; altri invece erano stati fulmini a ciel sereno e avrei dato qualunque cosa per impedirli. Se, come sostengono le antiche credenze, da qualche parte nel regno celeste o nell’oltretomba esiste un gigantesco specchio che vede e registra ogni nostro movimento, i miei ultimi quattro anni devono apparire in quello specchio come una specie di lumaca che ha lasciato il guscio e avanza lungo una lama. Un corpo che vuole vivere. Un corpo trafitto e lacerato. Un corpo che respinge, abbraccia, si aggrappa. Un corpo in ginocchio. Un corpo implorante. Un corpo che perde incessantemente non si capisce se sangue, pus o lacrime».

La lumaca che ha lasciato il guscio è l’immagine del compiuto disincanto: l’abbandono di un sistema di sicurezze domestiche e affettive per affrontare a viso scoperto l’essenza della vita che non è fatta di consolazioni e di illusioni ma di atrocità, di morte e di abbandono.

Ciò che colpisce in questo romanzo è la capacità di dare forma e immagine alla fine delle illusioni: il racconto è dominato dal nero degli alberi, dal buio delle veglie notturne a cui fa da contraltare la violenza del vento e il biancore della neve che si stende implacabile su qualsiasi segno di vita.

La lumaca che esce allo scoperto è anche una presa d’atto che di fronte agli orrori della storia qualsiasi narrazione che non sappia restituire quel destino di morte è un’inutile panacea, un mero esercizio consolatorio che distoglie lo sguardo da una cognizione vera di ciò che è stato.

Per questo la scrittura di Han Kang è fatta di continue sinestesie, di alternanze tra sogno e realtà, di passato e presente. Perché la vita tutta – e in modo particolare le distruzioni del passato, le rovine della storia, i massacri di Gwangju – non si lasciano declinare nello schema ordinato di una narrazione.

Perché anche per lei, come per i protagonisti dei racconti e dei romanzi di Sebald che hanno conosciuto l’orrore della shoah, il plot, il racconto ordinato dei fatti, non può e non deve esistere. La stessa Storia con la s maiuscola, quella che presume di dare un ordine ai fatti realmente accaduti, appare come un’invenzione ex post per calmare l’ansia provocata dalla distruzione e dalla fine dell’umano.

Se la Storia è finzione, la narrazione romanzesca tradizionale è una finzione al quadrato.

E allora, se il romanzo rinuncia alla sua funzione consolatoria, cosa resta?

Resta il sogno, l’apparizione improvvisa, l’alternanza caotica delle immagini e la commistione dei sensi, le sinestesie e gli ossimori percettivi: il colore che si fa suono, il ghiaccio che si converte in calore o la vita che si rapprende improvvisa nell’immobilità di un cristallo.

«Ogni volta che mi sento scivolare nel sonno come risucchiata in una luce calda, provo a sollevare le palpebre ma non ci riesco; non so se a causa della sonnolenza, o perché le ciglia sono sigillate da una patina di ghiaccio.

In quello stato di torpore, mi appaiono dei visi. Non di sconosciuti che sono morti, ma di persone vive, che sono lontane da qui, sul continente. Sono di una nitidezza spettacolare. Ricordi vividi come fossero accaduti ieri si srotolano davanti a me. Senza ordine né contesto.

Simili a tanti ballerini entrati contemporaneamente in scena, per eseguire ciascuno una propria coreografia. Istanti congelati in volo che brillano come cristalli».

Il sogno in cui scivola la protagonista di questo romanzo pare dunque possedere una capacità di lettura del tempo che alla veglia non è concessa. Nella dimensione onirica si genera una strana commistione tra percezione e memoria, tra passioni e straniamento che consente di cogliere il senso dell’accadere non dalla specola della progressione lineare ma dalla visione simultanea del passato e del presente.

«E chi mai – si chiedeva Walter Benjamin – potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure raccontare dei sogni non significa altro che questo».

I sogni della protagonista in questo “addio” sempre procrastinato, sempre insidiato dalla tentazione di morire, producono uno sdoppiamento prospettico che è costitutivo del romanzo stesso come genere letterario: la realtà osservata dalla prospettiva onirica assume un tratto paradossale e mette in luce la sua vanitas e le sue effimere strategie di dare un senso all’accadere.

Nello stesso tempo il sogno osservato dalla specola della sofferenza della vita reale si svela come la chiave che permette di capire la genesi del male e del dolore che procura.

Quando le due amiche si accorgono di essere due naufraghe della storia il loro vivere non può che trasformarsi in un sopravvivere.

E la sola forma di sopravvivenza che ad esse pare ancora possibile non è la speranza ma la pietas: riuscire a salvare i resti di coloro che sono stati travolti dalla storia, cercare le ossa nelle fosse comuni che ora, a distanza di decenni dalla fine della guerra, riaffiorano, ad esempio ai margini di una pista di decollo di un aeroporto o nei cunicoli di una miniera dismessa.

Un lavoro di ricostruzione in cui si impegnano con dedizione assoluta.

La loro missione salvifica fa pensare all’angelo della Storia di cui parla Benjamin nella nona delle “Tesi di filosofia della storia”: l’angelo che sospinto da un vento violento vola ad ali spiegate al di sopra di un immenso cumulo di macerie verso un destino di redenzione.

Nel romanzo di Han Kan, tuttavia, si cerca invano una prospettiva salvifica, per le sue due protagoniste la sola salvezza possibile è la condivisione di un destino comune, la memoria dei propri affetti familiari e la cura reciproca.

Quando In-sheon sarà ricoverata in ospedale per le ferite alle mani causate da un incidente nella lavorazione di un oggetto di legno l’amica si precipiterà sull’isola di Jeju in cui vive ormai da anni e raggiungerà in modo fortunoso la sua casa sperduta in un bosco, lontano da ogni centro abitato. Si prenderà cura dei suoi animali, di un pappagallino a cui In-sheon è particolarmente affezionata e che le è stato raccomandato di nutrire ma che non riuscirà a salvare. Inizierà però una lenta e minuziosa esplorazione della casa da cui emergeranno oggetti, cibi, scaffali, ripiani, cataste di legna, schegge improvvise di memorie, tutte tracce di una vita in bilico tra il desiderio di fare e la malinconia della memoria, tra rassegnazione e desiderio.

Han Kang ha, come si diceva, una capacità straordinaria di dare ai temi che esplora una dimensione visiva, a trovare nella quotidianità ordinaria o nella natura un correlativo oggettivo che assume una qualità simbolica immediata.

In “La vegetariana” i sacchetti di carne accumulati nel freezer della coppia diventavano l’icona della sottile violenza subita dalla donna. In “Atti umani”, il romanzo sui massacri di Gwangju, compiuti dalle forze governative nel maggio del 1980, la violenza è politica, e i suoi equivalenti simbolici affiorano come figurine del terrore: i fucili, le foto dei generali e i corpi accatastati della repressione armata.

In “Non dico addio” la memoria degli orrori della guerra civile assume la forma di alberi spettrali mossi dal vento, le cui fronde sembrano avvolgere i vivi con un gesto macabro di protezione.

Nel discorso di Stoccolma, in occasione del conferimento del premio Nobel, Han Kang ha dichiarato che la molla che la spinge a scrivere sono le molte domande che si pone e che la scrittura può evidenziare.

A proposito delle ricerche che hanno preceduto la stesura di “Atti umani”, ha spiegato:

«Sapevo con assoluta chiarezza da che parte doveva andare il romanzo. E che le mie due domande dovevano essere:

Il passato può aiutare il presente? I morti possono salvare i vivi?

Più tardi, mentre scrivevo quello che sarebbe diventato “Atti umani”, in alcuni momenti ho percepito che il passato stava davvero aiutando il presente e che i morti stavano salvando i vivi. Di tanto in tanto tornavo al cimitero e in qualche modo il tempo era sempre sereno. Chiudevo gli occhi e i raggi arancioni del sole mi illuminavano le palpebre. Lo sentivo come la luce della vita. Sentivo la luce e l’aria avvolgermi in un calore indescrivibile.»

Ha poi aggiunto che le domande non trovano risposte ma la letteratura è ciò che le permette di formularle e di condividerle con il suo pubblico.

Anche in “Non dico addio” la condivisione delle domande è già di per sé un merito che ripaga ampiamente l’assenza delle risposte.

(DOPPIOZERO, 15 gennaio 2025)

Recensione di “Quadri”, monologo teatrale di Elisabetta Salvatori, recitato per la prima volta il 29 luglio 2025 a La Spezia al Cantiere Creativo Urbano D’Alma, dove ha concluso il progetto “Passi leggeri”. Ora lo spettacolo sta viaggiando a Firenze, Querceta, Bologna, Capannori, Pistoia…

Sabato, 1° novembre 2025, al Teatro dell’Affratellamento a Firenze c’è stato “Quadri”. È un monologo teatrale di Elisabetta Salvatori su testimonianze di donne che da bambine hanno subito abusi intrafamiliari.

Tema forte, la sala è piena. Il bordo del palco è decorato da Renza Benvenuti con foglie autunnali e bacche rosse, il resto è enorme tutto nero, la sottile figura dell’artista appare ancora più piccola nell’abito lungo di velluto rosso scuro. Eppure, quando inizia, la sua voce esile riempie tutto il teatro. Sì, così tanta è la sua potenza recitativa che tutto intorno a lei ci circonda e avvolge. La maggior parte del pubblico sono donne non più giovani, ma ci sono anche loro, i giovani, gli uomini e siamo tutti ipnotizzati fin dalle prime parole.

