Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno 2026 e con lei scompare una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Se ne va una maestra, un punto di riferimento per molte e molti. Ci lascia un pensiero vivo, che continuerà a orientare la ricerca di chi lo incontra, e un’eredità fatta di luoghi, pratiche, relazioni.

Con Lia Cigarini e altre aveva fondato, nel 1975, la Libreria delle donne di Milano, dove ha preso forma una politica inaudita: partire da sé, facendo dell’esperienza materia di pensiero e di politica; stare in relazione tra donne; praticare l’affidamento, fidandosi del sapere di un’altra.

Luisa Muraro ha visto il limite di un’emancipazione intesa come inclusione delle donne in un mondo già pensato dagli uomini. Per questo ha nominato la libertà femminile che non prende il maschile come misura e non attende dalla legge il permesso di esistere. Questa apertura di orizzonte ha permesso a molte – femministe, sindacaliste, scrittrici, insegnanti – di fare di quella libertà una pratica condivisa.

Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024 curata da Clara Jourdan, seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa ripercorre la sua vita e la genesi delle sue opere.

Qui vorrei fermarmi su Dio è violent (Nottetempo), un testo breve e spiazzante, prezioso per una rivista che pensa la pace come conflitto aperto contro l’ingiustizia. Luisa Muraro interroga una nonviolenza pacificatrice, quella che si fa predica e invito a non usare la forza che pure abbiamo. La violenza va rifiutata, ma non al prezzo di rinunciare a quella forza. Il pericolo politico è disimpararla: consegnare al potere, allo Stato, agli apparati militari ed economici la prerogativa di agire e decidere, lasciando a chi subisce solo il compito di sopportare o testimoniare la propria innocenza.

Il suo pensiero tocca un nervo scoperto del presente. Oggi la violenza dei poteri si presenta come ordine necessario e sicurezza. A chi si oppone viene chiesto di non rompere la scena. Al contrario, Luisa Muraro invita a guardare quella collera, a non demonizzarla né lasciarla agire alla cieca. La rabbia non è buona in sé, diventa politicamente feconda quando trova misura e mediazioni.

È qui che entra in gioco la competenza simbolica femminile. Le donne sono state incluse nel patto sociale moderno in modo asimmetrico: incluse nella sfera pubblica, ma ancora esposte, nel privato, alla violenza maschile. Una posizione obliqua che ha prodotto un sapere: riconoscere i travestimenti della violenza anche quando si presenta come amore e protezione, e sapere quanto facilmente il giusto rifiuto della violenza scivoli nella rinuncia alla propria forza.

Luisa Muraro parla di una volontà non suicida né omicida: non andare a farsi massacrare, non assumere i mezzi del potere che si vuole disfare. Non per spegnere i conflitti in nome della moderazione, ma in un lavoro di mediazione più esigente: trasformare la rabbia in forza simbolica, trovare il “quanto basta” per combattere senza odiare, per disfare senza distruggere.

Da qui si può guardare anche alle pratiche disarmate del nostro tempo. Le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla che mettono in gioco i loro corpi per rompere un assedio sono disarmati e pieni di potenza. Le forme di disobbedienza civile che attraversano i movimenti per la pace mostrano lo stesso: l’azione disarmata non è passività, obbliga il potere a rivelare la propria violenza davanti al mondo. È la forza simbolica di chi disobbedisce, quella che disfa il potere meglio delle armi di chi comanda.

La pace è il lavoro difficile che impedisce alla forza di diventare dominio e alla nonviolenza di diventare rassegnazione. In questo crinale, scomodo e necessario, il pensiero di Luisa Muraro ci ha insegnato a stare.

(Mosaico di pace, rivista mensile di Pax Christi, luglio 2026)

Le straordinarie in mostra 4 - Straordinarie
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Luisa Muraro è morta la mattina di sabato 13 giugno. Ho avuto la notizia mentre ero in viaggio da Ravenna verso Milano, per partecipare alla redazione aperta di Via Dogana alla Libreria delle donne, luogo che Luisa co-fondò nel 1975 insieme ad alcune socie e che ha segnato la storia del femminismo italiano. Il tema dell’incontro sarebbe stato la differenza sessuale, cioè la questione su cui Muraro ha lavorato per tutta la vita, dando a questa parola un significato molto più aperto e diverso di quanto, da fuori, possa sembrare.

Ho conosciuto il pensiero di Muraro mentre scrivevo il mio podcast Nemiche Geniali, in cui ragionavo del bello e del brutto dell’amicizia femminile. La differenza tematizzata da Muraro è infatti il riconoscimento di un’asimmetria non solo nella relazione maschile-femminile, ma anche e soprattutto nelle relazioni fra donne. Muraro ha tenuto insieme, non senza difficoltà, l’idea che c’è qualcosa che le unisce, il riconoscersi in un continuum, in uno spazio differente dall’ordine patriarcale, e qualcosa che le separa. Questa continuità fra donne non deve mai tradursi dal punto di vista politico in universalismo, nell’idea che le donne sono tutte uguali, che vogliono tutte le stesse cose, che aspirano agli stessi obiettivi. È una posizione difficile da difendere, che ha reso Muraro antipatica a molte, e che a volte si è tradotta anche in pratiche faticose e respingenti. Ma io la trovo anche una posizione incredibilmente liberatoria, immaginifica e produttiva. Mi piace perché resta aperta all’ignoto. 

Durante la redazione aperta di Via Dogana è stata detta una cosa che mi ha colpita molto. Per essere in disaccordo col pensiero di qualcuna, bisogna avere il desiderio di conoscerla. Questo desiderio si può chiamare amore. Simone Weil lo chiamava attenzione. Per Muraro è la differenza: sapere che siamo diverse, che pensiamo cose diverse, che abbiamo due vite diverse, è ciò che mi spinge verso di te. Se fossimo identiche, che bisogno avrei di fare un passo verso di te?

Io tre anni fa ho fatto un passo verso la Libreria delle donne di Milano, con grande pregiudizio e scetticismo. Mi si è aperto un mondo. Questo non vuol dire che io ora sia assimilata a questo luogo, o sia d’accordo con le posizioni che esprime, ma dopotutto l’identità, il coincidere, non è mai stato il suo obiettivo politico. Molte persone pensano che il femminismo serva a trovarsi, secondo me serve soprattutto a perdersi. Come diceva Luisa, partire senza farsi trovare.

(Sibilla. Newsletter di Jennifer Guerra, 1° luglio 2026)

Il 26 febbraio 2023 un barcone stracolmo di uomini, donne e bambini è stato lasciato affondare a 80 metri dalla spiaggia di Cutro. Il grido dei familiari e dei superstiti della strage di stato è arrivato anche nella sede più alta della pseudo-democrazia europea, il Parlamento di Bruxelles. Grazie all’eurodeputato Mimmo Lucano, che ha risposto alle loro richieste, nelle aule del Parlamento con la partecipazione del gruppo The Left e Carovana Migranti il 24 giugno attivisti calabresi, giornalisti, registi e testimoni oculari della strage si sono incontrati per parlare delle politiche europee responsabili del migranticidio che da anni va avanti nel Mar Mediterraneo e nelle frontiere europee sigillate nei confronti di coloro che fuggono da guerre, povertà e dittature.

Come hanno scritto Fatima Farzaneh e Laila Maleki, che nella strage hanno perso metà della propria famiglia, “È difficile sopravvivere con il pensiero dei nostri cari, morti al largo delle vostre coste, vivere nella speranza di coloro che non ce l’hanno fatta, vivere tra l’angoscia delle famiglie, padri, madri e figli, che attraversano il mare nella speranza di una possibilità di una salvezza, di una vita migliore. Eppure per tutti coloro che hanno perso la vita e per tutti coloro che lottano per la giustizia, questa speranza non deve essere dimenticata e offesa.”

Come ha detto Mimmo Lucano aprendo i lavori dell’incontro a Bruxelles, “È necessario riconoscere questa tragedia come una strage di stato ed è fondamentale chiedere scusa ai familiari in nome delle istituzioni che rappresentiamo. In quel periodo ero sindaco di Riace e avevo chiesto scusa come sindaco. In Calabria è consuetudine che quando muore qualcuno nei giorni successivi si fa silenzio. Per questo vi chiedo di fare un minuto di silenzio, perché quelle di Cutro sono state immagini insopportabili e per qualsiasi cuore umano sono state uno scandalo. E le vedremo anche stasera nel documentario di Bruno Palermo su Cutro. Dopo poche ore dalla strage, mentre il mare ancora restituiva i corpi gonfi dei bambini annegati, abbiamo visto le immagini della Presidente del Consiglio e del ministro Salvini che facevano il karaoke. Loro non hanno avuto alcun rispetto per la vita. Ecco perché vi chiedo un minuto di silenzio”.

“Questo incontro – ha continuato l’eurodeputato – è avvenuto a pochi giorni dal nuovo patto europeo su migrazioni e asilo, che di fatto smantella il diritto di asilo, accanendosi in particolare con speciale crudeltà sui migranti, aprendo alle deportazioni di massa, nei centri di detenzione di Paesi terzi. Siamo quindi davanti a una verità scomoda. Quella di Cutro non è stata una tragedia del mare, è stata una strage politica, il risultato diretto di decisioni precise, di ritardi, di omissioni, di un sistema che ha scelto di non mettere la vita umana al primo posto. Questo sistema ha un nome e una struttura ed è il risultato di anni di politiche europee che hanno trasformato il Mediterraneo in una frontiera armata e omicida. Non è come dice la destra di governo e a volte anche la sinistra di governo, un sistema per gestire i flussi. No, è selezione della vita e della morte. È un sistema europeo e degli Stati membri che antepone logiche di controllo al soccorso, in cui la morte diventa un effetto collaterale e con cui gli Stati rinunciano alla propria umanità politica.

Oggi siamo qui per raccontare la disumanità e il cinismo di una politica che ha trasformato il soccorso in un’eccezione e il controllo nella regola. Non esistono civiltà e democrazia dove la difesa dei confini vale più di una vita. Cutro è il momento più infimo, il vero fallimento morale del cinismo della destra rappresentata dal governo italiano. Se ha qualche valore il mio impegno politico e umano è che i morti di Cutro siano ricordati come eroi, come combattenti della libertà”.

Dopo queste parole ai parlamentari europei, la 25enne afghana Fatima Farzaneh si è rivolta ai parlamentari e ai presenti dicendo che i familiari delle vittime sono andati al Parlamento Europeo per chiedere verità e giustizia: “Chiediamo oramai da 3 anni che le richieste dei familiari vengano ascoltate. Che le responsabilità della strage vengano accertate in modo serio e imparziale. Ogni minuto perduto è costato vite umane: è necessario chiarire perché i soccorsi non sono partiti in tempo, nonostante i pericoli che incombevano sui migranti fossero stati segnalati da Frontex molte ore prima. Chiediamo che i familiari delle vittime che non hanno neanche potuto visitare le tombe dei propri cari possano ricevere un visto dal governo italiano per potersi recare in Italia. Non si tratta di una richiesta straordinaria: salutare un’ultima volta le persone che si amano è un diritto umano fondamentale. Chiediamo inoltre un risarcimento perché abbiamo il diritto che la nostra sofferenza venga riconosciuta. Il denaro non vale la vita di nessuno dei nostri familiari, ma dal 2023 continuiamo a mantenere viva la memoria dei nostri cari e a chiedere giustizia. Abbiamo scritto, parlato e sperato… ma fino a oggi dal governo Meloni è giunta solo una risposta: il silenzio.”

La giovane afghana Zahra Barati ha spiegato che suo fratello era salito sulla Summer Love per sfuggire ai talebani e che la sua famiglia vive costantemente il trauma della sua morte; perderlo è stato un duro colpo per la sua famiglia, in cui sono rimaste vive solo le donne, ora rimaste sole.

Un sopravvissuto alla strage, Almoki Assad ha raccontato che ogni notte si addormenta con le urla delle donne e dei bambini inghiottiti dalle onde e ha esclamato: “Considerate le vittime come parte dell’umanità, non solo come statistiche!”

Particolarmente emozionante l’intervento di Orlando Omodeo, medico della polizia scientifica in pensione. Quella maledetta mattina era lì, sulla spiaggia di Cutro, dove ha soccorso una ventina di naufraghi, ma per la prima volta nella sua vita senza riuscire a salvarne nessuno: “Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Ai nostri politici di destra che parlano di dio, patria e famiglia chiedo: ‘In quale dio, patria e famiglia credete? A chi fate la guerra? Con che coscienza costruite le vostre carriere politiche sull’odio e infierendo sugli ultimi, sui più deboli e sugli inermi?’ Quel giorno in cui 35 bambini sono morti annegati il mare non era, come dicono i politici bugiardi, mosso a forza 7: il mare era a forza 4. I governanti italiani hanno anche detto di non sapere che sulla Summer Love c’erano delle persone: falso! falso!! falso!!!”

“Io c’ero – ha concluso il dottor Omodeo piangendo. – A Crotone ci sono due rimorchiatori oceanici che avrebbero potuto trainare il barcone nel porto. Perché non sono stati usati?”

Un giornalista che ha seguito fin da subito le vicende la strage di Cutro, Giuseppe Pipita, ha invitato tutti ad andare a Crotone a seguire il processo ‘silenziato’: “Il giudice ha deciso di celebrarlo a porte chiuse, negando che alle udienze assistano anche radio e televisioni. Perché? Perché colpevole della strage non è il mare, sono le persone che hanno scelto e deciso di non intervenire”.

Mimmo Lucano ha poi concluso annunciando di aver presentato un’interrogazione parlamentare al governo italiano per chiedere verità e giustizia e una piena ricostruzione delle responsabilità istituzionali e, citando la famosa poesia di Pier Paolo Pasolini, dichiarando: “Io so, ma non ho le prove. Io so che 94 persone tra cui 34 bambini sono morte a pochi metri dalla spiaggia, io so che il Mare Ionio ha restituito i corpi gonfi di neonati e bambini che potevano essere salvati. Quelle persone avevano attraversato il mondo per mettersi in salvo. Per questo, per quelle vite spezzate e per le loro famiglie continuerò a chiedere verità e giustizia e responsabilità”.

(Pressenza.com, 30 Giugno 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/06/verita-e-giustizia-per-la-strage-di-stato-a-cutro/)

Ho trasportato sul tavolo tutti i libri di Luisa Muraro; si è creato un lungo vuoto sullo scaffale, ma vederli insieme, un po’ alla rinfusa, rigenera una lunga storia di pensieri, discussioni, incontri. Non ci sono solo i libri, ma cassette registrate, appunti, quaderni pieni di note, articoli di giornale: il percorso della riflessione sul pensiero della differenza che ha attraversato la vita.

