In un recente articolo, Donne e lavoro, l’Italia resta indietro. Senza indipendenza non c’è libertà, (La Stampa, 27 novembre 2023) Elsa Fornero afferma giustamente l’importanza dell’indipendenza per essere libere. Di quale indipendenza parla? «La libertà non si conquista senza l’indipendenza economica e questa a sua volta si ottiene con il lavoro», il lavoro retribuito intende. Ma qui si pone un problema, anzi due. Collegare la libertà al lavoro retribuito è vero fino a un certo punto, lo smentisce la vita di quelle donne che dovendo sommare il lavoro retribuito a quello domestico non hanno più tempo e forze per nient’altro. Alla faccia della libertà conquistata. Allora per capire la realtà bisogna smettere di chiamare lavoro solo quello retribuito. Lavoro è “tutto il lavoro necessario per vivere”, come è stato scritto (Immagina che il lavoro, Sottosopra 2009). Tutto il lavoro necessario per vivere è quello che fanno gran parte delle donne, e considerarlo tale dà senso a un modo femminile di intendere e praticare il lavoro, un modo prezioso e indispensabile per mantenere in vita l’umanità e che potrebbe diventare un insegnamento per tutti, specialmente in tempi in cui la guerra mostra i terribili limiti delle concezioni maschili della realtà. Un grande lavoro quello femminile, sì, ma la libertà? Veniamo al secondo problema. Per una libertà non ricalcata sui modi storicamente maschili occorre scostarsi dall’idea di indipendenza solo come indipendenza economica. È un fatto che ieri come oggi anche donne che hanno un lavoro retribuito o un altro reddito proprio continuano a dipendere da uomini, non solo mariti affettuosi o maltrattanti, ma datori di lavoro, compagni di partito ecc. Prima che l’indipendenza economica, dunque, per la libertà delle donne è necessaria l’indipendenza simbolica. In molte l’hanno sperimentata nel femminismo, tutte facendo conto sulle relazioni con altre donne. Cosa vuol dire concretamente indipendenza simbolica? Innanzitutto, non svalorizzare quello che desiderano e fanno le donne se diverso da quello che desiderano e fanno gli uomini, come invece leggo più avanti nell’articolo: «la parità, però, non è ancora raggiunta nelle discipline più scientifiche, non per inadeguatezza ma per sottili “consigli” a seguire percorsi di studi più “adatti alle donne”, secondo pregiudizi diffusi». Ho insegnato per tanti anni in un istituto tecnico turistico e linguistico, frequentato per il 95% da ragazze. Ragazze sottilmente consigliate? Eppure studiavano con interesse e piacere le lingue, la storia dell’arte, la filosofia… Forse il pregiudizio è in chi disprezza le scelte femminili quando non coincidono con quelle maschili. E riguardo alla scienza, ormai studiata e praticata da innumerevoli donne, viene anche il sospetto che l’esigenza di una totale parità di impegno scientifico femminile sia in funzione dell’attuale sistema economico («l’Italia resta indietro»), più che della libertà delle donne.
Non dubito che quello che Fornero scrive venga dalla sua esperienza personale di pregiudizi, discriminazioni, umiliazioni… La capisco e so che queste cose fanno parte della nostra storia. Ma partire da sé non vuol dire assolutizzare la propria esperienza, fermarsi lì nell’interpretazione del mondo per tutte. C’è sempre altro. Per esempio, io che sono della stessa generazione dell’ex ministra ho avuto anch’io un consiglio “sbagliato” ma di segno opposto: il mio professore di matematica mi consigliò ingegneria, non scienze politiche come volevo e ho fatto. E sono diventata femminista per un desiderio di libertà femminile, non di parità con gli uomini. Come moltissime altre non ho «reclamato l’uguaglianza», anche se questa è stata la risposta formale delle istituzioni politiche.
Non mi dilungo, ciò che dico è stato detto e scritto molte volte e da molte donne negli ultimi sessant’anni. Ma l’interpretazione corrente resta quella stereotipata espressa dall’articolo di Fornero: parità, parità, parità! Mi domando se non sia un modo, forse inconsapevole, per rassicurare gli uomini che restano al centro dei nostri pensieri, per fargli credere che quello che vogliamo si misura con i loro traguardi economici e politici, per dirgli che non hanno nulla da temere dalla libertà delle donne. Affinché smettano di ucciderci? Finora non è servito.
In questi ultimi tempi le forme più distruttive della cultura maschile e dell’idea di potenza e virilità hanno riempito la cronaca e l’immaginario collettivo. Dapprima la brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, e la conseguente guerra di posizione che ha già causato oltre 200.000 morti. Poi il brutale attacco dei miliziani di Hamas a città, villaggi, installazioni militari e un festival di musica nel sud di Israele che ha prodotto circa 1.400 morti con torture, mutilazioni, abusi e stupri sistematici nei confronti delle donne, oltre al rapimento di circa 240 persone. Per arrivare infine al criminale bombardamento e all’invasione israeliana di Gaza che non ha risparmiato palazzi civili, ospedali, campi di rifugiati, infrastrutture fondamentali per l’accesso a cibo, acqua, elettricità, che ha causato nel giro di due/tre mesi il massacro da 20.000 morti, tra cui 8.000 minori e 6.200 donne.
D’altra parte, per restare più vicino a noi, in mezzo a questi orrori organizzati, registriamo il lungo elenco delle vittime delle violenze “ordinarie” quotidiane e dei femminicidi (circa 109 le donne uccise nel 2023).
Riguardando la lunga lista di femminicidi di quest’anno saltano agli occhi diversi aspetti, tra cui l’età molto variabile dei soggetti, le tante nazionalità coinvolte sia da parte degli autori che delle vittime, il gran numero di regioni interessate, la diversità di mezzi utilizzati per compiere il crimine, i motivi o le occasioni disparate, il fatto che queste violenze colpiscano e coinvolgano donne incinte, figli, parenti, o che implichino talvolta anche suicidi o tentati suicidi.
Cosa hanno in comune tutte queste violenze? Molte donne (e alcuni uomini) hanno chiamato in causa il Patriarcato e la sua cultura, suscitando l’immediata reazione di altri uomini che invece vorrebbero riportare questi fatti criminali a motivazioni psicologiche, alla fragilità o alla debolezza delle persone.
Non c’è dubbio che dentro ai codici del possesso, della gelosia, all’incapacità di accettare la libertà e l’autodeterminazione femminile, al ricorso all’uso della forza e delle armi sia inevitabile ritrovare elementi di una cultura patriarcale che ancora abitua gli uomini a pensare alle donne se non come “oggetti”, quantomeno come “soggetti a disposizione” che sono “amate” e “apprezzate” solo nella misura in cui rispondono al desiderio, ai bisogni e alle aspettative maschili.
Tuttavia, non dobbiamo fare l’errore di accontentarci di uno slogan ma dobbiamo sforzarci di andare più a fondo per capire cosa possiamo comprendere di quello che sta accadendo e quanto le tradizionali spiegazioni siano adeguate al caso.
Soffermiamoci sul caso di Filippo Turetta e dell’omicidio di Giulia Cecchettin che ha destato un’ondata emotiva particolarmente forte. Complice il fatto che si trattava di giovani, universitari, dalle facce pulite, di famiglie come tante altre nelle quali era più facile riconoscersi e immedesimarsi. Certamente ha giocato anche la dinamica dell’evento. La sparizione, la ricerca, gli appelli dei parenti, la speranza di un lieto fine e invece la prevedibile tragica fine che ha confermato i sospetti più ovvi. Sono state particolarmente importanti in questo caso anche le voci e le parole dei famigliari dell’uno e dell’altra protagonista, a partire da Elena Cecchettin, la sorella di Giulia che ha puntualizzato: «Turetta viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è». Per lei questi personaggi sono figli del patriarcato che si sentono autorizzati alla possessività e al controllo.
La sorella, dunque, ha invitato a guardare anche oltre i singoli protagonisti, a guardare quanto certi gesti si iscrivano in un ordine di possibilità e di significati che rendono plausibili o quantomeno pensabili certe azioni.
Nel comportamento di Turetta, dunque, possiamo rinvenire pensieri e gesti patriarcali, ma in un contesto sociale e anche culturale che è cambiato e che ci ripresenta motivi antichi in forme più intime e personali.
Le famiglie e i contesti dei due protagonisti non ricalcano le strutture delle famiglie patriarcali, non sembrano riflettere le gerarchie, i modelli tradizionali. Non è la stessa cosa di un clan patriarcale in cui la violenza è espressione di un modello famigliare e sociale rigorosamente definito. Per intenderci non è la stessa cosa del delitto di Saman Abbas in cui la violenza è ordinata e perpetrata da gran parte del nucleo famigliare. Qui il contesto è completamente diverso, non solo la famiglia della vittima, ma anche la famiglia dell’autore è distrutta. Non solo non si riconosce nel gesto ma fatica a comprendere da dove viene.