Bravissima! È chiamato “teatro di narrazione” il suo. «Racconto solo storie vere!» dice. E il racconto prende vita, si dipana. In un’intervista ha detto: «Voglio recitare ciò che scrivo. Voglio scegliere, gustare le parole». Sì, credo proprio che l’eccezionalità di questa donna sia lo scrivere, la scelta delle parole. L’argomento di questa sera è molto impegnativo, ma c’è riuscita. Il suo tono iniziale è quasi dimesso, come raccontasse qualcosa non così importante, ma subito le parole cadono precise, nette e il racconto si fa serrato e le storie s’incastrano con altre storie.

“Quadri” è il titolo dello spettacolo e infatti, accanto a ogni donna di cui racconta il dramma di bambina, Elisabetta Salvatori collega un quadro famoso di un grande artista, che rappresenta quella esperienza tragica e la donna che è diventata. Così sul palco con lei salgono Beatrice Cenci, Artemisia Gentileschi, oltre a Sara, Bianca, Carla, Anna, Mara, Alessandra, Franca.

L’artista nomina anche Piera Codognotto che ha voluto con determinazione, dietro le quinte, che tutto questo si realizzasse, senza far fretta. Ha ordito, intrecciato incontri perché sa l’importanza che riveste per queste donne essere arrivate a parlare. Sa che non è solo teatro, quando il teatro si fa così, e che si fa per tutte quelle che sono riuscite a parlare e per quelle che non lo faranno mai. Elisabetta Salvatori questo teatro lo sa proprio fare, è il suo teatro. Si prepara, non improvvisa, studia e soprattutto ha incontrato queste donne, una per una, ci ha parlato, è stata a casa loro, le ha conosciute, sono diventate parte della sua vita.

La stesura del testo è durata tre anni. Dice di aver avuto bisogno di tempo, prendeva il quaderno degli appunti e poi di nuovo lo lasciava: segreti pietrificati troppo devastanti per dar loro parola, ha avuto bisogno di lasciarli depositare dentro di sé. Ma il silenzio andava rotto e il teatro dà voce. Si sente questo mentre racconta, racconta, racconta.

Le storie sono tenebrose. Quasi alla fine dello spettacolo Elisabetta Salvatori descrive un quadro: Guernica di Picasso. Tutti abbiamo davanti l’enorme tela senza colori. Ma ci ricordiamo l’immagine centrale della lampadina accesa e dalla donna con la fiaccola in mano. C’è una luce. Quella luce che hanno portato queste donne con la loro storia.

Ho avuto il privilegio, fortuito, di aver assistito a questo pezzo di grande teatro e vorrei che tutti potessero ascoltarlo per condividere questa esperienza così potente. C’è un ulteriore miracolo che il teatro di Elisabetta Salvatori riesce a fare: nonostante sia sola sul palco, sia stata sola a scrivere il testo, passa il lavoro corale delle altre, l’attenzione nelle relazioni per arrivare a toccare argomenti nascosti nei recessi più profondi. Elisabetta è riuscita a far nascere un testo misurato, perfetto e a noi del pubblico arriva perfino l’affetto, la cura di cui l’artista si è fatta responsabile. Un’enorme carica di empatia che non le viene gratis, ma da una grande esperienza drammaturgica.

(Libreria delle donne, 2 aprile 2026)

La giornalista Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017 di fronte a casa sua, a Bidnija, nel Nord di Malta. Dieci anni fa, anche grazie alla partecipazione di suo figlio Matthew al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij), è stata la prima a lanciare la notizia del coinvolgimento di due esponenti di governo nei Panama Papers.

Il conflitto perpetuo è un diversivo per non affrontare i nodi scoperti di un modello economico violento e diseguale: il predominio della finanza, la crisi climatica, l’ingiustizia fiscale. Il caso di Malta, nel cuore dell’Europa, è uno scandalo, come aveva già coraggiosamente denunciato la giornalista assassinata nell’ottobre 2017

Come hanno reagito a caldo i Paesi europei all’aggressione militare illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Se l’è chiesto Politico, pubblicando a inizio marzo un’utile carrellata delle posizioni assunte dai governi. Tralasciamo quella dell’Italia e del governo Meloni, ormai i meme si sprecano, e prendiamo quella della “piccola” ma paradigmatica Malta.

Ian Borg, vice primo ministro laburista, ha condannato Teheran per la “ritorsione” ed espresso solidarietà a Qatar ed Emirati Arabi Uniti mentre il suo superiore, Robert Abela, ha rivendicato il principio di “neutralità attiva” scolpito nella Costituzione dell’isola che vieterebbe la presenza di basi militari straniere sul suo territorio. Ma La Valletta è tutt’altro che “neutrale” nello scenario globale.

Come ha ricostruito puntualmente l’economista Nicolás Brennan Hernández per Tax Justice Network, Malta è infatti uno dei «numerosi Stati membri dell’Unione europea che lede attivamente i propri vicini garantendo il segreto finanziario e offrendo opportunità di abusi fiscali alle imprese».

Le multinazionali straniere da quelle parti godono di un’aliquota effettiva di appena il 5%. Un introito da cui dipende il 21% delle entrate dello Stato. È la fiera del paradosso: l’arcipelago conta 500mila abitanti, 316 chilometri quadrati di superficie (poco meno della Striscia di Gaza), vale appena lo 0,1% del Pil e della popolazione dell’Unione europea a 27, si rifiuta, per inciso, di salvare le persone in mare, mentre “ospita” qualcosa come 479,7 miliardi di euro di investimenti esteri. Oltre 20 volte il suo prodotto interno lordo annuo.

Brennan Hernández, che è irlandese e sa come funziona un paradiso fiscale, ha dovuto riconoscere che in confronto il suo Paese d’origine è un apprendista: «Malta fa sembrare le statistiche incerte sul Pil dell’Irlanda un semplice taccheggio rispetto alla rapina al Louvre». Del resto la normativa dell’isola «non richiede una presenza fisica» delle aziende che decidono di trasferire lì la propria sede: è sufficiente un’unità legale fittizia, una riunione del consiglio di amministrazione in loco all’anno e un posto dove conservare i registri locali, cioè scartoffie.

Gli amministratori non devono nemmeno essere residenti e il personale non deve essere maltese. Inoltre gli uffici possono essere in condivisione tra decine di entità (i co-evasori). «Per coloro che si sono persi la crisi finanziaria del 2008 o hanno trovato insufficientemente chiare le sue lezioni sull’autoregolamentazione – ha scritto Nicolás Brennan Hernández – Malta offre un corso di aggiornamento».

È un monumentale scandalo nel cuore del Mediterraneo che oltraggia la memoria della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa da una bomba il 16 ottobre 2017 per il suo lavoro di svelamento della corruzione e del riciclaggio nella trama dei “Panama papers”. Ancora oggi l’Unione europea di fatto tace, la Bce nicchia, Eurostat incassa ogni anno il rifiuto maltese (caso unico dell’Ue) di comunicare origine geografica e destinazione dei flussi e degli stock di investimenti esteri, il Gruppo di azione finanziaria internazionale di Parigi, dopo aver inserito cinque anni fa Malta nella lista grigia per carenze strategiche nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, ha appena fatto una marcia indietro imbarazzante.

Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’isola – che ha venduto passaporti agli oligarchi coinvolti direttamente nel conflitto fino al 2024 – ha inoltre individuato la miseria di 150mila euro di beni soggetti a sanzioni, meno del prezzo di un monolocale (la timida Italia ha sequestrato 143 milioni di euro, la Francia ha confiscato navi per un valore di centinaia di milioni e la Spagna ha congelato beni per oltre 10 miliardi di euro). Non a caso Nicolás Brennan Hernández parla di uno Stato «ostaggio degli interessi che dovrebbe regolamentare».

È sostenibile tutto questo, per Malta e per l’Ue? Per l’economista irlandese no, e potrebbe bastare la pur leggera imposta minima globale del 15% dell’Ocse a mettere in crisi a breve uno scoglio privo di risorse naturali e con scarse terre coltivabili. Perché «il capitale non ha altra lealtà se non verso se stesso». La guerra “preventiva” all’evasione può attendere.

(Altreconomia, 1° aprile 2026)

«Gli antichi maestri erano anche donne!». Così strilla il volantino della mostra “Unforgettable: Women from Antwerp to Amsterdam, 1600-1750”, appena inaugurata a Gent. Ovvero Gand, la città dei mercanti di lana, nota agli amanti della pittura per la cattedrale di San Bavone, ove si custodisce il polittico di Jan e Hubert van Eyck, “L’adorazione dell’agnello mistico”, capolavoro della storia dell’arte europea. Il locale Museo delle Belle Arti è dunque sede appropriata per una mostra che propone una panoramica esauriente sulle artiste delle Fiandre – la regione che oggi corrisponde al Belgio e ai Paesi Bassi. Le Fiandre del Sud, cattoliche, facevano parte dell’Impero spagnolo mentre le Fiandre del Nord, protestanti, proclamarono la Repubblica indipendente delle Province Unite (riconosciuta anche dalla Spagna nel 1648 dopo ottant’anni di rivolte, invasioni, resistenza): controllando le rotte navali dei Caraibi e dell’Asia divenne presto una potenza commerciale e coloniale.