Prima vivevo in città e seguivo il movimento femminista paradossalmente da sola, un po’ isolata per la recente maternità e il lavoro alla scuola serale. Non distinguevo l’emancipazionismo, che mi sembrava una necessità primaria, dalla rivendicazione dei diritti e mettevo insieme le diverse anime del femminismo che si mostravano in quel periodo di fine anni Settanta. Tutto mi sembrava nuovo e giusto.

Poi mi sono trasferita a vivere in campagna e ho cominciato a frequentare amiche già abituate a incontri in cui lo scambio delle opinioni era ricchezza e alimento. Ci si incontrava il martedì sera, nelle nostre case, parlavamo e ascoltavamo quanto scaturiva dalle meditazioni su temi offerti da quelle di noi più abituate a sostare nella riflessione; cercavamo argomenti che riguardassero le donne e spesso erano di natura religiosa e fornissero occasione di interpretazioni approfondite, versanti inattesi, indicazioni di vita. Insieme conquistavamo sicurezza e forza nella volontà di affermare un modo diverso di pensare e agire come donne. Elisabeth Schüssler Fiorenza pubblicava in quegli anni In memoria di lei e avviava all’elaborazione della teologia femminista.

Da lì approdammo all’Ordine simbolico della madre, un libro che, prima ancora di conoscerne il contenuto, ci conduceva su un preciso versante del femminismo, quello della differenza sessuale. Uscito nel 1991, entra in profonda analisi della relazione primaria madre-figlia e considera la lingua materna il fondamento culturale dell’umanità. Riconoscere questa autorità femminile originaria sposta l’asse della sottomissione al modello patriarcale che ha estromesso la figura materna da ogni ruolo e ha impedito che il continuum materno, il legame che si perpetra tra figlia e madre, rimandi ai primordi della vita, in un circolo di corpo e parola, di ri-creazione della vita. Si tratta certo di un libro complesso, a volte frainteso che a volte è stato letto come fosse una insistenza sul modello materno e sulle sue qualità. Ma, come scrive su “Doppiozero” del 23 giugno Laura Colombo, “è il contrario: non un ordine parallelo a quello del padre, verticale come quello, ma la contiguità tra corpo e linguaggio, già pensata in Maglia o uncinetto, portata dentro la relazione con la madre, dove taglia l’astrazione della legge del padre invece di imitarla”.

L’ultimo decennio dello scorso secolo vedeva, proprio qui nel nostro territorio, esperienze politiche, come quella di Graziella Borsatti, sindaca di Ostiglia che, per prima, grazie anche all’incontro con la comunità filosofica Diotima, affermò la volontà di una gestione ‘femminile’ delle scelte del consiglio comunale (“Sono qui per amore e per passione”). Muraro stessa venne a incontrare sindaca e vicesindaca proprio qui nella nostra campagna per parlare di pratica politica femminile.

La comunità filosofica Diotima, nata nell’università di Verona nel 1984 su proposta di Luisa Muraro, con Chiara Zamboni e altre, raccoglieva donne dell’università, ma anche docenti di scuola superiore o altre interessate ad approfondimenti di tipo filosofico. La scelta di essere comunità si ispirava ai modelli medievali di comunità femminili, come quelle delle Beghine, e il dibattito tra le donne che la costituivano, portava annualmente al Grande Seminario, aperto a tutte e partecipato da un gran numero di persone.

Per molti anni, tra ottobre e novembre ogni venerdì, ci recammo a Verona per far tesoro di quello straordinario deposito di idee che veniva aperto di volta in volta e di cui Luisa Muraro era custode. Con il suo pensiero, come dice Ida Dominijanni nel suo articolo sul “Manifesto” del 14 giugno, siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

I tentativi di vivere davvero (“esserci davvero”, dice Luisa Muraro nella conversazione con Clara Jourdan del 2003 e raccolta nel quaderno di Via Dogana) nella esperienza quotidiana, le sollecitazioni che questi incontri producevano in noi e nel nostro ripensare e dibattere, ci portarono a scoprire anche i libri precedenti. Dopo l’esperienza nella scuola dell’obbligo come “pratica antiautoritaria”, nel gruppo coordinato da Elvio Fachinelli, Luisa Muraro aveva scritto La Signora del gioco nel 1976, Maglia o uncinetto nel 1981 e Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista nel 1985. La ricerca sulla caccia alle streghe e sulle due culture, quella delle streghe e quella degli uomini delle classi letterate, che entrano in collisione, intende mostrare la forza delle donne che in ogni modo tentano di uscire dalla condizione di persecuzione.

Maglia o uncinetto è una sorta di anticipazione, in forma di “racconto linguistico-politico”, della riflessione sul linguaggio e sulla lingua materna che troverà più articolata espressione in Lingua materna scienza divina, protagonista Margherita Porete, un libro fondante che raccoglie conferenze tenute in varie città alcuni inediti e articoli per “Bailamme”, la rivista voluta da Romana Guarnieri che divenne occasione di incontro e amicizia tra la studiosa dei movimenti beghinali del Medioevo e molte femministe.

In Lingua materna scienza divina è pubblicato anche il contributo di Luisa al corso di lezioni tenute da Ivana Ceresa per la Scuola di Cultura contemporanea, voluta a Mantova da Annarosa Buttarelli (della Comunità filosofica Diotima) e attiva per anni come straordinario apporto culturale alla città. La serie di incontri, raccolta nel volume Donne e divino, prevedeva una sezione, “Donne e trascendenza”, in cui si inserì La trascendenza nel pensiero classico e della differenza di Muraro.

A quegli incontri vidi Luisa Muraro per la prima volta e per la prima volta compresi, dalle sue parole e dalla forza del suo linguaggio, ruvido e immediato, che era possibile avviare quelle ‘pratiche’ che consentono di adattare al presente della nostra vita le esperienze delle donne del passato, di farne un tesoro eversivo. Contemporaneamente, in modo apparentemente paradossale, proprio questa forma di adattamento consente il ‘partire da sé’, l’indipendenza dal modello maschile e la consapevolezza della novità portata dalle donne, i ‘salti’ che si impongono nella costituzione del pensiero e dell’essere, le ‘acrobazie’ della verità. Lì si trova la ragione che porta Luisa Muraro ad affidarsi alle scrittrici mistiche; la loro parola non è conformata all’ordine delle mediazioni costituite, accoglie diversità e contraddizioni. Nell’Introduzione a Lingua materna scienza divina,Muraro dice: La mia scoperta di Margherita Porete è avvenuta sì in un contesto: l’interesse per la storia e il pensiero delle donne, interesse collegato al femminismo. Ma non fu preparata da una tradizione – la tradizione anzi ci separava – e, lungi dal situarsi entro un orizzonte, mi ha tolto il bisogno e la voglia di avere un orizzonte, gettandomi, tanto per parlar chiaro, nella possibilità dell’assoluto. Il capire, questo intendo dire, può costituire un avvenimento assoluto che ci strappa dal dicibile di una tradizione per renderci capaci dell’indicibile. Con ciò non intendo respingere la tradizione né il metodo scientifico; vorrei solo liberare l’una e l’altro dal postulato di un confinamento assoluto dell’essere umano nella finitezza, postulato che vediamo storicamente affermarsi ai tempi di Margherita, contro lei e contro il movimento religioso di cui è espressione, e contro i teologi che lo difendono, Teodorico di Vriberg e Maestro Eckhart.

Si tratta di muoversi su un altro piano e di assumere come pratica politica il dar vita a nuove combinazioni che possono rendere significativo ciò che non lo era, nella consapevolezza che si tratta di un momento strategico della libertà.

Muraro lo chiama il “buco nella siepe”, perché “la storia umana e la trascendenza divina sono separate da una siepe nella quale la libertà femminile fa un buco; la scrittura ne disegna il bordo”.

Imparavamo, le mie amiche e io, a fare i conti con un modo di pensare che sentivamo più vero, soprattutto capace di dare materia a quell’universo di eventi che ogni giorno attraversava le nostre vite. Partivamo per Orvieto per partecipare ai seminari di Terradilei, a luglio organizzati intorno a Mistica e Politica, a partire dal 1991, da Laura Guadagnin. Oltre a Luisa Muraro, incontrammo Erminia Macola, Monica Farnetti, Grazia Sterlocchi, Sandra De Perini, Antonietta Potente e molte altre. Anche quelle riflessioni sono raccolte in Le amiche di Dio, uscito nel 2001, insieme ad altri saggi, nati in contesti diversi, ma tutti afferenti alla mistica femminile.

Erano gli anni in cui cominciava nel nostro gruppo a delinearsi una linea di pensiero che avrebbe portato alla costituzione della Sororità. Da Ivana Ceresa, amica di Muraro dai tempi dell’università, per entrambe la Cattolica di Milano, partiva la proposta di fondare un Ordine femminile che fosse “un viaggio di esodo dall’omologazione al maschile”. Molte tra noi amiche vi aderirono e la Regola dell’Ordine della Sororità apparve sul numero di marzo del 2000 su “Via Dogana” la rivista della Libreria delle donne di Milano fondata da Luisa Muraro, Lia Cigarini e altre.

Nella nota introduttiva di Muraro per Mie carissime sorelle, il libro che raccoglie gli scritti della fondatrice sulla Sororità, si legge: “La Sororità è l’invenzione di qualcosa che non esisteva e come tale mette alla prova della realtà un’ispirazione… Ivana Ceresa invita a mettersi in viaggio verso un senso libero e personale della differenza di essere donna, lasciandosi alle spalle la subordinazione e l’imitazione degli uomini. E insegna, passaggio decisivo, a far corrispondere a questo guadagno di libertà femminile, una ricreazione di mondo e chiesa”. Qui chiama la Sororità “macchina volante” e riconosce a Ivana Ceresa l’audacia di dare alla luce un’impresa che carica di senso la libertà femminile, trasgressiva, strappata al rivendicazionismo e all’emancipazionismo, disposta ad aprire il suo orizzonte all’impossibile. La teologia in lingua materna, espressione che Muraro preferisce a ‘mistica’, si avvale di amore, di morte e vittoria sulla morte, di felicità; disfa le maglie di questo mondo per far posto ad altro.

Si tratta di porsi fuori dalle mediazioni, fuori da ogni subordinazione tra esseri umani, da ogni dipendenza, come le beghine del Medioevo e come le scrittrici ‘mistiche’ di oggi, da Clarice Lispector a Simone Weil, Cristina Campo e Etty Hillesum. Può capitare di non sapere in quale direzione si stia andando, capita spesso, ma occorre prestare attenzione a quei “chiari del bosco” che ogni tanto si aprono, come insegna Zambrano, e che, quasi esperienza iniziatica, non bisogna cercare ma lasciare che si offrano come nulla e come vuoto.

Al mercato della felicità è un libro del 2009 in cui Muraro riflette sulla forza irrinunciabile del desiderio e che si apre con il racconto, rivisitato dalla tradizione islamica, di Giuseppe ebreo che i fratelli consegnano al mercato degli schiavi. Tra i possibili compratori si fa avanti una vecchia che vorrebbe comprarlo, ma ha solo pochi gomitoli di lana da dare in cambio. È chiaro che non c’è per lei speranza, ma il suo desiderio è tuttavia un formidabile indizio, perché indica la volontà di stare nel mondo eludendo le sue leggi, provando a proporsi nonostante la distanza che la separa dal pensiero comune. Questa “mossa” (un termine che Luisa Muraro amava usare) è presente anche nell’analisi della scrittura narrativa e filosofica di Iris Murdoch che compie una “schivata”, sottraendosi alla costruzione chiusa e definita del pensiero, per oltrepassare la linea della comune approvazione e aprire a un possibile altro.

È, questo elemento, continuamente approfondito; in Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, pubblicato da Carocci nel 2011, ricorda lo sconcerto che si generò, a casa di Romana Guarnieri, quando le “venne un’idea ancora senza parole che però pretendeva di essere esposta subito perché in quel posto e in quel momento non mancava niente per riuscire a formularla compiutamente”. Gli uomini presenti si irritarono, non capivano, il diverbio si fece acceso e Luisa se ne andò. Eppure non era stato un errore voler intervenire in quel modo.

Volevo che lasciassero da parte un modo di pensare e di parlare che rifà il mondo a parole. In positivo, volevo renderli partecipi di un modo di pensare insieme, da me conosciuto grazie al femminismo, che non procede con la sequenza ordinata di discorsi che prendono tutto il posto del reale, ma si aiuta apertamente con elementi estranei al pensiero discorsivo, come le circostanze, la presenza dei corpi, la pressione dei desideri: soltanto con questo scambio misto di parole, silenzi, gesti, sensazioni, avremmo potuto far venire alla luce l’idea che avevo intuita (p. 29).

“L’essenziale di Luisa sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti” (Dominijanni), la mossa della ‘schivata’ appunto, quella posizione asimmetrica propria del femminile che consente anche di leggere la realtà in modo netto e di vederne lucidamente le crepe.

Alla base, o intrecciata a questa postura, c’è l’espressione dell’autorità femminile che Muraro mutua da Hannah Arendt quando avverte che non va confusa col potere, che anzi, come forza generativa, aiuta a fare di una disparità un rapporto di scambio e di trasformazione che apre alla pratica delle relazioni e del reciproco riconoscimento.

Quasi tutti i temi offerti da Luisa Muraro alla nostra riflessione tornano più volte nei suoi libri, negli articoli e nelle conferenze. Della enorme quantità dei suoi contributi alla storia della cultura e al femminismo dà conto il preziosissimo lavoro di Clara Jourdan nel quaderno di via Dogana, Esserci davvero, pubblicato un anno fa.

L’ultimo libro, scritto come scambio/intervista con Lucia Vantini, filosofa e teologa, torna su Il Dio delle donneper rimarcare l’eredità della tradizione mistica.

Inevitabilmente su quella siamo tornate insieme, noi amiche, ancora una volta ieri, mentre facevamo memoria della beata Osanna Andreasi nella piccola chiesa di Carbonarola; ci siamo ricordate di quello che ne aveva scritto Muraro, in riferimento a Ivana Ceresa: “Mantova è una città che ha una tradizione di autorità femminile di origine religiosa: la beata Osanna degli Andreasi è una figura di santa viva – ‘sante vive’ chiamavano le sante riconosciute come tali anche in vita – ed era consigliera dei principi di Mantova. Ivana Ceresa ha fondato un ordine di donne che chiama Sororità e tra le loro sante protettrici ha indicato anche la beata Osanna, insieme a una monaca reclusa amica (Paola Montaldi) con la quale Osanna aveva uno scambio intenso. E qui veniamo a queste amicizie femminili: le amiche di Dio sono amiche tra loro naturalmente, va da sé. E stringono amicizie”. Ci siamo ricordate che Muraro sosteneva di credere nello Spirito santo e abbiamo concluso l’incontro ascoltando il Veni Creator Spiritus intonato alla celebrazione per lei nella Libreria delle donne di Milano che aveva contribuito a fondare.