Val la pena per comprendere la peculiarità del contesto sottolineare le tre voci maschili che per le due famiglie hanno preso parola in quei giorni.
La prima è quella di Nicola Turetta, il padre di Filippo che intervistato dai cronisti ha dichiarato:«È pur sempre mio figlio. Non lo giustifico in niente, per quello che ha fatto. E per questo deve essere giudicato, dovrà assumersi la responsabilità. E penso al papà di Giulia, al quale ci sentiamo vicini. Anche noi siamo pieni di dolore». «Giulia l’abbiamo conosciuta bene. Veniva qua con Filippo, ci vedevamo. Sembrava una coppia perfetta, nessuno riporterà più Giulia. Siamo molto vicini a questa famiglia, e non riusciamo a capire come possa aver fatto una cosa così un ragazzo a cui abbiamo cercato di dare tutto». «Io da padre – ha proseguito ancora Turetta – ho pensato che fosse un figlio perfetto, perché non mi aveva dato mai nessun problema, né a scuola, né con i professori, mai un litigio con qualche compagno di scuola o che altro. Mai. Con il fratello più piccolo neanche una baruffa. E ora trovarmi con una cosa del genere, voi capite che non è concepibile, ci dev’essere qualcosa che è entrata in lui».
Come si nota il padre ha empatizzato con la vittima e la sua famiglia e non ha difeso per nulla il figlio, non ha minimamente accennato alcuna sorta di giustificazione o di scusante. In un’intervista riportata da fanpage.it ha addirittura lasciato intendere che avrebbe quasi preferito «che la cosa fosse finita in un altro modo».
Una seconda voce maschile è quella di Andrea, lo zio della giovane studentessa, che alla fiaccolata per Giulia a Vigonovo si è sentito di abbracciare Nicola, il padre di Filippo Turetta, che partecipava all’evento per ricordare la ventiduenne uccisa a coltellate.
«Ho abbracciato il papà di Filippo, un gesto che lui ha voluto fare lontano dalle telecamere. Lo avevo invitato per farci sentire uniti in questo dolore: noi per la perdita di Giulia, loro nella sofferenza di un figlio che ha provocato una perdita grande. La famiglia non c’entra, non è colpa dei genitori, questo è quello che penso io […] Sono due persone provate con un dolore enorme, forse con un dolore più grande del nostro, ma non sono loro che hanno fatto male a Giulia. Adesso il perdono per Filippo non lo sento, sento pietas per la famiglia perché sono anche loro vittime del figlio».
Infine, c’è stata la voce di Gino Cecchettin, il padre di Giulia, che in seguito al delitto ha raccontato di non aver percepito dei segnali premonitori del pericolo: «Non ci sono riuscito e purtroppo ne ho fatto le spese. Da papà è inevitabile farsi delle domande: potevo fare qualcosa per lei? I primi a colpevolizzarci siamo noi genitori. Ho sempre cercato di preservare la privacy di Giulia, anche perché è sempre stata una ragazza coscienziosa, responsabile, e mi sono sempre affidato al suo giudizio».
Poi ci sono le parole del discorso che ha fatto durante il funerale della figlia, in cui si è rivolto direttamente agli uomini con parole nuove: «Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali. Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto».
Come si nota, in questo caso, le figure maschili e paterne coinvolte nella vicenda hanno saputo trovare delle parole diverse dal linguaggio stereotipato e sessista tipico della cultura patriarcale. Non va sottovalutata questa novità.
Dunque, se il tema è la cultura e l’educazione patriarcale, in questo contesto essa va ricercata a un livello differente più personale e individualizzato che produce una violenza più disorganica, imprevedibile, di risentimento. Nell’autore della violenza, qualcosa è penetrato e ha lavorato in profondità, in forma più sottile e insidiosa, a strutturare un certo tipo di mentalità, a costruire un certo senso di sé e dell’altro, a definire delle aspettative e dei modelli relazionali. Il risultato è qualcosa di vecchio e di nuovo allo stesso tempo, che val la pena provare a evidenziare.
Intanto rispetto al senso di sé emerge una profonda fragilità maschile, il forte bisogno della partner, della donna, l’esatto contrario del mito dell’uomo indipendente. Io credo che questa dipendenza maschile dalle donne, dalla madre, dalla fidanzata, dalla moglie e perfino dalla collega di lavoro, ci sia sempre stata ma finché si era dentro una struttura sociale e famigliare patriarcale solida questa dipendenza non poteva emergere, era protetta dalle sicurezze dei ruoli e delle regole prestabilite. Emerge invece oggi di fronte alla libertà femminile e a percorsi di individuazione e di costruzione di senso più forti e più a fuoco da parte delle donne. Si evidenzia quindi il chiaro bisogno della partner per la propria stabilità, ma una partner, tuttavia non riconosciuta nella sua alterità.
Rispetto al senso dell’alterità, occorre insistere sul fatto che la donna, la partner non è affatto percepita come inferiore, come minore, come qualcosa da educare, sviluppare o proteggere. Al contrario Giulia Cecchettin appare come più autonoma, più matura, più brava negli studi, e persino più felice. Quindi non c’è un senso maschile di superiorità, ma semmai l’opposto, il senso di inferiorità o quantomeno di inadeguatezza maschile. È il maschio che non si sente all’altezza che chiede a lei di rallentare, di aspettarlo, di attendere a laurearsi.
Quindi rispetto al senso della relazione, è chiaro che il contesto non è quello di una relazione patriarcale tradizionale, ma quello di una relazione “democratica”, “paritaria”. La cultura è quella, il modello sociale delle nuove generazioni è quello. Eppure, il maschio non ci sta dentro.
Molti uomini sono abituati a provare affetto e sentimenti dentro a relazioni che controllano, che dominano, che dirigono, ma non in una relazione senza reti. Una relazione libera dove puoi sentire il taglio dell’alterità. Il punto è che senza questa esperienza, questa ferita e la sua accettazione – l’accettazione che l’altra è altra anche quando sta con te – non c’è possibilità di un amore sano.
La questione, dunque, non è solo la dimensione ideologica del patriarcato (che comunque persiste in una parte del mondo maschile), ma piuttosto la dimensione esperienziale e relazionale, l’incapacità di misurarsi fino in fondo con una soggettività altra in quella che Lia Cigarini ha chiamato “relazione di differenza”.
La cultura – almeno in parte – si è evoluta, la società si è andata trasformando, anche se non abbastanza a fondo. Anche se il patriarcato ha perso gran parte del suo riconoscimento e del suo appoggio c’è ancora molta strada da fare per congedarsi veramente dal sessismo e dalla violenza. Il fatto è che non basta cambiare le leggi, occorre lavorare sulle mentalità, sulle aspettative sociali, sui modelli di relazione.
“La libertà delle donne è libertà per tutti” recita l’invito a questa discussione. Questa è stata in effetti anche la mia esperienza, nelle esperienze di gioia e condivisione tanto quanto in quelle di delusione o di separazione. Ma questa libertà non è semplicemente un valore, un principio, ma è un’esperienza, una pratica, una scuola.
Che significa oggi per gli uomini stare di fronte alla libertà delle donne? Che significa non sentirsi diminuiti, o minacciati, ma fare di questa libertà un’esperienza di apprendimento – anche quando è conflittuale o dolorosa – un terreno di maturazione per il proprio modo di amare, di sentire e di stare al mondo?
È urgente cominciare a parlarne insieme.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024
Il numero di Via Dogana 3 “È ora di cambiare” è quanto mai opportuno in questo momento storico, la mia vuole essere una breve introduzione che dà alcuni spunti di riflessione a partire dai recenti efferati casi di cronaca e dalla conseguente risonanza mediatica.
Per ragioni contingenti e personali, mi sono ritrovata in quest’ultima settimana a vedere alcuni dei cosiddetti talk show televisivi incentrati sul caso di femminicidio di Giulia Cecchettin, e la parola più diffusamente utilizzata e controversa era patriarcato. Sono rimasta molto colpita dall’approssimazione e superficialità di quello che veniva narrato, e trovo che la stessa cosa succeda sui social e alla radio: vengono espresse posizioni che man mano si radicalizzano per contrapposizione, ma sono per lo più inaccurate. Invece ho trovato molto lucido e prezioso il contributo di Ida Dominijanni su Internazionale, dal titolo “Il campo di battaglia del patriarcato vacillante”[1], che tutte e tutti dovrebbero leggere, come pure un’intervista, sempre a Ida Dominijanni, pubblicata sull’Unità, e intitolata “Il patriarcato è ferito, per questo è più feroce”[2]. In estrema sintesi, il punto che voglio sottolineare è che si tratta di saper nominare quello che sta capitando per far ordine, e la parola giusta per il nostro imbrogliato presente è post-patriarcato.
