Il documentario della regista Francesca Archibugi sulla storica femminista italiana, prodotto da Fandango con Rai Cinema e Luce Cinecittà, sarà Presentato a Venezia 83 nelle Giornate degli Autori

Quando si parla delle radici teoriche del femminismo italiano inevitabilmente viene fuori il nome di Carla Lonzi, critica d’arte, scrittrice e filosofa che, negli anni Settanta, sovvertì ogni modello patriarcale fondando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Rivolta Femminile, redigendo il Manifesto di Rivolta Femminile e pubblicando “Sputiamo su Hegel” e “La donna clitoridea e la donna vaginale”, testi che sanciscono il distacco dalla cultura e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere, della sessualità e dei modelli di soggettivazione femminile.
Per raccontare l’intellettuale e la donna che fu Carla Lonzi, sarà presentato in anteprima alla 83a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Giornate degli Autori – Eventi speciali, il documentario “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” diretto dalla regista Francesca Archibugi, che la conobbe da giovane per motivi personali.
Dunque, anche se per Antonio Barbera le cineaste non hanno realizzato quest’anno film adeguati al concorso dell’83° Festival di Venezia (solo un film su 20 selezionati è diretto da una donna) le Giornate degli Autori, come sempre, valorizzano, eccome, i prodotti e il pensiero femminili.
“Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” è un progetto che va oltre il racconto biografico della celebre critica d’arte, filosofa e teorica del femminismo italiano, e che mostra accanto alla figura pubblica, considerata così intransigente, punto di riferimento di artisti e pensatori, anche quella privata, più affascinante e contraddittoria, restituendo un ritratto puntuale e allo stesso tempo empatico di una delle donne che più ha influenzato non solo le basi, ma anche il linguaggio del femminismo e dell’autocoscienza delle donne.
Attraverso materiale d’archivio inedito, fotografie e la voce della stessa Lonzi, Francesca Archibugi costruisce un racconto intimo e appassionato, avvalendosi anche delle testimonianze di familiari e amici, tra cui il figlio Battista Lena (musicista e compositore, autore delle musiche del documentario), la stessa regista Francesca Archibugi, Nanni Moretti, Giulia Siviero, Suzanne Santoro e la filosofa Maria Luisa Boccia.
In dialogo con tutte le esperienze rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la ricerca della Lonzi attraversa tanti temi come il corpo, la natura, il mito e la memoria e la sua eredità è molto forte e attualissima.
«Con un po’ di imbarazzo devo parlare di me – racconta la Archibugi – e del perché ho fatto questo film. Ho conosciuto Carla Lonzi al liceo, era la madre di quello che sarebbe diventato mio marito, Battista Lena. Ma si è ammalata ed è morta che eravamo troppo piccoli, non avevamo nessuna idea di quello che sarebbe stato il nostro futuro. Pensavo solo che dovevo assolutamente piacerle ed ero sicura che non ce l’avrei fatta. Perché mi sentivo qualche stortura morale. Volevo entrare nel mondo e Carla ne voleva stare al di fuori. Carla e Battista, ma anche lo scultore Pietro Consagra, il compagno, erano diversi da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. Tutti i giorni c’erano riunioni femministe, guardavo e ascoltavo rendendomi invisibile, strisciavo rasente i muri.
Carla trascorreva lunghi periodi in un podere molto isolato nel Chianti, completamente sola, in mezzo ai boschi e le vigne: quando lei non c’era, andavo nel casale grande e rovistavo nei cassetti, frugavo nelle borse, spiavo gli appunti e le lettere private, annusavo le camicie, le ho rubato un paio di pantaloni. Ho vissuto attraverso suo figlio l’ansia della malattia. Mentre lei stava sempre peggio leggevo il diario, Taci anzi parla, diario di una femminista. Ne parlavamo: mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte. La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta.
Solo che se ne è andata troppo presto. Mi ha lasciato tantissime cose, prima di tutto suo figlio Battista.
Spero di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora».
Il film è una produzione Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà e MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, realizzato e distribuito con il contributo del Fondo del Ministero della Cultura per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” sarà al cinema con Fandango Distribuzione.
(Noidonne, 29 luglio 2026)
CARLA LONZI
Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) è una scrittrice e critica d’arte italiana, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale.
Ha attraversato e messo in discussione i dispositivi di legittimazione dell’arte, della cultura e del
sapere, elaborando una pratica intellettuale fondata sull’autonomia, sulla parola e sulla trasformazione delle relazioni.
Formatasi alla scuola di Roberto Longhi, con il quale si laurea in Storia dell’Arte nel 1956, Lonzi si
afferma negli anni Sessanta come una delle voci più autorevoli della critica d’arte italiana. Attraverso
l’attività curatoriale e la collaborazione con artisti italiani e internazionali – tra cui Lucio Fontana, Cy Twombly, Jannis Kounellis e Giulio Paolini – contribuisce alla definizione di una nuova sensibilità critica nei confronti delle pratiche artistiche contemporanee. Nel 1969 pubblica Autoritratto, opera fondativa e radicalmente sperimentale, costruita attraverso il montaggio delle voci di quattordici artisti: un dispositivo letterario e critico che decostruisce la linearità della narrazione storico-artistica e restituisce la complessità della scena degli anni Sessanta.
Il 1970 segna una cesura decisiva nella sua ricerca. Insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti fonda
Rivolta Femminile e redige il Manifesto di Rivolta Femminile. Nello stesso anno pubblica Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, testi che sanciscono il distacco dalla cultura
patriarcale e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere. L’abbandono della critica d’arte non rappresenta per Lonzi una rinuncia, ma l’apertura di un campo di ricerca più ampio e radicale, fondato sulla pratica dell’autocoscienza, sul separatismo e sulla costruzione di forme autonome di produzione e circolazione del pensiero.
Attraverso la propria casa editrice e una scrittura che intreccia teoria, autobiografia, dialogo e pratica politica, Lonzi sviluppa un pensiero capace di mettere in crisi le gerarchie del sapere e i fondamenti
stessi della cultura patriarcale. In opere come Taci, anzi parla. Diario di una femminista (1978) e Vai
pure. Dialogo con Pietro Consagra (1980), la parola diviene uno spazio di conflitto, relazione e
possibilità.
FRANCESCA ARCHIBUGI
Francesca Archibugi (Roma, 1960) è una regista e sceneggiatrice italiana.
Dopo gli studi classici, studia psicologia all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; e nel 1983 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Gira alcuni cortometraggi per la Rai e per Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi, vincendo nel 1985 il Premio Solinas per la sceneggiatura.
Il suo esordio al cinema è Mignon è partita (1988), film che ottiene cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento, e numerosi premi internazionali.
Seguono film come Verso sera (1990), Il grande cocomero (1993), Con gli occhi chiusi (1994), L’albero delle pere (1998), Domani (2000), Lezioni di volo (2007), Questione di cuore (2008), Il nome del figlio (2015), Gli sdraiati (2017), Vivere (2019) e Il colibrì (2021). Ha inoltre realizzato serie televisive, tra cui La Storia (2024), Nastro d’argento Miglior serie dell’anno. Accanto alla regia, ha collaborato alla scrittura di numerose sceneggiature per altri autori, tra cui Paolo Virzì, Costanza Quatriglio, Maria Sole Tognazzi.
Nel corso della sua carriera ha lavorato con molti tra i principali attori italiani, da Stefania Sandrelli a
Jasmine Trinca, da Marcello Mastroianni a Pierfrancesco Favino.
Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali e retrospettive del suo lavoro sono state fatte in Francia, Inghilterra, Germania, Argentina, Giappone e numerosi altri paesi.
Battista Lena, il figlio di Carla Lonzi, è il musicista di tutti i suoi film, dal primo cortometraggio fino a questo documentario.
FILMOGRAFIA
Illusione (2025)
La Storia, Serie TV (2022)
Il Colibrì (2021)
Vivere (2019)
Romanzo Famigliare (2018)
Gli Sdraiati (2017)
Romanzo Famigliare, Serie TV (2016)
Il Nome del Figlio (2015)
È Stata Lei, Cortometraggio (2013)
Giulia ha picchiato Filippo, Documentario (2012)
Questione di Cuore (2008)
Lezioni di Volo (2005)
Renzo e Lucia (2002)
Domani (2000)
L’Albero delle Pere (1997)
La Strana Storia di Banda Sonora, Documentario (1997)
Con gli Occhi Chiusi (1994)
L’Unico Paese al Mondo (1994)
Il Grande Cocomero (1993)
Verso Sera (1990)
Mignon è Partita (1988)
Franca Fortunato, in Madri e figlie. Una storia vivente, pubblicato da Libritalia Printlab (pp. 128, euro 14), esplora il complesso rapporto con la madre Vittoria, intrecciando memoria personale e storia collettiva delle donne e del Novecento. Questo memoir autobiografico si ispira alla pratica della “storia vivente”, sviluppata da Marirì Martinengo e dalla Comunità di storia vivente della Libreria delle Donne di Milano. Il libro si apre con una rottura: nel 1978, l’autrice lascia la casa materna per lavorare alla Cgil, senza salutare la madre, contraria alla sua decisione.
Questo evento, difficile e colmo di ripercussioni, spinge Franca Fortunato a riavvolgere la propria infanzia e a interrogarsi sul legame con una donna che l’ha amata profondamente, ma che si aspettava che non la deludesse mai. «Sono stata fortunata a essere nata e cresciuta nell’amore di mia madre», scrive Fortunato.
Vittoria, una sarta di grande talento, è il fulcro del libro. Costretta ad abbandonare la scuola dopo la terza elementare, proietta sulle figlie il desiderio di emancipazione che le era stato negato. Per lei, lo studio rappresenta la via per l’autonomia economica e il riscatto di una genealogia femminile esclusa dall’istruzione. La sua creatività nel cucire diventa così una forma di libertà esercitata all’interno dei limiti imposti dal patriarcato. Talvolta tutto comincia da un filo che insieme ad altri diventa una trama, come nelle alleanze femminili.
Accanto alla narrazione familiare, si dipana una storia della Calabria del dopoguerra, intrecciando temi di povertà, emigrazione, lavoro artigiano, dialetto, rituali domestici e feste popolari. Particolarmente rilevante è la vicenda della madre, affidata da bambina a una zia in seguito a una tragedia familiare. L’autrice interpreta questo episodio come un patto di mutua gratuità tra due sorelle, due donne, da cui trae l’idea di «civiltà della madre», fondata sul primato del legame materno. Altro tema centrale è quello della scuola, vista come spazio di emancipazione ma anche di ferite, come testimonia il ricordo dell’esclusione dalla prima elementare per presunta “immaturità”. Attraverso il femminismo della differenza, quell’esperienza verrà rielaborata come occasione per ripensare l’autorità femminile e il significato dell’educazione.
Madri e figlie offre una critica del patriarcato sempre radicata nell’esperienza concreta. Emblematico è il ricordo della maestra che accoglie senza vergogna la nipote madre non sposata. «Per una madre, tutte le figlie e tutti i figli sono legittimi. Le donne questo lo hanno sempre saputo», osserva Fortunato.
Le pagine finali sono dedicate alla malattia e alla morte della madre. La frase annotata nel diario – «Oggi è morta una grande donna: era mia madre» – racchiude il senso profondo dell’intero volume: restituire amore a una genealogia femminile fatta di lavoro, cura, libertà e relazioni. Più che un’autobiografia, Madri e figlie è una riflessione su come la grande storia possa essere narrata a partire dall’esperienza vissuta delle donne.
(il manifesto, 28 luglio 2026)
“Come quando si accende la luce”, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi per Mimesis. Pubblicati gli atti della giornata di studi dedicata alla femminista e svoltasi alla Cattolica di Milano
Come quando si accende la luce è il volume a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi che raccoglie gli atti della giornata dedicata al pensiero di Luisa Muraro, svoltasi il 20 settembre dello scorso anno all’Università Cattolica del Sacro Cuore su iniziativa della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica femminile Diotima di Verona. Pubblicato da Mimesis (pp. 184, euro 16), il volume restituisce il tenore filosofico e politico di quell’incontro, tenutosi pochi mesi prima della morte di Muraro, avvenuta il 13 giugno scorso e ricordata il giorno seguente su queste pagine da Ida Dominijanni. Dice bene Vita Cosentino quando, nel primo dei contributi, ricorda Muraro come iniziatrice e costruttrice per moltissime donne e per più generazioni di femministe, in Italia e non solo. Luisa Muraro è stata una protagonista del femminismo italiano, del pensiero della differenza sessuale e, per chi ha avuto occasione di incontrarla, è stata anche la prova vivente di quanto la politica delle donne attenga all’esperienza: da discutere in presenza, aperta al conflitto quando necessario, senza sottrarsi né alle occasioni pubbliche più importanti né a quelle più decentrate. La propensione alla lettura e allo scambio faceva della sua intelligenza in relazione insieme il grimaldello e lo scrigno.
Accanto al sentimento di gratitudine che attraversa ciascun contributo emerge un’altra idea, espressa da Chiara Zamboni nell’introduzione: il pensiero di Luisa Muraro come «bene comune», e che resta politicamente disponibile attraverso libri, interviste e interventi disseminati, capaci ancora oggi di mantenere aperta l’interlocuzione. È difficile comprendere la sua elaborazione senza la categoria del movimento, senza la materialità dei corpi in presenza, senza una forma del pensare mai scontata né prevedibile. «Siamo qui per riconoscenza», scrive Diana Sartori in uno degli interventi più intensi del volume dedicato all’autrice de L’ordine simbolico della madre (1991, nuova edizione 2006), libro sul quale la stessa Muraro torna nella conversazione con Clara Jourdan raccolta in Esserci davvero (2025), fra i documenti più significativi per accedere oggi al suo percorso. Cosa significa, si domanda Sartori, che saper amare la madre inizia alla filosofia? Significa anzitutto nominare la riconoscenza. Per comprenderne il senso occorre attraversare quanto è stato elaborato, negli anni, dalla Libreria delle Donne di Milano e da Diotima: comunità di donne che hanno costruito un’esperienza collettiva e in relazione. Non a caso la parola che ritorna con maggiore frequenza nei saggi di Come quando si accende la luce è «inizio». Diana Sartori la declina nella forma verbale, singolare e poi infinita: saper amare la madre inizia alla filosofia. Inizia, e cambia di segno ogni cosa. Sposta dal mutismo di cui Muraro racconta nel primo intervento di Il cielo stellato dentro di noi (1992), nato dopo la lettura de Il circolo della fortuna e della felicità di Amy Tan. Questo «entrare dentro», questo «andare» che appartiene alla radice stessa della parola inizio, presuppone che il congedo da ciò che era il «prima» sia già avvenuto.
