In un contesto già genocidario

“Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza”. Così si intitolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su Avvenire (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza/). E bisogna specificare: nella nuova Gaza del “Board of Peace”. Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo: uno scempio ambientale permanente, una scelta devastante per la nostra umanità.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura. È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso. Come esortano alcuni compagni in lotta per il posto di lavoro, la loro dignità e la salvaguardia dell’ambiente, la nostra parola d’ordine dev’essere INSORGIAMO!

Non dobbiamo permettergli una tale mostruosità.

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro dell’Elfo a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele-Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Per aderire: maiindifferenti6@gmail.com

Vorremmo che questo appello per l’umanità non si concludesse con la semplice pubblicazione su [qualche] sito […]. Al contrario, vorremmo che a partire da tale testo si aprisse una riflessione sul senso dell’umano, del sacro, sul senso di pietas che albergano in ogni persona degna, con contributi scritti e momenti di incontro-confronto. E vorremmo che attraverso questa riflessione trovassimo insieme, pur nella propria specificità e grazie alla propria specificità, la strada per opporci all’urto tremendo della violenza scatenata dai poteri contro chi non vuole arrendersi alla logica della prevaricazione e della guerra.

(Pressenza, 10 febbraio 2026)

Segnaliamo in particolare l’analisi del caso da parte di Ida Dominjanni che mette fuori gioco l’illusione di “trasparenza” e fa luce su come conti di più la parola femminile dell’enorme quantità di files per comprendere il caos distruttivo del regime suprematista elitario.

(La redazione del sito)

Continuano a emergere pubblicamente nuovi documenti raccolti durante i procedimenti giudiziari a carico di Jeffrey Epstein, il finanziere newyorkese condannato nel 2008 per sfruttamento sessuale di minorenni. Arrestato nuovamente nel 2019 con accuse analoghe, Epstein è morto suicida in carcere circa un mese dopo il suo arresto.

Sono i cosiddetti “Epstein files”, circa tre milioni di documenti, formati da scambi e-mail, documenti finanziari, informazioni relative al traffico sessuale, messaggi, video e fotografie, che delineano la vasta rete di relazioni formata da un’élite politico-economica internazionale, fatta di maschi bianchi e potenti.

Di questo sistema, basato sull’intreccio tra dominio maschile, potere sessuale e neo-liberismo deregolati e senza limiti, parliamo con la filosofa femminista e giornalista Ida Dominijanni e con il giornalista Salvatore Cannavò, autore di un articolo da poco uscito su Jacobin Italia con il titolo “Epstein, una storia di dominio maschile”.

https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/alphaville/Epstein-e-il-sistema-di-dominio-maschile–3494581.html

https://drive.google.com/file/d/1Wcg0gNdRXecmdXSZHW7EGx_d3JSjuTiP/view

(RSI Radiotelevisione Svizzera – Alphaville, 10 febbraio 2026)

Nell’incipit del suo saggio titolato “Spazi metrici”, Amelia Rosselli scriveva: «Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho in realtà mai scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo un costrutto grammaticale, ma anche un sistema».

In effetti, non si riflette mai abbastanza sul fatto che la musica e il linguaggio adoperano per prendere forma la stessa materia: il suono. Del resto, in poesia, la rima, l’assonanza, l’allitterazione sono effetti sonori. Non solo, ma nel linguaggio colloquiale esistono emissioni sonore, interiezioni, esclamazioni che non sono parola, fatte di brevi o lunghe sillabazioni, che possiedono una grande forza significante. Altre volte si pronunciano singoli fonemi senza senso apparente, ma che per una sorta di codice secolare, e forse millenario, si fanno subito intendere: ehm, brrr, oooh! In genere, narratori, filosofi, poeti, chiunque scriva per farsi leggere, presta una grande attenzione all’effetto sonoro della propria scrittura. Flaubert leggeva ad alta voce, per sincerarsi della efficacia di ogni sua frase. Lucrezio sostiene, in un passo famoso del suo poema Sulla natura delle cose che musica e linguaggio sono nati insieme. Sant’Agostino, nel suo trattato sulla musica, si sofferma sulle radici del ritmo, sugli schemi metrici della poesia, come fondamento del ritmo musicale.

Ancora oggi, una pagina di Bach ci suggerisce un ritmo anapestico, come nel terzo concerto brandeburghese; e l’ouverture al Coriolano di Beethoven un martellante e ossessivo ritmo giambico. Sull’importanza dell’effetto sonoro del linguaggio insiste in tutti i suoi saggi il grande Émile Benveniste, e in particolare in uno di essi ipotizza che la musica nasca dalla interiezione stilizzata; mentre negli appunti su Baudelaire si concentra sulla venuta a galla del valore simbolico del suono, e dunque del linguaggio. Amelia Rosselli, una delle voci poetiche più intense del Novecento non solo italiano, sembra riassumere splendidamente nei suoi versi questi nessi tra musica e linguaggio. Del resto, la musica era stata forse la sua prima passione, che aveva coltivato al punto di arrivare – come ricorda nella intervista qui a fianco – a frequentare i corsi di Darmstadt, tenuti tra gli altri da Stockhausen. Suonava professionalmente l’organo, oltre al pianoforte. Fra il ’52 e il ’54 pubblicò alcuni saggi su “Diapason” e su “Civiltà delle macchine”, riviste alle quali l’aveva introdotta Leonardo Sinisgalli, l’ingegnere-poeta. Dopo quattordici anni di ricerche presso biblioteche italiane, francesi, inglesi, gli scritti di etnomusicologia di Amelia Rosselli confluirono nel “Verri”. Partiva, per superarle, da tradizioni bartokiane, frequentò gli studi elettronici della Rai, e al Musée de l’Homme di Parigi, dopo essersi concentrata su musiche non temperate, anche orientali, ne spiegò il sistema sottostante, quella struttura universale che era stata fino ad allora solo intuita, e d’istinto «seguita da musicisti non influenzati dal razionalismo leibnitizano, del Sei-Settecento».

Non aveva una lingua principale, e semmai avrebbe potuto essere l’inglese della madre; ma essendo nata a Parigi, la prima lingua alla quale venne esposta fu il francese. Adottare poi l’italiano del padre fu una scelta. Di questo suo plurilinguismo si sente l’eco nella scrittura, e il passaggio da una lingua all’altra sembra a volte aggiungere ferite alla sua esistenza difficile. Nel trentesimo anniversario della sua fine tragica, un convegno internazionale la ricorderà all’Università di Roma Tre e alla Sapienza. Il pomeriggio del 12 febbraio, al Palazzo delle Esposizioni all’Eur, si inaugurerà la mostra titolata Improvvisi per una identificazione e si terranno letture delle sue poesie. Il 13 febbraio, infine, nell’Aula Magna dell’Università Roma Tre, la giornata conclusiva. Ascoltare, recitate, le poesie di Amelia Rosselli sarà un tentativo di restituirle quella voce che nei trascorsi trent’anni non ha cessato di mancarci.

(il manifesto, 8 febbraio 2026)

Intervista ad Amelia Rosselli

di Francesca Borrelli, maggio 1992

La prima singolarità che si impone al lettore è il suo passare dall’inglese all’italiano al francese, lingue indifferentemente evocabili dal pensiero che le possiede e le manovra dalla prima adolescenza. “Sleep” contiene versi scritti tra il ’53 e il ’66, in inglese, una lingua alta, nutrita di letture di classici…

La credevo un misto di inglese e di americano, ma rivedendo il libro ho scoperto che è molto più legata alla lingua inglese nella quale leggevo a quel tempo; inoltre, ci sono dentro i ricordi indelebili del teatro shakespeariano: ho avuto occasione di vedere Laurence Olivier recitare Amleto, Otello, Re Lear, e non posso dimenticare Alec Guinness nella sua interpretazione tutta diversa di Amleto. Infatti, non possono sfuggire le connotazioni elisabettiane del lessico, della sintassi, della grafia nell’impiego delle maiuscole; persino l’intento appare chiaramente parodistico. È così?

Eccome, c’è una presa in giro del teatro shakesperiano che si esprime, per esempio, attraverso una delle voci parlanti, quella del fool che si burla del re e delle sue corti. Ma poi, seguendo l’ordine cronologico nel quale è organizzata l’antologia, ci si accorge che senza cessare di fare il verso alla lingua elisabettiana, e senza abbandonare del tutto il registro pseudometafisico, le poesie scritte intorno al ’65 esprimono un rapporto con l’uomo più concreto, e assumono connotazioni molto più sessuate. Nel cinque e seicento inglese era l’uomo che si rivolgeva all’amata, e a questo proposito nel mio libro c’è un incontro-scontro con certa critica di tipo femminista che però non condivide nulla con l’ambiente italiano, è molto anglosassone. Nel cinque e seicento per metafisica si intendeva filosofia + dio, mentre oggi si riportano quei problemi al confine con l’ambito sociologico-femminista. Comunque, l’ironia ha cominciato a rompermi le scatole. È triste il fool, non ironico: è un giocoliere. E ho messo molta presa in giro in quel tu che spesso indica me come interlocutrice: non descrivo esperienze autobiografiche – l’unico libro in cui lo faccio, scritto in francese, è Le chinois à Rome. Qui sono solo fantasie, perché le mie esperienze vere le avrei piuttosto trascritte, a questo punto, in italiano. Una volta mi venne l’immagine di me su delle palafitte, che pensavo in inglese ma vivevo in Italia.

E quel titolo di una sola parola, “Sleep”, da cosa viene?

Vuol dire sonno, e credo di averlo preso da un famoso soliloquio di Amleto, quando dice di averne nostalgia, e poi ritorna nel famoso Essere o non essere, quando dice, per esempio «Dormire, forse sognare, si, lì è l’intoppo». Ma sleep ha anche una valenza ironica, perché, in quelle poesie si esprime una attività frenetica, almeno per quel che riguarda l’immaginario. Inoltre, con la sua doppia e, la parola sleep ha una alta densità femminile, il suo suono include in qualche modo sonno e sogni. E per ultimo, allude una ragione autobiografica: a quel tempo soffrivo di insonnie feroci, dunque il sonno per me era un miraggio.

Cosa porta alla scrittura non solo il fatto di possedere interamente tre lingue, ma l’alternare nei diversi idiomi il flusso del pensiero?

È un problema; sospetto che se si pensa in tre lingue vuol dire che non ci si è ancora risolti a decidere dove si vuole vivere; sono stata parecchio vagante e ho avuto più di una esitazione su dove fermarmi. A determinare la mia permanenza a Roma è stato il lavoro di traduttrice, che svolgevo per le edizioni Comunità di Adriano Olivetti, dal ’49 al ’54. Vivevo in camere d’affitto, passai un anno anche in una pensione, fino a quando mia nonna mi lasciò qualcosa che servì per comprare una casa a Trastevere.

Ma la sua vita avrebbe potuto fermarsi altrove, in Inghilterra, per esempio, dove vivevano i fratelli, o a Parigi, dove aveva trascorso parte dell’infanzia…

Finché con l’entrata dei nazisti in Francia dovemmo scappare; stavamo per andare in Algeria con Louis Joxe, allora segretario di De Gaulle, e la sua famiglia, ma partirono solo i nostri bauli, perché qualcosa fece cambiare idea a mia madre. Perciò approdammo in Inghilterra, e dopo i primi allarme dei bombardamenti a Londra, raggiungemmo gli Stati Uniti in nave. Benché non sia mai stata in Algeria, me ne è rimasta una sorta di nostalgia; dopo la fine della guerra avevo una fissazione per la politica mediorientale. Del resto, ho un lato semitico-desertico.

A quale luogo sono legati i ricordi migliori?

I tre anni che passai accanto a mia madre furono il mio periodo più felice; stavamo a Larchmont, un paese di pendolari vicino New York, nella Westchester County dove ha vissuto molto anche Fitzgerald, che ne parla in uno dei suoi primi libri. Non lontano da noi abitavano Enrico Fermi, Toscanini, Salvemini che al sabato veniva a trovare mia nonna: era la società Mazzini, sede di molte riunioni di antifascisti, che da New York indicava i luoghi relativamente sicuri dove sfollare. Durante il periodo del ginnasio e del liceo, d’estate andavamo a lavorare nei campi; ce n’era bisogno anche in America durante la guerra. Una volta andai con tutti i miei cugini nel Vermont, in un campo quacchero; là, imparammo ad andare a cavallo, a fare lavori pesanti, a tagliare gli alberi, e mungere le vacche. Poi, la domenica andavamo a riposarci nei boschi, e chi voleva si alzava e proponeva una discussione su temi che gli stavano a cuore.

Nel corso di una bellissima trasmissione radiofonica a lei dedicata e condotta da Gabriella Caramore lei parlò di un suo tentativo di salvare dallo spreco e dall’esaurimento il nostro flusso interiore di pensieri…

Sì, ricordo che lo dissi per rispondere a Zanzotto, che parlava del corpo a corpo con la realtà nella mia poesia: lo diceva molto bene, ed è vero, nei miei versi c’è anche questo. Ma sotto sotto abbiamo tutti paura di sprecare la nostra interiorità, ed è questo che volevo dire con quella frase nella quale, implicitamente, citavo Virginia Woolf: fu lei per prima a occuparsi dello stream of thought. È una tecnica che, dal punto di vista della descrizione psicologica non mi interessa affatto e tuttavia, nella vita è quel che ci salva. Per me scrivere serve, in un certo senso, a portare nuova ricchezza alla mia e alla altrui interiorità: sta anche in questo la valenza etica della poesia.

Uno tra i tanti luoghi comuni della critica ha individuato nel lapsus una componente quasi organica alla sua poesia. Alcuni esempi tornano anche nei versi dell’ultimo libro, e tuttavia il rimando freudiano è spesso improprio, perché non di errore involontariosi tratta, quanto di sovrapposizioni delle diverse lingue. È d’accordo?

Sì, il primo a parlarne fu Pasolini in un saggio scritto come postfazione alle mie prime poesie, pubblicate da Vittorini e Calvino su Menabò n. 6 del ’63. Gli avevo consegnato un mio personale glossario, spiegandogli il perché di queste fusioni di parole, di questi giochi linguistici; ma non tutti i critici erano così intelligenti come Pasolini. Si continuò a parlare dei miei lapsus anche quando non ce n’erano. Per esempio, già nel mio terzo libro e n’è uno solo, mnemonico, quando per nominare l’albero di una nave uso un inglesismo e dunque lo chiamo masto da mast. Sarebbe meglio abbandonare il termine lapsus, che non appartiene alla filologia e che necessita sempre di aggettivi che lo definiscano, introducendo così una complicazione in più: molto spesso non si tratta che di invenzioni di parole, incroci di lingue, slang o anche di grafismi; e sono chiari, in tutto ciò, gli influssi della poesia di Cummings e di Hopkins, autori che a quel tempo leggevo molto. Anche Emmanuela Tandello, la traduttrice di Sleep, torna sul lapsus; ma intende parlare di parallelismi tra le due lingue, come quando uso shallop per riferirmi alla scialuppa invece di tender.

In margine alle poesie pubblicate su Menabò, che sarebbero andate poi a far parte della raccolta Variazioni belliche, una nota biografica dice che «Svolge professione, come teorica e compositrice, di musicista». Fu dunque questa la sua prima inclinazione?

La mia scelta musicale sembrava una follia, perché la mia famiglia era rimasta senza soldi e mio padre, che all’origine ne aveva, decise di spendere tutto per finanziare Giustizia e Libertà e l’attività clandestina. Poi, quando scoppiò la guerra di Spagna, finanziò un battaglione dove confluirono molti esuli francesi. Pensava che i figli dovessero lavorare, giustamente; ma, insomma, non avevo abbastanza soldi per svolgere studi regolari. Avevo cominciato a suonare il violino a Londra, a sedici anni, poi continuai a Firenze, dove studiai anche pianoforte. Incontrai Luigi Dallapiccola, che mi introdusse ai libri di teoria dodecafonica, e fu a lui che presentai le mie prime composizioni. Ma era stato Petrassi a indicarmi quello che sarebbe diventato il mio maestro. Lo strumento che avrei, più avanti, potuto suonare in modo professionale era l’organo: adoravo la musica del cinque e seicento, prendevo lezioni private a Roma a piazza del Popolo. Ma, poi, come per istinto, smisi di suonare. Allora, non mi era stato ancora diagnosticato il morbo di Parkinson. Decisi di dedicarmi agli studi di composizione: ragioni di ordine fisiologico mi spingevano verso un lavoro creativo piuttosto che interpretativo. Andai a Darmstadt, come usavano fare i compositori. Lì insegnavano, tra gli altri, Stockhausen, Boulez e Tudor, il pianista di John Cage, che in seguito mi chiamò a lavorare con lui a uno spettacolo al Sistina al quale collaborava anche Merce Cunningham. Io mi

esprimevo piuttosto tramite una gestualità improvvisata, e a un certo punto mi misi a cantare un canto gregoriano, finché, qualcuno dal pubblico gridò: «Amen». A Cage non fece per nulla piacere. Ero una postbartokiana, dunque con le tesi di Cage non andavo d’accordo, ma lui era straordinariamente intelligente, forse un po’ troppo dogmatico; comunque quel che ha distrutto (del sistema tonale, temperato, dodecafonico) l’ha distrutto bene. Una volta, a Darmstadt, mi era stato dato un lavoro sulla sua musica e passai cinque nottate a capovolgere le sue tesi: a forza di fare grafici ebbi una allucinazione sonora, arrivai a sentirmi dentro tutta la partitura. Davvero, ascoltai l’intero pezzo. E mi presi un enorme spavento.

