La rete 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace invita tutte le donne a organizzare una manifestazione per la pace nelle loro città per sabato 28 marzo ’26 sul tema “Tessere la pace”. In preparazione, richiamiamo la Carta dell’impegno per un mondo disarmato già pubblicata sul nostro sito dal 10 settembre 2025.
La redazione del sito
Qui il link alla notizia pubblicata. Sito vecchio: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro | Libreria delle donne di Milano
Sito nuovo: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro – Punto di vista
Adista News, 10 settembre 2025
Nel passato ci hanno insegnato che alle origini del linguaggio c’erano gruppi di uomini che si scambiavano informazioni tattiche nella savana per la caccia. E se, al contrario, le vere protagoniste di questa rivoluzione fossero state le madri? E se le prime parole, le prime melodie della voce umana, non fossero nate sul campo di caccia, ma nello spazio intimo e vulnerabile tra una madre e il suo piccolo (cucciolo nella terminologia evoluzionista contemporanea)? È una storia che la scienza sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, e che ci racconta di un’evoluzione che ha radici molto più femminili di quanto avevamo pensato sino a pochi decenni fa.
Circa 60.000 anni fa, in Sudafrica, accadde qualcosa di inaspettato. Non fu un cambiamento improvviso, ma il culmine di un lungo processo di sperimentazione culturale. Piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori avevano tentato più volte di espandersi, fallendo: una era partita 71.000 anni fa e si era estinta quasi subito; un’altra 65.000 anni fa era durata appena tremila anni. Ma poi ne nacque una terza, diversa, capace di innovazioni culturali senza precedenti; questi “Homo sapiens 2.0”, come li ha definiti Ian Tattersall (antropologo britannico naturalizzato statunitense), portavano con sé qualcosa di speciale.
Oggi possiamo riconoscerli grazie a una traccia genetica precisa: l’aplogruppo L3 del DNA mitocondriale, quella variante che si trasmette esclusivamente per via materna e che tutti noi non più africani portiamo ancora nel sangue. Ogni persona oggi vivente discende da quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica e questa popolazione aveva qualcosa che le altre non possedevano. Lasciarono dietro di sé pitture rupestri, strumenti musicali, gioielli, ornamenti ed erano culturalmente dirompenti, capaci di un’organizzazione sociale raffinata. Uscirono dall’Africa in piccoli gruppi, si espansero rapidamente prima in Medio Oriente e in Europa e, nel giro di alcune migliaia di anni, colonizzarono l’intero pianeta, portando all’estinzione tutte le altre forme umane: Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Luzonensis.
Ma cosa avevano di così speciale questi sapiens? La risposta più accreditata è il linguaggio articolato completo, ma c’è un dettaglio affascinante che emerge dalla paleoantropologia: i sapiens sono la specie umana che ha rallentato più di tutte il processo di sviluppo giovanile. Rispetto ai Neanderthal, che maturavano prima, noi abbiamo dilatato enormemente il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi nasciamo fortemente immaturi, dipendenti per anni dalle cure parentali. In termini pratici significa portarsi dietro cuccioli fragili, che richiedono attenzioni costanti, e proprio questa fragilità è stata la nostra forza. Perché è in quel lungo periodo di dipendenza che si sperimenta creativamente l’invenzione di codici. Il linguaggio è un codice arbitrario, e molti evoluzionisti pensano che sia nato proprio nel contesto del gioco libero e convenzionale tra cuccioli e madri.
Dean Falk, paleoantropologa statunitense, già qualche anno fa ha proposto una teoria originale (Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Borighieri 2011, ed. originale 2009); quando i nostri antenati conquistarono la postura eretta, accadde qualcosa di non facile soluzione per le madri: i piccoli non potevano più aggrapparsi al corpo materno come facevano le scimmie antropomorfe. Le madri dovevano appoggiarli a terra per poter raccogliere bacche, radici ed erbe necessarie al sostentamento. In quel momento critico, l’unico contatto possibile con la prole rimaneva quello vocale; ed è così, secondo Falk, che nacque il linguaggio, cercando di quietare i piccoli a distanza con vocalizzi e proto-ninnenanne. Quella “musica parlata”, lontana parente di quello che oggi chiamiamo “maternese” o “motherese”, fu fondamentale per lo sviluppo delle abilità linguistiche e per la maturazione emotiva dell’essere umano. Quasi ogni madre conosce questa “musica”, anche se nessuna scuola la insegna: è quel modo di parlare ai neonati con voce acuta e cantilenante, frasi brevi ripetute, onomatopee e melodie che variano continuamente. È un vero e proprio linguaggio che non si serve solo della voce ma anche di espressioni facciali, sguardi e gesti. La scienza ha dimostrato che questo linguaggio non è un orpello, ma è cruciale per lo sviluppo del bambino. Studi giapponesi hanno mostrato che il cervello dei neonati si attiva in modo significativo quando ascoltano il motherese, anche durante il sonno, stimolando zone connesse allo sviluppo emotivo. I bambini di 3-4 mesi crescono più rapidamente se chi li accudisce usa un motherese di alta qualità e questo linguaggio insegna al bambino a riconoscere i confini delle parole, a rispettare i turni comunicativi (parlo io, poi ascolto te), a dare un nome alle emozioni. Quella netta demarcazione degli enunciati materni, le pause e le ripetizioni servono al bambino per capire dove inizia e finisce un concetto, preparandolo al linguaggio articolato vero e proprio.
C’è un dibattito molto interessante tra gli studiosi: il linguaggio è nato dal ritmo e dalla musica, o è vero il contrario? Darwin propendeva per la prima opzione, e le evidenze sembrano dargli ragione. Il fatto che il ritmo sia assente dai richiami delle grandi scimmie suggerisce che la musica sia emersa quando gli ominidi si differenziarono da esse. Le ninnenanne e i giochi infantili, universali in tutte le culture, sono composti da frasi brevi ripetute, proprio come i generi musicali più semplici e quelle melodie modulate in senso ascendente (per attirare l’attenzione) o discendente (per calmare) costituiscono la sostanza del maternese e sembrano essere state il ponte tra il suono e la parola, tra l’emozione e il significato.
La rivoluzione che ci ha resi umani, dunque, è quindi molto più femminile di quanto pensassimo: non cacciatori che coordinano strategie, ma il linguaggio sembra essere nato nello spazio intimo tra madre e cucciolo, in quello scambio di suoni, sguardi ed emozioni che ancora oggi ogni madre reinventa. Quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica portavano nel loro DNA mitocondriale non solo un marcatore genetico, ma anche il seme di una rivoluzione culturale: la capacità di trasmettere ai propri figli, attraverso la voce e il canto, i codici complessi del linguaggio articolato. Erano “scimmie bambine” che rimanevano tali più a lungo, e proprio in questa apparente debolezza trovarono la loro forza. Ogni volta che una madre parla al suo bambino con quella voce speciale, ripete un gesto antico quanto la nostra specie. Un gesto che ci ha resi umani, che ha acceso la scintilla del pensiero simbolico, dell’arte (come dimostrano per esempio i dipinti ritrovati nelle grotte di Chauvet), della cultura. Le madri della parola e dell’evoluzione sono quelle donne che, tra le rocce del Sudafrica, trovarono nella voce il modo per mantenere vivo il legame con i loro piccoli; e in quel legame inventarono il linguaggio.
(www.libreriadelledonne.it, 12 marzo 2026)
L’autrice francese, scomparsa centocinquant’anni fa aveva un rapporto viscerale con la cucina, molto presente nelle sue opere ma anche in un affascinante “ricettario di famiglia”
George Sand scriveva moltissimo, ma viveva altrettanto. E viveva, soprattutto, a Nohant, in quella grande dimora del Berry che fu insieme casa di famiglia, laboratorio di scrittura, luogo di lavoro incessante e centro affettivo attorno a cui si organizzò la sua intera esistenza. È lì che trascorreva lunghe notti al tavolo di scrittura, tra caffè, tabacco e pile di lettere, mentre il silenzio del Berry avvolgeva la casa. Nata Aurore Dupin nel 1804, figlia di un ufficiale della Grande Armata e di una madre di origine modesta, porterà in sé fin dall’inizio una duplicità sociale che attraverserà tutta la sua esistenza: orgoglio aristocratico da un lato, concretezza popolare dall’altro. Dopo la morte prematura del padre, viene allevata dalla nonna a Nohant, nel Berry, in una proprietà rurale dove la vita domestica non è distinta dalla vita intellettuale, ma ne costituisce il fondamento quotidiano, la trama silenziosa su cui tutto si costruisce. Quando la si immagina, si pensa subito alla scrittrice in redingote, al sigaro, alla libertà scandalosa per il suo tempo, ma la sua autobiografia restituisce anche un’altra verità, meno teatrale e più profonda: «Le cure domestiche non mi hanno mai annoiata… Vivo molto tra le nuvole, certamente, ed è una ragione in più per sentire il bisogno di ritrovarmi spesso sulla terra» (Histoire de ma vie, 1847-1855). A Nohant, infatti, la scrittrice non è solo la romanziera ammirata da Flaubert, Balzac o Hugo, ma anche la padrona di casa che organizza la vita domestica, riceve gli ospiti, cura i figli e dirige con naturale autorità una vera comunità affettiva e intellettuale. Il matrimonio con il barone Dudevant, contratto giovanissima, si esaurisce presto e, a venticinque anni, Sand è già una giovane madre separata, autodidatta, relativamente indipendente economicamente e determinata a scrivere. Vive a Parigi, collabora con Jules Sandeau, pubblica i primi romanzi e sceglie lo pseudonimo maschile di George Sand: gesto pragmatico prima ancora che simbolico, necessario per esistere e farsi leggere in un mondo letterario dominato dagli uomini. E scrive, senza sosta.
Il successo arriva rapidamente con Indiana, non soltanto un romanzo sentimentale, ma una vibrante protesta autobiografica contro la condizione delle donne sposate in un’epoca che faceva degli uomini i padroni legali e morali delle loro mogli. La sua vita amorosa – Musset, Chopin, la tenera e intensa relazione con l’attrice Marie Dorval – sarà spesso giudicata con durezza, tra insulti e caricature: “vacca da romanzi”, “massaia”, “bas-bleu”, come fu definita con scherno, ma non rinnegherà mai né la propria libertà né la propria femminilità, che resta, nelle sue parole e nei suoi scritti autobiografici, sorprendentemente radicata nella dimensione domestica. Dopo Parigi, l’impegno politico, le polemiche e la fama, George Sand torna sempre alla sua casa del Berry, luogo in cui la scrittrice, la militante e la donna pubblica si ricompongono in una dimensione più intima e organica. Amministra la proprietà, riceve, organizza la vita domestica con disciplina costante, curando il giardino e l’orto: «un giardino di pietre, di muschio, di edera, di tombe, di conchiglie, di grotte… non ha un senso comune, ma tutto ciò che vi smuovo… di innaffiatoi, di carriole di sabbia e di terra, tutto ciò che vi sogno di commedie, di romanzi, di nulla, di passeggiate intellettuali, è favoloso» (G.S. a Pierre-Jules Hetzel, 1854). Gesti concreti, quasi rituali, in cui la cucina occupa un ruolo essenziale e quotidiano. Tutto a Nohant funziona come una piccola comunità stabile: figli, amici, artisti, collaboratori e ospiti illustri – Chopin, Delacroix, Flaubert, Liszt, Balzac – condividono lunghi soggiorni in un ambiente che non ha nulla del fasto mondano parigino e in cui si mangia insieme, ogni giorno, in molti. La convivialità non è ornamento, ma organizzazione della vita. La cucina di Nohant è, prima di tutto, una cucina borghese di una grande casa di provincia nel XIX secolo: non una cucina di rappresentanza aristocratica, ma cucina di gestione, pensata per nutrire numerosi convitati con regolarità e generosità. Il repertorio gastronomico legato a quei luoghi, conservato in una serie di quaderni di cucina più volte pubblicati – tra cui il volume curato da Christiane Sand, À la table de George Sand – rivela una pratica ampia, concreta, sorprendentemente viva. Non si tratta di un ricettario teorico, ma di una raccolta in movimento: fogli annotati, varianti, indicazioni pratiche, dosi spesso approssimative, “a pugno” o “a bicchiere”, che suggeriscono uso quotidiano, non codificato secondo i modelli dei grandi trattati culinari ottocenteschi. Questi quaderni assumono un valore quasi autobiografico: sono il frutto di una raccolta costruita nel tempo, attraverso incontri, viaggi e relazioni. Vi convivono ricette francesi tradizionali, influenze italiane e inglesi (ravioli e gnocchi accanto a pudding e scones), spagnole, russe (il bortsch) e perfino orientali, tra cui un magnifico curry da accompagnare al riso. Una pluralità gastronomica che riflette, con discrezione ma precisione, una vita intellettualmente curiosa e aperta al mondo: un cosmopolitismo domestico adattato alla pratica quotidiana. La base resta naturalmente profondamente berrichonne e francese: piatti nutrienti, legati alla tradizione. Zuppe dense come la bouillabaisse accanto al potage à la reine, ma anche tarte au fromage, frumentée al grano, pollame, canard à la Bruxelles, aspic de volaille o poulet au riz, ortaggi, salse leganti, preparazioni capaci di nutrire una tavola numerosa senza spreco. L’uso frequente di burro, uova, latte e formaggi – tra cui il gruyère in molte preparazioni salate – rivela una cucina che “lega” e sostiene, più che impressionare (si pensi alla garbure di cavoli gratinata nel formaggio), una cucina solida. A Nohant si scriveva, si discuteva, si amava, ma soprattutto si cucinava, e quest’ultimo aspetto non era secondario rispetto alla scrittura, bensì complementare. Se la letteratura, che Sand chiamava significativamente “la zappa”, era anche una necessità economica, Nohant non fu soltanto un ambiente fisico, un rifugio, ma un vero dispositivo di equilibrio esistenziale: un luogo in cui, attorno a una tavola, nella cura del giardino e dell’orto, prendeva forma un focolare affettivo complesso, intensamente umano. Non sorprende, dunque, che la cucina entri naturalmente nella sua opera. I romanzi campestri La Mare au diable e La Petite Fadette restituiscono con precisione questo mondo rurale e, nel Meunier d’Angibault (1845), accanto alla critica delle gerarchie di classe, Sand inserisce descrizioni della tavola e delle abitudini rurali, suggerendo una tipica torta berrichonne, il poirat: torta di pasta brisée, farcita con pere a dadini lasciate macerare con zucchero, acquavite di pera e una leggera nota di pepe, come nella tradizione ottocentesca. Alla fine della sua vita, celebrata da Hugo come una figura unica del secolo, George Sand resta fino all’ultimo la “dama di Nohant”: scrittrice instancabile, madre, padrona di casa, organizzatrice di convivialità. Nel 2026, a 150 anni dalla sua morte, questa immagine non appare affatto sbiadita o museale, ma sorprendentemente viva: non solo icona romantica, bensì presenza concreta, domestica e modernissima. Nella sua cucina si riconosce la stessa logica che guida tutta la sua esistenza: unire l’ampiezza dello spirito romantico alla solidità del vivere, le nuvole della creazione alla terra e la scrittura al gesto elementare ma fondamentale del nutrire.
(la Repubblica, 8 marzo 2026)
Vissuta ad Anversa alla fine del XII secolo, la mistica fiamminga radunò attorno a sé un gruppo di erudite tra cui circolavano i suoi “Canti”, fondamentale opera in versi della letteratura in nederlandese medio
Mentre sulle due sponde del Reno il volgare sviluppava inedite forme letterarie, nel XII secolo anche il nederlandese medio guadagnava autonomia in seguito a un primo, complesso adeguamento stilistico; si accoglieva la versificazione in uso nelle scuole provenzali, mantenendo al contempo un’accentazione che più naturalmente si prestava alla fonetica germanica. È significativo che questo adeguamento abbia preso corpo, nelle sue espressioni più alte e sofisticate, in modo quasi clandestino, ai margini della vita di corte e lontano dalle gerarchie ecclesiastiche, in seno cioè alla cosiddetta mistica fiammingo-renana e in un clima dunque di effervescenza spirituale che si esprimeva attraverso forme di raccoglimento, auto-esilio, talvolta vero e proprio ascetismo.
Se dei protagonisti della vita religiosa ufficiale ci è giunta notizia nella letteratura agiografica, sappiamo poco o niente di eremiti e recluse che in una più convinta aderenza alla pratica della Imitatio Christi, ovvero nel proposito di riprodurre l’abbandono vissuto da Gesù nel momento della passione, sceglievano di abbracciare un’esistenza comunitaria priva di ogni accenno di mondanità, mettendosi sotto la guida di un maestro, o – nel caso che qui ci interessa – di una magistra.
Nota con il nome di Hadewijch, la donna cui di volta in volta gli studiosi hanno tentato di attribuire identità diverse, senza pervenire a un definitivo accordo (ciò che non avrebbe comunque aggiunto granché al potere dei suoi testi), visse ad Anversa attorno alla fine del XII secolo. Certa è l’esistenza di una ristretta cerchia di “amiche” di estrazione plausibilmente medio-alta di cui la donna si circondava, imbevute di cultura latina e conoscitrici della sacra scrittura come della letteratura occitana o provenzale, volentieri dedite al piacere della declamazione poetica. Nei loro conventi e beghinaggi confluivano laiche alla ricerca di una fede intensa e radicale, dotate di un certo grado di erudizione che favorì lo sviluppo di una letteratura segreta, destinata alla circolazione esclusivamente interna, della quale è stato perciò più complesso rintracciare il percorso attraverso i secoli.
La segretezza dei quarantacinque Canti di Hadewijch (traduzione di Franco Paris, Le lettere, pp. 376, € 25,00) si fondava su una ragione pratica: la necessità di dedicare ogni momento della vita, spirituale e non, all’adorazione della Minne, un concetto centrale nella mistica brabantina che è possibile accostare, per approssimazione, all’amore di Dio assoluto e privo di attributi, cui il devoto tende ogni sua fibra e al di fuori del quale nulla ha valore.