Taglio, dunque – ciò che il pensiero della differenza sessuale ha prodotto – e schivata, che nel saggio di Ida Dominijanni viene associata da Muraro «a un fatto storico preciso, la separazione femminile dalla politica maschile che diede origine al femminismo della cosiddetta seconda ondata». È in quella schivata originaria – prosegue Dominijanni – da cui nasce «il soggetto imprevisto della differenza sessuale» che si mette in gioco «il paradigma della modernità». Non un’estraneità, piuttosto un esodo somigliante a un distacco da cui non si torna indietro.
Articolato e compiuto, il volume conta dodici contributi; oltre ai già citati figurano quelli di Laura Colombo, Annarosa Buttarelli, Wanda Tommasi, Carla Lunghi, Maria-Milagros Rivera Garretas, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci e Paolo Gomarasca. Sarebbe stato impossibile sintetizzare l’intero itinerario biografico e politico di Luisa Muraro. Eppure, dopo la lettura di Come quando si accende la luce, l’impressione è di conoscerne un po’ meglio gli orli, ripercorrendone tanto i passaggi inaggirabili quanto quelli meno noti. In queste settimane sono stati molti i ricordi e i segni di gratitudine seguiti alla morte della filosofa. Ricordi attraversati dall’affetto e dalla riconoscenza, intesa come il tornare ancora sull’occasione di averla conosciuta e su ciò che quell’incontro ha fatto germogliare nelle vite, nei sentieri personali e politici. Si pensi agli interventi comparsi su L’Imprevista, la rivista della Libreria delle Donne di Padova, firmati da Ilaria Durigon, Sara Gandini, Tristana Dini, Barbara Verzini e Antonia De Vita. O a quanto ha scritto Alberto Leiss sul manifesto del 16 giugno, nella sua rubrica «In una parola», a proposito della lezione politica della differenza.
In uno degli ultimi articoli pubblicati da Muraro su questo giornale, il 22 marzo 2008 e riproposto il 14 giugno accanto al pezzo di Dominijanni, c’è una lezione da conservare. Il titolo, e insieme l’innesco del testo, verte su una giovane donna con il braccio per aria in una fotografia del Maggio francese. Compare frontale e il fiore che tiene nel palmo le impedisce di chiudere la mano. È un gesto che in altri contesti significherebbe altro. Qui, invece, c’è una ragazza in mezzo a soli uomini, fermata in uno dei tanti fotogrammi di quegli anni.
Non è un saggio sul Sessantotto, né un’esegesi della fotografia. È l’attenzione alla forza di lei, semplice e insieme laterale. Ed è l’esercizio dell’osservare fino al punto in cui ciò che si osserva diventa pensante. In quella fotografia del 1968 Muraro ne vede molte altre: un’icona bizantina del Seicento, un’immagine degli anni Ottanta, la psicoanalisi, la teologia, i bambini. Il suo pensiero assomiglia a una costellazione che attraversa tempi diversi e gesti capaci di irrompere nella Storia per illuminarne, ancora una volta, l’esperienza. Nessuna deduzione, nessuna astrazione pontificante: l’evento non è fuori, ma comincia nel luogo vivente dello sguardo. Il suo aveva il colore del cielo, aereo come il braccio di quella ragazza in piazza, e i piedi ben immersi nella realtà.
(il manifesto, 28 luglio 2026)
Un coro di donne nere e brown intona un canto collettivo: Gabrielle Goliath denuncia tre casi di brutalità contemporanea di matrice razzista e sessuale
Sono già trascorse diverse settimane dalle giornate inaugurali della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, e la frenesia degli eventi, delle inaugurazioni e delle mostre collaterali è ormai un ricordo sfumato. Ciò che persiste è l’impatto di un’istituzione che si è vista, finalmente, perturbata dai moti del tempo presente e dalle urgenze delle comunità che la abitano. È infatti apparsa evidente la fatica della Biennale a tenere insieme la complessità del mondo dell’arte di cui si fa portavoce, che non si esaurisce nella pluralità delle sue pratiche artistiche, ma si radica nella postura politica delle artiste e degli artisti, delle lavoratrici e dei lavoratori dell’arte. Sono loro, quest’anno, ad aver messo in scena lo spettacolo più potente, non solo attraverso le loro opere, ma anche e soprattutto attraverso la sottrazione delle stesse ai registri e alle costrizioni istituzionali, spesso affrontando sacrifici e rinunce a occasioni forse irripetibili.
Si pensi alle dimissioni della Giuria Internazionale, alla rinuncia di decine di artisti della Mostra Internazionale e dei Padiglioni Nazionali a partecipare alla nomina dei Leoni dei visitatori, oppure alla chiusura dei padiglioni nazionali e di alcuni spazi cittadini in occasione dello sciopero indetto da ANGA – Art Not Genocide Alliance, in data 8 maggio, in protesta contro l’apertura del Padiglione Israeliano, che ha riportato l’attenzione sul genocidio in corso in Palestina. Fuori dai padiglioni chiusi si leggeva: «Palestine is the future of the world» – la Palestina è il futuro del mondo. E la verità di questa affermazione diviene sempre più evidente nella sua declinazione più tragica, di fronte all’occasione, ormai mancata dall’Occidente, di opporsi al massacro in corso, ristabilendo come priorità la difesa della vita e della sua dignità.
In questo scenario, le opere più incisive sono state quelle che hanno messo a nudo il cedimento di questa impalcatura istituzionale, indicando direzioni alternative, anche a fronte di vere e proprie censure.
È questo il caso dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath, che avrebbe dovuto rappresentare il Sudafrica alla Biennale di Venezia, con un progetto curato da Ingrid Masondo. L’opera Elegy (2015-’26) è stata tuttavia censurata dallo Stato del Sudafrica, e in particolare dal Dipartimento dello Sport, dell’Arte e della Cultura. Nonostante la cancellazione da parte del Dipartimento, l’artista è comunque riuscita a presentare l’opera a Venezia, fuori dal contesto della Biennale, presso la Chiesa di Sant’Antonin (dov’è visibile fino al 31 luglio), grazie anche a una rete di sostenitori, tra cui Bertha Foundation, Ibraaz, Fondazione ICA Milano e Galleria Raffaella Cortese. L’opera, parte di una serie di video e performance che Goliath realizza da oltre dieci anni, consiste in tre videoinstallazioni incentrate sul momento del lutto. Nei diversi video, un coro di donne nere e brown è invitato a intonare un canto collettivo: le performer salgono su un podio una per volta, mantenendo l’intonazione di una nota che prosegue nel canto della performer successiva. La nota non è mai lasciata cadere, ma è sostenuta da un’azione collettiva. L’opera nasce dalla volontà di onorare la scomparsa di donne e di persone LGBTIQ+ rimaste vittime di violenza di matrice razziale e sessuale.
Il motivo della censura è stato la presenza, nella nuova produzione proposta per il Padiglione, di una dedica rivolta alla poetessa palestinese Heba Abunada, uccisa in un attacco aereo israeliano nel territorio di Gaza. L’opera completava il progetto delle tre videoinstallazioni previste: le altre due sono dedicate, rispettivamente, a due antenate uccise nel genocidio degli Ovaherero e dei Nama e alla studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, stuprata e assassinata nel 2014.
Goliath afferma, con un gesto radicale, che il lutto è un atto necessario, non negoziabile, che consente di allinearsi alle tragedie del mondo e di ristabilire una comunità per reagire all’oppressione. È un diaframma separato dal tempo e dallo spazio, in cui è permesso di stare con l’assenza di coloro che hanno smesso di camminare al nostro fianco. L’opera stabilisce una continuità tra il dolore passato e futuro, che risuona come un monito universale: la prevaricazione ha una sua ciclicità, di fronte alla quale nessuno può dirsi veramente al sicuro. A questa consapevolezza fa da contrappunto l’impatto visivo di alcuni podi lasciati vuoti, a rimarcare l’assenza di coloro che non possono più prendere la parola, corrisposta dal canto di coloro che restano.
Il lutto è inteso come una condizione ultrasensibile, che permette di connettersi a frequenze impercettibili, e di abbracciare anche il dolore che non si può vedere in prima persona. È possibile, sembra dirci Goliath, approssimarsi a esso, arrivare a sentirlo come proprio. Tale processo scavalca ogni registro cognitivo attraversando i sensi, mettendo in risonanza i corpi dei visitatori con altre soggettività lontane.
Il dispositivo del corpo è infatti centrale per l’artista, poiché in esso arriva a esprimersi in maniera ambivalente una delle urgenze centrali della sua pratica, che essa stessa definisce «l’impossibilità della rappresentazione delle donne nere». Nel confronto con questa impossibilità, il corpo si afferma come un terreno contraddittorio, esplorato nelle sue forme molteplici, anche attraverso il linguaggio pittorico e grafico. Parte di questa produzione è presentata a Milano, fino al 3 settembre, presso la Galleria Raffaella Cortese, nella mostra personale dell’artista, dal titolo Bearing.
Se in Elegy il corpo è un vettore di forze che opera nell’ambiguità costante tra presenza e assenza, in Bearing Goliath si confronta con una rappresentazione esplicita e frontale, che rivendica la centralità del desiderio come strategia per affermare la propria presenza nel mondo, anche a fronte di dinamiche di esclusione sistemica. Allo stesso tempo, la pittura di Goliath abbraccia la non conformità dei corpi, restituiti come entità in espansione, che reclamano il proprio spazio in un rovesciamento della rappresentazione tradizionale del nudo.
Questo contrasto esprime al meglio la molteplicità della ricerca di Goliath, che appare evidente nel contrasto tra la dirompenza dei corpi esposti a Milano e il silenzio raccolto della presentazione veneziana. Nella magnetica installazione di Elegy, infatti, l’artista concentra tutta la carica introspettiva della sua pratica. Qui, la frequenza del suono, richiamando un impegno collettivo alla memoria, invoca una ritualità silente sostenuta dal canto, quasi a tenere accesa la luce di una candela. Per questo, l’installazione nella chiesa di Sant’Antonin rende l’esperienza dell’opera ancora più significativa.
Elegy detiene il grande merito di ricordare la differenza tra un’opera delicata e un’opera innocua, resa evidente dal contrasto tra la sensibilità dell’installazione e la violenza del gesto della censura. A questa brutalità l’artista contrappone un’opera essenziale, incentrata sull’immaterialità del suono e sulla sua potenza. L’installazione emana un flusso energetico costante, che guida verso una progressiva immersione; è un’esperienza introspettiva, ma tutt’altro che passiva.
Il lutto è per Goliath un momento di resistenza radicale, conflittuale e rivoluzionario. Esso impone di non restare inermi di fronte al dolore del mondo, di guardare i propri sentimenti e di esserne responsabili, cercando alleanze possibili per restare vigili di fronte all’oppressione, continuando a prestare attenzione.
(il manifesto, 26 luglio 2026)
24 luglio 2026, lettera di sostegno alla legge di iniziativa popolare “Istituzione del Dipartimento della Difesa civile, non armata, non violenta”
Viviamo in un tempo in cui si tende a identificare il concetto di difesa con quello di difesa armata, operando una sovrapposizione che è frutto di una narrazione in cui la forza militare viene presentata come condizione necessaria e sufficiente in grado di prevenire e rispondere a ogni minaccia.
Questa visione è tutt’altro che unanimemente condivisa. Numerosi studiosi e studiose, insieme a protagonisti della riflessione scientifica, spirituale e politica, hanno proposto prospettive teoriche differenti e letture più articolate e complesse degli scenari nazionali e internazionali, sperimentando modelli alternativi per affrontare e risolvere i conflitti.
Costruire la pace, non solo dichiararla
Per vivere in uno stato di pace stabile e duratura, non basta dichiarare che non si vuole la guerra. La pace va costruita e agita, come hanno testimoniato figure diverse, da Gandhi ad Aldo Capitini e Johan Galtung, uno dei fondatori degli studi sulla pace.
Come si può cogliere in diversi documenti dell’ONU, ed in particolare nella risoluzione dell’Assemblea Generale del 2016 sul diritto alla Pace, pace «non è solo l’assenza di conflitti, ma richiede anche un processo partecipativo positivo e dinamico in cui il dialogo è incoraggiato e i conflitti sono risolti in uno spirito di comprensione reciproca e cooperazione».
E il primo passo per costruire la pace è riconoscersi come soggetti attivi di questo processo, che chiama in causa tutte e tutti. Scardinare la logica del nemico non significa ignorare la minaccia: significa avere più strumenti per rispondervi, più intelligenza collettiva per prevenirla, più coraggio istituzionale per trasformare i conflitti attraverso la ricerca di equilibri alternativi invece di amplificarli e radicalizzarli.
Le strade alternative esistono
Numerose testimonianze evidenziano i danni permanenti lasciati dalle guerre, che raramente pongono fine ai conflitti. Le ricerche comparative di Erica Chenoweth (Harvard Kennedy School, 2008-2023), su oltre un secolo di conflitti, mostrano l’efficacia dei movimenti di resistenza nonviolenta organizzata, anche nel confronto con quelli armati.
Diverse evidenze storiche lo confermano: dalle più note, come la lotta di Gandhi per l’India indipendente o la resistenza nonviolenta di Nelson Mandela contro l’apartheid in Sudafrica, ad altre meno conosciute come, ad esempio, il contributo di Johan Galtung alla risoluzione di un decennale conflitto armato tra Perù ed Ecuador attraverso la creazione di un’area naturale protetta binazionale.
In questa direzione, la società civile ha dato impulso a varie iniziative volte a sostenere la costituzione di strumenti e istituzioni per la promozione di una cultura della pace e della nonviolenza.
Clima, salute, sicurezza, ecosistemi: un unico orizzonte
I conflitti del XXI secolo nascono da squilibri profondi e si alimentano sempre più di nuove forme di conflittualità. Scarsità di acqua, terre aride, competizione per le risorse, migrazioni, stili di vita che minano la salute umana e più in generale la salute del pianeta. La crisi climatica è essa stessa una forma di violenza strutturale globale: lenta, diffusa, sproporzionatamente devastante per i soggetti più vulnerabili. La pace, la salute e la cura della Terra non sono obiettivi separati: sono la stessa cosa, vista da angolazioni diverse. E questo richiede di ripensare i modi e le forme della difesa rispetto ai secoli passati.
Perché sosteniamo la proposta di legge per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta
All’interno del CNR e del mondo della Ricerca sono attive ricercatrici e ricercatori che ritengono possibile e promuovono uno sviluppo etico e sostenibile della società fondato sulla giustizia sociale, sul rispetto e sulla nonviolenza, con modalità e percorsi anche molto diversi tra loro.
