Nata nel 1975, la Libreria delle donne di Milano testimonia che la politica nasce dalle relazioni e può trasformare la realtà. Da 51 anni, tra comunità e rete, ecco la vita della Libreria delle donne

L’esperienza della Libreria delle donne di Milano ha caratteristiche proprie in quanto è allo stesso tempo un’impresa economica e un luogo politico femminista. È quindi difficilmente inquadrabile in categorie predefinite come possono essere quelle di comunità e community, tuttavia le attraversa e ci si misura come mi accingo a mostrare.

La Libreria apre i battenti nell’ottobre del 1975 in via Dogana 2 in centro, vicino al Duomo, in una Milano in pieno fermento culturale, con un movimento delle donne ricchissimo di gruppi di autocoscienza, di collettivi femministi, di iniziative di piazza e di confronto. È già operante la casa editrice fondata da Carla Lonzi, Scritti di Rivolta femminile, e in quello stesso anno si aggiunge La Tartaruga per volere di Laura Lepetit.

L’intento delle fondatrici è raccontato nel volume collettivo Non credere di avere dei diritti, in cui, riprendendo un volantino del 1974, scrivono: «La libreria sarà dunque “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”. Alle “opere (già) fatte” la libreria si propone di unire l’opera in corso della mente femminile. Come tale, essa sarà anche “luogo in cui si raccolgono esperienze e idee da far circolare”»1.

In queste poche parole si condensano i tratti essenziali che permangono nel tempo: la Libreria come negozio aperto sulla strada, in cui chiunque può entrare, è dunque un’impresa economica, creata non per trarne profitto seguendo le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura, bensì creata per valorizzare le opere scritte dalle donne, allora introvabili; allo stesso tempo la Libreria è un luogo politico, perché lo stare tra donne è l’inizio della politica delle donne: qui si possono incontrare liberamente per continuare a produrre pensiero ed esperienze da mettere in circolazione.

Il manifesto che ne annuncia l’apertura – tuttora visibile in Libreria – si conclude con queste parole in grassetto: «Abbiamo voluto fare incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte».

Così è cominciata la vita della Libreria. Uso non a caso la parola vita perché di questo si tratta: una forma di vita e di socialità femminile in cui si incrociavano e si incrociano lavoro volontario, amicizia, convivialità, svolte esistenziali, amori, desideri, progetti, in rapporti tra donne di varia età e provenienza sociale, liberamente scelti. Al centro la relazione tra Luisa Muraro e Lia Cigarini, figure di spicco del femminismo italiano, che per cinquant’anni ne sono state il cuore pensante. Infatti alla base dell’esistenza della Libreria e della sua politica ci sono le pratiche di relazioni tra donne, come differenza, disparità, affidamento, che la strutturano e che precedono la teoria. Come ripeteva spesso Lia Cigarini, «la teoria è la pratica messa in parole».

Per questo suo impianto la Libreria fin dall’inizio eccede sia la forma economica che quella organizzativa previste nella nostra società. C’è sì una responsabile retribuita, ma buona parte dell’attività si regge sul lavoro volontario. Le “turniste” danno la loro presenza mezza giornata a settimana per la vendita di libri e si riuniscono mensilmente per segnalare quelli da ordinare e per scambiarsi informazioni.

La politica del partire da sé e della relazione crea una struttura reticolare in cui il processo decisionale da una parte è affidato alla singola relazione o rete, seguendo il principio per cui “chi fa decide”; e dall’altra parte – quando si tratta di decisioni riguardanti scelte in comune per l’intera Libreria – ci si riunisce per parlarne. Si procede non per votazione o per costituzione di maggioranze, ma attraverso la circolazione della parola che assume autorità quando è capace di trovare la mediazione possibile e necessaria per tutte le altre. Le discussioni possono essere anche aspre ma ricomponibili, una volta chiariti i punti di vista contrastanti a partire da sé. È tuttavia anche capitato nel corso degli anni che ci siano stati conflitti non sanabili o inespressi, per cui qualcuna ha deciso di allontanarsi.

Agli inizi, le riunioni politiche si tenevano nel sottoscala della Libreria con donne sedute fin sulle scale di accesso per quanto erano gremite e tutte fumavano, come si usava in quegli anni, in un locale privo di finestre… Pure in quelle condizioni, che oggi definiremmo inaccettabili, sono nate idee che hanno fatto della Libreria delle donne di Milano uno dei maggiori centri di elaborazione del femminismo della differenza, conosciuto e apprezzato a livello internazionale.

La vocazione della Libreria alla produzione di pensiero e di scrittura ha fatto sì che presto diventasse anche casa editrice indipendente. Accanto ai primi cataloghi usciti tra il ’78 e l’88, segnalo Aspirina, rivista satirica creata da Pat Carra, e un foglio aperiodico del movimento, Sottosopra, che viene ripreso dalla Libreria quando c’è una importante questione da proporre. Nel 1996, per esempio, ha fatto molto discutere il Sottosopra rosso È accaduto non per caso, che annunciava la fine del patriarcato.

La rivista di pratica politica Via Dogana comincia le sue pubblicazioni nel 1991 grazie a un finanziamento dato a Luisa Muraro da Rosetta Stella e prosegue per 111 numeri fino al 2014, quando si trasferisce online con il nome di Via Dogana 3.

Dal 1995 cominciano le pubblicazioni dei Quaderni di Via Dogana. L’ultimo pubblicato, dal titolo Esserci davvero, è una preziosa intervista-conversazione che Clara Jourdan fa con Luisa Muraro, spaziando tra le esperienze e gli incontri della sua vita e la genesi dei suoi libri. Inoltre nel volume è riportata la sua amplissima bibliografia. Questo libro ha ispirato un partecipato convegno sul pensiero di Luisa Muraro tenuto a Milano, in Università Cattolica, dal titolo Come quando si accende la luce2. È stata una delle iniziative attuate nel 2025 per il cinquantenario della nascita della Libreria, assieme all’altro importante convegno tenuto nella sala Alessi del Comune di Milano, dedicato a cinquant’anni di femminismo con Lia Cigarini: Aprire la porta alla parola e alla libertà, di cui sono in corso di pubblicazione gli atti.

Attorno alla metà degli anni Ottanta, a seguito della proposta politica contenuta nel Sottosopra verde Più donne che uomini, le pratiche di relazione vengono portate nei rapporti sociali, cioè nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche, negli uffici, nelle amministrazioni comunali, nei quartieri, nelle università, in qualunque luogo ci siano donne pronte a scommettere di trasformare il mondo a loro misura, significando la differenza sessuale.

Io sono arrivata in Libreria nel 1983 a seguito della lettura di quel testo perché conquistata dalla libertà e dalla leggerezza di un’idea di politica basata sulle relazioni duali: bastava essere in due per esserci nel mondo e trasformarlo. Non si pensi che sia una politica di piccoli passi o di ambiti ristretti. Proprio la mia esperienza mostra come si tratti di ben altro.

Di mestiere insegnante, ho cominciato a portare le pratiche di relazione femministe a scuola e a scambiare con le altre, incontrandoci in Libreria. Ugualmente succedeva in altre città come a Verona, dove si era appena formata, presso l’Università, Diotima, la comunità filosofica femminile. Così, di relazione in relazione, ha preso vita la Pedagogia della differenza. Pochi anni dopo negli anni ’90 ho promosso con altre e altri l’Autoriforma gentile, un movimento di donne e uomini per molti anni presente e attivo a livello nazionale nelle scuole e sui media con una parola propria. Abbiamo lavorato soprattutto sul senso del nostro mestiere, organizzando convegni, pubblicando libri e producendo anche un film documentario, L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre (2008) ora fruibile liberamente su YouTube, ancora molto parlante sulla qualità della scuola.

Da quegli anni in Libreria c’è stato un fiorire di gruppi che ancora si riuniscono e si collegano con altre realtà in Italia. Li chiamo gruppi, ma sarebbe meglio dire reti di relazioni attorno a un progetto, e producono esperienze, pensiero, scrittura, partendo dal desiderio e dalla passione delle singole. In anni più recenti alcuni progetti sono stati molto significativi sul territorio cittadino: penso, ad esempio, all’Agorà del lavoro che ha coinvolto per vari anni, in uno spazio del Comune di Milano, numerose donne di provenienza diversa con appuntamenti mensili, mettendo al centro un pensiero femminile sul lavoro e l’economia; oppure penso alla mostra Vetrine di Libertà3 alla Fabbrica del Vapore (2019),con le opere di trenta artiste contemporanee. Evento arricchito da momenti di dibattito tra cui significativo quello sull’ecofemminismo con la presenza di Vandana Shiva.

Agli inizi del 2000 accadono in contemporanea due importanti cambiamenti per la Libreria: il trasferimento in via Pietro Calvi 29, con annesso un ampio locale attrezzato per gli incontri del Circolo della rosa; e l’inizio della sua presenza sulla piazza virtuale, soprattutto ad opera di Laura Colombo e Sara Gandini, che verrà accompagnata da riflessioni e scritti.

Il desiderio di esserci in rete con un proprio sito veniva dalle donne più giovani che già si muovevano in quell’ambito e vi vedevano la possibilità politica di prendere la parola con modi e ritmi diversi. C’era l’entusiasmo degli inizi, quando la rete sembrava uno strumento democratico che ampliava e velocizzava la presa di parola di tutte senza aspettare i tempi della carta stampata… saranno poi libri come Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff4 a far prendere coscienza di quanta incidenza abbia nelle nostre vite la potente trasformazione in corso.

La presenza virtuale della Libreria comincia con una condizione posta da Luisa Muraro, che già ne vedeva potenzialità e rischi: la creazione di una redazione ironicamente chiamata “carnale” per far sì che l’incontro in presenza fosse parte costitutiva del lavoro sui canali virtuali, che dopo il sito si ampliano in Facebook e Instagram. Questa condizione sarà quella più capace di preservare la Libreria dai due maggiori rischi che la rete comporta: da una parte l’individualismo narcisistico e dall’altra la logica dello schieramento. Ogni giovedì da venticinque anni si riunisce la redazione del sito e sia Instagram che Facebook hanno una propria redazione. Anche la rivista on-line Via Dogana 3 per la realizzazione dei singoli numeri si basa su un incontro pubblico, la cosiddetta “redazione aperta”, convocata al Circolo della rosa su un tema proposto dalla redazione “ristretta”.

Le sfide del presente sono molteplici e davvero impegnative. La prima, per nulla scontata, riguarda la stessa esistenza della Libreria. In un periodo in cui chiudono librerie affermate come la Hoepli o Tarantola, in cui la concorrenza di Amazon abbatte le vendite, tenere aperta la Libreria delle donne di Milano è una sfida che ci impegna ogni giorno, perché rimanga vivo un luogo di incontro e di pensiero femminista, che continui a contribuire a un orizzonte di trasformazione del mondo. Ne abbiamo discusso in un recente numero di Via Dogana 3 dal titolo Fare impresa femminista5 e stiamo mettendo a punto le modalità che ci permettano di continuare.

La seconda sfida portata avanti soprattutto dalle donne più giovani, riguarda come abitare la realtà virtuale. Ne parla approfonditamente Laura Colombo in Non è uno strumento che introduce il numero della rivista dal titolo Pensiero vivente e intelligenza artificiale66. Per lei la sfida è abitare questa realtà «senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo».

Con queste sfide comincia il cinquantunesimo anno della Libreria delle donne di Milano.

1Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, p.102.

2I contributi sono raccolti inLaura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis, Sesto San Giovanni 2026.

3Francesca Pasini, Chitra Cinzia Piloni (a cura di), Vetrine di libert. Libreria delle Donne di Milano, ieri, oggi, Nottetempo, Milano 2019.

4Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019.

5https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 giugno 2025

6https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 dicembre 2025

(Pedagogika, n. 4 luglio/agosto 2026)

Volantino di invito al presidio per la pace di venerdì 24 luglio 2026 a Palermo, in piazza Massimo, dalle 18.00 alle 20.00

In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente.

Eppure c’è una fonte di emissione di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: chi paga davvero il costo delle guerre?

Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra.

Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni.

Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso.

[…]

Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima.

Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi.

Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano.

Rachel Carson lo aveva già intuito nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso».

Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato».

Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero indivisibili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale “Tessere la pace” promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace.

Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani.

(*) Il Presidio Donne per la pace di Palermo è promosso da: UDIPALERMO; Le Rose Bianche; Donne CGIL Palermo; Coordinamento donne ANPI; Emily Palermo; Governo di Lei; CIF; Le Onde; Arcilesbica; Donne della Comunità dell’Arca; Donne del Movimento nonviolento; Donne del Circolo Laudato si’.

(Pressenza, 16 luglio 2026)

Qualche giorno fa ho visto al MASI di Lugano K-NOW! Korean Video Art Today, otto voci della videoarte sudcoreana contemporanea, e conviene affrettarsi perché chiude il 19 luglio. La segnalo perché le artiste in mostra guardano la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, dalla parte di chi con le macchine lavora e ci fa i conti ogni giorno, e da lì aprono domande che la discussione corrente sull’IA raramente sa porre.

L’opera che affronta più direttamente la vita dentro un mondo calcolato è Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim. Protagonista è Ernst Mo, una rider che sfreccia in una Seoul ricostruita tra riprese reali e animazione 3D. Un errore del sistema di consegne la sdoppia su due linee temporali e la fa incontrare con la propria controparte, En Storm, anagramma del suo nome e della parola “monster”. Nata durante la pandemia, l’opera mette in scena la gig economy, il lavoro a chiamata gestito dalle piattaforme: la protagonista segue istruzioni automatiche che ignorano sempre più il suo corpo nello spazio, e l’ottimizzazione continua dei percorsi la conduce in una dimensione sospesa, dove spazio e tempo sono ridefiniti da un algoritmo. Kim, che lavora con intelligenza artificiale e motori di videogiochi attingendo al fumetto, alla filosofia, alla fisica, mostra come si costruisce la realtà nell’era dell’accelerazione tecnologica, e lo fa dando corpo e nome femminile a chi quell’accelerazione la subisce.

Sungsil Ryu con l’opera BJ Cherry Jang inventa il personaggio di una streamer virtuale e lo interpreta in prima persona, facendo satira dell’economia dell’attenzione e della costruzione performativa dell’identità sulle piattaforme di live-streaming coreane. Cherry Jang promette una “cittadinanza di prima classe” e qui la satira si fa critica di una società segnata da gerarchie e competizione esasperata, coreana ma non solo.

Jane Jin Kaisen, nata a Jeju e adottata da una famiglia danese, presenta Offering e Wreckage. Nel primo, un gruppo di apneiste di Jeju esegue una coreografia subacquea attorno al sochang, il lungo tessuto bianco che simboleggia il ciclo vitale e la cura dei legami familiari. Nel secondo, il lamento della sciamana Koh Sunahn, sopravvissuta al massacro del 1948 – la repressione della rivolta di Jeju, migliaia di civili uccisi o gettati in mare – alterna la voce di una madre a quella del figlio mai ritrovato, sopra le immagini di propaganda dell’esercito statunitense. Il mare agisce da archivio di memorie traumatiche e insieme da principio rigenerativo: un lutto recitato da una madre, che diventa memoria collettiva.