Il n° 23 della rivista cartacea Via Dogana aveva come titolo “La fine del patriarcato”, è uscita a settembre del 1995, e Luisa Muraro nell’articolo “Salti di gioia” scrive: “questi sono i tempi della fine del patriarcato, dopo quattromila anni di storia e chissà quanti di preistoria. È finita! È finita! È finita!”. Ma cosa precisamente è finito? È stato interrotto il secolare destino prescritto per le donne, la legge e il desiderio maschile hanno smesso di essere riferimento e misura per le donne. In altri termini, le vite femminili sono diventate ricerca di senso in prima persona, le relazioni tra donne sono diventate visibili nello spazio pubblico. È chiaro quindi che bisogna parlare di post-patriarcato, perché, se non è finito il potere maschile e la sua ricerca da parte degli uomini, è cessato l’assoggettamento delle donne, è terminato il credito che le donne davano al sistema socio-simbolico rappresentato dal patriarcato. Ida Dominijanni efficacemente dice che nel patriarcato le “donne non c’era neanche bisogno di ammazzarle, perché erano addomesticate”. E continua dicendo “Adesso abbiamo un patriarcato ferito, ferito dalla libertà femminile guadagnata, che quindi reagisce a questa libertà in modo efferato”.
Se poi pensiamo alle guerre in corso, il quadro della mascolinità si tinge ancor più di fosco. Sui social spopolano i modelli più violenti e machisti, gli stupri e le violazioni dei corpi femminili sono armi trasversali di una guerra generalizzata.
Torno al femminicidio di Giulia Cecchettin, perché ritengo sia paradigmatico di elementi retrivi e fatti del tutto nuovi. Nella narrazione piena di sproloqui sul patriarcato, una certa vulgata di destra lo rubrica a fatto legato alla criminalità, a un malessere individuale, un raptus e un gesto di follia. Elena Cecchettin, la sorella della vittima, ha creato una cesura nella narrazione della violenza sulle donne[3], mostrando chiaramente il problema sociale e politico dei femminicidi, ovvero il problema di un maschile che non sa stare alla misura della libertà femminile, che non può sopportare l’indipendenza delle donne da desideri e imposizioni di un lui debole e in affanno, e ciò vale a tutte le latitudini e in tutti i sistemi sociali, quelli dove le donne non hanno diritti e quelli dove le donne sono più emancipate. Il punto nodale non è quindi il patriarcato, inteso come sistema socio-simbolico di dominio dell’uomo sulla donna. La vera questione è la cultura patriarcale, alimentata da guerra e violenza, che fissa l’identità maschile in una tradizione anacronistica.
Il movimento #MeToo ha fatto un lavoro importante mostrando in quale misura l’atteggiamento maschile che avanza soverchianti pretese, incurante del desiderio di lei, permei la nostra cultura. Ma questo non basta: smascherare, svelare, denunciare non è abbastanza per attuare una modificazione del sistema. Pensiamo alla frase agghiacciante pronunciata dall’assassino durante l’interrogatorio, così come la riportano i media: “Non accettavo che non fosse più mia”, la quintessenza di una cultura del possesso e del dominio. E qui si innesta anche il discorso del neoliberismo, inteso come quella forma specifica di biopolitica dove la dimensione sociale, politica ed economica implodono in un sistema che è tutt’altro che repressivo, al contrario, è un sistema che produce, incrementa e risignifica la libertà degli esseri umani secondo il codice del mercato. Se per le donne la questione cruciale è l’assimilazione della libertà femminile da parte del neoliberismo, e per approfondire questo accenno rimando al libro curato da Stefania Tarantino e Tristana Dini Femminismo e neoliberismo[4], per gli uomini il punto critico è l’evaporazione del padre e della sua Legge, ovvero la sparizione dell’interdizione a favore dell’ingiunzione al godimento, del godimento immediato dell’altra ridotta a oggetto. A questo proposito, scrive Ida Dominijanni: “Se il possesso di una donna diventa così irrinunciabile e il suo diniego così insopportabile, le ragioni vanno ricercate anche nell’economia psichica propria dell’impero della merce e del mercato, che non genera mostri devianti ma figli disciplinati e conformi, perfettamente assoggettati alle sue norme: “i nostri bravi ragazzi”, insospettabili fino a un attimo prima di estrarre un coltello dallo zaino”.
In questo quadro, tuttavia, abbiamo visto sorgere un grande desiderio di politica delle giovani donne, non solo nelle manifestazioni del 25 novembre, ma anche in un fiorire di iniziative di collettivi e gruppi di giovanissime, in cui si mette in parola l’esperienza, si fanno circolare idee, si condividono gesti di discontinuità. Ne voglio citare una, il lavoro fatto da ragazze e ragazzi della redazione de L’Urlo, la rivista mensile del Liceo classico Manzoni di Milano. In occasione del 25 novembre, hanno lavorato al progetto Morgana, producendo un podcast con le testimonianze raccolte tra le ragazze della scuola[5] e realizzando interviste ai professori della scuola, sulla scorta della discontinuità che il caso di Giulia Cecchettin sta evidenziando. Martina Ghanbari, che frequenta il secondo anno, ha svolto le interviste con altre ragazze e ragazzi della redazione de L’Urlo, redatte poi in un fascicolo che è stato distribuito a tutti gli e le studenti della scuola. Riporto due passaggi significativi:
“Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai propri studenti?
Professor Sivelli: […] Se sono maschio, docente o studente che sia, e mi conosco sia dal punto di vista morale sia nei rapporti col genere femminile, mi ritengo di conseguenza esonerato da questo discorso perché tanto “io non sono così, lo so”. Non dovremmo mai considerarci immuni. Solo se siamo costantemente minacciati, solo se pensiamo che può accadere anche a noi, solo se facciamo tutti un continuo lavoro di introspezione, si può pensare a un cambiamento. Non lasciate che gli eventi vi vengano messi davanti agli occhi, sentiteli come problemi vostri, che incombono anche sulla vostra identità di maschio”.
È notevole il passaggio dalla ferma certezza del proprio fondamento morale, che dispensa da qualsiasi implicazione e mette l’uomo nella consueta posizione giudicante, a una inedita vulnerabilità, che domanda la presa di coscienza in prima persona, per tutti e ciascuno.
“Hai mai assistito a episodi di violenza? Come hai reagito?
Professor Morelli: […] Quello di cui mi sono stupito è che persone che io reputavo civili, educate, rispettose delle regole del prossimo, dei rapporti, tendenzialmente anche abbastanza consapevoli dal punto di vista sociale[6], hanno poi manifestato atteggiamenti inaspettati e inesplicabili nei confronti della propria compagna o della propria partner: di non accettazione, di rifiuto e di incapacità di accettare l’esito di una relazione amorosa che non mi sarei mai aspettato da loro. Stiamo parlando di violenza verbale e, nella peggiore delle ipotesi, di stalking, che sono manifestazioni odiose del proprio modo di essere. Tutto è concentrato in quel sottobosco di relazioni tossiche che rendono ancora più grave il problema di cui parliamo. Parliamo della normalità, non stiamo parlando di un ragazzo che uccide una ragazza”.
Lo stupore iniziale lascia il posto alla consapevolezza che si tratta di una violenza endemica e strutturale alla “normalità” dei rapporti tra i sessi.
C’è un filo di speranza, se la percezione che sia ora di cambiare diventa moneta corrente tra gli uomini e se questo dolore collettivo riesce a essere un efficace agente di cambiamento.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024
Nei giorni scorsi, durante le manifestazioni che si sono tenute nelle piazze d’Italia contro la violenza sulle donne, una frase è spiccata su tutte: “Siamo marea”. Marea sono state le oltre 500.000 persone che hanno partecipato a Roma il 25 novembre, e migliaia di altre in diversi luoghi pubblici del Paese, come qui a Milano, dove si sono riunite 30.000 persone. Marea sono le tantissime voci che si sono sollevate con rabbia nelle strade, ma anche sui media tradizionali e nelle fitte comunità virtuali sui social.
Ma andiamo alla radice di questa parola che sta identificando un fenomeno che mai come in questo momento ho sentito così potente, quello che chiamiamo cambio di civiltà. Marea è il movimento delle acque del mare che periodicamente due volte nelle ventiquattro ore del giorno gonfiano, montano e si espandono sulle rive. Dunque marea implica un moto, sempre destinato a ritornare.
Quando si parla di femminismo all’interno della storia, si parla di ondate. La suddivisione cronologica della storiografia femminista in termini di ondate non ha trovato un riscontro unanime, ma come scrive la storica francese Christine Bard, “Un’ondata può essere ricoperta da un’altra senza scomparire”.[1] Pur con le differenze e le frammentazioni all’interno del movimento che conosciamo, le giovani femministe che abbiamo visto nelle piazze in questi giorni mai come in questo momento sembrano unite da un obiettivo e una forza comune, la libertà femminile, abbracciando pienamente l’eredità delle “storiche” e prolungando, o forse dovremmo dire ridando vita da un nuovo punto di vista alle lotte condotte negli anni ’70.