L’idea di un trasporto totalizzante ha numerosi esempi nella letteratura religiosa medievale, dai discorsi in odor di eresia di Meister Eckhart agli episodi più passionali della laudistica italiana; anche Hadewijch insiste sul rifiuto di tutto ciò che è mondano, sulla necessità di sostare presso un «abissale fondo», quello a cui la Minne costringe nel momento in cui anch’essa si nasconde, così da saggiare l’afflato mistico dell’amante. Se di questa teologia negativa Jacopone da Todi riconosceva l’aspirazione ad «annichilarsi», nei canti di Hadewijch essa esprime di converso una nota di libertà, uno slancio dell’anima che si proietta al di là dell’esercizio di ogni virtù pratica.
L’unicità di questa autrice tanto appartata, eletta dalla storiografia a fondatrice della poesia nederlandese, risiede tuttavia in aspetti di carattere stilistico più che dottrinale, che risiedono in un modo di fare poesia e vivere le passioni ai margini della spiritualità. Nella struttura dei Canti i curatori Verle Fraeters e Frank Willaert hanno individuato, accanto a motivi della lirica cortese quali la natureingang – ovvero l’attacco che celebra il trascorrere delle stagioni per simboleggiare un risveglio interiore – vocaboli e addirittura costrutti retorici tipici del registro cavalleresco; innesti originali quando non arditi, che tradiscono l’eterogeneità della formazione letteraria di Hadewijch; ma soprattutto assegnano ai Canti una cifra di sorprendente sensualità. Utile, a questo proposito, la nota in cui il traduttore Franco Paris illustra il senso di alcune delicate scelte, una su tutte quella di optare – all’interno di un dettato che, per la funzione orale e recitativa, già risulta oberato da frequenti ripetizioni e disorientanti variazioni sul lemma Minne/Amor – per la resa italiana di «amor ella».
All’amore divino ci si rivolge, dunque, come si fosse di fronte a una dama al cui servizio porsi incondizionatamente, ripetendo uno schema tipicamente cavalleresco, dove il tema della quest diventa totalizzante. L’autrice si abbandona in alcuni casi a immagini che rimandano all’amante che vaga a cavallo, scandite metricamente con passo difficilmente riproducibile, ma che puntualizza tutti i passaggi dello slancio mistico-amoroso: il rifiuto da parte dell’«amor ella», l’esperienza dell’«abissale fondo», infine l’orewoudt, l’amor furente che solo la rinuncia a ogni piacere mondano e transitorio doveva assicurare: «Allora cavalco con trotto altero / e beata all’amato mi accosto / come se il nord, il sud, l’est e l’ovest / fossero tutti quanti nel mio impero. / Ma eccomi presto gettata a terra. / Ah, che giova narrar la mia miseria?»
Non è comune nella poesia di marca religiosa ritrovare il tema dell’erranza sviluppato con accenti tanto espliciti. Giorgio Agamben ha sottolineato come nella poetica medievale la ricerca narrata fosse inscindibile dal suo accadere, identificandosi col testo stesso che il poeta va scrivendo: nel regime di privazione a cui le beghine della cerchia di Hadewijch si sottoponevano, si intravede, non a caso, una sorta di cedimento al richiamo dell’avventura spirituale, «un indiscernibile di poetato e vissuto».
(il manifesto, 8 marzo 2026)
Roma. Nella sua casa di via San Valentino, la parlamentare più antica d’Italia attraversa con passo leggero ottant’anni di storia. «Ho quasi un secolo, ma solo qualche giorno fa ho scoperto di essere vecchia. Ora mi tocca farmene una ragione», sbuffa sprofondata nel divano, con quel suo modo ironico e assertivo. I suoi nuovi compagni di viaggio sono ragazzi e ragazze curiosi del mondo. «Gli amici coetanei se ne sono andati. E con i loro piagnistei i sessantottini mi annoiano terribilmente. Non mi resta che frequentare gli under 25, gli unici in grado di dare un senso alla vita che mi resta».
Nelle stanze piene di luce e di memoria, Luciana Castellina torna indietro al 1946, all’anno della svolta, quando lei era una diciassettenne in cerca di futuro e per la prima volta le donne andarono a votare (e furono votate). Il debutto avvenne il 10 marzo, in occasione delle elezioni amministrative; il 2 giugno, la scelta tra monarchia e Repubblica, e l’elezione dell’Assemblea costituente.
Qual è il ricordo associato a quelle giornate storiche?
«Mia nonna Maria seduta per ore nell’ingresso, davanti alla porta di casa: temeva che i miei la dimenticassero. Già vegliarda viveva con noi, ma conservando il suo spirito intraprendente. Giovanissima era scappata da Tarquinia per raggiungere a Buenos Aires il suo grande amore, mio nonno Alfredo Liebman, patriota triestino e compagno d’armi di Oberdan. Una vita molto avventurosa, per una ragazza dell’Ottocento. La mattina del voto si è buttata giù dal letto all’alba, si è preparata con cura, ed è rimasta scalpitante in attesa di mia madre diretta al seggio elettorale. Non poteva perdere quell’appuntamento con la storia».
Come scrisse la giornalista Anna Garofano, le donne stringevano nelle mani le tessere elettorali come biglietti d’amore.
«Sì, amore per la loro dignità».
Quasi tutte indossarono il vestito della festa, un accenno di rossetto sulle labbra.
«Si preparavano a ricevere la loro prima carica ufficiale. Per la prima volta la loro esistenza si intrecciava in modo indissolubile con quella dello Stato».
Molti temevano che non votassero. Invece la partecipazione fu altissima.
«Votarono quanto gli uomini, soprattutto nelle elezioni politiche. E dimostrarono di saper votare bene».
Le cronache dell’epoca mostrano un malcelato sbigottimento per la quantità delle donne in fila.
«Era la scoperta della donna come soggetto politico. Anche noi eravamo in grado di compiere quell’atto ufficiale, pensa che stravaganza! E non mi sorprende la meraviglia».
Anna Banti diede voce alle tante che avevano paura di sbagliare nel mettere la croce.
«Beh, eravamo considerate come un maschio un po’ fallato: meno intelligenti, meno capaci, meno forti. Un segno meno. Inevitabile che questo sguardo ci condizionasse nel profondo. Io a lungo mi sono vergognata di essere una donna».
Perché?
«Perché nel partito comunista aspiravo a incarichi che erano maschili. E temevo che l’esser donna mi penalizzasse. Era una rottura di scatole perché comunque avevi grane che i maschi non avevano: quando ero segretaria della sezione comunista all’università, dovevo patire l’insofferenza dei ragazzi sotto di me. E questa cosa mi dava fastidio».
Nel Pci c’era anche chi era contrario al voto femminile.
«Soprattutto i più vecchi temevano che le elettrici si sarebbero fatte suggestionare dal parroco, con grande beneficio per la Democrazia Cristiana. Ma fu Togliatti a mettere fine a queste sciocchezze. Pensate davvero che le donne debbano rinunciare alla propria soggettività?, li redarguì severamente. Nessuno osò ribellarsi».
Per la prima volta veniva mostrata la compatibilità tra donne e politica.
«Nel Partito c’era un modo di dire che ancora mi fa sorridere. Ogni discorso si chiudeva con l’esortazione: “Al lavoro, alla lotta, e ricordatevi di toccare le donne”. Detta così, oggi può sembrare una molestia, una cosa pornografica, in realtà era un invito a parlare con il pubblico femminile. È stato un processo molto lungo, in cui l’Udi ha avuto un ruolo fondamentale».
Senza le partigiane, non ci sarebbe stato il voto delle donne.
«Furono loro a costruire le fondamenta democratiche, negli ultimi anni della guerra. All’Anpi ho proposto più volte di sostituire la parola Resistenza con quella di Invenzione: le donne hanno dato vita a una nuova società civile, imprimendole una direzione precisa verso l’eguaglianza. Ma questo lavoro prezioso è rimasto a lungo nascosto sotto l’immagine della staffetta militare».
Non era facile per le donne fare politica. Il rischio era anche quello di essere maschilizzate. Racconta Lina Merlin, la celebre costituente socialista, che quando girava per il Veneto per i comizi nel 1945 i vecchi compagni si complimentavano. «Brava Lina, dopo tanti anni di vita politica sei ancora una donna».
«Io mi sarei voluta tagliare le tette pur di evitare le complicazioni. Ricordo ancora il sarcasmo di Marco Pannella, al congresso con tutte le sezioni universitarie dei diversi partiti. Non appena misi il piede sul palco si levò la sua voce irridente: “Passerella passerella!”. Se fossi stata più timida, non avrei aperto bocca».
Lei veniva da una famiglia mitteleuropea, più libera ed emancipata. Nel libro “Il femminismo della mia vicina”, un dialogo con Ginevra Bompiani curato da Agnese Manni, racconta di essere stata processata dal Pci.
«Nel 1947, in occasione del festival internazionale della gioventù a Praga, accettai di fare autostop con tre amici inglesi. Uno scandalo! Venni convocata da Giuliano Pajetta che pensò di punirmi con la lettura dei colloqui tra Lenin e Clara Zetkin, dei libretti orribili».
Cosa c’era scritto?
«Lenin sosteneva che gli uomini non gradivano bere in un bicchiere su cui s’erano poggiate molte altre labbra. Io non capivo cosa volesse dire. Giuliano insisteva, poveretto. Ma davvero non capivo. La verità è che io non avevo vissuto quella lontananza da casa come l’occasione della vita, mentre molte mie giovani compagne ne avevano approfittato per perdere la verginità. Tanti matrimoni del Pci sono nati in quei giorni a Praga».
Quando è arrivata la scoperta del femminismo?
«È arrivata tardi, grazie a mia figlia Lucrezia. È stata lei a domandarmi: mamma, ma perché esci sempre con i tuoi amici e non vai mai a cena fuori sola con le tue amiche? Aveva ragione, fu per me una illuminazione. Così come avevo guardato con sospetto i primi gruppi di autocoscienza che tendevano al separatismo. Poi avrei capito che si trattava di una invenzione formidabile: un viaggio dentro noi stesse per capire chi siamo. Credo che non l’abbiamo ancora capito».
Davvero non l’abbiamo capito?
«Siamo state talmente costrette a mascherarci da uomini per sembrare normali che ancora facciamo fatica a capire chi siamo, che cosa vuol dire essere donna. Quella maschile è stata una colonizzazione peggiore di quella subita dagli africani perché non solo ci hanno oppresso ma ci hanno portato via una identità. Ora scoprirla richiede un lavoro lungo, difficile. Come dice Simone de Beauvoir, è un lavoro che dura tutta la vita».
Nel “Secondo sesso” De Beauvoir sosteneva che donne non si nasce, ma si diventa, insistendo molto sulla costruzione sociale. Di recente è uscito il libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, intitolato provocatoriamente “Donne si nasce (e qualche volta lo si diventa)”, dove acquista centralità la diversità biologica. Qualche giorno fa il libro è stato censurato dalle cosiddette transfemministe, che ne hanno di fatto impedito la presentazione a Bologna. Non è un atto grave, anche incredibile?
«Sì, grave e preoccupante. Io sono molto polemica con un femminismo basato sull’indifferenza del sesso, che sostiene che è tutto uguale, sono maschio, sono femmina, sono terzo sesso o quarto o quinto. Un femminismo che rinuncia al nodo essenziale che è la differenza. Culturalmente è stato accettato quello che io chiamo l’imbroglio del neutro. Tutta la legislazione è costruita su un soggetto neutro che è disegnato sull’identità maschile. Ma la società deve riconoscere e attrezzarsi per la differenza, in modo che le donne abbiano realmente gli stessi diritti di un uomo. Questo lo vediamo in tutti i settori. Prendiamo la maternità: fortunatamente non è un obbligo, ma un diritto sì. Ci sono le condizioni per esercitarlo?».
È stato difficile conciliare la maternità con il lavoro politico?
«Io volevo moltissimo dei figli, li ho fatti a venticinque anni perché temevo che più tardi non sarei riuscita. Ma per permettermi il lusso di una baby-sitter, sacrificavo il sonno notturno per traduzioni e disegnetti destinati a una rivista francese. La vostra generazione ha spesso rinunciato ai figli, anche con dolore e rimpianto. Per questo non smetto di fare campagna con le più giovani: se li volete, questi benedetti bambini fateli presto. Metteteli in un cassetto ma fateli, per non dovervi poi mangiare le mani a quarant’anni. So bene che ancora molte ragazze sono costrette a scegliere».
Quella delle donne è l’unica rivoluzione che abbiamo avuto in Italia. A ottant’anni dal voto, a che punto siamo? Non rischiamo oggi di perdere le conquiste ottenute dalle madri democratiche?
«Siamo piene di problemi, contiamo ogni giorno donne morte e ferite, ma la nostra è l’unica rivoluzione vincente. In Italia e nel mondo».
E i femminicidi, le violenze?
«Non esistono rivoluzioni senza spargimento di sangue. Gli uomini uccidono perché non sopportano la libertà delle donne: ammazzano non quelle deboli, ma le compagne che hanno deciso di lasciarli. Non è un segno della nostra fragilità, semmai della nostra forza».
Quindi un colpo di coda del patriarcato morente che reagisce ammazzando?
«È evidente che siamo in presenza di un trauma psichico degli uomini! Non vogliono accettare di perdere un predominio accumulato nei secoli. Più che nemici dovremmo considerarli poveri animali feriti, a cui ora tocca pure dare una mano. Che fatica. Per noi donne il lavoro non finisce mai».
Tranne gli anni di convivenza con suo marito Alfredo Reichlin, lei ha scelto sempre di vivere da sola.
«Sì, credo che questo mi abbia reso la vita molto più comoda. Sai quante baruffe intorno alla domanda fatidica “finestra aperta o finestra chiusa?”. Me le sono risparmiate».
(Repubblica.it, 8 marzo 2026)
L’8 marzo 2026 de La domenica dei libri di Radio Popolare è stato interamente dedicato alle donne della radio degli anni ’90, con le trasmissioni Ciao Bella e Malafemmina ideate e condotte da Bruna Miorelli, e alle libere donne della Libreria delle donne.
Qui il link al podcast della trasmissione, condotta da Roberto Festa, a cui hanno partecipato Rosaria Guacci, Francesca Pasini e Silvana La Spina nella prima parte e Laura Colombo, Traudel Sattler e Fosca Giovanelli nella seconda.
Ascolta qui: https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-ladomenicadeilibri/ladomenicadeilibri_08_03_2026_10_35
I piedi saranno nudi. «Perché non possiamo indossare le scarpe sulle strade di un mondo intriso dal sangue dei nostri figli. Cammineremo scalze ma cammineremo. Mai come ora è tempo di cominciare il lungo percorso verso la pace». Mentre Reem al-Hajajreh racconta, Yael Admi annuisce. E aggiunge: «Spogliando i nostri piedi – a Roma, a Gerusalemme e in altre città – vogliamo mostrare la fragilità condivisa degli esseri umani da cui nasce lo sforzo per un futuro comune. È un modo silenzioso ma potente per dire che questa terra deve essere un luogo in cui la vita sia protetta, non sacrificata». Le due donne non sono nella stessa stanza. Non possono esserlo. Meno di settanta chilometri separano le rispettive città. Ma la distanza “politica” fra Betlemme e Ganei Yehudah, vicino all’aeroporto di Tel Aviv, è incalcolabile. La Cisgiordania, dove si trova la città di Davide e di Gesù, è blindata: dal 7 ottobre 2023 i palestinesi non possono recarsi in Israele nemmeno per lavorare. Da otto giorni, quando è scoppiato il conflitto con l’Iran, poi, anche il percorso inverso – raggiungere i Territori da Israele – è più difficile che mai. Attraverso la piattaforma virtuale, le loro parole, però, riescono comunque a intrecciarsi, in un colloquio in cui l’arabo risuona accanto all’ebraico e all’inglese. «Le resistenti hanno il dovere di essere creative. E ostinate», scherzano. Non hanno intenzione di farsi fermare dall’ennesima fiammata di guerra in Medio Oriente.
Con la valigia già pronta, sono determinate a partire alla volta dell’Italia per lanciare da Roma il “grido globale delle madri”. Il 24 marzo, la loro “marcia scalza” si snoderà dall’Ara Pacis alla Terrazza del Pincio nell’ambito di un’iniziativa sostenuta da Vital voices, con il patrocinio di Roma capitale. Nel guidarla, Reem e Yael – candidate negli ultimi due anni al Nobel per la pace per il loro impegno – scandiranno l’appello composto congiuntamente dalle organizzazioni di cui sono rappresentanti, Women of the sun e Women wage peace: «Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le generazioni future. Crediamo che anche la maggior parte dei popoli a cui apparteniamo condivida questo desiderio. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltarci e di avviare subito negoziati di pace con l’impegno di raggiungere una soluzione politica a un conflitto troppo lungo e doloroso». Non è una dichiarazione. È la sintesi di un processo di solidarietà femminile cominciato cinque anni fa. All’epoca Women wage peace – che Yael e Vivian Silver avevano fondato nel 2014, dall’unione di istanze femministe e pacifiste nell’opposizione al conflitto allora in corso a Gaza – era già un punto di riferimento per l’attivismo israeliano e la lotta nonviolenta all’occupazione. La palestinese Women of the sun, invece, era agli inizi. Reem, economista di formazione, era esasperata dalle morti violente di tanti ragazzini del campo profughi di Dheishesh dove risiedeva. Creata nel 1949 dall’Onu nel cuore di Betlemme per ospitare gli sfollati di Gerusalemme Ovest e Hebron, la “foresta”, questo il significato del nome dell’enclave, è un concentrato di edifici, persone – oltre 19mila in 0,33 chilometri quadrati – e rabbia. Una furia sorda e palpabile generata dalla prossimità forzata e dalle continue incursioni dei militari di Tel Aviv che i gruppi estremisti canalizzano e alimentano trasformando i giovani in carne da cannone. «Ero stanca di seppellire figli di vicini e di amici. I nostri ragazzi meritano di vivere. L’unico modo per salvarli è cambiare la situazione. Ho capito che dovevamo essere noi donne e madri compiere il primo passo per convincere altre donne e madri a educarli in modo differente. La sensibilizzazione “porta a porta” non è stata facile. La vita pubblica è ancora ritenuta “roba da uomini”: prendere la parola dopo essere state a lungo in silenzio, spaventava», dice Reem.
