di Eman Abu Zayed*
Nel campo profughi di Nuseirat, nella zona centrale di Gaza, Sohair Al Bordani sta cercando di affrontare una vita completamente diversa da quella che conosceva prima della guerra. Sohair ha trent’anni e l’offensiva israeliana l’ha costretta ad abbandonare la sua casa a Jabaliya. Dopo dieci anni di matrimonio e dopo essersi presa la responsabilità di crescere i suoi quattro figli, Sohair non crede più che aspettare soluzioni o portare avanti procedimenti legali possa cambiare la sua difficile realtà. Con l’intensificarsi delle pressioni economiche e psicologiche causate dalla guerra, le controversie familiari si erano complicate e portare avanti il matrimonio era diventato estenuante. Pur cercando di far valere i propri diritti attraverso i canali legali, ha scoperto che accedere alla giustizia in quelle circostanze era diventato estremamente difficile.
«La guerra ha aumentato la tensione in famiglia, in un momento in cui anche i beni di prima necessità erano difficili da procurare», racconta Sohair. Con le procedure legali interrotte e il perseguimento delle cause sempre più difficile, Sohair ha preso la dolorosa decisione di rinunciare ai propri diritti alla ricerca di un nuovo inizio, lontano da anni di sofferenza: «Ho rinunciato a tutto perché ottenere uno qualsiasi dei miei diritti in queste circostanze era diventato estremamente difficile. Volevo solo trovare la pace e iniziare una nuova vita, lontana da tutto ciò che avevo vissuto».
La storia di Sohair Al Borani riflette la realtà di molte donne e famiglie di Gaza, rimaste intrappolate in procedimenti giudiziari in sospeso. Nonostante la guerra in corso, i casi relativi allo stato personale hanno continuato a essere sottoposti ai tribunali religiosi. Secondo lo sceicco Hassan Al-Jojo, presidente del Consiglio supremo della Magistratura della sharia nella Striscia di Gaza, i tribunali hanno registrato circa 8.701 casi di divorzio dall’inizio della guerra fino alla fine di maggio 2026. I tribunali hanno continuato a gestire i casi di diritto di famiglia nonostante le notevoli difficoltà, tra cui i danni agli edifici giudiziari e la carenza di giudici e personale.
Oltre ai casi di divorzio, i dati del Consiglio supremo mostrano che i tribunali hanno gestito circa 82.126 pratiche durante la guerra. Le corti hanno continuato a operare, nove dei dieci tribunali sono stati riaperti e «i servizi essenziali, tra cui le pratiche relative a matrimoni e divorzi e altre procedure non si sono interrotti», afferma Al-Jojo. Tuttavia, aggiunge che i tribunali operano con risorse fortemente limitate. Ogni corte dispone di un solo computer e le ripetute interruzioni di corrente, la carenza di materiale stampato e di forniture d’ufficio di base incidono sul loro lavoro. «La priorità in questa fase è continuare a fornire il servizio piuttosto che svilupparlo», afferma Al-Jojo.
I dati relativi ai divorzi da soli non riflettono appieno l’impatto della guerra sulle famiglie. Le conseguenze si sono estese alla capacità delle donne di far valere i propri diritti legali dopo la separazione, in particolare nei casi riguardanti gli alimenti, l’affidamento dei figli e i diritti finanziari, in un contesto caratterizzato da restrizioni alla libertà di movimento e dall’interruzione delle procedure giudiziarie. Nel caso di Aya Al-Sweiti, dopo essere stata sfollata da Jabaliya a Nuseirat, l’accesso ai propri diritti legali è diventato un’ulteriore sfida, portandola infine a rinunciare.
Per Suad Al-Naami, ventidue anni, la fine del suo matrimonio è arrivata molto prima di quanto si aspettasse. Dopo soli cinque mesi, si è trovata ad affrontare litigi legati alle condizioni di vita nelle tende e alle difficoltà dello sfollamento. Racconta che vivere in una tenda, insieme alla perdita di privacy e alle difficoltà nel soddisfare i bisogni primari, ha reso i conflitti più complessi. Questo l’ha spinta ad abbandonare il tetto coniugale per due mesi prima di prendere la decisione definitiva di porre fine alla relazione tramite il khul’ (divorzio avviato dalla moglie) piuttosto che rimanere in una situazione emotivamente estenuante.
«Non avrei mai immaginato che la mia vita matrimoniale sarebbe iniziata in questo modo. Speravo che avremmo avuto una casa e una vita stabile, ma lo sfollamento ha reso tutto più difficile – racconta – Vivevamo sotto un’enorme pressione. Non c’era privacy e ogni aspetto della vita diventava estenuante. Anche le questioni più banali si trasformavano in conflitti». Suad spiega che porre fine al matrimonio non è stata una decisione facile, soprattutto perché le ha richiesto di rinunciare ad alcuni dei suoi diritti, «ma sentivo che affrontare un lungo procedimento legale e aspettare per anni non avrebbe fatto altro che aumentare la mia sofferenza. Volevo solo ricominciare da capo. Rimanere in una relazione piena di problemi era più difficile della decisione di separarci».
L’avvocato Mohammad Al-Tala’a afferma che la guerra ha influito in modo significativo sul funzionamento delle istituzioni giudiziarie, limitando la possibilità delle persone di accedere alla giustizia. La distruzione dei tribunali e delle procure ha portato al rinvio di migliaia di udienze e alla sospensione di molti procedimenti. Migliaia di fascicoli e documenti sono andati perduti a causa dei bombardamenti, rendendo difficile dimostrare i propri diritti. «La guerra – spiega Al-Tala’a – ha creato circostanze eccezionali per quanto riguarda la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione delle sentenze, rendendo il ripristino dei servizi giudiziari e lo sviluppo di meccanismi alternativi per la conservazione delle prove e dei documenti tra le priorità durante la fase di recupero e ricostruzione».
«I casi relativi agli alimenti, all’affidamento e al divorzio – continua – sono tra i più delicati a causa del loro impatto diretto sulla vita. La sospensione dei servizi di esecuzione dei tribunali ha lasciato molte donne aventi diritto agli alimenti senza una fonte di sostegno finanziario, senza cibo, medicine e alloggio, aumentando al contempo gli importi accumulati non pagati e rendendo più difficile la riscossione futura».
Al-Tala’a spiega che la continua sospensione dei procedimenti di divorzio ha lasciato alcune donne intrappolate in relazioni coniugali. «Le controversie familiari irrisolte – conclude – hanno avuto ripercussioni sui bambini, sia impedendo ad alcuni di mantenere i contatti con uno dei genitori, sia aggravando il disagio psicologico causato dall’instabilità familiare, oltre al trauma provocato dalla guerra stessa».
Tra cause pendenti e diritti negati, molte persone a Gaza attendono giustizia. Mentre i casi si accumulano, la garanzia dell’accesso dei cittadini ai propri diritti rimane un passo essenziale verso la ripresa.
(*) scrittrice palestinese e studentessa di traduzione a Gaza
(il manifesto, 27 agosto 2026)
Il Famedio o “Tempio della fama” occupa la parte centrale del Cimitero Monumentale di Milano e accoglie le tombe e le iscrizioni delle personalità che hanno reso celebre la città. Tra i 14 nomi che quest’anno nella cerimonia del 2 novembre verranno ufficialmente iscritti c’è quello di Luisa Muraro a riconoscimento dei suoi meriti intellettuali e umani che hanno vivificato la cultura della città.
Intervistata per il volume collettivo Pensare Milano1 Luisa Muraro scrive:
«Mi piace abitarci perché qui c’è società femminile, perché le donne che vivono in questa città, anche quelle che provengono da fuori, ereditano una storia di dignità femminile, una storia di esistenze femminili importanti. Maria Gaetana Agnesi matematica del secolo XVIII, dedicò le sue “Istituzioni analitiche” all’imperatrice Maria Teresa; Anna Maria Mozzoni, la migliore esponente del femminismo italiano nel secolo XIX, milanese di Rescaldina, conosceva e ammirava la figura di Guglielma. Una donna che ama la libertà, venendo a Milano queste cose le avverte, anche se le ignora nel dettaglio. Io le ho avvertite».
1 Marina Calloni, Marisa Bertoldini, a cura di, Pensare Milano. Intellettuali a confronto con la città che cambia, Guerini e Associati, Milano 1992
(www.libreriadelledonne.it, 17 settembre 2026)
Il 16 settembre 2022 la giovane moriva in cella. Oggi molte donne continuano a non indossare l’hijab e i giovani parlano di libertà con una naturalezza che prima non avevano: il cambiamento si è sedimentato nonostante la repressione accentuata dalla guerra
Di acqua sotto i ponti del Medio Oriente, da quel 16 settembre di quattro anni fa, ne è passata tanta. Una giovane donna, Mahsa Jîna Amini, arrestata dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo, moriva in stato di detenzione. Qualcosa in Iran, da quel momento, non è più tornato come prima, anche se la ricorrenza passa largamente sotto silenzio all’interno del paese.
Il movimento nato da quella uccisione, Donna, Vita, Libertà, non si è esaurito nei mesi di proteste che nel 2022 attraversarono il paese da un capo all’altro. Ha lasciato un segno più lento da misurare, meno vistoso di un corteo represso a colpi di fucili a pallottole di gomma e lacrimogeni, ma probabilmente più duraturo. Ha cambiato il modo in cui la società iraniana guarda al potere.
Gli eventi hanno provocato una crepa anche dentro il mondo accademico e intellettuale che la Repubblica islamica aveva costruito con pazienza per decenni. Il progetto teorico che voleva leggere la società solo attraverso una sociologia islamica, fondata sui principi religiosi e sulla rivelazione, accantonando i concetti nati in Occidente, ha mostrato i suoi limiti.
Per anni, almeno nelle università, la sociologia laica era stata vista come uno strumento estraneo, importato, quasi ideologicamente sospetto. Le proteste del 2022 hanno messo a nudo i limiti di quell’impianto. Difficile spiegare con le categorie della sociologia islamica una generazione di ragazze che si toglie il velo in piazza sapendo di rischiare l’arresto, o un movimento che parla apertamente di autonomia individuale e diritti di genere.
I sociologi di formazione laica, più abituati a un’analisi empirica e meno vincolati a una cornice ideologica, si sono trovati improvvisamente più attrezzati a leggere quello che stava accadendo. Non è un dettaglio da poco. È il segno di una frattura tra una parte della società, in gran parte giovane, e le fondamenta teocratiche su cui lo stato ha costruito la propria legittimità. Da qui è nata una domanda che resta al centro di tutto: cambiare i governanti basta, o serve cambiare la struttura del potere?
La reazione del potere si è tradotta in repressione, e quella sì ha funzionato, nel senso stretto del termine. Arresti, condanne pesanti, manifestanti uccisi, l’onda di piazza si è ritirata. Ma chi pensa che questo significhi un ritorno alla situazione precedente sbaglia.
Molte donne continuano a non indossare l’hijab obbligatorio e lo fanno ogni giorno, in modo silenzioso, senza bisogno di uno slogan da gridare. La resistenza civile è diventata abitudine, un gesto quotidiano più che un atto politico dichiarato. I giovani parlano di libertà e di scelta con una naturalezza che prima non avevano, o che avevano solo in privato.
Poi sono arrivate le guerre, e hanno cambiato la scala del problema. La guerra dei dodici giorni nel giugno 2025 e il conflitto successivo che nel 2026 hanno inferto un colpo durissimo a un’economia già fragile. La moneta locale ha perso enormemente valore, l’inflazione ha superato il 70 percento sui beni alimentari di prima necessità.
La guerra ha mostrato un paese diviso, forse più diviso di prima. C’è chi ha sperato che i missili statunitensi facessero quello che decenni di proteste non erano riusciti a fare, e chi invece ha visto in ogni bombardamento straniero un torto in più da aggiungere a quelli già subiti dal potere. In mezzo, la maggioranza della popolazione, stretta tra due dolori che non si escludono a vicenda.
Poi però sono arrivate le immagini degli impianti petroliferi in fiamme, dei quartieri di Teheran sventrati, e qualcosa si è incrinato anche in chi all’inizio aveva tifato per la guerra. Guardare bruciare il patrimonio industriale del paese valeva più del prezzo che molti erano disposti a pagare per un cambio di sistema. Altri, tra le macerie delle case, si chiedevano solo cosa fare il giorno dopo.
Sospesa la fase più intensa del conflitto, la repressione non si è fermata, anzi. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di un aumento delle esecuzioni. Eppure le donne continuano a togliersi il velo per strada, guerra o non guerra, come se quella battaglia fosse ormai indipendente da tutto il resto. C’è anche chi rifiuta sia l’aggressione straniera sia le giustificazioni del potere centrale e chiede un cambiamento che nasca dal basso. Ma resta minoritaria, schiacciata tra chi vuole più guerra e chi la rifiuta del tutto.
