di Redazione del sito
Nel week-end del 16 e 17 maggio si è svolta la conferenza “Femminismo fortemente sconsigliato (ma necessario)”, promossa dalla Rete femminista Dichiariamo.
Un incontro nazionale che ha visto una numerosa partecipazione, scaturito dal desiderio di confrontarsi a partire dalle considerazioni qui ricordate:
«Le donne non sono una minoranza fra le tante, sono più della metà dell’umanità. Rifiutiamo di sparire nell’indistinto degli asterischi, come di servire a desideri non nostri. Le “libertà” che passano attraverso il mercato sono false opportunità perché nessuna può piegare le leggi di mercato a proprio vantaggio. Desideriamo che sia ripristinato il libero confronto delle idee, contro post-verità e censure, perché vogliamo realizzare un patto di convivenza pacifica e rispettosa di tutte.
Femminismo fortemente sconsigliato da chi propugna le guerre, più o meno ibride, degli eserciti e della propaganda; da chi vende e compra tutto: sex work, gestazione per altri più o meno solidale, pornificazione; da chi, a destra, sinistra, centro, censura il libero pensiero, lo teme e lo evita.
Femminismo (intensamente) necessario per chi cerca la nonviolenza negli scambi e pratica la “difficile arte del conflitto generativo”; per chi sceglie il gusto di vivere, la maternità, il lesbismo, al di qua e al di là della legge; per chi afferma la libertà di espressione e la politica relazionale».
La conferenza è stata articolata in quattro sessioni tematiche:
– La libertà non è in vendita, avviata da Silvia Baratella, Valentina Pazé e Nora Vira
– Ritratto di giovani in fiamme, avviata daFrancesca Della Valle e Stella Zaltieri Pirola
– Disarmare arsenali e parole. Pratiche di conflitto generativo, avviata da Daniela Dioguardi e Monica Lanfranco
– La libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente, avviata da Cristina Gramolini e Olivia Guaraldo
La cineasta Lidia Meriggi ha ripresto i momenti introduttivi del convegno e delle singole sessioni, che via via sono in corso di pubblicazione sul canale YouTube della Rete femminista Dichiariamo.
Qui di seguito il link al benvenuto di Lucia Giansiracusa e all’introduzione “Le pratiche politiche e la politica del simbolico” di Laura Minguzzi.
Nel ricordo della giurista e femminista, un’eredità politica e simbolica che invita ancora oggi a tenere insieme legge e desiderio, istituzioni e vita concreta

Molte donne della mia generazione, nate quando la Libreria delle donne di Milano era stata già fondata (1975) e quando De Beauvoir Irigaray Muraro e Cigarini (tra altre) avevano già scritto le parole che andiamo ancora sottolineando, hanno sviluppato un certo timore reverenziale nell’approcciare le protagoniste di allora. Difficile sentirsi all’altezza dell’autorità femminile emanata dalla loro presenza ovunque si fosse. Non solo perché si lavora sui loro testi come su dei canoni, ma per la responsabilità che si prova nell’attualizzare lemmi come “ordine simbolico”, “vuoto legislativo”, “sopra la legge”. È successo anche a me, dalla prima volta in Libreria – nonostante fossi a fianco a una delle donne e studiose a cui mi affido pienamente, Silvia Niccolai – fino all’ultima occasione in cui ho provato a dire, di fronte a Lia Cigarini, perché l’orizzonte che ha tracciato è quello in cui ancora intendo muovermi e che vorrei trasmettere a chi verrà dopo di me. Eravamo a Palazzo Marino per i cinquant’anni della Libreria e per celebrare il suo ultimo compleanno, a ottobre 2025. Per sintetizzare il munus perpetuo che Lia Cigarini – avvocata, giurista, militante – lascia agli studi sul diritto, farò riferimento a tre espressioni che ribadiva spesso con la sua consueta assertività, un po’ austera ma più che altro autorevole: “sopra la legge”, “vuoto legislativo” e “cambio di civiltà”.
Prima questione: «il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi riconosco ad altre donne e mi riconosco […]. Nel momento in cui c’è autorità femminile c’è tutto l’ordine simbolico necessario perché le donne possano diventare libere nei rapporti con le altre, con gli uomini e con l’intera società». Queste parole di Lia oggi sono confluite ne La politica del desiderio (Orthotes). Sopra la legge non è solo una metafora che indica un modo di guardare al diritto da un punto di vista esterno, per dirla con un’espressione di Herbert Hart: sopra significa anche fuori, prima o dopo. Oltre la legge, e così via: e tuttavia l’espressione “sopra la legge” presuppone che una legge ci sia. L’espressione “sopra la legge” è della mistica Margherita Porete e indica la posizione di libertà che si guadagna privilegiando le relazioni alle istituzioni punitive e coercitive.
Per Cigarini è anzitutto la pratica dell’inconscio che può portare a osservare le relazioni giuridiche, più o meno formali, fuori o dentro il processo, «facendo un balzo al di fuori». Soprattutto su temi relativi alla libertà sessuale e riproduttiva, questa espressione è stata cruciale nel definire un punto di vista rivoluzionario sul diritto. Mentre ovunque si discuteva di quel che andava messo o non messo nella 194, Cigarini ribadiva che sull’aborto e sulla sessualità in generale legiferare può essere rischioso e che andava fatto «un lavoro politico diverso». Un monito ancora attuale non solo per le cifre degli obiettori, ma anche per ripensare alcuni dibattiti come quello sulla maternità surrogata, che proprio in questi giorni riempie le pagine sul web.
Seconda questione: in un articolo del 1992 uscito su Via Dogana (intitolato appunto “Sopra la Legge”), proprio a proposito della legge 194/1978 Lia Cigarini dice che il “vuoto legislativo” sarebbe stato un’occasione di libertà per le donne. Si tratta di un tema che Cigarini e le altre autrici di “Non credere di avere dei diritti” ribadiscono non solo a proposito dell’interruzione di gravidanza, ma di molta legislazione antidiscriminatoria (specialmente in materia di lavoro e congedi), una tipologia di strumento «più amata da chi legifera che dalle donne stesse» perché imbriglia e normalizza il dinamismo affettivo, corporale e culturale delle donne, nonché la complessità del soggetto femminile (e non solo perché, come fa comodo dire, sa far tante cose contemporaneamente). Fare vuoto non significa non credere nella funzione sociale del diritto, che a partire dalla forza costituente dei principi può tenere insieme valori in conflitto, ma significa prediligere – per alcuni temi – un diritto “minimo”.
Grazie a questo metodo, Cigarini è riuscita molto bene a conciliare due operazioni apparentemente inconciliabili: da un lato dimostrando, con la pratica del processo e il lavoro in aula soprattutto, che il diritto e lo stato di diritto sono argini necessari all’arbitrio, in ogni campo e in ogni tempo. Dall’altro, invitandoci a stare sopra la legge e a fare vuoto prima di prendere (a tutti i costi) posizioni nette su scelte tragiche, come lo sono spesso quelle che riguardano il corpo, la nascita, o la morte. Con questa conciliazione Lia Cigarini lascia in eredità alla nostra generazione una responsabilità: provare a seguire il suo esempio tenendo insieme la necessità della legge e i rischi del suo abuso, per «fare di una condizione umana imposta, quella femminile, un’occasione di esistenza più grande». Senza mai far prevalere troppo la libertà a ogni costo o la restrizione a ogni costo, ma facendo leva sulle costrizioni (che oggi possono essere diverse da allora) per ampliare gli spazi della libertà delle donne. Fare leva: un’altra figura retorica che amava usare per definire la spinta generativa delle difficoltà, senza mai farsi affossare dai vittimismi (oggi assai di moda, ahimè).
Terza e ultima questione: nei suoi lavori scritti e nei suoi interventi Lia Cigarini ha spesso sostenuto che sulla libertà delle donne e sulle pratiche politiche per i loro diritti «è necessario un cambio di civiltà». Continuare a pensare il desiderio e le politiche (comprese le leggi) come due emisferi in opposizione è sbagliato: lo ha detto, lo ha scritto, lo ha ribadito ancora e spesso negli ultimi anni prendendo posizione su questioni come la gestazione per altri. Il diritto non è un territorio di conquiste: questa è invece un po’ la tendenza a cui si assiste, per cui a ogni dimensione del desiderio, della gioia e dei piaceri sembra dover corrispondere, appunto, il “diritto a” o il “diritto di”. Non funziona così, non dovrebbe funzionare così: il diritto è in continuità con la vita e quest’idea è resa benissimo dall’espressione «la politica del desiderio» che infatti segna l’ultima raccolta di lavori di Lia Cigarini, un’espressione che ancora una volta a livello figurale restituisce la contraddittorietà del rapporto tra la vita e le regole, per dirlo con Stefano Rodotà.
Il cambio di civiltà richiede un lavoro costante, una pratica quotidiana. Non è l’esito di negoziazioni da salotto in cui stilare le forme di vita vincenti e perdenti, o i desideri da assecondare e quelli da neutralizzare. Non funziona così. La trasformazione auspicata da Lia Cigarini spiega un orizzonte, un metodo per lavorare quotidianamente, con la prudenza che appartiene da millenni alla scienza giuridica. Senza assumere a priori posture contrastive, senza amici e nemici. L’orizzonte che ci consegna Lia e per cui le dobbiamo gratitudine indica bene il cambio di civiltà, di cultura giuridico-politica, che servirebbe. Purtroppo non lo ha visto compiersi e la strada oggi è lunga e tortuosa.
Poco più di un mese dopo la sua morte ripenso al suo sguardo, ai silenzi dopo le domande altrui (alle mie senz’altro) e al tempo lento di elaborazione delle sue risposte spesso brevi e dense, al tono deciso con cui lei – loro – lanciavano motti e fissavano figure come il “sopra la legge” o il “vuoto legislativo”; dopo ore di elaborazione, liti, ripensamenti, accanitamente, sempre come se la posta in gioco (un’altra figura retorica che ha usato spesso) fosse altissima. In effetti, lo era e lo è.
Quel timore reverenziale di fronte a Lia forse era piuttosto, a riguardarlo, la sensazione che qualunque fosse il tema in discussione – il Catalogo giallo, la maternità surrogata, i discorsi identitari – lei cercava (riuscendoci) a riportare tutto al nocciolo della questione, stando sopra la legge e dentro la legge, sopra le relazioni e dentro le relazioni, con leggerezza e viva autorità.
(ilmanifesto.it, 28 maggio 2026)
Il progetto di Chiara Camoni dialoga molto più di quanto sembri con la mostra “In minor keys” di Koyo Kouoh. Soprattutto con l’opera di Magdalena Campons Pons che al teatro delle Tese ha anche inscenato una performance
«Con te con tutto» dice Chiara Camoni, mentre Koyo Kouoh, parla di “minor keys”.
Due affermazioni che trovano una reciproca alleanza. Potrebbe essere una chiave che attraversa l’immaginazione di questa Biennale. Nel senso che la mostra di Kouoh mette in evidenza i gesti del disegno, della pittura, delle forme con una varietà che si allontana dall’idea concettuale e privilegia l’intuizione e il modo di darle forma. Carla Lonzi diceva che l’intuizione è un «modo di vivere e non di spiegare un problema astratto». Nelle innumerevoli immagini raccolte da Kouoh leggo questa possibilità, che di riflesso riduce l’abitudine a considerare l’espressione “manuale/artigianale” come un arcaismo.
Il Padiglione Italia di Chiara Camoni
In “In minor keys” emergono differenze, che non contrappongono il gesto spontaneo intuitivo, lo mettono in dialogo con la “prospettiva” che, dal Rinascimento, è la caratteristica che dell’arte del mondo occidentale. Oggi il valore creativo dell’intuizione anonima è riconoscibile ovunque, ed è diventato anche un criterio di osservazione, che contagia molte figure di questa Biennale. La folla di “statue” di donne, plasmate in creta e con frammenti di materiali “artigianali’ e naturali (fiori, foglie, resti di altre sculture) ci fa provare una compagnia anomala, come se fosse naturale incontrare contemporaneamente tante soggettività femminili, in cui riconoscere la propria, e al contempo renderci conto che non siamo in un universo separato. Ognuna di loro proietta ombre che ci camminano accanto e collegano uomini e donne che camminano in mezzo a loro e intanto ognuno e ognuna proietta la propria ombra.
Le sculture di Chiara Camoni hanno una speciale sintonia con il tronco di un albero, simbolo di crescita della natura e della trasformazione: col legno si costruiscono case e oggetti, dal tronco germogliano rami, la corteccia negli anni cambia densità. Avviene anche nelle fisionomie umane.
Le donne di Chiara Camoni
Le “donne tronco” di Camoni contengono questa mobilità e al contempo sono figure specifiche della trasformazione artistica, oggi riconosciuta anche alle donne. La riproduzione della specie umana è caratterizzata dagli incontri culturali, emotivi, intenzionali e casuali. Camoni lo esplicita in una donna che tiene nelle mani due ciotole in ceramica di Fausto Melotti. E avviandoci all’uscita vediamo non solo un accumulo di altre sculture, alcune sembrano ancora da finire, di materiali e opere di altri, ma anche i grandi alberi del giardino. Forse è un caso, ma le donne plasmate da Chiara Camoni me l’hanno fatto notare.
Magdalena Campos Pons in “In Minor Keys”
In In minor key, Magdalena Campos Pons compone, invece, un grande ritratto di Toni Morrison e Koyo Kouoh, tra loro distribuisce mazzi di magnolie.
Un tempo avremmo pensato ai vasi di fiori davanti alle foto di chi non c’è più, oggi è un gesto che riguarda la vita e la capacità di creare una “scultura” con le nostre mani, mettendo in vaso fiori o oggetti che abbiamo in casa. Chi non ha un vaso in cui matite, si alternano a tagliacarte, righelli, bacchette per il cibo? Che una volta che abbia trovato il suo posto, diventa un punto cardinale dell’orientamento domestico. L’arte si fa con tutto, e la fanno tutti, ma la forma è dei singoli: artisti e artiste con le loro figure ci indicano come uscire dal domestico e intuire cosa vive oltre a noi. È per questo che diventa patrimonio dell’umanità.
Forse sono troppo “romantica”, ma alla performance di Campos Pons, al teatro delle Tese, subito dietro il Padiglione Italia, Magda, indossa un vestito e un cappello triangolare che le fanno assumere la forma di una statua “astratta”, che danza e risuona al ritmo della musica di Kamal Malak. L’emozione e l’energia di danza, disegno, suono è grande e si conclude con la proiezione delle parole di Kouoh: «credo nell’energia che non finisce con la morte». E questa è la domanda che ritroviamo nell’arte mentre appare e in quella che ci ha preceduto secoli fa. L‘Assunta di Tiziano, visibile nella Chiesa dei Frari di Venezia, ce la indica ed è spontaneo trasferirla nella energia quotidiana della vita, che l’arte intercetta dentro e fuori dalle case, dalle chiese, dai musei.
(Artribune, 25 maggio 2026)
Una frase un po’ abusata, ma vera, dice del femminismo che «è l’unica rivoluzione riuscita del Novecento». Riuscita non significa compiuta, dal momento che il femminismo è una lotta e una forma di lotta, un’idea di mondo e un mondo, «una moltiplicazione di voci e non una somma» (ha scritto Giulia Cavaliere, critica musicale, fornendo peraltro, almeno alla sottoscritta, un buon motivo per dire “femminismo” anziché “femminismi”), e per tutte queste ragioni, non si esaurisce nella realizzazione di obiettivi. Non si esaurisce in niente. Non si esaurisce e basta.
Dire che la sua rivoluzione è riuscita, per innegabile e quindi vero che sia (parzialmente vero, come ogni cosa vera), dischiude e chiarisce, però, almeno due problematicità. La prima è che al femminismo è riuscita, in parte, la parità: instaurata per ora a macchia di leopardo, è difficile immaginare che non lo sarà, più prima che poi, in modo omogeneo. Raggiungere la parità all’interno di un sistema maschile significa soltanto, però, poter giocare al gioco dei maschi. Per ora, la destrutturazione di quel sistema non ha portato molto altro che una sua ristrutturazione: aprirne i varchi alle donne non ne ha modificato la sostanza. La seconda problematicità è che se una rivoluzione anticapitalista come quella femminista, risulta riuscita in un tempo ancora eminentemente capitalista, allora è una rivoluzione che non solo non ha piegato il capitalismo, ma nel capitalismo si è integrata (un saggio su questo lo ha scritto Jennifer Guerra, è uscito poco più di un anno fa per Einaudi, e s’intitola “Il femminismo non è un brand”). Niente di nuovo, certo. Ma ribadire tutto questo serve anche a individuare qual è lo spazio di autocritica e confronto al quale il femminismo deve sottoporsi, specie in un momento di (presunta) difficoltà: dopo la vittoria di Trump, si è parlato di fallimento del femminismo perché molte donne, anche nere, lo hanno votato; la diffusione del movimento delle tradwife (signore americane che si beano di fare le casalinghe), e con esso il fatto che la maggior parte delle donne ai vertici di governi nel mondo siano conservatrici, è stato pure quello imputato al femminismo, o meglio alla sua débâcle; il romance è anche quello colpa delle femministe; e naturalmente il Metoo è dichiarato concluso e perso, apparentato sciattamente alle war culture, pure quelle dichiarate sconfitte (non è chiaro se per colpa delle femministe ma suppongo di sì). Viene invece riconosciuta la parità, e infatti a Sanremo succede che un giornalista dica a una rock band (Le Bambole di Pezza) che «le donne hanno il controllo di tutto: lavorano come noi e a casa hanno sempre in mano il telecomando» (il paradigma Renzo Arbore, uno che di italiani se ne intendeva).
E però non sta lì l’incrinatura del femminismo (che, a scanso di equivoci, è vivo e vegeto): lo spazio da cui guardare i suoi limiti, gli errori che ha commesso e continua a commettere, i compromessi che ha firmato, le esclusioni che perpetua è uno sguardo. Lo sguardo queer. Che è la più fedele manifestazione del radicalismo che al femminismo, soprattutto negli anni Settanta, ha dato linfa teorica, e dopo rivoluzionaria.
Un’altra delle frasi che spesso si dicono sul femminismo è che è un «movimento di guastafeste»: incide fintanto che è irritante, assoluto, inflessibile, intransigente. È, in questi anni, anche il movimento delle sottigliezze: scova l’intento soggiogante nella galanteria, il ricatto nel complimento, il patriarcato nella determinazione. Soprattutto, è il movimento degli sguardi marginali, verso i quali, però, si è mostrato tutt’altro che inclusivo, pur avendone un gigantesco bisogno, perché arrivano da occhi esagerati, indigeribili, e per questo stupendi, lucenti, carichi dell’inventiva necessaria affinché da rivoluzione riuscita del Novecento, il femminismo diventi forza creatrice del nuovo millennio. «Ci vogliono vent’anni di potere in mano alle donne, poi ne riparliamo», ha detto Valeria Parrella (il suo ultimo libro, “La ragazzina”, per Feltrinelli, è il più bel libro scritto dalla parte delle bambine degli ultimi anni, e parla di Giovanna D’Arco). E ha ragione. Ma in questo immaginario ventennio di donne, come ci arriviamo se per la maggior parte del tempo ci occupiamo di stabilire quanto sia o non sia femminista Giorgia Meloni e non, invece, del fatto che le badanti sono quasi tutte donne, che gli assassinii delle prostitute raramente sono definiti femminicidi e praticamente mai finiscono nelle cronache (di recente ne ha scritto su questo giornale Irene Famà), e poi di quante donne si incatenino in condizioni insopportabili, che Alex Tamécylia elenca nel pamphlet “Le femministe ti incoraggiano” (traduzione di Giulia Ansaldo), forse una delle migliori letture di questi anni sul femminismo visto dal femminismo queer, appena uscito per Fandango (che in Italia porta Virginie Despentes e tutta la saggistica più eruttiva del femminismo contemporaneo).
«Pensi a quella che ti manda decine di vocali per dirti che non ha tempo di pensare a niente; a quella che voleva creare un luogo in cui coltivare modelli ecofemministi da reinventare e che ha passato gli ultimi tre anni a sfamare il pubblico del suo amante dj; a quella che ama un artista invece di diventarlo». Viste con occhi queer, le donne progressiste non stanno tanto meglio delle tradwives e mostrarlo è solo una delle cose preziose che questo libro fa. Un’altra è ricordare che «esiste il diritto di non essere d’accordo con tutto quello che pensi», e quindi dice che il femminismo non è un compito da assolvere senza sbavature, ma una sbavatura, che non è un pensiero lineare ma contraddittorio, che non è una lotta per produrre ma un pensiero improduttivo: «A liberare le donne dalla morsa maschile sarà la distruzione totale del sistema basato sul lavoro e sul denaro, non il raggiungimento della parità economica dentro questo sistema. SCUM Manifesto» (in subordine consiglia di leggere, oltre a Simone De Beauvoir, Elizabeth Badinter e Virginia Woolf, anche Valerie Solanas, bell hooks e Murielle Magellan).
Il femminismo, in questi anni, lavora alla sua integrazione: aggiunge la misura, il peso, il corpo, i saperi femminili (assai di rado includendo quelli della comunità LGBTQ+) a quella maschile. E Tamécylia lo contesta, mostra come proprio questo abbia comportato una moderazione delle richieste e una omologazione dei desideri, e di fatto abbia messo il femminismo a servizio degli uomini e di una loro rieducazione che li renda migliori, più frequentabili, meno violenti, meno prevaricatori, senza però mai spostarli da dove sono. Scrive Tamécylia: «La battaglia non è convertire i maschilisti in pseudo-femministi autoproclamatisi gentili che svuoterebbero la lavastoviglie durante il loro congedo di paternità». Fa storcere il naso? Certo. Ed evviva: non siamo un po’ stanche di convenire su tutto, di essere ragionevoli e incontestabili, come se essere femministe fosse aderire a una linea di partito?