(Cartavetro, 30 giugno 2026 https://www.cartavetro.com/filosofia/luisa-muraro-nella-nostra-vita/)

La luce del risveglio”, l’ultimo libro di Francesca Albanese per Rizzoli

Questo non è un libro come un altro. È vita che si comunica in diretta. E che vita. Non solo immersa nella storia mentre accade, non solo testimonianza che ne emerge, ma voce che la muove. Che grida nel deserto ma si fa ascoltare dai milioni, dalle moltitudini immense, dai dannati della terra. Ci vuole la lucidità di un profeta anche solo per vederlo, il presente. Ma ci vuole tutta l’energia del dolore di queste moltitudini, del dolore umano quando si enuncia come diritto negato, per giudicarlo. «Senza storia non c’è comprensione. Senza diritto non c’è misura» – e basterebbero queste due frasi lapidarie per inquadrare la ventura intellettuale e morale che è toccata a Francesca Albanese, relatrice Speciale dell’ONU per i Territori occupati in Palestina, già autrice di ben otto rapporti, uno più asciutto, implacabile e informativo dell’altro nell’accertamento di tutti i fatti che costituiscono violazioni del diritto internazionale vigente.

Ma in questo suo libro – La luce del risveglio (Rizzoli, pp. 304, euro 18) – c’è più che comprensione e misura del presente. C’è il sentimento del presente come tempo di rivelazione, tempo letteralmente apocalittico. Era già il nucleo vivo della lezione magistrale tenuta a Johannesburg nell’ottobre del ’25 dalla prestigiosa cattedra della 23° Mandela Lecture. Ma qui – nel terzo dei suoi libri in italiano, palesemente la sua lingua del cuore – questo sentire si fa letteralmente verbo d’azione, quasi principio di un mondo che nasce: vero richiamo a «esserla, questa rivelazione, a renderla verbo: da verbo rivelato ad azione che può stare nelle nostre mani».

Da cui i verbi-titolo dei capitoli, all’infinito presente, come ondate di questa verità vissuta: sognare, o mettere in azione la speranza, criticare, o discernere il vero dal falso, emanciparsi, o decolonizzare la mente e il linguaggio, resistere, in tutte le forme nonviolente che creano già il riscatto per cui lottano, dal palestinese Sumud che ha soffiato nelle vele delle flottille, al sudafricano Ubuntu che ha insegnato la forza della verità e della riconciliazione alla nazione-arcobaleno di Desmond Tutu e Nelson Mandela.

La nonviolenza attiva da cui fioriscono le altre azioni riparatrici dell’universo: nutrire, anche se le primizie di tutta la terra non placheranno la fame di giustizia per l’assedio di Gaza che perdura, piangere – e allargare, finalmente, l’orizzonte della bussola del lutto (Judith Butler), perché le vite dei dannati valevano quanto le nostre. Curare: il trauma senza fine delle vittime e anche la malattia mortale delle società che diventano genocidarie, curare la profondità della ferita morale anche in noi stessi.
Danzare, come vediamo Francesca fare nella festa-arcobaleno di Johannesburg, per la disperazione dei servizi di sicurezza e in barba al ringhio dei Leviatani che le si levano contro. Danzare la Dabke palestinese che ripara i tetti, la pizzica e la taranta del nostro Sud che riparano i morsi della vita. Danzare perché non si risvegli solo la mente o il cuore, ma tutto il corpo.

E ritornare, infine: ritornare con la mente all’inizio dell’immensa ingiustizia perpetrata in Palestina, che nelle chiavi tramandate e conservate da cinque generazioni di profughi ha il suo simbolo, e nella Risoluzione 194 dell’ONU la sua legge. Le chiavi-specchio dei genocidi in cui si radica la «superiore» civiltà dell’Occidente. Tornare in Palestina, «questa folgorazione che ha permesso di vedere il mondo».

O la natura stessa e la perdurante origine del male oggi smisurato che l’attraversa, mentre il diritto internazionale si affloscia sotto i colpi dei nostri doppi standard. E la violenza dei più forti destituisce quello stesso diritto universale che, individuando la fonte ultima di legittimità dei governi nella libertà e nell’eguaglianza dei governati, aveva fondato le nostre democrazie.

Ecco perché il sottotitolo di questo libro recita «Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà». Un manifesto, certo, perché rivela il possibile inizio di un mondo nuovo e chiama al risveglio: ma non un semplice pamphlet, per la sua ambizione di pensiero e l’esattezza quasi visionaria del sentire che lo anima, come già animava il precedente Quando il mondo dorme (2025), e l’ancora precedente glossario del diritto e della violenza epistemica che fu J’Accuse (2024, in collaborazione con Christian Elia).

Il pensiero, condiviso oggi da molti ma da nessuno così intensamente comunicato, è che «questi ultimi anni non hanno cambiato il mondo: lo hanno reso visibile per ciò che è»… «È una luce violenta, che costringe a vedere ciò che prima era stato nascosto. E quella luce illumina tanto l’orrore quanto la possibilità di oltrepassarlo, di uscirne trasformati».

È, insomma, uno di quei punti di svolta della storia in cui il cielo si riavvolge su se stesso come il rotolo della legge, e l’umanità si ritrova al bivio fra l’autodistruzione e un rinnovamento profondo delle sue forme di convivenza. Per questo, mentre altri pensatori parlano della Palestina o di Gaza come «frattura morale del mondo», Francesca Albanese vi vede anche «la bussola morale dei nostri tempi»: volevamo salvare la Palestina, ma è lei che salverà noi.

Era questa, l’apocalisse a noi riservata: eppure a tutto somiglia questo libro, fuorché alla scrittura escatologica del veggente di Patmos. Vita in diretta, dicevamo: travolgente, affollata dei personaggi storici o viventi che hanno contribuito ad accendere questa luce: dai molti classici del pensiero al ricordo struggente di alcuni fra le centinaia di giornalisti palestinesi massacrati da Israele, alle tracce di una memoria famigliare di affetti e ricette materne e mediterranea dolcezza, come per accogliere il lettore, la lettrice, sul divano di casa.

Un’intimità che deve aver distratto l’autore (Adriano Sofri) di una recensione tinta nell’amor torto (copyright Dante), causandogli un paio di sviste riguardo a una supposta assenza di menzione di Hamas (compare 17 volte) e perfino del 7 ottobre (pagina 184: quei «violenti attacchi contro i civili israeliani…. costituiscono crimini internazionali»). Ma pazienza: perfino a lui, ci fa sapere, il libro è piaciuto.

(il manifesto, 28 giugno 2026)

Catania. Nella Sala Paradiso del Museo del cinema, alle Ciminiere, è stato presentato il videopodcast “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” che la giornalista Nella Condorelli ha dedicato a Maria Giudice, grande figura del Novecento eppure dimenticata tanto che Catania, dove lei visse per quasi venti anni, fino al 1941, non le ha intitolato né una strada né una stanza nella sede della Camera del Lavoro dove pure fu dirigente di spicco. Maria Giudice è stata una grande giornalista, sindacalista, intellettuale, attivista pacifista, antifascista. È la madre della scrittrice Goliarda Sapienza e fa parte della genealogia femminista.

Il videopodcast è parte di un lavoro di ricerca e comunicazione che si è sviluppato attraverso un convegno universitario, la pubblicazione di un libro e ora attraverso You Toube con una trasmissione – fatta con filmati d’epoca, letture e interventi di femministe, sindacalisti e studiosi – che ricostruisce il contesto storico, sociale e culturale in cui opera Maria Giudice. Una storia collettiva centrata sulle lotte che Giudice porta avanti per i diritti sociali e per l’indipendenza delle donne. Il videopodcast si articola in tre parti*: la vita torinese con l’impegno nel Partito socialista italiano, nel sindacato con le lotte con le lavoratrici tessili e con la direzione della Camera del Lavoro di Torino, e nel giornalismo. Fu direttrice del giornale “Il grido del Popolo” prima di Gramsci che la sostituisce durante uno dei suoi numerosi arresti. La seconda parte parla del periodo siciliano e catanese, a partire dal 1920, della lotta contadina per le terre, dell’impegno antifascista insieme al compagno avv. Peppino Sapienza da cui avrà la figlia Goliarda. Poi nel 1941 il ritorno a Roma, la Resistenza e l’Alzheimer. Infine la terza parte è dedicata ai commenti e alle riflessioni, fra cui quelle di Giusi Milazzo (Sunia), Gabriella Messina, Valentina Di Magro e Rosaria Leonardi (Cgil), Anna Di Salvo (La Ragna-Tela). A dare il proprio volto a Maria Giudice l’attrice Manuela Ventura.

*I links di “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” di Nella Condorelli:

prima parte
https://www.youtube.com/watch?v=YZNreYU1xY4

seconda parte
https://www.youtube.com/watch?v=lr02zMfSDz0

terza parte
https://www.youtube.com/watch?v=oqxQL2vKm0g

(La Sicilia, 27 giugno 2026)

Rita Calabrese (5 marzo1965-8 maggio 2026), già professoressa ordinaria di Letteratura tedesca all’Università di Palermo, è tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate, di cui è stata presidente. È stata una pioniera degli studi femministi e in particolare della Frauenliteratur tedesca. In quest’ambito spiccano alcuni suoi studi come Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990), Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991), Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996), Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003) e Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (2015).

Altrettanto importante è stato il suo contributo sul fronte della letteratura ebraico-tedesca e sulla Shoah, culminato nella monografia Acher l’altro: figure ebraiche nella letteratura tedesca dal Settecento al Novecento (1996) e la cura del volume Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005).

Anche le sue traduzioni parlano del suo desiderio instancabile di comunicare e trasmettere: La gita delle ragazze morte di Anna Seghers (2010), Piccoli amori di Franziska zu Reventlow (2014), Album italiano di Fanny Lewald, (2015), Il cielo sopra Palermo di Constanze Neumann (2021).

La sua presenza alla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO ha rappresentato negli anni un riferimento importante, umano e politico insieme.

(Luciana Tavernini)

Ricordo di Rita Calabrese da parte di Rita Svandrlik, professoressa ordinaria onoraria di Letteratura tedesca presso l’Università di Firenze

Rita Calabrese era una grande viaggiatrice; diceva con il suo sorriso coinvolgente che si trattava di una scelta obbligata essendo siciliana. Non credo si riferisse al patrimonio genetico dei siciliani, risultato di tanti molteplici spostamenti di gruppi più o meno consistenti, variamente agguerriti; le piaceva tra l’altro sottolineare che la sua Sicilia occidentale non era quella greca bensì la Sicilia fenicia, concentrata sugli scambi commerciali e marittimi. 

Rita sentiva lo spostarsi al di fuori dell’Isola come ineludibile parte della sua ricerca professionale e umana; voleva incontrare persone, era mossa dal desiderio di scambi intellettuali, di partecipazione in particolare alle correnti culturali progressiste; Rita non aveva dubbi che quelle più innovative si trovassero nel pensiero delle donne. 

Da esperta di letteratura di viaggio è stata per me una cara compagna di viaggio, in senso letterale e metaforico, con maggiore intensità dalla fine degli anni Ottanta fino agli anni Duemila.

Il fatto che le modalità del prenotare e viaggiare fossero allora diverse da oggi è per me legato a ricordi che ci vedono insieme, per esempio nella memoria ho un fermo immagine non meglio datato: noi due sedute su una valigia e su uno strapuntino nel corridoio affollato di un vagone, forse sulla tratta Bologna-Firenze, con Rita che dava informazioni in inglese a turisti malcapitati. I nostri viaggi insieme avvenivano in occasione di partecipazione a convegni di studi delle donne, non solo in Germania, come a Paderborn nel 1989, poche settimane prima della caduta del muro: il tema del convegno, ricordando il secondo centenario della Rivoluzione francese, era la rivoluzione delle donne, ma nessuno allora prevedeva che il mondo sarebbe mutato in modo abbastanza pacifico di lì a poco; il caso volle che ci ritrovassimo con Rita ad agosto del 1990 proprio a Berlino, a constatare tutto ciò che era già cambiato nell’arco di pochi mesi. I viaggi insieme ci portarono anche in altri paesi europei: eravamo noi due le rappresentanti italiane al convegno di fondazione di W.I.S.E. (Women’s International Studies Europe) a Utrecht nel 1990. Ricordo che l’ultima sera ci chiesero una breve performance in qualche modo “italiana”: io ero assolutamente imbarazzata, ma trascinata da Rita cercai di cavarmela in qualche modo. Una volta successiva, dopo una riunione di W.I.S.E. ci concedemmo qualche giorno ad Amsterdam, insieme. Per lei viaggiare con le amiche diventò in seguito sempre più importante; lo capii da come me ne parlò in occasione del nostro ultimo incontro a Palermo, nel luglio del 2021, rammaricata per l’interruzione imposta dalla pandemia nel periodo precedente; negli ultimi anni erano stati invece i guai di salute, che dalle sue parole non sembravano tanto preoccupanti, a impedirle comunque di “muoversi” al di fuori della sua città, ma era intenzionata a riprendere i suoi viaggi, come mi disse anche l’ultima volta che ci sentimmo, due mesi fa; per lei i contatti non potevano essere in alcun modo “a distanza”, dovevano essere interrelazioni nel senso pieno della parola. 

Ci siamo conosciute credo a metà degli anni Ottanta, grazie alla comune amica e collega Uta Treder, socia fondatrice della SIL pure lei; Uta e Rita si interessavano allora alla scrittura delle donne concentrandosi sull’epoca d’oro della letteratura tedesca, tra fine Settecento e la prima metà dell’Ottocento, alla scoperta delle autrici poco studiate o proprio dimenticate, spesso menzionate solo come sorelle, figlie, mogli. Ricordo bene il convegno su “Viaggio e scrittura” a Firenze, nel dicembre 1986, organizzato insieme alla Libreria delle Donne; nel volume che pubblicò i risultati del convegno Rita è presente appunto con un contributo su una famosa sorella, Fanny Mendelssohn; il suo Diario italiano viene analizzato non tanto per enucleare vicinanze e differenze con altri diari famosi (ovviamente con quello di Goethe), quanto piuttosto per cercare di far emergere la voce più intima, personale, la quale non riesce ad esprimersi compiutamente in un «linguaggio sentito come strumento altrui, estraneo, inadatto ad esprimere propri stati d’animo e sensazioni»; nella musica Fanny Mendelssohn trova invece uno strumento che sente proprio. Rita Calabrese scopre già in questo saggio quello che sarà un filo conduttore delle sue ricerche: l’indagine sulle implicazioni a livello creativo della doppia differenza, quella di donna e di ebrea. Trent’anni dopo questo saggio, nella sua introduzione all’edizione italiana di un altro resoconto di viaggio in Italia, l’Album italiano della romanziera Fanny Lewald, ricorda l’altra Fanny e introduce la specificità della situazione degli ebrei tedeschi assimilati, che in Italia si confrontavano con il Cattolicesimo e con «la disinvolta presenza di sacro e profano»; la loro doppia appartenenza, al mondo ebraico e a quello tedesco, provocava «punte di dolorosa lacerazione», che spingeva gli ebrei tedeschi a «dare senso alle discriminazioni subite con la lotta per una più generale emancipazione, delle donne, della borghesia, degli ebrei».