Come ricercatrici provenienti da diversi ambiti disciplinari, impegnate nello studio e nella promozione della pace nelle sue molteplici forme, sosteniamo la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, e affermiamo che costruire la pace è una responsabilità individuale e collettiva, sancita anche dalla nostra Costituzione. L’articolo 52 afferma che la difesa della Patria è “sacro dovere” di ogni cittadina e cittadino – non solo delle forze armate. L’articolo 11 sancisce il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Importanti pronunce della Corte costituzionale, in particolare la sentenza 164/1985, hanno differenziato concettualmente e istituzionalmente il servizio militare dal dovere di difesa della patria, che spetta a tutti e tutte.
Questa proposta di legge introduce strumenti concreti per una difesa sganciata dall’uso delle armi: un Dipartimento dedicato; Corpi Civili di Pace; un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo; una dotazione finanziaria stabile, alimentata anche dalla scelta volontaria dei contribuenti.
Sottoscriviamo la proposta di legge e invitiamo a fare altrettanto, continuando ad impegnarci per una ricerca pubblica che si assuma la responsabilità che le spetta: raccogliere dati su origini e conseguenze dei conflitti, smontare le narrazioni belliciste e mettere in evidenza i tanti interessi in gioco, ponendo la conoscenza al servizio della collettività. La pace – come ogni fenomeno complesso – richiede studi, elaborazioni, dati, metodi, formazione, strumenti; questa legge istituisce norme in questa direzione: un sistema di difesa civile e nonviolenta che sappia prevenire, mediare e proteggere dai conflitti attuali e futuri, presidio di giustizia sociale e ambientale.
Firmiamo, e invitiamo colleghe e colleghi a fare lo stesso.
Alcune ricercatrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
ADRIANA VALENTE, Roma – ALBA L’ASTORINA, Milano – ALESSANDRA PUGNETTI, Venezia – ARIANNA DI PAOLA, Roma – CHRISTINE NARDINI, Roma – CLAUDIA PENNACCHIOTTI, Roma – GRAZIELLA TALLARDA, Agrate Brianza (MB) – PAOLA LETARDI, Genova – SILVIA CARAVITA, Roma – VALENTINA TUDISCA, Roma
Firma la proposta di legge:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
Campagna e approfondimenti:
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Il conflitto tra donne è sempre stato presente nel femminismo, portando con sé un alto tasso di distruttività. Conflitto temibile perché chiama con sé emozioni forti e fantasmi incontrollabili: l’invidia femminile e una minacciosa potenza materna che sembra avere potere di vita o di morte sull’altra. Eppure la forza che sprigiona tale conflitto, se prende forma, se riceve misura, se si affida a gesti scelti, può essere feconda e generativa. Per questa ragione Angela Putino – a partire da un testo sulle amazzoni scritto con Lina Mangiacapre – si dedica dalla seconda metà degli anni ’80 alla funzione guerriera come pratica ed esercizio della relazione tra donne che apra ad un modo di «fare polis», di «fare cosmo» a partire da un simbolico femminile.
Alla base della funzione guerriera c’è l’inaddomesticato che Putino sottrae a qualsiasi designazione: è «una zona di taglio», «una modalità di azione». Nei materiali di un workshop presso il Virginia Woolf di Roma, Angela espone le figurazioni che portano dall’inaddomesticato alla funzione guerriera. La prima figurazione è la «solitaria» che guarda «a sé come un bene superiore che non può essere barattato con nulla». L’inaddomesticato è il proprio punto di leva, il partire da sé. Il passaggio dalla “solitaria” alla “guerriera” avviene nel linguaggio, quando entra in gioco la relazione. La guerriera emerge nel dialogo, davanti al «tu privilegiato che una donna rivolge a un’altra donna, questo tu è un imprevisto del sistema culturale» (Putino, Donna guerriera). Essere guerriera non significa avere nemici o nemiche, è «sapersi raccogliere e indirizzare» dal momento che la «funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze», alleanze tra straniere, dove «risiede nell’altra la possibilità di inaddomesticarmi da me», cioè di uscire dal perimetro chiuso dell’identità personale.
La parola tra donne deriva dal rivolgersi l’una all’altra, afferma la relazione, chiama il mondo a partire da questa: ecco il terreno condiviso che dà dignità alla guerra tra loro. Il «polemizzare tra donne» è un’arte di cui Putino traccia traiettorie, gesti, regole. Le duellanti debbono saper fare un passo indietro per aprire uno spazio di movimento, ritrarsi dai propri codici. Occorre che siano “limpide” e diano trasparenza all’accadere per evitare l’opacità delle interpretazioni. Una guerriera deve stare vicino alla propria ferita, muove dalla propria vulnerabilità, non dalle ferite narcisistiche dell’io, ma da quelle che interrompono le significazioni dominanti, ti tirano fuori da te fino a scoprire un ritmo a te più appropriato. Questo polemizzare tra donne «non si sa se è lotta o abbraccio», è una guerra intesa come «uno dei più puri riconoscimenti» (Putino, Arte di polemizzare tra donne). La guerriera deve infatti poter distinguere le altre guerriere, poiché vuole per sé e per le altre una velocità maggiore. Occorre qui una certa “crudeltà guerriera”, per Putino meno temibile della “violenza pulita”, delle strategie della “non libertà femminile” che nascono da istanze di potere determinate altrove vanificando il polemos tra donne. La funzione guerriera schiude la visione di un «mondo di differenza, non agglomerato di diversità, ma cosmo: insospettato, sorprendente avvicinarsi, affiancarsi, relazionarsi». Dalla singolarità si va verso il collettivo che Angela chiama “razza” (richiamando Deleuze e Guattari, la razza minoritaria e ribelle che rompe le strutture di dominio): «semplice, sobria […] aurorale, ha dei cominciamenti, la bellezza e la visionarietà degli inizi; invita ad abitare in lei secondo scelte, secondo regole del suo cosmo; fa spazio, fa tempo; dona velocità» (Putino, Cosmo).
Da questi punti di intensità tracciati da Putino possiamo rilanciare oggi un discorso vivo sul conflitto tra donne che parta da una fedeltà a sé stesse e da una posta in gioco comune, per creare alleanze fuori da logiche di potere esteriori.
(L’Imprevista, 24 luglio 2026)
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi in cui le donne sono diventate promotrici di pratiche di esclusione all’interno degli spazi femministi. Presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto, mailbombing alle organizzatrici, sale concesse e poi disdette senza spiegazione. Per citare soltanto i casi più recenti: a Feminism 2023 un dibattito sulla prostituzione è stato cancellato sotto la pressione di alcune realtà romane; in seguito è toccato alla presentazione, che doveva tenersi alla Biblioteca delle donne di Bologna, del libro Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, anch’essa cancellata. L’episodio più recente risale allo scorso maggio, con l’annullamento dell’evento, alla Casa delle donne di Pisa, che avrebbe dovuto ospitare la giornalista Monica Lanfranco. D’altra parte, anche all’interno dei luoghi storici del femminismo alla pratica della relazione, anche conflittuale, a volte si predilige la presa di distanza, la sottrazione al confronto e una gestione del dissenso che tende alla chiusura più che alla mediazione. In questo processo di polarizzazione, gli anni della pandemia hanno, infine, segnato un culmine quando in molti luoghi culturali e politici, inclusi alcuni spazi femministi, si è preferito evitare il confronto con chi metteva in discussione la gestione dell’emergenza sanitaria.
Questa situazione racconta di una fatica crescente a sostenere contesti conflittuali, preferendo allinearsi alla più comoda grammatica maschile degli schieramenti. Abitiamo un mondo sempre più abituato a pensare in termini di “noi” e “loro” e le donne sembrano non sfuggire a queste dinamiche: sappiamo che il conflitto richiede energie, espone alla possibilità di stare nel disaccordo o di cambiare idea, obbliga a fare spazio alla verità dell’altra. L’immagine è quella di una casa che si sgretola mentre nell’aria volano coltelli: la rappresentazione di ciò che accade quando il conflitto non trova parola e relazione, ma continua ad agire in forme indirette, opache e distruttive.
Il modo di intendere lo stare in relazione e il conflitto che emerge da queste situazioni assomiglia alle logiche con cui, dagli albori della nostra storia, la solidarietà maschile si è manifestata distruttivamente, come pratica di esclusione che considera l’altro come estraneo, che innalza steccati identitari invece di promuovere aperture e confronto, ossia, agendo come «una banda di fratelli» e non come «un flusso di sorelle» (U. Le Guin, da Non c’è tempo da perdere). Dagli episodi menzionati si impone, quindi, una domanda squisitamente politica: quando alcune donne usano le stesse armi della fratellanza escludente, la pressione, il silenzio imposto, la cancellazione, stanno davvero praticando la sorellanza che, crediamo, dovrebbe essere alla base delle pratiche femministe? O stanno semplicemente replicando una logica di potere con un lessico diverso?
La questione viene ulteriormente esasperata dalla tendenza, nelle società contemporanee, a confondere il conflitto con l’abuso, come ha rilevato Sarah Schulman. Per la saggista e attivista lesbica nordamericana, ad emergere è un’incapacità crescente di gestire le situazioni di tensione tra i nostri desideri, le nostre credenze e quelle degli altri: «Viviamo nel conflitto e non lo sopportiamo. Incapaci di gestire il disagio dell’incomprensione umana preferiamo pensare il mondo in termini di vittime e carnefici, esacerbando e manipolando la paura per evitare di affrontare noi stessi». Per sottrarsi a queste dinamiche rovinose, occorre ripensare le forme della conflittualità.
Una prima indicazione ci arriva da un vecchio numero di Via Dogana, uscito a dicembre 2001 dal titolo Fanno le guerre e non sanno confliggere, era appena cominciata la guerra in Afghanistan e la questione si manifestava, come ai nostri giorni, in tutta la sua urgenza. A conclusione del suo articolo di apertura, Luisa Muraro, dopo essersi interrogata intorno alla «tendenza a formare schieramenti» proponeva di «essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto, perché i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione, di volta in volta. Escluso – ha detto una che ascolto sempre – quel minimo, non più grande di un chicco di melagrana, che ciascuna di noi sente per sé “irrinunciabile”» (Che cosa ci sta capitando?). Per superare la logica amica-nemica, occorre ragionare intorno ai guadagni che si possono ottenere rinunciando all’adesione sterile ai contenuti, senza dimenticare il chicco irrinunciabile che non prevede però la distruzione dell’altra.
L’immagine del «flusso di sorelle» di Ursula Le Guin ci viene, ulteriormente, in soccorso: la solidarietà femminile è fluidità, è come un torrente, è impetuosa, trascinante, inarginabile entro i recinti ideologici di strutture precostituite. Diversamente da quella maschile che nasce «dal controllo dell’aggressività nel perseguimento del potere», scrive Le Guin, la solidarietà femminile si dispiega sregolatamente, in forme mutevoli, perché scaturisce «dal desiderio e dal bisogno di aiuto reciproco, e dalla ricerca della libertà dall’oppressione». Dovremmo, forse, pensare simbolicamente alle nostre relazioni politiche tenendo a mente questi immaginari liberatori e trasformativi: guardare al movimento come a un fiume, nella fluidità di pensieri che si formano “di volta in volta”, che possono a volte avvicinare, a volte allontanare quando toccano quel chicco irrinunciabile, senza mai rinchiudersi, però, entro le sponde fragili dell’esclusione che, nelle continue perturbazioni politiche di quest’epoca, possono spaccarsi, e devastare.
(L’Imprevista, 24 luglio 2026)
C’è un numero da prestigiatore che oggi funziona su scala planetaria. Scriviamo una domanda, sullo schermo compaiono parole ben formate e noi immaginiamo qualcuno che le abbia scelte. Non possiamo farne a meno perché il linguaggio tra esseri umani funziona così. Interpretare vuol dire figurarsi chi parla, da dove, con quale intenzione. Emily M. Bender, che di mestiere fa la linguista, lo chiama parlor trick, trucco da salotto: davanti al testo di una chatbot facciamo quello che abbiamo sempre fatto davanti a ogni testo, supponiamo una mente. Solo che questa volta la mente non c’è. L’inganno non abita tutto nella macchina, abita nel nostro modo di leggere sfruttato ad arte: perfino i pronomi di prima persona con cui ChatGPT risponde sono una scelta di design, non una necessità tecnica. L’illusione la completiamo noi.
Parte da qui The AI Con di Emily M. Bender e Alex Hanna (HarperCollins 2025), ora tradotto da Fazi: L’inganno dell’intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo (trad. di Roberto Laghi, 2026). Bender insegna linguistica computazionale all’Università di Washington ed è tra le autrici, con Timnit Gebru e altre, del saggio sui “pappagalli stocastici” che nel 2021 costò a Gebru il licenziamento da Google e aprì il dibattito pubblico sui grandi modelli linguistici. Hanna è una sociologa e dirige la ricerca al Distributed AI Research Institute, fondato dalla stessa Gebru. Insieme conducono un podcast, Mystery AI Hype Theater 3000, in cui smontano in diretta i materiali della propaganda tecnologica e il libro ne conserva il tono. Hanna lo chiama ridicule as practice, il ridicolo come pratica: davanti alla nudità dell’imperatore la posizione giusta è quella del bambino della fiaba di Andersen e in un panorama editoriale dominato dalla riverenza, con titoli che promettono macchine che pensano e ondate che avanzano, l’irriverenza è già una presa di posizione.
La tesi, in breve, è questa: “intelligenza artificiale” è un termine di marketing, non il nome di un insieme coerente di tecnologie. Questa etichetta racchiude indistintamente la trascrizione automatica e la regressione logistica, i sistemi che assegnano sussidi e i generatori di immagini, e l’etichetta serve precisamente a celare le differenze. La prima mossa critica è disaggregare, cioè chiedere ogni volta che cosa viene automatizzato, con quali dati, chi ha valutato il sistema e in quali condizioni, chi ci guadagna, come può difendersi chi ne subisce gli errori. Per le autrici i modelli linguistici sono macchine per l’estrusione di testo sintetico: la lingua, raschiata dalla rete, viene forzata attraverso l’apparato statistico come la plastica in una trafila. Ne esce qualcosa che somiglia a un discorso senza che nessuno abbia inteso dire niente. Il catastrofismo e il trionfalismo – l’IA che ci sterminerà, l’IA che ci salverà – sono per Bender e Hanna due facce della stessa medaglia: entrambi presuppongono una tecnologia inevitabile e onnipotente ed entrambi distolgono lo sguardo dai danni presenti per fissarlo su un futuro immaginario. I sette capitoli attraversano questi danni uno per uno, dall’hype ai servizi sociali, dalle industrie creative alla scienza, fino alle vie d’uscita: rifiuto, regolamentazione, trasparenza, tutele del lavoro.