Come nell’Italia del Rinascimento e dell’età barocca, anche nelle Fiandre – altrettanto policentriche – operarono numerose artiste, organicamente inserite nel mercato dell’arte e della manifattura di oggetti di lusso. Non rare né sconosciute, a volte in vita raggiunsero ricchezza e fama, celebrate in panegirici, ricercate da collezionisti e sovrani (come Clara Peeters, Anna Maria von Schurman e Maria von Osterwijk, che dipinse per l’imperatore Leopoldo I). Ma in seguito furono considerate semplici imitatrici, quando non del tutto dimenticate. Il caso più emblematico è quello di Judith Leyster (1606-1660): in mostra si vedono alcuni suoi quadri (fra cui un interno domestico sottilmente polemico, “Ricamatrice insidiata da un giovane”, 1631) e due autoritratti. Nel primo, del 1630, Leyster si rappresenta, rivolgendoci un affabile sorriso, in abiti eleganti, davanti al cavalletto, a rivendicare insieme il suo status e la padronanza del processo creativo: stacca il pennello ancora umido da una scena (di genere) già a buon punto di elaborazione; nel secondo, del 1640 circa, di natura più privata (il marito pittore Jan Miense Molenaer lo tenne nel proprio studio fino alla morte), l’artista, matura, si presenta come una signora rispettabile, ma sempre con pennello e tavolozza in mano. Leyster non proveniva da una famiglia agiata né era figlia d’arte (suo padre un birraio andato in bancarotta), ma era entrata nella gilda di San Luca di Haarlem: poteva perciò aprire una bottega e vendere le sue opere. Il matrimonio non interruppe la sua attività, ma la rallentò: Leyster si dedicò prevalentemente, insieme al marito, al commercio di quadri.

Eppure dopo la morte si perse subito memoria di lei – esclusa da storie dell’arte, vite degli artisti, mostre. Le sue opere scomparvero nel catalogo di Franz Hals fino al 1893, quando lo studioso Cornelis Hofstede de Groot identificò la sua firma – la sigla (JL) e il monogramma (una stella). Tuttavia ciò non condusse a una corretta riattribuzione e alla riscoperta dell’artista, per la quale si sarebbe dovuti giungere al 1976 (dopo la mostra epocale “Women artists” 1550-1950, a Los Angeles, che inaugurò il rivolgimento del paradigma). Analoga negazione subirono Maria Schalcken (1640-50-?), il cui nome fu cancellato da quadri e autoritratti per attribuirli al più quotato fratello e maestro, e la combattiva scultrice barocca Marie Faydherbe (1587-post 1633), il cui catalogo inizia appena a essere ricostruito e di cui si può ammirare un toccante Crocifisso in legno (1625-50). I colleghi, come alla nostra Properzia de’ Rossi, le mossero guerra.

Ma le curatrici Virginia Treanor e Frederica Van Dam non intendono solo valorizzare artiste perdute: piuttosto ricostruire il contesto in cui esse operarono – che per le fiamminghe del nord fu “il secolo d’oro”, un periodo di eccezionale sviluppo e prosperità economica. Chi erano? Da quali famiglie provenivano? Erano donne sole, votate al nubilato? Potevano conciliare il matrimonio e la maternità con la professione? Lavoravano in autonomia? Per chi? Erano in rapporti fra loro?

La mostra, che si sviluppa in sette sale e ha l’obiettivo di stimolare ulteriori ricerche, è di tipo concettuale: il percorso non è organizzato secondo un criterio cronologico né individuale (con le opere della stessa artista raggruppate), ma tematico (Identità, Tradizione e Ambizione, Legami familiari, Attese sociali, Reti locali, Reti globali, Valore, memoria, eredità). Richiede al pubblico attenzione e collaborazione. In cambio – meglio se con l’ausilio del catalogo o di una guida – offre una ricognizione imponente (150 opere di 40 artiste, fra quadri, sculture, incisioni, merletti, libri, tessuti) dell’attività artistica, sociale ed economica delle donne. Alcune restano anonime: professioniste di altissimo livello (un merletto di qualità poteva essere pagato dieci volte un quadro); altre, come Rachel Ruysch, la “maestra dei fiori”, già assai note (i suoi quadri figurano nei principali musei d’Europa).

Ma il visitatore resterà sorpreso dalla vivacità della pittura botanica ed entomologica, al confine tra arte e scienza. Maestra di queste immagini analitiche, quasi dipinte “al microscopio”, riprodotte in volumi di enorme fortuna e diffusione, fu Maria Sybilla Merian (1648-1717), tedesca poi trasferita nei Paesi Bassi. Nel 1699 si spinse fino alla colonia del Suriname, in compagnia della figlia diciannovenne Dorothea Maria Henrietta, anch’essa pittrice e sua collaboratrice, per raffigurare flora e fauna ignote in Europa (farfalle, bruchi, pomodori, ananas, caimani, serpenti con gli occhiali). Nel viaggio tropicale, le accompagnarono amerindie e schiave della Guinea e dell’Angola, che condivisero il loro sapere sui poteri taumaturgici di erbe e fiori.

Due quadri di grande formato stupiscono poi per soggetto e composizione. “Le due Ragazzine come Sant’Agnese e Santa Dorotea” furono dipinte intorno al 1650 da Michaelina Wautier (1614-1689): intimo ed elegante, combina abilmente ritratto e pittura di storia. Nata a Mons, nel ducato di Hainaut, in una famiglia semiaristocratica, Michaelina non si sposò mai. Talentuosa, colta e ambiziosa, infranse tutte le convenzioni del XVII secolo: si trasferì a Bruxelles col fratello maggiore Charles, e si costruì una carriera e una reputazione. Fra i suoi committenti, l’arciduca Leopoldo Guglielmo. Era nota per la sua inventiva iconografica. La mostra monografica del 2018 in Belgio ha permesso di ricostruire la sua identità di artista e di restituirle anche il ciclo “I cinque sensi”, cui appartiene il “Ragazzo che sniffa tabacco”: prodotto coloniale importato dalle Americhe, divenne d’uso comune nell’Europa del Seicento. Un quadro è anche una finestra su usi, costumi, rapporti di dominio (il tabacco, coltivato dagli schiavi, alimentò la tratta dei neri).

Nel quadro di Johanna Vergouwen (1668), invece, appaiono due gemellini, mascherati da cavalieri: uno con lo spadino al fianco, l’altro in sella a un cavalluccio di legno. La pittrice di Anversa (1630-?), vergine “filia devota” e teoricamente esclusa dal mondo materiale del commercio, gestiva invece una bottega con la sorella sposata: vendevano quadri su rame, cartoni per arazzi, copie da van Dyck e Rubens destinate all’esportazione, ritratti di personaggi dell’alta borghesia, cui certo appartengono i due piccoli del ritratto. Come lei, pure le altre filiae devotae di Anversa Catarina Ykens II e Susanna Forchondt riuscirono a trovare un equilibrio tra religione e vita nel mondo. Conciliare è un’arte che le donne hanno sempre praticato in sommo grado. Lo prova il commovente autoritratto di Anna Francisca de Bruyns (1604-1656), conservato nell’album di schizzi ora a Bruxelles. L’artista, istruita dal cugino pittore di corte, moglie di uno scrittore e madre di dodici figli, si disegna mentre tiene sulle ginocchia un bambino (o una bambina). Non gli impedisce di scarabocchiare sul foglio, con caratteri incerti, le lettere “mon maman dada”.

(Robinson- la Repubblica, 29 marzo 2026)

Nella seconda puntata del ciclo su Rachel Bespaloff, “L’epica greca, un antidoto contro la barbarie”, Cristina Guarnieri indaga il rapporto di Rachel Bespaloff con l’opera classica e in particolare le sue riflessioni sull’epica di Omero e la tragedia greca, che negli anni più difficili dell’esilio furono per lei «una purificazione e, nell’oscurità, una luce che non vacilla». Ospiti della puntata il grecista Mauro Bonazzi e la filosofa Adriana Cavarero. Musiche tratte dall’album Trojan Women della compositrice greca Eleni Karaindrou. Quella che segue è la trascrizione del dialogo con Adriana Cavarero. Per Adriana Cavarero, una delle maggiori filosofe italiane, e soprattutto grande rappresentante del femminismo della differenza, riscoprire voci di donne dimenticate dalla storia spesso, come ci insegnano le sue opere, ha un valore etico e anche politico. Si tratta di decostruire un canone che spesso la tradizione ha sclerotizzato e di fare spazio anche a una nuova genealogia, inventare quindi anche un nuovo modo di abitare il pensiero.

In cosa si distinguono le filosofe donne che stiamo via via riscoprendo? E poi qual è, secondo lei, il tratto peculiare di Rachel Bespaloff all’interno di questo nuovo canone?

Intanto bisogna dire che Rachel Bespaloff, insieme ad Hannah Arendt, a Simone Weil, e mi verrebbe anche da citare María Zambrano, fa parte di un momento miracoloso nel canone filosofico e nella storia della filosofia, perché sono pressoché coetanee: Bespaloff, Arendt e Weil sono ebree e vivono la grande epoca del disastro, la grande epoca della guerra, della distruzione.

E in questo momento di grande distruzione sono nate tutte: Bespaloff alla fine dell’Ottocento, Arendt e Weil all’inizio del Novecento, quindi trascorrono la loro giovinezza e maturità all’epoca della distruzione. In questo momento della distruzione nasce il loro pensiero, che è un pensiero che prende avvio dal disastro. Per quanto riguarda Bespaloff, lei fonda il suo pensiero, il suo modo di pensare, come una specie di sopravvivenza che è costretto a vivere nel disastro della storia, ma cerca di astrarre da questa storia, o perlomeno cerca momenti di fuga, di astrazione di questa storia.

Bisogna dire subito che Bespaloff, contrariamente ad Arendt che è molto costruttiva, è una pensatrice dell’angoscia, non riesce a uscire, a trovare una soluzione, è una pensatrice senza soluzione, per cui è veramente una pensatrice della disperazione. Mentre Arendt è una filosofa costruttiva, nel senso che Arendt riscopre l’azione, riscopre la politica come qualcosa che supera il momento del caos, il momento della disperazione, reinventando un momento costruttivo della politica. Invece Bespaloff rimane dentro quest’angoscia del disastro e mette a fondamento della soggettività un’esistenza; siamo nel campo dell’esistenzialismo ma prima di Sartre, quindi è un esistenzialismo molto originale quello di Bespaloff, un’esistenza contingente e questa esistenza contingente che cerca il suo senso, non può che cercare il suo senso nell’individuale, nell’interiorità a cui Bespaloff dà valore.