Accanto a loro, il collettivo “eobchae” (di cui fa parte Nahee Kim) porta l’IA al centro con ROLA ROLLS: un futuro in cui l’evoluzione umana si ispira alle “epoche” dell’apprendimento automatico (i cicli in cui l’algoritmo ripassa i dati per migliorare le proprie prestazioni): un’evoluzione veloce, programmata, ottimizzata, dove il corpo diventa un dispositivo che supera i propri bisogni biologici in nome dell’efficienza.

La novità che queste artiste portano sta nel loro punto di partenza. Non discutono l’intelligenza artificiale in astratto, al contrario, la interrogano a partire da corpi situati, quasi sempre femminili – una rider, una streamer, delle pescatrici in apnea, una sciamana – e da ciò che nella trasmissione tra generazioni resta vivo o va perduto. Il tessuto bianco di Kaisen, passato di mano in mano sott’acqua, e l’algoritmo di Kim che ottimizza cancellando il corpo, stanno agli estremi delle domande che la mostra consegna a chi la guarda: che cosa tiene insieme l’esperienza, quando a organizzarla è una macchina? E che cosa si trasmette ancora di vivo, quando la trasmissione stessa viene automatizzata?

K-NOW! Korean Video Art Today, MASI Lugano (LAC), fino al 19 luglio 2026

(www.libreriadelledonne.it, 10 luglio 2026)

La tesi contenuta nell’agile libro di Nancy Fraser, appena pubblicato da Castelvecchi, Gaza come evento-mondo, è racchiusa nel titolo.Gaza come evento-mondo rappresenta «un punto di svolta epocale in grado di rivelare la natura del nostro tempo e di farsene segno». Fraser sfiora l’indicibile novecentesco quando afferma che Gaza «oggi si candida a sostituire “Auschwitz” come principale simbolo dell’atrocità umana», un’affermazione che argomenta passando in rassegna alcuni fatti avvenuti in diversi angoli del pianeta, Germania, Stati Uniti, Giappone e la stessa Palestina.

Il cambiamento è visibile negli episodi di censura che la stessa Fraser ha subito in Germania – e che si sono ripetuti a livello mondiale, Italia compresa – e che vengono etichettati con il termine coniato dalla filosofa ebreo-statunitense Susan Neiman: maccartismo filosemita: un «controllo poliziesco del pensiero» che utilizza dispositivi in voga nel maccartismo statunitense della Guerra fredda: «liste nere, giuramenti di fedeltà, fare i nomi di altri militanti di sinistra davanti a una commissione del Congresso». Il maccartismo filosemita si è messo all’opera bandendo e criminalizzando tutte le forme di attivismo, politico, sociale e soprattutto culturale, a sostegno dei diritti palestinesi. Donald Trump negli Usa se n’è fatto fiero portavoce attaccando ad esempio le università, i docenti e gli studenti dei campus che avevano dato vita a un forte movimento pro-palestinese.

Questo cambio di paradigma coinvolge ovviamente in primo luogo gli ebrei, le comunità ebraiche, Israele. Quello che Fraser mette in evidenza è ormai l’affermazione di un modello nuovo, l’“ebreo forte” che, a differenza di quello debole avviatosi passivamente verso le camere a gas, combatte e ha già dimostrato di riappropriarsi dell’antica patria fondando Israele. «È questo “ebreo forte” a essermisi parato davanti – scrive Fraser – in quel messaggio proveniente da Israele sulla miaesclusione dall’Università di Colonia: “Nemmeno i discendenti dei nazisti ti sopportano, puttana di una kapò”. Un giudizio che ribalta le categorie, gli ebrei dissidenti come “kapò” e le vittime palestinesi come “nazisti”». Israele ha messo in discussione la stessa identità della diaspora con gli «ebrei israeliani ormai tagliati fuori da una parte consistente della “comunità ebraica globale”, sempre più orientata verso posizioni antisioniste».

Come sintetizza nella prefazione Giorgio Fazio, Fraser «ricostruisce come Auschwitz sia invocata oggi di fatto per giustificare un nuovo genocidio, le manifestazioni pro-Palestina e contro la politica criminale di Netanyahu siano tacciate di antisemitismo e represse come illegali, gli ebrei che criticano le politiche di occupazione in Cisgiordania e la distruzione di Gaza siano considerati fiancheggiatori dei nazisti». Un cambio di paradigma, appunto.

(Marx Reloaded, newsletter del Fatto Quotidiano, 8 luglio 2026)

Parla Fatima Ouassak, ecofemminista francese di origine marocchina. La potenza delle madri (Tangerin) racconta la lotta del Front de mères, sindacato di genitori

«Molte grandi lotte sociali – operaie, contadine e anticoloniali – sono state condotte da organizzazioni di madri. Quello che volevo dire è: la questione non è se le madri costituiscano o meno una forza politica. Il fatto è che hanno sempre costituito una forza politica, in tutto il mondo». Così si esprime Fatima Ouassak, a proposito del suo La potenza delle madri edito da Tangerin (traduzione di Valeria Gennari; prefazione di Francesca De Rosa, Nina Ferrante e Monica Riccio, pp. 246, euro 16).

Militante ecologista, femminista e antirazzista francese di origine marocchina, Ouassak è cofondatrice del Front de mères, sindacato di genitori degli alunni dei quartieri popolari, e di Verdragon, la prima casa dell’ecologia popolare in Francia, a Bagnolet.

Quando ha capito che il senso di impotenza che tante madri provano di fronte alla scuola, alla polizia o alle disuguaglianze sociali potesse trasformarsi in una forza collettiva in grado di sostenere una lotta universale?

Va detto che, per due motivi, sono erede di culture in cui il ruolo sociale e politico delle madri è importante. Innanzitutto grazie alla mia cultura mediterranea e musulmana, in cui il ruolo delle madri è molto più riconosciuto e valorizzato che in Francia, ad esempio. Le ragioni di questa “valorizzazione” del ruolo delle madri sono complesse. Ovviamente, sono influenzate da rappresentazioni patriarcali. Ma non è solo questo. C’è anche un forte riconoscimento del “lavoro” di riproduzione, educazione e trasmissione, nonché di una “funzione” comunitaria. E questo è molto positivo. Nell’Islam si dice che «il paradiso è sotto i piedi delle madri». Per me questo simboleggia proprio tale riconoscimento.

In seguito, sono cresciuta in un quartiere popolare in Francia dove le madri svolgevano un ruolo molto importante, non solo a casa, nell’ambito dell’educazione, ma anche nella comunità e nella sfera pubblica: lì hanno svolto un ruolo di coesione – e di controllo, bisogna ammetterlo – sociale. Lo abbiamo visto chiaramente durante il confinamento dovuto alla pandemia di Covid nel 2020/2021: in Francia, nei quartieri popolari, sono state le madri a permetterci di organizzarci, di organizzare le nostre iniziative di solidarietà alimentare, per esempio, e di sopravvivere.

Devo aggiungere che ho compreso ancora di più il potenziale di potere delle madri quando ho avuto figli io stessa. Perché io stessa ho vissuto un’esperienza paradossale: provare un senso di potere nel “dare la vita” e, in un certo senso, nel “creare il mondo”, e allo stesso tempo provare l’esatto contrario, ovvero la sensazione di essere vulnerabile, più debole, meno rispettata, con un corpo può essere manipolato senza il mio consenso, ad esempio dai medici.

La sua esperienza a Bagnolet ha profondamente trasformato la sua concezione della politica. Nel suo libro, lei traccia una genealogia che collega il nostro presente a una storia molto più antica, radicata nel colonialismo e nelle migrazioni. Perché era importante, per lei, ricostruire questa memoria?

Volevo soprattutto mettere in relazione il rapporto che le istituzioni intrattengono oggi con i bambini non bianchi e musulmani con quello che le istituzioni coloniali intrattenevano nei confronti dei bambini non bianchi e musulmani nelle colonie, ma anche nella Francia metropolitana. Prendo l’esempio di Fatima Bedar, che fu gettata nella Senna a Parigi dalla polizia francese il 17 ottobre 1961, data buia della storia della Francia, quando la Repubblica francese uccise centinaia di algerini e algerine che manifestavano pacificamente per la libertà e l’uguaglianza. Tra le vittime, la giovane Fatima Bedar, di quindici anni. Nomino anche l’esempio della piccola Malika Yezid, di otto anni, torturata dai gendarmi in Francia negli anni ’70 e morta a causa di quella tortura. In entrambi i casi, gli agenti di polizia hanno goduto dell’impunità. Queste due bambine non sono state considerate come bambine. Parlo di un processo di “de-infantilizzazione”: non trattare i bambini non bianchi come bambini, ma come una minaccia: questa bambina non è una bambina, è un’araba. Questo processo coloniale e razzista di “de-infantilizzazione” è ancora oggi valido in Francia e in Europa.

Lo stesso vale a Bagnolet, dove si costringono i bambini di tre anni a mangiare carne alla mensa con il pretesto di garantire loro «la libertà di non essere musulmani», ovvero senza rispettare la loro libertà di coscienza e di culto, il loro diritto fondamentale a ricevere dai genitori la propria cultura e religione. Questo obbligo di mangiare carne alla mensa scolastica a Bagnolet, nella Francia di oggi, può sembrare aneddotico rispetto alla storia di Fatima Bedar e Malika Yezid. Ma per me si tratta di un continuum coloniale che si riscontra ovunque, in tutti gli ambiti sociali.

In che modo il “potere” di cui parla può essere concepito come una costruzione politica invece che come un destino biologico? E cosa si perde quando la maternità viene abbandonata alle retoriche della destra?

Quando il libro è uscito in Francia, nel 2020, mi sono trovata di fronte a questa questione: il rischio che la mia analisi venisse strumentalizzata dalle reti di estrema destra, in relazione al concetto di “tradwife” [‘moglie tradizionale’, Ndr]. Ma questa preoccupazione all’interno della sinistra, alla lettura e all’accoglienza riservata al mio libro, è durata due minuti. Fin dalle prime pagine del libro parlo dei movimenti dei genitori, delle madri in particolare, che nel 2012 si sono mobilitati a milioni contro il “matrimonio per tutti”, che è stato definito “matrimonio gay”. E proprio a questo proposito affermo: ecco i nostri nemici politici che strumentalizzano i propri figli, mettendoli in primo piano, in un contesto ideologico e politico di odio omofobo, di rifiuto, di ingiustizia e di disuguaglianza. È nostra responsabilità non lasciare che “le madri” diventino il soggetto politico dei reazionari, che siano la “madre cuscinetto” incaricata di riprodurre l’ordine sociale stabilito. Sì, è vero, le madri possono essere mobilitate come soggetto reazionario. In Francia come in Italia, è proprio questo che ci si aspetta da loro: placare la rabbia dei bambini, insegnare loro a “stare al proprio posto”, ecc. Ma è proprio questo che propongo di combattere: fare delle “madri” un tema politico rivoluzionario, rifiutare il ruolo di “madri cuscinetto”, rifiutare di essere quelle creature inoffensive che esistono “solo in casa” (in francese c’è questa espressione per riferirsi alle madri: mères au foyer [‘madri casalinghe’, Ndr], come se le madri non esistessero più nel loro ruolo sociale e politico una volta varcata la soglia di casa…).

I bambini, le generazioni future, sono presenze che trasformano il nostro modo di concepire la crisi ecologica. Perché, secondo lei, la giustizia climatica e la giustizia sociale sono indissociabili?

In Europa, gli ambientalisti parlano spesso delle generazioni future. Nei quartieri popolari non si dice «le generazioni future», si dice «i nostri bambini», «i nostri bambini, proprio ora, non nel 2090»; si parla delle loro condizioni materiali di vita oggi: cosa mangeranno oggi, è sano o è veleno, che aria respirano? È salubre? È inquinata? Pensare all’ecologia partendo dalle condizioni materiali di vita dei bambini significa radicare l’analisi delle conseguenze del cambiamento climatico nella terra e nelle condizioni materiali di vita: significa essere concreti.

Ci viene ripetuto che siamo “tutti sulla stessa barca”, mentre in realtà sono proprio coloro che sono meno responsabili del cambiamento climatico (delle emissioni di gas serra) a pagare il prezzo più alto di questo fenomeno: salute, benessere, condizioni di lavoro, mortalità.

È urgente rifiutare questa favola della “stessa barca” e collegare la giustizia sociale alla giustizia climatica. Abbiamo bisogno di una rivoluzione comunista, decoloniale e internazionalista per affrontare l’emergenza climatica.

Per lei, il problema non è solo che alcuni bambini, in particolare quelli delle classi popolari, dispongano di minori opportunità, ma che il sistema riduca il campo dell’immaginabile. Cosa significa mantenere aperto quello che lei chiama il «campo del possibile»? E come, questo modo di pensare, può oggi ispirare le altre lotte?

Bisogna riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico partendo dai bambini, dalle loro condizioni materiali di vita. Ma bisogna anche immaginare le soluzioni e gli orizzonti emancipatori partendo dai bambini. Bisogna, ad esempio, pensare a “città a misura di bambino”, città più vivibili, dove i bambini abbiano più spazio per giocare (spazio sottratto alle auto!), più sicurezza per muoversi in tranquillità (senza controlli di polizia basati sul “profilo razziale”, è dimostrato in Francia che questi controlli di polizia sono razzisti; la mia analisi è che servano a costringere a rimanere nei quartieri i giovani non bianchi che vivono nei quartieri popolari), dove abbiano maggiore accesso a cibo sano e di qualità, ecc. Città in cui i bambini abbiano la possibilità di ritrovarsi nell’“agorà”, perché credo fermamente nella loro capacità di agire. Anche i bambini sono un soggetto politico rivoluzionario. Noi adulti li priviamo di ogni potere, con il pretesto di “proteggerli”. Ma non è vero: li proteggiamo ben poco, siamo noi i responsabili della maggior parte delle violenze che subiscono. Il minimo che possiamo fare è lasciare loro spazio affinché imparino a difendersi: delle agorà, appunto.

(il manifesto, 8 luglio 2026)

Le ragazze sono molto attive nella partecipazione alla vita pubblica, lo dimostrano i dati su referendum e iniziative popolari. Un impegno che si intensifica intorno a temi legati a diritti, welfare, ambiente e salute, ma che cala all’aumentare dell’età, quando carichi di cura, insicurezza economica e violenza di genere le fanno gradualmente “sparire” dallo spazio pubblico

Sessantotto per cento. Nella fascia tra i 18 e i 22 anni, quasi sette firme su dieci per referendum e iniziative popolari portano una firma femminile. Non è un’eccezione: tra i 23 e i 27 anni la quota resta attorno al 63%. Eppure nessuno ne parla. Il racconto pubblico sulla partecipazione giovanile in Italia – svogliata, disimpegnata, assente – ignora sistematicamente chi, in realtà, quella partecipazione la trascina.

