Il 5 aprile 2026 si è svolta nel centro di Vilnius un’azione di protesta antinucleare congiunta. L’iniziativa è stata organizzata da organizzazioni bielorusse in esilio, tra cui “La nostra casa”, Dapamoga, Re:Bel e altre organizzazioni partner bielorusse. L’azione mirava a richiamare l’attenzione sui crescenti rischi nucleari nella regione a seguito della scadenza del trattato New START.
La protesta si è svolta durante le celebrazioni pasquali, coinvolgendo deliberatamente i passanti in uno spazio pubblico solitamente associato alla sicurezza e alla normalità. I partecipanti hanno evidenziato la vicinanza dei previsti dispiegamenti di missili russi rispetto alla Lituania, sottolineando quanto tali minacce siano prossime al centro di Vilnius, inclusa l’area attorno alla Torre di Gediminas.
Un elemento centrale dell’azione è stato il numero “444”. Secondo i calcoli degli organizzatori, esso rappresenta la distanza approssimativa in chilometri tra l’aeroporto militare di Krichev-6 e il Palazzo Presidenziale di Vilnius. Questo numero è diventato un simbolo ricorrente in una più ampia serie di iniziative a favore della denuclearizzazione della Bielorussia.
Al fine di visualizzare i rischi, gli attivisti hanno installato un grande “pulsante” rosso nello spazio pubblico, avvertendo esplicitamente di non premerlo. Molti passanti hanno evitato qualsiasi interazione, riflettendo una comprensione intuitiva del pericolo associato a decisioni irreversibili. Gli organizzatori hanno utilizzato questo simbolismo per illustrare le conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche dell’espansione degli arsenali nucleari in contesti autoritari.
La protesta ha inoltre messo in relazione le questioni di sicurezza regionale con la più ampia situazione dei diritti umani in Bielorussia. Dal 2020, almeno 1.990 organizzazioni senza scopo di lucro sono state sciolte con la forza. Le attività in materia di diritti umani sono state criminalizzate.
Più di 4.500 persone sono state riconosciute come prigionieri politici, di cui almeno 1.141 risultavano ancora detenute al 28 febbraio 2026. Esponenti della società civile, giornalisti e attivisti vengono regolarmente qualificati come “estremisti” o “terroristi”, mentre l’elenco ufficiale dei “materiali estremisti” supera le 8.000 voci. Rapporti dei meccanismi delle Nazioni Unite hanno inoltre documentato il ricorso al lavoro forzato che coinvolge detenuti, inclusi prigionieri politici, nonché pratiche di espulsione forzata a seguito di cosiddette grazie. La pena di morte rimane in vigore e diversi importanti difensori dei diritti umani rischiano la sua applicazione.
La scadenza del trattato New START il 5 febbraio 2026 ha segnato un punto di svolta critico nella governance nucleare globale. Il trattato costituiva l’ultimo quadro bilaterale vincolante tra gli Stati Uniti e la Russia che limitava le testate nucleari strategiche dispiegate e i relativi vettori. La sua scadenza, in assenza di un accordo successivo, ha determinato una situazione in cui non esistono più limiti efficaci alle dimensioni degli arsenali nucleari strategici.
In questo contesto, La Nostra Casa prosegue la sua campagna internazionale StopByNukes, avviata il 25 marzo 2023. La campagna chiede il ripristino dello status della Bielorussia come Paese privo di armi nucleari, il ritiro delle armi nucleari russe dal suo territorio, l’adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e l’integrazione di impegni per la pace nel diritto internazionale vincolante. Ulteriori informazioni sugli obiettivi e le attività della campagna sono disponibili qui: https://ndBielorussia.com/2025/10/14/stop-by-nukes-campaign/
Gli organizzatori esprimono la loro gratitudine a Het Actiefonds per il sostegno a questa azione.
È possibile consultare sul nostro sito un’analisi dettagliata in lingua inglese di questa azione di protesta qui:
(Our House Centro per i diritti umani e gli aiuti umanitari, 6 aprile 2026)
Di Han Kang, a cui nel 2024 è stato conferito meritatamente il Premio Nobel per la letteratura, si conosce da tempo l’ostinata capacità di sviscerare le pieghe più minute della sofferenza umana e di indagare le sottili sfumature dei sentimenti che si accompagnano al dolore sia nella sua configurazione soggettiva sia nella sua rappresentazione esteriore.
“La vegetariana”, ad esempio, il primo romanzo pubblicato in traduzione italiana da Adelphi nel 2016, seguiva la genesi e la progressione della solitudine di una donna nella cornice di una vicenda familiare del tutto ordinaria. Il dramma della protagonista non aveva tinte forti ma i gesti che l’accompagnavano e le azioni di resilienza con cui essa si difendeva dall’oppressione di chi le viveva accanto avevano qualcosa di altamente icastico che si imprimeva nella visione che il lettore aveva di quella vicenda.
La stessa straordinaria visionarietà caratterizza “Non dico addio”, di cui sono protagoniste due donne di mezza età, amiche fin dagli anni giovanili, che conducono vite solitarie nella ripetizione di una gestualità quotidiana che si rivela un blando antidoto a una sofferenza profonda. Fin dalle prime pagine del romanzo si capisce che entrambe si sentono schiacciate da un senso di perdita, di mancanza, afflitte da una ferita che né l’amicizia, né i tentativi di dare un ordine alle proprie vite riescono a rimarginare.
Di Gyeong-ha, la voce narrante, veniamo a sapere che era redattrice di una rivista che si avvaleva della collaborazione di fotografi esterni. Fu così che Gyeong-ha conobbe In-seon, che per alcuni anni collaborò stabilmente con lei nella realizzazione di numerosi articoli e reportage.
Ma poi la collaborazione cessò, l’amica fotografa si ritirò sull’isola di Jeju, per accudire la madre anziana.
Gyeong-ha diede anch’essa un taglio netto alla sua vita precedente fatta di lavoro e famiglia, per chiudersi in una dimensione solitaria, in una sorta di ritiro consapevole e sofferto dalla vita.
E qui, nella vigile disperazione di un’esistenza spogliata di qualsiasi aspettativa, ridotta alla mera sopravvivenza, si consuma l’infelicità senza desideri della protagonista.
«Tra me e il mondo si è instaurata una desolante linea di confine», afferma e si chiede: «Quando aveva cominciato a sgretolarsi tutto? Quale era stato l’istante della biforcazione? Quale il punto di svolta, la crepa, la frattura?»
Si viene a sapere quasi di sfuggita che Gyeong-ha ha pubblicato un libro su uno dei massacri più atroci della Guerra di Corea e che quelle immagini e quelle vicende sono penetrate in lei e le hanno cambiato la vita.
In particolare c’è un sogno che si presenta come un incubo ricorrente dominato da un cupo scenario di morte. Nel sogno appare un lugubre paesaggio invernale, una montagna bassa su cui spiccano una moltitudine di tronchi neri di altezze diverse piantati nel terreno, «inclinati e storti, sembravano migliaia di uomini, donne e bambini emaciati, curvi sotto la neve. Sono in un cimitero? mi chiedevo. Queste sono tutte lapidi? Camminavo tra quegli alberi dalle cime recise, sui quali si erano posati fiocchi di neve simili a cristalli di sale. Dietro a ciascun tronco si ergeva un tumulo».
Poi, inaspettatamente, appare il mare, una marea che sale, quella che sembrava la linea dell’orizzonte di una pianura era un’enorme distesa d’acqua che finirà per sommergere le tombe. Allora, al culmine dell’angoscia, l’io narrante si rende conto che deve agire.
«Per le tombe già sommerse non potevo fare più nulla ma dovevo spostare almeno i resti sepolti in alto. Prima che il mare li raggiungesse. Adesso, subito! Ma come? Senza l’aiuto di nessuno! Senza neppure una pala! Come salvarli tutti? Correvo incerta tra gli alberi, fendendo l’acqua che ormai mi era arrivata alle ginocchia».
Dalla prima apparizione notturna di quel sogno la protagonista non riuscì a riprendersi, la sua immaginazione era definitivamente colonizzata dalle atrocità della guerra e dalle infinite icone di morte che la memoria di quei tragici eventi si portava dietro.
«Nei quattro anni trascorsi tra la prima volta che feci il sogno degli alberi neri e quell’alba estiva avevo detto più di un addio. Alcuni per scelta; altri invece erano stati fulmini a ciel sereno e avrei dato qualunque cosa per impedirli. Se, come sostengono le antiche credenze, da qualche parte nel regno celeste o nell’oltretomba esiste un gigantesco specchio che vede e registra ogni nostro movimento, i miei ultimi quattro anni devono apparire in quello specchio come una specie di lumaca che ha lasciato il guscio e avanza lungo una lama. Un corpo che vuole vivere. Un corpo trafitto e lacerato. Un corpo che respinge, abbraccia, si aggrappa. Un corpo in ginocchio. Un corpo implorante. Un corpo che perde incessantemente non si capisce se sangue, pus o lacrime».
La lumaca che ha lasciato il guscio è l’immagine del compiuto disincanto: l’abbandono di un sistema di sicurezze domestiche e affettive per affrontare a viso scoperto l’essenza della vita che non è fatta di consolazioni e di illusioni ma di atrocità, di morte e di abbandono.
Ciò che colpisce in questo romanzo è la capacità di dare forma e immagine alla fine delle illusioni: il racconto è dominato dal nero degli alberi, dal buio delle veglie notturne a cui fa da contraltare la violenza del vento e il biancore della neve che si stende implacabile su qualsiasi segno di vita.
La lumaca che esce allo scoperto è anche una presa d’atto che di fronte agli orrori della storia qualsiasi narrazione che non sappia restituire quel destino di morte è un’inutile panacea, un mero esercizio consolatorio che distoglie lo sguardo da una cognizione vera di ciò che è stato.
Per questo la scrittura di Han Kang è fatta di continue sinestesie, di alternanze tra sogno e realtà, di passato e presente. Perché la vita tutta – e in modo particolare le distruzioni del passato, le rovine della storia, i massacri di Gwangju – non si lasciano declinare nello schema ordinato di una narrazione.
Perché anche per lei, come per i protagonisti dei racconti e dei romanzi di Sebald che hanno conosciuto l’orrore della shoah, il plot, il racconto ordinato dei fatti, non può e non deve esistere. La stessa Storia con la s maiuscola, quella che presume di dare un ordine ai fatti realmente accaduti, appare come un’invenzione ex post per calmare l’ansia provocata dalla distruzione e dalla fine dell’umano.
Se la Storia è finzione, la narrazione romanzesca tradizionale è una finzione al quadrato.
E allora, se il romanzo rinuncia alla sua funzione consolatoria, cosa resta?
Resta il sogno, l’apparizione improvvisa, l’alternanza caotica delle immagini e la commistione dei sensi, le sinestesie e gli ossimori percettivi: il colore che si fa suono, il ghiaccio che si converte in calore o la vita che si rapprende improvvisa nell’immobilità di un cristallo.
«Ogni volta che mi sento scivolare nel sonno come risucchiata in una luce calda, provo a sollevare le palpebre ma non ci riesco; non so se a causa della sonnolenza, o perché le ciglia sono sigillate da una patina di ghiaccio.
In quello stato di torpore, mi appaiono dei visi. Non di sconosciuti che sono morti, ma di persone vive, che sono lontane da qui, sul continente. Sono di una nitidezza spettacolare. Ricordi vividi come fossero accaduti ieri si srotolano davanti a me. Senza ordine né contesto.
Simili a tanti ballerini entrati contemporaneamente in scena, per eseguire ciascuno una propria coreografia. Istanti congelati in volo che brillano come cristalli».
Il sogno in cui scivola la protagonista di questo romanzo pare dunque possedere una capacità di lettura del tempo che alla veglia non è concessa. Nella dimensione onirica si genera una strana commistione tra percezione e memoria, tra passioni e straniamento che consente di cogliere il senso dell’accadere non dalla specola della progressione lineare ma dalla visione simultanea del passato e del presente.
«E chi mai – si chiedeva Walter Benjamin – potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure raccontare dei sogni non significa altro che questo».
I sogni della protagonista in questo “addio” sempre procrastinato, sempre insidiato dalla tentazione di morire, producono uno sdoppiamento prospettico che è costitutivo del romanzo stesso come genere letterario: la realtà osservata dalla prospettiva onirica assume un tratto paradossale e mette in luce la sua vanitas e le sue effimere strategie di dare un senso all’accadere.
Nello stesso tempo il sogno osservato dalla specola della sofferenza della vita reale si svela come la chiave che permette di capire la genesi del male e del dolore che procura.
Quando le due amiche si accorgono di essere due naufraghe della storia il loro vivere non può che trasformarsi in un sopravvivere.
E la sola forma di sopravvivenza che ad esse pare ancora possibile non è la speranza ma la pietas: riuscire a salvare i resti di coloro che sono stati travolti dalla storia, cercare le ossa nelle fosse comuni che ora, a distanza di decenni dalla fine della guerra, riaffiorano, ad esempio ai margini di una pista di decollo di un aeroporto o nei cunicoli di una miniera dismessa.
Un lavoro di ricostruzione in cui si impegnano con dedizione assoluta.
La loro missione salvifica fa pensare all’angelo della Storia di cui parla Benjamin nella nona delle “Tesi di filosofia della storia”: l’angelo che sospinto da un vento violento vola ad ali spiegate al di sopra di un immenso cumulo di macerie verso un destino di redenzione.
Nel romanzo di Han Kan, tuttavia, si cerca invano una prospettiva salvifica, per le sue due protagoniste la sola salvezza possibile è la condivisione di un destino comune, la memoria dei propri affetti familiari e la cura reciproca.
Quando In-sheon sarà ricoverata in ospedale per le ferite alle mani causate da un incidente nella lavorazione di un oggetto di legno l’amica si precipiterà sull’isola di Jeju in cui vive ormai da anni e raggiungerà in modo fortunoso la sua casa sperduta in un bosco, lontano da ogni centro abitato. Si prenderà cura dei suoi animali, di un pappagallino a cui In-sheon è particolarmente affezionata e che le è stato raccomandato di nutrire ma che non riuscirà a salvare. Inizierà però una lenta e minuziosa esplorazione della casa da cui emergeranno oggetti, cibi, scaffali, ripiani, cataste di legna, schegge improvvise di memorie, tutte tracce di una vita in bilico tra il desiderio di fare e la malinconia della memoria, tra rassegnazione e desiderio.