Il libro dà ai danni nomi, luoghi e date. Alcuni ricercatori si sono chiesti perché ChatGPT usi con frequenza anomala certe parole, come il verbo delve, ‘scavare’, ‘addentrarsi’: una delle ipotesi circolate è che la messa a punto dei modelli, affidata anche a lavoratori sottopagati in Kenya, in India, in Nigeria, abbia rinforzato l’uso di un inglese formale e standardizzato, tipico della documentazione tecnica e aziendale. La macchina che si presenta come priva di autore porta l’accento di chi l’ha addestrata e il lavoro reso invisibile riaffiora come tic verbale. Nel 2023 le operatrici della linea telefonica della National Eating Disorders Association americana hanno votato per costituirsi in sindacato; pochi giorni dopo l’associazione ha annunciato la loro sostituzione con una chatbot, ritirata poi in fretta perché suggeriva alle persone in crisi proprio i comportamenti da cui avrebbe dovuto proteggerle. L’automazione, in questo caso, non ha semplicemente sostituito il lavoro, è arrivata nel momento in cui le lavoratrici stavano rivendicando tutele.
Ci sono poi i costi materiali che le aziende dichiarano malvolentieri: data center che divorano acqua ed energia, Google che ha dichiarato emissioni superiori del 48% rispetto ai livelli del 2019, Microsoft che ha registrato un aumento complessivo rispetto al 2020, legato anche alla crescita di cloud e IA, e le turbine a gas installate da xAI nell’area di Memphis, contestate da associazioni ambientaliste e per i diritti civili per l’impatto su comunità nere e a basso reddito. E ci sono gli usi più feroci, come le domande d’asilo tradotte automaticamente senza nemmeno verificare la lingua del richiedente: se la traduzione sbaglia, l’errore entra nel fascicolo; se arriva un rifiuto, contestarlo diventa quasi impossibile, perché “l’ha tradotto l’IA”, versione aggiornata di “l’ha detto la televisione”.
La ricezione del libro disegna una mappa delle reazioni possibili, e vale la pena percorrerla. C’è chi ne apprezza l’opera di demolizione: sul “Guardian” Steven Poole riconosce alle autrici il merito di smontare il mito dell’IA come rivoluzione inevitabile – è sua l’immagine dei modelli come giganteschi macchinari del plagio – ma rimprovera loro di fare d’ogni erba un fascio. Sotto la voce IA, osserva, finiscono anche il ripiegamento delle proteine premiato con il Nobel e la gestione delle reti elettriche, usi sensati che il libro tace. C’è poi chi coglie il punto politico più profondo: su “The Conversation” Luke Munn scrive che l’IA non ha bisogno di funzionare per funzionare. L’accuratezza può essere dubbia, la produttività più promessa che dimostrata, e tuttavia l’aggregato di aziende, capitali e aspettative trasforma comunque il giornalismo, la scuola, il lavoro. È anche il limite storico della demistificazione, perché smascherare una tecnologia redditizia non basta a fermarla, come insegnano i combustibili fossili e l’automobile privata. Infine, c’è l’obiezione forse più utile per andare oltre il libro. Su “MedieKultur” Martina Mahnke nota quanto gli esempi portati dalle autrici siano americani, cosa che da questa parte dell’Atlantico pesa doppiamente, perché diversa è la cornice politica e istituzionale in cui l’IA viene discussa. Ma la sua osservazione più acuta riguarda l’assenza di chi la usa: se smascherare l’inganno fosse così semplice, perché centinaia di milioni di persone adottano questi strumenti dal basso, per curiosità o per pragmatismo, e dichiarano di trarne valore?
Il libro smonta bene l’inganno cognitivo, resta però da nominare il desiderio che rende possibile quell’inganno.Emily Bender e Alex Hanna sanno che non esiste un punto di vista da nessun luogo, lo scrivono contro la pretesa di oggettività dei sistemi, e la loro genealogia critica è dichiarata: Donna Haraway, i saperi situati, gli studi femministi sulla scienza e la tecnologia. Ma c’è un’altra tradizione che permette di leggere questo nodo da un’angolatura diversa: il pensiero della differenza sessuale, dove la parzialità del sapere non è soltanto una teoria della posizione, ma una pratica di parola. Partire da sé, riconoscere l’autorità che nasce nelle relazioni, assumersi la responsabilità di ciò che si dice davanti a chi ascolta: da qui il vuoto della chatbot si vede meglio. Ciò che manca non è soltanto una mente, o forse non è questo il punto decisivo. Una parte del dibattito anglosassone resta spesso impigliata nell’alternativa che vorrebbe criticare: pensa o non pensa, è intelligente o non lo è. Invece manca una relazione. La lingua si impara da una relazione primaria – la madre o chi per essa – in un rapporto in cui parola e corpo, amore e sintassi sono intrecciati. Un modello linguistico è lingua senza madre, sono parole che non vengono da nessuno (non perché non abbiano una storia materiale o non portino le tracce di chi le ha prodotte, raccolte e classificate, ma perché nessuno le assume davanti a qualcun altro) e non impegnano nessuno, perché nessuno si espone pronunciandole. L’estrusione di testo, per riprendere l’immagine delle autrici e portarla oltre le loro intenzioni, è esattamente questo: la parola separata dalla relazione che l’ha generata. Per questo una vecchia slide IBM del 1979, riportata nel libro, dice più di quanto sembri: un computer non può essere ritenuto responsabile, dunque un computer non dovrebbe mai prendere decisioni gestionali. La responsabilità richiede un corpo e un nome, qualcuno che possa mantenere o tradire la parola data. Ed è per questo che il trucco da salotto riesce così bene, perché induce a scambiare per interlocuzione ciò che è solo produzione di testo.
Smontare narrazioni non basta e non è mai bastato. La partita infatti non si gioca soltanto sul piano delle narrazioni, né nell’alternativa tra rifiutare la macchina e adattarvisi. Si tratta piuttosto di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restarci come ciò che non si lascia catturare del tutto: una pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Non una resistenza morale dall’esterno, ma un sapere situato dentro il rapporto con la macchina. Luisa Muraro a proposito dell’intelligenza artificiale diceva “lo strumento sei tu” perché non esiste uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Penso alle operaie alla pressa raccontate in un recente numero di Via Dogana 3 (la rivista online della Libreria delle donne) dedicato al tempo: conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. Quel sapere del fare e del disfare, che trasforma la necessità in libertà, dice sulla resistenza più di molte analisi. Anche Emily Bender, in un incontro pubblico di presentazione del libro disponibile in rete, arriva a un passo da qui quando invita gli insegnanti ad avere orgoglio della propria competenza: il lavoro vero sta nel pensare, nella cura, nella connessione; le parole ne sono solo la parte esternalizzata, quella che la macchina può catturare.
La tradizione critica da cui le autrici provengono nomina le relazioni e ne riconosce l’importanza; la politica delle donne, però, ne ha fatto una pratica politica essenziale, non solo un oggetto teorico. Per questo sa riconoscere il desiderio anche dove viene mal riposto: chi passa ore a conversare con una chatbot cerca una relazione trovando una compiacenza programmata, una condiscendenza senza nessuno dietro. Il caso più istruttivo è Replika, l’app di compagnia nata dai messaggi di un amico morto della fondatrice, che milioni di persone nel mondo hanno adottato come confidente e talvolta come partner. All’inizio del 2023, in coincidenza con un intervento del Garante italiano della privacy, l’azienda ha disattivato da un giorno all’altro le funzioni affettive ed erotiche e chi aveva stretto quei legami ha attraversato un lutto vero per un legame reale nei suoi effetti e interamente revocabile per decisione aziendale. Prendere sul serio quel desiderio di ascolto, invece di deriderlo o soddisfarlo in forma sintetica, è il compito politico che il libro lascia aperto.
«Le macchine per la sintesi di testo non possono riempire i buchi del tessuto sociale», scrivono Emily Bender e Alex Hanna: servono persone, volontà politica e risorse. È vero. Aggiungo che serve anche sapere da dove si parla e a chi. Il trucco riesce perché nelle parole cerchiamo qualcuno e quel cercare è esattamente la cosa da salvare.
(Doppiozero, 23 luglio 2026)
Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.
Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.
È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi.
La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.
Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.
Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.
Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».
A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.
La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.
Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.
L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.
(il manifesto, 23 luglio 2026)
Il convegno dedicato al pensiero di Luisa Muraro, tenuto a settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano, è diventato un libro, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, edito da Mimesis. Se il convegno ha visto la presenza di Muraro e Cigarini, la pubblicazione delle relazioni, divenuti dei saggi, avviene a pochi mesi dalla loro morte, quasi a voler colmare con la gratitudine il dolore immane. Alle relazioni è stato aggiunto uno scritto di Laura Colombo sull’insegnamento di Muraro in relazione alla rivoluzione della rete, considerata da lei «un nuovo mezzo dello scambio politico», «buono, straordinariamente buono» a patto che non prenda il posto della viva relazione. Da qui le redazioni “carnali” del sito della Libreria delle donne e di Via Dogana 3, quali luoghi «di lavoro editoriale e di pratica politica». Di Muraro ci restano tanti “testi preziosi” e un pensiero che «è un bene comune», come scrive Chiara Zamboni nell’introduzione, «che abbiamo a disposizione leggendo i suoi libri, le interviste, i saggi, gli articoli. Sentirlo come bene comune […] è in sintonia con l’idea di Luisa che le lettrici e i lettori siano coloro che con lei contribuiscono al libro, lo ritessono, lo trasformano e lo rilanciano», come hanno fatto le relatrici e i relatori, invitati a parlare al convegno e come può fare chiunque legga il libro. Le relazioni danno conto del percorso filosofico-politico di Muraro, riprendendo «in fedeltà e in libertà» «alcune questioni e certi nodi dei suoi testi», «alla luce delle questioni emergenti della contemporaneità». Un pensiero che fa di Muraro una «delle più importanti pensatrici della contemporaneità», come scrive Vita Cosentino, e nello stesso tempo una filosofa “anomala”, originale, unica, «irriducibile a qualsivoglia scuola». Anomalia che sta nell’aver trovato l’inizio del pensiero nell’ordine simbolico della madre, nel saper amare la madre, nella riconoscenza e gratitudine verso di lei. Da lì – come scrive Diana Sartori – si è accesa la luce ed è venuto il primo orientamento che faceva ordine simbolico, là dove ancora oggi, in un tempo in cui la guerra ha preso la scena del nostro mondo e delle nostre menti, il potere fa disordine. Una «filosofia pratica», quella di Muraro, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, nata, come scrive Ida Domijanni, da una “schivata”, un mettersi a lato, un sottrarsi, un non farsi trovare «laddove ci si aspetterebbe di trovarla», un andare via dalla storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea per aprire «una nuova prospettiva», di libertà femminile e di indipendenza simbolica. Muraro associa la mossa filosofica della schivata a un fatto storico preciso, «la separazione femminile dalla politica maschile che diede origine alla nascita del femminismo della differenza sessuale», messa oggi in discussione da un neofemminismo che «sembra rivendicare non sottrazione ma riconoscimento, non separazione ma inclusione, non differenza ma neutralizzazione». Anche oggi, sarebbe necessaria un’altra grande schivata per ripensare e rilanciare la lotta per la libertà femminile all’altezza dei problemi «in un mondo che va in rovina». La luce più importante che lei ha acceso per le storiche di oggi, come scrive María-Milagros Rivera Garretas, è quella di significarsi donna in qualsiasi circostanza storica e davanti a qualsiasi fonte o opera storica. Dalla ricerca di Muraro sulla sapienza mistica in lingua materna ci viene l’insegnamento dell’«intelligenza dell’amore», buona per noi anche oggi, come scrive Wanda Tommasi, per non farci sprofondare nel senso d’impotenza di fronte alla violenza della storia. Muraro ci invita a cercare e incontrare l’«umanità comune» nella cronaca su cui lei scrisse articoli su riviste e quotidiani raccolti nel libro La folla nel cuore, di cui scrive Annarosa Buttarelli. Il pensiero di Luisa Muraro è «spiazzante», il libro ce lo restituisce «come quando si accende la luce». Un grazie a chi ne ha curato la pubblicazione.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 19 luglio 2026)
La curatrice del volume racconta “Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals”, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che il gruppo femminista, tra i più longevi, attraversò in ogni forma e disciplina. Edito da Mousse Publishing
Documenti politici, manifesti programmatici, a mano, ciclostilati; foto di assemblee, locandine di film, immagini di azioni performative, manifestazioni, bozzetti di costumi di scena, antichi templi, l’antro della Sibilla. Ancora, Lina Mangiacapre col suo cappello a cilindro, grandi occhiali, mantello, attorniata da un gruppo di amazzoni in tuniche e ghirlande di fiori in fronte. Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals è un attraversamento di epoche, un’esplorazione esperienziale, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che questo gruppo femminista, tra i più longevi attraversò in ogni forma e disciplina. Il volume bilingue, inglese italiano, curato da Sonia D’Alto in collaborazione con Marea Art Project, edito da Mousse Publishing, realizzato grazie al supporto dell’Italian Council, è la prima monografia dedicata a questo gruppo di artiste, pacifiste, femministe, lesbiche napoletane. Oltre a preziose immagini d’archivio, contiene interventi di Chiara Bottici, Federica Bueti, Cairo Clarke, Arnisa Zeqo, Giulia Damiani, Giusi Palomba, Elvira Vannini, Giovanna Zapperi. Ne abbiamo parlato la curatrice Sonia D’Alto. Ricercatrice di storia dell’arte e curatrice cilentana, classe ’90, vive a Bruxelles, dall’uscita del volume, esito di una tesi di dottorato, affianca le presentazioni alle proiezioni dei film delle Nemesiache, per far riscoprire il loro immaginario potente e inesplorato.
Quali sono gli aspetti che l’hanno più colpita?
Le Nemesiache sono uniche all’interno dei collettivi artistici e femministi dell’epoca, hanno quasi mezzo secolo di storia. Si sono sempre definite gruppo, mai collettivo, per prescindere da quella connotazione degli anni ‘70 dei collettivi femministi, spesso legati a una forte ideologia. Avevano una metodologia legata al mito, fantascienza, racconti popolari, fiabe, uso del corpo. Il loro linguaggio politico era creatività, arte, la lotta passava per il corpo delle donne marginalizzate. Scrissero il primo manifesto nel ’70 (poi pubblicato nel ’72) su una rivista fantascientifica, aspetto unico nel panorama dei femminismi europei dell’epoca.
Come ha lavorato?
È stato un lungo lavoro di ricostruzione. Attraverso un sito, acquisito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, sono entrata in contatto con le membre delle Nemesiache, è iniziato uno scambio che ancora esiste. Ho iniziato con Silvana Campese, uno dei primi contatti su Napoli. Poi Connie Capobianco, invitata con Campese in occasione di una delle proiezioni. Il gruppo da Napoli si estendeva a Venezia, Roma, Milano, Parigi. Nel 1976 organizzarono il terzo congresso femminista in Italia, lottando perché si facesse a Paestum. Nello stesso anno parteciparono a un tribunale internazionale femminista di crimini contro le donne a Bruxelles. Ho frequentato l’archivio di Lina Mangiacapre custodito dal nipote Martino Mangiacapra. Qui sono riuscita a integrare tutti i documenti, trovando frame di film, dietro le quinte che rendono l’intimità del gruppo. Facevano arte per liberarsi, fuori ogni forma, struttura di professionalismo del sistema.