I dati vengono dal progetto datiBeneComune, la collaborazione tra onData, ActionAid Italia e Transparency International Italia, che ha analizzato oltre 3,7 milioni di firme raccolte per 94 referendum e iniziative popolari. Il quadro che emerge ribalta uno stereotipo consolidato: le donne sono il 51-52% del totale delle firme, ma nelle fasce più giovani diventano una maggioranza schiacciante. E non solo al Nord, non solo nelle grandi città. Al Sud e nelle Isole la quota femminile media sale al 52-53%, sopra la media nazionale. La Sardegna, in diverse iniziative, supera il 58-60%. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia: tutte sopra la media. Il Meridione, che nei discorsi sul disimpegno civico finisce quasi sempre sul banco degli imputati, qui non resta indietro.

C’è anche una distinzione che i numeri rendono nitida. Nelle iniziative su diritti, welfare, ambiente e salute la presenza femminile è sistematicamente più alta. In quelle su nucleare, legittima difesa, immigrazione, la bilancia si inclina verso gli uomini. Non una partecipazione generica, quindi: orientata, selettiva, consapevole.

L’onere della partecipazione o della cura

«Le donne si fanno carico non solo del lavoro di cura domestico, ma anche del lavoro di cura pubblico della democrazia». Rossella Silvestre, ricercatrice di ActionAid Italia, usa questa formula con precisione. Non è una metafora: è una descrizione funzionale di ciò che i dati mostrano.

ActionAid ha condotto un’indagine demoscopica nell’ambito di una ricerca più ampia sulla prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne – uno studio sugli stereotipi di genere che attraversano gli spazi della vita quotidiana, compreso quello della partecipazione civica. Tra le donne della generazione Z (cioè nate fra il 1997 e il 2012), il 50% considera le decisioni collettive una responsabilità individuale. Tra gli uomini della stessa fascia d’età, il 39%. Tra le millennial (cioè nate tra il 1981 e il 1996): 55% contro 51%. «Gli uomini mostrano una visione più gerarchica» spiega Silvestre. «Delegano a chi occupa già un certo ruolo. Le donne vivono la partecipazione come un problema di tutte e di tutti, indipendentemente da chi siede a un tavolo istituzionale».

È probabilmente questa percezione diffusa di responsabilità collettiva a spiegare i numeri sulle firme. Le giovani donne non aspettano rappresentanza: si muovono direttamente. E lo fanno in modo trasversale, senza che la provenienza geografica incida in modo determinante. «L’essere giovane è di per sé un fattore» osserva Silvestre. «Questo vale al Nord come al Sud. La territorialità conta meno di quanto si immagini».

Il calo che spiega tutto

Le donne partecipano, poi però spariscono. Non tutte insieme, non di colpo. Ma dai 35 anni in poi la partecipazione femminile alla vita pubblica comincia a cedere, e continua a farlo fino alla soglia della pensione. È il momento in cui il lavoro di cura si fa più pesante – figlie e figli piccoli, genitori anziani, casa – e ricade in modo sproporzionato sulle donne.

I numeri dell’indagine ActionAid non lasciano margini di interpretazione. Il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri gestisce i figli e le figlie in autonomia: tra i padri, appena il 10%. La cura delle persone anziane pesa per il 37% sulle donne, per il 33% sugli uomini. Differenze che, sommate, producono un effetto preciso: le donne escono dallo spazio pubblico. Non perché cambino idea sulla democrazia, non perché smettano di sentirla come una responsabilità. Semplicemente, non hanno più tempo.

«Le vediamo sparire» dice Silvestre. «Non le vediamo più attraversare gli spazi pubblici, non le vediamo più attivarsi. E poi le vediamo riapparire quando quel carico di cura esce dalle mura domestiche». Il rientro nella partecipazione in età avanzata non è entusiasmo ritrovato: è il segnale che il peso si è alleggerito. I figli e le figlie sono cresciuti, i genitori sono venuti meno, è arrivata la pensione.

La ricerca di ActionAid aggiunge un altro strato che completa il quadro politico e sociale del paese. Dalla sua analisi emerge infatti che il 52% delle donne ha provato paura negli spazi pubblici, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani della generazione Z quella quota arriva al 79%. Gli uomini frequentano gli spazi pubblici più delle donne – 49% contro 44% – e la presenza femminile crolla con l’età: dal 62% tra le più giovani al 30% tra le boomer (cioè con più di sessant’anni). Il 47% delle donne si sente svalutata nei contenuti culturali; tra le under 25, questa affermazione è vera per sette donne su dieci. Online la situazione non cambia: il 40% teme reazioni sessiste, con un picco del 59% tra le più giovani.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa di più di una difficoltà a firmare una petizione. Raccontano come la partecipazione venga compressa da più direzioni contemporaneamente: il tempo sottratto dalla cura, la paura nello spazio fisico, l’assenza di rappresentazione culturale, l’ostilità digitale. E così «perdiamo un’amplissima fascia della popolazione che ha interessi e bisogni completamente diversi da quelli degli uomini della stessa età» dice Silvestre. «È una perdita per la società, non solo per le singole persone che vorrebbero esserci e non possono».

Cosa si può fare è meno misterioso di quanto sembri, anche se politicamente più scomodo da ammettere. Più servizi pubblici che redistribuiscano il lavoro di cura – asili, assistenza alle persone anziani, tempo scuola – sono la condizione strutturale perché le donne abbiano tempo da dedicare anche all’impegno civico. Silvestre lo dice senza giri di parole: «Bisogna alleggerire il carico che ricade sulle spalle delle donne. Non è un discorso solo sul mercato del lavoro: è un discorso sulla possibilità di partecipare alla vita pubblica, economica, sociale, culturale e politica del paese». La situazione, aggiunge, è probabilmente peggiorata: le reti comunitarie e familiari che un tempo assorbivano parte del carico si sono assottigliate, e con esse si è ridotto anche il tempo sottratto alla partecipazione.

Dati taciuti, realtà invisibili

C’è un paradosso che rende tutto questo ancora più difficile da affrontare: i dati che permetterebbero di misurare con precisione il fenomeno non esistono ufficialmente.

Il Ministero della Giustizia, titolare del sito attraverso cui vengono raccolte le firme digitali per referendum e iniziative popolari, non pubblica in forma aperta i dati disaggregati per genere ed età. Le informazioni ci sono: ogni firma è associata a un codice fiscale, quindi a un’identità, un’età, una provenienza. Ma restano chiuse in un’interfaccia che le mostra a schermo, voce per voce, solo dopo il login con Spid o carta d’identità elettronica. Nessun file scaricabile. Nessuna serie storica. Nessuna possibilità di analisi senza un lavoro manuale che nessun cittadino o cittadina comune è attrezzata a fare.

«È un sito che nasce per raccogliere dati» osserva Andrea Borruso di onData. «Parla di partecipazione democratica, dell’opportunità per la cittadinanza di incidere sul paese. Eppure mancano elementi minimi per poterne ricavare informazioni utili: quante persone hanno firmato nell’ultima settimana? Da dove? Di che fascia d’età? Chi lo vuole sapere lo deve guardare a schermo, un numero alla volta, ogni giorno, senza poter vedere come cambia nel tempo».

La normativa italiana sui dati aperti obbliga le pubbliche amministrazioni a pubblicare in formati leggibili dalle macchine – file scaricabili, aggiornati, ben descritti, patrimonio comune fin dal momento della pubblicazione. Non succede. «La legge impone che i dati pubblici siano pubblicati in maniera adeguata, come un .csv, una tabella scaricabile» spiega Borruso. «Qui non avviene e questo è un paradosso per un ministero che le norme dovrebbe conoscerle bene» conclude.

I tentativi di sbloccare la situazione per via formale hanno prodotto una sequenza di rinvii. La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha interpellato il Ministero della Giustizia, che ha risposto di stare “valutando” la pubblicazione. Poi nulla. La segnalazione al Difensore civico per il digitale – che in Italia è l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) – ha aperto un procedimento che per regolamento dura mesi, e si chiude con un passaggio di responsabilità alla stessa amministrazione segnalata. «Ti rispondono che la tua segnalazione non è sbagliata» racconta Borruso «per dirti che hanno passato la palla alla pubblica amministrazione, che ha a sua volta trenta giorni per rispondere. Il tempo aumenta, la certezza diminuisce».

Il problema di fondo, spiega Borruso, è normativo prima che burocratico. Gli obblighi italiani sulla trasparenza sono deboli: se una pubblica amministrazione non risponde a una richiesta Foia (acronimo di Freedom of information act, che indica il diritto di accesso civico generalizzato), entro trenta giorni, il cittadino o la cittadina può fare ricorso, ma l’unica strada concreta rimane il Tribunale amministrativo regionale (Tar), con tutti i costi economici, organizzativi e di conoscenza che questo comporta. «Quando un cittadino non rispetta certe scadenze ci sono sanzioni, conseguenze formali. Per la pubblica amministrazione no. Il calcolo rischio-beneficio è tutto dalla parte di chi non risponde». Nessuna norma scoraggia attivamente l’inerzia. E così l’inerzia prevale.

Tecnicamente, pubblicare quei dati sarebbe semplice. Aggregarli a livello provinciale garantirebbe il rispetto della privacy – la normativa richiede un minimo di tre soggetti per fascia perché il dato non sia identificabile, soglia facile da rispettare nella quasi totalità dei casi. Esistono anche strumenti come i token di accesso, piccole password speciali che permettono a organizzazioni esterne di scaricare dati in modo automatico e tracciabile, senza rischi per il sistema. «Non è fantascienza» dice Borruso. «È quello che già succede in molti altri ambiti. Sui sensori di inquinamento atmosferico i dati vengono aggiornati ogni ora. Sui femminicidi, sulle raccolte firme, sulla salute degli anziani nelle case di cura: mille richieste, mesi di attesa, forse il Tar».

Chi decide cosa è importante rendere pubblico, e cosa no, non lo fa per caso. È una scelta culturale prima che amministrativa, e produce effetti concreti. Il contributo delle giovani donne alla democrazia dal basso, già documentato con fatica da chi si è costruito strumenti di raccolta autonomi, rimane ufficialmente invisibile. Ciò che non si misura non entra nell’agenda. E ciò che non entra nell’agenda non cambia. 

(inGenere, 8 luglio 2026)

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Femminista, filosofa, scrittrice, docente, per tante di noi è anche stata una grande maestra, colei che ha messo al centro delle nostre vite il pensiero della differenza sessuale e con essa il partir da sé in relazione con altre donne, con la lingua materna e l’autorità femminile.

La scomparsa di Luisa Muraro è avvenuta a poche settimane da quella di Lia Cigarini, un’altra figura importante del femminismo italiano e sua compagna di vita e di pensiero. Insieme a lei Luisa Muraro è stata una delle protagoniste più lucide e coraggiose del femminismo italiano, un femminismo che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica del secolo scorso.

A lei dobbiamo in gran parte l’elaborazione del pensiero della differenza, un approccio che rifiuta l’idea di una parità basata sull’omologazione al modello maschile assumendo invece la differenza come punto di partenza politico e di pensiero.

Con Luisa Muraro perdiamo una donna speciale che non solo ha scritto cose importanti, ma ha anche sperimentato insieme ad altre donne forme nuove del vivere e del pensare, che non ha mai separato la teoria dall’azione, il pensiero dalla pratica e dalla politica, interrogando costantemente il linguaggio, il potere e lavorando incessantemente per far diventare le relazioni tra donne una pratica politica capace di modificare la realtà.

Per lei la filosofia è una riflessione che sorge dalla concretezza del vissuto, da relazioni e pratiche condivise a partire dal riconoscimento della madre come origine di ogni vita, da una genealogia di donne e da legami concreti. Questo significa radicare la riflessione nella propria esperienza, trovando parole fedeli a ciò che si vive “senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe”. Insieme a Lia Cigarini ed altre è stata la fondatrice della libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile di Diotima, luoghi di vita in cui le donne hanno imparato a pensarsi fuori dai canoni che altri avevano costruito per loro.

Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle “anime semplici”, quelle che ascoltano e parlano in “lingua materna”, la lingua della libertà femminile che lei ha vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro portando la felicità di essere donna… e una donna femminista!

La morte lascia sempre un sentimento di solitudine e smarrimento.

Luisa Muraro ha lasciato la scena della vita e della politica delle donne, uno spazio che ha abitato e trasformato radicalmente con l’acutezza del suo pensiero e la luce delle sue parole. Tuttavia, le maestre muoiono ma non ci abbandonano davvero: ci consegnano un testimone. La vera maestria, d’altronde, non sta nel possedere in esclusiva la Parola, ma nel farla sgorgare, suscitando nuovi pensieri e nuove menti pensanti.

Cara Luisa, ti salutiamo raccogliendo la tua eredità, pronte a continuare il nostro cammino come donne consapevoli del proprio corpo sessuato che prende parola nel mondo.

(Facebook Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, 7 luglio 2026)




A Lacchiarella, in provincia di Milano, sabato prossimo [11 luglio, Ndr] ci sarà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center [centro elaborazione dati: un enorme magazzino di server informatici, ndr] in Italia, organizzata dal Comitato di Ciarlasco. Ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso contro la diffusione incontrollata di centri di elaborazione dati che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. Negli ultimi anni la regione è diventata, suo malgrado, il nuovo hub del Sud Europa per la costruzione di data center, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale.

Sono numerose le infrastrutture in fase di costruzione e progettazione, che si aggiungono alle 67 già attive in Lombardia, mentre gli operatori prevedono investimenti per 22 miliardi di euro in Italia nei prossimi cinque anni.

La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato forti preoccupazioni per i rischi legati alla salute, al consumo di suolo, di acqua e all’impatto sulle reti elettriche, spingendo i residenti a organizzarsi. Lo abbiamo visto negli Stati uniti, dove, in pochi mesi, si è formato un imponente movimento popolare costituito da centinaia di gruppi locali che si sono mobilitati per fermare la realizzazione di strutture di iperscala. Un esito tutt’altro che scontato, se consideriamo che la maggior parte di questi impianti nasce nelle zone rurali, le più difficili da organizzare data la distanza geografica tra i residenti. È anche grazie al lavoro di queste comunità che abbiamo appreso la pericolosità di queste strutture.

Gli hyperscale, data center di grandi dimensioni progettati per sostenere un incremento continuo della domanda, sono strutture fortemente energivore che hanno un impatto dirompente sulla salute e il territorio. Di recente, il rapporto “Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints” della United nations university, ha reso noto che entro il 2030 i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno, quasi il triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (650 milioni di abitanti).

La quantità d’acqua necessaria al loro funzionamento è pari al fabbisogno idrico di 1,3 miliardi di abitanti. Per compensare l’impronta di carbonio, servirebbero 6,7 miliardi di alberi, il doppio degli alberi presenti nel Regno Unito. Questi pochi dati non sono che la punta dell’iceberg. Per Chiara Brocchetta, vicepresidente del comitato per la Tutela del territorio certosino, l’obiettivo è strutturare una rete capace di fare auto-formazione e informazione, oltre a interagire efficacemente con le amministrazioni. I comuni più piccoli, infatti, si trovano in una posizione svantaggiata quando negoziano con grandi investitori, disposti a pagare cifre elevate per costruire nei loro territori.