In parallelo al percorso di consapevolezza interna, è maturato l’incontro con Women wage peace a partire dal 2021. «La sintonia è stata naturale. Avevamo lo stesso proposito: proteggere i nostri figli dalla guerra. Certo, abbiamo dovuto imparare a conoscerci, a fidarci, a lavorare insieme», sottolinea Yael. Il 25 marzo 2022, 1.500 israeliane e palestinesi si sono radunate sul Mar Morto per far sentire alla Terra Santa la loro voce di dissenso alla guerra. La tragedia del 7 ottobre e il massacro a Gaza non hanno spezzato quella sororità. Al contrario, l’hanno cementata. Con il sangue: tre esponenti di Women wage peace – tra cui la stessa fondatrice, Vivian Silver – sono state assassinate da Hamas, 43 attiviste di Women of the sun sono morte nei combattimenti nella Striscia. L’azione congiunta delle due organizzazioni-sorelle procede. E “sconfina” oltre la terra dal Giordano al mare. A quattro anni dalla prima marcia-appello, le donne di pace di Israele e Palestina vogliono far risuonare la stessa invocazione nel mondo. «Per questo abbiamo scelto Roma, una delle capitali spirituali del pianeta per la presenza del Vaticano – aggiunge Reem –. Le esortazioni continue di papa Leone alla pace – e prima di Francesco che abbiamo “incontrato a distanza” a distanza durante Arena di pace 2024 – sono un prezioso incoraggiamento». «Anche la data è simbolica: il 24 marzo è la vigilia dell’Annunciazione e si colloca fra la fine del Ramadan e la celebrazione della Pasqua ebraica e cristiana – le fa eco Yael –. Nonché all’inizio della primavera con cui la terra ci ricorda che l’inverno ha fine. Anche un inverno prolungato come quello del conflitto israelo-palestinese senza la cui conclusione non potrà mai sorgere una nuova stagione per il Medio Oriente. È l’origine e il focolaio permanente di una tensione che ciclicamente esplode: a Gaza, in Libano, in Iran». Alla domanda sul perché due organizzazioni femminili dovrebbero riuscire dove politici e diplomatici hanno finora fallito, Reem e Yael si scambiano uno sguardo di intesa. «Non sono riusciti perché c’erano poche donne ai tavoli», rispondono una dopo l’altra. «Relegandoci ai margini, la storia ci ha obbligato a un surplus di abilità negoziale per andare avanti», afferma Yael. «Specie quando è in gioco la vita dei nostri figli – ribadisce Reem –. Ma abbiamo necessità dell’aiuto delle donne d’Italia e del resto del mondo. Non lasciateci sole. Camminate, fisicamente il 24 marzo, o metaforicamente, con noi. Insieme possiamo farcela».
(Avvenire, 8 marzo 2026)
Per un mese dieci mamme con i loro figli vivono insieme nel sud della Spagna. In una manciata di casette bianche circondate da pini, a pochi passi dal mare, condividono cucine, storie, frustrazioni, accudimento e momenti di pura gioia. Lavoro e scuola sono organizzati in modo flessibile. Io sono una di quelle donne: insieme ai miei due figli, divido una casa con un’altra donna e i suoi tre bambini piccoli.
Claudia Bellante, una giornalista italiana che vive in Andalusia, propone quest’iniziativa ogni anno. Stava lavorando a un’inchiesta sui nomadi digitali, cioè le persone che combinano il lavoro da remoto con gli spostamenti frequenti, quando ha scoperto una lacuna: esistevano esperienze di co-living per espatriati e per famiglie, ma quasi nessuno rispondeva alle esigenze di madri e bambini. Così è nato il progetto Andalucía nomad mums, una convivenza temporanea rivolta a donne con figli a Chiclana de la Frontera, nel sud della Spagna.
Nel terzo giorno di permanenza leggo ai bambini un libro ad alta voce sulla nostra terrazza. Gli avanzi della colazione e del pranzo si stanno deteriorando sotto il sole. La giornata è andata così: caldo, caos, poco aiuto. Ma sento qualcuno muoversi in cucina: Lucie, una donna che conosco appena e che vive in una delle altre case, è venuta a sparecchiare la tavola. «I miei figli sono più grandicelli», dice. «Mi sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse fatto per me».
Un lavoro ben visibile
È un gesto piccolo, ma rivoluzionario. Di solito la maternità si vive a porte chiuse. Lucie la definisce «un’esperienza incredibilmente bella ma anche incredibilmente solitaria. Non si sa bene cosa bisogna fare, tutte si chiudono e si arrangiano come possono». Nel co-living quel lavoro diventa visibile e viene condiviso.
KC, una donna salvadoregna-statunitense, racconta come la maternità l’ha cambiata. Alla nascita del primo figlio ha sentito un amore travolgente e l’impulso fortissimo a stare sempre insieme a lui. Ha lasciato un lavoro ben pagato come programmatrice: «È stato difficile. Ero io a mantenere la famiglia e da un giorno all’altro mi sono ritrovata in gravi ristrettezze economiche. Ho imparato a fare da sola le pastiglie di detersivo per la lavastoviglie. Facevo di tutto per risparmiare».
Oggi, di giorno KC è un’orgogliosa mamma a tempo pieno, che provvede all’istruzione del figlio più piccolo e rappresenta un punto fermo per i genitori e i bambini del suo quartiere; di sera fa l’estetista. «Sono cambiata moltissimo. Mi sono trasformata in una persona che aiuta sempre gli altri».
Anche per Vikki la maternità è stata un punto di svolta. Lavorava nella finanza, facendo tanti straordinari. «Mi piace come sono ora, trovo che abbia un senso. Una volta lavoravo tantissimo, ne ero dipendente». La nascita di suo figlio ha cambiato tutto: «Da quando c’è lui, non voglio che sia il lavoro a prendersi il meglio che ho da offrire». Oggi Vikki è impegnata circa quindici ore alla settimana come “time hacker”, aiutando gli altri a organizzare il loro tempo in modo diverso. Ora è il lavoro a adeguarsi ai ritmi della sua famiglia, non il contrario.
Ogni giorno nel co-living ho modo di rendermi conto di cosa intende Vikki. Al mattino lavoro in silenzio e con la massima concentrazione. Nel pomeriggio tutto rallenta: la vita con i bambini ha un ritmo rilassato. Le case e i giardini si riempiono di voci infantili e di sabbia che s’infila tra le dita dei piedi. Corro al mare con i miei figli. Ritrovo una spensieratezza che a un certo punto della mia vita avevo perso.
La scrittrice e mentore belga Karen Kelchtermans parla di “emancipazione all’ennesima potenza”. Secondo lei l’idea della donna alfa – che combina una carriera di successo con la famiglia e le ambizioni personali – è una trappola. «Come donne, siamo passate dal lottare per “far sentire la nostra voce nella società” ad avere una voce mascolinizzata», scrive nel libro Liefde in balans (Amore in equilibrio).
La vita quotidiana riduce lo spazio della femminilità – almeno, questa è la mia percezione – e privatizza la maternità. In questo co-living le cose sembrano andare diversamente: le donne possono essere semplicemente donne, e madri per i loro figli, nel modo che preferiscono.
Di sera leggo il libro Donne che corrono coi lupi (Sperling & Kupfer 2016). L’autrice Clarissa Pinkola Estés usa il lupo come metafora della natura istintiva, creativa e collaborativa delle donne. La loba appare spesso durante la gravidanza o quando si partorisce e allevano i figli: sono momenti in cui la parte selvaggia e intuitiva delle donne riconquista il suo spazio. Nel co-living riconosco quell’energia nelle altre madri e in me stessa.
«È come se qualcuno premesse il pulsante pausa», spiega Bellante. «Per un po’ possiamo mettere da parte i ruoli che recitiamo, e che la società ci assegna. Dà un’idea di come potrebbe e, forse, dovrebbe essere la vita se fossero le donne e i bambini a dettare legge».
Il mondo come scuola
Molte donne parlano della difficoltà di fare scelte autonome, basandosi sull’intuito. Dividere il letto con figlie e figli, per esempio: in molte parti del mondo è normale, ma in occidente è spesso considerato un’anomalia. O l’istruzione dei figli: KC dà lezioni in casa al figlio più piccolo, perché sente che quel tipo di insegnamento è più adatto. Un’altra madre sceglie il worldschooling, una filosofia educativa in cui i viaggi e il mondo fanno le veci di un’aula scolastica.
Vikki esprime i suoi dubbi sulla scuola tradizionale: «La gente mi chiede: preferisci l’istruzione in casa? Ma sono solo degli schemi rigidi. La vera domanda è: se quegli schemi non ci fossero e tu avessi piena libertà creativa, cosa faresti? Io ascolto la mia voce interiore. Come mi sento? Come si sente mio figlio o mia figlia?».
Ispirandosi ai lupi che vivono in branco, proteggendosi a vicenda e affidandosi all’intuito, Pinkola Estés scrive che le donne ritrovano forza attraverso la comunità, la collaborazione e la riscoperta del ritmo interiore. Il “selvaggio” è una saggezza naturale che fiorisce quando le donne si sentono appoggiate, possono sorvegliare i confini e hanno la libertà di muoversi in cicli di creazione e riposo. Questa visione è vicina ad alcune correnti femministe latinoamericane che mantengono una posizione critica rispetto all’enfasi sull’individualismo di gran parte del femminismo occidentale. Il punto non è cosa può realizzare una singola donna ma cosa possono fare le donne, insieme, per la loro comunità e, più in generale, per la società.
All’ombra dei pini si sviluppa un sottile intreccio di cure. Lucie, erborista, condivide le sue conoscenze delle piante. KC offre un massaggio ristoratore ad alcune delle presenti. Vikki condivide le sue conoscenze in strategie di marketing e scelte professionali. Ognuna, di tanto in tanto, si prende cura dei figli di un’altra, o aiuta come può. Condividiamo le sfide con cui ci scontriamo nella maternità e nelle nostre relazioni, cercando insieme delle risposte.
Non è sempre un idillio. A volte capita che i bambini facciano a botte, che i compiti domestici siano divisi in modo poco equo, che i metodi educativi si scontrino. La convivenza è anche un esercizio di gentilezza. Un gruppo di donne supporta il co-living occupandosi dell’istruzione di bambine e bambini. Questo mese seguono per cinque ore al giorno la forest school: lezioni all’aria aperta, sulla spiaggia o nella pineta, che prendono ispirazione dall’organizzazione britannica Forest school association e mettono al centro il gioco, l’esplorazione e il prendere rischi in modo responsabile. Un netto contrasto con le scuole affollate a cui sono abituati molti bambini, dove la vita all’aperto è spesso quasi inesistente.
Nel frattempo l’esperienza di coabitazione è stata imitata sulle montagne della Romania, dove sta prendendo forma un modello simile. L’organizzatrice Ioana Valea è una scienziata e imprenditrice. I suoi obiettivi principali sono offrire alle donne uno spazio dove combinare lavoro e famiglia, e fornire un’istruzione basata sul metodo Montessori. «Serve un villaggio», dice, «però deve essere il villaggio giusto. Quando le madri ricevono supporto emotivo e strutturale, possono stare benissimo. Lo stesso vale per i figli».
Stanno spuntando sempre più ritiri per mamme e figli: soggiorni brevi in cui le donne possono portare con sé i bambini. Jocie Cox, organizzatrice di Theta re-treats, vuole offrire un rifugio dove i più piccoli sono coccolati e stimolati, e le madri a loro agio. La maternità, secondo lei, è uno dei maggiori cambiamenti emotivi, neurologici e fisici nella vita di una donna. Devono esserci dei posti in cui le famiglie hanno l’occasione di riconoscere e integrare quella trasformazione.
Charlotte Faircloth, che insegna allo University college di Londra, inserisce questi co-living e ritiri in un contesto più ampio. Cita la sociologa Sharon Hays definendo l’intensive motherhood, la maternità intensiva, un’ideologia culturale dominante in cui ci si aspetta che le madri crescano i figli in un modo dispendioso in termini di tempo, denaro ed energie. Quelle che una volta erano pratiche di cura scontate ora sono scelte complesse. Allattamento, sonno, alimentazione, scuola: tutto è sottoposto a un giudizio morale. E la pressione pesa soprattutto sulle madri, sottolinea Faircloth.
Privilegio per poche
In questo contesto i ritiri e i co-living per madri e figli sono risposte comprensibili. «Può essere un modo per ritrovare il piacere della maternità. Sottrarla all’isolamento e vedere da vicino il modo in cui la vivono altre donne fa bene. Ed è importante per capire come possiamo fare per ricostruire un villaggio», osserva.
Ma Faircloth è anche critica. Spesso queste esperienze sono costose (un soggiorno di meno di una settimana può costare da 1.500 a 2.500 euro o più) e fanno leva sulle insicurezze e sulle debolezze delle donne che provano a essere “buone madri”. «Così si creano due gruppi distinti: le madri che la pensano allo stesso modo e che possono permettersi la risposta giusta, e quelle che non possono. Questo meccanismo rafforza le disuguaglianze», spiega.
La pensa così anche Lei Decappelle, ricercatore dell’università di Gand, in Belgio. Queste iniziative sono in gran parte a pagamento e per molte donne sono inaccessibili: «Le madri single, spesso le più bisognose di supporto, sono le più sacrificate».
«I co-living e i ritiri per madri con bambini rispondono a un insieme complesso di desideri giustificati, alimentati da nuove norme sociali», dice Decappelle. Secondo lui mostrano come oggi la cura dei bambini sia sempre più individualizzata e commercializzata. «Ci si aspetta che una madre si prenda cura dei figli in modo costante, ma allo stesso tempo che pensi anche a se stessa. La gente fa quello che può». Perché le madri che hanno bisogno di quiete o di supporto non possono prendersi cura di sé senza i figli? «Dove sono i padri? Dov’è la comunità?», si chiede Decappelle.
Modelli da ripensare
Ultimi giorni nel sud della Spagna: le famiglie cominciano a partire, il tempo cambia, tutti sentono che si avvicina il ritorno ai ritmi abituali. Qualcosa però è diverso da prima. Abbiamo visto cosa succede quando le donne non sono lasciate sole a risolvere ogni aspetto della cura dei figli. Quando la cura diventa una responsabilità condivisa da una piccola comunità. In Belgio la maternità è organizzata come se fosse un impegno individuale per il quale ogni donna deve trovare la sua strategia di sopravvivenza. Il co-living mostra il contrario: le madri possono rilassarsi se le strutture sociali che le circondano si muovono insieme a loro.
Un esperimento del genere resta una prerogativa di donne con un lavoro flessibile, che può essere svolto da remoto, e con sufficienti mezzi finanziari. In una società caratterizzata da settimane lavorative lunghe, da un alto costo della vita e da nuclei familiari in cui due redditi sono la norma, la cura intensiva resta un problema da risolvere individualmente. Chi guadagna poco o non può decidere autonomamente cosa fare del proprio tempo non può rallentare il ritmo. Però l’esperimento mostra cosa sarebbe possibile. A volte sono utili i gruppi di mamme che s’incontrano regolarmente dopo la nascita dei figli. In Belgio queste iniziative sono ancora marginali, ma in altri paesi sono più diffuse. In Germania, per esempio, ci sono le Mutter/Vater-Kind-kuren per genitori in difficoltà: ritiri di alcune settimane per madri o padri con figli, che offrono terapia e assistenza per prevenire l’eccessivo affaticamento, anche emotivo.
«Come possiamo alleviare la pressione?», si chiede Faircloth. Sottolinea l’importanza di scuole per l’infanzia di alta qualità e accessibili, e la possibilità di affidare ad altri le faccende domestiche. Allo stesso tempo mette in guardia dal delegare il lavoro di cura a persone sottopagate, spesso a donne straniere.
In che misura un co-living come quello in Spagna mostra i limiti di un modello economico in cui l’assistenza è delegata ad altri, ridotta o privatizzata? Le cure di una madre verso i propri figli restano in gran parte invisibili: non sono quasi considerate nei dati sulla produttività o sulla crescita. Forse non è la maternità a essere pesante, ma il modo in cui abbiamo organizzato gli aspetti sociali ed economici che la circondano. Bisogna ripensare cosa consideriamo progresso, anche nel campo delle cure e dell’assistenza. O almeno, rivalutare il modo in cui lo misuriamo.
Forse, in futuro, invece di aumentare la nostra indipendenza, dovremo provare a recuperare qualcosa di antico: una struttura sociale che cresce insieme alle donne e ai bambini. Un villaggio, insomma, non come ideale nostalgico, ma come comunità attiva.
(Internazionale, 7 marzo 2026)
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1].
In questa situazione di straniamento e di disagio, c’è un verso di una famosa poesia di Wisława Szymborska, Ritratto di donna, che sono andata a cercare perché rimanda a una situazione di alterità e insieme di cammino: la fatica di essere compressa tra tante definizioni e mancanze apre, infine, spazio alla creazione. Sintetizza ciò che vorrei provare a dire sul tema della diseguaglianza economica, dello scambio sessuo-economico nonché sulla imprendibile, imprevedibile potenza delle donne, nonostante tutto.
Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka[2].
