Il testo che segue nasce da un’iniziativa promossa da un gruppo di cittadine e cittadini di Nantes che ora lo sta rilanciando in tutta Europa.
Non siamo né tecnofobi né adoratori della tecnologia. Vogliamo semplicemente la libertà di usare o non usare Internet per gestire la nostra vita quotidiana. Vogliamo poter parlare con funzionari pubblici competenti o personale tecnico invece di affidarci a una “app”, una “chat”, un “chatbot”, o al robot di un call center che spesso non capisce la nostra domanda. Molte persone stanno perdendo l’accesso ai propri diritti per scoraggiamento di fronte a procedure amministrative online falsamente “semplificate”.
La connettività digitale dovrebbe essere un’opzione, non un obbligo.
La tecnologia digitale sta facendo sempre più presa, anno dopo anno, e allo stesso tempo le relazioni umane vengono minate. L’obsolescenza della nostra umanità viene programmata. L’uso diffuso del GPS ha ridotto il nostro senso dell’orientamento, le enciclopedie online stanno diminuendo la nostra capacità di memorizzazione, l’insegnamento basato sugli schermi abbassa il rendimento scolastico (secondo il rapporto PISA dell’OCSE), e l’intelligenza artificiale generativa o sintetica rischia di renderci inutili decidendo tutto per noi. L’ascesa dell’Internet delle Cose e dei Corpi (IoT & IoB), insieme ai progetti transumanisti per un’umanità “potenziata”, sono tutt’altro che rassicuranti. A poco a poco, stiamo diventando “foraggio di dati”, tracciati come merci o animali.Ogni pretesto – sicurezza, pandemie, terrorismo, abuso sui minori – viene usato per giustificare una sorveglianza e un controllo digitale sempre crescenti. La crescente centralizzazione dei nostri dati più personali in banche dati digitali è motivo di preoccupazione. Il passaporto biometrico e il Portafoglio di Identità Digitale aprono la strada a nuove forme di totalitarismo. La rete digitale non sta forse diventando la nostra prigione? Qualsiasi sistema interconnesso, centralizzato e obbligatorio, inoltre, non solo minaccia le libertà, ma comporta anche delle vulnerabilità.
La connettività è richiesta in quasi ogni aspetto della vita quotidiana: lavorare da remoto, ricevere un pacco, spedire una lettera, aprire la porta di un edificio, effettuare un’operazione bancaria, prenotare una visita medica o accedere ai servizi pubblici. Più recentemente, la soppressione dei biglietti ferroviari, la fine delle ricevute stampate, l’avvento della valuta digitale, fanno tutti parte di un processo che invia un flusso di informazioni a sistemi di archiviazione fuorvianti etichettati come “nuvola smaterializzata” che sono semplicemente dei centri di dati energivori che consumano acqua e invadono terreni agricoli su più continenti. La propaganda anti-cartaha plasmato le nostre menti a tal punto che crediamo in buona fede di agire nell’interesse del Pianeta ricevendo annunci online senza fine ed essendo automaticamente reindirizzati a piattaforme digitali, dimenticando nel frattempo l’enorme impronta ecologica che hanno la produzione e l’alimentazione dei dispositivi elettronici. La carta può essere riciclata sei volte, mentre un cosiddetto smartphone può a malapena essere riciclato! Vogliamo poter mantenere valuta fisica, assegni, biglietti del treno e del cinema, libri di testo e passaporti… su carta. Desideriamo preservare l’uso secolare di libri e documenti stampati, che sono stati il fondamento delle nostre civiltà, e mantenere il contatto umano. Siamo impegnati a mantenere una vera vita sociale senza smartphone.
In nome della comodità e del “progresso”, il mercato, guidato esclusivamente dal profitto a breve termine e cieco rispetto alle vulnerabilità comprovate dei bambini, sta spingendo l’innovazione tecnologica (come il 5G, e presto il 6G) e incoraggiando i clienti a cercare una connessione costante, manipolativa e che crea dipendenza. Alcuni affermano persino, cinicamente o ingenuamente, di servire in questo modo la “transizione ecologica”! Ma questa società iperconnessa di dipendenza e di controllo digitale, di fatto, è ecologicamente irresponsabile e insostenibile: perché sovraccaricare la rete elettrica con il rischio di blackout? Perché dovremmo sviluppare strumenti che esauriscono le risorse limitate del pianeta, inquinano e distruggono la biodiversità senza ridurre la nostra impronta di carbonio? Servono 183 chilogrammi di materie prime per produrre uno smartphone che pesa 170 grammi, e 32 chilogrammi per il circuito integrato di un microchip di 2 grammi. Possiamo accettare di deturpare il nostro pianeta per alimentare miliardi di dispositivi digitali? La guerra (globale) per metalli, terre rare e acqua è già iniziata; sempre più acqua sarà necessaria per fabbricare i nostri innumerevoli gadget digitali e raffreddare la proliferazione di data center e delle centrali nucleari.
Per avere comunicazioni sempre più veloci, reti di satelliti civili e militari ingombrano e danneggiano i cielicon detriti nonostante scienziati, astronomi e meteorologi abbiano lanciato l’allarme al riguardo. Noi vogliamo la PACE – e una maggiore saggezza nel mondo.
Il legame ben documentato tra la distruzione del pianeta e la perdita dei legami umani è vissuto come una catastrofe persino dalle generazioni più giovani, che sono le più connesse digitalmente. Questo disastro ci costringe a cambiare rotta: non è certo imponendo a tutti di sopravvivere e consumare tramite uno smartphone – o anche una connessione cablata – che salveremo l’umanità e il mondo vivente.
L’impatto della sovraesposizione agli schermi sulla salute mentale e fisica, sullo sviluppo e sul benessere emotivo di bambini e adolescenti è ben documentato. Sono loro i più vulnerabili agli effetti dannosi delle radiofrequenze senza fili e alla manipolazione dei social media.
Sul punto di essere imposta, la connettività universale può portare a discriminazione e disagio per coloro che sono colpiti da analfabetismo digitale, che non si sentono a proprio agio con Internet o che non vi hanno accesso, e per coloro che soffrono di sintomi di Ipersensibilità Elettromagnetica (EHS) o Sindrome da Radiazioni Elettromagnetiche (ERS), il cui numero è in costante aumento a causa dei sistemi di comunicazione senza fili e degli smart meter. Ridurre l’inquinamento elettromagnetico gioverebbe a tutti, comprese la fauna e la flora. Come nel caso dei pesticidi, dei neonicotinoidi, dei PFAS, degli interferenti endocrini, e di altri disturbi causati dalla nostra civiltà industriale, i problemi di salute associati alla radiazione a microonde pulsata che si accumula nel nostro ambiente sono deliberatamente sottostimati sotto la pressione delle lobby che seminano dubbi nonostante i numerosi solidi studi scientifici.
Gli attacchi informatici agli ospedali e il saccheggio dei dati sanitari aumenteranno in un interminabile gioco tra guardie e ladri. Dobbiamo finalmente accettare che non saremo mai pienamente protetti, nonostante la retorica rassicurante e interessata sulla sicurezza digitale.
La discriminazione colpisce le persone che:
– per consapevolezza ecologica rifiutano lo spreco energetico imposto dalla tecnologia digitale e l’obbligo di essere costantemente connessi;
– per consapevolezza economica rifiutano di acquistare dispositivi connessi ad alta tecnologia troppo rapidamente obsoleti e spesso inutili;
– per consapevolezza umanitaria rifiutano lo sfruttamento di lavoratori-clic impoveriti per arricchire i dati dell’IA e quello dei bambini nelle miniere di cobalto e terre rare iperinquinate in Congo e altrove, bambini che, lontano dai nostri occhi, stanno pagando un prezzo molto alto per il nostro comfort digitale;
– per consapevolezza politica resistono al controllo del Grande Fratello, all’estorsione del consenso, e agli eccessi della sorveglianza digitale di massa;
– a causa di una malattia ambientale rifiutano l’ubiquità dell’inquinamento elettromagnetico che mina i loro diritti fondamentali e la loro autonomia.
Il fascino per le tecnologie digitali che hanno i nostri rappresentanti eletti, i media e gran parte della popolazione ci ha accecati rispetto al suo potenziale devastante. Speriamo fortemente che ascoltino il nostro appello. Esiste la possibilità di ritrovare una vita desiderabile in un mondo vivibile. È semplice, economica e alla portata di tutti: è la libertà di SCELTA, ovvero di non connettersi o di disconnettersi. Questo passo indietro permetterebbe il ritorno della poesia, della convivialità e della coesione umana.
Prima che sia troppo tardi, è tempo di reclamare la nostra sovranità umanain un mondo saturo di tecnologia digitale, di allontanarci dall’assuefazione distruttiva nei confronti di un sistema economico fondato sull’estrazione intensiva delle risorse naturali e sulla produzione di rifiuti elettrici, e di abbracciare una vera sobrietà, iniziando con una drastica riduzione del nostro consumo digitale. Ciò riguarda la nostra salute fisica e mentale, il nostro libero arbitrio e la nostra capacità di discernimento – sempre più ridotti – così come il destino del nostro pianeta già malato.
C’è ancora tempo per tessere legami senza il filtro degli algoritmi e per reimparare l’autonomia umana. Si tratta di difendere le nostre libertà: difendere la nostra privacy, la protezione sociale, la salute, la qualità della vita e il riconoscimento delle minoranze. È anche un appello a riscattare la nostra immaginazione.
È tempo di completare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Rifiutiamo l’obbligo di essere connessi e la digitalizzazione della nostra vita sociale. Ci connetteremo quando e se, NOI, I CITTADINI, decideremo consapevolmente di farlo.In gioco vi sono lo spirito stesso della democrazia, il futuro delle nostre civiltà, e i valori di un nuovo umanesimo esteso a tutti gli esseri viventi.
Richiediamo l’istituzione di un DIRITTO UNIVERSALE E COSTITUZIONALE A ESSERE OFFLINE O ALLA DISCONNESSIONE.
Collectif nantais de veille citoyenne (CNVC) Nantes Citizens’ Watch Collective – dicembre 2025
https://internationaldisconnectionmanifesto.org/
https://internationaldisconnectionmanifesto.org/formulaire-form/
Per adesioni: colnantvigilcit@proton.me
(traduzione di Francesca Romana)
Avevo sentito il papa in televisione attaccare le donne come guerrafondaie per via dell’aborto. Si era appoggiato a Santa Teresa di Calcutta. Dall’attacco all’Irak, che ignorò milioni di pacifisti contrari in tutto il mondo, e dopo quello alla Libia di Gheddafi, che sino al giorno prima appariva nei media italiani come amico, sono diventata studiosa della difficile transizione ad una pratica politica di risoluzione pacifica dei conflitti nel mondo, già intrapresa con il femminismo. La Chiesa cattolica per molti aspetti valorizza una educazione umanitaria, la seguo con qualche speranza nei media, ma nei rapporti con le donne è regolarmente opprimente. Quando ho letto sull’Avvenire un articolo che riprendeva il nome della guerra legandolo all’aborto al link che segue
https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/aborto-il-nome-della-guerra-che-muoviamo-contro-noi-stessi_104046, ho voluto protestare perché della guerra vera le donne sono in più modi le principali vittime. Ho voluto parlare in nostro favore anche per noi stesse che ci muoviamo su fronti anche contrapposti nel prendere coscienza. Per questo con il sostegno della redazione pubblichiamo sia la lettera originale, che Avvenire ha pubblicato solo in parte e comunque in modo efficace, sia la versione riassunta con la risposta del giornalista, che si può leggere in calce.
Antonella Nappi
«Sono una lettrice di Avvenire. L’articolo di Roberto Colombo “Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio,mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo.
Noi donne di figli ne abbiamo messi al mondo tanti nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni per fare guerra agli altri ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti: le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere. È questo riconoscimento dell’autorità femminile che dà una misura al potere maschile e questo confronto con l’altro è un limite decisivo per permettere la pace anche con tutti gli altri.
Senza misura di sé e dell’altro che ha il suo piccolo potere, le fantasie di pace non hanno valore. La vita è molteplice e anche agguerrita, in natura, in tutte le sue forme. Senza educazione alla misura e alla contrattazione tra i propri bisogni e quelli degli altri non c’è equilibrio. Non si arriva alla pace.
Sì, tuteliamo la maternità con il disarmo unilaterale, con l’assegno di vitalità ad ogni bambino nato dalla donna che lo ha creato in nove mesi di gravidanza e amato e alimentato.
Parlate di “ingiustizia nel grembo materno” quando parlate di aborto, ma le donne sono persone, non macchine per la vita, anche la loro vita va tutelata, come la nostra legislazione fa permettendo l’interruzione di gravidanza in tempi in cui ancora non si profila la realizzazione della persona umana. Imporre la gravidanza è profittarsi delle donne, non dare loro dignità.
Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “noi” nella vita delle donne, non siete “noi”, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre. Ditevi l’altro potere e veniamo a patti. Ripartite finalmente da voi uomini nel rispetto dell’altro che può fare la pace, dal riconoscimento dell’autorità femminile. Parafrasando Colombo: se voi maschi non farete la guerra a chi vi è vicino, alle donne che vi danno la vita, saprete mettervi al servizio della pace anche con chi vi sta lontano.
Evitare il concepimento, indossare una protezione se la donna ti domanda effusioni sono misure necessarie. Ma anche: i figli devono essere voluti per farli. Non siamo in un pianeta quasi disabitato come alle origini; siamo in un pianeta molto popolato che ha necessità di condividere le risorse e preservarle dal dispendio. Siamo in un paese armato da tutte quelle armi che si sono sommate nella storia e oggi ci possono uccidere tutti. La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.
4 febbraio 2026
Antonella Nappi»
da Avvenire del 19 febbraio 2026
Sono una lettrice di Avvenire, l’articolo di Roberto Colombo “Se aborto è il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio, mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo. Noi donne ne abbiamo messi al mondo tanti di figli nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni a fare guerra ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti, le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere… Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “Noi” nella vita delle donne, non siete ‘noi’, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre… La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.