C’è almeno uno studio di etnomusicologia, che rimarrà nella storia delle sue pubblicazioni a pari diritto con la sua poesia: è un saggio uscito su “Civiltà delle macchine” prima e poi sul “Verri” di Luciano Anceschi, frutto di quattordici anni di ricerche in Italia, in Francia, e a Londra.

Volevo studiare quali erano le vere sottostrutture, non ancora trascritte o analizzate, dei canti e degli strumenti del terzo mondo e di quello orientale, dove il sistema temperato non ha avuto influsso. Un lavoro di taglio strutturalistico, che si basa sulla rivalutazione della musica folk di ascendenze sia africane che orientali: partendo dallo studio della teoria dodecafonica e da quello della musica di Bartók, ho tentato di introdurre ciò che si potrebbe chiamare un allargamento della teoria in rapporto con la musica popolare; e in particolare con la costruzione di strumenti le cui scale differiscono da quella del pianoforte, poiché sono basate sulla realtà fisica e le leggi acustiche, diversamente da quanto accade nella scala temperata. A questo scopo ho fatto costruire da una fabbrica italiana, la Farfisa, un piccolo pianoforte per riprodurre ciò che comunemente viene chiamata la serie degli armonici, e che comprende sei ottave. E ho osservato così almeno due fattori che convalidano la mia opinione circa il fatto che una grande parte della musica orientale, certi tipi di musica popolare e molte tradizioni di musica temperata, siano ispirati, e istintivamente basati sulla serie degli armonici, che possiamo considerare un apriori o una forma ideale.

A parte ciò che comporta l’avere un orecchio esercitato, e alle spalle studi di armonia e soprattutto di contrappunto, come descriverebbe l’influsso della musica sul verso?

Non si sovrappone agli studi classici delle varie metriche, ma mi ha influenzata talvolta per esempio nella scrittura di un lungo poemetto, La libellula, quando avevo ventotto anni… non mi ricordo bene quand’è che l’ho scritta…

E ci sono invece poesie che mette in una relazione diretta con musiche ascoltate o studiate?

Sì, mi è capitato con le prime poesie di Variazioni belliche; allora suonavo sempre al pianoforte i 48 preludi e fughe di Bach e i Preludi e i Notturni di Chopin e mi capitava di girarmi dal pianoforte al tavolo di lavoro… certo non trascrivevo…, ma sa, le mie sono poesie in verso libero o quasi… Quando lei legge sottolinea molto la metrica e, a volte enfaticamente, anche il senso…

Talvolta anche troppo, ma ho notato che il grande pubblico non capisce una lettura fredda com’è quella della nostra voce interna: ispirata intellettualmente sì, ma non emotivamente. Allora cerco di rivivere l’esperienza che ha provocato la poesia, e quel che ne viene fuori non è tanto enfasi, ma colorazione. Di solito, ho in mente l’immagine che ha dato origine ai versi. Però vorrei tornare a letture un po’ più fredde.

Nel primo capitolo di Diario ottuso ha detto di considerare un “mini-romanzo”, c’era un tentativo di portare a compimento un’opera di narrativa. Crede che la cosa sia finita lì?

Non lo penso affatto, spero di no. Ho in mente da tanto tempo un romanzo umoristico, e il mio grande modello è il Tristram Shandy di Sterne; ma sono anni che non riesco a scrivere. La prosa di Diario ottuso è un esperimento di prosa ed è l’unico mio scritto in italiano ad essere indirettamente autobiografico. È un esercizio della memoria, alla Proust, ma certo non dal punto di vista stilistico, questo no. È anche la storia di un breakdown, una storia vera che ho camuffato. Quando ho chiuso il primo capitolo l’ho considerato più un esercizio di stile che altro.

Cosa ne pensa, riprenderà a scrivere?

E come posso prevederlo: per sei anni non ho scritto nulla, poi d’un colpo, in modo improvviso è venuto fuori il poemetto Improptu. Cominciai tentando una scrittura in prosa, ma tornavo sempre alla mia personale metrica. In Improptu c’è un salto tematico: ho cominciato a parlare di politica in modo larvato e anche il modo è mutato. Con la scrittura di Documento avevo esaurito una certa carica energetica, e dunque ora scrivevo con maggior leggerezza e in cerca di una risposta a un problema politico. Ero iscritta al Pci dai ventotto anni, facevo lavoro di base; alternavo nettissime sentenze politiche a frasi a bella posta censuranti. «II borghese non sono io». Certo sono più malinconica senza la scrittura, che è legata alle molte mie letture, e alla necessità di non avere ossessivi problemi di sussistenza. La musica è stata il mio grande conforto, e il mio grande riposo, ma sono più felice adesso che non suono: non si possono avere due professioni così impegnative. Ero arrivata al punto di comprare anche un violino, ma lo riportai il giorno dopo. Alla fin fine, ho regalato tutta la mia musica.

(il manifesto – Alias, 8 febbraio 2026)

Ancora qualche pensiero sulla manifestazione di Torino convocata per protestare – scrivono nel comunicato ufficiale del centro sociale Askatasuna – “contro lo sgombero”.

Manifestazione grande, perché Askatasuna è da molti anni una realtà radicata nel territorio. Il corteo di cinquantamila persone rifiuta la militarizzazione del quartiere.

Millecinquecento nerovestiti, incappucciati, si staccano dal corteo. Lo scontro diventa tra “loro” e la polizia.

“Loro”: odiatori seriali o bravi figli di mamma? Forse suppongono, in un perverso amore per l’umanità, di riparare ai torti subiti (da loro stessi, da altri, dalla società, dal mondo) con caschi, scudi, bastoni, bombe carta, fumogeni, cartelli stradali divelti, cassonetti rovesciati, lancio di sassi, scoppio di petardi.

A Milano, una settimana dopo, diecimila in corteo. In testa si agitano alberi di legno per ricordare i larici tagliati in nome dei Giochi invernali. Altissima risuona “Tutta mia la città”. Anche qui razzi degli antagonisti contro lacrimogeni della polizia.

Veramente, con tanta violenza in giro, non si sente il bisogno di quella panoplia. Anche perché gli scontri aiutano chi non vuol vedere le buone ragioni dei manifestanti.

Dicono: non bisogna demonizzare gli scontri di piazza. Succede da decenni. Solo che oggi arrivano dalla Francia, dalla Grecia, dalla Germania questi viaggiatori maldisposti che si immaginano dei “combattenti irregolari” (vedi Teoria del partigiano di Carl Schmitt) e compaiono pure (anzi, in numero maggiore) nelle partite di calcio.

MaschilePlurale lavora a far emergere il legame tra violenza bellica e maschilità: la radice sessuata e maschile della guerra, del terrorismo. Una contiguità possibile con gli omicidi di Federica Torzullo, della diciassettenne Zoe Trinchero? Non ritrovi la stessa radice sessuata e maschile?

Certo non c’è paragone ammissibile tra la violenza che uccide in guerra e nei femminicidi, e quella esercitata negli scontri con la polizia.

Ma ha ragione la femminista Lea Melandri: anche nelle manifestazioni di piazza bisogna liberarsi dalle tracce di questa “virilità guerriera”.

E se il testo di Askatasuna chiama “in correità politica” il pacifico corteo dei cinquantamila, le femministe della Casa delle donne di Torino scrivono: «La violenza scatenata, oltre a essere criminale, è una totale mancanza di rispetto nei confronti di persone che hanno manifestato pacificamente. Ci sentiamo offese e strumentalizzate».

Intanto il governo parla di “nuove Br” (il ministro Crosetto), di “terrorismo urbano” (il ministro Piantedosi) mentre il ministro Nordio insiste che «questi scalmanati violenti e le Br hanno una sola cosa in comune: l’odio profondo verso la democrazia e la civiltà occidentale». Oh Signore!

I quindici secondi di video con un poliziotto a terra, circondato da una decina di manifestanti vengono amplificati a dismisura e mostrati in televisione, sui social. La presidente del consiglio Meloni va a trovare in ospedale il poliziotto vittima del pestaggio (dimesso la mattina seguente): «Si chiama tentato omicidio».

Le dichiarazioni esagerate si susseguono.

E tac arrivano leggi speciali, inasprimento delle pene, “pacchetti sicurezza”. Il ddl 1660 comprende fermo preventivo, arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento commesso durante le manifestazioni, possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di operare sotto copertura, sei articoli su trentatré che riguardano l’immigrazione. E molto altro.

Un’immagine livida della società e della politica.

Ma quella che un potere autoritario teme davvero è proprio la protesta aperta, forte e pacifica che le pratiche di solidarietà hanno saputo mettere in campo: la Global Sumud Flottilla per Gaza; gli osservatori di Minneapolis con i fischietti, le videocamere, i cellulari, la partecipazione, l’aiuto, l’altruismo di quanti portano cibo agli immigrati chiusi in casa per paura delle retate dell’Ice.

Pratiche non da copiare ma da cui trarre ispirazione perché nonviolente. Gli spazi di dissenso si difendono in molti modi, purché ci si affranchi dal culto e dai rituali “guerrieri”.

E se il ddl 1660 suggerisce che a manifestare bisognerà pensarci due volte (gli interventi del Colle non sono stati granché rassicuranti), io a un corteo convocato e guidato dalle donne ci andrei comunque.

Ho troppa fiducia nel mio sesso?

(DeA Donne e Altri, 8 febbraio 2026)

La testimonianza di un’operatrice della sanità nella città invasa dagli agenti dell’Ice

Quando l’assedio è cominciato, è stato destabilizzante. In quanto abitante del Minnesota da oltre trent’anni, sono abituata a sentirmi radicata e al sicuro qui: il Minnesota è casa mia. Quando le attività dell’Ice sono aumentate, quel senso di normalità si è trasformato in attenzione e cautela acuite. Anche le attività quotidiane hanno cominciato a sembrare diverse.

Molti di noi provano paura. I latini/ispanici e la comunità somala. Anche se sono una cittadina naturalizzata, a causa dei miei tratti somatici non sono al sicuro dal rischio di essere fermata o arrestata dall’Ice. Preoccuparmi della mia sicurezza e di quella dei miei figli, anche loro latinos, ha avuto un impatto emotivo. Ho detto ai miei figli adulti di portare con sé i loro passaporti e certificati di nascita: sono nati qui. E dopo aver visto le notizie sull’Ice che entra nelle scuole, mio figlio più giovane – che è al liceo – porta con sé il suo certificato di nascita nello zaino. Ciò che fa più male è che molte persone non bianche vengono prese di mira solo sulla base del proprio aspetto.

Ho cominciato a portarmi dietro il passaporto a metà dicembre 2025, dopo essere stata testimone di un’operazione dell’Ice trasmessa in live streaming. In quel momento ho capito che il mio senso di sicurezza era svanito, e che quel piccolo libretto blu (il passaporto) era ciò che auspicabilmente mi avrebbe protetta.

Personalmente non sono mai stata fermata o detenuta. Tuttavia, mio fratello più giovane – che è un cittadino americano – è stato fermato mentre andava al lavoro. Non è stata compiuta nessuna azione pericolosa nei suoi confronti, ma l’incontro con gli agenti dell’Ice è stato intimidatorio ed emotivamente destabilizzante per lui. Dopo è tornato a casa, si è assentato a lavoro: l’esperienza era troppo difficile da elaborare, specialmente perché è successo dopo la morte di Renée Good.

Sono un’operatrice della sanità qui a Minneapolis: ho iniziato a notare un cambiamento dalla seconda settimana di dicembre. Sempre più pazienti cancellavano i loro appuntamenti o non si presentavano. Il motivo, ci dicevano, era la paura: di essere fermati mentre andavano alle visite. Una paura che induce le persone a ritardare o privarsi delle cure mediche di cui hanno bisogno, cosa che ha gravi conseguenze a livello sanitario. Sentire queste storie ha un forte impatto per chi di noi ha a cuore la propria comunità. Nella mia esperienza professionale, è una delle cose più difficili di cui sono stata testimone.

Un mio caro amico mi ha invitata a partecipare a un gruppo social di community watch (dove ci si scambia informazioni su raid in corso, avvistamenti, attività politiche ecc., ndr). Il mio scopo è essere informata, capire le risorse a disposizione e condividerle con le nostre comunità, specialmente se si tratta di questioni relative alla sanità. Garantire informazioni accurate mi sembra importante.

Si è anche trattato di un modo per sentirmi parte della comunità, insieme a altri cittadini del Minnesota che hanno a cuore i nostri vicini. È ciò che siamo – ci sosteniamo a vicenda. Fare parte di un gruppo, condividere le proprie risorse, le allerte e le informazioni sulle veglie o altri eventi ci ha aiutati a restare connessi tra di noi, a elaborare insieme il lutto, a trovare un senso di unione in un momento estremamente difficile.

Ricordo il mercoledìmattina, il 7 gennaio, in cui la notizia della morte di Renée Good ha iniziato a circolare. Alcuni di noi nei gruppi di neighbor alert hanno ricevuto il messaggio: avevano sparato a un’osservatrice. Ricordo la sensazione: ero stupefatta. Si trattava di una madre che aveva appena portato il figlio a scuola. Quella stessa sera ho partecipato a una veglia. C’erano centinaia, forse migliaia di persone che si sono riunite in solidarietà. È stato commovente e surreale. Ero in stato di shock, cercavo di farmi una ragione di quello che era accaduto. Diciassette giorni dopo è stato ucciso Alex Pretti: l’impatto è stato diverso. A quel punto ero già emotivamente esausta. Scoprire che era successo di nuovo, stavolta a un altro professionista della sanità, è stato doloroso. Quando è emerso che Alex era un infermiere, la cosa mi ha colpita su un piano personale. Molti di noi già devono farsi carico del trauma collettivo che deriva da ciò che vediamo ogni giorno: la paura dei nostri pazienti, le cure posticipate, l’insicurezza perenne.

Quel pomeriggio sono andata nel posto in cui si era formato un piccolo memoriale. È stato profondamente emotivo. Non potevo crederci: era successo di nuovo. Quella notte ho pianto per qualcuno che non ho mai conosciuto, ma il cui impegno per la comunità ho riconosciuto immediatamente.

Nella sanità, ci viene insegnato a mettere i nostri pazienti al primo posto. A restare con me è questa dedizione a proteggere i nostri vicini e a difenderci gli uni con gli altri.

Dal mio punto di vista, non c’è stato un miglioramento significativo dal cambio di leadership degli agenti federali a Minneapolis. L’Ice è ancora presente, e le tattiche sono sempre le stesse. Anche dopo che Greg Bovino se ne è andato, la visibilità e l’intensità delle azioni non sono cambiate in modo percettibile.

Molti di noi si sono sentiti sollevati quando Bovino è stato rimosso, ma la paura non è scomparsa. La gente ancora parla di avvistamenti di agenti, si sente ancora osservata (i droni di notte sorvolano le città) e si sente insicura nella propria quotidianità. Sotto Bovino ci sono state tre sparatorie, due delle quali letali. Sono trascorsi pesanti, e aleggiano sul presente.

Vorrei che la leadership democratica fosse in grado di fare di più. Ma mi rendo conto anche del fatto che le loro mani sono legate. Ci sono limiti legali e strutturali a ciò che possono fare. A livello locale ho visto Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, parlare consistentemente e con chiarezza di come tutto questo stia avendo un impatto sulle famiglie di immigrati e le piccole attività. Da parte sua vedo un interesse genuino. Ho anche visto un cambiamento positivo sotto il capo della polizia di Minneapolis Brian O’Hara: in tanti ora vedono la polizia locale come un’alleata – una fiducia che ha importanza.

Allo stesso tempo, sembra una situazione alla Davide e Golia. Minneapolis ha risorse limitate: il dipartimento di polizia ha circa 600 agenti mentre le operazioni dell’Ice ne impiegano quasi 3.000. La leadership locale e statale può agire solo fino a un certo punto davanti a questo sbilanciamento di forze.

Eppure ho speranza. Vedere il sindaco di Minneapolis a Washington, e i parlamentari venire in Minnesota per osservare ciò che sta accadendo, mi dà speranza che ci sia una maggiore comprensione degli eventi.

Mi rendo conto che i nostri leader statali stanno cercando delle soluzioni passando per i canali legali, ma per il momento questi sforzi non hanno portato a una soluzione significativa. Ed è frustrante per tutti noi.

Vedere Liam Ramos tornare a casa è stato un raggio di speranza. Quando ho visto il suo volto sui giornali locali qualche settimana fa, mi si è spezzato il cuore. È solo un bambino. Sapere che era tornato in Minnesota, da sua madre, insieme al papà, ha dato sollievo a tanti di noi. La sensazione era che qualcosa stesse finalmente andando per il verso giusto.

Tuttavia l’allarmebomba alla sua scuola mi ha profondamente turbata. È doloroso pensare che chiunque possa voler fare del male a un bimbo di cinque anni solo per il suo status migratorio. Ma mi conforta vedere che le forze dell’ordine locali hanno fatto il loro dovere.