I comuni, inoltre, si trovano spesso a valutare progetti estremamente complessi, nei quali gli effetti sulla salute vengono sistematicamente minimizzati. Al contrario, uno studio del 2026 di Neha Gour e altri, che analizza per la prima volta l’impatto sanitario dei centri elaborazione dati in Virginia, mostra come le emissioni da gas naturale associate ai data center siano collegate a malattie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche e oncologiche. La Lombardia, spiega Brocchetta, è già tra le aree più inquinate d’Europa. I rischi di queste strutture, pertanto, vanno valutati in modo cumulativo, considerando l’impatto degli inquinanti sulla situazione già critica del territorio.

Il caso di Lacchiarella è quello che preoccupa di più. In quest’area verde situata nel Parco Agricolo Sud, è stata approvata la costruzione del campus più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di euro per 5 data center collegati all’adiacente rete dell’alta tensione e un consumo annuo previsto pari a quello dell’intera città di Bologna. Secondo Enrico Duranti, fondatore del Comitato di Ciarlasco, l’eventuale impatto sociale, ambientale e sanitario della struttura sarebbe enorme.

Uno dei nodi riguarda i generatori diesel di emergenza, la cui capacità di stoccaggio di sostanze pericolose supera i 4mila litri, facendo rientrare l’impianto nell’ambito della direttiva Seveso III. Sul fronte termico, si stima un aumento fino a 5 gradi centigradi nel raggio di due chilometri. La Lombardia è la regione più colpita in Italia, ma una analoga caccia al terreno sta avvenendo nella cintura di Roma. È anche per questo che lo scorso 4 luglio i comitati locali dei comuni di Certosa, Bollate, Abbiategrasso, Sant’Alessio, Siziano, Lacchiarella, Redecesio-Segrate, Buscate e Magenta, oltre alla Sindaca di Borgarello, Alberta Samuele, al Consigliere Regionale di Avs Onorio Rosati e al capogruppo della Lista Civica per Certosa, Enrico Battaglia, si sono riuniti a Certosa su iniziativa del comitato locale.

Sembra la battaglia di Davide contro Golia, quella dei territori rurali contro i data center. Eppure è una sfida possibile, come insegnano gli Stati uniti. È tempo che gli abitanti delle zone urbane vadano a dar loro man forte. Se le Big tech pensano di poter comprare la democrazia, sta alla società tutta impedirglielo.

(il manifesto, 9 luglio 2026)

Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa.

Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili.

Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.

La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazioneper vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla.

Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole,che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà.

Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non
amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi.

Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma.

Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci»

(Comune.info, 4 luglio 2026 https://comune-info.net/luisa-muraro-e-la-rosa-di-silesio/)

Un omaggio a Luisa Muraro, filosofa, femminista e cofondatrice della prima libreria femminista in Italia, la Libreria delle donne di Milano. Alternando il profilo intellettuale alla memoria personale, il testo ripercorre la sua attenzione, profusa nel corso di tutta la vita, al linguaggio come possibile spazio di libertà. La sua eredità viene presentata non come un programma per il futuro, ma come un invito ad approfondire il presente

“L’enigma è del nostro essere corpo e essere parola, insieme”

(Luisa Muraro 1998 [1991] p. 189)

La mattina di sabato 13 giugno è morta a Milano Luisa Muraro, filosofa e femminista. Perdiamo una delle voci più autorevoli del femminismo e della filosofia contemporanea e una testimone del momento dirompente e generativo che è stato il movimento delle donne degli anni Settanta. Già impegnata nel movimento per la pace in Vietnam, nel segno della contestazione studentesca lascia, da assistente e allieva di Bontadini alla Cattolica di Milano, la carriera accademica. Si dedica all’insegnamento nella scuola dell’obbligo, è ingaggiata con la pedagogia antiautoritaria e partecipa insieme a Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’avventura editoriale de L’erba voglio. Muraro è tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, la prima libreria femminista d’Italia, aperta nel 1975 negli storici locali di Via Dogana, in Piazza Duomo, sul modello di quella parigina del Mouvement de libération des femmes. La Libreria delle donne è senz’altro la forma più riconoscibile della fecondità della relazione con Lia Cigarini (1939-2026), avvocata, giurista e figura di spicco del femminismo italiano delle origini, anch’essa mancata poco tempo fa, a fine aprile [1]. Luisa Muraro è inoltre stata, insieme ad Adriana Cavarero e Chiara Zamboni e altre, iniziatrice, nel 1984, della comunità filosofica femminile Diotima all’Università di Verona, ateneo dove ha insegnato per molti anni. Il pensiero della differenza sessuale (edito dalla casa editrice La Tartaruga, allora diretta da Laura Lepetit) è il primo volume con cui si esprime Diotima (1987; 1996), che parla non solo attraverso i testi ma anche nella rivista online Per Amore del Mondo e in momenti di scambio in presenza pubblici quali il Grande Seminario annuale.

Muraro è forse conosciuta maggiormente per L’ordine simbolico della madre (Muraro, 1991), testo seminale dove mostra, intrecciando filosofia, psicoanalisi e racconto, l’originaria alleanza tra essere e logos disponibile alla specie umana in relazione alla madre, figura cardine nel suo pensiero. Figura, non metafora né del femminile né del materno, per dire che il pensiero di Muraro non conteneva alcuna idealizzazione della relazione materna, né normatività rispetto a essa. La pensatrice ha pubblicato moltissimi contributi, nei quali la sua penna non ha sostato solo su questioni di matrice filosofica e politica ma anche di storia (con particolare amore e attenzione alla storia delle mistiche medievali). Menziono La signora del gioco (Muraro, 1976), Maglia o uncinetto (Muraro, 1981), Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (Muraro, 1985), Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete (Muraro, 1995), Il Dio delle donne (Muraro, 2003), Al mercato della felicità (Muraro, 2009), Dio è violent (Muraro, 2012), Autorità (Muraro, 2013), L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Muraro, 2016), fino al prezioso Esserci davvero (Muraro e Jourdan, 2025), conversazione con Clara Jourdan dove la sua bibliografia vastissima è ragionata e presentata. Il suo pensiero è stato tradotto in diverse lingue; a lei sono stati dedicati volumi di studio e analisi sul suo pensiero e, a sua volta, è stata traduttrice italiana delle opere di Luce Irigaray.

Il mio ricordo viene dal privilegio immenso, che condivido con molte altre e altri, di averla avuta come maestra. Muraro aveva a cuore la costruzione di un buon ragionamento, rigoroso, meglio se pungente e nuovo, meglio se espresso in una forma interessante e mossa, insieme all’essenziale: che chi parlava si facesse sentire e facesse sentire da dove parlava, ma in una tensione che da quel punto potesse spostarla. Il femminismo italiano della differenza lo ha chiamato partire da sé: con alcune differenze questa formula è parente di quella che forse si conosce di più, in quanto estera, delle standpoint epistemologies. Una maestra che voleva insegnare a tutte e tutti, con l’idea di accogliere ciò che c’era da pensare fuori dai templi del sapere costituito, fuori dalle soggettività costituite tradizionalmente come pensanti.

Capitava di incontrarci sul tram nove, che facendo la circonvallazione interna milanese porta a Piazza Cinque Giornate, dove è situata la sua Libreria delle donne, lei con un carrellino di quelli della spesa, colmo di libri e giornali. Se ti guardava con quegli occhi azzurri chiarissimi, sciacquati, ti sentivi vista fin dentro all’anima. Tante lo sanno: ti inchiodava a te stessa, anche con veemenza, e voleva per te che tu fossi più precisa, più vera, più ambiziosa, con le parole e con la tua pratica di vita. Anche insostenibile, quello sguardo e quella richiesta, alle volte.

Rigorosissima ma creativa, con un sapere intuitivo e ispirato che l’apparentava alle mistiche che amava e all’arte, lavorava sul crinale del dicibile, creando corridoi tra parole e l’immensità del silenzio. Insegnava a trovare uno spartito per muoversi con rigore, libertà e felicità nel dicibilmente vero della propria esperienza e così nel mondo. Come, c’è un modo per includere nel parlato anche tutto ciò che da esso sono stata istruita a tener fuori? Questo movimento la spinse più in là, fino alla pratica politica: cambiare il mondo. Così, è stata fautrice, come altre pensatrici, della rivoluzione simbolica e politica che ha contribuito a creare il soggetto femminile.

Oltre alla Scuola di scrittura pensante, per anni ha tenuto a Milano un’Accademia di filosofia per bambine e bambini, gratuita. Quella dell’insegnamento era per lei una vocazione, in obbedienza alla quale ha saputo praticare un modo di trasmettere ciò che non può essere insegnato. La convinceva questa formula, che nell’insegnare come si scrive, o come si può scrivere o come si può migliorare il proprio scrivere, si insegna altro: “perché la scrittura, la parola, attingono a un qualcosa di inesauribile, e quindi nell’insegnarle, nell’impararle, si va verso questo oltre…” [2].

Muraro ha sempre desiderato per il suo corpo studente, a partire dalle periferie desolate in cui ha insegnato decenni fa, che si liberasse anche grazie alla liberazione delle proprie parole. Detestava il conformismo. Il già pensato e il già detto ci assoggettano, ma la lingua che ci dice dove siamo ci fa schivare la cattura del potere. Sarebbe infatti un errore credere che lo spostamento interiore che le pratiche femministe possono provocare stia in una dimensione intimista e individualista; si tratta piuttosto di ristabilire in noi la piena facoltà di un’azione politica, chiarendone la sua radicale vicinanza a quella simbolica, tema che Muraro attraversa per esempio nel pamphlet Dio è violent (Muraro, 2012).

Non si può negare che la mancanza di Luisa generi un senso di perdita, ma la strada, una strada stretta ma dall’orizzonte ampio, è segnata. Non si tratta, potrebbe sorprendere, di un cammino di futuro, non, senz’altro, un futuro inteso come l’indefesso andare avanti, migliorativo, produttivo, orientato al risultato. Laura Colombo, nel commiato a lei dedicato, scrive: Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva [3].

Andare a fondo nel presente significa farsene carico, con lucidità, ripudio per l’ingenuità e un poco di visionarietà. D’altra parte siamo dentro alla politica femminista, che si tramanda un’idea di politica prima (l’espressione è di Cigarini), cioè politica dell’impegno personale per cambiare qualcosa, a partire dalle proprie pratiche, radicate dove si è, non importa quanto circoscritte, mai astratte. Questa politica è giocata nel presente, il che non significa stare nell’economia del ritorno immediato ma piuttosto prendere sul serio la scommessa di cambiamento futuro tanto da renderla già all’opera nell’ora. Così il futuro sarà credibile solo se è all’altezza di un desiderio presente, anche di felicità. Felicità nel discorso politico, che fa corpo con la felicità soggettiva e collettiva: sembra incredibile oggi.

Il femminismo italiano della differenza accorda un primato alle pratiche, questo significa tante cose, tra queste c’è il tener presente il contesto oltre al testo [4]. Esso è un antidoto all’ideologia e alla polarizzazione volgare delle posizioni. Confliggere, è stato detto, significa andare a fondo nel dibattito anche con radicalità senza, però, voler distruggere l’altra, ma c’è anche altro, io credo. Anche amare.

Amare le altre (e gli altri) nei loro difetti e nei loro limiti: anche i limiti delle teorie. Questa è una parte della sua eredità, per me, un’eredità senza testamento (Arendt, 1961; Padoan et al, 2002; Rossi-Doria, 2007), s’intende, e praticabile ancora solo se proteggiamo i luoghi che fanno comunità e ci contengono nel nostro farci e disfarci in relazione. Solo se ci pensiamo parte – protagoniste ma anche responsabili di un mondo comune che pur potendo procedere anche senza di noi, è fatto di noi: noi che non possiamo essere senza gli altri.

NOTE

[1] Di Lia Cigarini si veda, per esempio Cigarini, L. (2022). La politica del desiderio e altri scritti. Orthotes. [Prima edizione 1995 Pratiche editrice].

[2] Luisa Muraro in un dialogo con l’autrice, 2017.
[3] Laura Colombo, Per Luisa Muraro, Libreria delle donne di Milano.

[4] In questo ricordo vorrei sgombrare il campo anche dall’ingombrante malinteso che il femminismo della differenza sessuale sia un pensiero essenzialista. Radicato nel movimento delle donne degli anni Settanta – della seconda ondata, si direbbe secondo una formula storiografica comune ma non priva di problemi – e sviluppatosi poi nel corso degli anni Ottanta, il femminismo della differenza sessuale pone una questione insieme filosofica e politica: la rottura della dominazione del maschile come valore universale. Aprendo un piano alternativo, non complementare, nel discorso, attraversato dalla presa di parola del soggetto femminile, incarnato e in relazione, il femminismo della differenza prefigura anche la presa di parola di altre soggettività. Esso, inoltre, opera sia come lente per rileggere e recuperare vicende e voci minori della storia, sia come taglio per agire nel presente. Storicamente, questa tradizione prende avvio anche da un sentire l’orizzonte dell’emancipazione raggiunta o da raggiungere come insufficiente, e da una lettura dell’uguaglianza come terreno che disegna come desiderabile ciò che è già dato e già pensato, in una costruzione simbolica e politica il cui architetto è il soggetto maschile, assunto come misura unica dell’umano. Infine, ma dovrei dire innanzitutto, il femminismo della differenza si caratterizza per il suo radicamento nelle pratiche politiche, che costituiscono il primo referente e la prima misura del pensiero. Si configura così come una filosofia relazionale della pratica, nella quale l’atto del teorizzare e l’agire politico rimangono costantemente in dialogo e in reciproca trasformazione. La lettura essenzialista della differenza – purtroppo presente e talvolta appropriata da agende reazionarie – tradisce l’originaria natura critica di un’impresa che prende avvio da un corpo sessuato e sempre in relazione. Tale lettura non appartiene alle intenzioni di Muraro, che non è stata l’unica pensatrice della differenza sessuale, né a quelle di molte pensatrici radicali contemporanee che continuano a richiamarsi a questa tradizione come a una fonte di sapienza, anche in virtù del primato accordato alle pratiche politiche che l’ha mantenuta legata al movimento.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Arendt, H. (2006). Between Past and Future. Eight Exercises in Political Thought. Penguin Books [Prima edizione 1961 Viking Press].

Diotima, (1987). Il pensiero della differenza sessuale. La Tartaruga Edizioni.
Diotima, (1996). La sapienza di partire da sé. Liguori.
Muraro, L. (1976). La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe. Feltrinelli.
Muraro, L. (1985). Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista. La Tartaruga Edizioni. Muraro, L. (1998). Maglia o uncinetto. Manifesto Libri [Prima edizione 1981 Feltrinelli]. Muraro, L. (1991). L’ordine simbolico della madre. Editori Riuniti.