Lo studio delle autrici del Romanticismo, per esempio Gisela von Arnim, conduce la studiosa ad approfondire le costruzioni mitiche del femminile, come sirene e ondine, e a incontrare l’opera di Christa Wolf, una “scopritrice” e divulgatrice delle autrici romantiche tedesche. 

Abbastanza coerente con i suoi ambiti di ricerca pare dunque che a un certo punto l’interesse si focalizzi sulla scrittrice tanto ammirata da Christa Wolf, vale a dire su Anna Seghers; alle opere di Seghers Rita Calabrese dedica numerosi saggi; voglio qui menzionare solo la traduzione e cura del racconto forse più famoso di Seghers, La gita delle ragazze morte. Grazie a Rita ho maturato e poi condiviso il giudizio sulla grandezza della scrittura di Seghers. 

Vedo come consequenziali pure i suoi studi su Elfriede Jelinek, per esempio nel contributo “Dai margini dell’ebraismo. La scrittura ‘patrilineare’ di Elfriede Jelinek”. Devo al nostro comune interesse per Jelinek il mio primo viaggio a Palermo, perché Rita mi invitò a tenere una lezione, e poi, naturalmente, mi fece conoscere le sue amiche e alcune realtà della Palermo impegnata e femminista.

Non voglio con queste poche annotazioni dare un quadro della studiosa, traduttrice e critica letteraria, ho ricordato solo gli snodi di una rete che legava noi, e altre amiche. Delle autrici e dei testi menzionati abbiamo discusso davvero tante volte insieme, nella “felicità del dialogo” come suona anche il titolo di un suo libro; quando poi leggevo nei suoi articoli i risultati maturati anche grazie ai dialoghi rimanevo ammirata dall’eleganza della sua scrittura, dalla capacità di sintesi e di far emergere con levità la drammaticità delle situazioni in cui le opere delle ‘sue’ autrici erano maturate.

Trasformandoli in impegno culturale e civile lei stessa ha affrontato le crisi e i dolori della vita con forza, levità ed eleganza.

(Newsletter della S.I.L. – Società Italiana delle letterate, giugno 2026)

Molti anni fa sono andata in Turchia con delle amiche. Un giorno abbiamo scoperto che la guida locale ci aveva valutate in cammelli, sulla base delle nostre caratteristiche fisiche. Ognuna di noi valeva un certo numero di cammelli, io pochi cammelli. L’episodio mi torna per associazione, leggendo la nostra attualità. Alcuni – troppi – proprio non ce la fanno. Non ci riescono a stare lontani dal corpo delle donne. Si astengono dal metterci le mani sopra, sono a un livello di elaborazione superiore, hanno accesso a immagini e simboli. Eppure la testa è sempre lì, in modi diversi. La fissazione si sfoga in una chat tra colleghi, o scappa una frase rivelatrice in contesti privati o pubblici. Possono essere autisti, pensionati, manager, chiunque.

La loro visione del mondo non può prescindere dal giudizio di valore sul corpo delle donne. Così diversi, questo li accomuna. Lo sanno che non si fa, che le cose sono cambiate, che a essere scoperti si rischia non solo un danno reputazionale. Ma nessun deterrente funziona davvero: non resistono, perché ci credono. A volte sembrano lapsus, ma sono gravi errori di pensiero. Forse sperano di farla franca – non pensano che qualcuna gli fotografi il telefono, e poi non è legittimo, dirà l’ineffabile garante della privacy – oppure si sentono ancora onnipotenti. Fanno quello che sono. Ma la devono smettere, sono fuori dalla storia.

(Internazionale, 26 giugno 2026)

Quando una persona muore la mia reazione istintiva è il silenzio. La morte mi appare tragica e irrimediabile e non c’è parola che possa consolare o restituire il senso della vita di chi non c’è più. Le parole sono inadeguate. Ma se alla morte di lei tutti rimanessero in silenzio, l’effetto sarebbe terribile. Anche il silenzio è inadeguato. Sarebbe come rinunciare a dare segni di vita, perché lei non è più viva.

Dagli anni ’80 Luisa Muraro è stata, per me, tra le firme più importanti. Leggevo sempre i suoi articoli, anche senza capirne molto. Era già tra le personalità più autorevoli del femminismo italiano. La mia inclinazione a individuare in un gruppo il leader mi portava a considerarla così. La sua influenza andava oltre il femminismo. Il Partito Comunista Italiano, dove io militavo, scriveva la Carta delle donne (1986) ispirandosi al pensiero della differenza sessuale. Era uno sforzo di adattamento, perché la cultura comunista proveniva da una tradizione molto diversa. Noi, certo, non sputavamo su Hegel.

Negli anni successivi, quando l’attivismo iniziava a usare Internet, il conflitto tra i sessi occupava uno spazio sempre più grande, anche per impulso del “backlash” che prendeva a bersaglio il femminismo egualitario e rivendicativo. Citare Luisa Muraro aveva un effetto spiazzante. Con gli scandali berlusconiani e l’introduzione della parola femminicidio, quello spazio è cresciuto ancora. 

Attraverso la rete, nel clima di lotta alla violenza sulle donne, con una mia amica, entrai in contatto con la Libreria delle donne e conobbi Luisa Muraro. Luisa sapeva dire parole molto chiare, senza il linguaggio della condanna. Per esempio, citò il principio di una conferenza di Capi di Stato a Londra (2014): «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia», per dire che gli uomini, per fare la pace tra di loro, avevano sempre rifiutato di ascoltare la domanda di giustizia che veniva dalle donne vittime della violenza sessista.

In treno da Torino a Milano, ho preso a frequentare la Libreria delle donne, partecipando alla scuola di scrittura, alla redazione del sito della Libreria, alla redazione allargata di Via Dogana 3. Tutte attività condotte da Luisa Muraro. Ero interessato al pensiero della differenza, alle pratiche femministe e alla storia del femminismo, ma soprattutto ero interessato alla personalità di Luisa. Tanto che ricevevo il rimprovero: «Vieni qui solo per lei».

Il mio interesse coesisteva con un’adesione incerta. Luisa mi diceva: «Sei reticente». Per me, la ragione vien prima dell’esperienza e i principi prima del desiderio. Sono più metaforico che metonimico. Quel linguaggio, quelle pratiche, il partire da sé, il desiderio, la verità soggettiva mi sembravano norme innaturali. Tuttavia, non ero refrattario, il mio mondo era bloccato e forse qui c’era una leva per ripartire. Soprattutto, nella relazione con Luisa mi sentivo allievo. Non dipendeva da ciò che Luisa pensava, ma dal suo magnetismo. Per cui la volevo leggere, ascoltare, emulare, conversarci insieme, ottenerne l’autorizzazione, considerarla e tenerne conto anche quando non mi convinceva. Se lo dice lei qualcosa di vero ci sarà. 

Una persona molto di sinistra scrisse: «Quando leggo Luisa Muraro ho un senso di soffocamento, mi sembra di leggere Platone». Forse sì, c’è qualcosa di platonico nella scrittura di Luisa. A me, però, fa respirare. Poco importa quel che pensa, insegna a pensare. Leggerla, come ascoltarla, aveva un effetto terapeutico. Nell’incontro con lei, mi è successo qualcosa di paradossale: mi sono riconciliato con il mio essere maschio. Ho preso coscienza della mia differenza maschile, ho riconosciuto la maschera della neutralità e ho potuto scegliere cosa scartare e cosa tenermi. Ho sfumato la contrapposizione tra natura e cultura. Di questo le sono molto grato. Mi dispiace non averglielo detto in vita. 

Una volta le chiesi di “ammaestrarmi” a non avere un “tono ammaestrante” verso gli altri. Ricevo questa critica e quando capita con le donne è imbarazzante. Mi rispose che c’era del vero in questa critica, ma lei non era la persona giusta per “ammaestrare”, «io cerco di far inferocire, che è quello che mi capita, se vuoi cambiare il tuo tono comune, arrabbiati, funziona». Lei sì, ogni tanto si arrabbiava, anche con me, ed era spettacolare. Non ho mai percepito intolleranza o insofferenza. Era come se reagisse a un difetto sintattico nel linguaggio o nel pensiero. 

Quando sono arrivato alla Libreria ho conosciuto anche Lia Cigarini. Insieme a Luisa, Lia Cigarini era stata una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Tra le due donne esisteva una relazione politica-intellettuale-affettiva-umana molto forte. Il pensiero di Luisa era anche il frutto della relazione con Lia, come il pensiero di Lia, della relazione con Luisa. Solo che Lia era molto più riservata, schiva, introversa. Luisa il contrario. Così l’esposizione pubblica di Lia era minore. Per Luisa, il pensiero politico di Lia Cigarini aveva «una compiutezza e una profondità che i suoi scritti, troppo rari e frammentari, fanno solo intravvedere». Lia è morta il 20 aprile, Luisa il 13 giugno. Una ha introdotto l’altra. Si sono separate dalla vita, ma non tra loro due.

(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2026)

L’ultimo giorno dell’anno scolastico in Israele, il 19 giugno, una lettera dal titolo “Ci rifiutiamo!” redatta da alcuni adolescenti in cui annunciavano la decisione di non arruolarsi nell’esercito israeliano è stata distribuita in migliaia di copie in diverse scuole di tutto il Paese. La lettera, intitolata “Ci rifiutiamo!”, conta ormai più di 120 firme di studenti delle scuole superiori che dovrebbero prestare servizio militare.

Testo completo della lettera “Ci rifiutiamo!”

Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli interessi del governo dittatoriale.

Siamo stati tutti cresciuti nel mito secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista. Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni.

Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito? Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano.

Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese. L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla parte sbagliata della linea di confine.

Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”?

Le guerre infinite hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti.

Siete disposti a diventare parte delle statistiche?

Siete pronti a compiere un simile sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane per rafforzare il proprio dominio?

E voi cosa farete?

(Pressenza.com, 24 Giugno 2026, www.pressenza.com/it/2026/06/oltre-120-adolescenti-israeliani-annunciano-il-loro-rifiuto-di-arruolarsi-nellesercito/)

Riflessioni di una partecipante alle lotte dal settembre 2014 per la “restituzione in vita” dei 43 studenti di Ayotzinapa uccisi nello stato di Guerrero in Messico

Il 26 e 27 settembre 2014 sono scomparsi 43 studenti della Scuola Normale Rurale «Raúl Isidro Burgos» di Ayotzinapa, nella città di Iguala, nello Stato di Guerrero, in Messico. Sono stati attaccati dalla polizia locale e dalle autorità federali, colluse con gruppi criminali. Tre studenti sono stati inoltre uccisi. Ad oggi non ci sono stati progressi nelle indagini sul caso degli studenti, per cui le loro famiglie non hanno ottenuto né verità né giustizia riguardo alla scomparsa dei giovani.

Da allora le loro madri e i loro padri non hanno smesso di esigere che i loro figli fossero restituiti vivi; sono passati più di undici anni e da allora sono stati accompagnati da organizzazioni sociali, sindacati e persone indipendenti.

Fin dall’inizio ho partecipato alle mobilitazioni organizzate a Città del Messico dalle madri e dai padri dei 43 studenti; mi sono unita all’Assemblea della Comunità Artistica, dove noi siamo stati invitati a partecipare a una brigata culturale nelle comunità del Guerrero da diplomati della scuola normale di Ayotzinapa; è stato così che per la prima volta ho visitato la scuola normale da cui provenivano i 43 studenti scomparsi e ho anche iniziato il mio percorso nel movimento della società civile per la richiesta del ritorno in vita degli studenti e della giustizia per quanto accaduto.

In Messico e in America Latina ci troviamo costantemente a dover affrontare l’urgenza degli eventi che viviamo, per cui è difficile sedersi, scrivere e riflettere; così sono passati per me quasi nove anni da quando ho iniziato a disegnare grafiche per le madri e i padri dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, Guerrero, ed è stato nell’ambito del 2° Congresso Internazionale Femminista in Memoria di María Uicab dell’Università Autonoma di Quintana Roo, in Messico, sul tema Attivismi, Esperienze e Resistenze, che ho colto come occasione per dare inizio alla mia testimonianza scritta della mia esperienza di accompagnamento alle mamme e ai papà dei 43, perché non si è trattato solo di progettare dalla distanza della mia professione, ma di instaurare un rapporto a due con loro, una relazione di accompagnamento.

È un momento di totale sfinimento e un momento importante per lasciare; sono passati undici anni ed è la prima volta che non sarò con chi dovrei essere, ma con chi è necessario io sia: loro, i 43 studenti non sono solo un numero, il 43, loro hanno un nome: Abel, Abelardo, Adán, Alexander, Antonio, Benjamín, Bernardo, Carlos Iván, Carlos Lorenzo, César Manuel, Christian Alfonso, Cristian Tomás, Cutberto, Dorian, Emiliano Arem, Everardo, Felipe Arnulfo, Giovanni, Israel, Israel Jacinto, Jesús Jovany, Jonás, Jorge, Jorge Aníbal, Jorge Antonio, José Eduardo, Jorge Luis, José Ángel, José Ángel, José Luis, Jhosivani, Julio César, Leonel, Luis Ángel, Luis Ángel, Magdaleno Rubén, Marcial Pablo, Marco Antonio, Martín Getsemany, Mauricio, Miguel Ángel, Miguel Ángel e Saúl Bruno. Inoltre Julio César, Daniel, Julio César e Aldo. Undici anni, 43 vite, 43 nomi, 43 sogni, 43 figli, 43 fratelli, 43 speranze. Perché ¡Vivos se los llevaron, Vivos los queremos!(Vivi li hanno presi, Vivi li vogliamo!)