Il cinema è un capitolo importante della storia delle Nemesiache.
Le performance e le azioni pubbliche sono sempre state sempre trasformate in film sperimentali collettivi scritti e diretti da Lina con l’interpretazione, musiche, costumi delle Nemesiache. Meriterebbe un volume a parte la prima rassegna di cinema femminista nata nel 1976 a Sorrento dove affluivano lavori da tutto il mondo. Una figura di riferimento per le Nemesiache era Elvira Notari, prima donna regista italiana, silenziata e dimenticata cui dedicarono un premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Elemento fondamentale nella pratica delle Nemesiache è la Psicofavola.
Negli anni ’70 le femministe avevano due metodologie: il separatismo e l’autocoscienza introdotta in Italia da Carla Lonzi, proveniente dall’America. Le Nemesiache si resero conto che l’autocoscienza non era sufficiente, perché basata sul linguaggio verbale estremamente patriarcale. Era fondamentale utilizzare il corpo in tutti i suoi aspetti, così introdussero la Psicofavola che permetteva di liberarsi attraverso gesti, musica, danza, rito personale, collettivo che riportava al mondo il mito. Trovò la sua manifestazione nel teatro: il primo spettacolo femminista in Italia fu la riscrittura di “Cenerella” nel 1973 al Teatro Club di Napoli. La messa in scena era semplice: costumi autoprodotti, Lina suonava il flauto, Anna Grieco l’arpa, il tamburo, una modalità creativa libera, non professionistica, liberatoria del corpo, della psiche, per tornare all’origine. Da qui il nome di Nemesis, condizione ancestrale in cui la donna non era stata ancora colonizzata dal patriarcato. S’introdusse l’uso delle fiabe, del mito, il richiamo ai luoghi della cultura marginalizzati, considerati saperi minori che diventavano luoghi di resistenza.
Il femminismo delle Nemesiache guardava a sud come dimensione politica.
Un sud non solo geografico, ogni luogo dove avviene una forma di espropriazione. Il loro primo lungometraggio Didone non è morta è un omaggio, un augurio di Mediterraneo unito. L’idea è riappropriarsi del corpo e del territorio. Nel film Il mare ci ha chiamato, e nella performance della poesia La Gaiola, Le Nemesiache fanno già riferimento alla privatizzazione del mare, anticipando i movimenti ecologisti, usando nell’azione un linguaggio fantascientifico: il comunismo dei pesci del mare, l’imperialismo degli uomini, il mito della sirena.
Di questa storia si sono quasi perse le tracce. Che idea si è fatta?
Bruna Felletti, Nemesiaca intervistata a Roma, dice che erano ritenute molto eccentriche, venivano spesso isolate. Aggiungo un altro livello di lettura: in tanti consideravano la loro pratica unicamente teatrale, anche se attraversava ogni genere, disciplina. Biancaneve, riscrittura dell’84, è una favola cyber-femminista che anticipa di un anno il Manifesto Cyborg di Donna Harraway, mentre l’azione TransNemesiache ha inaugurato nel linguaggio femminista la stagione dei transfemminismi un decennio prima di quello statunitense. La prolificità, quest’espressione così dirompente non entrava nelle categorie patriarcali del cinema, teatro, arte. Erano così avanti che gli strumenti dell’epoca non permettevano di leggerle, interpretarle. Chiara Bottici, che insegna gender studies e ha scritto uno degli interventi nel volume, ritrova in loro ciò che le femministe hanno fatto in America Latina dieci anni fa: Ni Una Menos, le azioni nelle piazze con la danza, gli interventi sull’ecologia. Gli altri gruppi non avevano un linguaggio del genere. Le donne nell’arte erano legate ancora un dominio prettamente maschile, settoriale. Le Nemesiache hanno fatto cinema sperimentale, invaso lo spazio pubblico con le performance, prodotto materiale militante con un linguaggio creativo, cosmico. Come curatrice ritrovo quest’approccio in molte pratiche contemporanee di artiste e artisti soprattutto di diaspore e contesti mediterranei. Erano cinquant’anni avanti.
(il manifesto, 18 luglio 2026)
Al museo Madre di Napoli, fino al 21 settembre, Maria Lai. Essere è tessere, la personale dedicata all’artista sarda a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai
Cucire le storie del mondo, quasi sempre riflesse in un microcosmo che si fa universale come Ulassai, luogo d’origine e di partenza verso l’altrove (una vera “Stazione dell’arte” mobile e ventosa, costellata di connessioni e reticoli di memoria), per Maria Lai ha significato anche sfilare e sfrangiare le mappe, ridisegnare i confini sovvertendo una cartografia del dominio che lei sapeva ricondurre a un ordito di libera immaginazione. Non è un caso, quindi, che la mostra personale al museo Madre di Napoli dedicata all’artista sarda, Maria Lai. Essere è tessere, inauguri il suo percorso proprio con una Geografia in cui un mappamondo appena imbastito mantiene intatta la sua geometria a scacchiera di meridiani e paralleli, ma “perde” i continenti per divenire un anarchico pianeta della fantasia, tutto ancora da “scrivere”, con civiltà prossime venture. A cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai, avvalendosi di un progetto di ricerca di Giulia Brandinelli, l’esposizione procede per isole tematiche, creando una sorta di felice arcipelago visivo che permette di navigare intorno a questa filosofa del rammendo riparativo di storie smarrite e del «rammentare», nel senso di riportare alla mente, in questi tempi di oblio persistente. Nata nel 1919 e scomparsa nel 2013, a novantatré anni, Maria Lai ha avuto in sorte una lunga vita disseminata di dolori e leggende – un’infanzia cagionevole in adozione dagli zii, l’isolamento per le numerose malattie, gli studi condotti in ritardo, l’apprendistato con il maestro Salvatore Cambosu, l’abbandono della Sardegna alla volta di Roma, l’Accademia con Mazzacurati, poi Venezia con lo scultore Arturo Martini, il rientro «a casa» su scialuppe di salvataggio imbarcandosi nel golfo di Napoli, la morte violenta del fratello e quella dello sfortunato altro fratello, Gianni, per un incidente aereo. Sarà questa sedimentazione esistenziale a imprimere le sue opere, i telai – vera messa a nudo del processo creativo senza infingimenti – i collage di mare e terra, i libri scuciti dove le parole cercano janas, api curiose e caprette abbarbicate sulle rocce. «Niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo», sosteneva, intendendo di essersi votata all’esercizio della disciplina interiore, a volte aspra eppure necessaria. Da bambina, aveva anche provato la vertigine della vita aerea, sospendendosi nel vuoto insieme ad alcuni gitani acrobati che si erano fermati nel paese dove abitava con i suoi zii. Ma poi aveva preferito tornare alla terra, anzi alla misteriosa energia ctonia della montagna. Nel 1981, con la performance comunitaria di Legarsi alla montagna (in mostra un filmato ne dà ampia testimonianza), Maria Lai aveva voluto fare «qualcosa per i vivi» – le avevano chiesto di realizzare un monumento per i morti ma lei aveva rovesciato la commissione – riconnettendosi al cuore pulsante di Ulassai. Srotolò insieme agli abitanti ventisette chilometri di nastro azzurro con cui unì le porte delle case e le “ancorò” al Monte Gedili. C’erano fiocchi e pani tradizionali a ritmare il nastro in segno di riappacificazione e fine delle faide interne tra famiglie. Proprio quei pani che diventeranno poi sculture e che Lai ha sempre detto di essere stati un’intima materia da cui imparare, «la prima accademia d’arte furono le donne di casa che facevano il pane con quelle loro mani svelte». E quando guardava la nonna rammendare le lenzuola, inventava storie su quelle “cicatrici” di fili che si aggrovigliavano. Maria Lai, fra il tessere, l’impastare e il vivere ludico che si fa coscienza (come nel suo Il gioco del volo dell’oca, riprodotto in una stanza tutta per sé del Museo Madre) ha scelto di radicarsi nell’universo femminile, nelle pratiche incantatorie e in quelle domestiche delle sue antenate e del suo stesso privato, tracciando sentieri di fili, terracotta, pietra, stoffa, pane e legno che conducessero a un’infanzia collettiva, dove il senso privilegiato non è la vista che apre le porte al raziocinio, ma il tatto che permette di accedere a una dimensione più selvatica e meno addomesticata. In una stanza del museo, sono raccolti i disegni, così come poco oltre le sue sculture debitrici al ruvido Martini: animali e paesaggi che poi sfoceranno in quelle caprette stilizzate e in fila indiana che lei regalò alle tessitrici di Ulassai per ricamarle sui loro arazzi e tappeti. «Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di precipizi», raccontava nelle interviste.
(il manifesto, 17 luglio 2026)

Tutto nasce dall’esperienza: “partire da sé e non farsi trovare”, diceva la filosofa appena scomparsa che ha reso visibile ciò che era stato occultato, ha aperto spiragli, consentendoci di disfare, decostruire l’ordine patriarcale. Insieme a Lia Cigarini ha fondato la Libreria delle donne
Non so spiegare l’impulso, l’inquietudine o semplicemente il moto di insofferenza che mi ha spinto, letto il pamphlet di Serughetti, Guerra, Braidotti – libro che ripete e riassume quanto le autrici hanno scritto con grande profondità in altri lavori – ad approfittare della notizia di una redazione aperta di Via Dogana dal tema C’era una volta la differenza e c’è ancora.
La data si è rivelata a posteriori, per me, connessa ad un movimento dell’inconscio: il bisogno di fare i conti con un discorso lasciato indietro per altre scelte, altri contesti di interlocuzione femminista ma anche con un’esperienza di relazione e di pensiero per me fondativa. A giugno 2026 cadono i venti anni dalla morte della donna, l’amica, che più ha contribuito a dare significato e profondità al mio femminismo, Eloisa Manciati. A giugno, il 13 giugno, mentre sono già a Milano, in attesa dell’incontro del giorno dopo alla Libreria delle donne, si spegne Luisa Muraro.
Non parlerò dell’incontro, intensissimo, che si è tenuto ugualmente «perché così avrebbe voluto Luisa», né delle belle relazioni introduttive di Traudel Sattler, Vita Cosentino, Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.
Non parlerò del gesto che mi sono resa conto di compiere perché non voglio aderire alla frantumazione del femminismo mentre sento di far parte di una pluralità di femminismi, che attraversano sia le nostre storie e culture personali che il mondo già dilaniato e danneggiato.
Parlerò, a partire da me, dell’incontro con il pensiero di Luisa Muraro. E di come abbia appreso da lei quanto, una volta partite da sé, sia importante non farsi trovare là dove ci aspetterebbero.
Femminista fin dai primi vagiti di autonomia – fine liceo, università – mi sentivo tale in risposta all’evidente condizione di disparità con gli uomini.
Frequentavo Filosofia a Roma e nel fermento esaltante e talvolta persino efferato di quelle aule occupate si ergevano maschi che già sapevano tutto. Questo mi sbalordiva: non la rivoluzione, che volevo fare anch’io, ma la certezza, che ostentavano, di tutti i passi che ci avrebbero condotto dritto dritto dentro un’altra idea di società.
Le donne, le studentesse che erano là, come me, tacevano. Solo al ritorno nella mia piccola città il mio bisogno di rivoluzione ha preso forma nelle pratiche femministe. Esplorazioni, passi falsi, sorellanza, impegno concreto: consultori, contraccezione, aborto, self-help, autocoscienza. Che fare di questo bagaglio di esperienza così peculiare? Come dirlo, come farne pensiero. Come farne episteme.
Quando ho incontrato il pensiero della differenza, con Irigaray ma specialmente con Muraro, le pratiche politiche femministe con le altre hanno guadagnato l’autorità del discorso mentre il pensiero non mi cancellava nell’astrattezza del logos, perché tutto nasceva dall’esperienza che imparavamo a dirci. La mia esperienza nella relazione con le altre trovava la sua misura; era pensiero del mondo che non ci faceva nascondere dietro le parole della teoria di pensatori, politici, grandi uomini che incombevano su di noi.
Al mio attivismo non più solo legato al tentativo di un mondo meno ingiusto si coniugava la scommessa di rifarlo daccapo attraverso un altro sguardo. Rendere visibile ciò che era stato occultato, aprire spiragli, agire possibilità impreviste, disfare, decostruire un ordine patriarcale. E, talvolta in modo ravvicinato, più spesso a distanza, attraverso libri e incontri, lo scambio con Muraro contribuiva a nutrire il pensiero e l’esperienza.
Tutte le parole di Muraro, parole di rara forza epistemica, di passione visionaria, di rigore filosofico, mi sono servite. Non tutte le ho condivise ma l’ostacolo che ponevano al mio modo di sentire mi ha aiutato a scavare di più, a pensare al femminismo come qualcosa che, proprio come ha sostenuto Muraro richiede di «partire da sé e non farsi trovare».
Le pratiche contano. Il femminismo ha bisogno di viandanza più che di una protettiva comunità. Ha bisogno di misurarsi con l’indistinto della materia, con la crisi ecologica, con i corpi mutanti che abitiamo. Ci è necessario il pensiero che scaturisce dalla presa di parola e dall’esperienza di soggettività impreviste. Un pensiero che sia attraversamento del reale, risignificazione, riscrittura; un pensiero che non si accontenti dell’antagonismo. Nella presunta distanza con il femminismo dell’uguaglianza, occorre tenere presente, con forza, politicamente, che la differenza è esattamente il modo di sottrarsi – la schivata di Luisa – all’ordine del discorso e che nelle forme di questa sottrazione agisce la soggettività libera(ta) di ciascuna/o.
(*) Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside (poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011 ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.. È cultrice della materia per Linguistica Italiana – Università della Tuscia ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico (Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj-Napoca (RM), la raccolta di versi “Oriente Domestico”. Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre all’organizzazione del ciclo di filosofia “Lineamenti di femminismi, genere, differenza”, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma 3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo “Elogio della Poesia”, incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista e ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.
(Letterate Magazine, 16 giugno 2026)
Federica Torrenti si è formata in medicina ed è una fotografa che usa gli scatti per dare corpo e voce all’invisibile. In questa intervista ci racconta il rapporto tra scienza e arte e come questo dà forma alla sua ricerca
Federica Torrenti è la vincitrice della XIII edizione di Giovane Fotografia Italiana| Premio Luigi Ghirri, prestigioso riconoscimento promosso dal Comune di Reggio Emilia sul tema “Voci”. La giuria ha premiato il suo progetto La Fortezza per la capacità di fondere la ricerca scientifica con il linguaggio visivo, garantendole un premio di 4.000 euro e una futura mostra personale alla Triennale Milano. Bolognese, classe 1999 e specializzanda in Diagnostica per Immagini, l’artista unisce lo sguardo clinico e quello poetico per mappare i meccanismi della coscienza e dissolvere l’idea di una mente isolata. Il suo progetto ha inoltre conquistato il miglior Portfolio a Fotografia Europea 2025 ed è stato selezionato per il programma Back and Forth di Fonderia 20.9.