I fatti recenti smentiscono l’idea del post-femminismo che circolava tra noi giovani donne solo qualche anno fa, nella convinzione che la libertà è stata raggiunta una volta per tutte. In queste settimane si è detto anche che il patriarcato è ancora qui, è stato chiamato a gran voce da donne arrabbiate, donne ferite, donne che ne hanno abbastanza. È un patriarcato eroso, un fantasma del patriarcato che si nasconde nelle relazioni personali e nei luoghi di lavoro, un patriarcato che, marea dopo marea, ha un volto nuovo che abbiamo appena compreso: quello dell’uomo-vittima. L’uomo che non si riconosce più. L’uomo che non sa più come prenderci. L’uomo che si sente in competizione con le donne. L’uomo che collabora fintanto che a farla da padrone è lui. Dall’ego-soggettivismo superomista alla prigione a cielo aperto della “città delle donne”. Dal furore alla disfatta. Povero uomo.
Come ci dicono le piazze recenti, tutti gli uomini sono responsabili. Io penso sia importante ribadire che tutti gli uomini sono responsabili delle azioni e dei comportamenti che condurranno da questo momento in avanti, singolarmente e collettivamente, perché qualcosa ora è davvero cambiato e bisogna guardare avanti per costruire un disegno comune. La dimensione collettiva sembra darci una prospettiva futura in questo momento, in cui la dimensione soggettiva è spesso associata a quella individuale nel senso di individualista, di solitaria, egoriferita, come la dimensione digitale dei nostri profili, come la solitudine che ognuna di noi sente quando si tratta di affrontare i problemi veri, solitudine che forse sentono anche gli uomini, frutto di un’impotenza generazionale.
Eppure credo che è proprio nella dimensione soggettiva, intima e personale che il cambiamento potrà avvenire. Certo cosa significa “personale”, che sentiamo nello slogan femminista “il personale è politico”, nell’epoca in cui la dimensione pubblica e privata si articola attraverso degli account? Forse bisognerebbe partire proprio da qui, cosa è personale per noi? Quell’io singolare proprio mio di Patrizia Cavalli, titolo di una sua raccolta del ’92, in cui riaffiora ora la poesia “Dentro il tuo mare viaggiava la mia nave dentro quel mare mi sono immersa e nacqui. Mi colpisce la novità della stagione e il corpo che si accorge di aver freddo”.
Personale è forse partire da sé, come abbiamo imparato a fare qui in Libreria, per scoprirsi sole e incomplete senza il sé dell’altra e dell’altro, personale è vuoto senza lo sguardo di chi ci guarda fuori da noi. Noi donne questo lo sappiamo, e il nuovo bisogno di ricreare comunità reali e virtuali che siano uno spazio di parola alternativo ci racconta proprio questo. In queste settimane anche qui a Milano sono nati nuovi spazi di condivisione anche in luoghi che non sono deputati a incontri femministi. Questi momenti di autocoscienza in alcuni casi hanno scosso molte ragazze, hanno preso coscienza della violenza subita da parte degli uomini negli ultimi anni, violenza fisica, verbale, emotiva, economica. Questo ha generato anche atteggiamenti di chiusura verso gli uomini, di inevitabile diffidenza, perché il nemico potrebbe essere tra noi, a casa, al bar o in ufficio. Al netto della positività che questa forte risposta sta generando nello scuotere le coscienze, questa chiusura e alcune forme di nascente separatismo e radicalizzazione da parte delle donne mi preoccupano. Perché l’autorità femminile continui a circolare sempre di più abbiamo bisogno di farla sentire agli uomini anche e soprattutto con nuove forme di mediazione, che partano dalla dimensione relazionale.
Le relazioni di potere contro cui combattiamo ogni giorno sono la radice di molti dei problemi che viviamo in prima persona. Sono relazioni, non corpi astratti a cui diamo il nome di “società”, come se in qualche modo fosse compito sempre di altri. Queste relazioni si basano sull’idea patriarcale di controllo, controllo dell’uomo rispetto al margine di azione di una donna, ma a volte anche di donne rispetto ad altre donne. Controllo viene dalla parola francese contrôle ovvero contro registro, il che ci riporta alla vigilanza, a un occhio burocratico, ciò che appunta lo sguardo. Dello sguardo molto ci ha detto Irigaray, e del potere maschile di guardare, del male gaze, sentiamo il peso in ogni momento. Lo sguardo maschile appunta ciò che facciamo quando ci vestiamo in un certo modo, quando ci mostriamo sui social, quando esprimiamo la nostra sessualità, mentre lavoriamo. Lo sguardo maschile ruba. Lo sguardo quantifica il nostro potere di scambio in quanto merce-corpo pensante e brillante nell’economia liberista.
È interessante in questo senso quanto ha detto nella conferenza del progetto Elles a Paris Photo lo scorso novembre la curatrice Nathalie Herschdorfer: che forse non dovremmo più parlare di female gaze in opposizione e in risposta allo sguardo maschile, ma che abbiamo bisogno di altre parole. Di parole nuove per dire di noi, e per parlare con gli uomini. Fintanto che le nostre parole non saranno diverse per raccontare cosa vogliamo e come lo vogliamo non assisteremo alla svolta che intravediamo.
Mi piacerebbe che la nostra sacrosanta rabbia, che in questi giorni ha usato anche parole bellicose, si facesse innanzitutto produttiva, produttiva di un cambiamento che è qui nelle nostre mani e che dobbiamo cercare di attualizzare mostrando agli uomini che un dialogo è possibile. Che si può imparare con noi, ora. Che il mansplaining manifesto o meno è finito. Che il nostro approccio alle emozioni può rendere le loro e le nostre relazioni migliori. Che nuove pratiche nel mondo del lavoro e del fare arte sono a beneficio di tutti. Che anche per gli uomini è arrivato il momento di partire da sé e di chiedersi con noi: quando ci sentiamo davvero libere e liberi?
Anch’io come tutte le donne ho avuto a che fare con atteggiamenti violenti da parte di uomini, nelle relazioni e nel lavoro. Si è trattata di violenza psicologica e a volte economica. Ma non voglio dire che l’ho subita, perché non è stato così: ho capito, ho reagito, ho lottato. Ho creato uno spazio mio di lavoro e di vita in cui i vecchi metodi basati sulla sopraffazione non valgono più. Ancora oggi mi devo interfacciare con uomini che cercano di sminuirmi, che fingono di non vedermi anche se guardano, che cercano di togliere valore alle mie idee perché tutto si basa sul principio che vali solo se dai, se produci, e se ti tolgono quello non vali più nulla neanche tu. E invece prima ancora di dare, ci sono. Esserci basta. Starci. Riversarsi nel mondo come marea, senza contenersi. Il nostro pensiero e il nostro sentire non sono disgiunti da noi e hanno valore nello scambio, non nella valutazione. Agli uomini dico, questa sono io, e non ci sarà nessun diritto, nessuna legge, nessuna simmetria a farmi sentire amata. Ci sarà la complicità dello sguardo congiunto, ci sarà l’ascolto della nostra differenza.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024
Domenica 3 dicembre 2023, 10:30-13:00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano
Le guerre in corso, che possono diventare feroci nei confronti di donne e bambini, e l’aumento di stupri di gruppo e di violenze contro le ragazze e le donne anche nel nostro paese, ci mostrano una continuità tra tempo di guerra e tempo di pace. Già nel 1970 il manifesto di Rivolta Femminile diceva: «la guerra è stata da sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile». Oggi questo è più che mai evidente, soprattutto tra giovani, dove il rapporto tra i sessi è attraversato da paura, sfiducia, vendetta.
Ma sempre oggi, lo slogan Donna, vita, libertà, gridato in Iran da giovani donne e giovani uomini insieme, testimonia che la libertà delle donne è libertà per tutti. Come dare seguito, allora, al cambiamento che questa presa di coscienza richiede? Perché gli uomini non si dissociano dalla virilità distruttiva? Quali ostacoli interiori ed esteriori li trattengono da una modificazione che sentiamo urgente? Quali responsabilità si assume ciascuno di loro nei rapporti concreti con i propri simili e con le donne? Vorremmo interloquire con uomini, soprattutto giovani, su questi punti non più rinviabili, per avviare un necessario cambio di civiltà.
Introducono la discussione Laura Colombo, Giorgia Basch e Marco Deriu.
Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.
Sono stata alla manifestazione di Milano il 25 novembre contro la violenza sulle donne con un cartello che diceva l’opposto di ciò che molte dicono e scrivono, e alcune sostengono anche in ambiente universitario: che il movimento LGBTQ+ ci rappresenta tutte e tutti. Insinuando così un potere di rappresentanza che mi è odioso perché pensiero del tutto maschile. È una violenza per me insopportabile, ora che ho imparato a riconoscere la violenza che non è Legge da imparare. Ho impiegato cinquant’anni a riconoscere la violenza che da bambina mi sembrava la Legge familiare o sociale che dava il giusto apprendimento. La devo additare e combattere!