Quattro anni dopo, insomma, non c’è stata una rivoluzione, ma piuttosto un cambiamento lento, mentre lo Stato ha continuato a irrigidirsi in risposta, in un braccio di ferro che la guerra rende più teso e più povero per chi lo vive ogni giorno.
L’Iran libero del futuro, quando verrà, porterà addosso il segno di chi lo avrà pagato di persona, specialmente le donne del movimento Donna, Vita, Libertà, che hanno aperto la strada a quella libertà millimetro per millimetro, spesso a un prezzo altissimo.
Quelle arrestate, quelle uccise, quelle che ancora oggi si tolgono il velo. Non è un dettaglio di contorno della storia. È la base su cui quella libertà sarà stata costruita.
(il manifesto 16 settembre 2026)
La notizia della condanna da parte del Regno Unito e di altri dieci Paesi delle azioni efferate dei coloni in Israele è una notizia di straordinaria e finalmente positiva portata. Essa segna la fine della omertà generale con le condotte ormai decennali dello Stato di Israele volte a sradicare la presenza palestinese in Palestina. Dicono i minimizzatori che si tratta solo di alcuni Paesi e non dell’Unione Europea, e che la censura è rivolta ai coloni e non allo Stato come tale. Ma tra questi Paesi ci sono due membri del Consiglio di Sicurezza, ci sono la Spagna e il Canada, (non Tajani e la Meloni); e soprattutto c’è la Gran Bretagna, antica detentrice del mandato sulla Palestina, che con la famosa dichiarazione Balfour fornì la prima legittimazione all’istituzione dello Stato, o del “focolare” ebraico in Palestina, e questo spiega la durissima reazione di Netanyahu contro il solo governo inglese; e quando si parla di coloni si parla dello Stato di Israele, che moltiplica gli insediamenti ebraici nei Territori occupati della Cisgiordania, perseguita i palestinesi che vi abitano e li combatte in tutti i modi con il suo esercito, così come quando Israele dice di combattere Hamas, in realtà intende la lotta contro l’intero popolo palestinese.
L’oggetto della condanna e delle conseguenti sanzioni internazionali contro Israele è la pulizia etnica e in sostanza il genocidio ancora in corso, con la sconcertante aggravante della denunzia della complicità personale di Netanyahu nell’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre, denunzia che conferma altre fonti già precedentemente fattesi sentire in Israele; questa volta però ce ne sarebbe la prova nella comunicazione che il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe fatto al premier israeliano della imminente azione di Hamas, informazione a cui Netanyahu non diede alcun seguito, né allertando l’esercito né avvisando i servizi segreti. Naturalmente occorre cercare la motivazione politica di simile aberrante comportamento, altrimenti si tratterebbe di un atto di pura follia; e la motivazione va cercata nella determinazione più volte manifestata da Netanyahu di voler dedicare tutta la sua carriera politica e la sua stessa vita all’obiettivo di rendere impossibile la realizzazione in qualsiasi forma di uno Stato palestinese, risultato finalmente ottenibile con la soppressione dell’esistenza stessa di un popolo palestinese in Palestina. Progetto questo non perseguibile se non attraverso operazioni che la Convenzione dell’ONU qualifica come genocidio; impresa che il governo di Israele non avrebbe potuto intraprendere se non se ne fosse data un’occasione che crudelmente la giustificasse, come appunto doveva essere il massacro del 7 ottobre.
Che questa debba essere la ricostruzione di quello che è avvenuto dopo il 7 ottobre, sia nella gestione del dramma degli ostaggi, sia nell’accanimento dell’esercito israeliano, sia nell’uso di armi di distruzione di massa come la fame e la sete, sia nella passività più o meno rassegnata della comunità internazionale, è cosa che non solo comporta la fine politica di Netanyahu, ma probabilmente nel lungo termine porta con sé la fine non certo della esistenza dello Stato di Israele, ma della sua natura di Stato ebraico identitario e monoetnico, con gli Ebrei titolari di diritti esclusivi, presidiato da una assoluta e blasfema legittimazione religiosa, ossia di una versione settaria del sionismo. Vale a dire che paradossalmente, proprio quando Hamas appare massimamente debellata e sconfitta, in realtà consegue il fine della sua lotta, che è la messa in causa dello Stato di Israele come Stato-nazione del solo popolo ebraico, “legato” all’intero popolo ebraico e votato agli insediamenti, come lo definisce la Legge fondamentale del 2018, in contrasto con gli ideali ebraici e democratici delle origini (i kibbutz “socialisti”!). Che questo sia l’esito delle politiche sconsiderate di Netanyahu e dei partiti ortodossi, dopo e contro il Rabin degli accordi di Oslo e lo Sharon del ritiro dei coloni da Gaza, è paradossale: ma queste sono talvolta l’eterogenesi dei fini e le sorprese della storia, che non sempre è quell’Angelo cieco che volta le spalle al futuro verso cui una tempesta lo sospinge, descritto dalla filosofia della storia di Walter Benjamin. E potrebbe anche venirne quello straordinario dono al mondo che sarebbe, contro la riduzione statalista, il recupero da parte dell’intero ebraismo della fede e della profezia biblica che ne fanno un irrinunciabile patrimonio dell’umanità.
(Prima Loro, 14 settembre 2026)
L’ostilità e la violenza di tanti uomini contro Emma Bonino non si spiega con le categorie della critica o con la differenza di idee. È un fatto personale, e per questo più profondamente politico.
È il riemergere dal profondo della misoginia maschile. Quella che ha spinto i maschi a dire, tante volte, alle femministe – o anche a una sola donna – «Ora esagerate».
Il patriarcato è stato la cancellazione della donna come soggetto. Il femminismo radicale degli anni ’70 ha rotto il giocattolo. Le donne si sono sottratte. Da allora troppi pochi maschi hanno fatto i conti con il risentimento e la rabbia provate per la fine del sostegno delle donne al patriarcato. Alcuni hanno capito così male che hanno parlato di “guerra tra i sessi”. Veniva invece al mondo una cosa imprevista, la libertà femminile.
Il populismo ha riaperto il vaso di Pandora, ma la misoginia è maschile, non è di destra o di sinistra. Il femminismo normalizzato, addomesticato, riportato nell’alveo dei tanti movimenti di emancipazione da integrare, ha consentito alla misoginia di rimanere sottotraccia, per anni. Ma ora non riesce più a starci.
La forza simbolica del riconoscimento di autorità a una donna come Bonino è immensa, proprio perché ci riporta al taglio fatto dalle donne negli anni ’70, che è ancora percepito da tanti come inaccettabile. A quello spostamento, a quelle donne bisogna tornare.
Tutto questo fa chiarezza. Sarà bene farci i conti prima che tutta la politica sia risucchiata nel campo populista. Il passo è breve.
Mentre l’immediatezza con cui tante donne (e uomini) hanno riconosciuto in Bonino qualcosa di importante per sé è il segno che nel campo della vita c’è anche altro.
(Facebook, 13 settembre 2026)
di Luciana Castellina

Ne parlo con ritardo, giacché la Biennale cinema di Venezia è ormai terminata. E però ho inutilmente atteso che su Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo si animasse un dibattito che invece non c’è stato. A me questo documentario girato da Francesca Archibugi, una delle nostre registe più significative, che fra l’altro ha conosciuto Carla Lonzi assai bene, visto che ne è diventata addirittura la nuora, sposando il figlio di Carla e del suo primo marito Battista Lena, ha destato una vera emozione.
Il particolarissimo pregio del film di Francesca Archibugi è di averci raccontato Carla non attraverso descrizioni altrui, o limitandosi ai suoi scritti, ma portandola sullo schermo, grazie ai tanti filmati rintracciati, in cui è lei che parla e pratica quello che dice, nel privato e nel pubblico. Perché è questo l’aspetto più prezioso del suo contributo alla scoperta della donna – per millenni considerata, ora una costola dell’uomo, nel libro sacro agli ebrei, ora una bambola esplosiva, nel mito greco di Pandora – restituendole la sua verità. Una verità sperimentata da Carla, nella sua vita professionale, quello della critica d’arte, e nella vita personale, fino a denunciare la differenza fra uomo e donna nel piacere sessuale, nel suo libro La donna clitoridea e la donna vaginale. Perché il femminismo che Carla Lonzi ha sempre difeso e raccontato è quello della differenza, che spinge la donna a non inseguire e imitare l’uomo, ma a inventarsi nuova e diversa.
Per questo ho provato emozione a vedere a Venezia questo film, perché per il femminismo delle giovanissime, il Femminismo della Differenza che Carla Lonzi ha sostenuto, è stato un salto di qualità importantissimo per la difficile ricerca di cosa sia essere donna («il lavoro di tutta una vita», diceva Simone de Beauvoir). Purtroppo oggi questo femminismo è largamente marginale. E quanto si ricorda di lei sono soprattutto i titoli provocatori dei suoi libri, a cominciare da Sputiamo su Hegel.
Il film, infatti, insieme alla ripubblicazione da parte della casa editrice Tartaruga di molti degli scritti di Carla, aiuterà a riportare questa grande donna all’attenzione delle ragazze. E ad allargare l’interesse che per Rivolta femminile ha cominciato finalmente ad accendersi anche all’estero.
Anch’io, per ragioni opposte – cioè non perché troppo giovane ma perché troppo vecchia – ho scoperto Rivolta femminile, il movimento animato all’inizio degli anni ’70 da Carla Lonzi insieme alla pittrice Carla Accardi ed Elvira Banotti e, brevemente, Ginevra Bompiani, solo quando ero già vecchiotta. La mia generazione, pur essendo la stessa di quella di Carla – sono solo di tre anni più vecchia di lei – il femminismo lo ha scoperto molto più tardi. Io odiavo essere donna, e cioè essere sempre «un po’ meno», e in tutti i primi vent’anni di milizia politica nel Pci mi sono sforzata di nascondere il mio essere donna scegliendo sempre incarichi cosiddetti maschili. Ad avvicinarmi al mistero dell’essere donna è stata tuttavia un’organizzazione che femminista non era, ma è stata un grande movimento che ha mobilitato milioni di donne sui concreti problemi della vita sociale: l’Udi.
Per essere sincera, ad aprirmi bruscamente gli occhi fu mia figlia, che un giorno mi chiese: ma perché vai sempre a cena fuori con i maschi e mai con le donne? Era vero, e non me n’ero accorta; quella domanda mi ha spinta a riflettere. E a scoprire la questione principale: la valorizzazione della differenza femminile contro l’uguaglianza. L’ho scoperta con i gruppi di autocoscienza, formidabile strumento di inchiesta su noi stesse, che sposta l’obbiettivo dal vedersi riconosciute come maschi inferiori a quello di dare al genere femminile il riconoscimento pieno della sua diversità; ma perché questo avvenga, il sistema in cui viviamo deve modificarsi in ogni suo aspetto.
A insegnarmi il femminismo della differenza sono state alcune fra le mie più giovani compagne della Fgci – Lia Cigarini in particolare, prima segretaria di una Fgci importante come quella di Milano, e poi l’incontro casuale con Luisa Muraro, giovane docente della Cattolica di Milano. Insomma: le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, tutt’ora punto di riferimento essenziale per il dibattito femminista.
Carla è mancata all’inizio degli anni ’80. Lia e Luisa, qualche mese fa. Vorrei che le più giovani continuassero il loro percorso. Vorrei che si combattesse esplicitamente quello che chiamo «l’imbroglio del neutro», il riferimento di tutti i diritti dei nostri codici e anche della nostra sia pur bellissima Costituzione a un individuo neutro, che in natura non esiste. E infatti il vero modello è disegnato sull’identità maschile, dentro la quale è stata clandestinamente inserita e mutilata l’identità femminile.
Tanto per rendere più chiara la nostra situazione: è vero che le donne, per esempio, sono riuscite a essere maggioranza in Italia nella magistratura e nel settore sanità, ma poi si scopre che il 90% degli uomini che lavorano in questi settori hanno dei figli, mentre le donne solo per il 30%. È chiaro che non si tratta di una scelta, ma della grande difficoltà e fatica per una donna di occuparsi dei figli praticando questi mestieri. Le donne hanno certo il diritto di rinunciare alla maternità, ma questa non può certo essere amputata.
Insomma: non vogliamo fare le stesse cose degli uomini, vogliamo che tutto il sistema sociale tenga conto della nostra differenza. Qualcosa di simile aveva denunciato Karl Marx nella sua Critica al programma di Gotha, sia pure riferendosi alla differenza fra operaio e padrone e non fra uomo e donna! Ma sono certa che oggi ci avrebbe certamente capite.