Molte volte, quando ero una bambina, mia nonna, mamá Modesta, madre di mia madre, mi raccontava di come lei e la sua famiglia, in cui era nata, fossero molto, molto poveri e un giorno qualcuno disse loro che stavano regalando delle terre, così presero tutte le loro cose, todos sus chiquillos, come si era soliti dire allora di bambine e bambini, e intrapresero un lungo viaggio a piedi, sì, a piedi, da Huatusco, Veracruz, addossato alla montagna, fino a un luogo che all’epoca si chiamava Purga, oggi Manlio Fabio Altamirano, Veracruz, a un’ora dal porto. Effettivamente furono loro assegnati quattro ettari di terra e un altro appezzamento dove vivere vicino alla ferrovia; lì costruirono la casa di legno, casa che conobbi e dove trascorsi dei periodi quando era la stagione dei manghi; ce n’erano circa sette varietà, chapita, calabaza, corriente, platanillo e il mio preferito, il manila, non ricordo più tutti i loro nomi, sono di quelle cose a cui non dai importanza perché pensi che dureranno tutta la vita. Moltissimi anni dopo ho scoperto che il terreno su cui sorgeva la casa era di proprietà delle Ferrovie Nazionali del Messico e che loro pagavano un affitto, finché nel 1995, con Ernesto Zedillo come presidente del Messico, le ferrovie furono privatizzate e il diritto di proprietà fu concesso a tutte le persone che avevano vissuto per tanto tempo lungo i binari. Lì mia nonna, mamá Modesta, insieme ai suoi fratelli e sorelle, ha vissuto la rivoluzione; dovevano nascondersi sia se arrivavano i federali, sia se passava “la bola”, come chiamavano i rivoluzionari, che li portavano via per farne soldati o rivoluzionari; mia madre mi raccontava che i suoi fratelli si nascondevano sugli alberi e che lei invece fu portata in una casa a lavorare a Córdoba, Veracruz, a fare le pulizie, affinché non la portassero via né gli uni né gli altri.

Mi sembra che lì a Córdoba abbia conosciuto quello che sarebbe diventato mio nonno, mi papá Jesús, e che anche lui fosse partito da Huatusco nelle stesse condizioni. Quando decisero di fare vita insieme, andarono a vivere a Orizaba, Veracruz, lei mi raccontava che compravano la verdura e poi se ne andavano a piedi, uno per parte della strada, con il loro cestino in mano offrendo la verdura; qualche tempo dopo smisero di camminare e si misero per terra all’ingresso del mercato a vendere la verdura. Non so come tempo dopo si procurarono una bancarella al mercato e cambiarono attività, passando alla merceria.

La prima volta che ho visto le madri, i padri e i familiari dei 43, l’8 ottobre 2014, durante la prima grande marcia popolare sul Paseo de la Reforma, sono rimasta sbalordita, non so per quale motivo avessi cancellato dalla mia mente che sarebbero stati lì; erano e sono le persone più povere e umili di questo Paese e, come se non bastasse, lo Stato ha commesso la peggiore delle violenze nei confronti della sua popolazione: la scomparsa dei suoi figli.

Come non identificarmi con loro? Gli studenti, anch’io sono stata studente, anch’io ho vissuto momenti di precarietà quando lo ero; ricordo quel momento così difficile che ho passato quando mia madre stava per farmi lasciare l’università, perché non c’erano abbastanza soldi, nonostante studiassi in un’università pubblica. E come, per un periodo, mia cugina mi abbia aiutato economicamente per le mie spese di base, come i trasporti, affinché non abbandonassi gli studi.

Proprio al primo semestre all’università, durante il corso di design, il docente ci ha parlato e ci ha chiesto un lavoro sul Movimento studentesco del 1968. Come? Cosa? Movimento studentesco? Massacro di studenti? L’esercito?

Ricordo di aver verificato ciò che molti hanno detto del libro La notte di Tlatelolco di Elena Poniatoska; nel libro si sentono le parole delle testimonianze.

Così, il successivo 2 ottobre, diversi compagni e compagne siamo andati alla marcia in commemorazione del 2 ottobre 1968.

Quando sono scomparsi i 43 studenti di Ayotzinapa, ho pensato, sicuramente come tante altre persone, che non sarebbero stati in grado di commettere nuovamente una simile atrocità e che nel giro di pochi giorni sarebbero ricomparsi in qualche ministero pubblico o istituzione governativa; da allora sono passati undici anni.

Attivismo, secondo il dizionario María Moliner, è l’atteggiamento e la dottrina degli attivisti.

Attivista. Membro attivo di un’organizzazione, generalmente politica, che ricorre all’azione diretta per raggiungere i propri fini.

Attivismo, secondo la Real Academia Española, è l’impegno intenso in una determinata linea d’azione nella vita pubblica.

Attivista. Agitatore politico, membro di un gruppo o partito che interviene attivamente nella propaganda o pratica l’azione diretta.

Non so se vi è capitato di partecipare a una marcia, a un comizio, a una protesta e di sentire che fate finta di fare qualcosa ma sembra che non stiate facendo nulla, perché l’obiettivo non viene raggiunto, perché non si ottiene ciò per cui avete deciso di uscire dalla vostra zona di comfort e protestare, esigere. Ebbene, a partire da quell’8 ottobre si susseguirono una serie di marce e manifestazioni in tutto il Paese e persino all’estero; a Città del Messico capitava che in una settimana si tenessero due o tre marce, con proteste ovunque. In un percorso che va dall’Ángel de la Independencia allo Zócalo a Città del Messico, un tragitto di un’ora o un’ora e mezza, ci sono volute fino a cinque o sei ore a causa della quantità di persone che si sentivano commosse e violentate per la scomparsa degli studenti; spuntarono assemblee e progetti collettivi ovunque. Fu così che nacquero delle brigate per svolgere un lavoro collettivo nelle comunità di Guerrero, da dove provengono principalmente gli studenti, per realizzare un lavoro di ricostruzione sociale per quando tutto fosse finito, attraverso l’arte, la cultura e la pedagogia, poiché nello stato di Guerrero praticamente tutto era stato occupato per esercitare pressione affinché gli studenti fossero restituiti; fu così che arrivai a Guerrero, fu così che acquisii una consapevolezza, ancora maggiore di quella che già avevo, della povertà, dell’emarginazione e della violenza sistemica in cui vivevano quelle famiglie a cui erano stati strappati i figli.

In quel contesto si prepararono, nacquero e si riattivarono molte altre lotte come l’articolazione delle donne; ci fu una mobilitazione molto importante a cui fu dato il nome di Feminicidios en contexto Ayotzinapa (Femminicidi nel contesto di Ayotzinapa). Fu una vera boccata d’aria fresca per l’animacorporea1 dentro tanta rabbia e dolore che stavamo vivendo in quei giorni; in breve tempo si trasformò in un’iniziativa collettiva che prese il nome di Las Aparecidas (Le Ricomparse).

Quando andai per la prima volta ad Ayotzinapa ricordo come se fosse ieri che uno dei genitori disse a me e ad altri due compagni: «Sono già passati tre mesi, perché venite solo ora?». Ricordo che avrei voluto sprofondare, nascondermi da qualche parte o scappare via; poi lui stesso rispose: «Lo capisco, anch’io ero così, prima che portassero via i nostri figli, il resto non mi importava, mi dedicavo al lavoro (muratore), alla mia famiglia, alla mia casa, quello che succedeva, succedeva agli altri, a me non succedeva». Era Don Emiliano Navarrete, padre di José Ángel Navarrete González. Da allora, ogni volta che venivano a Città del Messico per una marcia, una protesta, comizio, sit-in, picchetto, mi avvicinavo e lo salutavo; era il mio modo di dirgli: «Non sono stata vicina a voi nei primi tre mesi, ma eccomi qui». E non è che non ci fossi, certo che c’ero, ma solo tra tutte le altre persone che partecipavano alle mobilitazioni.

Non mi piace, né mi identifico con la parola attivista, non per ciò che significa, come abbiamo già visto, ma per ciò che non significa; sento come se fossi stata nell’inazione, nel letargo dell’immobilità, a grattarmi la pancia, insomma.

Quando ho iniziato a frequentare mamme e papà, sentivo che gli altri li chiamavano “gli zii”; avevo già imparato che nelle comunità del Guerrero, come segno di rispetto e riconoscimento nei confronti delle persone adulte e anziane, quelle più giovani le chiamano con i soprannomi di “zia”, “zio”, indipendentemente dal fatto che siano parenti o meno, tuttavia nelle comunità, sono proprio questo: fratellanza, famiglia.

Mi ha ricordato che nella fattoria a Veracruz, la differenza è che lì il soprannome è cuñada, cuñado, (cognata, cognato) le persone grandi o piccole ti incontrano per strada e ti salutano dicendoti: quiubo cuñao (tutto bene, cognato). Ma chiamare zio o zia le mamme o i papà, mi è sembrato e mi sembra ancora un modo, per affetto, di dimenticare perché sono lì e non voglio farlo; sono lì politicamente, perché esigo la ricomparsa in vita e giustizia per i fatti avvenuti il 26 e 27 settembre 2014.

Stare vicino alle madri e ai padri è stato fare famiglia, stare attenta quando vanno in città se gli manca o serve qualcosa, oltre alle vite dei loro figli, cose elementari, come l’acqua, andare in bagno, ripararsi dalla pioggia, qualcosa da mangiare o qualcosa di così semplice ma così importante perché dà loro forza: sapere che sei lì, molte volte per avere qualcuna con cui parlare della vita quotidiana, se si erano persi; c’era traffico, non sapevano come arrivare in metropolitana, se il cibo gli aveva fatto male o se il raccolto era andato a male a causa delle piogge, l’angoscia di non sapere se le altre loro figlie o figli stanno bene mentre un uragano si abbatte sulla zona, mentre loro partecipano a riunioni o manifestazioni in città. Ma anche la preoccupazione da parte loro, soprattutto delle mamme, di sapere se stai bene, di offrirti un taco con il cibo che altri offrono loro, di ripararti dalla pioggia se è troppo tardi per tornare a casa, di voler sapere cosa fai, a cosa ti dedichi, come sta la tua famiglia o se vivi molto lontano da dove si trovano loro quando vengono in città. E oggi, con il passare del tempo, se puoi accompagnarli in qualche posto in centro approfittando del fatto che vengono in città.

Così, accompagnandole, ci incontriamo; camminare al fianco delle mamme e dei papà non è stato solo compiere azioni dirette, l’organizzazione politica alla ricerca di un fine determinato; accompagnarle è ed è stato camminare in relazione, la relazione di due che pone il pensiero della differenza sessuale, tra me e me una donna. E nella scomparsa dei 43 studenti la misura del mondo sono state e sono le madri, quelle donne che hanno dato loro la vita e che hanno avuto fiducia che i loro ragazzi sarebbero stati bene, studiando alla scuola normale rurale di Ayotzinapa, fiducia conquistata per l’entusiasmo dei loro figli di diventare insegnanti e con ciò avere un mondo migliore, perché nello stato di Guerrero, come in tanti altri del nostro paese, le opzioni sono poche per le figlie e i figli di indigene e contadini: seguire le orme di papà e mamma nel lavoro dei campi, come braccianti o nell’edilizia, entrare a far parte de los malos (dei cattivi), come viene chiamata la criminalità organizzata, oppure diventare insegnante nelle scuole normali rurali, cosa che permetterà sia allo studente che alla sua famiglia di accedere a una migliore qualità di vita. Quanti di loro sono scomparsi portando con sé la promessa fatta alla loro madre che, una volta diventati insegnanti, avrebbero potuto costruirle una casetta o piastrellare il pavimento di terra delle loro case.

«Io non sono Ayotzinapa», hanno detto nel 2016 donne che si definivano femministe: gli scomparsi erano uomini, nulla a che vedere con il femminismo, dopo l’attacco all’antimonumento Más 43 (‘Più 43’) quel 24 aprile 2016. Tuttavia, come ha detto in diverse occasioni Araceli Osorio, madre di Lesvy Berlin Osorio, assassinata nella città universitaria dell’UNAM nel 2017, non scompaiono, c’è qualcuno che le porta via, c’è qualcuno che le uccide. E le madri? Sono forse uomini? Le madri sono e sono state le più violentate nella scomparsa dei loro figli: loro, che danno la vita, in quel momento e ancora oggi nel presente, hanno dovuto correre via alla notizia della scomparsa del loro figlio, lasciando indietro gli altri figli e figlie, per dare priorità a lui che aveva davanti un futuro migliore perché era studente di scienze dell’educazione o ancor più, nonostante la scomparsa del figlio, accettare che il figlio o le figlie rimasti entrino a studiare nelle scuole normali rurali nonostante il pericolo che ora sanno bene che comporta.

Le madri dei 43 studenti di Ayotzinapa erano e continuano a essere come tante altre donne: casalinghe, alcune lavorano anche vendendo cibo, facendo le pulizie nelle case, vendendo verdura, lavorando nei campi e subendo nelle loro case violenza maschilista da parte dei loro mariti, padri e fratelli. E nella società erano discriminate non solo per il fatto di essere donne, ma anche perché indigene e contadine. Ma non è solo questo: nel movimento sociale alla ricerca dei propri figli e della giustizia sono state rese invisibili. C’è stato un primo periodo in cui nei titoli dei giornali, nei telegiornali, le autorità si riferivano, e lo fanno ancora, a Los padres de los 43 (i genitori dei 43).

Ricordo come se fosse ieri di aver ricevuto una telefonata da don Emiliano che mi chiedeva:

– Paty, cosa mi avevi detto che fai? Cosa mi hai detto che studiavi?

– Grafica, realizzo copertine di riviste, opuscoli, volantini, manifesti.

– Puoi aiutarci a realizzare un manifesto?

– Certo che sì, don Emiliano.

– Puoi venire al Pro?

– Mi dica quando.

– Adesso, siamo qui.

E così è iniziato un rapporto stretto con mamme e papà, dal disegnare un manifesto per il concerto chiamato Voces por los 43 allo stadio Azteca il 26 agosto 2016, dove il gruppo principale era Panteón Rococó, fino ad oggi, quando si compiono 11 anni dalla scomparsa dei 43 compagni di Ayotzinapa.

Da pochissimo tempo ho preso coscienza che la professione che ho scelto per la mia crescita professionale è una professione che nasce interamente dal capitalismo. Accidenti!