«Le femministe ti incoraggiano a lasciare tuo marito, uccidere i tuoi figli, praticare la stregoneria, diventare lesbo-trans-queer», ha detto il televangelista americano Pat Robertson, repubblicano. Anziché indignarsi, Alex Tamécylia ha scritto un libro in cui, con spasso, spiega perché e in che modo è vero che le femministe dovrebbero fare tutte quelle cose, perché fare tutte quelle cose è il modo più efficace, in questo tempo, di attenersi all’imperativo che le donne si diedero negli anni Settanta: fare una rivoluzione che non spargesse sangue ma vita. E non perché corrobori necessariamente la riproduzione – «tu non partorirai nel patriarcato!» – ma perché la vita è anche festa, piacere di sé e per sé, apocalisse, scontro.
Al femminismo queer dobbiamo riconoscere l’enorme merito di incarnare lo spirito eversivo di un movimento che non è nato solo per chiedere diritti, ma pure per abolire confini e reinventare identità, ibridando, litigando e divertendosi moltissimo. Tre cose che, con questo libro, farete dalla prima all’ultima pagina.
(La Stampa, 25 maggio 2026)
A Bogotà, dal 2019, ci sono gli “isolati della cura”, un sistema distrettuale e un programma locale di sostegno
Ottobre 2019. Pochi mesi prima che il mondo venga turbato dalla pandemia, la città di Bogotà elegge Claudia López, prima sindaca apertamente omosessuale a guidare una città strutturalmente attraversata dall’ingiustizia sociale (tanto da essere divisa in sei “strati”: ricchi, intermedi, poveri, con degrado estremo, etc.). Tra le altre cose, la vittoria di López segna una svolta nella gestione urbana del sostegno al lavoro di cura. Bogotà, come tutta l’America Latina, era già dagli anni Ottanta un luogo di una fervente elaborazione femminista che è riuscita a coniugare, specialmente negli ultimi anni, teoria e pratiche, portando avanti un lavoro casa per casa, storia per storia, per reimmaginare la vita quotidiana.
2020. Esplode la pandemia e si crea così l’occasione per testare, finalmente, un nuovo indirizzo politico a partire dalla cura. Le aree urbane, come Bogotà, sono quelle in cui più si percepisce l’assenza di relazioni solidali, di spazio, di tempo. Il lavoro di cura balza improvvisamente in cima alle questioni da affrontare subito e collettivamente. È in tale contesto che López e la sua squadra lanciano il Sistema Distrital de Cuidado (sistema distrettuale della cura), che con le sue tre R – reconocer, redistribuir, reducir (riconoscere, ridistribuire, ridurre) – è il primo programma locale di sostegno alla cura e ruota essenzialmente intorno alle manzanas del cuidado (isolati della cura).
2021. Apre la prima manzana del cuidado. Oggi sono in tutto 26 e a breve diventeranno 45. Molte città del mondo le vorrebbero replicare. Sindaci e leader progressisti le considerano un modello per la giustizia di genere. Studiose di economia, femminismo, sociologia urbana le usano come paradigma. Ma che cosa sono e come funzionano, in concreto?
L’idea è molto semplice: non si tratta di costruzioni nuove sostenute da fondi miliardari (come quelle previste dal Pnrr, che in molti casi ancora aspettiamo di visitare): le manzanas nascono dal riutilizzo di luoghi già esistenti. Scuole, strutture sportive, community centers. Le prime 26 sono presenti nelle zone periferiche e con percentuali altissime (quasi esclusivamente femminili) di caregivers a tempo pieno che non hanno studiato, non fanno alcuna attività per sé stesse e badano a tempo pieno a partner, figli, genitori, prossimi non autosufficienti. Queste persone, essenzialmente donne, iniziano a veder riconosciuto il proprio lavoro finora invisibile. Come? Il principio chiave è l’economia del tempo: chi sostiene il carico anzitutto mentale della cura, si sa, porta avanti tante azioni nello stesso momento (cucina, guarda i figli o gli anziani, programma la gestione della casa) e per questo non ha spazio da dedicare a sé o alla partecipazione politica, alla propria comunità.
Molte di queste donne non sanno andare in bicicletta, non hanno mai seguito una lezione di nuoto o di yoga, non hanno finito la scuola e quindi non possono cercare lavoro. Così, per esempio, vanno alla manzana e portano con sé i figli e il bucato sporco. Mentre i bambini seguono alcune attività e qualcuno si occupa di fare il bucato e ripiegarlo, loro seguono una lezione di matematica per prendere un diploma, o fanno una lezione di yoga per ricentrarsi. Il principio guida, per come lo descrive la sociologa María José Álvarez, è quello del «mentre accade A, mentre qualcuno si occupa di B, mentre io faccio C, etc.». Il tempo delle donne non viene liberato facilmente? Le manzanas riconoscono lo sforzo della cura ridistribuendolo (altri lo fanno per loro) e riducendo (quando rientrano a casa ne hanno di meno).
Non ci sono costie non ci sono orari. Sono aperte anche di sabato e ci sono solo alcune regole da seguire, per esempio: la biancheria intima non la si porta, i soggetti con malattie molto gravi vengono sostenuti nelle case private, sempre dal Sistema Distrital. Non sono richieste procedure di accesso e la burocrazia è minima. Naturalmente sono aperte anche agli uomini, e naturalmente non conta l’orientamento sessuale. Non si deve provare di essere sposati, o di trascorrere un determinato numero di ore a svolgere lavoro di cura. Se ci si prende cura di un animale e questa è un’attività time-consuming, si può accedere. Altro principio chiave è infatti la fiducia: non si chiedono prove per offrire sostegno, basta la parola. Il successo di questo sistema diffuso e locale della cura è spiegato da ragioni diverse, alcune contestuali, altre generali. Le prime: l’America Latina è la zona del mondo con le maggiori ingiustizie sociali e con una distribuzione di ricchezze estremamente polarizzata, per cui ci sono pochissime persone molto ricche e una maggioranza di persone molto povere. In più, in Colombia non è mai esistito un sistema di welfare come quelli europei. La presenza di community centers che smistano ogni esigenza (salute, lavoro, servizi sociali) è indice di una generale assenza dello Stato.
Le manzanas sopperiscono, quindi, a un sistema strutturalmente carente. Per questo motivo si potrebbe pensare che un modello simile non servirebbe, allora, nelle grandi metropoli europee. E invece no. In molti propongono di espandere il modello manzanas anche da questo lato dell’Atlantico, e questo lo si spiega con il secondo ordine di ragioni per cui il sistema ha avuto così successo: questo progetto coglie bene lo spirito del nostro tempo, perché sono cambiati gli assetti famigliari ed è cambiata la logistica quotidiana.
Nei primi incontri, molte delle persone che arrivano dagli operatori e dalle operatrici nelle manzanas denunciano malesseri legati a isolamento, depressione, ansia. La cura è un carico: se viene rimosso, ritorna ancora più pesante. Riconoscerlo, ridistribuirlo e ridurlo è il primo passo verso l’alleggerimento individuale e collettivo. Come? La grande intuizione dietro il progetto manzanas è stato un investimento costante sull’interazione tra istituzioni della cura e la scelta accurata delle persone responsabili di questo piano.
Claudia Lópeze la sua amministrazione hanno richiesto che a coordinare i presidi fossero reclutati soggetti con una sensibilità femminista alle politiche della cura e, possibilmente, cresciuti vicino a quelle zone, perché è inutile dare in mano a qualcuno uno strumento che serva a qualcosa che gli sta poco a cuore. Da un punto di vista globale, il carattere virtuoso di queste esperienze si spiega con il fatto che esse intercettano un doppio bisogno concreto e spesso disatteso, anche dalle amministrazioni europee: vedere riconosciuta da un lato la complessità logistica dell’organizzazione famigliare, e, dall’altro, liberare parte del proprio tempo per fare ciò che davvero si desidera. Le manzanas hanno insomma sia un impianto intersezionale, perché rispondono all’organizzazione di vari aspetti della vita che possono anche richiedere interventi contestuali, sia fortemente liberativo – perché non danno priorità al bucato rispetto allo yoga ma grazie alla logica del «mentre faccio questo, qualcuno fa l’altro…» fanno sì che la complessità diventi gestibile, persino possibile, visto che a prendersi cura degli altri e di sé stessi si può sempre imparare.
A cuidar se aprende [‘a prendersi cura si impara’, ndt] è il nome di un piano, sempre gestito dal sistema, per chi vuole imparare a svolgere attività di cura ma non è capace a farlo: moltissimi uomini lo stanno seguendo. Intersezionalità, prossimità, contesto, educazione: il piano è chiaro, le potenzialità molteplici. Accanto a Claudia López ci sono state donne straordinarie come Natalia Moreno, Diana Rodriguez e María José Álvarez che insegna alla Universidad de los Andes di Bogotà, sociologa e urbanista che mi ha raccontato, oltre alla genesi e agli sviluppi delle manzanas, anche una breve storia significativa. Un giorno arriva alla manzana per il suo consueto lavoro e vede una donna seduta, come in attesa. Le domanda cosa sta facendo, se sta per iniziare una qualche attività. La donna le risponde di no. Non aspetta nulla e nessuno: i figli sono a giocare al sicuro, tra un’ora le restituiranno i panni. Estoy cansada [‘sono stanca’, ndt]: semplicemente, non se la sente di fare nulla e si gode un po’ di vuoto mentre il resto accade, finalmente, al di là del suo intervento. Dalla conquista di questo spazio vuoto, solo da questo, può ricominciare a chiedersi che cosa le andrebbe, davvero, di fare.
(il manifesto, 25 maggio 2026)
Venerdì 22 maggio, presso la Biblioteca della Nonviolenza di Energia per i Diritti Umani APS, in via dei Latini 12-14 a Roma, si è svolto il World Café “Donne e Nonviolenza – Costruttrici di pace”, un incontro dedicato al ruolo delle donne nella trasformazione nonviolenta della società.
Non una conferenza frontale, ma uno spazio di dialogo accogliente, orizzontale e partecipativo, in cui le persone presenti hanno condiviso esperienze, domande e riflessioni, dando vita a un laboratorio collettivo di pensiero sulla costruzione della pace.
Il tema scelto è stato attraversato in tre dimensioni, dal macro al micro, in tre tavoli tematici: il contributo delle donne nei processi di mediazione dei conflitti armati, le pratiche di disobbedienza civile e di educazione nonviolenta, le reti di solidarietà, autoaiuto e cura nei territori. Tre tavoli, tre porte aperte su una stessa domanda di fondo:quali ostacoli impediscono ancora oggi la piena partecipazione delle donne alla vita sociale, culturale, economica e politica?
L’incontro è stato arricchito dalla presenza di donne provenienti da realtà diverse: rappresentanti di Women in International Security for Italy (WIIS Italy), GenderAct e Casa Internazionale delle Donne, attiviste iraniane del movimento Donna, Vita, Libertà e responsabili del progetto di Terza Missione dell’Università Sapienza “Cara amica ti scrivo” (CATS). Le volontarie di Energia per i Diritti Umani, insieme ad alcune delle ospiti coinvolte, hanno facilitato il dialogo nei tavoli portando esperienze, sguardi e sensibilità differenti. Ne è nato uno spazio intenso e partecipato, attraversato da parole chiave come pace positiva, potere, diritti, visibilità, partecipazione, cura, rete e futuro: per le donne e per l’intera comunità umana.
La serata è stata anche l’occasione per presentare in anteprima una sezione della mostra “Passi nonviolenti nel mondo”, dedicata a figure significative della nonviolenza degli ultimi cento anni, realizzata insieme al World Café grazie al cofinanziamento dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese. Attraverso otto pannelli, il pubblico ha incontrato storie di donne che hanno scelto la nonviolenza come pratica di resistenza, responsabilità e trasformazione sociale, in un dialogo ideale con i temi emersi nei tavoli.”
TAVOLO 1: Donne nella mediazione dei conflitti armati
Nel primo tavolo si è riflettuto sul ruolo delle donne nella prevenzione, mediazione e trasformazione dei conflitti armati. È emersa una contraddizione ancora bruciante: le donne sono spesso tra le prime vittime della guerra e della violenza strutturale, ma restano frequentemente escluse dai luoghi ufficiali in cui si decide la pace. Da qui il richiamo alla Risoluzione ONU 1325 del 2000, “Donne, Pace e Sicurezza”, nata proprio per affermare la necessità della presenza femminile nei processi di pace.
Ma la discussione è andata oltre il tema dell’accesso. Non basta “essere incluse” in uno spazio di potere, è stato sottolineato. Occorre poterlo abitare realmente, trasformarlo, agirlo con consapevolezza. Il passaggio dall’inclusione alla partecipazione attiva è apparso come uno dei nodi centrali della serata. Perché ogni persona ha potere, ma può scegliere se riprodurre modelli dominanti o aprire strade nuove.
TAVOLO 2: Donne, disobbedienza civile e educazione nonviolenta
Il secondo tavolo ha portato al centro la forza trasformativa delle donne nella disobbedienza civile e nell’educazione nonviolenta. Qui le donne sono state riconosciute non solo come protagoniste di lotte sociali, ma come creatrici di linguaggi, pratiche e relazioni capaci di modificare in profondità i modelli culturali discriminatori. Educare alla nonviolenza significa educare alla libertà, alla reciprocità, alla responsabilità. Significa creare le condizioni affinché ogni essere umano possa esprimere pienamente la propria soggettività nella comunità.
TAVOLO 3: Reti di donne, pratiche di solidarietà e auto-aiuto
Per il terzo tavolo, l’unione fa la forza quando le donne creano reti per sostenersi, affrontare difficoltà comuni e generare cambiamento sociale. Gruppi di mutuo sostegno, cooperative, reti territoriali e pratiche di cura condivisa dimostrano che è possibile costruire un’organizzazione sociale fondata sulla solidarietà, sulla corresponsabilità e sulla partecipazione dal basso. Sono realtà capaci di non lasciare nessuna persona sola, che rovesciano la logica dell’isolamento che attraversa la società individualista di oggi. È il senso profondo dell’Ubuntu: “io sono perché noi siamo”.
Interscambio conclusivo
Durante l’incontro è riaffiorato un richiamo forte alle esperienze collettive del femminismo degli anni Settanta, non come nostalgia del passato, ma come memoria viva di spazi in cui il disagio individuale diventava parola comune, consapevolezza e possibilità di cambiamento. In una società veloce, tecnologica e spesso frammentata, quel bisogno di fermarsi, ascoltarsi e pensare insieme è apparso ancora attualissimo.
«Se non abbiamo spazi per pensare il futuro, il futuro non si crea»: questa frase ha restituito il senso profondo dell’incontro. Il World Café ha offerto proprio questo: un luogo in cui riconoscersi, condividere domande scomode e immaginare nuove pratiche di partecipazione.
Dal confronto è emersa una questione centrale: se in molti paesi occidentali i diritti sembrano ormai acquisiti, quali forme assume oggi il disagio delle donne? Le risposte hanno riportato alla superficie nodi tutt’altro che risolti: violenze fisiche e sessuali, invisibilità, solitudine, esclusione dai processi decisionali, difficoltà nel conciliare cura e partecipazione pubblica, ma anche forme più sottili di svalutazione ancora radicate nella cultura, nel linguaggio e nelle relazioni quotidiane.
«Mancanza di visibilità significa mancanza di potere», è stato detto da una partecipante, aprendo riflessione più ampia sul rapporto tra donne, potere e pace. La pace, allora, è apparsa non come un tema separato, ma come il punto di convergenza di molte lotte: diritti, lavoro, ambiente, educazione, cura, giustizia sociale. Perché nella vita tutto è collegato, anche se la politica continua spesso a dividere per settori. Costruire pace positiva significa trasformare le relazioni, redistribuire parola e riconoscimento, superare discriminazioni ed esclusioni, pari dignità e opportunità di ogni essere umano. E non c’è pace senza giustizia.
Il World Café si è chiuso con il desiderio di raccogliere i contenuti emersi in una traccia da cui ripartire in occasione del Festival della Nonviolenza, in programma i prossimi 2 e 3 ottobre all’interno degli eventi romani per la 4a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. In particolare, il confronto proseguirà sabato 3 ottobre, dalle 10:00 alle 12:00, nel panel “Donne e Nonviolenza – Costruttrici di pace” (https://www.festivalnonviolenza.it/).
Da via dei Latini è emersa l’immagine di una pace costruita nei legami, nelle reti e nelle parole scambiate senza gerarchie: una pace non solo per le donne ma per l’intera comunità umana. In questo cammino verso la Nazione Umana Universale, la nonviolenza si conferma pratica quotidiana, scelta politica e orizzonte di trasformazione.
A conclusione della serata, sono uscita con la luce negli occhi, un’immensa gratitudine nel cuore e nuova energia da portare nel mondo. Mi sono sentita capita, accompagnata e riconosciuta, parte attiva del cambiamento. Una maglia di una rete di rivoluzionarie e rivoluzionari nonviolente.
(Pressenza, 24 maggio 2026)
In occasione del festival di Yoga popolare che si svolgerà il 7 giugno a Roma, presso il LOA Acrobax a via della Vasca Navale 6, abbiamo intervistato Yoga Riot, il collettivo che organizza l’evento.
Chi è Yoga Riot, come nasce e di che progetti si occupa?
Yoga Riot nasce da un gruppo di insegnanti provenienti da realtà diverse che hanno deciso di unirsi e mettersi in gioco; la nostra è un’esigenza semplice ma radicale: riportare lo yoga fuori dai circuiti esclusivi, costosi e spesso depoliticizzati in cui è stato rinchiuso; è un progetto collettivo che prova a rimettere al centro l’accessibilità, la relazione e il contesto sociale in cui viene praticato lo yoga. Per noi lo yoga non deve essere un privilegio ma piuttosto uno slancio di libertà.
Viviamo in un tempo in cui le disuguaglianze si fanno più profonde e l’individualismo si insinua nel quotidiano fino a normalizzarsi. Noi vogliamo creare rete, stare insieme; crediamo infatti in uno yoga che appartenga a tutti e tutte, senza distinzione di classe, genere, provenienza geografica, età o corporatura.
In questo primo anno di vita abbiamo portato lo yoga negli spazi sociali, nelle iniziative di quartiere, nei centri yoga, costruendo pratiche aperte, giornate di raccolta fondi per associazioni e iniziative dal basso e momenti di confronto tra insegnanti. Non ci interessa insegnare yoga come prodotto, ma creare spazi in cui le persone possano riflettere, spazi di consapevolezza, ma anche di conflitto e trasformazione.
Yoga Riot è quindi sia pratica che discorso politico: una critica alla mercificazione e un tentativo concreto di costruire alternative.
Come nasce l’idea di un Festival di yoga popolare?
L’idea nasce da una constatazione: esistono tante esperienze isolate di yoga accessibile, spesso dentro spazi sociali o reti informali, ma raramente si incontrano tra loro. Il festival è anche un tentativo di fare rete, di mettere in relazione pratiche, studenti e studentesse, insegnanti e storie diverse.
“Popolare” non è uno slogan, ma una posizione precisa: significa accessibile economicamente, ma anche culturalmente. Significa uscire dall’immaginario elitario dello yoga come pratica per pochi e poche e riconoscerlo come uno strumento che può appartenere a chiunque.
Il festival vuole essere uno spazio di attraversamento: si pratica, si discute, si ascolta, si mettono in crisi certe narrazioni dominanti. Per noi è una sorta di laboratorio collettivo.
Oggi lo yoga dominante mette al centro corpi tonici, scolpiti, performanti. È uno yoga che spesso misura il valore in termini di estetica e prestazione. Un immaginario escludente, che produce modelli irraggiungibili e che finisce per allontanare moltissime persone.
Noi partiamo da una critica netta a questa visione. Non ci interessa uno yoga performativo, né un’altra versione più gentile che a ben vedere ha la stessa logica. Ci interessa costruire uno spazio in cui non si debba dimostrare niente. Si pratica per il gusto di farlo. Si pratica perché è bello praticare.
Dal Basso rivendica con forza la libertà di movimento, uno dei temi fondanti del festival.
Per noi libertà di movimento significa anche questo: stare dalla parte di chi attraversa frontiere fisiche fatte di muri, fili spinati e leggi, ma anche frontiere mentali fatte di paura, razzismo e esclusione. Significa rifiutare un’idea di benessere costruita su privilegi blindati, accessibile solo a chi ha già spazio, tempo e diritti garantiti.
Uno yoga popolare prova a rompere queste barriere, simbolicamente ma anche concretamente, creando spazi in cui nessuno e nessuna è illegittimo o fuori posto. Spazi in cui il movimento è possibilità, non controllo ma apertura. Per noi la libertà di movimento è quindi una posizione: chiudere gli occhi su quello che succede fuori dalla sala non è un’opzione.
Allo stesso modo, parlare di antifascismo oggi è per noi fondamentale. Abbiamo immaginato un festival che fa dell’antifascismo il suo cavallo di battaglia. In un momento storico in cui riemergono pulsioni autoritarie, normalizzazioni della violenza e dell’esclusione, anche la pratica diventa un atto politico. Un festival di yoga popolare prova a costruire, nel suo piccolo, uno spazio aperto, accessibile, non gerarchico, dove la differenza non viene schiacciata ma riconosciuta. Lo yoga si fonda sull’unione, il fascismo sulla divisione.
