C’è un numero da prestigiatore che oggi funziona su scala planetaria. Scriviamo una domanda, sullo schermo compaiono parole ben formate e noi immaginiamo qualcuno che le abbia scelte. Non possiamo farne a meno perché il linguaggio tra esseri umani funziona così. Interpretare vuol dire figurarsi chi parla, da dove, con quale intenzione. Emily M. Bender, che di mestiere fa la linguista, lo chiama parlor trick, trucco da salotto: davanti al testo di una chatbot facciamo quello che abbiamo sempre fatto davanti a ogni testo, supponiamo una mente. Solo che questa volta la mente non c’è. L’inganno non abita tutto nella macchina, abita nel nostro modo di leggere sfruttato ad arte: perfino i pronomi di prima persona con cui ChatGPT risponde sono una scelta di design, non una necessità tecnica. L’illusione la completiamo noi.

Parte da qui The AI Con di Emily M. Bender e Alex Hanna (HarperCollins 2025), ora tradotto da Fazi: L’inganno dell’intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo (trad. di Roberto Laghi, 2026). Bender insegna linguistica computazionale all’Università di Washington ed è tra le autrici, con Timnit Gebru e altre, del saggio sui “pappagalli stocastici” che nel 2021 costò a Gebru il licenziamento da Google e aprì il dibattito pubblico sui grandi modelli linguistici. Hanna è una sociologa e dirige la ricerca al Distributed AI Research Institute, fondato dalla stessa Gebru. Insieme conducono un podcast, Mystery AI Hype Theater 3000, in cui smontano in diretta i materiali della propaganda tecnologica e il libro ne conserva il tono. Hanna lo chiama ridicule as practice, il ridicolo come pratica: davanti alla nudità dell’imperatore la posizione giusta è quella del bambino della fiaba di Andersen e in un panorama editoriale dominato dalla riverenza, con titoli che promettono macchine che pensano e ondate che avanzano, l’irriverenza è già una presa di posizione.

La tesi, in breve, è questa: “intelligenza artificiale” è un termine di marketing, non il nome di un insieme coerente di tecnologie. Questa etichetta racchiude indistintamente la trascrizione automatica e la regressione logistica, i sistemi che assegnano sussidi e i generatori di immagini, e l’etichetta serve precisamente a celare le differenze. La prima mossa critica è disaggregare, cioè chiedere ogni volta che cosa viene automatizzato, con quali dati, chi ha valutato il sistema e in quali condizioni, chi ci guadagna, come può difendersi chi ne subisce gli errori. Per le autrici i modelli linguistici sono macchine per l’estrusione di testo sintetico: la lingua, raschiata dalla rete, viene forzata attraverso l’apparato statistico come la plastica in una trafila. Ne esce qualcosa che somiglia a un discorso senza che nessuno abbia inteso dire niente. Il catastrofismo e il trionfalismo – l’IA che ci sterminerà, l’IA che ci salverà – sono per Bender e Hanna due facce della stessa medaglia: entrambi presuppongono una tecnologia inevitabile e onnipotente ed entrambi distolgono lo sguardo dai danni presenti per fissarlo su un futuro immaginario. I sette capitoli attraversano questi danni uno per uno, dall’hype ai servizi sociali, dalle industrie creative alla scienza, fino alle vie d’uscita: rifiuto, regolamentazione, trasparenza, tutele del lavoro.

Il libro dà ai danni nomi, luoghi e date. Alcuni ricercatori si sono chiesti perché ChatGPT usi con frequenza anomala certe parole, come il verbo delve, ‘scavare’, ‘addentrarsi’: una delle ipotesi circolate è che la messa a punto dei modelli, affidata anche a lavoratori sottopagati in Kenya, in India, in Nigeria, abbia rinforzato l’uso di un inglese formale e standardizzato, tipico della documentazione tecnica e aziendale. La macchina che si presenta come priva di autore porta l’accento di chi l’ha addestrata e il lavoro reso invisibile riaffiora come tic verbale. Nel 2023 le operatrici della linea telefonica della National Eating Disorders Association americana hanno votato per costituirsi in sindacato; pochi giorni dopo l’associazione ha annunciato la loro sostituzione con una chatbot, ritirata poi in fretta perché suggeriva alle persone in crisi proprio i comportamenti da cui avrebbe dovuto proteggerle. L’automazione, in questo caso, non ha semplicemente sostituito il lavoro, è arrivata nel momento in cui le lavoratrici stavano rivendicando tutele.

Ci sono poi i costi materiali che le aziende dichiarano malvolentieri: data center che divorano acqua ed energia, Google che ha dichiarato emissioni superiori del 48% rispetto ai livelli del 2019, Microsoft che ha registrato un aumento complessivo rispetto al 2020, legato anche alla crescita di cloud e IA, e le turbine a gas installate da xAI nell’area di Memphis, contestate da associazioni ambientaliste e per i diritti civili per l’impatto su comunità nere e a basso reddito. E ci sono gli usi più feroci, come le domande d’asilo tradotte automaticamente senza nemmeno verificare la lingua del richiedente: se la traduzione sbaglia, l’errore entra nel fascicolo; se arriva un rifiuto, contestarlo diventa quasi impossibile, perché “l’ha tradotto l’IA”, versione aggiornata di “l’ha detto la televisione”.

La ricezione del libro disegna una mappa delle reazioni possibili, e vale la pena percorrerla. C’è chi ne apprezza l’opera di demolizione: sul “Guardian” Steven Poole riconosce alle autrici il merito di smontare il mito dell’IA come rivoluzione inevitabile – è sua l’immagine dei modelli come giganteschi macchinari del plagio – ma rimprovera loro di fare d’ogni erba un fascio. Sotto la voce IA, osserva, finiscono anche il ripiegamento delle proteine premiato con il Nobel e la gestione delle reti elettriche, usi sensati che il libro tace. C’è poi chi coglie il punto politico più profondo: su “The Conversation” Luke Munn scrive che l’IA non ha bisogno di funzionare per funzionare. L’accuratezza può essere dubbia, la produttività più promessa che dimostrata, e tuttavia l’aggregato di aziende, capitali e aspettative trasforma comunque il giornalismo, la scuola, il lavoro. È anche il limite storico della demistificazione, perché smascherare una tecnologia redditizia non basta a fermarla, come insegnano i combustibili fossili e l’automobile privata. Infine, c’è l’obiezione forse più utile per andare oltre il libro. Su “MedieKultur” Martina Mahnke nota quanto gli esempi portati dalle autrici siano americani, cosa che da questa parte dell’Atlantico pesa doppiamente, perché diversa è la cornice politica e istituzionale in cui l’IA viene discussa. Ma la sua osservazione più acuta riguarda l’assenza di chi la usa: se smascherare l’inganno fosse così semplice, perché centinaia di milioni di persone adottano questi strumenti dal basso, per curiosità o per pragmatismo, e dichiarano di trarne valore?

Il libro smonta bene l’inganno cognitivo, resta però da nominare il desiderio che rende possibile quell’inganno.Emily Bender e Alex Hanna sanno che non esiste un punto di vista da nessun luogo, lo scrivono contro la pretesa di oggettività dei sistemi, e la loro genealogia critica è dichiarata: Donna Haraway, i saperi situati, gli studi femministi sulla scienza e la tecnologia. Ma c’è un’altra tradizione che permette di leggere questo nodo da un’angolatura diversa: il pensiero della differenza sessuale, dove la parzialità del sapere non è soltanto una teoria della posizione, ma una pratica di parola. Partire da sé, riconoscere l’autorità che nasce nelle relazioni, assumersi la responsabilità di ciò che si dice davanti a chi ascolta: da qui il vuoto della chatbot si vede meglio. Ciò che manca non è soltanto una mente, o forse non è questo il punto decisivo. Una parte del dibattito anglosassone resta spesso impigliata nell’alternativa che vorrebbe criticare: pensa o non pensa, è intelligente o non lo è. Invece manca una relazione. La lingua si impara da una relazione primaria – la madre o chi per essa – in un rapporto in cui parola e corpo, amore e sintassi sono intrecciati. Un modello linguistico è lingua senza madre, sono parole che non vengono da nessuno (non perché non abbiano una storia materiale o non portino le tracce di chi le ha prodotte, raccolte e classificate, ma perché nessuno le assume davanti a qualcun altro) e non impegnano nessuno, perché nessuno si espone pronunciandole. L’estrusione di testo, per riprendere l’immagine delle autrici e portarla oltre le loro intenzioni, è esattamente questo: la parola separata dalla relazione che l’ha generata. Per questo una vecchia slide IBM del 1979, riportata nel libro, dice più di quanto sembri: un computer non può essere ritenuto responsabile, dunque un computer non dovrebbe mai prendere decisioni gestionali. La responsabilità richiede un corpo e un nome, qualcuno che possa mantenere o tradire la parola data. Ed è per questo che il trucco da salotto riesce così bene, perché induce a scambiare per interlocuzione ciò che è solo produzione di testo. 

Smontare narrazioni non basta e non è mai bastato. La partita infatti non si gioca soltanto sul piano delle narrazioni, né nell’alternativa tra rifiutare la macchina e adattarvisi. Si tratta piuttosto di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restarci come ciò che non si lascia catturare del tutto: una pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Non una resistenza morale dall’esterno, ma un sapere situato dentro il rapporto con la macchina. Luisa Muraro a proposito dell’intelligenza artificiale diceva “lo strumento sei tu” perché non esiste uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Penso alle operaie alla pressa raccontate in un recente numero di Via Dogana 3 (la rivista online della Libreria delle donne) dedicato al tempo: conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. Quel sapere del fare e del disfare, che trasforma la necessità in libertà, dice sulla resistenza più di molte analisi. Anche Emily Bender, in un incontro pubblico di presentazione del libro disponibile in rete, arriva a un passo da qui quando invita gli insegnanti ad avere orgoglio della propria competenza: il lavoro vero sta nel pensare, nella cura, nella connessione; le parole ne sono solo la parte esternalizzata, quella che la macchina può catturare. 

La tradizione critica da cui le autrici provengono nomina le relazioni e ne riconosce l’importanza; la politica delle donne, però, ne ha fatto una pratica politica essenziale, non solo un oggetto teorico. Per questo sa riconoscere il desiderio anche dove viene mal riposto: chi passa ore a conversare con una chatbot cerca una relazione trovando una compiacenza programmata, una condiscendenza senza nessuno dietro. Il caso più istruttivo è Replika, l’app di compagnia nata dai messaggi di un amico morto della fondatrice, che milioni di persone nel mondo hanno adottato come confidente e talvolta come partner. All’inizio del 2023, in coincidenza con un intervento del Garante italiano della privacy, l’azienda ha disattivato da un giorno all’altro le funzioni affettive ed erotiche e chi aveva stretto quei legami ha attraversato un lutto vero per un legame reale nei suoi effetti e interamente revocabile per decisione aziendale. Prendere sul serio quel desiderio di ascolto, invece di deriderlo o soddisfarlo in forma sintetica, è il compito politico che il libro lascia aperto.

«Le macchine per la sintesi di testo non possono riempire i buchi del tessuto sociale», scrivono Emily Bender e Alex Hanna: servono persone, volontà politica e risorse. È vero. Aggiungo che serve anche sapere da dove si parla e a chi. Il trucco riesce perché nelle parole cerchiamo qualcuno e quel cercare è esattamente la cosa da salvare.

(Doppiozero, 23 luglio 2026)

Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.

Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.

È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi. 

La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.

Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.

Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.

Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».

A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.

La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.

Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.

L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.

(il manifesto, 23 luglio 2026)

Il convegno dedicato al pensiero di Luisa Muraro, tenuto a settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano, è diventato un libro, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, edito da Mimesis. Se il convegno ha visto la presenza di Muraro e Cigarini, la pubblicazione delle relazioni, divenuti dei saggi, avviene a pochi mesi dalla loro morte, quasi a voler colmare con la gratitudine il dolore immane. Alle relazioni è stato aggiunto uno scritto di Laura Colombo sull’insegnamento di Muraro in relazione alla rivoluzione della rete, considerata da lei «un nuovo mezzo dello scambio politico», «buono, straordinariamente buono» a patto che non prenda il posto della viva relazione. Da qui le redazioni “carnali” del sito della Libreria delle donne e di Via Dogana 3, quali luoghi «di lavoro editoriale e di pratica politica». Di Muraro ci restano tanti “testi preziosi” e un pensiero che «è un bene comune», come scrive Chiara Zamboni nell’introduzione, «che abbiamo a disposizione leggendo i suoi libri, le interviste, i saggi, gli articoli. Sentirlo come bene comune […] è in sintonia con l’idea di Luisa che le lettrici e i lettori siano coloro che con lei contribuiscono al libro, lo ritessono, lo trasformano e lo rilanciano», come hanno fatto le relatrici e i relatori, invitati a parlare al convegno e come può fare chiunque legga il libro. Le relazioni danno conto del percorso filosofico-politico di Muraro, riprendendo «in fedeltà e in libertà» «alcune questioni e certi nodi dei suoi testi», «alla luce delle questioni emergenti della contemporaneità». Un pensiero che fa di Muraro una «delle più importanti pensatrici della contemporaneità», come scrive Vita Cosentino, e nello stesso tempo una filosofa “anomala”, originale, unica, «irriducibile a qualsivoglia scuola». Anomalia che sta nell’aver trovato l’inizio del pensiero nell’ordine simbolico della madre, nel saper amare la madre, nella riconoscenza e gratitudine verso di lei. Da lì – come scrive Diana Sartori – si è accesa la luce ed è venuto il primo orientamento che faceva ordine simbolico, là dove ancora oggi, in un tempo in cui la guerra ha preso la scena del nostro mondo e delle nostre menti, il potere fa disordine. Una «filosofia pratica», quella di Muraro, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, nata, come scrive Ida Domijanni, da una “schivata”, un mettersi a lato, un sottrarsi, un non farsi trovare «laddove ci si aspetterebbe di trovarla», un andare via dalla storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea per aprire «una nuova prospettiva», di libertà femminile e di indipendenza simbolica. Muraro associa la mossa filosofica della schivata a un fatto storico preciso, «la separazione femminile dalla politica maschile che diede origine alla nascita del femminismo della differenza sessuale», messa oggi in discussione da un neofemminismo che «sembra rivendicare non sottrazione ma riconoscimento, non separazione ma inclusione, non differenza ma neutralizzazione». Anche oggi, sarebbe necessaria un’altra grande schivata per ripensare e rilanciare la lotta per la libertà femminile all’altezza dei problemi «in un mondo che va in rovina». La luce più importante che lei ha acceso per le storiche di oggi, come scrive María-Milagros Rivera Garretas, è quella di significarsi donna in qualsiasi circostanza storica e davanti a qualsiasi fonte o opera storica. Dalla ricerca di Muraro sulla sapienza mistica in lingua materna ci viene l’insegnamento dell’«intelligenza dell’amore», buona per noi anche oggi, come scrive Wanda Tommasi, per non farci sprofondare nel senso d’impotenza di fronte alla violenza della storia. Muraro ci invita a cercare e incontrare l’«umanità comune» nella cronaca su cui lei scrisse articoli su riviste e quotidiani raccolti nel libro La folla nel cuore, di cui scrive Annarosa Buttarelli. Il pensiero di Luisa Muraro è «spiazzante», il libro ce lo restituisce «come quando si accende la luce». Un grazie a chi ne ha curato la pubblicazione.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 19 luglio 2026)

La curatrice del volume racconta “Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals”, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che il gruppo femminista, tra i più longevi, attraversò in ogni forma e disciplina. Edito da Mousse Publishing

Documenti politici, manifesti programmatici, a mano, ciclostilati; foto di assemblee, locandine di film, immagini di azioni performative, manifestazioni, bozzetti di costumi di scena, antichi templi, l’antro della Sibilla. Ancora, Lina Mangiacapre col suo cappello a cilindro, grandi occhiali, mantello, attorniata da un gruppo di amazzoni in tuniche e ghirlande di fiori in fronte. Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals è un attraversamento di epoche, un’esplorazione esperienziale, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che questo gruppo femminista, tra i più longevi attraversò in ogni forma e disciplina. Il volume bilingue, inglese italiano, curato da Sonia D’Alto in collaborazione con Marea Art Project, edito da Mousse Publishing, realizzato grazie al supporto dell’Italian Council, è la prima monografia dedicata a questo gruppo di artiste, pacifiste, femministe, lesbiche napoletane. Oltre a preziose immagini d’archivio, contiene interventi di Chiara Bottici, Federica Bueti, Cairo Clarke, Arnisa Zeqo, Giulia Damiani, Giusi Palomba, Elvira Vannini, Giovanna Zapperi. Ne abbiamo parlato la curatrice Sonia D’Alto. Ricercatrice di storia dell’arte e curatrice cilentana, classe ’90, vive a Bruxelles, dall’uscita del volume, esito di una tesi di dottorato, affianca le presentazioni alle proiezioni dei film delle Nemesiache, per far riscoprire il loro immaginario potente e inesplorato.