Lei ha parlato di questo corpo a corpo con l’angoscia, di questa inclinazione alla disperazione, però è anche vero che in Rachel Bespaloff c’è tutta una poetica dell’istante che secondo lei interrompe il maleficio del divenire e quindi rende possibile dei momenti che sono di contemplazione del bello, il pasto di comunione tra Achille e Priamo o atti di umanità. Cosa significa questo istante per Bespaloff?

Per Bespaloff l’istante è ciò che aggancia il senso dell’esistenza interiore a qualcosa di più grande, a un senso globale, un senso totale che può salvare dal disastro. Bisogna sempre stare attenti al fatto che poi la salvezza non c’è, quindi quello di Bespaloff è un percorso, è una tensione, si può dire tensione verso la trascendenza, anche se lei non usa questo vocabolo. L’istante è come dice la parola stessa, l’istante ha una specie di storia concettuale nella storia della filosofia, l’istante per lei è quell’attimo del tempo fuori dal tempo, che è il tempo del presente, del passato, del futuro, che è il tempo della storia, che è il tempo che si è consumato nel disastro e l’istante è ciò che aggancia l’esistenza interiore a una specie di eternità.

Bisogna sempre stare nella tensione, nel processo, perché non c’è soluzione, quindi l’istante è ciò che può salvare la contingenza agganciandola all’eterno, agganciandola al tempo che sempre è.

Quindi abbiamo una specie di fuga del disastro, di fuga della storia, ma è una vera tensione, cioè un tentativo di aggancio verso il senso: si capisce così come grande sia l’angoscia e grande sia il disastro e come questo percorso verso la salvezza, verso un pensiero di salvezza sia assolutamente originale e con una tensione al di là del disastro. Qui siamo lontanissimi da qualsiasi tipo di razionalismo, anche se poi una certa razionalità, per esempio nel campo della musica, Bespaloff la trova.

Lei che fra le altre cose è una grande studiosa delle voci, delle voci femminili, delle voci singolari, ci può dire qualcosa sul rapporto tra il pensiero e la musica in Bespaloff, perché spesso nei suoi scritti musica, poesia, suono, voci assumono un significato decisivo?

Sì, lei era una musicista e questo è importantissimo per penetrare nel suo pensiero e lei dice: «La buona filosofia come la buona poesia assomiglia alla musica». E un’altra frase che cito, che mi piace molto: «È in ogni metafisica di un certo tipo, che sia di poeta, filosofo, romanziere, c’è un compositore che si sforza di rapire alla musica il potere di estrarre dal caos una libertà e una legge».

Ora, cosa vuole dire Bespaloff? La musica ha una legge, dicevo prima il razionalismo, la musica ha una forma, la musica è fatta di sequenze, per cui nella musica troviamo quella forma che nel caos totale del grande disastro non c’è. Però nella musica la forma si dà anche attraverso o mediante la rivelazione: e questo è il suono, è l’istante, è la voce, la rivelazione di un senso ulteriore, un senso ulteriore che vibra proprio nel suono musicale o nella vocalità. Ecco quindi che la musica diventa per Bespaloff uno specchio o una modalità a cui il pensiero filosofico buono si adatta, una modalità di superare il caos attraverso una tensione, mediante l’istante, attraverso due poli. Uno è il polo della legge, della forma, di ciò che immediatamente non causa e lo mette in ordine, e l’altro è la libertà, cioè questo elemento che appunto si intravede, che vibra nel suono e che noi riconosciamo quando eseguiamo musica o la sentiamo, ma che naturalmente vive nell’istante, vive in una temporalità molto contingente. Bisogna sempre tenere in considerazione che essendo ebrea, Bespaloff, così come Benjamin, è molto familiare con una tradizione ebraica dove il messia irrompe nella storia e rompe la storia e apre la storia a un senso ulteriore. Quindi abbiamo questi due lati che a mio avviso si tengono assieme: da una parte questa sua conoscenza musicale e l’apprezzamento di ciò che la musica può significare, dall’altra parte anche una tradizione ebraica che incoraggia verso la rottura della storia per l’apertura a un altro tempo e a qualcosa che dia senso al caos.

(Uomini e profeti, RaiRadio3, 29 marzo 2026)

Apre il corteo da piazza Stesicoro a piazza Università il grande albero delle madri che annuncia “Catania città di pace”. Attorno è un fiorire di arazzi tessuti da mani femminili. Ed è un’esplosione di colori, pitture, collage e ricami che narrano le esperienze e le parole delle donne della rete “10, 100, 1000 piazze per la pace” nata il 26 giugno 2025 per dire basta a tutte le guerre. Nessuna presa di posizione contro “il nemico” di turno, ma la rivendicazione della necessità del dialogo, del confronto, della ricerca di soluzioni nonviolente seguendo le pratiche e le parole del femminismo, a partire dalla volontà di “disarmare il linguaggio per disarmare le menti”. Le donne per la pace rivendicano la necessità di pensare il presente attraverso una politica del disarmo, della cura e della giustizia. Pensieri e pratiche elaborati nel corso di decenni e ora impresse nella “Carta dell’impegno per un mondo disarmato: tessere la pace, custodire il futuro” redatta l’anno scorso dalle tre realtà che hanno creato la rete italiana delle “10,100, 1000 piazze per la pace”: la Biblioteca delle donne Udi di Palermo, le donne cristiane di Pinerolo, e le donne di Caltanissetta. Una rete che si è costituita anche a Catania con la partecipazione di La Città Felice, La Ragna-Tela, Udi, Cgil e le associazioni Penelope, Restiamo umani e Docenti democratici. Insieme, con i loro slogan, canti e bandiere, hanno portato le ragioni della pace a Sigonella, al Muos di Niscemi e hanno dato vita a numerosi confronti e manifestazioni. Quella di ieri è dedicata agli arazzi di pace che parlano dell’energia che dalle mani di donna si trasmette al filo che ricama, unisce, crea relazioni, dialogo. Arazzi che il 20 giugno prossimo si uniranno a quelli creati in altre 150 città d’Italia per una grande manifestazione nazionale per la pace cui ne seguirà un’altra, a settembre, a Gibellina.

«Tessere, cucire, rammendare – dicono – sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura, fanno parte dell’antica esperienza delle donne fatta di attenzione ai legami e alla vita. Portarli nello spazio pubblico significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e della responsabilità verso il mondo». È una nuova resistenza che dice che «la guerra non è inevitabile. Sono i governi, gli eserciti e le industrie belliche a volerle». Per questo bisogna smascherare «l’uso della forza travestito da difesa» ed essere consapevoli che «le guerre che devastano in mondo non sono un’anomalia, ma la conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere».

(La Sicilia, 29 marzo 2026)

Le madri e i padri costituenti, con la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo scorso sullo stravolgimento dell’ordine giudiziario e dell’equilibrio tra il potere giudiziario ed esecutivo, sarebbero felici di constatare che, a distanza di ottant’anni, il testimone della difesa della Costituzione è passato nelle mani delle nuove generazioni, grazie alle loro madri e padri.

A fare vincere il No (14 milioni e mezzo) sul Sì (12,4milioni) sono stati le donne (55,9%) e i giovani (61%), così come quel 2 e 3 giugno 1946 in massa scelsero la repubblica (12.718.641 repubblica 10.718.502 monarchia) ed elessero l’Assemblea costituente che doveva redigere la nuova Costituzione, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di liberazione dall’occupazione nazista. Una storia che non si cancella e che è inscritta nella Costituzione repubblicana. A distanza di ottant’anni e dopo quattro di governo Meloni, la vittoria del No è stata vissuta, io l’ho vissuta, come una liberazione, un secondo 25 Aprile. Come la fine della guerra scatenò nel Paese scene di gioia così la vittoria del No ha visto le piazze, da nord a sud, riempirsi di giovani per festeggiare lo scampato pericolo di una definitiva svolta autoritaria, che in questi anni di governo della destra, animato da un senso di rivincita sulla Costituzione antifascista, decreto dopo decreto, abbiamo visto venire avanti. La vittoria del No ha spazzato via il clima di paura, d’intimidazione, di repressione, di violenza, che questa destra ha seminato nel Paese. Il No è stato un modo per onorare quelle giovani donne che nel 1946 si presentarono in massa ai seggi (89%). Arrivarono emozionate con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Molte con sgabelli pieghevoli infilati al braccio, qualcuna allattava. Sono quelle donne e i tanti giovani di allora che ci hanno regalato la Costituzione che va difesa da chi, come il governo, con arroganza, esautorando il Parlamento, ha tentato di demolire l’autonomia della magistratura, che le madri e i padri costituenti, che avevano conosciuto la dittatura fascista, hanno posto a fondamento della Repubblica.