Han Kang ha, come si diceva, una capacità straordinaria di dare ai temi che esplora una dimensione visiva, a trovare nella quotidianità ordinaria o nella natura un correlativo oggettivo che assume una qualità simbolica immediata.
In “La vegetariana” i sacchetti di carne accumulati nel freezer della coppia diventavano l’icona della sottile violenza subita dalla donna. In “Atti umani”, il romanzo sui massacri di Gwangju, compiuti dalle forze governative nel maggio del 1980, la violenza è politica, e i suoi equivalenti simbolici affiorano come figurine del terrore: i fucili, le foto dei generali e i corpi accatastati della repressione armata.
In “Non dico addio” la memoria degli orrori della guerra civile assume la forma di alberi spettrali mossi dal vento, le cui fronde sembrano avvolgere i vivi con un gesto macabro di protezione.
Nel discorso di Stoccolma, in occasione del conferimento del premio Nobel, Han Kang ha dichiarato che la molla che la spinge a scrivere sono le molte domande che si pone e che la scrittura può evidenziare.
A proposito delle ricerche che hanno preceduto la stesura di “Atti umani”, ha spiegato:
«Sapevo con assoluta chiarezza da che parte doveva andare il romanzo. E che le mie due domande dovevano essere:
Il passato può aiutare il presente? I morti possono salvare i vivi?
Più tardi, mentre scrivevo quello che sarebbe diventato “Atti umani”, in alcuni momenti ho percepito che il passato stava davvero aiutando il presente e che i morti stavano salvando i vivi. Di tanto in tanto tornavo al cimitero e in qualche modo il tempo era sempre sereno. Chiudevo gli occhi e i raggi arancioni del sole mi illuminavano le palpebre. Lo sentivo come la luce della vita. Sentivo la luce e l’aria avvolgermi in un calore indescrivibile.»
Ha poi aggiunto che le domande non trovano risposte ma la letteratura è ciò che le permette di formularle e di condividerle con il suo pubblico.
Anche in “Non dico addio” la condivisione delle domande è già di per sé un merito che ripaga ampiamente l’assenza delle risposte.
(DOPPIOZERO, 15 gennaio 2025)
Recensione di “Quadri”, monologo teatrale di Elisabetta Salvatori, recitato per la prima volta il 29 luglio 2025 a La Spezia al Cantiere Creativo Urbano D’Alma, dove ha concluso il progetto “Passi leggeri”. Ora lo spettacolo sta viaggiando a Firenze, Querceta, Bologna, Capannori, Pistoia…
Sabato, 1° novembre 2025, al Teatro dell’Affratellamento a Firenze c’è stato “Quadri”. È un monologo teatrale di Elisabetta Salvatori su testimonianze di donne che da bambine hanno subito abusi intrafamiliari.
Tema forte, la sala è piena. Il bordo del palco è decorato da Renza Benvenuti con foglie autunnali e bacche rosse, il resto è enorme tutto nero, la sottile figura dell’artista appare ancora più piccola nell’abito lungo di velluto rosso scuro. Eppure, quando inizia, la sua voce esile riempie tutto il teatro. Sì, così tanta è la sua potenza recitativa che tutto intorno a lei ci circonda e avvolge. La maggior parte del pubblico sono donne non più giovani, ma ci sono anche loro, i giovani, gli uomini e siamo tutti ipnotizzati fin dalle prime parole.
Bravissima! È chiamato “teatro di narrazione” il suo. «Racconto solo storie vere!» dice. E il racconto prende vita, si dipana. In un’intervista ha detto: «Voglio recitare ciò che scrivo. Voglio scegliere, gustare le parole». Sì, credo proprio che l’eccezionalità di questa donna sia lo scrivere, la scelta delle parole. L’argomento di questa sera è molto impegnativo, ma c’è riuscita. Il suo tono iniziale è quasi dimesso, come raccontasse qualcosa non così importante, ma subito le parole cadono precise, nette e il racconto si fa serrato e le storie s’incastrano con altre storie.
“Quadri” è il titolo dello spettacolo e infatti, accanto a ogni donna di cui racconta il dramma di bambina, Elisabetta Salvatori collega un quadro famoso di un grande artista, che rappresenta quella esperienza tragica e la donna che è diventata. Così sul palco con lei salgono Beatrice Cenci, Artemisia Gentileschi, oltre a Sara, Bianca, Carla, Anna, Mara, Alessandra, Franca.
L’artista nomina anche Piera Codognotto che ha voluto con determinazione, dietro le quinte, che tutto questo si realizzasse, senza far fretta. Ha ordito, intrecciato incontri perché sa l’importanza che riveste per queste donne essere arrivate a parlare. Sa che non è solo teatro, quando il teatro si fa così, e che si fa per tutte quelle che sono riuscite a parlare e per quelle che non lo faranno mai. Elisabetta Salvatori questo teatro lo sa proprio fare, è il suo teatro. Si prepara, non improvvisa, studia e soprattutto ha incontrato queste donne, una per una, ci ha parlato, è stata a casa loro, le ha conosciute, sono diventate parte della sua vita.
La stesura del testo è durata tre anni. Dice di aver avuto bisogno di tempo, prendeva il quaderno degli appunti e poi di nuovo lo lasciava: segreti pietrificati troppo devastanti per dar loro parola, ha avuto bisogno di lasciarli depositare dentro di sé. Ma il silenzio andava rotto e il teatro dà voce. Si sente questo mentre racconta, racconta, racconta.
Le storie sono tenebrose. Quasi alla fine dello spettacolo Elisabetta Salvatori descrive un quadro: Guernica di Picasso. Tutti abbiamo davanti l’enorme tela senza colori. Ma ci ricordiamo l’immagine centrale della lampadina accesa e dalla donna con la fiaccola in mano. C’è una luce. Quella luce che hanno portato queste donne con la loro storia.
Ho avuto il privilegio, fortuito, di aver assistito a questo pezzo di grande teatro e vorrei che tutti potessero ascoltarlo per condividere questa esperienza così potente. C’è un ulteriore miracolo che il teatro di Elisabetta Salvatori riesce a fare: nonostante sia sola sul palco, sia stata sola a scrivere il testo, passa il lavoro corale delle altre, l’attenzione nelle relazioni per arrivare a toccare argomenti nascosti nei recessi più profondi. Elisabetta è riuscita a far nascere un testo misurato, perfetto e a noi del pubblico arriva perfino l’affetto, la cura di cui l’artista si è fatta responsabile. Un’enorme carica di empatia che non le viene gratis, ma da una grande esperienza drammaturgica.
(Libreria delle donne, 2 aprile 2026)
La giornalista Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017 di fronte a casa sua, a Bidnija, nel Nord di Malta. Dieci anni fa, anche grazie alla partecipazione di suo figlio Matthew al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij), è stata la prima a lanciare la notizia del coinvolgimento di due esponenti di governo nei Panama Papers.
Il conflitto perpetuo è un diversivo per non affrontare i nodi scoperti di un modello economico violento e diseguale: il predominio della finanza, la crisi climatica, l’ingiustizia fiscale. Il caso di Malta, nel cuore dell’Europa, è uno scandalo, come aveva già coraggiosamente denunciato la giornalista assassinata nell’ottobre 2017
Come hanno reagito a caldo i Paesi europei all’aggressione militare illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Se l’è chiesto Politico, pubblicando a inizio marzo un’utile carrellata delle posizioni assunte dai governi. Tralasciamo quella dell’Italia e del governo Meloni, ormai i meme si sprecano, e prendiamo quella della “piccola” ma paradigmatica Malta.
Ian Borg, vice primo ministro laburista, ha condannato Teheran per la “ritorsione” ed espresso solidarietà a Qatar ed Emirati Arabi Uniti mentre il suo superiore, Robert Abela, ha rivendicato il principio di “neutralità attiva” scolpito nella Costituzione dell’isola che vieterebbe la presenza di basi militari straniere sul suo territorio. Ma La Valletta è tutt’altro che “neutrale” nello scenario globale.
Come ha ricostruito puntualmente l’economista Nicolás Brennan Hernández per Tax Justice Network, Malta è infatti uno dei «numerosi Stati membri dell’Unione europea che lede attivamente i propri vicini garantendo il segreto finanziario e offrendo opportunità di abusi fiscali alle imprese».
Le multinazionali straniere da quelle parti godono di un’aliquota effettiva di appena il 5%. Un introito da cui dipende il 21% delle entrate dello Stato. È la fiera del paradosso: l’arcipelago conta 500mila abitanti, 316 chilometri quadrati di superficie (poco meno della Striscia di Gaza), vale appena lo 0,1% del Pil e della popolazione dell’Unione europea a 27, si rifiuta, per inciso, di salvare le persone in mare, mentre “ospita” qualcosa come 479,7 miliardi di euro di investimenti esteri. Oltre 20 volte il suo prodotto interno lordo annuo.
Brennan Hernández, che è irlandese e sa come funziona un paradiso fiscale, ha dovuto riconoscere che in confronto il suo Paese d’origine è un apprendista: «Malta fa sembrare le statistiche incerte sul Pil dell’Irlanda un semplice taccheggio rispetto alla rapina al Louvre». Del resto la normativa dell’isola «non richiede una presenza fisica» delle aziende che decidono di trasferire lì la propria sede: è sufficiente un’unità legale fittizia, una riunione del consiglio di amministrazione in loco all’anno e un posto dove conservare i registri locali, cioè scartoffie.
Gli amministratori non devono nemmeno essere residenti e il personale non deve essere maltese. Inoltre gli uffici possono essere in condivisione tra decine di entità (i co-evasori). «Per coloro che si sono persi la crisi finanziaria del 2008 o hanno trovato insufficientemente chiare le sue lezioni sull’autoregolamentazione – ha scritto Nicolás Brennan Hernández – Malta offre un corso di aggiornamento».
È un monumentale scandalo nel cuore del Mediterraneo che oltraggia la memoria della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa da una bomba il 16 ottobre 2017 per il suo lavoro di svelamento della corruzione e del riciclaggio nella trama dei “Panama papers”. Ancora oggi l’Unione europea di fatto tace, la Bce nicchia, Eurostat incassa ogni anno il rifiuto maltese (caso unico dell’Ue) di comunicare origine geografica e destinazione dei flussi e degli stock di investimenti esteri, il Gruppo di azione finanziaria internazionale di Parigi, dopo aver inserito cinque anni fa Malta nella lista grigia per carenze strategiche nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, ha appena fatto una marcia indietro imbarazzante.
Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’isola – che ha venduto passaporti agli oligarchi coinvolti direttamente nel conflitto fino al 2024 – ha inoltre individuato la miseria di 150mila euro di beni soggetti a sanzioni, meno del prezzo di un monolocale (la timida Italia ha sequestrato 143 milioni di euro, la Francia ha confiscato navi per un valore di centinaia di milioni e la Spagna ha congelato beni per oltre 10 miliardi di euro). Non a caso Nicolás Brennan Hernández parla di uno Stato «ostaggio degli interessi che dovrebbe regolamentare».
È sostenibile tutto questo, per Malta e per l’Ue? Per l’economista irlandese no, e potrebbe bastare la pur leggera imposta minima globale del 15% dell’Ocse a mettere in crisi a breve uno scoglio privo di risorse naturali e con scarse terre coltivabili. Perché «il capitale non ha altra lealtà se non verso se stesso». La guerra “preventiva” all’evasione può attendere.
(Altreconomia, 1° aprile 2026)
«Gli antichi maestri erano anche donne!». Così strilla il volantino della mostra “Unforgettable: Women from Antwerp to Amsterdam, 1600-1750”, appena inaugurata a Gent. Ovvero Gand, la città dei mercanti di lana, nota agli amanti della pittura per la cattedrale di San Bavone, ove si custodisce il polittico di Jan e Hubert van Eyck, “L’adorazione dell’agnello mistico”, capolavoro della storia dell’arte europea. Il locale Museo delle Belle Arti è dunque sede appropriata per una mostra che propone una panoramica esauriente sulle artiste delle Fiandre – la regione che oggi corrisponde al Belgio e ai Paesi Bassi. Le Fiandre del Sud, cattoliche, facevano parte dell’Impero spagnolo mentre le Fiandre del Nord, protestanti, proclamarono la Repubblica indipendente delle Province Unite (riconosciuta anche dalla Spagna nel 1648 dopo ottant’anni di rivolte, invasioni, resistenza): controllando le rotte navali dei Caraibi e dell’Asia divenne presto una potenza commerciale e coloniale.
Come nell’Italia del Rinascimento e dell’età barocca, anche nelle Fiandre – altrettanto policentriche – operarono numerose artiste, organicamente inserite nel mercato dell’arte e della manifattura di oggetti di lusso. Non rare né sconosciute, a volte in vita raggiunsero ricchezza e fama, celebrate in panegirici, ricercate da collezionisti e sovrani (come Clara Peeters, Anna Maria von Schurman e Maria von Osterwijk, che dipinse per l’imperatore Leopoldo I). Ma in seguito furono considerate semplici imitatrici, quando non del tutto dimenticate. Il caso più emblematico è quello di Judith Leyster (1606-1660): in mostra si vedono alcuni suoi quadri (fra cui un interno domestico sottilmente polemico, “Ricamatrice insidiata da un giovane”, 1631) e due autoritratti. Nel primo, del 1630, Leyster si rappresenta, rivolgendoci un affabile sorriso, in abiti eleganti, davanti al cavalletto, a rivendicare insieme il suo status e la padronanza del processo creativo: stacca il pennello ancora umido da una scena (di genere) già a buon punto di elaborazione; nel secondo, del 1640 circa, di natura più privata (il marito pittore Jan Miense Molenaer lo tenne nel proprio studio fino alla morte), l’artista, matura, si presenta come una signora rispettabile, ma sempre con pennello e tavolozza in mano. Leyster non proveniva da una famiglia agiata né era figlia d’arte (suo padre un birraio andato in bancarotta), ma era entrata nella gilda di San Luca di Haarlem: poteva perciò aprire una bottega e vendere le sue opere. Il matrimonio non interruppe la sua attività, ma la rallentò: Leyster si dedicò prevalentemente, insieme al marito, al commercio di quadri.