N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.
(il manifesto, 13 settembre 2026)
Cari compagni (maschi) che vi state affannando a prendere le distanze da Emma Bonino e dai Radicali nonché dal suo e dal loro contributo alle conquiste del divorzio e dell’aborto, devo dirvi che non sono d’accordo con voi e di più, che trovo nelle vostre argomentazioni i segnali preoccupanti non so se di una regressione culturale o dell’ennesima dimostrazione che del rapporto fra rivoluzione femminile e politica tradizionale, di destra e di sinistra, non riuscite proprio a capire i fondamentali, esattamente com’era già ai tempi del divorzio e dell’aborto. Emma Bonino è stata una liberal-liberista-libertaria, una combinazione che dava fastidio a tutti, a destra perché libertaria, a sinistra perché liberista. Non ne voglio fare un monumento: specialmente negli ultimi decenni, la combinazione di cui sopra virava con più evidenza verso il liberismo, verso un europeismo acritico, verso un allineamento atlantista detestabile. Ma è stata anche una donna che ha fatto battaglie sacrosante per sé e per tutte, e le ha fatte con la pratica, non solo a parole: lo sa bene chi ha dovuto interrompere una gravidanza quando la legge vietava di farlo, e le radicali, Emma compresa, consentivano di farlo. Inoltre è giusto, giustissimo ricordare che né la legge sul divorzio né quella sull’aborto sono state solo conquiste dei Radicali, i quali se ne attribuiscono truffaldinamente il merito; ma è ingiusto, ingiustissimo attribuirle solo al Pci o al parlamento, i quali, senza la spinta del femminismo in primis e dei Radicali in secundis (nonché dei socialisti, di cui non parla mai nessuno), quelle leggi, specialmente la seconda, non le avrebbero fatte neanche sotto tortura. È vero che i Radicali sono responsabili di molte campagne antipartitocratiche che alla lunga sono diventate senso comune antipolitico, così come è vero che ai Radicali dei diritti civili importava molto e dei diritti sociali zero; ma non è giusto piegare tutta la storia complicata degli anni Settanta a polemiche che sono di oggi. Ma c’è una cosa sopra tutte che mi stupisce e mi avvilisce: il fatto che tuttora non capiate che la questione della libertà femminile è stata ciò che ha diviso, non unito, donne e sinistra negli anni Settanta, perché a sinistra, e segnatamente nel Pci, non trovava accoglienza, mentre ne trovava un po’ di più in un’area liberal-libertaria all’epoca meno compromessa con il liberismo di quanto sia diventata in seguito.
Io non ho conosciuto di persona Emma Bonino se non nei primi anni Duemila, in occasione di un’intervista che le ho fatto per un programma di Radiotre, quando ebbi l’impressione di una donna non priva di durezze, che aveva a cuore le altre donne ma non aveva familiarità con il “mio” femminismo che tuttavia rispettava e ascoltava. Non ho condiviso molte delle sue posizioni sulla politica estera e sulla politica sociale. Ma le sono grata lo stesso, per ciò che di buono ha fatto per sé e per noi tutte.
(Facebook, 12 settembre 2026)
Alla notizia della morte suicida di Denise, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009, fatta a pezzi e sciolta nell’acido dal marito ’ndranghetista Carlo Cosco, ho sentito un grande dolore e un profondo turbamento. Dolore per un’altra giovane vita andata perduta. Turbamento legato alla memoria di altre donne, appartenenti a famiglie mafiose, che si sono “suicidate” o sono state “suicidate”, dopo essere diventate testimoni o collaboratrici di giustizia contro i propri famigliari. Penso a Rita Atria, la diciassettenne che il 26 luglio 1992, pochi giorni dopo la morte di Borsellino, per lei come un padre, si è buttata dal balcone dell’appartamento dove, da pochi giorni, era stata trasferita dall’Alto Commissario dell’Antimafia. Dalla Sicilia era stata portata a Roma, in località protetta, sotto falso nome. Giovanna Cucé e Nadia Furnari in un recente libro-inchiesta dal titolo Io sono Rita. Rita Atria la settima vittima di via D’Amelio, dopo aver visionato le carte processuali e altri documenti, si dicono convinte che quella morte non è del tutto chiara e convincente e che qualcosa nel sistema di protezione non ha funzionato come doveva. Penso a Maria Concetta Cacciola che, divenuta testimone di giustizia, a un certo punto uscì dal programma di protezione per tornare dai suoi figli, lasciati colpevolmente alla sua famiglia mafiosa da cui voleva fuggire, per il loro bene. La “suicidarono” il padre e la madre, che sono stati poi processati e condannati. Penso a Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la sua collaborazione con i magistrati. Denise, il cui volto non ho mai visto, il 6 settembre si è lanciata dalla finestra di casa sua, al terzo piano di una palazzina ad Ariccia, in provincia di Roma. Viveva lì da qualche anno e nessuno conosceva il suo vero nome. Dal 2018 non era più nel programma di protezione. Aveva testimoniato in tribunale contro il padre, i parenti e il primo fidanzato, riconosciuti colpevoli dell’uccisione della madre e condannati all’ergastolo. «Non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre – aveva detto in aula prima di testimoniare contro di lui – ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita». E lei, in tutti questi anni, in memoria della madre e in fedeltà al suo insegnamento, ci ha provato a ripartire, passando anche attraverso cadute da cui si è sempre rialzata. Aveva un compagno, incontrato nel periodo in cui si era persa, e un figlio di quattro anni, ma questo non le è bastato per continuare a vivere sotto il peso di una storia tremenda e tragica che ha segnato la sua adolescenza e la sua vita di donna. Recentemente aveva tentato di incontrare quel padre assassino, forse per fare pace con se stessa e poter andare avanti. «Mi hanno rovinato la vita ma non riesco a odiare nessuno. Neanche mio padre. Ogni tanto provo pena per lui», aveva detto anni fa. Non so, visti i precedenti, se si è veramente suicidata, non spetta a me accertare la verità. Ma so di certo che la mafia non perdona e non dimentica, anche a distanza di tanti anni. Denise è morta alla stessa età di sua madre, 35 anni, e se è vero che si è suicidata sappiamo chi l’ha portata a questo gesto estremo. Un gesto che ci dice come una figlia, separata dalla madre in modo orrendo e crudele, come è stato per lei, non sempre riesce a trovare in chi l’ama e le sta accanto la forza di sopravviverle. Quante figlie e figli, testimoni di femminicidio da parte del padre, condividono con Denise la fatica di sopravvivere? Grande è il dolore che tanti uomini infliggono ancora all’umanità femminile! Mi chiedo, come mai da anni, che io sappia, non ci sono più donne testimoni o collaboratrici di giustizia? Perché Denise, se lo ha fatto, ha scelto di uccidersi proprio adesso? Non ho una risposta ma un interrogativo. C’è ancora spazio per la libertà delle donne in un mondo in guerra, dominato dalla forza e in cui dilagano violenza e morte? Addio cara Denise, riposa in pace accanto a tua madre.
(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”, 12 settembre 2026)

È prima di tutto un’indagine su ciò che resta quando tutto crolla, Dignità, il nuovo libro della filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi (Feltrinelli, pp. 368, euro 19). A tre anni dal suo primo romanzo, Free, diventato un caso editoriale internazionale e tradotto in 35 lingue (in italiano Libera, sempre Feltrinelli) Ypi torna alla narrativa con un’opera di confine, tra il memoir, la saga familiare e il romanzo storico. È la vita di una donna, Leman, che naviga il mare in tempesta della storia del Novecento, sulla faglia che andrà sempre più approfondendosi tra “l’Occidente” e il resto. I confini, il senso della cittadinanza, la giustizia sociale e la morale, concetti attorno a cui ruota la ricerca filosofica dell’autrice, docente di Teoria politica alla London School of Economics, affiorano anche tra le pagine di quest’ultimo lavoro.
La storia di Leman, sua nonna, attraversa imperi, Stati, città, religioni e regimi politici. Seguendola ci si perde nel dedalo intricato delle origini. La domanda «chi sei? chi sono?» percorre sottotraccia l’intero libro.
La storia inizia durante l’emergere del nazionalismo moderno. In quel contesto lo Stato-nazione viene percepito come una risposta progressista ai conflitti politici del tempo. Succede in Turchia, in Grecia, in Albania e in molti altri paesi dei Balcani. Questi nuovi Stati indipendenti nascono con l’obiettivo di garantire rappresentanza politica e diritti ai cittadini. Da questo punto di vista rappresentano un avanzamento. Ma ogni soluzione politica produce anche nuovi problemi. Lo Stato-nazione risolve il problema dell’impero, ma ne genera un altro: produce il soggetto nazionale e, allo stesso tempo, una distinzione tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica. Ed è proprio così che nascono molte delle tensioni successive. Le crisi economiche, il crollo degli imperi, le metamorfosi sociali vengono reinterpretate attraverso la chiave identitaria. I fascismi e i nazionalismi trasformano l’identità nella risposta a conflitti che hanno origini molto più complesse.
In parallelo alla vicenda di Leman scorre un altro piano temporale: il racconto del suo lavoro di ricostruzione storica, tra gli archivi di Albania e Grecia.
Mi interessava entrare nei documenti reali e nelle fonti storiche, ma l’archivio da solo non parla. Ha bisogno di essere interrogato. Per questo, il libro prova a mettere in dialogo il documento e la narrazione, la fonte storica e l’esperienza vissuta, mostrando anche le inevitabili crepe. Ho voluto rendere esplicito lo sforzo archivistico e la tensione tra le fonti, i documenti e le interpretazioni che se ne danno, perché credo che la memoria sia un terreno di conflitto. Avere accesso alle fonti non significa automaticamente comprendere la storia. Ogni società costruisce un certo rapporto con il passato e tende a organizzare la memoria secondo le esigenze del presente. Questo è particolarmente evidente nei paesi usciti dal socialismo di Stato, dove spesso la memoria pubblica è organizzata per rafforzare una narrazione precisa: quella di un mondo passato che non aveva alcun valore e di un mondo nuovo che, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe comunque superiore.
Nei suoi romanzi dialogano due mondi, uno geografico e uno politico, che raramente comunicano davvero: i paesi dell’Europa orientale post-comunista e la sinistra europea. Da una parte c’è l’esperienza del socialismo reale, dall’altra le lotte e la critica del capitalismo.
Nel mondo post-comunista il marxismo viene percepito esclusivamente come storia vissuta. È la vita dei tuoi genitori, dei tuoi nonni, la tua stessa vita. Questo produce un atteggiamento molto particolare: la sensazione che le idee non contino perché è rilevante solo ciò che è successo alle persone. Se provi a discutere dell’Albania attraverso una critica teorica del sistema capitalista, in molti rispondono: «Non serve che me lo spieghi, io quella storia l’ho vissuta». La storia sembra assorbire completamente la filosofia. Nel mondo capitalista occidentale si tende invece a conservare la filosofia e a rimuovere la storia. L’esperienza del socialismo viene spesso trattata come qualcosa di esterno, quasi come una parentesi riguardante paesi lontani e arretrati. Si dice: l’Unione Sovietica non era una società industriale avanzata, l’Albania era un paese periferico. In questo modo, quella storia viene separata dal dibattito contemporaneo.
Qual è il problema di questa divisione?
Che impedisce qualsiasi bilancio serio del ’900. Da un lato si conclude che le idee socialiste siano irrimediabilmente compromesse dalla loro storia; dall’altro si continua a discutere di critica del capitalismo senza fare riflettere su ciò che è accaduto nei paesi socialisti. Questa separazione delegittima il socialismo come progetto per il futuro.
Nelle sue riflessioni torna spesso la storia, in gran parte rimossa, delle voci critiche interne al blocco sovietico. Penso al caso della Germania dell’Est.
Una delle cose che mi colpiscono è il modo in cui, dopo l’89, molte tradizioni di critica interna al socialismo sono state cancellate. Erano richieste di democratizzazione, di maggiore partecipazione e giustizia sociale. Non rimandavano necessariamente al capitalismo. Si racconta la fine della Germania Est come una vittoria della libertà sulla dittatura, ma la realtà è più complessa. In un certo senso la Guerra fredda è finita come finiscono molte guerre tradizionali: con i vincitori che hanno imposto ai vinti le condizioni della supremazia. La Germania Est è stata incorporata in quella dell’Ovest. Persino sul piano costituzionale non si è aperto un processo costituente condiviso. Si è semplicemente esteso un modello esistente. Questo ha contribuito a produrre una sensazione diffusa di alienazione. Intere popolazioni non hanno mai trovato una rappresentazione politica adeguata della propria esperienza storica. È anche per questo che molte delle forze antisistema contemporanee trovano terreno fertile nei territori dell’ex Germania Est. Quello che è mancato è stato un linguaggio politico capace di elaborare quella storia senza ridurla né a nostalgia né a celebrazione della vittoria occidentale.