Non intendo aggiungere un vero e proprio parere sul caso Epstein, dopo tante analisi di molte opinioniste importanti e intelligenti, per esempio, Maddalena Fragnito e Carlotta Cossutta, tra le altre.
Certamente, l’odierna guerra (28 febbraio 2026) contro l’Iran decisa da Trump, mentre i colloqui diplomatici erano ancora in corso a Ginevra, ha anche, tra altre ragioni imperiali, il significato di distrarre questo mondo dal terrificante affaire di uso e scambio di donne e bambine che coinvolge tutti i grandi del mondo e di stornare lo sguardo dello spettatore dagli “orrorifici cataloghi”[3] che ci tormentano, insieme a una sensazione di impotenza, di vivere “destini vicari” sui quali abbiamo perso il controllo. Intendo, come del resto intendeva Campo, il “destino” come immanenza affermativa che richiede sempre forme di sperimentazione e di relazione con altri corpi e affetti.
La vicenda Epstein si è arricchita della testimonianza imbarazzante di Clinton, con la solita, instancabile, Hillary che difende il marito e che rilancia, chiedendo di “ascoltare Trump sotto giuramento”. La scorsa settimana si erano avuti l’arresto (per 24 ore) di Andrea Windsor-Mountbatten, nonché dell’ex ambasciatore britannico negli Usa, Peter Mandelson. Non facile, certo, aggirarsi tra l’immensa mole di file desecretati in corrispondenza con una lunghissima indagine giudiziaria sul finanziere statunitense. Ma c’è un sito che simula Gmail, costruito da due sviluppatori, dove si trovano raccolti tutti gli scambi di Jeffrey Epstein sotto forma di semplice casella di posta elettronica. Per quanto mi riguarda, Epstein che consiglia a Larry Summers – ex segretario del Tesoro Usa e celebre economista, docente ad Harward, dimessosi dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione di OpenAI dopo lo scandalo – di leggere il libro di Helen Fisher, Anatomia dell’amore[4], perché potrebbe “trovarlo divertente” mi è sembrato sufficientemente significativo e mi è bastato. Davvero tragicamente divertenti.
Detto ciò, vorrei insistere su un tema che ha a che vedere con questa storia. In parte mi sono convinta ad aggiungere qualche riga grazie alle, per me fondamentali, suggestioni derivanti da ciò che ha detto e poi scritto Ida Dominijanni.
Come è già stato notato, tutte e tutti noi viviamo in un mondo dove il controllo generale delle risorse materiali e simboliche, nonché dei mezzi di produzione e, ovviamente, del potere e del governo, con ciò che ne deriva in termini di repressione e di punizione, tende a rimanere nelle mani degli uomini. Paola Tabet[5] ha analizzato come le relazioni tra uomini e donne simulino i rapporti di classe. Le donne, nella maggioranza dei casi, stanno più in basso nella scala sociale, gerarchica e nella distribuzione dei redditi rispetto agli uomini.
Nonostante, come suggerisce Szymborska, le donne sappiano, se lo vogliono, costruire un ponte con una vite mai vista prima (le viti hanno una maggiore resistenza alla trazione), la concentrazione di capitali inestimabili, soprattutto nel settore hi-tech, rimane fortemente sbilanciata a favore degli uomini, mantenendo una distanza abissale tra il primo uomo e la prima donna in classifica ai vertici della ricchezza mondiale.
Se consideriamo alcune statistiche appena uscite[6], in termini generali la situazione lavorativa e retributiva delle donne italiane dimostra che sono più disoccupate, più precarie, più costrette a scegliere di lavorare part time per gestire anche casa e famiglia, che guadagnano circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini. Aggiungo che se si includesse il valore del lavoro domestico e di cura (non retribuito), il reddito orario effettivo delle donne crollerebbe al 32 per cento di quello degli uomini.
Insomma, non voglio stordire con i dati ma insistere sul fatto che questo determinante fattore di diseguaglianza va tenuto al centro. Anche perché, con buona pace del presidente Meloni, non si sta affatto migliorando, anzi. Secondo il World Economic Forum, l’Italia è all’85° posto nelle analisi comparative per disparità di genere tra 147 paesi, ultima tra tutti i Paesi europei, mentre per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità delle donne (differenza tra i generi nel mercato del lavoro, inclusi tassi di occupazione, stipendi e posizioni di leadership), va anche peggio e siamo alla 117ᵃ posizione [7].
Si deve aggiungere, inoltre, che nel capitalismo contemporaneo l’assioma del denaro e del profitto non paiono conoscere limiti, da cui la riattualizzazione e riformulazione del concetto di capitalismo antropomorfo che integra consumo e riproduzione, mirando a un assoggettamento sempre più intimo dell’individuo. E, nel buio di questa era, inserirei anche la nozione di capitalismo perverso che penetra sadicamente e contagia la soggettività, trasformandola a propria immagine e somiglianza.
D’altro lato, proprio la logica imperante di guerra totale, pervasiva, ininterrotta, per quanto “a pezzi”, che imprigiona questi tempi ci fa pensare a quanto la stessa categoria di umanità vacilli, soverchiata dalle armi, dalla violenza e dalla morte, dal riemergere – dagli orrori della storia – della attrazione per la distruzione di un intero genos, una intera stirpe, ritenuta nemica, nociva, rivale.
Se il quadro è questo, se la guerra, senza frase, senza trattativa, senza legge, senza appello, costruisce l’ordine del discorso contemporaneo, mi pare chiaro che, pur non nominando il patriarcato, siamo di fronte a un evidente regresso delle forme della socialità maschile e di involuzione nella costruzione sociale della virilità.
Non sostengo che esista un continuum senza crepe del dominio maschile dalla antichità al presente, ma in questo clima, e poiché le donne sono più povere, più in basso nella piramide sociale, più dipendenti, il carattere strutturale della mediazione del denaro nelle relazioni tra uomini e donne non può essere ignorato. Poiché, tra l’altro, proprio il denaro è alla base di questo rinnovato istinto bellico ed esso è più che mai forma di conferma del potere e con ciò di validazione sociale della virilità maschile. Striscia fuori dalla cripta il mito dell’uomo forte, guerriero, in divisa, del potente tra i potenti, con una intera isola di proprietà a disposizione. Si ripropone il nodo, mai veramente sciolto, del dover incarnare questi modelli per essere “veri maschi”, il cui sbandierato obiettivo è anche quello di salvare (e sottomettere) le donne oppresse dagli avversari.
Su tali aspetti è stata lucida e anticipatoria l’analisi di Ida Dominijanni nel libro Il Trucco, che ha individuato, già in epoca berlusconiana, la necessità di accettare per alcune donne:
“prestazioni relazionali più che affettive e sessuali; investimento su di sé più che resa al desiderio maschile connessi alla femminilizzazione postfordista del lavoro, senza per questo considerarlo un mestiere come un altro e anzi escludendo di trarne piacere o soddisfazione […]. Interna alla logica di mercato che orienta la sua vita, e alla logica del contratto che spaccia per scambio tra eguali ciò che immancabilmente si rivela uno sfruttamento tra diseguali” [8].
Da cui la necessità, tra altri imperativi, di essere giovane, per sempre giovane. Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane. Sollecitare il desiderio, non smettere di solleticare un rituale sessuale, di attrarre la fantasia e l’aspirazione maschile. Anzi, se possibile, essere sempre più giovani. E, ritornando al punto, naturalmente, non avere denari propri, essere sedotta da quelli altrui, doversene procacciare in ogni modo. Il problema che resta alla donna è immancabilmente avere soldi suoi per un viaggio lungo e lontano.
L’altro lato di questo racconto è, però, la possibilità della parola femminile di sgretolare sistemi, come è già successo in molti simili scandali sessuali.
Accade al potere di essere talmente preso da sé stesso da non accorgersi dei propri smottamenti. I quali potrebbero, ancora una volta, arrivare non da innovazioni straordinarie nelle tecnologie del sistema bellico prodotte da una delle parti in causa, nemmeno dal controllo completo delle fonti energetiche, ma da sottrazioni, smascheramenti, imprevisti “banali e fatali che d’un colpo gli strappano l’aura togliendo il monopolio della narrazione della realtà: ma non è un imprevisto inspiegabile”[9].
Ritorno allora all’estraneità sentita e vissuta con cui ho iniziato questo commento che nasce dal rifiuto di un incerto e violento assetto e dal desiderio di un mondo differente. Il desiderio è infatti, notoriamente, socialmente costruito, e un primo obiettivo sarebbe quello di fare respirare e coltivare altre modalità del desiderio. Anche per/tra gli esseri umani di sesso maschile.
Inoltre, se un ordine non esiste più non è detto che sia un male per forza per tutti e tutte, in tutti i sensi. Il femminile è rottura e il sistema che osserviamo non è frutto di nostre decisioni. Va abbandonata la nostalgia per ciò che è stato, evitando anche di farci fagocitare dalle immagini del presente. Siamo forti della consapevolezza che la riproduzione della vita ci allaccia a una profondità temporale che è capace di unire molti piani. È proprio quella che ci insegna le sorprendenti, infinite, possibilità del divenire, delle relazioni e dei corpi. Alla ricerca di nuove vie d’uscita, sempre alla ricerca di libertà.
Portiamo con noi una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
NOTE
[1] Cristina Campo, “Diario bizantino” in La tigre assenza, Adelphi Editore, Milano 1991, p. 45.
[2] Wisława Szymborska, “Ritratto di donna”, da “Grande numero” (1976), in Wisława Szymborska, La gioia di scrivere., Tutte le poesie (1945-2009), (traduzione di Pietro Marchesani), Adelphi Edizioni, Milano 2009.
[3] Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi Edizioni, Milano 1987, p. 113.
[4] Helen Fisher, Anatomy of Love: A Natural History of Mating, Marriage,and Why We Stray, W. W. Norton & Co Inc, New York, 2016.
[5] Paola Tabet, Le dita tagliate, Ediesse, Roma 2014.
[6] Si veda in particolare il, Rendiconto di genere Inps uscito il 24 febbraio 2026. Utili confronti si possono ricavare con Inps – Rendiconto di genere 2024 ed Eurostat, Occupazione, statistiche annuali, Rapporto 2024.
[7] Word Economic Forum, Rapporto globale sul divario di genere, Analisi comparativa dei divari di genere, 2025
[8] Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014, p. 79.
[9] Ivi, p. 71.
Il diritto internazionale non ammette sconti, nemmeno quando il cielo si riempie di droni e missili: ogni potenza occupante è legalmente responsabile della vita della popolazione soggetta al suo controllo. È un principio che non sfuma e non si sospende, nemmeno in caso di conflitto con un paese terzo. L’occupante ha l’obbligo giuridico di difendere anche la terra occupata e chi la abita come se fossero i propri confini e i propri cittadini.
Mentre il nuovo picco di ostilità tra Israele e Iran segna la seconda escalation in meno di un anno, l’obbligo di protezione sancito dal diritto internazionale naufraga di fronte alla realtà dei territori occupati, dove la popolazione palestinese rimane priva di ogni difesa strutturale. Nelle città della Cisgiordania e tra le macerie di Gaza, i palestinesi guardano l’orizzonte senza schermi protettivi: non ci sono shelters in cui rifugiarsi, non risuonano sirene d’allarme che annuncino il pericolo imminente, non esiste una difesa per la popolazione palestinese.
Una protezione a geometria variabile
L’assenza di infrastrutture di sicurezza non è un caso logistico, ma l’esito di una precisa scelta politica e militare. Mentre nelle città israeliane il sistema Iron Dome e una rete capillare di rifugi offrono una protezione d’avanguardia, i palestinesi del ’48 – ovvero i cittadini palestinesi d’Israele – e i residenti dei territori occupati si ritrovano «fuori dalla bolla». Le cronache dell’ultimo conflitto con l’Iran avevano già riportato dati inquietanti: numerosi palestinesi del ’48 denunciarono all’epoca di essere stati chiusi fuori dai rifugi pubblici o di non avervi avuto accesso durante i lanci di missili balistici.
In Cisgiordania, la minaccia si fa fisica e immediata. Dal cielo cade una vera e propria «pioggia di metallo»: a giugno 2025 vari palestinesi dei territori occupati erano rimasti feriti sia dall’impatto diretto dei vettori iraniani che dai detriti delle intercettazioni avvenute sopra le loro teste. Frammenti incandescenti piovono su centri abitati deliberatamente lasciati privi di sistemi di allerta, trasformando lo spazio aereo in una trappola mortale per chi sta sotto.
L’apartheid tecnologica: la violazione della IV Convenzione
Questa asimmetria non è solo un’ingiustizia morale, è una violazione deliberata di articoli del diritto internazionale umanitario. La IV Convenzione di Ginevra (1949) e il I Protocollo Aggiuntivo stabiliscono obblighi che l’occupante sta sistematicamente ignorando.
Innanzitutto, l’obbligo di allerta (Early Warning): la potenza occupante che detiene il monopolio dei radar e dello spazio aereo ha il dovere legale di estendere i segnali di allarme a tutta la popolazione sotto il suo controllo effettivo. Negare le sirene ai centri palestinesi mentre le si aziona per gli insediamenti dei coloni a pochi chilometri di distanza configura una discriminazione sistemica che nega il diritto alla vita su base etnica.
E poi, la segregazione dei rifugi: l’articolo 58 del I Protocollo impone di adottare «le precauzioni necessarie» per proteggere i civili dagli effetti degli attacchi. Impedire ai palestinesi di edificare bunker (attraverso il blocco sistematico dei permessi edilizi in Area C) o non fornirne di pubblici espone arbitrariamente milioni di persone al pericolo di morte.
L’occupante agisce qui come un «amministratore fiduciario» che ha tradito il proprio mandato. Se si sceglie di intercettare un missile sopra Ramallah per proteggere Tel Aviv, ma non si fornisce alla popolazione di Ramallah né l’allarme né il riparo, si sta utilizzando il territorio occupato come una zona cuscinetto sacrificale.
Il garante venuto meno
Non solo. Come sempre, l’escalation regionale funge da formidabile dispositivo di distrazione di massa. Mentre l’attenzione del mondo è ipnotizzata dal duello balistico tra Tel Aviv e Teheran, la pressione internazionale per spezzare l’assedio di Gaza è evaporata. La fame e la crisi sanitaria sono già diventate note a piè di pagina.
Per il popolo palestinese, l’allargamento del conflitto significa invisibilità. Ogni nuovo missile tra Israele e Iran drena l’attenzione mondiale, svuotando di significato le richieste di accesso umanitario a Gaza. È la cronaca di un abbandono annunciato: mentre il mondo guarda altrove, la punizione collettiva contro i civili palestinesi prosegue, al riparo da occhi indiscreti.
Questo sebbene l’occupante sia responsabile di ogni sofferenza evitabile causata ai civili dalla propria negligenza nel proteggerli, a prescindere dal fatto che sia in guerra contro terzi o meno. L’onere che deriva dal fatto di aver privato un popolo della propria sovranità e dei propri mezzi di autodifesa.
Il principio cardine resta saldo, nonostante le violazioni: la potenza occupante non può sacrificare la popolazione occupata per preservare i propri interessi o i propri cittadini. Lasciare milioni di persone «scoperte» sotto un fuoco incrociato non è una fatalità della guerra: è un’omissione di soccorso elevata a sistema di governo, una violazione strutturale che la comunità internazionale non può continuare a ignorare mentre il cielo del Medio Oriente si infuoca.
(il manifesto, 3 marzo 2026)

Per secoli, una segreta ma tenace complicità ha unito artisti e alchimisti. D’altronde, come gli uni, anche gli altri passavano le proprie giornate alle prese con i pigmenti e le tinture, con i metalli e le pietre. Oggi questa vicinanza rischia di apparirci incongrua. Cosa hanno da spartire gli alchimisti, questi ciarlatani con le teste piene d’oro e le tasche vuote, con i nobili eroi culturali che popolano i nostri manuali di storia dell’arte?
Il punto è che, come notava già l’etnologo Leroi-Gourhan, siamo abituati a pensare e classificare le tecniche a partire dai loro prodotti, dalle forme degli oggetti che fabbricano, piuttosto che dalle materie e dalle procedure che impiegano. Ci fissiamo sulla distanza tra quadri e minerali, tra statue e metalli grezzi, e non vediamo i segreti dell’estrazione e della lavorazione dei pigmenti e del bronzo. Ci incaponiamo a guardare le botteghe da fuori e non ci decidiamo mai a varcarne la soglia. Eppure, quando la storia dell’arte si affacciò per la prima volta sulla scena del mondo essa non era che una digressione in seno alla mineralogia: il XXXV libro della “Storia naturale” di Plinio il Vecchio, da cui attingiamo le informazioni più preziose sulla pittura e la scultura antiche, è dedicato alle terre minerali…
Certo, già alla fine del Trecento Cennino Cennini, nel suo “Libro dell’Arte”, esortava i pittori ad acquistare il rosso cinabro piuttosto che a fabbricarselo da sé – troppo lunga la procedura impiegata dagli alchimisti! Ma, nonostante il divorzio apparente, il rapporto dell’arte con l’alchimia è proseguito, in forma clandestina e morganatica. Non sarà, a ben vedere, costretto anche Vasari, il padre putativo di ogni storico dell’arte, ad ammettere, quasi a denti stretti, che alla pratica di questa disciplina da «uomini sofistichi» Jan van Eyck doveva la scoperta dei colori a olio? E non si annoterà furtivamente anche Leonardo, nel cosiddetto “Memorandum Ligny”, di apprendere dal pittore e alchimista Jean de Parisi il «modo de colorire a secco» – già infelicemente sperimentato nel Cenacolo – «e ’l modo del sale bianco e del fare le carte impastate, […] e la sua cassetta de’ colori».