Antonella Nappi
Ringrazio la gentile lettrice di Avvenire per aver preso in considerazione il mio commento alle parole di Leone XIV pronunciate il 31 gennaio. Hanno maggior titolo del mio il Santo Padre e la Santa Teresa di Calcutta, di cui il papa ha citato la frase oggetto di critica, per rispondere alle osservazioni della professoressa Nappi. Da parte mia, solo una brevissima nota. Le parole «il più grande distruttore della pace è l’aborto» sono uscite dall’animo e dalla bocca di una donna, Teresa, non di un uomo. Una donna la cui esistenza si è consumata al servizio delle donne (e non solo dei maschi) più povere e abbandonate di Calcutta e dei loro figli e figlie. Un servizio umile e gratuito che ha restituito alle donne, nei gesti concreti più che nelle parole, quella dignità di «persone, non macchine per la vita» che la docente chiede giustamente che sia riconosciuta. Una dignità umana che possiede anche chi vive per nove mesi nel ventre della madre.
Roberto Colombo
(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2026)
Piove. Piove ancora e ancora.
A Niscemi, ormai, guardiamo la pioggia con infinita tristezza.
Il 25 gennaio abbiamo dovuto fare i conti con l’ennesima frana.
Nel 1997 alcune famiglie persero la casa e una chiesa del Settecento venne distrutta.
Oggi ci troviamo di nuovo davanti allo stesso fenomeno, allo stesso disastro ambientale.
Molte famiglie hanno perso la propria casa.
Millecinquecento persone sfollate hanno dovuto dire addio non solo a un’abitazione, ma alla loro storia personale.
Perché una casa non è solo un alloggio: ogni casa del quartiere Sante Croci era lì da secoli e custodiva la memoria di generazioni.
Abbiamo ascoltato il racconto di amici e parenti: uscire di casa per andare a lavorare e non poterci più tornare. Mai più.
Le case, con tutto ciò che contenevano, sono scivolate giù nella vallata.
Una frana enorme, alta 55 metri, che lentamente e angosciosamente continua a inghiottire altre abitazioni.
È una frana lenta.
Odia le cose, non le persone.
Continuo a ripetermi che nessuno si è fatto male.
Le cose sono cose, si possono ricomprare.
Le persone stanno bene, ed è questo che conta davvero.
Niscemi è stata solidale.
La Sicilia è Sicilia: qui non si lasciano soli amici e parenti.
Anche se il palazzetto dello sport è stato subito attrezzato come dormitorio e punto di ristoro, nessuno ci è andato.
Tutte le famiglie sfollate sono state accolte da amici e parenti.
È questo che ci ha uniti ancora di più, nel dolore e nel disagio di chi ha perso tutto.
Niscemi è triste.
Siamo tutti sfollati, anche chi, come me, abita nelle cosiddette zone “verdi”.
Abbiamo perso una parte della nostra identità.
Il centro storico, la piazza, il Belvedere: ogni giorno vivono sotto il pericolo del crollo.
E anche se non crolleranno, non saranno più gli stessi.
Non saranno più il luogo delle feste patronali, delle serate estive affollate da chi tornava dalla Germania per le vacanze.
La nostra gioventù, quel parcheggio dove una volta c’erano le giostre accanto a una chiesa già scomparsa, oggi non esiste più.
Resta una strada interrotta che porta al nulla.
Un vuoto che stringe il cuore.
Un vuoto che ci avvicina ai nostri compaesani che non hanno potuto salvare nulla: le foto di famiglia, il gioco preferito di un figlio, il vestito indossato in un giorno speciale.
Tutto finito in quel burrone.
Oppure chiuso dietro una porta serrata per sempre, senza sapere se e quando si potrà riaprire per recuperare qualcosa.
Niscemi guarda la pioggia cadere copiosa, come se volesse fermarsi solo dopo aver trascinato tutto giù nella vallata.
Siamo tutti uniti, nel silenzio e nel respiro sospeso, nella consapevolezza di aver perso una parte della nostra identità e della nostra storia.
Eleonora Pedilarco, amica delle Città Vicine e artista-pittrice dei sentimenti e dell’impegno sociale (ha lottato per impedire il MUOS a Niscemi e salvare la secolare sughereta dove sorge), nonché insegnante della prima infanzia, su richiesta di Anna Di Salvo ha scritto per noi questa testimonianza.
(www.libreriadelledonne.it, 19 febbraio 2026)
A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina. la guerra non è finita. È stata normalizzata. Non è più raccontata come emergenza, ma come condizione stabile del presente. Una guerra amministrata: con flussi di armi, dichiarazioni rituali, commemorazioni selettive e un linguaggio che separa ciò che è dicibile da ciò che deve restare impensabile. La responsabilità dell’aggressione russa è un fatto politico e giuridico chiaro. Ma fermarsi a questo significa accettare una narrazione che assolve il resto.
Perché, dopo quattro anni, la pace non è mai stata costruita come possibilità reale?
Nel discorso dominante occidentale, la guerra in Ucraina è diventata il paradigma della guerra combattuta in nome dei valori, della democrazia, dell’ordine internazionale. Ma proprio questa retorica ha permesso di sostituire la politica con la militarizzazione, la diplomazia con la deterrenza, la pace con una promessa sempre rinviata. La guerra viene sostenuta, resa sostenibile e prolungata mentre i costi reali vengono scaricati sui corpi, sulle vite quotidiane, sulle relazioni sociali di chi la abita.
Questa struttura discorsiva è la stessa che si riproduce in Palestina, dove la violenza coloniale e genocidaria viene giustificata come autodifesa; la stessa che agisce nel racconto dell’Iran, ridotto a minaccia astratta mentre vengono cancellate le lotte delle donne e dei movimenti che lo attraversano. Cambiano i contesti, ma la struttura e identica: alcune vite sono narrate come degne di protezione, altre come sacrificabili; alcune violenze sono chiamate crimini, altre necessità strategiche.
Si tratta di una logica selettiva che invoca il diritto internazionale quando serve, lo sospende quando ostacola; difende la sovranità di alcuni popoli, ne nega l’esistenza ad altri; parla di pace solo dopo aver reso la guerra irreversibile. In questo schema, la pace e una parola svuotata, buona per i discorsi, non per le decisioni.
Noi rifiutiamo questa narrazione, rifiutiamo l’idea che la guerra sia uno strumento inevitabile di governo del mondo. Rifiutiamo la separazione tra conflitti “giusti” e conflitti “indicibili”. Rifiutiamo che la pace venga trattata come una concessione all’aggressore invece che come una responsabilità collettiva.
A quattro anni dall’inizio del conflitto In Ucraina – e mentre tanti altri proseguono in altre parti del mondo – non si può lasciare che la guerra continui a governare il presente. Serve costruire disarmo, verità e responsabilità, sottraendo la politica alla logica della morte amministrata e restituendo centralità alla vita, ai corpi e alle relazioni.
Martedì 24 febbraio dalle 17.00 alle 19.00 il Presidio Donne per la Pace sarà in piazza Massimo.
UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily-Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento -Donne del Circolo Laudato si’.
https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo/61575679581058/?_rdrhttps://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/-
(Pressenza, 18 febbraio 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/02/fuori-la-guerra-dalla-storia-quattro-anni-dopo/)
La violenza contro le donne resta ancora, nella maggior parte dei casi, IMPRESENTABILE.
Non c’è bisogno di arrivare alla questione del “consenso”, introdotto nel ddl Buongiorno, per sapere che sono le donne, per il pregiudizio atavico della ideologia patriarcale, a dover dimostrare che non “se la sono cercata”, che non sono state loro a “dare corpo” alla sessualità dell’uomo.
Di fronte alla violenza maschile in tutte le sue forme, invisibili – molestie sessuali, condizionamenti psicologici, ricatti lavorativi, dipendenza economica, ecc. – e manifeste – stupro, maltrattamenti, tentato femminicidio, segregazione, ecc. – sappiamo bene quanto sia difficile per una donna darne testimonianza pubblica, o arrivare alla denuncia. Quanto conta la paura della ritorsione vendicativa da parte dell’aggressore e quanto invece quella di dover affrontare una legge improntata da millenni allo stesso sessismo per cui si chiede giustizia? Quanto fanno da freno rapporti con datori di lavoro, legami affettivi con un familiare, l’idea di una “colpevolezza” già inscritta in un corpo identificato con la sessualità, la “caduta”, il “peccato”? Quanto è più difficile alzare la propria voce contro una aggressione sessista per la donna che, essendo conosciuta pubblicamente, sa di sollevare pettegolezzi, voyeurismo, spettacolarità, curiosità e dubbi sulla sua condotta?
Se il Me-too si è alzato all’improvviso e ingrossato rapidamente come l’onda anomala di un tifone marino, è perché era già il fondamento traballante, il “mare ribollente” di un vissuto quotidiano impossibile da “nominare”.
Per questo è importante che, oltre a manifestare e opporsi a leggi che rafforzano paure e silenzi, si torni a indagare fin dalle sue origini la cultura patriarcale, inscritta nelle istituzioni, nei poteri, saperi e linguaggi della sfera pubblica, e purtroppo anche “nell’oscurità dei corpi”, come dice Pierre Bourdieu. È da lì che va snidata per evitare che la vittima diventi col suo silenzio, forzatamente e suo malgrado, complice dell’aggressore.
“Non sei sola” deve voler dire che, oltre a contare sulla solidarietà di tante altre donne, si può fare riferimento a teorie e pratiche di un movimento di liberazione dal dominio maschile, la cui voce è diventata ormai incancellabile dal dibattito culturale e politico.
(Comune-info, 17 febbraio 2026)
Nella sede della “Società di Storia patria” esponenti dei vari gruppi femministi catanesi hanno presentato il libro Corpi e parole di donne per la pace, Navarra editore, curato da Mariella Pasinati. Il testo racconta l’esperienza di Palermo dove, allo scoppio della guerra in Ucraina, femministe dai differenti percorsi e pratiche – sulla spinta della “Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale Udi Palermo” – hanno deciso di tenere, una volta a settimana ai piedi del monumento ai caduti, un presidio permanente per invocare la pace e per elaborare pensieri e pratiche di pace. Un presidio che continua tutt’ora e che ha prodotto incontri, riflessioni, documenti, volantini, rappresentazioni artistiche e soprattutto una rete di relazione con donne pacifiste di tutta Italia. Donne talvolta in conflitto tra loro, anche sul tema della difesa del proprio territorio, ma unite dalla fedeltà al proprio genere e alla politica e alla pratica della differenza femminista che, tra l’altro, prevede la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la capacità di mediare, e mai con l’uso della violenza.
Donne per la pace che, come ha sottolineato Mirella Clausi, sono consapevoli della loro specificità anche rispetto ai maschi pacifisti che partono da un approccio geo-politico, mentre loro partono dai propri corpi che creano la vita – corpi troppo spesso oggetto di violenza – e dalla consapevolezza che la guerra è solo terribile strage e distruzione di tutto. Anche se oggi molte donne sono arrivate al potere e lo gestiscono secondo logiche maschili improntate al nazionalismo con l’accaparramento delle risorse e le gerarchie che questo implica, come denuncia Pina Mandolfo. Contro la logica di guerra queste femministe hanno scritto, in relazione con i gruppi di tutta Italia, una “Carta per l’impegno per un mondo disarmato” che punta sulla smilitarizzazione del pensiero e del linguaggio e sull’educazione basata sui principi pedagogici di Maria Montessori. Perché la guerra comincia prima, attraverso l’educazione alla competizione e la costruzione del nemico. Di qui – come ribadisce Giusi Milazzo – l’importanza della scuola, della storia e della memoria delle antenate pacifiste.
Queste donne sono convinte che se gli uomini potessero abituarsi a creare sfogando la loro aggressività nella creazione il mondo potrebbe cambiare. Da loro, con le parole della filosofa Luisa Muraro, la ricetta che prevede «quanto basta per combattere senza odiare, quanto basta per disfare senza distruggere, quanto basta per lottare senza farsi distruggere». E, su tutte, una parola d’ordine: «Fuori la guerra dalla storia». La Carta sarà presentata a Roma a fine mese. Intanto le donne per la pace hanno cominciato a tessere, ognuna nei propri contesti, un grande arazzo che porteranno in piazza in ognuna delle loro iniziative, un lavoro di tessitura artistico-artigianale che simboleggia la possibilità di ricomporre le ferite e le lacerazioni. Un telo protettivo che a settembre sarà portato e steso a Gibellina.
(La Sicilia, 17 febbraio 2026)
Il 15 febbraio del 1996, appena trent’anni fa, venne approvata la legge “Norme contro la violenza sessuale” che dopo quasi vent’anni e sei legislature riconosceva la violenza sessuale non più come un reato contro la morale e il buon costume, ma come un delitto contro la persona. Le donne cominciarono dunque ad essere al centro degli interessi legislativi come soggetti di diritto, al posto della difesa dell’istituzione familiare, del buon costume, della morale pubblica e, in definitiva, della proprietà maschile.
La modifica del Codice penale arrivò a conclusione di uno degli iter parlamentari più lunghi e difficili della storia della legislazione italiana, che accese discussioni e dibattiti dalla fine degli anni Settanta fino alla metà inoltrata degli anni Novanta, e che divise in modo aspro il movimento femminista. Ma prima che giudici e deputati si pronunciassero furono proprio i collettivi femministi a occuparsi della questione, dopo anni trascorsi a fianco delle vittime di violenza nei tribunali, nei centri antiviolenza autogestiti, che nacquero proprio in quel periodo, e nelle piazze. Facendo uscire dall’invisibilità la questione della violenza maschile e presentando infine, nel 1980, una legge di iniziativa popolare.
Dopo anni di lotta per il diritto all’aborto il tema della violenza, fino a quel momento negato o sottovalutato dall’opinione pubblica, dai partiti e dalle istituzioni, entrò nell’orizzonte politico dei femminismi nei primi anni Settanta. Nel 1975 il “massacro del Circeo” divenne uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti della storia d’Italia di quegli anni. L’anno dopo a Verona si tenne un importante processo per stupro. Nel 1978 vi fu il processo di Latina poi trasmesso dalla Rai, che ebbe un’enorme risonanza mediatica e fu seguito da circa nove milioni di telespettatori. Nel mezzo ve ne furono altri ancora.