Da poco è uscita una pubblicazione del Collège de France che raccoglie un suo ciclo di lezioni, intitolata L’idée de socialisme moral. Cosa contraddistingue il socialismo morale?
Intendo la morale come un modo di pensare che sia irriducibile alle differenze identitarie tra le persone. Si tratta di recuperare una dimensione universalista che appartiene all’Illuminismo. Il progetto morale consiste nel partire da valori universali e chiedersi se la società in cui viviamo li rispetta oppure li tradisce. Parlo di socialismo morale per distinguere da quello che considero il socialismo immorale del Novecento. Figure come Trotsky arrivano a sostenere che la morale sia una questione secondaria, addirittura borghese. Ciò che conta è la lotta politica. Per me, invece, proprio quel tipo di socialismo deve essere criticato. Quello che cerco è un socialismo perduto del Novecento. Nel libro ritorna attraverso il personaggio di Aslan, vittima del socialismo di Stato ma al tempo stesso critico del capitalismo.
(il manifesto, 11 settembre 2026)
L’intelligenza artificiale (Ia) è uno strumento molto potente. Calcola e genera contenuti in risposta alle nostre domande e richieste. Fa ricerche tra miliardi e miliardi di parole e numeri per creare anche la risposta più semplice. E parla! Puoi giocarci, provocarla, inveirle contro. Tutta questa operazione fenomenale, naturalmente, ha un costo. Porre una domanda all’ia richiede dieci volte più elettricità rispetto a una normale ricerca su Google. Ogni giorno la funzione ricerca di Google viene usata otto miliardi e mezzo di volte.
A questo proposito sono usati termini come “produttività” ed “efficienza”, principalmente perché si tratta di parole che associamo a qualcosa che succede velocemente. Pensate a una fabbrica che produce orsacchiotti o viti: quando riesce a farlo a un ritmo più elevato, diciamo che ha aumentato la sua produttività. Molte persone stanno notando più velocità nello svolgimento di alcune mansioni, per questo deducono che ci sia una maggior produttività. Non voglio essere cattiva, ma questo è il modo di pensare di un bambino.
Per stabilire se qualcosa sta facendo crescere la nostra produttività non ci dobbiamo basare solo sul tempo impiegato, ma anche sull’energia spesa per svolgere una determinata attività. E se esaminiamo le prestazioni dell’Ia da questo punto di vista, ci rendiamo conto che usarla è un po’ come sparare ai passeri con un cannone.
Nel più grande studio mai realizzato finora sugli impieghi quotidiani dell’Ia, intitolato Ai in the wild 2026 e realizzato da due studiosi a San Francisco, è stato rilevato che l’uso di gran lunga più diffuso di tutti è quello per avere compagnia e per fare una specie di terapia psicologica. Le persone fanno domande del tipo «Cosa posso fare per essere divertente a una festa?», oppure «Mi sento solo, cosa posso fare?».
Il secondo utilizzo più diffuso è per la risoluzione di problemi concreti: «La lavastoviglie è rotta. Aiuto», oppure «Riaccendere l’IPhone dopo che è caduto nella tazza del water». Domande a cui Google e YouTube rispondono in modo impeccabile da più di vent’anni.
La terza funzione più sfruttata è “divertimento e stupidaggini”, che consiste nel far dire cose stupide a questi modelli linguistici di grandi dimensioni (llm). Per qualche motivo il nono uso più comune – astrologia e lettura dei tarocchi – non è classificato come “divertimento e stupidaggini”, il che rivela che potenzialmente esistono addirittura ancora più stupidaggini di quelle che possiamo immaginare.
La gente insomma usa un robot che ha accesso a quasi tutti i testi scritti e ai calcoli noti alla specie umana per affrontare problemi che già risolvevamo con un dispendio molto inferiore di elettricità. La risoluzione dei problemi oggi è meno efficiente dal punto di vista energetico, perché ci serve più energia per ottenere lo stesso risultato.
Ci sono analogie storiche con questa situazione. Ogni mattina, quando percorro Copenaghen in bicicletta, accanto a me passa un mostro: l’auto privata. Un’auto media pesa circa 1.500 chili. In Danimarca una persona in media pesa circa 85 chili. Ogni volta che un’auto trasporta una persona dalla periferia alla città sta trasportando anche i suoi 1.500 chili, consumando carburante ed elettricità. Usiamo una macchina pesantissima per risolvere un problema di leggera entità. Se una persona non sapesse andare in bici (ma nella maggior parte dei casi lo sa fare), semplicemente usando una Vespa consumerebbe da tre a cinque volte meno energia. Spostare una persona con l’auto è come noleggiare una gru per muovere un tavolino. Certo, si può anche fare, ma è un’esagerazione, no?
Tuttavia, le auto tengono in pugno le infrastrutture di tutto il mondo, specialmente negli Stati Uniti. La storia dell’automobile è simile a quella che si sta profilando oggi con l’Ia. Negli anni ’10 e ’20 del Novecento la velocità con cui l’auto poteva muoversi e la sua eccezionale comodità la fecero apparire come un oggetto del futuro. Molte grandi aziende investirono enormi capitali, soprattutto quelle che estraevano petrolio: avevano bisogno che l’auto si affermasse, perché volevano che la domanda di petrolio crescesse, così come oggi i costruttori di data center e di chip hanno bisogno che l’Ia venga usata nel modo più esteso, così i loro investimenti produrranno utili. Le società stanno perdendo miliardi di dollari per darci servizi d’intelligenza artificiale estremamente onerosi a prezzi di gran lunga inferiori ai costi di produzione e trasporto.
Sappiamo che oggi 900 milioni di persone usano abitualmente ChatGpt. Ma solo 50 milioni di questi pagano per farlo. Quindi ci sono 850 milioni di utenti che usano il modello gratuitamente. Questi non sono clienti. I produttori di auto almeno potevano contare su persone che pagavano per i loro prodotti, ricavando utili.
Sappiamo che molte delle città più progressiste al mondo, come Parigi, New York e Copenaghen, stanno riducendo la presenza delle auto per motivi legati al clima, allo smog e alla vivibilità. In molti luoghi si stanno costruendo linee di metropolitana leggera a costi elevatissimi. La chiamiamo metropolitana leggera, ma non prendiamoci in giro: è il tram, una tecnologia già usata in molte città agli inizi del Novecento. In spazi ristretti è molto più efficiente per spostare persone da un luogo all’altro in gruppi consistenti. A Copenaghen, la mia città di origine, i tram circolavano fino al trionfo dell’auto nel 1972. Poi furono portati ad Alessandria d’Egitto, dove alcuni hanno continuato a funzionare almeno fino al 2001. Sono sicura che gli abitanti di Copenaghen si chiesero se lo smantellamento delle linee non fosse stata una scelta sconsiderata quando l’anno dopo, nel 1973, arrivò la crisi petrolifera. Ma a quel punto era già troppo tardi.
Oggi strumenti come Google, Facebook, Instagram e Microsoft Office stanno spingendo le persone a risolvere i problemi delle loro relazioni o della loro lavastoviglie con una risorsa che è già molto scarsa: l’elettricità. Tutto questo sembra efficiente, ma in caso di crisi energetica non lo sarà.
L’ingegneria rivoluzionaria e futuristica raramente somiglia a quella dei film. La gente era stufa dei tram perché erano sempre stati lì, erano associati al passato. Lo stesso si può dire delle ricerche su Google, che esistono da decenni e sono diventate una parte noiosa della vita quotidiana. Ma entrambi questi strumenti risolvevano problemi in modo molto più efficiente di quelli con cui li abbiamo sostituiti e li stiamo sostituendo. Nella nostra feticizzazione del nuovo a quanto pare dimentichiamo sempre le tecnologie che non ce l’hanno fatta. Prendete gli occhiali 3D al cinema, il Concorde, e più di recente il Metaverso di Meta, uno spreco assolutamente idiota di oltre 80 miliardi di dollari, un videogioco in cui potevi parlare con altri ma non avevi le gambe.
Oggi le persone che usano l’Ia sprecano energia per ottenere “gratuitamente” consigli sulle relazioni interpersonali, dritte per risolvere problemi pratici e letture dei tarocchi. Non ci sono prove che un giorno pagheranno in massa per questo strumento. Ma tante prove già ci dicono che la tecnologia sta aumentando il consumo di elettricità. E questo è poco efficiente, oltre che una reliquia di un passato da cui molti di noi non vedono l’ora di allontanarsi.
(Internazionale, 11 settembre 2026)
Comincia con un filmato televisivo degli anni settanta in cui gli intervistati descrivono le femministe come donne pericolose, aggressive ed estremiste. Si chiude con la telecamera che si gira e inquadra chi di solito è fuori campo, cioè la regista Francesca Archibugi, che per un attimo si mostra agli occhi degli spettatori, lasciando intravedere qualcosa di sé.
Archibugi, che ha conosciuto personalmente Carla Lonzi, nel suo Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori dell’83ª mostra del cinema di Venezia, decide di ricostruire la vita e le opere di una delle più importanti femministe italiane a partire dalle testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta e poi attingendo dall’immenso e prezioso archivio dell’intellettuale, che ha sempre tenuto un diario e che ha registrato con delle audiocassette alcune delle conversazioni più importanti della sua vita, come la crisi del rapporto con il compagno Pietro Consagra.
Archibugi è la compagna di Battista Lena, l’unico figlio di Lonzi. Ed è proprio Lena, autore anche delle musiche originali del documentario, a condurre insieme alla regista questa ricerca che svela la complessità e le contraddizioni di un’intellettuale lontana dal santino della teorica monolitica che in qualche caso le è stato cucito addosso.
Spesso rimossa o dimenticata dalla storiografia ufficiale, Lonzi è stata a lungo una figura poco conosciuta, anche a causa di una disputa sui diritti dei suoi libri che erano stati pubblicati originariamente dalla casa editrice fondata dallo stesso gruppo e che per molto tempo sono girati in fotocopia. Ma da qualche anno è cominciata la riscoperta dei suoi scritti – da Sputiamo su Hegel a La donna clitoridea e la donna vaginale, fino a Taci, anzi parla – anche grazie alla casa editrice La Tartaruga che li ha ristampati in una nuova edizione a partire dal 2023.
E così Lonzi ha ricominciato a interrogare con il suo sguardo anche le generazioni più giovani, provocando spesso un cambiamento di prospettiva, in particolare sulle relazioni tra uomini e donne, ma anche su una presunta neutralità della cultura. Con delicatezza e capacità di ascolto, Archibugi ripercorre gli anni della formazione di Lonzi, il rapporto conflittuale con il padre, il collegio cattolico che rappresenta per la ragazza un primo momento di autonomia dalla famiglia, il suo primo amore che la tradirà con l’amatissima sorella Lidia, le amicizie degli anni dell’università e infine il suo lavoro di critica d’arte negli anni sessanta, l’incontro con Carla Accardi e Pietro Consagra.
La svolta per Lonzi è proprio il rapporto con questo mestiere. Alla fine degli anni sessanta si rende conto che lo sguardo della critica sull’opera rischia di riprodurre tutte le deformazioni del potere: è autoritario, inautentico, fintamente universalista. Per questo scrive Autoritratto, un libro in cui raccoglie le voci di quattordici artisti (da Carla Accardi a Pietro Consagra, fino a Lucio Fontana), una rivoluzione copernicana che mette al centro della scrittura l’ascolto, il dialogo, la relazione. È un passo decisivo anche per Lonzi che da questo momento rifiuterà l’approccio accademico fino a decidere di lasciare completamente il suo mestiere e occuparsi a tempo pieno del femminismo.
Come ricostruisce il figlio Battista Lena nel documentario, questa frattura è influenzata anche dalla scoperta di avere un tumore nel 1968, una malattia che al tempo sembrava incurabile e che la spinge verso scelte di vita più autentiche.
Nel 1970 insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi fonda Rivolta femminile, considerato uno dei primi gruppi separatisti e di autocoscienza italiani, che aveva come caratteristica quella di scrivere quello che veniva detto durante le riunioni di autocoscienza. Il manifesto del collettivo contesta l’approccio puramente paritario e chiede alle donne di sottrarsi alla competizione per il potere, fatto a immagine e somiglianza degli uomini.