Ora è questo vincolo che da sempre lega l’arte all’alchimia che celebra la mostra Anselm Kiefer. “Le alchimiste”, curata da Gabriella Belli nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano (fino al 27 settembre). Ma per farlo Kiefer sceglie di focalizzarsi non tanto sulle incursioni in campo alchemico dei grandi pittori del nostro canone (come avrebbero lasciato presagire le note su Lorenzo Lotto e l’alchimia nelle sue lezioni al Collège de France), quanto, piuttosto, sulle figure, a lungo rimaste in ombra, di alcune alchimiste: quasi quaranta donne – Sophie Brahe, Mary Anne Atwood, Isabella Cortese, e molte altre – che ci si fanno incontro, evanescenti come fantasmi, terribili e discinte come streghe convenute a un sabba, da rifulgenti sfondi dorati: e come potrebbe essere altrimenti per chi ha inseguito per tutta la vita il sogno della trasmutazione dei metalli?
Kiefer raccoglie, evidentemente, i frutti di alcuni sforzi storiografici recenti, che a questi nomi hanno restituito la centralità che spetta loro nel quadro della storia dell’alchimia e della scienza in genere: dagli studi di Robin L. Gordon a quelli di Jette Anders, passando per quelli di Meredith K. Ray.
Ma guardare a queste figure consente non solo di rivalutare l’apporto delle donne alla cultura scientifica moderna, ma pure – e forse non è di minor peso, anche se rischia di apparire meno edificante – di gettare luce sui natali oscuri di quest’ultima. Come dimostrano gli “Experimenti” di Caterina Sforza (uno dei personaggi di spicco del pantheon allestito da Kiefer), nel crogiuolo alchemico la chimica più seria si mesce alla cosmetica, la medicina alla scienza dei veleni. Forse che al gusto civettuolo di vedersi giovani e belle e ai più efferati intrighi di corte dobbiamo la botanica e la farmacologia moderne? Senza dubbio, il cosiddetto Giardino dei Semplici di Firenze, uno dei primi orti botanici pubblici al mondo, deve la sua apertura a Cosimo I de’ Medici, nipote di Caterina, come lei profondamente appassionato di alchimia.
Per molto tempo, le narrazioni più accreditate di quella che ancora oggi chiamiamo, con accento trionfalistico, “rivoluzione scientifica” hanno interrato queste radici impure, rigettando come infamante ogni ipotesi di parentela tra le grandi imprese scientifiche e le meschine attività domestiche.
Gli alchimisti, invece, dal canto loro, hanno sempre rivendicato, con il candore che si può permettere chi quotidianamente si intrattiene coi misteri dell’anima e della materia, le umili origini delle proprie pratiche. Da Zosimo di Panopoli, uno gnostico del IV secolo che nelle sue “Memorie” si incanta di fronte alla magia di un pollo cotto al vapore, a Michael Maier, che nell’“Atalanta fugiens” – il capolavoro dell’alchimia barocca – esorta i propri lettori a imitare le donne che lavano i panni e lessano il pesce, gli alchimisti sembrano essersi attenuti, nei secoli, a questo elementare, dirompente principio: «Se i reconditi dogmi vuoi indagare, tardo / non sii a usar tutto quel che v’è d’esempio». Così non stupisce che accanto a Hermes figuri, quale mitica istitutrice di quest’arte, Maria la Giudea, vale a dire l’inventrice della tecnica di cottura che ancora oggi, in francese e in italiano, chiamiamo bain-marie o bagnomaria – un’antica pratica alchemica che noi stessi riesumiamo, inconsapevoli, ogni volta che sciogliamo il cioccolato sul fuoco (perché i nostri gesti sono continuamente infestati dai fantasmi dei riti e delle iniziazioni del passato).
Soprattutto, l’alchimia si è sempre pensata sul modello del mestiere che, più di ogni altro, è storicamente appannaggio delle donne: quello ostetrico. Se i minerali infatti sono il parto della Natura, all’alchimista non spetterà che di assistere quest’ultima nella propria gestazione: è solo perché i metalli sono naturalmente inclini a farsi oro che è possibile, di tanto in tanto, trasformarli a propria volta.
È intorno a questo punto che si dà a vedere la vera ragione dell’interesse di Kiefer nei confronti di questa disciplina: il pittore che smalta e brucia le proprie tele, che le riveste di foglie e di cenere, le lascia ossidare e le interra, per farle ultimare dagli agenti atmosferici, si scopre infine erede della stramba genia degli alchimisti più che di quella, sprezzante e illustre, dei maestri del disegno. La densa materia pittorica che ammassa al fondo dei propri quadri è veramente, come la nigredo nell’alambicco, il caos da cui sorgono tutte le forme – compresa quella incandescente ed eterna dell’oro.
Dalle “Vite” di Vasari sino a quelle di Bernardo de Dominici, passando per il “Dialogo d’arte” di Paolo Pino, i grandi trattati d’arte d’epoca moderna attribuiscono ora a un artista ora a un altro lo stesso, identico motto di spirito: «la pittura è la vera alchimia». La facezia allude, con sarcasmo e una certa dose di cinico realismo, alla rimuneratività dell’attività pittorica, di contro all’infruttuosità dell’alchimia. Difficile obiettare nulla a tanto buon senso. Ma di fronte ai teleri di Kiefer si sarebbe tentati, per un attimo, di rovesciare la battuta: è l’alchimia la vera pittura.
(il manifesto – Alias, 1° marzo 2026)
Qual è il posto delle donne nel mondo della comicità? Perché fanno ancora fatica ad affermarsi pienamente? È da queste domande, insieme personali e politiche, che nasce Piccolo manuale di comicità femminista di Luisa Merloni, pubblicato da Einaudi. Attrice e autrice teatrale, Merloni, che potete ascoltare e vedere nel suo spettacolo Aristoteles Bermuda, disponibile su YouTube*, intreccia ricordi di formazioni, genealogie familiari e riflessioni teoriche per mettere in discussione l’idea che il talento sia un dono naturale e per mostrare come la risata femminile sia stata a lungo una pratica sotterranea, domestica e relazionale. Nel libro incontriamo figure come Santippe, Franca Valeri, Monica Vitti, ma anche Carla Lonzi, Judith Butler e bell hooks. Figure che ci aiutano a capire quando la comicità rafforza gli stereotipi e quando invece li sovverte. Merloni firma un saggio brillante e personale che usa l’ironia per interrogare il potere e per chiedersi se non sia arrivato il momento di riscrivere le regole stesse del gioco.
Parliamo di Piccolo manuale di comicità femminista con l’autrice Luisa Merloni.
Questo libro nasce proprio da una serie di incontri e dalla mia prima pratica artistica, perché il primo testo che ho scritto come autrice affrontava il tema della maternità e per affrontare questo tema mi sono imbattuta in molti testi femministi in tarda età, a 40 anni esattamente. Quindi il mio lavoro di autrice che stava nascendo insieme a queste letture e le letture stesse si sono proprio intrecciate. In qualche modo ho cominciato a scrivere e la mia scrittura comica ha preso un po’ questa strada a partire anche da alcuni concetti che il femminismo ci ha portato. Un altro elemento è stato l’insegnamento: ho iniziato a fare dei corsi di scrittura comica dedicati a sole donne e questa particolarità mi ha fatto riflettere e anche lì la comicità, il femminismo per me anche a livello più teorico, dovendo passare ad altre persone, ha iniziato a occupare i miei pensieri. Nello sforzo di unire queste cose per poi produrre qualcosa però di pratico, quindi direi nella pratica è nato questo libro.
Parafrasando Simone de Beauvoir dici che comiche non si nasce lo si diventa, cosa vuoi dire con questa frase?
Intendo dire intanto che anche il soggetto donna comica è un po’ un soggetto imprevisto, cioè non era qualcosa che ci potevamo aspettare. Questa riflessione mi ha fatto rovesciare l’idea che con il senso dell’umorismo si nasce, che è qualcosa di rarissimo, che hanno solo delle persone specialissime. Invece per me la comicità è uno sguardo che si decide di avere anche sul mondo, un punto di vista che diventa così consistente da diventare provocatorio, anche da mettere in discussione l’esistente, quello che ci vediamo davanti e ovviamente nel caso di una femminista, ovviamente, il patriarcato.
La comicità nel suo giocare con gli stereotipi può essere conservatrice, può rafforzare alcuni luoghi comuni, per esempio la famosa moglie bisbetica che da Santippe arriva fino alla Sandra Mondaini dei famosi sketch televisivi con il marito Raimondo Vianello. Come si possono invece usare gli stereotipi per farla diventare sovversiva?
La comicità ovviamente fa un grande uso dello stereotipo, non ne deve neanche avere paura perché ormai nella nostra mente lo stereotipo ha un’accezione un po’ negativa: è effettivamente una semplificazione ma anche uno strumento, uno strumento importante, che però in alcuni casi, come quello della moglie bisbetica, bisogna risignificare. È un’operazione che passa intanto attraverso la consapevolezza, cioè rendersi conto che la moglie bisbetica non è un fatto di natura, ma di cultura; che è stato creato come semplificazione molto strumentale per tenere anche, secondo me, bassa la tensione tra i sessi. È uno stereotipo fortunatissimo che non riusciamo in nessun modo a toglierci di torno, molti comici ancora oggi ne fanno un grandissimo uso. Per farla diventare sovversiva intanto ce ne dobbiamo appropriare, questa è una cosa molto importante; non bisogna rifiutare i stereotipi che ci riguardano e che ci imbrigliano perché altrimenti ne finiamo, secondo me, doppiamente vittime.
Dobbiamo intanto osservarlo, riconoscerlo anche quando lo mettiamo in atto noi stesse nell’osservazione delle altre donne, di noi stesse nella dimensione dell’intimità della relazione e quindi piano piano la moglie bisbetica può diventare una grande alleata anche della comicità femminista. Secondo me bisogna proprio andare a fondo in questo processo, non avere paura anche di riconoscersi ogni tanto come delle “santippe”, anche noi nel nostro piccolo.
Lo accennavi all’inizio, il tuo libro è pieno di riferimenti teorici e analitici raffinati, penso in particolare al pensiero teorico femminista, a tutte le autrici che abbiamo citato prima, ma è altrettanto pieno di riferimenti culturali molto più pop, da Totò e Peppino alla Sora Cecioni di Franca Valeri o anche a Massimo Troisi, tanto per restare in Italia. In quale modo riesci a fare dialogare questi registri così diversi nel libro?
Passando credo attraverso una mia esperienza personale, agganciandoli alla mia vita; gli incontri reali della mia vita e quelli virtuali in questo libro sono proprio sullo stesso piano, hanno lo stesso valore, quindi è riportare anche quel sentimento che nasce quando noi scopriamo qualcosa, partecipiamo di un’arte.
Partire anche da che cosa ho provato quando vedevo i film di Totò da bambina, cosa ho provato quando mi sono messa a leggere questi testi teorici che a volte sono anche di difficile lettura. Per me questa è una cosa molto importante e ti ringrazio anche di questa domanda perché secondo me una cosa che hanno in comune anche la comicità e il femminismo è proprio di far saltare un po’ anche delle regole culturali tra l’alto e il basso e cominciare a unire queste categorie che ci portiamo dietro a volte anche inconsciamente. Entrambe le due pratiche, mi vien da dire, della comicità e del femminismo sono spesso marginalizzate come o filosofia minore per quanto riguarda il femminismo o arte minore per quanto riguarda la comicità. Io invece credo che bisogna proprio sforzarci anche noi intellettuali più engagé, autodenunciamoci in quanto tali, in modo da non rinchiuderci in una torre d’avorio, non percepirci cultura alta, ma invece essere sempre molto attenti a quello che succede nella cultura pop, non pensarli come mondi separati che non dialogano. Intanto farli dialogare, nel mio caso proprio con il corpo, nel senso che attraverso gli spettacoli questa cosa della comicità aiuta molto perché la comicità comunque ha un affondo sempre nel mondo popolare, nel basso, anche quella che si sforza di essere raffinata. Parto a volte dai concetti quando scrivo i testi comici quindi assolutamente non mi nascondo in questo senso, ma nel corpo queste cose dialogano comunque.
Un altro punto molto interessante che tocchi è quello del famigerato “non si può più dire niente”, o meglio, come recita il titolo di un capitolo del tuo libro, “non si può più dire tutto”, cioè il rapporto tra comicità e libertà di espressione, credi che il cosiddetto politicamente corretto sia veramente una minaccia per la comicità?
Assolutamente no: questo è stato il capitolo del libro su cui ho dovuto riflettere di più di tutti, e vorrei anche superare proprio questa definizione, mi auguro che tra un po’ non diremo più il “politicamente corretto” ma cambieremo proprio termine. Lo potremmo definire una trasformazione di percezione, un aumento della nostra consapevolezza di dove ci troviamo quando scriviamo comicità, quando scriviamo qualsiasi cosa.
La consapevolezza del nostro luogo, del nostro posto nel mondo, cioè situarci da un punto di vista politico, da un punto di vista di classe, di privilegi, per capire se anche la nostra parola, quando colpisce uno stereotipo, che cosa vuole colpire a partire da dove mi trovo.
Questa riflessione ormai secondo me è imprescindibile, mi auguro che piano piano anche chi fa più resistenza perché magari la percepisce inizialmente come un limite, e questo io lo comprendo perché anche io mi rendo conto che se vado a rivedere delle cose che ho scritto 5-7 anni fa, la mia consapevolezza era sicuramente minore di quella che ho ora, quindi io penso che questo processo basta volerlo, desiderarlo, abbracciarlo.
Soprattutto se ci si pensa in un certo senso progressisti, secondo me questa cosa non si può più tanto evitare, e la paura che sia una diminuzione, un depotenziamento proprio dell’aspetto della comicità più affilato, più graffiante, credo non sia un problema perché ci sono veramente infinite possibilità di fare una battuta.
Invece non ci siamo mai posti abbastanza il problema di quanto la comicità abbia anche un potere, un potere politico non indifferente secondo me, di o riconfermare l’esistente e quindi diventare un po’ conservatrice, per non dire reazionaria, in alcuni casi proprio estremamente retrograda. Oppure di essere un modo di mettere in discussione i nostri modi di vedere, i nostri stereotipi, i nostri luoghi comuni culturali, in questo la comicità è proprio in un luogo privilegiato.
*https://www.youtube.com/watch?v=zhPnt5q0svA
(Il Mondo cultura, podcast per abbonate/i di Internazionale, 28 febbraio 2026)
Nel 2020 è uscito in Danimarca un articolo il cui titolo lascia anche me senza parole: “Le donne continuano a rappresentare un deficit per le casse dello stato”. Sembra quasi un’affermazione oggettiva e il ragionamento che è sottinteso è semplice: le donne pagano meno tasse degli uomini, prendono più congedi di maternità, lavorano spesso part-time nel settore pubblico. La conclusione? Sono un peso per l’economia nazionale.
Quando Emma Holten, autrice di Deficit, perché l’economia femminista cambierà il mondo (La Tartaruga, 2025), lesse questo articolo, era appena stata dimessa dall’ospedale di Copenaghen dove era stata curata per una malattia autoimmune e quindi si ritrovò a porsi una domanda: ma davvero le persone che le avevano salvato la vita, le infermiere, i medici, gli operatori sanitari, costituivano un “deficit”? Il loro lavoro non produceva “particolare valore”? Almeno secondo quella che l’autrice chiama “l’economia consolidata”.
Ed è proprio qui che entra in gioco l’economia femminista, che rappresenta un modo radicalmente diverso di guardare alla società. Il punto centrale del ragionamento di Holten è questo: nella nostra società, ciò che ha valore è ciò che ha un prezzo. Tutto il resto, le cure, l’assistenza, il tempo dedicato agli altri, le relazioni, l’educazione, finisce in fondo alla lista delle priorità politiche. Non perché non abbia valore, ma semplicemente perché nella “matematica statale” questo valore è impossibile da calcolare; così viene trattato come se fosse zero.
Il paradosso è irritante: proprio le cose che rendono la vita degna di essere vissuta, l’amicizia, il riposo, l’arte, la cura reciproca, sono quelle a cui è più difficile dare un prezzo e sono le prime a essere sacrificate quando si parla di “sostenibilità economica”.
L’economia femminista parte da un’intuizione semplice quanto sistematicamente dimenticata: ogni essere umano, per esistere, ha bisogno di cura. E non solo quando siamo bambini, malati o anziani, ma sempre dato che anche quando siamo nel pieno delle forze, qualcuno ci ha curato per farci essere così in salute. Il lavoro di cura, quello che viene chiamato “riproduzione” oppure, da Holten in modo tra lo scherzoso e il provocatorio “manutenzione” (rievocando il punto 4 del Sottosopra dell’ottobre 2009 “Immagina che il lavoro”), è ciò che rende possibile ogni altro lavoro. È il fondamento invisibile su cui poggia tutta l’economia di mercato.
E chi svolge questo lavoro? Principalmente le donne e anche nel lavoro salariato le statistiche sono altrettanto chiare: nell’Unione Europea il 76% degli operatori sanitari sono donne. In Danimarca l’80% dei dipendenti dei servizi sociali e sanitari sono donne. Sono loro che tengono in piedi il sistema, eppure vengono considerate un “deficit”.
Questa distribuzione ha conseguenze economiche enormi, almeno per le donne, ma il problema è ancora più profondo: viviamo in un periodo di prosperità senza precedenti, eppure attraversiamo quella che gli esperti chiamano una “crisi dell’assistenza”. Alti livelli di cattiva salute mentale e di solitudine, gravi problemi di reclutamento nel settore sanitario, famiglie sovraccariche e stressate. Mai così tanta tecnologia e risorse disponibili, eppure cittadini di tutto il mondo si trovano ad affrontare tagli alla sanità pubblica e all’istruzione.
L’autrice descrive un paradosso: gli stati nordici vengono presi in giro nell’economia consolidata come “il calabrone che non dovrebbe volare”. Con tutti quei servizi gratuiti, quel welfare generoso, quelle scuole pubbliche non competitive, non dovrebbero essere così produttivi. Eppure volano. Come mai? Perché il valore sgorga da tutti quei luoghi che non possono essere contati o misurati, perché il “deficit” crea il “surplus”.