Non mi sorprende che si parli di un appello, da parte del governo, alla decisione del giudice di rilasciare Liam e il padre. A darmi speranza è il lavoro incessante dell’American Civil Liberties Union, degli attivisti dell’immigrazione e per i diritti civili, e il fatto che i funzionari del dipartimento dell’Educazione stiano prendendo posizione per difendere i bambini nelle scuole dall’Ice. Per me, il fatto che Liam sia tornato a casa resta un simbolo di speranza.

(il manifesto, 8 febbraio 2026 – Traduzione di Giovanna Branca)

Il documentario di Claire Simon Scrivere la vita – Annie Ernaux raccontata dalle studentesse e dagli studenti (Francia, 2025, 91’) è uscito nelle sale il 1° febbraio scorso. Riproponiamo un’intervista alla regista pubblicata quando il film è stato presentato a Venezia. (La redazione del sito)

Osservare l’opera di Annie Ernaux con uno sguardo inedito: quello degli studenti delle scuole superiori francesi. È ciò che ci invita a fare Writing Life di Claire Simon. Il film, presentato alle Giornate degli Autori durante l’82esima Mostra del Cinema di Venezia, diventa un viaggio corale dentro la scrittura autobiografica dell’autrice premio Nobel, mettendo al centro le reazioni, le sensazioni e discussioni dei giovani che leggono e si riappropriano collettivamente dei suoi testi.

Simon costruisce un documentario intimo e politico, capace di intrecciare esperienza personale e immaginario comune, mostrando come i libri di Ernaux diventino strumenti di emancipazione e consapevolezza per le nuove generazioni.

Il suo film offre una prospettiva unica su come l’opera di Annie Ernaux viene percepita dai giovani. Ha notato differenze specifiche nel modo in cui i giovani che ha incontrato si relazionano a temi come genere, corpo e sessualità, così centrali nei testi dell’autrice e, in parte, anche nei suoi?

CLAIRE SIMON: Sì, assolutamente. Le ragazze, in particolare, sono molto coinvolte dal femminismo. Nel film c’è una scena in cui una studentessa parla di La femme gelée, romanzo autobiografico del 1981: Ernaux racconta di come, da giovane, desiderasse essere libera, scrivere libri, insegnare letteratura francese… e poi, una volta sposata, si ritrova madre, con bambini da accudire, mentre il marito lavora e lei prepara la cena. Questa ragazza, nel film, non riesce a capire perché Annie Ernaux abbia accettato una tale forma sottomissione.

Anche il tema dell’aborto emerge come cruciale. Ci sono delle ragazze musulmane, bellissime, che indossano il velo fuori ma non possono portarlo in classe: parlano della loro esperienza con una profondità incredibile. È meraviglioso ascoltare i loro vissuti, vedere come affrontano questi temi con intelligenza e apertura. Penso che il film dimostri quanto spesso sottovalutiamo la capacità dei giovani di riflettere su questioni complesse.

Ha girato in scuole molto diverse tra loro, sia in periferia che in contesti più privilegiati. Ha osservato come classe sociale, provenienza o background culturale influenzino la ricezione dei temi femministi di Ernaux?

CLAIRE SIMON: Sì. Il progetto è nato grazie a un insegnante che aveva curato un libro molto importante su Ernaux e che conosceva centinaia di colleghi in tutta la Francia. Quando ho spiegato che non volevo filmare Annie, ma piuttosto i giovani mentre si confrontano con i suoi testi, ho ricevuto moltissime risposte.

Sono andata nelle banlieue di Parigi, nel sud della Francia e anche in scuole molto più ricche, come quelle di Tolosa. Le differenze si sentono: in alcune scuole i ragazzi si riconoscono profondamente nei testi di Ernaux, altrove il legame è più intellettuale.

La cosa più sorprendente è accaduta in una scuola molto prestigiosa di Parigi: era quella che mi aspettavo fosse la più interessante, invece è stata la meno stimolante. Parlavano solo di Corneille e Victor Hugo, ignorando completamente la letteratura contemporanea e, soprattutto, le scritture femminili. Mi ha colpito molto questa frattura tra programmi scolastici e la realtà delle nuove generazioni.

Il suo lavoro (qui mi rivolgo ad Annie Ernaux) ha contribuito in modo decisivo a ridefinire la nostra comprensione di intimità, memoria e identità femminile. Vedendo come, nel film, i suoi testi diventano il punto di partenza per il dialogo tra i giovani, sente che questa appropriazione collettiva della sua scrittura ne cambi in qualche modo il significato?

ANNIE ERNAUX: Sono rimasta molto sorpresa quando, a metà degli anni Duemila, mi sono accorta che i miei libri erano diventati una fonte di riferimento e discussione per le donne, e soprattutto per le giovani donne. Ad esempio, ho scritto La femme gelée nel 1981: il libro aveva venduto circa 7.000 copie, un risultato che non definirei un fallimento, ma certo non straordinario. Soprattutto, aveva ricevuto pochissime recensioni: ricordo in particolare una critica molto intelligente pubblicata sulla rivista femminista F Magazine, che però è durata soltanto due o tre anni. Questo ci fa capire come già negli anni Ottanta il femminismo degli anni Settanta, quello del grande risveglio, stesse cominciando a declinare. Dovevamo prenderne atto, soprattutto mentre il femminismo si istituzionalizzava.

Col tempo, mi sono resa conto che i miei libri potevano essere per molti un punto di riferimento proprio perché aprivano un universo di domande. A un certo punto, ad esempio, è nata l’espressione “carico mentale” per parlare di quel lavoro invisibile e non retribuito che continua a gravare sulle donne: è esattamente ciò di cui volevo parlare in La femme gelée.

Come avete lavorato – se c’è stato modo di lavorare insieme – per sviluppare l’idea di Writing Life?

CLAIRE SIMON: In realtà, non ho voluto fare un film su Annie. Esiste già un bellissimo documentario di Michèle Porte, Annie Ernaux, Écrivain. Des mots comme des pierres, e non avrebbe avuto senso ripetere quell’esperienza. Mi interessava invece osservare come i giovani si confrontano con la sua scrittura, come i suoi testi parlano di loro e a loro. Quando ho proposto questa idea ad Annie, le è piaciuta moltissimo: mi ha incoraggiata, mi ha detto che sarebbe stato meraviglioso e che aspettava con curiosità di vedere il risultato.

Il momento più emozionante è stato mostrare il film a studenti che non avevano mai letto Ernaux: lo hanno adorato, hanno detto che volevano leggere i suoi libri. Una ragazza musulmana mi ha ringraziata, dicendo che nel film non ci sono differenze tra ricchi e poveri, tra religioni: «Tutti sono trattati allo stesso modo». Questa è stata, per me, la conferma che avevo trovato il tono giusto.

Il film mette in luce Annie Ernaux come una figura di riferimento per un femminismo vivo e contemporaneo. Come si inserisce questo lavoro nella esplorazione cinematografica della soggettività femminile?

CLAIRE SIMON: In realtà, non è stata una mia scelta partire da un punto di vista femminile. È un fatto: nelle classi di letteratura ci sono tantissime ragazze, e i libri di Ernaux parlano profondamente a loro.

La mia idea era semplice: mostrare la passione che può nascere quando un libro ti dà la sensazione che l’autore parli di te. Ricordo un vecchio documentario su Marguerite Duras che incontra tre studentesse: Duras si commuove e piange, perché sente che quelle ragazze si riconoscono completamente nella sua scrittura. Questo è il cuore del film: la letteratura come specchio dell’esperienza personale.

Nei suoi film, compreso Notre Corps, usa il documentario come strumento per interrogare la realtà sociale e dare visibilità a voci marginalizzate. Pensa che il documentario sia oggi uno strumento più potente della finzione per raccontare tematiche come femminismo, corpo e disuguaglianze sociali?

CLAIRE SIMON: Sì, credo di sì. Il documentario ti mette di fronte alla realtà: non puoi scappare. È così, ad esempio, per No Other Land, un documentario che racconta, attraverso uno sguardo intimo e partecipato, la vita quotidiana dei palestinesi nel villaggio di Masafer Yatta, in Cisgiordania, minacciato dalle demolizioni da parte dell’esercito israeliano.

Lì non puoi sfuggire a quello che vedi. La finzione, a volte, è troppo ovvia. Il documentario, invece, sorprende, ti porta dove non ti aspetti. E penso che sia fondamentale far capire al pubblico che questo è cinema, non semplice reportage. È arte, e allo stesso tempo è un atto politico.

In che modo la letteratura ha raccontato – e continua a far risuonare – la condizione femminile?

ANNIE ERNAUX: Mi sono resa conto molto presto che c’erano problemi fondamentali che riguardavano le donne e, in particolare, le donne giovani, e ho sentito il bisogno di affrontarli nei miei libri. Già in Les armoires vides (Gli armadi vuoti) ho parlato del piacere femminile: è stato un modo per concentrarmi su temi cruciali, come quello dell’aborto, che all’epoca non era legale, o la condizione sociale delle donne.

Per me, non c’è una vera separazione tra la dimensione femminista e quella sociale: sono strettamente intrecciate. Le domande e le difficoltà di chi studia e lavora non sono le stesse di chi resta a casa e si occupa dei figli, ma tutte fanno parte della stessa trama collettiva.

E penso che, quando arriverà il momento di non esserci più, forse potrò dirmi soddisfatta di aver fatto qualcosa per il sesso al quale appartengo.

(Domani, 28 agosto 2025)

Nell’ambito della campagna a sostegno delle curde e dei curdi del Rojava lanciata a fronte dell’attacco sferrato contro di loro a inizio gennaio (Women Defend Rojava), un gruppo di femministe e artiste – tra cui Pinar Selek, Ariane Ascaride, Annie Ernaux, Antoinette Fouque, Lio e Sepideh Farsi – ha scritto un appello a loro sostegno pubblicato su Libération il 26 gennaio. Nel loro testo, chiedono alle giornaliste / ai giornalisti di far conoscere la gravità della situazione, le Nazioni Unite, la CEDAW e le organizzazioni che si occupano di diritti umani ad agire immediatamente e il presidente francese Emmanuel Macron (che aveva recentemente preso contatto con rappresentanti delle forze curde) a intensificare gli sforzi per fermare i crimini in corso. “La situazione oggi è in parte migliorata, ci ha segnalato Pinar Selek, attivista turca residente in Francia, da sempre impegnata in questo ambito, dopo l’accordo raggiunto tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda] e il governo transitorio siriano. Ma come raccontano anche le donne di Kongra Star [l’organizzazione ombrello del movimento delle donne in Rojava] nel “messaggio alle donne del mondo” che Pinar ci ha inoltrato e che pubblichiamo su questo sito (https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallarete/messaggio-dalle-donne-del-rojava-alle-donne-del-mondo/), “sappiamo che non esiste una vera pace. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. E non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne”. Perciò, sostengono, “non smetteremo di lottare” e invitano a “restare vigili e attive”.
(Silvia Marastoni)

Il testo dell’appello pubblicato su Libération (che non consente l’accesso a non abbonate-i) e l’elenco aggiornato delle firmatarie può essere reperito anche a questo link: https://www.marchemondiale.ch/index.php/fr/actions-campagnes/solidarite-internationale/667-rojava-ne-laissons-pas-massacrer-la-revolution-des-femmes

(Libération, 26 gennaio 2026)

Nella discussione sulla violenza politica e negli interventi di Claudio Vedovati e Stefano Ciccone è stata evocata, direttamente o indirettamente, la questione di un profondo cambiamento della società, dell’economia e delle relazioni sociali, in particolare di quella tra uomini e donne, che trovi nella nonviolenza la propria pratica.

Nel volume La rivoluzione nonviolenta*, Piero P. Giorgi, riflettendo sul significato profondo della parola “rivoluzione”, la rilegge come il passaggio necessario da una società fondata sulla violenza a una società nonviolenta e, proprio per questo, davvero umana. L’autore invita a riconoscere che la violenza non è solo quella evidente delle guerre o delle aggressioni, ma è spesso nascosta nelle strutture sociali, nelle disuguaglianze, nei rapporti di potere, nel linguaggio e nei comportamenti quotidiani. È una violenza che viene accettata come normale e che finisce per plasmare il modo in cui viviamo insieme.

Giorgi parte da una rilettura delle basi biologiche del comportamento umano, opponendosi alla visione tradizionale che considera aggressività e competizione come tratti inevitabili della natura umana. Le neuroscienze contemporanee, e in particolare gli studi sull’empatia, sui neuroni specchio e sulla cooperazione, mostrano che la nostra mente è strutturalmente orientata alla relazione e all’altruismo. La violenza, secondo l’autore, è piuttosto un prodotto culturale e storico, amplificato da modelli sociali gerarchici e patriarcali.

In questo senso, la nonviolenza non è un ideale etico astratto, ma una condizione naturale possibile, che può essere recuperata attraverso l’educazione, la consapevolezza e la riforma delle istituzioni sociali. L’autore propone di fondare su basi neuroscientifiche una nuova etica della responsabilità, capace di integrare le dimensioni emotive, cognitive e sociali dell’essere umano.

La “rivoluzione” evocata dal titolo non implica un capovolgimento violento dell’ordine esistente, ma una conversione etica e antropologica orientata alla cooperazione, alla cura e alla giustizia relazionale. Una società costruita sulla forza, sul dominio e sulla competizione non può essere considerata pienamente umana. La violenza promette ordine e sicurezza, ma in realtà produce paura, esclusione e nuovi conflitti. Per questo la nonviolenza non è una scelta ingenua o moralistica, né una forma di passività: è invece una risposta attiva e radicale, capace di mettere in discussione le basi stesse della convivenza sociale concorrendo ad evitare l’estinzione dell’umanità che l’attuale violento modo di vivere potrebbe comportare.

La rivoluzione nonviolenta non riguarda solo le leggi o le istituzioni, ma anche le persone. Non può esistere un cambiamento collettivo senza un cambiamento individuale. La nonviolenza diventa così uno stile di vita, un modo di pensare e di agire che coinvolge le relazioni, la politica, l’economia e l’educazione. Essa propone una diversa idea di potere, non inteso come imposizione sull’altro, ma come capacità di cooperare, dialogare e costruire insieme soluzioni giuste.

Un aspetto centrale della società nonviolenta è il modo di affrontare i conflitti. Giorgi sottolinea che il conflitto è inevitabile e fa parte della vita sociale, ma non deve necessariamente trasformarsi in violenza. La nonviolenza insegna a gestire i contrasti senza distruggere l’altro, cercando risposte che rispettino la dignità di tutte le persone coinvolte. In questo senso, essa diventa una pratica concreta di giustizia e responsabilità.

La rivoluzione nonviolenta non è un traguardo immediato, ma un processo lungo e fragile. Richiede impegno, partecipazione, educazione e vigilanza continua, perché la tentazione di tornare alla violenza è sempre presente. È però proprio questo cammino a rendere possibile una società più giusta, solidale e umana, fondata non sulla paura, ma sulla cura delle relazioni e sul riconoscimento reciproco.

Ampio spazio è dedicato nel volume al ruolo delle donne nella trasformazione nonviolenta, in cui si attribuisce loro una funzione storica e culturale decisiva, non per ragioni essenzialiste, ma per la continuità di saperi relazionali e pratiche di cura che le donne hanno preservato nel tempo, spesso in opposizione ai modelli dominanti di potere.

La capacità di generare e custodire la vita, di mantenere reti sociali e comunitarie, di valorizzare l’empatia come forma di intelligenza e di gestione dei conflitti rappresenta un punto di partenza per un nuovo paradigma di civiltà. In questa prospettiva, la “rivoluzione nonviolenta” non può prescindere da una rivoluzione femminile, intesa come pieno riconoscimento del contributo storico e contemporaneo delle donne alla costruzione di una cultura della pace. La loro esperienza costituisce una risorsa essenziale per “riumanizzare” la società tecnologica e ricostruire un equilibrio tra mente, corpo e ambiente.

Pur riconoscendo che la rivoluzione nonviolenta è una risposta attiva e radicale, le argomentazioni di Giorgi lasciano in secondo piano una questione cruciale: un cambiamento nonviolento radicale non può limitarsi a un mutamento degli atteggiamenti personali o a un lavoro educativo di lungo periodo come l’autore sembra talvolta individuare come strategie del cambiamento. Come hanno insegnato e praticato pensatori della nonviolenza quali Lidia Menapace, Maria Pastore, Danilo Dolci, Aldo Capitini e altre/i, esso richiede anche azioni di disobbedienza civile, scioperi, sit-in, boicottaggi, ecc., che spesso comportano repressione da parte delle istituzioni statali e costi personali elevati per chi sceglie queste forme di lotta.

Gli esempi storici (vedi l’esperienza di Gandhi prima in Sudafrica e poi in India) quelli più recenti, come “Extinction Rebellion” in Europa o “Palestine Action” in Gran Bretagna, il movimento iraniano “Donna, vita, libertà” e, ancora, le manifestazioni e le azioni delle cittadine e dei cittadini statunitensi che, nelle città, si oppongono ai soprusi dell’ICE contro i migranti, mostrano che azioni che vanno oltre la semplice testimonianza simbolica vengono frequentemente represse dalle forze dell’ordine, pur mantenendo un carattere nonviolento. E chi si pone in una prospettiva nonviolenta non può esimersi dal discutere come affrontare tale repressione che è anche violenta. Si tratta di questioni che andrebbero discusse più a fondo da chi non intenda ridurre la nonviolenza a una sola testimonianza etica e morale, per quanto importante.