C’è chi ha detto e scritto che la partecipazione in massa dei giovani al referendum, tra cui molte/i fuorisede, nonostante il divieto del governo, non era prevista, che non li hanno visti arrivare. Sono le ragazze e i ragazzi delle superiori (52,6%) e delle università (67,9%) che in questi anni hanno fatto molto rumore e si sono fatti vedere e come. Hanno manifestato nelle piazze contro il genocidio a Gaza e per la Palestina, contro la guerra e per il disarmo, contro i tagli alla scuola e all’università e alla loro militarizzazione, contro il caro affitto e per la giustizia climatica. Sono quelle/i che nelle scuole e nelle università hanno fatto rumore contro i femminicidi. Hanno partecipato alle manifestazioni del movimento delle donne, ultima quella contro il disegno di legge sulla violenza sessuale della senatrice Bongiorno che ha eliminato il “consenso libero” e capovolto l’onere della prova dal violentatore alla donna violentata. Sono tornate/i ieri a manifestare a Roma contro la guerra e in più di 100 piazze delle donne per la pace. Il governo ha sempre risposto loro con leggi repressive, insulti, delegittimazione, criminalizzazione, mentre nelle piazze la polizia li ha manganellati, anche i minorenni come a Pisa nel 2024 durante una manifestazione per Gaza. “Poveri comunisti inutili” li ha definiti la ministra dell’Università, nel mentre ha tagliato fondi all’università e alla ricerca, per favorire le università private e le telematiche. Ordine e disciplina, controllare e punire, sono le parole d’ordine di questo governo, come di ogni Stato autoritario. Davvero dopo ottant’anni di lotte democratiche e più di cinquanta di femminismo della libertà, qualcuno pensava che le nuove generazioni accettassero di vivere in un Paese repressivo e autoritario che offre loro come futuro solo la guerra? Un grazie alle ragazze e ai ragazzi del 1946 e del 2026.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 29 marzo 2026)

Il Care Collective nasce nel 2017 come gruppo di lavoro per studiare le crisi che il concetto di cura, allora, attraversava a livello globale. Nel 2020, per l’editore indipendente Verso, il Collettivo pubblica “The Care Manifesto”, che diventa presto un fenomeno internazionale e viene tradotto in diverse lingue (in italiano è uscito per Alegre).

Il Collettivo è composto da studiose e studiosi di comunicazione, economia, psicologia, sociologia, teorie critiche, tra cui Andreas Chatzidakis, Jo Littler, Catherine Rottenberg, Lynne Segal (che è attiva dagli anni Settanta come studiosa di femminismo, socialismo e sindacati). Metodologie e punti di vista nel collettivo convergono su una tesi chiara: nessuna battaglia femminista, a partire dalla cura, è possibile in un mondo ingiusto socialmente, diviso in classi e in cui le forme di oppressione aumentano anziché diminuire.

Sei anni dopo il ManifestoAndreas Chatzidakis, Jo Littler e Catherine Rottenberg sono impegnati su fronti nuovi ma il Collettivo è sempre vivo. L’energia del 2017 si è irradiata in varie direzioni: il concetto di cura su cui hanno lavorato, così esteso e poliedrico attraverso l’immagine dell’interdipendenza, ha naturalmente seguito direzioni molteplici.

Chatzidakis e Littler sono al lavoro sul concetto di “care-stripping” (la deprivazione o indebolimento della cura) e di “corporate carewashing” (di quegli specchietti per le allodole lanciati da grandi aziende per promuovere iniziative di benessere aziendale come privilegio). Per Bristol University Press uscirà “The Moralizing Corporation. The Rise and Fall of Corporate Carewashing”. Rottenberg sta lavorando, insieme a Sara Farris, Verónica Gago e Rafeef Ziadah, a un manifesto internazionale per il femminismo antifascista. Li abbiamo incontrati.

Sono trascorsi sei anni dal vostro The Care Manifesto: che cosa è accaduto al concetto di cura e alle politiche pubbliche sulla cura?

(Catherine Rottenberg, Andreas Chatzidakis, Jo Littler): Quel libro è uscito nel pieno della pandemia, quando il dibattito sul carico di cura era in crescita: collettivamente ci si era resi conto di quanto fossimo interdipendenti. A partire da quel momento, ci sono stati dibattiti e progetti su come dovrebbe essere gestita la cura a livello pubblico. Tuttavia, in molte parti del mondo le dinamiche politiche hanno subito una rapida svolta verso destra che ha alimentato, in vari modi, una forza opposta alla cura e cioè la violenza. Prosegue, inoltre, la “negligenza strutturale” rispetto al lavoro di cura e così continua ad aumentare la disuguaglianza: il settore privato guadagna dall’assistenza agli anziani, per esempio. Sarebbe fondamentale limitare la concentrazione di ricchezza tra multinazionali e super-ricchi, prima di tutto grazie alla tassazione, e destinare molti più fondi statali alle strutture che provvedono alla cura. Dovremmo compattamente lottare per chiedere alle aziende di uscire dal controllo dei servizi assistenziali: è un controsenso appaltare la cura a chi sfrutta il lavoro. Siamo molto rincuorati dai nuovi momenti di sinistra e dalle azioni collettive volte a risocializare l’assistenza a bambini, anziani, malati (in genere a soggetti non autosufficienti). Molte buone pratiche potrebbero guidare il cambiamento: le case di cura e i trasporti pubblici gestiti come cooperative o organizzazioni non-profit, “internalizzate” e non sfruttate per l’arricchimento. Siamo molto ispirati dal municipalismo radicale di cui il sindaco di New York Zohran Mamdani è esempio recente e brillante; pensiamo a iniziative come asili e trasporti pubblici gratuiti e affitti calmierati. Nel nord dell’Inghilterrra il “modello Preston” è rivoluzionario nella sua capacità di generare ricchezza comunitaria promuovendo cooperative e reti di approvvigionamento locali. E le Manzanas del Cuidado sistemi urbani – centri della cura che offrono servizi per liberare il tempo delle donne) sono meravigliosi. C’è bisogno di queste esperienze: devono diventare strutturali: dobbiamo darci forza l’un l’altro nel tentativo di realizzarle.

Sembra che invece oggi la cura sia tutt’altro che una priorità e che gli “Stati della cura” siano casi rari, al contrario dei processi di militarizzazione, controllo e disciplinamento.

(C.R.; And.C.; J.L.) A leggere le notizie, verrebbe da dire che la situazione è persino peggiore di quando abbiamo pubblicato il nostro Manifesto (2020). Se volgiamo lo sguardo alla situazione globale, sembra che l’esperienza del Covid non ci abbia insegnato nulla: anziché ripensare l’organizzazione delle strutture sociali per fornire risorse utili a infrastrutture della cura capillari, permanenti e accoglienti – il mondo va nella direzione opposta. Nel Regno Unito, per di più con un governo laburista, si assiste a un aumento enorme della spesa militare e le retoriche sulle migrazioni non sembrano così diverse da quelle del Partito Riformista di estrema destra. Regna l’austerity (con qualche rara concessione) e l’istruzione superiore è in netto declino. Un disastro. In più tutta l’umanità ha assistito al primo genocidio in diretta, a Gaza, e il governo britannico è stato complice. Nonostante le manifestazioni imponenti di solidarietà al popolo palestinese a Londra, nel Regno Unito e in tutta l’Europa, la macchina bellica non si è né fermata né è stata rallentata la spesa militare. In queste settimane assistiamo a un’altra guerra imperialista, devastante e aggressiva, contro l’Iran (e il Libano). E ancora una volta il Regno Unito è a sostegno della guerra.

(Catherine Rottenberg): Un appunto ancora su questo: sono appena tornata dalla Svezia, dove si parla molto di “total defense” e preparazione alla crisi. Non rispetto al crollo climatico, ma per la guerra (cyber o non). La logica della guerra ha pervaso ogni discorso e rivoltare questa tendenza dovrebbe essere la nostra urgenza principale.

Spesso gli Stati fanno leva sulla solidarietà individuale: così, responsabilità pubbliche e slanci di generosità nelle relazioni interpersonali rischiano di confondersi. Possiamo evitarlo?

(CR; AndC; JL): Gli Stati si sono dimostrati spesso indifferenti al tema della cura e hanno agito, ad esempio, come spazi di accumulazione e sviluppo per il capitalismo razziale: forze per la segregazione, la schiavitù, l’abbandono, l’incarcerazione, i bombardamenti. Spesso hanno finto, da un lato, di avere a cuore temi sociali – pensiamo a Modi e Trump, o al governo conservatore britannico durante la pandemia – mentre dall’altro tagliavano le risorse per gli operatori dell’assistenza in prima linea. Gli stati sfruttano spesso la solidarietà individuale e i progetti nati dal basso per colmare le lacune prodotte dai tagli ai fondi destinati per il welfare. Il governo conservatore nel Regno Unito lo ha fatto spesso. Negli anni ’80 hanno chiuso gli istituti psichiatrici per introdurre la “cura nella comunità”, che in sostanza significava poco più che lasciare dormire le persone per strada. Più recentemente, le loro idee di “Big Society” e le raccolte di rifiuti per la Regina hanno tentato di eliminare le azioni solidali per mettere una pezza ai tagli subiti dai servizi comunali. Verónica Gago spiega bene come qualcosa di analogo accada anche in Argentina (“Neoliberalismo dal basso. Economie barocche e pragmatica popolare”, Tamu ed. 2023). Lo Stato ha invece un ruolo cruciale nel fornire cura a 360 gradi: in campo medico, educativo, delle politiche abitative. Solo le politiche pubbliche possono sostenere le infrastrutture necessarie alla cura – come l’assistenza agli anziani e per l’infanzia, i parchi, gli ospedali, le scuole – strutture che andrebbero socializzate e rese gratuite, per contrastare il tentativo (riuscito) del capitalismo neoliberista di esternalizzare queste politiche usando lo Stato come un bancomat per condurre le ricchezze verso capitali privati. È questa la tendenza da invertire.

Andreas Chatzidakis, Jo Littler: che percorso vi ha condotti dal “Manifesto” (2020) ai concetti di carewashing e care-stripping per spiegare il comportamento di molte aziende?