Eppure dopo la morte si perse subito memoria di lei – esclusa da storie dell’arte, vite degli artisti, mostre. Le sue opere scomparvero nel catalogo di Franz Hals fino al 1893, quando lo studioso Cornelis Hofstede de Groot identificò la sua firma – la sigla (JL) e il monogramma (una stella). Tuttavia ciò non condusse a una corretta riattribuzione e alla riscoperta dell’artista, per la quale si sarebbe dovuti giungere al 1976 (dopo la mostra epocale “Women artists” 1550-1950, a Los Angeles, che inaugurò il rivolgimento del paradigma). Analoga negazione subirono Maria Schalcken (1640-50-?), il cui nome fu cancellato da quadri e autoritratti per attribuirli al più quotato fratello e maestro, e la combattiva scultrice barocca Marie Faydherbe (1587-post 1633), il cui catalogo inizia appena a essere ricostruito e di cui si può ammirare un toccante Crocifisso in legno (1625-50). I colleghi, come alla nostra Properzia de’ Rossi, le mossero guerra.
Ma le curatrici Virginia Treanor e Frederica Van Dam non intendono solo valorizzare artiste perdute: piuttosto ricostruire il contesto in cui esse operarono – che per le fiamminghe del nord fu “il secolo d’oro”, un periodo di eccezionale sviluppo e prosperità economica. Chi erano? Da quali famiglie provenivano? Erano donne sole, votate al nubilato? Potevano conciliare il matrimonio e la maternità con la professione? Lavoravano in autonomia? Per chi? Erano in rapporti fra loro?
La mostra, che si sviluppa in sette sale e ha l’obiettivo di stimolare ulteriori ricerche, è di tipo concettuale: il percorso non è organizzato secondo un criterio cronologico né individuale (con le opere della stessa artista raggruppate), ma tematico (Identità, Tradizione e Ambizione, Legami familiari, Attese sociali, Reti locali, Reti globali, Valore, memoria, eredità). Richiede al pubblico attenzione e collaborazione. In cambio – meglio se con l’ausilio del catalogo o di una guida – offre una ricognizione imponente (150 opere di 40 artiste, fra quadri, sculture, incisioni, merletti, libri, tessuti) dell’attività artistica, sociale ed economica delle donne. Alcune restano anonime: professioniste di altissimo livello (un merletto di qualità poteva essere pagato dieci volte un quadro); altre, come Rachel Ruysch, la “maestra dei fiori”, già assai note (i suoi quadri figurano nei principali musei d’Europa).
Ma il visitatore resterà sorpreso dalla vivacità della pittura botanica ed entomologica, al confine tra arte e scienza. Maestra di queste immagini analitiche, quasi dipinte “al microscopio”, riprodotte in volumi di enorme fortuna e diffusione, fu Maria Sybilla Merian (1648-1717), tedesca poi trasferita nei Paesi Bassi. Nel 1699 si spinse fino alla colonia del Suriname, in compagnia della figlia diciannovenne Dorothea Maria Henrietta, anch’essa pittrice e sua collaboratrice, per raffigurare flora e fauna ignote in Europa (farfalle, bruchi, pomodori, ananas, caimani, serpenti con gli occhiali). Nel viaggio tropicale, le accompagnarono amerindie e schiave della Guinea e dell’Angola, che condivisero il loro sapere sui poteri taumaturgici di erbe e fiori.
Due quadri di grande formato stupiscono poi per soggetto e composizione. “Le due Ragazzine come Sant’Agnese e Santa Dorotea” furono dipinte intorno al 1650 da Michaelina Wautier (1614-1689): intimo ed elegante, combina abilmente ritratto e pittura di storia. Nata a Mons, nel ducato di Hainaut, in una famiglia semiaristocratica, Michaelina non si sposò mai. Talentuosa, colta e ambiziosa, infranse tutte le convenzioni del XVII secolo: si trasferì a Bruxelles col fratello maggiore Charles, e si costruì una carriera e una reputazione. Fra i suoi committenti, l’arciduca Leopoldo Guglielmo. Era nota per la sua inventiva iconografica. La mostra monografica del 2018 in Belgio ha permesso di ricostruire la sua identità di artista e di restituirle anche il ciclo “I cinque sensi”, cui appartiene il “Ragazzo che sniffa tabacco”: prodotto coloniale importato dalle Americhe, divenne d’uso comune nell’Europa del Seicento. Un quadro è anche una finestra su usi, costumi, rapporti di dominio (il tabacco, coltivato dagli schiavi, alimentò la tratta dei neri).
Nel quadro di Johanna Vergouwen (1668), invece, appaiono due gemellini, mascherati da cavalieri: uno con lo spadino al fianco, l’altro in sella a un cavalluccio di legno. La pittrice di Anversa (1630-?), vergine “filia devota” e teoricamente esclusa dal mondo materiale del commercio, gestiva invece una bottega con la sorella sposata: vendevano quadri su rame, cartoni per arazzi, copie da van Dyck e Rubens destinate all’esportazione, ritratti di personaggi dell’alta borghesia, cui certo appartengono i due piccoli del ritratto. Come lei, pure le altre filiae devotae di Anversa Catarina Ykens II e Susanna Forchondt riuscirono a trovare un equilibrio tra religione e vita nel mondo. Conciliare è un’arte che le donne hanno sempre praticato in sommo grado. Lo prova il commovente autoritratto di Anna Francisca de Bruyns (1604-1656), conservato nell’album di schizzi ora a Bruxelles. L’artista, istruita dal cugino pittore di corte, moglie di uno scrittore e madre di dodici figli, si disegna mentre tiene sulle ginocchia un bambino (o una bambina). Non gli impedisce di scarabocchiare sul foglio, con caratteri incerti, le lettere “mon maman dada”.




(Robinson- la Repubblica, 29 marzo 2026)
Nella seconda puntata del ciclo su Rachel Bespaloff, “L’epica greca, un antidoto contro la barbarie”, Cristina Guarnieri indaga il rapporto di Rachel Bespaloff con l’opera classica e in particolare le sue riflessioni sull’epica di Omero e la tragedia greca, che negli anni più difficili dell’esilio furono per lei «una purificazione e, nell’oscurità, una luce che non vacilla». Ospiti della puntata il grecista Mauro Bonazzi e la filosofa Adriana Cavarero. Musiche tratte dall’album Trojan Women della compositrice greca Eleni Karaindrou. Quella che segue è la trascrizione del dialogo con Adriana Cavarero. Per Adriana Cavarero, una delle maggiori filosofe italiane, e soprattutto grande rappresentante del femminismo della differenza, riscoprire voci di donne dimenticate dalla storia spesso, come ci insegnano le sue opere, ha un valore etico e anche politico. Si tratta di decostruire un canone che spesso la tradizione ha sclerotizzato e di fare spazio anche a una nuova genealogia, inventare quindi anche un nuovo modo di abitare il pensiero.
In cosa si distinguono le filosofe donne che stiamo via via riscoprendo? E poi qual è, secondo lei, il tratto peculiare di Rachel Bespaloff all’interno di questo nuovo canone?
Intanto bisogna dire che Rachel Bespaloff, insieme ad Hannah Arendt, a Simone Weil, e mi verrebbe anche da citare María Zambrano, fa parte di un momento miracoloso nel canone filosofico e nella storia della filosofia, perché sono pressoché coetanee: Bespaloff, Arendt e Weil sono ebree e vivono la grande epoca del disastro, la grande epoca della guerra, della distruzione.
E in questo momento di grande distruzione sono nate tutte: Bespaloff alla fine dell’Ottocento, Arendt e Weil all’inizio del Novecento, quindi trascorrono la loro giovinezza e maturità all’epoca della distruzione. In questo momento della distruzione nasce il loro pensiero, che è un pensiero che prende avvio dal disastro. Per quanto riguarda Bespaloff, lei fonda il suo pensiero, il suo modo di pensare, come una specie di sopravvivenza che è costretto a vivere nel disastro della storia, ma cerca di astrarre da questa storia, o perlomeno cerca momenti di fuga, di astrazione di questa storia.
Bisogna dire subito che Bespaloff, contrariamente ad Arendt che è molto costruttiva, è una pensatrice dell’angoscia, non riesce a uscire, a trovare una soluzione, è una pensatrice senza soluzione, per cui è veramente una pensatrice della disperazione. Mentre Arendt è una filosofa costruttiva, nel senso che Arendt riscopre l’azione, riscopre la politica come qualcosa che supera il momento del caos, il momento della disperazione, reinventando un momento costruttivo della politica. Invece Bespaloff rimane dentro quest’angoscia del disastro e mette a fondamento della soggettività un’esistenza; siamo nel campo dell’esistenzialismo ma prima di Sartre, quindi è un esistenzialismo molto originale quello di Bespaloff, un’esistenza contingente e questa esistenza contingente che cerca il suo senso, non può che cercare il suo senso nell’individuale, nell’interiorità a cui Bespaloff dà valore.
Lei ha parlato di questo corpo a corpo con l’angoscia, di questa inclinazione alla disperazione, però è anche vero che in Rachel Bespaloff c’è tutta una poetica dell’istante che secondo lei interrompe il maleficio del divenire e quindi rende possibile dei momenti che sono di contemplazione del bello, il pasto di comunione tra Achille e Priamo o atti di umanità. Cosa significa questo istante per Bespaloff?
Per Bespaloff l’istante è ciò che aggancia il senso dell’esistenza interiore a qualcosa di più grande, a un senso globale, un senso totale che può salvare dal disastro. Bisogna sempre stare attenti al fatto che poi la salvezza non c’è, quindi quello di Bespaloff è un percorso, è una tensione, si può dire tensione verso la trascendenza, anche se lei non usa questo vocabolo. L’istante è come dice la parola stessa, l’istante ha una specie di storia concettuale nella storia della filosofia, l’istante per lei è quell’attimo del tempo fuori dal tempo, che è il tempo del presente, del passato, del futuro, che è il tempo della storia, che è il tempo che si è consumato nel disastro e l’istante è ciò che aggancia l’esistenza interiore a una specie di eternità.
Bisogna sempre stare nella tensione, nel processo, perché non c’è soluzione, quindi l’istante è ciò che può salvare la contingenza agganciandola all’eterno, agganciandola al tempo che sempre è.
Quindi abbiamo una specie di fuga del disastro, di fuga della storia, ma è una vera tensione, cioè un tentativo di aggancio verso il senso: si capisce così come grande sia l’angoscia e grande sia il disastro e come questo percorso verso la salvezza, verso un pensiero di salvezza sia assolutamente originale e con una tensione al di là del disastro. Qui siamo lontanissimi da qualsiasi tipo di razionalismo, anche se poi una certa razionalità, per esempio nel campo della musica, Bespaloff la trova.
Lei che fra le altre cose è una grande studiosa delle voci, delle voci femminili, delle voci singolari, ci può dire qualcosa sul rapporto tra il pensiero e la musica in Bespaloff, perché spesso nei suoi scritti musica, poesia, suono, voci assumono un significato decisivo?
Sì, lei era una musicista e questo è importantissimo per penetrare nel suo pensiero e lei dice: «La buona filosofia come la buona poesia assomiglia alla musica». E un’altra frase che cito, che mi piace molto: «È in ogni metafisica di un certo tipo, che sia di poeta, filosofo, romanziere, c’è un compositore che si sforza di rapire alla musica il potere di estrarre dal caos una libertà e una legge».
Ora, cosa vuole dire Bespaloff? La musica ha una legge, dicevo prima il razionalismo, la musica ha una forma, la musica è fatta di sequenze, per cui nella musica troviamo quella forma che nel caos totale del grande disastro non c’è. Però nella musica la forma si dà anche attraverso o mediante la rivelazione: e questo è il suono, è l’istante, è la voce, la rivelazione di un senso ulteriore, un senso ulteriore che vibra proprio nel suono musicale o nella vocalità. Ecco quindi che la musica diventa per Bespaloff uno specchio o una modalità a cui il pensiero filosofico buono si adatta, una modalità di superare il caos attraverso una tensione, mediante l’istante, attraverso due poli. Uno è il polo della legge, della forma, di ciò che immediatamente non causa e lo mette in ordine, e l’altro è la libertà, cioè questo elemento che appunto si intravede, che vibra nel suono e che noi riconosciamo quando eseguiamo musica o la sentiamo, ma che naturalmente vive nell’istante, vive in una temporalità molto contingente. Bisogna sempre tenere in considerazione che essendo ebrea, Bespaloff, così come Benjamin, è molto familiare con una tradizione ebraica dove il messia irrompe nella storia e rompe la storia e apre la storia a un senso ulteriore. Quindi abbiamo questi due lati che a mio avviso si tengono assieme: da una parte questa sua conoscenza musicale e l’apprezzamento di ciò che la musica può significare, dall’altra parte anche una tradizione ebraica che incoraggia verso la rottura della storia per l’apertura a un altro tempo e a qualcosa che dia senso al caos.
(Uomini e profeti, RaiRadio3, 29 marzo 2026)
Apre il corteo da piazza Stesicoro a piazza Università il grande albero delle madri che annuncia “Catania città di pace”. Attorno è un fiorire di arazzi tessuti da mani femminili. Ed è un’esplosione di colori, pitture, collage e ricami che narrano le esperienze e le parole delle donne della rete “10, 100, 1000 piazze per la pace” nata il 26 giugno 2025 per dire basta a tutte le guerre. Nessuna presa di posizione contro “il nemico” di turno, ma la rivendicazione della necessità del dialogo, del confronto, della ricerca di soluzioni nonviolente seguendo le pratiche e le parole del femminismo, a partire dalla volontà di “disarmare il linguaggio per disarmare le menti”. Le donne per la pace rivendicano la necessità di pensare il presente attraverso una politica del disarmo, della cura e della giustizia. Pensieri e pratiche elaborati nel corso di decenni e ora impresse nella “Carta dell’impegno per un mondo disarmato: tessere la pace, custodire il futuro” redatta l’anno scorso dalle tre realtà che hanno creato la rete italiana delle “10,100, 1000 piazze per la pace”: la Biblioteca delle donne Udi di Palermo, le donne cristiane di Pinerolo, e le donne di Caltanissetta. Una rete che si è costituita anche a Catania con la partecipazione di La Città Felice, La Ragna-Tela, Udi, Cgil e le associazioni Penelope, Restiamo umani e Docenti democratici. Insieme, con i loro slogan, canti e bandiere, hanno portato le ragioni della pace a Sigonella, al Muos di Niscemi e hanno dato vita a numerosi confronti e manifestazioni. Quella di ieri è dedicata agli arazzi di pace che parlano dell’energia che dalle mani di donna si trasmette al filo che ricama, unisce, crea relazioni, dialogo. Arazzi che il 20 giugno prossimo si uniranno a quelli creati in altre 150 città d’Italia per una grande manifestazione nazionale per la pace cui ne seguirà un’altra, a settembre, a Gibellina.