Mi preoccupa grandemente che si manchi di elaborazione riflessiva nella protesta e che la si dia in mano al maschilismo mediatico, il maschilismo sempre vincente nella politica rappresentativa, che sia nei parlamenti o nelle strade. C’è invece una disponibilità piacevolissima nelle persone meno giovani e meno organizzate a considerare la violenza della politica, quella dell’economia.
La piazza di Milano il 25 novembre era immensa e molto pacifica, molto riflessiva nella disposizione a considerare la violenza contro le donne; la stessa disposizione che in questi anni considera la violenza della guerra in tutti i luoghi dove i conflitti economici e politici non sono analizzati e gestiti da pratiche di contrattazione verbale e diventano distruzione e morte. Era una piazza piena di giovani padri e madri con bambini. Quella popolazione che fa lo sforzo della comunicazione tra differenti e ci fa progredire, quella su cui investire.
Lì mi erano tutti amici, il mio cartello era il loro, per questa ragione dico che c’è un potenziale di capacità di dirsi ed essere solidali enorme, non buttiamolo nel fosso della contestazione non sapiente. Nel fosso di quell’esasperare l’inimicizia verso la scienza e la politica, solo perché l’economia le influenza e investe la sua potenza nel far sì che si prendano gioco di noi; dobbiamo distinguere tra la scienza e la politica asserviti al guadagno illimitato e quelle con le quali possiamo comunicare e che ci giovano.
Il mio cartello diceva:
«La più grande violenza contro le donne e i bambini è usare corpi di donne per diventare padri di figli a cui si nega la madre. È violenza patriarcale.
Gli uomini devono riconoscere l’altro da sé: le donne.
Con la storia di silenzio e censura che abbiamo noi donne, privarci della desinenza in -a, che da pochi anni ci dava visibilità, è un crimine politico. Chiunque voglia dare visibilità ad altre censure usi la stelletta o altro, ma in aggiunta alla -a, non in sostituzione, così dimostrando di non voler cancellare le donne.
Noi donne non siamo a disposizione degli uomini, non usate il nostro nome: il femminismo è interesse a valorizzare le donne. Non ci lasciamo cancellare.»
Da anni facciamo parte di una Comunità di storia vivente, prima quella di Milano e dal 2019 di quella di SAMI (Savona-Milano). La storia vivente è un’invenzione simbolica di Marirì Martinengo la cui pratica prende avvio nel 2006 dopo la pubblicazione del suo libro La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna «sottratta»[1] e il riconoscimento da parte di María-Milagros Rivera Garretas del suo portato innovativo per la storia.
La pratica della storia vivente mantiene elementi dell’autocoscienza che alcune di noi negli anni Settanta hanno praticato.
Come allora si svolge in un piccolo gruppo di donne che si incontra periodicamente e che mette al centro il partire da sé per l’espressione dell’esperienza di ciascuna. C’è il desiderio di interrogarsi a fondo, in relazione con le altre che ascoltano e pongono domande perché sentono risuonare in sé le tue parole. Sono le altre, in una circolarità di fiducia, che ti danno misura, aiutano a far emergere il tuo vissuto e a trovare le parole per raccontarlo. Con la pratica della storia vivente cresce la coscienza dell’energia che le relazioni duali portano nel gruppo. Quello che si indaga sono i nodi personali che ciascuna si porta dentro e di cui non ha mai parlato, che l’hanno imbrigliata perché l’interpretazione corrente era patriarcale, falsa e non corrispondente alla propria esperienza.
Per trovare un simbolico che la rappresenti cerchiamo di individuare nel nostro vissuto una “immagine guida”, cioè la visione di una situazione concreta in cui si è creato il groviglio. E ritornandoci in «un percorso a spirale, creiamo un doppio movimento: un’immersione profonda in sé che faccia affiorare una verità soggettiva e la offra alle altre che, riconoscendola e aiutando a illuminarla, permettono di renderla pubblica»[2].
È l’atto trasformativo che libera la singola e fa nascere una nuova storia. Se come si dice «tutta la storia è storia contemporanea» perché fa storia ciò che interessa al presente, la storia vivente non pone più al centro il potere e le dinamiche sociali, ma come scrive María-Milagros Rivera Garretas «fa la rivoluzione di dire e mostrare che ciò che interessa al presente, a ogni presente, è il sentire dei vissuti di donne e uomini che viviamo nel mondo e sono vissuti costitutivi dell’essere»[3]. Da quando i nostri vissuti non sono più deformati o annullati da interpretazioni ideologiche, camminiamo più leggere e incisive nel mondo.
[1] Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna «sottratta, ECIG, Genova 2005
[2] Comunità di storia vivente diMilano (a curadi), La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, Moretti&Vitali, Bergamo 2018, p.126
[3] https://www.libreriadelledonne.it/approfondimenti/storia_vivente/storia_vivente_contributi/la-storia-vivente-lautocoscienza-e-laltra/
Noi abbiamo puntato su questo lavoro che è lungo e dura – come dice Lia – quello che deve durare. (Margherita Tosi)
Oltre vent’anni di gruppo di autocoscienza: da dove è nato? Perché ancora? E come lavora? Facendo cosa?
Piccolo gruppo significa dalle cinque alle dieci-dodici persone: così i gruppi originari, così anche il nostro. Avvicendamenti nel corso del tempo: uscite, nuovi ingressi e anche morti. Incontro una volta al mese a rotazione nelle nostre case (ma per tanti anni, fino alla sua chiusura, ospiti del Circolo Cicip e Ciciap), i rapporti tra noi sono amicali, ma con diversi gradi di intensità, non c’è chi guida, il tema o emerge spontaneamente perché ha fatto irruzione nella vita di qualcuna, o segue il filo della lettura di un libro o di un discorso di attualità che ci coinvolge.
Perché ancora l’autocoscienza? Tutte noi, seppure con diversa intensità, siamo in relazione politica con la Libreria delle Donne di Milano. In Libreria si produce pensiero e molte cose vengono in mente dopo l’incontro («In Libreria mi abbevero, ma non mi metto in gioco in prima persona»). Il gruppo di autocoscienza permette più libertà, ed è quel momento in cui si attua quell’attività di ruminatio che, nella tradizione cristiana, segue l’ascolto della parola evangelica e precede la meditatio.
Questa ruminazione non può essere individuale, necessita della presenza delle altre.
L’autocoscienza è per noi una pratica di “pensare in presenza”, come spiega bene Chiara Zamboni nel suo libro. La presenza delle altre che ascoltano, accolgono, “ruminano” il nostro pensiero, lo confrontano con il proprio, lo restituiscono modificato (anche attraverso la discussione e il conflitto) ci aiuta ad ancorarci alla realtà, ad evitare il pensiero solipsistico, autoreferenziale.
Questa è per noi l’attualità, il valore intramontabile della pratica di autocoscienza.
Nessun tema in questi anni ci è stato estraneo: rapporti tra di noi, con le donne, con gli uomini (il loro simbolico, la democrazia, la guerra), il rapporto con la madre, le/i figlie/i e i/le nipoti; libertà/emancipazione; il desiderio femminile; il lavoro; la politica seconda; il pensiero della differenza nelle diverse pratiche politiche di ognuna; il silenzio, l’autorità, la parola pubblica in relazione con la propria esperienza; il rapporto con la cura, il corpo, la depressione, la malattia, il covid, la morte, elaborare il lutto di chi non c’era più, il rapporto col divino…
Non abbiamo mai dato un nome preciso al gruppo: lo definiamo gruppo di “autocoscienza alta”, perché ci riferiamo sempre al pensiero di altre donne (qualche volta anche uomini) che hanno scritto o detto. Nel corso degli anni abbiamo letto scritti di Diotima (Muraro, Zamboni, Cosentino, Tommasi, Sartori, Faccincani, Buttarelli…), Lonzi, Butler, Cigarini, Lispector, Ivana Ceresa e la Sororità di Mantova, Danielle Quinodoz, Dominijanni, il mito di Didone, gli scritti del gruppo Vanda, Irigaray, De Cesare, Elena Ferrante (a cui abbiamo anche scritto, senza risposta). La lettura è sempre finalizzata a capire meglio noi stesse attraverso il pensiero delle altre: partire da sé per andare verso le altre, partire dalle altre per tornare a sé. Questo il movimento ondulatorio dell’autocoscienza.
Per me il gruppo è anche stato poter essere fragili, deboli, incapaci, non performanti, non essere giudicate e non sentirsi fuori posto. Nel gruppo possiamo essere così come siamo e a partire da lì andare avanti insieme, non per cambiarci ma per avere altri punti di vista: anche i fallimenti e le schivate possono andare bene.
Per me il gruppo è una necessità, non un di più. Confrontarmi con le altre mi costringe ad essere meno generica e mi aiuta a mettere a nudo il mio vero desiderio, a riconoscerlo e a prendermelo sulle spalle. E poi c’è il piacere dello stare insieme, del ritrovarsi a condividere le esperienze di vita con tutte le loro gioie e tristezze.