Il festival nasce quindi da un rifiuto, ma anche da un desiderio molto concreto: creare un’alternativa reale, collettiva, praticabile.
Cosa possiamo aspettarci da questo festival a Roma?
Uno spazio vivo. Ci saranno pratiche diverse accessibili anche a chi non ha mai fatto yoga, due staffette dove le insegnanti e gli insegnanti si passeranno idealmente il testimone, più di trenta laboratori (non solo di yoga), talk, mostre fotografiche e presentazioni di libri, il pranzo cucinato dagli chef e dalle chef di OSAI, l’Osteria Scuppiata Anticapitalista Itinerante, un mercato di autoproduzioni, un’area bimbi e bimbe (un vero e proprio minifestival con laboratori e attività pensati per i più piccoli e le più piccole) e la musica che spazierà dalla cumbia alla techno. Dal Basso sarà soprattutto un momento di confronto su temi come il corpo, il lavoro, il precariato, l’autodeteminazione, il benessere e la loro dimensione politica.
Ci interessa che chi partecipa viva un’esperienza. Immaginiamo un festival collettivo, allegro, vivo, di confronto, forte, dirompente. Roma, in questo senso, non è solo una cornice: è una città attraversata da conflitti, disuguaglianze e pratiche di resistenza. Il festival prova a stare dentro questa complessità.
Oggi moltissime palestre e spazi sociali offrono corsi di yoga: che legame c’è tra questa disciplina e valori come autogestione, antisessismo e antifascismo che si vivono negli spazi sociali?
Il legame non è automatico, e infatti spesso viene completamente rimosso. Lo yoga, così come viene proposto nel mainstream, è spesso individualista, performativo e perfettamente compatibile con logiche neoliberali.
In questo senso lo yoga può diventare uno strumento diverso: non per stare meglio in un sistema che ti sfrutta, ma per acquisire maggiore consapevolezza e, potenzialmente, capacità di trasformazione a autodeterminazione. Lo yoga è una filosofia di vita che, se portata avanti seriamente, può andare a scardinare la percezione stessa delle nostre esistenze. Troppo spesso nelle aziende viene usato come anestetico per ricaricarci e diventare ancora più produttivi e produttive; una pratica consapevole può invece andare a creare un atto trasformativo dove scelgo di non sottostare più alle logiche di un sistema capitalistico.
Il festival sarà ad Acrobax, uno spazio di recente oggetto di varie minacce da parte delle autorità: come è connessa la vostra esperienza al lavoro che Acrobax sta svolgendo?
La connessione è molto concreta. Scegliere di fare il festival ad Acrobax non è solo una questione logistica, ma politica. Significa riconoscere il valore di uno spazio che da anni costruisce alternative attraverso assemblee, sport popolare, cultura e mutualismo.
In un momento in cui esperienze come questa vengono messe sotto pressione, esserci è anche un modo per prendere posizione. Non in modo simbolico, ma pratico: lo yoga è ancora ben inquadrato in un sistema di privilegi, portare lo yoga in un centro sociale attraverso un festival può far avvicinare persone che normalmente non si avvicinerebbero. Può far scoprire le potenzialità e la ricchezza di uno spazio come quello di Acrobax.
Per noi lo yoga non è separato dalla realtà in cui accade. Se pratichi in uno spazio che difende un’idea di città più giusta, più accessibile, più collettiva, quella pratica cambia. E allo stesso tempo può contribuire a sostenere quella stessa idea di città.
Il festival è parte di un ecosistema che si difende e si costruisce insieme.
(DinamoPress, 21 maggio 2026)
di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli
In tante e tanti han detto, in questi giorni tristi, la gratitudine per le sue idee, le parole e le pratiche. E per avere aperto la strada alla consapevolezza che la libertà femminile fosse davvero solo nelle nostre mani.
Ripubblichiamo qui un’intervista che le facemmo alcuni anni fa, per ricordare la sua poco nota militanza giovanile nella FGCI milanese. Ci interessava capire cosa avesse significato per lei. E come giudicasse, dopo tanti decenni, quella esperienza. Ci piacquero il rigore e la lucidità delle risposte e soprattutto il giudizio di merito sulla comunità politica rappresentata dai comunisti italiani, felice anomalia nel panorama europeo e mondiale.

L’intervista: Lia Cigarini
D: Quali sono i libri sui quali ti sei formata?
R: Ero una ragazzina ribelle. Non accettavo il destino che la società prevedeva per le donne. Cosicché le mie prime letture sono state quasi esclusivamente i romanzi delle scrittrici e le biografie delle grandi donne del passato. Posso dunque dire che la mia scrittrice di formazione primaria è stata Jane Austen. Da adolescente ho letto il saggio di Virginia Woolf Le tre ghinee. Solo più tardi, nel femminismo, ho capito il senso profondo di questa scelta istintiva. Le scrittrici si interrogano, si pensano di più, mettono in modo più diretto in gioco la loro soggettività, in un rapporto misterioso con la pratica del partire da sé e della relazione (v. Le madri di tutte noi, Libreria delle donne di Milano, 1982). Poi, in prima liceo, mi sono iscritta alla Federazione Giovanile Comunista (Fgci). Preciso qui che la mia vera esperienza di comunista è stata nell’organizzazione giovanile. Dove c’era libertà di pensiero e azione. Forse i dirigenti del partito pensavano, come il Conte di Cavour, che ai giovani fosse concesso, di diritto, di essere più radicali. Che cosa volevamo? Cambiare il mondo. Fatto sta che io ricordo quella esperienza di studenti e operai e ragazze insieme come viva, colta, allegra.
Le letture sono cambiate ma ho sempre mantenuto la mia predilezione per la letteratura a causa della necessità di conoscere l’esperienza femminile che le scrittrici riflettevano. Aiutata in questo da Michelangelo Notarianni, prima responsabile degli studenti comunisti, poi della Fgci di Milano. Era un appassionato lettore del pensiero marxista ma anche di Proust e della letteratura in generale. Michelangelo ci propose di leggere in gruppo (operai e studenti) alcuni capitoli del Capitale, i Quaderni di Antonio Gramsci, Rosa Luxemburg, Simone Weil, ecc. Il che rendeva più leggera la lettura di quei ponderosi tomi e ci abituava alla discussione anche critica dei classici. Antonio Gramsci e Simone Weil mi sono rimasti nella mente e nel cuore ancor oggi.
D: Quando e per quali ragioni hai scelto il Pci?
R: Sono nata in una famiglia comunista seppure borghese. Per di più durante la guerra mia madre ha raggiunto mio padre (che era nella Resistenza a Torino) portando con sé i figli. Quindi ho vissuto, anche a scuola, sotto falso nome, da clandestina, due anni. Capivo la situazione di estremo pericolo ma anche le ragioni di mio padre e di mia madre. L’iscrizione a sedici anni alla Fgci è stato l’esito naturale di tali premesse. Non una vera e propria scelta.
D: Quali sono le consuetudini (le pratiche politiche) del Pci che ritieni ancora valide e che ti mancano di più e quelle che non ti mancano affatto?
R: Che cosa potrebbe mancarmi, visto che la rivolta delle donne della fine degli anni Sessanta ha contestato alla radice le forme politiche maschili di tutti i partiti, anche di quelli costituitisi dopo il ’68? “La rivolta nella rivolta” l’ha definita Luisa Muraro. C’è poi da aggiungere che il femminismo fedele a quella rottura iniziale concepisce e pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale. Comunque a quell’epoca io ero già uscita dal Partito Comunista. Ricordo, però, che le sezioni del Pci erano un luogo di incontro di persone di diversa provenienza sociale, di diverse generazioni e, infine, di donne e uomini. Ad esempio nella mia sezione nel centro storico di Milano c’erano l’ambulante e il primo violino della Scala, la portinaia e l’intellettuale, l’artigiano e il bancario. Cioè luoghi di relazione. A riprova di questo un episodio rivelatore: tanti anni fa, a Milano, tornando a casa mia, sono passata davanti alla sezione del Pci del quartiere Garibaldi. Lì ho incontrato un compagno del Manifesto che al momento della radiazione dei dirigenti (Rossanda, Pintor ecc.) era uscito dal partito. La mia reazione è stata di chiedergli: che cosa fai qui davanti alla Sezione? Risposta: «Bisogna pure avere degli amici nella vita». Conclusione: si era iscritto al Pci per avere delle relazioni.
D: Quali i tuoi ricordi del rapporto tra i sessi nel Pci o nella Fgci?
R: La Fgci di Milano ai miei tempi aveva una stragrande maggioranza di iscritti di origine operaia. Quindi era piuttosto puritana. Inoltre su circa tredicimila iscritti, dodicimila erano maschi e mille le ragazze. C’era perciò un grande rispetto verso quelle coraggiose giovani compagne. Non ho mai sentito una battuta volgare o che riguardasse il sesso. Quando, poi, nel 1962 sono stata proposta come “segretario” dell’organizzazione nessuno dei miei giovani compagni ha fatto obiezioni. E nel comitato federale per la mia elezione ci sono stati solo tre voti contrari: due per ragioni di orientamento politico divergente, il terzo perché non mi aveva mai sentito parlare in pubblico. Infatti durante la militanza comunista ho sempre ridotto al minimo i miei interventi pubblici perché mi gettavano nel panico. Un sintomo rivelatore. Nel Pci, invece, un dirigente ha così commentato la mia elezione: «Con questa elezione si rivolteranno tutti i circoli di base». Nessun circolo ha fatto obiezioni e tanto meno si è rivoltato. Siamo nel 1962 e già si manifestava un cambiamento di mentalità nei rapporti tra i sessi. Con tutta evidenza una parte dei dirigenti del partito non avevao ancora percepito che incominciava a spirare il vento di libertà dei “meravigliosi anni Sessanta”.
Due esempi: durante le manifestazioni contro il governo Tambroni nel luglio ’60 i “giovani con le magliette a strisce” erano tantissimi; nel mitico sciopero degli elettromeccanici milanesi, iniziato nel ’60, i giovani operai spingevano alla lotta. Gli studenti, non solo quelli comunisti ma l’intera Unione Goliardica, costituita da liberali, repubblicani e socialisti, che solo qualche anno prima non ci voleva accettare nelle sue file, picchettava le fabbriche in lotta.
Per concludere sul punto: è vero che il Pci organizzò un grande convegno a Genova sul tema della rivolta del luglio 1960, ma la grande partecipazione dei giovani fu interpretata solo come difesa dei valori dell’antifascismo. Si affacciava invece alla politica una generazione nata negli ultimi anni della guerra, più scolarizzata, cresciuta negli anni del boom economico. Quindi con più pretese, ma con un desiderio di libertà pronto a travalicare i confini del già noto in politica.
D: Come hai vissuto i collettivi femministi, il loro linguaggio e cosa pensi della Carta delle Donne?
R: Sono un po’ imbarazzata a rispondere a questa domanda, perché sono stata una delle protagoniste dell’inizio della rivolta delle donne. Infatti il mio gruppo D.E.M.A.U. (Demistificazione Autoritarismo patriarcale) era già esistente nel 1966. Rivolta che iniziò con un gesto imprevisto: separarsi dagli uomini e riunirsi in piccoli gruppi di sole donne. Chiamati gruppi di autocoscienza, dove le donne si raccontavano le une alle altre la propria esperienza, anche la più intima. Per quello che mi riguarda, insieme ad altre, ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna.
Questa è stata, inoltre, la rottura (fatta dai primi gruppi femministi) con la precedente politica più o meno tormentata dell’assimilazione al mondo maschile, politica che aveva un nome e uno statuto ben preciso: l’emancipazione delle donne. Posso dire che il mio io politico di giovane donna comunista, che insieme a quella operaia voleva la liberazione delle donne, si è dileguato, è defluito da me in brevissimo tempo. Le donne avevano cominciato a liberarsi da sole. Proposi poi, nel 1969, alla rivista il Manifesto, gruppo di cui facevo parte durante la militanza nella Fgci e nel Pci, il testo “Il maschile come valore dominante” scritto da me, da Daniela Pellegrini ed Elena Rasi. Fu pubblicato ma non discusso dalla redazione, che pure includeva donne autorevoli. E di testi non ne vennero altri. Cominciò così la totale obliterazione da parte di tutta la sinistra del pensiero e delle pratiche delle donne.
Della Carta delle Donne penso che la prima parte, scritta peraltro da due femministe, Franca Chiaromonte e Alessandra Bocchetti, accogliesse con buone argomentazioni il pensiero della differenza sessuale. E questo è stato importante. Tuttavia, penso anche che il fatto che non ci fosse indicata una possibile pratica, fedele alla differenza, nel partito, fosse una mancanza che indeboliva l’efficacia del progetto. Infatti se non c’è un nesso tra la pratica di relazione e del partire da sé (che ha messo in gioco la soggettività femminile) e la tradizionale politica di partito, nulla può cambiare. Non mi convince, inoltre, che la fine di quell’ambizioso progetto fosse attribuibile alla “svolta di Occhetto”, come sostengono alcune. Anzi. Penso che nel nuovo Pds meno strutturato del Pci, quelle più convinte che le pratiche della differenza fossero un necessario cambiamento per la forma partito avessero una possibilità in più per rilanciarla.
D: Nel Pci era molto importante che tutti sapessero svolgere varie attività (il lavoro manuale, il volontariato, lavare i piatti alle feste, etc.…). Tu l’hai fatto?
R: No. La Fgci aveva un’attività e una organizzazione autonoma all’interno del Festival dell’Unità. Non gestiva ristoranti bensì per lo più organizzava concerti, riffe e vendita di mercanzia di tutti i tipi, anche costosa. Ad esempio di ritorno dal Festival della gioventù di Mosca (1957) il mio primo segretario della Fgci, di cognome Salomone, ex operaio della Breda, aveva riempito le valigie di ciascun componente della foltissima delegazione della provincia di Milano di dischi, libri, matriosche, bambole, foulard, camicie alla russa, scatole laccate, vassoi, ecc. Mi è stato detto, poi, che quella straordinaria vendita aveva finanziato per due anni le attività politiche della Fgci. Concretezza milanese in grande stile.
D: L’Unità e Paese Sera e le molte riviste del Pci o vicine (Rinascita, Critica Marxista, Vie Nuove, Noi Donne, Nuova Generazione, Donne e Politica, Reti) erano anche strumenti di formazione. Oggi con che cosa si forma la classe dirigente di un partito?
R: Oggi non si forma alcuna classe dirigente nei partiti.
D: È vero che nonostante la differenza di classe sociale anche un intellettuale aveva sempre molte cose da imparare da un operaio o da un qualsiasi lavoratore/trice?
R: Sì. Quando ero nella Fgci e poi per due anni nel Pci ho frequentato molto sia gli operai che gli artigiani. Quello che da loro ho imparato – e mi è servito anche nel movimento delle donne – è la loro capacità di essere e stare incollati alla realtà. Gli operai comunisti sapevano tutto della fabbrica, per prima cosa dei reali rapporti di forza nella propria e anche nelle altre. Sapevano leggere buste paghe complicatissime, conoscevano i modi di produzione dei loro settori. In sintesi sapevano i bisogni, gli interessi e i desideri di ogni compagno di lavoro. Facevano interventi brevi, concisi, nei quali erano presenti e elencati i fatti con una riflessione su di essi. Niente bla bla. Quindi veri intellettuali nel senso che io do alla parola. Ed erano una vera aristocrazia perché anche il più semplice magutt (manovale, muratore) aveva una visione del mondo. A mio parere c’era però un punto debole: per quello che riguardava la politica generale delegavano le scelte al partito, anzi al Segretario generale.
D: Pensavi che la “comunità politica” del Pci fosse migliore di altre?
R: Sì. I dirigenti e i funzionari/e del Pci che io ho conosciuto avevano tutti fatto due scelte serissime nella vita: la partecipazione alla Resistenza e la povertà poi. Infatti i funzionari di partito erano pagati come gli operai specializzati, quelli della Fgci come i giovani operai.
D: Se ti dovessi definire politicamente oggi come ti definiresti?
R: Le etichette non mi piacciono. Come risulta alla gente che mi conosce io non mi definisco in alcun modo. Però sono già “definita” dal nome e cognome per quello che ho fatto e per quello che di me pensano gli altri. So che a Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli che mi hanno posto le domande interessa sapere che cosa io penso oggi del comunismo. Tolti di mezzo l’Unione Sovietica e i partiti comunisti di tutto il mondo, che non ci sono più, posso solo pensare alla celebre definizione di Marx: «da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni» e mi è venuto in mente che la bella pensata di Marx si invera oggi solo nella relazione della madre con la sua creatura. Ivi compreso il rischio che può derivare dall’onnipotenza materna. Insomma il comunismo come inizio, non come fine.
(DeA donne e altri, 20 maggio 2026)
Pubblicata in: Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli, “Al lavoro e alla lotta. Le parole del PCI”
HARPO, Roma 2017
Sabato scorso GenerAzioneD è stata invitata da Arcilesbica a Milano per intervenire nell’ambito del convegno “Femminismo fortemente sconsigliato (ma necessario)”, promosso dalla Rete femminista Dichiariamo.
L’evento è nato con l’obiettivo di creare uno spazio di confronto pubblico sui temi del femminismo contemporaneo, dell’autodeterminazione e delle politiche di genere, coinvolgendo attiviste, studiose e realtà associative provenienti da diverse città italiane. Un incontro aperto e senza censure tra donne, per favorire il dialogo su temi controversi relativi all’esistenza femminile, alla sua oppressione e alla sua libertà.
Tra i tanti temi controversi che riguardano i corpi delle donne, GenerAzioneD, attraverso la testimonianza di una nostra mamma, ha portato all’attenzione il tema scomodo – ma necessario! – della sofferenza di genere in età evolutiva e dell’instradamentoverso percorsi di affermazione e medicalizzazione precoce.
La testimonianza di Nora (qui la sua storia), che ha parlato col cuore del percorso della figlia, ha catturato l’attenzione di molte ed è stata così sentita da suscitare diversi commenti e domande.
La figlia di Nora, adolescente, si è trovata a vivere una sofferenza di genere nel periodo della pandemia. Senza che ancora la famiglia fosse informata, la ragazza è stata immediatamente affermata da tutti (amici e professori) come ragazzo trans. Anche la psicologa affermativa aveva ormai stabilito che “era un ragazzo”, senza occuparsi degli altri disagi in essere. Dopo tre anni in cui la famiglia l’ha sostenuta con amore e dedizione, e dopo un percorso con professionisti che hanno saputo vedere la vera origine del dolore, la ragazza ha capito di essere stata influenzata nell’aderire a un’identità che non era sua, ed è tornata a riconoscersi femmina. Gli stessi amici che l’avevano messa sul piedistallo l’hanno a quel punto scaricata, perché non era più interessante. Una storia di sofferenza e dolore che ha portato al superamento della crisi e del ritrovamento di sé, del proprio corpo e del proprio essere femmina.
Ringraziamo Arcilesbica e la Rete Dichiariamo per averci invitate a portare all’attenzione un tema che è davvero fortemente sconsigliato: la disforia di genere nell’età evolutiva e l’instradamento precoce alla medicalizzazione dei corpi come risposta immediata.
La storia portata da Nora non è un caso isolato. L’aumento esorbitante del numero di ragazze che si rivolgono ai centri per la disforia ci parla di un disagio che non può essere ignorato: una fuga verso il maschile che promette più libertà e ripara dalla prospettiva di un corpo – quello di donna – pericoloso da abitare. Ma a che prezzo? Comprimere il seno, rimuovere il seno, assumere ormoni a vita, sottoporsi a continui controlli medici, rimuovere l’utero, diventare sterili.
Non sono mancati gli interventi di donne lesbiche, con un vissuto di ragazze mascoline, che hanno raccontato la loro infanzia, consapevoli che, se fossero state adolescenti oggi, avrebbero rischiato una transizione inappropriata.
La maggior parte di queste ragazze non sono trans, eppure vengono portate verso percorsi di transizione sociale e poi medica con allarmante facilità, perché indagare il loro disagio sarebbe considerato transfobico. Il numero di detransitioner in crescita ci dice che questo sta accadendo davvero.
Esistono famiglie che accolgono la sofferenza dei propri figli e scelgono di accompagnarli senza accelerazioni e senza risposte preconfezionate. Esistono professionisti che non vedono etichette, ma persone. Esistono ragazze che desistono silenziosamente e ritrovano sé stesse, senza rientrare in alcuna statistica.
GenerAzioneD accoglie molte famiglie messe alla prova dalla solitudine, dal giudizio sociale e da un futuro in salita che sembra già tracciato per la propria figlia o il proprio figlio che soffre. Siamo la prova che non esiste una sola strada, ma tante strade quanti sono i nostri ragazzi.
(GenerAzioneD, 19 maggio 2026)
«L’uomo è involuto in sé stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l’uomo non vede più.»
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel
A fine aprile abbiamo potuto ammirare le immagini della missione nello spazio Artemis II della Nasa che ci hanno mostrato la terra vista dalla luna. Nel 1958 Hannah Arendt apre The Human Condition chiedendosi perché l’umanità abbia salutato con sollievo il primo lancio di un satellite sovietico nello spazio. Arendt introduce il testo come un’analisi storica delle ragioni e delle radici del desiderio che spinge l’uomo ad evadere dalla terra, «la vera quintessenza della condizione umana», e a ribellarsi all’esistenza umana come gli è stata data per scambiarla «con qualcosa che lui stesso abbia fatto». Il modo in cui decidiamo di utilizzare le conoscenze scientifiche e tecniche si pone per Arendt come «questione politica di prim’ordine», insieme alla prospettiva paradossale di una società di lavoratori progressivamente affrancata dal lavoro.