«Tessere, cucire, rammendare – dicono – sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura, fanno parte dell’antica esperienza delle donne fatta di attenzione ai legami e alla vita. Portarli nello spazio pubblico significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e della responsabilità verso il mondo». È una nuova resistenza che dice che «la guerra non è inevitabile. Sono i governi, gli eserciti e le industrie belliche a volerle». Per questo bisogna smascherare «l’uso della forza travestito da difesa» ed essere consapevoli che «le guerre che devastano in mondo non sono un’anomalia, ma la conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere».


(La Sicilia, 29 marzo 2026)
Le madri e i padri costituenti, con la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo scorso sullo stravolgimento dell’ordine giudiziario e dell’equilibrio tra il potere giudiziario ed esecutivo, sarebbero felici di constatare che, a distanza di ottant’anni, il testimone della difesa della Costituzione è passato nelle mani delle nuove generazioni, grazie alle loro madri e padri.
A fare vincere il No (14 milioni e mezzo) sul Sì (12,4milioni) sono stati le donne (55,9%) e i giovani (61%), così come quel 2 e 3 giugno 1946 in massa scelsero la repubblica (12.718.641 repubblica 10.718.502 monarchia) ed elessero l’Assemblea costituente che doveva redigere la nuova Costituzione, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di liberazione dall’occupazione nazista. Una storia che non si cancella e che è inscritta nella Costituzione repubblicana. A distanza di ottant’anni e dopo quattro di governo Meloni, la vittoria del No è stata vissuta, io l’ho vissuta, come una liberazione, un secondo 25 Aprile. Come la fine della guerra scatenò nel Paese scene di gioia così la vittoria del No ha visto le piazze, da nord a sud, riempirsi di giovani per festeggiare lo scampato pericolo di una definitiva svolta autoritaria, che in questi anni di governo della destra, animato da un senso di rivincita sulla Costituzione antifascista, decreto dopo decreto, abbiamo visto venire avanti. La vittoria del No ha spazzato via il clima di paura, d’intimidazione, di repressione, di violenza, che questa destra ha seminato nel Paese. Il No è stato un modo per onorare quelle giovani donne che nel 1946 si presentarono in massa ai seggi (89%). Arrivarono emozionate con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Molte con sgabelli pieghevoli infilati al braccio, qualcuna allattava. Sono quelle donne e i tanti giovani di allora che ci hanno regalato la Costituzione che va difesa da chi, come il governo, con arroganza, esautorando il Parlamento, ha tentato di demolire l’autonomia della magistratura, che le madri e i padri costituenti, che avevano conosciuto la dittatura fascista, hanno posto a fondamento della Repubblica.
C’è chi ha detto e scritto che la partecipazione in massa dei giovani al referendum, tra cui molte/i fuorisede, nonostante il divieto del governo, non era prevista, che non li hanno visti arrivare. Sono le ragazze e i ragazzi delle superiori (52,6%) e delle università (67,9%) che in questi anni hanno fatto molto rumore e si sono fatti vedere e come. Hanno manifestato nelle piazze contro il genocidio a Gaza e per la Palestina, contro la guerra e per il disarmo, contro i tagli alla scuola e all’università e alla loro militarizzazione, contro il caro affitto e per la giustizia climatica. Sono quelle/i che nelle scuole e nelle università hanno fatto rumore contro i femminicidi. Hanno partecipato alle manifestazioni del movimento delle donne, ultima quella contro il disegno di legge sulla violenza sessuale della senatrice Bongiorno che ha eliminato il “consenso libero” e capovolto l’onere della prova dal violentatore alla donna violentata. Sono tornate/i ieri a manifestare a Roma contro la guerra e in più di 100 piazze delle donne per la pace. Il governo ha sempre risposto loro con leggi repressive, insulti, delegittimazione, criminalizzazione, mentre nelle piazze la polizia li ha manganellati, anche i minorenni come a Pisa nel 2024 durante una manifestazione per Gaza. “Poveri comunisti inutili” li ha definiti la ministra dell’Università, nel mentre ha tagliato fondi all’università e alla ricerca, per favorire le università private e le telematiche. Ordine e disciplina, controllare e punire, sono le parole d’ordine di questo governo, come di ogni Stato autoritario. Davvero dopo ottant’anni di lotte democratiche e più di cinquanta di femminismo della libertà, qualcuno pensava che le nuove generazioni accettassero di vivere in un Paese repressivo e autoritario che offre loro come futuro solo la guerra? Un grazie alle ragazze e ai ragazzi del 1946 e del 2026.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 29 marzo 2026)
Il Care Collective nasce nel 2017 come gruppo di lavoro per studiare le crisi che il concetto di cura, allora, attraversava a livello globale. Nel 2020, per l’editore indipendente Verso, il Collettivo pubblica “The Care Manifesto”, che diventa presto un fenomeno internazionale e viene tradotto in diverse lingue (in italiano è uscito per Alegre).
Il Collettivo è composto da studiose e studiosi di comunicazione, economia, psicologia, sociologia, teorie critiche, tra cui Andreas Chatzidakis, Jo Littler, Catherine Rottenberg, Lynne Segal (che è attiva dagli anni Settanta come studiosa di femminismo, socialismo e sindacati). Metodologie e punti di vista nel collettivo convergono su una tesi chiara: nessuna battaglia femminista, a partire dalla cura, è possibile in un mondo ingiusto socialmente, diviso in classi e in cui le forme di oppressione aumentano anziché diminuire.
Sei anni dopo il ManifestoAndreas Chatzidakis, Jo Littler e Catherine Rottenberg sono impegnati su fronti nuovi ma il Collettivo è sempre vivo. L’energia del 2017 si è irradiata in varie direzioni: il concetto di cura su cui hanno lavorato, così esteso e poliedrico attraverso l’immagine dell’interdipendenza, ha naturalmente seguito direzioni molteplici.
Chatzidakis e Littler sono al lavoro sul concetto di “care-stripping” (la deprivazione o indebolimento della cura) e di “corporate carewashing” (di quegli specchietti per le allodole lanciati da grandi aziende per promuovere iniziative di benessere aziendale come privilegio). Per Bristol University Press uscirà “The Moralizing Corporation. The Rise and Fall of Corporate Carewashing”. Rottenberg sta lavorando, insieme a Sara Farris, Verónica Gago e Rafeef Ziadah, a un manifesto internazionale per il femminismo antifascista. Li abbiamo incontrati.
Sono trascorsi sei anni dal vostro The Care Manifesto: che cosa è accaduto al concetto di cura e alle politiche pubbliche sulla cura?
(Catherine Rottenberg, Andreas Chatzidakis, Jo Littler): Quel libro è uscito nel pieno della pandemia, quando il dibattito sul carico di cura era in crescita: collettivamente ci si era resi conto di quanto fossimo interdipendenti. A partire da quel momento, ci sono stati dibattiti e progetti su come dovrebbe essere gestita la cura a livello pubblico. Tuttavia, in molte parti del mondo le dinamiche politiche hanno subito una rapida svolta verso destra che ha alimentato, in vari modi, una forza opposta alla cura e cioè la violenza. Prosegue, inoltre, la “negligenza strutturale” rispetto al lavoro di cura e così continua ad aumentare la disuguaglianza: il settore privato guadagna dall’assistenza agli anziani, per esempio. Sarebbe fondamentale limitare la concentrazione di ricchezza tra multinazionali e super-ricchi, prima di tutto grazie alla tassazione, e destinare molti più fondi statali alle strutture che provvedono alla cura. Dovremmo compattamente lottare per chiedere alle aziende di uscire dal controllo dei servizi assistenziali: è un controsenso appaltare la cura a chi sfrutta il lavoro. Siamo molto rincuorati dai nuovi momenti di sinistra e dalle azioni collettive volte a risocializare l’assistenza a bambini, anziani, malati (in genere a soggetti non autosufficienti). Molte buone pratiche potrebbero guidare il cambiamento: le case di cura e i trasporti pubblici gestiti come cooperative o organizzazioni non-profit, “internalizzate” e non sfruttate per l’arricchimento. Siamo molto ispirati dal municipalismo radicale di cui il sindaco di New York Zohran Mamdani è esempio recente e brillante; pensiamo a iniziative come asili e trasporti pubblici gratuiti e affitti calmierati. Nel nord dell’Inghilterrra il “modello Preston” è rivoluzionario nella sua capacità di generare ricchezza comunitaria promuovendo cooperative e reti di approvvigionamento locali. E le Manzanas del Cuidado sistemi urbani – centri della cura che offrono servizi per liberare il tempo delle donne) sono meravigliosi. C’è bisogno di queste esperienze: devono diventare strutturali: dobbiamo darci forza l’un l’altro nel tentativo di realizzarle.
Sembra che invece oggi la cura sia tutt’altro che una priorità e che gli “Stati della cura” siano casi rari, al contrario dei processi di militarizzazione, controllo e disciplinamento.
(C.R.; And.C.; J.L.) A leggere le notizie, verrebbe da dire che la situazione è persino peggiore di quando abbiamo pubblicato il nostro Manifesto (2020). Se volgiamo lo sguardo alla situazione globale, sembra che l’esperienza del Covid non ci abbia insegnato nulla: anziché ripensare l’organizzazione delle strutture sociali per fornire risorse utili a infrastrutture della cura capillari, permanenti e accoglienti – il mondo va nella direzione opposta. Nel Regno Unito, per di più con un governo laburista, si assiste a un aumento enorme della spesa militare e le retoriche sulle migrazioni non sembrano così diverse da quelle del Partito Riformista di estrema destra. Regna l’austerity (con qualche rara concessione) e l’istruzione superiore è in netto declino. Un disastro. In più tutta l’umanità ha assistito al primo genocidio in diretta, a Gaza, e il governo britannico è stato complice. Nonostante le manifestazioni imponenti di solidarietà al popolo palestinese a Londra, nel Regno Unito e in tutta l’Europa, la macchina bellica non si è né fermata né è stata rallentata la spesa militare. In queste settimane assistiamo a un’altra guerra imperialista, devastante e aggressiva, contro l’Iran (e il Libano). E ancora una volta il Regno Unito è a sostegno della guerra.
(Catherine Rottenberg): Un appunto ancora su questo: sono appena tornata dalla Svezia, dove si parla molto di “total defense” e preparazione alla crisi. Non rispetto al crollo climatico, ma per la guerra (cyber o non). La logica della guerra ha pervaso ogni discorso e rivoltare questa tendenza dovrebbe essere la nostra urgenza principale.
Spesso gli Stati fanno leva sulla solidarietà individuale: così, responsabilità pubbliche e slanci di generosità nelle relazioni interpersonali rischiano di confondersi. Possiamo evitarlo?
(CR; AndC; JL): Gli Stati si sono dimostrati spesso indifferenti al tema della cura e hanno agito, ad esempio, come spazi di accumulazione e sviluppo per il capitalismo razziale: forze per la segregazione, la schiavitù, l’abbandono, l’incarcerazione, i bombardamenti. Spesso hanno finto, da un lato, di avere a cuore temi sociali – pensiamo a Modi e Trump, o al governo conservatore britannico durante la pandemia – mentre dall’altro tagliavano le risorse per gli operatori dell’assistenza in prima linea. Gli stati sfruttano spesso la solidarietà individuale e i progetti nati dal basso per colmare le lacune prodotte dai tagli ai fondi destinati per il welfare. Il governo conservatore nel Regno Unito lo ha fatto spesso. Negli anni ’80 hanno chiuso gli istituti psichiatrici per introdurre la “cura nella comunità”, che in sostanza significava poco più che lasciare dormire le persone per strada. Più recentemente, le loro idee di “Big Society” e le raccolte di rifiuti per la Regina hanno tentato di eliminare le azioni solidali per mettere una pezza ai tagli subiti dai servizi comunali. Verónica Gago spiega bene come qualcosa di analogo accada anche in Argentina (“Neoliberalismo dal basso. Economie barocche e pragmatica popolare”, Tamu ed. 2023). Lo Stato ha invece un ruolo cruciale nel fornire cura a 360 gradi: in campo medico, educativo, delle politiche abitative. Solo le politiche pubbliche possono sostenere le infrastrutture necessarie alla cura – come l’assistenza agli anziani e per l’infanzia, i parchi, gli ospedali, le scuole – strutture che andrebbero socializzate e rese gratuite, per contrastare il tentativo (riuscito) del capitalismo neoliberista di esternalizzare queste politiche usando lo Stato come un bancomat per condurre le ricchezze verso capitali privati. È questa la tendenza da invertire.
Andreas Chatzidakis, Jo Littler: che percorso vi ha condotti dal “Manifesto” (2020) ai concetti di carewashing e care-stripping per spiegare il comportamento di molte aziende?