Ciò che li accomunava tutti era una nuova pratica avviata dai femminismi: la cosiddetta “politica dei processi”. Le femministe cominciarono cioè a occupare le strade, le piazze e le aule di tribunale a fianco delle donne stuprate, riuscendo a farsi riconoscere come parte civile e decidendo di conseguenza di trasformarsi in associazioni riconosciute, superando il loro carattere informale e accettando in qualche modo di misurarsi con le istituzioni.
Fu in questo periodo che in Italia nacquero i primi centri antiviolenza autogestiti. Nel 1979 il Movimento di Liberazione della Donna (Mld), inizialmente federato al Partito Radicale, fondò nel palazzo occupato di via del Governo Vecchio a Roma il Centro contro la violenza sulle donne, su ispirazione dei cosiddetti “rape center” già presenti negli Stati Uniti e in Inghilterra, che alcune attiviste avevano visitato.
Il Centro si fece carico di accogliere le tante donne che arrivavano a chiedere aiuto: ciò che le donne del collettivo offrivano era assistenza medica, legale, psicologica, spesso ospitalità nelle proprie case, ma al di fuori di una logica puramente assistenziale e di servizio. Piuttosto, con un obiettivo ampio e radicale: trasformare lo stupro e la violenza domestica in questioni politiche di fronte all’immobilità dei partiti e «di tutta la sinistra che è capace solo di farci dei bei funerali quando crepiamo violentate», come scrisse l’Mld in un bollettino del 1976.
Nel tentativo di capire la realtà del problema le femministe del Centro diffusero un questionario tra mille donne nei supermercati, al mercato o all’uscita dalle scuole. Attraverso le testimonianze raccolte con i questionari, presso il Centro e nelle aule di tribunale cominciarono a definire i contorni di una realtà fino a quel momento fumosa. Emerse che la maggior parte delle violenze non avveniva nello spazio pubblico, ma nelle case, in famiglia, al lavoro. Si identificarono le responsabilità della polizia e dei giudici, facendo emergere la violenza che le donne subivano in un secondo momento (e spesso ancora subiscono) nelle aule di tribunale passando dall’essere accusatrici ad accusate. Si inquadrò lo stupro non come un atto sessuale, ma come un atto di controllo e potere quotidiano, strutturale e trasversale. E si rivendicò la normalità dello stupratore: non un malato, non un mostro o un maniaco, ma un uomo, il figlio sano, così diceva lo slogan, del patriarcato.
Le conclusioni a cui le femministe arrivarono svelarono una situazione così drammatica da far ritenere che determinate norme del Codice penale dovessero essere riviste. Nei codici le donne erano considerate solo come mogli, madri, figlie e mai come soggetti di diritto: «Le leggi attuali servono soltanto a garantire agli uomini, ai padri, ai mariti, ai fratelli, che le loro figlie, mogli, sorelle sono loro esclusiva proprietà e che non possono essere impunemente usate da nessun altro», scrissero sempre le donne dell’Mld.
Il Codice penale in vigore, il Codice Rocco, promulgato durante il fascismo, considerava la “violenza carnale” come un reato contro la moralità pubblica e il buon costume. Imponeva la querela di parte, la non procedibilità d’ufficio dunque, e la pena prevista andava dai tre ai dieci anni. E distingueva tra “violenza carnale” e “atti di libidine violenta”, espressione nella quale erano compresi gli atti sessuali senza penetrazione, puniti con pene più leggere. Il Codice Rocco infine, pur riconoscendo il reato di rapimento a fini di matrimonio o libidine, prevedeva una clausola di estinzione in caso di successive nozze che sarebbero andate a ripristinare l’ordine sociale.
Questo inquadramento rendeva necessario verificare se ci fosse stata o meno penetrazione, e in quali forme. E nel caso di “congiunzione carnale” doveva essere provato che ci fosse stata violenza, che non ci fosse stata provocazione da parte della donna e che il corpo di lei ne portasse i segni. In questa prospettiva l’eventuale violenza carnale esercitata dal marito sulla moglie non era considerata un reato, risultando l’atto sessuale un “diritto” acquisito con il matrimonio.
Già allora le vittime non denunciavano quasi mai le violenze subite: perché sapevano che sul banco degli imputati ci sarebbero finite loro, che la loro condotta pregressa sarebbe stata minuziosamente inquisita e i loro organi genitali ispezionati. Non denunciavano a causa delle frequenti minacce degli aggressori, che la querela di parte innescava, e perché sulle vittime, nonostante fossero vittime, pesava lo stigma del disonore.
Per superare tutto questo l’Mld cominciò dunque a lavorare a un progetto di legge di iniziativa popolare per cui raccogliere 50mila firme, discutendone anche agli incontri femministi che in quegli anni si svolsero in Europa con centinaia di donne di ogni paese. La proposta fu poi fatta propria da buona parte del movimento e per sostenerla si costituirono centinaia di comitati promotori in tutta Italia.
Le femministe chiedevano che lo stupro fosse considerato un reato contro la persona e non contro la morale, l’equiparazione di violenza sessuale e carnale, l’eliminazione delle attenuanti, la procedibilità d’ufficio, l’estensione del reato anche all’interno del rapporto coniugale, la possibilità per le associazioni delle donne di costituirsi parte civile. Chiedevano anche processi per direttissima (più rapidi perché non prevedono l’udienza preliminare), dibattimenti a porte aperte con il consenso della vittima, una linea telefonica di emergenza attiva 24 ore su 24 per la violenza domestica e che lo stato fornisse case per creare rifugi per le donne vittime di violenza.
L’adesione superò le aspettative e nel marzo del 1980, con 300mila firme, il progetto di legge venne presentato al parlamento. Ma aprì, all’interno del movimento femminista, un conflitto soprattutto tra i gruppi più radicali, che non avevano fiducia né nel diritto né nelle istituzioni quali massime espressioni della cultura maschile: consideravano la procedibilità d’ufficio come una nuova imposizione alla vittima, la richiesta di potersi costituire parte civile come una sorta di assenso alla rappresentanza politica e pensavano che le donne, non essendo né un ceto, né una classe sociale, non potessero trovare una risposta univoca nelle norme.
A quel punto la violenza sessuale era entrata nel dibattito, sui quotidiani, in TV, nelle discussioni dei partiti e dei sindacati. E portò all’inizio di un iter che durò quasi vent’anni.
Alla fine degli anni Settanta comunisti, democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici e missini depositarono le loro proposte. Tutte concordavano sulla necessità di una modifica del Codice penale, ma alcune erano repressive, come quella dell’MSI, altre erano repressive e preventive insieme, come quella dei democristiani che dichiararono guerra alla pornografia. Quelle dei comunisti e dei socialdemocratici erano invece orientate alla tutela della libertà delle donne e quella dei socialisti guidati da Maria Magnani Noya, avvocata molto presente durante i processi per stupro degli anni Settanta, era la più vicina alle istanze del femminismo e l’unica che proponeva di spostare il reato di stupro nel capitolo dei delitti contro la persona. Quasi tutti i partiti scelsero comunque di non esplicitare il riferimento al consenso e di lasciare il concetto di costrizione e minaccia: questione ancora oggi in discussione.
Questo fu comunque solo l’inizio. Poi passarono altre cinque legislature, un tempo durante il quale vennero presentate molte altre proposte di legge, e un tempo in cui si tentò di nuovo di affermare che stuprare una donna fosse soltanto un’offesa alla morale. Di fronte a questo immobilismo, nel 1995 le parlamentari decisero di incontrarsi, discutere e confrontarsi al di fuori delle discipline partitiche per scrivere un testo comune e condiviso. Aderirono 74 parlamentari su 88. Il 23 maggio del 1995 la proposta di legge (firmata in ordine alfabetico da tutte loro per sottolineare l’elaborazione comune) venne consegnata alla Camera. Fu definitivamente approvata il 14 febbraio del 1996 e pubblicata l’indomani.
(ilpost.it, 15 febbraio 2026)
Nei giorni in cui il ciclone Harry devastava le coste della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, dieci barche cariche di uomini, donne, bambine e bambini, erano state messe in mare, con la forza, dai trafficanti. Su quelle barche viaggiava una massa umana, travolta dalla furia del ciclone e inghiottita dal mare. Era partita da un porto della Tunisia, Sfax. Era diretta in Sicilia non per invaderci, per “islamizzarci” e realizzare la “sostituzione etnica”, ma per fuggire da fame, guerre, torture, miseria, povertà, persecuzioni, col sogno di “rifarsi una vita” altrove, in un paese accogliente, libero e democratico. Un altrove che da dieci anni a questa parte è stato bombardato, deriso, beffeggiato, manipolato, e che oggi con questa destra al potere sarebbe perduto per sempre se non fosse per le donne e gli uomini che resistono e tengono aperta la porta, come a Riace tornata a nuova vita con Mimmo Lucano sindaco. Quell’altrove è la nostra umanità verso altri esseri umani, è l’accoglienza per i vivi e la pietà per i morti, per i tanti lasciati annegare in quel mare trasformato da ponte tra culture in un cimitero sottomarino che cresce di giorno in giorno. Un cimitero su cui grava l’oblio colpevole di chi ha creato le condizioni affinché i naufragi si moltiplicassero e meno migranti arrivassero sulle nostre coste e in Europa. A costoro non interessa perché i naufragi si moltiplicano, dove e come vivono le/i migranti che non partono, ma sono tutti impegnati a lasciarli morire in mare per dissuaderli a partire e a progettare prigioni per chi arriva e respingimenti, “remigrazione” la chiamano. Tutto frutto di dieci anni di politiche migratorie volte ad alzare muri, a fare accordi che legittimano le violenze e le torture nei lager libici, a delegittimare le Ong che salvano vite, a tenerle lontane dalle barche che affondano, mandandole per lo sbarco in porti lontani. Se arriverà in porto il blocco navale, annunciato dal governo con il suo disegno di legge “antimmigrazione”, sarà eliminato qualsiasi intervento di salvataggio delle Ong. E così le barche continueranno ad arrivare e i naufragi ad aumentare.
Torno al grande naufragio nei giorni del ciclone Harry. Si parla di mille dispersi, la cui colpa grava su chi non li ha soccorsi o fatti soccorrere. Nulla sappiamo di quei morti annegati, di quei corpi, di quei visi scomparsi per sempre. Nessuno ci racconterà la storia, la vita, i dolori e le speranze di ognuna e ognuno di loro. Nulla sappiamo della paura, della disperazione, del dramma delle madri inabissate con le loro creature strette al seno. Nulla sappiamo delle bambine e dei bambini a cui è stato rubato il futuro, come ai 20.000 di Gaza, vittime innocenti di genocidio. L’unico superstite di quel naufragio ha raccontato, ancora sotto choc, che sulla sua barca erano in cinquantuno. Era rimasto aggrappato a un pezzo del barcone in balia delle onde per ventiquattro ore. Ha visto scomparire tra le onde tutti i suoi compagni di viaggio. Per due giorni erano rimasti in balia del mare con onde alte sette metri. Due giorni, una notte, un’alba e nessuno intorno a loro a salvarli. Le Ong tenute lontane. I soccorritori arrivati quando ormai la tragedia si era consumata, come per la strage di Cutro. Qualche giorno prima una donna arrivata a Lampedusa con altre sessantun persone aveva raccontato di aver perso in mare, durante la traversata dalla Tunisia, le sue due gemelline di appena un anno. Nessuno, se non quella madre, ha pianto per loro. Nessuno ha pianto per i mille morti. Il silenzio è calato su di loro. Un silenzio di indifferenza, complicità e disumanità in cui si avvitano sempre più l’Europa e l’Italia. Se non si arresta la deriva verso cui stanno spingendo l’umanità, prima o poi, anche in questa parte di oltre Oceano vedremo scene come quelle che abbiamo visto a Minneapolis di caccia all’emigrato casa per casa, di arresti di bambine all’uscita di scuola e di uccisioni impunite per strada.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 febbraio 2026)
No Good Man della regista afghana, ambientato nella Kabul del 2021, ha inaugurato la Berlinale: «Siamo vittime di un patriarcato feroce che ci ha rese più forti»
È il film che non ti aspetti di vedere e che offre una prospettiva inedita su un Paese e le donne che lo abitano. A inaugurare ieri la 76ª edizione della Berlinale è arrivato infatti No Good Man, scritto e diretto dalla regista afghana Shahrbanoo Sadat, al suo terzo film dietro la macchina da presa, che ci immerge nella Kabul del 2021, alla vigilia del ritiro delle ultime truppe statunitensi e del ritorno dei talebani e del terrore. È proprio quando sembra che le donne siano sulla strada giusta per combattere le limitazioni imposte da un regine retrogrado e patriarcale e per cominciare ad avere ruoli più rilevanti nella società, che ha inizio la storia di Naru, l’unica camera-woman della principale emittente televisiva del Paese: ha lasciato un marito che non la rispettava, lotta per la custodia del figlio di tre anni e aspira a una carriera nel mondo delle news, lontana da irritanti programmi dedicati al pubblico femminile. Convinta che non esista un brav’uomo in tutto l’Afghanistan, Naru deve ricredersi quando incontra Qodrat, il più importante giornalista di Kabul TV, che non solo le offre una preziosa opportunità professionale consentendole di filmare gli ultimi giorni di libertà della città già sotto attacco dei talebani, ma condividendo con lei anche i propri successi. E poi ci si mettono i sentimenti a rendere tutto ancora più affascinante e complicato.
Si ride e ci si commuove nel film, che ha il grande merito di offrire uno sguardo fuori dagli schemi su una popolazione massacrata da guerre e dittature, mescolando generi e umori, raccontando la nascita di un amore, rendendo omaggio al difficile mestiere dei giornalisti, tra le prime vittime dei regimi, e denunciando, soprattutto nella seconda parte, la drammatica condizione socio-politica del Paese.
«Definirei il film una commedia romantico-politica», dice la regista che nel 2021, proprio come la protagonista, viene evacuata dal Paese con uno dei pochi aerei in partenza da Kabul per l’Europa, trovando una nuova casa in Germania. Ed è proprio in Germania che è stato realizzato il film (impossibile ovviamente girarlo in Afghanistan), interpretato dalla stessa regista con Anwar Hashimi, e coprodotto da Germania, Afghanistan, Danimarca, Norvegia, Francia.