Ma poiché il capitale non occupa tutto, né tantomeno lo fa il patriarcato, il mio lavoro di grafica non era mai stato così funzionale e socialmente impegnato come da quando ho iniziato, partendo da una posizione politica, a donare il mio lavoro professionale di disegnatrice grafica alle madri e ai padri dei 43 e, in seguito, a madri di vittime di femminicidio e con figlie scomparse. Prima ancora di avere i primi schizzi di quel primo manifesto, la prima cosa che ho fatto, perché la grafica non è neutra ma ha un potere potente e non da poco, è stata quella di posizionarmi e nominare “Madri e Padri dei 43 studenti scomparsi”; non l’ho detto a nessuno e tanto meno ho chiesto autorizzazione, fino ad oggi non so quando se ne siano accorti o se se ne siano accorti. I comunicati continuavano ad apparire come del comitato dei genitori dei 43, finché a un certo punto non sono stati inclusi padri e madri. È stato molto bello, quando si è tenuto il primo concorso di cartellonistica per commemorare i tre anni dalla scomparsa dei 43, vedere come tutte le proposte di grafica arrivassero con la didascalia “madri e padri”, cosa che in realtà era stata richiesta ai partecipanti dal regolamento del concorso, anche se basta solo una disattenzione perché le madri tornino a essere invisibili. A un certo punto, parlando con una delle mamme, ci siamo chieste quale fosse stato il momento in cui erano state rese visibili nominandole, ma non c’è chiarezza al riguardo e al patriarcato del movimento è meglio non chiederlo.

Per quel concerto allo stadio Azteca non solo ho disegnato il manifesto, ma anche tutti i teloni per vestire il palco, gli striscioni, i badge, i cartellini per il parcheggio e le magliette; credo che di tutto ciò che ho disegnato per le mamme e i papà, nulla mi abbia dato tanta soddisfazione quanto disegnare le loro magliette; vederli arrivare con le magliette addosso è stato davvero incredibile! Una soddisfazione enorme sentire che li stavo sostenendo in modo tangibile, al di là della partecipazione a una marcia per i 43, e questo nonostante in quel momento solo due genitori e l’avvocato sapessero che ero io ad aver disegnato tutto. Non avrei mai immaginato che fosse l’inizio di un lungo cammino al fianco delle mamme e dei papà dei 43 studenti di Ayotzinapa. Oggi siamo alla 132ª azione globale, di cui ho realizzato forse il 90% dei manifesti, quelli delle assemblee nazionali popolari, delle riunioni provinciali dell’ANP a Città del Messico, manifesti per i mezzi di trasporto che portano alle assemblee ad Ayotzinapa, i cartelloni delle marce in Guerrero, dei comizi, dei sit-in, delle giornate di lotta e delle carovane, il design di circa dodici o sedici magliette, volantini, brevi video per la diffusione sui social, tazze e quattro concorsi di cartellonistica.

All’inizio vi avevo detto che questo è un momento di sfinimento e di distacco; non l’avevo detto prima per non innervosire le organizzatrici e per provare meno angoscia, ma una settimana fa ho perso l’hard disk esterno del mio computer e con esso tutto il lavoro che ho svolto per le mamme e i papà dei 43, insieme al testo e alla presentazione della relazione di oggi, tutto il lavoro che ho fatto anche per le madri di vittime di femminicidio e di sparizione, come quello per Lidia Florencio, madre di Diana Velázquez Florencio, assassinata a Chimalhuacán nel 2017.

Quando accompagniamo le vittime, parola con cui non mi identifico perché dice ben poco delle persone, il carico emotivo è più che fortissimo; proprio come le mamme e i papà a undici anni dalla scomparsa dei 43, oggi anch’io sono malata e sono anche molto stanca, quindi mi sembra che la disattenzione che mi ha fatto perdere l’hard disk con gli ultimi dieci anni del mio lavoro sia solo il riflesso di quella stanchezza e del fatto che lo Stato punta molto sul logoramento, la stanchezza e l’oblio. Ma ciò che lo Stato non considera è che… Camminiamo con il cuore. Grazie mille.

*Patricia Meza Rodríguez, nata e residente a Città del Messico, è artista grafica; ha conseguito il Master in Politica delle donne curato dal Centro di ricerca Duoda all’Università di Barcellona.

1 Animacorporea è un’invenzione simbolica di Antonietta Potente, docente del Master di Duoda.

(www.libreriadelledonne.it, 23 giugno 2026, traduzione di Luciana Tavernini)

In molte culture le persone s’accompagnano sulla soglia che connette la vita e la morte per gradi: tre giorni, otto, quaranta, in un commiato graduale. La comunità del Coordinamento Teologhe Italiane ha scelto di esprimere così, lentamente e coralmente, un suo primo grazie a Luisa Muraro. Che non sarà l’ultimo, che deve scegliere fra tanti pensieri che vengono alla mente, che si pone prima di tutto dall’angolatura del Dio delle donne, con «il gesto di chi beve lentamente a una tazza».

«Sono infatti quella che chiamano “una femminista”. Potrà sembrare, a chi mi ascolta (mi legge) che io confonda discorsi tra loro radicalmente difformi, come Vangelo e politica, ma ci sono sistemazioni mentali e ideologiche che bisogna disfare per vedere il nuovo che accade davanti ai nostri occhi. Separare ed etichettare è piuttosto facile; discernere viene dopo, meno facile ma più vicino al vero». Così Luisa Muraro in un intervento del 2014 che Vita e pensiero ha ripubblicato per i lettori alcuni giorni fa. Con una serie di istanze che condividiamo appieno: femministe in un contesto nel quale questo suona sempre come un insulto, una insurrezione o peggio una banalità sorpassata, continuiamo a vedere contiguità di piani. Così da teologhe sembriamo sempre anche filosofe o sociologhe o antropologhe, e le filosofe tra noi sono teologhe e leggono la Bibbia e si potrebbe proseguire.

Per questo dobbiamo a Luisa Muraro lezioni di teologia oltre che di filosofia, di approccio storiografico oltre che politico; il quadro della «differenza», articolato e fra noi anche discusso, è forse il portato più noto, ma per il nostro posizionamento non possiamo che iniziare da quella tazza e da quella sproporzione, profondamente teologiche.

Incredibile sproporzione

Il brano della tazza a cui ci riferiamo è proprio all’inizio de Il Dio delle donne, testo in sé mistico ancora prima e più che «sulla mistica»:

«Un giorno si aprì la porta di una vacanza senza fine. Capitò quando, leggendo (…) testi di quella che chiamano mistica femminile, cominciai a udire le parole di una nuova conversazione, non semplicemente nuova ma inaudita, tra due che, per brevità, chiameremo una donna e Dio. Una donna c’era di sicuro, Dio non so, ma di sicuro lei non era sola, c’era un altro o un’altra la cui voce non arrivava fino a me ma che sentivo lo stesso perché faceva un’interruzione nelle parole di lei, o meglio una cavità che trasformava la lettura, la rendeva simile al gesto di chi beve lentamente da una tazza». (1)

Queste parole, che ci hanno fatto compagnia negli anni, nelle letture, nelle scritture, nelle riflessioni condivise, sono forse molto semplicemente la cosa più importante che vorremmo dire di lei e con lei, pur col rispetto della sua interiorità e della soglia del suo nominarsi, che non è mai corretto superare. È questa postura che diciamo mistica e che si fa compagna dei percorsi, senza cesure fra la strada con i camionisti, le donne con i gomitoli, (2) i libri sugli scaffali e le comunità, a volte provvisorie ma sempre profonde, che si creano:

«A volte tra visibile e invisibile c’è una sproporzione stupefacente, come quella tra il grande fiume e la piccola sorgente. Di questa sproporzione parla Cristina Campo (alla quale mi accosto regolarmente come a una maestra dello spirito e della lettera). Il suo Angelo della realtà è la capacità di stupirsi: sfortunato è il nostro tempo, dice, che invoca cose grandi, sempre più grandi e così perde la capacità di stupirsi (…) Non restarono né freddi né delusi i pastori davanti al povero neonato messo nella paglia come una nespola, in quel caotico caravanserraglio». [Nella stessa direzione l’atteggiamento di un camionista siciliano] «che si fermò a mostrare l’invisibile impresso nel paesaggio familiare raffigura la potenza dello sguardo, nutrita da una lunga attesa che rende pazienti, perfino troppo, ma non spegne lo sguardo e non consente di rassegnarsi». (3)

Una domanda necessaria

Non rassegnarsi è il tarlo buono di ogni filosofia e di ogni teologia, ma sporge, come nell’articolo da cui siamo partite, a disfare il presuntamente ovvio. Così, in una maniera tanto lapidaria da incidersi nella memoria collettiva anche del CTI e da essere spesso richiamata nelle nostre pagine, (4) racconta che nella temperie del Sessantotto «nella casa di una signora quasi povera» si stava svolgendo una riunione di «intellettuali impegnati» cui da poco si era unito «un più piccolo gruppo di donne», femministe, ammesse al laboratorio. Verso il pomeriggio, la domanda fatidica, cui seguì imbarazzo, silenzio, e poi brusca fine dell’esperienza condivisa: «Cambia qualcosa il fatto che noi siamo donne?». (5)

È passato più di mezzo secolo, ma si mette ancora in scena «l’imprevista» con una domanda che infastidisce e viene considerata divisiva, insurrezionale. Per questo, anche se i gruppi di donne che hanno chiara l’idea della libertà femminile possono ricreare gerarchie non positive e autorità non sempre liberanti, Chiara Valerio ha potuto scrivere: «I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose; la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d’accordo. Che sia la Chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse».

Come Diotima, un «qui e altrove» politico

La sacerdotessa del dialogo platonico che dà il nome alla comunità filosofica che ha visto Luisa Muraro protagonista di pratiche condivise e di genealogie autorizzanti si posiziona in un una maniera particolare, in cui la sua assenza dalla scena del banchetto patriarcale diventa magistero eloquente:

«La maggior parte degli studiosi (non tutti) pensano che Platone l’abbia inventata per i suoi scopi. C’è una parte di studiosi che non vuole neanche occuparsi della questione, perché la considera “oziosa”, non degna cioè della loro attenzione. A me invece interessa, perché a mezza strada fra l’esistenza storica documentata e l’inesistenza, in mezzo a date incerte, professioni senza nome, leggende oscure ci sono molte donne che mi interessano, tra cui mia madre (…) gli esclusi rientrano nella categoria degli assenti e non possiamo in alcun modo farli passare per inesistenti». (6)

Tra presenze e assenze – sia ricercate sia subite – tra appartenenze e sconfinamenti si giocano ancora molte partite, a livello politico, accademico, ecclesiale. Abbiamo certo necessità impellenti – per le guerre moltiplicate e le crisi dell’ecosistema sempre più minacciose – ma sarebbe un terribile errore pensare che queste riflessioni siano oziose o possano essere rimandate.

Bere a quella tazza è una possibilità e in fondo anche un compito. E uno spazio libero più di una vacanza.

[1] L. Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori, Milano 2003, 14.

[2] L. Muraro, L. Vantini, Dire Dio nella lingua materna, Il Margine, Trento 2018, 46-51.

[3] L. Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011, 44s.

[4] E. Green, C. Simonelli, Incontri. Memorie e prospettive della teologia femminista, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2019, 17s.

[5] Muraro, Non è da tutti, 28.
[6] Muraro, Il Dio delle donne, 116. 118.

(Il Regno, 23 giugno 2026, https://www.ilregno.it/regno-delle-donne/blog/grazie-e-una-tazza-e-una-sproporzione-coordinamento-teologhe-italiane)

Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.

In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.

Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ’45 e il ’46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.

Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.

Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.

La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.

Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1984 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.

Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.

(Doppiozero.com, 23 giugno 2026)

Disegno di Safaa Odah e Pat Carra

Una relazione di amicizia, solidarietà e femminismo: è quella che lega due fumettiste, Pat Carra e Safaa Odah, tra Gaza e l’Italia. Dal loro legame è nato un libro, Safaa e la tenda (Fandango, 2026), e la mostra Al di là del mare che da giugno attraversa l’Italia, con il sostegno di Un Ponte Per, Chandra Candiani, Fandango, Erbacce.

Le abbiamo intervistato insieme.

Come vi siete conosciute, e come è nata la vostra relazione?

Pat Carra – Ho incontrato Safaa nel 2024 sui social. Mi sono innamorata dei suoi fumetti, questa è l’origine di tutto. Le ho chiesto di collaborare a Erbacce, la rivista umoristica e femminista di cui faccio parte, e le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina. Tra noi si è sviluppata una corrispondenza sempre più coinvolgente. A me la sorte ha assegnato la sfida di creare le condizioni concrete di un progetto comune, prima il suo libro e in seguito la nostra mostra. Anche in Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza è presente una seconda protagonista: la nostra relazione. Siamo due fumettiste e condividiamo uno sguardo femminista, Safaa ha trent’anni meno di me, è energica e coraggiosa, ha una fede che la rende forte. In un momento per me doloroso, mi è stata molto vicina. Era un paradosso ricevere sostegno da Gaza, dove è in corso un genocidio e manca tutto. Ci è venuto da ridere.

Safaa Odah – Ci siamo conosciute in tempi non ordinari. Erano momenti estremamente difficili e vivevo in condizioni psicologiche molto fragili. Come sapete, stavamo attraversando un genocidio. In quel periodo, per me il disegno era un mezzo per resistere e restare salda. Ci siamo conosciute sui social e ho capito subito che Pat non è solo un’artista, ma una persona. Ho conosciuto molti colleghi e artisti, ma lei è stata l’unica a restare, e aveva qualcosa di diverso. Con il tempo, la nostra relazione ha superato i confini della collaborazione. Ho trovato in questo incontro uno spazio in cui potevo essere sincera. Attraverso di lei ho conosciuto un mondo di amicizie meravigliose, tra cui la poeta Chandra Livia Candiani. Pat ha avuto un ruolo molto importante nel far pubblicare i miei disegni sulla rivista Erbacce e attraverso di lei è nato anche il libro con Fandango. Ci siamo incontrate nel pensiero prima ancora che nel disegno, e nel sentimento prima ancora che nelle parole.

Che ruolo ha il disegno nel rappresentare il mondo che vi circonda?

PC – Da sempre il fumetto e l’umorismo sono stati per me una forma di resistenza. Quando disegno vignette sulla violenza maschile o sulla guerra, seguo una linea che ha origini nella mia infanzia. Come Safaa sono un’autodidatta del disegno, lei ha studiato psicologia, io filosofia, eppure siamo arrivate a scegliere questo linguaggio, che è semplice ma non semplicistico. È un’arte che riconduce le cose a una misura umana, svelando la verità al di là delle finzioni come il bambino che dice «il re è nudo». Trasformare la rabbia, l’odio, l’angoscia in un momento liberatorio è l’essenza del mestiere. Nel 2004 ho creato “Cassandra che ride”, una personaggia che racconta le guerre occidentali post 11 settembre. Safaa testimonia il genocidio post 7 ottobre spogliando l’oppressore della sua presunta onnipotenza: i soldati israeliani sono insopportabili, nelle sue vignette, come lo sono i topi che ritrae davanti ai sacchi di farina.