(And.C.; J.L.): Il “Manifesto”, lo abbiamo detto, è coinciso sostanzialmente con l’era Covid. In quel periodo eravamo sommersi da campagne che ci ricordavano quotidianamente quanto le aziende da cui compriamo prodotti avessero a cuore la cura. Prendiamo Amazon: sui social portava avanti una campagna sulla sicurezza del proprio personale per consegnare le cose di cui tutti avevano bisogno, e contemporaneamente veniva accusata di non rispettare gli standard, tanto che in Francia ha dovuto chiudere alcune basi. Abbiamo iniziato a usare l’espressione carewashing per indicare la tendenza a usare per il proprio interesse il concetto di cura senza però avere realmente a cuore i problemi. In quel periodo, anche il Papa ha usato il termine per criticare aziende che facevano donazioni simboliche per aumentare la propria visibilità pur trascurando la sicurezza dei lavoratori o la sostenibilità ambientale. Nel 2026, ormai, molte grandi aziende e molti attori istituzionali sembra che non sentano nemmeno il bisogno di fingere rispetto alla cura. Due settimane dopo l’inaugurazione di Trump, per esempio, Meta ha eliminato Dei, il programma di fact-checking, promuovendo esponenti repubblicani in posizioni chiave all’interno dell’organizzazione. E si tratta di un caso tutt’altro che isolato. Centinaia di marchi, da Target a Walmart fino ad Amazon e Google, hanno deliberatamente smantellato i propri sistemi di fact-checking citando altrettanto deliberatamente la guerra culturale (e di politiche del diritto) che Trump si è immediatamente vantato di portare avanti («I ended Dei», con le sue parole). Sorti simili sono toccate a numerosi programmi Esg e di responsabilità sociale d’impresa. Questo noi lo chiamiamo care-stripping (cioè un processo che spoglia e smantella la cura).

Come affermiamo nel nostro libro in uscita (con Joel Bakan, “The Moralizing Corporation: the Rise and Fall of Corporate Carewashing”), c’è un denominatore comune tra le pratiche di carewashing e di care-stripping e cioè l’uso strumentale, quasi retorico, della cura per celare una incessante e irrefrenabile spinta a massimizzare i profitti. D’altra parte, le imprese private non sono organizzazioni democraticamente responsabili; al contrario, devono mettere al primo posto interessi di parte.

Catherine Rottenberg: nel suo caso, invece, in che modo le tesi del “Manifesto” l’hanno portata, oggi, a lavorare su un approccio femminista che sia anche, insieme, antifascista?

(C.R.): “The Care Manifesto” offriva sia una diagnosi sul perché il mondo si trovi in queste condizioni, con politiche dell’incuria e forme variegate di crudeltà radicata profondamente persino nelle istituzioni, sia una visione utopica. Quello che ho visto accadere in questi sei anni mi ha condotta a immaginare un futuro alternativo alla crescente e accelerata fascistizzazione della politica. In molti ci chiedevano, allora: di quali battaglie abbiamo bisogno? Come possiamo mobilitarci? Perché i temi di genere come la cura sono al centro dell’attenzione delle destre? Oggi penso che un movimento transnazionale antifascista, antirazzista e femminista sia la nostra migliore possibilità per costruire proprio quel futuro migliore. Mobilitazioni come quelle in Sudamerica stanno indicando una strada che mi convince.

Proprio in questo lavoro, con Farris, Gago e Ziadah sostenete che i processi di fascistizzazione comportano sempre lotte su riproduzione, sessualità, famiglia. Perché?

Le lotte su cura e riproduzione ricorrono in molti, se non in tutti, i movimenti politici, non solo in quelli autoritari. Dopotutto, cura e riproduzione sono le condizioni di possibilità di ogni forma di vita e organizzazione sociale. I regimi autoritari tendono a controllare in modo capillare questi processi perché i corpi sessuati collegano economia e famiglia, riproduzione biologica e demografia, vita intima e regolazione degli affetti. I dibattiti su aborto, diritti delle persone trans, progetti educativi di prevenzione alla violenza sessuale non sono mai solo una questione di libertà individuali, o di moralità o di visioni del mondo. Questi dibattiti possono infatti portare a distinguere le famiglie da proteggere e quelle patologizzate, le forme di lavoro svalutate e quelle da privilegiare. Quella che definiamo una fascistizzazione della politica si manifesta, insomma, in modi diversi a seconda dei contesti e dei paesi – ma ovunque le politiche della cura da cui proponiamo di partire per de-fascistizzare il mondo saranno perni centrali.

(il manifesto, 29 marzo 2026, “Se le politiche della cura smantellano i fascismi”)

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/03/Uomini-e-Profeti-del-28032026-6be27a9e-b7c5-4e3b-bc9b-ac6252917a13.html

Nella puntata del 28 marzo 2026 di “Uomini e profeti”, programma di Rai Radio Tre, accessibile gratuitamente previa registrazione, Felice Cimatti dialoga con la filosofa Wanda Tommasi e con la teologa Cristina Simonelli, autrici del libro Sostare nell’imperfezione. L’inadeguatezza come possibilità, Edizioni Paoline, 2026. La puntata contiene anche un breve commento sull’insediamento dell’arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally e un’intervista di Benedetta Caldarulo con Michele Lipori, caporedattore della rivista Confronti, che ha seguito la marcia silenziosa delle madri palestinesi e israeliane unite per la pace, Barefoot Walk for Peace, avvenuta a Roma lo scorso martedì 24 marzo 2026.

(Uomini e profeti, RaiRadio3, 28 marzo 2026)

La presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva perfino partecipato a una puntata del podcast del rapper Fedez, uno dei più seguiti in Italia, per far conoscere la sua riforma della magistratura ai più giovani. Ma loro non si sono lasciati convincere: il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha bocciato lo stravolgimento della giustizia proposto dal governo di estrema destra guidato da Meloni.

È stato decisivo il voto delle nuove generazioni, a cui oggi la democrazia italiana deve essere molto grata.

Certo, anche se avesse vinto il sì, l’Italia non sarebbe precipitata da un giorno all’altro in una dittatura. Ma la riforma rappresentava un duro attacco alla separazione dei poteri. Com’è emerso durante la campagna per il voto, Meloni avrebbe voluto una giustizia più incline ad assecondare, con le sue sentenze, l’operato del governo. Senza contare che la vittoria del sì avrebbe dato all’esecutivo un lasciapassare per proseguire l’opera di smantellamento delle garanzie liberali, pezzo dopo pezzo.

Le italiane e gli italiani si sono opposti a tutto questo. A far sentire la loro voce sono state in particolar modo le persone con meno di 34 anni, che hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 61 per cento. Il no ha fatto presa tra chi fatica ad arrivare alla fine del mese con il suo stipendio, e in Italia questa categoria è rappresentata soprattutto dai giovani. Al referendum i fuori sede, soprattutto studenti che risultano ancora residenti all’indirizzo dei genitori, non hanno potuto votare nelle città dove vivono. E tanti di loro hanno dovuto fare un lungo viaggio per raggiungere il seggio.

Ma il voto del 22 e 23 marzo ha espresso anche l’insoddisfazione delle giovani generazioni per le scarse opportunità, e la loro sensazione di essere trascurate e di contare poco. Quello che è successo in Italia si osserva anche in altri contesti: se i cittadini di mezza età di solito hanno un orientamento più pragmatico e nel voto oscillano più facilmente tra la destra e la sinistra, i giovani sono più ideologici. Scelgono gli estremi, e in Italia, soprattutto tra i ragazzi, spesso ha prevalso quello di destra. Forse questa volta sono state le donne ad aver fatto la differenza.

Di certo tutti i giovani hanno manifestato interesse per la vita pubblica del paese. Ed è il caso di dirlo: è stata una fortuna.

(Internazionale, 27 marzo 2026)

A commento dell’articolo, pubblichiamo i dati ripartiti per sesso e per fascia d’età del voto al referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo (fonte: ISTAT).

(La redazione del sito)

Ripartizione per sesso e fascia d’età

18-34 anni

– Donne: No 64,2% – Sì 35,8%

– Uomini: No 58,0% – Sì 42,0%

35-54 anni

– Donne: No 54,8% – Sì 45,2%

– Uomini: No 51,8% – Sì 48,2%

55+ anni

– Donne: No 47,1% – Sì 52,9%

– Uomini: No 51,6% – Sì 48,4%

Che cos’è capitato il 22 e 23 marzo? Milioni di persone, molte delle quali giovani, sono andate alle urne e hanno detto “No” a una riforma della Giustizia che il governo presentava come necessaria. Il No ha vinto con quasi il 54%. L’affluenza è stata più alta di quanto si prevedesse.

A Radio Popolare, il giorno dopo, un giornalista chiedeva ai giovani se il loro No si potesse sovrapporre a un voto di sinistra. Loro hanno risposto di no, perché questo voto viene da un luogo che le mappe correnti della politica non riescono a intercettare. C’è più di quello che le categorie degli schieramenti ci fanno vedere, più di quello che si riesce a far stare dentro a un’alleanza o a un programma.

Che cosa c’è di più? Io direi: un senso della giustizia intesa come orientamento, come modo di riconoscere cosa vale e cosa non vale. E un legame quasi affettivo con la Costituzione, intesa come patto di convivenza ancora aperto, ancora una promessa.

I partiti dicono di aver capito. «Un popolo della Costituzione che non si sente nelle discussioni tattiche», ha detto il PD milanese. In questa frase si vede l’inghippo: le discussioni tattiche da una parte, le persone dall’altra. E allora si propongono punti condivisi, si annunciano luoghi di ascolto, si parla di coalizioni larghe. Le solite risposte a una domanda di politica che non cerca rappresentanza o delega ma chiama piuttosto il riconoscimento di una verità basica: quello che senti è reale, quello che desideri è politico, sei già dentro questo mondo e hai già voce. È la materia viva di cui la politica dovrebbe essere fatta e senza la quale ogni programma resta un vuoto elenco.