Nelle prime pagine de L’enracinement (1943) Simone Weil definiva bisogni “terrestri” quelle esigenze vitali dell’anima che si distinguono dai bisogni fisici ma sono altrettanto necessari alla sopravvivenza e si distinguono dai desideri, inessenziali e accidentali. Weil accosta qui i bisogni fisici vitali e i “bisogni dell’anima”: entrambi sono necessari «alla vita terrena», entrambi – se non soddisfatti – fanno cadere l’uomo in uno stato vegetativo. I bisogni dell’anima, però, sono molto più difficili da riconoscere, eppure ognuno ne riconosce l’esistenza: «ognuno ha coscienza che vi sono crudeltà che toccano la vita dell’uomo senza toccare il suo corpo. E sono queste che privano l’uomo di un certo nutrimento necessario alla vita dell’anima».
La più importante esigenza dell’anima, afferma, è il radicamento che intende in senso ampio come «partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro». Certo, la proposta di Weil di ricostruire le basi dell’Europa postbellica sul radicamento proprio nel mezzo della tempesta scatenata da una ideologia improntata su terra e sangue (Blut und Boden) può risultare perturbante. In realtà Weil legge il nazismo proprio come la risposta illusoria alle esigenze dell’anima insoddisfatte, come un surrogato, un veleno che l’anima cerca quando non trova corrispondenza ai suoi bisogni nella società. Per definire il radicamento procede innanzitutto descrivendo il suo opposto, lo sradicamento che deriva dalla conquista militare e dalla dominazione economica e trova il suo apice nella condizione operaia e contadina a lei contemporanea. A questa condizione contrappone la visione utopica del lavoro fisico come centro della spiritualità, meglio retribuito e socialmente riconosciuto rispetto al lavoro intellettuale, immagina un lavoro mai sradicato, in cui operai e contadini siano istruiti e padroni del senso del processo lavorativo cui prendono parte. In The Human Condition Arendt offre una concezione diversa, per certi versi negativa, del lavoro fisico che reputa, comunque, ineludibile. Tre le situazioni costitutive dell’esistenza umana: il lavoro corporeo destinato ad un eterno consumo, l’opera delle mani che produce oggetti durevoli, l’azione che si colloca nello spazio della città, delle relazioni plurali, in quanto «la pluralità è la legge della terra».
Negli ultimi anni l’ingresso prepotente dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite e nel mondo del lavoro, insieme ai progressi crescenti nel campo dell’automazione, fanno prefigurare a molti un orizzonte di “fine del lavoro”. Ma la rinnovata centralità strategica delle «materie prime», il fatto che il lavoro fisico e materiale (sfruttato, mal pagato, misconosciuto) continui ad essere alla base della produzione globale, l’ineludibile corporeità dei lavori di cura fanno capire che la fuga dalla fatica del lavoro rappresenta solo un’illusione. Casomai quello che rischia di venire soppiantato è il lavoro intellettuale o immateriale, ma la «fatica» di portare avanti la vita non scomparirà.
Sarebbe ora di prendere in mano le scelte sulle «questioni politiche di prim’ordine» e mettere in discussione la direzione degli investimenti economici, volti perlopiù alla distruzione o alla fuga dal pianeta. Rovesciare la prospettiva, dare dignità simbolica ed economica al lavoro fisico, mostrare cura verso il pianeta e attenzione verso la «condizione umana»: ecco una agenda politica utopica, forse, ma avvincente!
(L’Imprevista, 19 maggio 2026)
Un progetto ideato e curato da Mili Romano in collaborazione con Coxo Spaziale
Protected Area è un progetto in progress. Ha avuto inizio, come appello aperto a tutti, il 9 marzo ed è cresciuto di giorno in giorno, grazie anche alla collaborazione con Coxo Spaziale e con Radio Città Fujiko.
Dice Mili Romano:
«L’audio originale Protected Area era stato presentato nel gennaio 2026 in occasione delle tre giornate di apertura della nuova sede, a Bologna, della galleria Neon. Il brano è nato come una mia reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano, travolgendo le nostre vite, ma rischiando anche di farci diventare spettatori impotenti, assuefatti, indifferenti. In febbraio l’ho proposto alla radio chiedendo che quell’audio fosse trasmesso ripetutamente in forma anonima, senza alcuna autorialità, come una sorta di intermezzo fra le musiche e le chiacchiere della normale programmazione. Così è stato da lunedì 23 febbraio. Poi, dalla trasmissione del 9 marzo quel mio grido solitario è diventato un appello per un’azione corale: si chiedeva un minuto, non di più, in cui un pensiero, un sogno, una citazione, una musica si allargassero, come le onde di un sasso lanciato in uno stagno, nella speranza di superare insieme indifferenza e cecità. Chiunque dunque avesse voluto far dono di un suo minuto contro la guerra avrebbe potuto inviare un file audio all’indirizzo di Coxo Spaziale o a un mio numero dedicato. Tante voci per una voce unica. Forse un grido nel deserto? Chissà…
Dall’appello di quel giorno sono arrivati tanti messaggi e ogni lunedì, nel corso del programma Coxo Spaziale, alcuni di questi interventi sono stati inseriti nella normale programmazione. Il 5 aprile, giorno di Pasqua, tutti i primi interventi sono stati trasmessi. Adesso, riuniti tutti in un unico tessuto sonoro, una polifonia di voci è ascoltabile in podcast su Radio Città Fujiko. Il 18 giugno, ritornando nello spazio per il quale era stato creato, Protected Area sarà alla Galleria Neon in via San Donato 24. Da quella data ci piacerebbe che nei prossimi mesi questa polifonia circolasse, installata e diffusa, in maniera molto semplice e in ogni spazio con i propri mezzi, in spazi chiusi e/o in spazi aperti: gallerie, musei, biblioteche, luoghi dell’arte, della cultura e della vita.»
In quelle occasioni, allargandosi sempre più, ancora nuove voci potranno aggiungersi inviando un vocale al numero 334 3460891 o all’indirizzo coxospaziale@gmail.com.
A questo link si può ascoltare l’audio di Protected Area e la puntata di Coxo Spaziale con Mili Romano:
https://www.radiocittafujiko.it/protected-area/embed/#?secret=LLwsAI011c#?secret=4OgaM4zYJA
(Radiocittà Fujiko, 18 maggio 2026, montaggio audio di Davide Paradisi)
Ida Dominijanni non ha bisogno di presentazioni, tanto meno su queste pagine. Se abbiamo sentito il bisogno di interrogarla è per una ragione semplice: fermarsi a pensare, anziché inseguire il ritmo convulso delle notizie; cercare di orientarsi nel disordine del mondo, nelle forme contraddittorie che oggi assume il potere, nei linguaggi della guerra e nelle possibilità, aperte, della resistenza.
Parto da un film di un po’ di tempo fa, Don’t Look Up. La trama è nota: tutti i protagonisti – dal Presidente degli Stati Uniti a giornalisti e studiosi – sono alle prese con una enorme cometa che si sta dirigendo velocemente verso la terra, minacciando di farla sparire. Sembra un disaster movie, ma racconta qualcosa di molto più sofisticato. Proviamo a spostare la metafora della cometa. Qual è oggi il potere distruttivo che continuiamo a non voler guardare? Azzardo un’ipotesi, partendo da quello che sta accadendo in Iran: la guerra e la forma che sta dando al mondo…
Domanda difficile, posso solo azzardare a mia volta qualche ipotesi. “La cometa” è la guerra, certo, e la sua violenza inutilmente devastatrice e mortifera. Ma forse e prim’ancora, è il potere che la decide e la usa, un potere che oggi ci si presenta in una forma concentrata, distante, cifrata, onnipotente nelle intenzioni e impotente nei fatti. È un potere insieme economico, politico e tecnologico; concentrato nelle mani di un’élite transnazionale molto ristretta; un potere che usa codici – algoritmi, intelligenza artificiale – per noi inaccessibili; che si rappresenta come in grado di decidere sui destini della specie umana (e trans-umana), ma al contempo si dimostra incapace di plasmare un ordine mondiale plausibile e credibile. Sulla sua pretesa onnipotenza, immaginario distopico e realtà si confondono: sono i tecnocrati della Silicon Valley, non solo i film di Hollywood, a prefigurare un futuro prossimo in cui la specie è destinata alla catastrofe e si salva solo un’élite chiudendosi nei bunker antiatomici. O emigrando su Marte, o riproducendosi su base eugenetica, o conquistando l’immortalità. O più semplicemente godendo sadicamente al riparo dell’isola delle orge di Epstein. Un potere così è effettivamente inguardabile: perché è molto minaccioso, perché è eticamente ripugnante, e perché non si sa come contrastarlo. E tuttavia fa presa, a mio avviso, su un’esperienza reale e rimossa, che è inscritta nell’inconscio collettivo.
A che ti riferisci?
All’esperienza della pandemia, un trauma che risale solo a sei anni fa ma di cui oggi nessuno parla più. È stato allora che tutte e tutti noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle l’esperienza della vulnerabilità globale, di un pericolo immanente e imprevedibile che può distruggere non alcuni eserciti o alcune popolazioni o alcuni Stati ma la specie, fatti salvi quei pochi privilegiati che dispongono delle risorse – soldi, eremi, bunker, farmaci miracolosi, tecnologie mirabolanti – per isolarsi e immunizzarsi. Dall’invasione dell’Ucraina in poi ho sempre pensato che il ritorno in grande stile della guerra al centro dello scenario mondiale sia stata una sorta di rivincita inconscia della volontà di potenza della politica su quel trauma provocato dalla pandemia, una mossa del potere politico per riprendersi il monopolio della violenza sulla specie che gli era stato momentaneamente conteso da un microrganismo sconosciuto e impertinente. Se ci pensi, siamo passati senza soluzione di continuità dalla “guerra al virus” alla guerra guerreggiata, prima in Ucraina, poi a Gaza, adesso in tutto il Medioriente – per tacere delle altre guerre, più di cinquanta, che compongono il mosaico della “guerra mondiale a pezzi”, come la chiamava Papa Francesco. E la guerra guerreggiata è servita da un lato a spegnere, con il riavvio della macchina economica e con il riarmo, la domanda di un passaggio dal paradigma del turbocapitalismo antropocentrico a un paradigma basato sull’interdipendenza, la vulnerabilità e la cura. Dall’altro lato a saturare con nuove perdite e senza elaborarlo il lutto per il cumulo di perdite – di persone, di certezze, di abitudini – provocate dal virus. Sì che dalla pandemia in poi, di guerra in guerra, passiamo da un lutto non elaborato a un altro e a un altro ancora, perché la volontà di potenza della politica armata non contempla l’elaborazione del lutto e perché l’elaborazione del lutto richiede tempo, e noi in questa sequenza delirante di guerre non abbiamo tempo. Ma se manca il tempo per l’elaborazione del lutto, manca anche il tempo per pensare davvero quello che sta capitando. C’è un’accelerazione che ci travolge, e l’accelerazione fa parte della strategia di stordimento e distrazione di massa perseguita dal potere di cui sopra. “Dont look up”, appunto.
Quel film racconta anche di come politica, media e interessi riescono a trasformare l’allarme in intrattenimento, in calcolo di consenso, in opportunità di profitto, senza alcuna possibilità, come aveva scritto un critico, di dire e far ascoltare il vero. O, appunto, di pensare a quello che accade.
Sulla guerra la politica fa i suoi giochi, avvalendosi come al solito della propaganda, che com’è noto è la peggiore nemica della verità. E l’economia fa i suoi interessi: vale sempre la regola che il capitalismo ricorre ciclicamente alla guerra e al riarmo per superare le proprie crisi. Sui media il discorso secondo me è più complicato. Per quanto il potere mediatico sia oggi sempre più accorpato, come abbiamo appena detto, al potere economico e politico, nel sistema dei media le continue trasformazioni tecnologiche, le routine produttive, i format, i codici linguistici giocano una partita relativamente autonoma dalla politica. I media sono linguaggio, e nel linguaggio c’è sempre qualcosa che può sfuggire al controllo politico e agli imperativi del mercato, o produrre degli effetti contro-intenzionali rispetto ai desiderata del potere. Tanto più oggi che all’informazione mainstream (giornali e televisione) si sovrappone, e spesso si contrappone, l’informazione che viaggia in rete, sui social, su YouTube. Pensa a com’è andata su Gaza – ma anche sull’Ucraina, e andando indietro nel tempo sulle rivoluzioni “colorate” arabe o sulla stessa Euromaidan: quello che il mainstream nascondeva, la rete l’ha mostrato. Senza i tanto vituperati social non avremmo mai potuto diagnosticare come genocidio quello che si è consumato a Gaza, malgrado anche l’algoritmo di Facebook abbia provato non poco a censurare le voci pro-Palestina.
Hai ragione, la rete offre anche la possibilità di incrinare il monopolio dei grandi canali, di rompere la verticalità del discorso pubblico…
Detto questo, è vero che la copertura della guerra, soprattutto nei media mainstream, è molto cambiata negli ultimi decenni. Probabilmente per neutralizzare l’effetto-Vietnam, quello dei grandi reportage che innescarono la protesta di massa contro l’intervento americano, si è progressivamente passati – con le dovute e meritevoli eccezioni – da un giornalismo di guerra indipendente mirato a sollevare il dissenso a un giornalismo embedded mirato a conquistare consenso alla propaganda degli Stati e alla normalizzazione della guerra. Più in generale, la copertura della guerra è diventata sempre più ampia, ma anche sempre più virtuale: come colse per primo Jean Baudrillard durante la prima Guerra del Golfo, la spettacolarizzazione della guerra la smaterializza, ce la porta in casa e contemporaneamente ce la rende inattingibile. Da allora il processo si è intensificato: siamo assediati dalle notizie, scorriamo fiumi di immagini sul telefonino, eppure dalla tragedia della guerra riusciamo a non farci toccare più che tanto e soprattutto non ne traiamo nessuna conseguenza. C’è un effetto di de-realizzazione, come se la conoscenza dei fatti, che pure è molto aumentata, non servisse a niente. Recentemente è uscito su questo un piccolo e illuminante libro di Alenka Zupančič, psicoanalista e filosofa della Scuola di Lubiana, che si intitola “Disconoscimento” [Meltemi, 2024]. Sostiene che il dispositivo psichico prevalente oggi di fronte a guerre e catastrofi non è più né la rimozione né la negazione di una realtà traumatica, bensì, appunto, il disconoscimento: sappiamo tutto quello che accade, eppure continuiamo a vivere “normalmente”, secondo la formula “lo so, ma comunque…”. Sappiamo tutto, ma comunque tutto può e deve procedere come al solito.
In gioco oggi secondo te c’è “solo” la guerra o, piuttosto, un ordine di potere più profondo – patriarcale, imperialista, neo-coloniale – che si riproduce attraverso la logica della sicurezza, dell’eccezione e della potenza, rendendo la guerra una soluzione quasi automatica?
Certo che c’è un nesso fra guerra, neo-imperialismo, neo-colonialismo, stato attuale del patriarcato e, aggiungerei anzi metterei al primo posto, stato attuale del capitalismo. Il potere ha sempre la forma di una costellazione, e una costellazione è fatta di nessi interni. Un fatto assai positivo è che oggi i movimenti di contestazione stanno ritrovando la capacità di vedere e analizzare questi nessi. Infatti sono movimenti di contestazione anti-sistema, come si sarebbe detto nei famigerati anni Sessanta-Settanta. Tuttavia, io ho una certa diffidenza verso quella che spesso mi pare, nella retorica dei movimenti, una sorta di allineamento automatico fra capitalismo, neocolonialismo, neoimperialismo, patriarcato, che configura una compattezza del potere che a mio avviso invece non c’è, e rischia anche di cancellare la storia e le impronte delle lotte di liberazione e dei processi emancipativi di ieri e di oggi. Che il potere sia una costellazione, voglio dire, non significa che questa costellazione sia coerente e compatta, anzi: il problema oggi – anzi sempre, e da sempre – è individuare i dis-allineamenti, le incoerenze, le contraddizioni, le sfasature, gli anacronismi che intralciano il compattamento del sistema di dominio. Ti faccio due esempi. Il primo: è indubitabile che oggi sia in atto un tentativo di riordinare il mondo secondo un modello neoimperialista di de-globalizzazione e di spartizione delle sfere di influenza fra le grandi potenze. Ma è sbagliato, a mio avviso, dedurne che la globalizzazione – non solo economica ma anche culturale, e nelle sue valenze non solo negative ma anche positive, come ad esempio il rimescolamento delle identità tradizionali e/o nazionali – è finita: fra i due modelli c’è un conflitto vivo e tutt’altro che già deciso. Lo si vede anche nella guerra in Iran, dove paradossalmente gli iraniani, facendo della funzione strategica del Golfo di Hormuz la propria arma principale, hanno dimostrato di saper maneggiare la sintassi della globalizzazione meglio dell’impero americano diventato sovranista. Secondo esempio, quello mi sta più a cuore: è indubitabile che oggi ci sia un tentativo di ripristinare l’ordine patriarcale, ma si tratta di un tentativo reazionario, nel senso letterale che reagisce a una evidente emorragia del dominio maschile e a un’altrettanto evidente crescita della libertà femminile. E dunque non cancella l’agonia del patriarcato che è sotto i nostri occhi, né la libertà femminile conquistata nel Novecento. La legge del padre non fa più ordine e non si salda più né con la legge dello Stato né con le tendenze dissolutive del capitale. Quello che ne consegue non è un ritorno dell’ordine patriarcale, bensì un disordine che genera forme di violenza maschile scomposte, perfino efferate (vedi il circolo Epstein), ma incapaci di ri-disciplinare le donne e le altre soggettività irriducibili alla norma patriarcale.
Da dove si può cominciare a disinnescare questo meccanismo, tenendo insieme – mi pare questo un tratto rilevantissimo delle tue riflessioni, troppo spesso trascurato da altri osservatori – geopolitica e biopolitica, lo scacchiere degli Stati e le vite concrete, i corpi, le libertà e le condizioni sociali che la guerra travolge?
Sei molto generoso, grazie. In effetti mi sforzo di tenere insieme queste due prospettive, o meglio, di metterle in tensione, perché sono entrambe necessarie ma diventano tanto più produttive quando si contraddicono, o nei loro punti di frizione. Negli ultimi anni siamo diventati tutti, io per prima, dei grandi appassionati di geopolitica, per cercare di capire qualcosa del disordine mondiale che ci travolge. Ma per quanto cerchi di contaminarsi con chiavi di lettura sociologiche e culturali, la geopolitica resta come tu dici una disciplina basata sulla centralità dello Stato e dei rapporti fra Stati, e sugli strumenti tradizionali dell’azione statuale, guerra compresa. Quindi rischia da un lato di sottovalutare soggetti e flussi che eccedono la forma e la norma statuale – ad esempio le migrazioni, ma anche i flussi economici e finanziari transnazionali. E dall’altro lato di sottovalutare i nuovi strumenti di cui si sta dotando il biopotere degli stessi Stati: ad esempio, le tecnologie di sorveglianza e spionaggio che oggi trapassano dall’uso civile all’uso militare, o le tecniche barbare di riduzione della popolazione alla fame e alla carestia che abbiamo visto all’opera a Gaza.
Bisogna cambiare lenti, rovesciare la prospettiva del racconto dominante, e guardare le guerre dal punto di vista di chi le subisce e non si identifica nella ragion di Stato: le vittime, quelli e quelle che perdono familiari e amici, quelli e quelle che ne escono con gli arti amputati, o che ci rimettono radici, case, soldi, lavoro, abitudini, coordinate, certezze. Bisogna tornare a denunciare gli obiettivi di sfruttamento e controllo del lavoro vivo che muovono le guerre e il riarmo. E bisogna posizionarsi sui confini, perché è lì, non dentro gli Stati, che si gioca il cambiamento: il meticciamento delle identità, il tradimento dei nazionalismi, l’esodo dai teatri di guerra. Border as a method, come recitava il titolo di un libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson di qualche anno fa. Ed è solo dai confini che forse può essere reinventato un nuovo internazionalismo dal basso, come gli stessi autori scrivono in un altro loro libro appena uscito in Italia, The Rest and the West: un internazionalismo intersezionale e deliberatamente fuori dal “campismo” che tuttora intrappola anche la sinistra, ideologicamente e politicamente.
Detto questo, non ho ancora detto però l’essenziale, o almeno quello che per me è l’essenziale. Io penso che quello che sta capitando ci metta di fronte al compito ineludibile di sviluppare una critica, anzi un’autocritica, delle democrazie reali. Tutto il contrario della narrativa apologetica, messianica, della democrazia come unico orizzonte di pensabilità della politica, unico regime politico e unica forma di vita desiderabile. La crisi della democrazia è sotto gli occhi di tutti ed è anche nella bocca di tutti, ma mentre genera una critica feroce da destra, non ha generato finora una autocritica credibile da sinistra. Eppure mi sembra evidente che senza vedere e ammettere i limiti del modello democratico non si possa riuscire nemmeno lontanamente a intravedere un’uscita dalla crisi istituzionale, politica, sociale e culturale, perfino antropologica, che palesemente blocca il modello democratico. Ed è un’autocritica che dovrebbe impegnare non solo ciò che resta delle forme associative organizzate, ma ciascuno e ciascuna di noi, perché riguarda, appunto, la nostra forma di vita. Come si era cominciato a capire – torno al punto – durante la pandemia e prima che la guerra travolgesse ogni conato di pensiero critico.