(*) Piero P. Giorgi, La rivoluzione nonviolenta. Lo studio della natura umana può evitare una rapida estinzione, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (Verona), 2019.

(www.libreriadelledonne.it, 6 febbraio 2026)

Non c’è fotografia più nitida per restituire il nesso tra capitalismo e patriarcato, nella sua espressione più abominevole, delle immagini provenienti dai files di Jeffrey Epstein. In pochi hanno messo a fuoco il grado di compiacenza sessuale, di spudorata esibizione del potere maschile, bianco, sul corpo delle donne, proveniente non da maschi qualsiasi, ma da un’élite mondiale super-selezionata. Un consesso di uomini potenti, in grado di governare e condizionare, sul piano politico, economico, culturale, dell’immaginario, le vite di miliardi di persone, che si è ritrovato unito e compatto nell’umiliazione sulle donne e nel sentirsi ancora più coeso e compatto proprio in virtù di questo atto collettivo.

I files Epstein comprendono tutto quello che le procure hanno accumulato sull’indecente magnate dal 2005, quando Epstein è stato indagato per le accuse di abusi su minorenni in Florida. Dallo scorso novembre, poi, sono stati pubblicati circa tre milioni di pagine di documenti. Non si tratta solo di informazioni relative al traffico sessuale, ma ci sono anche documenti finanziari dei suoi clienti, scambi di email e messaggi di testo personali, video e foto. L’intreccio tra il potere e la violenza sessuale non potrebbe essere più esplicito. Elon Musk, che poi cerca di smentire queste affermazioni, nel 2012 chiede a Epstein «in che giorno/notte ci sarà il party più scatenato sulla tua isola?» riferendosi all’isola privata del magnate alle Isole Vergini. In altri appunti di Epstein scritti a Bill Gates, il fondatore di Microsoft, si sostiene che Gates avrebbe avuto relazioni extraconiugali con «ragazze russe» e avrebbe contratto una malattia sessualmente trasmissibile chiedendo aiuto a Epstein per ottenere antibiotici da somministrare di nascosto a Melinda, sua moglie. In un’e-mail del 18 luglio 2013, Epstein scrive: «Per aggiungere la beffa al danno, poi, con le lacrime agli occhi, mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene». 

Il nome di Richard Branson, il boss della Virgin, compare centinaia di volte e in uno scambio di battute del 2013, Epstein lo ringrazia per la sua recente ospitalità mentre Branson risponde che è stato «davvero un piacere» vederlo, aggiungendo: «Ogni volta che sei in zona mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!» (Virgin poi chiarisce che per harem si intendevano tre membri adulti del team di Epstein, precisazione alquanto inverosimile).

Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants, chiede se una donna da lui incontrata a casa di Epstein fosse «una professionista o una civile» e Epstein in altri scambi dice di avere per lui «un regalo» e descrive la donna a cui avrebbe presentato Tisch come «una tahitiana che parla soprattutto francese, esotica».

I Files sono stati pubblicati alla rinfusa e in modo confusionario e non sono state risparmiate nemmeno le vittime, molte delle quali finite nel web con tanto di volti, indirizzo mail e addirittura conti correnti bancari. Ma in ogni caso nella maggior parte dei testi si svela il campionario più retrivo e umiliante quando si tratta di donne: harem, esotiche, prostitute, una descrizione che non viene particolarmente a galla nelle cronache di questi giorni, più orientate a dare risalto all’elenco dei vari potenti o personaggi noti invece che evidenziare il trattamento maschile verso le donne. E non a caso è una donna, Melinda Gates, che chiede all’ex marito Bill di «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in quelle situazioni».

L’immagine, tra quelle finora note, che più di tutte descrive la condizione di supremazia maschile e di umiliazione sessista è probabilmente quella del principe inglese Andrew, accovacciato su una donna distesa a terra, quasi come fosse una belva pronta ad avventarsi sulla propria vittima.

Una storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale. Da questo punto di vista, se si guarda ai fatti e ai files attraverso questa lente non stupisce il nutrito elenco di uomini noti o sedicenti progressisti. Il Bill Gates appena citato, Bill Clinton, il blairiano Peter Mandelson – punta di lancia della campagna di delegittimazione contro Jeremy Corbyn accusato di presunto, quanto inesistente, antisemitismo – il mentore della sinistra radicale Noam Chomsky (al momento presente nei files solo con scambi di lettere), Woody Allen, l’ex ministro della Cultura francese Jack Lang. Amici di Epstein alla pari di Donald Trump e Elon Musk, accomunati da un’identità sola: essere uomini. Tutti in fila a omaggiare Epstein, a prescindere dalle convinzioni e dai valori esibiti nel loro discorso pubblico e invece qui asserviti alle violenze sessuali con una foga ben colta dal New York Times: «Dimostra come funziona la società d’élite in tutto il mondo. Rivela come il denaro, indipendentemente da come venga guadagnato, attiri l’attenzione delle persone, che a sua volta porta più denaro e più attenzione, e genera questa vasta rete di connessioni, anche per qualcuno come Epstein. Così la gente ha visto radunate persone potenti attorno a lui e voleva farne parte». People follow the money, si potrebbe dire e non si ferma nemmeno davanti a un abusatore sessuale. Tutto questo, continua il New York Times, «è rivelatore di come alcune persone della società d’élite considerassero le donne. C’era una forte componente di classe in tutto questo. Molte ragazze provenivano da famiglie disgregate e da contesti poveri. Alcune di loro avevano subito abusi in famiglia. Ed erano viste, fondamentalmente, come oggetti, se non da usare sessualmente, almeno da avere intorno, quasi come mobili. Erano viste come persone usa e getta».

Harem, tappezzeria, mobilio, persone da usare e gettare. Sembra un film dell’orrore, una storia di soprusi eccezionali, e ovviamente lo è. Ma per il tipo di persone coinvolte, per il ruolo di cantori del sistema dominante – occidentale in questo caso, che avrà i suoi corrispettivi in ogni regime politico – svolto dai protagonisti, quella storia diventa simbolo di una gerarchia patriarcale ben conosciuta e denunciata attivamente dai movimenti femministi e che il mondo maschile continua invece a ignorare e bypassare. Nell’harem di Epstein andava in scena un immaginario che, non a caso, è stato indirettamente (o forse più consapevolmente di quanto si creda) preso di mira dal MeToo statunitense, indirizzato proprio contro una gestione patriarcale, violenta e proprietaria del corpo delle donne da parte di un’élite di maschi bianchi e di potere. Quel movimento è stato poi banalizzato e dimenticato ma è rimasto nella coscienza di molte e non sarà reversibile. Denunciare le molestie sessuali sul lavoro è un fatto che è cresciuto di intensità dopo il movimento negli Usa, così almeno segnala una nota della Bocconi di Milano, con una crescita delle denunce in alcuni casi del 50%.

I files di Epstein sembrano non turbare più di tanto la generazione maschile che resta aggrappata a un immaginario consolidato e interiorizzato fino a renderlo banale. Certo, in gran parte dei commenti politici e giornalistici fatti da uomini non manca lo sdegno, ma viene spesso sovrastato dall’indignazione per la matrice politica degli uomini abusanti: i progressisti in cerca delle colpe di Trump e le destre pronte a replicare con la presenza dei Clinton. Ma il nodo centrale della vicenda, l’espressione del rapporto tra uomini, potenti, patriarcali, ricchi, e le donne, resta sullo sfondo. E invece si tratta proprio di destrutturare immaginari e forme di dominio, schemi consolidati, relazioni incistate anche con il loro grado di violenza e umiliazione. Che travalicano il jet set allestito da Epstein, popolano il nostro immaginario e il brodo melmoso in cui siamo cresciuti in quanto maschi. E che spesso non respingiamo, soprattutto non smantelliamo.

Oltre a rifiutare in radice ogni forma di violenza, occorre invece smontare stereotipi, ribaltare gerarchie lessicali e forme di dominio, anche impalpabili, anzi soprattutto quelle. Perché sono quelle ad abitarci ancora. La storia di liberazione ed emancipazione delle donne deve essere scritta dalle donne, ma è anche vero che una storia di oppressione e di umiliazione chiama in causa anche il soggetto attivo del dominio. E se non si può chiedere al capitalismo di smettere di sfruttare il lavoro, ché altrimenti finirebbe di esistere, si può invece esigere dagli uomini di dismettere l’intero apparato simbolico collegato al patriarcato e all’oppressione. Perché non si smetterebbe di esistere ma si sarebbe solo migliori e si potrebbero costruire relazioni nuove: solidali, paritarie, fondamentalmente inedite e liberatorie per tutti e tutte. Non c’è niente di più opprimente e costrittivo, in fondo, del pattern virilista che viene inculcato da ragazzi e che rende l’esibizione di sé e la competizione infinita un dovere assoluto. E non c’è nulla di più liberatorio che sbarazzarsene.

(Jacobin Italia, 5 febbraio 2026)

Il numero doppio della rivista AP (Autogestione e politica prima) n.4, ottobre-dicembre 2025/ n.1, gennaio-marzo 2026, meriterebbe una menzione solo per il titolo, Con GENTILEZZA stante i tempi bui; e per l’immagine di copertina, due mani che si stringono: due mani, una di donna e una di uomo. Non credo sia casuale. Perché AP da sempre, pur essendo profondamente femminista per i valori e le battaglie e le azioni che sviluppa, non ha mai assunto una posizione di rifiuto verso le figure maschili che ha sempre accolto, ne è stata ospite o addirittura alleata. Siamo, in questa rivista, impegnati a cercare aldilà, o nel profondo, a mostrare, svelare delle realtà che la stampa in generale nasconde e trascura: quella realtà che solo le donne riescono a svelare, che è appunto fatta di gentilezza e di forza. Questo doppio numero ne dà una testimonianza vivida: ci sono le lotte dei braccianti e la rabbia verso le cieche burocrazie che rendono faticosa e difficile ogni azione sensata; la consapevolezza del difficile scambio con le giovani, travolte da un sistema tecnologico ancora profondamente patriarcale e minacciate da guerre sempre più insensate e crudeli specie per le donne… E a fronte di questo la volontà di non perdere i legami col passato, con le madri, nella storia vivente, che è l’unica che ci può restituire il senso profondo dell’esistenza. Insomma, un numero che assume e rilancia, con il contributo delle Città Vicine che hanno pubblicato qui le riflessioni nate dal loro incontro “Testimoniare il male senza dimenticare il bene”, una parola forte, che ci libera da tanti piccoli pregiudizi e paure per la sorte del femminismo: che, come testimonia questa rivista, è più vivo che mai.

(www.libreriadelledonne.it, 5 febbraio 2026)

La rete nazionale 10 100 1000 piazze di donne per la pace (facebookinstagram) organizza per sabato 28 marzo una manifestazione da fare in contemporanea in tutte le città e invita le donne a tessere, cucire, ricamare in piazza un arazzo o una rete o un tappeto o una grande bandiera per testimoniare la volontà di pace e l’opposizione ad un sistema di potere, di cui sono artefici anche donne di governo, che vuole convincerci della necessità della guerra. La guerra non è inevitabile, è una scelta politica che riduce la nostra umanità. Alla fine degli anni ’40 le donne dell’UDI (Unione donne in Italia), nelle città e nelle campagne, raccolsero 3 milioni di firme che consegnarono all’ONU e cucirono a mano drappi di arcobaleno, le bandiere della pace, utilizzando il materiale che trovavano, contro la bomba atomica e il riarmo. Vivo era il ricordo delle tragedie provocate dalla seconda guerra mondiale. Oggi siamo sconvolte per quello che non avremmo immaginato potesse nuovamente accadere. Abbiamo paura che la guerra possa estendersi, anche per un errore diventare nucleare e causare la fine della vita sulla terra. Siamo addolorate per la sofferenza delle popolazioni civili, per la strage di bambine e di bambini, di donne e uomini inermi, per i giovani mandati a morire per la sete di dominio dei potenti e per fare arricchire costruttori e trafficanti di armi.

Siamo profondamente preoccupate per il presente che stiamo attraversando e per il futuro che stiamo consegnando o peggio non consegneremo a figli e nipoti.

Tessere, cucire, rammendare, ricamare sono attività che richiedono pazienza e competenza, utili per la bellezza e per la vita, il contrario di demolire, strappare, distruggere. Fanno parte dell’esperienza storica femminile di attenzione e cura delle relazioni umane, esperienza di cui siamo orgogliose e che dobbiamo far valere contro la logica della forza e del dominio che rischia di annientarci. Conosciamo meglio degli uomini il valore della vita perché noi donne possiamo darla non senza difficoltà, rinunce e, a volte, sofferenze e la curiamo giorno dopo giorno. Dobbiamo far valere la nostra differenza! È arrivato il momento di dire con fermezza Basta! Basta al delirio distruttivo del sistema di potere maschile che fa della menzogna e dell’uso della violenza una pratica quotidiana e che si manifesta con sempre maggiore arroganza e ferocia. Sentiamo la responsabilità, il dovere di agire, qui e ora, prima che sia troppo tardi in tutti i modi possibili, inventandone anche dei nuovi. Siamo convinte che se saremo tante saranno costretti ad ascoltarci. Per questo vi chiediamo di unirvi a noi sabato 28 marzo. È l’inizio di un percorso che continuerà con altre iniziative fino ad arrivare ad una manifestazione nazionale.

Insieme ce la faremo!

(facebook, 3 febbraio 2026)

Risale a Patrizia Cavalli, dopo la morte della scrittrice, l’idea di questo “Album” che ora vede la luce a cura di Emanuele Dattilo (Einaudi): foto, note biografiche, lettere, brani dai romanzi, testi inediti

Sfogliare un album di foto di famiglia significa compiere un rito specifico, assai più codificato di quanto normalmente sospettiamo. «Dov’era qui?», «Chi era questo?», «Cos’era successo quella volta?», chiede il bambino all’adulto di fronte ai volti di quanti, pur essendogli familiari e vicini, gli appaiono d’un tratto lontani, quasi irriconoscibili.

Ma si deluderebbero senza dubbio le sue aspettative se ci si limitasse a rispondere a questi interrogativi, ripetendo magari quanto riportato già dalle didascalie. La vera domanda che infatti il bambino vorrebbe porre, e che pure resta spesso sospesa e non detta, è: «Come eravate/come eravamo allora?».

È la questione che Emanuele Dattilo pone felicemente al centro dell’Album Morante di cui è curatore (Einaudi “Saggi”, pp. IX-263, € 52,00), prendendo sul serio la più vitale delle curiosità infantili (ma qui “bambino” e “adulto” indicano due diverse condizioni epistemiche più che anagrafiche – due ruoli o due finzioni). L’“Album”, che raccoglie fotografie, documenti ed estratti spesso inediti di Elsa Morante, ha una storia travagliata, come si compete a un libro tanto importante. Concepito già all’indomani della morte della scrittrice (1985), è rimasto in fase embrionale per oltre trent’anni. Una gestazione mostruosa che si spiega con il compito altissimo affidatogli originariamente da Patrizia Cavalli: nientemeno che strappare, tramite il ricordo, l’amica Elsa alla morte! Un’impresa forse impossibile, che ora Dattilo ricalibra, piegandola nella direzione dell’arte divinatoria.

Attraverso il montaggio di immagini e testi, al di là di ogni imposizione cronologica, si tratta non tanto di ricostruire la vita di Morante (per quello esistono già le biografie), né tantomeno di restituirgliela, ma di evocare Elsa, lasciando che sia lei stessa a mostrarsi, a rivelarsi al lettore. E con lei il suo mondo, il suo modo di essere, il suo pensiero. Sì, perché una delle premesse fondamentali del libro è che Morante ha un pensiero – un pensiero che, naturalmente, non si è espresso nella forma sistematica del trattato, ma innerva i racconti, i romanzi, le conferenze, le poesie, le lettere, e finanche i paratesti, quegli umili apparati grafici e testuali che accompagnano un libro. 

È infatti proprio in una notarella autobiografica apposta sulla quarta de “Il mondo salvato dai ragazzini” che Morante ci si presenta con ineguagliata lucidità. «E.M. – scrive – è tuttora vivente, e abita a Roma nell’unica compagnia di un gatto. Le sue amicizie (poche) le trova di preferenza tra i ragazzini, perché questi sono i soli che si interessano alle cose serie e importanti. Gli adulti, in massima parte, si occupano di roba trita e senza valore. In politica, E.M. è (fino dalla nascita) anarchica: CIOÈ ritiene che il potere degli uni sugli altri viventi […] sia la cosa più squallida, miserabile e vergognosa della terra».