La forza dei movimenti (e ho in mente soprattutto quello delle donne) cresce finché si mantiene la forza del contagio, quella capacità di spingere donne e uomini a farsi protagoniste delle proprie vite, a sottrarsi alla complicità involontaria col dominio. Il No dei giovani ha questa forma. È una sottrazione dal cinismo, dall’indifferenza, dall’idea che le cose non possano andare altrimenti. Sta a chi fa politica capirlo, rinunciando al terreno degli schieramenti (le tattiche, le alleanze, i calcoli) per tornare al terreno dell’umano. Non so se ci riusciranno, so che vale la pena provarci.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

Le conseguenze negative del ricorso massiccio a servizi digitali non sono solo le difficoltà, talvolta insormontabili per alcune categorie di persone, nell’utilizzo di questi servizi ma sono molto più profonde e pericolose.

All’inizio di marzo 2026 tre data center di Amazon Web Services (AWS), situati tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, sono stati colpiti durante gli attacchi iraniani in risposta alle operazioni militari statunitensi e israeliane. Problemi di alimentazione, interruzioni di connettività, infrastrutture danneggiate: per la prima volta nella storia, un’azione di guerra ha preso di mira fisicamente i server di una grande azienda tecnologica. Non è un episodio marginale ma un evento che svela il ruolo di quell’area anche nella rete digitale mondiale.

Il Medio Oriente ospita circa 350 data center, una concentrazione cresciuta enormemente negli ultimi anni. Amazon, Google, Microsoft hanno investito massicciamente in quell’area, attratte dalle economie del Golfo, dalle rotte commerciali strategiche e dall’ambizione di fare di quella regione uno dei fulcri mondiali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Grandi quantità di energia disponibile, costi contenuti, manodopera migrante da impiegare nei microtask: tutto questo offre condizioni ideali per i giganteschi algoritmi che alimentano l’IA generativa.

Ma quella stessa area è anche un centro militare cruciale per gli Stati Uniti. Ed è qui che sta il nodo del problema: le infrastrutture che reggono la nostra economia digitale e quelle che permettono di condurre operazioni militari coincidono sempre più. I data center che ospitano WhatsApp o Google Maps sono gli stessi che supportano droni, sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa.

Non è una novità assoluta: AWS, Microsoft e Starlink hanno già giocato un ruolo determinante nel conflitto in Ucraina, e molte delle operazioni militari israeliane in Palestina si fondano su algoritmi sviluppati con infrastrutture Big Tech (le grandi aziende tecnologiche). La novità è che ora queste aziende private sono diventate esplicitamente obiettivi di guerra. Il complesso militare digitale è allo scoperto.

C’è un paradosso che questa vicenda mette in chiaro: noi tendiamo a immaginare internet come qualcosa di immateriale, diffuso, decentralizzato per natura. Ma la realtà è diversa: la rete è fisicamente vulnerabile, perché si concentra nelle mani di pochissimi attori privati, i quali localizzano le infrastrutture seguendo logiche geopolitiche e militari. L’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno poggia su un sottostante fisico enorme: edifici, cavi, server, energia, acqua. E questi edifici si trovano in luoghi scelti anche per ragioni strategiche.

L’“imperialismo digitale”1 è un fenomeno in cui le multinazionali del digitale (di USA e Cina) dominano mercati e dati globali, creando squilibri economici, sociali e geopolitici. Questo modello, basato sul controllo delle piattaforme e dell’IA, integra le piattaforme digitali con il potere militare (complesso militare-digitale), trasformando la tecnologia in uno strumento di egemonia e guerra. Poche piattaforme multinazionali controllano le infrastrutture, i dati e le informazioni, influenzando lo spazio economico.

Il caso Anthropic ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al quadro. L’azienda guidata da Dario Amodei ha dichiarato di aver resistito alle pressioni del Pentagono, che voleva accesso illimitato ai suoi sistemi di IA per usi militari. Il risultato? L’emarginazione da parte del Dipartimento della Difesa USA e la sostituzione immediata con OpenAI, pronta a raccogliere gli appalti lasciati liberi. La vicenda insegna tre cose: primo, in tempo di guerra, il Pentagono ha il coltello dalla parte del manico. Secondo, la competizione tra grandi colossi tecnologici non lascia spazio a posizioni di principio: chi pone problemi etici, anche solo formali per ragioni di immagine esterna, viene rimpiazzato in poche ore. Terzo, le politiche etiche delle aziende tecnologiche sono spesso molto meno solide di quanto dichiarato: infatti, un’analisi delle policy reali di Anthropic mostra che molti dei vincoli più significativi all’utilizzo dell’IA per scopi militari e di controllo sociale erano già stati rimossi prima dello scontro con il Pentagono.

Quello che emerge, in definitiva, è il ritratto di un’alleanza pericolosa: da un lato gli Stati, soprattutto USA e Cina (con Tencent e Huawei), sempre più dipendenti dalle infrastrutture e dalle competenze di un pugno di aziende private; dall’altro le Big Tech, che trovano negli appalti militari una fonte di profitto stabile e una protezione politica contro tasse più alte o regolamentazioni avverse. Una simbiosi che orienta la traiettoria dell’innovazione verso la morte, la distruzione e la sorveglianza e che crea forti incentivi affinché i conflitti si moltiplichino.

Ma, come ci ricorda Laura Colombo2, l’IA e le tecnologie digitali non sono meri strumenti e soprattutto non sono neutri.

Bisogna, infatti, porre particolare attenzione all’evidenza che i proprietari delle grandi piattaforme digitali che permettono ai servizi digitali di essere erogati sono tutti maschi, di età varia ma legati, oltre che dalla smania di profitto, da atteggiamenti maschilisti e misogini. Oltre che da una solidarietà intrinseca che Ida Dominijanni3 ha nominato “fratriarcato”, una “broligarchia” (brothers + oligarchia) dove i “maschi bianchi arrabbiati” descritti da Michael Kimmel4 trovano rifugio e che si può individuare soprattutto nel settore tecnologico, nelle figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg che stanno costruendo nuovi modelli basati su una “mascolinità nostalgica” che cerca di riaffermare il controllo sulle donne.

Un caso emblematico di questa mentalità è Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data e quindi della sorveglianza sociale, presente nei giorni scorsi in Italia per delle conferenze riservate su invito e ossessionato tanto dal femminismo quanto dalla venuta dell’Anticristo, inteso come chiunque si opponga allo “sviluppo” (o meglio agli affari e ai profitti di Thiel stesso), per lui personificato, guarda caso, da una giovane donna: Greta Thunberg.

1 Dario Guarascio, Imperialismo Digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026

2 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/

3 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/fratelli-di-sangue-resistenza-e-esodo-nazionalismo-e-femminismo-nella-guerra-ducraina/

4Michael Kimmel, Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era, Nation Books, 2013.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

La sua casa è una galleria di ricordi. Sui muri la rivoluzione fatta di calcoli e numeri è nelle lauree e nei riconoscimenti incorniciati, nelle foto con gli studenti e in quelle dei congressi in tutta Europa. Nel suo appartamento all’Appia, in stile retrò, gli occhi sorridono e lei racconta: «Cosa provavo quando risolvevo un problema? Gioia. E un sottile piacere se il computer faceva quello che mi aspettavo». Luigia Carlucci Aiello, Gigina per tutti, è la madre dell’intelligenza artificiale in Italia e la fondatrice dell’associazione nazionale per l’IA. Una matematica e ricercatrice femminista e antifascista, la donna che ha portato in giro per il mondo i risultati sulla «rappresentazione della conoscenza e deduzione automatica» formando generazioni di informatici, ingegneri e matematici. E continua a farlo anche adesso, alla soglia degli ottant’anni. Tra qualche settimana sarà a Palermo per una lectio magistralis su Alan Turing.

Lei era una scienziata già negli anni Sessanta. C’era disparità tra uomini e donne?

Alla Scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista, lì sono stata a lungo l’unica studentessa di matematica. Le donne venivano tollerate a malapena da professori e colleghi, alcune si sono anche ritirate. I normalisti rimanevano dietro le porte, durante gli esami, in attesa di sapere se le femmine venivano buttate fuori. Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre cinquanta uomini ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo.

È stata una donna di rottura in ambienti tutti maschili?

Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da dieci anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA. Iniziarono le ostilità, avevo sfondato una barriera. Ad ogni intervento venivo attaccata, ad ogni mia proposta percepivo di avere sempre tutti contro. Nonostante tutto sono sopravvissuta bene. Il mio motto è «Testa bassa e andare avanti». Se ci credi nel tuo sogno, non devi mollare. Tanto che sono diventata la direttrice del dipartimento e ho inaugurato la nuova facoltà di ingegneria dell’informazione, informatica e statistica.

Una rivoluzione con alle spalle una famiglia patriarcale.

Sono nata a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Papà era capotreno e aveva nove fratelli, mamma era casalinga. Lo zio più grande era prete, come in quasi tutte le famiglie patriarcali del tempo, e con lui ho imparato a leggere a quattro anni sull’Osservatore romano. Ma io avevo le idee chiare già a otto anni. In un tema ho scritto che sarei diventata una professoressa di matematica. Sullo stesso foglio ho disegnato me con un grembiule nero, quello che indossavano le insegnanti a quei tempi, e davanti alla lavagna. I miei genitori non mi hanno mai ostacolata, a loro devo tanto.

In America arriva a ventisette anni per fare ricerca a Stanford, con un figlio di quattro mesi e un marito al seguito.