Quali sono gli aspetti che l’hanno più colpita?

Le Nemesiache sono uniche all’interno dei collettivi artistici e femministi dell’epoca, hanno quasi mezzo secolo di storia. Si sono sempre definite gruppo, mai collettivo, per prescindere da quella connotazione degli anni ‘70 dei collettivi femministi, spesso legati a una forte ideologia. Avevano una metodologia legata al mito, fantascienza, racconti popolari, fiabe, uso del corpo. Il loro linguaggio politico era creatività, arte, la lotta passava per il corpo delle donne marginalizzate. Scrissero il primo manifesto nel ’70 (poi pubblicato nel ’72) su una rivista fantascientifica, aspetto unico nel panorama dei femminismi europei dell’epoca.

Come ha lavorato?

È stato un lungo lavoro di ricostruzione. Attraverso un sito, acquisito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, sono entrata in contatto con le membre delle Nemesiache, è iniziato uno scambio che ancora esiste. Ho iniziato con Silvana Campese, uno dei primi contatti su Napoli. Poi Connie Capobianco, invitata con Campese in occasione di una delle proiezioni. Il gruppo da Napoli si estendeva a Venezia, Roma, Milano, Parigi. Nel 1976 organizzarono il terzo congresso femminista in Italia, lottando perché si facesse a Paestum. Nello stesso anno parteciparono a un tribunale internazionale femminista di crimini contro le donne a Bruxelles. Ho frequentato l’archivio di Lina Mangiacapre custodito dal nipote Martino Mangiacapra. Qui sono riuscita a integrare tutti i documenti, trovando frame di film, dietro le quinte che rendono l’intimità del gruppo. Facevano arte per liberarsi, fuori ogni forma, struttura di professionalismo del sistema.

Il cinema è un capitolo importante della storia delle Nemesiache.

Le performance e le azioni pubbliche sono sempre state sempre trasformate in film sperimentali collettivi scritti e diretti da Lina con l’interpretazione, musiche, costumi delle Nemesiache. Meriterebbe un volume a parte la prima rassegna di cinema femminista nata nel 1976 a Sorrento dove affluivano lavori da tutto il mondo. Una figura di riferimento per le Nemesiache era Elvira Notari, prima donna regista italiana, silenziata e dimenticata cui dedicarono un premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Elemento fondamentale nella pratica delle Nemesiache è la Psicofavola.

Negli anni ’70 le femministe avevano due metodologie: il separatismo e l’autocoscienza introdotta in Italia da Carla Lonzi, proveniente dall’America. Le Nemesiache si resero conto che l’autocoscienza non era sufficiente, perché basata sul linguaggio verbale estremamente patriarcale. Era fondamentale utilizzare il corpo in tutti i suoi aspetti, così introdussero la Psicofavola che permetteva di liberarsi attraverso gesti, musica, danza, rito personale, collettivo che riportava al mondo il mito. Trovò la sua manifestazione nel teatro: il primo spettacolo femminista in Italia fu la riscrittura di “Cenerella” nel 1973 al Teatro Club di Napoli. La messa in scena era semplice: costumi autoprodotti, Lina suonava il flauto, Anna Grieco l’arpa, il tamburo, una modalità creativa libera, non professionistica, liberatoria del corpo, della psiche, per tornare all’origine. Da qui il nome di Nemesis, condizione ancestrale in cui la donna non era stata ancora colonizzata dal patriarcato. S’introdusse l’uso delle fiabe, del mito, il richiamo ai luoghi della cultura marginalizzati, considerati saperi minori che diventavano luoghi di resistenza.

Il femminismo delle Nemesiache guardava a sud come dimensione politica.

Un sud non solo geografico, ogni luogo dove avviene una forma di espropriazione. Il loro primo lungometraggio Didone non è morta è un omaggio, un augurio di Mediterraneo unito. L’idea è riappropriarsi del corpo e del territorio. Nel film Il mare ci ha chiamato, e nella performance della poesia La Gaiola, Le Nemesiache fanno già riferimento alla privatizzazione del mare, anticipando i movimenti ecologisti, usando nell’azione un linguaggio fantascientifico: il comunismo dei pesci del mare, l’imperialismo degli uomini, il mito della sirena.

Di questa storia si sono quasi perse le tracce. Che idea si è fatta?

Bruna Felletti, Nemesiaca intervistata a Roma, dice che erano ritenute molto eccentriche, venivano spesso isolate. Aggiungo un altro livello di lettura: in tanti consideravano la loro pratica unicamente teatrale, anche se attraversava ogni genere, disciplina. Biancaneve, riscrittura dell’84, è una favola cyber-femminista che anticipa di un anno il Manifesto Cyborg di Donna Harraway, mentre l’azione TransNemesiache ha inaugurato nel linguaggio femminista la stagione dei transfemminismi un decennio prima di quello statunitense. La prolificità, quest’espressione così dirompente non entrava nelle categorie patriarcali del cinema, teatro, arte. Erano così avanti che gli strumenti dell’epoca non permettevano di leggerle, interpretarle. Chiara Bottici, che insegna gender studies e ha scritto uno degli interventi nel volume, ritrova in loro ciò che le femministe hanno fatto in America Latina dieci anni fa: Ni Una Menos, le azioni nelle piazze con la danza, gli interventi sull’ecologia. Gli altri gruppi non avevano un linguaggio del genere. Le donne nell’arte erano legate ancora un dominio prettamente maschile, settoriale. Le Nemesiache hanno fatto cinema sperimentale, invaso lo spazio pubblico con le performance, prodotto materiale militante con un linguaggio creativo, cosmico. Come curatrice ritrovo quest’approccio in molte pratiche contemporanee di artiste e artisti soprattutto di diaspore e contesti mediterranei. Erano cinquant’anni avanti.

(il manifesto, 18 luglio 2026)

Al museo Madre di Napoli, fino al 21 settembre, Maria Lai. Essere è tessere, la personale dedicata all’artista sarda a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai

Cucire le storie del mondo, quasi sempre riflesse in un microcosmo che si fa universale come Ulassai, luogo d’origine e di partenza verso l’altrove (una vera “Stazione dell’arte” mobile e ventosa, costellata di connessioni e reticoli di memoria), per Maria Lai ha significato anche sfilare e sfrangiare le mappe, ridisegnare i confini sovvertendo una cartografia del dominio che lei sapeva ricondurre a un ordito di libera immaginazione. Non è un caso, quindi, che la mostra personale al museo Madre di Napoli dedicata all’artista sarda, Maria Lai. Essere è tessere, inauguri il suo percorso proprio con una Geografia in cui un mappamondo appena imbastito mantiene intatta la sua geometria a scacchiera di meridiani e paralleli, ma “perde” i continenti per divenire un anarchico pianeta della fantasia, tutto ancora da “scrivere”, con civiltà prossime venture. A cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai, avvalendosi di un progetto di ricerca di Giulia Brandinelli, l’esposizione procede per isole tematiche, creando una sorta di felice arcipelago visivo che permette di navigare intorno a questa filosofa del rammendo riparativo di storie smarrite e del «rammentare», nel senso di riportare alla mente, in questi tempi di oblio persistente. Nata nel 1919 e scomparsa nel 2013, a novantatré anni, Maria Lai ha avuto in sorte una lunga vita disseminata di dolori e leggende – un’infanzia cagionevole in adozione dagli zii, l’isolamento per le numerose malattie, gli studi condotti in ritardo, l’apprendistato con il maestro Salvatore Cambosu, l’abbandono della Sardegna alla volta di Roma, l’Accademia con Mazzacurati, poi Venezia con lo scultore Arturo Martini, il rientro «a casa» su scialuppe di salvataggio imbarcandosi nel golfo di Napoli, la morte violenta del fratello e quella dello sfortunato altro fratello, Gianni, per un incidente aereo. Sarà questa sedimentazione esistenziale a imprimere le sue opere, i telai – vera messa a nudo del processo creativo senza infingimenti – i collage di mare e terra, i libri scuciti dove le parole cercano janas, api curiose e caprette abbarbicate sulle rocce. «Niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo», sosteneva, intendendo di essersi votata all’esercizio della disciplina interiore, a volte aspra eppure necessaria. Da bambina, aveva anche provato la vertigine della vita aerea, sospendendosi nel vuoto insieme ad alcuni gitani acrobati che si erano fermati nel paese dove abitava con i suoi zii. Ma poi aveva preferito tornare alla terra, anzi alla misteriosa energia ctonia della montagna. Nel 1981, con la performance comunitaria di Legarsi alla montagna (in mostra un filmato ne dà ampia testimonianza), Maria Lai aveva voluto fare «qualcosa per i vivi» – le avevano chiesto di realizzare un monumento per i morti ma lei aveva rovesciato la commissione – riconnettendosi al cuore pulsante di Ulassai. Srotolò insieme agli abitanti ventisette chilometri di nastro azzurro con cui unì le porte delle case e le “ancorò” al Monte Gedili. C’erano fiocchi e pani tradizionali a ritmare il nastro in segno di riappacificazione e fine delle faide interne tra famiglie. Proprio quei pani che diventeranno poi sculture e che Lai ha sempre detto di essere stati un’intima materia da cui imparare, «la prima accademia d’arte furono le donne di casa che facevano il pane con quelle loro mani svelte». E quando guardava la nonna rammendare le lenzuola, inventava storie su quelle “cicatrici” di fili che si aggrovigliavano. Maria Lai, fra il tessere, l’impastare e il vivere ludico che si fa coscienza (come nel suo Il gioco del volo dell’oca, riprodotto in una stanza tutta per sé del Museo Madre) ha scelto di radicarsi nell’universo femminile, nelle pratiche incantatorie e in quelle domestiche delle sue antenate e del suo stesso privato, tracciando sentieri di fili, terracotta, pietra, stoffa, pane e legno che conducessero a un’infanzia collettiva, dove il senso privilegiato non è la vista che apre le porte al raziocinio, ma il tatto che permette di accedere a una dimensione più selvatica e meno addomesticata. In una stanza del museo, sono raccolti i disegni, così come poco oltre le sue sculture debitrici al ruvido Martini: animali e paesaggi che poi sfoceranno in quelle caprette stilizzate e in fila indiana che lei regalò alle tessitrici di Ulassai per ricamarle sui loro arazzi e tappeti. «Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di precipizi», raccontava nelle interviste.

(il manifesto, 17 luglio 2026)

Tutto nasce dall’esperienza: “partire da sé e non farsi trovare”, diceva la filosofa appena scomparsa che ha reso visibile ciò che era stato occultato, ha aperto spiragli, consentendoci di disfare, decostruire l’ordine patriarcale. Insieme a Lia Cigarini ha fondato la Libreria delle donne

Non so spiegare l’impulso, l’inquietudine o semplicemente il moto di insofferenza che mi ha spinto, letto il pamphlet di Serughetti, Guerra, Braidotti – libro che ripete e riassume quanto le autrici hanno scritto con grande profondità in altri lavori – ad approfittare della notizia di una redazione aperta di Via Dogana dal tema C’era una volta la differenza e c’è ancora.

La data si è rivelata a posteriori, per me, connessa ad un movimento dell’inconscio: il bisogno di fare i conti con un discorso lasciato indietro per altre scelte, altri contesti di interlocuzione femminista ma anche con un’esperienza di relazione e di pensiero per me fondativa. A giugno 2026 cadono i venti anni dalla morte della donna, l’amica, che più ha contribuito a dare significato e profondità al mio femminismo, Eloisa Manciati. A giugno, il 13 giugno, mentre sono già a Milano, in attesa dell’incontro del giorno dopo alla Libreria delle donne, si spegne Luisa Muraro.

Non parlerò dell’incontro, intensissimo, che si è tenuto ugualmente «perché così avrebbe voluto Luisa», né delle belle relazioni introduttive di Traudel Sattler, Vita Cosentino, Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.

Non parlerò del gesto che mi sono resa conto di compiere perché non voglio aderire alla frantumazione del femminismo mentre sento di far parte di una pluralità di femminismi, che attraversano sia le nostre storie e culture personali che il mondo già dilaniato e danneggiato.

Parlerò, a partire da me, dell’incontro con il pensiero di Luisa Muraro. E di come abbia appreso da lei quanto, una volta partite da sé, sia importante non farsi trovare là dove ci aspetterebbero.

Femminista fin dai primi vagiti di autonomia – fine liceo, università – mi sentivo tale in risposta all’evidente condizione di disparità con gli uomini.

Frequentavo Filosofia a Roma e nel fermento esaltante e talvolta persino efferato di quelle aule occupate si ergevano maschi che già sapevano tutto. Questo mi sbalordiva: non la rivoluzione, che volevo fare anch’io, ma la certezza, che ostentavano, di tutti i passi che ci avrebbero condotto dritto dritto dentro un’altra idea di società.

Le donne, le studentesse che erano là, come me, tacevano. Solo al ritorno nella mia piccola città il mio bisogno di rivoluzione ha preso forma nelle pratiche femministe. Esplorazioni, passi falsi, sorellanza, impegno concreto: consultori, contraccezione, aborto, self-help, autocoscienza. Che fare di questo bagaglio di esperienza così peculiare? Come dirlo, come farne pensiero. Come farne episteme.

Quando ho incontrato il pensiero della differenza, con Irigaray ma specialmente con Muraro, le pratiche politiche femministe con le altre hanno guadagnato l’autorità del discorso mentre il pensiero non mi cancellava nell’astrattezza del logos, perché tutto nasceva dall’esperienza che imparavamo a dirci. La mia esperienza nella relazione con le altre trovava la sua misura; era pensiero del mondo che non ci faceva nascondere dietro le parole della teoria di pensatori, politici, grandi uomini che incombevano su di noi.