«La donna non va definita in rapporto all’uomo», è la prima affermazione del manifesto e da questo discende che le femministe devono provare a stare in un paradigma completamente nuovo. Questo significa sperimentare pratiche separatiste e decostruire secoli di produzione culturale che hanno tenuto il pensiero e l’opera delle donne in un ruolo marginale e ancillare. Dentro c’è già la critica anche ai movimenti antiautoritari del sessantotto e della sinistra radicale, che hanno riprodotto le stesse dinamiche nel rapporto tra gli uomini e le donne.
«Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte», è una delle frasi che chiude il manifesto all’origine di uno dei movimenti seminali del femminismo italiano. Archibugi fa parlare le compagne di allora, che raccontano le prime riunioni e la sperimentazione delle nuove pratiche. E poi alcune delle studiose di Lonzi come tra le altre la storica dell’arte Laura Iamurri e la filosofa femminista Maria Luisa Boccia.
E mostra come ancora oggi nei collettivi femministi e nelle case delle donne italiane Lonzi sia considerata un’ispiratrice e una madre che non può essere archiviata. «Voglio ancora essere la presenza che può servire a liberare le altre», dice Lonzi in una pagina del suo diario Taci, anzi parla che Archibugi ha scelto per chiudere il film, presentato per ironia della sorte in uno dei festival nella storia recente con la minore presenza in concorso di registe e autrici.
N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.
(Internazionale, 11 settembre 2026)
Il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo riprende il suo iter parlamentare e arriva in Commissione Affari costituzionali alla Camera. Il provvedimento è stato approvato in prima lettura dal Senato a marzo con il voto compatto dei partiti della coalizione di centrodestra, ma il centrosinistra si è diviso. Al centro delle divisioni c’è l’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, IHRA, che una parte delle opposizioni considera ambigua e pericolosa. Più di duecento organizzazioni hanno lanciato una mobilitazione contro il disegno di legge in varie piazze italiane e tremila accademici hanno firmato una lettera appello in cui esprimono preoccupazione per la possibilità che in Italia sia introdotta la definizione dell’IHRA. Ne parliamo con Donatella Della Porta che insegna scienza politica alla Scuola Normale Superiore a Firenze, dove dirige il Center on Social Movement Studies ed è autrice tra gli altri di Guerra all’antisemitismo pubblicato da Altreconomia.
Con poche eccezioni all’interno del PD direi che la divisione in Italia rispetto al disegno di legge sull’antisemitismo riflette una divisione tra centrodestra e centrosinistra.
Il sostegno dato all’introduzione di una definizione fuorviante di antisemitismo da parte dei partiti di centrodestra è in un certo modo paradossale perché sono quei partiti che ancora mantengono al proprio interno sia elementi di forte antisemitismo sia in generale elementi di razzismo.
In Italia, con l’eccezione di una frangia minoritaria all’interno del PD, gli altri partiti del centrosinistra e movimenti della società civile si sono invece schierati contro l’adozione di una definizione di antisemitismo che io definirei antisemita; nelle sue caratteristiche principali non solo è inutile ma anche dannosa rispetto all’obiettivo di combattere tutte le forme di razzismo.
Cosa dice questa definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance e qual è il nodo che viene contestato da tante organizzazioni, da politici e dagli accademici che come te hanno firmato la lettera appello contro la legge in discussione alla Camera?
Principalmente questa definizione tende a confondere l’antisemitismo con la critica a Israele; il disegno di legge vuole includere all’interno della definizione stessa di antisemitismo l’uso di termini come genocidio, olocausto, apartheid o ghetto, oltre alla considerazione come antisemita della critica a Israele considerato come una collettività ebraica. Questo è problematico perché la definizione stessa tende a sovrapporre Israele e comunità ebraica quando Israele ne rappresenta soltanto una parte; certamente il suo governo ne rappresenta una parte minoritaria. Questo tipo di definizione è stata utilizzata spesso contro la diaspora ebraica in buona parte e sempre di più è critica di Israele. La definizione proposta svuota il termine di antisemitismo di un significato condiviso quando lo considera diverso dalle altre forme di razzismo: ogni forma di razzismo ha le sue caratteristiche specifiche in termini di pregiudizio, ma in generale l’antisemitismo è una forma di razzismo. Quando si propongono disegni di legge che non chiariscono cos’è il razzismo, ma si focalizzano soltanto su una componente con una definizione ambigua, si propone nei fatti un’affermazione non neutrale del significato di quella che vuole essere una definizione condivisa di antisemitismo, ciò rende opaca la misurazione stessa dell’antisemitismo, perché la inquina attraverso la considerazione come antisemita anche delle critiche a Israele.
Secondo il rapporto sull’antisemitismo del centro di documentazione ebraica contemporanea, nel 2025 in Italia gli episodi di antisemitismo sono aumentati del 100% rispetto al 2023 e del 400% rispetto al 2022, questa legge è accusata di essere inutile e controproducente, ci fa qualche esempio delle conseguenze che potrebbe avere una legge basata sulla definizione che ci hai raccontato?
Per esempio in Germania questa definizione, implementata attraverso la creazione di un commissario contro l’antisemitismo ha portato a cancellazioni di iniziative anche da parte di intellettuali ebrei, ha portato alla cancellazione dell’attribuzione a Maša Gessen del premio Hannah Arendt, perché Maša Gessen – una giornalista ebrea – aveva utilizzato il termine ‘ghetto’ per riferirsi a Gaza. Ha anche portato al licenziamento da parte dell’Università di Colonia di un’altra intellettuale ebrea, Nancy Fraser, perché aveva criticato Israele e sottoscritto un boicottaggio accademico contro le istituzioni ebraiche. È anche stata utilizzata per definire estremista un’organizzazione come Jüdische Stimme, voce ebraica per una giusta pace in Medio Oriente; tutto questo ha portato a svuotare di significato il termine di antisemitismo che è stato utilizzato invece come strumento per attaccare minoranze etniche, minoranze religiose, la sinistra in generale e soprattutto i migranti.
Porta anche a rendere poco credibili quei dati che avete citato: in un momento in cui molti parlano di genocidio da parte di Israele in Palestina, considerare le critiche a Israele come forme di antisemitismo, come fa il Centro di documentazione ebraica, porta a produrre statistiche a cui nessuno crede più. Perché non misurano l’ostilità contro gli ebrei, ma misurano l’ostilità contro Israele in un momento in cui Israele è criticato da molte parti, quantomeno per reati contro il diritto internazionale e il diritto umano.
Siamo all’indomani del grande successo dell’AfD in Germania, un partito di estrema destra ultranazionalista che si è impadronito del linguaggio del fascismo e del nazismo e che ha posizioni ambigue su Israele e sull’Olocausto. La legge tedesca non ha impedito a questo pericoloso ridimensionamento dei crimini del nazismo di affermarsi; come ci attrezziamo per contrastare queste involuzioni, serve una legge diversa, una definizione diversa di antisemitismo?
Serve secondo me una definizione di razzismo che faccia combattere nello stesso modo fenomeni di razzismo e discriminazione contro gruppi diversi. Serve una legge che non guardi prevalentemente alla repressione, ma che sia capace di distinguere diversi gradi e forme in cui il razzismo si presenta, per distinguere anche quando si può intervenire attraverso strumenti di sensibilizzazione, educazione e così via. Quello che sottolinea il caso tedesco è proprio che questa perversa sovrapposizione di partiti radicali di estrema destra come Alternative für Deutschland nel sostegno a Israele porta a un cortocircuito in cui la battaglia contro il razzismo va definita in maniera chiara. Non come difesa di un paese o di un altro, ma come difesa di cittadini in una visione universalistica di uguali diritti: l’Italia è il paese in cui un rappresentante di un ministro – Lollobrigida – definisce Gad Lerner, un giornalista ebreo, come “porco ebreo” e dal governo non si interviene, ma anzi si confermano la stima e fiducia a personaggi come questo. L’Italia è il paese in cui Vannacci può attaccare gli ebrei, mentre al contempo propone una difesa a oltranza di Israele come uno stato che viene considerato come alleato dell’estrema destra. Proprio perché propone una delle visioni più razziste della concezione dello stato stesso, come uno stato che difende e rappresenta soltanto una componente religiosa o etnica.
(Il Mondo, podcast di Internazionale, 9 settembre 2026)
Ci sono infiniti percorsi possibili nel programma della Mostra del cinema di Venezia. Ognuno costruisce il suo, in base all’inclinazione personale e alla disponibilità dei biglietti. E ognuno, inevitabilmente, si perde qualcosa. Quindi può darsi che il mio osservatorio parziale, fino a qui, sia affetto da un errore statistico. Ma proprio nell’anno della polemica per le registe donne quasi assenti dalla competizione ufficiale – due su ventidue, di cui una in co-regia – anche all’interno dei film ho incontrato soprattutto uomini.
Ink, il film di apertura, racconta di un giornalista maschio che vuole a ogni costo trionfare su altri colleghi maschi. Primetime racconta all’incirca la stessa storia. Wild Horse Nine – il solo film che finora abbia incantato gli spettatori in maniera pressoché unanime – ha al centro un’amicizia maschile e di nuovo una rivalità lavorativa. Nello scombinato film di Werner Herzog, Bucking Fastard, le protagoniste sono, sì, due sorelle che parlano in sincrono, ma anche in due hanno a malapena un’interiorità e per lo più sono specchio della brutalità virile che le circonda. La città dei vivi, lo sappiamo, è una storia al maschile, e così via nella stragrande maggioranza dei film che ho visto.
Dal Lido di Venezia sono passati anche i fratelli Gallagher (i cui livelli di testosterone sono noti) per il documentario ipercelebrativo sugli Oasis, e stasera mi attendono quattro ore su Elon Musk che mi spaventano moltissimo. Maschi con maschi, maschi contro maschi, maschi su maschi.
C’è un’interpretazione ovvia di questo squilibrio, e non è detto che sia scorretta. D’altra parte due su ventidue, cioè il nove percento, non può essere un problema esclusivo della Mostra, è chiaramente il sintomo di un problema sistemico. In politica questo è il momento di Donald Trump e compagnia, siamo in un culmine di tossicità machista (ci auguriamo, nel culmine), e perfino la politica nostrana si scrolla felicemente di dosso «il woke» senza aver prima capito di cosa si tratta, e già che c’è anche il dibattito sui generi. Il maschio d’altri tempi si riprende la sua centralità ovunque, perché non nell’arte quindi?
Ma è forse utile andare oltre la constatazione quantitativa e provare a capire che tipologia di maschi viene rappresentata in questa ottantatreesima Mostra del cinema. E gli uomini che sfilano sugli schermi del Lido sono tutt’altro che forti, tutt’altro che ruggenti. Vorrebbero esserlo, ci provano, magari lo sono stati in passato, ma adesso sono per lo più sconfitti e mentalmente incasinati. A distruggerli sono stati soprattutto la smania e l’abuso di potere. Il Robert Pattinson di Primetime vorrebbe castigare tutti i pedofili d’America ma si rivela meno puro di loro e viene castigato a sua volta. Il fondatore del tabloid Sun, in Ink, viene divorato dalla stessa macchina che ha creato. Altri sono stati piegati dalla violenza della società che si abbatte all’improvviso su di loro. Il veterano di Mr. Nelson, Did You Kill People? è ridotto al silenzio dalle atrocità che ha commesso come occupante in Vietnam e da quelle che ha subito come nero in America. E altrettanto traumatizzato e silenzioso è il lavoratore coreano, licenziato e massacrato dalla polizia durante uno sciopero, di Possible Love.
Anche il padre del protagonista, nel film di Nanni Moretti Succederà questa notte, decisamente non ha incrociato il woke. E nemmeno i femminismi tradizionali. È quasi una caricatura del seduttore invecchiato. Gigione, impenitente, uno che «ama tutte le donne», che vuole vedere a ogni costo Bruce Springsteen dal vivo e butta giù medicine per il cancro insieme al viagra. Ma anche lui, pur in tutta la sua esuberanza, è solo un uomo morente. Se sono stati dei giovani rampanti, dei dominatori, adesso gli uomini stanno tramontando e i film li colgono lì, nell’impotenza, nella rabbia. Molto spesso nell’incapacità stessa di parlare.
Il campione di questo catalogo di uomini al tramonto della Mostra resterà infine il John Malkovich di Wild Horse Nine, un altro morente. Si trova in un punto dove i rimorsi annullano esattamente i successi, dove il potere avuto e le ideologie non hanno più alcun senso e le ambizioni personali sono tutte decadute. Per lui non c’è più niente che abbia valore, se non gli ultimi attimi di meraviglia che l’esistenza, malgrado tutto, è ancora capace di metterci davanti. Un cavallo selvatico. Una ragazza in spiaggia. Le teste enigmatiche dell’Isola di Pasqua.