Il Premio Luigi Ghirri 2026 per la Giovane Fotografia Italiana
L’edizione ha visto trionfare anche altri talenti emergenti: Karim El Maktafi ha ottenuto la menzione speciale “Nuove Traiettorie” per l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma con Archivio del mare, Eva Rivas Bao è stata selezionata per il programma Photo-Match del Fotofestiwal Łódź con Una storia italiana, e Anie Maki ha vinto un programma di letture portfolio con il festival Photoworks di Brighton. In questa intervista esclusiva, la vincitrice assoluta Federica Torrenti ci racconta come la fotografia possa dare corpo e voce all’invisibile.
Intervista alla fotografa Federica Torrenti
La tua formazione in medicina e la specializzazione che hai iniziato in Diagnostica per Immagini creano un legame indissolubile tra scienza e arte. Come si riflette l’atto medico di “guardare dentro il corpo” per scovare l’invisibile nella tua pratica fotografica quotidiana?
Mi sembra che le mie pratiche, scientifica e artistica, diano entrambe una fondamentale attenzione all’atto del guardare. Se c’è un elemento che, in fondo, riunisce la mia poetica e il mio lavoro in Diagnostica per Immagini, è proprio la curiosità che nasce da un’osservazione attenta e meticolosa della realtà arricchita da una particolare ossessione verso la ricerca di una spiegazione dei fenomeni. Credo che questo sia anche il legame più profondo tra scienza e arte: esplorare prestando attenzione alle percezioni, sorprendersi, provare, raccogliere fili di realtà, tentare di intrecciarli cercando una forma di comprensione. Infine, trovare un modo per raccontare l’esperienza fatta.
C’è un legame tra il “guardare dentro il corpo” per curare e il fotografare?
Il “guardare dentro il corpo” attraverso l’immagine radiologica e il fotografare non sono gesti così diversi. Entrambi implicano il tentativo di rendere visibile ciò che è oltre la superficie per cogliere significati e connessioni, per avvicinarsi il più possibile a una visione integrale della realtà.

La Fortezza, ® Federica Torrenti, foto di Iacopo Pasqui

La Fortezza, ® Federica Torrenti, foto di Iacopo Pasqui
Il tuo progetto “La Fortezza” spiega che la nostra mente non è isolata dal mondo, ma è sempre connessa a ciò che ci circonda. In un’epoca dominata dall’iper-individualismo e dal digitale, come sei riuscita a trasformare questo concetto filosofico così complesso in immagini concrete?
Durante la mia formazione universitaria è stato molto importante entrare in contatto per la mia tesi in neurologia con il concetto di coscienza, perché mi ha permesso di riconoscere come né la scienza né la nostra mente possano esistere in modo isolato dal mondo che le circonda. Da questa consapevolezza è nata l’esigenza di raccontare una verità che percepivo come fondamentale: l’idea che la nostra unità non somigli a un cerchio ma più a una spirale aperta, che la nostra esperienza del mondo e di noi stessi emerga da una incessante interconnessione con l’alterità senza mai esaurirsi. In questo senso, il progetto vorrebbe far riconoscere all’uomo della nostra epoca la profonda unità che lega tutte le cose, superando una visione esclusivamente individuale di sé e aprendosi a una dimensione più ampia di appartenenza e relazione con il mondo. È diventato, quindi, importante trovare una forma espressiva che rendesse tangibile un concetto così astratto, e paradossalmente tradurlo in immagini è stato più immediato che tradurlo in parole.
In che modo?
La scrittura richiedeva di definire e circoscrivere un’idea complessa, già storicamente ancorata ad un lessico filosofico, mentre la fotografia mi ha permesso di conservarne l’ambiguità e la profondità, trasformandola al tempo stesso in qualcosa di concreto e visibile. La metafora, e quindi l’analogia, sono strumenti fondamentali di pensiero utilizzati sia dalla scienza che dalla filosofia, a cui ho potuto attingere per creare le fotografie.

La Fortezza, ® Federica Torrenti, vincitrice del premio Giovane Fotografia Italiana 2026
La XIII edizione di Giovane Fotografia Italiana, intitolata “Voci”, esplora il potere delle immagini di dare forma a ciò che resta inascoltato. Nel tuo lavoro accosti immagini scientifiche, anatomiche e naturali per catturare una rete di connessioni invisibili. Qual è la “voce” o il messaggio che cerchi di fare rispondere nel visitatore?
Quando ho letto il tema, prima di capire cosa volessi dire, mi sono soffermata sull’idea che avere una “voce” implichi inevitabilmente l’aver prima ascoltato “altre voci”: basti pensare a quanto da bambini si è immersi nell’ascolto della parola degli altri prima di potere fare esperienza della propria. In questo contesto, il ruolo del mio progetto è inizialmente quello di invitare a riascoltare una voce molto antica che esiste dentro ciascuno di noi e che appartiene alla nostra coscienza. È una voce che spesso percepiamo come sfuggente, mentre in realtà è estremamente materiale perché affonda le radici in una trama di connessioni chimiche, fisiche e genetiche. È contemporaneamente nel mondo che ci ha preceduto e in quello di cui facciamo parte. Successivamente è, quindi, importante che lo spettatore riconosca che la sua non è una voce isolata, ma parte di un ampissimo coro.
Dicci di più…
È una voce che dialoga continuamente con tutto intorno a noi, in questo senso la coscienza non rappresenta un confine che ci separa dal mondo, che ci rende unici e speciali, ma piuttosto un limite poroso attraverso cui possiamo entrare in relazione con ciò che sta oltre noi stessi. Se c’è qualcosa che vorrei lasciare al visitatore, è proprio l’idea che voce e ascolto siano inseparabili: comprendere sé stessi significa anche riconoscere il legame profondo che ci unisce a ciò che ci circonda, rimanendo sempre in ascolto di ciò che emerge dall’interno e allo stesso tempo ciò che proviene dall’Altro, vivente e non vivente.
Cosa significa per te vincere un premio dedicato a un maestro come Luigi Ghirri?
Vincere un premio dedicato a Luigi Ghirri è per me un grande onore che accolgo con profonda gratitudine. Luigi Ghirri è un artista che conosco fin da piccola e, condividendo simili geografie, le sue immagini hanno plasmato il rapporto con il mio ambiente quotidiano. Credo che la riflessione sulla percezione e sul rapporto percezione-realtà sia uno dei principali punti di contatto tra la mia ricerca e la sua lezione.
Sebbene i tuoi riferimenti guardino molto alla biologia e alle neuroscienze, ritrovi dei punti di contatto tra la tua ricerca sulla percezione e la “lezione dellosguardo” che Ghirri ci ha lasciato?
Il mio lavoro si fonda su riferimenti che appartengono a un mondo fortemente analitico, ma ciò che mi interessa indagare è sempre l’esperienza umana del mondo: il modo in cui vediamo, interpretiamo e attribuiamo significato a ciò che ci circonda. È proprio in questa tensione tra osservazione e immaginazione, tra dato oggettivo ed esperienza soggettiva, che si colloca il mio lavoro. Per me è stato fondamentale mantenere all’interno di una ricerca sostenuta da basi scientifiche una dimensione poetica dell’immagine. Credo infatti che la poeticità non sia qualcosa di separato dalla nostra coscienza, in quanto è una qualità intrinseca del vivere umano. L’essere umano non registra la realtà perché è per sua natura un essere poetico e questa poeticità influenza ciò che vede nella realtà. Trovo che un punto comune delle nostre visioni sia la ricerca di questa poeticità, un aspetto quasi inafferrabile della percezione, una sensazione sfuggente ed evanescente che accompagna continuamente il nostro rapporto con il mondo e che, pur essendo difficile da definire, influenza profondamente il modo in cui lo abitiamo e lo comprendiamo.
(Artribune, 17 luglio 2926)
Nata nel 1975, la Libreria delle donne di Milano testimonia che la politica nasce dalle relazioni e può trasformare la realtà. Da 51 anni, tra comunità e rete, ecco la vita della Libreria delle donne
L’esperienza della Libreria delle donne di Milano ha caratteristiche proprie in quanto è allo stesso tempo un’impresa economica e un luogo politico femminista. È quindi difficilmente inquadrabile in categorie predefinite come possono essere quelle di comunità e community, tuttavia le attraversa e ci si misura come mi accingo a mostrare.
La Libreria apre i battenti nell’ottobre del 1975 in via Dogana 2 in centro, vicino al Duomo, in una Milano in pieno fermento culturale, con un movimento delle donne ricchissimo di gruppi di autocoscienza, di collettivi femministi, di iniziative di piazza e di confronto. È già operante la casa editrice fondata da Carla Lonzi, Scritti di Rivolta femminile, e in quello stesso anno si aggiunge La Tartaruga per volere di Laura Lepetit.
L’intento delle fondatrici è raccontato nel volume collettivo Non credere di avere dei diritti, in cui, riprendendo un volantino del 1974, scrivono: «La libreria sarà dunque “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”. Alle “opere (già) fatte” la libreria si propone di unire l’opera in corso della mente femminile. Come tale, essa sarà anche “luogo in cui si raccolgono esperienze e idee da far circolare”»1.
In queste poche parole si condensano i tratti essenziali che permangono nel tempo: la Libreria come negozio aperto sulla strada, in cui chiunque può entrare, è dunque un’impresa economica, creata non per trarne profitto seguendo le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura, bensì creata per valorizzare le opere scritte dalle donne, allora introvabili; allo stesso tempo la Libreria è un luogo politico, perché lo stare tra donne è l’inizio della politica delle donne: qui si possono incontrare liberamente per continuare a produrre pensiero ed esperienze da mettere in circolazione.
Il manifesto che ne annuncia l’apertura – tuttora visibile in Libreria – si conclude con queste parole in grassetto: «Abbiamo voluto fare incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte».
Così è cominciata la vita della Libreria. Uso non a caso la parola vita perché di questo si tratta: una forma di vita e di socialità femminile in cui si incrociavano e si incrociano lavoro volontario, amicizia, convivialità, svolte esistenziali, amori, desideri, progetti, in rapporti tra donne di varia età e provenienza sociale, liberamente scelti. Al centro la relazione tra Luisa Muraro e Lia Cigarini, figure di spicco del femminismo italiano, che per cinquant’anni ne sono state il cuore pensante. Infatti alla base dell’esistenza della Libreria e della sua politica ci sono le pratiche di relazioni tra donne, come differenza, disparità, affidamento, che la strutturano e che precedono la teoria. Come ripeteva spesso Lia Cigarini, «la teoria è la pratica messa in parole».
Per questo suo impianto la Libreria fin dall’inizio eccede sia la forma economica che quella organizzativa previste nella nostra società. C’è sì una responsabile retribuita, ma buona parte dell’attività si regge sul lavoro volontario. Le “turniste” danno la loro presenza mezza giornata a settimana per la vendita di libri e si riuniscono mensilmente per segnalare quelli da ordinare e per scambiarsi informazioni.
La politica del partire da sé e della relazione crea una struttura reticolare in cui il processo decisionale da una parte è affidato alla singola relazione o rete, seguendo il principio per cui “chi fa decide”; e dall’altra parte – quando si tratta di decisioni riguardanti scelte in comune per l’intera Libreria – ci si riunisce per parlarne. Si procede non per votazione o per costituzione di maggioranze, ma attraverso la circolazione della parola che assume autorità quando è capace di trovare la mediazione possibile e necessaria per tutte le altre. Le discussioni possono essere anche aspre ma ricomponibili, una volta chiariti i punti di vista contrastanti a partire da sé. È tuttavia anche capitato nel corso degli anni che ci siano stati conflitti non sanabili o inespressi, per cui qualcuna ha deciso di allontanarsi.
Agli inizi, le riunioni politiche si tenevano nel sottoscala della Libreria con donne sedute fin sulle scale di accesso per quanto erano gremite e tutte fumavano, come si usava in quegli anni, in un locale privo di finestre… Pure in quelle condizioni, che oggi definiremmo inaccettabili, sono nate idee che hanno fatto della Libreria delle donne di Milano uno dei maggiori centri di elaborazione del femminismo della differenza, conosciuto e apprezzato a livello internazionale.
La vocazione della Libreria alla produzione di pensiero e di scrittura ha fatto sì che presto diventasse anche casa editrice indipendente. Accanto ai primi cataloghi usciti tra il ’78 e l’88, segnalo Aspirina, rivista satirica creata da Pat Carra, e un foglio aperiodico del movimento, Sottosopra, che viene ripreso dalla Libreria quando c’è una importante questione da proporre. Nel 1996, per esempio, ha fatto molto discutere il Sottosopra rosso È accaduto non per caso, che annunciava la fine del patriarcato.
La rivista di pratica politica Via Dogana comincia le sue pubblicazioni nel 1991 grazie a un finanziamento dato a Luisa Muraro da Rosetta Stella e prosegue per 111 numeri fino al 2014, quando si trasferisce online con il nome di Via Dogana 3.
Dal 1995 cominciano le pubblicazioni dei Quaderni di Via Dogana. L’ultimo pubblicato, dal titolo Esserci davvero, è una preziosa intervista-conversazione che Clara Jourdan fa con Luisa Muraro, spaziando tra le esperienze e gli incontri della sua vita e la genesi dei suoi libri. Inoltre nel volume è riportata la sua amplissima bibliografia. Questo libro ha ispirato un partecipato convegno sul pensiero di Luisa Muraro tenuto a Milano, in Università Cattolica, dal titolo Come quando si accende la luce2. È stata una delle iniziative attuate nel 2025 per il cinquantenario della nascita della Libreria, assieme all’altro importante convegno tenuto nella sala Alessi del Comune di Milano, dedicato a cinquant’anni di femminismo con Lia Cigarini: Aprire la porta alla parola e alla libertà, di cui sono in corso di pubblicazione gli atti.
Attorno alla metà degli anni Ottanta, a seguito della proposta politica contenuta nel Sottosopra verde Più donne che uomini, le pratiche di relazione vengono portate nei rapporti sociali, cioè nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche, negli uffici, nelle amministrazioni comunali, nei quartieri, nelle università, in qualunque luogo ci siano donne pronte a scommettere di trasformare il mondo a loro misura, significando la differenza sessuale.
Io sono arrivata in Libreria nel 1983 a seguito della lettura di quel testo perché conquistata dalla libertà e dalla leggerezza di un’idea di politica basata sulle relazioni duali: bastava essere in due per esserci nel mondo e trasformarlo. Non si pensi che sia una politica di piccoli passi o di ambiti ristretti. Proprio la mia esperienza mostra come si tratti di ben altro.