Vi è molto di Elsa condensato in queste poche righe. La disposizione selvatica e quasi saturnina, ma anche l’amicizia, quale culto assoluto da prestare a un pantheon di divinità comuni (Rimbaud, Simone Weil, Platone, Mozart, Spinoza…). Il rifiuto di ogni forma di sopraffazione e la passione smodata per i gatti – le uniche creature alle quali Elsa accorda una sorta di primazia naturale («Potere ai gatti!», grida, una fredda notte di capodanno, facendo piovere macinato su una colonia felina). E, infine, la contrapposizione netta, insanabile, tra la Storia, il mondo degli adulti, degli Infelici Molti, da una parte, e l’Isola, la patria dei ragazzini, dei Felici Pochi, dall’altra. 

Quale delle due è reale e quale irreale? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per Morante, la realtà è tutta dalla parte dell’Isola; è la Storia, per usare le parole di un altro grande scrittore del Novecento, “l’incubo” dal quale dobbiamo cercare di risvegliarci. 

Si tocca qui, come suggerisce persuasivamente Dattilo, uno dei nodi che insieme stringono e separano Morante dall’amato Pasolini. Anche per Elsa, ai margini della società, il Paradiso esiste; ma esso non è di per sé votato all’estinzione, per via di un’inesorabile dialettica storica. Sempre vi sono e vi saranno Poeti, capaci di cogliere la vita come una rosa da un prato. Lo dimostrano gli esempi speculari di Sandro Penna, «il più grande poeta del mondo», e di Leonor Fini, pittrice, che vivono senza conservarsi, in maniera tenera e feroce – il che vuol dire, in una parola, innocente, come il fuoco, che brucerebbe il mondo, ma non brucia in primis che sé stesso. Appartiene anche Elsa a questa felice, eletta schiera?

Lo ricordava già uno dei più grandi critici letterari del secolo scorso, Cesare Garboli: Morante, che per tutta la vita non ha fatto che adorare indefessamente la grazia, la leggerezza, l’ala di rondine che passa senza lasciare traccia, si è sempre imputata la qualità che più le era odiosa – la pesanteur. «Io futile minotauro negato al volo», dice di sé nella poesia conclusiva di “Alibi”. È questa la tragedia di Elsa: scorgere l’Isola, persino frequentarla, senza però essere in grado di restarvi davvero; vedere una donna in spiaggia con in braccio un bambino ed essere solamente colei che la osserva a distanza. «Mi pare ormai di aver capito il segreto della felicità… – scrive in una lettera a Rodolfo Wilcock – L’ho capito, MA non sono capace di trasformarmi in quello!». Ed è probabilmente proprio questo capire il grande ostacolo. Per quale ragione? Perché bello, per Elsa, è solamente chi non sa di esserlo; felice è solamente chi non sa cosa sia la felicità. Come scrive a proposito dei Felici Pochi: «la vostra grazia, ultima, è che la vostra bellezza NON VI RIGUARDA».

Ma forse, come suggerito da Giorgio Agamben – un altro degli amici le cui testimonianze sono raccolte nell’“Album” – proprio l’adesione tenace al proprio destino, alla propria finzione tragica, consente a Elsa di aprire «un varco» oltre ad essa, «verso qualcosa che non è più tragico». Una commedia o anche solo uno scherzo (“Tutto uno scherzo” è il titolo originario de “La Storia”). Sembrano confermarlo al lettore alcuni ritratti, in cui la consueta, intransigente serietà di Elsa si scioglie finalmente in un sorriso sottile e pieno di mistero. È il «sorriso degli etruschi», come ebbe a scrivere Raffaele La Capria, di chi «ha stabilito che la Felicità deve essere in qualche parte, in un’Itaca remota e vicina, e bisogna soltanto essere abbastanza intrepidi per andare a scovarla». Infatti, solamente «chi questa idea ha in fondo alla testa, e niente elude, conosce il Naufragio».

C’è un momento, un solo momento, in cui questo spiraglio oltre la propria sorte, altrimenti votato a rimanere invisibile a Elsa, sembra divenire anche per lei trasparente, facendo filtrare un po’ di luce. È un testo inedito, in cui Morante immagina un dolce scambio con Stendhal: «Lo sai benissimo che non sono il tuo Angelo Custode. Il tuo Angelo Custode è Arthur Rimbaud. Costui ti porterà alla morte; ma al momento di morire, ti ricorderai di quest’altro vecchietto, che t’ha indotto a vivere, e che sono io. Io sono il tuo Santo Protettore. Sono un sorrisetto».

(il manifesto – Alias, 1° febbraio 2026)

Una mostra alle Gallerie d’Italia di Napoli celebra la creatività femminile. […]

Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, è il titolo dell’esposizione, curata da Antonio Ernesto Denunzio, Raffaella Morselli, Giuseppe Porzio, Eve Straussman-Pflanzer. Realizzata con il patrocinio istituzionale dell’Ambasciata di Spagna, con quello del Comune di Napoli e con la partecipazione dell’Università di Napoli L’Orientale, è visitabile fino al 22 marzo nella prestigiosa sede di Via Toledo, in quel palazzo progettato alla fine degli anni Trenta del Novecento da Marcello Piacentini quale sede del Banco di Napoli, e “ripensato con i più innovativi criteri museografici grazie al progetto architettonico di Michele De Lucchi”.

Vi sono esposte sessantanove opere, tra dipinti, disegni, manoscritti e sculture provenienti da musei e da collezioni americani ed europei e, ovviamente, da musei e collezioni napoletani, nonché dalla collezione Intesa Sanpaolo. Il catalogo della mostra è realizzato da Società Editrice Allemandi (pp. 271, € 33,25), contiene studi di Elisa Novi Chavarria, Raffaella Morselli, Maria Cristina Terzaghi, Antonio Ernesto Denunzio, Giuseppe Porzio, Domenico Antonio D’Alessandro, Paologiovanni Maione, Ignacio Rodulfo Hazen, Eve Straussmann-Pflanzer, Renato Ruotolo, Mercedes Simal López, alcuni dei quali appositamente intrapresi per questa occasione.

Quando anche le donne si misero a dipingere? Se lo è domandato per prima Anna Banti, nel suo omonimo e fondamentale studio (che ha visto la luce nel 1982).

“Non credo facile stabilire quando le donne si siano messe a dipingere” ha scritto, ma “[…] Fu sulla metà del secolo sedicesimo che qualche cosa cambiò: certi padri cominciarono a vezzeggiare le loro bambinette, che, furbette, non tardarono a profittarne. […] A parte la favoletta; in genere le pittrici che la storia è costretta a nominare, son state figlie di pittori e hanno imparato l’arte in casa”.

Anche Orazio Gentileschi ‘vezzeggiò’ la figlia Artemisia. A Proposito di Artemisia Gentileschi, la rassegna napoletana costituisce un approfondimento del tema della creatività femminile nel viceregno, già affrontato nel 2022, in questa stessa sede, proprio in occasione della bella e fortunata mostra dedicata al soggiorno napoletano di Artemisia, della quale l’attuale esposizione propone al pubblico una serie di tele mai esposte prima in Italia.

Ma la romana Artemisia non è l’unica ‘forestiera’ ad aver avuto successo a Napoli. In mostra ci sono anche opere della miniaturista di origini marchigiane Giovanna Garzoni, altre sono della bolognese Lavinia Fontana, che apre il percorso espositivo, ed altre ancora di Fede Galizia, di origini trentine ma naturalizzata milanese, definita mirabile pittoressa da Carlo Torre, nella prima guida di Milano, pubblicata nel 1674. Anche lei ‘vezzeggiata’, per dirla alla Banti, dal padre Nunzio, artista poliedrico ma ancora poco studiato, che ai suoi tempi godette di buona fama, pari a quella della figlia.

Nella rassegna alle Gallerie d’Italia si possono anche ammirare opere della maltese Maria Dominici, terziaria carmelitana, nonché zia del famoso Bernardo, autore delle Vite de’ pittori, scultori e architetti napoletani (1742), che fu pittrice ed anche eccellente scultrice.

La più peculiare delle artiste napoletane è senz’altro la scultrice Caterina De Julianis, abile ceroplasta che si è distinta nella realizzazione di personaggi in cera colorata (soprattutto bambini e scene macabre, in quel secolo molto in voga sia in Campania che altrove in Italia) appartenenti alla tradizione napoletana dei teatrini, dalla quale discende l’arte presepiale partenopea, ancor oggi fiorente, al punto che in città le è riservata l’intera zona di San Gregorio Armeno, meta turistica affollatissima non solamente sotto Natale. Come ci ricorda Renato Ruotolo nel suo saggio in catalogo, citando un brano tratto dalle Vite di Bernardo De Dominici, Caterina fu anche autrice di “Bambini di cera di tanta bellissima idea di sembiante, e perfezione di parti, che è impossibile superarli in tal maniera, modellati a tutto tondo e molto apprezzati da Francesco Solimena”.

Nella rassegna alle Gallerie d’Italia, i suoi lavori sono in colloquio con quelli della scultrice andalusa Luisa Roldàn, detta La Roldana, lei pure figlia d’arte ed esponente del cosiddetto barocco pietista sivigliano. Luisa, consapevole del proprio valore, firmò sempre le proprie opere ma dovette combattere contro le regole del tempo che vietavano a una donna di farlo. La sua tenacia la premiò e per la sua bravura fu nominata scultrice di Corte durante il regno di Carlo II e di Filippo V, prima e unica donna a rivestire questo incarico. Realizzò soprattutto piccole figure devozionali, spesso femminili, in terracotta o in legno, cariche di pathos, ma delicate nell’esecuzione e connotate da un panneggio accurato, nelle quali trasferiva la propria esperienza di donna, protagonista dei numerosi eventi drammatici che costellarono la sua vita. Morì ancor giovane e molto povera, perché il divieto per una donna di iscriversi a una corporazione che ne tutelasse i diritti non garantì mai l’equa retribuzione del suo lavoro. Fu tuttavia una straordinaria interprete, la cui eccellenza oggi è finalmente riconosciuta. Nel tempo, “il catalogo delle sue opere ha continuato a crescere e ad affinarsi; vari studi storico-artistici e tecnici e il ritrovamento di documenti inediti hanno consentito di ricostruire con una certa precisione le tappe della biografia di Luisa Roldán di confutare luoghi comuni e miti infondati, e di comprendere le circostanze della realizzazione di alcune delle sue creazioni migliori”, così ci informa Mercedes Simal López nel suo studio pubblicato nel catalogo della rassegna alle Gallerie d’Italia.

In mostra ci sono anche le opere della napoletana, oriunda romana, Teresa Del Po, un’altra figlia d’arte, tra le poche donne ad essere state ammesse all’Accademia di San Luca, per di più, Teresa lo è stata “senza il corso della solita bussola, ma per i meriti di pittrice, diligentissima miniatrice ed accuratissima intagliatrice in acqua forte”, come ha ben documentato Lione Pascoli nelle sue Le vite de’ più celebri artisti viventi (pubblicate a Roma nel 1740). Trasferitasi a Napoli, Teresa “incontrò largamente il consenso di molti signori che concorsero per ottenere sue miniature e pitture fatte con pastelli, ritratti e mezze figure di santi”, come ci informa Bernardo De Dominici nelle sue Vite. Assai pregevoli sono pure le sue incisioni dedicate ai rilievi dell’Arco di Traiano di Benevento.

Un’altra figlia d’arte è la napoletana Elena Recco, che il De Dominici definisce “brava pittrice”, esperta in nature morte, così come lo era suo padre Giuseppe. Per la sua abilità la Recco fu chiamata alla corte spagnola di Carlo II, su consiglio di Luca Giordano e della contessa di Santisteban, moglie del viceré di Napoli Francisco de Benavides.

La vera star delle pittrici napoletane è senza dubbio Diana Di Rosa, altrimenti nota come Annella di Massimo, l’unica a poter rivaleggiare, in fatto di perizia, con Artemisia. Anche lei nata e cresciuta in una famiglia di artisti, fu allieva di Massimo Stanzione (da cui il suo soprannome), e, secondo il De Dominici era “cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella”. Pare, infatti, che, oltre ad essere brava, Diana fosse anche bellissima, così come lo erano le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, al punto da essere state soprannominate ‘Le Tre Grazie napoletane’. Il De Dominici favoleggia pure della sua morte violenta, riportando la leggenda popolare, secondo la quale Diana sarebbe stata assassinata dal marito accecato dalla gelosia. In pieno clima romantico, questa vicenda, alimentò un racconto popolare strappalacrime, dal quale fu poi tratto un drammone messo in scena nel 1841, intitolato, Anna Di Rosa ossia una folle gelosia. E in mostra si può ammirare il quadro del pittore ottocentesco Giuseppe Tramontano, intitolato Annella De Rosa e Massimo Stanzioni, appartenente alla Collezione Intesa Sanpaolo, che ammicca a questa vicenda piccante.

Tuttavia, si tratta solo di una leggenda popolare, infatti, infatti i documenti, fedelmente studiati da Giuseppe Porzio e riferiti nel suo saggio nel catalogo della mostra napoletana, attestano, invece, che Diana (Annella) morì di malattia a 41 anni, nel suo letto, lasciando ai figli una cospicua eredità, frutto dei suoi successi professionali e di quelli del marito, il pittore Agostino Beltrano.

È stato Roberto Longhi il primo studioso a tentare una ricostruzione ragionata del corpus delle opere di Diana Di Rosa. Nella rassegna napoletana possiamo ammirarne di bellissime.

Così ha scritto Anna Banti nel 1947 nella sua biografia romanzata di Artemisia, a proposito di un ritratto che l’artista romana avrebbe fatto della sua omologa napoletana: “Cominciò [Artemisia], in quei giorni, una figura senza modello, di memoria: ma di quale memoria? Se lo domandava, mentre le sbocciavano sottomano una guancia di caldo pallore, capelli neri raccolti in un modo negligente e sfatti sul collo e sull’orecchio. Di memoria, non di maniera: la ciocca che dalla tempia si sfioccava giù per la gota e velava l’orecchio la segnò e stemperò con una maestria di cui s’accorse e si compiacque, in un attimo di gioia pura. Ormai la testina era del tutto configurata, come se il modello fosse presente, in una naturalezza che pungeva e scommetteva una somiglianza. Non è Porziella, non è la figlia di Tuzia romana, l’antica famigliare modella. È una a cui Artemisia ha voluto bene senza saperlo, che ha molto e intensamente guardato, senza avvedersene. Fu per quell’inclinarsi scontroso sulla spalla sinistra che il riconoscimento si avverò, e il nome soccorse: Annella De Rosa” (Anna Banti, 1947).

In mostra ci sono anche ritratti di nobildonne che hanno lasciato un segno nella vita artistica e culturale napoletana, come quello che Diego Velázquez ha eseguito dell’infanta Maria d’Austria, sorella di Filippo IV e regina d’Ungheria. Infatti, quando, da agosto a dicembre del 1630, Maria soggiornò a Napoli, nel suo viaggio per raggiungere il futuro marito Ferdinando III d’Asburgo (prossimo imperatore del Sacro Romano Impero), fu raggiunta da Velázquez, la cui presenza in città, così come era accaduto con quella di Caravaggio all’inizio del secolo, influenzò grandemente la pittura napoletana coeva, sia femminile che maschile.

Durante il soggiorno della regina a Napoli, alla corte del vicerè Fernando Alfà de Ribera, III duca di Alcalá, colto mecenate e collezionista d’arte, c’era anche l’artista suo omonimo Jusepe de Ribera, del quale il viceré fu un fedele committente ed anche le opere di questo grande artista spagnolo agirono sulla pittura partenopea del tempo.

Ma la regina fece anche tendenza nella moda femminile di quegli anni, come ci narra una cronaca contemporanea, riportata da Antonio Ernesto Denunzio nel catalogo della mostra alle Gallerie d’Italia: “Andava la regina con un habito senza maniche né ali, quali era di tabì verde ricamato di perle et argento, et questa s[igno]ra così bionda, che i capelli paino di lana, gl’occhi torchini, il naso et bocca più presto grandi che piccoli, le mani ha assai bianche et p[er] farle parere, portava un paro di guanti di rezza di seta negra. Questa sorte di guanti fu usata da tutte le donne di Napoli et vanno in uso sino alle femmine plebee et per tutto il Regno” (Giornali historici, c. 74v).

Mi piace immaginare che la regina sia stata accolta dal viceré con sfarzosi festeggiamenti, con sontuosi eventi e spettacoli, sicuramente organizzati a Posillipo, con feste in barca, (il viceré e la sua ospite d’onore a bordo del famoso bucintoretto, di cui narrano le cronache del tempo, costruito alla veneziana), con musica, e fuochi d’artificio. Per onorare la regina, mi immagino un’edizione speciale dei tradizionali Spassi di Posillipo, in voga per tutto il secolo, con grande eco tra la popolazione. E mai luogo fu più adatto di Posillipo per dei festeggiamenti. Il toponimo, infatti, deriva dal greco “Pausilypon” e significa “luogo dove cessano i dolori”. Si celebrava così il mito della Sirena sullo scoglio con una scenografia che aveva il potere di trasformare il luogo in un palcoscenico di divertimento per il popolo e per la corte. E allora, Evviva gli spassi! (Ah, Jean Nöel Schifano, come hai ragione.)