L’idea del film è nata prima del ritorno dei Talebani. «Nel 2019 – dice la regista – ho cominciato a ragionare sul mio desiderio di fare un film che avesse a che fare con la mia vita quotidiana a Kabul. Fino a quel momento avevo sempre evitato di raccontare le donne, ma mi sembrava arrivato il momento di mettere in scena personaggi femminili che riconoscevo e capivo, uscendo dallo stereotipo narrativo che vuole il paese raccontato solo attraverso il dramma bellico. Nel ventennio della cosiddetta “democrazia”, sebbene il livello di corruzione fosse altissimo e molto denaro si fosse volatilizzato prima di raggiungere il mondo femminile, in Afghanistan le donne avevano fatto passi avanti in quando a diritti, anche grazie a istituzioni, ambasciate, festival di cinema, teatro, concerti, conferenze e seminari. La mia protagonista è una donna che lavora, economicamente indipendente, professionalmente ambiziosa. Vive nel centro di Kabul, ha voce e un grande senso dell’umorismo. Volevo insomma raccontare il Paese reale, che nei media è sottorappresentato e vittima di molti cliché».
Gli elementi autobiografici non mancano: «Racconto solo storie che conosco, la rabbia e la frustrazione di Naru sono le mie. Anch’io ho lavorato nei media, ho la lingua abbastanza lunga da cacciarmi nei guai e odio i programmi di cucina ritenuti i più adatti al pubblico femminile. Attraverso di lei spero di raccontare le donne che in Afghanistan sono vittime di un patriarcato insopportabile, il cui unico merito è quello di averci reso ancora più forti e determinate. A vent’anni ero sinceramente convinta che non ci fossero bravi uomini nel mio Paese, ma poi anche io ne ho incontrato uno. In realtà ce ne sono, eccome, ma dovrebbero essere di più. Quindi questo film è anche per loro».
Uno degli aspetti più interessanti del film è dunque il suo sottrarsi alle aspettative di chi immagina solo un paese triste attraversato da donne in burqa. «Se devo essere sincera, non mi sono mai veramente sentita rappresentata dai film sull’Afghanistan, per questo volevo realizzare una commedia romantica. Il rischio è infatti quello di de-umanizzare gli afgani rendendoli monodimensionali, privandoli della possibilità di essere raccontati nella loro complessità, anche attraverso la leggerezza e l’umorismo e non solo da film di guerra e drammi politici. Il mondo che ho rappresentato è quello dei giornalisti, quindi parliamo di una classe medio-alta, che sorprendentemente per il pubblico europeo e americano conduce una vita vicina a quella occidentale. Persone reali, non frutto della mia immaginazione. In Afghanistan non ci sarà un’industria cinematografica, ma di certo esistono tanti cineasti che hanno voglia di raccontare la realtà del Paese». Ma la regista ci tiene anche a precisare: «Non sono d’accordo però con chi tende a idealizzare la situazione precedente al 2021. Patriarcato e sessismo non sono mai scomparsi e molte donne, me inclusa, li hanno subiti non solo nella società, ma anche all’interno della propria famiglia e negli ambiti professionali».
Ci sono voluti tre anni di intenso lavoro, dodici versioni della sceneggiatura e una lunga preparazione sul campo per realizzare il film: «Ho riattraversato una lunga serie di traumi personali e collettivi e non ho mai pianto così tanto nella mia vita come durante la preparazione di No Good Man».
Si è dunque alzato il sipario su una edizione della Berlinale – per la seconda volta diretta da Trincia Tuttle che rivendica il ruolo del festival in un mondo sempre più polarizzato, dove la libertà artistica è sotto attacco – destinata a toccare i nervi scoperti di un presente teso e turbolento. […]
Durante la cerimonia inaugurale di ieri sera anche il premio alla carriera all’attrice malese Michelle Yeoh, premio Oscar 2023 per Everything, Everywhere, All at Once e icona del cinema d’azione asiatico.
(Avvenire, 13 febbraio 2026)
11 febbraio, ore 21. A Milano, all’Anteo Citylife, la sala più grande è gremita. Oltre centoventi sale lo sono, in tutta Italia, per assistere in simultanea alla proiezione del documentario Disunited Nations, girato da Christophe Cotteret per l’emittente pubblica franco-tedesca ARTE, e disponibile sul canale youtube ARTE.tv Documentary, ma solo fino al 16 marzo prossimo.
Davvero un nuovo tipodi resistenza alla dismisura del male: alcune decine di migliaia di persone, unite in una sorta di immobile corteo cognitivo dalle Alpi alla Sicilia, a guardare con i loro occhi e ascoltare con le loro orecchie immagini e voci di quella «enorme frattura dell’ordine morale del mondo» (Didier Fassin, La filosofia di fronte al genocidio, Cronopio 2025) che è indissociabile dal destino della Palestina: la crisi dell’Onu. «Colpito al cuore», e non solo dalle inaudite sanzioni e minacce personali emesse a carico di alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del diritto internazionale vigente (come Karim Khan, il procuratore in capo della Corte penale internazionale, che in una scena indimenticabile del film ascolta un’intervistatrice scandire le ingiunzioni provenienti da un gruppo di membri del senato statunitense, con a capo il segretario di stato Marco Rubio: «Colpisci Israele, e noi colpiremo te»).
«Colpito al cuore», l’Onu, precisamente da quel “sistema” di attiva complicità e passivo consenso tramite il quale i leader della minoranza di Stati che siedono in permanenza nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite decidono il destino del mondo, contro l’immensa maggioranza dei 193 stati rappresentati all’Assemblea generale.
Quel «sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile», per usare le parole di Francesca Albanese – limpidissime – pronunciate pochi giorni fa a Doha e che esprimono al meglio anche il tema del documentario, sdipanato in una sequela di immagini, volti, parole – luminose o atroci – dei protagonisti e delle vittime della tragedia dai suoi inizi al suo indicibile compimento. Quel “sistema” che è anche al centro dell’ultimo rapporto della relatrice speciale per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, quello che aveva scatenato la fatwa di Marco Rubio anche nei suoi confronti.
Quel “sistema” è lo stesso che vediamo in azione nei momenti cruciali del film, lo stesso analizzato negli ormai innumerevoli dei rapporti di tutte le istituzioni che l’umanità si è data per vincolare l’arbitrio dei potenti, adeguare il controllo pubblico all’enormità dei poteri e interessi privati, estrarre tutta la verità disperata che grida vendetta al cielo dagli schermi dei nostri smartphone, e che gli algoritmi oscurano nell’infosfera.
Di queste istituzioni nate per salvare la nostra umanità dalla nostra ferocia, la più grande, l’Onu, oggi fa due cose. Muore. E mentre muore, lancia, attraverso i suoi organi di conoscenza e quelli di giurisdizione, un fiotto di luce mai visto prima sulla verità, perché non si cancelli l’evidenza di questa «rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945» (Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, 2025). È il “paradosso dell’Onu”, che il film insegue dal primo all’ultimo fotogramma: l’Onu che gestisce le conseguenze dei disastri politici, ma è incapace di prevenirli. L’Onu, nato con la partizione della Palestina, morirà con lei?
È questa la domanda fondamentale che il film pone e che crescerà nelle nostre menti: con il pensiero che sì, quel “sistema” che sta uccidendo il solo presidio legale della nostra fragile umanità, di questa umanità è nemico, come Francesca Albanese ha detto.
E voi, ministri di una politica europea che non sappiamo se più cieca o più ferina, voi non chiedete semplicemente ai funzionari dell’umanità di dimettersi e all’Onu di suicidarsi. Lo hanno fatto mercoledì la Francia, e ieri la Germania: entrambi hanno annunciato la prossima richiesta al Consiglio Onu per i diritti umani, il licenziamento di Albanese, accusandola di dichiarazioni peraltro non pronunciate.
Chiedete a tutti noi che non abbiamo voce di dimetterci dall’esercizio della ragione, dell’indignazione e dell’umana pietà. Sarà più onesta, la vostra infamia.
(il manifesto, 13 febbraio 2026)
In un contesto già genocidario…
“Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza”. Così si intitolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su Avvenire (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza/). E bisogna specificare: nella nuova Gaza del “Board of Peace”. Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo: uno scempio ambientale permanente, una scelta devastante per la nostra umanità.
Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura. È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.
Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.
Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso. Come esortano alcuni compagni in lotta per il posto di lavoro, la loro dignità e la salvaguardia dell’ambiente, la nostra parola d’ordine dev’essere INSORGIAMO!
Non dobbiamo permettergli una tale mostruosità.
Durante il convegno del 19 gennaio al teatro dell’Elfo a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele-Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.
Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, Widad Tamimi, scrittrice e attivista
Per aderire: maiindifferenti6@gmail.com
Vorremmo che questo appello per l’umanità non si concludesse con la semplice pubblicazione su [qualche] sito […]. Al contrario, vorremmo che a partire da tale testo si aprisse una riflessione sul senso dell’umano, del sacro, sul senso di pietas che albergano in ogni persona degna, con contributi scritti e momenti di incontro-confronto. E vorremmo che attraverso questa riflessione trovassimo insieme, pur nella propria specificità e grazie alla propria specificità, la strada per opporci all’urto tremendo della violenza scatenata dai poteri contro chi non vuole arrendersi alla logica della prevaricazione e della guerra.
(Pressenza, 10 febbraio 2026)
Segnaliamo in particolare l’analisi del caso da parte di Ida Dominjanni che mette fuori gioco l’illusione di “trasparenza” e fa luce su come conti di più la parola femminile dell’enorme quantità di files per comprendere il caos distruttivo del regime suprematista elitario.
(La redazione del sito)
Continuano a emergere pubblicamente nuovi documenti raccolti durante i procedimenti giudiziari a carico di Jeffrey Epstein, il finanziere newyorkese condannato nel 2008 per sfruttamento sessuale di minorenni. Arrestato nuovamente nel 2019 con accuse analoghe, Epstein è morto suicida in carcere circa un mese dopo il suo arresto.
Sono i cosiddetti “Epstein files”, circa tre milioni di documenti, formati da scambi e-mail, documenti finanziari, informazioni relative al traffico sessuale, messaggi, video e fotografie, che delineano la vasta rete di relazioni formata da un’élite politico-economica internazionale, fatta di maschi bianchi e potenti.
Di questo sistema, basato sull’intreccio tra dominio maschile, potere sessuale e neo-liberismo deregolati e senza limiti, parliamo con la filosofa femminista e giornalista Ida Dominijanni e con il giornalista Salvatore Cannavò, autore di un articolo da poco uscito su Jacobin Italia con il titolo “Epstein, una storia di dominio maschile”.
https://drive.google.com/file/d/1Wcg0gNdRXecmdXSZHW7EGx_d3JSjuTiP/view
(RSI Radiotelevisione Svizzera – Alphaville, 10 febbraio 2026)
Nell’incipit del suo saggio titolato “Spazi metrici”, Amelia Rosselli scriveva: «Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho in realtà mai scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo un costrutto grammaticale, ma anche un sistema».
In effetti, non si riflette mai abbastanza sul fatto che la musica e il linguaggio adoperano per prendere forma la stessa materia: il suono. Del resto, in poesia, la rima, l’assonanza, l’allitterazione sono effetti sonori. Non solo, ma nel linguaggio colloquiale esistono emissioni sonore, interiezioni, esclamazioni che non sono parola, fatte di brevi o lunghe sillabazioni, che possiedono una grande forza significante. Altre volte si pronunciano singoli fonemi senza senso apparente, ma che per una sorta di codice secolare, e forse millenario, si fanno subito intendere: ehm, brrr, oooh! In genere, narratori, filosofi, poeti, chiunque scriva per farsi leggere, presta una grande attenzione all’effetto sonoro della propria scrittura. Flaubert leggeva ad alta voce, per sincerarsi della efficacia di ogni sua frase. Lucrezio sostiene, in un passo famoso del suo poema Sulla natura delle cose che musica e linguaggio sono nati insieme. Sant’Agostino, nel suo trattato sulla musica, si sofferma sulle radici del ritmo, sugli schemi metrici della poesia, come fondamento del ritmo musicale.
Ancora oggi, una pagina di Bach ci suggerisce un ritmo anapestico, come nel terzo concerto brandeburghese; e l’ouverture al Coriolano di Beethoven un martellante e ossessivo ritmo giambico. Sull’importanza dell’effetto sonoro del linguaggio insiste in tutti i suoi saggi il grande Émile Benveniste, e in particolare in uno di essi ipotizza che la musica nasca dalla interiezione stilizzata; mentre negli appunti su Baudelaire si concentra sulla venuta a galla del valore simbolico del suono, e dunque del linguaggio. Amelia Rosselli, una delle voci poetiche più intense del Novecento non solo italiano, sembra riassumere splendidamente nei suoi versi questi nessi tra musica e linguaggio. Del resto, la musica era stata forse la sua prima passione, che aveva coltivato al punto di arrivare – come ricorda nella intervista qui a fianco – a frequentare i corsi di Darmstadt, tenuti tra gli altri da Stockhausen. Suonava professionalmente l’organo, oltre al pianoforte. Fra il ’52 e il ’54 pubblicò alcuni saggi su “Diapason” e su “Civiltà delle macchine”, riviste alle quali l’aveva introdotta Leonardo Sinisgalli, l’ingegnere-poeta. Dopo quattordici anni di ricerche presso biblioteche italiane, francesi, inglesi, gli scritti di etnomusicologia di Amelia Rosselli confluirono nel “Verri”. Partiva, per superarle, da tradizioni bartokiane, frequentò gli studi elettronici della Rai, e al Musée de l’Homme di Parigi, dopo essersi concentrata su musiche non temperate, anche orientali, ne spiegò il sistema sottostante, quella struttura universale che era stata fino ad allora solo intuita, e d’istinto «seguita da musicisti non influenzati dal razionalismo leibnitizano, del Sei-Settecento».