Al mio attivismo non più solo legato al tentativo di un mondo meno ingiusto si coniugava la scommessa di rifarlo daccapo attraverso un altro sguardo. Rendere visibile ciò che era stato occultato, aprire spiragli, agire possibilità impreviste, disfare, decostruire un ordine patriarcale. E, talvolta in modo ravvicinato, più spesso a distanza, attraverso libri e incontri, lo scambio con Muraro contribuiva a nutrire il pensiero e l’esperienza.

Tutte le parole di Muraro, parole di rara forza epistemica, di passione visionaria, di rigore filosofico, mi sono servite. Non tutte le ho condivise ma l’ostacolo che ponevano al mio modo di sentire mi ha aiutato a scavare di più, a pensare al femminismo come qualcosa che, proprio come ha sostenuto Muraro richiede di «partire da sé e non farsi trovare».

Le pratiche contano. Il femminismo ha bisogno di viandanza più che di una protettiva comunità. Ha bisogno di misurarsi con l’indistinto della materia, con la crisi ecologica, con i corpi mutanti che abitiamo. Ci è necessario il pensiero che scaturisce dalla presa di parola e dall’esperienza di soggettività impreviste. Un pensiero che sia attraversamento del reale, risignificazione, riscrittura; un pensiero che non si accontenti dell’antagonismo. Nella presunta distanza con il femminismo dell’uguaglianza, occorre tenere presente, con forza, politicamente, che la differenza è esattamente il modo di sottrarsi – la schivata di Luisa – all’ordine del discorso e che nelle forme di questa sottrazione agisce la soggettività libera(ta) di ciascuna/o.

(*) Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside (poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011 ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.. È cultrice della materia per Linguistica Italiana – Università della Tuscia ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico (Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj-Napoca (RM), la raccolta di versi “Oriente Domestico”. Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre all’organizzazione del ciclo di filosofia “Lineamenti di femminismi, genere, differenza”, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma 3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo “Elogio della Poesia”, incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista e ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.

(Letterate Magazine, 16 giugno 2026)

Federica Torrenti si è formata in medicina ed è una fotografa che usa gli scatti per dare corpo e voce all’invisibile. In questa intervista ci racconta il rapporto tra scienza e arte e come questo dà forma alla sua ricerca

Federica Torrenti è la vincitrice della XIII edizione di Giovane Fotografia Italiana| Premio Luigi Ghirri, prestigioso riconoscimento promosso dal Comune di Reggio Emilia sul tema “Voci”. La giuria ha premiato il suo progetto La Fortezza per la capacità di fondere la ricerca scientifica con il linguaggio visivo, garantendole un premio di 4.000 euro e una futura mostra personale alla Triennale Milano. Bolognese, classe 1999 e specializzanda in Diagnostica per Immagini, l’artista unisce lo sguardo clinico e quello poetico per mappare i meccanismi della coscienza e dissolvere l’idea di una mente isolata. Il suo progetto ha inoltre conquistato il miglior Portfolio a Fotografia Europea 2025 ed è stato selezionato per il programma Back and Forth di Fonderia 20.9.

Il Premio Luigi Ghirri 2026 per la Giovane Fotografia Italiana

L’edizione ha visto trionfare anche altri talenti emergenti: Karim El Maktafi ha ottenuto la menzione speciale “Nuove Traiettorie” per l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma con Archivio del mare, Eva Rivas Bao è stata selezionata per il programma Photo-Match del Fotofestiwal Łódź con Una storia italiana, e Anie Maki ha vinto un programma di letture portfolio con il festival Photoworks di Brighton. In questa intervista esclusiva, la vincitrice assoluta Federica Torrenti ci racconta come la fotografia possa dare corpo e voce all’invisibile.

Intervista alla fotografa Federica Torrenti

La tua formazione in medicina e la specializzazione che hai iniziato in Diagnostica per Immagini creano un legame indissolubile tra scienza e arte. Come si riflette l’atto medico di “guardare dentro il corpo” per scovare l’invisibile nella tua pratica fotografica quotidiana?

Mi sembra che le mie pratiche, scientifica e artistica, diano entrambe una fondamentale attenzione all’atto del guardare. Se c’è un elemento che, in fondo, riunisce la mia poetica e il mio lavoro in Diagnostica per Immagini, è proprio la curiosità che nasce da un’osservazione attenta e meticolosa della realtà arricchita da una particolare ossessione verso la ricerca di una spiegazione dei fenomeni. Credo che questo sia anche il legame più profondo tra scienza e arte: esplorare prestando attenzione alle percezioni, sorprendersi, provare, raccogliere fili di realtà, tentare di intrecciarli cercando una forma di comprensione. Infine, trovare un modo per raccontare l’esperienza fatta.

C’è un legame tra il “guardare dentro il corpo” per curare e il fotografare?

Il “guardare dentro il corpo” attraverso l’immagine radiologica e il fotografare non sono gesti così diversi. Entrambi implicano il tentativo di rendere visibile ciò che è oltre la superficie per cogliere significati e connessioni, per avvicinarsi il più possibile a una visione integrale della realtà.

La Fortezza, ® Federica Torrenti, vincitrice del premio Giovane Fotografia Italiana 2026, Foto di Iacopo Pasqui Intervista alla fotografa Federica Torrenti

La Fortezza, ® Federica Torrenti, foto di Iacopo Pasqui

La Fortezza, ® Federica Torrenti, vincitrice del premio Giovane Fotografia Italiana 2026, Foto di Iacopo Pasqui Intervista alla fotografa Federica Torrenti

La Fortezza, ® Federica Torrenti, foto di Iacopo Pasqui

Il tuo progetto “La Fortezza” spiega che la nostra mente non è isolata dal mondo, ma è sempre connessa a ciò che ci circonda. In un’epoca dominata dall’iper-individualismo e dal digitale, come sei riuscita a trasformare questo concetto filosofico così complesso in immagini concrete?

Durante la mia formazione universitaria è stato molto importante entrare in contatto per la mia tesi in neurologia con il concetto di coscienza, perché mi ha permesso di riconoscere come né la scienza né la nostra mente possano esistere in modo isolato dal mondo che le circonda. Da questa consapevolezza è nata l’esigenza di raccontare una verità che percepivo come fondamentale: l’idea che la nostra unità non somigli a un cerchio ma più a una spirale aperta, che la nostra esperienza del mondo e di noi stessi emerga da una incessante interconnessione con l’alterità senza mai esaurirsi. In questo senso, il progetto vorrebbe far riconoscere all’uomo della nostra epoca la profonda unità che lega tutte le cose, superando una visione esclusivamente individuale di sé e aprendosi a una dimensione più ampia di appartenenza e relazione con il mondo. È diventato, quindi, importante trovare una forma espressiva che rendesse tangibile un concetto così astratto, e paradossalmente tradurlo in immagini è stato più immediato che tradurlo in parole.

In che modo?

La scrittura richiedeva di definire e circoscrivere un’idea complessa, già storicamente ancorata ad un lessico filosofico, mentre la fotografia mi ha permesso di conservarne l’ambiguità e la profondità, trasformandola al tempo stesso in qualcosa di concreto e visibile. La metafora, e quindi l’analogia, sono strumenti fondamentali di pensiero utilizzati sia dalla scienza che dalla filosofia, a cui ho potuto attingere per creare le fotografie.

La Fortezza, ® Federica Torrenti, vincitrice del premio Giovane Fotografia Italiana 2026 Intervista alla fotografa Federica Torrenti

La Fortezza, ® Federica Torrenti, vincitrice del premio Giovane Fotografia Italiana 2026

La XIII edizione di Giovane Fotografia Italiana, intitolata “Voci”, esplora il potere delle immagini di dare forma a ciò che resta inascoltato. Nel tuo lavoro accosti immagini scientifiche, anatomiche e naturali per catturare una rete di connessioni invisibili. Qual è la voce” o il messaggio che cerchi di fare rispondere nel visitatore?

Quando ho letto il tema, prima di capire cosa volessi dire, mi sono soffermata sull’idea che avere una “voce” implichi inevitabilmente l’aver prima ascoltato “altre voci”: basti pensare a quanto da bambini si è immersi nell’ascolto della parola degli altri prima di potere fare esperienza della propria. In questo contesto, il ruolo del mio progetto è inizialmente quello di invitare a riascoltare una voce molto antica che esiste dentro ciascuno di noi e che appartiene alla nostra coscienza. È una voce che spesso percepiamo come sfuggente, mentre in realtà è estremamente materiale perché affonda le radici in una trama di connessioni chimiche, fisiche e genetiche. È contemporaneamente nel mondo che ci ha preceduto e in quello di cui facciamo parte. Successivamente è, quindi, importante che lo spettatore riconosca che la sua non è una voce isolata, ma parte di un ampissimo coro.

Dicci di più…

È una voce che dialoga continuamente con tutto intorno a noi, in questo senso la coscienza non rappresenta un confine che ci separa dal mondo, che ci rende unici e speciali, ma piuttosto un limite poroso attraverso cui possiamo entrare in relazione con ciò che sta oltre noi stessi. Se c’è qualcosa che vorrei lasciare al visitatore, è proprio l’idea che voce e ascolto siano inseparabili: comprendere sé stessi significa anche riconoscere il legame profondo che ci unisce a ciò che ci circonda, rimanendo sempre in ascolto di ciò che emerge dall’interno e allo stesso tempo ciò che proviene dall’Altro, vivente e non vivente.

Cosa significa per te vincere un premio dedicato a un maestro come Luigi Ghirri?

Vincere un premio dedicato a Luigi Ghirri è per me un grande onore che accolgo con profonda gratitudine. Luigi Ghirri è un artista che conosco fin da piccola e, condividendo simili geografie, le sue immagini hanno plasmato il rapporto con il mio ambiente quotidiano. Credo che la riflessione sulla percezione e sul rapporto percezione-realtà sia uno dei principali punti di contatto tra la mia ricerca e la sua lezione.

Sebbene i tuoi riferimenti guardino molto alla biologia e alle neuroscienze, ritrovi dei punti di contatto tra la tua ricerca sulla percezione e la “lezione dellosguardo” che Ghirri ci ha lasciato?

Il mio lavoro si fonda su riferimenti che appartengono a un mondo fortemente analitico, ma ciò che mi interessa indagare è sempre l’esperienza umana del mondo: il modo in cui vediamo, interpretiamo e attribuiamo significato a ciò che ci circonda. È proprio in questa tensione tra osservazione e immaginazione, tra dato oggettivo ed esperienza soggettiva, che si colloca il mio lavoro. Per me è stato fondamentale mantenere all’interno di una ricerca sostenuta da basi scientifiche una dimensione poetica dell’immagine. Credo infatti che la poeticità non sia qualcosa di separato dalla nostra coscienza, in quanto è una qualità intrinseca del vivere umano. L’essere umano non registra la realtà perché è per sua natura un essere poetico e questa poeticità influenza ciò che vede nella realtà. Trovo che un punto comune delle nostre visioni sia la ricerca di questa poeticità, un aspetto quasi inafferrabile della percezione, una sensazione sfuggente ed evanescente che accompagna continuamente il nostro rapporto con il mondo e che, pur essendo difficile da definire, influenza profondamente il modo in cui lo abitiamo e lo comprendiamo.

(Artribune, 17 luglio 2926)

Nata nel 1975, la Libreria delle donne di Milano testimonia che la politica nasce dalle relazioni e può trasformare la realtà. Da 51 anni, tra comunità e rete, ecco la vita della Libreria delle donne

L’esperienza della Libreria delle donne di Milano ha caratteristiche proprie in quanto è allo stesso tempo un’impresa economica e un luogo politico femminista. È quindi difficilmente inquadrabile in categorie predefinite come possono essere quelle di comunità e community, tuttavia le attraversa e ci si misura come mi accingo a mostrare.

La Libreria apre i battenti nell’ottobre del 1975 in via Dogana 2 in centro, vicino al Duomo, in una Milano in pieno fermento culturale, con un movimento delle donne ricchissimo di gruppi di autocoscienza, di collettivi femministi, di iniziative di piazza e di confronto. È già operante la casa editrice fondata da Carla Lonzi, Scritti di Rivolta femminile, e in quello stesso anno si aggiunge La Tartaruga per volere di Laura Lepetit.

L’intento delle fondatrici è raccontato nel volume collettivo Non credere di avere dei diritti, in cui, riprendendo un volantino del 1974, scrivono: «La libreria sarà dunque “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”. Alle “opere (già) fatte” la libreria si propone di unire l’opera in corso della mente femminile. Come tale, essa sarà anche “luogo in cui si raccolgono esperienze e idee da far circolare”»1.

In queste poche parole si condensano i tratti essenziali che permangono nel tempo: la Libreria come negozio aperto sulla strada, in cui chiunque può entrare, è dunque un’impresa economica, creata non per trarne profitto seguendo le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura, bensì creata per valorizzare le opere scritte dalle donne, allora introvabili; allo stesso tempo la Libreria è un luogo politico, perché lo stare tra donne è l’inizio della politica delle donne: qui si possono incontrare liberamente per continuare a produrre pensiero ed esperienze da mettere in circolazione.

Il manifesto che ne annuncia l’apertura – tuttora visibile in Libreria – si conclude con queste parole in grassetto: «Abbiamo voluto fare incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte».

Così è cominciata la vita della Libreria. Uso non a caso la parola vita perché di questo si tratta: una forma di vita e di socialità femminile in cui si incrociavano e si incrociano lavoro volontario, amicizia, convivialità, svolte esistenziali, amori, desideri, progetti, in rapporti tra donne di varia età e provenienza sociale, liberamente scelti. Al centro la relazione tra Luisa Muraro e Lia Cigarini, figure di spicco del femminismo italiano, che per cinquant’anni ne sono state il cuore pensante. Infatti alla base dell’esistenza della Libreria e della sua politica ci sono le pratiche di relazioni tra donne, come differenza, disparità, affidamento, che la strutturano e che precedono la teoria. Come ripeteva spesso Lia Cigarini, «la teoria è la pratica messa in parole».

Per questo suo impianto la Libreria fin dall’inizio eccede sia la forma economica che quella organizzativa previste nella nostra società. C’è sì una responsabile retribuita, ma buona parte dell’attività si regge sul lavoro volontario. Le “turniste” danno la loro presenza mezza giornata a settimana per la vendita di libri e si riuniscono mensilmente per segnalare quelli da ordinare e per scambiarsi informazioni.

La politica del partire da sé e della relazione crea una struttura reticolare in cui il processo decisionale da una parte è affidato alla singola relazione o rete, seguendo il principio per cui “chi fa decide”; e dall’altra parte – quando si tratta di decisioni riguardanti scelte in comune per l’intera Libreria – ci si riunisce per parlarne. Si procede non per votazione o per costituzione di maggioranze, ma attraverso la circolazione della parola che assume autorità quando è capace di trovare la mediazione possibile e necessaria per tutte le altre. Le discussioni possono essere anche aspre ma ricomponibili, una volta chiariti i punti di vista contrastanti a partire da sé. È tuttavia anche capitato nel corso degli anni che ci siano stati conflitti non sanabili o inespressi, per cui qualcuna ha deciso di allontanarsi.