Di spettacolo in spettacoli, di Sirena, in sirena. Una sezione tematica della mostra è infatti dedicata alle “dive” napoletane, tra le quali la celebre cantante, arpista e chitarrista di fama internazionale, Andreana, detta Adriana Basile, conosciuta come La Sirena di Posillipo. Sorella di Giambattista Basile (autore del celebre Lo cunto de li cunti, annoverato tra i classici della letteratura europea) e del compositore e poeta Lello, Adriana fu una grande diva del canto e un’autentica celebrità del suo tempo, richiesta da tutte le corti italiane. Così ne ha scritto il cardinale Federico Gonzaga, in una lettera a suo padre, il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga, dopo averla udita esibirsi a Roma: “canta benissimo et finora al libro, tocca d’arpe eccellentemente e di chitara spagnola; […] ha lasciato qui fama immortale et ha fatto stupir questa città sendo veramente la prima donna del mondo, sì nel canto come ancora nella modestia et honestà”.

Ma la “bella Adriana”, a cui Artemisia Gentileschi dedicò un ritratto oggi perduto, fu anche celebrata da molti poeti, da Giambattista Marino a Giambattista Basile, da Tommaso Stigliani a Gian Francesco Maia Materdona, da Gabriello Chiabrera a Fulvio Testi e da tanti altri. E quando si esibì a Mantova, lasciò a bocca aperta addirittura Claudio Monteverdi.

La mostra parla anche di riscatto sociale e di emancipazione con la storia di Giulia De Caro, detta La Ciulla d’a Pignasecca, che da meretrice divenne una talentuosa impresaria teatrale. Colei che il canonico Carlo Celano ebbe a definire “commediante, cantarinola, armonica e puttana”, scopertasi una bella voce, prese lezioni di canto e si esibì nel teatro in musica, un genere proveniente da Venezia che ebbe subito grande successo a Napoli. Tenace, dalla forte personalità e abile promoter di sé stessa, Giulia De Caro fece rapidamente carriera nel mondo dello spettacolo, anche grazie alla protezione del viceré don Antonio Albarez, marchese di Astorga, che, amante della musica (e della bella Giulia) favorì le compagnie teatrali che si andavano costituendo contribuendo al successo della sua pupilla. E fu così che Giulia riuscì a diventare impresaria di San Bartolomeo, il teatro ufficiale del barocco napoletano fondato nel 1620 alle spalle della chiesa dell’Ospedaletto in via Medina, che è rimasto il massimo teatro napoletano fino all’inaugurazione del San Carlo.

Paologiovanni Maione, nel suo saggio sul catalogo della mostra napoletana, riporta un brano tratto dalla rivista Fluidoro, Cronache napoletane, che così ci descrive come Giulia si facesse pubblicità: “Domenica, 29 di novembre 1671 cominciò a recitarsi in musica, quest’anno come dall’anni passati, dal tempo del governo del Conte di Oñatte in qua, la compagnia detta di Febi Armonici, ed una commediante di essa, ch’è Ciulla De Caro, pubblica puttana, andò tutto il giorno al passeggio in una sua propria carrozza, assai ricca così di cavalli come della stessa carrozza, vestita del modo come doveva essere vista sulla scena, con ricche vesti e cappello con folte penne di colori e col bastone in mano, facendosi vedere comandando i cuori degli effeminati amanti e pigliando nuovi clienti”.

Nel secolo d’oro della cultura napoletana, in città vi furono anche molte donne intellettuali. Ce ne dà notizia Elisa Novi Chavarria che così scrive nel suo studio per il catalogo della rassegna napoletana: “Di Beatrice Caracciolo duchessa di Martina è nota, per esempio, la familiarità con le pratiche alchemiche, la filosofia ermetica e il latino. Parlava da pari a pari con medici e ministri. A Napoli anche altre nobildonne si ritagliarono uno spazio culturale e scientifico: Ippolita Carafa, moglie del marchese di Arena, Andrea Concublet, Ippolita Cantelmo Stuart, Margherita Sarrocchi, unica donna entrata a far parte dell’Accademia degli Oziosi e in dialogo con Galilei. […] Badesse e monache di alto rango gareggiarono a loro volta nella collezione di manufatti, reliquiari, nell’arricchimento degli interni con quadri e pale d’altare che sarebbero diventati simbolo tangibile del ruolo e del prestigio sociale della propria famiglia d’origine, oltre che della famiglia religiosa cui appartenevano. […] In uno spazio tanto ricco di esperienze e di saperi, laiche e religiose incrociarono le novità che artisti, stampatori, musici lanciavano sul mercato dell’arte. È anche questo un aspetto oramai ben noto della storia di Napoli nel Seicento. Chiese e monasteri della città furono anche teatro delle esecuzioni musicali e del canto delle monache. La musica era un ingrediente costante delle svariate festività che si celebravano nelle numerose chiese parrocchiali e conventuali della città, e fu dai conservatori femminili che uscirono le più belle voci che ne animarono il patrimonio culturale”.

L’esposizione alle Gallerie d’Italia è il risultato di approfondite ricerche d’archivio, nonché di interventi di restauro conservativo delle opere esposte e di una campagna fotografica delle stesse, parte di un progetto più ampio che prevede future indagini in questo ambito di studio ancora molto frammentario. Ma è, soprattutto, una mostra bellissima.

Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, a cura di Antonio Ernesto Denunzio, Raffaella Morselli, Giuseppe Porzio, Eve Straussman-Pflanzer. Gallerie d’Italia, Napoli. Via Toledo, 177. Fino al 22 marzo.

(doppiozero.com, 31 gennaio 2026, https://www.doppiozero.com/napoli-spagnola-larte-al-femminile)

Da Pinar Selek, sociologa, femminista e attivista turca, da molti anni impegnata anche nella difesa dell’esperienza del Rojava e, in particolare, in stretta relazione con le donne che ne sono protagoniste, riceviamo questo testo, che pubblichiamo (Silvia Marastoni).

Care amiche, compagne e sorelle,

vi salutiamo con un nuovo aggiornamento dal Rojava. Oggi è sabato 31 gennaio. È la giornata di mobilitazione nell’ambito della campagna “Women Defend Rojava” (le donne difendono il Rojava). La maggior parte di voi avrà sicuramente partecipato a manifestazioni e azioni. Anche noi eravamo in strada con le donne, qui, in Rojava. In tempo di guerra, la situazione cambia da un giorno all’altro. È impossibile pianificare o preparare qualsiasi cosa. Ma a volte, le cose si incastrano a meraviglia. Come oggi. Cosa sarebbe potuto accadere di meglio che scendere in strada come donne proprio nel giorno dell’annuncio di un accordo tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda che ha sconfitto l’ISIS, ndr] e il governo transitorio siriano! In questa giornata riaffermiamo la nostra certezza: noi donne difenderemo la nostra Rivoluzione.

Dall’accordo di cessate il fuoco, possiamo dire che la situazione al fronte sembra più o meno calma. Ma sappiamo che non esiste una vera pace con il governo di transizione. Quando volgiamo lo sguardo verso le altre regioni della Siria, vediamo attacchi e assassinii incessanti.

Questo accordo non significa un cambiamento del Governo Transitorio Siriano (GTS) o delle forze imperialiste che lo sostengono. Il loro obiettivo rimane l’annientamento della Rivoluzione. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. Non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne. Crediamo piuttosto nella capacità della società di difendersi.

Il futuro dipende dalla resistenza continua delle donne in tutto il mondo. Donne che si mobilitano affinché possiamo continuare a difendere e mettere in sicurezza le conquiste di questa Rivoluzione, affinché questo accordo porti a un’integrazione democratica e non a un’assimilazione all’interno delle strutture statali. I diritti delle donne non vengono menzionati nei negoziati, così come la liberazione delle nostre combattenti dell’YPJ [le Unità di Difesa delle Donne, ovvero le brigate femminili, ndr]. Una solidarietà e una resistenza incrollabili sono indispensabili, la lotta continua!

La sicurezza non può essere garantita da alcun cessate il fuoco con l’HTS [Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo militante islamista che controlla parti della Siria nord-occidentale], ma solo dalla nostra stessa forza. L’autodifesa ha molteplici sfaccettature. È quanto abbiamo potuto constatare in modo impressionante nelle ultime settimane. Le forze armate, le FDS, sono importanti. Ma la forte pressione esercitata dai milioni di curde/i e dalle persone solidali che sono scese nelle strade del Kurdistan e del mondo intero in queste settimane è altrettanto importante. Le istanze politiche si sforzano di aprire una via diplomatica, ma traggono la loro forza dal sostegno della popolazione. Ancora una volta, la società in Rojava dimostra che la migliore autodifesa è l’organizzazione. Una società organizzata, che ha coscienza di sé, che ha valori democratici e li difende con fiducia e determinazione, non si lascia reprimere. Ed è con questa chiarezza che guarda al futuro.

La guerra non è finita. Forse la guerra militare perderà intensità, ma abbiamo visto in queste settimane che questa guerra è condotta con altrettanto accanimento nei media e con tutti i mezzi della guerra psicologica speciale. È una guerra per l’informazione, per la diffusione dei punti di vista, per le nostre menti, i nostri cuori, la nostra morale. Anche quando i nostri corpi non sono colpiti dai proiettili, sentiamo l’impatto della disinformazione che mira a farci arrendere ancora prima di aver iniziato a lottare. In questo senso è fondamentale restare vigili. L’amministrazione autonoma del Rojava continua a esistere, la Rivoluzione delle donne è viva e non si lascerà smantellare da alcuna integrazione. Dobbiamo essere consapevoli che viviamo nella terza guerra mondiale e nel suo caos. Il capitalismo, il sistema degli Stati-nazione e la mentalità patriarcale hanno condotto il mondo in una crisi profonda alla quale le potenze dominanti reagiscono con sempre più violenza, più repressione, più guerra. Possiamo constatarlo in Medio Oriente, in Europa, in Abya Yala[il nome usato dai popoli indigeni per riferirsi al continente americano, ndr], in Asia, negli Stati Uniti. Per proteggere le nostre società, la vita su questa terra, da questa forza distruttrice, abbiamo bisogno di numerosi metodi di lotta. Abbiamo bisogno di autodifesa in tutte le sue forme.

Quasi due settimane fa Mazloum Abdi, in qualità di comandante in capo delle FDS, ha fermamente rifiutato il piano d’integrazione proposto dal governo transitorio siriano. Quell’accordo avrebbe portato a una morte lenta della Rivoluzione. Invece, la società ha deciso di resistere ancora una volta. Questa resistenza ha esercitato la pressione necessaria per dar luogo a un nuovo accordo, conforme ai valori dell’amministrazione autonoma. Le FDS rimarranno unite e saranno ufficialmente integrate nell’esercito siriano come divisioni e non come singoli individui. Nessuna forza armata dell’HTS entrerà nei villaggi e nelle città curde. Unità delle forze di sicurezza del ministero dell’Interno siriano saranno stazionate temporaneamente in basi a Hasaka e Qamishlo, per proseguire il processo di integrazione, e poi lasceranno nuovamente le città. L’accordo copre molti punti e altri dovranno ancora essere negoziati prossimamente. Inoltre non sappiamo per quanto tempo il governo rispetterà le decisioni prese. Ufficialmente la Francia e gli Stati Uniti sono i garanti di questo accordo e supervisionano il processo. Ma noi non ci fidiamo delle forze imperialiste. Abbiamo fiducia nella forza della società e nella solidarietà internazionale.

Una cosa è chiara: dall’inizio del movimento di liberazione curdo e dallo scoppio della Rivoluzione in Rojava, le potenze egemoniche, siano esse regionali o internazionali, hanno sempre avuto interesse a impedire ogni rivolta del popolo curdo, ogni alleanza tra i popoli democratici e ogni auto-organizzazione. Eppure, oggi, siamo qui. E siamo riusciti a sventare un nuovo tentativo di annientamento della nostra resistenza.

Il governo di transizione siriano, che beneficia di un sostegno militare e finanziario e gode di una legittimazione politica da parte di Turchia, Stati Uniti, UE, Israele e Gran Bretagna, non è riuscito a entrare nelle città curde. L’HTS e l’alleanza delle forze governative pensavano di poter distruggere la Rivoluzione delle donne con un unico attacco massiccio. È stato un errore. Sono stati costretti a tornare al tavolo dei negoziati e la pace è stata rimessa all’ordine del giorno.

Solo una lotta comune, una resistenza comune, garantisce la sopravvivenza della Rivoluzione delle donne – e questo, ogni volta.

La lotta continua. Dobbiamo restare particolarmente vigili e continuare a esercitare pressione nei prossimi giorni e settimane. Sappiamo di trovarci di fronte a un governo islamista e ai suoi alleati imperialisti che sono privi di valori e di umanità. Allo stesso tempo, sappiamo che qui in Rojava vivono migliaia di donne che non accetteranno mai più di essere ridotte in schiavitù. La resistenza delle donne è, soprattutto in questo momento, la linea rossa centrale che garantisce i principi della Rivoluzione. Sappiamo che non c’è nulla di più antinomico alla Rivoluzione democratica delle donne delle idee islamiste e fasciste. È per questo che la giornata di oggi era perfetta affinché noi donne scendessimo in strada insieme.

Come oggi ha chiaramente sottolineato Rihan Loqo, del comitato diplomatico di Kongra Star[l’organizzazione-ombrello del movimento delle donne in Rojava, ndr] a Qamishlo [città nel nord-est della Siria, al confine turco, considerata la capitale de facto dell’amministrazione autonoma curda del Rojava, ndr]: «Questo sistema che rivendicano e nel quale l’esistenza stessa delle donne è messa a repentaglio, non potranno imporcelo. […] Finché i diritti, l’esistenza, la Storia, la volontà delle donne non saranno garantiti, non smetteremo di lottare, non aspetteremo che il tempo passi e non accetteremo questo sistema. Scenderemo in strada Ogni giorno per le nostre conquiste, la nostra esistenza, la nostra Storia, la nostra Rivoluzione».

In questo senso, restate vigili, restate attive, la guerra non è finita e una lunga battaglia ci attende. La nostra lotta come donne ha una storia millenaria e un futuro altrettanto lungo. Saremo testimoni di molti cambiamenti, avremo bisogno di molte metodologie,ma ciò che è certo è che la nostra libertà, la nostra autodeterminazione, la nostra organizzazione comune non sono negoziabili.

Jin, Jîyan, Azadî (Donna, Vita, Libertà)

(email, 31 gennaio 2026)

di Robert F. Worth

Presa di mira da Donald Trump, la città ha reagito costruendo un movimento dal basso, senza leader e radicato nei quartieri, che può offrire un esempio al resto del paese

Il convoglio di sei suv dell’Ice si è fermato e all’istante decine di persone lo hanno assalito, tutte con il telefono in mano, mentre altre uscivano di corsa dalle case vicine – una donna era in pantaloncini, con sei gradi sotto zero – e circondavano gli agenti mascherati e pesantemente armati che erano scesi dai veicoli neri. La furia della folla sembrava quasi una forza fisica, reale quanto la cacofonia di fischi, clacson e cori rabbiosi: “Via l’Ice! Vaffanculo! Tornate a casa!”.

Gli agenti hanno gettato un manifestante sull’asfalto fangoso e gli sono saliti sopra. Poi lo hanno ammanettato e trascinato via. Il volume delle urla è aumentato. Visto che la strada era bloccata da quelli che li contestavano e dalle loro auto, gli agenti si sono fatti largo lanciando candelotti lacrimogeni. Le nuvole di fumo bianco hanno cominciato a gonfiarsi nell’aria invernale. Un uomo ferito mi è passato accanto ed è andato a vomitare sulla neve.

Dalla mia posizione, a pochi metri dagli scontri, mi è sembrato di assistere a una caricatura brutale della spaccatura che oggi divide gli Stati Uniti: da un lato c’erano uomini in assetto militare che cercavano di imporre l’ordine con le armi, dall’altro persone infuriate che gridavano chiedendo giustizia.

Ma dietro la violenza di Minneapolis, immortalata nelle ultime settimane da centinaia di fotografie sconvolgenti, si nasconde una realtà diversa: la meticolosa coreografia di una rivolta civile. Se ne possono vedere le tracce nei tanti fischietti tutti uguali usati dai manifestanti, nei loro cori, nelle loro strategie e nel modo in cui seguono gli agenti dell’Ice senza però impedirgli di portare a termine i loro arresti. Nell’ultimo anno migliaia di cittadini del Minnesota sono stati formati per diventare osservatori legali e hanno partecipato a lunghe simulazioni in cui provare scene identiche a quella a cui ho assistito io. Pattugliano i quartieri giorno e notte, a piedi, restando in contatto attraverso applicazioni criptate come Signal e usando reti che sono state create dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020.

Ho sentito decine di persone definirsi non semplici manifestanti ma “protettrici”: delle loro comunità, dei valori, della costituzione. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che le proteste sono il frutto di un “caos architettato ad arte” dagli attivisti di sinistra in combutta con le autorità locali, ma la realtà sul campo è molto più strana e interessante. La contestazione non riguarda solo il nucleo di attivisti di cui parlano in continuazione i notiziari, soprattutto dopo l’omicidio di Renée Good, la donna uccisa da un agente dell’Ice il 7 gennaio. A differenza di quanto sostengono Vance e altri funzionari del governo, non c’è una direzione centralizzata.