Non aveva una lingua principale, e semmai avrebbe potuto essere l’inglese della madre; ma essendo nata a Parigi, la prima lingua alla quale venne esposta fu il francese. Adottare poi l’italiano del padre fu una scelta. Di questo suo plurilinguismo si sente l’eco nella scrittura, e il passaggio da una lingua all’altra sembra a volte aggiungere ferite alla sua esistenza difficile. Nel trentesimo anniversario della sua fine tragica, un convegno internazionale la ricorderà all’Università di Roma Tre e alla Sapienza. Il pomeriggio del 12 febbraio, al Palazzo delle Esposizioni all’Eur, si inaugurerà la mostra titolata Improvvisi per una identificazione e si terranno letture delle sue poesie. Il 13 febbraio, infine, nell’Aula Magna dell’Università Roma Tre, la giornata conclusiva. Ascoltare, recitate, le poesie di Amelia Rosselli sarà un tentativo di restituirle quella voce che nei trascorsi trent’anni non ha cessato di mancarci.
(il manifesto, 8 febbraio 2026)
Intervista ad Amelia Rosselli
di Francesca Borrelli, maggio 1992
La prima singolarità che si impone al lettore è il suo passare dall’inglese all’italiano al francese, lingue indifferentemente evocabili dal pensiero che le possiede e le manovra dalla prima adolescenza. “Sleep” contiene versi scritti tra il ’53 e il ’66, in inglese, una lingua alta, nutrita di letture di classici…
La credevo un misto di inglese e di americano, ma rivedendo il libro ho scoperto che è molto più legata alla lingua inglese nella quale leggevo a quel tempo; inoltre, ci sono dentro i ricordi indelebili del teatro shakespeariano: ho avuto occasione di vedere Laurence Olivier recitare Amleto, Otello, Re Lear, e non posso dimenticare Alec Guinness nella sua interpretazione tutta diversa di Amleto. Infatti, non possono sfuggire le connotazioni elisabettiane del lessico, della sintassi, della grafia nell’impiego delle maiuscole; persino l’intento appare chiaramente parodistico. È così?
Eccome, c’è una presa in giro del teatro shakesperiano che si esprime, per esempio, attraverso una delle voci parlanti, quella del fool che si burla del re e delle sue corti. Ma poi, seguendo l’ordine cronologico nel quale è organizzata l’antologia, ci si accorge che senza cessare di fare il verso alla lingua elisabettiana, e senza abbandonare del tutto il registro pseudometafisico, le poesie scritte intorno al ’65 esprimono un rapporto con l’uomo più concreto, e assumono connotazioni molto più sessuate. Nel cinque e seicento inglese era l’uomo che si rivolgeva all’amata, e a questo proposito nel mio libro c’è un incontro-scontro con certa critica di tipo femminista che però non condivide nulla con l’ambiente italiano, è molto anglosassone. Nel cinque e seicento per metafisica si intendeva filosofia + dio, mentre oggi si riportano quei problemi al confine con l’ambito sociologico-femminista. Comunque, l’ironia ha cominciato a rompermi le scatole. È triste il fool, non ironico: è un giocoliere. E ho messo molta presa in giro in quel tu che spesso indica me come interlocutrice: non descrivo esperienze autobiografiche – l’unico libro in cui lo faccio, scritto in francese, è Le chinois à Rome. Qui sono solo fantasie, perché le mie esperienze vere le avrei piuttosto trascritte, a questo punto, in italiano. Una volta mi venne l’immagine di me su delle palafitte, che pensavo in inglese ma vivevo in Italia.
E quel titolo di una sola parola, “Sleep”, da cosa viene?
Vuol dire sonno, e credo di averlo preso da un famoso soliloquio di Amleto, quando dice di averne nostalgia, e poi ritorna nel famoso Essere o non essere, quando dice, per esempio «Dormire, forse sognare, si, lì è l’intoppo». Ma sleep ha anche una valenza ironica, perché, in quelle poesie si esprime una attività frenetica, almeno per quel che riguarda l’immaginario. Inoltre, con la sua doppia e, la parola sleep ha una alta densità femminile, il suo suono include in qualche modo sonno e sogni. E per ultimo, allude una ragione autobiografica: a quel tempo soffrivo di insonnie feroci, dunque il sonno per me era un miraggio.
Cosa porta alla scrittura non solo il fatto di possedere interamente tre lingue, ma l’alternare nei diversi idiomi il flusso del pensiero?
È un problema; sospetto che se si pensa in tre lingue vuol dire che non ci si è ancora risolti a decidere dove si vuole vivere; sono stata parecchio vagante e ho avuto più di una esitazione su dove fermarmi. A determinare la mia permanenza a Roma è stato il lavoro di traduttrice, che svolgevo per le edizioni Comunità di Adriano Olivetti, dal ’49 al ’54. Vivevo in camere d’affitto, passai un anno anche in una pensione, fino a quando mia nonna mi lasciò qualcosa che servì per comprare una casa a Trastevere.
Ma la sua vita avrebbe potuto fermarsi altrove, in Inghilterra, per esempio, dove vivevano i fratelli, o a Parigi, dove aveva trascorso parte dell’infanzia…
Finché con l’entrata dei nazisti in Francia dovemmo scappare; stavamo per andare in Algeria con Louis Joxe, allora segretario di De Gaulle, e la sua famiglia, ma partirono solo i nostri bauli, perché qualcosa fece cambiare idea a mia madre. Perciò approdammo in Inghilterra, e dopo i primi allarme dei bombardamenti a Londra, raggiungemmo gli Stati Uniti in nave. Benché non sia mai stata in Algeria, me ne è rimasta una sorta di nostalgia; dopo la fine della guerra avevo una fissazione per la politica mediorientale. Del resto, ho un lato semitico-desertico.
A quale luogo sono legati i ricordi migliori?
I tre anni che passai accanto a mia madre furono il mio periodo più felice; stavamo a Larchmont, un paese di pendolari vicino New York, nella Westchester County dove ha vissuto molto anche Fitzgerald, che ne parla in uno dei suoi primi libri. Non lontano da noi abitavano Enrico Fermi, Toscanini, Salvemini che al sabato veniva a trovare mia nonna: era la società Mazzini, sede di molte riunioni di antifascisti, che da New York indicava i luoghi relativamente sicuri dove sfollare. Durante il periodo del ginnasio e del liceo, d’estate andavamo a lavorare nei campi; ce n’era bisogno anche in America durante la guerra. Una volta andai con tutti i miei cugini nel Vermont, in un campo quacchero; là, imparammo ad andare a cavallo, a fare lavori pesanti, a tagliare gli alberi, e mungere le vacche. Poi, la domenica andavamo a riposarci nei boschi, e chi voleva si alzava e proponeva una discussione su temi che gli stavano a cuore.
Nel corso di una bellissima trasmissione radiofonica a lei dedicata e condotta da Gabriella Caramore lei parlò di un suo tentativo di salvare dallo spreco e dall’esaurimento il nostro flusso interiore di pensieri…
Sì, ricordo che lo dissi per rispondere a Zanzotto, che parlava del corpo a corpo con la realtà nella mia poesia: lo diceva molto bene, ed è vero, nei miei versi c’è anche questo. Ma sotto sotto abbiamo tutti paura di sprecare la nostra interiorità, ed è questo che volevo dire con quella frase nella quale, implicitamente, citavo Virginia Woolf: fu lei per prima a occuparsi dello stream of thought. È una tecnica che, dal punto di vista della descrizione psicologica non mi interessa affatto e tuttavia, nella vita è quel che ci salva. Per me scrivere serve, in un certo senso, a portare nuova ricchezza alla mia e alla altrui interiorità: sta anche in questo la valenza etica della poesia.
Uno tra i tanti luoghi comuni della critica ha individuato nel lapsus una componente quasi organica alla sua poesia. Alcuni esempi tornano anche nei versi dell’ultimo libro, e tuttavia il rimando freudiano è spesso improprio, perché non di errore involontariosi tratta, quanto di sovrapposizioni delle diverse lingue. È d’accordo?
Sì, il primo a parlarne fu Pasolini in un saggio scritto come postfazione alle mie prime poesie, pubblicate da Vittorini e Calvino su Menabò n. 6 del ’63. Gli avevo consegnato un mio personale glossario, spiegandogli il perché di queste fusioni di parole, di questi giochi linguistici; ma non tutti i critici erano così intelligenti come Pasolini. Si continuò a parlare dei miei lapsus anche quando non ce n’erano. Per esempio, già nel mio terzo libro e n’è uno solo, mnemonico, quando per nominare l’albero di una nave uso un inglesismo e dunque lo chiamo masto da mast. Sarebbe meglio abbandonare il termine lapsus, che non appartiene alla filologia e che necessita sempre di aggettivi che lo definiscano, introducendo così una complicazione in più: molto spesso non si tratta che di invenzioni di parole, incroci di lingue, slang o anche di grafismi; e sono chiari, in tutto ciò, gli influssi della poesia di Cummings e di Hopkins, autori che a quel tempo leggevo molto. Anche Emmanuela Tandello, la traduttrice di Sleep, torna sul lapsus; ma intende parlare di parallelismi tra le due lingue, come quando uso shallop per riferirmi alla scialuppa invece di tender.
In margine alle poesie pubblicate su Menabò, che sarebbero andate poi a far parte della raccolta Variazioni belliche, una nota biografica dice che «Svolge professione, come teorica e compositrice, di musicista». Fu dunque questa la sua prima inclinazione?
La mia scelta musicale sembrava una follia, perché la mia famiglia era rimasta senza soldi e mio padre, che all’origine ne aveva, decise di spendere tutto per finanziare Giustizia e Libertà e l’attività clandestina. Poi, quando scoppiò la guerra di Spagna, finanziò un battaglione dove confluirono molti esuli francesi. Pensava che i figli dovessero lavorare, giustamente; ma, insomma, non avevo abbastanza soldi per svolgere studi regolari. Avevo cominciato a suonare il violino a Londra, a sedici anni, poi continuai a Firenze, dove studiai anche pianoforte. Incontrai Luigi Dallapiccola, che mi introdusse ai libri di teoria dodecafonica, e fu a lui che presentai le mie prime composizioni. Ma era stato Petrassi a indicarmi quello che sarebbe diventato il mio maestro. Lo strumento che avrei, più avanti, potuto suonare in modo professionale era l’organo: adoravo la musica del cinque e seicento, prendevo lezioni private a Roma a piazza del Popolo. Ma, poi, come per istinto, smisi di suonare. Allora, non mi era stato ancora diagnosticato il morbo di Parkinson. Decisi di dedicarmi agli studi di composizione: ragioni di ordine fisiologico mi spingevano verso un lavoro creativo piuttosto che interpretativo. Andai a Darmstadt, come usavano fare i compositori. Lì insegnavano, tra gli altri, Stockhausen, Boulez e Tudor, il pianista di John Cage, che in seguito mi chiamò a lavorare con lui a uno spettacolo al Sistina al quale collaborava anche Merce Cunningham. Io mi
esprimevo piuttosto tramite una gestualità improvvisata, e a un certo punto mi misi a cantare un canto gregoriano, finché, qualcuno dal pubblico gridò: «Amen». A Cage non fece per nulla piacere. Ero una postbartokiana, dunque con le tesi di Cage non andavo d’accordo, ma lui era straordinariamente intelligente, forse un po’ troppo dogmatico; comunque quel che ha distrutto (del sistema tonale, temperato, dodecafonico) l’ha distrutto bene. Una volta, a Darmstadt, mi era stato dato un lavoro sulla sua musica e passai cinque nottate a capovolgere le sue tesi: a forza di fare grafici ebbi una allucinazione sonora, arrivai a sentirmi dentro tutta la partitura. Davvero, ascoltai l’intero pezzo. E mi presi un enorme spavento.
C’è almeno uno studio di etnomusicologia, che rimarrà nella storia delle sue pubblicazioni a pari diritto con la sua poesia: è un saggio uscito su “Civiltà delle macchine” prima e poi sul “Verri” di Luciano Anceschi, frutto di quattordici anni di ricerche in Italia, in Francia, e a Londra.
Volevo studiare quali erano le vere sottostrutture, non ancora trascritte o analizzate, dei canti e degli strumenti del terzo mondo e di quello orientale, dove il sistema temperato non ha avuto influsso. Un lavoro di taglio strutturalistico, che si basa sulla rivalutazione della musica folk di ascendenze sia africane che orientali: partendo dallo studio della teoria dodecafonica e da quello della musica di Bartók, ho tentato di introdurre ciò che si potrebbe chiamare un allargamento della teoria in rapporto con la musica popolare; e in particolare con la costruzione di strumenti le cui scale differiscono da quella del pianoforte, poiché sono basate sulla realtà fisica e le leggi acustiche, diversamente da quanto accade nella scala temperata. A questo scopo ho fatto costruire da una fabbrica italiana, la Farfisa, un piccolo pianoforte per riprodurre ciò che comunemente viene chiamata la serie degli armonici, e che comprende sei ottave. E ho osservato così almeno due fattori che convalidano la mia opinione circa il fatto che una grande parte della musica orientale, certi tipi di musica popolare e molte tradizioni di musica temperata, siano ispirati, e istintivamente basati sulla serie degli armonici, che possiamo considerare un apriori o una forma ideale.
A parte ciò che comporta l’avere un orecchio esercitato, e alle spalle studi di armonia e soprattutto di contrappunto, come descriverebbe l’influsso della musica sul verso?
Non si sovrappone agli studi classici delle varie metriche, ma mi ha influenzata talvolta per esempio nella scrittura di un lungo poemetto, La libellula, quando avevo ventotto anni… non mi ricordo bene quand’è che l’ho scritta…
E ci sono invece poesie che mette in una relazione diretta con musiche ascoltate o studiate?
Sì, mi è capitato con le prime poesie di Variazioni belliche; allora suonavo sempre al pianoforte i 48 preludi e fughe di Bach e i Preludi e i Notturni di Chopin e mi capitava di girarmi dal pianoforte al tavolo di lavoro… certo non trascrivevo…, ma sa, le mie sono poesie in verso libero o quasi… Quando lei legge sottolinea molto la metrica e, a volte enfaticamente, anche il senso…
Talvolta anche troppo, ma ho notato che il grande pubblico non capisce una lettura fredda com’è quella della nostra voce interna: ispirata intellettualmente sì, ma non emotivamente. Allora cerco di rivivere l’esperienza che ha provocato la poesia, e quel che ne viene fuori non è tanto enfasi, ma colorazione. Di solito, ho in mente l’immagine che ha dato origine ai versi. Però vorrei tornare a letture un po’ più fredde.