Agli inizi, le riunioni politiche si tenevano nel sottoscala della Libreria con donne sedute fin sulle scale di accesso per quanto erano gremite e tutte fumavano, come si usava in quegli anni, in un locale privo di finestre… Pure in quelle condizioni, che oggi definiremmo inaccettabili, sono nate idee che hanno fatto della Libreria delle donne di Milano uno dei maggiori centri di elaborazione del femminismo della differenza, conosciuto e apprezzato a livello internazionale.

La vocazione della Libreria alla produzione di pensiero e di scrittura ha fatto sì che presto diventasse anche casa editrice indipendente. Accanto ai primi cataloghi usciti tra il ’78 e l’88, segnalo Aspirina, rivista satirica creata da Pat Carra, e un foglio aperiodico del movimento, Sottosopra, che viene ripreso dalla Libreria quando c’è una importante questione da proporre. Nel 1996, per esempio, ha fatto molto discutere il Sottosopra rosso È accaduto non per caso, che annunciava la fine del patriarcato.

La rivista di pratica politica Via Dogana comincia le sue pubblicazioni nel 1991 grazie a un finanziamento dato a Luisa Muraro da Rosetta Stella e prosegue per 111 numeri fino al 2014, quando si trasferisce online con il nome di Via Dogana 3.

Dal 1995 cominciano le pubblicazioni dei Quaderni di Via Dogana. L’ultimo pubblicato, dal titolo Esserci davvero, è una preziosa intervista-conversazione che Clara Jourdan fa con Luisa Muraro, spaziando tra le esperienze e gli incontri della sua vita e la genesi dei suoi libri. Inoltre nel volume è riportata la sua amplissima bibliografia. Questo libro ha ispirato un partecipato convegno sul pensiero di Luisa Muraro tenuto a Milano, in Università Cattolica, dal titolo Come quando si accende la luce2. È stata una delle iniziative attuate nel 2025 per il cinquantenario della nascita della Libreria, assieme all’altro importante convegno tenuto nella sala Alessi del Comune di Milano, dedicato a cinquant’anni di femminismo con Lia Cigarini: Aprire la porta alla parola e alla libertà, di cui sono in corso di pubblicazione gli atti.

Attorno alla metà degli anni Ottanta, a seguito della proposta politica contenuta nel Sottosopra verde Più donne che uomini, le pratiche di relazione vengono portate nei rapporti sociali, cioè nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche, negli uffici, nelle amministrazioni comunali, nei quartieri, nelle università, in qualunque luogo ci siano donne pronte a scommettere di trasformare il mondo a loro misura, significando la differenza sessuale.

Io sono arrivata in Libreria nel 1983 a seguito della lettura di quel testo perché conquistata dalla libertà e dalla leggerezza di un’idea di politica basata sulle relazioni duali: bastava essere in due per esserci nel mondo e trasformarlo. Non si pensi che sia una politica di piccoli passi o di ambiti ristretti. Proprio la mia esperienza mostra come si tratti di ben altro.

Di mestiere insegnante, ho cominciato a portare le pratiche di relazione femministe a scuola e a scambiare con le altre, incontrandoci in Libreria. Ugualmente succedeva in altre città come a Verona, dove si era appena formata, presso l’Università, Diotima, la comunità filosofica femminile. Così, di relazione in relazione, ha preso vita la Pedagogia della differenza. Pochi anni dopo negli anni ’90 ho promosso con altre e altri l’Autoriforma gentile, un movimento di donne e uomini per molti anni presente e attivo a livello nazionale nelle scuole e sui media con una parola propria. Abbiamo lavorato soprattutto sul senso del nostro mestiere, organizzando convegni, pubblicando libri e producendo anche un film documentario, L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre (2008) ora fruibile liberamente su YouTube, ancora molto parlante sulla qualità della scuola.

Da quegli anni in Libreria c’è stato un fiorire di gruppi che ancora si riuniscono e si collegano con altre realtà in Italia. Li chiamo gruppi, ma sarebbe meglio dire reti di relazioni attorno a un progetto, e producono esperienze, pensiero, scrittura, partendo dal desiderio e dalla passione delle singole. In anni più recenti alcuni progetti sono stati molto significativi sul territorio cittadino: penso, ad esempio, all’Agorà del lavoro che ha coinvolto per vari anni, in uno spazio del Comune di Milano, numerose donne di provenienza diversa con appuntamenti mensili, mettendo al centro un pensiero femminile sul lavoro e l’economia; oppure penso alla mostra Vetrine di Libertà3 alla Fabbrica del Vapore (2019),con le opere di trenta artiste contemporanee. Evento arricchito da momenti di dibattito tra cui significativo quello sull’ecofemminismo con la presenza di Vandana Shiva.

Agli inizi del 2000 accadono in contemporanea due importanti cambiamenti per la Libreria: il trasferimento in via Pietro Calvi 29, con annesso un ampio locale attrezzato per gli incontri del Circolo della rosa; e l’inizio della sua presenza sulla piazza virtuale, soprattutto ad opera di Laura Colombo e Sara Gandini, che verrà accompagnata da riflessioni e scritti.

Il desiderio di esserci in rete con un proprio sito veniva dalle donne più giovani che già si muovevano in quell’ambito e vi vedevano la possibilità politica di prendere la parola con modi e ritmi diversi. C’era l’entusiasmo degli inizi, quando la rete sembrava uno strumento democratico che ampliava e velocizzava la presa di parola di tutte senza aspettare i tempi della carta stampata… saranno poi libri come Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff4 a far prendere coscienza di quanta incidenza abbia nelle nostre vite la potente trasformazione in corso.

La presenza virtuale della Libreria comincia con una condizione posta da Luisa Muraro, che già ne vedeva potenzialità e rischi: la creazione di una redazione ironicamente chiamata “carnale” per far sì che l’incontro in presenza fosse parte costitutiva del lavoro sui canali virtuali, che dopo il sito si ampliano in Facebook e Instagram. Questa condizione sarà quella più capace di preservare la Libreria dai due maggiori rischi che la rete comporta: da una parte l’individualismo narcisistico e dall’altra la logica dello schieramento. Ogni giovedì da venticinque anni si riunisce la redazione del sito e sia Instagram che Facebook hanno una propria redazione. Anche la rivista on-line Via Dogana 3 per la realizzazione dei singoli numeri si basa su un incontro pubblico, la cosiddetta “redazione aperta”, convocata al Circolo della rosa su un tema proposto dalla redazione “ristretta”.

Le sfide del presente sono molteplici e davvero impegnative. La prima, per nulla scontata, riguarda la stessa esistenza della Libreria. In un periodo in cui chiudono librerie affermate come la Hoepli o Tarantola, in cui la concorrenza di Amazon abbatte le vendite, tenere aperta la Libreria delle donne di Milano è una sfida che ci impegna ogni giorno, perché rimanga vivo un luogo di incontro e di pensiero femminista, che continui a contribuire a un orizzonte di trasformazione del mondo. Ne abbiamo discusso in un recente numero di Via Dogana 3 dal titolo Fare impresa femminista5 e stiamo mettendo a punto le modalità che ci permettano di continuare.

La seconda sfida portata avanti soprattutto dalle donne più giovani, riguarda come abitare la realtà virtuale. Ne parla approfonditamente Laura Colombo in Non è uno strumento che introduce il numero della rivista dal titolo Pensiero vivente e intelligenza artificiale66. Per lei la sfida è abitare questa realtà «senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo».

Con queste sfide comincia il cinquantunesimo anno della Libreria delle donne di Milano.

1Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, p.102.

2I contributi sono raccolti inLaura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis, Sesto San Giovanni 2026.

3Francesca Pasini, Chitra Cinzia Piloni (a cura di), Vetrine di libert. Libreria delle Donne di Milano, ieri, oggi, Nottetempo, Milano 2019.

4Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019.

5https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 giugno 2025

6https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 dicembre 2025

(Pedagogika, n. 4 luglio/agosto 2026)

In questo testo vorrei parlare della qualità e delle caratteristiche della presenza di Luisa Muraro all’interno dell’università di Verona, ma prima presento brevemente il suo percorso in università.

Nel 1975, con l’aiuto del filosofo Bontadini che aveva molta stima del suo pensiero radicato nel movimento delle donne, vinse un contratto di ricerca inizialmente a Padova e poi a Verona, dove continuò ad insegnare fino al 2005.

Nel 1984 con Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Annamaria Piussi, Diana Sartori e molte altre, tra cui anch’io, fondò una comunità di filosofia femminile dal nome Diotima, pensandola e facendo in modo che fosse parte costitutiva dell’università di Verona. Nel 1987 ha voluto fortemente e partecipato al libro di Diotima intitolato Il pensiero della differenza sessuale. Mi fermo un attimo su questo libro perché ha segnato tutto il percorso successivo non solo di Diotima, ma del pensiero stesso di Luisa. La chiave per comprenderlo è l’espressione passione per la differenza sessuale, che porta con sé due significati. Il primo si riferisce alla passione di portare il peso della differenza sessuale, già ampiamente codificata, che impedisce perciò di vivere liberamente la differenza femminile. Il secondo significato, che si incrocia con il primo, si riferisce all’aver passione per la differenza libera di essere donna, sperimentando soggettivamente e in relazione ad altri la scoperta di nuovi significati del significante donna. Del tutto imprevisti.

In tutti i suoi libri successivi Luisa Muraro è rimasta fedele alla differenza sessuale assunta come pensiero soggettivo, che non è oggetto di discorso, ma costituisce una via sessuata di leggere e interpretare il reale. Per le sue opere rimando all’amplissima bibliografia curata da Clara Jourdan nell’interessante intervista intitolata Esserci davvero.

Vorrei ora dire del suo modo di abitare l’università, così diverso dal mio. Proprio questa differenza mi aiuta a darne conto. Se io ho considerato fin da subito l’università come la mia casa, non era affatto così per Luisa Muraro che lavorava all’università facendo ricerca e insegnando – pratiche a cui teneva moltissimo – ma che sicuramente non si sentiva per niente a casa nei consigli di istituto e poi di dipartimento e del resto veniva considerata come una diversa, per certi segnali indiretti che però era facile avvertire. Certo lei veniva da anni di esperienze di autocoscienza, di pratiche dell’inconscio sperimentate nell’alveo del femminismo milanese, un femminismo che si radicava nelle relazioni e non aveva debiti di sorta con le istituzioni. L’università di Verona le permetteva la ricerca e l’insegnamento, ma a prima vista non c’era nessun ponte tra la realtà del movimento e quella istituzionale.

Per questo considero la fondazione di Diotima, una comunità di filosofe che hanno seguito la scommessa di trasformare dall’interno il corpus filosofico criticando il soggetto maschile-neutro e aprendolo allo sguardo significante femminile, come il primo passo da parte sua per creare un ponte fertile tra le pratiche politiche femministe e l’ambito delle pratiche più valorizzate all’università, cioè quelle che costituiscono la ricerca filosofica, a cui Luisa teneva molto. È stato un modo per far giocare assieme due parti di sé e della propria vita, che fino a quel momento restavano separate.

Accanto a questa, c’è un’altra esperienza in cui Luisa ha messo a frutto il suo sapere maturato nella politica delle donne aprendo uno spazio simbolico e politico all’università. Mi riferisco a quella che abbiamo chiamato “Autoriforma dell’università”. L’idea che ha guidato Luisa Muraro, Riccardo Ghidoni – un ordinario di Chimica biologica – e me è stata quella di considerare l’università certo come un luogo di poteri frammentati e allo stesso tempo gerarchici, di cui tutti sono consapevoli e ne partecipano direttamente o indirettamente, ma anche come un luogo amato per la cultura che vi circola e che è quello per cui studentesse e studenti vi si iscrivono al di là della pura e semplice formazione professionale, che pure è importante. Come far emergere questa università amata accanto e all’interno dell’università delle decisioni interessate e dei piccoli e grandi poteri?

Luisa Muraro proponeva di valorizzare le relazioni tra docenti e studenti e tra i docenti stessi in cui questa università amata si creava via via in un percorso di pratiche che in qualche modo erano già seguite ma rimanevano silenti, invisibili ai più. Persino a quelli che le praticavano, ma non si interrogavano su quello che facevano. Una leva per fare questo era il senso di un’autorità libera e circolante da riconoscere e riconoscersi e a cui poter attingere.

Cito un brano di Luisa Muraro dal libro che ha raccontato l’autoriforma e pubblicato nel 1996, Lettere dall’università, a cura di Luisa Muraro e Pier Aldo Rovatti, Filema ed., Napoli. Dà conto di come Luisa volesse fortemente far emergere dall’università ciò che più amiamo in essa: «Questo libro vuole essere altro, e insieme alla denuncia raccontare un’altra ovvietà sepolta e in genere muta. Che lì [nell’università] passa il sapere e con il sapere il desiderio; e che dentro a questa scassata comunità c’è un gioco interattivo di attese e risposte, dentro e attraverso i giochi di potere. Non tutti quelli che vi insegnano vi partecipano, ma certo in varia misura tutti gli studenti. Questa “cultura” che alla lettera fa esistere l’università, e anche l’università italiana, manda pochi messaggi e magari nessuno, come se non avesse abitudine a scriversi, come se non si ritenesse degna di essere pubblica. Il nostro libro comincia a raccogliere alcuni di questi messaggi inabituali. Si dice che l’università abbia perduto la sua “idea” ma cosa facciamo per farci un’idea dell’università? […] Sospettiamo che […] molti docenti e tutti gli studenti ce l’abbiano, e che sia in forza di essa che fanno l’università: l’università infatti non c’è, si fa. Bisognerà pure cominciare a dirlo, a dirselo» (p. 5).

L’autoriforma dell’università, cioè l’idea che l’università non ha bisogno di riforme istituzionali per trasformarsi in meglio ma fare riferimento alla fertilità di pratiche che “si fanno”, è stata sia il regalo più grande, che Luisa ha fatto all’università, sia il modo per poter vivere dall’interno l’università amandola, sia la via per seguire una politica delle relazioni e delle pratiche nel contesto del lavoro, che si differenzia radicalmente da una politica istituzionale di riforme legislative.

(*) Già docente di Filosofia teoretica nel dipartimento di Scienze umane

(Univrmagazine, 3 luglio 2026)

Volantino di invito al presidio per la pace di venerdì 24 luglio 2026 a Palermo, in piazza Massimo, dalle 18.00 alle 20.00

In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente.

Eppure c’è una fonte di emissione di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: chi paga davvero il costo delle guerre?

Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra.

Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni.

Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso.

[…]

Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima.

Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi.

Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano.

Rachel Carson lo aveva già intuito nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso».

Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato».

Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero indivisibili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale “Tessere la pace” promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace.

Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani.

(*) Il Presidio Donne per la pace di Palermo è promosso da: UDIPALERMO; Le Rose Bianche; Donne CGIL Palermo; Coordinamento donne ANPI; Emily Palermo; Governo di Lei; CIF; Le Onde; Arcilesbica; Donne della Comunità dell’Arca; Donne del Movimento nonviolento; Donne del Circolo Laudato si’.