E poi d’un tratto, in questo panorama maschile desolato, arriva la prima regista in concorso, May El-Toukhy. Con un film su una domestica, ambientato nell’immediato dopoguerra, in Danimarca, nel pieno della caccia ai collaborazionisti dei tedeschi. Una caccia che colpisce con perfidia particolare, tanto per cambiare, le donne, quelle che hanno avuto relazioni ambigue con gli occupanti. Un film dove la protagonista viene continuamente palpeggiata, spogliata, esaminata e terrorizzata dagli uomini che la circondano, per le ragioni più disparate. Un thriller rigoroso e abbagliante, ebbene sì, sulla condizione femminile di allora. Di allora? Woman Unknown, la donna sconosciuta, sbarca nel mezzo della Mostra d’arte cinematografica maschile. E un po’ di rossore, un minimo di imbarazzo, ci coglie tutti quanti, dentro e fuori dalle sale.
(Corriere della Sera, 6 settembre 2026)
Il 5 settembre è morta Robin Morgan (nata a Lake Worth il 29 gennaio 1941). In suo ricordo riprendiamo un ritratto e una scelta di poesie inedite dell’autrice statunitense a cura di Maria Nadotti, che Doppiozero ha pubblicato il 5 ottobre 2016 e riproposto oggi.
Raggruppati
il pino, il prugno
e il bambù sono noti
come i “tre amici dell’inverno”.
Il pino resta verde
tutto l’anno
i fiori del prugno
appaiono a inverno inoltrato,
molto prima che il rigore della stagione sia finito,
e il bambù si piega
ma di rado si spezza.
Uniti, essi rappresentano
l’essere superiore, colui che resiste
quando tutti gli altri si sono arresi
ai tempi difficili.
Scelgo di introdurre queste poesie, parte di una raccolta intitolata Dark Matter, tracciando un breve ritratto di Robin Morgan, così come l’ho conosciuta nel corso di oltre vent’anni di amicizia politica e intellettuale, di collaborazione affettuosa, di fiducia e lealtà reciproche. E ringrazio da subito l’autrice per averci concesso di pubblicare questo primo corpus di poesie ancora inedite anche negli Stati Uniti, dandoci il piacere di farle profondamente nostre attraverso l’atto di traduzione.
Come vedrà chi legge, questi testi miracolosamente lievi e tumultuosamente vitali, nascono da un’esperienza personale di solito associata al silenzio e a un’inevitabile – e all’apparenza naturale – cancellazione sociale: un Parkinson diagnosticato da qualche anno, l’età che avanza, l’inarrestabile declino del corpo.
Dark Matter. La materia oscura. Una zona del nostro cervello abitata da cellule neuronali assetate di ossigeno che comandano i muscoli e le percezioni sensoriali, visione, udito, memoria, emozioni, eloquio. Sono loro le prime a “cedere” al processo degenerativo della malattia, loro a “morire” anzitempo, consegnando chi ne soffre a un presente smemorato e immobile.
Robin Morgan tuttavia è una combattente e un’apripista, una che nella vita non ha mai percorso i sentieri battuti, i tracciati che altri avevano predisposto per lei. Figlia senza padre, all’oscuro della propria origine e ingannata perfino sul proprio anno di nascita, ben presto diventa una bambina prodigio della radiotelevisione e del cinema nordamericani. Nel 1946, a cinque anni, conduce un programma tutto suo intitolato “Little Robin Morgan”, che va in onda sulla stazione radio newyorkese WOR, e nel 1949 diventa co-protagonista della serie televisiva Mama, trasmessa dalla rete televisiva CBS. Pur senza rendersene conto svolge dunque, fin da allora, il ruolo di capofamiglia mantenendo sé e la madre con il proprio lavoro.
A distanza di sessant’anni esatti sarà lei stessa a raccontarne nel volume autobiografico Saturday’s Child: A Memoir. E lo farà con lo humour asciutto e implacabile che la caratterizza, guardandosi bene da ogni forma di patetismo o di rivendicazionismo postumo. E del resto, da quel ruolo e da quel mestiere che sa fare con grazia e un carisma che più tardi metterà a frutto in altri campi, si sfilerà con determinazione inflessibile negli anni dell’adolescenza. La sua vocazione è la scrittura, in particolare la scrittura poetica. Recitare è un interpretare le parole altrui, mentre dentro di lei premono parole sue, che ancora non sono state dette, non nel modo in cui le vuole dire lei.
Tra lei e la madre sarà un corpo a corpo durissimo, una vera lotta per la sopravvivenza. Robin mette in campo l’autenticità del proprio desiderio e una tenacia formidabile, se si pensa che siamo in pieni anni cinquanta.
Per un decennio buono, in funzione delle necessità belliche, discorso politico, cinema hollywoodiano, mezzi di informazione e pubblicità hanno bombardato il pianeta con immagini di donne emancipate, autosufficienti, capaci di svolgere con competenza e durezza qualsiasi lavoro “da uomo” e di assumersi senza traumi il ruolo di capifamiglia. E adesso si chiede alle donne di tornare a chiudersi nello spazio domestico e di riconoscersi nelle tante mogli e casalinghe bionde, sciocche e felici con cui, a guerra conclusa, la macchina hollywoodiana sta re-irreggimentando fantasie, sogni, aspirazioni, desideri della donna americana (e occidentale) media.
Che la guerra, deve essersi domandata Morgan in quegli anni, promuova le “femmine” a soggetti pensanti e indipendenti? E se così è, se la loro maturazione è indotta dall’esterno, da una necessità economico-sociale invece che da una presa di coscienza individuale, come fare a non farla regredire al punto di partenza non appena le acque dell’urgenza politica si siano calmate? Basti pensare alle lettere, ai diari, alle poesie di autrici come Sylvia Plath o Anne Sexton, al silenzio doloroso oppure al feroce parlare tra sé e sé di chi vede con lucidità, ma non ha proprie simili a cui dire, con cui confrontarsi sfuggendo al vortice della solitudine, della paura, della follia.
Morgan, che appartiene alla generazione successiva alla loro, approda ufficialmente alla poesia nel 1959, sul crinale degli anni sessanta, in quella cerniera politica che coincide con il risveglio femminista, i movimenti per i diritti civili, l’opposizione alla guerra del Vietnam. Di tutti questi fronti di lotta è protagonista spericolata e generosa, capace di servirsi delle tecniche apprese sulla scena per convincere, mobilitare, appassionare. In lei teoria e pratica, pensiero e azione, non sono scissi: nascono l’uno dall’altro verificandosi e modificandosi a vicenda. È questa attitudine a non separare il discorso politico dall’esperienza personale, a non mortificare il presente in nome di un salvifico bene a venire, a viverlo pienamente “pur nella sua imperfezione, perché è l’unico tempo che abbiamo”, che la porterà a individuare nel femminismo il proprio terreno privilegiato.
Molta della sua produzione successiva è legata a questo mutamento di paradigma, a questa rivolta interpretativa che le permette di stare nel mondo e nelle relazioni guardando da una prospettiva eccentrica, sforzandosi di trovare le parole non per recriminare, accusare, attaccare, vincere, ma per dire – e far sì che altre donne dicano – con altre parole quel che c’è da dire. Nascono da lì sia i suoi saggi teorici – penso in particolare a Going Too Far (Random House and Vintage Paperbacks, New York 1977), The Anatomy of Freedom (W.W. Norton & Company, New York, 1982, 1994), The Word of a Woman (W.W. Norton & Company, New York 1992), Fighting Words: A Toolkit for Combating the Religious Right (Nation Books, New York 2006) – sia le tre antologie di scritti femministi da lei curate tra il 1970 e il 2003 (Sisterhood Is Powerful, Sisterhood Is Global e Sisterhood Is Forever).
La poesia resta tuttavia la sua passione, la forma di scrittura cui attribuisce la maggiore intensità politica. Nemica della lingua di legno tanto cara al potere, che omologa, confonde, riduce al silenzio, anche nei contesti più dichiaratamente politici sceglie di affidarsi alle metafore, alle ‘idee emozionate’ della poesia, piuttosto che alla geometria fredda dei linguaggi ‘specialistici’, mutuati spesso anche dalle donne [si vedano, in particolare, Monster, Random House and Vintage, New York 1972; e A Women’s Creed, scritto durante il Women’s Global Strategies Meeting (29 novembre-2 dicembre 1994) e presentato alla Conferenza mondiale di Pechino (agosto-settembre 1995)].
Oggi, dalla sua postazione newyorkese, un minuscolo appartamento con giardino nel Greenwich Village, Robin coltiva l’arte lenta del giardinaggio, terreno di coltura di molte delle sue straordinarie figurazioni poetiche, e – come a chiudere un cerchio – dal 2012, ogni sabato mattina, conduce un programma radiofonico di un’ora sulla CBS. Titolo: “Women’s Media Center Live with Robin Morgan”. Tutti i temi politici, culturali, economici, religiosi cari alle donne (e agli uomini) che non hanno mai abbandonato il punto di vista e la coscienza maturati con il femminismo. “L’unico ismo”, come afferma Robin, “che non contempli pentitismi. Si può cambiare collocazione, attività, tipo di impegno, si può anche decidere di ritirarsi da ogni forma di impegno, ma una volta che si sia sviluppata una coscienza femminista è impossibile tornare sulle proprie posizioni. Da qualsiasi scuola di pensiero si può, con estrema facilità, migrare ad un’altra, magari opposta, scuola di pensiero. Ma ancora non mi è capitato di trovare una sola donna che, capite certe cose, abbia fatto marcia indietro e sia diventata una ex del femminismo”.
Le poesie che vi proponiamo sono una luminosa dimostrazione di questo percorso di libertà e di invenzione di sé e del proprio essere nel mondo. Alla scrittura di Dark Matter Robin Morgan ha, non a caso, affiancato negli ultimi anni la stesura di un testo narrativo che non esito a definire sapienziale. Si intitola Tell Me a Story Before I Sleep. Vi si racconta di chi, lavorando (con) le parole, tesse racconti non per incantare il re, ma per sedurlo alla vita, per sottrarre entrambi alla morte.
Poeta, romanziera, saggista, teorica e attivista politica, Robin Morgan ha vissuto e lavorato a New York City. Figura di punta del femminismo radicale nordamericano e del movimento internazionale delle donne, è autrice di oltre venti volumi di poesia, narrativa e saggistica. Dal 1989 al 1994 ha diretto la rivista “Ms. Magazine”. Fondatrice nel 1984 – insieme a Simone de Beauvoir e a donne di ottanta paesi del mondo – del “Sister Is Global Institute”, nel 2005, insieme a Gloria Steinem e a Jane Fonda, ha fondato il Women’s Media Center. Tra i suoi testi pubblicati in Italia ricordiamo Cassandra non abita più qui, Maria Nadotti (a cura di), La Tartaruga edizioni, 1996; e Il demone amante: sessualità del terrorismo, trad. it. di Maria Nadotti, La Tartaruga edizioni, 1998 (ripubblicato nel 2003 con il titolo Sessualità, violenza e terrorismo. Dalla Palestina all’Irlanda del Nord, e da Vanda Edizioni nel 2022 con il titolo originale). Vari suoi scritti sono apparsi sul mensile “Lo Straniero” (n. 18, nov. 2001; n. 35, mag. 2003; n. 80, feb. 2007; n. 88, ott. 2007; n. 142, apr. 2012).
(Doppiozero, 5 settembre 2026)
Gloria Steinem, come molte altre, mi ha dato spunti, energie, e volontà di capire me stessa, di guardare ad alcune tematiche con occhi diversi. Tematiche che mi riguardano perché sono una donna ma ad alcune cose, che pur fanno parte della mia quotidianità, non avevo pensato.
Quello che ha lasciato non morirà con lei, di questo sono certa. Però spero qualcosa di più: spero che altre giovani donne si lascino ispirare da lei (così come da molte altre).
Steinem ha fatto una cosa preziosissima: ha parlato con moltissime donne, guardato alle loro esperienze. Nelle sue opere risuonano le loro voci, le nostre voci.
«Ad oggi (era il 2015) non dire “lavoro sessuale” è considerato irrispettoso» [1]. Per Steinem è un’assurdità che fare sesso senza desiderio, senza volerlo sia un lavoro. Il sesso quando non lo si vuole è stupro. Non siamo tutte d’accordo? Ma per capirlo, forse non basta il cartello “sex work” fuori da uno dei quartieri a luci rosse più poveri dell’India, o una lapdancer che, parlando con lei, le dice che, se voleva continuare a lavorare lì, stare sul palco non bastava, doveva andare sul retro quando un cliente lo chiedeva, altrimenti, l’avrebbero licenziata [2]. Non basta nemmeno la testimonianza di un’altra donna che, mentre le racconta la sua vita, seduta al bancone di un motel, per due volte si era dovuta interrompere, tornando con l’alito che sapeva di disinfettante. I pompini ai camionisti erano all’ordine del giorno. «Ti senti al sicuro?» le chiese Steinem, la donna rispose che il pappone metteva a disposizione un pulsante d’emergenza ma che era molto difficile ribellarsi quando erano sopra di lei.