Nel primo capitolo di Diario ottuso ha detto di considerare un “mini-romanzo”, c’era un tentativo di portare a compimento un’opera di narrativa. Crede che la cosa sia finita lì?
Non lo penso affatto, spero di no. Ho in mente da tanto tempo un romanzo umoristico, e il mio grande modello è il Tristram Shandy di Sterne; ma sono anni che non riesco a scrivere. La prosa di Diario ottuso è un esperimento di prosa ed è l’unico mio scritto in italiano ad essere indirettamente autobiografico. È un esercizio della memoria, alla Proust, ma certo non dal punto di vista stilistico, questo no. È anche la storia di un breakdown, una storia vera che ho camuffato. Quando ho chiuso il primo capitolo l’ho considerato più un esercizio di stile che altro.
Cosa ne pensa, riprenderà a scrivere?
E come posso prevederlo: per sei anni non ho scritto nulla, poi d’un colpo, in modo improvviso è venuto fuori il poemetto Improptu. Cominciai tentando una scrittura in prosa, ma tornavo sempre alla mia personale metrica. In Improptu c’è un salto tematico: ho cominciato a parlare di politica in modo larvato e anche il modo è mutato. Con la scrittura di Documento avevo esaurito una certa carica energetica, e dunque ora scrivevo con maggior leggerezza e in cerca di una risposta a un problema politico. Ero iscritta al Pci dai ventotto anni, facevo lavoro di base; alternavo nettissime sentenze politiche a frasi a bella posta censuranti. «II borghese non sono io». Certo sono più malinconica senza la scrittura, che è legata alle molte mie letture, e alla necessità di non avere ossessivi problemi di sussistenza. La musica è stata il mio grande conforto, e il mio grande riposo, ma sono più felice adesso che non suono: non si possono avere due professioni così impegnative. Ero arrivata al punto di comprare anche un violino, ma lo riportai il giorno dopo. Alla fin fine, ho regalato tutta la mia musica.
(il manifesto – Alias, 8 febbraio 2026)
Ancora qualche pensiero sulla manifestazione di Torino convocata per protestare – scrivono nel comunicato ufficiale del centro sociale Askatasuna – “contro lo sgombero”.
Manifestazione grande, perché Askatasuna è da molti anni una realtà radicata nel territorio. Il corteo di cinquantamila persone rifiuta la militarizzazione del quartiere.
Millecinquecento nerovestiti, incappucciati, si staccano dal corteo. Lo scontro diventa tra “loro” e la polizia.
“Loro”: odiatori seriali o bravi figli di mamma? Forse suppongono, in un perverso amore per l’umanità, di riparare ai torti subiti (da loro stessi, da altri, dalla società, dal mondo) con caschi, scudi, bastoni, bombe carta, fumogeni, cartelli stradali divelti, cassonetti rovesciati, lancio di sassi, scoppio di petardi.
A Milano, una settimana dopo, diecimila in corteo. In testa si agitano alberi di legno per ricordare i larici tagliati in nome dei Giochi invernali. Altissima risuona “Tutta mia la città”. Anche qui razzi degli antagonisti contro lacrimogeni della polizia.
Veramente, con tanta violenza in giro, non si sente il bisogno di quella panoplia. Anche perché gli scontri aiutano chi non vuol vedere le buone ragioni dei manifestanti.
Dicono: non bisogna demonizzare gli scontri di piazza. Succede da decenni. Solo che oggi arrivano dalla Francia, dalla Grecia, dalla Germania questi viaggiatori maldisposti che si immaginano dei “combattenti irregolari” (vedi Teoria del partigiano di Carl Schmitt) e compaiono pure (anzi, in numero maggiore) nelle partite di calcio.
MaschilePlurale lavora a far emergere il legame tra violenza bellica e maschilità: la radice sessuata e maschile della guerra, del terrorismo. Una contiguità possibile con gli omicidi di Federica Torzullo, della diciassettenne Zoe Trinchero? Non ritrovi la stessa radice sessuata e maschile?
Certo non c’è paragone ammissibile tra la violenza che uccide in guerra e nei femminicidi, e quella esercitata negli scontri con la polizia.
Ma ha ragione la femminista Lea Melandri: anche nelle manifestazioni di piazza bisogna liberarsi dalle tracce di questa “virilità guerriera”.
E se il testo di Askatasuna chiama “in correità politica” il pacifico corteo dei cinquantamila, le femministe della Casa delle donne di Torino scrivono: «La violenza scatenata, oltre a essere criminale, è una totale mancanza di rispetto nei confronti di persone che hanno manifestato pacificamente. Ci sentiamo offese e strumentalizzate».
Intanto il governo parla di “nuove Br” (il ministro Crosetto), di “terrorismo urbano” (il ministro Piantedosi) mentre il ministro Nordio insiste che «questi scalmanati violenti e le Br hanno una sola cosa in comune: l’odio profondo verso la democrazia e la civiltà occidentale». Oh Signore!
I quindici secondi di video con un poliziotto a terra, circondato da una decina di manifestanti vengono amplificati a dismisura e mostrati in televisione, sui social. La presidente del consiglio Meloni va a trovare in ospedale il poliziotto vittima del pestaggio (dimesso la mattina seguente): «Si chiama tentato omicidio».
Le dichiarazioni esagerate si susseguono.
E tac arrivano leggi speciali, inasprimento delle pene, “pacchetti sicurezza”. Il ddl 1660 comprende fermo preventivo, arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento commesso durante le manifestazioni, possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di operare sotto copertura, sei articoli su trentatré che riguardano l’immigrazione. E molto altro.
Un’immagine livida della società e della politica.
Ma quella che un potere autoritario teme davvero è proprio la protesta aperta, forte e pacifica che le pratiche di solidarietà hanno saputo mettere in campo: la Global Sumud Flottilla per Gaza; gli osservatori di Minneapolis con i fischietti, le videocamere, i cellulari, la partecipazione, l’aiuto, l’altruismo di quanti portano cibo agli immigrati chiusi in casa per paura delle retate dell’Ice.
Pratiche non da copiare ma da cui trarre ispirazione perché nonviolente. Gli spazi di dissenso si difendono in molti modi, purché ci si affranchi dal culto e dai rituali “guerrieri”.
E se il ddl 1660 suggerisce che a manifestare bisognerà pensarci due volte (gli interventi del Colle non sono stati granché rassicuranti), io a un corteo convocato e guidato dalle donne ci andrei comunque.
Ho troppa fiducia nel mio sesso?
(DeA Donne e Altri, 8 febbraio 2026)
La testimonianza di un’operatrice della sanità nella città invasa dagli agenti dell’Ice
Quando l’assedio è cominciato, è stato destabilizzante. In quanto abitante del Minnesota da oltre trent’anni, sono abituata a sentirmi radicata e al sicuro qui: il Minnesota è casa mia. Quando le attività dell’Ice sono aumentate, quel senso di normalità si è trasformato in attenzione e cautela acuite. Anche le attività quotidiane hanno cominciato a sembrare diverse.
Molti di noi provano paura. I latini/ispanici e la comunità somala. Anche se sono una cittadina naturalizzata, a causa dei miei tratti somatici non sono al sicuro dal rischio di essere fermata o arrestata dall’Ice. Preoccuparmi della mia sicurezza e di quella dei miei figli, anche loro latinos, ha avuto un impatto emotivo. Ho detto ai miei figli adulti di portare con sé i loro passaporti e certificati di nascita: sono nati qui. E dopo aver visto le notizie sull’Ice che entra nelle scuole, mio figlio più giovane – che è al liceo – porta con sé il suo certificato di nascita nello zaino. Ciò che fa più male è che molte persone non bianche vengono prese di mira solo sulla base del proprio aspetto.
Ho cominciato a portarmi dietro il passaporto a metà dicembre 2025, dopo essere stata testimone di un’operazione dell’Ice trasmessa in live streaming. In quel momento ho capito che il mio senso di sicurezza era svanito, e che quel piccolo libretto blu (il passaporto) era ciò che auspicabilmente mi avrebbe protetta.
Personalmente non sono mai stata fermata o detenuta. Tuttavia, mio fratello più giovane – che è un cittadino americano – è stato fermato mentre andava al lavoro. Non è stata compiuta nessuna azione pericolosa nei suoi confronti, ma l’incontro con gli agenti dell’Ice è stato intimidatorio ed emotivamente destabilizzante per lui. Dopo è tornato a casa, si è assentato a lavoro: l’esperienza era troppo difficile da elaborare, specialmente perché è successo dopo la morte di Renée Good.
Sono un’operatrice della sanità qui a Minneapolis: ho iniziato a notare un cambiamento dalla seconda settimana di dicembre. Sempre più pazienti cancellavano i loro appuntamenti o non si presentavano. Il motivo, ci dicevano, era la paura: di essere fermati mentre andavano alle visite. Una paura che induce le persone a ritardare o privarsi delle cure mediche di cui hanno bisogno, cosa che ha gravi conseguenze a livello sanitario. Sentire queste storie ha un forte impatto per chi di noi ha a cuore la propria comunità. Nella mia esperienza professionale, è una delle cose più difficili di cui sono stata testimone.
Un mio caro amico mi ha invitata a partecipare a un gruppo social di community watch (dove ci si scambia informazioni su raid in corso, avvistamenti, attività politiche ecc., ndr). Il mio scopo è essere informata, capire le risorse a disposizione e condividerle con le nostre comunità, specialmente se si tratta di questioni relative alla sanità. Garantire informazioni accurate mi sembra importante.
Si è anche trattato di un modo per sentirmi parte della comunità, insieme a altri cittadini del Minnesota che hanno a cuore i nostri vicini. È ciò che siamo – ci sosteniamo a vicenda. Fare parte di un gruppo, condividere le proprie risorse, le allerte e le informazioni sulle veglie o altri eventi ci ha aiutati a restare connessi tra di noi, a elaborare insieme il lutto, a trovare un senso di unione in un momento estremamente difficile.
Ricordo il mercoledìmattina, il 7 gennaio, in cui la notizia della morte di Renée Good ha iniziato a circolare. Alcuni di noi nei gruppi di neighbor alert hanno ricevuto il messaggio: avevano sparato a un’osservatrice. Ricordo la sensazione: ero stupefatta. Si trattava di una madre che aveva appena portato il figlio a scuola. Quella stessa sera ho partecipato a una veglia. C’erano centinaia, forse migliaia di persone che si sono riunite in solidarietà. È stato commovente e surreale. Ero in stato di shock, cercavo di farmi una ragione di quello che era accaduto. Diciassette giorni dopo è stato ucciso Alex Pretti: l’impatto è stato diverso. A quel punto ero già emotivamente esausta. Scoprire che era successo di nuovo, stavolta a un altro professionista della sanità, è stato doloroso. Quando è emerso che Alex era un infermiere, la cosa mi ha colpita su un piano personale. Molti di noi già devono farsi carico del trauma collettivo che deriva da ciò che vediamo ogni giorno: la paura dei nostri pazienti, le cure posticipate, l’insicurezza perenne.
Quel pomeriggio sono andata nel posto in cui si era formato un piccolo memoriale. È stato profondamente emotivo. Non potevo crederci: era successo di nuovo. Quella notte ho pianto per qualcuno che non ho mai conosciuto, ma il cui impegno per la comunità ho riconosciuto immediatamente.
Nella sanità, ci viene insegnato a mettere i nostri pazienti al primo posto. A restare con me è questa dedizione a proteggere i nostri vicini e a difenderci gli uni con gli altri.
Dal mio punto di vista, non c’è stato un miglioramento significativo dal cambio di leadership degli agenti federali a Minneapolis. L’Ice è ancora presente, e le tattiche sono sempre le stesse. Anche dopo che Greg Bovino se ne è andato, la visibilità e l’intensità delle azioni non sono cambiate in modo percettibile.
Molti di noi si sono sentiti sollevati quando Bovino è stato rimosso, ma la paura non è scomparsa. La gente ancora parla di avvistamenti di agenti, si sente ancora osservata (i droni di notte sorvolano le città) e si sente insicura nella propria quotidianità. Sotto Bovino ci sono state tre sparatorie, due delle quali letali. Sono trascorsi pesanti, e aleggiano sul presente.
Vorrei che la leadership democratica fosse in grado di fare di più. Ma mi rendo conto anche del fatto che le loro mani sono legate. Ci sono limiti legali e strutturali a ciò che possono fare. A livello locale ho visto Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, parlare consistentemente e con chiarezza di come tutto questo stia avendo un impatto sulle famiglie di immigrati e le piccole attività. Da parte sua vedo un interesse genuino. Ho anche visto un cambiamento positivo sotto il capo della polizia di Minneapolis Brian O’Hara: in tanti ora vedono la polizia locale come un’alleata – una fiducia che ha importanza.
Allo stesso tempo, sembra una situazione alla Davide e Golia. Minneapolis ha risorse limitate: il dipartimento di polizia ha circa 600 agenti mentre le operazioni dell’Ice ne impiegano quasi 3.000. La leadership locale e statale può agire solo fino a un certo punto davanti a questo sbilanciamento di forze.
Eppure ho speranza. Vedere il sindaco di Minneapolis a Washington, e i parlamentari venire in Minnesota per osservare ciò che sta accadendo, mi dà speranza che ci sia una maggiore comprensione degli eventi.
Mi rendo conto che i nostri leader statali stanno cercando delle soluzioni passando per i canali legali, ma per il momento questi sforzi non hanno portato a una soluzione significativa. Ed è frustrante per tutti noi.
Vedere Liam Ramos tornare a casa è stato un raggio di speranza. Quando ho visto il suo volto sui giornali locali qualche settimana fa, mi si è spezzato il cuore. È solo un bambino. Sapere che era tornato in Minnesota, da sua madre, insieme al papà, ha dato sollievo a tanti di noi. La sensazione era che qualcosa stesse finalmente andando per il verso giusto.