(Pressenza, 16 luglio 2026)

Nell’incipit preistorico di 2001: Odissea nello spazio il primo utensile è una clava, un lungo osso che si rivela utile per uccidere prede, assassinare il capo di un gruppo rivale di ominini e, infine, essere lanciato in aria prima di un drammatico stacco di montaggio. Secondo questa lettura, il primo utensile fu un’arma. È un’interpretazione che si adatta bene ai primi strumenti di pietra. Le pietre tonde erano usate per colpire, quelle affilate per tagliare e trafiggere: immaginiamo che servissero ad aprire, spaccare, cacciare o uccidere. Ma le popolazioni preistoriche probabilmente usavano anche tipi diversi di utensili, fatti con altri materiali. Materiali vegetali come il legno dovevano essere impiegati di continuo, è solo che hanno meno probabilità di conservarsi. L’età della pietra fu anche l’età botanica. È un’ipotesi che apre molte altre possibilità, e una delle più stimolanti è quella dei contenitori. E se il primo strumento fosse stato un oggetto capace di contenere qualcosa di prezioso, così da poterlo trasportare o conservare? A pensarci, un contenitore è una delle cose più utili da avere. «Risolve un sacco di problemi», dice il paleoantropologo Marc Kissel, dell’Appalachian State University, in Carolina del Nord. «Apre una nuova nicchia ecologica». Insieme ad altri colleghi Kissel ha compilato un database dei contenitori preistorici. Gli esempi sono centinaia e coprono un arco di più di centomila anni, ma loro sostengono – credo a ragione – che si tratti solo di una minuscola frazione di quelli realmente esistiti. Il contenitore, oltretutto, è stato uno degli utensili più importanti. «È una delle cose che hanno permesso agli esseri umani di avere tanto successo», dice Kissel.

Difficile da definire

Creare un database dei contenitori preistorici non è semplice. Kissel e i suoi colleghi hanno passato più di un anno a setacciare la letteratura scientifica in cerca di esempi. Non potevano contare sulla presenza del termine “contenitore” o di un suo sinonimo, perciò hanno dovuto individuare tanti altri vocaboli che rimandavano a specifiche tipologie di contenitore. Nel 2025 hanno deciso di fermarsi, perché, racconta Kissel, «dovevamo smetterla di aggiungere materiale» e l’8 aprile hanno pubblicato sul Journal of Anthropological Archaeology un articolo con i dati raccolti. […]

Anche se hanno cercato quelli riferibili all’intero pleistocene, il periodo compreso tra 2,58 milioni e 11.700 anni fa, tutti gli esempi individuati sembrano risalire agli ultimi 500mila anni. Si tratta comunque di un notevole passo avanti nella nostra conoscenza del passato. Tradizionalmente, gli archeologi ritenevano che i contenitori fossero apparsi solo negli ultimi diecimila anni circa e li collegavano alla nascita dell’agricoltura e della vita sedentaria – la cosiddetta rivoluzione neolitica – e all’invenzione della ceramica. […] Ma secondo Kissel questa idea in larga parte era già stata abbandonata, perché presenta il neolitico come una cesura netta rispetto al passato, quando in realtà il cambiamento fu molto più graduale e frammentario. […] «Credo sia più utile pensare a una loro evoluzione progressiva», dice Kissel. […] Il contenitore più antico del database è un vassoio o piatto di corteccia. È stato trovato vicino alle cascate Kalambo, in Zambia, e ha tra i 400mila e i 500mila anni. Presso le cascate Kalambo sono stati rinvenuti alcuni straordinari oggetti in legno ben conservati: nel 2023 gli archeologi hanno descritto quelle che sembrano essere grandi strutture lignee, forse abitazioni, risalenti a 476mila anni fa. Tuttavia, la datazione del vassoio/piatto è meno chiara.

Vassoio di corteccia

Questo mostra un altro problema che il gruppo di Kissel ha dovuto affrontare: tanti di questi oggetti sono stati portati alla luce molto tempo fa, perciò le informazioni che li riguardano sono sepolte nella vecchia letteratura scientifica, spesso non disponibile online, e i metodi di datazione usati all’epoca oggi non sarebbero considerati adeguati. Il vassoio delle cascate Kalambo fu rinvenuto negli anni Cinquanta da un gruppo guidato dall’archeologo John Desmond Clark. La fonte principale su questo reperto è il Kalambo falls prehistoric site (1969), un’opera in due volumi di Clark, che contiene un capitolo di tre pagine del botanico Timothy Charles Whitmore dedicato a «corteccia e altri campioni». Esiste anche un articolo del 1958 che Clark scrisse per la rivista Scientific American. C’è ben poco materiale su cui lavorare.

Di conseguenza, anche se dai dati emergono alcune tendenze, Kissel avverte che rispecchiano soprattutto i limiti della documentazione archeologica piuttosto che la realtà della preistoria. […] Quello che comincia a emergere, dice Kissel, è quanto fossero diffusi i contenitori. In Europa, che è una regione ben studiata, gli esempi sono numerosi malgrado i problemi di conservazione, e questo ci fa capire che erano cruciali per la sopravvivenza umana.

Preistoria e femminismo

Uno degli usi più antichi dei contenitori, continua Kissel, era il trasporto dei bambini più piccoli, forse in fasce. Soprattutto le antropologhe lo sostengono da decenni. Tra le grandi scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i piccoli si tengono stretti alle madri, opportunamente ricoperte da una folta pelliccia che permette loro di aggrapparsi. Noi invece abbiamo perso quasi tutti i peli del corpo, e i nostri neonati sono così inermi da non riuscire ad aggrapparsi a nulla. Partendo da questa osservazione, Kissel suggerisce che i porta-bebè sarebbero stati utili quando gli ominini cominciarono a camminare su due gambe e persero gran parte della peluria corporea, diversi milioni di anni fa. «Gli australopitechi probabilmente usavano delle fasce», dice. Se è così, allora Lucy, la celebre Australopitheca afarensis, da neonata, 3,2 milioni di anni fa, probabilmente veniva trasportata in una fascia. Kissel ha insistito su un punto: nessuna di queste idee è nuova. Da decenni c’è chi sostiene ipotesi di questo tipo, ma stanno conquistando spazio lentamente, forse perché furono formulate per la prima volta nelle riletture femministe della preistoria, ingiustamente considerate stravaganti o poco realistiche. Nel 1976 le antropologhe Nancy Tanner e Adrienne Zihlman suggerirono che tra i primi utensili forse ci furono i cesti, usati dalle donne per trasportare cibo e altri oggetti. Si opponevano così a una visione della preistoria dominata dalla prospettiva maschile, che enfatizzava attività come la caccia ai grandi animali – erroneamente attribuita soprattutto agli uomini – e prestava poca o nessuna attenzione alle donne. La giornalista femminista Elizabeth Fisher suggerì qualcosa di molto simile nel suo libro del 1979 Woman’s creation: sexual evolution and the shaping of society, dove scriveva che «molti teorici ritengono che tra le prime invenzioni culturali dev’esserci stato un contenitore per conservare quanto veniva raccolto e un qualche tipo di fascia o rete per trasportarlo». La scrittrice Ursula Le Guin nel 1986 citò direttamente Fisher nel suo saggio The carrier bag theory of fiction. «Se non avete un posto dove metterlo, il cibo vi sfugge di mano – anche una cosetta pacifica e arrendevole come l’avena selvatica», scriveva. Un contenitore anche molto semplice consente di conservare un’eccedenza, il che significa potersene restare al riparo il giorno dopo se il tempo è brutto. Le Guin spinse questa idea molto oltre. Sosteneva che le nostre opinioni sulla storia e la preistoria sono dominate dall’azione e dalla violenza, come il primo strumento in 2001 e tutte le storie eroiche sulla lotta contro i draghi e i cattivi. Ma, diceva, esistono storie altrettanto legittime da narrare, storie incentrate su raccolta, cura dei figli, costruzione. Molte delle nostre storie parlano di «come Caino è caduto su Abele, la bomba su Nagasaki, e il napalm sui villaggi, e di quando i missili cadranno sull’Impero del Male e di tutti gli altri gradini nell’ascesa dell’Uomo», scriveva Le Guin. «Per timore che non ci siano più storie da raccontare, alcuni di noi, quaggiù tra l’avena selvatica e il grano alieno, pensano che sia meglio cominciare a raccontarne un’altra, che possa tramandarsi tra la gente quando quella vecchia sarà finita».

Reti di cooperazione

Mentre scrivo, riesco quasi a sentire certe lettere che alcuni stanno già preparando: diranno che la violenza ha sempre fatto parte della storia umana e che per capire la preistoria dovremmo attenerci ai dati. Il punto è che, per quanto mi è possibile, io mi sto attenendo ai dati. Sono sempre più numerose le prove che a rendere insolita la nostra specie non sono l’intelligenza, la creatività o l’aggressività – anche se indubbiamente possiamo avere tutte queste caratteristiche – ma la socievolezza, il bisogno di legami emotivi e la dipendenza reciproca. Ogni volta che una popolazione umana si è trovata isolata dalle altre, per esempio, è stata esposta a un rischio di estinzione molto maggiore: non aveva nessuno a cui chiedere aiuto. La nostra sopravvivenza dipende dalle reti di relazione e dalla cooperazione. Come, per esempio, condividere con un amico in difficoltà una parte del cibo che hai messo da parte usando quel pratico contenitore che ti sei costruito.

(Internazionale, 16 luglio 2026)

«Siamo partiti da un riarmo che doveva essere europeo e soltanto difensivo. Poi si è trasformato in un riarmo nazionale e in un sostegno all’Ucraina anche offensivo. Oggi si aggiunge un altro tassello: la costruzione di una minaccia russa permanente». Ida Dominijanni, giornalista e saggista, voce storica del femminismo italiano, usa un termine specifico: “costruzione”.

Crede che lo spauracchio di Putin sia stato creato dall’Occidente in modo volontario?

Non dico questo. Ma parlo di “costruzione” e “minaccia permanente” perché è stato deciso in modo lampante di entrare in una prospettiva di guerra definitiva con la Russia, calda o fredda che sia. E ascoltando quello che si dice sul riarmo, mi sembra molto più calda che fredda. La minaccia esiste, ma è stata largamente costruita.

Quando comincia questo processo?

Naturalmente l’invasione dell’Ucraina del 2022 è stata un atto in aperta violazione del diritto internazionale, anche se Putin non è stato certo un innovatore, penso ad esempio agli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Quell’invasione si è poi saldata con la strategia di Biden di contrapporre democrazie e autocrazie, una lettura già allora discutibile e che oggi, con Trump – un leader dai tratti autocratici nato dentro una democrazia – perde completamente di senso.

È una strategia irreversibile?

Se si legge la dichiarazione finale dell’ultimo vertice Nato di Ankara, la Russia viene descritta come una minaccia di lungo periodo, quasi permanente. Ripeto: significa concretizzare una nuova guerra fredda. È una prospettiva che andrebbe motivata molto meglio. Io, da cittadina europea, vorrei sapere esattamente in cosa consiste questa minaccia. Non mi basta sapere che i Paesi baltici o quelli nordici si sentono esposti. Vorrei dati precisi, specifici.

Lei vede anche una contraddizione nel racconto pubblico sulla Russia.

Da una parte ci viene detto che Mosca sarebbe pronta a invadere l’Europa; dall’altra che fatica ad avanzare in Ucraina. Le due narrazioni non stanno insieme. Mi sembra un dibattito molto ideologico, popolato di fantasmi. Sulla Russia influisce ancora, forse, un immaginario che riguarda l’Unione Sovietica, l’anticomunismo. Naturalmente pesa anche il giudizio, che condivido, su Putin. Ma trasformare la Russia nel nemico strategico permanente dell’Europa è un salto che mi pare davvero poco motivato.

L’Unione europea era nata come progetto di pace. Si è votata ad altro.

C’è certamente un cambiamento del senso comune europeo. Oggi la vocazione pacifista europea sembra aver lasciato il posto al ritorno della deterrenza. Ma la deterrenza era un concetto del Novecento: apparteneva a un altro mondo, che oggi non esiste più.

In questa corsa bellica ha un ruolo decisivo anche la spinta economica dell’industria militare?

Certo. Oltre alle ragioni geopolitiche e ideologiche, ci sono interessi molto concreti. L’Europa attraversa una crisi industriale, è in ritardo sulle grandi sfide tecnologiche e il riarmo diventa un tentativo di rispondere ai problemi dell’economia. Ma è una scelta che inevitabilmente comprimerà il welfare e i servizi essenziali.

La discussione divide il centrosinistra italiano.

Su questo tema, da elettrice, pretenderei una vera discussione pubblica, che finora non c’è stata. Forse non ci metteremo mai d’accordo sulle cause della guerra, ma almeno dovremmo discutere delle prospettive. Qual è la strategia europea nei confronti della Russia? Io non l’ho capito. La sinistra europea continua a muoversi dentro uno schema ereditato dall’amministrazione Biden, ormai anacronistico. Servirebbe una proposta autonoma. E credo che proprio l’Italia, per la sua tradizione politica e culturale, avrebbe la responsabilità di promuovere una discussione aperta.

Questo dibattito a quali conclusioni dovrebbe aspirare?

Tre punti. Contenere il riarmo entro ciò che è necessario a una difesa comune. Riaffermare l’Europa come forza di pace. E tornare allo spirito della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Perché le armi non si accumulano per tenerle nei magazzini: prima o poi vengono usate.

(Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2026)

Qualche giorno fa ho visto al MASI di Lugano K-NOW! Korean Video Art Today, otto voci della videoarte sudcoreana contemporanea, e conviene affrettarsi perché chiude il 19 luglio. La segnalo perché le artiste in mostra guardano la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, dalla parte di chi con le macchine lavora e ci fa i conti ogni giorno, e da lì aprono domande che la discussione corrente sull’IA raramente sa porre.

L’opera che affronta più direttamente la vita dentro un mondo calcolato è Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim. Protagonista è Ernst Mo, una rider che sfreccia in una Seoul ricostruita tra riprese reali e animazione 3D. Un errore del sistema di consegne la sdoppia su due linee temporali e la fa incontrare con la propria controparte, En Storm, anagramma del suo nome e della parola “monster”. Nata durante la pandemia, l’opera mette in scena la gig economy, il lavoro a chiamata gestito dalle piattaforme: la protagonista segue istruzioni automatiche che ignorano sempre più il suo corpo nello spazio, e l’ottimizzazione continua dei percorsi la conduce in una dimensione sospesa, dove spazio e tempo sono ridefiniti da un algoritmo. Kim, che lavora con intelligenza artificiale e motori di videogiochi attingendo al fumetto, alla filosofia, alla fisica, mostra come si costruisce la realtà nell’era dell’accelerazione tecnologica, e lo fa dando corpo e nome femminile a chi quell’accelerazione la subisce.

Sungsil Ryu con l’opera BJ Cherry Jang inventa il personaggio di una streamer virtuale e lo interpreta in prima persona, facendo satira dell’economia dell’attenzione e della costruzione performativa dell’identità sulle piattaforme di live-streaming coreane. Cherry Jang promette una “cittadinanza di prima classe” e qui la satira si fa critica di una società segnata da gerarchie e competizione esasperata, coreana ma non solo.

