Questo incontro di VD3, il cui tema era stato pensato dopo l’estate, è venuto a cadere in un momento denso di avvenimenti correlati con gli argomenti proposti alla discussione: la prosecuzione della guerra in Ucraina, la strage di israeliani commessa da Hamas e la seguente guerra scatenata da Israele non solo nei confronti dell’organizzazione islamica, ma soprattutto della popolazione palestinese della striscia di Gaza.

Ma non solo: il 23 novembre è emerso il femminicidio di Giulia Cecchettin, seguito dalla grande manifestazione del 25 novembre («una marea femminista» come metaforicamente l’ha nominata Giorgia Basch in una delle introduzioni all’incontro), il discorso del padre di Giulia al funerale della figlia e le prese di posizione, gli editoriali, le riflessioni che hanno seguito questi avvenimenti. Il tutto anche attraverso la ripresa in ambito pubblico di un concetto, quello di patriarcato, da tempo quasi assente nelle riflessioni sul rapporto uomo-donna e di una novità indubbia che ha accompagnato la riflessione: la presa di responsabilità individuale di molti uomini nei confronti della violenza sulle donne che è una violenza maschile, una responsabilità non solo asserita privatamente ma anche esposta su innumerevoli mezzi di comunicazione.

L’incontro tenutosi alla Libreria delle donne di Milano il 3 dicembre scorso è quindi venuto in un momento in cui era necessario approfondire la discussione sulla responsabilità maschile nelle guerre e nei conflitti armati, la nostra responsabilità in quanto uomini nei femminicidi e nella violenza sulle donne e l’utilizzo di un concetto come quello di patriarcato, che nella discussione pubblica è stato usato a sproposito e senza un adeguato approfondimento: per esempio, lo slogan «il patriarcato uccide», mentre chi uccide le donne siamo noi uomini e non il concetto sociale e simbolico di patriarcato.

In questa direzione si sono mosse le tre introduzioni e il dibattito successivo.

Per muovermi in questo «imbrogliato presente», espressione utilizzata da Laura Colombo richiamandosi a un intervento di Ida Dominijanni su Internazionale dal titolo “Il campo di battaglia del patriarcato vacillante”, ho trovato molto utile la considerazione fatta sulla ferocia del patriarcato, che come una bestia ferita, diventa maggiormente reattivo e capace di offesa sino all’assassinio.

Penso anche siano utili le riflessioni fatte da Laura Colombo sulla necessità di fare ordine utilizzando il concetto di post-patriarcato e non più quello di patriarcato. Un concetto, quello di post-patriarcato, che rappresenta l’esito di una lunga discussione e di approfondimento che inizia dalla rivista Via Dogana nel settembre 1995 (allora edita in formato cartaceo) e in particolare da Luisa Muraro che considerava, dopo quattromila anni di storia e un periodo imprecisato di preistoria, essere arrivata, con la perentoria affermazione «È concluso!» l’epoca della fine del patriarcato. Ma cosa esattamente si era concluso secondo Muraro? Si era interrotto il secolare destino imposto alle donne, si erano sgretolate le leggi che lo tenevano in vita: i desideri maschili, quindi, non erano più i parametri e la misura per le donne. In altre parole, le vite femminili avevano iniziato da tempo un viaggio alla ricerca di significato in prima persona e le relazioni tra donne erano ormai visibili nello spazio pubblico.

Per questo Laura Colombo ritiene «quindi che bisogna parlare di post-patriarcato, perché, se non è finito il potere maschile e la sua ricerca da parte degli uomini, è cessato l’assoggettamento delle donne, è terminato il credito che le donne davano al sistema socio-simbolico rappresentato dal patriarcato».

È un’affermazione che mi convince, anche se a questa convinzione debbo affiancare una considerazione che nasce dalla mia esperienza: per uno come me, nato alla metà degli anni ’50, il patriarcato è stato un sistema pervasivo, che mi ha formato, soprattutto nei primissimi anni della mia vita e nella mia adolescenza. Onestamente, non credo di poter superare completamente questo condizionamento profondo. I giovani uomini che stanno crescendo o che nasceranno in futuro potrebbero forse riuscire a eluderlo e a superarlo a fondo con le pulsioni che ne sono l’effetto.

Condizionamento che per me, uomo che riflette sulla propria sessualità, riconosco nella mancanza di un “senso del limite”, che deriva dalla mancanza di consapevolezza su cosa non debba essere superato. A volte, durante l’atto sessuale o nelle fantasie, potrei desiderare di “andare oltre”, anche se nella realtà scelgo consapevolmente di non farlo, basandomi su discussioni avute con le donne. Questo desiderio, talvolta stereotipato come parte intrinseca della “natura” maschile, include la mancanza di resistenza a un impulso sessuale, una reazione violenta di fronte a un rifiuto sessuale e l’inerzia nel negoziare esplicitamente o implicitamente gli atti sessuali con la mia partner. Riconosco l’importanza del “senso del limite”, inclusa la consapevolezza che un rapporto sessuale può portare al concepimento, e quindi la necessità di fermarsi o di prendere precauzioni per evitare di superare quei limiti, come evitare un rapporto sessuale completo o proteggersi adeguatamente.