L’economia femminista non propone semplicemente di “dare un prezzo” anche alla cura perché significherebbe solo sottometterla ancora di più alla logica di mercato, ma propone invece di riconoscere che i prezzi distorcono la realtà. Non esiste un modo apolitico in cui i numeri riescono a catturare ciò che ha valore: la quantità totale di denaro in una società non descrive la quantità totale di valore.
Decidere in quale direzione deve andare una società, cosa debba essere considerato “un’economia sana”, è una questione profondamente democratica e politica. Non può essere delegata ai soli economisti e ai loro modelli matematici.
Non viviamo in una società in cui tutti sono trattati come se avessero lo stesso valore, ma in una in cui opportunità e status sociale sono determinati dalla capacità di guadagnare denaro. E questo non è un fatto naturale, inevitabile, ma il risultato di precise scelte teoriche ed economiche che possono essere contestate e cambiate.
Creiamo così tanto valore gli uni per gli altri: potrà essere difficile da misurare, ma non lo è affatto da percepire. Ed è questo il punto: dobbiamo trovare il coraggio di riconoscere e proteggere ciò che ci rende umani, anche quando non sa parlare la lingua dei numeri.
Conclude quindi Holten: molti continuano testardamente a dirci che sì, ci sono dei problemi nel nostro modo di vivere odierno ma che non si può fare in modo diverso; costoro si sono sempre sbagliati e continuano a farlo.
E che è radicalmente in errore chi sostiene che esistano due sfere separate, quella umana (morale) e quella economica: “Esiste solo la nostra vita”.
(www.libreriadelledonne.it, 27 febbraio 2026)
Conti bloccati, sanità negata, casa confiscata: le misure restrittive contro la relatrice Onu e la sua famiglia sono pari a «una morte civile». E ora finiscono in aula
L.C. ha dodici anni, è cittadina statunitense nata da genitori italiani e ieri, attraverso i suoi avvocati, ha denunciato il presidente degli Stati uniti, Donald Trump. Insieme a lei, il padre Massimiliano Cali: il ricorso presentato ieri alla corte distrettuale di Columbia chiede un’ingiunzione per bloccare l’ordine esecutivo 14203. È l’ordine con cui sei mesi fa l’amministrazione Trump ha emesso sanzioni contro la madre di L.C. e moglie di Massimiliano, Francesca Albanese.
Relatrice Speciale delle Nazioni unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Albanese è sottoposta a rigide misure restrittive sulla base dell’EO 14203, emesso il 6 febbraio 2025 e dal raggio ben più ampio: nella rete è stata catturata la Corte penale internazionale, colpevole agli occhi di Washington di sottoporre a indagini l’alleato israeliano.
Sono piovute sanzioni contro giudici e procuratori e contro i soggetti che hanno collaborato alle indagini sui crimini commessi in Palestina, svariate ong palestinesi e – appunto – Francesca Albanese. Per lei si è mosso il segretario di stato Marco Rubio, il 9 luglio scorso, designandola Sdn (Specially Designated National) «per aver preso parte direttamente a qualsiasi tentativo della Cpi di indagare, arrestare, detenere o perseguire una persona protetta» (così sono definiti i cittadini statunitensi e di paesi alleati).
Gli effetti delle sanzioni hanno stravolto la vita non solo della relatrice ma anche della sua famiglia che a Washington aveva acquistato una casa, acceso un mutuo e aperto un conto corrente (il marito, Cali, lavora alla Banca mondiale). «La designazione SDN – si legge nel ricorso che il manifesto ha potuto visionare – vieta a Francesca di ricevere o dare, direttamente o indirettamente, fondi, beni o servizi ad altri; vieta inoltre ad altri di dare o ricevere fondi, beni o servizi a Francesca. Le sanzioni hanno causato e continuano a causare danni irreparabili alla famiglia Cali».
Seguono svariati esempi: l’interruzione dei rapporti di lavoro e delle relazioni professionali di Albanese (la fine delle collaborazioni con la Georgetown University e la Columbia University; la cancellazione di iniziative in altre istituzioni statunitensi e di viaggi aerei); il divieto a istituzioni finanziarie di fornire servizi alla famiglia (mutui, conti correnti, carte di credito); la cessazione dell’assicurazione sanitaria per l’impossibilità di pagarla e il rifiuto di quella del marito di coprire anche le sue spese; la confisca della loro casa.
E ancora, il divieto imposto a Albanese e a Cali di entrare negli Stati uniti, con tutto ciò che comporta in termini professionali per i lavori che svolgono (Onu e Banca Mondiale hanno la loro sede principale negli States). Infine i gravi danni ai diritti della figlia, L. C.: «L’EO 14203 non prevede eccezioni per i minori o i figli cittadini di una SDN – prosegue il ricorso – In virtù della sua cittadinanza statunitense, L.C. è esposta a responsabilità penale se dà o riceve qualcosa di valore dalla madre».
Misure punitive che, spiega lo studio legale Steptoe, «sono descritte dagli esperti come “morte civile”» e che sono di solito applicate a «terroristi, boss della criminalità organizzata, leader militari genocidari, e «non a individui con la cui voce pubblica il governo non è d’accordo». È lì il punto su cui si concentra il ricorso, con un lungo elenco di leggi e sentenze che l’ordine esecutivo viola. A partire dalla base fondativa della democrazia statunitense: la Costituzione e il suo primo emendamento che protegge la libertà di espressione.
«Francesca… raccogliefatti relativi al conflitto israelo-palestinese, li analizza, li riporta pubblicamente e formula raccomandazioni. Non ha alcun controllo sulle attività della Cpi. Sebbene il governo sia chiaramente in disaccordo con il suo punto di vista, sanzionarla allo stesso modo di terroristi, narcotrafficanti e oligarchi russi non ottiene altro scopo che intimidire coloro con cui il governo non è d’accordo. Questo non è un interesse statale impellente. Non è un interesse statale legittimo», concludono i legali. E soprattutto, Washington non può dimostrare l’eventuale efficacia delle sanzioni: sottoporre Albanese e la sua famiglia a simili durissimi restrizioni non avrà alcuna conseguenza sulle indagini dell’Aja.
Sull’altro lato dell’oceano, intanto, interviene la Francia: Parigi non muoverà più richiesta all’Onu di licenziare la relatrice, si limiterà a «un richiamo». Un passo indietro dovuto, si dice, alla mancanza di sostegno in Consiglio di Sicurezza.
(il manifesto, 27 febbraio 2026)
Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese
NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!
L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.
Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.
Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.
E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese1, l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.
Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?
Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?
Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.
Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?
RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.
Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it
LƏA Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com
APPELLO ALL’UMANITÀ
Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA
Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.
Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:
UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ
Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.
Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.
È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.
Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.
Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.
Non dobbiamo permetterlo.
Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista
Hanno già aderito: vedi in https://www.maiindifferenti.it
1 Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio 2026.
(https://www.maiindifferenti.it, 26 febbraio 2026)
Sanno fare impresa, hanno spirito d’iniziativa, soprattutto nel commercio oltre che nelle attività di alloggio e ristorazione. Ben al di là dello stereotipo che le immagina soprattutto come badanti e colf, in meno di 15 anni le donne immigrate in Italia registrano un successo imprenditoriale senza precedenti, con un incremento di oltre il 56% delle aziende di cui sono al timone. Che rappresentano un quarto del totale delle imprese gestite da persone di origine straniera residenti nel nostro Paese. Lo dimostrano alcune anticipazioni del “Rapporto immigrazione e imprenditoria 2025”, che verrà presentato il 24 marzo, a Roma, nella sala conferenze di Esperienza Europa – David Sassoli, dove è previsto un confronto tra rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e ricercatori, che illustreranno una sintesi nazionale e un focus su tutte le regioni per un quadro sui trend generali, settoriali e territoriali del fenomeno, sull’integrazione nelle filiere produttive, sulle nazionalità prevalenti.
Curato dal Centro studi e ricerche Idos e dalla Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), lo studio analizza dal 2014 l’andamento delle imprese guidate dai migranti, che vanno in controtendenza – più 46,9% dal 2011 al 2024 – rispetto a quelle in mano alle persone nate in Italia, che nello stesso periodo registrano una contrazione (-7,9%). In questo scenario avanza il protagonismo delle imprese immigrate al femminile, con un incremento di ben il 56,2% tra il 2011 e il 2024,e dell’8,3% negli ultimi cinque anni, raggiungendo quota 164.509: il 24,7%di tutte le aziende condotte da migranti. «Alla fine del 2024 le imprese guidate da donne di origine straniera rappresentano un ottavo di tutte le attività indipendenti femminili del Paese (12,6%): un’incidenza quasi doppia rispetto al 2011 (7,3%) e superiore a quella calcolata sull’intero panorama di impresa nazionale, tra cui le imprese immigrate pesano per l’11,3%», riferisce il Rapporto. Invece nello stesso arco temporale «il numero delle imprese condotte da donne nate in Italia ha subìto un evidente calo, seppure ridimensionato rispetto alla componente maschile nell’ultimo periodo (-3,5% dal 2020)».
Osservando le cifre nel dettaglio, emerge che le imprenditrici immigrate crescono soprattutto «nelle attività dei servizi, in generalizzata espansione nell’economia italiana». I principali settori di inserimento? Rimangono «il commercio (48.810 imprese immigrate femminili) e le attività di alloggio e ristorazione (21.517)». Ma negli ultimi cinque anni i ritmi di aumento più significativi li hanno registrati le «altre attività di servizi (18.812 e +27,2%) – che includono quelli alla persona e oggi rappresentano il terzo ambito di attività più battuto – e un composito gruppo di attività specialistiche finora poco frequentate dall’imprenditoria immigrata (attività immobiliari: +33,3%; attività finanziarie e assicurative: +24,7%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +24,2%), che nell’insieme raccolgono quasi 10 mila imprese immigrate femminili, evidenziando la crescente capacità delle donne di origine straniera di cogliere nuove opportunità di inserimento professionale e di autopromozione socio-economica». Un dinamismo rilevante, «considerato che le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato occupazionale, largamente convogliate nel lavoro domestico e di cura e con scarse occasioni di mobilità professionale, anche a fronte di competenze (formali o informali) elevate e di lunghi percorsi di stabilizzazione».
(Avvenire, 24 febbraio 2026)
Il richiamo del muezzin, il tè offerto nel suq, l’italiano «storto» di un padre arabo. E il linguaggio materno che ha saputo unire tante storie: l’ebraismo, la Palestina e la ribellione. Un’anticipazione del nuovo libro di Widad Tamimi. Un estratto del capitolo «La lingua del cuore» tratto dal libro Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli. Il memoir, che intreccia memoria familiare e riflessione civile di un’autrice con uno sguardo unico – figlia di un profugo palestinese e di una donna di origini ebree – esce per Feltrinelli (176 pagine, 16 euro)
Esiste, per me, una lingua che non è né quella materna né quella imparata sui banchi di scuola. Non la parlo bene, ne colgo solo frammenti, eppure mi abita da sempre – come una musica in sottofondo che riconosci anche dopo anni di silenzio. Basta una sillaba, un accento, e qualcosa dentro di me si muove. A volte ho persino l’impressione di capirla interamente, come si comprendono i sogni: non per logica, ma per intimità. Mi emoziona ascoltarla nei dialoghi tra sconosciuti in metropolitana. Mi intenerisce e mi irrita insieme, perché in quei suoni ritrovo affetti, scatti, piccole ferite dell’infanzia. E ogni volta che, in una città mediorientale, il muezzin chiama alla preghiera, il mio corpo reagisce come se ne abbia coscienza: le mani al petto, il respiro che cambia.
Le voci sussurrate nelle moschee scorrono sui tappeti, mi riportano ogni volta alle albe di Amman: mia nonna che pregava accanto a me, il mormorio che cercavo di imitare, il suo dito che ticchettava sulla coscia per darmi il ritmo. Non capivo tutto di quella casa, ma la sentivo mia.
Chi cresce tra mondi diversi vive così: non appartiene del tutto a nessuno, e forse proprio per questo sa riconoscere la sua casa nei dettagli più piccoli. Basta un gesto, un odore, un’intuizione – ed ecco che il corpo si rilassa, ritrova un luogo amato. Succede, ad esempio, quando in un suq mi offrono uno sgabello e chiamano un ragazzino perché porti il tè. Le poche parole che parlo di arabo, il racconto delle origini di mio padre, il mio cognome aprono una porta. È una casa non del tutto mia, ma che mi appartiene abbastanza da invitarmi a sedere.
E allora parlo: non per comprare, ma per entrare nella danza delle trattative, che nel Levante è un modo per conoscersi. L’arabo è una lingua che non tollera distanza: provoca, sollecita, pretende relazione. Il prezzo al mercato è solo un pretesto: ci si misura, ci si racconta. È questo che amo: lo sguardo complice del venditore quando capisce che posso seguirlo nel gioco. Si ferma, scosta i vestiti appesi e finalmente mi guarda.
Poi ci sono i gesti: le dita che si chiudono per chiedere pazienza, il “no” schioccato sulla lingua, le sopracciglia che si sollevano, il numero tre fatto con indice, medio e anulare. È un linguaggio nel linguaggio, una coreografia quotidiana.
Papà parlava arabo con gli amici e con la famiglia lontana. Con me era la lingua delle coccole ma anche quella dei rimproveri. Ancora oggi ricordo sia imprecazioni che filastrocche. La mia prima parola fu “mampa”: né arabo né italiano, ma perfetta per chiamare chi, per me e mia sorella, sarebbe stato insieme un padre e una madre. […] In Italia non avevamo altri familiari, a parte il padre di nostra madre, che però iniziai a frequentare con regolarità solo una volta andato in pensione. Gli facevo compagnia dopo che perse la vista, spesso accompagnavo lui e la sua seconda moglie a fare dei controlli in ospedale, o andavamo per lunghi periodi in montagna, quando la nonna Marina si recava in visita per otto settimane in Brasile, dalla figlia. Durante le passeggiate, che si ostinava a fare pur non vedendo, mi raccontava di Trieste, dell’America, della famiglia.
Ho ricostruito la mia storia a partire da due uomini molto diversi, sebbene uniti da un destino sorprendentemente simile. Uno era nato poverissimo, l’altro ricco; uno aveva lavorato da bambino, l’altro studiato con precettori; uno impulsivo, l’altro metodico; uno espansivo, l’altro schivo. Eppure entrambi avevano perso il proprio paese senza trovarne un altro, entrambi vivevano sospesi tra nostalgia e sopravvivenza.
Gli esodi fanno così: ti strappano la rete dei legami, lasciano sedie vuote attorno alla tavola. Mio padre e mio nonno erano in Italia due uomini soli – uno essendo l’unico a essersene andato, l’altro perché era l’unico a essere tornato – e si ritrovarono legati da un rapporto improbabile: suocero e genero uniti dai frammenti di due esili e due popoli destinati a fare i conti con le tragedie e le contraddizioni della Storia in uno stesso fazzoletto di terra. Mia madre era il loro punto di contatto, ma anche causa di profonde inquietudini per entrambi.
Lei era fonte di grandi subbugli, frutto di ribellione intellettuale ed esistenziale, certamente in linea con le istanze sessantottine, ma anche con intuizioni che si sarebbero rivelate lungimiranti; era una che i sommovimenti del Sessantotto non li avrebbe mai sostituiti col ripiegamento borghese. Questo le costò una rottura drammatica con il padre, origine di molteplici sofferenze e di un ingravescente male di vivere che l’avrebbe portata all’annullamento di sé. Era intransigente con se stessa, severa col mondo, senza compromessi, un’estremista di buoni princìpi. Nei dibattiti contro l’espropriazione indebita di terra da parte di Israele a danno dei palestinesi si dichiarava ebrea per non esimersi dalle responsabilità. […]
La parte dominante della mia famiglia materna, ma certamente non la più dotata di quella leggerezza intesa come una qualità positiva dello spirito, è stata senza dubbio quella ebraica. I Weiss-Schmitz erano imperiosi, elitari, vantavano una cultura solida che affascinava, si muovevano in società come ballerini della Scala. L’amore per la conoscenza si era fortemente inscritto nei geni di mia madre tanto da costituirne un carattere saliente.
I suoi nonni, i miei bisnonni Ottocaro Weiss e Ortensia Schmitz, l’adoravano per questo, per quel suo piglio deciso, la curiosità insaziabile, l’amore per lo studio del tutto disinteressato al voto scolastico, la capacità di parlare le lingue, l’intransigenza verso il mondo e un’etica incrollabile. Era una di loro, non un pizzico meno ebrea nonostante le diverse origini della propria madre, alla cui genetica poco era concesso se non la bontà e la naturale amabilità, tratti caratteristici di mia nonna Ginni. Quando mia madre morì tragicamente, a comunicarlo alla bisnonna Ortensia, nella sua villa di Riverdale a New York, furono lo zio Piero, fratello di mio nonno, insieme a suo figlio Antonio. Aveva superato i novanta, viveva su una sedia a rotelle, da cui si lasciò cadere a terra urlando dalla disperazione. […]
Da mia madre credo di aver in parte ereditato questo compito spesso ingrato. Nascere da una famiglia ebraica da un lato e palestinese dall’altro, e portare il nome Widad – “amore”, in arabo antico – ha segnato la mia vita più di qualunque scelta. Ogni volta che qualcuno me ne ha chiesto il significato, fin da bambina ho sentito un richiamo: verso le mie radici, le mie ferite, i miei due popoli, e verso l’intenzione dei miei genitori nello sceglierlo.