(And.C.; J.L.): Il “Manifesto”, lo abbiamo detto, è coinciso sostanzialmente con l’era Covid. In quel periodo eravamo sommersi da campagne che ci ricordavano quotidianamente quanto le aziende da cui compriamo prodotti avessero a cuore la cura. Prendiamo Amazon: sui social portava avanti una campagna sulla sicurezza del proprio personale per consegnare le cose di cui tutti avevano bisogno, e contemporaneamente veniva accusata di non rispettare gli standard, tanto che in Francia ha dovuto chiudere alcune basi. Abbiamo iniziato a usare l’espressione carewashing per indicare la tendenza a usare per il proprio interesse il concetto di cura senza però avere realmente a cuore i problemi. In quel periodo, anche il Papa ha usato il termine per criticare aziende che facevano donazioni simboliche per aumentare la propria visibilità pur trascurando la sicurezza dei lavoratori o la sostenibilità ambientale. Nel 2026, ormai, molte grandi aziende e molti attori istituzionali sembra che non sentano nemmeno il bisogno di fingere rispetto alla cura. Due settimane dopo l’inaugurazione di Trump, per esempio, Meta ha eliminato Dei, il programma di fact-checking, promuovendo esponenti repubblicani in posizioni chiave all’interno dell’organizzazione. E si tratta di un caso tutt’altro che isolato. Centinaia di marchi, da Target a Walmart fino ad Amazon e Google, hanno deliberatamente smantellato i propri sistemi di fact-checking citando altrettanto deliberatamente la guerra culturale (e di politiche del diritto) che Trump si è immediatamente vantato di portare avanti («I ended Dei», con le sue parole). Sorti simili sono toccate a numerosi programmi Esg e di responsabilità sociale d’impresa. Questo noi lo chiamiamo care-stripping (cioè un processo che spoglia e smantella la cura).
Come affermiamo nel nostro libro in uscita (con Joel Bakan, “The Moralizing Corporation: the Rise and Fall of Corporate Carewashing”), c’è un denominatore comune tra le pratiche di carewashing e di care-stripping e cioè l’uso strumentale, quasi retorico, della cura per celare una incessante e irrefrenabile spinta a massimizzare i profitti. D’altra parte, le imprese private non sono organizzazioni democraticamente responsabili; al contrario, devono mettere al primo posto interessi di parte.
Catherine Rottenberg: nel suo caso, invece, in che modo le tesi del “Manifesto” l’hanno portata, oggi, a lavorare su un approccio femminista che sia anche, insieme, antifascista?
(C.R.): “The Care Manifesto” offriva sia una diagnosi sul perché il mondo si trovi in queste condizioni, con politiche dell’incuria e forme variegate di crudeltà radicata profondamente persino nelle istituzioni, sia una visione utopica. Quello che ho visto accadere in questi sei anni mi ha condotta a immaginare un futuro alternativo alla crescente e accelerata fascistizzazione della politica. In molti ci chiedevano, allora: di quali battaglie abbiamo bisogno? Come possiamo mobilitarci? Perché i temi di genere come la cura sono al centro dell’attenzione delle destre? Oggi penso che un movimento transnazionale antifascista, antirazzista e femminista sia la nostra migliore possibilità per costruire proprio quel futuro migliore. Mobilitazioni come quelle in Sudamerica stanno indicando una strada che mi convince.
Proprio in questo lavoro, con Farris, Gago e Ziadah sostenete che i processi di fascistizzazione comportano sempre lotte su riproduzione, sessualità, famiglia. Perché?
Le lotte su cura e riproduzione ricorrono in molti, se non in tutti, i movimenti politici, non solo in quelli autoritari. Dopotutto, cura e riproduzione sono le condizioni di possibilità di ogni forma di vita e organizzazione sociale. I regimi autoritari tendono a controllare in modo capillare questi processi perché i corpi sessuati collegano economia e famiglia, riproduzione biologica e demografia, vita intima e regolazione degli affetti. I dibattiti su aborto, diritti delle persone trans, progetti educativi di prevenzione alla violenza sessuale non sono mai solo una questione di libertà individuali, o di moralità o di visioni del mondo. Questi dibattiti possono infatti portare a distinguere le famiglie da proteggere e quelle patologizzate, le forme di lavoro svalutate e quelle da privilegiare. Quella che definiamo una fascistizzazione della politica si manifesta, insomma, in modi diversi a seconda dei contesti e dei paesi – ma ovunque le politiche della cura da cui proponiamo di partire per de-fascistizzare il mondo saranno perni centrali.
(il manifesto, 29 marzo 2026, “Se le politiche della cura smantellano i fascismi”)
Nella puntata del 28 marzo 2026 di “Uomini e profeti”, programma di Rai Radio Tre, accessibile gratuitamente previa registrazione, Felice Cimatti dialoga con la filosofa Wanda Tommasi e con la teologa Cristina Simonelli, autrici del libro Sostare nell’imperfezione. L’inadeguatezza come possibilità, Edizioni Paoline, 2026. La puntata contiene anche un breve commento sull’insediamento dell’arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally e un’intervista di Benedetta Caldarulo con Michele Lipori, caporedattore della rivista Confronti, che ha seguito la marcia silenziosa delle madri palestinesi e israeliane unite per la pace, Barefoot Walk for Peace, avvenuta a Roma lo scorso martedì 24 marzo 2026.
(Uomini e profeti, RaiRadio3, 28 marzo 2026)
La presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva perfino partecipato a una puntata del podcast del rapper Fedez, uno dei più seguiti in Italia, per far conoscere la sua riforma della magistratura ai più giovani. Ma loro non si sono lasciati convincere: il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha bocciato lo stravolgimento della giustizia proposto dal governo di estrema destra guidato da Meloni.
È stato decisivo il voto delle nuove generazioni, a cui oggi la democrazia italiana deve essere molto grata.
Certo, anche se avesse vinto il sì, l’Italia non sarebbe precipitata da un giorno all’altro in una dittatura. Ma la riforma rappresentava un duro attacco alla separazione dei poteri. Com’è emerso durante la campagna per il voto, Meloni avrebbe voluto una giustizia più incline ad assecondare, con le sue sentenze, l’operato del governo. Senza contare che la vittoria del sì avrebbe dato all’esecutivo un lasciapassare per proseguire l’opera di smantellamento delle garanzie liberali, pezzo dopo pezzo.
Le italiane e gli italiani si sono opposti a tutto questo. A far sentire la loro voce sono state in particolar modo le persone con meno di 34 anni, che hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 61 per cento. Il no ha fatto presa tra chi fatica ad arrivare alla fine del mese con il suo stipendio, e in Italia questa categoria è rappresentata soprattutto dai giovani. Al referendum i fuori sede, soprattutto studenti che risultano ancora residenti all’indirizzo dei genitori, non hanno potuto votare nelle città dove vivono. E tanti di loro hanno dovuto fare un lungo viaggio per raggiungere il seggio.
Ma il voto del 22 e 23 marzo ha espresso anche l’insoddisfazione delle giovani generazioni per le scarse opportunità, e la loro sensazione di essere trascurate e di contare poco. Quello che è successo in Italia si osserva anche in altri contesti: se i cittadini di mezza età di solito hanno un orientamento più pragmatico e nel voto oscillano più facilmente tra la destra e la sinistra, i giovani sono più ideologici. Scelgono gli estremi, e in Italia, soprattutto tra i ragazzi, spesso ha prevalso quello di destra. Forse questa volta sono state le donne ad aver fatto la differenza.
Di certo tutti i giovani hanno manifestato interesse per la vita pubblica del paese. Ed è il caso di dirlo: è stata una fortuna.
(Internazionale, 27 marzo 2026)
A commento dell’articolo, pubblichiamo i dati ripartiti per sesso e per fascia d’età del voto al referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo (fonte: ISTAT).
(La redazione del sito)
Ripartizione per sesso e fascia d’età
18-34 anni
– Donne: No 64,2% – Sì 35,8%
– Uomini: No 58,0% – Sì 42,0%
35-54 anni
– Donne: No 54,8% – Sì 45,2%
– Uomini: No 51,8% – Sì 48,2%
55+ anni
– Donne: No 47,1% – Sì 52,9%
– Uomini: No 51,6% – Sì 48,4%
Che cos’è capitato il 22 e 23 marzo? Milioni di persone, molte delle quali giovani, sono andate alle urne e hanno detto “No” a una riforma della Giustizia che il governo presentava come necessaria. Il No ha vinto con quasi il 54%. L’affluenza è stata più alta di quanto si prevedesse.
A Radio Popolare, il giorno dopo, un giornalista chiedeva ai giovani se il loro No si potesse sovrapporre a un voto di sinistra. Loro hanno risposto di no, perché questo voto viene da un luogo che le mappe correnti della politica non riescono a intercettare. C’è più di quello che le categorie degli schieramenti ci fanno vedere, più di quello che si riesce a far stare dentro a un’alleanza o a un programma.
Che cosa c’è di più? Io direi: un senso della giustizia intesa come orientamento, come modo di riconoscere cosa vale e cosa non vale. E un legame quasi affettivo con la Costituzione, intesa come patto di convivenza ancora aperto, ancora una promessa.
I partiti dicono di aver capito. «Un popolo della Costituzione che non si sente nelle discussioni tattiche», ha detto il PD milanese. In questa frase si vede l’inghippo: le discussioni tattiche da una parte, le persone dall’altra. E allora si propongono punti condivisi, si annunciano luoghi di ascolto, si parla di coalizioni larghe. Le solite risposte a una domanda di politica che non cerca rappresentanza o delega ma chiama piuttosto il riconoscimento di una verità basica: quello che senti è reale, quello che desideri è politico, sei già dentro questo mondo e hai già voce. È la materia viva di cui la politica dovrebbe essere fatta e senza la quale ogni programma resta un vuoto elenco.
La forza dei movimenti (e ho in mente soprattutto quello delle donne) cresce finché si mantiene la forza del contagio, quella capacità di spingere donne e uomini a farsi protagoniste delle proprie vite, a sottrarsi alla complicità involontaria col dominio. Il No dei giovani ha questa forma. È una sottrazione dal cinismo, dall’indifferenza, dall’idea che le cose non possano andare altrimenti. Sta a chi fa politica capirlo, rinunciando al terreno degli schieramenti (le tattiche, le alleanze, i calcoli) per tornare al terreno dell’umano. Non so se ci riusciranno, so che vale la pena provarci.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)
Le conseguenze negative del ricorso massiccio a servizi digitali non sono solo le difficoltà, talvolta insormontabili per alcune categorie di persone, nell’utilizzo di questi servizi ma sono molto più profonde e pericolose.
All’inizio di marzo 2026 tre data center di Amazon Web Services (AWS), situati tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, sono stati colpiti durante gli attacchi iraniani in risposta alle operazioni militari statunitensi e israeliane. Problemi di alimentazione, interruzioni di connettività, infrastrutture danneggiate: per la prima volta nella storia, un’azione di guerra ha preso di mira fisicamente i server di una grande azienda tecnologica. Non è un episodio marginale ma un evento che svela il ruolo di quell’area anche nella rete digitale mondiale.
Il Medio Oriente ospita circa 350 data center, una concentrazione cresciuta enormemente negli ultimi anni. Amazon, Google, Microsoft hanno investito massicciamente in quell’area, attratte dalle economie del Golfo, dalle rotte commerciali strategiche e dall’ambizione di fare di quella regione uno dei fulcri mondiali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Grandi quantità di energia disponibile, costi contenuti, manodopera migrante da impiegare nei microtask: tutto questo offre condizioni ideali per i giganteschi algoritmi che alimentano l’IA generativa.
Ma quella stessa area è anche un centro militare cruciale per gli Stati Uniti. Ed è qui che sta il nodo del problema: le infrastrutture che reggono la nostra economia digitale e quelle che permettono di condurre operazioni militari coincidono sempre più. I data center che ospitano WhatsApp o Google Maps sono gli stessi che supportano droni, sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa.
Non è una novità assoluta: AWS, Microsoft e Starlink hanno già giocato un ruolo determinante nel conflitto in Ucraina, e molte delle operazioni militari israeliane in Palestina si fondano su algoritmi sviluppati con infrastrutture Big Tech (le grandi aziende tecnologiche). La novità è che ora queste aziende private sono diventate esplicitamente obiettivi di guerra. Il complesso militare digitale è allo scoperto.
C’è un paradosso che questa vicenda mette in chiaro: noi tendiamo a immaginare internet come qualcosa di immateriale, diffuso, decentralizzato per natura. Ma la realtà è diversa: la rete è fisicamente vulnerabile, perché si concentra nelle mani di pochissimi attori privati, i quali localizzano le infrastrutture seguendo logiche geopolitiche e militari. L’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno poggia su un sottostante fisico enorme: edifici, cavi, server, energia, acqua. E questi edifici si trovano in luoghi scelti anche per ragioni strategiche.
L’“imperialismo digitale”1 è un fenomeno in cui le multinazionali del digitale (di USA e Cina) dominano mercati e dati globali, creando squilibri economici, sociali e geopolitici. Questo modello, basato sul controllo delle piattaforme e dell’IA, integra le piattaforme digitali con il potere militare (complesso militare-digitale), trasformando la tecnologia in uno strumento di egemonia e guerra. Poche piattaforme multinazionali controllano le infrastrutture, i dati e le informazioni, influenzando lo spazio economico.
Il caso Anthropic ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al quadro. L’azienda guidata da Dario Amodei ha dichiarato di aver resistito alle pressioni del Pentagono, che voleva accesso illimitato ai suoi sistemi di IA per usi militari. Il risultato? L’emarginazione da parte del Dipartimento della Difesa USA e la sostituzione immediata con OpenAI, pronta a raccogliere gli appalti lasciati liberi. La vicenda insegna tre cose: primo, in tempo di guerra, il Pentagono ha il coltello dalla parte del manico. Secondo, la competizione tra grandi colossi tecnologici non lascia spazio a posizioni di principio: chi pone problemi etici, anche solo formali per ragioni di immagine esterna, viene rimpiazzato in poche ore. Terzo, le politiche etiche delle aziende tecnologiche sono spesso molto meno solide di quanto dichiarato: infatti, un’analisi delle policy reali di Anthropic mostra che molti dei vincoli più significativi all’utilizzo dell’IA per scopi militari e di controllo sociale erano già stati rimossi prima dello scontro con il Pentagono.