Il mio obiettivo realistico e concreto è controllare questa pulsione verso un ipotetico “infinito”, pur sapendo che in alcune circostanze potrei perdere questo controllo. Sono convinto che gestire queste pulsioni, senza reprimerle ma rimanendo consapevole della loro esistenza, rappresenti per me, in questa fase della mia vita, un obiettivo.

Questo non vuole dire che legga e interpreti il ruolo che mi è stato inculcato dal patriarcato come destino come un qualcosa di ineluttabile e da accettare passivamente.

Non voglio certo riprodurre la condizione maschile che Giorgia Basch descrive nella sua introduzione come «un patriarcato eroso, un fantasma del patriarcato che […] ha un volto nuovo che abbiamo appena compreso: quello dell’uomo-vittima. L’uomo che non si riconosce più. […] che si sente in competizione con le donne». Ma debbo fare i conti con la mia storia e con la mia esperienza.

Può darsi che questa risposta non sia completamente appagante, ma ho una preferenza per essere consapevole dei miei limiti piuttosto che cercare di superarli in modo ambizioso in un’unica occasione. Prediligo avere chiara coscienza di questo “limite”, per orientarmi meglio lungo un percorso personale e parziale verso la comprensione di me stesso e l’acquisizione di consapevolezza.

Certo, per le giovani generazioni il discorso è sicuramente diverso: il loro percorso di vita si è sviluppato in un patriarcato morente e si sono confrontati, coscientemente o meno, con la fine simbolica del patriarcato. Di questa situazione non posso parlare e spero che qualcuno di queste generazioni possa prendere la parola e spiegare la propria esperienza.

Riprendendo l’introduzione di Laura Colombo, mi convincono anche altre considerazioni che nascono dalla sua analisi. Quella che lega maschile e guerra, «il problema di un maschile che non sa stare alla misura della libertà femminile, che non può sopportare l’indipendenza delle donne da desideri e imposizioni di un lui debole e in affanno […] Il punto nodale non è quindi il patriarcato, inteso come sistema socio-simbolico di dominio dell’uomo sulla donna. La vera questione è la cultura patriarcale, alimentata da guerra e violenza, che fissa l’identità maschile in una tradizione anacronistica».

E quella che introduce il discorso sul neoliberismo, inteso come una forma specifica di biopolitica in cui le dimensioni sociale, politica ed economica convergono in un sistema che non è affatto repressivo, al contrario, è un sistema che genera, amplifica e ridefinisce la libertà umana secondo i dettami del mercato. Penso sia importante questo riferimento dato che, se non ritengo il sistema patriarcale un destino, non ritengo neppure il sistema economico sociale in cui siamo immersi un qualcosa di immutabile. Anche se sono consapevole che un cambiamento del sistema sociale ed economico non basta a cambiare le relazioni tra donne e uomini: il lascito del patriarcato richiede un lavoro supplementare da iniziare subito, anzi ancor prima.

Esiste, lo ricorda anche Giorgia Basch osservando che quello che sta nascendo dalla manifestazione del 25 novembre scorso e da quello che l’ha preparata e seguita, una «positività che questa forte risposta sta generando nello scuotere le coscienze», ma anche la «chiusura e alcune forme di nascente separatismo e radicalizzazione da parte delle donne [che] mi preoccupano. Perché l’autorità femminile continui a circolare sempre di più abbiamo bisogno di farla sentire agli uomini anche e soprattutto con nuove forme di mediazione, che partano dalla dimensione relazionale».

Una risposta che parte da una consapevolezza che lo starci, anche nelle relazioni con il maschile sia una strada non solo per cambiare queste relazioni di differenza, ma anche se stesse.

Riprendo ancora le sue parole: «Ci sarà la complicità dello sguardo congiunto, ci sarà l’ascolto della nostra differenza».

Per dirla con le parole di un uomo, Marco Deriu, al termine della sua introduzione: « […] c’è ancora molta strada da fare per congedarsi veramente dal sessismo e dalla violenza. […] non basta cambiare le leggi, occorre lavorare sulle mentalità, sulle aspettative sociali, sui modelli di relazione. È urgente cominciare a parlarne insieme».

E per riprendere il filo della mia autobiografia, quello che questo confronto, a volte aspro, a volte difficile e complesso, a volte liberatorio e gioioso che ho cercato e tutti giorni cerco con le donne e qualche uomo della Libreria delle donne di Milano che frequento da quasi trent’anni e con le donne che in quella sede incontro e ho incontrato: relazioni che mi hanno fatto crescere e diventare quanto di buono sono adesso.