Di mestiere insegnante, ho cominciato a portare le pratiche di relazione femministe a scuola e a scambiare con le altre, incontrandoci in Libreria. Ugualmente succedeva in altre città come a Verona, dove si era appena formata, presso l’Università, Diotima, la comunità filosofica femminile. Così, di relazione in relazione, ha preso vita la Pedagogia della differenza. Pochi anni dopo negli anni ’90 ho promosso con altre e altri l’Autoriforma gentile, un movimento di donne e uomini per molti anni presente e attivo a livello nazionale nelle scuole e sui media con una parola propria. Abbiamo lavorato soprattutto sul senso del nostro mestiere, organizzando convegni, pubblicando libri e producendo anche un film documentario, L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre (2008) ora fruibile liberamente su YouTube, ancora molto parlante sulla qualità della scuola.
Da quegli anni in Libreria c’è stato un fiorire di gruppi che ancora si riuniscono e si collegano con altre realtà in Italia. Li chiamo gruppi, ma sarebbe meglio dire reti di relazioni attorno a un progetto, e producono esperienze, pensiero, scrittura, partendo dal desiderio e dalla passione delle singole. In anni più recenti alcuni progetti sono stati molto significativi sul territorio cittadino: penso, ad esempio, all’Agorà del lavoro che ha coinvolto per vari anni, in uno spazio del Comune di Milano, numerose donne di provenienza diversa con appuntamenti mensili, mettendo al centro un pensiero femminile sul lavoro e l’economia; oppure penso alla mostra Vetrine di Libertà3 alla Fabbrica del Vapore (2019),con le opere di trenta artiste contemporanee. Evento arricchito da momenti di dibattito tra cui significativo quello sull’ecofemminismo con la presenza di Vandana Shiva.
Agli inizi del 2000 accadono in contemporanea due importanti cambiamenti per la Libreria: il trasferimento in via Pietro Calvi 29, con annesso un ampio locale attrezzato per gli incontri del Circolo della rosa; e l’inizio della sua presenza sulla piazza virtuale, soprattutto ad opera di Laura Colombo e Sara Gandini, che verrà accompagnata da riflessioni e scritti.
Il desiderio di esserci in rete con un proprio sito veniva dalle donne più giovani che già si muovevano in quell’ambito e vi vedevano la possibilità politica di prendere la parola con modi e ritmi diversi. C’era l’entusiasmo degli inizi, quando la rete sembrava uno strumento democratico che ampliava e velocizzava la presa di parola di tutte senza aspettare i tempi della carta stampata… saranno poi libri come Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff4 a far prendere coscienza di quanta incidenza abbia nelle nostre vite la potente trasformazione in corso.
La presenza virtuale della Libreria comincia con una condizione posta da Luisa Muraro, che già ne vedeva potenzialità e rischi: la creazione di una redazione ironicamente chiamata “carnale” per far sì che l’incontro in presenza fosse parte costitutiva del lavoro sui canali virtuali, che dopo il sito si ampliano in Facebook e Instagram. Questa condizione sarà quella più capace di preservare la Libreria dai due maggiori rischi che la rete comporta: da una parte l’individualismo narcisistico e dall’altra la logica dello schieramento. Ogni giovedì da venticinque anni si riunisce la redazione del sito e sia Instagram che Facebook hanno una propria redazione. Anche la rivista on-line Via Dogana 3 per la realizzazione dei singoli numeri si basa su un incontro pubblico, la cosiddetta “redazione aperta”, convocata al Circolo della rosa su un tema proposto dalla redazione “ristretta”.
Le sfide del presente sono molteplici e davvero impegnative. La prima, per nulla scontata, riguarda la stessa esistenza della Libreria. In un periodo in cui chiudono librerie affermate come la Hoepli o Tarantola, in cui la concorrenza di Amazon abbatte le vendite, tenere aperta la Libreria delle donne di Milano è una sfida che ci impegna ogni giorno, perché rimanga vivo un luogo di incontro e di pensiero femminista, che continui a contribuire a un orizzonte di trasformazione del mondo. Ne abbiamo discusso in un recente numero di Via Dogana 3 dal titolo Fare impresa femminista5 e stiamo mettendo a punto le modalità che ci permettano di continuare.
La seconda sfida portata avanti soprattutto dalle donne più giovani, riguarda come abitare la realtà virtuale. Ne parla approfonditamente Laura Colombo in Non è uno strumento che introduce il numero della rivista dal titolo Pensiero vivente e intelligenza artificiale66. Per lei la sfida è abitare questa realtà «senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo».
Con queste sfide comincia il cinquantunesimo anno della Libreria delle donne di Milano.
1Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, p.102.
2I contributi sono raccolti inLaura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis, Sesto San Giovanni 2026.
3Francesca Pasini, Chitra Cinzia Piloni (a cura di), Vetrine di libert. Libreria delle Donne di Milano, ieri, oggi, Nottetempo, Milano 2019.
4Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019.
5https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 giugno 2025
6https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 dicembre 2025
(Pedagogika, n. 4 luglio/agosto 2026)
In questo testo vorrei parlare della qualità e delle caratteristiche della presenza di Luisa Muraro all’interno dell’università di Verona, ma prima presento brevemente il suo percorso in università.
Nel 1975, con l’aiuto del filosofo Bontadini che aveva molta stima del suo pensiero radicato nel movimento delle donne, vinse un contratto di ricerca inizialmente a Padova e poi a Verona, dove continuò ad insegnare fino al 2005.
Nel 1984 con Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Annamaria Piussi, Diana Sartori e molte altre, tra cui anch’io, fondò una comunità di filosofia femminile dal nome Diotima, pensandola e facendo in modo che fosse parte costitutiva dell’università di Verona. Nel 1987 ha voluto fortemente e partecipato al libro di Diotima intitolato Il pensiero della differenza sessuale. Mi fermo un attimo su questo libro perché ha segnato tutto il percorso successivo non solo di Diotima, ma del pensiero stesso di Luisa. La chiave per comprenderlo è l’espressione “passione per la differenza sessuale”, che porta con sé due significati. Il primo si riferisce alla passione di portare il peso della differenza sessuale, già ampiamente codificata, che impedisce perciò di vivere liberamente la differenza femminile. Il secondo significato, che si incrocia con il primo, si riferisce all’aver passione per la differenza libera di essere donna, sperimentando soggettivamente e in relazione ad altri la scoperta di nuovi significati del significante donna. Del tutto imprevisti.
In tutti i suoi libri successivi Luisa Muraro è rimasta fedele alla differenza sessuale assunta come pensiero soggettivo, che non è oggetto di discorso, ma costituisce una via sessuata di leggere e interpretare il reale. Per le sue opere rimando all’amplissima bibliografia curata da Clara Jourdan nell’interessante intervista intitolata Esserci davvero.
Vorrei ora dire del suo modo di abitare l’università, così diverso dal mio. Proprio questa differenza mi aiuta a darne conto. Se io ho considerato fin da subito l’università come la mia casa, non era affatto così per Luisa Muraro che lavorava all’università facendo ricerca e insegnando – pratiche a cui teneva moltissimo – ma che sicuramente non si sentiva per niente a casa nei consigli di istituto e poi di dipartimento e del resto veniva considerata come una diversa, per certi segnali indiretti che però era facile avvertire. Certo lei veniva da anni di esperienze di autocoscienza, di pratiche dell’inconscio sperimentate nell’alveo del femminismo milanese, un femminismo che si radicava nelle relazioni e non aveva debiti di sorta con le istituzioni. L’università di Verona le permetteva la ricerca e l’insegnamento, ma a prima vista non c’era nessun ponte tra la realtà del movimento e quella istituzionale.
Per questo considero la fondazione di Diotima, una comunità di filosofe che hanno seguito la scommessa di trasformare dall’interno il corpus filosofico criticando il soggetto maschile-neutro e aprendolo allo sguardo significante femminile, come il primo passo da parte sua per creare un ponte fertile tra le pratiche politiche femministe e l’ambito delle pratiche più valorizzate all’università, cioè quelle che costituiscono la ricerca filosofica, a cui Luisa teneva molto. È stato un modo per far giocare assieme due parti di sé e della propria vita, che fino a quel momento restavano separate.
Accanto a questa, c’è un’altra esperienza in cui Luisa ha messo a frutto il suo sapere maturato nella politica delle donne aprendo uno spazio simbolico e politico all’università. Mi riferisco a quella che abbiamo chiamato “Autoriforma dell’università”. L’idea che ha guidato Luisa Muraro, Riccardo Ghidoni – un ordinario di Chimica biologica – e me è stata quella di considerare l’università certo come un luogo di poteri frammentati e allo stesso tempo gerarchici, di cui tutti sono consapevoli e ne partecipano direttamente o indirettamente, ma anche come un luogo amato per la cultura che vi circola e che è quello per cui studentesse e studenti vi si iscrivono al di là della pura e semplice formazione professionale, che pure è importante. Come far emergere questa università amata accanto e all’interno dell’università delle decisioni interessate e dei piccoli e grandi poteri?
Luisa Muraro proponeva di valorizzare le relazioni tra docenti e studenti e tra i docenti stessi in cui questa università amata si creava via via in un percorso di pratiche che in qualche modo erano già seguite ma rimanevano silenti, invisibili ai più. Persino a quelli che le praticavano, ma non si interrogavano su quello che facevano. Una leva per fare questo era il senso di un’autorità libera e circolante da riconoscere e riconoscersi e a cui poter attingere.
Cito un brano di Luisa Muraro dal libro che ha raccontato l’autoriforma e pubblicato nel 1996, Lettere dall’università, a cura di Luisa Muraro e Pier Aldo Rovatti, Filema ed., Napoli. Dà conto di come Luisa volesse fortemente far emergere dall’università ciò che più amiamo in essa: «Questo libro vuole essere altro, e insieme alla denuncia raccontare un’altra ovvietà sepolta e in genere muta. Che lì [nell’università] passa il sapere e con il sapere il desiderio; e che dentro a questa scassata comunità c’è un gioco interattivo di attese e risposte, dentro e attraverso i giochi di potere. Non tutti quelli che vi insegnano vi partecipano, ma certo in varia misura tutti gli studenti. Questa “cultura” che alla lettera fa esistere l’università, e anche l’università italiana, manda pochi messaggi e magari nessuno, come se non avesse abitudine a scriversi, come se non si ritenesse degna di essere pubblica. Il nostro libro comincia a raccogliere alcuni di questi messaggi inabituali. Si dice che l’università abbia perduto la sua “idea” ma cosa facciamo per farci un’idea dell’università? […] Sospettiamo che […] molti docenti e tutti gli studenti ce l’abbiano, e che sia in forza di essa che fanno l’università: l’università infatti non c’è, si fa. Bisognerà pure cominciare a dirlo, a dirselo» (p. 5).
L’autoriforma dell’università, cioè l’idea che l’università non ha bisogno di riforme istituzionali per trasformarsi in meglio ma fare riferimento alla fertilità di pratiche che “si fanno”, è stata sia il regalo più grande, che Luisa ha fatto all’università, sia il modo per poter vivere dall’interno l’università amandola, sia la via per seguire una politica delle relazioni e delle pratiche nel contesto del lavoro, che si differenzia radicalmente da una politica istituzionale di riforme legislative.
(*) Già docente di Filosofia teoretica nel dipartimento di Scienze umane
(Univrmagazine, 3 luglio 2026)
Volantino di invito al presidio per la pace di venerdì 24 luglio 2026 a Palermo, in piazza Massimo, dalle 18.00 alle 20.00
In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente.
Eppure c’è una fonte di emissione di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: chi paga davvero il costo delle guerre?
Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra.
Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni.
Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso.
[…]
Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima.
Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi.
Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano.
Rachel Carson lo aveva già intuito nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso».
Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato».
Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero indivisibili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale “Tessere la pace” promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace.
Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani.
(*) Il Presidio Donne per la pace di Palermo è promosso da: UDIPALERMO; Le Rose Bianche; Donne CGIL Palermo; Coordinamento donne ANPI; Emily Palermo; Governo di Lei; CIF; Le Onde; Arcilesbica; Donne della Comunità dell’Arca; Donne del Movimento nonviolento; Donne del Circolo Laudato si’.
(Pressenza, 16 luglio 2026)
Nell’incipit preistorico di 2001: Odissea nello spazio il primo utensile è una clava, un lungo osso che si rivela utile per uccidere prede, assassinare il capo di un gruppo rivale di ominini e, infine, essere lanciato in aria prima di un drammatico stacco di montaggio. Secondo questa lettura, il primo utensile fu un’arma. È un’interpretazione che si adatta bene ai primi strumenti di pietra. Le pietre tonde erano usate per colpire, quelle affilate per tagliare e trafiggere: immaginiamo che servissero ad aprire, spaccare, cacciare o uccidere. Ma le popolazioni preistoriche probabilmente usavano anche tipi diversi di utensili, fatti con altri materiali. Materiali vegetali come il legno dovevano essere impiegati di continuo, è solo che hanno meno probabilità di conservarsi. L’età della pietra fu anche l’età botanica. È un’ipotesi che apre molte altre possibilità, e una delle più stimolanti è quella dei contenitori. E se il primo strumento fosse stato un oggetto capace di contenere qualcosa di prezioso, così da poterlo trasportare o conservare? A pensarci, un contenitore è una delle cose più utili da avere. «Risolve un sacco di problemi», dice il paleoantropologo Marc Kissel, dell’Appalachian State University, in Carolina del Nord. «Apre una nuova nicchia ecologica». Insieme ad altri colleghi Kissel ha compilato un database dei contenitori preistorici. Gli esempi sono centinaia e coprono un arco di più di centomila anni, ma loro sostengono – credo a ragione – che si tratti solo di una minuscola frazione di quelli realmente esistiti. Il contenitore, oltretutto, è stato uno degli utensili più importanti. «È una delle cose che hanno permesso agli esseri umani di avere tanto successo», dice Kissel.