Quello che emerge, in definitiva, è il ritratto di un’alleanza pericolosa: da un lato gli Stati, soprattutto USA e Cina (con Tencent e Huawei), sempre più dipendenti dalle infrastrutture e dalle competenze di un pugno di aziende private; dall’altro le Big Tech, che trovano negli appalti militari una fonte di profitto stabile e una protezione politica contro tasse più alte o regolamentazioni avverse. Una simbiosi che orienta la traiettoria dell’innovazione verso la morte, la distruzione e la sorveglianza e che crea forti incentivi affinché i conflitti si moltiplichino.
Ma, come ci ricorda Laura Colombo2, l’IA e le tecnologie digitali non sono meri strumenti e soprattutto non sono neutri.
Bisogna, infatti, porre particolare attenzione all’evidenza che i proprietari delle grandi piattaforme digitali che permettono ai servizi digitali di essere erogati sono tutti maschi, di età varia ma legati, oltre che dalla smania di profitto, da atteggiamenti maschilisti e misogini. Oltre che da una solidarietà intrinseca che Ida Dominijanni3 ha nominato “fratriarcato”, una “broligarchia” (brothers + oligarchia) dove i “maschi bianchi arrabbiati” descritti da Michael Kimmel4 trovano rifugio e che si può individuare soprattutto nel settore tecnologico, nelle figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg che stanno costruendo nuovi modelli basati su una “mascolinità nostalgica” che cerca di riaffermare il controllo sulle donne.
Un caso emblematico di questa mentalità è Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data e quindi della sorveglianza sociale, presente nei giorni scorsi in Italia per delle conferenze riservate su invito e ossessionato tanto dal femminismo quanto dalla venuta dell’Anticristo, inteso come chiunque si opponga allo “sviluppo” (o meglio agli affari e ai profitti di Thiel stesso), per lui personificato, guarda caso, da una giovane donna: Greta Thunberg.
1 Dario Guarascio, Imperialismo Digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026
2 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/
4Michael Kimmel, Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era, Nation Books, 2013.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)
La buona notizia è che finalmente la mascolinità è diventata un tema; quella cattiva è che siamo ancora nel mezzo del tumulto dei significati. E non perché gli uomini siano improvvisamente al centro di una rivendicazione, ma perché qualcosa si è incrinato: la mascolinità, da dato implicito e invisibile, è diventata oggetto di attenzione culturale, di conflitto, di racconto. Allora ho pensato di parlarne con due uomini che si sono presi la briga di analizzare tanto la condizione maschile in senso generale (come genere non neutro) quanto la condizione particolare di essere un uomo sul crinale del cambiamento epocale.
Da una parte Quel che resta degli uomini (2025) di Manolo Farci, un saggio che prova a tenere insieme numeri, storia, economia, politica, e che parla soprattutto di ragazzi: l’adolescenza come zona critica, la vita maschile scandita per età e aspettative, lo smarrimento che attraversa una generazione. Dall’altra La voce del padrone (2025), un monologo di Francesco Pacifico che rifiuta la teoria, che parla in prima persona, e che mette in scena una posizione maschile precisa: un uomo dentro una relazione con una femminista, dentro un mondo che cambia, dentro una serie di paure che è scandaloso nominare.
Non c’è, in questo trialogo, la pretesa di far dialogare due prodotti come rappresentassero lo Zeitgeist o, ancor peggio, un compendio di “tutto quello che c’è da sapere sul tema”. Uno prova a spiegare, l’altro a esporsi; uno generalizza, l’altro resta ostinatamente personale. Entrambi però girano intorno allo stesso quesito: «Che cosa significa essere un uomo oggi?».
Silvia Gola: Partiamo, allora. Prima di tutto, cosa pensate l’uno del libro dell’altro?
Francesco Pacifico: Una cosa che mi ha messo spalle al muro, leggendo il tuo libro, è una cosa che avevo notato anche nei tanti incontri con femministe e intellettuali varie. E cioè, mi sono reso conto che ad oggi ho un rifiuto della mascolinità, che è diventato un rifiuto di comodo. Cioè, quando ho scritto il libro, io pensavo che la cosa difficile fosse interfacciarsi con le femministe, e poi solo dopo averlo scritto ho visto la generosità della loro accoglienza. Cioè, bastava essere un po’ caotici e appassionati e non controllare troppo il ragionamento che si stava facendo per trovare una fortissima connessione, anche con le persone con cui ho litigato e di cui racconto nel libro. E leggendo il tuo, di libro, ho avuto conferma di una cosa che mi hanno detto le femministe: «Devi parlare coi maschi!». Ma io ho paura. Il ritratto che fai mostra una situazione esplosiva: c’è tutta quella fragilità e tutti quei modi violenti di nasconderla… Questi maschi che nascondono la fragilità e diventano una specie di fusione a freddo costante. Io, sinceramente, vorrei non avere più il problema di averci a che fare.
Però noto anche un’altra cosa, che è molto legata alla prossemica. Negli ultimi anni ho imparato come il mio corpo possa essere percepito come minaccioso. E dal video in cui mi appare, invece, vedo che il linguaggio del corpo di Manolo non è minaccioso. E allora, improvvisamente, penso che forse posso farcela. Quindi, come stanno le cose? Ho paura di occuparmi di quella violenza del mondo maschile da cui mi sono allontanato e riesco a parlare solamente se c’è qualcuno che ha il linguaggio del corpo di Manolo? Mi andava di aprire così il discorso perché ho provato nausea per te, pensandoti lì a fare la tua ricerca. Per me è intollerabile – dal rapporto col padre, con gli amici, alla parrocchia, agli scout – è tutto intollerabile.
Manolo Farci: Volevo aggiungere una cosa che ho avvertito anch’io. Quando scrivevo il libro pensavo: «Adesso lo presenterò e sicuramente tante donne e tante femministe mi remeranno contro». Perché comunque è un libro che, per certi aspetti, ha uno sguardo compassionevole verso i maschi, cerca di capire certe dinamiche. È diverso da altri approcci che partono da una condanna netta, e che però, nel condannare, finiscono per riprodurre a volte la stessa postura violenta che dicono di voler combattere. E siccome io questa postura non ce l’ho proprio – non è una posa, sono fatto così – ero convinto che sarei stato accolto male dalle donne e dalle femministe. Invece è successo esattamente il contrario.
Cioè, proprio il mio modo di stare nel discorso – come dici tu, caotico, contraddittorio (che secondo me è la posizione più difficile, né capibara [il progressista che “dice ‘andrà tutto bene’ per rassicurare lei, per rassicurare sé stesso”, N.d.A.] né conservatore per parafrasare il tuo libro) – funziona perché non ti dà un’identità netta e dunque nessuna pretesa di superiorità morale. Noi due siamo dentro questa contraddizione, in questa via di mezzo. Io pensavo che questa via di mezzo sarebbe stata la prima cosa a essere stigmatizzata. E invece no. Al contrario, il mio libro non viene letto dagli uomini. In casa editrice mi hanno detto: «Guarda che il tuo testo lo comprano le donne e le persone queer, mica gli uomini».
FP: Anche il mio, uguale.
MF: Non mi aspettavo molto dai ragazzi più giovani, ma pensavo che almeno gli uomini lo avrebbero letto, perché è un libro che parla proprio a loro. A uomini con cui, in realtà, non ho mai avuto grandi legami: come te, sono sempre stato più a mio agio nel femminile, e non lo dico come un merito ma come un limite. A un certo punto però ho sentito il bisogno di recuperare questo “fatto” di essere maschio, senza orgoglio, provando a fare i conti con il corpo maschile e con il rapporto con altri uomini, che per me è sempre stato difficile. Per questo il capitolo sull’amicizia è quello a cui tengo di più: l’amicizia maschile l’ho esperita pochissimo, e leggendo il tuo libro, soprattutto nella parte più autobiografica, mi sono ritrovato molto anche nella mancanza di amici maschi.
FP: Ho alcuni amici uomini molto importanti nella mia vita, e il modo in cui vivo il rapporto con loro è sempre stato essenzialmente uno a uno. C’è un tipo di intimità che conosco bene: quella a due, che può concretizzarsi nel parlare in piedi, appoggiati a un muretto, fino alle due di notte. Non appena, però, l’intimità si allarga e diventa logica di gruppo – con le sue battute, il suo cameratismo, i suoi ruoli predefiniti – io mi alzo e me ne vado. Non riesco a capacitarmi di come si faccia a dire che l’uomo è più libero delle altre soggettività quando, ogni volta che si sta in gruppo, uno apre bocca ed è subito una sanzione sociale. È una cosa che mi fa impazzire.
SG: Sai come si dice? Il privilegio delle subalterne… Comunque sull’amicizia voglio tornarci in modo più approfondito, però prima volevo dire due cose su voi che non ve la sentite di parlare con i maschi. La prima: se non lo fate voi, è un lavoro di cura che fate fare alle femministe. Pensateci. La seconda cosa è che il libro di Manolo sembra configurarsi come un enorme spazio di mankeeping, il termine con cui intendiamo un uomo che delega la propria tenuta emotiva e quotidiana alle presenze femminili che ha intorno – siano esse la partner o le amiche. Ecco, non mi sconvolge che il tuo libro venga comprato più da donne o persone LGBTQIA+ – anche perché in Italia chi legge sono le donne. E quindi chi è che legge un libro sui maschi? Le donne. Forse addirittura le femministe, più che le donne, per entrambi i vostri libri. Forse meno le transfemministe…
Una terza cosa: se entrambi, come stavate dicendo, vi sentite a metà tra il rivoluzionario e il reazionario, quella è proprio la fatica del concetto. Non c’è bisogno che io butti il solito asso sul tavolo: «Il femminismo è una pratica», perché lo sapete. Però chi sta a metà deve passare necessariamente da quella fatica là. E allora, mi viene da dire: siete proprio le persone migliori per andare a parlare con questi uomini.
FP: Volevo partire proprio da questa autocritica perché il passaggio successivo è stato rendermi conto che dovevo far parte anche io di questo mankeeping. Mi è stato chiesto di andare a parlare con gli uomini, quindi il prossimo progetto, in questa parte dei miei interessi, sarà un’interazione con gli uomini. È una sorta di inchiesta che farò durante quest’anno: mi spaventa e però sono anche molto curioso di vedere cosa viene fuori.
SG: Manolo, invece, con i maschi già ci parla, soprattutto con i ragazzi nelle scuole, giusto?
MF: Sì, tra l’altro parte del mio modo di affrontare la questione è cambiato dopo che sono stato nelle scuole perché lì ho capito che un certo linguaggio che viene usato nei consessi più liberal e progressisti (sulla decostruzione del maschio, sulla mascolinità tossica ecc.) viene percepito come qualcosa di molto lontano, soprattutto da chi usa la virilità tutti i giorni come valuta sociale per non essere picchiato dai compagni di classe, tanto per fare un esempio.
Se dico a uno studente: «Mostra le emozioni! Piangi!», lui, se va bene, mi risponde: «La fai facile tu, vieni a stare dove sto io». È anche per questo che muovo una piccola critica all’ambiente a cui mi sento più vicino: spesso questi temi vengono discussi all’interno di cerchie già profondamente convinte, da persone che, inoltre, hanno oggettivamente meno da perdere. Anzi, a volte se ne parla proprio con chi, rispetto alla decostruzione, rischia meno e può persino ottenere una valuta di riconoscimento sociale in più dichiarandosi femminista. Nel mio ambiente, dirlo è vantaggioso: produce consenso, legittimazione, persino prestigio. Ed è evidente che, in quel contesto, come maschio “decostruito” ci guadagno.
FP: Comunque voglio aggiungere che quando invece uno si definisce serenamente misogino – non voglio dire che lo sono serenamente, ma io serenamente dico di esserlo perché ho potuto vedere in tempo reale tutte le mie reazioni misogine, e le descrivo anche nel libro – ecco, questa cosa non è molto ben accetta. Il mio definirmi misogino, nel contesto di questi discorsi, è il risultato delle mie letture femministe – ecco, questa cosa non fa sì che io venga invitato nei posti. Cioè, nel nostro mondo – nel nostro consesso, come dicevi tu, Manolo – non puoi dire di essere misogino. E per me, che nel nostro mondo nessuno parli volentieri di quanto, per noi, voi donne ci siate state presentate come esseri inferiori, è un problema.
Una donna che irrompe sulla scena è sempre percepita come un qualcosa di troppo, e questa è misoginia. Nel mondo competitivo dell’editoria, ad esempio, io sento definire come cagacazzi o «Che sei venuta a fare?» solo le donne – e corrisponde a delle reazioni che anche io ho di pancia. Quando parlo con una femminista che certe cose le mette sul tavolo come un’ipotesi astratta perché non è nella testa di un uomo e io dico: «Confermo tutto» – io confermo tutti i pensieri più negativi che si possono addossare agli uomini: è pure peggio di quanto non si creda. Però è chiaro che siamo misogini: siamo stati cresciuti in famiglie dove le femmine erano sempre o inferiori o in una posizione di cura, è ovvio che non siano umane per noi. Ma siccome questa cosa non si può dire normalmente, ovvero che siamo cresciuti sentendo questa cosa, allora questo viene del tutto rimosso e diventa imbarazzante dire che si pensa.
MF: La cosa che mi piace molto della riflessione di Francesco è sicuramente la sincerità, nel senso che lui non sta né dalla parte del capibara, né da quella dell’uomo sciovinista, e cerca di capire come si vive nel mezzo. Questo secondo me è la cosa più complessa, perché il maschio reazionario e quello rivoluzionario in realtà sono avvantaggiati, in quanto sono figure coerenti, leggibili, hanno un linguaggio, una comunità di riferimento, e quindi entrambi hanno una legittimazione.
Invece lui no, perché lui resta in questa contraddizione e non cerca di risolverla, e soprattutto lui non fa quell’operazione del rifiuto del femminismo, in qualche maniera, però allo stesso tempo non sta neanche nella posizione comoda di dire «Ho scelto il femminismo, sono a posto». No, lui dice «Questo mi fa stare male». Sta nominando un trauma, e in questo, secondo me, c’è una sincerità di fondo. È la sincerità di un vero e proprio equilibrismo esistenziale in cui oggi si trovano molti uomini: da un lato il richiamo dei modelli tradizionali è ancora forte – e tanti fenomeni stanno a dimostrarlo, tanto che non siamo di fronte a una crisi della mascolinità, ma semmai a un suo eccesso. Dall’altro lato, però, c’è anche una pressione crescente, quasi un dovere morale, che spinge verso un cambiamento percepito come necessario. Una cosa che secondo me è importante è stare nel mezzo: abitare la contraddizione senza trasformarla in una postura identitaria.