Jane Jin Kaisen, nata a Jeju e adottata da una famiglia danese, presenta Offering e Wreckage. Nel primo, un gruppo di apneiste di Jeju esegue una coreografia subacquea attorno al sochang, il lungo tessuto bianco che simboleggia il ciclo vitale e la cura dei legami familiari. Nel secondo, il lamento della sciamana Koh Sunahn, sopravvissuta al massacro del 1948 – la repressione della rivolta di Jeju, migliaia di civili uccisi o gettati in mare – alterna la voce di una madre a quella del figlio mai ritrovato, sopra le immagini di propaganda dell’esercito statunitense. Il mare agisce da archivio di memorie traumatiche e insieme da principio rigenerativo: un lutto recitato da una madre, che diventa memoria collettiva.

Accanto a loro, il collettivo “eobchae” (di cui fa parte Nahee Kim) porta l’IA al centro con ROLA ROLLS: un futuro in cui l’evoluzione umana si ispira alle “epoche” dell’apprendimento automatico (i cicli in cui l’algoritmo ripassa i dati per migliorare le proprie prestazioni): un’evoluzione veloce, programmata, ottimizzata, dove il corpo diventa un dispositivo che supera i propri bisogni biologici in nome dell’efficienza.

La novità che queste artiste portano sta nel loro punto di partenza. Non discutono l’intelligenza artificiale in astratto, al contrario, la interrogano a partire da corpi situati, quasi sempre femminili – una rider, una streamer, delle pescatrici in apnea, una sciamana – e da ciò che nella trasmissione tra generazioni resta vivo o va perduto. Il tessuto bianco di Kaisen, passato di mano in mano sott’acqua, e l’algoritmo di Kim che ottimizza cancellando il corpo, stanno agli estremi delle domande che la mostra consegna a chi la guarda: che cosa tiene insieme l’esperienza, quando a organizzarla è una macchina? E che cosa si trasmette ancora di vivo, quando la trasmissione stessa viene automatizzata?

K-NOW! Korean Video Art Today, MASI Lugano (LAC), fino al 19 luglio 2026

(www.libreriadelledonne.it, 10 luglio 2026)

La tesi contenuta nell’agile libro di Nancy Fraser, appena pubblicato da Castelvecchi, Gaza come evento-mondo, è racchiusa nel titolo.Gaza come evento-mondo rappresenta «un punto di svolta epocale in grado di rivelare la natura del nostro tempo e di farsene segno». Fraser sfiora l’indicibile novecentesco quando afferma che Gaza «oggi si candida a sostituire “Auschwitz” come principale simbolo dell’atrocità umana», un’affermazione che argomenta passando in rassegna alcuni fatti avvenuti in diversi angoli del pianeta, Germania, Stati Uniti, Giappone e la stessa Palestina.

Il cambiamento è visibile negli episodi di censura che la stessa Fraser ha subito in Germania – e che si sono ripetuti a livello mondiale, Italia compresa – e che vengono etichettati con il termine coniato dalla filosofa ebreo-statunitense Susan Neiman: maccartismo filosemita: un «controllo poliziesco del pensiero» che utilizza dispositivi in voga nel maccartismo statunitense della Guerra fredda: «liste nere, giuramenti di fedeltà, fare i nomi di altri militanti di sinistra davanti a una commissione del Congresso». Il maccartismo filosemita si è messo all’opera bandendo e criminalizzando tutte le forme di attivismo, politico, sociale e soprattutto culturale, a sostegno dei diritti palestinesi. Donald Trump negli Usa se n’è fatto fiero portavoce attaccando ad esempio le università, i docenti e gli studenti dei campus che avevano dato vita a un forte movimento pro-palestinese.

Questo cambio di paradigma coinvolge ovviamente in primo luogo gli ebrei, le comunità ebraiche, Israele. Quello che Fraser mette in evidenza è ormai l’affermazione di un modello nuovo, l’“ebreo forte” che, a differenza di quello debole avviatosi passivamente verso le camere a gas, combatte e ha già dimostrato di riappropriarsi dell’antica patria fondando Israele. «È questo “ebreo forte” a essermisi parato davanti – scrive Fraser – in quel messaggio proveniente da Israele sulla miaesclusione dall’Università di Colonia: “Nemmeno i discendenti dei nazisti ti sopportano, puttana di una kapò”. Un giudizio che ribalta le categorie, gli ebrei dissidenti come “kapò” e le vittime palestinesi come “nazisti”». Israele ha messo in discussione la stessa identità della diaspora con gli «ebrei israeliani ormai tagliati fuori da una parte consistente della “comunità ebraica globale”, sempre più orientata verso posizioni antisioniste».

Come sintetizza nella prefazione Giorgio Fazio, Fraser «ricostruisce come Auschwitz sia invocata oggi di fatto per giustificare un nuovo genocidio, le manifestazioni pro-Palestina e contro la politica criminale di Netanyahu siano tacciate di antisemitismo e represse come illegali, gli ebrei che criticano le politiche di occupazione in Cisgiordania e la distruzione di Gaza siano considerati fiancheggiatori dei nazisti». Un cambio di paradigma, appunto.

(Marx Reloaded, newsletter del Fatto Quotidiano, 8 luglio 2026)

Parla Fatima Ouassak, ecofemminista francese di origine marocchina. La potenza delle madri (Tangerin) racconta la lotta del Front de mères, sindacato di genitori

«Molte grandi lotte sociali – operaie, contadine e anticoloniali – sono state condotte da organizzazioni di madri. Quello che volevo dire è: la questione non è se le madri costituiscano o meno una forza politica. Il fatto è che hanno sempre costituito una forza politica, in tutto il mondo». Così si esprime Fatima Ouassak, a proposito del suo La potenza delle madri edito da Tangerin (traduzione di Valeria Gennari; prefazione di Francesca De Rosa, Nina Ferrante e Monica Riccio, pp. 246, euro 16).

Militante ecologista, femminista e antirazzista francese di origine marocchina, Ouassak è cofondatrice del Front de mères, sindacato di genitori degli alunni dei quartieri popolari, e di Verdragon, la prima casa dell’ecologia popolare in Francia, a Bagnolet.

Quando ha capito che il senso di impotenza che tante madri provano di fronte alla scuola, alla polizia o alle disuguaglianze sociali potesse trasformarsi in una forza collettiva in grado di sostenere una lotta universale?

Va detto che, per due motivi, sono erede di culture in cui il ruolo sociale e politico delle madri è importante. Innanzitutto grazie alla mia cultura mediterranea e musulmana, in cui il ruolo delle madri è molto più riconosciuto e valorizzato che in Francia, ad esempio. Le ragioni di questa “valorizzazione” del ruolo delle madri sono complesse. Ovviamente, sono influenzate da rappresentazioni patriarcali. Ma non è solo questo. C’è anche un forte riconoscimento del “lavoro” di riproduzione, educazione e trasmissione, nonché di una “funzione” comunitaria. E questo è molto positivo. Nell’Islam si dice che «il paradiso è sotto i piedi delle madri». Per me questo simboleggia proprio tale riconoscimento.

In seguito, sono cresciuta in un quartiere popolare in Francia dove le madri svolgevano un ruolo molto importante, non solo a casa, nell’ambito dell’educazione, ma anche nella comunità e nella sfera pubblica: lì hanno svolto un ruolo di coesione – e di controllo, bisogna ammetterlo – sociale. Lo abbiamo visto chiaramente durante il confinamento dovuto alla pandemia di Covid nel 2020/2021: in Francia, nei quartieri popolari, sono state le madri a permetterci di organizzarci, di organizzare le nostre iniziative di solidarietà alimentare, per esempio, e di sopravvivere.

Devo aggiungere che ho compreso ancora di più il potenziale di potere delle madri quando ho avuto figli io stessa. Perché io stessa ho vissuto un’esperienza paradossale: provare un senso di potere nel “dare la vita” e, in un certo senso, nel “creare il mondo”, e allo stesso tempo provare l’esatto contrario, ovvero la sensazione di essere vulnerabile, più debole, meno rispettata, con un corpo può essere manipolato senza il mio consenso, ad esempio dai medici.

La sua esperienza a Bagnolet ha profondamente trasformato la sua concezione della politica. Nel suo libro, lei traccia una genealogia che collega il nostro presente a una storia molto più antica, radicata nel colonialismo e nelle migrazioni. Perché era importante, per lei, ricostruire questa memoria?

Volevo soprattutto mettere in relazione il rapporto che le istituzioni intrattengono oggi con i bambini non bianchi e musulmani con quello che le istituzioni coloniali intrattenevano nei confronti dei bambini non bianchi e musulmani nelle colonie, ma anche nella Francia metropolitana. Prendo l’esempio di Fatima Bedar, che fu gettata nella Senna a Parigi dalla polizia francese il 17 ottobre 1961, data buia della storia della Francia, quando la Repubblica francese uccise centinaia di algerini e algerine che manifestavano pacificamente per la libertà e l’uguaglianza. Tra le vittime, la giovane Fatima Bedar, di quindici anni. Nomino anche l’esempio della piccola Malika Yezid, di otto anni, torturata dai gendarmi in Francia negli anni ’70 e morta a causa di quella tortura. In entrambi i casi, gli agenti di polizia hanno goduto dell’impunità. Queste due bambine non sono state considerate come bambine. Parlo di un processo di “de-infantilizzazione”: non trattare i bambini non bianchi come bambini, ma come una minaccia: questa bambina non è una bambina, è un’araba. Questo processo coloniale e razzista di “de-infantilizzazione” è ancora oggi valido in Francia e in Europa.

Lo stesso vale a Bagnolet, dove si costringono i bambini di tre anni a mangiare carne alla mensa con il pretesto di garantire loro «la libertà di non essere musulmani», ovvero senza rispettare la loro libertà di coscienza e di culto, il loro diritto fondamentale a ricevere dai genitori la propria cultura e religione. Questo obbligo di mangiare carne alla mensa scolastica a Bagnolet, nella Francia di oggi, può sembrare aneddotico rispetto alla storia di Fatima Bedar e Malika Yezid. Ma per me si tratta di un continuum coloniale che si riscontra ovunque, in tutti gli ambiti sociali.

In che modo il “potere” di cui parla può essere concepito come una costruzione politica invece che come un destino biologico? E cosa si perde quando la maternità viene abbandonata alle retoriche della destra?

Quando il libro è uscito in Francia, nel 2020, mi sono trovata di fronte a questa questione: il rischio che la mia analisi venisse strumentalizzata dalle reti di estrema destra, in relazione al concetto di “tradwife” [‘moglie tradizionale’, Ndr]. Ma questa preoccupazione all’interno della sinistra, alla lettura e all’accoglienza riservata al mio libro, è durata due minuti. Fin dalle prime pagine del libro parlo dei movimenti dei genitori, delle madri in particolare, che nel 2012 si sono mobilitati a milioni contro il “matrimonio per tutti”, che è stato definito “matrimonio gay”. E proprio a questo proposito affermo: ecco i nostri nemici politici che strumentalizzano i propri figli, mettendoli in primo piano, in un contesto ideologico e politico di odio omofobo, di rifiuto, di ingiustizia e di disuguaglianza. È nostra responsabilità non lasciare che “le madri” diventino il soggetto politico dei reazionari, che siano la “madre cuscinetto” incaricata di riprodurre l’ordine sociale stabilito. Sì, è vero, le madri possono essere mobilitate come soggetto reazionario. In Francia come in Italia, è proprio questo che ci si aspetta da loro: placare la rabbia dei bambini, insegnare loro a “stare al proprio posto”, ecc. Ma è proprio questo che propongo di combattere: fare delle “madri” un tema politico rivoluzionario, rifiutare il ruolo di “madri cuscinetto”, rifiutare di essere quelle creature inoffensive che esistono “solo in casa” (in francese c’è questa espressione per riferirsi alle madri: mères au foyer [‘madri casalinghe’, Ndr], come se le madri non esistessero più nel loro ruolo sociale e politico una volta varcata la soglia di casa…).

I bambini, le generazioni future, sono presenze che trasformano il nostro modo di concepire la crisi ecologica. Perché, secondo lei, la giustizia climatica e la giustizia sociale sono indissociabili?

In Europa, gli ambientalisti parlano spesso delle generazioni future. Nei quartieri popolari non si dice «le generazioni future», si dice «i nostri bambini», «i nostri bambini, proprio ora, non nel 2090»; si parla delle loro condizioni materiali di vita oggi: cosa mangeranno oggi, è sano o è veleno, che aria respirano? È salubre? È inquinata? Pensare all’ecologia partendo dalle condizioni materiali di vita dei bambini significa radicare l’analisi delle conseguenze del cambiamento climatico nella terra e nelle condizioni materiali di vita: significa essere concreti.

Ci viene ripetuto che siamo “tutti sulla stessa barca”, mentre in realtà sono proprio coloro che sono meno responsabili del cambiamento climatico (delle emissioni di gas serra) a pagare il prezzo più alto di questo fenomeno: salute, benessere, condizioni di lavoro, mortalità.

È urgente rifiutare questa favola della “stessa barca” e collegare la giustizia sociale alla giustizia climatica. Abbiamo bisogno di una rivoluzione comunista, decoloniale e internazionalista per affrontare l’emergenza climatica.

Per lei, il problema non è solo che alcuni bambini, in particolare quelli delle classi popolari, dispongano di minori opportunità, ma che il sistema riduca il campo dell’immaginabile. Cosa significa mantenere aperto quello che lei chiama il «campo del possibile»? E come, questo modo di pensare, può oggi ispirare le altre lotte?

Bisogna riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico partendo dai bambini, dalle loro condizioni materiali di vita. Ma bisogna anche immaginare le soluzioni e gli orizzonti emancipatori partendo dai bambini. Bisogna, ad esempio, pensare a “città a misura di bambino”, città più vivibili, dove i bambini abbiano più spazio per giocare (spazio sottratto alle auto!), più sicurezza per muoversi in tranquillità (senza controlli di polizia basati sul “profilo razziale”, è dimostrato in Francia che questi controlli di polizia sono razzisti; la mia analisi è che servano a costringere a rimanere nei quartieri i giovani non bianchi che vivono nei quartieri popolari), dove abbiano maggiore accesso a cibo sano e di qualità, ecc. Città in cui i bambini abbiano la possibilità di ritrovarsi nell’“agorà”, perché credo fermamente nella loro capacità di agire. Anche i bambini sono un soggetto politico rivoluzionario. Noi adulti li priviamo di ogni potere, con il pretesto di “proteggerli”. Ma non è vero: li proteggiamo ben poco, siamo noi i responsabili della maggior parte delle violenze che subiscono. Il minimo che possiamo fare è lasciare loro spazio affinché imparino a difendersi: delle agorà, appunto.

(il manifesto, 8 luglio 2026)

Le ragazze sono molto attive nella partecipazione alla vita pubblica, lo dimostrano i dati su referendum e iniziative popolari. Un impegno che si intensifica intorno a temi legati a diritti, welfare, ambiente e salute, ma che cala all’aumentare dell’età, quando carichi di cura, insicurezza economica e violenza di genere le fanno gradualmente “sparire” dallo spazio pubblico

Sessantotto per cento. Nella fascia tra i 18 e i 22 anni, quasi sette firme su dieci per referendum e iniziative popolari portano una firma femminile. Non è un’eccezione: tra i 23 e i 27 anni la quota resta attorno al 63%. Eppure nessuno ne parla. Il racconto pubblico sulla partecipazione giovanile in Italia – svogliata, disimpegnata, assente – ignora sistematicamente chi, in realtà, quella partecipazione la trascina.