Torniamo alla guerra, torniamo in Medioriente. Le tesi, anche della sinistra cosiddetta liberal-interventista, sulla guerra in Iran come occasione di liberazione dal regime repressivo degli Ayatollah sembrano andare man mano a scemare, ma di tanto in tanto saltano fuori. Ora anche le agenzie di stampa divulgano fonti di intelligence americana che dichiarano improbabile che l’attacco militare possa produrre il rovesciamento del regime di Teheran. In tutto ciò, il principio di autodeterminazione dei popoli sembra scomparso dall’orizzonte anche delle sinistre e chi lo sostiene viene accusato di pacifismo imbelle, complicità con gli oppressori, cultura della resa anziché della resistenza…
Secondo me sull’Iran noi “occidentali” abbiamo sempre capito poco o niente, e abbiamo sempre preso fischi per fiaschi, nel bene e nel male. Ne sapevamo poco ai tempi dello Scia (a proposito: non è strano che della vicenda di Enrico Mattei, che invece qualcosa e più di qualcosa aveva capito, non si faccia mai cenno nel dibattito di oggi, a parte usare indebitamente il suo nome come fa Meloni?), abbiamo capito poco della rivoluzione khomeinista che spaccò in due la sinistra italiana, sappiamo poco oggi di quella che è, a detta di chi la conosce, una società complessa e articolata che vive e pensa e respira malgrado l’efferatezza del regime degli ayatollah. Quel poco che so io lo so dal movimento delle donne, perché fra il femminismo della differenza italiano e il femminismo radicale iraniano c’è sempre stata una qualche relazione. E almeno una parte del femminismo iraniano è certamente contro il regime, ma altrettanto contro una occidentalizzazione forzata. Lì come qui, ci sono donne che non credono all’equazione automatica fra libertà femminile e democrazia occidentale.
Un’ultima domanda, alla quale mi porta la sensibilità di giurista: dopo il genocidio di Gaza il diritto internazionale sembra morto. L’Onu, ancora più dopo le vicende del Venezuela e della guerra in Iran, è scomparso dai radar. Ci troviamo imbrigliati in una contraddizione: da un lato, appoggiarci alle pronunce delle Corti Internazionali che hanno provato a chiamare le cose con il loro nome – il genocidio di Israele a Gaza – per provare a farle eseguire; dall’altro, constatiamo l’inservibilità di un diritto internazionale che non fa acqua da tutte le parti, a partire, forse, dalla distinzione tra ius ad bellum e ius in bello…
Siamo onesti: il diritto internazionale forse è morto a Gaza, ma non stava in buona salute neanche prima, e non è neanche vero che si sia ammalato con l’invasione russa dell’Ucraina. Non devo certo farti io l’elenco delle guerre illegali degli ultimi decenni, a partire da quella contro l’Iraq e forse anche dall’intervento “umanitario” in Kosovo. Del resto, dal punto di vista di una come me che non è una giurista e ha una fiducia salda ma non illimitata nella capacità regolativa del diritto, è del tutto comprensibile che un assetto giuridico figlio della fine della Seconda guerra mondiale sia saltato con la fine della Guerra fredda. Siamo, come tu dici, dentro una contraddizione. Direi questo: dobbiamo fare leva il più possibile sul diritto internazionale vigente come freno alle derive della volontà di potenza del politico, e contemporaneamente attrezzarci a una sua riforma complessiva all’altezza del nostro tempo. Mi pare che la ricerca di Luigi Ferrajoli sulla “Costituzione della Terra”, pur basata su una fede nella razionalità giuridica che non è la mia, vada in questa direzione. E mi pare che vada in questa direzione anche la vittoria del No, per niente scontata, al referendum sulla riforma della giustizia: mi ha colpita che proprio i giovani, solitamente e comprensibilmente diffidenti verso le regole, abbiano colto al volo questa funzione di trattenimento della deriva verso il peggio che il diritto e la Costituzione possono esercitare.
(Volerelaluna, 18 maggio 2026)
Tessere la pace, custodire il futuro: il 21 giugno in piazza per interrompere l’economia di guerra
In questo tempo terribile di futuro sospeso, di guerre vicine e lontane, di morti contati ogni giorno, di città distrutte, di case sventrate, in Italia donne di molte città si sono incontrate in 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace.
Hanno preso la parola per dire no alla guerra come destino inevitabile.
Per rompere il silenzio che la rende possibile.
Per interrompere l’economia della guerra.
Per rendere visibile ciò che viene cancellato.
Partono da gesti quotidiani, femminili, antichi – cucire, tessere, riparare – pratiche marginalizzate, declassate, invisibili. E le rovesciano. Le trasformano in azione politica pubblica.
Fuori dalla logica della forza. Fuori dalle forme consuete del dissenso.
Con fili, tessuti, mani e corpi danno forma a una pratica collettiva: tessere la pace come gesto politico. Non è solo un gesto simbolico, è azione.
Occupa lo spazio pubblico, crea legami.
Sposta il senso del possibile. Riporta al centro ciò che la guerra cancella: corpi, vite, relazioni.
Da oltre 170 città e contesti diversi questa pratica si diffonde. Come rete viva, non prevista, non controllabile.
Queste donne andranno tutte a Roma il 21 giugno. Porteranno i loro lavori e li stenderanno in piazza del Campidoglio e sulle scalinate. Chissà se lo spazio basterà. Non sarà un’esposizione. Sarà una presa di posizione collettiva.
Noi ci saremo.
L’appello, rivolto “alle donne e agli uomini di pace”, è nato dalla comunità diffusa 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace ed è stato sottoscritto da 320 scrittrici, registe, giornaliste e intellettuali. Tra le prime sostenitrici figurano:
Dacia Maraini, Nadia Terranova, Margarethe von Trotta, Emma Dante, Fiorella Mannoia, Ginevra Bompiani, Serena Dandini, Marisa Laurito, Monica Guerritore, Alessandra Bocchetti.
Ora è possibile aggiungere la propria firma anche su “Io scelgo”, la piattaforma di petizioni del Fatto Quotidiano: https://www.ioscelgo.org/petizioni/tessere-la-pace-custodire-il-futuro-il-21-giugno-in-piazza-per-interrompere-leconomia-di-guerra
(facebook.it, 18 maggio 2026)
Catania. Nell’ambito del Maggio dei libri, alla Pinacoteca Sciavarrello, su proposta delle donne di La Città Felice, è stato presentato il testo di Franca Fortunato, “Madri e figlie”, sottotitolo “Una storia vivente” (Libritalia Printlab). È il racconto del rapporto tra una donna nata negli anni Cinquanta e sua madre. Una storia personale che pure diventa storia tout-court perché si basa sulla pratica della “storia vivente” ideata dal femminismo della differenza, cioè una storia raccontata a partire da sé e in relazione con altre donne. Un approccio in cui tutti gli eventi con cui si fanno i conti sono filtrati e compresi attraverso il proprio corpo e in cui l’esperienza particolare diventa un documento storico perché riguarda le donne e gli uomini di un dato periodo storico.
Franca Fortunato, sindacalista e insegnante calabrese, quando comincia a scrivere del suo rapporto con la madre è convinta di non avere niente a che ridire sul comportamento e sul modo di essere del padre. La madre, infatti, non aveva mai lasciato trasparire la propria delusione per un uomo che non la chiamava mai per nome, un marito freddo e incapace di mostrare i propri sentimenti. Sua madre lo accettava e lei riteneva tutto questo normale. Sono le donne con cui è in relazione che le fanno notare che i comportamenti del padre sono forme sottili di violenza. A questo punto l’autrice si blocca nella scrittura perché crede che parlarne equivalga a tradire la madre che aveva scelto di non farlo capire alla figlia. Nel confronto con le altre, però, l’autrice si rende conto che queste dinamiche sono parte di una storia condivisa e che questi comportamenti di una generazione di maschi sono espressione del patriarcato, ed è questo che bisogna individuare e combattere. Una consapevolezza che la porta a sciogliere, dopo decenni, un nodo doloroso che non era riuscita ad affrontare e neppure a raccontare: la sua cacciata dalla Cgil di cui era apprezzata attivista in ruolo apicale. Nel contesto di una lotta tra fazioni era stata espulsa con durezza e senza tentennamenti, tanto era una donna. Una condizione di svalutazione che molte sindacaliste registrano ancora oggi all’interno delle organizzazioni in cui lavorano. Per lei prenderne coscienza è stato possibile grazie alla relazione di fiducia e di affidamento con le donne del femminismo della differenza delle quali era sicura che non l’avrebbero giudicata e condannata, come invece avevano fatto i compagni di sindacato. Un percorso al termine del quale Franca Fortunato afferma di potere riconoscere la profonda impronta che la madre ha lasciato nella sua vita, e che è da lei che le è venuta la forza e il senso di giustizia sociale. Da lei e dalle madri simboliche che ha scelto come punti di riferimento. Una storia condivisa da tante donne. Una storia vivente, appunto.
(La Sicilia, 17 maggio 2026)
Quel che accade a Niscemi è sintomo di un male esteso e profondo, di una nazione-rovina che vive uno stillicidio quotidiano. L’Italia è un paese fragile e in frantumi, invisibile agli occhi delle istituzioni alle loro politiche. Una ferita aperta sulla pelle di intere popolazioni
Da dove iniziare a raccontare Niscemi dopo il 25 gennaio 2026, quando una frana di 5 km ha generato quasi 1.700 persone sfollate e tenuto col fiato sospeso una città di più di 25mila abitanti? Mi sono chiesta se fosse il caso di partire da quel giorno di ottobre del 1997, quando la città fu interessata da un’altra frana, a cui seguirono 10 anni di attesa per i primi indennizzi seri e trent’anni di mancati interventi per mettere in sicurezza il territorio. Mi sono chiesta se fosse il caso di partire dalla piazza centrale di Niscemi, solitamente piena di persone che passeggiano fino al Belvedere che domina la Piana di Gela, occupata invece dai mezzi di soccorso e dal lavoro instancabile dei vigili del fuoco. Mi sono chiesta se fosse il caso di partire dal palazzetto dello sport Pio La Torre e dal lavoro instancabile dei volontari e delle volontarie di Niscemi e di tutta la Sicilia che, ancora oggi, gestiscono tutte le attività a sostegno delle persone sfollate. Parto invece dal 16 marzo 2026, quando una delegazione del NAS (Naval Air Station) di Sigonella ha portato al palazzetto dello sport un carico di alimenti da distribuire alla popolazione. Mentre il momento viene immortalato a favore di telecamera, dietro le quinte un brulicare di fastidio e indisposizione. Tutto questo, donazione e fastidi compresi, non accade per caso.
I militari statunitensi sono presenti sul territorio niscemese dal 1991, cioè da quando entra in funzione la base militare statunitense NRTF (Naval Radio Transmitter Facility), che occupa uno dei polmoni verdi della Sicilia, la Riserva Naturale Orientata Sughereta. A questa base si è aggiunto più avanti il MUOS, un sistema di comunicazione satellitare della marina militare statunitense che permette alla difesa USA di gestire i propri mezzi a livello globale: quel sistema, in altre parole, che permette oggi agli aerei senza pilota di partire dalla vicina base statunitense di Sigonella e partecipare alle operazioni militari in Ucraina, Iran, Libano e Gaza. La base del MUOS è stata contestata duramente dalla popolazione locale e non solo, facendo tutto quello che si poteva fare: blocchi stradali, scioperi sociali, sabotaggi, azioni legali, petizioni, assemblee, conferenze, persino l’occupazione in massa della base e delle sue antenne, più di una volta. Nonostante tutto questo, il MUOS è entrato in funzione nel 2016. Il movimento che tanto ha fatto (e molto continua a pagare) nell’opporsi all’ennesima infrastruttura militare in Sicilia, non solo si opponeva alla guerra e all’occupazione militare statunitense, ma ha da sempre denunciato l’incompatibilità radicale tra la presenza del MUOS, la città di Niscemi e la riserva naturale: troppi i rischi per la salute e l’ambiente di un territorio fragile dal punto di vista idrogeologico, ambientale, economico e sociale. A preoccupare di più, le emissioni elettromagnetiche delle tre grandi parabole e gli effetti sulla salute. Nonostante gli sforzi, la base è in funzione. Una ferita che colpisce nel vivo una popolazione che dopo essersi mobilitata tanto, oggi subisce la presenza di quel mostro vicino casa, insieme ai tanti disservizi nel territorio (la carenza di acqua, un ospedale sempre sull’orlo della chiusura, l’assenza di una rete ferroviaria e di mezzi di trasporto pubblico, il lento e inesorabile spopolamento della città). Desertificazione e fragilità sono conseguenze ma anche precondizione dell’occupazione militare: i punti deboli diventano ricatti e promesse mancate, ma sono anche conseguenza delle scelte di gestione dei territori che diventano zone di sacrificio. Il senso di sconfitta è inevitabile. E così quella presenza, complici anche le tante denunce e multe, la si vuole dimenticare, ma non la si normalizza. La rabbia che ha accompagnato le prime passerelle politiche dei leader di governo e di partito dopo la frana è la rabbia sincera di chi subisce l’ignavia della politica, che prende la forma di trenta anni di immobilismo tra una frana e l’altra; la rabbia di un territorio che porta le cicatrici di promesse mancate, di disservizi, e di un’occupazione militare che è stata permessa passando sui corpi e la volontà delle persone che hanno bloccato per mesi i lavori di quella base di morte. Responsabilità politiche, a tutti i livelli, che hanno nomi e cognomi che difficilmente si possono dimenticare. Una rabbia che, appena espressa, accetta di essere zittita dalla promessa degli aiuti economici in tempi brevi, di decreti per i ristori e di ordinanze che promettono soluzioni e normalità: le fragilità meritano di essere amministrate con cura e responsabilità, invece spesso diventano arma di ricatto, strumento di costruzione di consenso. È così per la classe politica italiana, ma anche per il comparto della difesa. Ogni nuova infrastruttura che compone la geografia dell’occupazione militare della Sicilia è stata sempre accompagnata dalle promesse di lavoro, benessere e sviluppo; ogni nuova infrastruttura militare è stata progettata e installata in luoghi considerati “vuoti”, cancellando l’esistenza di piante e animali che popolano un’area, i paesaggi che caratterizzano la nostra identità, il sistema di relazioni che abitano un territorio ben oltre l’esistenza di una città o un paese. Questa è la stessa storia che si ripete da decenni, dalla più anziana Sigonella alla più recente scuola di addestramento per piloti di F35 a Trapani, passando per il porto militare di Augusta, l’hub militare dei Nebrodi e delle Madonie, gli alloggi militari in contrada Xirumi, il MUOS… e così via. La donazione di beni alimentari dei militari di Sigonella va letta in questo continuo tentativo di vestire un rapporto di potere coloniale e militare con gli abiti di un rapporto di amicizia, di collaborazione, di alleanza.
Per uno strano scherzo del destino, lo stesso giorno in cui il sindaco di Niscemi ha firmato il provvedimento di restrizione della zona rossa, ridando ad alcuni/e la possibilità di rientrare a casa e riprendere le abitudini lasciate sospese da fine gennaio, USA e Israele attaccano l’Iran. Immediatamente, il dubbio che la base vicino casa possa entrarci qualcosa tarla i pensieri di molti/e. Dopo tutto il dolore, l’inquietudine e lo spaesamento vissuto letteralmente sull’orlo di un precipizio, lo spettro della guerra si affaccia all’orizzonte. MUOS e Sigonella, due infrastrutture strategiche per la difesa USA, rendono la Sicilia un obiettivo militare, e il recente missile iraniano diretto a Diego Garcia conferma che l’isola rientra nel raggio di azione dei missili di Teheran. I dubbi sul coinvolgimento del MUOS sono confermati non solo dalle attente osservazioni di Antonio Mazzeo (attivista insegnante e giornalista), ma anche dall’attivazione dello scudo antimissilistico attorno al MUOS e dalla vigilanza attorno alla base dei militari statunitensi e italiani, quella delle grandi occasioni. In questo clima di allerta, il 7 marzo 2026 l’immagine di una possibile frana sotto le parabole del MUOS, scattata e resa pubblica da attivisti/e, raggiunge una alta eco mediatica. Cosa possa accadere se, improvvisamente, una di quelle parabole in funzione crolla è difficile immaginarlo. Eppure, che il MUOS non fosse esente dal rischio idrogeologico della zona era già noto già dal 2024, quando la marina militare USA e il Ministro della Difesa si confrontavano sul rischio idrogeologico dell’area attorno al MUOS. Nel settembre 2025 la Regione Sicilia approva la richiesta di lavori straordinari di manutenzione al MUOS. A febbraio 2026 la Pizzarotti (impresa global player nel campo delle infrastrutture e delle costruzioni in Italia) riceve l’incarico di fare i lavori, una notizia che assomiglia a uno schiaffo in pieno viso per una comunità che sta facendo i conti con una frana non ancora stabilizzata, frutto dell’assenza di interventi per mettere in sicurezza il territorio. Lo smottamento del terreno sotto il MUOS denunciato dagli attivisti solleva un gran polverone: piovono articoli di giornale, il sindaco scrive ai militari di Sigonella, ma nulla riceve una risposta. Fino al 16 marzo 2026. La visita dei militari ha anche il chiaro obiettivo di mettere a tacere dubbi e osservazioni, rabbonire (per l’ennesima volta) l’amministrazione locale e mettere una pietra tombale sull’ennesimo abuso (supicchiaria, diremmo a Catania).
Si è raccontata la frana di Niscemi come una emergenza, ma sarebbe meglio raccontarla come una emergenza annunciata. Non solo dopo la frana del 1997 nessun intervento strutturale è stato fatto per mettere in sicurezza l’area già interessata da fenomeni franosi, ma più recentemente sono stati ignorati dagli organi di governo locali e regionali gli studi, e le relative relazioni, che annunciavano a chiare lettere quello che poi è accaduto a gennaio. La frana rischia di essere (e in parte già lo è) il terreno su cui si svolgerà la campagna elettorale del 2027, a livello locale e regionale almeno. L’attuale sindaco, nell’impossibilità di ricandidarsi alla guida della città, già guarda al parlamento regionale, mentre alcuni dei suoi delfini sono impegnati nel comitato cittadino che si è creato dopo la frana, uno strumento che sta perseguendo bene lo scopo per cui è nato, contenere i malumori che, anche se non si vedono platealmente, ci sono. Sulle macerie di questa frana qualcuno farà carriera politica, esattamente come qualcuno più di dieci anni fa ha vinto le elezioni proclamandosi contrario al MUOS, per cambiare casacca appena finite (e vinte) le elezioni. Sul fatto che Niscemi rischia di spopolarsi, che i soldi stanziati fino ad ora non basteranno a ripagare, consolidare e risolvere, nessuno degli attori politici in gioco dirà nulla, perché per un altro strano scherzo del destino, tutti i livelli di governo coinvolti in questa faccenda (nazionale, regionale, locale) fanno parte della stessa squadra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia) e ogni frizione è pubblicamente evitata per non ammettere debolezze interne alla grande famiglia della destra italiana: oggi c’è una frana, ma domani ci sono le elezioni.
Niscemi è un luogo periferico diventato noto per via della lotta contro al MUOS. Ma la storia di Niscemi credo che abbia le caratteristiche simili a tanti territori diventati zone di sacrificio per progetti militari, per infrastrutture industriali, per grandi o piccole opere nocive, in cui le fragilità presenti sono diventate ricatti su cui sono sorte altre fragilità, ma che hanno dato vita a diverse forme di resistenza e dissidenza non sempre note e plateali. La sfida, per chi ritiene che un mondo più giusto non solo è possibile, ma necessario, non è solo contrastare ciò che non va bene, ma costruire reti e progetti politici dal basso che riescano a tenere insieme conflittualità, efficacia e permanenza. Tornando al caso niscemese, la necessità di oggi è quella di non fare spegnere i riflettori, né sulla frana né sulla presenza del MUOS nel territorio, soprattutto oggi che la Sicilia, ancora una volta, diventa lo spazio in cui la geopolitica prende forma materiale e concreta a livello locale per via delle occupazioni militari presenti. Anche per questo, continua ad essere necessario scendere in piazza. Chiudo con le parole di un compagno con tanti più capelli bianchi dei miei, che l’anno scorso durante un’intervista sui movimenti siciliani contro le basi militari mi disse: «Federica, alla fine penso che bisogna stare dove bisogna stare, e fare quello che bisogna fare».
(La terra trema, 17 maggio 2026)
Nel 2025 l’Università di Pisa ha modificato il proprio Statuto inserendo all’articolo 4 il seguente comma: «l’Università non sostiene e non partecipa ad alcuna attività finalizzata alla produzione, allo sviluppo e al perfezionamento di armi e sistemi d’arma da guerra». All’epoca della decisione, il rettore Riccardo Zucchi aveva così commentato: «In questi tempi drammatici in cui la vita e la dignità umana hanno subito pesanti attacchi, è indispensabile che l’Università dia un segnale esplicito della sua scelta di campo a favore della pace e si dissoci da ogni attività volta allo sviluppo di armamenti».