Muraro, L. (1995). Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete. D’Auria. Muraro, L. (2003). Il Dio delle donne. Mondadori.
Muraro, L. (2009). Al mercato della felicità. Mondadori.

Muraro, L. (2012). Dio è violent. Nottetempo.

Muraro, L. (2013). Autorità. Rosenberg & Sellier.

Muraro, L. (2016). L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. La Scuola.

Muraro, L. & Jourdan, C. (2025). Esserci davvero. Libreria delle donne di Milano.

Rossi-Doria, A. (2007). Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne. Viella.

Padoan, D. et al. (2002) Un’eredità senza testamento. Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano.

(AgenziaCult, 4 luglio 2026, https://www.agenziacult.it/letture-lente/equita-di-genere/in-ricordo-di-luisa-muraro-montecchio-maggiore-1940-milano-2026/)

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno 2026 e con lei scompare una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Se ne va una maestra, un punto di riferimento per molte e molti. Ci lascia un pensiero vivo, che continuerà a orientare la ricerca di chi lo incontra, e un’eredità fatta di luoghi, pratiche, relazioni.

Con Lia Cigarini e altre aveva fondato, nel 1975, la Libreria delle donne di Milano, dove ha preso forma una politica inaudita: partire da sé, facendo dell’esperienza materia di pensiero e di politica; stare in relazione tra donne; praticare l’affidamento, fidandosi del sapere di un’altra.

Luisa Muraro ha visto il limite di un’emancipazione intesa come inclusione delle donne in un mondo già pensato dagli uomini. Per questo ha nominato la libertà femminile che non prende il maschile come misura e non attende dalla legge il permesso di esistere. Questa apertura di orizzonte ha permesso a molte – femministe, sindacaliste, scrittrici, insegnanti – di fare di quella libertà una pratica condivisa.

Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024 curata da Clara Jourdan, seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa ripercorre la sua vita e la genesi delle sue opere.

Qui vorrei fermarmi su Dio è violent (Nottetempo), un testo breve e spiazzante, prezioso per una rivista che pensa la pace come conflitto aperto contro l’ingiustizia. Luisa Muraro interroga una nonviolenza pacificatrice, quella che si fa predica e invito a non usare la forza che pure abbiamo. La violenza va rifiutata, ma non al prezzo di rinunciare a quella forza. Il pericolo politico è disimpararla: consegnare al potere, allo Stato, agli apparati militari ed economici la prerogativa di agire e decidere, lasciando a chi subisce solo il compito di sopportare o testimoniare la propria innocenza.

Il suo pensiero tocca un nervo scoperto del presente. Oggi la violenza dei poteri si presenta come ordine necessario e sicurezza. A chi si oppone viene chiesto di non rompere la scena. Al contrario, Luisa Muraro invita a guardare quella collera, a non demonizzarla né lasciarla agire alla cieca. La rabbia non è buona in sé, diventa politicamente feconda quando trova misura e mediazioni.

È qui che entra in gioco la competenza simbolica femminile. Le donne sono state incluse nel patto sociale moderno in modo asimmetrico: incluse nella sfera pubblica, ma ancora esposte, nel privato, alla violenza maschile. Una posizione obliqua che ha prodotto un sapere: riconoscere i travestimenti della violenza anche quando si presenta come amore e protezione, e sapere quanto facilmente il giusto rifiuto della violenza scivoli nella rinuncia alla propria forza.

Luisa Muraro parla di una volontà non suicida né omicida: non andare a farsi massacrare, non assumere i mezzi del potere che si vuole disfare. Non per spegnere i conflitti in nome della moderazione, ma in un lavoro di mediazione più esigente: trasformare la rabbia in forza simbolica, trovare il “quanto basta” per combattere senza odiare, per disfare senza distruggere.

Da qui si può guardare anche alle pratiche disarmate del nostro tempo. Le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla che mettono in gioco i loro corpi per rompere un assedio sono disarmati e pieni di potenza. Le forme di disobbedienza civile che attraversano i movimenti per la pace mostrano lo stesso: l’azione disarmata non è passività, obbliga il potere a rivelare la propria violenza davanti al mondo. È la forza simbolica di chi disobbedisce, quella che disfa il potere meglio delle armi di chi comanda.

La pace è il lavoro difficile che impedisce alla forza di diventare dominio e alla nonviolenza di diventare rassegnazione. In questo crinale, scomodo e necessario, il pensiero di Luisa Muraro ci ha insegnato a stare.

(Mosaico di pace, rivista mensile di Pax Christi, luglio 2026)

Le straordinarie in mostra 4 - Straordinarie
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Luisa Muraro è morta la mattina di sabato 13 giugno. Ho avuto la notizia mentre ero in viaggio da Ravenna verso Milano, per partecipare alla redazione aperta di Via Dogana alla Libreria delle donne, luogo che Luisa co-fondò nel 1975 insieme ad alcune socie e che ha segnato la storia del femminismo italiano. Il tema dell’incontro sarebbe stato la differenza sessuale, cioè la questione su cui Muraro ha lavorato per tutta la vita, dando a questa parola un significato molto più aperto e diverso di quanto, da fuori, possa sembrare.

Ho conosciuto il pensiero di Muraro mentre scrivevo il mio podcast Nemiche Geniali, in cui ragionavo del bello e del brutto dell’amicizia femminile. La differenza tematizzata da Muraro è infatti il riconoscimento di un’asimmetria non solo nella relazione maschile-femminile, ma anche e soprattutto nelle relazioni fra donne. Muraro ha tenuto insieme, non senza difficoltà, l’idea che c’è qualcosa che le unisce, il riconoscersi in un continuum, in uno spazio differente dall’ordine patriarcale, e qualcosa che le separa. Questa continuità fra donne non deve mai tradursi dal punto di vista politico in universalismo, nell’idea che le donne sono tutte uguali, che vogliono tutte le stesse cose, che aspirano agli stessi obiettivi. È una posizione difficile da difendere, che ha reso Muraro antipatica a molte, e che a volte si è tradotta anche in pratiche faticose e respingenti. Ma io la trovo anche una posizione incredibilmente liberatoria, immaginifica e produttiva. Mi piace perché resta aperta all’ignoto. 

Durante la redazione aperta di Via Dogana è stata detta una cosa che mi ha colpita molto. Per essere in disaccordo col pensiero di qualcuna, bisogna avere il desiderio di conoscerla. Questo desiderio si può chiamare amore. Simone Weil lo chiamava attenzione. Per Muraro è la differenza: sapere che siamo diverse, che pensiamo cose diverse, che abbiamo due vite diverse, è ciò che mi spinge verso di te. Se fossimo identiche, che bisogno avrei di fare un passo verso di te?

Io tre anni fa ho fatto un passo verso la Libreria delle donne di Milano, con grande pregiudizio e scetticismo. Mi si è aperto un mondo. Questo non vuol dire che io ora sia assimilata a questo luogo, o sia d’accordo con le posizioni che esprime, ma dopotutto l’identità, il coincidere, non è mai stato il suo obiettivo politico. Molte persone pensano che il femminismo serva a trovarsi, secondo me serve soprattutto a perdersi. Come diceva Luisa, partire senza farsi trovare.

(Sibilla. Newsletter di Jennifer Guerra, 1° luglio 2026)

Il 26 febbraio 2023 un barcone stracolmo di uomini, donne e bambini è stato lasciato affondare a 80 metri dalla spiaggia di Cutro. Il grido dei familiari e dei superstiti della strage di stato è arrivato anche nella sede più alta della pseudo-democrazia europea, il Parlamento di Bruxelles. Grazie all’eurodeputato Mimmo Lucano, che ha risposto alle loro richieste, nelle aule del Parlamento con la partecipazione del gruppo The Left e Carovana Migranti il 24 giugno attivisti calabresi, giornalisti, registi e testimoni oculari della strage si sono incontrati per parlare delle politiche europee responsabili del migranticidio che da anni va avanti nel Mar Mediterraneo e nelle frontiere europee sigillate nei confronti di coloro che fuggono da guerre, povertà e dittature.

Come hanno scritto Fatima Farzaneh e Laila Maleki, che nella strage hanno perso metà della propria famiglia, “È difficile sopravvivere con il pensiero dei nostri cari, morti al largo delle vostre coste, vivere nella speranza di coloro che non ce l’hanno fatta, vivere tra l’angoscia delle famiglie, padri, madri e figli, che attraversano il mare nella speranza di una possibilità di una salvezza, di una vita migliore. Eppure per tutti coloro che hanno perso la vita e per tutti coloro che lottano per la giustizia, questa speranza non deve essere dimenticata e offesa.”

Come ha detto Mimmo Lucano aprendo i lavori dell’incontro a Bruxelles, “È necessario riconoscere questa tragedia come una strage di stato ed è fondamentale chiedere scusa ai familiari in nome delle istituzioni che rappresentiamo. In quel periodo ero sindaco di Riace e avevo chiesto scusa come sindaco. In Calabria è consuetudine che quando muore qualcuno nei giorni successivi si fa silenzio. Per questo vi chiedo di fare un minuto di silenzio, perché quelle di Cutro sono state immagini insopportabili e per qualsiasi cuore umano sono state uno scandalo. E le vedremo anche stasera nel documentario di Bruno Palermo su Cutro. Dopo poche ore dalla strage, mentre il mare ancora restituiva i corpi gonfi dei bambini annegati, abbiamo visto le immagini della Presidente del Consiglio e del ministro Salvini che facevano il karaoke. Loro non hanno avuto alcun rispetto per la vita. Ecco perché vi chiedo un minuto di silenzio”.

“Questo incontro – ha continuato l’eurodeputato – è avvenuto a pochi giorni dal nuovo patto europeo su migrazioni e asilo, che di fatto smantella il diritto di asilo, accanendosi in particolare con speciale crudeltà sui migranti, aprendo alle deportazioni di massa, nei centri di detenzione di Paesi terzi. Siamo quindi davanti a una verità scomoda. Quella di Cutro non è stata una tragedia del mare, è stata una strage politica, il risultato diretto di decisioni precise, di ritardi, di omissioni, di un sistema che ha scelto di non mettere la vita umana al primo posto. Questo sistema ha un nome e una struttura ed è il risultato di anni di politiche europee che hanno trasformato il Mediterraneo in una frontiera armata e omicida. Non è come dice la destra di governo e a volte anche la sinistra di governo, un sistema per gestire i flussi. No, è selezione della vita e della morte. È un sistema europeo e degli Stati membri che antepone logiche di controllo al soccorso, in cui la morte diventa un effetto collaterale e con cui gli Stati rinunciano alla propria umanità politica.

Oggi siamo qui per raccontare la disumanità e il cinismo di una politica che ha trasformato il soccorso in un’eccezione e il controllo nella regola. Non esistono civiltà e democrazia dove la difesa dei confini vale più di una vita. Cutro è il momento più infimo, il vero fallimento morale del cinismo della destra rappresentata dal governo italiano. Se ha qualche valore il mio impegno politico e umano è che i morti di Cutro siano ricordati come eroi, come combattenti della libertà”.

Dopo queste parole ai parlamentari europei, la 25enne afghana Fatima Farzaneh si è rivolta ai parlamentari e ai presenti dicendo che i familiari delle vittime sono andati al Parlamento Europeo per chiedere verità e giustizia: “Chiediamo oramai da 3 anni che le richieste dei familiari vengano ascoltate. Che le responsabilità della strage vengano accertate in modo serio e imparziale. Ogni minuto perduto è costato vite umane: è necessario chiarire perché i soccorsi non sono partiti in tempo, nonostante i pericoli che incombevano sui migranti fossero stati segnalati da Frontex molte ore prima. Chiediamo che i familiari delle vittime che non hanno neanche potuto visitare le tombe dei propri cari possano ricevere un visto dal governo italiano per potersi recare in Italia. Non si tratta di una richiesta straordinaria: salutare un’ultima volta le persone che si amano è un diritto umano fondamentale. Chiediamo inoltre un risarcimento perché abbiamo il diritto che la nostra sofferenza venga riconosciuta. Il denaro non vale la vita di nessuno dei nostri familiari, ma dal 2023 continuiamo a mantenere viva la memoria dei nostri cari e a chiedere giustizia. Abbiamo scritto, parlato e sperato… ma fino a oggi dal governo Meloni è giunta solo una risposta: il silenzio.”

La giovane afghana Zahra Barati ha spiegato che suo fratello era salito sulla Summer Love per sfuggire ai talebani e che la sua famiglia vive costantemente il trauma della sua morte; perderlo è stato un duro colpo per la sua famiglia, in cui sono rimaste vive solo le donne, ora rimaste sole.

Un sopravvissuto alla strage, Almoki Assad ha raccontato che ogni notte si addormenta con le urla delle donne e dei bambini inghiottiti dalle onde e ha esclamato: “Considerate le vittime come parte dell’umanità, non solo come statistiche!”

Particolarmente emozionante l’intervento di Orlando Omodeo, medico della polizia scientifica in pensione. Quella maledetta mattina era lì, sulla spiaggia di Cutro, dove ha soccorso una ventina di naufraghi, ma per la prima volta nella sua vita senza riuscire a salvarne nessuno: “Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Ai nostri politici di destra che parlano di dio, patria e famiglia chiedo: ‘In quale dio, patria e famiglia credete? A chi fate la guerra? Con che coscienza costruite le vostre carriere politiche sull’odio e infierendo sugli ultimi, sui più deboli e sugli inermi?’ Quel giorno in cui 35 bambini sono morti annegati il mare non era, come dicono i politici bugiardi, mosso a forza 7: il mare era a forza 4. I governanti italiani hanno anche detto di non sapere che sulla Summer Love c’erano delle persone: falso! falso!! falso!!!”

“Io c’ero – ha concluso il dottor Omodeo piangendo. – A Crotone ci sono due rimorchiatori oceanici che avrebbero potuto trainare il barcone nel porto. Perché non sono stati usati?”

Un giornalista che ha seguito fin da subito le vicende la strage di Cutro, Giuseppe Pipita, ha invitato tutti ad andare a Crotone a seguire il processo ‘silenziato’: “Il giudice ha deciso di celebrarlo a porte chiuse, negando che alle udienze assistano anche radio e televisioni. Perché? Perché colpevole della strage non è il mare, sono le persone che hanno scelto e deciso di non intervenire”.

Mimmo Lucano ha poi concluso annunciando di aver presentato un’interrogazione parlamentare al governo italiano per chiedere verità e giustizia e una piena ricostruzione delle responsabilità istituzionali e, citando la famosa poesia di Pier Paolo Pasolini, dichiarando: “Io so, ma non ho le prove. Io so che 94 persone tra cui 34 bambini sono morte a pochi metri dalla spiaggia, io so che il Mare Ionio ha restituito i corpi gonfi di neonati e bambini che potevano essere salvati. Quelle persone avevano attraversato il mondo per mettersi in salvo. Per questo, per quelle vite spezzate e per le loro famiglie continuerò a chiedere verità e giustizia e responsabilità”.