Il desiderio di trasformazione è ciò che mi ha stimolato nell’iniziare un percorso nei gruppi di autocoscienza negli anni settanta. Allora c’era anche la determinazione di voler cambiare il nostro mondo di relazioni (tutte le relazioni!) e questo moltiplicava per mille il coinvolgimento, anche emotivo… Oggi il meccanismo per cui funziona ancora è legato ad una visuale più ampia, ma partendo sempre dalle nostre esperienze diversificate e più mature.
Quello che per me ha funzionato molto bene in tutti questi anni è stata la capacità di passare con scioltezza dalla lettura e discussione di testi scelti al problema personale “urgente”. Il rapporto con le figlie è stato messo a tema molte volte, con dolore, preoccupazione, scambio, sostegno e molta confidenza.
L’esperienza del gruppo di autocoscienza mi ha progressivamente allenata a riflettere sull’uso delle parole, nell’esprimermi il più possibile vicino ai sentimenti, ai vissuti, alle emozioni che emergono in presenza delle altre. Parole sdoganate dal linguaggio corrente, distratto o condizionato dai contesti più disparati che sentiamo estranei. Un allenamento per me importantissimo.
Concludiamo con le parole di Margherita Tosi, che è sempre con noi anche se ci ha lasciato qualche anno fa:
Questo gruppo è un prodotto dei rapporti politici tra donne. Non mi sento pronta a essere lasciata sola; questo gruppo è piccolo, ma importante. Noi non siamo sul fare: articoli, viaggi, progetti. Vuol dire che c’è qualcos’altro… Il desiderio individuale è già politico? Sì, se è un vero desiderio.
Maria Castiglioni, Lina Cattabeni, Paola Mattioli, Raffaella Molena, Cristina Rossi
Ero d’accordo con Vita Cosentino che chiedeva una discussione su come è nata l’autocoscienza come forma politica dopo che nel 1970 sono arrivati in Italia i libri e i documenti delle americane.
Io sono d’accordo se oggi si parla di Carla Lonzi perché è stata fondamentale. Ma qui si dovrebbe discutere dell’autocoscienza come forma politica delle donne. Non c’era solo Rivolta femminile. Nascevano gruppi di autocoscienza in tutta Italia. A Milano persino nelle fabbriche. Ricordo tra queste la Face Standard e la Sit Siemens che hanno scritto dei testi che abbiamo pubblicato su Sottosopra.
Bisogna dire che c’era sì il gruppo di Carla Lonzi ma ce n’erano centinaia in tutta Italia.
E quindi partirei da lì, da questa enorme diffusione che si era verificata in tutta Europa.
La parità è il contrario perché ci aggreghiamo a un simbolico maschile.
Sono inoltre d’accordo con Silvia Motta quando dice che il movimento delle donne con la sua specifica forma politica dell’autocoscienza ha avuto una grande spinta in una società che a quel tempo era favorevole in generale al cambiamento.
L’autocoscienza ha avuto un’ottima idea, molto intelligente, cioè si è sottratta ad ogni giudizio maschile: ci riunivamo nelle case e questa idea ha traumatizzato tutti i vari compagni di lotta del passato. A me uno ha detto: «Ma come, tu che sei stata segretaria provinciale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) adesso ti riunisci nelle case in un piccolo gruppo?». E infatti vi ricordate che c’è stata una famosa prima pagina del Manifesto intitolata La femminista se ne va.
Quindi quello che ha detto Silvia Motta è giusto. Era proprio un altro tempo dove anche gli uomini studenti e operai erano in movimento.
Lo aveva già sottolineato in una riunione Luisa Muraro e ripreso da Giordana Masotto: erano altri anni, dove il cambiamento sembrava a portata di mano. Poi, dopo l’incontro con le francesi di Psychanalyse et Politique di Parigi e in particolare con gli scritti di Antoinette Fouque, molte di noi hanno fatto pratica dell’inconscio e poi l’affidamento ad un’altra donna per realizzare il proprio desiderio. Infatti, il bello della politica delle donne è quello di inventare pratiche mantenendo “il partire da sé e la pratica di relazione tra donne”.
Oggi abbiamo un problema, secondo me di comunicazione. Dobbiamo inventare il linguaggio da cercare e da usare, soprattutto con le nuove generazioni. Io penso che si dovrebbe su questi temi fare per prima cosa un Sottosopra perché quello è uno scritto che ha qualcosa di più. Quando lo si fa, incide perché è letto e discusso da molte. Oggi è un problema di linguaggio, cioè la nostra pratica politica come la metti in parola? Chi è che non parte da sé nelle riunioni della Libreria e in generale delle donne? Sempre una parte da sé.
Siccome sappiamo, e molti uomini l’hanno già capito, dopo il disastro della politica maschile (Il silenzio del noi, di Niccolò Nisivoccia), che quella del partire da sé e della relazione è una forma politica viva ed efficace, per prima cosa facciamo un Sottosopra che ne dia conto. La questione è proprio quella di trovare nuove parole e cercare di avere sempre più luoghi aperti sulla strada (c’è un nostro antico testo intitolato Il tempo, i mezzi e i luoghi).
L’entusiasmo generale per la circolazione rinnovata dei testi di Carla Lonzi rilancia anche l’interesse per la pratica dell’autocoscienza, ma non si tratta solo del ritorno di questa “madre di tutte noi”, perché la parola “autocoscienza” non se n’è mai andata veramente dall’ambiente femminista da quando se ne sono sentiti gli effetti politici e soggettivi, a partire dagli anni ’70 in poi.
Tuttavia, ci si chiede se si sa veramente praticare quell’autocoscienza che è diventata quasi un oggetto mitico del cammino femminista. Non so come veniva pratica dal gruppo di Boston che ha scritto Noi e il nostro corpo, ma so come è stata praticata radicalmente nella comunità in cui ho vissuto molti anni della mia vita, la Comunità Filosofica Diotima, ed è per questo che sono perplessa a sentirne parlare con una certa superficialità da alcune, da altre con il giusto tentativo di attualizzarla, da altre ancora non sapendo proprio di cosa stanno discutendo. Se c’è un atteggiamento che non si può tenere di fronte alle pratiche, a tutte le pratiche degne di essere tali, è quello dell’opinione, del “per me è così, per noi è colà”. Le pratiche di cui è intessuta la politica delle donne sono ricavate da osservazioni dell’esperienza, da sistemazioni teoriche elaborate in relazione, dalla possibilità di replicarle in contesti scelti e dalla comprovata efficacia trasformativa.
Ho già toccato il punto cruciale: le pratiche politico-filosofiche sono tali perché hanno la potenza trasformatrice desiderata nei contesti e nelle relazioni in cui si svolgono concretamente. Hanno la potenza di smuovere i blocchi, di tenere in ordine le relazioni, di accompagnare le circostanze nelle quali si mostrano adeguate. Si possono perfezionare, correggere, potenziare, ma con il discernimento necessario. L’opinione proprio non c’entra, letteralmente. Scriveva anni fa Manuela Fraire, psicoanalista, nel Lessico politico delle donne: teorie del femminismo (Fondazione Badaracco-Franco Angeli): «Con pratica dell’autocoscienza facciamo riferimento al principale strumento che il Movimento femminista si è dato in questi anni per un’analisi e un intervento nel reale […] L’esperienza dell’autocoscienza non è un processo linearmente codificabile e teorizzabile. È piuttosto un quantum di pratiche da cui possiamo osservare come la presa di coscienza passi attraverso la costruzione di una teoria (non separata da una prassi specifica), che si trasforma attraverso le fasi storiche e le diversità delle donne che si aggregano in uno spazio collettivo, e che non vuole essere perciò solo miglioramento della vita personale di ciascuna».
Questo avvicinamento alla complessità di pratiche che compongono l’autocoscienza è esattamente corrispondente alla mia particolare esperienza di “costruzione di una teoria non separata da prassi specifiche” in Diotima. E, naturalmente, dalle indicazioni di Manuela Fraire si ricava anche la vocazione politica dell’autocoscienza riguardante la capacità di leggere la realtà e agire in essa, scongiurando la riduzione a cui andrebbe incontro l’autocoscienza se servisse solamente al “miglioramento della vita personale”. Da tutto questo mi pare si ricavi chiaramente il rigore da tenere nella pratica dell’autocoscienza, e che questo rigore debba essere custodito da una donna a cui si riconosce l’autorità necessaria a orientare il lavoro, durante il quale occorre orientare anche i conflitti eventuali perché non diventino distruttivi. È quello che ha tentato di fare Carla Lonzi agli albori dell’autocoscienza in Italia, nel contesto di un gruppo di Rivolta in cui però allignava quell’atteggiamento distruttivo che lei ha nominato come auto-inferiorizzazione. A questo punto, dovrebbe essere più facile comprendere perché l’autocoscienza femminista richiede radicalità e rigore: non conduce solo alla conoscenza di sé, non indica questo l’ingannevole “auto”, ma piuttosto conduce alla trasformazione della relazione con la realtà data, fino a che anch’essa possa trasformarsi grazie alla presenza del soggetto politico imprevisto: le donne che sanno fare autocoscienza.