FP: Esatto, è che secondo me è mezzo impossibile.
MF: Eh, questo è il grande problema. Non ci dobbiamo chiedere: «Io sono misogino o non sono misogino?», un’ossessione dei nostri tempi – anche nell’attivismo progressista – doverci dare delle etichette. Io personalmente non direi mai «Sono un uomo femminista»…
SG: … E quindi forse proprio per questo lo sei.
MF: … Sì, ma al di là di questo tenderei a riflettere di più sulle pratiche. Una cosa che detesto è che, quando vado in giro a parlare in pubblico di questi temi, non è raro che io mi trovi “calato” nel ruolo del maschio buono, quello sano che spiega agli altri come essere dei bravi uomini. Non lo trovo interessante e francamente non mi piace. È una posizione di comodo e, paradossalmente, nel nostro ambiente finisce per essere ancora più virile di un Andrew Tate qualunque.
FP: Ho sempre pensato che la violenza dell’uomo venga dall’incapacità di gestire la contraddizione, e quindi è per questo che io forzo il discorso sulla contraddizione, come dire che sono le letture femministe che mi hanno fatto capire di essere – storicamente e culturalmente – misogino.
MF: E questo, già di per sé, ti mette in una posizione migliore persino del maschio femminista che pensa di poter risolvere la contraddizione.
FP: Diciamo che è esattamente il motivo per cui non sto in quella posizione. Come uomini, abbiamo detto per secoli che eravamo la luce del mondo e ora, appena siamo stati messi un po’ in ombra dall’emersione di altre soggettività, sembra che dobbiamo trovare velocemente un’altra via per rimetterci al centro e dire che siamo la luce del mondo e che avevamo ragione noi. Io gioco solo di sponda, e tu, Silvia, prima mi facevi vedere le contraddizioni di quello che dico, e tecnicamente hai pure ragione, però quello che provo a fare io quando parlo di questi argomenti è usare il paradosso.
SG: Tu dici di usare il paradosso come strumento per far emergere le contraddizioni. Mi viene in mente una frase di Siti: «La letteratura può dare cittadinanza a Satana», nel senso che lo spazio letterario permette di dire tutto, anche ciò che è scomodo o moralmente ambiguo. Per fortuna, aggiungerei. Partendo da qui, comunque, mi piacerebbe adesso sentire la storia di misoginia di Manolo, come nasce e come si è trasformata nel tempo.
MF: Leggendo il tuo libro, Francesco, mi ha colpito moltissimo quando dici che una parte della paura maschile nasce dalla precarietà economica: è una cosa vera e quasi mai detta fuori dalle analisi sociologiche, e nel mio libro torno anch’io su questo punto, senza evitare il tema della mia misoginia. Spesso il limite di queste discussioni è pensare che il cambiamento passi da una conversione morale o spirituale. È un’idea sbagliata e anche neoliberale: come se bastasse “diventare consapevoli” per cambiare davvero.
Comunque, dovendo parlare della “mia misoginia”: io mi occupo di manosphere, e inizialmente il libro doveva parlare solo di quello. Poi però mi sono accorto che spesso a questi fenomeni si guarda con una specie di sguardo esotico e così si esorcizzano. A un certo punto io mi sono detto: «Se tu a sedici anni avessi avuto Internet, saresti stato un incel» [Per incel, dall’inglese involuntary celibate, s’intende un membro di una subcultura online costituita da persone che si definiscono “celibi involontari”, attribuendo l’assenza di una relazione sentimentale o sessuale a fattori, secondo loro oggettivi, quali ad esempio la bruttezza esteriore e/o povertà economica, ndr]. Lo dice anche Francesco a un certo punto del suo monologo, e mi ha fatto piacere trovare questa consonanza. Mi sono detto: «È inutile che fai quello distante dal suo oggetto di ricerca, le cose che dicono gli incel le hai pensate anche tu tantissime volte», solo che poi non le hai concettualizzate in quel modo, non le hai trasformate in un discorso d’odio strutturato. E tuttavia le hai pensate fino a che non ti sei sposato con una donna che, per certi aspetti, ti ha “rassicurato” sul tuo valore. Ma se lei non ci fosse, tu forse saresti ancora là, te ne vergogneresti un po’, certo, ma sotto sotto alcune di quelle cose le penseresti ancora.
SG: Ma infatti, probabilmente, come il “reazionario” e il “rivoluzionario” (per usare i modelli del libro di Francesco) anche l’incel non è semplicemente una persona a sé stante. È piuttosto un gradiente che può esistere in ciascun uomo. È pieno Internet di questi messaggi annacquati che sembrano di buon senso ma che, invece, pescano a piene mani da quella subcultura e la addomesticano per una fruizione generalista. Poi alcuni hanno la fortuna, la posizione, le occasioni o il talento per accedere a strumenti culturali, intellettuali o relazionali che possono condurli verso un destino diverso dall’odio per le donne.
MF: No, infatti, nel mio libro tratto gli incel più approfonditamente di altre subculture, perché li trovo un fenomeno davvero interessante: nel loro odio, in certi aspetti, c’è una sincerità difficile da ignorare.
FP: L’incel è un individuo in cerca di una verità, è uno che veramente ha toccato il fondo di “quella cosa”, non è riuscito a stare a galla, c’è del tutto dentro e non si è salvato. Il suo dolore gli indica un nucleo di verità sull’oggi.
MF: Sì, anche se pure loro prendono molti abbagli, come è normale che sia, forse. Quando ad esempio sostengono che il problema è che gli uomini fanno meno sesso e le donne di più, non solo affermano qualcosa di falso ma non si accorgono che non è nemmeno questo il punto. Restano intrappolati in una concezione della sessualità profondamente “idraulica”, incentrata sull’erezione e sul raggiungimento di un traguardo finale, in cui l’atto penetrativo viene considerato più importante di altre forme di piacere. Una visione che, per come funzionano i corpi, crea una disparità tra l’esperienza sessuale di uomini e donne.
Se si dà preminenza alla stimolazione vaginale rispetto ad altri modi di raggiungere il piacere, molte donne finiscono per non arrivare all’orgasmo, e spesso simulano perché hanno paura di ferire l’ego del partner. La conseguenza è che l’uomo crede di aver avuto una grande performance sessuale, mentre la partner, fingendo l’orgasmo, rimane insoddisfatta. Questo è quello che viene chiamato “divario dell’orgasmo”, un concetto reso popolare da Laurie Mintz, che ha contribuito a diffondere il termine orgasm gap nel dibattito contemporaneo, soprattutto con Becoming Cliterate (2017).
FP: Sì, ma io a questo vorrei aggiungere: «Okay, veniamo di più, ma parliamo della qualità di questi orgasmi».
MF: Esatto! Siamo d’accordo: fanno benissimo le femministe, le studiose e le donne a denunciare il cosiddetto orgasm gap. Ma a un certo punto dovremmo anche avere il coraggio di guardarci tra uomini. Come chiede Francesco: di che tipo di orgasmi stiamo parlando, esattamente? Perché è vero che gli uomini, in media, raggiungono l’orgasmo più spesso, ma la qualità delle relazioni sessuali è spesso poverissima. Ridurre il sesso all’eiaculazione significa accettare una forma di relazionalità miserabile, impoverita, e questo non lo dicono solo le critiche femministe: lo mostrano con chiarezza anche moltissimi studi.
FP: Ascoltando le persone del mondo queer, ho scoperto la dimensione pratiche di sesso non penetrativo: per me è stato aprire un mondo…
MF: Difatti, secondo me, insegnare pratiche kink o queer a scuola potrebbe aiutare ragazze e ragazzi a superare questo modello di sessualità, che spesso lascia insoddisfatte le ragazze perché confonde il piacere con la penetrazione come affermazione di potere. È un altro enorme problema, che dovremmo mettere molto più spesso al centro quando parliamo di parità di genere tra uomini e donne: la questione della sessualità, perché quella dimensione, stringi e stringi, è quella dove è più importante interrogarci. Qui si gioca la partita più urgente.
FP: Aggiungo che potrebbe essere proprio la dimensione dove è più facile “convertirsi” a certe cose che apparirebbero così meno come teorie ma più come pratiche di vita.
SG: Si può dire che la sessualità sia quasi un epifenomeno del patriarcato, no? Questa sessualità, per come è oggi costruita in modo socio-materiale, alle donne eterosessuali non fa bene, e neanche agli uomini, anche se se ne rendono conto un attimo dopo, in ritardo. Per questo è un epifenomeno del patriarcato. Pensandolo in chiave strategica di discorso politico, senza lasciarlo alla sola conversione morale o personale, diventa il terreno più interessante per far capire a ragazzi e uomini che l’assetto patriarcale nuoce anche loro, al netto delle eiaculazioni magari quantitativamente soddisfacenti. Ma forse, qualitativamente, questo sesso, occasionale o meno, potrebbe andare meglio. È questo, per me, il senso del discorso sul sesso: riconnetterlo a un contesto più ampio, non lasciare i ragazzi da soli nelle loro camerette a radicalizzarsi e pensare al sesso idraulico. Il problema è lasciare la sfera personale senza discussione pubblica nelle scuole o nelle istituzioni. Il sesso diventa così un grimaldello, un piede di porco, attraverso cui presentare il conto e dirci: “Il patriarcato ha fallito”.
FP: Mi disturba la mancanza di buon senso, di senso comune e di amor proprio nei discorsi su queste cose. Io ho deciso di vivere in un certo modo perché per gran parte della mia vita ho visto la comunità di persone “subalterne” vivere troppo meglio di me. E ogni volta che ne parlo, sembra che lo faccia per interesse bieco, ma in realtà lo faccio per amor proprio, per curiosità, perché mi piace osservare il mondo e capire come vive un’altra persona. Tanto che, come nel caso di Manolo, sono stato una persona che ha seguito con molta curiosità la cultura incel, per tutta la sensibilità che riusciva a mostrare.
A me interessa tantissimo; eppure, a sinistra sembra che se non stai “salvando il mondo” – sempre per quel senso di colpa occidentale che poi ci viene rinfacciato da destra – non ti puoi concedere di divertirti o avere interessi personali o fare battaglie che ricomprendano te e la tua categoria per prime. Questo è problematico, non perché non si debbano fare certe cose, o perché non siano belle, ma perché dà l’impressione che non si possa avere una vita intellettuale e affettiva per sé stessi. E questa cosa emerge chiaramente quando si parla di educazione sessuo-affettiva: sembra che uno debba parlare solo perché “fa bene ai ragazzi”, non perché sia interessato personalmente o ne tragga un vantaggio anche personale. Mi fido di più di chi porta avanti una battaglia per sé stesso, come sta accadendo ad esempio nelle rivendicazioni del ceto medio impoverito.
MF: Mi dai un gancio formidabile per finire con la questione di classe. Abbiamo parlato prima del fatto che non c’è posto per tutti, e questo secondo me è un altro punto centrale. Mi è piaciuto molto il passaggio nel libro di Francesco: «Il reazionario ha paura di qualcosa di reale. Sta giocando con gli amici maschi al gioco delle sedie. Otto bambini che corrono intorno a sette sedie, nello stereo suona una canzone, lui aspetta con gli altri bambini che l’adulto vicino allo stereo spenga la musica, a quel punto proverà a lanciarsi sulla sedia più vicina per non farsi eliminare dal gioco. Mentre corre e corre attorno alle sedie e comincia a girargli la testa, scopre che insieme a lui, mischiate agli altri maschi, stanno correndo otto bambine. Otto bambine assatanate che aspettavano da millenni di poter giocare al gioco delle sedie. Poi la musica si spegne».
Sappiamo che oggi molti uomini provano rabbia perché la promessa patriarcale che era stata fatta loro è venuta meno. Una promessa che non riguardava solo il potere, ma anche l’identità. L’idea di poter essere come il proprio padre o il proprio nonno: provvedere alla propria famiglia, proteggerla, prendersene cura e sentirsi utili per essa. Tutto questo, di per sé, non è sbagliato, è anche nobile, se vuoi. Tuttavia, è evidente che oggi questo modello non è più praticabile così com’era un tempo.
SG: Ma non lo è mai stato, è questo il punto. Gli uomini hanno più paura delle donne che dei ricchi?
MF: È vero, solo che oggi è più evidente che quel modello non sia realmente sostenibile. In questo contesto, i manfluencer hanno avuto gioco facile, proponendo narrazioni di sacrificio estremo: l’idea è lavorare fino allo sfinimento pur di proteggere la propria famiglia, essere qualcuno su cui gli altri possono contare, e lasciare un segno anche a costo di compromettere la propria vita. È un discorso completamente sbagliato, ma proprio per questo riesce a risultare molto seducente. Qualcuno ha parlato di “capitalismo spirituale” o “broicism”: qui il machismo non è edonista, ma esige rinunce totali, lavoro incessante e sofferenza come destino.
Il problema è che riproduce logiche neoliberali: se non ce la fai, la colpa non è mai del sistema che premia le disuguaglianze ma o è colpa tua (perché non ci hai creduto abbastanza) o, in alternativa, il bersaglio possono diventare le politiche che avvantaggerebbero le donne e le minoranze. Quindi sì, sono molto d’accordo con l’espressione usata prima da Silvia: «Gli uomini hanno più paura delle donne che dei ricchi». Ma il fatto è che queste narrative offrono consolazione: la destra, da Trump in avanti, è stato il fenomeno politico che più di tutti ha trasformato una frustrazione economica in identità ferita. Non viene detto agli uomini: «Siete impoveriti» ma «Siete indeboliti».
SG: Sì, magari funziona di più per chi ha una famiglia da proteggere, quindi «Lavoro tanto per proteggere moglie e prole». Quando però questa cornice manca, il lavoro tende ad avvitarsi su sé stesso in una forma ancora più tossica e autoreferenziale. La promessa implicita del successo resta in piedi, ma è una promessa strutturalmente irrealizzabile: se tutti potessero emergere, il concetto stesso di successo perderebbe senso. Per questo ripeto la mia provocazione e dico che è curioso attribuire la colpa alle donne – in realtà non c’è mai stato davvero spazio per tutti. Le donne, semmai, accelerano o rendono evidente una condizione che esiste da sempre: uno stato delle cose fondato sulla scarsità delle risorse, che oggi diventa semplicemente più visibile.