Tuttavia l’allarmebomba alla sua scuola mi ha profondamente turbata. È doloroso pensare che chiunque possa voler fare del male a un bimbo di cinque anni solo per il suo status migratorio. Ma mi conforta vedere che le forze dell’ordine locali hanno fatto il loro dovere.
Non mi sorprende che si parli di un appello, da parte del governo, alla decisione del giudice di rilasciare Liam e il padre. A darmi speranza è il lavoro incessante dell’American Civil Liberties Union, degli attivisti dell’immigrazione e per i diritti civili, e il fatto che i funzionari del dipartimento dell’Educazione stiano prendendo posizione per difendere i bambini nelle scuole dall’Ice. Per me, il fatto che Liam sia tornato a casa resta un simbolo di speranza.
(il manifesto, 8 febbraio 2026 – Traduzione di Giovanna Branca)
Il documentario di Claire Simon Scrivere la vita – Annie Ernaux raccontata dalle studentesse e dagli studenti (Francia, 2025, 91’) è uscito nelle sale il 1° febbraio scorso. Riproponiamo un’intervista alla regista pubblicata quando il film è stato presentato a Venezia. (La redazione del sito)
Osservare l’opera di Annie Ernaux con uno sguardo inedito: quello degli studenti delle scuole superiori francesi. È ciò che ci invita a fare Writing Life di Claire Simon. Il film, presentato alle Giornate degli Autori durante l’82esima Mostra del Cinema di Venezia, diventa un viaggio corale dentro la scrittura autobiografica dell’autrice premio Nobel, mettendo al centro le reazioni, le sensazioni e discussioni dei giovani che leggono e si riappropriano collettivamente dei suoi testi.
Simon costruisce un documentario intimo e politico, capace di intrecciare esperienza personale e immaginario comune, mostrando come i libri di Ernaux diventino strumenti di emancipazione e consapevolezza per le nuove generazioni.
Il suo film offre una prospettiva unica su come l’opera di Annie Ernaux viene percepita dai giovani. Ha notato differenze specifiche nel modo in cui i giovani che ha incontrato si relazionano a temi come genere, corpo e sessualità, così centrali nei testi dell’autrice e, in parte, anche nei suoi?
CLAIRE SIMON: Sì, assolutamente. Le ragazze, in particolare, sono molto coinvolte dal femminismo. Nel film c’è una scena in cui una studentessa parla di La femme gelée, romanzo autobiografico del 1981: Ernaux racconta di come, da giovane, desiderasse essere libera, scrivere libri, insegnare letteratura francese… e poi, una volta sposata, si ritrova madre, con bambini da accudire, mentre il marito lavora e lei prepara la cena. Questa ragazza, nel film, non riesce a capire perché Annie Ernaux abbia accettato una tale forma sottomissione.
Anche il tema dell’aborto emerge come cruciale. Ci sono delle ragazze musulmane, bellissime, che indossano il velo fuori ma non possono portarlo in classe: parlano della loro esperienza con una profondità incredibile. È meraviglioso ascoltare i loro vissuti, vedere come affrontano questi temi con intelligenza e apertura. Penso che il film dimostri quanto spesso sottovalutiamo la capacità dei giovani di riflettere su questioni complesse.
Ha girato in scuole molto diverse tra loro, sia in periferia che in contesti più privilegiati. Ha osservato come classe sociale, provenienza o background culturale influenzino la ricezione dei temi femministi di Ernaux?
CLAIRE SIMON: Sì. Il progetto è nato grazie a un insegnante che aveva curato un libro molto importante su Ernaux e che conosceva centinaia di colleghi in tutta la Francia. Quando ho spiegato che non volevo filmare Annie, ma piuttosto i giovani mentre si confrontano con i suoi testi, ho ricevuto moltissime risposte.
Sono andata nelle banlieue di Parigi, nel sud della Francia e anche in scuole molto più ricche, come quelle di Tolosa. Le differenze si sentono: in alcune scuole i ragazzi si riconoscono profondamente nei testi di Ernaux, altrove il legame è più intellettuale.
La cosa più sorprendente è accaduta in una scuola molto prestigiosa di Parigi: era quella che mi aspettavo fosse la più interessante, invece è stata la meno stimolante. Parlavano solo di Corneille e Victor Hugo, ignorando completamente la letteratura contemporanea e, soprattutto, le scritture femminili. Mi ha colpito molto questa frattura tra programmi scolastici e la realtà delle nuove generazioni.
Il suo lavoro (qui mi rivolgo ad Annie Ernaux) ha contribuito in modo decisivo a ridefinire la nostra comprensione di intimità, memoria e identità femminile. Vedendo come, nel film, i suoi testi diventano il punto di partenza per il dialogo tra i giovani, sente che questa appropriazione collettiva della sua scrittura ne cambi in qualche modo il significato?
ANNIE ERNAUX: Sono rimasta molto sorpresa quando, a metà degli anni Duemila, mi sono accorta che i miei libri erano diventati una fonte di riferimento e discussione per le donne, e soprattutto per le giovani donne. Ad esempio, ho scritto La femme gelée nel 1981: il libro aveva venduto circa 7.000 copie, un risultato che non definirei un fallimento, ma certo non straordinario. Soprattutto, aveva ricevuto pochissime recensioni: ricordo in particolare una critica molto intelligente pubblicata sulla rivista femminista F Magazine, che però è durata soltanto due o tre anni. Questo ci fa capire come già negli anni Ottanta il femminismo degli anni Settanta, quello del grande risveglio, stesse cominciando a declinare. Dovevamo prenderne atto, soprattutto mentre il femminismo si istituzionalizzava.
Col tempo, mi sono resa conto che i miei libri potevano essere per molti un punto di riferimento proprio perché aprivano un universo di domande. A un certo punto, ad esempio, è nata l’espressione “carico mentale” per parlare di quel lavoro invisibile e non retribuito che continua a gravare sulle donne: è esattamente ciò di cui volevo parlare in La femme gelée.
Come avete lavorato – se c’è stato modo di lavorare insieme – per sviluppare l’idea di Writing Life?
CLAIRE SIMON: In realtà, non ho voluto fare un film su Annie. Esiste già un bellissimo documentario di Michèle Porte, Annie Ernaux, Écrivain. Des mots comme des pierres, e non avrebbe avuto senso ripetere quell’esperienza. Mi interessava invece osservare come i giovani si confrontano con la sua scrittura, come i suoi testi parlano di loro e a loro. Quando ho proposto questa idea ad Annie, le è piaciuta moltissimo: mi ha incoraggiata, mi ha detto che sarebbe stato meraviglioso e che aspettava con curiosità di vedere il risultato.
Il momento più emozionante è stato mostrare il film a studenti che non avevano mai letto Ernaux: lo hanno adorato, hanno detto che volevano leggere i suoi libri. Una ragazza musulmana mi ha ringraziata, dicendo che nel film non ci sono differenze tra ricchi e poveri, tra religioni: «Tutti sono trattati allo stesso modo». Questa è stata, per me, la conferma che avevo trovato il tono giusto.
Il film mette in luce Annie Ernaux come una figura di riferimento per un femminismo vivo e contemporaneo. Come si inserisce questo lavoro nella esplorazione cinematografica della soggettività femminile?
CLAIRE SIMON: In realtà, non è stata una mia scelta partire da un punto di vista femminile. È un fatto: nelle classi di letteratura ci sono tantissime ragazze, e i libri di Ernaux parlano profondamente a loro.
La mia idea era semplice: mostrare la passione che può nascere quando un libro ti dà la sensazione che l’autore parli di te. Ricordo un vecchio documentario su Marguerite Duras che incontra tre studentesse: Duras si commuove e piange, perché sente che quelle ragazze si riconoscono completamente nella sua scrittura. Questo è il cuore del film: la letteratura come specchio dell’esperienza personale.
Nei suoi film, compreso Notre Corps, usa il documentario come strumento per interrogare la realtà sociale e dare visibilità a voci marginalizzate. Pensa che il documentario sia oggi uno strumento più potente della finzione per raccontare tematiche come femminismo, corpo e disuguaglianze sociali?
CLAIRE SIMON: Sì, credo di sì. Il documentario ti mette di fronte alla realtà: non puoi scappare. È così, ad esempio, per No Other Land, un documentario che racconta, attraverso uno sguardo intimo e partecipato, la vita quotidiana dei palestinesi nel villaggio di Masafer Yatta, in Cisgiordania, minacciato dalle demolizioni da parte dell’esercito israeliano.
Lì non puoi sfuggire a quello che vedi. La finzione, a volte, è troppo ovvia. Il documentario, invece, sorprende, ti porta dove non ti aspetti. E penso che sia fondamentale far capire al pubblico che questo è cinema, non semplice reportage. È arte, e allo stesso tempo è un atto politico.
In che modo la letteratura ha raccontato – e continua a far risuonare – la condizione femminile?
ANNIE ERNAUX: Mi sono resa conto molto presto che c’erano problemi fondamentali che riguardavano le donne e, in particolare, le donne giovani, e ho sentito il bisogno di affrontarli nei miei libri. Già in Les armoires vides (Gli armadi vuoti) ho parlato del piacere femminile: è stato un modo per concentrarmi su temi cruciali, come quello dell’aborto, che all’epoca non era legale, o la condizione sociale delle donne.
Per me, non c’è una vera separazione tra la dimensione femminista e quella sociale: sono strettamente intrecciate. Le domande e le difficoltà di chi studia e lavora non sono le stesse di chi resta a casa e si occupa dei figli, ma tutte fanno parte della stessa trama collettiva.
E penso che, quando arriverà il momento di non esserci più, forse potrò dirmi soddisfatta di aver fatto qualcosa per il sesso al quale appartengo.
(Domani, 28 agosto 2025)
Nell’ambito della campagna a sostegno delle curde e dei curdi del Rojava lanciata a fronte dell’attacco sferrato contro di loro a inizio gennaio (Women Defend Rojava), un gruppo di femministe e artiste – tra cui Pinar Selek, Ariane Ascaride, Annie Ernaux, Antoinette Fouque, Lio e Sepideh Farsi – ha scritto un appello a loro sostegno pubblicato su Libération il 26 gennaio. Nel loro testo, chiedono alle giornaliste / ai giornalisti di far conoscere la gravità della situazione, le Nazioni Unite, la CEDAW e le organizzazioni che si occupano di diritti umani ad agire immediatamente e il presidente francese Emmanuel Macron (che aveva recentemente preso contatto con rappresentanti delle forze curde) a intensificare gli sforzi per fermare i crimini in corso. “La situazione oggi è in parte migliorata, ci ha segnalato Pinar Selek, attivista turca residente in Francia, da sempre impegnata in questo ambito, dopo l’accordo raggiunto tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda] e il governo transitorio siriano. Ma come raccontano anche le donne di Kongra Star [l’organizzazione ombrello del movimento delle donne in Rojava] nel “messaggio alle donne del mondo” che Pinar ci ha inoltrato e che pubblichiamo su questo sito (https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallarete/messaggio-dalle-donne-del-rojava-alle-donne-del-mondo/), “sappiamo che non esiste una vera pace. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. E non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne”. Perciò, sostengono, “non smetteremo di lottare” e invitano a “restare vigili e attive”.
(Silvia Marastoni)
Il testo dell’appello pubblicato su Libération (che non consente l’accesso a non abbonate-i) e l’elenco aggiornato delle firmatarie può essere reperito anche a questo link: https://www.marchemondiale.ch/index.php/fr/actions-campagnes/solidarite-internationale/667-rojava-ne-laissons-pas-massacrer-la-revolution-des-femmes
(Libération, 26 gennaio 2026)
Nella discussione sulla violenza politica e negli interventi di Claudio Vedovati e Stefano Ciccone è stata evocata, direttamente o indirettamente, la questione di un profondo cambiamento della società, dell’economia e delle relazioni sociali, in particolare di quella tra uomini e donne, che trovi nella nonviolenza la propria pratica.
Nel volume La rivoluzione nonviolenta*, Piero P. Giorgi, riflettendo sul significato profondo della parola “rivoluzione”, la rilegge come il passaggio necessario da una società fondata sulla violenza a una società nonviolenta e, proprio per questo, davvero umana. L’autore invita a riconoscere che la violenza non è solo quella evidente delle guerre o delle aggressioni, ma è spesso nascosta nelle strutture sociali, nelle disuguaglianze, nei rapporti di potere, nel linguaggio e nei comportamenti quotidiani. È una violenza che viene accettata come normale e che finisce per plasmare il modo in cui viviamo insieme.
Giorgi parte da una rilettura delle basi biologiche del comportamento umano, opponendosi alla visione tradizionale che considera aggressività e competizione come tratti inevitabili della natura umana. Le neuroscienze contemporanee, e in particolare gli studi sull’empatia, sui neuroni specchio e sulla cooperazione, mostrano che la nostra mente è strutturalmente orientata alla relazione e all’altruismo. La violenza, secondo l’autore, è piuttosto un prodotto culturale e storico, amplificato da modelli sociali gerarchici e patriarcali.
In questo senso, la nonviolenza non è un ideale etico astratto, ma una condizione naturale possibile, che può essere recuperata attraverso l’educazione, la consapevolezza e la riforma delle istituzioni sociali. L’autore propone di fondare su basi neuroscientifiche una nuova etica della responsabilità, capace di integrare le dimensioni emotive, cognitive e sociali dell’essere umano.
La “rivoluzione” evocata dal titolo non implica un capovolgimento violento dell’ordine esistente, ma una conversione etica e antropologica orientata alla cooperazione, alla cura e alla giustizia relazionale. Una società costruita sulla forza, sul dominio e sulla competizione non può essere considerata pienamente umana. La violenza promette ordine e sicurezza, ma in realtà produce paura, esclusione e nuovi conflitti. Per questo la nonviolenza non è una scelta ingenua o moralistica, né una forma di passività: è invece una risposta attiva e radicale, capace di mettere in discussione le basi stesse della convivenza sociale concorrendo ad evitare l’estinzione dell’umanità che l’attuale violento modo di vivere potrebbe comportare.