Collegato al discorso sull’autocoscienza c’è quello sul simbolico, come ha riferito Lia Cigarini anche nell’ultima redazione allargata di Via Dogana Tre, di più, è la strada che lei scelse di imboccare fin dall’inizio col suo gruppo.
Era la fine degli anni Sessanta, anni in cui i capelli lunghi e le gonne corte, gli hippy, i Beatles e molti altri, sono stati i portatori di un nuovo simbolico che è arrivato in modo imprevisto, era nell’aria, sgorgava e scorreva per le strade, ha travolto tutti e ha modificato la società.
Qualcuno deve aver osservato e studiato, si sa che il mercato è veloce a cogliere le novità e capire come sfruttarle al meglio. Già l’american dream degli anni Cinquanta e Sessanta del ’900 aveva costituito un dispositivo simbolico potente, che mobilitava e motivava moltitudini di lavoratori, desiderosi di dotarsi degli oggetti di status come l’automobile, la televisione eccetera. Ma il salto di qualità avviene nel 1984, quando il fabbricante americano di scarpe sportive Nike esce con una campagna pubblicitaria incentrata sul campione di basket Michael Jordan, per promuovere una nuova scarpa e… magia, tutti i giovani ragazzi di colore, gran parte dei quali non sente di avere un futuro nella società razzista americana, comprano quelle scarpe e sognano di diventare un grande campione vincente, ricco e famoso. In questo caso, si tratta di una campagna pubblicitaria studiata a tavolino che ha prodotto un simbolico strumentale alla vendita delle scarpe e ha creato una modificazione nella società.
L’importanza del valore che si dà alle cose, il senso che si dà alle azioni, l’interpretazione del mondo, insomma la sfera del simbolico, è così potente da spingere Naomi Klein a scrivere il libro No logo, pubblicato nel 2000, dove sostiene che il capitalismo non investe più nella produzione di beni (spostata dove costa meno), ma nella costruzione del brand e dei valori immateriali legati al marchio.
Torniamo a noi. Oggi è risaputo che la dimensione del simbolico è un campo di battaglia molto affollato: vi troviamo giovani youtuber che cantano rap sul loro disagio, politici come Salvini che hanno una capacità di inventare slogan che poi hanno corso, donne cooptate e messe ai vertici delle piramidi del potere per farle rientrare (le piramidi) nel paesaggio contemporaneo.
Così come è affollato il web, il mezzo oggi imprescindibile che supporta e trasporta le idee, le parole, i simboli. Affollato ma non impenetrabile e la Libreria delle donne, con la sua ricchezza di pratiche, può trovare le parole che possono farsi strada per produrre dei cambiamenti.
Dico questo a partire dalla mia esperienza: c’è un disperato bisogno di parole che sappiano significare realtà non dette (e quindi scarsamente o per nulla esistenti). Quando, in seguito alla morte della mia amica Bibi Tomasi, ho cominciato a frequentare la Libreria delle donne (alla ricerca di quello che solo lei mi dava) ero un’altra persona. Dopo ventitré anni di frequentazione e di letture (interessanti, ma più che altro utili per poter coltivare relazioni), di strettoie in cui ho capito cosa gettare e cosa mi era indispensabile, quello che mi definisce è sempre la parola “uomo”, ma solo per scarsezza di altre parole; se trovassi le quali magari riuscirei a definire la differenza tra l’essere maschile che vede nel bombardare la soluzione per risolvere un conflitto, nel picchiare una donna la soluzione per risolvere un proprio disagio e invece uno che parte proprio dalla relazione, dall’altro/l’altra da sé.
L’intento di questo numero di Via Dogana 3 è rimettere in circolo la parola autocoscienza, riprendendo dagli scritti di Carla Lonzi elementi che approfondiscano per l’oggi il suo significato e la sua pratica.
Per me uno degli stimoli più forti a ridiscutere di autocoscienza è venuto da un segnale piccolo, ma significativo, captato in una frase ricorrente di Daniela Santoro, una delle giovani della redazione. In varie occasioni Daniela, dopo interventi in cui tirava fuori da sé stessa, da tutte le vicende del suo corpo, un pensiero per l’oggi, concludeva dicendo: “scusate se sono autoreferenziale”.
Allora ho capito che non trovava nel suo vocabolario la parola che nominava quello che stava facendo: autocoscienza. Con questo non voglio dire che Daniela e le altre giovani non la conoscano, anzi hanno molta curiosità nei confronti di questa pratica delle origini del femminismo e desiderano anche farne esperienza. Il problema è che non la trovano come una parola a disposizione per nominare una loro pratica del presente, già in atto.
Rivisitare il pensiero di Carla Lonzi, come hanno fatto Marta Equi e Linda Bertelli nell’introduzione, permette sia di vedere cos’è l’essenziale di questa pratica sia di fare un’apertura di maggiore libertà rispetto alle sue modalità di attuazione.
Io stessa mi sono messa a rileggere gli scritti di Lonzi sull’autocoscienza e mi ha colpito il fatto che per lei il suo senso più profondo consista nel farne “un metodo di pensiero” e così autorizzare ogni donna a rivolgersi al proprio vissuto, per trarne pensiero e una scrittura politica che illumina il mondo.
Per lei è una pratica del pensiero che chiede relazione e non individualismo. Lonzi usa la parola rispondenza. Dice: “non esiste una coscienza di sé senza un’altra coscienza di sé e questo si verifica nella rispondenza” (Il mito della proposta culturale p.141). Quindi è la relazione con un’altra donna il centro dell’autocoscienza. Come scrivono Marta e Linda “è parola su di sé alla prova della relazione con l’altra”. Sottolineano anche che mentre la pratica di autocoscienza è spesso conosciuta come una pratica orale, come parola detta e ascoltata, Lonzi propone soprattutto lo scrivere come “modo della comprensione autocoscienziale” e come “tessuto di verifica del processo trasformativo dell’autocoscienza.”. Con una bella sintesi dicono: “l’andare di pari passo di esistenza, comprensione e produzione simbolica”. Se torniamo all’esempio di partenza, Daniela non può non riconoscersi in queste parole che delineano la pratica che sta facendo assieme al suo gruppo, Le Compromesse, e con la redazione di VD3, basta andare a rileggere la sua introduzione al numero dal titolo Ricominciamo dal corpo.
Seguendo ancora Carla Lonzi si può mettere in discussione l’indispensabilità del piccolo gruppo come modalità unica che ha caratterizzato l’autocoscienza negli anni 70.
Dai suoi scritti l’idea del gruppo risulta più libera. Il gruppo è sì “lo spazio primo” perché ci sia autonomia dal maschile, ma non è un tutto omogeneo, è costituito e intessuto di relazioni nel segno della rispondenza. Il gruppo può anche non esserci. Il gruppo in quanto tale è “disgregabile” e questo non comporta la fine delle relazioni che lo costituiscono. Il gruppo può anche intendersi senso lato, per esempio Rivolta Femminile per Lonzi, oppure per quanto mi riguarda la Libreria delle donne di Milano. In un suo scritto definisce lo stesso femminismo “un gruppo allargato”.
Daniela per questo numero ha interpellato altre giovani e dalla sua indagine emerge la grande difficoltà a costituire un gruppo, quando ciò che contraddistingue questo momento storico è la loro sofferenza per la solitudine e l’isolamento. A queste ragazze direi piuttosto di cominciare a cercare la rispondenza con un’altra donna, di cominciare da una relazione con un’altra donna per prendere la parola.
Già è stato detto da altre che c’era in quegli anni una situazione favorevole che ha permesso il moltiplicarsi e il fiorire di gruppi di autocoscienza in ogni dove. Anche io penso che quella situazione non è ripetibile negli stessi termini. Io ho fatto parte di quella stagione. Quando sono arrivata a Milano nel 1975 mi sono subito avvicinata al movimento delle donne che era molto vivace in città con collettivi, gruppi di autocoscienza, presenza sui giornali, iniziative pubbliche e nascita di luoghi come la Libreria e il Cicip.
Ho visto di persona, attraverso la mia esperienza, come dopo alcuni anni i gruppi di autocoscienza si siano esauriti. Questo per la stessa logica interna dei movimenti, che fanno una fiammata e poi si spengono, e non si può imputare a un gruppo o a una libreria la loro scomparsa. Si attribuirebbe loro un potere spropositato se capace di decretare la fine di un’esperienza che ha interessato tutto il mondo occidentale.