(Pressenza.com, 30 Giugno 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/06/verita-e-giustizia-per-la-strage-di-stato-a-cutro/)

Ho trasportato sul tavolo tutti i libri di Luisa Muraro; si è creato un lungo vuoto sullo scaffale, ma vederli insieme, un po’ alla rinfusa, rigenera una lunga storia di pensieri, discussioni, incontri. Non ci sono solo i libri, ma cassette registrate, appunti, quaderni pieni di note, articoli di giornale: il percorso della riflessione sul pensiero della differenza che ha attraversato la vita.

Prima vivevo in città e seguivo il movimento femminista paradossalmente da sola, un po’ isolata per la recente maternità e il lavoro alla scuola serale. Non distinguevo l’emancipazionismo, che mi sembrava una necessità primaria, dalla rivendicazione dei diritti e mettevo insieme le diverse anime del femminismo che si mostravano in quel periodo di fine anni Settanta. Tutto mi sembrava nuovo e giusto.

Poi mi sono trasferita a vivere in campagna e ho cominciato a frequentare amiche già abituate a incontri in cui lo scambio delle opinioni era ricchezza e alimento. Ci si incontrava il martedì sera, nelle nostre case, parlavamo e ascoltavamo quanto scaturiva dalle meditazioni su temi offerti da quelle di noi più abituate a sostare nella riflessione; cercavamo argomenti che riguardassero le donne e spesso erano di natura religiosa e fornissero occasione di interpretazioni approfondite, versanti inattesi, indicazioni di vita. Insieme conquistavamo sicurezza e forza nella volontà di affermare un modo diverso di pensare e agire come donne. Elisabeth Schüssler Fiorenza pubblicava in quegli anni In memoria di lei e avviava all’elaborazione della teologia femminista.

Da lì approdammo all’Ordine simbolico della madre, un libro che, prima ancora di conoscerne il contenuto, ci conduceva su un preciso versante del femminismo, quello della differenza sessuale. Uscito nel 1991, entra in profonda analisi della relazione primaria madre-figlia e considera la lingua materna il fondamento culturale dell’umanità. Riconoscere questa autorità femminile originaria sposta l’asse della sottomissione al modello patriarcale che ha estromesso la figura materna da ogni ruolo e ha impedito che il continuum materno, il legame che si perpetra tra figlia e madre, rimandi ai primordi della vita, in un circolo di corpo e parola, di ri-creazione della vita. Si tratta certo di un libro complesso, a volte frainteso che a volte è stato letto come fosse una insistenza sul modello materno e sulle sue qualità. Ma, come scrive su “Doppiozero” del 23 giugno Laura Colombo, “è il contrario: non un ordine parallelo a quello del padre, verticale come quello, ma la contiguità tra corpo e linguaggio, già pensata in Maglia o uncinetto, portata dentro la relazione con la madre, dove taglia l’astrazione della legge del padre invece di imitarla”.

L’ultimo decennio dello scorso secolo vedeva, proprio qui nel nostro territorio, esperienze politiche, come quella di Graziella Borsatti, sindaca di Ostiglia che, per prima, grazie anche all’incontro con la comunità filosofica Diotima, affermò la volontà di una gestione ‘femminile’ delle scelte del consiglio comunale (“Sono qui per amore e per passione”). Muraro stessa venne a incontrare sindaca e vicesindaca proprio qui nella nostra campagna per parlare di pratica politica femminile.

La comunità filosofica Diotima, nata nell’università di Verona nel 1984 su proposta di Luisa Muraro, con Chiara Zamboni e altre, raccoglieva donne dell’università, ma anche docenti di scuola superiore o altre interessate ad approfondimenti di tipo filosofico. La scelta di essere comunità si ispirava ai modelli medievali di comunità femminili, come quelle delle Beghine, e il dibattito tra le donne che la costituivano, portava annualmente al Grande Seminario, aperto a tutte e partecipato da un gran numero di persone.

Per molti anni, tra ottobre e novembre ogni venerdì, ci recammo a Verona per far tesoro di quello straordinario deposito di idee che veniva aperto di volta in volta e di cui Luisa Muraro era custode. Con il suo pensiero, come dice Ida Dominijanni nel suo articolo sul “Manifesto” del 14 giugno, siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

I tentativi di vivere davvero (“esserci davvero”, dice Luisa Muraro nella conversazione con Clara Jourdan del 2003 e raccolta nel quaderno di Via Dogana) nella esperienza quotidiana, le sollecitazioni che questi incontri producevano in noi e nel nostro ripensare e dibattere, ci portarono a scoprire anche i libri precedenti. Dopo l’esperienza nella scuola dell’obbligo come “pratica antiautoritaria”, nel gruppo coordinato da Elvio Fachinelli, Luisa Muraro aveva scritto La Signora del gioco nel 1976, Maglia o uncinetto nel 1981 e Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista nel 1985. La ricerca sulla caccia alle streghe e sulle due culture, quella delle streghe e quella degli uomini delle classi letterate, che entrano in collisione, intende mostrare la forza delle donne che in ogni modo tentano di uscire dalla condizione di persecuzione.

Maglia o uncinetto è una sorta di anticipazione, in forma di “racconto linguistico-politico”, della riflessione sul linguaggio e sulla lingua materna che troverà più articolata espressione in Lingua materna scienza divina, protagonista Margherita Porete, un libro fondante che raccoglie conferenze tenute in varie città alcuni inediti e articoli per “Bailamme”, la rivista voluta da Romana Guarnieri che divenne occasione di incontro e amicizia tra la studiosa dei movimenti beghinali del Medioevo e molte femministe.

In Lingua materna scienza divina è pubblicato anche il contributo di Luisa al corso di lezioni tenute da Ivana Ceresa per la Scuola di Cultura contemporanea, voluta a Mantova da Annarosa Buttarelli (della Comunità filosofica Diotima) e attiva per anni come straordinario apporto culturale alla città. La serie di incontri, raccolta nel volume Donne e divino, prevedeva una sezione, “Donne e trascendenza”, in cui si inserì La trascendenza nel pensiero classico e della differenza di Muraro.

A quegli incontri vidi Luisa Muraro per la prima volta e per la prima volta compresi, dalle sue parole e dalla forza del suo linguaggio, ruvido e immediato, che era possibile avviare quelle ‘pratiche’ che consentono di adattare al presente della nostra vita le esperienze delle donne del passato, di farne un tesoro eversivo. Contemporaneamente, in modo apparentemente paradossale, proprio questa forma di adattamento consente il ‘partire da sé’, l’indipendenza dal modello maschile e la consapevolezza della novità portata dalle donne, i ‘salti’ che si impongono nella costituzione del pensiero e dell’essere, le ‘acrobazie’ della verità. Lì si trova la ragione che porta Luisa Muraro ad affidarsi alle scrittrici mistiche; la loro parola non è conformata all’ordine delle mediazioni costituite, accoglie diversità e contraddizioni. Nell’Introduzione a Lingua materna scienza divina,Muraro dice: La mia scoperta di Margherita Porete è avvenuta sì in un contesto: l’interesse per la storia e il pensiero delle donne, interesse collegato al femminismo. Ma non fu preparata da una tradizione – la tradizione anzi ci separava – e, lungi dal situarsi entro un orizzonte, mi ha tolto il bisogno e la voglia di avere un orizzonte, gettandomi, tanto per parlar chiaro, nella possibilità dell’assoluto. Il capire, questo intendo dire, può costituire un avvenimento assoluto che ci strappa dal dicibile di una tradizione per renderci capaci dell’indicibile. Con ciò non intendo respingere la tradizione né il metodo scientifico; vorrei solo liberare l’una e l’altro dal postulato di un confinamento assoluto dell’essere umano nella finitezza, postulato che vediamo storicamente affermarsi ai tempi di Margherita, contro lei e contro il movimento religioso di cui è espressione, e contro i teologi che lo difendono, Teodorico di Vriberg e Maestro Eckhart.

Si tratta di muoversi su un altro piano e di assumere come pratica politica il dar vita a nuove combinazioni che possono rendere significativo ciò che non lo era, nella consapevolezza che si tratta di un momento strategico della libertà.

Muraro lo chiama il “buco nella siepe”, perché “la storia umana e la trascendenza divina sono separate da una siepe nella quale la libertà femminile fa un buco; la scrittura ne disegna il bordo”.

Imparavamo, le mie amiche e io, a fare i conti con un modo di pensare che sentivamo più vero, soprattutto capace di dare materia a quell’universo di eventi che ogni giorno attraversava le nostre vite. Partivamo per Orvieto per partecipare ai seminari di Terradilei, a luglio organizzati intorno a Mistica e Politica, a partire dal 1991, da Laura Guadagnin. Oltre a Luisa Muraro, incontrammo Erminia Macola, Monica Farnetti, Grazia Sterlocchi, Sandra De Perini, Antonietta Potente e molte altre. Anche quelle riflessioni sono raccolte in Le amiche di Dio, uscito nel 2001, insieme ad altri saggi, nati in contesti diversi, ma tutti afferenti alla mistica femminile.

Erano gli anni in cui cominciava nel nostro gruppo a delinearsi una linea di pensiero che avrebbe portato alla costituzione della Sororità. Da Ivana Ceresa, amica di Muraro dai tempi dell’università, per entrambe la Cattolica di Milano, partiva la proposta di fondare un Ordine femminile che fosse “un viaggio di esodo dall’omologazione al maschile”. Molte tra noi amiche vi aderirono e la Regola dell’Ordine della Sororità apparve sul numero di marzo del 2000 su “Via Dogana” la rivista della Libreria delle donne di Milano fondata da Luisa Muraro, Lia Cigarini e altre.

Nella nota introduttiva di Muraro per Mie carissime sorelle, il libro che raccoglie gli scritti della fondatrice sulla Sororità, si legge: “La Sororità è l’invenzione di qualcosa che non esisteva e come tale mette alla prova della realtà un’ispirazione… Ivana Ceresa invita a mettersi in viaggio verso un senso libero e personale della differenza di essere donna, lasciandosi alle spalle la subordinazione e l’imitazione degli uomini. E insegna, passaggio decisivo, a far corrispondere a questo guadagno di libertà femminile, una ricreazione di mondo e chiesa”. Qui chiama la Sororità “macchina volante” e riconosce a Ivana Ceresa l’audacia di dare alla luce un’impresa che carica di senso la libertà femminile, trasgressiva, strappata al rivendicazionismo e all’emancipazionismo, disposta ad aprire il suo orizzonte all’impossibile. La teologia in lingua materna, espressione che Muraro preferisce a ‘mistica’, si avvale di amore, di morte e vittoria sulla morte, di felicità; disfa le maglie di questo mondo per far posto ad altro.

Si tratta di porsi fuori dalle mediazioni, fuori da ogni subordinazione tra esseri umani, da ogni dipendenza, come le beghine del Medioevo e come le scrittrici ‘mistiche’ di oggi, da Clarice Lispector a Simone Weil, Cristina Campo e Etty Hillesum. Può capitare di non sapere in quale direzione si stia andando, capita spesso, ma occorre prestare attenzione a quei “chiari del bosco” che ogni tanto si aprono, come insegna Zambrano, e che, quasi esperienza iniziatica, non bisogna cercare ma lasciare che si offrano come nulla e come vuoto.

Al mercato della felicità è un libro del 2009 in cui Muraro riflette sulla forza irrinunciabile del desiderio e che si apre con il racconto, rivisitato dalla tradizione islamica, di Giuseppe ebreo che i fratelli consegnano al mercato degli schiavi. Tra i possibili compratori si fa avanti una vecchia che vorrebbe comprarlo, ma ha solo pochi gomitoli di lana da dare in cambio. È chiaro che non c’è per lei speranza, ma il suo desiderio è tuttavia un formidabile indizio, perché indica la volontà di stare nel mondo eludendo le sue leggi, provando a proporsi nonostante la distanza che la separa dal pensiero comune. Questa “mossa” (un termine che Luisa Muraro amava usare) è presente anche nell’analisi della scrittura narrativa e filosofica di Iris Murdoch che compie una “schivata”, sottraendosi alla costruzione chiusa e definita del pensiero, per oltrepassare la linea della comune approvazione e aprire a un possibile altro.

È, questo elemento, continuamente approfondito; in Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, pubblicato da Carocci nel 2011, ricorda lo sconcerto che si generò, a casa di Romana Guarnieri, quando le “venne un’idea ancora senza parole che però pretendeva di essere esposta subito perché in quel posto e in quel momento non mancava niente per riuscire a formularla compiutamente”. Gli uomini presenti si irritarono, non capivano, il diverbio si fece acceso e Luisa se ne andò. Eppure non era stato un errore voler intervenire in quel modo.

Volevo che lasciassero da parte un modo di pensare e di parlare che rifà il mondo a parole. In positivo, volevo renderli partecipi di un modo di pensare insieme, da me conosciuto grazie al femminismo, che non procede con la sequenza ordinata di discorsi che prendono tutto il posto del reale, ma si aiuta apertamente con elementi estranei al pensiero discorsivo, come le circostanze, la presenza dei corpi, la pressione dei desideri: soltanto con questo scambio misto di parole, silenzi, gesti, sensazioni, avremmo potuto far venire alla luce l’idea che avevo intuita (p. 29).

“L’essenziale di Luisa sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti” (Dominijanni), la mossa della ‘schivata’ appunto, quella posizione asimmetrica propria del femminile che consente anche di leggere la realtà in modo netto e di vederne lucidamente le crepe.

Alla base, o intrecciata a questa postura, c’è l’espressione dell’autorità femminile che Muraro mutua da Hannah Arendt quando avverte che non va confusa col potere, che anzi, come forza generativa, aiuta a fare di una disparità un rapporto di scambio e di trasformazione che apre alla pratica delle relazioni e del reciproco riconoscimento.

Quasi tutti i temi offerti da Luisa Muraro alla nostra riflessione tornano più volte nei suoi libri, negli articoli e nelle conferenze. Della enorme quantità dei suoi contributi alla storia della cultura e al femminismo dà conto il preziosissimo lavoro di Clara Jourdan nel quaderno di via Dogana, Esserci davvero, pubblicato un anno fa.

L’ultimo libro, scritto come scambio/intervista con Lucia Vantini, filosofa e teologa, torna su Il Dio delle donneper rimarcare l’eredità della tradizione mistica.

Inevitabilmente su quella siamo tornate insieme, noi amiche, ancora una volta ieri, mentre facevamo memoria della beata Osanna Andreasi nella piccola chiesa di Carbonarola; ci siamo ricordate di quello che ne aveva scritto Muraro, in riferimento a Ivana Ceresa: “Mantova è una città che ha una tradizione di autorità femminile di origine religiosa: la beata Osanna degli Andreasi è una figura di santa viva – ‘sante vive’ chiamavano le sante riconosciute come tali anche in vita – ed era consigliera dei principi di Mantova. Ivana Ceresa ha fondato un ordine di donne che chiama Sororità e tra le loro sante protettrici ha indicato anche la beata Osanna, insieme a una monaca reclusa amica (Paola Montaldi) con la quale Osanna aveva uno scambio intenso. E qui veniamo a queste amicizie femminili: le amiche di Dio sono amiche tra loro naturalmente, va da sé. E stringono amicizie”. Ci siamo ricordate che Muraro sosteneva di credere nello Spirito santo e abbiamo concluso l’incontro ascoltando il Veni Creator Spiritus intonato alla celebrazione per lei nella Libreria delle donne di Milano che aveva contribuito a fondare.