Porto un nome che ogni giorno mi ricorda da dove vengo e a quale storia – a quali due storie – appartengo. L’amore d’altro canto, per quanto suoni il sentimento più desiderabile, non è una scelta scontata: non lo è ogni giorno, e non lo è in ogni stagione della Storia. […]
(il manifesto, 24 febbraio 2026)
Quella che segue è un’intervista del duo curatoriale Francesco Urbano Ragazzi alla filosofa Annarosa Buttarelli, incaricata della costituzione dell’Archivio Carla Lonzi presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma nel 2018. Massima esperta del pensiero di Lonzi e curatrice della nuova edizione delle sue opere per La Tartaruga, Buttarelli ci guida tra le righe dell’ultimo testo scritto dalla pensatrice femminista: una pagina senza titolo pubblicata sul catalogo di Identité Italienne. L’art en Italie depuis 1959 – una mostra curata da Germano Celant al Pompidou di Parigi nel 1981. L’intervista nasce nel contesto della prima Italian Fellowship for Curatorial Research dell’American Academy in Rome promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, che Francesco Urbano Ragazzi ha vinto quest’anno.
Francesco Urbano Ragazzi: Chi è Carla Lonzi? Ti chiediamo di rispondere come se avessi davanti qualcuno che non sa nulla di lei.
Annarosa Buttarelli: Carla Lonzi è una delle più importanti pensatrici del Novecento. Questo per via della rivoluzione che ha prodotto tanto nella scrittura filosofica che in quella politica e artistica. Per scienza, coscienza e autocoscienza, è stata la leader di Rivolta femminile e penso anche del femminismo italiano. Le sue sono state idee radicali e controtempo. E questo grazie a una forma mentis paradossale, che Lonzi ha sviluppato fin dall’adolescenza avvicinandosi alla mistica.
FUR: Che rapporto c’è tra paradosso e mistica, e cosa ha a che fare col pensiero di Carla Lonzi?
AB: Prima di tutto, mistica io la intendo come una filosofia pratica, come un modo di entrare in relazione con la realtà. Nel nostro mondo occidentale, da Aristotele in poi, questo modo ha sempre assunto una forma dicotomica. Identità e differenza, affermazione e negazione, bene e male. La mistica, e la genealogia femminile in cui Lonzi si inscrive, spezzano questa forma di pensiero. Un esempio molto antico è Saffo, che inventa parole come γλυκύπικρον [dolceamaro] per tenere assieme la natura contraddittoria dell’esperienza umana. Un altro esempio, questa volta novecentesco, è Clarice Lispector. (1) Anche tutte le pratiche femministe che Carla Lonzi escogita, compresa quella dell’autocoscienza, sono debitrici della mistica perché rompono con il pensiero dicotomico occidentale.
FUR: In un tuo libro hai descritto Carla Lonzi anche come una donna che ha saputo andare via.
AB: Sì, una donna che ha saputo rinunciare ai privilegi, alle carriere, ai contesti sociali per seguire l’autenticità della propria strada. Un’autenticità ormai riconosciuta internazionalmente visto che Lonzi è l’unica filosofa italiana in cui le nuove generazioni si riconoscono ancora.
FUR: La nostra conversazione girerà attorno all’ultimo testo scritto da Carla Lonzi. Una breve pagina pubblicata nel catalogo di Identité Italienne, la mostra che Germano Celant curò al Centre Pompidou di Parigi nel 1981. Perché Lonzi accetta l’invito pur definendo il museo francese una sede impropria dove esprimere il proprio pensiero?
AB: Per due motivi principali. Il primo è l’amicizia che Carla Lonzi aveva verso Germano Celant. Nel 1976 Carla scrisse delle lettere a Germano per chiedergli di curare una mostra alla Saman Gallery diretta da Ida Gianelli. Queste lettere dimostrano che Celant era l’unico critico cui Carla Lonzi dedicasse fiducia. Il secondo motivo è che Carla alla fine della sua vita ebbe il desiderio di ritornare nel mondo dell’arte, forse nemmeno come critica ma come artista. Me lo disse sua sorella Marta. La risposta a Celant era un modo per riaprire questa strada, anche se tardivamente.
FUR: Cosa sai delle opere che Lonzi propose a Celant?
AB: Quasi nulla. Purtroppo non sono ancora riuscita a localizzarle.
FUR: In termini generali, qual è la tua impressione di questo testo?
AB: Prima di tutto io penso che quella pagina non faccia nemmeno un passo indietro rispetto alle posizioni che Carla Lonzi aveva sostenuto in Autoritratto. (2) E cioè che il vero critico è l’artista, che mentre fa l’opera fa anche critica d’arte. Anche qui Lonzi continua a insistere sulla soggettività da riguadagnare nella critica d’arte. A differenza di Autoritratto però, qui non c’è fiducia nella critica, ma la protesta che apre le porte a un ritorno.
FUR: Il testo ha anche un valore testamentario secondo te?
AB: Io lo leggo come un testamento incompiuto, perché come dicevo è documentata l’intenzione di Carla Lonzi di ritornare nell’ambito artistico. Criticando il Beaubourg, Lonzi non rifiuta l’arte. Rifiuta la sua dimensione monumentale. D’altra parte le è chiaro che l’evocazione di un’identità italiana serve solo a lanciare sul mercato quegli artisti e quel critico per mezzo del museo. In questo senso il Beaubourg è un luogo improprio per accogliere il suo pensiero.
FUR: Ci sono testimonianze riguardo l’opinione che Lonzi ebbe della mostra o del catalogo?
AB: In archivio non ho trovato documenti che rispondano alla vostra domanda, e purtroppo nemmeno Marta [Lonzi] mi ha detto qualcosa.
FUR: Allora entriamo nel merito del saggio. Per prima cosa, proprio all’inizio, Lonzi menziona l’incontro con alcuni artisti –Castellani, Paolini, Fabro, Kounellis, Pascali, Merz– rivendicando la propria capacità di vedere in loro un modo diverso di relazionarsi all’opera d’arte. Cosa li accomunava?
AB: All’inizio della sua vicenda di critica d’arte Carla Lonzi aveva intercettato il movimento che successivamente è stato chiamato Arte Povera. Credo che il senso dell’incipit vada trovato prima di tutto in questa rivendicazione. Negli artisti che cita, Lonzi riconosceva, oltre che una vera amicizia, quello che potremmo chiamare eroismo maschile della dissidenza. Ognuno di loro, in un modo o nell’altro, aveva risposto alla radicalità della sfida lanciata con Autoritratto. E poi erano tutti comunisti, così come anche lei. Questo aspetto non era secondario nella loro pratica. Lonzi si sentiva affine a questa forma di dissidenza.
FUR: Non trovi contraddittorio che siano tutti maschi?
AB: La vostra domanda mi costringe a dire che alcune figure femminili su cui lei aveva puntato per raggiungere il riconoscimento reciproco –così lei lo chiama – non l’hanno seguita con la stessa radicalità. […]
FUR: Carla Accardi però è stata una figura importante. Non vedeva in lei la stessa radicalità?
AB: Eccome se è stata una figura importante! È ormai risaputo che nel Diario Carla Accardi corrisponde al personaggio di Sara. (3) E Sara rappresenta per Lonzi l’ingresso nell’autocoscienza. È una delle donne di cui si innamora. Ma Accardi è stata anche una delusione cocente. Tutte le donne che Lonzi ha incontrato per un motivo o per l’altro si rivelavano essere delle emancipazioniste, cioè vicine agli schemi di comportamento maschili. Molte l’hanno ferita anche personalmente, per esempio tradendola con Consagra. Ci sono le lettere a dimostrarlo, solo che non si possono consultare perché alcune delle persone coinvolte sono ancora vive. In un suo libro inedito, Gelosia, probabilmente Lonzi riflette su tutti questi tradimenti che ha subito anche all’interno di Rivolta femminile.
FUR: Al di là dei rapporti personali, il Collettivo Beato Angelico rimane un’esperienza radicale.
AB: Sì ma, dal punto di vista di Lonzi, le artiste di Beato Angelico erano ancora troppo in dialogo col mercato. Questo conflitto derivava anche da una differenza di ordine sociale. Carla Accardi per il suo femminismo era stata sospesa dall’insegnamento e aveva rischiato la povertà; perciò certo che voleva guadagnare e mantenersi! Carla Lonzi invece si era accordata con Consagra perché fosse lui a mantenerla. La stessa cosa avvenne con Laura Lepetit nell’editoria. Tenendo fede al precetto “comunichiamo solo con donne”, (4) Lonzi voleva autoprodurre tutti i libri di Rivolta femminile, invece Laura Lepetit voleva fondare una casa editrice.
FUR: Lonzi non scopre solo una nuova generazione di artisti, ma inventa il significato di alcune parole che poi anche Celant impiegherà. La prima di queste è “decultura”. Che significato ha per te, da femminista e da accademica?
AB: Sapete che proprio su questa parola ho scritto un saggio per una mostra al Museion? (5) Il termine “decultura” segnala esattamente la derivazione mistica del pensiero di Carla Lonzi. La formula aurea della mistica è infatti la frase di San Giovanni della Croce “ogni scienza trascendendo”. (6) Decultura, in senso mistico, significa attraversare la notte oscura –come la chiama San Giovanni– attraverso cui la mente fa tabula rasa dei pregiudizi, si purifica dai protocolli dei saperi. Così facendo, e questa è la seconda formula della mistica, si arriva a essere all’altezza di un Universo che non dà risposte. Esattamente per questo Lonzi invita a sputare su Hegel. La decultura non ha niente a che fare con la sospensione del giudizio e la fenomenologia di Husserl, come qualcuno ha cercato di dire. La decultura implica la decostruzione interiore per liberarsi da tutte le categorie della filosofia occidentale.
FUR: Come si traduce tutto questo nei termini della critica d’arte?
AB: Nella deculturizzazione cui anche Celant aderisce, c’è la proposta di una critica d’arte soggettiva e non interpretativa. Mentre la critica classica impone una lettura surrettizia sulle opere, per convalidarle e poterle imporre sul mercato, Lonzi intuisce che si può dire qualcosa dell’opera d’arte nel senso della soggettivazione relazionale. La deculturizzazione rappresenta l’uscita dalla tirannia dell’interpretazione, che si era impossessata persino della psicanalisi. È uno dei passaggi più geniali del XX secolo. Dalla volontà di dominio sull’oggetto che caratterizza la modernità si passa alla comprensione relazionale del mondo. Qualcosa di simile è espresso anche in Contro l’interpretazione di Susan Sontag. (7)
FUR: Lonzi parla anche della critica d’arte come un mezzo non per essere complice degli artisti, ma per diventare una nuova coscienza. Cosa significa?
AB: Penso che qui, oltre all’aspetto relazionale che ho detto, entri in gioco anche l’essere Lonzi iscritta al PCI. Carla Lonzi era fondamentalmente una comunista.
FUR: Che rapporto c’è tra la politica, la critica d’arte, e l’arte di cui Lonzi si interessava?
AB: Non c’è un rapporto didascalico, naturalmente. Carla Lonzi non si interessava dell’arte a contenuto politico, come poteva essere il realismo socialista. Ma le interessava l’arte che teneva conto del presente storico. Per questo la definisco più una storica dell’arte che una critica. A lei interessava isolare quegli aspetti di soggettività che, nell’opera, nascevano dalla fase storica in cui anche lei si trovava.
FUR: Nel testo del Beaubourg però si legge anche: «La forza dell’artista sta proprio nel fatto che può rimuovere i rapporti che non sono strumentali a lui e la sua opera. Questa è la condizione per mantenere la carica a quello che fa. Ma è anche la condizione che vanifica ogni suo tentativo di essere diverso. È la circostanza che lo rende punto di attrazione a tutta la gregarietà a tutta la voglia di delega e di proiezione contenuta nella società.»
AB: Io questo passaggio lo leggo così. Un artista, uomo o donna che sia, oggi può rinunciare a essere strumentalizzato dalla critica e dal mercato, ma questa rinuncia lo destina a essere inefficace. O si è autentici o si è efficaci. Tenete conto che questo paradosso Carla Lonzi lo stava provando sulla propria pelle per via del proprio isolamento.
FUR: Un’altra parola che Lonzi introduce e Celant impiega è “apertura”. Ricordiamo che Identité italiennesi sarebbe dovuta chiamare Ouverture italienne, apertura italiana.
AB: Questa è un’altra parola che sembra derivare dall’esistenzialismo, più precisamente da Heidegger, ma ancora una volta non è così. Per capire cosa Carla Lonzi intenda con “apertura” bisogna pensare invece alla pratica ostetrica di Socrate, all’apertura generativa. L’apertura è il concepimento, cioè l’aprirsi per accogliere l’altro da sé. Anche filologicamente, l’atto della concezione rimanda alla cavità della donna. In questo senso dico che quella di Carla Lonzi è una filosofia erotica, una filosofia che permette di accogliere qualcosa di sconosciuto nella filosofia occidentale: l’altro da sé. Si torna alla mistica. Diceva Lonzi che il suo scopo era quello di alzare i rapporti umani agli stati d’amore. (8)
FUR: Che effetto ha questo discorso sulla concezione dell’opera d’arte?
AB: Apertura in questo caso vuol dire decostruzione del genio. Vuol dire arte relazionale nel senso in cui i pittori di icone parlavano della loro arte, sostenendo di ricevere l’opera al di fuori di loro stessi. Per questo quando lavoravano dicevano che stavano scrivendo l’icona, non che la stavano dipingendo. E questa relazionalità va contro tutte le fondamenta dell’Europa moderna, dove tutto è individualista, dal diritto naturale fino al genio solitario che non concepisce ma addirittura crea come se fosse un dio.
FUR: Lonzi nel testo parla dell’arte come una forma di realizzazione esemplare. Anche questa espressione ha a che fare con la mistica.
AB: Le idee del concepire, dell’apertura e della decultura sono esemplificati, secondo Lonzi, da un’arte intesa come massima espressione della fuoriuscita dal senso comune e dai dispositivi storici. Tutti gli artisti che lei intercetta, attraverso le loro opere, si fanno exemplum della realtà come relazione. Non per niente Autoritratto è ancora letto in molti corsi universitari di arte contemporanea. Quel libro è tra i primi a riconoscere la matrice relazionale dell’arte.
FUR: Ci fai un esempio?
AB: Io credo che questo interesse per il carattere relazionale dell’arte Lonzi lo abbia sviluppato fin da giovanissima. Pensate alla sua tesi sul rapporto tra teatro e arti figurative, in cui si interessa di quelle scenografie che sorreggono l’espressività dello spazio scenico senza limitarsi a illustrarlo. Già lì Lonzi guarda a una forma d’arte che supera la rappresentazione per evidenziare la condizione relazionale della vita umana.
FUR: Poco fa hai introdotto il tema dell’autenticità, un’altra parola che ricorre nella filosofia di Carla Lonzi e che può essere presa per esistenzialista.
AB: In È già politica, se non sbaglio, si vede questo tema emergere nell’incontro che Lonzi fa con gli scritti di Teresa di Lisieux. (9) Ancora una volta Carla Lonzi trova nelle mistiche quel principio di fedeltà a sé stesse su cui poi fonderà l’autocoscienza. Teresa propugnava la piccola via verso la santità, cioè una santità guadagnata nella cura delle azioni quotidiane. Lonzi segue invece la piccola via nel femminismo. Raggiunge l’autocoscienza attraverso un continuo esame dei pensieri, delle emozioni e delle relazioni che la costituiscono.
FUR: In quello che dici ci sono almeno due cose interessanti. La prima: studiando la versione manoscritta del saggio, abbiamo notato un dettaglio. All’inizio Lonzi usa la parola “autenticità” per qualificare gli artisti che sente vicini. Poi cancella questa parola e la sostituisce con il termine “credibilità”.
AB: Carla Lonzi capisce che gli artisti a un certo punto non possono non riprodurre gli schemi culturali esistenti. Questa correzione è simile al Vai pure che lei dice a Consagra prima di lasciarlo. (10) Come dire, riconosco in te un dissidente ma non la piena autocoscienza. Sei credibile nel perseguire la tua radicalità, ma non riesci a essere autentico.
FUR: Seconda cosa. Tu hai voluto una foto di Teresa di Lisieux sulla copertina dell’edizione che hai curato di Autoritratto. Invece nella prima edizione del libro c’erano dei tagli di Fontana. Ci spieghi la scelta?
AB: Era proprio Lonzi a volere quella foto in copertina, ma la casa editrice le impose Fontana. Si tratta di un ritratto molto particolare. Teresa è travestita da Giovanna d’Arco durante una rappresentazione teatrale al Carmelo di Lisieux. Lonzi è molto affezionata a quella foto perché la considera come il proprio autoritratto, il simbolo di ciò che è l’autocoscienza. In quell’immagine vediamo una donna che, abbandonando il proprio Io, riconosce in sé la presenza di un’altra donna; in quel riconoscimento, in quella relazione, scopre autenticamente sé stessa al di fuori della dicotomia identità-differenza che fonda il pensiero occidentale. Questo è anche il senso del rapporto tra critico e artista espresso in Autoritratto. Infatti quando Giulio Paolini dedica un’opera a Carla Lonzi, include nell’opera anche un dettaglio di quella foto.
FUR: Cosa c’è secondo te ancora da scoprire, del pensiero di Carla Lonzi, attraverso il suo archivio?
AB: Oltre a Gelosia, l’inedito che ho citato, credo che molti materiali relativi a Lonzi debbano ancora essere unificati in un unico luogo e resi disponibili. E poi in questo momento c’è un rischio da scongiurare. Quello che il pensiero di Carla Lonzi venga sganciato dal suo percorso nel femminismo. Gli interessi anche economici in ballo mi fanno pensare che questo rischio sia reale.
FUR: Molti artisti oggi citano o si riferiscono all’opera di Carla Lonzi. Che opinione ne hai?
AB: Prendo a modello Chiara Fumai per onorare il lavoro che avete fatto alla direzione del suo archivio. Nel bene e nel male io e voi abbiamo attraversato una vicenda simile. Io credo che Fumai avesse intuito qualcosa del pensiero di Lonzi. Molte sue opere prendono la forma del doppio ritratto di Teresa. Però il suo lavoro si è fondato su un concetto troppo elementare di empatia. Empatia come sostituzione. Da questo punto di vista è rimasta in quella notte oscura che la mistica chiede di superare.