SO – Per me il disegno non è solo un mezzo di espressione, ma un modo per comprendere ciò che accade intorno a me. Molto spesso le parole non sono sufficienti. Disegno per documentare ciò che vivo e ciò che vedo, non solo eventi, ma anche emozioni e dettagli quotidiani che altri potrebbero non notare. A volte sento di essere una testimone e che è mio dovere trasmettere questa realtà così com’è, con sincerità, anche se è molto doloroso. Inoltre, il disegno è uno spazio attraverso cui posso affrontare questa realtà, non fuggirne. È il mio mezzo per restare salda e per trasformare questo dolore. Non è solo arte: è una responsabilità. Raccontare ciò che accade dal mio punto di vista e lasciare un impatto reale su chi guarda.

Cosa sono stati questi anni di genocidio, visti da Gaza e dall’Italia?

PC – Sfilo nelle piazze, partecipo a incontri, seguo le notizie ma la mia vera guida sulla Palestina è Safaa. Abbiamo una lingua madre in comune, quel tipo di fumetto: socio-politico, femminista, che nel tratto è umoristico anche quando è tragico. L’Italia è un paese venduto agli Stati Uniti e Israele, Milano è una città gemellata a Tel Aviv. Safaa è l’unica fumettista che continua a disegnare da Gaza. Il mio impegno dall’Italia è stato coltivare la nostra amicizia, riconoscere il suo protagonismo, rilanciare la sua voce e fare coro con lei. Safaa è una grande fumettista, il suo lavoro è destinato a diventare un classico, e sentire la sua fiducia è un onore. La sua lotta è la mia: sopravviviamo in un capitalismo che non si può definire con parole umane.

SO – Sono stati due anni difficili, e non sono finiti. La guerra non si è mai fermata, viviamo nella paura costante della perdita. Questo comporta un logorio emotivo molto intenso. A Gaza non esiste più separazione tra vita e morte: sono intrecciate. Ormai per noi vivere è semplicemente cercare di sopravvivere. In questi anni Pat mi ha sempre mandato foto e immagini di manifestazioni di solidarietà che arrivavano dall’Italia, con una partecipazione davvero straordinaria. Questo per me è stato molto importante: mi ha fatto sentire che il nostro popolo non è solo, che ci sono tante persone a sostenerci. Ho sempre saputo che l’Italia è solidale alla Palestina, ma durante la guerra questo è stato ancora più evidente. Attraverso i social ho potuto vedere quanta solidarietà c’era, e il sostegno è stato davvero eccezionale.

Cosa significa per voi vedere oggi un libro e una mostra nati dalla vostra relazione? Come è nata questa idea?

PC – Dal desiderio di mettere al centro la nostra relazione, due donne fumettiste da due paesi diversi. Mentre curavo il libro di Safaa, non c’erano le condizioni materiali per lavorare insieme. Era necessario creare un filo narrativo, fare scelte e rischiare. Lei mi scriveva “vai avanti”. Volevo avvicinarmi il più possibile, per farcela ad andare avanti. Un giorno del 2025 non avevo più parole per fare coraggio a Safaa. Ho scelto un suo fumetto e mi sono disegnata accanto lei: questo disegno a quattro mani è diventato l’immagine guida della mostra. Ne sono seguiti altri che sono il cuore di “Al di là del mare”: ci incontriamo nel fumetto, letteralmente. La poeta Chandra Candiani, che è presente insieme a noi con il testo “Indomabile fiducia” lo racconta in questo passaggio:

«E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando. Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme».

SO – Vedere il mio libro e la mia mostra nascere da questa relazione mi provoca sensazioni contrastanti. Da una parte la gioia immensa, non mi sarei mai aspettata di raggiungere questo risultato. Sono grata e felice per tutto questo. Ma avrei tanto desiderato essere lì con voi. Ogni disegno per noi ha una storia, ogni dettaglio è legato a un momento, e sembra la dimostrazione che qualcosa può continuare a esistere e crescere nonostante tutto.

(*) Per informazioni sulla mostra, segui Erbacce e Un Ponte Per qui e sui canali social.

(Erbacce, 21 giugno 2026)

Nel corso della trasmissione La domenica dei libri del 21 giugno 2026, il conduttore Roberto Festa ha intervistato la filosofa Laura Boella sul pensiero di Luisa Muraro.

Qui di seguito il link al podcast della trasmissione. L’intervista si trova poco dopo le ore 10:30 della registrazione.

(La redazione del sito)



(Radio Popolare – La domenica dei libri, 21 giugno 2026)

Pubblichiamo di seguito il link al TG3 del 21 giugno 2023 in cui è contenuto il servizio di Francesca Sancin sulla manifestazione “Tessere la pace, custodire il futuro” organizzata a Roma dalle 10 100 1000 Piazze di donne per la pace. La manifestazione ha raccolto in un momento simbolico nazionale il lavoro costante di tanti gruppi locali di donne, divenuti nel giro di un anno oltre 160, per opporre alle guerre che imperversano una logica di pace di costruzione di civiltà. Il servizio comincia al minuto 24,17.

Le immagini degli arazzi disposti circolarmente sulla piazza ci ha ispirato il titolo “Nel cerchio delle vostre mani”.

(La redazione del sito)

https://www.raiplay.it/video/2026/06/TG3-a1e7d84d-bc41-4238-8865-03d0a3694624.html

(Raiplay.it, TG3 21 giugno 2026)

Domenica 21 giugno la Piazza del Campidoglio di Roma si è riempita di arazzi per la pace tessuti a mano da donne che hanno voluto manifestare in questo modo contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione delle società europee. Nata un anno fa grazie alla rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, l’iniziativa è stata preceduta da un percorso collettivo di elaborazione tematica e sostenuta da un appello che continua a raccogliere sottoscrizioni (https://www.ioscelgo.org/petizioni/tessere-la-pace-custodire-il-futuro-il-21-giugno-in-piazza-per-interrompere-leconomia-di-guerra/). Pubblichiamo il testo letto in apertura da Daniela Dioguardi dell’Udi di Palermo.

Per essere qui e portare i nostri arazzi molte di noi sono dovute partire all’alba, rinunciando al loro unico giorno di riposo. Ma Roma era una tappa importante di un cammino per la pace che abbiamo deciso di percorrere insieme, un cammino iniziato un anno fa e a cui si vanno aggiungendo altre donne. Nel giugno 2025 le piazze delle donne erano 39, a marzo 2026 più di 160. Abbiamo tutte insieme costruito con impegno una comunità diffusa e molteplice, certe che pensare e stare insieme avrebbe moltiplicato e reso visibile nello spazio pubblico la nostra forza morale che si oppone alla violenza patriarcale. Ci unisce la convinzione che non si possa restare indifferenti di fronte alla sofferenza di intere popolazioni terrorizzate, costrette dalla guerra alla fuga o ai limiti della sopravvivenza in città ridotte in macerie, dove piangono giorno dopo giorno i loro morti, tra cui molti, troppi, bambine e bambini. E di fronte alla devastazione ambientale, di cui tutti e tutte piangeremo le conseguenze.

Da Gaza, dal Libano, dall’Ucraina, dall’Iran, dal Sudan e da tutte le zone di guerra sentiamo riecheggiare dentro di noi le grida di aiuto delle donne, delle madri disperate che hanno perso figli e figlie, che cercano in situazioni impossibili di assicurare la quotidianità, di proteggere i più piccoli, di riparare i loro stessi corpi dagli stupri che sono l’arma in più usata dagli uomini contro le donne per ucciderne l’anima. La forza bruta si impone sfacciatamente, facendo piazza pulita di convenzioni, diritti umanitari, istituzioni, organismi internazionali che dopo la Seconda guerra mondiale gli uomini si erano dati per limitare, controllare l’uso della violenza. Il sogno di un’Europa unita anche per realizzare la pace è stato di fatto travolto.

Di fronte a tanto orrore non si può, non si deve restare indifferenti né rassegnarsi. Non solo perché lo richiede la nostra umanità, ma perché ciò che avviene oggi in questi paesi può domani avvenire nel nostro. È venuto meno l’equilibrio geopolitico che ha permesso in Occidente, sia pure con delle orribili eccezioni, un lungo periodo di pace, e grande è il disordine sotto il cielo. Compaiono sulla scena pubblica rozzi personaggi che fanno dell’individualismo, del cinismo, della volontà di dominio e della forza di sopraffazione la propria cifra politica, come fosse un titolo di merito. La potenza degli armamenti attuali e di quelli che stiamo finanziando, e le oltre 12.000 testate nucleari già esistenti sono in grado di annientare la civiltà umana. Il rischio che la guerra si allarghi anche per un errore è estremamente concreto.

In questo contesto è ancora possibile parlare di civiltà dell’Occidente? Le magnifiche sorti e progressive del genere umano consisterebbero nel distruggere e sterminare con una tecnologia sofisticata talmente avanzata da permettere perfino di uccidere senza sentirsi responsabili? Questa non è la civiltà per cui hanno lavorato e continuano a lavorare milioni di donne che conoscono la vulnerabilità e la fragilità dei corpi e sanno bene di quanta attenzione e di quanta cura abbiano bisogno per nascere, crescere e restare al mondo.

La civiltà delle donne non vanta imprese cosiddette mirabolanti e straordinarie e non è raccontata nei libri di storia, nemmeno quando esse sono state protagoniste di invenzioni e scoperte, superando proibizioni e impedimenti. La civiltà delle donne è fatta di attività quotidiane necessarie per vivere, considerate dal pensiero patriarcale marginali, di poco conto. Della maestria femminile di costruire relazioni, trovare soluzioni in contesti difficili, cercare utili mediazioni, noi siamo orgogliose. Sono attività dalle quali in questa fase di grave crisi storica si debbono trarre insegnamenti.

“Tessere la pace. Custodire il futuro” porta sulla scena pubblica un’attività che fa parte dell’esperienza storica delle donne e indica che fuori da una logica predatoria di onnipotenza e di dominio la pace è possibile e conveniente. Tessere, cucire, ricamare, rammendare sono occupazioni che richiedono tempo, pazienza, l’abilità di sapere intrecciare armoniosamente fili diversi, di saper rimettere insieme spacchi e riparare rotture, producendo opere utili alla bellezza e alla vita. Simbolicamente sono antitetiche alle attività belliche che separano, rompono, distruggono, uccidono. Tessere per noi è stata ed è anche un’entusiasmante pratica collettiva, un ritorno alle radici da cui abbiamo tratto energia; una pratica politica che ha portato molte donne a conoscersi, costruire relazioni, creare spazi di parola e di ascolto. Spazi necessari per costruire una trama resistente di discorsi di pace, in grado di contrastare la narrazione mainstream che presenta la guerra come inevitabile, manipolando le coscienze e militarizzando la scuola, e usando le parole non per nominare la realtà e cercare soluzioni pacifiche ma per camuffare ciò che avviene realmente e alimentare le tensioni.

La guerra non è un fenomeno naturale, non è un terremoto, può quindi essere eliminata attraverso una buona politica e soprattutto una trasformazione culturale profonda, cominciando col disarmare oltre agli arsenali le menti e il linguaggio. Rifiutiamo la passività, e alla trappola dell’impotenza in cui vorrebbe farci cadere il potere contrapponiamo la potenza generativa dell’amore in grado di far nascere qualcosa di nuovo. Dipende da noi, dalla capacità di mettere insieme pensiero e azione, dal coraggio di combattere con la mente pensando controcorrente, andando oltre la logica dicotomica dell’amico-nemico pur consapevoli che esistono torti e ragioni, spezzando la spirale di odio e vendetta in cui è facile restare impigliati. Non vogliamo abituarci né fare abituare i/le più piccoli/e alla contabilità dei morti, alle immagini di violenza e distruzione che purtroppo sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Rivolgiamo un appello alle donne che stanno nelle istituzioni perché non dimentichino che sono lì grazie alle lotte delle donne prima di loro, e perché vi portino l’esperienza storica femminile di attenzione e cura della vita. Essere donna, essere madre non è un proclama strumentale, è una differenza che richiede consapevolezza e che si nomina attraverso le parole che usiamo e le azioni che scegliamo. Prima che sia troppo tardi, queste parole e queste azioni oggi debbono essere contro la guerra e contro il riarmo.

(centroriformastato.it, 21 giugno 2026)

A distanza di qualche mese dalla morte di Lia Cigarini, il 13 giugno è morta anche Luisa Muraro. Due grandissime donne del femminismo della differenza sessuale, della libertà femminile. Entrambe ci hanno lasciato una ricchezza enorme di pensiero, di idee, di scritti, di libri da leggere, rileggere, studiare e trasmettere alle nuove generazioni di donne e uomini che poco o nulla o male sanno di loro e del pensiero e delle pratiche politiche del femminismo della differenza. Femminismo che ha portato le donne fuori dal patriarcato rendendole libere quali soggetti pensanti e parlanti. Libere di autodefinirsi, di pensarsi a partire da sé in relazione con un’altra donna. Se la mia generazione è nata emancipata quella delle giovani è nata libera, grazie a donne come Muraro e Cigarini, a cui essere grate. Grande è il dolore di chi, come me, le ha conosciute non solo leggendole ma anche ascoltandole nei luoghi della politica delle donne come la Libreria delle donne di Milano che, insieme ad altre, hanno fondato nel 1975. Al dolore si unisce tanta gratitudine e riconoscenza per due donne che hanno speso la loro vita per aprire nuove strade di pensiero e di pratiche di relazioni tra donne e tra donne e uomini, per un senso libero dell’essere donna e dell’essere uomo.