(Cartavetro, 30 giugno 2026 https://www.cartavetro.com/filosofia/luisa-muraro-nella-nostra-vita/)

La luce del risveglio”, l’ultimo libro di Francesca Albanese per Rizzoli

Questo non è un libro come un altro. È vita che si comunica in diretta. E che vita. Non solo immersa nella storia mentre accade, non solo testimonianza che ne emerge, ma voce che la muove. Che grida nel deserto ma si fa ascoltare dai milioni, dalle moltitudini immense, dai dannati della terra. Ci vuole la lucidità di un profeta anche solo per vederlo, il presente. Ma ci vuole tutta l’energia del dolore di queste moltitudini, del dolore umano quando si enuncia come diritto negato, per giudicarlo. «Senza storia non c’è comprensione. Senza diritto non c’è misura» – e basterebbero queste due frasi lapidarie per inquadrare la ventura intellettuale e morale che è toccata a Francesca Albanese, relatrice Speciale dell’ONU per i Territori occupati in Palestina, già autrice di ben otto rapporti, uno più asciutto, implacabile e informativo dell’altro nell’accertamento di tutti i fatti che costituiscono violazioni del diritto internazionale vigente.

Ma in questo suo libro – La luce del risveglio (Rizzoli, pp. 304, euro 18) – c’è più che comprensione e misura del presente. C’è il sentimento del presente come tempo di rivelazione, tempo letteralmente apocalittico. Era già il nucleo vivo della lezione magistrale tenuta a Johannesburg nell’ottobre del ’25 dalla prestigiosa cattedra della 23° Mandela Lecture. Ma qui – nel terzo dei suoi libri in italiano, palesemente la sua lingua del cuore – questo sentire si fa letteralmente verbo d’azione, quasi principio di un mondo che nasce: vero richiamo a «esserla, questa rivelazione, a renderla verbo: da verbo rivelato ad azione che può stare nelle nostre mani».

Da cui i verbi-titolo dei capitoli, all’infinito presente, come ondate di questa verità vissuta: sognare, o mettere in azione la speranza, criticare, o discernere il vero dal falso, emanciparsi, o decolonizzare la mente e il linguaggio, resistere, in tutte le forme nonviolente che creano già il riscatto per cui lottano, dal palestinese Sumud che ha soffiato nelle vele delle flottille, al sudafricano Ubuntu che ha insegnato la forza della verità e della riconciliazione alla nazione-arcobaleno di Desmond Tutu e Nelson Mandela.

La nonviolenza attiva da cui fioriscono le altre azioni riparatrici dell’universo: nutrire, anche se le primizie di tutta la terra non placheranno la fame di giustizia per l’assedio di Gaza che perdura, piangere – e allargare, finalmente, l’orizzonte della bussola del lutto (Judith Butler), perché le vite dei dannati valevano quanto le nostre. Curare: il trauma senza fine delle vittime e anche la malattia mortale delle società che diventano genocidarie, curare la profondità della ferita morale anche in noi stessi.
Danzare, come vediamo Francesca fare nella festa-arcobaleno di Johannesburg, per la disperazione dei servizi di sicurezza e in barba al ringhio dei Leviatani che le si levano contro. Danzare la Dabke palestinese che ripara i tetti, la pizzica e la taranta del nostro Sud che riparano i morsi della vita. Danzare perché non si risvegli solo la mente o il cuore, ma tutto il corpo.

E ritornare, infine: ritornare con la mente all’inizio dell’immensa ingiustizia perpetrata in Palestina, che nelle chiavi tramandate e conservate da cinque generazioni di profughi ha il suo simbolo, e nella Risoluzione 194 dell’ONU la sua legge. Le chiavi-specchio dei genocidi in cui si radica la «superiore» civiltà dell’Occidente. Tornare in Palestina, «questa folgorazione che ha permesso di vedere il mondo».

O la natura stessa e la perdurante origine del male oggi smisurato che l’attraversa, mentre il diritto internazionale si affloscia sotto i colpi dei nostri doppi standard. E la violenza dei più forti destituisce quello stesso diritto universale che, individuando la fonte ultima di legittimità dei governi nella libertà e nell’eguaglianza dei governati, aveva fondato le nostre democrazie.

Ecco perché il sottotitolo di questo libro recita «Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà». Un manifesto, certo, perché rivela il possibile inizio di un mondo nuovo e chiama al risveglio: ma non un semplice pamphlet, per la sua ambizione di pensiero e l’esattezza quasi visionaria del sentire che lo anima, come già animava il precedente Quando il mondo dorme (2025), e l’ancora precedente glossario del diritto e della violenza epistemica che fu J’Accuse (2024, in collaborazione con Christian Elia).

Il pensiero, condiviso oggi da molti ma da nessuno così intensamente comunicato, è che «questi ultimi anni non hanno cambiato il mondo: lo hanno reso visibile per ciò che è»… «È una luce violenta, che costringe a vedere ciò che prima era stato nascosto. E quella luce illumina tanto l’orrore quanto la possibilità di oltrepassarlo, di uscirne trasformati».

È, insomma, uno di quei punti di svolta della storia in cui il cielo si riavvolge su se stesso come il rotolo della legge, e l’umanità si ritrova al bivio fra l’autodistruzione e un rinnovamento profondo delle sue forme di convivenza. Per questo, mentre altri pensatori parlano della Palestina o di Gaza come «frattura morale del mondo», Francesca Albanese vi vede anche «la bussola morale dei nostri tempi»: volevamo salvare la Palestina, ma è lei che salverà noi.

Era questa, l’apocalisse a noi riservata: eppure a tutto somiglia questo libro, fuorché alla scrittura escatologica del veggente di Patmos. Vita in diretta, dicevamo: travolgente, affollata dei personaggi storici o viventi che hanno contribuito ad accendere questa luce: dai molti classici del pensiero al ricordo struggente di alcuni fra le centinaia di giornalisti palestinesi massacrati da Israele, alle tracce di una memoria famigliare di affetti e ricette materne e mediterranea dolcezza, come per accogliere il lettore, la lettrice, sul divano di casa.

Un’intimità che deve aver distratto l’autore (Adriano Sofri) di una recensione tinta nell’amor torto (copyright Dante), causandogli un paio di sviste riguardo a una supposta assenza di menzione di Hamas (compare 17 volte) e perfino del 7 ottobre (pagina 184: quei «violenti attacchi contro i civili israeliani…. costituiscono crimini internazionali»). Ma pazienza: perfino a lui, ci fa sapere, il libro è piaciuto.

(il manifesto, 28 giugno 2026)

Alcuni anni fa, una sera di quasi estate, bella come queste sere in cui la luce diventa dolce prima di andarsene, mi trovavo alla Libreria delle donne di Milano insieme a un’amica scrittrice, Gaia Manzini: parlavamo in pubblico di un’antologia, un libro che ho curato, ma in particolare parlavamo di invidia. Che cos’è e quanto è feroce l’invidia di una donna verso un uomo, verso il suo talento, a partire da un formidabile racconto di Kathryn Chetckovich, che si intitola appunto “Invidia”. Lei è la compagna di un implacabile Jonathan Franzen, incontrato a un ritiro per scrittori, dove ognuno scrive le proprie paginette con grande fatica, compresa lei, ma dopo qualche mese d’amore lui le chiede la gentilezza, la condivisione, la pietà di leggere un po’ di pagine in cui proprio non sa come districarsi. O forse, infido, sta preparando il suo trionfo. Quelle pagine sono bellissime, sono Le correzioni, e Chetckovich sente una fitta d’invidia e di frustrazione, uno sconvolgimento che non farà che crescere mano a mano che Franzen chiuderà le bozze e la porterà a festeggiare a cena con l’agente entusiasta che rivolgerà la parola soltanto a lui, trattandolo come un genio. Lei è la fidanzata del genio.

L’invidia la porterà a dirsi segretamente, l’11 settembre 2001 a New York,mentre guarda i notiziari e piange il disastro: forse adesso non gliene fotteràpiù a nessuno di quel cazzo di libro. In realtà passa una settimana e di nuovotutti parlano di quel cazzo di libro appena uscito. A questo punto di solito ilpubblico ride, anche imbarazzato pensando alle proprie inconfessabiliinvidie, e alla Libreria delle donne ridevamo, parlando anche dell’invidiadelle donne verso le donne, divertente sì, ma quanta fatica e quante piccolepugnalate alle spalle, quanto è difficile ammettere che non ne siamo immuni,e che coraggio Chetckovich a raccontarla così precisamente, cosìdisperatamente. In quel momento è entrata nella stanza Luisa Muraro, chenon avevo mai incontrato di persona e che non avrei incontrato di personamai più. Tra noi solo qualche breve telefonata, una delle quali per dirmi chein un articolo le avevo dato dieci anni in più e insomma era ancora presto,no? Entrò e disse, a noi che ridevamo: ma ricordatevi che l’invidia è unsentimento sacro.

Perché prevede il riconoscimento dell’altro e della sua forza, che è ilcontrario della negazione, è il contrario della svalutazione. E porta con séuno slancio verso l’alto, verso quel libro così bello, verso quella poesia chenoi non siamo riuscite a scrivere, verso quella mente così creativa, versoquell’amicizia così fruttuosa. In un minuto, con un bicchiere in mano, LuisaMuraro ha sconfessato Aristotele e parecchi altri, e ha mostrato che cosasignifica: pensare veramente. Pensare da capo, pensare di nuovo. Tra l’altrosi dovrebbe riuscire a tenere distinte l’invidia e la gelosia, due condizionimolto diverse ma usate spesso nella stessa accezione. Luisa Muraro entrò,disse quella cosa sull’invidia e uscì. Uno spostamento d’aria, niente di più.Una cosa preziosa totalmente regalata. Da allora faccio molta attenzione aglispostamenti d’aria, a questa capacità di illuminare una stanza con pocheparole nuove. Lei, femminista, madre e maestra del pensiero sulla differenzasessuale, da qualche tempo non parlava più, non spostava più l’aria intorno.Ma ho letto in un bellissimo articolo di Ida Dominijanni sul manifesto,qualche giorno fa, che questa mossa era tipica di Luisa Muraro. Lei stessa lachiamava: la mossa della schivata. “Cambiare improvvisamente traiettoria,non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine deldiscorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire unaprospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio”.

Quando ho letto nel 2011 il suo libro Non è da tutti, L’indicibile fortuna dinascere donna (compratelo, in libreria si trova, edizioni Carocci), ho avutoquella precisa sensazione: qualcuno che bruscamente, ma senza agitazionealcuna, accende una luce in una stanza buia, o apre la finestra e fuori c’è ilsole. Quell’idea di femminismo che va molto oltre la parità, che se ne fregadella parità, perché guarda alla generazione di un senso libero di quello cheuna donna è e può diventare per se stessa, in relazione con altre e altri,indipendentemente dalle costruzioni sociali della sua identità.L’unico modo di essere davvero libere, del resto, è proprio questo dicambiare piano, spostarci di lato, non farci trovare dove si credeva chefossimo, non arroccarsi da nessuna parte, né su una montagna né su unsassolino. Né su una parola vecchia né su un pensiero che sembra nuovo.Accendere la luce, e poi uscire a fumare.

E così adesso, grazie a Luisa Muraro, posso dire liberamente con quantagioia invidio chi come lei ha saputo trovare le parole, le metafore e anche laposizione giusta per stare al mondo senza averne paura. Senza temere dinon trovarmi mai nel posto in cui gli altri si aspettano di trovarmi, ma anzicon il piacere della sorpresa, dello scarto di lato, dell’uncinetto come dicevalei: qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa diincomparabile. Con la consapevolezza dei conti che non tornano e chel’amore con l’amore si paga, come canta Ivano Fossati, come dicevano milleanni fa le modernissime mistiche ammirate da Luisa Muraro, perchéchiacchieravano con Dio, dandogli del tu, e perché non la facevano poi tantolunga nel promettersi la vita: loro passavano direttamente a vivere.Luisa Muraro ha acceso la luce, e poi è uscita a fumare.

(Il Foglio Review n. 52, 27 giugno 2026)

Catania. Nella Sala Paradiso del Museo del cinema, alle Ciminiere, è stato presentato il videopodcast “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” che la giornalista Nella Condorelli ha dedicato a Maria Giudice, grande figura del Novecento eppure dimenticata tanto che Catania, dove lei visse per quasi venti anni, fino al 1941, non le ha intitolato né una strada né una stanza nella sede della Camera del Lavoro dove pure fu dirigente di spicco. Maria Giudice è stata una grande giornalista, sindacalista, intellettuale, attivista pacifista, antifascista. È la madre della scrittrice Goliarda Sapienza e fa parte della genealogia femminista.

Il videopodcast è parte di un lavoro di ricerca e comunicazione che si è sviluppato attraverso un convegno universitario, la pubblicazione di un libro e ora attraverso You Toube con una trasmissione – fatta con filmati d’epoca, letture e interventi di femministe, sindacalisti e studiosi – che ricostruisce il contesto storico, sociale e culturale in cui opera Maria Giudice. Una storia collettiva centrata sulle lotte che Giudice porta avanti per i diritti sociali e per l’indipendenza delle donne. Il videopodcast si articola in tre parti*: la vita torinese con l’impegno nel Partito socialista italiano, nel sindacato con le lotte con le lavoratrici tessili e con la direzione della Camera del Lavoro di Torino, e nel giornalismo. Fu direttrice del giornale “Il grido del Popolo” prima di Gramsci che la sostituisce durante uno dei suoi numerosi arresti. La seconda parte parla del periodo siciliano e catanese, a partire dal 1920, della lotta contadina per le terre, dell’impegno antifascista insieme al compagno avv. Peppino Sapienza da cui avrà la figlia Goliarda. Poi nel 1941 il ritorno a Roma, la Resistenza e l’Alzheimer. Infine la terza parte è dedicata ai commenti e alle riflessioni, fra cui quelle di Giusi Milazzo (Sunia), Gabriella Messina, Valentina Di Magro e Rosaria Leonardi (Cgil), Anna Di Salvo (La Ragna-Tela). A dare il proprio volto a Maria Giudice l’attrice Manuela Ventura.

*I links di “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” di Nella Condorelli:

prima parte
https://www.youtube.com/watch?v=YZNreYU1xY4

seconda parte
https://www.youtube.com/watch?v=lr02zMfSDz0

terza parte
https://www.youtube.com/watch?v=oqxQL2vKm0g

(La Sicilia, 27 giugno 2026)

Rita Calabrese (2 aprile 1950 – 8 maggio 2026), già professoressa ordinaria di Letteratura tedesca all’Università di Palermo, è tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate, di cui è stata presidente. È stata una pioniera degli studi femministi e in particolare della Frauenliteratur tedesca. In quest’ambito spiccano alcuni suoi studi come Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990), Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991), Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996), Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003) e Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (2015).