Quanto lavaggio del cervello c’è voluto per pensare che combattere perché tutto ciò sia mantenuto, decriminalizzando i papponi e gli stupratori (chiamati ‘clienti’), è violenza contro le donne?[3].
Non c’è solo la prostituzione nel retro dei bar, non dimentichiamo anche quella ripresa da videocamera: la pornografia. Non è emancipatoria, non è libertà, non è coraggio. È violenza: fisica, psicologica. È basata sull’asimmetria, sulla forza[4]. Ci fa male anche se non siamo noi a farlo, perché se andiamo a letto con gli allievi del porno il sesso parrà stupro.
«La nostra anima si rompe un pezzo alla volta quando ci vediamo in catene o con le labbra della vulva esposte al colonizzante sguardo maschile; o ancora, con i lividi o in ginocchio, gridare dal dolore […] deliziando il sadico; facendo finta che ci piace, facendo finta di essere cieche di fronte alle immagini delle nostre sorelle che in verità ci perseguitano – mortificate a tal punto da credere che il sesso e il dominio della donna siano un tutt’uno»[5].
Riprendiamoci i nostri corpi.
Steinem ha scritto un elogio ai nostri corpi. Essendo ogni giorno bombardate da corpi finti spacciati come veri, o peggio spacciati come belli e, di conseguenza, come obiettivi indispensabili, il suo elogio «di una variegata molteplicità di donne» ci fa bene:
«Alcune donne che siedono silenziose nella sauna, ciascuna immersa in una nuvola di vapore con i propri dolori muscolari e con i propri pensieri. […] “È bello poter venire qui da sole o con un gruppo di donne” dice una voce nella nebbia. “E non sentirsi una pazza” termina un’altra […] “Non sono mai stata con un gruppo di donne come questo prima d’ora” […] “Tesoro” dice [un’altra] “quello che vedi è quello che c’è” [Tra le altre ci sono una madre e una figlia], si somigliano, si trovano in buona compagnia. Il corpo di una donna ha messo al mondo un’amica» [6].
Steinem parla di corpi giovani, anziani, parla delle nostre cicatrici, delle pieghe della pelle, di corpi che non sono solo corpi, sono donne: parlano, si rilassano, si muovono. A questo servono i corpi: a permetterci di vivere, non ad essere copertine patinate.
Questi frammenti ci ricordano che «abbiamo bisogno di vedere regolarmente una realtà variamente assortita per logorare l’immagine plastificata […] con cui ognuna di noi è stata addestrata a misurarsi» [7].
Ho voluto ricordare una parte di Steinem perché la sua morte mi ha risvegliato un senso di ansia che cresce. Sono consapevole dell’età che hanno molte femministe radicali: coloro che mi hanno fatto aprire gli occhi, salvandomi dalle atrocità del maschio. So che nelle librerie spesso non ci sono, mentre spaziano i maschi che si definiscono “filosofi femministi”, i libri pro-porno, pro-chiunque ma non di certo pro-donne.
Mi sembra che il loro pensiero ci stia abbandonando.
Ma quando ci abbandonano anche i loro corpi, mi sento mancare.
Nelle ultime ore ho visto altre sorelle, le chiamo così – le sento vicine – fiondarsi alle tastiere e scrivere di Steinem per ricordarla. Resistenza femminista [8], Altradimora [9], Femministero [10].
Mi sono sentita meno sola.
Lo diceva anche Steinem che «la rivoluzione delle donne stava nascendo dai circoli di dialogo» mentre sentivano le loro esperienze di donne confermate dalla vita delle altre [11]. Voglio che la nostra rivoluzione non muoia con lei.
Note:
[1] G. Steinem, My Life on the Road, 2015, One World, p. 229.
[2] Ibid. p. 230.
[3] Ibid. p. 233.
[4] G. Steinem, What is pornography, in Take Back the Night: Women on Pornography, Laura Lederer, 1980, William Morrow & Company, pp. 35-39.
[5] «Consider also our spirits that break a little each time we see ourselves in chains or full labial display for the conquering male viewer, bruised or on our knees, screaming a real or pretended pain to delight the sadist, pretending to enjoy what we don’t enjoy, to be blind to the images of our sisters that really haunt us – humiliated often enough ourselves by the truly obscene idea that sex and the domination of women must be combined»., Ibid. p. 39.
[6] G. Steinem, Trilogia Ms. Corpo. Aborto. Age fobia, VandA.edizioni, 2023, pp. 36, 37.
[7] Ibid. p.33.
[8] https://www.instagram.com/p/Dc08mx7jc92/?img_index=1.
[9] https://www.instagram.com/p/Dc05Vtqjhpe/?img_index=1.
[10] https://www.instagram.com/stories/femministero/3978011734675954732/.
[11] G. Steinem, Trilogia Ms. Corpo. Aborto. Age fobia, VandA.edizioni, 2023, p.120.
[12] G. Steinem, My Life on the Road, 2015, One World, p.39.
(NoiDonne, 4 settembre 2026)
Francesca Archibugi presenta alla Biennale di Venezia Cinema un documentario dedicato a Carla Lonzi, unendo figura pubblica e ricordi familiari. Ma la centralità di Lonzi nel dibattito su femminismo e critica riguarda tutti, anche chi non l’ha mai incontrata
Francesca Archibugi ha sposato Battista Lena, figlio di Carla Lonzi conosciuto a scuola quando aveva tredici anni. Il documentario di Archibugi Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è, però, una dedica che al ricordo familiare aggiunge la relazione con “l’altra” che tutte e tutti abbiamo messo in pratica leggendola. Almeno è quello che è successo a me.
Il primo incontro con Carla Lonzi
Nel 1980 la prima cosa di Carla Lonzi che leggo è Sputiamo su Hegel, uscito nel 1977: capisco che per rinnovare l’ideale democratico bisogna aggiungere il soggetto imprevisto delle donne. Ed è una scoperta teorica e affettiva. Circa nel 1986 il gallerista Franco Toselli mi regala Autoritratto, dicendomi:
«Credo che ti interessi.»
«Ma è Lonzi che ha scritto Sputiamo su Hegel?»
«Sì».
Non la conoscevo come critica d’arte. Da quando se n’era andata per fondare il femminismo (Rivolta femminile) nell’arte non si parlava più di lei. Avevo appena iniziato a occuparmi d’arte contemporanea, non riuscivo a trovare il legame tra quello che studiavo e chi ero in quel momento. Con Autoritratto ho stabilito un ponte con il pensiero teorico delle donne, che dall’inizio degli anni ’80 ha travolto la struttura maschile nelle università, negli istituti scientifici.
Critica d’arte e femminismo in Carla Lonzi
Potevo fidarmi delle mie intuizioni, perché, come dice Lonzi, «l’intuizione è essa stessa un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi razionale». Un suggerimento che, però, ho letto nel 2012, nel saggio La critica è potere del 1970. Forse l’avevo assorbito da quell’autoritratto “disegnato” con le parole degli artisti, con le foto delle loro opere e con quelle della vita di Carla. In Sputiamo su Hegel con grande anticipo aveva individuato la questione rispetto a ogni processo rivoluzionario o di liberazione. Il nodo era il patriarcato, prima ancora del capitalismo. Parole profetiche. Ma il capitalismo c’è ancora e, per giunta, si poggia su un patriarcato fuori controllo. La battaglia è stata vinta rispetto all’esclusione totale delle donne, ma siamo ancora lontani rispetto alla coscienza. Come vediamo dai femmicidi che sono ormai eventi quotidiani. La coscienza millenaria del sopruso sessuale è lenta ad aggiornarsi.
La critica secondo Carla Lonzi
Eppure, sempre più frequenti sono le mostre di artiste. Convegni, mostre, dibattiti sul recupero storico delle esperienze femministe sono ormai prassi culturale diffusa. La confidenza con questi pensieri è spontanea quando leggo il diario di Lonzi. Come se continuassi un dialogo con una persona che conosco.
«Ho deciso di fare la critica d’arte non per giudicare, ma per chiamare a me degli individui che volessero avere un’iniziazione più profonda di quello che non fosse quella culturale. […] Mi sentivo una persona alla frontiera, che non era entrata nel paese, ma che sapeva che questo paese esisteva. […] Avevo questo senso di estromissione. Ho provato interesse per gli artisti perché mi sembravano quelli che l’avevano meno. […] L’atteggiamento critico, per me, è coinciso con un bisogno di intromissione nella situazione di altri», si legge nel suo Autoritratto. «Quando ho capito che mi si chiedeva di immedesimarmi nello spettatore ideale, mi sono sentita a disagio. Che funzione era quella? L’artista ne ha bisogno, lo cerca, lo attrae, lo ricaccia lontano, nonostante tutto, fa il vuoto di creatività attorno a sé», scrive Lonzi in Taci anzi parla. Diario di una femminista.
Carla Lonzi non fu del tutto ascoltata e compresa
I suoi libri femministi mi hanno aiutato e provocato perché mi mettevano davanti a contraddizioni che vivevo, ma che non pensavo di analizzare per leggere l’arte. Comunque, dopo aver letto Autoritratto, avevo chiesto a chi l’aveva conosciuta di raccontarmi di lei. A volte c’era una specie di reticenza, come se non avessero digerito un tradimento, come se non si fossero resi conto dell’accelerazione che aveva imposto alla critica d’arte. La sua radicalità femminista sembrava un argine. Incredibile. Erano gli stessi anni del movimento diffuso, delle manifestazioni nelle piazze. Lei, già nel 1959, definisce lo spazio in Malevič «un’emanazione della propria sensibilità pura», «un deserto, senza oggetti naturalistici. Il coraggio del deserto è il metodo per sperimentare la libertà espressiva. In Malevič l’opera d’arte è un momento di alta coscienza e la sua prima qualità è esistere fuori dalle idee». Leggendo queste descrizioni, mi stupisce che la sua decisione di fare tabula rasa non sia stata accolta come un’innovazione dell’arte stessa. Si era negli anni ’60-’70, quando erano molto serrate le ricerche per tentare (cosa peraltro riuscita) una divergenza dagli schemi. Percepivo il rispetto per la scelta personale, ma non come stimolo al dialogo. Eppure, si trattava di un ambiente culturale che, a sua volta, esprimeva il proprio sistema di fare tabula rasa. Un’occasione persa.
L’insensata spaccatura tra il femminismo e la critica d’arte di Carla Lonzi
Carla Lonzi aveva intuito che – nonostante la sua radicalità fosse parente di quelle agite nell’arte – mettere in discussione l’origine del patriarcato era un salto. Anche nell’arte. È prevalsa la scelta di lasciare Carla Lonzi al femminismo e l’arte all’arte. Peccato. Si sono perse energie, ma migliaia di anni non si colmano in decenni. Del resto, anche le donne, sia dentro sia fuori il femminismo, fanno fatica ad abbandonare la protettiva illusione che l’arte sia un terreno universale, dove il conflitto uomo-donna si sana da solo. La sua critica senza scuse al patriarcato non ha vita facile. E Lonzi scriveva così:
«14 agosto 1972 – L’autocoscienza è un’operazione così primaria per l’essere umano che gli permette di ridare senso a gesti ormai istituzionalizzati e consunti. Ad esempio, scrivere diventa uno strumento per fermare i pensieri e comunicarli ad altre. Non è più uno scrivere collegato con bisogni eccezionali e con il talento»;
«15 agosto 1972 – Quando ho cominciato a fare la critica d’arte, mi ha attratto la possibilità di appoggiarmi a punto fermo: la realizzazione di altri. Analizzare, partecipare, scoprire, era soprattutto occuparmi di me pezzo per pezzo: era confrontare una realizzazione con la mia impotenza a realizzarmi. Ma alla fine, in Autoritratto (1969) – che è un riconoscimento dell’autenticità degli artisti e una mia autoinvestitura di soggetto – mi ero solo rafforzata nel rifiuto della cultura per isolare il momento artistico come autentico, ma non come mio, nella fiducia di un imprevisto dove portare alla luce la mia identità».