FUR: Cosa possono ancora dire le parole di Carla Lonzi a chi vive nel nostro presente?
AB: Questa è un’epoca difficile. Da un lato i giovani sono consapevoli che gli ideali legati alle rivoluzioni di massa sono tramontati; dall’altro, quando si rivolgono alla propria soggettività, il meglio che gli possa capitare è di essere spediti in terapia. L’autocoscienza di Lonzi supera queste due opzioni ormai in crisi profonda, aprendo la strada a una forma di relazione che è anche soggettivazione.
Note
1 Clarice Lispector, A Paixão segundo G.H., Editora do Autor, Rio de Janeiro 1964
2 Carla Lonzi, Autoritratto, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2024.
3 Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1972-1977, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2024.
4 «Manifesto di Rivolta Femminile», in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2023, p. 20.
5 Ilse Lafer (a cura di), Deculturalize, Mousse Publishing, Milano 2020.
6 Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, Edizioni OCD, Roma 2020.
7 Susan Sontag, Against Interpretation, Farrar, Straus and Giroux, New York 1966.
8 Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1972-1977, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2024, p. 1011.
9 AA.VV., È già politica, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977.
10 Carla Lonzi, Vai Pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1980.
(Flash Art Italia, 23 febbraio 2023)
II reportage, il femminismo, il design: in un libro gli scatti di Jacqueline Vodoz
Tre sono i tempi di Jacqueline Vodoz (1921-2005), fotografa importante e ancora troppo poco conosciuta, tre i tempi di una storia complessa che vale la pena di restituire, come fa il volume Jacqueline Vodoz La fotografia parlata a cura di Manuela Cirino (Electa). Jacqueline Vodoz, nata a Milano nel 1921, figlia di un imprenditore svizzero e di madre di origine inglese, vive fra la Svizzera, l’Italia e l’Inghilterra; torna a Milano nel 1942 in pieno conflitto e vive sfollata a Gardone (Brescia) fino al 1945 per poi tornare a Milano. Tre culture: attività di interprete e traduttrice fino al 1953 quando inizia a fotografare usando la Rollei. Fotograferà fino al 1958 quando inizierà una strada diversa, quella del movimento femminista.
Gli inizi come reporter sono fortunati, riprende a Vevey, in Svizzera, Charlie Chaplin che ha abbandonato gli Stati Uniti e il servizio viene pubblicato da «Tempo», da «Il Corriere lombardo» e da «l’Unità». Da questo momento e per alcuni anni Vodoz propone un nuovo modello di racconto: non i disastri, non i conflitti, non la cronaca nera ma uno sguardo rivolto alla gente. Qualche esempio: su «La Notte» nel 1953 esce il servizio Giochi per le strade, sono i ragazzi che si appropriano di un luogo e lo rendono vivo; Vodoz è testimone dedita, attenta: riprende il giocare, il correre, il ridere, senza dialogare coi giovani, nessuno di loro guarda in macchina, lei testimonia i gesti, le espressioni.
Un altro importante racconto, che sarà proposto poi da altri fotografi, ha per titolo Milanesi per otto ore, uscito su «La Notte» nel 1954, è dedicato a chi arriva ogni giorno a Milano per lavorare, a chi scende dai treni o pedala dalle periferie per recarsi in fabbrica; Vodoz sceglie il viaggio, il momento del dialogo prima del lavoro. La scoperta di un tempo marginale, ma vero, torna in Intervallo di due ore, ripreso nel 1954 e pubblicato su «La Notte» nel 1955 dove vedi l’amicizia, la confidenza fra donne, la liberazione dei corpi nel verde di un parco. Impressiona l’intensità del servizio Lavori a domicilio, dove lo spazio di casa è disegnato dalla luce della finestra come in un dipinto di Vermeer, luce che ritaglia le donne intente a riparare ombrelli, a saldare, a ricamare. Mondine è un servizio nelle risaie di Rosate (Milano) nel 1954 e pubblicato su «Die Woche» nel 1955 e su «Images du monde» nel 1956; ancora una volta lo sguardo di Vodoz è diverso: non ha mai visto il film di Giuseppe De Santis Riso amaro (1949) e infatti il suo racconto è nuovo; Vodoz vive fra le mondine, le riprende negli intervalli del lavoro, ne propone il gioco, la confidenza: sono giovani donne che scherzano, ridono, mangiano o si riposano insieme.
Vodoz è anche una raffinata ritrattista e negli spazi del bar Giamaica di Milano riprende tutti gli artisti, da Mauro Reggiani a Gianfranco Fasce, da Giulio Turcato a Pietro Cascella, da Ennio Morlotti a Leoncillo, ma anche Ugo Mulas a cui presterà la prima macchina fotografica. E gli artisti, alcuni, li riprende anche in studio, come Lucio Fontana o Agenore Fabbri. Tutte queste foto sono di lunga durata, persone viste e meditate, documentano un’espressione, un pensiero. E di questo Vodoz è consapevole, e lo dice lei stessa quando, fra le attrici, coglie la tristezza nel volto di Anna Magnani (Milano, 1954).
Lo sguardo di Vodoz sulla politica, in tempi di forte contrapposizione ideologica, è ancora una volta alternativo: del comizio di Togliatti del 6 maggio 1956 a Milano riprende la base del palco dove un bambino gioca con un aeroplanino di carta. Scrive Uliano Lucas: «Fare la fotografa in quegli anni, farlo stabilmente all’interno del sistema dell’informazione era per una donna praticamente impossibile. Quella del fotoreporter era una professione prettamente maschile».
Il secondo tempo di Vodoz è segnato dall’amicizia con Carla Lonzi e la partecipazione a Rivolta femminile, movimento ma anche casa editrice, rivolta contro ogni forma di prevaricazione maschile; sono gli anni dal 1974 al 1978 che vogliono dire impegno e insieme condivisione di progetti, stesura di testi, scoperta di una nuova forma di politica. Di questo tempo restano i ritratti del gruppo dirigente del movimento, segno di vita condivisa, fuori da ogni schema istituzionalizzato di ripresa delle immagini.
Il terzo tempo di Vodoz fotografa è ancora una volta innovativo. Lavora con il marito Bruno Danese nella galleria a Milano e inventa un nuovo racconto fotografico: gli oggetti di design, sopra tutto quelli di Bruno Munari e di Enzo Mari, diventano protagonisti nello spazio. Sono queste foto che contribuiscono a creare, negli anni dai Cinquanta ai Settanta, la rivoluzione del design, e quindi degli spazi di casa. Ecco, se si potesse azzardare una definizione del lavoro di Vodoz si potrebbe dire che essa, fin dai servizi degli anni Cinquanta, scopre un racconto che la vede partecipe, testimone della vita delle persone ritratte, un racconto che si ritrova nelle poche foto del gruppo Rivolta femminile. La stessa tensione caratterizza le splendide foto degli oggetti di design che ridisegnano lo spazio di casa, forme parlanti, meditazioni sottili, magari ironiche, come Lampada Falkland (1964) di Bruno Munari, o Una proposta per la lavorazione a mano della ceramica di Enzo Mari (1973). Anche queste ultime immagini di design sono pensate come rivoluzionario reportage sugli spazi di un vivere possibile, partecipi cronache del nuovo fotografare Milano.
(Corriere della Sera – La Lettura, 22 febbraio 2026)
Mentre preparava la sua personale alla fatidica Biennale 1964, Carla Accardi innestava le ricerche oro e argento, piene di futuro…

Dopo la mostra celebrativa del centenario di Carla Accardi tenutasi nel 2024 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Accardi, oroargento, fino al 28 marzo presso la Galleria dello Scudo di Verona, ha il pregio di puntare la lente dell’osservazione, motivata da un desiderio scientifico e cognitivo, su una breve ma preziosa e poco conosciuta fase operativa dell’artista.
Con un impianto solido e di magistrale dislocazione negli ambienti di sei grandi tempere alla caseina su tela, oltre a un sicofoil su tavola e un nucleo di opere su carta di diversa grandezza, è data la possibilità di ammirare e conoscere il novero pressoché totale della produzione di Carla Accardi con l’impiego dell’oro e dell’argento. Ma è stato Giulio Turcato a rivelare per primo, con la sua scrittura schietta, un dato caratteriale di Carla Accardi, presentandola nel catalogo della prima personale dell’artista presso la Galleria Age d’Or di Roma nell’autunno del 1950. Egli fa riferimento alla facoltà di Accardi «nell’esprimere un pensiero con forza e un giudizio sulla forma più di qualsiasi altro pittore…».
Essa, agli occhi del collega, infatti, appare già come una personalità ‘eversiva’, determinata a superare culturalmente nell’ambiente di quel tempo un «servilismo atavico» in cui una gran parte della scena pittorica ancora si attardava. Ma è con la presentazione di Carla Lonzi nel catalogo della Biennale di Venezia del 1964, scritta per la sala personale di Accardi, che in modo più esplicito viene delineato il temperamento di rilevante spirito di autodeterminazione dell’artista.
Accertata da due autorevoli testimoni come Turcato e Lonzi l’attitudine di Carla all’élan vital, definito da lei stessa come «volontà di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo», è opportuno non trascurare che ciò si fonda su una assidua attività di elaborazione linguistica di grado intenso svolta in età precoce e a partire dall’azione militante nel gruppo Forma e fino al conseguimento della sala personale alla ‘fatidica‘ – per molte ragioni contestuali – Biennale Internazionale di Venezia del 1964.
Nello stesso anno della preparazione e poi partecipazione alla rassegna veneziana prende avvio anche il ciclo dei dipinti con l’oro e con l’argento. Non è per caso che tali opere vengano ‘alla luce’ – è il caso di dire – dopo un suo viaggio in visita meditativa ai monumenti bizantino-ravennati, con una sosta folgorante al Mausoleo di Galla Placidia, scrigno di luce aurea proveniente dagli effetti delle tessere musive che la decorano. Sembra possibile, pertanto, affermare che il concepimento delle opere con l’oro e con l’argento esposte in questa mostra di Verona sia il frutto di una autentica epifania suscitata – come affermato dall’artista stessa – durante l’osservazione dei mosaici ravennati. Il nuovo impulso generatosi nel suo animo risveglia in lei richiami alla grande tradizione pittorica che si evidenzia nell’architettura e nell’arte italiana, a partire da alcuni decori della Domus Aurea neroniana fino ai mosaici bizantino-ravennati, a quelli di San Marco a Venezia o di Monreale a Palermo, ai fondi oro della pittura del Due-Trecento umbro, toscano e marchigiano, e perfino alle riprese compiute dagli stessi Fontana e Burri in alcune loro opere.
Come è stato opportunamente considerato, «osservando i mosaici (…) del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (secondo quarto del V secolo) veniamo rapiti dalla componente materica e luminosa dei fondi oro e blu, dall’iridescenza e dalla profondità cromatica degli smalti posti con diverse inclinazioni, dalle sfaccettature scintillanti degli argenti e delle madreperle; qui e ora tutto concorre consapevolmente a rappresentare una nuova dimensione tematica e simbolica: la luce trascendente» (Linda Kniffitz).
Carla Accardi, «Oroblu (Oriente n. 2)», 1965, tela esposta alla mostra di Verona, Galleria dello ScudoEdizione 22/02/2026RecensioneAccardi, oroargentoCarla AccardiGalleria dello Scudo, Verona
Dopo la mostra celebrativa del centenario di Carla Accardi tenutasi nel 2024 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Accardi, oroargento, fino al 28 marzo presso la Galleria dello Scudo di Verona, ha il pregio di puntare la lente dell’osservazione, motivata da un desiderio scientifico e cognitivo, su una breve ma preziosa e poco conosciuta fase operativa dell’artista.
Con un impianto solido e di magistrale dislocazione negli ambienti di sei grandi tempere alla caseina su tela, oltre a un sicofoil su tavola e un nucleo di opere su carta di diversa grandezza, è data la possibilità di ammirare e conoscere il novero pressoché totale della produzione di Carla Accardi con l’impiego dell’oro e dell’argento. Ma è stato Giulio Turcato a rivelare per primo, con la sua scrittura schietta, un dato caratteriale di Carla Accardi, presentandola nel catalogo della prima personale dell’artista presso la Galleria Age d’Or di Roma nell’autunno del 1950. Egli fa riferimento alla facoltà di Accardi «nell’esprimere un pensiero con forza e un giudizio sulla forma più di qualsiasi altro pittore…».
Essa, agli occhi del collega, infatti, appare già come una personalità ‘eversiva’, determinata a superare culturalmente nell’ambiente di quel tempo un «servilismo atavico» in cui una gran parte della scena pittorica ancora si attardava. Ma è con la presentazione di Carla Lonzi nel catalogo della Biennale di Venezia del 1964, scritta per la sala personale di Accardi, che in modo più esplicito viene delineato il temperamento di rilevante spirito di autodeterminazione dell’artista.
Accertata da due autorevoli testimoni come Turcato e Lonzi l’attitudine di Carla all’élan vital, definito da lei stessa come «volontà di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo», è opportuno non trascurare che ciò si fonda su una assidua attività di elaborazione linguistica di grado intenso svolta in età precoce e a partire dall’azione militante nel gruppo Forma e fino al conseguimento della sala personale alla ‘fatidica‘ – per molte ragioni contestuali – Biennale Internazionale di Venezia del 1964.
Nello stesso anno della preparazione e poi partecipazione alla rassegna veneziana prende avvio anche il ciclo dei dipinti con l’oro e con l’argento. Non è per caso che tali opere vengano ‘alla luce’ – è il caso di dire – dopo un suo viaggio in visita meditativa ai monumenti bizantino-ravennati, con una sosta folgorante al Mausoleo di Galla Placidia, scrigno di luce aurea proveniente dagli effetti delle tessere musive che la decorano. Sembra possibile, pertanto, affermare che il concepimento delle opere con l’oro e con l’argento esposte in questa mostra di Verona sia il frutto di una autentica epifania suscitata – come affermato dall’artista stessa – durante l’osservazione dei mosaici ravennati. Il nuovo impulso generatosi nel suo animo risveglia in lei richiami alla grande tradizione pittorica che si evidenzia nell’architettura e nell’arte italiana, a partire da alcuni decori della Domus Aurea neroniana fino ai mosaici bizantino-ravennati, a quelli di San Marco a Venezia o di Monreale a Palermo, ai fondi oro della pittura del Due-Trecento umbro, toscano e marchigiano, e perfino alle riprese compiute dagli stessi Fontana e Burri in alcune loro opere.
Come è stato opportunamente considerato, «osservando i mosaici (…) del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (secondo quarto del V secolo) veniamo rapiti dalla componente materica e luminosa dei fondi oro e blu, dall’iridescenza e dalla profondità cromatica degli smalti posti con diverse inclinazioni, dalle sfaccettature scintillanti degli argenti e delle madreperle; qui e ora tutto concorre consapevolmente a rappresentare una nuova dimensione tematica e simbolica: la luce trascendente» (Linda Kniffitz).
Lo sguardo sensibile di Carla, laico e incline a metabolizzare l’effetto di quell’esperienza certamente incisiva, se non volge alla trascendenza, reca sicuramente a un pensiero fecondo per il processo di ulteriore rinnovamento della sua pittura. Nel biennio delle opere bicrome, come Rossoverde, 1963, e Verderosso, 1963, o quelle dove i segni elementarmente fluidi sono aggregati sulla superficie entro forme quadrate, a losanga o a triangoli ed esagoni come, rispettivamente, Verdearancio Oriente, Rosaverde, Stella I e Stella II, vengono alla ribalta, poco dopo, le prime grandi tele Grigioscurooro, Argentooro 1, Argentooro 2, la Scacchiera oroverde, Ororosso Oriente n. 1, Oroblu (Oriente n. 2) e il Bozzetto FAO, 1967, di misura minore, dipinto con vernice su sicofoil montato su tavola!
Come non evocare per una circostanza come questa l’eccezionale luminosità sprigionata dalla Lampada ad Arco, 1910, di Giacomo Balla, che ha costituito per Accardi, e non solo per lei, una pietra miliare nel processo elaborativo dei segni? Wittgenstein ha inoltre dichiarato: «Si parla “del colore dell’oro” e non si intende il giallo. “Color dell’oro” è la proprietà d’una superficie che splende o luccica».
Evitata, dunque, ogni attribuzione di intenzionalità alchemica nei dipinti oro e argento di Accardi, più semplicemente si può parlare di una fase ‘fototropica’ per un più efficace rapporto con la luce ottenibile, prima attraverso l’impiego dei due metalli pregiati, e successivamente – ad esempio con il Bozzetto FAO – facendo uso del supporto trasparente e lucido del sicofoil.
Si diceva che il repertorio delle opere con oro e argento si rendeva prodromo dell’ulteriore innovativa fase spaziale, comportamentale e ambientale dei lavori di Accardi, realizzati con sicofoil investiti da varie stesure di segni. E a ben osservare, anche gli altri dipinti in mostra su carta intelata – come le tempere Oroargento del 1964 e Verdeargento del 1965 – o solo su carta – come Argentorosa e Azzurroargento, entrambe del ’65 –, nonché le cosiddette «matasse» Gialloargento, Grigiooro, Lillaoro, Rosargento, Gialloro e Argentooro, tutte del 1969, introducono segni e andamenti di sviluppo morfologico ininterrotto che diverranno distintivi dei sicofoil di varia foggia dipinti con vernici in anni successivi.
Questa fase dell’oro e dell’argento, che si apre all’indomani della Biennale di Venezia del 1964, sembra, pertanto, frutto di un impulso e di una condizione nuova, quale esito di un lungo tirocinio culminato con un significativo riconoscimento di livello internazionale.
(il manifesto, 21 febbraio 2026)