Potrebbe sembrare – a chi ha una certa idea d’università – un’iniziativa normale, quasi scontata, ma non è così: non solo, infatti, l’Università di Pisa è al momento l’unica università italiana (insieme all’Università per stranieri di Siena) ad aver preso così chiaramente posizione sul tema della ricerca militare, ma è anche una scelta che viene aspramente contestata sia dentro, sia fuori gli atenei.
Nell’attuale contesto italiano ed europeo di enorme aumento delle spese militari e di crescente militarizzazione della società non deve stupirci. Alle università, infatti, i governi europei e la stessa Ue assegnano un ruolo esplicito nella corsa verso una guerra data per prossima. Come ha detto il ministro della Difesa Crosetto lo scorso dicembre, ci vogliono «norme adeguate capaci di assicurare un ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia. In questa sfida siamo coinvolti tutti: difesa, industria, ricerca, università. È una responsabilità condivisa». È, quindi, naturale che tutti coloro che stanno cavalcando la svolta militarista reagiscano con sdegno al fatto che un’università voglia circoscrivere il perimetro delle sue attività.
Peccato, però, che le università non siano enti strumentali di nessuno: ai sensi della Costituzione, infatti, sono unicamente al servizio della conoscenza, intesa come libera ricerca e libero insegnamento. In questo contesto è quindi pretestuoso invocare il «sacro dovere della Patria» all’articolo 52 della Costituzione, e non solo perché c’è l’articolo 11, ma anche e soprattutto perché le università sono autonome ed è restando autonome che servono al meglio la collettività. E autonomia significa che le università possono benissimo decidere, seguendo i propri percorsi democratici interni, di non svolgere determinate attività.
C’è poi chi invoca la libertà di ricerca di cui all’art. 33 della Costituzione. Anche in questo caso, però, il riferimento è infondato: nessuno, infatti, impedirà mai a un professore/ssa o ricercatore/trice di fare libera ricerca individuale su un qualsiasi argomento. Tuttavia, non esiste alcun diritto soggettivo di fare contratti conto terzi usando le strutture dell’ateneo: il contratto, infatti, lo firma – a seguito di una decisione collegiale – l’università, non il singolo ricercatore o docente.
Perché la scelta di Pisa è importante e perché abbiamo proposto, con una lettera aperta diffusa qualche giorno fa, che il Politecnico di Torino ne segua l’esempio? In breve, perché crediamo che l’università, per adempiere alle sue missioni, debba rimanere uno spazio di libertà dalle pressioni e dai condizionamenti dell’economia e della politica. Nello specifico, la ricerca militare oltre a portare con sé – quasi per definizione – la necessità del segreto (con tutto ciò che comporta, soprattutto a livello di rapporti interpersonali tra colleghi/e e con studenti), fa entrare dentro gli spazi dell’ateneo le esigenze e il modo di pensare propri dell’ambito militare, che sono profondamente diversi da quelli del mondo universitario, basati sulla condivisione, la trasparenza e il rapporto tra pari.
Di fronte alla prospettiva della militarizzazione con conseguente drastico soggiogamento culturale e politico, le università, quindi, dicano: «I would prefer not to» [“Preferirei di no”, ndt], e, seguendo l’esempio di Pisa, si attivino piuttosto per promuovere in tutti i modi quella pacifica convivenza tra i popoli che è alla base della Carta delle Nazioni Unite del 1945.
(il manifesto, 16 maggio 2026)
Yahav Erez, +972 Magazine, Israele
Attiviste e studiosi israeliani e palestinesi promuovono l’idea di un futuro diverso, in cui si possa vivere insieme in armonia e riparare i torti del passato
Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 tra Israele e Hamas dovremmo essere entrati nella fase del “giorno dopo” della guerra di Israele contro Gaza. Per quanto riguarda l’israeliano medio, quella guerra è finita. Ma chiunque presti attenzione alle immagini e alle testimonianze provenienti dai palestinesi nella Striscia può vedere chiaramente che, anche se i bombardamenti su larga scala sono diminuiti, l’espropriazione, l’espulsione e la cancellazione continuano in altre forme, con politiche che equivalgono a una Nakba perenne.
In queste condizioni, e mentre i palestinesi non sono liberi di tornare a casa o di ricostruire le loro vite in nessun modo, il linguaggio della “ricostruzione di Gaza” sembra distaccato, perfino volutamente. Eppure, nel discorso liberale sia all’interno di Israele sia nel resto del mondo, le conversazioni sulla ricostruzione procedono come se si trattasse di un progetto neutrale e tecnico – con scarsa attenzione per i diritti e i bisogni degli abitanti di Gaza – piuttosto che di qualcosa di vincolato da decisioni politiche.
La storia di questi tentativi non è incoraggiante. «Una delle cose che la storia della cosiddetta ricostruzione a Gaza ci insegna è che questa non è possibile sotto una politica di assedio e chiusura», spiega Dotan Halevy, storico di Gaza all’università di Tel Aviv. Halevy cita il Meccanismo di ricostruzione di Gaza, istituito dopo l’attacco israeliano all’enclave del 2014, che sottoponeva i materiali da costruzione a un rigoroso monitoraggio e coordinamento tra Israele, Hamas e le Nazioni Unite. Il risultato era prevedibile: “Invece di consentire il normale arrivo dei materiali, tutto è rimasto bloccato in un processo lento e controllato”, continua Halevy. “La popolazione è entrata nell’attuale guerra vivendo tra le macerie del 2014”.
Quindi, se la ricostruzione è impossibile senza la fine dell’assedio, cosa si propone esattamente per i più di due milioni di residenti di Gaza, molti dei quali sfollati, orfani, feriti e in lutto? In gran parte dell’opinione pubblica israeliana ha guadagnato terreno in modo allarmante la risposta presentata eufemisticamente come “emigrazione volontaria”, un’espressione più gentile per dire pulizia etnica. Eppure né l’isolamento a tempo indeterminato sotto l’assedio né l’espulsione altrove, entrambi gravi crimini, possono garantire altro che un futuro di ulteriore violenza e distruzione. Se esiste un’alternativa, probabilmente comincia con un ripensamento dei presupposti che abbiamo interiorizzato riguardo la stessa Gaza.
Come afferma Halevy, “esiste una Gaza oltre la Striscia di Gaza”, cioè quel pezzo di terra i cui confini sono stati plasmati dalla Nakba (catastrofe in arabo, quando i palestinesi furono cacciati dalle loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948) e dall’occupazione israeliana del 1967. “Storicamente, Gaza esisteva come parte di uno spazio più ampio e connesso. La ‘Striscia di Gaza’ è una condizione imposta e anomala, una sorta di gabbia che la isola dal suo contesto e dalle sue possibilità”. Prendere sul serio l’idea di andare oltre la morsa concettuale della “Striscia di Gaza” significa considerare possibilità politiche spesso scartate a priori, compreso il diritto al ritorno: non solo permettere ai palestinesi di tornare alle loro case distrutte all’interno di Gaza, ma anche alle loro case originarie in quello che oggi è Israele, insieme ai discendenti di tutti i 750mila palestinesi cacciati nella Nakba (che si commemora ogni 15 maggio).
Noi o loro
Per Omar al Ghubari, educatore palestinese di Zochrot – un’organizzazione senza scopo di lucro che opera all’interno della società israeliana per promuovere la consapevolezza e la necessità di rimediare alla Nakba – il ritorno si basa su due princìpi: «Pieno sostegno al diritto al ritorno, vale a dire che qualsiasi rifugiato che scelga di tornare ha il diritto di farlo. Allo stesso tempo, il ritorno non dovrebbe comportare la cacciata in massa di altri, anche se sono i tuoi colonizzatori».
A quasi ottant’anni dalla fondazione di Israele, il paesaggio è stato trasformato. Molti dei più di cinquecento villaggi palestinesi spopolati durante la Nakba sono stati completamente distrutti, mentre su altri sono stati costruiti nuovi centri. «I rifugiati che non sono più qui dal 1948 non riconoscerebbero i luoghi», spiega Al Ghubari. «Il colonialismo israeliano è riuscito a costruire qui tantissime città, insediamenti e istituzioni, e a cancellare quasi totalmente la vita e lo spazio palestinese».
Questa cancellazione – e la difficoltà che crea nell’immaginare il ritorno – serve a Israele per rifiutarsi di discutere in modo sostanziale il diritto al ritorno dei palestinesi. Le obiezioni pratiche spesso mascherano il rifiuto politico: l’affermazione “non hanno un posto dove tornare” si basa sul presupposto che la trasformazione del territorio renda impossibile il ritorno.
Ma quel presupposto può essere contestato. Salman Abu Sitta è un ingegnere e accademico che ha trascorso decenni a mappare la Palestina storica con l’obiettivo di pianificare il ritorno dei rifugiati. Nel 1948, quando aveva dieci anni, è stato sfollato con la forza dal suo villaggio di Ma’in Abu Sitta (oggi l’area di Kerem Shalom). Abu Sitta afferma che la maggior parte del territorio dei villaggi palestinesi distrutti rimane non edificata.
«Abbiamo scoperto che l’88 per cento degli ebrei in Israele vive su appena il 12 per cento del territorio israeliano, o addirittura meno», afferma. «Sono concentrati in tre cantoni: l’area di Tel Aviv-Jaffa, Gerusalemme ovest e Haifa». Gran parte del territorio rimanente è diviso tra i kibbutz – molti fondati dopo il 1948 sui siti dei villaggi palestinesi – e le zone militari.
Inoltre, secondo lui e altri, circa l’80 per cento del territorio dei villaggi distrutti è disabitato. «Si tratta di aree aperte, principalmente parchi del Kkl – Fondo nazionale ebraico o terreni agricoli», spiega Moran Barir, attivista di lunga data, facilitatrice di gruppi di dialogo ebraico-palestinese ed esponente del consiglio di amministrazione di Zochrot.
Questi dati mettono in discussione un’ipotesi comune. «Non si tratta del solito stereotipo di noi o loro. La gente si chiede: “Lascerò la mia casa in modo che i rifugiati palestinesi possano vivere qui?”. Sì, potrebbero esserci pochi casi in cui le persone dovranno trasferirsi. E non dico che i terreni agricoli non siano importanti, ma che la questione è molto più aperta alla trattativa».
Il tipo di negoziati che Barir ha in mente sembra inverosimile nell’attuale realtà politica israeliana. Ma se vogliamo costruire un futuro che non sia dettato dal passato – o definito dagli orrori del presente – dobbiamo esercitare l’immaginazione politica. «Rifiuto completamente l’idea secondo cui “è tutto terribile, non possiamo nemmeno pensare al futuro, dobbiamo solo affrontare quello che sta accadendo ora”», afferma Sari Bashi, avvocata per i diritti umani e cofondatrice del centro legale Gisha, focalizzato su Gaza, oltre che attuale direttrice del Comitato pubblico contro la tortura in Israele. «Chiunque abbia abbastanza da mangiare, chiunque non perda la casa sotto i bombardamenti, ha il privilegio e la responsabilità di immaginare un futuro».
A chi liquida il ritorno come irrealistico, chiede: «E quello che sta succedendo ora è realistico? O completamente assurdo?». Per anni, osserva, la destra dei coloni ha parlato di ripopolare Gaza espellendo tutti i palestinesi usando termini che suonavano “assurdi, perfino messianici”. «Oggi sta succedendo davvero». La lezione da trarne, suggerisce, è tanto strategica quanto morale: «Possiamo usare lo stesso metodo, ma con l’obiettivo opposto».
Per lei, sposata con un palestinese di Gaza con il quale ora vive in Cisgiordania, la questione non è astratta. La famiglia di suo marito, sfollata più volte, rimane nel campo profughi di Al Shati. Sua suocera, che è riuscita a partire circa due anni fa per l’Egitto attraverso il valico di Rafah prima che fosse chiuso, fu sfollata per la prima volta da bambina da Isdud (vicino a quella che oggi è la città israeliana di Ashdod) e da allora è stata sradicata ripetutamente. Di certo, dice Bashi, sua suocera vorrà tornare a Gaza quando la situazione lo permetterà, e chiederle se sceglierebbe di tornare a Isdud se potesse sembra un po’ superfluo di fronte all’angoscia che sta vivendo a causa del genocidio israeliano. «È molto più preoccupata per i suoi figli, nipoti e pronipoti, che sono tutti in pericolo», spiega Bashi.
Ma il fatto che al momento gli abitanti di Gaza possano essere concentrati quasi solo sulla sopravvivenza non rende irrilevante la questione del ritorno, insiste: «Abbiamo la responsabilità di pensare, immaginare e rendere concreto il ritorno, non limitandosi alla teoria. Gaza è in rovina e tutti i rifugiati – compresi i componenti della mia stessa famiglia – hanno il diritto di tornare alle loro case a Gaza. E hanno anche il diritto di tornare nei luoghi da cui sono stati espulsi nel 1948».
Mettere in pratica
Per altri, il ritorno non è affatto teorico. Alcuni palestinesi sfollati interni in Israele vivono a pochi chilometri, o perfino metri, dalle loro case d’origine. «Quanto vorrei che mia nonna tornasse nella vecchia Jaffa, e vorrei esserci anch’io», dice Yara Shahine Gharablé, attivista e dottoranda in storia del Medio Oriente all’università di Oxford. È cresciuta nel quartiere di Ajami a Jaffa, dove attualmente vive sua nonna e dove i palestinesi rimasti in città sono stati ghettizzati dopo la Nakba. È a pochi passi dalla città vecchia di Jaffa, che oggi somiglia a una colonia di artisti per israeliani benestanti. «Non è solo un’idea materiale, come rivendicare una proprietà», dice. «Penso che sia qualcosa di molto più profondo. Si tratta di capire come riconoscere questa ingiustizia, come vederla veramente, e come la giustizia possa assumere una forma reale e concreta, non solo esistere come uno slogan astratto».
Se serve una immaginazione politica, come si può metterla in pratica? Per alcuni questo lavoro comincia in piccoli spazi appositamente creati per lo studio e il pensiero collettivo. Circa un anno fa Sari Bashi si è unita a uno di questi gruppi organizzati da Zochrot, in cui i partecipanti hanno cominciato a riflettere sul paesaggio fisico.
Durante un tour a Jaffa, ricorda, hanno attraversato le rovine di Al Manshiyya dove ora sorge Tel Aviv, i resti di Ajami, le zone dove un tempo sorgevano le case palestinesi, e si sono fatti una semplice domanda: e se ora si montassero delle tende lì per le persone che attualmente non hanno un posto dove andare a Gaza? Il punto non era solo immaginare; si trattava di allenare la propria percezione. «Se guardi da vicino, su quelle belle colline puoi ancora trovare pezzi di quelle case. È tutto ancora lì, semplicemente non lo vediamo», dice Bashi. «Se le case si trovano proprio sotto questo verde ben curato, allora anche quel paesaggio potrebbe tornare a diventare un insediamento abitativo». Anche le proposte che sembrano dirompenti – trasformare parchi o aree costiere in aree residenziali – secondo lei sono meno improbabili di quanto sembrino. «Ci sono molti edifici pubblici a Jaffa. Prendiamo per esempio il museo Etzel», dice riferendosi alla struttura che commemora il gruppo paramilitare sionista precedente alla nascita di Israele responsabile di alcuni dei peggiori crimini della Nakba. «Si potrebbe trasformare in una bella casa, com’era un tempo, o in un centro comunitario. Quindi si può fare già molto con le strutture esistenti. Sì, bisognerebbe anche costruire, ma lo spazio non manca».
Gran parte del paesaggio, aggiunge Bashi, è stato intenzionalmente rimodellato. «Il regime sionista ha usato gli spazi verdi per cancellare la memoria dei villaggi palestinesi, prima demolendo le case, poi ricoprendo il terreno, piantandoci sopra gli alberi». La cura di questi spazi, sostiene, non può avvenire «a spese delle persone a cui è negato il diritto al ritorno».
Tuttavia uno degli ostacoli più immediati all’idea del ritorno non ha nulla a che vedere con la fattibilità o meno di una simile impresa. Riguarda la paura che il ritorno dei rifugiati palestinesi provochi la fine della collettività ebraico-israeliana, la paura di rinunciare ai privilegi che il sionismo ha concesso agli ebrei in questo paese e la paura della vendetta.
«Sono paure comprensibili», dice Barir. «Come israeliana, le capisco. Le ho provate anch’io». Queste paure affondano le radici in parte nel trauma storico della persecuzione delle comunità ebraiche – soprattutto in Europa – ma anche nella narrativa politica predominante di Israele, costruita intorno a una logica a somma zero. «Ci aggrappiamo con forza a questo schema, all’idea di noi o loro», continua. «E poiché è l’unico sistema che conosciamo, finiamo per pensare che sia l’unico modo in cui le cose possono esistere».
Apprendimento condiviso
Quello che l’immaginazione politica richiede, quindi, è un processo più profondo che consiste nel disimparare, riconoscendo che ciò che spesso sembra una realtà immutabile è, invece, qualcosa di costruito. Come dice Barir, si tratta di «tornare alle narrazioni con cui sono cresciuta e riconoscere dove sono distorte, dove certi fatti sono usati per raccontare un particolare tipo di storia».
In quest’ottica, è importante capire che la storia non è deterministica. «Da un lato diciamo che questo è il Dna dello stato sionista israeliano», continua Barir, «ma dall’altro sappiamo che in qualsiasi momento – in qualsiasi punto di svolta – le cose potevano andare diversamente. Questo cambiamento apre la possibilità di passare da un pensiero a somma zero a modelli di responsabilità collettiva per i crimini della Nakba e dell’attuale genocidio». Per gli attivisti e gli organizzatori, questo lavoro ha già cominciato a prendere una forma concreta.
«I primi gruppi che si sono occupati della questione sono nati circa dieci anni fa», spiega Al Ghubari. «Abbiamo cominciato ad affrontare il significato pratico del ritorno. Un gruppo si è concentrato su Jaffa e ha redatto un documento disponibile sul nostro sito intitolato “I documenti di Jaffa”. Un altro ha collaborato con un’organizzazione palestinese a Betlemme, Badil, e insieme abbiamo condotto discussioni e un processo di apprendimento condiviso».
Nel tempo questi sforzi hanno portato a una comprensione ricca di sfumature: non a un unico modello, ma piuttosto a molteplici modelli del ritorno. Come conferma Al Ghubari: «Non ha senso distruggere una città israeliana per riportare alla luce cinque villaggi palestinesi». Invece, dice, ogni luogo deve essere affrontato nella sua specificità.
In alcuni casi, per esempio dove la terra un tempo palestinese è ora ricoperta da foreste, la ricostruzione nella sede originaria potrebbe essere semplice. In altri, come Al Shaykh Muwannis, su cui sorgono l’università di Tel Aviv e i suoi dormitori costruiti sopra al cimitero, potrebbe essere necessario edificare nelle vicinanze, insieme a risarcimenti, riconoscimento e gestione condivisa. «C’è abbastanza terreno che un tempo apparteneva ad Al Shaykh Muwannis, che si estende fino al parco Yarkon», spiega Al Ghubari. «Ma l’università dovrà ammettere che è costruita sul terreno del villaggio. Dovrà chiedere il permesso agli ex abitanti palestinesi per continuare a operare sul loro terreno e pagargli un affitto». L’obiettivo, come lo descrive lui, è «essere creativi per realizzare il ritorno, ma senza commettere nuovi crimini contro le persone».
Le tracce del passato
Questa enfasi sull’attuabilità si estende anche ai dettagli della pianificazione. All’interno di Zochrot è cominciata la mappatura di quartieri e infrastrutture, identificando gli edifici esistenti in grado di ospitare i rifugiati e sviluppando quadri di riferimento su come potrebbe avvenire il ritorno senza causare sovraffollamento o nuove disuguaglianze. Altri hanno immaginato la trasformazione in modo più ampio, non solo all’interno dei confini attuali, ma in tutta la regione. Un partecipante anonimo al gruppo di studio ha detto di «pensare alla Palestina in un contesto regionale più ampio del Bilad al Sham», ovvero il Levante, per «sfidare la logica di Sykes-Picot e tutta la suddivisione del Medio Oriente moderno», riferendosi all’accordo coloniale anglo-francese che ha tracciato i confini attuali della regione.
Un altro ha immaginato il ritorno come un film che si riavvolge: «Vedo le carovane di profughi del 1948 – non più le stesse persone, ovviamente, ma la terza generazione – che si muovono attraverso spazi aperti, alcuni dei quali però sono diventati strade, autostrade, centri abitati e foreste, e penso che dobbiamo accoglierli a braccia aperte: “Siete a casa”».
Per Yosefa Mekayton, che vive nella città di Beersheva (un tempo Bir al Saba’), nel sud di Israele, questo senso di possibilità non si fonda tanto su concetti astratti quanto sulle tracce del passato visibili nel presente. «Non ci vuole nemmeno molta immaginazione», dice. In effetti, le tracce fisiche del passato palestinese della città rimangono sotto forma di edifici, strade e perfino la stazione ferroviaria, dove un cartello recita ancora “Bir al Saba”.
Quello che è andato perduto, per Mekayton, non è solo la memoria, ma la logica urbanistica. «Durante il tardo periodo ottomano questo luogo era un nodo centrale non solo per la Palestina, ma per l’intera regione». Bir al Saba’, continua, ha perso la sua logica con il sionismo. Ha perso la capacità di collegare Hebron e Gaza. Il compito, suggerisce, è semplice da enunciare, anche se difficile da realizzare: «Ricolleghiamo tutto. Colleghiamo i punti».