La rivoluzione nonviolenta non riguarda solo le leggi o le istituzioni, ma anche le persone. Non può esistere un cambiamento collettivo senza un cambiamento individuale. La nonviolenza diventa così uno stile di vita, un modo di pensare e di agire che coinvolge le relazioni, la politica, l’economia e l’educazione. Essa propone una diversa idea di potere, non inteso come imposizione sull’altro, ma come capacità di cooperare, dialogare e costruire insieme soluzioni giuste.
Un aspetto centrale della società nonviolenta è il modo di affrontare i conflitti. Giorgi sottolinea che il conflitto è inevitabile e fa parte della vita sociale, ma non deve necessariamente trasformarsi in violenza. La nonviolenza insegna a gestire i contrasti senza distruggere l’altro, cercando risposte che rispettino la dignità di tutte le persone coinvolte. In questo senso, essa diventa una pratica concreta di giustizia e responsabilità.
La rivoluzione nonviolenta non è un traguardo immediato, ma un processo lungo e fragile. Richiede impegno, partecipazione, educazione e vigilanza continua, perché la tentazione di tornare alla violenza è sempre presente. È però proprio questo cammino a rendere possibile una società più giusta, solidale e umana, fondata non sulla paura, ma sulla cura delle relazioni e sul riconoscimento reciproco.
Ampio spazio è dedicato nel volume al ruolo delle donne nella trasformazione nonviolenta, in cui si attribuisce loro una funzione storica e culturale decisiva, non per ragioni essenzialiste, ma per la continuità di saperi relazionali e pratiche di cura che le donne hanno preservato nel tempo, spesso in opposizione ai modelli dominanti di potere.
La capacità di generare e custodire la vita, di mantenere reti sociali e comunitarie, di valorizzare l’empatia come forma di intelligenza e di gestione dei conflitti rappresenta un punto di partenza per un nuovo paradigma di civiltà. In questa prospettiva, la “rivoluzione nonviolenta” non può prescindere da una rivoluzione femminile, intesa come pieno riconoscimento del contributo storico e contemporaneo delle donne alla costruzione di una cultura della pace. La loro esperienza costituisce una risorsa essenziale per “riumanizzare” la società tecnologica e ricostruire un equilibrio tra mente, corpo e ambiente.
Pur riconoscendo che la rivoluzione nonviolenta è una risposta attiva e radicale, le argomentazioni di Giorgi lasciano in secondo piano una questione cruciale: un cambiamento nonviolento radicale non può limitarsi a un mutamento degli atteggiamenti personali o a un lavoro educativo di lungo periodo come l’autore sembra talvolta individuare come strategie del cambiamento. Come hanno insegnato e praticato pensatori della nonviolenza quali Lidia Menapace, Maria Pastore, Danilo Dolci, Aldo Capitini e altre/i, esso richiede anche azioni di disobbedienza civile, scioperi, sit-in, boicottaggi, ecc., che spesso comportano repressione da parte delle istituzioni statali e costi personali elevati per chi sceglie queste forme di lotta.
Gli esempi storici (vedi l’esperienza di Gandhi prima in Sudafrica e poi in India) quelli più recenti, come “Extinction Rebellion” in Europa o “Palestine Action” in Gran Bretagna, il movimento iraniano “Donna, vita, libertà” e, ancora, le manifestazioni e le azioni delle cittadine e dei cittadini statunitensi che, nelle città, si oppongono ai soprusi dell’ICE contro i migranti, mostrano che azioni che vanno oltre la semplice testimonianza simbolica vengono frequentemente represse dalle forze dell’ordine, pur mantenendo un carattere nonviolento. E chi si pone in una prospettiva nonviolenta non può esimersi dal discutere come affrontare tale repressione che è anche violenta. Si tratta di questioni che andrebbero discusse più a fondo da chi non intenda ridurre la nonviolenza a una sola testimonianza etica e morale, per quanto importante.
(*) Piero P. Giorgi, La rivoluzione nonviolenta. Lo studio della natura umana può evitare una rapida estinzione, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (Verona), 2019.
(www.libreriadelledonne.it, 6 febbraio 2026)
Non c’è fotografia più nitida per restituire il nesso tra capitalismo e patriarcato, nella sua espressione più abominevole, delle immagini provenienti dai files di Jeffrey Epstein. In pochi hanno messo a fuoco il grado di compiacenza sessuale, di spudorata esibizione del potere maschile, bianco, sul corpo delle donne, proveniente non da maschi qualsiasi, ma da un’élite mondiale super-selezionata. Un consesso di uomini potenti, in grado di governare e condizionare, sul piano politico, economico, culturale, dell’immaginario, le vite di miliardi di persone, che si è ritrovato unito e compatto nell’umiliazione sulle donne e nel sentirsi ancora più coeso e compatto proprio in virtù di questo atto collettivo.
I files Epstein comprendono tutto quello che le procure hanno accumulato sull’indecente magnate dal 2005, quando Epstein è stato indagato per le accuse di abusi su minorenni in Florida. Dallo scorso novembre, poi, sono stati pubblicati circa tre milioni di pagine di documenti. Non si tratta solo di informazioni relative al traffico sessuale, ma ci sono anche documenti finanziari dei suoi clienti, scambi di email e messaggi di testo personali, video e foto. L’intreccio tra il potere e la violenza sessuale non potrebbe essere più esplicito. Elon Musk, che poi cerca di smentire queste affermazioni, nel 2012 chiede a Epstein «in che giorno/notte ci sarà il party più scatenato sulla tua isola?» riferendosi all’isola privata del magnate alle Isole Vergini. In altri appunti di Epstein scritti a Bill Gates, il fondatore di Microsoft, si sostiene che Gates avrebbe avuto relazioni extraconiugali con «ragazze russe» e avrebbe contratto una malattia sessualmente trasmissibile chiedendo aiuto a Epstein per ottenere antibiotici da somministrare di nascosto a Melinda, sua moglie. In un’e-mail del 18 luglio 2013, Epstein scrive: «Per aggiungere la beffa al danno, poi, con le lacrime agli occhi, mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene».
Il nome di Richard Branson, il boss della Virgin, compare centinaia di volte e in uno scambio di battute del 2013, Epstein lo ringrazia per la sua recente ospitalità mentre Branson risponde che è stato «davvero un piacere» vederlo, aggiungendo: «Ogni volta che sei in zona mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!» (Virgin poi chiarisce che per harem si intendevano tre membri adulti del team di Epstein, precisazione alquanto inverosimile).
Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants, chiede se una donna da lui incontrata a casa di Epstein fosse «una professionista o una civile» e Epstein in altri scambi dice di avere per lui «un regalo» e descrive la donna a cui avrebbe presentato Tisch come «una tahitiana che parla soprattutto francese, esotica».
I Files sono stati pubblicati alla rinfusa e in modo confusionario e non sono state risparmiate nemmeno le vittime, molte delle quali finite nel web con tanto di volti, indirizzo mail e addirittura conti correnti bancari. Ma in ogni caso nella maggior parte dei testi si svela il campionario più retrivo e umiliante quando si tratta di donne: harem, esotiche, prostitute, una descrizione che non viene particolarmente a galla nelle cronache di questi giorni, più orientate a dare risalto all’elenco dei vari potenti o personaggi noti invece che evidenziare il trattamento maschile verso le donne. E non a caso è una donna, Melinda Gates, che chiede all’ex marito Bill di «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in quelle situazioni».
L’immagine, tra quelle finora note, che più di tutte descrive la condizione di supremazia maschile e di umiliazione sessista è probabilmente quella del principe inglese Andrew, accovacciato su una donna distesa a terra, quasi come fosse una belva pronta ad avventarsi sulla propria vittima.
Una storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale. Da questo punto di vista, se si guarda ai fatti e ai files attraverso questa lente non stupisce il nutrito elenco di uomini noti o sedicenti progressisti. Il Bill Gates appena citato, Bill Clinton, il blairiano Peter Mandelson – punta di lancia della campagna di delegittimazione contro Jeremy Corbyn accusato di presunto, quanto inesistente, antisemitismo – il mentore della sinistra radicale Noam Chomsky (al momento presente nei files solo con scambi di lettere), Woody Allen, l’ex ministro della Cultura francese Jack Lang. Amici di Epstein alla pari di Donald Trump e Elon Musk, accomunati da un’identità sola: essere uomini. Tutti in fila a omaggiare Epstein, a prescindere dalle convinzioni e dai valori esibiti nel loro discorso pubblico e invece qui asserviti alle violenze sessuali con una foga ben colta dal New York Times: «Dimostra come funziona la società d’élite in tutto il mondo. Rivela come il denaro, indipendentemente da come venga guadagnato, attiri l’attenzione delle persone, che a sua volta porta più denaro e più attenzione, e genera questa vasta rete di connessioni, anche per qualcuno come Epstein. Così la gente ha visto radunate persone potenti attorno a lui e voleva farne parte». People follow the money, si potrebbe dire e non si ferma nemmeno davanti a un abusatore sessuale. Tutto questo, continua il New York Times, «è rivelatore di come alcune persone della società d’élite considerassero le donne. C’era una forte componente di classe in tutto questo. Molte ragazze provenivano da famiglie disgregate e da contesti poveri. Alcune di loro avevano subito abusi in famiglia. Ed erano viste, fondamentalmente, come oggetti, se non da usare sessualmente, almeno da avere intorno, quasi come mobili. Erano viste come persone usa e getta».
Harem, tappezzeria, mobilio, persone da usare e gettare. Sembra un film dell’orrore, una storia di soprusi eccezionali, e ovviamente lo è. Ma per il tipo di persone coinvolte, per il ruolo di cantori del sistema dominante – occidentale in questo caso, che avrà i suoi corrispettivi in ogni regime politico – svolto dai protagonisti, quella storia diventa simbolo di una gerarchia patriarcale ben conosciuta e denunciata attivamente dai movimenti femministi e che il mondo maschile continua invece a ignorare e bypassare. Nell’harem di Epstein andava in scena un immaginario che, non a caso, è stato indirettamente (o forse più consapevolmente di quanto si creda) preso di mira dal MeToo statunitense, indirizzato proprio contro una gestione patriarcale, violenta e proprietaria del corpo delle donne da parte di un’élite di maschi bianchi e di potere. Quel movimento è stato poi banalizzato e dimenticato ma è rimasto nella coscienza di molte e non sarà reversibile. Denunciare le molestie sessuali sul lavoro è un fatto che è cresciuto di intensità dopo il movimento negli Usa, così almeno segnala una nota della Bocconi di Milano, con una crescita delle denunce in alcuni casi del 50%.
I files di Epstein sembrano non turbare più di tanto la generazione maschile che resta aggrappata a un immaginario consolidato e interiorizzato fino a renderlo banale. Certo, in gran parte dei commenti politici e giornalistici fatti da uomini non manca lo sdegno, ma viene spesso sovrastato dall’indignazione per la matrice politica degli uomini abusanti: i progressisti in cerca delle colpe di Trump e le destre pronte a replicare con la presenza dei Clinton. Ma il nodo centrale della vicenda, l’espressione del rapporto tra uomini, potenti, patriarcali, ricchi, e le donne, resta sullo sfondo. E invece si tratta proprio di destrutturare immaginari e forme di dominio, schemi consolidati, relazioni incistate anche con il loro grado di violenza e umiliazione. Che travalicano il jet set allestito da Epstein, popolano il nostro immaginario e il brodo melmoso in cui siamo cresciuti in quanto maschi. E che spesso non respingiamo, soprattutto non smantelliamo.
Oltre a rifiutare in radice ogni forma di violenza, occorre invece smontare stereotipi, ribaltare gerarchie lessicali e forme di dominio, anche impalpabili, anzi soprattutto quelle. Perché sono quelle ad abitarci ancora. La storia di liberazione ed emancipazione delle donne deve essere scritta dalle donne, ma è anche vero che una storia di oppressione e di umiliazione chiama in causa anche il soggetto attivo del dominio. E se non si può chiedere al capitalismo di smettere di sfruttare il lavoro, ché altrimenti finirebbe di esistere, si può invece esigere dagli uomini di dismettere l’intero apparato simbolico collegato al patriarcato e all’oppressione. Perché non si smetterebbe di esistere ma si sarebbe solo migliori e si potrebbero costruire relazioni nuove: solidali, paritarie, fondamentalmente inedite e liberatorie per tutti e tutte. Non c’è niente di più opprimente e costrittivo, in fondo, del pattern virilista che viene inculcato da ragazzi e che rende l’esibizione di sé e la competizione infinita un dovere assoluto. E non c’è nulla di più liberatorio che sbarazzarsene.
(Jacobin Italia, 5 febbraio 2026)
Il numero doppio della rivista AP (Autogestione e politica prima) n.4, ottobre-dicembre 2025/ n.1, gennaio-marzo 2026, meriterebbe una menzione solo per il titolo, Con GENTILEZZA stante i tempi bui; e per l’immagine di copertina, due mani che si stringono: due mani, una di donna e una di uomo. Non credo sia casuale. Perché AP da sempre, pur essendo profondamente femminista per i valori e le battaglie e le azioni che sviluppa, non ha mai assunto una posizione di rifiuto verso le figure maschili che ha sempre accolto, ne è stata ospite o addirittura alleata. Siamo, in questa rivista, impegnati a cercare aldilà, o nel profondo, a mostrare, svelare delle realtà che la stampa in generale nasconde e trascura: quella realtà che solo le donne riescono a svelare, che è appunto fatta di gentilezza e di forza. Questo doppio numero ne dà una testimonianza vivida: ci sono le lotte dei braccianti e la rabbia verso le cieche burocrazie che rendono faticosa e difficile ogni azione sensata; la consapevolezza del difficile scambio con le giovani, travolte da un sistema tecnologico ancora profondamente patriarcale e minacciate da guerre sempre più insensate e crudeli specie per le donne… E a fronte di questo la volontà di non perdere i legami col passato, con le madri, nella storia vivente, che è l’unica che ci può restituire il senso profondo dell’esistenza. Insomma, un numero che assume e rilancia, con il contributo delle Città Vicine che hanno pubblicato qui le riflessioni nate dal loro incontro “Testimoniare il male senza dimenticare il bene”, una parola forte, che ci libera da tanti piccoli pregiudizi e paure per la sorte del femminismo: che, come testimonia questa rivista, è più vivo che mai.
(www.libreriadelledonne.it, 5 febbraio 2026)