I dati vengono dal progetto datiBeneComune, la collaborazione tra onData, ActionAid Italia e Transparency International Italia, che ha analizzato oltre 3,7 milioni di firme raccolte per 94 referendum e iniziative popolari. Il quadro che emerge ribalta uno stereotipo consolidato: le donne sono il 51-52% del totale delle firme, ma nelle fasce più giovani diventano una maggioranza schiacciante. E non solo al Nord, non solo nelle grandi città. Al Sud e nelle Isole la quota femminile media sale al 52-53%, sopra la media nazionale. La Sardegna, in diverse iniziative, supera il 58-60%. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia: tutte sopra la media. Il Meridione, che nei discorsi sul disimpegno civico finisce quasi sempre sul banco degli imputati, qui non resta indietro.

C’è anche una distinzione che i numeri rendono nitida. Nelle iniziative su diritti, welfare, ambiente e salute la presenza femminile è sistematicamente più alta. In quelle su nucleare, legittima difesa, immigrazione, la bilancia si inclina verso gli uomini. Non una partecipazione generica, quindi: orientata, selettiva, consapevole.

L’onere della partecipazione o della cura

«Le donne si fanno carico non solo del lavoro di cura domestico, ma anche del lavoro di cura pubblico della democrazia». Rossella Silvestre, ricercatrice di ActionAid Italia, usa questa formula con precisione. Non è una metafora: è una descrizione funzionale di ciò che i dati mostrano.

ActionAid ha condotto un’indagine demoscopica nell’ambito di una ricerca più ampia sulla prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne – uno studio sugli stereotipi di genere che attraversano gli spazi della vita quotidiana, compreso quello della partecipazione civica. Tra le donne della generazione Z (cioè nate fra il 1997 e il 2012), il 50% considera le decisioni collettive una responsabilità individuale. Tra gli uomini della stessa fascia d’età, il 39%. Tra le millennial (cioè nate tra il 1981 e il 1996): 55% contro 51%. «Gli uomini mostrano una visione più gerarchica» spiega Silvestre. «Delegano a chi occupa già un certo ruolo. Le donne vivono la partecipazione come un problema di tutte e di tutti, indipendentemente da chi siede a un tavolo istituzionale».

È probabilmente questa percezione diffusa di responsabilità collettiva a spiegare i numeri sulle firme. Le giovani donne non aspettano rappresentanza: si muovono direttamente. E lo fanno in modo trasversale, senza che la provenienza geografica incida in modo determinante. «L’essere giovane è di per sé un fattore» osserva Silvestre. «Questo vale al Nord come al Sud. La territorialità conta meno di quanto si immagini».

Il calo che spiega tutto

Le donne partecipano, poi però spariscono. Non tutte insieme, non di colpo. Ma dai 35 anni in poi la partecipazione femminile alla vita pubblica comincia a cedere, e continua a farlo fino alla soglia della pensione. È il momento in cui il lavoro di cura si fa più pesante – figlie e figli piccoli, genitori anziani, casa – e ricade in modo sproporzionato sulle donne.

I numeri dell’indagine ActionAid non lasciano margini di interpretazione. Il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri gestisce i figli e le figlie in autonomia: tra i padri, appena il 10%. La cura delle persone anziane pesa per il 37% sulle donne, per il 33% sugli uomini. Differenze che, sommate, producono un effetto preciso: le donne escono dallo spazio pubblico. Non perché cambino idea sulla democrazia, non perché smettano di sentirla come una responsabilità. Semplicemente, non hanno più tempo.

«Le vediamo sparire» dice Silvestre. «Non le vediamo più attraversare gli spazi pubblici, non le vediamo più attivarsi. E poi le vediamo riapparire quando quel carico di cura esce dalle mura domestiche». Il rientro nella partecipazione in età avanzata non è entusiasmo ritrovato: è il segnale che il peso si è alleggerito. I figli e le figlie sono cresciuti, i genitori sono venuti meno, è arrivata la pensione.

La ricerca di ActionAid aggiunge un altro strato che completa il quadro politico e sociale del paese. Dalla sua analisi emerge infatti che il 52% delle donne ha provato paura negli spazi pubblici, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani della generazione Z quella quota arriva al 79%. Gli uomini frequentano gli spazi pubblici più delle donne – 49% contro 44% – e la presenza femminile crolla con l’età: dal 62% tra le più giovani al 30% tra le boomer (cioè con più di sessant’anni). Il 47% delle donne si sente svalutata nei contenuti culturali; tra le under 25, questa affermazione è vera per sette donne su dieci. Online la situazione non cambia: il 40% teme reazioni sessiste, con un picco del 59% tra le più giovani.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa di più di una difficoltà a firmare una petizione. Raccontano come la partecipazione venga compressa da più direzioni contemporaneamente: il tempo sottratto dalla cura, la paura nello spazio fisico, l’assenza di rappresentazione culturale, l’ostilità digitale. E così «perdiamo un’amplissima fascia della popolazione che ha interessi e bisogni completamente diversi da quelli degli uomini della stessa età» dice Silvestre. «È una perdita per la società, non solo per le singole persone che vorrebbero esserci e non possono».

Cosa si può fare è meno misterioso di quanto sembri, anche se politicamente più scomodo da ammettere. Più servizi pubblici che redistribuiscano il lavoro di cura – asili, assistenza alle persone anziani, tempo scuola – sono la condizione strutturale perché le donne abbiano tempo da dedicare anche all’impegno civico. Silvestre lo dice senza giri di parole: «Bisogna alleggerire il carico che ricade sulle spalle delle donne. Non è un discorso solo sul mercato del lavoro: è un discorso sulla possibilità di partecipare alla vita pubblica, economica, sociale, culturale e politica del paese». La situazione, aggiunge, è probabilmente peggiorata: le reti comunitarie e familiari che un tempo assorbivano parte del carico si sono assottigliate, e con esse si è ridotto anche il tempo sottratto alla partecipazione.

Dati taciuti, realtà invisibili

C’è un paradosso che rende tutto questo ancora più difficile da affrontare: i dati che permetterebbero di misurare con precisione il fenomeno non esistono ufficialmente.

Il Ministero della Giustizia, titolare del sito attraverso cui vengono raccolte le firme digitali per referendum e iniziative popolari, non pubblica in forma aperta i dati disaggregati per genere ed età. Le informazioni ci sono: ogni firma è associata a un codice fiscale, quindi a un’identità, un’età, una provenienza. Ma restano chiuse in un’interfaccia che le mostra a schermo, voce per voce, solo dopo il login con Spid o carta d’identità elettronica. Nessun file scaricabile. Nessuna serie storica. Nessuna possibilità di analisi senza un lavoro manuale che nessun cittadino o cittadina comune è attrezzata a fare.

«È un sito che nasce per raccogliere dati» osserva Andrea Borruso di onData. «Parla di partecipazione democratica, dell’opportunità per la cittadinanza di incidere sul paese. Eppure mancano elementi minimi per poterne ricavare informazioni utili: quante persone hanno firmato nell’ultima settimana? Da dove? Di che fascia d’età? Chi lo vuole sapere lo deve guardare a schermo, un numero alla volta, ogni giorno, senza poter vedere come cambia nel tempo».

La normativa italiana sui dati aperti obbliga le pubbliche amministrazioni a pubblicare in formati leggibili dalle macchine – file scaricabili, aggiornati, ben descritti, patrimonio comune fin dal momento della pubblicazione. Non succede. «La legge impone che i dati pubblici siano pubblicati in maniera adeguata, come un .csv, una tabella scaricabile» spiega Borruso. «Qui non avviene e questo è un paradosso per un ministero che le norme dovrebbe conoscerle bene» conclude.

I tentativi di sbloccare la situazione per via formale hanno prodotto una sequenza di rinvii. La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha interpellato il Ministero della Giustizia, che ha risposto di stare “valutando” la pubblicazione. Poi nulla. La segnalazione al Difensore civico per il digitale – che in Italia è l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) – ha aperto un procedimento che per regolamento dura mesi, e si chiude con un passaggio di responsabilità alla stessa amministrazione segnalata. «Ti rispondono che la tua segnalazione non è sbagliata» racconta Borruso «per dirti che hanno passato la palla alla pubblica amministrazione, che ha a sua volta trenta giorni per rispondere. Il tempo aumenta, la certezza diminuisce».

Il problema di fondo, spiega Borruso, è normativo prima che burocratico. Gli obblighi italiani sulla trasparenza sono deboli: se una pubblica amministrazione non risponde a una richiesta Foia (acronimo di Freedom of information act, che indica il diritto di accesso civico generalizzato), entro trenta giorni, il cittadino o la cittadina può fare ricorso, ma l’unica strada concreta rimane il Tribunale amministrativo regionale (Tar), con tutti i costi economici, organizzativi e di conoscenza che questo comporta. «Quando un cittadino non rispetta certe scadenze ci sono sanzioni, conseguenze formali. Per la pubblica amministrazione no. Il calcolo rischio-beneficio è tutto dalla parte di chi non risponde». Nessuna norma scoraggia attivamente l’inerzia. E così l’inerzia prevale.

Tecnicamente, pubblicare quei dati sarebbe semplice. Aggregarli a livello provinciale garantirebbe il rispetto della privacy – la normativa richiede un minimo di tre soggetti per fascia perché il dato non sia identificabile, soglia facile da rispettare nella quasi totalità dei casi. Esistono anche strumenti come i token di accesso, piccole password speciali che permettono a organizzazioni esterne di scaricare dati in modo automatico e tracciabile, senza rischi per il sistema. «Non è fantascienza» dice Borruso. «È quello che già succede in molti altri ambiti. Sui sensori di inquinamento atmosferico i dati vengono aggiornati ogni ora. Sui femminicidi, sulle raccolte firme, sulla salute degli anziani nelle case di cura: mille richieste, mesi di attesa, forse il Tar».

Chi decide cosa è importante rendere pubblico, e cosa no, non lo fa per caso. È una scelta culturale prima che amministrativa, e produce effetti concreti. Il contributo delle giovani donne alla democrazia dal basso, già documentato con fatica da chi si è costruito strumenti di raccolta autonomi, rimane ufficialmente invisibile. Ciò che non si misura non entra nell’agenda. E ciò che non entra nell’agenda non cambia. 

(inGenere, 8 luglio 2026)

Mentre Milei smantella le protezioni nazionali, una provincia argentina riconosce il “chineo”, l’abuso sessuale a sfondo razziale, come reato d’odio

Nel pomeriggio del 16 aprile 2026, un piccolo gruppo di donne indigene è arrivato presso la sede del parlamento provinciale di Salta, una provincia nell’Argentina settentrionale, per assistere al dibattito e alla votazione dei politici su una proposta di legge. All’annuncio dei risultati, le donne hanno riso, pianto e si sono abbracciate. Erano riuscite a far riconoscere […], per la prima volta, l’esistenza del chineo: l’abuso e l’aggressione sessuale sistematici nei confronti di bambine, ragazze e donne indigene da parte di uomini criollos (non indigeni), che generalmente detengono un maggior potere economico, sociale o politico. Gli 1,3 milioni di indigeni dell’Argentina, che costituiscono appena il 2,9% della popolazione totale del Paese, continuano ad affrontare ingiustizie nonostante godano di alcuni diritti legali. Molte comunità lottano per proteggere le proprie terre ancestrali da progetti minerari, agricoli e di abbattimento delle foreste che danneggiano l’ambiente e minacciano il loro stile di vita. Subiscono inoltre discriminazioni, un accesso limitato ad assistenza sanitaria e istruzione di qualità, e più alti livelli di povertà. Per le ragazze e le donne indigene, il chineo è anche una minaccia costante che incombe da oltre 400 anni, fin dall’arrivo dei coloni. È ancora comune sentire uomini criollos dire «Vamos a chinear», spiega Fabiana Ibarra, una donna del popolo Wichí che è stata […] aggredita quand’era adolescente. «Intendono “uscire a cercare donne da abusare”». A Salta, l’approvazione della legge 8534 rappresenta una vittoria storica contro queste aggressioni. Gli indigeni costituiscono il 10% della popolazione della provincia – una percentuale molto più alta rispetto alla media nazionale – e le autorità locali devono ora riconoscere il chineo come un reato d’odio da prevenire attraverso la sensibilizzazione e l’educazione. La nuova legislazione è nota come “legge Octorina”, in memoria della defunta leader Wichí Octorina Zamora […]. Tra le donne presenti all’approvazione c’era la figlia di Zamora, Tujuay Gea Zamora, che sta portando avanti la sua battaglia contro il chineo. «Quando siamo uscite dal parlamento, ci siamo rese conto che era solo l’inizio», ha dichiarato Tujuay […]. «La legge non è un traguardo, ma un punto di partenza». Tujuay auspica ulteriori modifiche legislative che forniscano alle popolazioni indigene [anche] gli strumenti legali per difendere le proprie terre dal «disciplinamento coloniale». La legge Octorina non crea nuove fattispecie di reato – un potere riservato al Congresso nazionale argentino – né modifica le pene per i reati sessuali o le circostanze aggravanti per i reati d’odio […]. Mira a riconoscere una forma di violenza razzista e patriarcale che è stata storicamente resa invisibile. La legge prevede la creazione di un organismo per la lotta al chineo, che raccoglierà statistiche sul reato e svilupperà protocolli, campagne di prevenzione e meccanismi di tutela. Richiederà inoltre al governo e ai ministeri della Salute, dell’Istruzione e della Giustizia della Provincia di Salta di destinare risorse a campagne di sensibilizzazione multilingue, centri di assistenza interculturale, formazione dei dipendenti pubblici e sostegno completo alle vittime. […]. «Sappiamo che si tratta di una legge base; abbiamo deciso di approvarla perché ce n’era bisogno. È un primo passo», ha dichiarato il senatore provinciale Walter Cruz, del popolo Kolla, che in precedenza aveva presentato un ddl per contrastare il chineo che non era stato discusso nei tempi legislativi previsti. La nuova legge richiede inoltre alle autorità di mantenere una consultazione e un dialogo continui con le comunità indigene attraverso l’Istituto Provinciale dei Popoli Indigeni di Salta e consente alla Procura di intervenire come parte civile per conto delle vittime. «Con questa legge possiamo essere dei pionieri. Ma se non la applichiamo bene, resterà solo un bel pezzo di carta» […]. Cruz ritiene che la legge di Salta rivesta un significato ancora maggiore nell’attuale panorama politico argentino. Da quando il presidente liberista Javier Milei si è insediato nel dicembre 2023, le istituzioni e i fondi destinati a combattere la violenza contro le donne sono stati eliminati, e gli organismi legati ai diritti degli indigeni sono stati smantellati. Sebbene l’approccio di Milei renda improbabile che una legge simile venga adottata a livello nazionale nel breve periodo, il senatore spera che la legge Octorina possa diventare un precedente per legislazioni analoghe nelle province vicine o in tutto il Paese. «Sarebbe l’ideale che se ne potesse discutere anche a Chaco, Formosa, Jujuy o Santiago del Estero», ha affermato. «Il chineo non avviene solo a Salta».