Molte delle visioni che emergono da questi esercizi di immaginazione sono sorprendentemente ordinarie, come scuole condivise, istruzione bilingue, organismi di pianificazione congiunti e il riconoscimento pubblico delle violenze del passato. «È così semplice e ovvio che sembra quasi ridicolo doverlo dire», ha riflettuto un partecipante a un gruppo di Zochrot. Allo stesso tempo, altri sottolineano che un futuro simile richiederebbe processi più profondi di giustizia di transizione, meccanismi per affrontare i danni procurati, riconoscere il dolore e costruire nuove forme di convivenza.
Barir pensa che parte di questo futuro implichi l’abbandono di un presupposto fondamentale del sistema attuale: la necessità di una maggioranza ebraica permanente. «A un certo punto probabilmente diventeremo una minoranza, e penso che sia giusto», afferma. «Capisco il trauma degli ebrei di essere una minoranza perseguitata, ma si può creare un sistema in cui le minoranze siano tutte protette e uguali. Perché siamo così convinti che un gruppo debba dominare e imporre la propria identità?».
Anche Bashi colloca queste domande in un quadro storico più ampio. «Vivremo in un modo non troppo diverso da come si viveva in Medio Oriente prima del colonialismo», dice: imperfetto, ma multilingue e multireligioso. «A casa nostra parliamo tre lingue. A casa possiamo essere noi stessi».
Pazienza e apertura
Ma un futuro simile non è affatto scontato. Come osserva Bashi, la traiettoria attuale sembra muoversi nella direzione opposta. «Ci stiamo autodistruggendo, fisicamente, mentalmente, moralmente, dal punto di vista delle infrastrutture. Ci vorranno decenni per ricostruire Gaza, anche dal punto di vista ambientale, in termini di capacità di sostentamento».
Eppure è proprio nei momenti di collasso che si apre lo spazio per la trasformazione. «Penso che ci troviamo in un momento critico», insiste Bashi, «perché c’è una certa disponibilità a pensare che forse il problema non sta solo nell’attuale governo o negli ultimi due anni e mezzo, ma in qualcosa di intrinseco al progetto sionista che vuole mantenere una maggioranza ebraica in un territorio dove ciò non è possibile senza espropriazione». Questa consapevolezza, dice, offre un’opportunità di discussione.
Per gli attivisti, il compito ora non è ritirarsi in comodi silos, ma incontrare chi sta cominciando a mettere in discussione lo status quo. «Dobbiamo cominciare a parlare con le persone che pongono domande, con pazienza e spirito aperto», conclude Bashi, «perché sta succedendo qualcosa. Qui qualcosa sta cambiando».
(Internazionale, 15 maggio 2026)
Riceviamo e pubblichiamo un documento a firma del Movimento delle mamme di Modica sul coinvolgimento di 180 alunni delle scuole superiori di Modica Ragusa Vittoria e Comiso in un corso di addestramento militare portato avanti dall’Aeronautica, in collaborazione con il comune di Ragusa e l’Ufficio scolastico territoriale.
Il Movimento delle mamme trova contraddittoria e inopportuna questa modalità educativa in un tempo in cui ci occorre imparare la cooperazione tra i popoli e la solidarietà, attraverso tutte le diversità culturali sessuali religiose ed etniche.
Il movimento delle mamme pertanto invita i quattro sindaci e l’ufficio scolastico territoriale a rivedere gli articoli 11 e 33 della Costituzione italiana, a tenere conto della laicità della scuola ma anche dei richiami di Papa Leone XIV.
Comprendiamo l’entusiasmo dei giovani ad approcciarsi a mezzi altamente tecnologici. Ringraziamo le forze militari per gli interventi di salvataggio e di aiuto in momenti critici ma sappiamo anche che le forze militari sono le prime a essere coinvolte nei conflitti internazionali, che non utilizzano il dialogo ma solo il linguaggio delle armi.
Nello specifico ci risulta che ancora nel 2026 l’Aeronautica militare è addestrata a rifornire in volo i terribili F35. Pertanto il movimento delle mamme invita i genitori e le genitrici a denunciare presso l’indirizzo osservatorionomili@gmail.com le ingerenze militari nelle scuole. Invita, inoltre, tutti coloro che pensano che le guerre siano inutili per risolvere le controversie internazionali, a inviare una mail di protesta su questa iniziativa ai quattro sindaci di Ragusa Modica Comiso e Vittoria.
Le donne del Movimento invitano anche le/gli insegnanti e le/i dirigenti scolastici a fare intervenire docenti esperti di diritto internazionale e costituzionale e anche della legge 185 /90, insieme a volontari, personale sanitario, attivisti, associazioni che si muovono in zone di guerra.
(www.ildomanibleo.com, 14 maggio 2026)
La figura della pioniera del modernismo, autrice della Villa E.1027 affacciata sulla costa di Roquebrune Cap Martin, che ossessionò Le Corbusier
Eileen Gray, artista irlandese, classe 1878, riconosciuta e consacrata quasi novantenne tra le pioniere del design e dell’architettura del ventesimo secolo, è la protagonista della seconda biografia illustrata (dopo Charlotte Perriand) scritta da Gisella Bassanini e Giovanna Canzi, disegnata da Giuseppe Giacobbe, con la postfazione di Beppe Finessi, pubblicata nella collana «Fuori dall’ombra. Le pioniere del design e dell’architettura del Novecento», dedicata alle donne da riscoprire.
Bassanini, a sua volta architetta e docente di Architettura del Politecnico di Milano, ha fondato con altre studiose il Gruppo Vanda, la prima comunità scientifica italiana impegnata fra il 1990 e il 2000 proprio nella valorizzazione del contributo delle donne alla cultura del progetto. Il volume bilingue, italiano-inglese, edito da marinonibooks, casa editrice indipendente di «libri con le figure», con il progetto grafico di studio òbelo, ripercorre i momenti salienti di una vita fuori dal comune per l’epoca e dei suoi progetti. Una figura riservata e indipendente, autonoma, ribelle, libera e anticonformista. Sull’elegante copertina cartonata in tela il profilo di Eileen Gray realizzato con un tratto minimale ispirato alla foto che le scattò Berenice Abbott.
All’interno, oltre sedici pagine centrali illustrate da Giacobbe, dal segno grafico pulito e raffinato. I disegni ritraggono lei e gli oggetti che ha progettato, le case, gli spazi. Architetta a lungo dimenticata emerge in questo racconto quasi inedito. Riportata alla luce grazie anche al recente film E.1027 Eileen Gray e la casa sul mare di Beatrice Minger e Christoph Schaub, una forma che mette insieme documentario, finzione e messa in scena teatrale, che racconta la storia della villa modernista progettata da Gray fra il 1926 e il 1929, dopo aver conosciuto il critico Jean Badovici a cui l’ha dedicata. Bianca, dalle linee nette e grandi vetrate, piena di luce, affacciata sulla costa di Roquebrune Cap Martin, raggiungibile solo a piedi lungo il vecchio sentiero dei doganieri, un modello di architettura che desta interesse, o più probabilmente invidia, da parte dell’architetto Le Corbusier che ne rimane ossessionato. Tanto che qualche anno dopo, quando Gray lascia la casa, dipingerà alcuni affreschi sulle pareti candide quasi per sfregio, un atto prevaricatore: oltre a rovinare il progetto e la pulizia dell’edificio, si fa fotografare davanti a quei murales facendo pubblicare le immagini per alimentare il malinteso di essere lui stesso l’autore del progetto.
Gray si occupa anche degli interni: tappeti, luci, mobili, serramenti. È aristocratica, figlia di una baronessa e di un pittore, e dopo gli studi a Londra si stabilisce a Parigi dove inizia la carriera aprendo un laboratorio di produzione di tappeti. Viaggia in Nord Africa per apprendere dalle donne arabe la tessitura e la tintura della lana con colori naturali.
Impara a lavorare la lacca da un maestro restauratore giapponese, realizza mobili, lampade. Incontra Chatwin che le farà una lunga intervista e sarà ispirato da lei a intraprendere il suo viaggio in Patagonia, è apprezzata da Joyce, Schiapparelli e Saint Laurent. Per lo stilista francese Jacques Doucet realizza un paravento che nel 1972 viene battuto all’asta per una cifra da capogiro portandola alla ribalta. Nell’arco della sua vita costruirà diverse case, tutte accomunate dall’equilibrio fra spazi e forme e in cui presta molta attenzione a chi le abita.
Solo nel 2000 la sua opera E.1027, gioiello di architettura moderna, viene dichiarata monumento storico dal governo francese e restaurata. Eileen Gray prima di morire elimina tutto ciò che riguarda la sua vita privata, anche per questo resta tuttora una figura enigmatica. Quel che è rimasto dei progetti è conservato nell’archivio al National Museum of Ireland di Dublino. Solo nel 1968 sulla rivista Domus il critico Joseph Rykert le dedica un omaggio definendola pioniera del design. Donna aristocratica ed emancipata, Eileen Gray muore nel 1976. Il libro, dalla grafica e le illustrazioni raffinate, permette di approfondire la figura di un’architetta che ha vissuto restando sempre un passo indietro.
(il manifesto, 12 maggio 2026)
Lo sgomento dopo il 7 ottobre e l’amarezza per la scarsa empatia, anche tra le amiche, verso le vittime del pogrom; poi la reazione del tutto sproporzionata di Israele, la devastazione di Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania; davanti al rischio di una doppia indifferenza, il bisogno di rompere la solitudine e di prendere parola: le discussioni sul sionismo, sulla parola genocidio, ma anche su che cosa significa oggi essere ebrei. Intervista alle fondatrici di “Mai Indifferenti”.
Joan Haim è nata in Egitto, paese che è stata costretta a lasciare negli anni Cinquanta; cresciuta in Italia in una famiglia laica ma legata alle tradizioni ebraiche, ha svolto diverse attività prevalentemente nell’ambito della formazione; oggi insegna italiano ai migranti. Renata Sarfati ha studiato cultura ebraica per un anno all’Università ebraica di Gerusalemme, ha lavorato come redattrice presso la casa editrice Feltrinelli e successivamente come traduttrice. Eva Schwarzwald, di madre italiana e padre mitteleuropeo, è stata dirigente regionale in Lombardia. Jardena Tedeschi viene da una famiglia di ebrei italiani laici, con un forte legame con Israele; è stata a lungo docente di economia politica. Bella Gubbay ha insegnato matematica e fisica al liceo sia alla scuola ebraica di Milano che nella scuola pubblica. Saby Fresko, nato a Istanbul in una famiglia ebraica sefardita laica, è arrivato in Italia nel 1959, ha fatto l’insegnante e poi l’imprenditore.
Joan, Renata, Jardena, Bella ed Eva sono le fondatrici del gruppo “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace”.
Com’è nato il gruppo “Mai indifferenti”?
Joan Haim. La mia storia rispetto a questa vicenda inizia il 7 ottobre. Appena si è avuta notizia mi sono subito messa in contatto con Claudia, un’amica che vive in Israele e in quelle ore ricordo di aver seguito quel dramma in diretta, con lei che mi raccontava cosa vedeva in televisione. Questa cosa naturalmente mi ha turbato moltissimo. Quindi il primo dato è questa partecipazione, pur da lontano, a quell’orrore. In Israele tutti avevano conoscenti che erano stati ammazzati o presi in ostaggio. Un massacro di proporzioni enormi. Poi ricordo di essere andata a scuola dove insegno l’italiano ai migranti e di aver sentito qualcuno dire che stavano esagerando con le notizie; c’era questo bisogno di precisare, di attenuare i dettagli più scabrosi. Questo mi ha provocato un disagio che è andato crescendo nei giorni successivi quando agli eventi culturali, le mie amiche storiche tradizionalmente proPal (ma non è che noi non siamo “pro Palestina”), facevano delle battute da cui emergevano i loro pregiudizi rispetto a Israele. Alla Casa delle donne, a pochissimi giorni dal 7 ottobre, avevano creato il “gruppo Gaza”, decidendo di avvolgere l’edificio con dei manti neri con su scritto: siamo in lutto per quello che succede a Gaza. Io dissi timidamente: “Ma sul 7 ottobre e quello che ha fatto Hamas non diciamo niente?”
Ora, io non sono indifferente: in quanto ebrea ho un legame particolare con Israele. Pur non identificandomi minimamente con quel regime, mi sentivo coinvolta e colpita dall’entità di quel pogrom. Quindi per me le date sono: il 7 ottobre, l’iniziativa della Casa delle donne e la manifestazione nazionale del 25 novembre 2023 in cui le donne di “Non una di meno” sbattono fuori dal corteo le israeliane.
L’altra cosa che ci dava da pensare è che si avvicinava il giorno della memoria. Noi già avevamo cominciato a interrogarci: come lo affronteremo quest’anno? Perché nel frattempo era cominciata la reazione durissima del governo israeliano. Purtroppo era intuibile che la destra ne avrebbe approfittato…
Avvicinandosi quella ricorrenza, avevamo visto circolare questi documenti dell’Unione delle comunità ebraiche che consigliavano a chi sarebbe andato nelle scuole a non menzionare i massacri in corso a Gaza, a non accostare quegli eventi al tema della memoria.
È stata questa serie di eventi a scatenare il bisogno di condividere questo malessere, questa tristezza enorme con le persone con cui nel passato avevo condiviso la lotta contro la politica dello Stato d’Israele e contro l’occupazione.
Renata Sarfati. In quei giorni ricordo che Jardena e io ci siamo incontrate per la strada e, tra le altre cose, ci siamo dette: “Si avvicina il giorno della memoria, sono accadute cose tremende, come si potrà fare qualcosa?” Davanti a quella precipitazione degli eventi, non avevamo più parole. Poi è arrivata la telefonata di Joan e così pochi giorni dopo ci siamo viste.
Come diceva Joan, c’erano in noi tutti questi sentimenti diversi, anche contrastanti. Cosa potevamo fare? Era uscita l’idea di scrivere un manifesto, ma io avevo obiettato: quattro sconosciute che scrivono ai giornali?! Non so, mi sembrava una cosa assurda. Allora ci siamo dette: “Beh intanto cominciamo a scrivere cosa proviamo”. Ne è nato una sorta di testo collettivo in cui ciascuna diceva una cosa… un flusso libero. È iniziata così. Dopodiché ci abbiamo lavorato e abbiamo cominciato a mandarlo in giro a un po’ di persone.
Eva Schwarzwald. Volevo aggiungere che, al disagio iniziale legato alle immagini del 7 ottobre, c’è stato un ulteriore malessere dovuto al fatto che alcune di noi hanno dei parenti in Israele. Come l’11 settembre, quando alla tv si vide l’abbattimento delle Torri gemelle, subito provai a chiamare i cugini newyorkesi, così questa volta il pensiero è andato immediatamente ai parenti in Israele. Quindi intanto un fortissimo dolore.
Poi, come già ricordava Joan, per noi non era una novità opporci a certa politica israeliana. Ricordo le manifestazioni in piazza della Scala, dove ci ritrovavamo qualche anno fa, i vari appelli firmati… va però anche riconosciuto che, negli ultimi anni, c’era stato un calo di attenzione. Quindi questa è stata una botta emotiva molto forte, una spinta a dire e a fare qualcosa.
Bella Gubbay. Io sono stata contattata da Joan, con cui avevamo militato in Avanguardia operaia. Subito ci siamo dette: “Cosa facciamo noi, come ebree?” Abbiamo cominciato a scambiarci qualche opinione. Io ho 77 anni e, ai tempi della guerra in Libano, avevo firmato l’appello di Primo Levi. Ero già sensibile alla questione israeliana-palestinese. Anche mio marito se n’è sempre occupato; faceva parte del gruppo Cipmo, quindi c’è stata sempre molta discussione in famiglia. Da tempo lui diceva: “Dopo cinquant’anni che ci ragiono, non ne voglio più sapere né di Israele né di Palestina”. Invece col nostro gruppo ha ricominciato a interessarsene e spesso mi gira degli articoli.
Aggiungo un’altra nota personale: nella mia famiglia – questo è un punto molto dolente – dei miei tre fratelli che vivono a Tel Aviv, due sicuramente sono pro Netanyahu, la terza non ne vuol parlare, quindi mi trovo molto isolata in casa e anche nella comunità…
Jardena Tedeschi. Io di quei giorni ricordo un forte disagio e un grande senso di isolamento, con tutti: ebrei e non ebrei. Per me quindi, in primis, c’era il bisogno di trovare un contesto in cui parlare liberamente, in cui poter dire le cose senza la preoccupazione che qualcuno si indignasse, da una parte e dall’altra.
Bella. Dopo qualche settimana abbiamo organizzato un primo evento pubblico alla Casa della Cultura, che ha avuto molto riscontro: molti ebrei si sono connessi da tutta Italia e hanno detto: finalmente un luogo dove ci si può parlare, ragionare, provare a capire.
Renata. Il 7 ottobre ha riportato violentemente sulla scena la questione palestinese. Anche se le istituzioni ebraiche si sono subito arroccate su posizioni in difesa di Israele, tanta gente seguiva gli eventi con sentimenti contrastanti. Il fatto che noi abbiamo avuto il coraggio di esporci pubblicamente è stato importante: ci hanno scritto in tanti ringraziandoci di aver permesso loro di tornare a respirare, perché era una situazione veramente opprimente.
Dopo la reazione al 7 ottobre, e la legittima condanna di Israele, purtroppo è venuta meno la capacità di fare dei distinguo. Per esempio, per me era e rimane importante cercare di sostenere le voci del dissenso in Israele, creare una rete, sostenere l’opposizione. Nel mio piccolo, per esempio alla Libreria delle donne, ho cercato di portare questo discorso.
Joan. Anche molti ebrei si sono arroccati, irrigiditi in difesa. Molti amici, ebrei e non ebrei, hanno esitato a criticare Israele in modo netto, deciso; avevano paura a pronunciarsi contro quello che stava accadendo. Questo ha accentuato il senso di solitudine.
Jardena. Quando ci siamo viste la prima volta, io ero sotto shock per l’atteggiamento di alcune amiche carissime. Il 7 ottobre è stato un trauma. Se eravamo pronte a condannare quello che succede in Cisgiordania, con Gaza è stato molto più difficile, credo.
Renata. Io sono stata in Israele nel luglio successivo, perché la famiglia di mio padre, i miei zii vivono là e c’era un matrimonio. In quei giorni ho partecipato alle manifestazioni che erano veramente impressionanti, anche per l’originalità degli striscioni, degli abbigliamenti. Una cugina che fa la psicologa mi ha spiegato che vivevano un trauma generale, tant’è che erano state attivate anche linee telefoniche per sostenere chi stava male. Questa cosa è verissima, però è stata un po’ strumentalizzata perché si è finito per cancellare tutto il resto. È molto difficile parlare di questi argomenti.
Eva. A proposito della nascita del gruppo, voglio aggiungere che questa cosiddetta libertà di parlare proviene anche da un passato di femminismo attivo che ci accomuna. Lo slogan il personale è politico ha segnato questo nostro inizio. Siamo partite da questo bisogno di esprimere il nostro disagio personale, e subito ci siamo chieste come far diventare politica questo nostro star male.
Bella. Ieri sono andata nella mia vecchia scuola dove parlava una palestinese israeliana che insegna letteratura a Bar-Ilan e vive a Haifa. Lei è stata molto attenta nella sua esposizione; ha parlato con una certa obiettività della costruzione dello Stato di Israele, del fatto se è democratico o meno, eccetera. Arrivata al 7 ottobre addirittura ha detto: “Io gli israeliani li capisco perché sono tuttora traumatizzati”. Diversi palestinesi israeliani lavorano in ospedale e raccontava di come quelli che prima erano amici quasi non si salutassero più. Inoltre davanti a Gaza non c’è più destra o sinistra: il 90% degli israeliani non sa o non vuole sapere di Gaza. Paradossalmente diceva che trovava più empatia tra alcuni ebrei religiosi di destra. Mentre diceva queste cose aveva le lacrime agli occhi…
Saby Fresco. Io sono entrato nel gruppo attraverso Bella e grazie a voi ho trovato proprio quel luogo in cui poter parlare liberamente. Personalmente è dagli anni Settanta che critico la politica israeliana; anch’io ho firmato l’appello di Primo Levi e all’epoca ricordo di aver litigato persino con mio fratello negli Stati Uniti, lui oggi è trumpiano…
Anche prima del 7 ottobre, quando Netanyahu era venuto a Roma, ero andato a contestarlo.
Mi piacerebbe parlare delle posizioni degli ebrei di sinistra, che sono divisi tra una posizione come quella di “Mai indifferenti -Voci ebraiche per la pace” e l’approccio di “Sinistra per Israele” la quale condanna quello che viene fatto a Gaza, in Cisgiordania, è contro Netanyahu e Ben Gvir, ma in qualche modo resta incapace di mettere sullo stesso piano ebrei e palestinesi. Se da una parte è comprensibile, è naturale pensare prima al proprio popolo, oggi lo sforzo da fare per rimanere umani richiede di mettersi nei panni l’uno dell’altro. Per me è fondamentale questa attenzione a non mettere prima la mia famiglia, come concetto.
Renata. Infatti si chiama “Sinistra per Israele”. Io proprio non riesco a condividere questo nome. L’idea è che siccome sei una persona di sinistra capisci le posizioni degli altri, però ti fermi lì, non vai oltre a questo.
Saby. In questa fase a me invece piacerebbe riuscire ad aprire un dialogo con i palestinesi. Una parte importante di loro non è pro Hamas; sarei molto contento se riuscissimo a confrontarci, anche avendo opinioni diverse. Il mio sogno è quello di riuscire ad arrivare un giorno a un manifesto scritto da ebrei e palestinesi della diaspora.