Difficile da definire
Creare un database dei contenitori preistorici non è semplice. Kissel e i suoi colleghi hanno passato più di un anno a setacciare la letteratura scientifica in cerca di esempi. Non potevano contare sulla presenza del termine “contenitore” o di un suo sinonimo, perciò hanno dovuto individuare tanti altri vocaboli che rimandavano a specifiche tipologie di contenitore. Nel 2025 hanno deciso di fermarsi, perché, racconta Kissel, «dovevamo smetterla di aggiungere materiale» e l’8 aprile hanno pubblicato sul Journal of Anthropological Archaeology un articolo con i dati raccolti. […]
Anche se hanno cercato quelli riferibili all’intero pleistocene, il periodo compreso tra 2,58 milioni e 11.700 anni fa, tutti gli esempi individuati sembrano risalire agli ultimi 500mila anni. Si tratta comunque di un notevole passo avanti nella nostra conoscenza del passato. Tradizionalmente, gli archeologi ritenevano che i contenitori fossero apparsi solo negli ultimi diecimila anni circa e li collegavano alla nascita dell’agricoltura e della vita sedentaria – la cosiddetta rivoluzione neolitica – e all’invenzione della ceramica. […] Ma secondo Kissel questa idea in larga parte era già stata abbandonata, perché presenta il neolitico come una cesura netta rispetto al passato, quando in realtà il cambiamento fu molto più graduale e frammentario. […] «Credo sia più utile pensare a una loro evoluzione progressiva», dice Kissel. […] Il contenitore più antico del database è un vassoio o piatto di corteccia. È stato trovato vicino alle cascate Kalambo, in Zambia, e ha tra i 400mila e i 500mila anni. Presso le cascate Kalambo sono stati rinvenuti alcuni straordinari oggetti in legno ben conservati: nel 2023 gli archeologi hanno descritto quelle che sembrano essere grandi strutture lignee, forse abitazioni, risalenti a 476mila anni fa. Tuttavia, la datazione del vassoio/piatto è meno chiara.
Vassoio di corteccia
Questo mostra un altro problema che il gruppo di Kissel ha dovuto affrontare: tanti di questi oggetti sono stati portati alla luce molto tempo fa, perciò le informazioni che li riguardano sono sepolte nella vecchia letteratura scientifica, spesso non disponibile online, e i metodi di datazione usati all’epoca oggi non sarebbero considerati adeguati. Il vassoio delle cascate Kalambo fu rinvenuto negli anni Cinquanta da un gruppo guidato dall’archeologo John Desmond Clark. La fonte principale su questo reperto è il Kalambo falls prehistoric site (1969), un’opera in due volumi di Clark, che contiene un capitolo di tre pagine del botanico Timothy Charles Whitmore dedicato a «corteccia e altri campioni». Esiste anche un articolo del 1958 che Clark scrisse per la rivista Scientific American. C’è ben poco materiale su cui lavorare.
Di conseguenza, anche se dai dati emergono alcune tendenze, Kissel avverte che rispecchiano soprattutto i limiti della documentazione archeologica piuttosto che la realtà della preistoria. […] Quello che comincia a emergere, dice Kissel, è quanto fossero diffusi i contenitori. In Europa, che è una regione ben studiata, gli esempi sono numerosi malgrado i problemi di conservazione, e questo ci fa capire che erano cruciali per la sopravvivenza umana.
Preistoria e femminismo
Uno degli usi più antichi dei contenitori, continua Kissel, era il trasporto dei bambini più piccoli, forse in fasce. Soprattutto le antropologhe lo sostengono da decenni. Tra le grandi scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i piccoli si tengono stretti alle madri, opportunamente ricoperte da una folta pelliccia che permette loro di aggrapparsi. Noi invece abbiamo perso quasi tutti i peli del corpo, e i nostri neonati sono così inermi da non riuscire ad aggrapparsi a nulla. Partendo da questa osservazione, Kissel suggerisce che i porta-bebè sarebbero stati utili quando gli ominini cominciarono a camminare su due gambe e persero gran parte della peluria corporea, diversi milioni di anni fa. «Gli australopitechi probabilmente usavano delle fasce», dice. Se è così, allora Lucy, la celebre Australopitheca afarensis, da neonata, 3,2 milioni di anni fa, probabilmente veniva trasportata in una fascia. Kissel ha insistito su un punto: nessuna di queste idee è nuova. Da decenni c’è chi sostiene ipotesi di questo tipo, ma stanno conquistando spazio lentamente, forse perché furono formulate per la prima volta nelle riletture femministe della preistoria, ingiustamente considerate stravaganti o poco realistiche. Nel 1976 le antropologhe Nancy Tanner e Adrienne Zihlman suggerirono che tra i primi utensili forse ci furono i cesti, usati dalle donne per trasportare cibo e altri oggetti. Si opponevano così a una visione della preistoria dominata dalla prospettiva maschile, che enfatizzava attività come la caccia ai grandi animali – erroneamente attribuita soprattutto agli uomini – e prestava poca o nessuna attenzione alle donne. La giornalista femminista Elizabeth Fisher suggerì qualcosa di molto simile nel suo libro del 1979 Woman’s creation: sexual evolution and the shaping of society, dove scriveva che «molti teorici ritengono che tra le prime invenzioni culturali dev’esserci stato un contenitore per conservare quanto veniva raccolto e un qualche tipo di fascia o rete per trasportarlo». La scrittrice Ursula Le Guin nel 1986 citò direttamente Fisher nel suo saggio The carrier bag theory of fiction. «Se non avete un posto dove metterlo, il cibo vi sfugge di mano – anche una cosetta pacifica e arrendevole come l’avena selvatica», scriveva. Un contenitore anche molto semplice consente di conservare un’eccedenza, il che significa potersene restare al riparo il giorno dopo se il tempo è brutto. Le Guin spinse questa idea molto oltre. Sosteneva che le nostre opinioni sulla storia e la preistoria sono dominate dall’azione e dalla violenza, come il primo strumento in 2001 e tutte le storie eroiche sulla lotta contro i draghi e i cattivi. Ma, diceva, esistono storie altrettanto legittime da narrare, storie incentrate su raccolta, cura dei figli, costruzione. Molte delle nostre storie parlano di «come Caino è caduto su Abele, la bomba su Nagasaki, e il napalm sui villaggi, e di quando i missili cadranno sull’Impero del Male e di tutti gli altri gradini nell’ascesa dell’Uomo», scriveva Le Guin. «Per timore che non ci siano più storie da raccontare, alcuni di noi, quaggiù tra l’avena selvatica e il grano alieno, pensano che sia meglio cominciare a raccontarne un’altra, che possa tramandarsi tra la gente quando quella vecchia sarà finita».
Reti di cooperazione
Mentre scrivo, riesco quasi a sentire certe lettere che alcuni stanno già preparando: diranno che la violenza ha sempre fatto parte della storia umana e che per capire la preistoria dovremmo attenerci ai dati. Il punto è che, per quanto mi è possibile, io mi sto attenendo ai dati. Sono sempre più numerose le prove che a rendere insolita la nostra specie non sono l’intelligenza, la creatività o l’aggressività – anche se indubbiamente possiamo avere tutte queste caratteristiche – ma la socievolezza, il bisogno di legami emotivi e la dipendenza reciproca. Ogni volta che una popolazione umana si è trovata isolata dalle altre, per esempio, è stata esposta a un rischio di estinzione molto maggiore: non aveva nessuno a cui chiedere aiuto. La nostra sopravvivenza dipende dalle reti di relazione e dalla cooperazione. Come, per esempio, condividere con un amico in difficoltà una parte del cibo che hai messo da parte usando quel pratico contenitore che ti sei costruito.
(Internazionale, 16 luglio 2026)
«Siamo partiti da un riarmo che doveva essere europeo e soltanto difensivo. Poi si è trasformato in un riarmo nazionale e in un sostegno all’Ucraina anche offensivo. Oggi si aggiunge un altro tassello: la costruzione di una minaccia russa permanente». Ida Dominijanni, giornalista e saggista, voce storica del femminismo italiano, usa un termine specifico: “costruzione”.
Crede che lo spauracchio di Putin sia stato creato dall’Occidente in modo volontario?
Non dico questo. Ma parlo di “costruzione” e “minaccia permanente” perché è stato deciso in modo lampante di entrare in una prospettiva di guerra definitiva con la Russia, calda o fredda che sia. E ascoltando quello che si dice sul riarmo, mi sembra molto più calda che fredda. La minaccia esiste, ma è stata largamente costruita.
Quando comincia questo processo?
Naturalmente l’invasione dell’Ucraina del 2022 è stata un atto in aperta violazione del diritto internazionale, anche se Putin non è stato certo un innovatore, penso ad esempio agli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Quell’invasione si è poi saldata con la strategia di Biden di contrapporre democrazie e autocrazie, una lettura già allora discutibile e che oggi, con Trump – un leader dai tratti autocratici nato dentro una democrazia – perde completamente di senso.
È una strategia irreversibile?
Se si legge la dichiarazione finale dell’ultimo vertice Nato di Ankara, la Russia viene descritta come una minaccia di lungo periodo, quasi permanente. Ripeto: significa concretizzare una nuova guerra fredda. È una prospettiva che andrebbe motivata molto meglio. Io, da cittadina europea, vorrei sapere esattamente in cosa consiste questa minaccia. Non mi basta sapere che i Paesi baltici o quelli nordici si sentono esposti. Vorrei dati precisi, specifici.
Lei vede anche una contraddizione nel racconto pubblico sulla Russia.
Da una parte ci viene detto che Mosca sarebbe pronta a invadere l’Europa; dall’altra che fatica ad avanzare in Ucraina. Le due narrazioni non stanno insieme. Mi sembra un dibattito molto ideologico, popolato di fantasmi. Sulla Russia influisce ancora, forse, un immaginario che riguarda l’Unione Sovietica, l’anticomunismo. Naturalmente pesa anche il giudizio, che condivido, su Putin. Ma trasformare la Russia nel nemico strategico permanente dell’Europa è un salto che mi pare davvero poco motivato.
L’Unione europea era nata come progetto di pace. Si è votata ad altro.
C’è certamente un cambiamento del senso comune europeo. Oggi la vocazione pacifista europea sembra aver lasciato il posto al ritorno della deterrenza. Ma la deterrenza era un concetto del Novecento: apparteneva a un altro mondo, che oggi non esiste più.
In questa corsa bellica ha un ruolo decisivo anche la spinta economica dell’industria militare?
Certo. Oltre alle ragioni geopolitiche e ideologiche, ci sono interessi molto concreti. L’Europa attraversa una crisi industriale, è in ritardo sulle grandi sfide tecnologiche e il riarmo diventa un tentativo di rispondere ai problemi dell’economia. Ma è una scelta che inevitabilmente comprimerà il welfare e i servizi essenziali.
La discussione divide il centrosinistra italiano.
Su questo tema, da elettrice, pretenderei una vera discussione pubblica, che finora non c’è stata. Forse non ci metteremo mai d’accordo sulle cause della guerra, ma almeno dovremmo discutere delle prospettive. Qual è la strategia europea nei confronti della Russia? Io non l’ho capito. La sinistra europea continua a muoversi dentro uno schema ereditato dall’amministrazione Biden, ormai anacronistico. Servirebbe una proposta autonoma. E credo che proprio l’Italia, per la sua tradizione politica e culturale, avrebbe la responsabilità di promuovere una discussione aperta.
Questo dibattito a quali conclusioni dovrebbe aspirare?
Tre punti. Contenere il riarmo entro ciò che è necessario a una difesa comune. Riaffermare l’Europa come forza di pace. E tornare allo spirito della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Perché le armi non si accumulano per tenerle nei magazzini: prima o poi vengono usate.
(Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2026)
Qualche giorno fa ho visto al MASI di Lugano K-NOW! Korean Video Art Today, otto voci della videoarte sudcoreana contemporanea, e conviene affrettarsi perché chiude il 19 luglio. La segnalo perché le artiste in mostra guardano la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, dalla parte di chi con le macchine lavora e ci fa i conti ogni giorno, e da lì aprono domande che la discussione corrente sull’IA raramente sa porre.
L’opera che affronta più direttamente la vita dentro un mondo calcolato è Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim. Protagonista è Ernst Mo, una rider che sfreccia in una Seoul ricostruita tra riprese reali e animazione 3D. Un errore del sistema di consegne la sdoppia su due linee temporali e la fa incontrare con la propria controparte, En Storm, anagramma del suo nome e della parola “monster”. Nata durante la pandemia, l’opera mette in scena la gig economy, il lavoro a chiamata gestito dalle piattaforme: la protagonista segue istruzioni automatiche che ignorano sempre più il suo corpo nello spazio, e l’ottimizzazione continua dei percorsi la conduce in una dimensione sospesa, dove spazio e tempo sono ridefiniti da un algoritmo. Kim, che lavora con intelligenza artificiale e motori di videogiochi attingendo al fumetto, alla filosofia, alla fisica, mostra come si costruisce la realtà nell’era dell’accelerazione tecnologica, e lo fa dando corpo e nome femminile a chi quell’accelerazione la subisce.
Sungsil Ryu con l’opera BJ Cherry Jang inventa il personaggio di una streamer virtuale e lo interpreta in prima persona, facendo satira dell’economia dell’attenzione e della costruzione performativa dell’identità sulle piattaforme di live-streaming coreane. Cherry Jang promette una “cittadinanza di prima classe” e qui la satira si fa critica di una società segnata da gerarchie e competizione esasperata, coreana ma non solo.
Jane Jin Kaisen, nata a Jeju e adottata da una famiglia danese, presenta Offering e Wreckage. Nel primo, un gruppo di apneiste di Jeju esegue una coreografia subacquea attorno al sochang, il lungo tessuto bianco che simboleggia il ciclo vitale e la cura dei legami familiari. Nel secondo, il lamento della sciamana Koh Sunahn, sopravvissuta al massacro del 1948 – la repressione della rivolta di Jeju, migliaia di civili uccisi o gettati in mare – alterna la voce di una madre a quella del figlio mai ritrovato, sopra le immagini di propaganda dell’esercito statunitense. Il mare agisce da archivio di memorie traumatiche e insieme da principio rigenerativo: un lutto recitato da una madre, che diventa memoria collettiva.
Accanto a loro, il collettivo “eobchae” (di cui fa parte Nahee Kim) porta l’IA al centro con ROLA ROLLS: un futuro in cui l’evoluzione umana si ispira alle “epoche” dell’apprendimento automatico (i cicli in cui l’algoritmo ripassa i dati per migliorare le proprie prestazioni): un’evoluzione veloce, programmata, ottimizzata, dove il corpo diventa un dispositivo che supera i propri bisogni biologici in nome dell’efficienza.
La novità che queste artiste portano sta nel loro punto di partenza. Non discutono l’intelligenza artificiale in astratto, al contrario, la interrogano a partire da corpi situati, quasi sempre femminili – una rider, una streamer, delle pescatrici in apnea, una sciamana – e da ciò che nella trasmissione tra generazioni resta vivo o va perduto. Il tessuto bianco di Kaisen, passato di mano in mano sott’acqua, e l’algoritmo di Kim che ottimizza cancellando il corpo, stanno agli estremi delle domande che la mostra consegna a chi la guarda: che cosa tiene insieme l’esperienza, quando a organizzarla è una macchina? E che cosa si trasmette ancora di vivo, quando la trasmissione stessa viene automatizzata?
K-NOW! Korean Video Art Today, MASI Lugano (LAC), fino al 19 luglio 2026
(www.libreriadelledonne.it, 10 luglio 2026)