In alcuni momenti Minneapolis mi ricorda ciò che ho visto durante la primavera araba del 2011, con scontri di piazza tra manifestanti e polizia degenerati rapidamente in una rivolta più vasta contro l’autoritarismo. Come ai tempi di piazza Tahrir, al Cairo, a Minneapolis è nata una rivolta civile stratificata, in cui un’avanguardia ha acquisito forza man mano che molti altri – pur senza avere convinzioni progressiste – si univano almeno emotivamente, se non sempre di persona. Ho ascoltato lo stesso tono d’indignazione da genitori, leader religiosi, insegnanti e anziani che vivono nei quartieri ricchi. I temi che fino a qualche settimana fa dividevano i cittadini di Minneapolis, dall’operato della polizia fino a Gaza e alla legge di bilancio, sono scomparsi davanti alla volontà di collaborare per contrastare l’Ice. “Nel complesso questa comunità ha mostrato grande autocontrollo”, mi ha detto Allison Sharkey, direttrice del Lake street council, un’organizzazione che rappresenta molti commercianti delle minoranze, colpiti duramente dalle retate dell’Ice. “Ma loro hanno continuato a provocarci, a spingerci verso la ribellione civile. Probabilmente lo hanno fatto di proposito”.

Come restare in piedi

Come durante le rivolte arabe, a Minneapolis c’è una profonda inquietudine per la piega che potrebbe prendere lo scontro, soprattutto dopo che due persone sono state uccise in situazioni molto simili a quelle a cui ho assistito. Ma allo stesso tempo si percepisce la speranza che il Minnesota possa offrire al resto del paese un modello di resistenza democratica.

Nell’ultimo anno un edificio di mattoni su tre piani nel sud della città è diventato una sorta di calamita per le persone che sentono di aver bisogno di protezione – per sé o per i propri vicini – dal governo. L’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce l’addestramento nel palazzo mi ha chiesto di non rivelarne l’indirizzo. Quando ho visitato la struttura Emilia Gonzales Avalos, un’attivista entusiasta, era sul palco davanti a una platea gremita per parlare dei sistemi di riconoscimento facciale usati dagli agenti dell’Ice, che hanno l’abitudine di fotografare i manifestanti. “Oggi siamo tutti in pericolo”, ha detto Avalos. Alle sue spalle uno schermo mostrava uno schema con alcuni consigli su come osservare e documentare legalmente le retate dell’Ice.

Avalos mi ha spiegato che 65mila persone hanno ricevuto questa formazione, la maggior parte a partire dal dicembre 2025. “Abbiamo cominciato con uno spirito molto diverso, per prepararci. Ma ora la gente capisce qual’è la posta in gioco”.

Sono salito all’ultimo piano per assistere ai seminari in cui si spiega come gestire i confronti diretti con le forze federali. Decine di persone tra i quattordici e i settant’anni affrontavano tre istruttori che interpretavano agenti dell’Ice, in una simulazione rumorosa che è durata diversi minuti. Alla fine gli insegnanti hanno dato una valutazione agli allievi. Una donna dai capelli grigi ha ammesso che per lei quell’esercizio era stato difficile. “Non sono una persona aggressiva”, ha spiegato. Altri hanno ricevuto suggerimenti su come posizionarsi meglio per evitare di essere immobilizzati a terra facilmente.

Prima di andarmene ho assistito ad altre due simulazioni: un’irruzione improvvisa dell’Ice in una casa e una protesta in un aeroporto usato dall’agenzia per trasferire gli immigrati arrestati. Il secondo scenario è diventato realtà pochi giorni dopo, quando un centinaio di membri di una congregazione sono stati arrestati davanti all’aeroporto internazionale di Minneapolis–Saint Paul.

Le persone con cui ho parlato non sembravano abituate a manifestare. “Non mi piacciono gli scontri, per me è strano seguire questi corsi”, mi ha detto Dave, uno di loro, un istruttore di guida che mi ha chiesto di essere identificato solo con il nome. Ma quando ha visto cosa stava succedendo, ha aggiunto, si è sentito in dovere di partecipare. “È stato molto intenso”, mi ha detto sua figlia di 14 anni, presente all’addestramento. “Ma non credo che sia esagerato. Sono situazioni realistiche”.

I messaggi in chat

I gruppi che gestiscono i corsi non organizzano né guidano le proteste contro l’Ice nelle Twin Cities (l’area metropolitana che comprende Minneapolis e Saint Paul). Il movimento non ha una struttura né dei leader. Al contrario, è nato in modo spontaneo a livello locale, come nel caso delle primavere arabe. Le persone che seguono i convogli dell’Ice si coordinano per quartiere, attraverso i gruppi su Signal. Will Stancil, l’uomo che mi ha accompagnato alle retate dell’Ice – avvocato, attivista e figura conosciuta sui social network – aveva un cellulare agganciato al parabrezza dell’auto. Grazie a una chat audio su Signal, mentre guidava ascoltavamo i messaggi sulla posizione del convoglio. Era come trovarsi in un’auto di pattuglia della polizia e ricevere aggiornamenti dalla centrale.

Non serve essere a tiro di lacrimogeno per rendersi conto del livello di coordinamento. Basta camminare per le strade di Minneapolis. In una mattinata particolarmente fredda mi sono avvicinato a un uomo che stava in piedi sul marciapiede di fronte a una scuola elementare, con un fischietto blu al collo. Mi ha detto di chiamarsi Daniel (non ha voluto aggiungere il cognome, perché sua moglie è un’immigrata) e mi ha spiegato che ogni mattina se ne sta lì per un’ora, fino a quando i bambini non sono al sicuro in classe. Altri volontari gli portano caffè e dolci e gli passano informazioni. Questa sorveglianza collettiva si svolge davanti alle scuole, ai ristoranti, agli asili e a tutti i posti dove ci sono immigrati o persone che potrebbero essere scambiate per immigrati. “È una specie di organizzazione non organizzata”, mi ha spiegato Daniel quando gli ho chiesto come funzionasse la vigilanza nelle scuole. “La vicenda di George Floyd ha creato una grande connessione tra la gente”.

Le reti create dopo l’omicidio di Floyd non si interessavano solo a combattere il razzismo. Nelle settimane tra maggio e giugno del 2020 le strade erano state invase da saccheggiatori e provocatori di ogni genere, mentre la polizia, infastidita dalle proteste e dalle critiche, si rifiutava d’intervenire per ristabilire l’ordine in diverse aree della città. Così in molti quartieri erano nati gruppi per sorvegliare e difendere la comunità. Mentre parlavo con Daniel, si è avvicinato un uomo piuttosto alto che ha detto di essere un “genitore-osservatore”. Mi ha chiesto d’identificarmi. Quando gli ho mostrato il tesserino da giornalista è diventato più amichevole, anche se ancora un po’ sospettoso. Mi ha spiegato di aver sentito dire che a volte gli agenti dell’Ice si spacciano per giornalisti. Gli ho chiesto di parlarmi della vigilanza dei genitori, ma si è scusato dicendo che non poteva rivelare informazioni.

Barricati nella scuola

Nell’ultimo anno molti dirigenti scolastici si sono organizzati in autonomia per prepararsi a un eventuale intervento dell’Ice. Amanda Bauer, maestra di una scuola elementare di Minneapolis frequentata da molti studenti di origine straniera, mi ha raccontato che nel 2025 la direzione dell’istituto aveva informato i genitori sui piani di emergenza in caso di retate degli agenti federali, al telefono o di persona, temendo che le email potessero essere lette dalle autorità. Bauer, che ha 49 anni, non riusciva a mantenere la calma mentre raccontava del giorno di inizio gennaio in cui gli uomini dell’Ice si erano presentati fuori dalla scuola. Già da dicembre avevano cominciato a girare intorno all’istituto, a quanto pare per fare sopralluoghi. Prima della pausa invernale avevano arrestato alcuni genitori, ma a gennaio si erano presentati in tenuta antisommossa e avevano fatto irruzione negli appartamenti davanti alla scuola, dove vivono molti studenti.

“Ci siamo barricati nella scuola con bambine e bambini, mentre i genitori formavano una catena umana per bloccare l’ingresso”, mi ha raccontato Bauer. “Un alunno guardava fuori e ha visto gli agenti fare irruzione nel suo appartamento. Si è messo a piangere. Ripeteva ‘quella è casa mia!’ Abbiamo chiuso le tapparelle, ma era troppo tardi”.

Consensi in calo

Bauer insegna da venticinque anni, un periodo in cui sono aumentate le sparatorie nelle scuole e le esercitazioni per proteggere i bambini sono diventate la norma. “Non ho mai pensato che un giorno saremmo stati costretti a proteggerli dal nostro governo”. Mentre parlava, le sue mani tremavano. Quando se n’è accorta, ha provato a tenerle ferme e a sorridere, senza riuscirci, poi ha detto: “Non credo che le mie mani abbiano mai smesso di tremare nelle ultime due settimane”. Molte persone con cui ho parlato sentivano l’obbligo morale di proteggere i bambini, non solo i figli degli immigrati, che rischiano di perdere i genitori o essere espulsi, ma anche gli altri bambini nelle scuole e negli asili. Ho parlato con Dan e Jane, una coppia di settantenni che mi hanno confessato di non aver mai pensato di partecipare a una manifestazione fino a quando gli agenti dell’Ice non sono arrivati in città. A quel punto hanno capito che la nipote rischiava di trovarsi in mezzo a una retata. Dan e Jane vivono in una grande casa in un sobborgo benestante, dove mi hanno accolto offrendomi tè e biscotti. “Per i bambini e le bambine assistere alla violenza o a un crimine ha conseguenze diverse che per un adulto”, mi ha detto Dan. “Queste esperienze lasciano cicatrici profonde”.

Una rosa rubata

Dan e Jane non si definiscono attivisti. Lei preferisce la parola “umanisti”. La loro rabbia era evidente mentre mi spiegavano che l’amministrazione Trump sta violando i princìpi basilari del cristianesimo. “È chiaro che non c’è nessuna differenza tra l’Ice e i Proud Boys o i Boogaloo (due gruppi di estrema destra). Sono le stesse persone, semplicemente qualcuno gli ha dato un’uniforme e gli ha permesso di agire impunemente”, mi ha detto Dan, che ha frequentato un corso per osservatore legale lo stesso giorno in cui Good è stata uccisa. La coppia consegna regolarmente pasti alle famiglie d’immigrati della città. La settimana precedente Dan aveva partecipato a una protesta sfidando temperature rigidissime (22 gradi sotto zero) che gli avevano congelato le dita.

Sono arrivato a Minneapolis undici giorni dopo l’omicidio di Good. La sua immagine era ovunque in città, come un’icona religiosa. Per molte persone che fino a quel momento non erano ancora coinvolte nella protesta, la sua morte è stata una chiamata all’azione.

Tra questi “ritardatari” c’è Chad Knutson, regista di documentari di 46 anni. La mattina dell’8 gennaio, il giorno dopo l’uccisione di Good, Knutson era in casa con i due cani da caccia e guardava le immagini trasmesse in diretta dal Whipple Building, sede dell’Ice che si trova a cinque minuti di macchina dal suo appartamento. Un manifestante aveva lasciato una rosa davanti a un memoriale improvvisato dedicato a Good. Un agente dell’Ice aveva preso in mano la rosa, se l’era appuntata sul bavero e poi, in modo scherzoso, l’aveva data a una collega. Entrambi gli agenti erano scoppiati a ridere.

Repressione e ritirata

Dopo settimane di scontri e repressione, il 27 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una “piccola de-escalation” a Minneapolis, la città del Minnesota presa di mira dagli agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice). La decisione segue la morte di Alex Pretti, infermiere di 37 anni ucciso da due agenti della polizia di frontiera (che come l’Ice, dipende dal dipartimento per la sicurezza nazionale). Pretti, che stava partecipando a una protesta contro l’Ice, è stato picchiato e immobilizzato a terra; anche se inerme, gli hanno sparato dieci colpi alla schiena da distanza ravvicinata. Inizialmente l’amministrazione Trump ha sostenuto che gli agenti avevano sparato perché Pretti aveva in mano una pistola, ma i video dei testimoni hanno smentito questa versione. Le critiche di molti esponenti del Partito repubblicano e il calo dei consensi nei sondaggi hanno spinto Trump a cambiare tattica. Il presidente ha rimosso dal lavoro sul campo Gregory Bovino, capo dell’operazione e simbolo dell’approccio violento adottato dai federali, e l’ha sostituito con il suo consigliere sull’immigrazione Tom Homan, che ha posizioni meno estreme. Una parte degli agenti dell’Ice ha cominciato a lasciare il Minnesota il 27 gennaio. Lo stesso giorno Ilhan Omar, deputata del Partito democratico proveniente dal Minnesota e di origine somala, è stata aggredita durante un incontro pubblico a Minneapolis. Un uomo le ha spruzzato una sostanza non identificata, prima di essere bloccato dal servizio d’ordine. Knutson mi ha detto che in passato non aveva mai partecipato alle proteste, perché gli sembrava inutile o al massimo un modo per placare il senso di colpa. Ma dopo aver visto la scena della rosa, qualcosa dentro di lui si è spezzato. “Ho preso le chiavi, ho messo il cappotto e sono salito in macchina”, mi ha raccontato. “Ho parcheggiato senza troppa attenzione e mi sono messo a correre piangendo e gridando: ‘Avete rubato un cazzo di fiore da una donna morta. C’è ancora un essere umano tra voi?’”. Mi sono di nuovo tornate in mente le proteste di piazza Tahrir, quando molti sembravano aver raggiunto un punto di rottura politico e morale.

Knutson va davanti al Whipple Building quasi ogni giorno, portando thermos di caffè caldo per chi regge i cartelli e inveisce contro gli agenti e i convogli che entrano ed escono dall’edificio. Ha respirato talmente tanto gas lacrimogeno che la sua voce è diventata rauca. Quando l’ho incontrato nel suo appartamento di Saint Paul, sul bancone della cucina ho notato una fila di megafoni: li distribuisce insieme al caffè. Una volta ha portato ai manifestanti una tenda per la pesca sul ghiaccio, per aiutarli ad affrontare le temperature polari. Knutson mi ha raccontato che i suoi vicini “hanno adottato un bambino nero e ieri lo hanno nascosto nello scantinato”. A Minneapolis storie simili non suonano più strane. Molte persone si chiudono in casa, e questo spiega perché non ho visto quasi nessun nero o ispanico in strada. La situazione ha creato una crisi economica che peggiora giorno dopo giorno: molte attività commerciali gestite dagli immigrati hanno registrato un crollo delle vendite fino all’80 per cento, spiega Allison Sharkey del Lake street council. Tanti negozi hanno chiuso i battenti per paura che gli agenti arrestassero i proprietari o i dipendenti. Sharkey parla di “assalto contro il nostro sistema commerciale”.

Il Karmel Mall, labirintico mercato dove si ritrovano gli immigrati dall’Africa orientale, di solito è pieno di persone attirate dall’aroma di capra al forno, caffè e sambusa. Ma quando sono andato a visitarlo, era silenzioso e quasi tutte le bancarelle erano vuote. I venditori con cui ho provato a parlare mi sono sembrati spaventati, quasi tutti mi hanno detto che non parlavano inglese o che il proprietario sarebbe tornato tra un’ora.

Ho scambiato due parole con Ziad, un uomo di 42 anni che beveva caffè da solo. Mi ha mostrato il suo passaporto e mi ha spiegato di essere arrivato negli Stati Uniti dalla Somalia molti decenni fa. Ha una laurea in amministrazione sanitaria e lavora in un centro di comunità, che però al momento è chiuso. “Nessuno viene pagato,” mi ha detto. “Hanno tutti paura”. I figli di Ziad frequentano le lezioni online, come durante la pandemia. Sua moglie non esce quasi mai di casa. Le visite alla moschea e agli amici per il momento sono fuori discussione. “Trump prima o poi se ne andrà, noi invece resteremo qui”, mi ha detto. “Noi somali sappiamo come sopravvivere. Abbiamo passato di tutto, dalle guerre civili ai campi profughi”.

I somali arrivati nelle Twin Cities all’inizio degli anni novanta si sono integrati grazie all’aiuto delle organizzazioni religiose, a cominciare dalle chiese cattoliche e luterane che hanno una lunga storia di accoglienza delle persone in fuga dalla guerra e dalla fame. Le stesse organizzazioni oggi sono in prima fila nella resistenza contro l’Ice. Alcuni esponenti religiosi si fanno domande difficili: quando una protesta supera il limite e diventa violenza? Quando è moralmente accettabile infrangere la legge? Come si fa a mantenere la fiducia di persone che si sentono a disagio a sfidare le autorità? “Sappiamo che le nostre azioni possono creare disagio”, mi ha detto Ingrid Rasmussen, che guida la Holy trinity lutheran church ed è una delle guide religiose più impegnate nella protesta.

Un rapporto migliore

A giugno, quando gli agenti federali hanno fatto irruzione in un ristorante messicano vicino alla sua chiesa, Rasmussen si è precipitata sul posto e ha trovato una folla di manifestanti che si scontravano con gli agenti armati, protetti anche dalla polizia locale. Lei indossava la toga pastorale, ma è stata comunque gettata a terra da uno sceriffo in borghese. Secondo il servizio fornito da un canale locale, alcuni manifestanti hanno lanciato spazzatura, bottiglie e pneumatici in direzione degli agenti federali. Online è circolato un video che mostrava Rasmussen mentre urlava al capo della polizia di Minneapolis: “Sei venuto nella mia chiesa, mi hai promesso un rapporto migliore!”.