Il nostro gruppo di donne di Bressanone fin dall’inizio, quando nel febbraio del 2005 lo abbiamo fondato chiamandolo da subito “Baubò”, è stato incentrato sull’argomento della maternità. Infatti è nato sulla spinta dell’urgenza di uscire dall’isolamento sociale in cui alcune di noi, divenute recentemente madri, rischiavano di precipitare a causa di questa loro nuova condizione. Un gruppo comunque voluto anche da chi madre lo era già da tempo, oppure non lo era affatto, ma desiderava contribuire a dare maggiore visibilità a quelle che erano le vere esigenze di chi voleva procreare. La procreazione infatti è una potenzialità femminile con cui comunque tutte noi prima o poi abbiamo da fare i conti, in un modo o nell’altro. Inizialmente ai nostri incontri partecipavano anche Elisabeth P. e Gertraud R., due ostetriche molto impegnate a migliorare le condizioni di assistenza alle donne che vogliono diventare madri durante tutte le fasi che portano alla maternità, dalla gravidanza al parto al puerperio.

Chi di noi era diventata o stava diventando (nuovamente) madre, certamente si trovava in questa condizione per propria scelta, ma sia io che le altre donne del gruppo che avevano scelto di diventare madri, a causa di questa condizione ci vedevamo sottoposte non solo al rischio dell’isolamento sociale, ma – sotto vari aspetti – anche a delle forme di ingerenza sociale tutt’altro che desiderate, che rischiavano di alienarci rispetto al nostro percorso di maternità e quindi rischiavano di alienarci anche rispetto alla figlia o al figlio che stavamo per mettere al mondo. Infatti, queste ingerenze miravano a trasformare il percorso di maternità di una donna in un percorso di assoggettamento a degli standard di “sicurezza” procreativa che più che altro servivano a sottoporre gravidanza, parto e puerperio a un controllo medico il più possibile pervasivo. Invece noi desideravamo vivere il nostro percorso di maternità come un percorso di dispiegamento delle nostre potenzialità materne. Così ognuna di noi, in un modo o nell’altro, ha dovuto scontrarsi con il modo in cui la sanità pubblica concepisce il percorso che una donna fa per diventare madre e lo sottopone a forme forzate di “tutela”. Già questo parla chiaro del mancato riconoscimento delle competenze femminili in fatto di gravidanza, parto e puerperio da parte della sanità pubblica, una sanità degna di una società che si ostina a non dare alcun valore simbolico al fatto che


Competenze femminili che invece noi sapevamo di possedere, non per ultimo grazie al rapporto privilegiato che ognuna di noi ha saputo instaurare con la propria ostetrica di fiducia, un rapporto che nella politica delle donne avremmo definito di “affidamento”. Una tale relazione con un’ostetrica è irrinunciabile per una donna che desidera diventare madre mettendo in campo tutte le proprie potenzialità affettive, relazionali, di capacità di giudizio come di capacità di cura, cura sia di sé stessa che del percorso da affrontare insieme alla creatura che ha il desiderio di mettere al mondo. Infatti solo da una tale relazione può venirci la misura del nostro desiderio di maternità, ma anche delle nostre paure e ambivalenze, come della nostra debolezza che si trasforma in forza – o viceversa: della nostra forza, non solo fisica, che si trasforma in debolezza. Per dirla con Ildegarda di Bingen: «Dio ha creato l’uomo forte e la donna debole, da questa debolezza è sorta tutta l’umanità».


In Baubò abbiamo presto individuato l’importanza di questo tipo di relazione di affidamento. Ma oggi io direi di più. In questa relazione privilegiata tra due donne vedo infatti lo specchio di una società femminile che si sa costituita da relazioni vincolanti tra donne, relazioni capaci di conflittualità e resilienti a qualsiasi tipo di interferenza esterna, perché capaci di andare oltre il capriccio o la passione momentanea. Nella relazione che si instaura tra donna e ostetrica forse, anche alla luce della discussione nella relazione allargata di Via Dogana 3, possiamo oggi riconoscere la fonte delle mediazioni che servono a una donna per instaurare una relazione proficua con la sua creatura di momento in momento – infatti, tra gravidanza, parto e puerperio i passaggi sono tanti – e che quindi le permettono di diventare madre.siamo tutte e tutti nati da donna.

Riconoscere questo significa individuare proprio nella relazione privilegiata tra donna e ostetrica – come in ogni altra relazione vincolante tra donne, madri o no – la fonte della maternità. La società femminile che conosciamo, a questo punto, sapendosi fonte della maternità e quindi base di qualsiasi tipo di società, si fa misura della società nel suo insieme. Misura di una società per la quale il fatto di essere tutte e tutti nati da donna non solo diviene pienamente conoscibile, ma diventa proprio innegabile.

Riferimenti di lettura:
– Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre
– Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico
– Adrienne Rich, Nato di donna
– Silvia Vegetti Finzi, Il bambino della notte