Altrettanto importante è stato il suo contributo sul fronte della letteratura ebraico-tedesca e sulla Shoah, culminato nella monografia Acher l’altro: figure ebraiche nella letteratura tedesca dal Settecento al Novecento (1996) e la cura del volume Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005).

Anche le sue traduzioni parlano del suo desiderio instancabile di comunicare e trasmettere: La gita delle ragazze morte di Anna Seghers (2010), Piccoli amori di Franziska zu Reventlow (2014), Album italiano di Fanny Lewald, (2015), Il cielo sopra Palermo di Constanze Neumann (2021).

La sua presenza alla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO ha rappresentato negli anni un riferimento importante, umano e politico insieme.

(Luciana Tavernini)

Ricordo di Rita Calabrese da parte di Rita Svandrlik, professoressa ordinaria onoraria di Letteratura tedesca presso l’Università di Firenze

Rita Calabrese era una grande viaggiatrice; diceva con il suo sorriso coinvolgente che si trattava di una scelta obbligata essendo siciliana. Non credo si riferisse al patrimonio genetico dei siciliani, risultato di tanti molteplici spostamenti di gruppi più o meno consistenti, variamente agguerriti; le piaceva tra l’altro sottolineare che la sua Sicilia occidentale non era quella greca bensì la Sicilia fenicia, concentrata sugli scambi commerciali e marittimi. 

Rita sentiva lo spostarsi al di fuori dell’Isola come ineludibile parte della sua ricerca professionale e umana; voleva incontrare persone, era mossa dal desiderio di scambi intellettuali, di partecipazione in particolare alle correnti culturali progressiste; Rita non aveva dubbi che quelle più innovative si trovassero nel pensiero delle donne. 

Da esperta di letteratura di viaggio è stata per me una cara compagna di viaggio, in senso letterale e metaforico, con maggiore intensità dalla fine degli anni Ottanta fino agli anni Duemila.

Il fatto che le modalità del prenotare e viaggiare fossero allora diverse da oggi è per me legato a ricordi che ci vedono insieme, per esempio nella memoria ho un fermo immagine non meglio datato: noi due sedute su una valigia e su uno strapuntino nel corridoio affollato di un vagone, forse sulla tratta Bologna-Firenze, con Rita che dava informazioni in inglese a turisti malcapitati. I nostri viaggi insieme avvenivano in occasione di partecipazione a convegni di studi delle donne, non solo in Germania, come a Paderborn nel 1989, poche settimane prima della caduta del muro: il tema del convegno, ricordando il secondo centenario della Rivoluzione francese, era la rivoluzione delle donne, ma nessuno allora prevedeva che il mondo sarebbe mutato in modo abbastanza pacifico di lì a poco; il caso volle che ci ritrovassimo con Rita ad agosto del 1990 proprio a Berlino, a constatare tutto ciò che era già cambiato nell’arco di pochi mesi. I viaggi insieme ci portarono anche in altri paesi europei: eravamo noi due le rappresentanti italiane al convegno di fondazione di W.I.S.E. (Women’s International Studies Europe) a Utrecht nel 1990. Ricordo che l’ultima sera ci chiesero una breve performance in qualche modo “italiana”: io ero assolutamente imbarazzata, ma trascinata da Rita cercai di cavarmela in qualche modo. Una volta successiva, dopo una riunione di W.I.S.E. ci concedemmo qualche giorno ad Amsterdam, insieme. Per lei viaggiare con le amiche diventò in seguito sempre più importante; lo capii da come me ne parlò in occasione del nostro ultimo incontro a Palermo, nel luglio del 2021, rammaricata per l’interruzione imposta dalla pandemia nel periodo precedente; negli ultimi anni erano stati invece i guai di salute, che dalle sue parole non sembravano tanto preoccupanti, a impedirle comunque di “muoversi” al di fuori della sua città, ma era intenzionata a riprendere i suoi viaggi, come mi disse anche l’ultima volta che ci sentimmo, due mesi fa; per lei i contatti non potevano essere in alcun modo “a distanza”, dovevano essere interrelazioni nel senso pieno della parola. 

Ci siamo conosciute credo a metà degli anni Ottanta, grazie alla comune amica e collega Uta Treder, socia fondatrice della SIL pure lei; Uta e Rita si interessavano allora alla scrittura delle donne concentrandosi sull’epoca d’oro della letteratura tedesca, tra fine Settecento e la prima metà dell’Ottocento, alla scoperta delle autrici poco studiate o proprio dimenticate, spesso menzionate solo come sorelle, figlie, mogli. Ricordo bene il convegno su “Viaggio e scrittura” a Firenze, nel dicembre 1986, organizzato insieme alla Libreria delle Donne; nel volume che pubblicò i risultati del convegno Rita è presente appunto con un contributo su una famosa sorella, Fanny Mendelssohn; il suo Diario italiano viene analizzato non tanto per enucleare vicinanze e differenze con altri diari famosi (ovviamente con quello di Goethe), quanto piuttosto per cercare di far emergere la voce più intima, personale, la quale non riesce ad esprimersi compiutamente in un «linguaggio sentito come strumento altrui, estraneo, inadatto ad esprimere propri stati d’animo e sensazioni»; nella musica Fanny Mendelssohn trova invece uno strumento che sente proprio. Rita Calabrese scopre già in questo saggio quello che sarà un filo conduttore delle sue ricerche: l’indagine sulle implicazioni a livello creativo della doppia differenza, quella di donna e di ebrea. Trent’anni dopo questo saggio, nella sua introduzione all’edizione italiana di un altro resoconto di viaggio in Italia, l’Album italiano della romanziera Fanny Lewald, ricorda l’altra Fanny e introduce la specificità della situazione degli ebrei tedeschi assimilati, che in Italia si confrontavano con il Cattolicesimo e con «la disinvolta presenza di sacro e profano»; la loro doppia appartenenza, al mondo ebraico e a quello tedesco, provocava «punte di dolorosa lacerazione», che spingeva gli ebrei tedeschi a «dare senso alle discriminazioni subite con la lotta per una più generale emancipazione, delle donne, della borghesia, degli ebrei».

Lo studio delle autrici del Romanticismo, per esempio Gisela von Arnim, conduce la studiosa ad approfondire le costruzioni mitiche del femminile, come sirene e ondine, e a incontrare l’opera di Christa Wolf, una “scopritrice” e divulgatrice delle autrici romantiche tedesche. 

Abbastanza coerente con i suoi ambiti di ricerca pare dunque che a un certo punto l’interesse si focalizzi sulla scrittrice tanto ammirata da Christa Wolf, vale a dire su Anna Seghers; alle opere di Seghers Rita Calabrese dedica numerosi saggi; voglio qui menzionare solo la traduzione e cura del racconto forse più famoso di Seghers, La gita delle ragazze morte. Grazie a Rita ho maturato e poi condiviso il giudizio sulla grandezza della scrittura di Seghers. 

Vedo come consequenziali pure i suoi studi su Elfriede Jelinek, per esempio nel contributo “Dai margini dell’ebraismo. La scrittura ‘patrilineare’ di Elfriede Jelinek”. Devo al nostro comune interesse per Jelinek il mio primo viaggio a Palermo, perché Rita mi invitò a tenere una lezione, e poi, naturalmente, mi fece conoscere le sue amiche e alcune realtà della Palermo impegnata e femminista.

Non voglio con queste poche annotazioni dare un quadro della studiosa, traduttrice e critica letteraria, ho ricordato solo gli snodi di una rete che legava noi, e altre amiche. Delle autrici e dei testi menzionati abbiamo discusso davvero tante volte insieme, nella “felicità del dialogo” come suona anche il titolo di un suo libro; quando poi leggevo nei suoi articoli i risultati maturati anche grazie ai dialoghi rimanevo ammirata dall’eleganza della sua scrittura, dalla capacità di sintesi e di far emergere con levità la drammaticità delle situazioni in cui le opere delle ‘sue’ autrici erano maturate.

Trasformandoli in impegno culturale e civile lei stessa ha affrontato le crisi e i dolori della vita con forza, levità ed eleganza.

(Newsletter della S.I.L. – Società Italiana delle letterate, giugno 2026)

Molti anni fa sono andata in Turchia con delle amiche. Un giorno abbiamo scoperto che la guida locale ci aveva valutate in cammelli, sulla base delle nostre caratteristiche fisiche. Ognuna di noi valeva un certo numero di cammelli, io pochi cammelli. L’episodio mi torna per associazione, leggendo la nostra attualità. Alcuni – troppi – proprio non ce la fanno. Non ci riescono a stare lontani dal corpo delle donne. Si astengono dal metterci le mani sopra, sono a un livello di elaborazione superiore, hanno accesso a immagini e simboli. Eppure la testa è sempre lì, in modi diversi. La fissazione si sfoga in una chat tra colleghi, o scappa una frase rivelatrice in contesti privati o pubblici. Possono essere autisti, pensionati, manager, chiunque.

La loro visione del mondo non può prescindere dal giudizio di valore sul corpo delle donne. Così diversi, questo li accomuna. Lo sanno che non si fa, che le cose sono cambiate, che a essere scoperti si rischia non solo un danno reputazionale. Ma nessun deterrente funziona davvero: non resistono, perché ci credono. A volte sembrano lapsus, ma sono gravi errori di pensiero. Forse sperano di farla franca – non pensano che qualcuna gli fotografi il telefono, e poi non è legittimo, dirà l’ineffabile garante della privacy – oppure si sentono ancora onnipotenti. Fanno quello che sono. Ma la devono smettere, sono fuori dalla storia.

(Internazionale, 26 giugno 2026)

Quando una persona muore la mia reazione istintiva è il silenzio. La morte mi appare tragica e irrimediabile e non c’è parola che possa consolare o restituire il senso della vita di chi non c’è più. Le parole sono inadeguate. Ma se alla morte di lei tutti rimanessero in silenzio, l’effetto sarebbe terribile. Anche il silenzio è inadeguato. Sarebbe come rinunciare a dare segni di vita, perché lei non è più viva.

Dagli anni ’80 Luisa Muraro è stata, per me, tra le firme più importanti. Leggevo sempre i suoi articoli, anche senza capirne molto. Era già tra le personalità più autorevoli del femminismo italiano. La mia inclinazione a individuare in un gruppo il leader mi portava a considerarla così. La sua influenza andava oltre il femminismo. Il Partito Comunista Italiano, dove io militavo, scriveva la Carta delle donne (1986) ispirandosi al pensiero della differenza sessuale. Era uno sforzo di adattamento, perché la cultura comunista proveniva da una tradizione molto diversa. Noi, certo, non sputavamo su Hegel.

Negli anni successivi, quando l’attivismo iniziava a usare Internet, il conflitto tra i sessi occupava uno spazio sempre più grande, anche per impulso del “backlash” che prendeva a bersaglio il femminismo egualitario e rivendicativo. Citare Luisa Muraro aveva un effetto spiazzante. Con gli scandali berlusconiani e l’introduzione della parola femminicidio, quello spazio è cresciuto ancora. 

Attraverso la rete, nel clima di lotta alla violenza sulle donne, con una mia amica, entrai in contatto con la Libreria delle donne e conobbi Luisa Muraro. Luisa sapeva dire parole molto chiare, senza il linguaggio della condanna. Per esempio, citò il principio di una conferenza di Capi di Stato a Londra (2014): «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia», per dire che gli uomini, per fare la pace tra di loro, avevano sempre rifiutato di ascoltare la domanda di giustizia che veniva dalle donne vittime della violenza sessista.

In treno da Torino a Milano, ho preso a frequentare la Libreria delle donne, partecipando alla scuola di scrittura, alla redazione del sito della Libreria, alla redazione allargata di Via Dogana 3. Tutte attività condotte da Luisa Muraro. Ero interessato al pensiero della differenza, alle pratiche femministe e alla storia del femminismo, ma soprattutto ero interessato alla personalità di Luisa. Tanto che ricevevo il rimprovero: «Vieni qui solo per lei».

Il mio interesse coesisteva con un’adesione incerta. Luisa mi diceva: «Sei reticente». Per me, la ragione vien prima dell’esperienza e i principi prima del desiderio. Sono più metaforico che metonimico. Quel linguaggio, quelle pratiche, il partire da sé, il desiderio, la verità soggettiva mi sembravano norme innaturali. Tuttavia, non ero refrattario, il mio mondo era bloccato e forse qui c’era una leva per ripartire. Soprattutto, nella relazione con Luisa mi sentivo allievo. Non dipendeva da ciò che Luisa pensava, ma dal suo magnetismo. Per cui la volevo leggere, ascoltare, emulare, conversarci insieme, ottenerne l’autorizzazione, considerarla e tenerne conto anche quando non mi convinceva. Se lo dice lei qualcosa di vero ci sarà. 

Una persona molto di sinistra scrisse: «Quando leggo Luisa Muraro ho un senso di soffocamento, mi sembra di leggere Platone». Forse sì, c’è qualcosa di platonico nella scrittura di Luisa. A me, però, fa respirare. Poco importa quel che pensa, insegna a pensare. Leggerla, come ascoltarla, aveva un effetto terapeutico. Nell’incontro con lei, mi è successo qualcosa di paradossale: mi sono riconciliato con il mio essere maschio. Ho preso coscienza della mia differenza maschile, ho riconosciuto la maschera della neutralità e ho potuto scegliere cosa scartare e cosa tenermi. Ho sfumato la contrapposizione tra natura e cultura. Di questo le sono molto grato. Mi dispiace non averglielo detto in vita. 

Una volta le chiesi di “ammaestrarmi” a non avere un “tono ammaestrante” verso gli altri. Ricevo questa critica e quando capita con le donne è imbarazzante. Mi rispose che c’era del vero in questa critica, ma lei non era la persona giusta per “ammaestrare”, «io cerco di far inferocire, che è quello che mi capita, se vuoi cambiare il tuo tono comune, arrabbiati, funziona». Lei sì, ogni tanto si arrabbiava, anche con me, ed era spettacolare. Non ho mai percepito intolleranza o insofferenza. Era come se reagisse a un difetto sintattico nel linguaggio o nel pensiero. 

Quando sono arrivato alla Libreria ho conosciuto anche Lia Cigarini. Insieme a Luisa, Lia Cigarini era stata una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Tra le due donne esisteva una relazione politica-intellettuale-affettiva-umana molto forte. Il pensiero di Luisa era anche il frutto della relazione con Lia, come il pensiero di Lia, della relazione con Luisa. Solo che Lia era molto più riservata, schiva, introversa. Luisa il contrario. Così l’esposizione pubblica di Lia era minore. Per Luisa, il pensiero politico di Lia Cigarini aveva «una compiutezza e una profondità che i suoi scritti, troppo rari e frammentari, fanno solo intravvedere». Lia è morta il 20 aprile, Luisa il 13 giugno. Una ha introdotto l’altra. Si sono separate dalla vita, ma non tra loro due.

(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2026)