Ho conosciuto Mario nel 1969 al Cnr, l’anno dopo ci siamo sposati. Lui era un ingegnere elettronico e siamo diventati una coppia anche nella ricerca. Nel gennaio 1973 eravamo a Stanford nel laboratorio fondato da John Mc Carthy, che allora era visto come un visionario un po’ hippy. Noi ricercatori di IA, di conseguenza, eravamo considerati dei matti. Invece c’era una solidità scientifica dietro a quegli studi e io volevo dimostrare la correttezza del programma su un computer. Sono riuscita a lavorare con un sistema che era stato sviluppato lì da un professore inglese.

Lei ha cambiato il modo di fare ricerca.

Ho viaggiato moltissimo in Europa e in America per la ricerca e per la divulgazione. Ho sempre dato molta importanza alla sperimentazione, come hanno imparato gli studenti che hanno frequentato i miei corsi. Ancora oggi quegli allievi mi fermano per strada e mi riconoscono, mi fa molto piacere.

Presto rimane una mamma sola ma ritorna oltreoceano.

Mio marito morì precocemente, fu un colpo terribile. Quando mio figlio aveva sei anni tornai in America. Al termine del biennio di studi, mi offrirono un contratto. Rifiutai, volevo che Marco studiasse in Italia e desideravo restituire al mio paese tutto quello che avevo imparato.

Che futuro avremo con l’intelligenza artificiale?

L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il posto nostro in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato.

Un giovane ha raccontato al nostro giornale che si sente più a suo agio a confidarsi con ChatGPT che non con i suoi coetanei. Che ne pensa?

L’IA ci ha superato nella velocità e nella capacità di calcolo e soluzioni. Ma il campo sul quale non ci ha battuti è quello della creatività. A quel ragazzo ricordo che ChatGPT è stato progettato per compiacere, è pieno di tutto quello che noi umani abbiamo voluto metterci dentro. Ma non guarderà mai negli occhi la persona che ha davanti e non coglierà, ad esempio, i suoi sentimenti in quel momento. Se è triste o contento, se mente o dice la verità. Perché l’intelligenza artificiale non ha un cuore e non prova emozioni.

(la Repubblica, 25 marzo 2026)

Ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo che si mostra sempre più incomprensibile: pare vacillare la nostra capacità di assimilare nuovi scenari poiché il mutamento è incessante. Nuovi conflitti, nuove pagine di violenza, continue nuove infrazioni della normalità precipitano nella confusione dell’ignoto. Le categorie con cui leggevamo la realtà appaiono fragili perché agganciate a principi che credevamo eterni e che invece sono crollati sotto gli sconvolgimenti del presente. Ne consegue una strisciante condizione psichica di paralisi, da cui sembra inimmaginabile uscire.

Eppure, anche se sempre più insidiata dalle tecnologie, abbiamo ancora a disposizione la più ingegnosa tra le facoltà umane, in grado di liberarci dall’oppressione della passività: il pensare, una pratica che presuppone tensione, non si svolge nella stasi, rifiuta la paralisi, sottintende un movimento. Per descrivere la condizione moderna del pensiero, Arendt propone di ripensare una breve parabola di Kafka: un uomo (Er/egli) si trova al centro di un combattimento tra due avversari, uno lo incalza da dietro, è il passato; l’altro gli sbarra la strada davanti, è il futuro.

Nella disputa tra passato e futuro, innescata dallo spezzarsi del filo della tradizione, il pensiero moderno nasce come intervallo. Pensare significa allora abitare integralmente questa dimensione resistendo alla tentazione di rifugiarsi nella nostalgia o di dissolversi nella profezia: in antitesi a quanto, in questi anni, sia stato avanzato dal pensiero maschile che, nel riflesso tragico della parabola, nell’agonismo della lotta tra passato e futuro, non realizza la promessa arendtiana, ma manifesta la lacuna come tenebra, come depressione. In un immaginario di lotta eminentemente maschile, il soggetto Egli si percepisce assediato dalla storia, e, trascinato tra rovine e catastrofi, si esprime in forme apocalittiche: crisi irreversibili, collassi ecologici, fine delle democrazie, scenari di estinzione. Il tempo è vissuto come precipizio perché, sembrano ammonire, se il simbolico maschile ha fallito, allora è la fine del mondo.

Come agire contro lo spirito del ripiegamento, come rilanciare la promessa arendtiana di una lacuna inaugurale, di un pensiero imprevisto liberato dalle insidiose controversie del tempo, di una «forza diagonale»? Proviamo a immaginare cosa accade se, in quella parabola, sostituiamo il pronome: se egli fosse ella come cambierebbe l’atto del pensare? Il gesto potrebbe sembrare minimo, quasi grammaticale, ma il pronome non è neutro: organizza una posizione nel tempo, determina una dislocazione nell’asse delle forze generando un’altra esperienza della mente, quella di lei, l’esclusa dalla tradizione, l’inassimilabile, colei che è naturalmente “equipaggiata” per stabilirsi nella lacuna. Cacciata da ogni campo del sapere, ella ha creato spazi carsici al di fuori della linearità del sapere maschile, in «momenti radianti» (Chiara Zamboni) che manifestano una relazione diversa con le chiamate della Storia.

Fuori da queste contese, le pensatrici si collocano in una posizione laterale: assistono a una lotta che non le rappresenta e dalla quale possono scegliere di distaccarsi, volgendo altrove lo sguardo. In questo gesto di sottrazione inaugurano una temporalità diversa, che non è segnata dalla rovina ma dall’invenzione: un tempo fatto di traiettorie eccentriche, che deviano dai percorsi stabiliti. È un modo di stare nel tempo che sfugge alle trappole della linearità, sia quando questa si presenta come reazione, come annuncio di apocalisse, sia quando assume le vesti rassicuranti del progresso.

La parabola così si trasforma e si rinnova, l’asse si sposta, lo spazio del presente si apre nella prefigurazione di una rivoluzione simbolica che è appena cominciata e che ci interpella chiedendoci di mettere in gioco le nostre forze in una pratica della mente che non si lasci imbrigliare entro i recinti del femminile, che rifiuti di essere inglobata nelle istituzioni che la spartiscono in ambiti disciplinari, e che, immercificabile, si elevi al di sopra delle logiche voraci del mercato. Il pensiero delle donne sottraendosi alla colonizzazione conquista quell’autonomia indispensabile per interrogarsi liberamente sulle grandi questioni epocali. Queste ultime rivelano allora la loro natura di possibilità generative: non semplici ostacoli da rimuovere, ma occasioni feconde di un momento radiante e inedito, che preesiste in stato di latenza e attende esclusivamente l’intervento del nostro pensiero per pervenire alla piena manifestazione.

(L’imprevista – newsletter di Lìbrati, 24 marzo 2026)

Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?

L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.

La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.

Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.

Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.

Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.

«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».

«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».

Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).

Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.

(il manifesto, 23 marzo 2026)

Women of the Sun (le donne del sole) e Women Wage Peace (le donne portano la pace) sono due associazioni, l’una palestinese fondata a Gaza e in Cisgiordania nel 2021 da Reem Hajajreh, e l’altra israeliana, cofondata da Yael Admi, entrambe candidate al premio Nobel per la pace 2025. Da anni, prima del 7 ottobre, portavano avanti insieme iniziative di pace, dando l’esempio di una possibile convivenza tra due popoli su un’unica terra.

Tre giorni prima del massacro di Hamas avevano marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare dove «attorno a un simbolico tavolo negoziale alla presenza di varie attiviste e politiche internazionali» avevano richiamato l’urgenza della partecipazione femminile alle trattative di pace. Subito dopo il 7 ottobre e la conseguente vendetta israeliana, le donne di Women Wage Peace scesero in piazza per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi. Ma non furono ascoltate. Molte attiviste di Women of the Sun sono morte a Gaza sotto i bombardamenti d’Israele, in diversi casi insieme a tutta la famiglia, di altre si sono perse le tracce, inghiottite dalla violenza e dall’orrore genocida contro il popolo palestinese. Dalle macerie, materiali e spirituali, dal dolore e dalle sofferenze per tanta violenza che non si ferma né a Gaza né in Cisgiordania ma anzi si allarga per tutto il Medio Oriente, ecco risorgere le donne delle due associazioni che il 24 marzo a Roma cammineranno fianco a fianco a piedi nudi e alla fine leggeranno il loro “Appello delle madri” per invitare le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro.

Un appello che fuoriesce dai confini d’Israele e Palestina e si rivolge anche agli uomini per fermare la violenza, la cecità e la pazzia di maschi che idolatrano la forza delle armi e minacciano l’umanità intera. «Noi donne palestinesi e israeliane – si legge nell’appello – di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato». «Invitiamo – continuano – i popoli di entrambi le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, a aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla soluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e gli abitanti della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva». «Ci impegniamo – scrivono ancora – a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione Onu 1325 del 2000 che impose l’inclusione di negoziatrici nelle trattative di pace e nei processi decisionali». Infine, invitano i loro leader «a mostrare coraggio per questo cambiamento» e unire le forze «per restituire speranza» ai due popoli. Al loro appello si sono unite altre voci, tra cui quella della rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che il 28 marzo scenderà con gli arazzi della pace in più di cento città, tra cui Soverato, Palmi, Reggio Calabra, Gioia Tauro. Ancora una volta la pace è donna.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2026)

La vicenda-choc in Francia: un gruppo di attiviste ha portato in tribunale il colosso Lafarge con l’accusa di aver finanziato il Daesh in Siria tra il 2013 e il 2015 pur di tenere aperto l’impianto. Un libro racconta la storia

Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento a impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».

La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria, teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi dieci anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.

Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.

Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).

Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti.

Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?

Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è già un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero».

(Avvenire, 21 marzo 2026)

L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!

(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.

(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)

Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

https://www.facebook.com/profile.php?id=61577566614538 https://www.instagram.com/100piazze_pace/
email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)