MF: Anche per questo penso che, quando parliamo di mascolinità e di crisi del maschile, dobbiamo intersecare il genere con la classe e l’etnia. Il disagio maschile non colpisce tutti allo stesso modo. Un uomo bianco, istruito, con capitale culturale, ha molte più risorse per riorientarsi nel nuovo scenario dei rapporti di genere rispetto a un uomo cresciuto in contesti di povertà, per dirne una. Ci sono problematiche legate al lavoro, alla scuola, al welfare: se non teniamo conto di questi aspetti, stiamo semplicemente parlando agli uomini che stanno già bene e hanno strumenti, reti e possibilità di adattamento.
È anche questo che mi differenzia da un certo attivismo. Dire a un ragazzo: «Stai zitto, il tuo disagio è solo il lamento di un privilegiato» rischia di produrre un effetto opposto, spingendolo verso una lettura compensativa che gli dice: «Il problema sono le donne». Per questo credo che il problema vada spostato dal piano identitario a quello strutturale. Non è che le donne avanzano e io perdo: è che il sistema restringe lo spazio, rende le sedie sempre meno e sempre più instabili. Chi ha risorse riesce a spostarsi, a trovarne un’altra, magari più scomoda ma comunque solida. Chi sta peggio, invece, resta in piedi. E noi dobbiamo parlare con quelli che rimangono in piedi.
(Il Tascabile, 25 marzo 2026)
La sua casa è una galleria di ricordi. Sui muri la rivoluzione fatta di calcoli e numeri è nelle lauree e nei riconoscimenti incorniciati, nelle foto con gli studenti e in quelle dei congressi in tutta Europa. Nel suo appartamento all’Appia, in stile retrò, gli occhi sorridono e lei racconta: «Cosa provavo quando risolvevo un problema? Gioia. E un sottile piacere se il computer faceva quello che mi aspettavo». Luigia Carlucci Aiello, Gigina per tutti, è la madre dell’intelligenza artificiale in Italia e la fondatrice dell’associazione nazionale per l’IA. Una matematica e ricercatrice femminista e antifascista, la donna che ha portato in giro per il mondo i risultati sulla «rappresentazione della conoscenza e deduzione automatica» formando generazioni di informatici, ingegneri e matematici. E continua a farlo anche adesso, alla soglia degli ottant’anni. Tra qualche settimana sarà a Palermo per una lectio magistralis su Alan Turing.
Lei era una scienziata già negli anni Sessanta. C’era disparità tra uomini e donne?
Alla Scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista, lì sono stata a lungo l’unica studentessa di matematica. Le donne venivano tollerate a malapena da professori e colleghi, alcune si sono anche ritirate. I normalisti rimanevano dietro le porte, durante gli esami, in attesa di sapere se le femmine venivano buttate fuori. Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre cinquanta uomini ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo.
È stata una donna di rottura in ambienti tutti maschili?
Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da dieci anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA. Iniziarono le ostilità, avevo sfondato una barriera. Ad ogni intervento venivo attaccata, ad ogni mia proposta percepivo di avere sempre tutti contro. Nonostante tutto sono sopravvissuta bene. Il mio motto è «Testa bassa e andare avanti». Se ci credi nel tuo sogno, non devi mollare. Tanto che sono diventata la direttrice del dipartimento e ho inaugurato la nuova facoltà di ingegneria dell’informazione, informatica e statistica.
Una rivoluzione con alle spalle una famiglia patriarcale.
Sono nata a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Papà era capotreno e aveva nove fratelli, mamma era casalinga. Lo zio più grande era prete, come in quasi tutte le famiglie patriarcali del tempo, e con lui ho imparato a leggere a quattro anni sull’Osservatore romano. Ma io avevo le idee chiare già a otto anni. In un tema ho scritto che sarei diventata una professoressa di matematica. Sullo stesso foglio ho disegnato me con un grembiule nero, quello che indossavano le insegnanti a quei tempi, e davanti alla lavagna. I miei genitori non mi hanno mai ostacolata, a loro devo tanto.
In America arriva a ventisette anni per fare ricerca a Stanford, con un figlio di quattro mesi e un marito al seguito.
Ho conosciuto Mario nel 1969 al Cnr, l’anno dopo ci siamo sposati. Lui era un ingegnere elettronico e siamo diventati una coppia anche nella ricerca. Nel gennaio 1973 eravamo a Stanford nel laboratorio fondato da John Mc Carthy, che allora era visto come un visionario un po’ hippy. Noi ricercatori di IA, di conseguenza, eravamo considerati dei matti. Invece c’era una solidità scientifica dietro a quegli studi e io volevo dimostrare la correttezza del programma su un computer. Sono riuscita a lavorare con un sistema che era stato sviluppato lì da un professore inglese.
Lei ha cambiato il modo di fare ricerca.
Ho viaggiato moltissimo in Europa e in America per la ricerca e per la divulgazione. Ho sempre dato molta importanza alla sperimentazione, come hanno imparato gli studenti che hanno frequentato i miei corsi. Ancora oggi quegli allievi mi fermano per strada e mi riconoscono, mi fa molto piacere.
Presto rimane una mamma sola ma ritorna oltreoceano.
Mio marito morì precocemente, fu un colpo terribile. Quando mio figlio aveva sei anni tornai in America. Al termine del biennio di studi, mi offrirono un contratto. Rifiutai, volevo che Marco studiasse in Italia e desideravo restituire al mio paese tutto quello che avevo imparato.
Che futuro avremo con l’intelligenza artificiale?
L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il posto nostro in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato.
Un giovane ha raccontato al nostro giornale che si sente più a suo agio a confidarsi con ChatGPT che non con i suoi coetanei. Che ne pensa?
L’IA ci ha superato nella velocità e nella capacità di calcolo e soluzioni. Ma il campo sul quale non ci ha battuti è quello della creatività. A quel ragazzo ricordo che ChatGPT è stato progettato per compiacere, è pieno di tutto quello che noi umani abbiamo voluto metterci dentro. Ma non guarderà mai negli occhi la persona che ha davanti e non coglierà, ad esempio, i suoi sentimenti in quel momento. Se è triste o contento, se mente o dice la verità. Perché l’intelligenza artificiale non ha un cuore e non prova emozioni.
(la Repubblica, 25 marzo 2026)
Ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo che si mostra sempre più incomprensibile: pare vacillare la nostra capacità di assimilare nuovi scenari poiché il mutamento è incessante. Nuovi conflitti, nuove pagine di violenza, continue nuove infrazioni della normalità precipitano nella confusione dell’ignoto. Le categorie con cui leggevamo la realtà appaiono fragili perché agganciate a principi che credevamo eterni e che invece sono crollati sotto gli sconvolgimenti del presente. Ne consegue una strisciante condizione psichica di paralisi, da cui sembra inimmaginabile uscire.
Eppure, anche se sempre più insidiata dalle tecnologie, abbiamo ancora a disposizione la più ingegnosa tra le facoltà umane, in grado di liberarci dall’oppressione della passività: il pensare, una pratica che presuppone tensione, non si svolge nella stasi, rifiuta la paralisi, sottintende un movimento. Per descrivere la condizione moderna del pensiero, Arendt propone di ripensare una breve parabola di Kafka: un uomo (Er/egli) si trova al centro di un combattimento tra due avversari, uno lo incalza da dietro, è il passato; l’altro gli sbarra la strada davanti, è il futuro.
Nella disputa tra passato e futuro, innescata dallo spezzarsi del filo della tradizione, il pensiero moderno nasce come intervallo. Pensare significa allora abitare integralmente questa dimensione resistendo alla tentazione di rifugiarsi nella nostalgia o di dissolversi nella profezia: in antitesi a quanto, in questi anni, sia stato avanzato dal pensiero maschile che, nel riflesso tragico della parabola, nell’agonismo della lotta tra passato e futuro, non realizza la promessa arendtiana, ma manifesta la lacuna come tenebra, come depressione. In un immaginario di lotta eminentemente maschile, il soggetto Egli si percepisce assediato dalla storia, e, trascinato tra rovine e catastrofi, si esprime in forme apocalittiche: crisi irreversibili, collassi ecologici, fine delle democrazie, scenari di estinzione. Il tempo è vissuto come precipizio perché, sembrano ammonire, se il simbolico maschile ha fallito, allora è la fine del mondo.
Come agire contro lo spirito del ripiegamento, come rilanciare la promessa arendtiana di una lacuna inaugurale, di un pensiero imprevisto liberato dalle insidiose controversie del tempo, di una «forza diagonale»? Proviamo a immaginare cosa accade se, in quella parabola, sostituiamo il pronome: se egli fosse ella come cambierebbe l’atto del pensare? Il gesto potrebbe sembrare minimo, quasi grammaticale, ma il pronome non è neutro: organizza una posizione nel tempo, determina una dislocazione nell’asse delle forze generando un’altra esperienza della mente, quella di lei, l’esclusa dalla tradizione, l’inassimilabile, colei che è naturalmente “equipaggiata” per stabilirsi nella lacuna. Cacciata da ogni campo del sapere, ella ha creato spazi carsici al di fuori della linearità del sapere maschile, in «momenti radianti» (Chiara Zamboni) che manifestano una relazione diversa con le chiamate della Storia.
Fuori da queste contese, le pensatrici si collocano in una posizione laterale: assistono a una lotta che non le rappresenta e dalla quale possono scegliere di distaccarsi, volgendo altrove lo sguardo. In questo gesto di sottrazione inaugurano una temporalità diversa, che non è segnata dalla rovina ma dall’invenzione: un tempo fatto di traiettorie eccentriche, che deviano dai percorsi stabiliti. È un modo di stare nel tempo che sfugge alle trappole della linearità, sia quando questa si presenta come reazione, come annuncio di apocalisse, sia quando assume le vesti rassicuranti del progresso.
La parabola così si trasforma e si rinnova, l’asse si sposta, lo spazio del presente si apre nella prefigurazione di una rivoluzione simbolica che è appena cominciata e che ci interpella chiedendoci di mettere in gioco le nostre forze in una pratica della mente che non si lasci imbrigliare entro i recinti del femminile, che rifiuti di essere inglobata nelle istituzioni che la spartiscono in ambiti disciplinari, e che, immercificabile, si elevi al di sopra delle logiche voraci del mercato. Il pensiero delle donne sottraendosi alla colonizzazione conquista quell’autonomia indispensabile per interrogarsi liberamente sulle grandi questioni epocali. Queste ultime rivelano allora la loro natura di possibilità generative: non semplici ostacoli da rimuovere, ma occasioni feconde di un momento radiante e inedito, che preesiste in stato di latenza e attende esclusivamente l’intervento del nostro pensiero per pervenire alla piena manifestazione.
(L’imprevista – newsletter di Lìbrati, 24 marzo 2026)
Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?
L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.
La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.
Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.
Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.
Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.
«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».
«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».
Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).
Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.
(il manifesto, 23 marzo 2026)
Women of the Sun (le donne del sole) e Women Wage Peace (le donne portano la pace) sono due associazioni, l’una palestinese fondata a Gaza e in Cisgiordania nel 2021 da Reem Hajajreh, e l’altra israeliana, cofondata da Yael Admi, entrambe candidate al premio Nobel per la pace 2025. Da anni, prima del 7 ottobre, portavano avanti insieme iniziative di pace, dando l’esempio di una possibile convivenza tra due popoli su un’unica terra.
Tre giorni prima del massacro di Hamas avevano marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare dove «attorno a un simbolico tavolo negoziale alla presenza di varie attiviste e politiche internazionali» avevano richiamato l’urgenza della partecipazione femminile alle trattative di pace. Subito dopo il 7 ottobre e la conseguente vendetta israeliana, le donne di Women Wage Peace scesero in piazza per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi. Ma non furono ascoltate. Molte attiviste di Women of the Sun sono morte a Gaza sotto i bombardamenti d’Israele, in diversi casi insieme a tutta la famiglia, di altre si sono perse le tracce, inghiottite dalla violenza e dall’orrore genocida contro il popolo palestinese. Dalle macerie, materiali e spirituali, dal dolore e dalle sofferenze per tanta violenza che non si ferma né a Gaza né in Cisgiordania ma anzi si allarga per tutto il Medio Oriente, ecco risorgere le donne delle due associazioni che il 24 marzo a Roma cammineranno fianco a fianco a piedi nudi e alla fine leggeranno il loro “Appello delle madri” per invitare le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro.
Un appello che fuoriesce dai confini d’Israele e Palestina e si rivolge anche agli uomini per fermare la violenza, la cecità e la pazzia di maschi che idolatrano la forza delle armi e minacciano l’umanità intera. «Noi donne palestinesi e israeliane – si legge nell’appello – di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato». «Invitiamo – continuano – i popoli di entrambi le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, a aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla soluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e gli abitanti della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva». «Ci impegniamo – scrivono ancora – a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione Onu 1325 del 2000 che impose l’inclusione di negoziatrici nelle trattative di pace e nei processi decisionali». Infine, invitano i loro leader «a mostrare coraggio per questo cambiamento» e unire le forze «per restituire speranza» ai due popoli. Al loro appello si sono unite altre voci, tra cui quella della rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che il 28 marzo scenderà con gli arazzi della pace in più di cento città, tra cui Soverato, Palmi, Reggio Calabra, Gioia Tauro. Ancora una volta la pace è donna.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2026)
La vicenda-choc in Francia: un gruppo di attiviste ha portato in tribunale il colosso Lafarge con l’accusa di aver finanziato il Daesh in Siria tra il 2013 e il 2015 pur di tenere aperto l’impianto. Un libro racconta la storia
Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento a impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».
La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria, teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi dieci anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.
Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.
Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).
Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti.
Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?
Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è già un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero».
(Avvenire, 21 marzo 2026)
L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!
Per mandare un vostro contributo basta un vocale whatsapp al numero 3385944122
(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.
(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)