“A Minneapolis non avevo mai visto niente di simile”, mi ha detto Rasmussen. Sono parole notevoli, considerando che la sua chiesa si trova poco lontano dall’epicentro della rivolta esplosa dopo l’omicidio di George Floyd. “All’epoca tutto quello che stava a ovest del nostro edificio era in fiamme”, mi ha raccontato, aggiungendo che in quel periodo la chiesa era diventata un ambulatorio per le persone ferite. Per anni lei e suoi parrocchiani hanno lavorato per ricostruire il quartiere.

La nuova ondata di violenza dell’Ice ha colpito ancora più da vicino la chiesa, che comprende molti immigrati. Rasmussen, che ha figli piccoli, ha continuato a esporsi in prima persona. Era tra quelli che il 15 gennaio hanno partecipato a un sit-in davanti alla sede della catena di grandi magazzini Target, per convincere l’azienda a prendere posizione contro le retate. Il 23 gennaio è stata arrestata insieme ad altri leader religiosi alla manifestazione di fronte all’aeroporto di Minneapolis.

La mattina del 24 gennaio ha ricevuto la notizia che l’Ice aveva sparato a un uomo. Ha indossato il suo cappotto più pesante e si è diretta verso il luogo dell’incidente, pensando che sarebbe rimasta fuori per ore. Quando è arrivata, Alex Pretti, giovane infermiere di terapia intensiva, era morto. Gli agenti lo avevano gettato a terra e poi gli avevano sparato, prima di cominciare a lanciare lacrimogeni e granate stordenti verso una folla di manifestanti infuriati. Nel pomeriggio, Rasmussen ha partecipato a un’altra protesta. Qualche ora dopo ci siamo incontrati per parlare. La sua voce era stanca, come se non fosse più sicura di cosa ottenere con quei gesti di sfida. Mi ha detto che osservare la brutalità del suo governo, giorno dopo giorno, era ormai “quasi insopportabile”, così come lo era ascoltare i rappresentanti del potere che sostenevano di agire per difendere la libertà. Le strade di Minneapolis, intanto, somigliavano ancora a una zona di guerra, tra le esplosioni di granate stordenti e il gas lacrimogeno che riempiva l’aria.

Robert F. Worth è un giornalista statunitense. Ha lavorato come inviato del New York Times in Medio Oriente, Europa e Asia.

(Internazionale n. 1650, 30 gennaio 2026, da The Atlantic)

Dalle Stanze alla città è il titolo dell’incontro tra Mili Romano e Donatella Franchi alla Libreria delle donne di Milano il 25 ottobre del 2025. L’occasione è stata la presentazione del libro di fotografia di Mili Romano Crossing… Attraversamenti Tracce Indizi (edizioni Carta Bianca, Faenza 2025) nel quale Mili Romano ritorna a una casa dell’infanzia accompagnandoci e facendocela attraversare con una serie di fotografie in pellicola analogica che si susseguono silenziose, senza alcuna parola che le accompagni. Alcuni brevi testi sono solo alla fine del libro: Uliana Zanetti, Dede Auregli, Gino Gianuizzi, Leonardo Regano, Piero Orlandi, Elena Pirazzoli, una lettera di Gianni Celati, un brevissimo testo dell’artista. Tutti testi che non vogliono interpretare e concludere ma attivare nuove aperture.

Ho conosciuto Mili Romano attraverso i suoi progetti di arte pubblica a Bologna, città in cui entrambe viviamo. Nelle varie manifestazioni che ha curato sin dalla fine degli anni ’90, in alcuni quartieri della città e dell’area metropolitana, erano coinvolti studenti dell’Accademia, artisti/e, abitanti. (*)

Lo scopo era quello di creare un dialogo con il pubblico e gli/le abitanti delle varie aree, invitandoli a un rapporto attivo e creativo con gli spazi cittadini, ad amarli e a prendersene cura.

Io ho sempre sentito la necessità di un rapporto vivo e creativo con la città, e quei progetti mi hanno riportato a quella cartografia dei sentimenti che per me era la Bologna degli anni Settanta, dove i percorsi erano tracciati dalle relazioni. Chi viveva a Bologna in quegli anni ne porta le tracce.

Nei progetti di arte pubblica di Mili ho ritrovato quel desiderio di vivere gli spazi della città attivando l’energia e la creatività delle relazioni, l’affettività oltre che un pensiero sempre vigile e, attraverso di esse, una trasformazione orientata verso una qualità diversa nei rapporti con gli spazi di attraversamento e di vita quotidiana.

In quegli anni ad alta temperatura creativa, si metteva in circolo un modo diverso di vivere l’arte e la figura dell’artista, si pensava che ogni individuo avesse diritto alla creazione, e questa convinzione era condivisa, naturalmente con delle differenze, dal movimento femminista a cui appartenevo e dall’ala creativa del movimento del ’77. Ci si sperimentava con la propria vita. Si aveva fiducia nel mondo.

È lì del resto che anche Mili Romano si è formata e quegli anni ritornano non solo nei suoi metodi e poetiche ma anche in alcuni dei suoi lavori artistici: Il rumore del tempo. Bologna settembre 1977 (https://documentando.org/en/film/il-rumore-del-tempo-bologna-settembre-1977/) ha proposto nel 2007, a trent’anni dallo storico convegno internazionale contro la repressione che si svolse a Bologna, un originale montaggio video di materiali dimenticati e ritrovati nella cantina dell’Harpo’s Bazar, prima etichetta discografica scaturita proprio da quell’anno e da quei movimenti di piazza. E anche quel video, proiettato a distanza di tre decenni in contemporanea in musei, gallerie d’arte e centri culturali e sociali di tutta Italia, divenne per una settimana e poi per un intero anno, non solo memoria ma un elemento dinamico di relazione e motore di azione e riflessioni su sempre nuove repressioni.

Nei progetti di arte pubblica relazionale e partecipativa di Mili ho incontrato un modo di fare arte che sento profondamente affine e che avevo trovato in tante artiste, a partire dagli anni Settanta: una pratica artistica dove sono indispensabili le relazioni, fatta di ascolto e di cura, che diventa un modo di agire nel mondo, una pratica di trasformazione di sé e degli altri che innesca dei processi vitali e degli spostamenti.

In un articolo pubblicato su “Via Dogana” on line nel 2024 Milidice che «la public art delle nostre pratiche altro non è che un tentativo di mappatura emotiva e affettiva degli spazi pubblici e di un territorio che, proprio in virtù dell’emersione di questa affettività riesce a trasformarsi in “paesaggio” caldo e umano».

Penso che queste parole siano le più adatte a farci entrare nelle sue stanze, nella dimensione intima del paesaggio interiore che incontriamo in CrossingAttraversamenti Tracce Indizi. È una vera e propria mappatura emotiva e affettiva, un attraversamento di paesaggi sentimentali. Immagino Mili come una nuova Madeleine de Scudéry che qui traccia la sua cartografia dei sentimenti.

Parlando della genesi del libro Mili dice che «nel costruire questo libro, ogni immagine, fonte di luce, è stata per me un’apparizione e dell’apparizione vuole rendere l’unicità…».

Ogni immagine diventa una centralina di emozioni. Ci comunica la vitalità della memoria.

È lo spazio intimo di una casa dell’infanzia. Siamo guidati dallo sguardo affettuoso e commosso dell’autrice sugli oggetti e gli spazi di una quotidianità trascorsa che li fa rivivere e ridà loro voce, li fa diventare racconto. Oggetti e spazi riemergono come nella rêverie di un dormiveglia e diventano presenze: immagini sgranate avvolte in un pulviscolo dai colori caldi.

È come se ogni fotografia fosse una tappa nel percorso nella memoria, una scansione, che inizia e finisce con due orologi a pendolo. A dire il vero voltando l’ultima pagina si incontra una finestra le cui tende, e il vetro incrostato dalla polvere, lasciano intravedere un po’ di azzurro.

Queste fotografie sono generatrici di ricordi e di emozioni. Non rappresentano emozioni, ma le fanno emergere in chi sfoglia il libro. La parola emozione contiene l’idea del movimento.

Mili non dice niente riguardo questa casa, tranne che è un paesaggio della sua memoria, non aggiunge niente di autobiografico, lascia che le immagini parlino da sole perché muovano i nostri affetti, perché ci commuovano. Il testo agisce come luogo di incontro, dove le immagini accendono il nostro sentire. Le immagini agiscono come esche emozionali per fare affiorare dentro di noi i nostri paesaggi interiori. Creano risonanze e rispecchiamenti. Diventano tramite di esperienze.

Parte integrante del libro, dopo l’attraversamento muto delle stanze, è il coro di voci degli amici e amiche che parlano del loro incontro con le fotografie, e che lo rendono un lavoro di arte relazionale, testimonianza di una memoria personale che nello stesso tempo è collettiva.

Mi aggiungo alle voci di amiche e amici che Mili ha invitato a una sorta di conversazione attorno al libro. Anche in me c’è un affioramento di immagini dell’infanzia, di particolari di oggetti carichi di affetti e di sensazioni: una grande poltrona dal cui schienale mi tuffavo, le gambe del tavolo a forma di zampa della sala da pranzo in stile Chippendale, il grande cassettone nella stanza di mia madre che io guardavo dal basso e mi sembrava altissimo, la toilette con i tre specchi, su cui sono appoggiati la spazzola e lo specchio dal dorso d’argento, le vecchie pentole e i coperchi della cucina. Oggi la casa della mia infanzia e adolescenza è abitata da parenti che l’hanno completamente ristrutturata, ma sono sempre quelle antiche immagini che riaffiorano nei miei sogni. L’infanzia come riserva creativa che ci accompagna per tutta la vita.

Questo libro fa riflettere anche su come un lavoro artistico, pur con una tecnica tradizionale, un libro e delle fotografie, agisca come luogo di incontro, come spazio attivatore di relazioni, dove l’attenzione viene spostata dall’oggetto a chi percepisce. Le opere diventano tramite di esperienze in cui ci si può riconoscere. Esse non rappresentano i sentimenti e le sensazioni che possiamo provare, ma li fanno emergere (co-emergere), suscitano risonanze, «immagini gonfie di sentimento» (Gino Gianuizzi), diventano una co-creazione.

Oggi le pratiche artistiche diventano sempre di più pratiche sociali relazionali, capaci di modificare il quotidiano, di stare dentro la vita con intensità.

Proprio in un incontro organizzato anni fa da Mili all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ho avuto un esempio di questa modalità nel fare arte assistendo all’intervento dell’artista olandese Jeanne Van Heeswijk, che chiamava “civic action” la sua pratica artistica, una modalità espressiva che agisce come catalizzatore per suscitare la creatività degli altri.

E anche Mili, nei vari quaderni che negli anni hanno accompagnato Cuore di pietra, enel suo testoCon la città che cambia, del 2014, parla dell’intenso lavoro di cura, di costante tessitura di relazioni (p. 46) (p.43) nei suoi progetti di arte pubblica. «L’arte nella sua declinazione più attenta al sociale può essere un argine e una risposta ai fenomeni metropolitani sempre più diffusi, come l’individualismo, il degrado e il vandalismo.»

L’arte diventa così una pratica continua di resistenza, aperta e in perenne divenire, capace dunque di accompagnare le città nel loro continuo cambiamento.

(*) Un intervento di Mili Romano sul work in progress di arte partecipativa durato dal 2005 al 2020, “Cuore di Pietra”, si trova nel libro Architetture del desiderio, che contiene le riflessioni scaturite da un incontro organizzato, alla Libreria delle donne di Milano nel 2008, dal Politecnico di Milano e dalla rete delle Città vicine che si chiamava “Microarchitetture del quotidiano, sapere femminile e cura della città”. Il testo è stato pubblicato nel 2011 a cura di Bianca Bottero, Anna di Salvo e Ida Farè.

(www.libreriadelledonne.it, 30 gennaio 2026)

Care sorelle nella lotta per i diritti delle donne!

desideriamo informarvi che il canale televisivo italiano RAI ha recentemente pubblicato un film dedicato a Olga Karach: un documentario di circa 20 minuti sulla sua storia e sulla sua attività civile e politica. Vorremmo molto poterlo condividere con voi e organizzare la sua più ampia diffusione possibile. Il film è disponibile a questo link: https://owdwezb.clicks.mlsend.com

Nella rubrica “Faccia a faccia”, questa settimana la giornalista Veronica Fernandes ha intervistato l’attivista bielorussa Olga Karach. Karach è stata una figura chiave della rivoluzione del 2020 in Bielorussia, repressa dal regime di Aleksandr Lukašenko, stretto alleato di Vladimir Putin e spesso definito l’ultimo dittatore d’Europa.

Nominata per il Premio Nobel per la Pace, Karach oggi vive in esilio in Lituania, da dove coordina una rete di attivisti dell’opposizione e di obiettori di coscienza al servizio militare. A causa della sua attività, il regime bielorusso l’ha condannata per terrorismo e ha tentato di sottrarle il figlio.

Vi saremmo profondamente grati se poteste diffondere questo film il più possibile, attraverso tutti i canali e le reti a vostra disposizione.

Cogliamo inoltre l’occasione per ringraziare in modo speciale la giornalista Veronica Fernandes per il suo lavoro straordinario, per la sua pazienza e per l’impegno di tutta la sua troupe. Un ringraziamento sentito va anche ad Agostino Zanetti e agli attivisti del movimento per la pace della città di Brescia, grazie ai quali questo incontro e questo film sono stati resi possibili.

Con sentimenti sinceri e riconoscenti,

il team di La Nostra Casa

(RaiNews.it, 30 gennaio 2026)

Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, sono stati vietati sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordine di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».

Nella lista nera dei taleban ricercatrici e accademiche

Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre trent’anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un suo libro?».

Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha trentasette anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.

Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, venticinque anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.

Mana, trentaquattro anni: il mio romanzo prende forma nel silenzio

Suraya, un’insegnante di trentaquattro anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, trentaquattro anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, per un’autrice stampare un libro è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso». Le donne cancellate dalla storia.

(Avvenire, 29 gennaio 2026)

Dopo il 7 ottobre 2023, la fumettista di Gaza Safaa Odah è stata sfollata più volte, ma dal campo profughi di Al-Mawasi continua a disegnare, usando le pareti della tenda quando la carta finisce. Safaa racconta due anni di genocidio attraverso immagini straordinarie dal tratto essenziale, cogliendo il dolore e la resistenza del popolo palestinese nei dettagli della vita quotidiana, e intrecciando emozioni diverse, sguardo femminista, senso dell’umorismo, forza della contro-informazione. Il libroSafaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza, pubblicato da Fandango a cura di Pat Carra, è disponibile in Libreria. Qui una presentazione in video.

(Erbacce, 28 gennaio 2026)

L’associazione Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace, e i giovani del gruppo LəA – Laboratorio Ebraico Antirazzista,alla fine dell’incontro pubblico promosso a Milano il 19 gennaio scorso, dal titolo “Israele Palestina – a che punto è la notte”, hanno proiettato il video di un coro femminile che cantava una canzone sulle note di Bella ciao.

Sullo schermo si poteva leggere quanto segue: «Questa canzone nasce dal coro Rana in solidarietà con la coraggiosa lotta delle donne iraniane per la libertà. Ora è dedicata a tutte le donne che vivono in zone di guerra. Rana è un coro arabo-israeliano di donne cristiane, musulmane ed ebree, nato nel 2008, ha sede a Jaffa»

Sono seguite immagini molto belle delle donne del coro che hanno cantato, sul motivo di Bella Ciao, in farsi, arabo ed ebraico. Il video è sottotitolato in italiano a cura delle due associazioni promotrici dell’incontro e visibile al seguente link.

(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)

Di seguito la trascrizione del testo.

(Farsi)

Dal nostro profondo

sgorga dalle nostre voci

O Bella ciao, bella ciao, ciao, ciao

Ci siamo svegliate

in una notte di luna piena

E qualcuno gridava: oh umanità

O siamo tutte insieme o siamo tutte sole

resteremo sveglie finché

non arriverà il domani.

(Ebraico)

Puoi ridere

dei miei sogni

ma noi non resteremo in silenzio

e non ci arrenderemo

insieme, mano nella mano

la libertà nei nostri cuori

non sarà mai vinta.

Magari riderai

perché io credo nel genere umano

perché credo ancora in te.

(Arabo)

Resisterò, non mi arrendo

il mio corpo e la mia anima sono il mio dono

I miei pensieri sono liberi

li levo in alto come mia bandiera

senza paura della sofferenza e dell’orrore.

(Farsi)

La terra del grano

(Ebraico)

mano nella mano

(Farsi)

è nelle strade

(Arabo)

Non ho paura

(Farsi)

La nostra rabbia ha sete di pioggia

I nostri diritti non hanno prezzo

non ci metteremo in ginocchio

i nostri cuori non sono lontani

un nuovo mondo

questo è l’inizio

la finestra sui nostri sogni si è aperta.

(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)