Uno dei casi di chineo più noti degli ultimi anni è quello di Juana, una donna Wichí della comunità di Alto La Sierra nata con la microcefalia, una rara patologia neurologica che causa problemi nello sviluppo cerebrale. Nel 2015, all’età di dodici anni, Juana è stata [aggredita] e violentata. È rimasta incinta. […] Sebbene l’aborto nei casi di violenza sessuale sia legale in Argentina, le autorità sanitarie e giudiziarie locali hanno ritardato le procedure e negato a Juana l’accesso all’interruzione di gravidanza finché la sua storia non è diventata un caso di rilievo nazionale. […] Octorina Zamora aveva sostenuto la famiglia di Juana, come ha fatto con molte altre, anche a distanza di anni dall’abuso. […] La famiglia di Juana si è rifiutata di arrendersi e i suoi aggressori sono stati infine condannati a 17 anni di carcere nel 2019. Non si tratta di un esito comune nei casi di chineo; la maggior parte non arriva mai a processo o si arena tra barriere linguistiche, mancanza di interpreti o pressioni locali, come dettagliato in un’inchiesta ripubblicata lo scorso anno da openDemocracy.

«Un primo passo fondamentale»

Gran parte delle campagne per la nuova legge sono nate dal Movimiento de Mujeres y Diversidades Indígenas por el Buen Vivir (che riunisce almeno 36 comunità appartenenti a più di venti popoli indigeni e ha una portata nazionale). Il movimento si è formato ufficialmente nel 2012, ma affonda le sue radici in precedenti incontri tenutisi attorno ai falò comunitari, quando le donne percorrevano molti chilometri per incontrarsi e condividere i problemi che affrontavano nei loro territori, dalla mancanza di acqua potabile alla malnutrizione infantile. Nel 2019 ha lanciato la campagna #BastaDeChineo (‘basta con il chineo’), creando reti di protezione reciproca e delle proprie figlie, sostenere le vittime e aiutare chi non parla spagnolo a sporgere denuncia. In alcune comunità, le donne indigene si sono organizzate per denunciare ciò che stavano subendo. Nel 2022 le donne e le adolescenti della comunità Wichí di Misión Kilómetro 2hanno indetto una marcia e firmato una lettera aperta in seguito allo stupro e al femminicidio della dodicenne Pamela Flores. Con il sostegno di Octorina Zamora, hanno anche partecipato alla Prima Assemblea delle Donne Indigene della Ruta 81, dove hanno fatto sentire le proprie rivendicazioni alle autorità provinciali e nazionali. Nel maggio dello stesso anno, il Movimento […] ha organizzato il terzo “Parlamento Plurinazionale” annuale a Chicoana, Salta, a cui hanno partecipato oltre 36 delegazioni indigene provenienti da tutto il Paese [“plurinazionale” perché all’interno dello Stato coesistono più nazioni/popoli, ndt]. I delegati e le delegate hanno redatto il Rapporto Chicoana, che includeva la richiesta di misure urgenti contro il chineo; molte delle loro istanze fanno ora parte della nuova legge, [tra cui quella di] consentire alle comunità indigene di partecipare allo sviluppo delle politiche pubbliche. Zamora è morta una settimana dopo.

Poco dopo […], il senatore Cruz ha presentato un disegno di legge al parlamento provinciale di Salta per renderle omaggio e tradurre in legge alcune delle sue idee sul chineo, ma l’iter […] si è bloccato […]. Le attiviste e i gruppi per i diritti umani hanno deciso di adottare un nuovo approccio, presentando un nuovo disegno di legge e rimuovendo i riferimenti espliciti al termine chineo, [sostituendolo con] descrizioni […]. La parola chineo suscita dibattito e controversie ancora oggi [anche fra alcune donne indigene], sostiene l’attivista María Pía Ceballos, una donna trans Wichí Ava Guaraní della città di Tartagal, nella provincia di Salta. «Alcune […] [la considerano] una parola sporca, che le colpisce emotivamente. All’interno del Movimento spieghiamo che questo concetto descrive una pratica di violazione sessuale coloniale e patriarcale che deve essere chiamata con il suo nome» […].

Tra il 2023 e il 2025, il disegno di legge è stato discusso con le leader indigene, le organizzazioni femministe e gli attori dei diritti umani. L’organizzazione Na’ Nechepa (‘Alziamoci’), guidata da Tujuay Zamora, la Fondazione Juala e diverse leader locali hanno presentato emendamenti al disegno di legge. Sebbene accolga alcune delle loro richieste, […] «la legge ha subito diversi tagli su punti importanti, come la riparazione economica e giudiziaria», ha dichiarato Tujuay Zamora.

Una piattaforma di lotta

Il Rapporto Chicoana […] chiedeva [anche] che fosse vietato operare nei territori indigeni alle «istituzioni e ai gruppi religiosi […] complici» del chineo e alle aziende i cui dipendenti avessero commesso violenze. Pretendeva che gli agenti di polizia e il personale militare macchiatisi di chineo fossero perseguiti, condannati e congedati con disonore, e che i funzionari pubblici esecutori, complici o facilitatori del chineo fossero perseguiti giudiziariamente. Chiedeva inoltre che «tutti i beni degli stupratori» venissero confiscati e destinati alle vittime come risarcimento. Il rapporto affermava anche che le donne dovrebbero essere «le beneficiarie e le amministratrici dei programmi di assistenza alimentare e sociale», come Ceballos ha spiegato: «Abbiamo casi in cui i camionisti che trasportano gli aiuti alimentari arrivano nelle comunità e chiedono ragazzine in cambio della consegna delle provviste. E alcuni capi le consegnano». Tujuay Zamora ha ricordato che sua madre fu testimone di tali abusi negli anni ’80. «Durante il ritorno alla democrazia in Argentina, Octorina denunciò che quando venivano distribuite le scatole del Piano Alimentare Nazionale, alcuni camionisti palpeggiavano bambine di dieci anni […] o barattavano il cibo in cambio di sesso». […]

Donne che illuminano

La visione del mondo del popolo Wichí, antecedente alla colonizzazione spagnola, narra che le atsinay katés (donne stella) sono custodi della saggezza ancestrale e pilastri fondamentali della comunità. Fabiana Ibarra, membro del Movimento delle Donne e Diversità Indigene per il Buon Vivere, è una di loro. Nel 2006, quando Ibarra aveva tredici anni, fu fermata da un hätäy – la parola in lingua Wichí usata per indicare l’uomo criollo, che significa ‘demone bianco’ – [che ha abusato di lei]. Ibarra ha cercato di denunciare la violenza sessuale, ma si è scontrata con le barriere linguistiche [che esistono] con la polizia di lingua spagnola. «Nessuno mi capiva fino in fondo […]. Hanno raccolto la denuncia con quel poco che erano riusciti a comprendere, [ma] non c’è stato alcun seguito al caso». Il procedimento è stato archiviato; l’uomo aveva parenti tra le forze dell’ordine e Ibarra non ha mai ottenuto alcun risarcimento. Poco tempo dopo ha imparato lo spagnolo da autodidatta. Ciò che è seguito sono stati anni di lotta e dolore, che hanno iniziato ad attenuarsi quando ha incontrato altre sorelle Wichí che avevano vissuto esperienze simili. Oggi Ibarra è una donna stella che guida chi non riesce ad esprimersi in spagnolo davanti a medici, agenti di polizia o funzionari giudiziari, […] e afferma: «Mi sento la voce delle sorelle che non possono parlare».

(openDemocracy, 8 luglio 2026)

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Femminista, filosofa, scrittrice, docente, per tante di noi è anche stata una grande maestra, colei che ha messo al centro delle nostre vite il pensiero della differenza sessuale e con essa il partir da sé in relazione con altre donne, con la lingua materna e l’autorità femminile.

La scomparsa di Luisa Muraro è avvenuta a poche settimane da quella di Lia Cigarini, un’altra figura importante del femminismo italiano e sua compagna di vita e di pensiero. Insieme a lei Luisa Muraro è stata una delle protagoniste più lucide e coraggiose del femminismo italiano, un femminismo che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica del secolo scorso.

A lei dobbiamo in gran parte l’elaborazione del pensiero della differenza, un approccio che rifiuta l’idea di una parità basata sull’omologazione al modello maschile assumendo invece la differenza come punto di partenza politico e di pensiero.

Con Luisa Muraro perdiamo una donna speciale che non solo ha scritto cose importanti, ma ha anche sperimentato insieme ad altre donne forme nuove del vivere e del pensare, che non ha mai separato la teoria dall’azione, il pensiero dalla pratica e dalla politica, interrogando costantemente il linguaggio, il potere e lavorando incessantemente per far diventare le relazioni tra donne una pratica politica capace di modificare la realtà.

Per lei la filosofia è una riflessione che sorge dalla concretezza del vissuto, da relazioni e pratiche condivise a partire dal riconoscimento della madre come origine di ogni vita, da una genealogia di donne e da legami concreti. Questo significa radicare la riflessione nella propria esperienza, trovando parole fedeli a ciò che si vive “senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe”. Insieme a Lia Cigarini ed altre è stata la fondatrice della libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile di Diotima, luoghi di vita in cui le donne hanno imparato a pensarsi fuori dai canoni che altri avevano costruito per loro.

Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle “anime semplici”, quelle che ascoltano e parlano in “lingua materna”, la lingua della libertà femminile che lei ha vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro portando la felicità di essere donna… e una donna femminista!

La morte lascia sempre un sentimento di solitudine e smarrimento.

Luisa Muraro ha lasciato la scena della vita e della politica delle donne, uno spazio che ha abitato e trasformato radicalmente con l’acutezza del suo pensiero e la luce delle sue parole. Tuttavia, le maestre muoiono ma non ci abbandonano davvero: ci consegnano un testimone. La vera maestria, d’altronde, non sta nel possedere in esclusiva la Parola, ma nel farla sgorgare, suscitando nuovi pensieri e nuove menti pensanti.

Cara Luisa, ti salutiamo raccogliendo la tua eredità, pronte a continuare il nostro cammino come donne consapevoli del proprio corpo sessuato che prende parola nel mondo.

(Facebook Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, 7 luglio 2026)




A Lacchiarella, in provincia di Milano, sabato prossimo [11 luglio, Ndr] ci sarà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center [centro elaborazione dati: un enorme magazzino di server informatici, ndr] in Italia, organizzata dal Comitato di Ciarlasco. Ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso contro la diffusione incontrollata di centri di elaborazione dati che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. Negli ultimi anni la regione è diventata, suo malgrado, il nuovo hub del Sud Europa per la costruzione di data center, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale.

Sono numerose le infrastrutture in fase di costruzione e progettazione, che si aggiungono alle 67 già attive in Lombardia, mentre gli operatori prevedono investimenti per 22 miliardi di euro in Italia nei prossimi cinque anni.

La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato forti preoccupazioni per i rischi legati alla salute, al consumo di suolo, di acqua e all’impatto sulle reti elettriche, spingendo i residenti a organizzarsi. Lo abbiamo visto negli Stati uniti, dove, in pochi mesi, si è formato un imponente movimento popolare costituito da centinaia di gruppi locali che si sono mobilitati per fermare la realizzazione di strutture di iperscala. Un esito tutt’altro che scontato, se consideriamo che la maggior parte di questi impianti nasce nelle zone rurali, le più difficili da organizzare data la distanza geografica tra i residenti. È anche grazie al lavoro di queste comunità che abbiamo appreso la pericolosità di queste strutture.

Gli hyperscale, data center di grandi dimensioni progettati per sostenere un incremento continuo della domanda, sono strutture fortemente energivore che hanno un impatto dirompente sulla salute e il territorio. Di recente, il rapporto “Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints” della United nations university, ha reso noto che entro il 2030 i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno, quasi il triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (650 milioni di abitanti).

La quantità d’acqua necessaria al loro funzionamento è pari al fabbisogno idrico di 1,3 miliardi di abitanti. Per compensare l’impronta di carbonio, servirebbero 6,7 miliardi di alberi, il doppio degli alberi presenti nel Regno Unito. Questi pochi dati non sono che la punta dell’iceberg. Per Chiara Brocchetta, vicepresidente del comitato per la Tutela del territorio certosino, l’obiettivo è strutturare una rete capace di fare auto-formazione e informazione, oltre a interagire efficacemente con le amministrazioni. I comuni più piccoli, infatti, si trovano in una posizione svantaggiata quando negoziano con grandi investitori, disposti a pagare cifre elevate per costruire nei loro territori.

I comuni, inoltre, si trovano spesso a valutare progetti estremamente complessi, nei quali gli effetti sulla salute vengono sistematicamente minimizzati. Al contrario, uno studio del 2026 di Neha Gour e altri, che analizza per la prima volta l’impatto sanitario dei centri elaborazione dati in Virginia, mostra come le emissioni da gas naturale associate ai data center siano collegate a malattie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche e oncologiche. La Lombardia, spiega Brocchetta, è già tra le aree più inquinate d’Europa. I rischi di queste strutture, pertanto, vanno valutati in modo cumulativo, considerando l’impatto degli inquinanti sulla situazione già critica del territorio.

Il caso di Lacchiarella è quello che preoccupa di più. In quest’area verde situata nel Parco Agricolo Sud, è stata approvata la costruzione del campus più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di euro per 5 data center collegati all’adiacente rete dell’alta tensione e un consumo annuo previsto pari a quello dell’intera città di Bologna. Secondo Enrico Duranti, fondatore del Comitato di Ciarlasco, l’eventuale impatto sociale, ambientale e sanitario della struttura sarebbe enorme.

Uno dei nodi riguarda i generatori diesel di emergenza, la cui capacità di stoccaggio di sostanze pericolose supera i 4mila litri, facendo rientrare l’impianto nell’ambito della direttiva Seveso III. Sul fronte termico, si stima un aumento fino a 5 gradi centigradi nel raggio di due chilometri. La Lombardia è la regione più colpita in Italia, ma una analoga caccia al terreno sta avvenendo nella cintura di Roma. È anche per questo che lo scorso 4 luglio i comitati locali dei comuni di Certosa, Bollate, Abbiategrasso, Sant’Alessio, Siziano, Lacchiarella, Redecesio-Segrate, Buscate e Magenta, oltre alla Sindaca di Borgarello, Alberta Samuele, al Consigliere Regionale di Avs Onorio Rosati e al capogruppo della Lista Civica per Certosa, Enrico Battaglia, si sono riuniti a Certosa su iniziativa del comitato locale.

Sembra la battaglia di Davide contro Golia, quella dei territori rurali contro i data center. Eppure è una sfida possibile, come insegnano gli Stati uniti. È tempo che gli abitanti delle zone urbane vadano a dar loro man forte. Se le Big tech pensano di poter comprare la democrazia, sta alla società tutta impedirglielo.

(il manifesto, 9 luglio 2026)

Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa.

Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili.

Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.

La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazioneper vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla.

Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole,che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà.

Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non
amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi.

Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma.

Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci»

(Comune.info, 4 luglio 2026 https://comune-info.net/luisa-muraro-e-la-rosa-di-silesio/)