Carla Lonzi tra immaginazione e realtà
E oggi come si possono «fermare i pensieri»? Migliaia di informazioni non determinano il numero dei partecipanti: spesso a una mostra, una conferenza, viene chi già si conosce. Forse c’entra l’età, ognuno segue la propria o gli inviti fuori circuito non attraggono come solo vent’anni fa? Domande sottovoce che rivolgo a me stessa consultando il suo diario Taci anzi parla, oggi riedito regolarmente. Mi rassicura confrontare il mio ricordo personale, immaginario, con quelli reali di suo figlio e di una regista che è anche sua nuora. Non ho mai incontrato Carla Lonzi, l’ho sempre letta e ascoltato chi aveva partecipato alle riunioni di Rivolta femminile a casa sua, in Via Brera a Milano. Così è nata la mia amicizia con lei.
Artribune, 3 settembre 2026
Segnaliamo un’intervista che vale la pena ascoltare (in inglese). Il podcast How To Fail With Elizabeth Day ha ripubblicato, in occasione della sua recente scomparsa, la puntata del 2020 dedicata a Gloria Steinem. Nella conversazione, la storica attivista femminista si racconta a partire dai propri “fallimenti”, un rapporto mai del tutto risolto con la madre, l’assenza al momento della morte del padre, ma si apre soprattutto su temi che attraversano tutta una vita: la scelta di non avere figli, la rabbia come energia trasformativa, l’idea di relazioni “non gerarchiche”, e una vita intera spesa contro misoginia e ingiustizia.
Ascoltando l’intervista, emerge un ritratto intimo e vitale di una delle voci più importanti del femminismo del Novecento.
La redazione
(How To Fail with Elizabeth Day, 3 settembre 2026)
La rivoluzione di Gloria Steinem cominciò ascoltando le donne. Era il 1969 e in una chiesa del Greenwich Village un gruppo di femministe aveva organizzato uno «speak-out» sull’aborto. Una dopo l’altra, le donne raccontavano pubblicamente ciò che fino ad allora era stato confinato nella vergogna e nel segreto: gravidanze indesiderate, aborti clandestini, paura. Steinem, che l’anno prima aveva contribuito a fondare il New York Magazine, era lì per scriverne. Aveva abortito anche lei, a ventidue anni, illegalmente, a Londra, senza quasi averlo mai raccontato. Anni dopo avrebbe definito quella sera l’inizio del suo attivismo femminista.
Steinem è morta mercoledì nella sua casa di New York, a novantadue anni. Giornalista, fondatrice di «Ms.» e volto più riconoscibile della seconda ondata femminista americana, per oltre mezzo secolo ha portato al centro della politica ciò che fino ad allora era stato considerato affare privato delle donne: l’aborto e la contraccezione, la violenza, il lavoro domestico, le discriminazioni, la disparità salariale.
Era nata a Toledo, in Ohio, nel 1934. Dopo la laurea allo Smith College e un periodo in India, tornò negli Stati Uniti e cercò di farsi strada in un giornalismo che alle donne riservava soprattutto moda e costume. Nel 1963 si infiltrò come “Bunny” [coniglietta, ndr] in un Playboy Club di New York: il suo reportage raccontò le condizioni di lavoro delle ragazze dietro la patina di emancipazione sessuale costruita da Hugh Hefner.
Ma fu alla fine degli anni Sessanta che il femminismo cambiò anche il suo modo di guardare il mondo. In Autostima Steinem raccontò di quando al Plaza Hotel di New York le fu impedito di aspettare nella hall perché era una “signora non accompagnata”. La prima volta se ne andò umiliata. Qualche settimana dopo, entrata in contatto con il movimento delle donne, allo stesso divieto reagì apertamente.
Da allora percorse l’America parlando nelle università, nelle associazioni, nelle piazze. Spesso lo fece accanto a Dorothy Pitman Hughes, femminista nera e organizzatrice comunitaria: la fotografia delle due donne con il pugno alzato sarebbe diventata una delle immagini simbolo del movimento.
Nel 1971 Steinem fu tra le fondatrici del National Women’s Political Caucus insieme a Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan. Nello stesso periodo nacque «Ms.», la rivista che avrebbe dato al femminismo americano una voce nazionale. Si parlava di violenza domestica, molestie, lavoro e politica. Nel primo numero comparve anche la dichiarazione We Have Had Abortions [‘Abbiamo abortito’, ndr], firmata da donne che ammettevano pubblicamente di avere abortito quando in gran parte degli Stati Uniti era ancora illegale.
Steinem aveva anche il talento dell’ironia. Nel celebre saggio If Men Could Menstruate immaginò che se fossero gli uomini ad avere le mestruazioni: sarebbero diventate, scriveva, motivo di orgoglio e perfino prova di virilità. Il problema è chiaro: non è il corpo femminile a valere meno, è una società costruita sul potere maschile a stabilirlo.
Continuò a battersi per il diritto all’aborto, contro la violenza sulle donne e per la loro rappresentanza politica fino agli ultimi anni. Quando nel 2022 la Corte Suprema cancellò la protezione federale garantita da Roe v. Wade, tornò al punto da cui era partita: senza controllo sul proprio corpo, sosteneva, per le donne non può esserci piena cittadinanza. La sua fondazione ha ricordato soprattutto una sua qualità: la capacità di ascoltare e di far sentire le altre ascoltate. Forse è anche questa la chiave della sua eredità. Steinem capì presto che l’esperienza individuale delle donne, quando viene raccontata e condivisa, smette di essere un fatto privato. Diventa politica. E che, come insegna il femminismo, bisogna sempre partire da sé.
(Corriere della Sera, 3 settembre 2026)
Esattamente un anno fa, il 20 settembre 2025, si svolgeva presso l’Università Cattolica di Milano, luogo simbolico in cui Luisa Muraro si è laureata con una tesi in filosofia della scienza, il convegno Come quando si accende la luce.
Io ho pensato subito che la luce fosse Luisa stessa, ma Clara Jourdan, curatrice di Esserci davvero (Libreria delle donne, 2025), conversazione approfondita con Luisa Muraro che descrive il filo della sua vita e la genesi delle sue principali opere, mi corregge e precisa che il titolo si riferisce a quanto avviene dentro di noi grazie agli scritti di Luisa.
Gli atti del convegno sono ora disponili nell’edizione Come quando si accende una luce.Pensare con Luisa Muraro, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi. Il libro è disponibile presso la Libreria delle donne di Milano. Per riceverlo anche per posta, scrivere a info@libreriadelledonne.it
Filosofa, pedagogista, traduttrice, attivista femminista, un suo rapido profilo biografico può essere consultato a questo indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Muraro
Insieme ad alcune partecipanti al convegno – Martina, Milena, Monica e Raffaella – ci siamo ritrovate in un webinar per condividere alcuni tratti fondamentali del pensiero di Luisa.
Ecco quanto ne è emerso.
Luisa ha segnato la storia del pensiero filosofico introducendovi il concetto di madre, più precisamente dell’ordine simbolico della madre, in quanto veicolo dell’apprendimento della lingua, della lingua materna dunque, considerando che l’acquisizione del linguaggio coincide con l’acquisizione dell’ordine simbolico.
Luisa si è molto impegnata nel femminismo, operando dapprima nella città di Milano dove nel 1975 fondò insieme a Lia Cigarini e ad altre la Libreria delle donne, luogo di studio, di autocoscienza, di produzione culturale e di pratica di nuove forme di relazioni e di analisi politica… Luogo anche di sostegno a molte iniziative promosse dalle donne sul territorio. Non da ultima quella del Giardino delle beghine di Mantova.
Grazie ai suoi numerosissimi scritti e alle successive traduzioni Luisa è diventata un riferimento imprescindibile del “femminismo della differenza”, che insiste sul fatto che la libertà delle donne non coincide con l’emancipazione e i desideri femminili non si esauriscono nella conquista della parità con gli uomini, ma portano ad altre esperienze di vita e di relazioni sociali, per un cambio di civiltà non più patriarcale.
In questo campo, una particolare relazione tra donne di cui è stata la promotrice è la “Pratica dell’affidamento” che Milena Garavaglia così espone nel suo e-book Cohousing al femminile. Abitare nei beghinaggi moderni
«L’Affidamento è una pratica a livello simbolico e sociale esercitata all’interno di una relazione di reciproca fiducia fra due donne adulte: riferendosi all’altra, una le conferisce autorità, cioè le parla di ciò che fa, si fa aiutare a riconoscere i propri desideri e tiene conto dei suoi consigli. Si tratta di un riconoscimento che implica un impegno reciproco,ossia curare i rapporti con altre donne e considerarli una risorsa insostituibile di forza personale, di originalità mentale e di sicurezza sociale. Il fare tra donne per “darsi identità” aiutandosi reciprocamente a progredire, fidarsi e affidarsi, avere stima di se stesse senza essere in competizione con le altre e la possibilità di chiedere consiglio per i propri bisogni». (pp 42-43)
Infine, grazie alla sua amicizia con la beghina Romana Guarnieri, Luisa si è introdotta nelle opere mistiche delle beghine, dalle quali è stata realmente affascinata, e ne ha fatto conoscere il movimento, in particolare Marguerite Porete, senza per altro identificarsi con esse.
I numerosi interventi del convegno hanno opportunamente esposto le tante sfaccettature del pensiero di Luisa Muraro, la quale ha certamente con il suo instancabile e dotto impegno portato il pensiero femminista a un livello schiettamente filosofico.
Un grande grazie a lei, a Lia Cigarini, a Clara Jourdan e a quante/i come loro, e come noi della Beguines Newsletter, che non mollano.
Luisa è deceduta a Milano il 13 giugno 2026.
A lei diciamo che non vogliamo sentirci sue orfane, ma sue eredi e che la porteremo sempre con noi.
(Beguines Newsletter, settembre 2026)
Care amiche, cari amici, care colleghe e cari colleghi,
Siamo lieti di condividere con voi una notizia importante. Il 22 agosto 2026, in Svezia, la difensora bielorussa dei diritti umani e direttrice dell’organizzazione per i diritti umani Our House, Olga Karach, è stata insignita del premio internazionale Peace Ambassador 2026 nell’ambito della cerimonia del World Peace Award. Il premio rappresenta un riconoscimento per i molti anni di impegno di Olga Karach nella difesa dei diritti umani e contro la guerra, per il suo lavoro volto a proteggere e sostenere rifugiati, persone costrette a lasciare il proprio Paese e altri gruppi vulnerabili, nonché per il suo costante impegno a favore della pace, della nonviolenza e della risoluzione pacifica dei conflitti in Bielorussia e nelle regioni dell’Europa orientale.
Per noi è particolarmente importante che questo premio riconosca proprio il lavoro che il team di Our House continua a svolgere in condizioni estremamente difficili, facendo fronte sia ad attacchi provenienti dalla Bielorussia sia ad attacchi in Lituania: aiutare le persone costrette a lasciare i propri Paesi a causa della guerra e della repressione politica; difendere i diritti dei rifugiati; sostenere donne e bambini; assistere gli obiettori di coscienza al servizio militare; contrastare la militarizzazione; e promuovere alternative nonviolente alla guerra e alla violenza.
Il conferimento del titolo di Peace Ambassador 2026 rappresenta anche un riconoscimento internazionale di un’idea semplice, ma oggi particolarmente importante: la sicurezza non può essere costruita esclusivamente sulle armi, sulla violenza, sulla paura e sulla militarizzazione. Una pace duratura richiede la tutela della dignità umana e dei diritti umani, solidarietà, dialogo e la capacità delle società di risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza.
Il Peace Ambassador 2026 Award ha per noi anche un altro importante significato. Dimostra che il lavoro dei difensori e delle difensore bielorussi dei diritti umani in esilio rimane visibile e continua a essere considerato importante dalla comunità internazionale, e che l’esperienza maturata nell’assistenza ai rifugiati, nella protezione delle persone dalla repressione e nel contrasto alla militarizzazione fa parte di un più ampio impegno europeo e internazionale per la pace.
Non consideriamo questo premio come un punto di arrivo, ma come un riconoscimento della necessità di continuare questo lavoro, soprattutto oggi, quando la guerra, la repressione, la migrazione forzata e la crescente militarizzazione colpiscono milioni di persone nella nostra regione.
Desideriamo inoltre esprimere la nostra sincera gratitudine all’organizzazione svedese Artists for Peace per aver candidato Olga Karach a questo premio e per aver riconosciuto l’importanza del nostro lavoro nel campo dei diritti umani e della costruzione della pace.
Apprezziamo profondamente la loro solidarietà e il loro impegno nel sostenere i difensori e le difensore dei diritti umani in esilio e nel dare maggiore spazio e risonanza alle loro voci mentre operano per la pace, la nonviolenza e la dignità umana.
Olga Karach e il team de La Nostra Casa
(Our House, Centro per i diritti umani e gli aiuti umanitari, 31 agosto 2026)