Luisa Muraro con il suo libro “L’ ordine simbolico della madre” ci ha insegnato l’amore femminile per la madre come riconoscenza e gratitudine per la donna che ci ha messe al mondo e per tutte quelle donne (madri simboliche) che, come lei e Lia, ci hanno dato qualcosa di essenziale per la nostra vita. Muraro è una delle più grandi pensatrici del nostro tempo. Una filosofa a cui piaceva, sin dall’infanzia, scrivere. Tanti i libri che ci ha lasciato, tra cui quelli sulle mistiche e la loro libera ricerca di Dio. Una tradizione, questa, andata perduta. Una scrittura, la sua, sorgiva dal pensiero della differenza sessuale e dalla politica delle donne, stando in una relazione di scambio e di confronto con Lia Cigarini. Un sodalizio il loro durato oltre la vita. Più volte le ho viste all’opera e ogni volta entrambe, con le loro parole, illuminavano e aprivano a nuove riflessioni, a nuovi pensieri, spingendo in avanti la discussione. Erano esigenti. Non ammettevano discorsi superficiali o approssimativi. Quando, nei primissimi anni Settanta, Muraro incontra Cigarini, che era già una femminista, lei aveva alle spalle anni di impegno politico nel movimento per la pace in Vietnam e nel movimento studentesco. Aveva partecipato all’occupazione dell’università La Cattolica, dove si era laureata in filosofia della scienza, e questo le costò la perdita della possibilità di intraprendere la carriera accademica, come racconta a Clara Jourdan nel libro intervista “Esserci davvero” a cura della Libreria delle donne di Milano: «Appena laureata mi hanno chiesto di restare in università, e di fare carriera accademica lì. Però è scoppiato il Sessantotto e allora hanno cambiato idea, tranne il mio professore il quale (…) ha voluto tenermi come assistente volontaria (allora c’era questa figura)». Non ha mai avuto una cattedra ma, dopo un breve passaggio nella scuola media, ha insegnato e fatto ricerca per trent’anni all’università di Verona dove, nel 1983, insieme ad altre, legate alla politica delle donne e al pensiero della differenza sessuale, ha fondato la Comunità filosofica femminile “Diotima”. Nel 1991 fondava la rivista della Libreria delle donne Via Dogana2, che ha voluto continuasse con Via Dogana3 online. Muraro non solo amava scrivere ma anche “aiutare altri a dire meglio” quando sentiva che c’era “qualcosa di importante”. Maestra di scrittura, insieme a Clara Jourdan, dal 2007 al 2017 ha portato avanti una “Scuola di scrittura pensante”, divenuta nel 2020 “Scuola di scrittura politica per aiutare a pensare la politica delle donne, che interagisce con il mondo globale”. È poca cosa quello che ho scritto per onorare una donna grande come Luisa Muraro, che ho amato, e amo, tanto. Grazie Luisa, grazie Lia.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 21 giugno 2026)

Secondo l’artista e designer tedesca Annie Albers, i suoi primi anni esaltanti al Bauhaus come studentessa di tessitura erano liberi da sistemi fissi di insegnamento ed erano, di fatto, un invito alla sperimentazione. Erano i primi anni ’20 del Novecento, e come donna, anche in un ambiente progressista come quello del Bauhaus, le era vietato seguire altri corsi di arti applicate, che non fossero tessitura e ricamo. Annie Albers è una delle tante protagoniste del saggio Cucire universi, scritto dalla storica del design Domitilla Dardi e edito dai Einaudi.

Il libro propone una storia dell’intelligenza progettuale nascosta, mostrando come ricami, tessuti, abiti e altri territori tradizionalmente femminili non siano periferie della cultura, della progettualità e di quello che oggi chiamiamo design, ma proprio uno dei suoi motori principali. Ne parliamo con la sua autrice Domitilla Dardi.

Cucire universi è stato un lavoro che ha messo a sistema diverse riflessioni maturate nel tempo. Diciamo che nasce anche in qualche modo come una sorta di controcanto al manuale di storia del design che avevo scritto diversi anni fa. A un certo punto ho sentito proprio l’esigenza di girare lo schermo e andare a inquadrare tutta una serie di campi che tradizionalmente sono stati definiti appunto arti minori e arti femminili. Mi sono resa conto, mano a mano, che andavo proprio a inanellare tutta una serie di storie, una serie di racconti e che in realtà questa impostazione, che è quella nella quale io stessa mi sono formata come storica dell’arte prima e poi come storica del design, è frutto di un’ideologia.

E non è assolutamente l’unico modo di guardare a una serie di tecniche che al contrario sono estremamente innovative e potrebbero avere dei potenziali inespressi che forse è arrivato il momento di indagare e di conoscere meglio. È vero che una grande parte della ricerca è stata improntata appunto al tessile perché il tessile è il territorio per eccellenza del fare manuale e del fare femminile. In realtà se siamo disposti a questo piccolo gioco copernicano di cambio del punto di osservazione, ci accorgiamo che ad esempio in cucina esiste una legge che è quella dell’ingegneria gestionale che veniva applicata per esempio nelle fabbriche secondo il metodo tayloristico e le pioniere dell’organizzazione della cucina fecero gli stessi ragionamenti che poi i loro mariti portarono dentro le fabbriche all’interno della loro cucina e del loro spazio professionale. Quindi di base è stato un lavoro proprio per cercare di intaccare una serie di paradigmi che io stessa credevo inamovibili e riconsiderare soprattutto le tecniche.

Apri il libro con Corradina, la madre del Barone rampante di Italo Calvino, una donna che ha il talento di una stratega militare ma può esprimerlo soltanto attraverso il ricamo. Perché hai scelto lei come guida spirituale di Cucire universi?

Allora, innanzitutto penso di avere una passione per i personaggi arcigni e questa Corradina è una madre abbastanza sui generis, nel senso che prima di tutto è una donna frutto del suo tempo. Lei appunto vive nel Settecento e non può esercitare la sua grande passione che è lo studio strategico, la balistica, perché lei è figlia di un generale e voleva fare la generalessa. A un certo punto invece di sottostare questa regola imposta dalla società e dalla cultura nella quale vive, fa quella che io trovo una geniale mossa del cavallo. Cioè invece di andare di petto, di ribellarsi come fa peraltro Cosimo, suo figlio, che appunto sale sugli alberi e si ritira a una vita vista dall’alto, lei rimane sotto, rimane ancorata alla sua realtà, ma comincia a occuparsi di strategie, di scene di battaglia, di studi di balistica ricamandole sulle tovaglie, sulle tende, su tutto ciò che ha portata di mano. E allora è diventata un po’ una guida questa immagine, cioè quante volte nella storia dei saperi che sono stati preclusi a qualcuno per motivo di genere, per motivo di appartenenza a un gruppo culturale, sono stati al contrario esercitati in una maniera meno evidente, ma altrettanto producente. E quindi su questa scia dell’invenzione calviniana di un personaggio che è considerato minore secondo me c’è proprio un grande incentivo ad accorgerci, a leggere questi altri modi di fare.

Nel libro alla fine sostieni che le arti minori non esistono, a un certo punto della storia però qualcuno ha deciso che un affresco era più importante di un arazzo e che il ricamo apparteneva a una categoria inferiore. Chi ha costruito questa gerarchia e con quali finalità secondo te?

Diciamo che ci sono stati diversi elementi che hanno proprio stratificato questo pensiero, ma se dobbiamo scegliere il punto più evidente di questa impostazione io direi che è il caro vecchio Giorgio Vasari con il suo trattato delle vite; perché Vasari ha un’impostazione che potremmo quasi definire oggi un po’ agonistica, perché lui parte proprio dallo stabilire qual è l’arte maggiore tra le arti maggiori.

Addirittura dice che l’architettura fa una specie di campionato a parte, se la giocano pittura e scultura e all’interno di pittura e scultura lui inserisce tutte quelle che poi vengono definite appunto le arti minori che però sono come delle specie di piccole formazioni, l’oreficeria, il cesello, l’intarsio, sono solo delle preparazioni per poi diventare effettivamente scultori. Se pensiamo a tutto questo relativo al momento storico in cui Vasari parla, che è quello appunto rinascimentale, quindi con una politica basata sull’idea gerarchica del principe, del re, dell’imperatore, ecco che ci rendiamo conto che ha una struttura gerarchica che alla fine diventa assolutamente ideologica. E se ci spostiamo appunto prima di Vasari, quindi nel Medioevo, o lontano da Vasari, cioè in Oriente, ci rendiamo conto che questa suddivisione, vuoi perché le forme politiche di fatto erano anche differenti, non sussiste, non c’è questa esigenza di garantire a un mecenate principe un primato. E questa è una grande liberazione.

Nel libro poi sostieni anche che il tessile non è soltanto una tecnica decorativa, ma è un vero modo di pensare lo spazio. In che senso un tessuto, un abito o una trama possono insegnare qualcosa all’architettura e al design?

Beh, pensi innanzitutto all’abito. L’abito è la seconda casa che noi abbiamo a disposizione nella nostra vita, considerando che la prima è il ventre materno. L’abito è proprio l’idea di costruire una protezione ed esistono di base, a me sembra, due grandi vie. Quella di avvolgere il corpo con un tessuto unico che in qualche modo si adatta alle forme volumetriche del corpo, è qui l’archetipo del sari indiano.

E dall’altra parte invece c’è l’idea di tagliare, cucire e passare dal piano bidimensionale ad una struttura tridimensionale. E quello è la camicia bianca. Se noi pensiamo veramente alla camicia e al sari come due archetipi che poi si ritrovano nell’architettura organicista, che infatti avviluppa lo spazio e lo rende molto fluido, versus l’architettura razionalista, che invece è quella che dà il rigore geometrico all’interno del quale è il corpo che si adatta.

Alla fine del libro mi è rimasta una domanda, oggi siamo davvero usciti dal mondo di Corradina oppure continuiamo a considerare alcuni talenti, alcuni lavori, alcuni saperi meno importanti di altri, perché associati a certi ambiti della vita o a certe identità che consideriamo marginali?

Credo che ci stiamo lavorando, però i campi come quelli scientifici ci dimostrano che queste tecniche, se valgono, possono essere utilizzate. Penso ad esempio all’aerospaziale, alla medicina, alla chirurgia di interni. Utilizzano il ricamo esattamente con una finalità funzionale: quindi io penso che il problema sia davvero avere un’apertura mentale e ripartire dalla considerazione delle tecniche, dei processi e non delle assegnazioni ideologico-culturali.

(Il mondo Cultura, podcast di Internazionale, 20 giugno 2026)

Ricordo Luisa Muraro alla Libreria delle donne di Milano, negli anni ’80 del secolo che abbiamo alle spalle, quando la sede era ancora in via Dogana al numero 2, a fianco della piazza del Duomo. Allora mi stavo laureando in filosofia con Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Papi, ma nella mia tesi di laurea ha avuto grande importanza anche il suo pensiero e insegnamento. Ho, infatti, amato e inserito in bibliografia il suo Maglia o uncinetto.Metafora e metonimia, poi pubblicato anche come libro monografico da Feltrinelli, ma da me letto e utilizzato nella sua prima formulazione sulla rivista aut aut n. 175-176 del gennaio-aprile 1980.

Mi piaceva soprattutto, al di là delle sottili e profonde disquisizioni linguistiche, il titolo: che bello richiamare e valorizzare, anche in ambiti di alta filosofia, ciò che attiene alla vita quotidiana delle donne!!! Volere per le donne una diversa considerazione in società, rispetto al passato, ruoli autorevoli e di governance, non può voler dire omologazione al maschile, negazione di ciò che è sempre stato importante e proprio del mondo femminile: questo è l’insegnamento del “pensiero della differenza”, che porterà poi anche alla costituzione di quella fondamentale comunità di filosofia quale è Diotima, nata a Verona e a cui Luisa Muraro ha contribuito a dar vita.

In quegli anni fine Settanta / inizio Ottanta, alla Libreria la ricordo al centro di una grande tavolata, dove si raccoglievano duemila lire a testa, per mangiare tutte insieme mentre si discuteva di filosofia, politica e femminismo. Il suo era un pensiero al di fuori di qualsiasi schema, sia accademico sia “ideologico”, e questo mi piaceva, esaltava il mio essere “contro” l’educazione religiosa, classica, perbene che avevo avuto fino ad allora. Lei si era laureata all’Università Cattolica di Milano, ma poi aveva deciso di fare tutt’altro, andando a insegnare nella scuola dell’obbligo, dove aveva avviato un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”: un esempio di come incarnare la filosofia, mettere in pratica la teoria, e l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola, Einaudi, 1973.

Aveva fondato con altre, nel ’75, proprio la Libreria delle donne sul cui sito ancora oggi si legge (vedi Chi siamo): «Sì, perché la Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione». Io ho respirato a pieni polmoni, da giovane studente di filosofia, quegli anni così vivaci e intensi, con la gran voglia di sovvertire la cultura tradizionale in cui eravamo cresciute, e quel “partire da sé” è sempre stato al centro del mio essere e agire. Noi donne siamo ben capaci di pensiero astratto, razionale, filosofico, ma sempre incarnato nella nostra esperienza, vissuto corporeo, materialità singola, ben consapevoli che l’universale non è un monolite, ma un prisma, in cui le diverse facce si confrontano, affiancano, uniscono, ma rimangono distinte, sé stesse.

Luisa Muraro si è spenta nella mattinata del 13 giugno scorso, e tantissimi sono stati in queste settimane gli scritti che hanno parlato di lei e delle sue opere, a partire dalla prima comunicazione della sua scomparsa, sul sito della Libreria da lei fondata: nell’articolo di Laura Colombo c’è il richiamo a ciò che Luisa diceva, che occorre «andare a fondo nel presente» per non cadere nell’«inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più». Non pensiamola quindi come una mancanza, perché il suo pensiero continua ad agire anche ora più che mai vivo, «il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera».

Innumerevoli i suoi scritti, sia accademici, sia divulgativi. È stata traduttrice di molte opere di Luce Irigaray e a questo proposito non posso non ricordare un magnifico pomeriggio a Milano in cui noi giovani studenti abbiamo accompagnato Luisa Muraro e Luce Irigaray in visita alla città. Luce parlava solo francese e Luisa un po’ dialogava con lei e un po’ si rivolgeva a noi per chiedere se avevamo seguito tutto e se avevamo domande. Un po’ una lezione a cielo aperto e un po’ un momento di vita indimenticabile.

Al posto di elencare tutte le sue importanti opere, che si possono ritrovare ovunque, voglio invece qui ricordare un suo piccolo scritto che ho sempre trovato geniale!!! Eccezionale perché distribuito gratuitamente in un luogo pubblico, rivolto anche forse a chi non è abituato a leggere testi complessi, distribuito in un luogo, la metropolitana, dove si va di fretta, e su un tema non certo comune: la lingua sessuata, che non esclude ma rende visibile il femminile in quel luogo simbolico per eccellenza, il linguaggio, che non solo descrive il mondo, ma contribuisce a formarlo.

Riporto qui la parte che ha poi indirizzato sempre più il mio modo di parlare, di insegnare, di agire e di essere: «La donna che lavora in fabbrica si chiama operaia, se lavora in campagna, contadina, se vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, ministro, deputato, ma solo perché erano di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più. Da qui lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università? Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione è un sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere» (“Esiste il sesso delle parole”, Metro, 28 marzo 2012). Era il 2012, ma quanto è attuale!

(https://vitaminevaganti.com/2026/06/20/luisa-muraro-nel-mio-ricordo/, 20 giugno 2026)