Dopo la tragedia del 7 ottobre, anche in ambienti amicali non avete incontrato l’empatia che vi aspettavate. Eppure, invece di chiudervi in una posizione difensiva, avete scelto di esporvi e di parlare anche della tragedia dei palestinesi. Come è maturato questo passaggio, tutt’altro che scontato?
Joan. Ma perché quel “Mai indifferenti” riguardava sia il 7 ottobre sia tutto quello che ne è conseguito. Non “noi o loro”, ma “noi e loro”. Questo è l’elemento distintivo che tiene assieme altri gruppi in Israele che fanno battaglie analoghe; penso a Standing Together oppure ai Parents’ Circle e altri. Noi non vogliamo e non possiamo essere indifferenti né a quello che è successo al popolo israeliano né a quanto subito dai palestinesi.
Renata. Il nome è nato così. Parlavamo appunto dell’indifferenza e Joan ha detto: “Chiamiamolo: ‘Mai indifferenti’!”
Joan. L’intento era di tenere assieme una rete di voci ebraiche per la pace capace di accogliere sfumature diverse, che non pretendesse di essere d’accordo su tutto.
Bella. Ovviamente questo non è affatto semplice. Anche tra noi c’è chi vorrebbe scaricare tutte le responsabilità su Israele e chi, come me, sottolinea anche le responsabilità di Hamas.
Jardena. Il mio slogan è fondamentalmente la vicinanza. Io ho fette di famiglia in Israele, ma non tollero che “i miei” si comportino male. Riconosco il mio legame con quel paese, ma proprio per questo avverto come ancora più grave il comportamento non etico dei “miei”.
Renata. Nel mio caso a muovermi è stato un senso di responsabilità. Proprio in quanto ebrea. Sento che, anche se personalmente non c’entro niente con Israele, mi devo far carico di quello che succede.
Dicevate che questi ultimi avvenimenti vi hanno spinto a ripensare all’identità ebraica, al rapporto con le comunità ebraiche, con Israele.
Joan. Io sono rimasta dentro la Comunità ebraica. Assieme al Laboratorio ebraico antirazzista, Lea, abbiamo lavorato per tenere aperto un dialogo ebraico, abbiamo incoraggiato anche altri gruppi e singoli a pronunciarsi più liberamente. Direi che abbiamo aperto dei varchi. Anche la Comunità ebraica di Firenze si sta muovendo. Molti ebrei si interrogano su quale ruolo avere nelle comunità.
Renata. Anch’io sono iscritta alla Comunità ebraica.
Eva. Io mi sono tolta.
Bella. La Comunità è l’istituzione: oggi è di destra, però un domani potrebbe cambiare. Per la mia famiglia, arrivata dalla Siria, la Comunità è stata importante, ci ha accolto. Negli anni in cui insegnavo, molti ebrei sono arrivati dalla Libia, dall’Iran, dal Libano, e anche loro sono stati accompagnati. Ricordo che alcuni non parlavano una parola di italiano, io però avevo capito che erano bravi in matematica e quindi ho lottato perché fossero promossi – l’italiano l’avrebbero imparato dopo, e così è andata. Alla scuola pubblica, dove ho insegnato trent’anni, non c’è stato verso di adottare queste misure di accoglienza.
Detto questo, io sono molto critica nei confronti della Comunità e del mondo ebraico istituzionale. Io ho frequentato le scuole ebraiche a Milano, in più ci ho insegnato proprio negli anni Ottanta, ai tempi del Libano e del famoso appello. Già all’epoca i pochi ragazzi o insegnanti che la pensavano diversamente venivano zittiti. Allora io mi ero permessa di ricordare ai colleghi che l’insegnamento è legato alla tolleranza, alla capacità di far discutere. Niente da fare: guai a chi osava dire qualcosa contro la guerra. Io mi sono spaventata. Non riconoscevo più quella scuola ebraica che quando ero giovane era molto più libera delle scuole non ebraiche. C’erano professori ex-partigiani, si poteva parlare di tutto…
Jardena. Io invece ho scritto una lettera contro quell’appello, firmata da me, Stefano Levi della Torre e altre tre o quattro persone. Perché trovavo intollerabile che mi chiedessero ad ogni momento: “Sei d’accordo con Israele?”. E io dicevo: ma a che titolo? Non ho votato, non c’entro… Insegnavo all’università e ricordo ancora che un giorno nella sala fotocopie un collega mi disse: “Sarai contenta adesso che avete attaccato…”. Scusa, ma voi chi?
Renata. Dopo l’82, la guerra in Libano, abbiamo fatto un primo gruppo per riflettere su cosa significa essere ebrei, sulla nostra identità e il nostro rapporto con Israele. Abbiamo provato a leggere alcuni testi, poi abbiamo deciso di partire dall’abc e ci siamo messi a studiare il Pentateuco. Ci abbiamo messo circa dieci anni a leggere cinque versetti! Ma perché li commentavamo, è stato molto divertente. Lì si è manifestato questo desiderio di capire e scindere l’identità della diaspora da Israele…
Eva. Io vengo da una famiglia di ebrei perseguitati, sia madre italiana che padre mitteleuropeo, però in casa mia, famiglia laica, nonno onorevole socialista, non c’è mai stata una grande rilevanza della relazione con Israele. Credo che questo mi metta in una posizione un po’ diversa. Tanto più che sì, è vero, ho dei cugini e ho sofferto per loro. Ma in realtà loro, siccome non sono molto di sinistra, sono molto più rilassati di quanto non sia io su quello che sta succedendo lì.
Anche se per molti di noi c’è un legame rilevante, perché abbiamo amici e parenti che stanno male, che sono traumatizzati, io penso che la relazione con Israele dipenda da quello che abbiamo maturato nella nostra vicenda familiare. Io non sono andata alla scuola ebraica, non parlo l’ebraico. La prima volta che ho conosciuto Israele è stato da sedicenne, quando arrivavano gruppi da tutto il mondo e gli obiettivi erano stare insieme e divertirsi nei kibbutz. Quello è stato un momento molto positivo, allegro, pieno di energia. Dopodiché mentre mio zio è andato a vivere in Israele, un grande afflato verso quella terra in casa mia non c’era. Cioè io di sionismo non ricordo neanche mai di aver sentito parlare.
Renata. Neanche a casa mia. Anzi! Da noi si diceva che Israele era la vittoria di Hitler! Il mio è stato un percorso molto personale.
Jardena. Io invece potrei dire che il sionismo è nato a casa mia! Il mio bisnonno ha ricevuto Teodoro Herzl e l’ha portato dal Papa. Le lettere di Herzl a lui indirizzate sono al museo italiano di Gerusalemme. Io ho sempre sentito parlare di sionismo e, anzi, essere sionisti andava assieme con l’essere laici. Dopodiché non mancavano le battute sul fatto di andare effettivamente a vivere laggiù. I miei antenati dicevano: “Mica che poi ci voglia andare a stare in Israele. Farei volentieri l’ambasciatore d’Israele in Italia!” Questa era una delle battute che ricordo.
Una nonna è andata a stare in Israele nel 1946, subito dopo la guerra, portandosi dietro mia madre e mia zia. Poi non dimentichiamo che in Israele erano poverissimi; mio padre, che ha resistito circa tre mesi, faceva lo spazzino. Era un paese tutto da costruire…
Bella. Io ho frequentato la scuola ebraica e i miei genitori erano tradizionalisti. Venivano dalla Siria quindi non avevano subito la Shoah. Mio padre ci teneva molto alle feste ebraiche, eccetera. Io però a un certo punto ho sentito che questo ebraismo diventava una forma di oppressione: “Ah, non sei venuta in sinagoga”, “Non hai osservato i precetti…”, così mi sono ribellata. Infatti sono la più laica di tutti i fratelli, di tutta la famiglia.
Saby. Io vengo da una famiglia laica. Sono nato in Turchia, sono arrivato in Italia a tredici anni. Mi sento legato alla Turchia, nonostante Erdoǧan. Mi sento italiano e turco e non ho legami particolari con Israele. In questa fase mi preoccupa il silenzio intorno a quello che sta succedendo a Gaza e in Cisgiordania. Non si capisce cosa si vuole fare di Gaza; se in Cisgiordania riusciranno a cacciare i coloni oppure no; non si parla di confini, non si parla di niente…
Joan. Io sono stata cacciata dall’Egitto con la mia famiglia e sono approdata in Italia. Sono andata alla scuola ebraica negli anni Cinquanta e lì è avvenuta la mia formazione ebraica. Anche la mia era una famiglia laica in cui non ricordo che si rispettassero tradizioni particolari, forse Hanukkah, l’accensione dei lumini; non ho dei ricordi d’infanzia legati a dei rituali.
In quei primi anni era molto forte l’attenzione verso Israele, un paese nato da poco, vissuto come la salvezza. Alla fine degli anni Sessanta mi sono allontanata dall’ebraismo per fare politica. Sono finita in Avanguardia operaia e mi ricordo che andavo alle manifestazioni gridando “Al Fatah, Al Fatah, alla fine vincerà…”, sentivo un certo disagio dentro però mi allineavo. In seguito sono uscita da questa organizzazione assieme a un gruppo di donne perché non ci sentivamo più rappresentate.
È stato grazie a Renata che mi sono poi riavvicinata all’ebraismo, ma perché lei mi ha fatto cogliere un modo diverso di viverlo, mi ha dato una nuova chiave. L’essere ebrea è diventato anche per me l’essere contro le ingiustizie, perché gli ebrei sono stati perseguitati come minoranza discriminata e quindi sanno cosa vuol dire. Penso di aver introiettato questo concetto. Il mio bisogno di mobilitarmi anche rispetto alla causa palestinese nasce da questo percorso.
Oggi si parla molto di sionismo e antisionismo. Alcune forme di antisionismo si spingono talvolta fino a delegittimare lo Stato di Israele. Voi come la vedete?
Saby. Oggi si condanna il sionismo strumentalizzato dalla destra al governo in Israele, ma poi c’è anche il sionismo delle origini. Io non mi sento sionista per due ragioni. La prima è che quel movimento ha raggiunto il suo obiettivo di creare lo Stato di Israele, quindi per me si è esaurito. La seconda è che, pur partendo con comprensibili ragioni, cioè cercare una terra dove poter vivere in pace senza essere perseguitati, aveva due limiti: il primo è questo concetto che fa riferimento a una terra promessa, promessa da chi? Il secondo è che si è voluto creare uno Stato di ebrei dove vivevano altre popolazioni, senza pensare in alternativa a una situazione di tipo binazionale o altro; questo è stato un errore.
Renata. Ormai il sionismo è identificato con qualche cosa di estremamente negativo. Se ti dici sionista vuol dire che sostieni l’operato di questi governi. Io da ragazzina e fino verso i vent’anni, ho militato nel movimento sionista, che era estremamente diversificato, andava dall’estrema sinistra alla destra estrema. Personalmente a quell’età quella militanza mi ha aiutato a ritrovare me stessa, a capire chi ero attraverso le relazioni. Considera che si facevano delle cose all’avanguardia, tipo autocoscienza: ci si riuniva per parlare di quello che sentivamo rispetto a certe scelte di Israele. Avevamo quattordici, quindici, sedici anni.
Da noi in Italia era nato come movimento scautistico; posso dire che ci siamo politicizzati da soli. Cioè abbiamo cominciato a leggere Marx, perché avevamo un amico comunista; molti di noi erano in sintonia con quella parte politica. Alla fine siamo diventati parte di Hashomer Hatzair, il movimento giovanile socialista, ma questo quando io avevo già diciassette, diciotto anni. Comunque quel percorso è avvenuto all’interno dell’ebraismo sionista, riferendoci in particolare all’esperimento del kibbutz; parliamo del Dopoguerra: il trauma delle leggi razziali, della Shoah, era ancora fortemente presente e questa idea di trasformare l’ebreo da persona passiva, da vittima, in qualcuno che si costruisce una vita diversa, a me aveva affascinato.
Per me quindi il sionismo ha significato una trasformazione personale ed esistenziale. Non certo mandare via gli arabi dalla loro terra. L’uso della parola “sionismo” come fosse un insulto mi ferisce molto, è una cosa su cui vorrei lavorare. Comunque anch’io oggi ritengo che il sionismo non abbia più senso: è stato un percorso avvenuto in un determinato momento che ha portato alla nascita di uno Stato e comunque era un movimento politico, non religioso…
Saby. A sinistra capita che l’antisionismo scivoli in una messa in discussione dell’esistenza stessa di Israele; questa cosa si percepisce. Io però non la leggerei come antisemitismo, quanto piuttosto come ignoranza. Per me oggi la questione è combattere contro un regime che considero fascista…
Renata. Quando si costruisce uno Stato questo può diventare fascista. Qui c’è una grande confusione. Il nostro sforzo principale è stato quello di lavorare sulle parole.
Non pochi ebrei israeliani stanno pensando di lasciare il paese. Alcuni hanno già compiuto questa scelta.
Bella. Sto seguendo le statistiche di chi se ne va. Si parla di 84.000 ebrei israeliani che, tra l’altro, verosimilmente sono persone laiche, professionisti che possono lavorare altrove. Stanno lasciando il paese anche diversi palestinesi israeliani. È un momento difficile. Tutta questa violenza esercitata in Cisgiordania e a Gaza si sta ritorcendo contro Israele. Ormai è la società stessa a essere sempre più violenta, suprematista, razzista.
Renata. Ho una cugina che vuole chiedere la cittadinanza portoghese: gli ebrei che sono stati cacciati dalla Spagna e che possono dimostrare di avere mantenuto la lingua spagnola lungo le generazioni hanno questa possibilità. So che in Val di Sesia, in una di queste aree un po’ desertificate, c’è un piccolo insediamento di israeliani che vorrebbero ricostruire una comunità.
Jardena. Non ricordo chi me l’ha raccontato, che un rabbino è andato lì a chiedere se volevano iscriversi alla Comunità e pare abbiano reagito dicendo: “Ma non ci sogniamo neanche!”.
Comunque, se penso alle mie radici, ritrovo anch’io questa identificazione proprio con il socialismo, con il comunismo, con la giustizia sociale.
Io sono di famiglia italiana, sia padre che madre, ovviamente con deportazioni in famiglia. Ho cominciato a far politica nel ’66, con gli internazionalisti. In quegli anni ho maturato l’idea che l’essere ebrea mi facesse perdere tempo politicamente.
Avevo così deciso che sarei andata a stare in Israele, dove non ci sarebbe stata contraddizione tra la mia militanza politica e il mio essere ebrea; finalmente un posto in cui che fossi ebrea non era rilevante. Poi però è scoppiata la guerra del ’67 e io ho detto: no, in un paese fascista non ci vado. Quindi, ho preso le distanze.
Si parla di una nuova ondata di antisemitismo, qual è la vostra esperienza?
Bella. Io l’antisemitismo non l’ho mai avvertito né all’università né nei quarant’anni in cui ho insegnato. Ora invece alcuni colleghi mi dicono: “Bella, stai attenta perché in questo momento moltissimi ce l’hanno su con gli ebrei”. Questa è una cosa che mi fa soffrire.
Joan. Purtroppo è vero che c’è un antisemitismo strisciante. Anche a causa di quello che sta succedendo, cioè alla politica del governo di Israele. È una situazione molto brutta. Io ho partecipato diverse volte al presidio in Piazza Duomo, di denuncia di quello che succede a Gaza. Come gruppo “Mai indifferenti”, ci sarebbe piaciuto celebrare la giornata europea della cultura ebraica dentro quel contesto. Mi hanno detto: se non vi definite antisionisti non possiamo accettarvi. Così mi sono ritrovata a dover quasi difendere il sionismo, proprio io, perché le cose sono più complicate.
Bella. Purtroppo a sinistra oggi è così…
Joan. Quando abbiamo partecipato alla protesta in piazza della Scala ci siamo sentite molto a disagio perché gli slogan erano “Free Palestine dal fiume al mare”. Non di rado ci troviamo a dover precisare che la nostra posizione è comunque in difesa dell’esistenza dello Stato di Israele.
Questo per dire che facciamo fatica a star dentro alle manifestazioni proPal. La reticenza su Hamas, anche da parte dei rappresentanti dei palestinesi, è problematica.
Renata. Difendere Hamas o non nominarlo mi sembra una cosa assurda. Questo però, per me, non toglie e non aggiunge niente alla nostra posizione, che è chiara.
C’è un’altra parola controversa e dolorosa: “genocidio”. Ne avete parlato?
Bella. Ne abbiamo discusso molto. Io sono sempre stata contraria all’uso di questa parola perché ha un connotato giuridico che ci spingeva verso una marea di disquisizioni molto spiacevoli e poi perché evocava troppo la Shoah.
Joan. Io ero contraria e molto infastidita dall’uso della parola genocidio perché anche secondo me era sinonimo di Shoah. Poi, però, con l’aggravarsi della situazione mi sembrava che ci stessimo sempre più arrampicando sui vetri per non pronunciarla, anche nel tentativo di rispettare la sensibilità delle persone con cui volevamo rimanere in dialogo.
Oggi mi sento di poter pronunciare questa parola. Grossman l’ha sdoganata con grande dolore. Genocidio esprime l’intenzionalità di un certo crimine; come si fa a non definire tale la pulizia etnica che è in atto attualmente in Israele? Anche rispetto ai vari requisiti, se già non ci siamo, ci stiamo arrivando: distruzione delle infrastrutture culturali, sanitarie, il ridurre la popolazione alla fame. Su questo, ho cambiato posizione, la mia sensibilità è cambiata.
Renata. Anche per me è stato così.
Saby. Abbinare il genocidio esclusivamente alla Shoah è sbagliato, perché genocidio è stato anche quello degli armeni, dei pellerossa, ecc.
Renata. Tra l’altro il concetto di unicità è pericoloso…
Saby. Io capisco bene il disagio e i sentimenti di tanti amici che rifiutano di usare questa parola. Quello che per me è importante è che si riconosca che parliamo di un crimine contro l’umanità e non solo di un crimine di guerra, come fanno appunto Sinistra per Israele o altri.
Jardena. Anch’io infine ho imparato a tollerare questo termine e tuttavia, in alcuni contesti, mi sembra innegabile che nel voler ricorrere a tutti i costi a quella parola ci sia un intento antisemita. Ne sono convinta.
Saby. Questo però non toglie nulla al fatto che si tratti effettivamente di genocidio.
Bella. Quello che sta succedendo in Africa, in Sudan, eccetera, è molto simile a quello che è successo a Gaza. Io resto perplessa davanti al fatto che Israele è regolarmente soggetto a questa condanna diciamo “speciale” rispetto ad altre situazioni altrettanto tremende. Mi sono spesso chiesta come mai e mi sono data anche una risposta, perché Israele viene percepito come parte del mondo occidentale. Per me questo è un punto.
Eva. Tanti paesi africani da anni sono in mano a governanti corrotti. Ecco, da Israele, ti aspetteresti qualcosa di diverso.
Renata. Il mondo è grande e chi si impegna politicamente cerca di rimanere aggiornato sui vari avvenimenti, però ciascuno di noi si sente più responsabilizzato rispetto a certe vicende. Io non riesco a mettermi nei panni dei ruandesi allo stesso modo in cui mi capita di farlo con gli israeliani. Sarebbe una finzione. Un conto è se faccio la studiosa e quindi posso prendere le distanze. Ma se devo parlare di me, devo essere onesta e dire la verità. La parola genocidio anche a me all’inizio ha dato molto fastidio. Per tanto tempo anch’io ho detto: parliamo di crimini di guerra, che già significa cose tremende. Tuttavia, quando è entrata in gioco la fame, ho avuto una reazione: “No, qui veramente c’è un’intenzione brutale”. E poi Ben Gvir e Smotrich l’hanno detto a chiare lettere e allora io credo che bisogna prenderli sul serio. Perciò, anche se questa parola continua a mettermi a disagio, non voglio nemmeno abbarbicarmi sui vari distinguo: “Però il Sudan, però il Rwanda…”. È un tipo di discorso che mi irrita. Ormai parlano di genocidio anche in Israele; se lo dice Grossman, se lo dicono persone che da anni si impegnano per il loro paese… Io sono dentro questa storia e su questa sento di dover mobilitarmi, più che per altre situazioni, dico la verità.
Jardena. Mi ricordo ai tempi del nostro gruppetto di autocoscienza quando su questo litigai con un’amica che sosteneva appunto che per lei Israele o Rwanda erano la stessa cosa.
Bella. Io non ho mai lesinato critiche a Israele, anche prima di Netanyahu, però avvertivo e avverto un disagio davanti al fatto che cose analoghe succedono in altri paesi del mondo e nessuno ne parla. Questa cosa mi dà molto fastidio.
Joan. Io capisco, però non mi posso preoccupare di eventuali manipolazioni oppure di fare il processo alle intenzioni di chi sostiene certe posizioni. Io parto da me e in quanto ebrea mi sento coinvolta nelle cose in cui c’entra il popolo ebraico e quindi anche in ciò che succede in Israele. Sappiamo che le nostre prese di posizione possono essere strumentalizzate, ma io voglio sentirmi libera di dire le cose che penso, anche mettendo in gioco le mie relazioni con il mondo ebraico, la Comunità ebraica milanese, le vecchie amicizie.
Bella. Io continuo a segnalare il problema di un pregiudizio negativo verso gli ebrei…
Renata. Nel bene e nel male c’è un eccesso di interesse per gli ebrei; è la storia dell’Europa, è la nostra storia, c’è poco da fare.
(Una Città n° 317 / 2026 marzo)