Quella stagione è finita ma l’autocoscienza non è andata distrutta. Linda e Marta ci hanno detto che per Carla Lonzi c’è una parentela molto stretta tra autocoscienza e il partire da sé e questo per me è un punto centrale. Dicono esattamente che “l’autocoscienza è la radice di una cosa preziosissima: la sperimentazione e l’invenzione della pratica del partire da sé. Quindi una specifica modalità del pensiero inaugurato dal femminismo”. Della stessa idea è Luisa Boccia quando scrive che “il valore dell’autocoscienza sta nella nell’aver fatto penetrare in profondità nella realtà sociale femminile l’idea e l’esperienza del partire da sé, ovvero la possibilità di elaborare la soggettività e il pensiero femminile, a partire dal concreto vissuto e dall’io di ogni donna” (L’io in rivolta, p.195).
Quelle stesse donne che avevano a un certo punto abbandonato l’autocoscienza ed erano passate a sperimentare altre pratiche relazionali, si portavano dentro questa modificazione che cambia l’approccio al linguaggio e al mondo.
Parlando di questo numero con Luisa Muraro lei ha così commentato: “Ah sì, come la facevamo allora aveva un che di ritualistico e di stereotipato, ma poi è rimasta nello spirito essenziale, nel linguaggio, nel partire da sé, nel guardarsi dentro, nel non oggettivare le cose, ma essere sempre implicate. Per me si è trasformata ed è nel mio modo di fare”. Posso testimoniare di persona quanto sia vero che ne è rimasto lo stile in Libreria. Quando vi sono approdata, nell’ormai lontano 1983, la frase ricorrente che si sentiva in ogni tipo di riunione era “Parla per te”. Ciascuna era continuamente rimandata a se stessa perché trovasse parole sue per portare un contributo alla discussione.
Le generazioni di femministe che sono venute dopo quella stagione, non hanno mai frequentato gruppi di autocoscienza. Tuttavia se penso a pensatrici come Chiara Zamboni e Wanda Tommasi della comunità di Diotima, io oggi vedo che non sono estranee a questa pratica ma ne sono fortemente influenzate e ne fanno vivere alcuni aspetti essenziali. Basta vedere, per esempio, tutta la produzione di Wanda Tommasi che ha messo a tema nei suoi libri una riflessione filosofica e politica a partire da situazioni anche dolorose della sua vita, come può essere la depressione. Su questo Luisa Muraro mi ha fatto notare un passaggio importante dicendo: “In Diotima c’è un linguaggio che incamera l’autocoscienza e il partire da sé ma allora non la chiamavamo autocoscienza. In Diotima facevamo un’altra pratica. Solo adesso possiamo vedere che ci sono gli elementi dell’autocoscienza. A suo tempo la discontinuità c’è stata per molte, non per tutte. Adesso vediamo la continuità. Adesso vediamo più in grande. Cioè più in grande e più dall’alto”.
In conclusione, mi sento, quindi, di dire che l’autocoscienza è viva, è continuata in altre forme e si esprime in modi che si possono cominciare a nominare.
Quando in redazione si è iniziato a parlare di un possibile incontro sull’autocoscienza io, in quanto “Compromessa” e avendo più volte in questa sede parlato della mia pratica di autocoscienza – come ho imparato, successivamente, a chiamarla e a riconoscerla – e dei suoi effetti sulla mia quotidianità e sulla mia vita politica femminista, non ho potuto che accogliere questa proposta con un sorriso a trentadue denti (direi trentuno, visto che me ne manca uno).
Abbiamo dunque pensato potesse essere interessante indagare sul mondo virtuale, usando nello specifico le followers della pagina Instagram @lecompromesse come cartina tornasole, cosa le giovani donne di oggi definiscono autocoscienza, se la praticano o meno e soprattutto i motivi dietro l’una o l’altra scelta. Così, ho lanciato un piccolo questionario sulle storie di Instagram, chiedendo se le donne tra i nostri seguaci praticassero o meno autocoscienza, in che modo si sentissero vicine alla pratica e qualora non la praticassero, i motivi.
Le risposte non sono tardate ad arrivare, accumulandosi fino a una cinquantina. Sebbene ciascuna seguace sia apparsa consapevole del termine e della pratica stessa, quasi nessuna ha risposto affermativamente, eccetto un gruppetto di amiche che si incontrano mensilmente e che si possono contare sulle dita di una mano.
Alla domanda «Se non praticate autocoscienza, vorreste praticarla?» le ragazze hanno tutte risposto di sì, con però alcune remore. Ho riscontrato infatti una parola ricorrente, paura, accostata a un’altra parola – che possiamo ritrovare nelle introduzioni di Linda e Marta – fiducia. È come se si delineasse una sorta di paura verso una fiducia mancata, che diventa un deterrente di fronte alla pratica dell’autocoscienza.
«Sì, vorrei ma ho paura, sono un po’ diffidente», «Vorrei, ma non so cosa aspettarmi, non saprei neppure da dove partire», «Vorrei, ma al momento è come se non avessi trovato un gruppo che faccia al caso mio, di cui fidarmi»: c’è un bisogno forte nelle giovani donne come me di ripartire dal primato della parola e della propria personale esperienza che si fa parola e di conseguenza pratica politica.
In un mondo ormai puramente visivo, sentiamo la necessità di riconnetterci alla parola. Eppure, ne abbiamo paura. A mio avviso, il timore scaturisce dalla consapevolezza della nostra difficoltà di ascolto, anzi di una vera e propria incapacità di ascolto a cui la nostra generazione è stata educata.
Questa mancanza di ascolto – che è in primis una sordità verso noi stesse, verso il nostro corpo, verso le nostre emozioni – ci conduce a un’impasse: come possiamo dunque accettare noi stesse[1]? Così in questa non-accettazione c’è insita una dis-conoscenza del proprio essere, del proprio corpo, della quale un senso generale di sfiducia è una naturale conseguenza. Non avendo fiducia in sé stesse, è infatti possibile riuscire a fidarsi degli altri? Soprattutto: nel mio procedere quotidiano, a testa bassa e con i tappi nelle orecchie, come posso ascoltare gli altri? Senza ascolto non c’è parola, senza parola rimaniamo immagini passive al di fuori delle logiche relazionali. Logiche sulle quali l’autocoscienza si fonda. Logiche che sono – fuori dai denti – spaventose: come il conflitto, che diventa inevitabile in uno scambio denso tra ascolto e parola, dal quale, sopraffatte dalle nostre insicurezze, fuggiamo continuamente.
Siamo sole, bombardate da immagini e suoni che viviamo passivamente e che, involontariamente, ci plasmano e ci condizionano secondo logiche che non ci appartengono, logiche del mercato, capitalistiche e maschili. Viviamo senza un punto focale che sia nostro. È come se tutti i nostri sensi fossero perennemente ovattati e non fossimo mai presenti, con noi stesse, con i nostri rapporti, con il presente che ci circonda. Byung-Chul Han nel suo saggio La società della stanchezza, parla di “violenza neuronale” nel luogo di disturbi come la depressione e l’ADHD (disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività) e li associa alla “positivizzazione del mondo”, in quel passaggio da società disciplinare a società della prestazione. Siamo diventate animal laborans, vittime e noi stesse carnefici, incapaci di accedere a quella vita contemplativa che pratiche come l’autocoscienza ci richiedono, poiché quelle stesse dinamiche continuano a spingerci verso una vita automatica e disumanamente stimolata.
Il timore dell’autocoscienza è quindi paura dell’ignoto emotivo e incapacità relazionale allo stesso tempo, figlie entrambe di questa perpetua solitudine iper-stimolata. Eppure, in un momento come questo, praticare autocoscienza sembra ai miei occhi essere l’unica soluzione per sfuggire al logorio della vita moderna, partendo dal primato della parola ed esercitandoci all’ascolto, alla fiducia e alla condivisione delle esperienze per superare le barriere della solitudine tardocapitalista che ci stanno trasformando, donne e uomini, in umani-cyborg.
[1] Per dissipare ogni dubbio: quando parlo di “accettazione” la individuo in senso costruttivo, e non faccio riferimento a un’accettazione passiva – ormai frequentemente sponsorizzata – che ha invece effetti distruttivi sul piano personale e politico.
Io non ho fatto l’esperienza dell’autocoscienza e però ne ho raccolto molti frutti perché ho potuto entrare in un mondo già parzialmente trasformato. Ero circondata da saperi maschili, modelli maschili, però vedevo e sapevo che c’era un cambiamento possibile, che c’erano le femministe, e questo mi ha permesso di cercarle, trovarle e raggiungerle.
Non ho fatto autocoscienza in parte perché ero un po’ più giovane e i gruppi iniziavano a essere meno facilmente reperibili, ma anche perché non ho sentito l’esigenza di farla. Sul motivo credo che mi abbia un po’ illuminata Traudel Sattler nell’introduzione, ricordando che nelle assemblee dei movimenti che volevano cambiare il mondo le donne o ripetevano i discorsi maschili o erano mute. Ecco, io non ero muta. Per questo non avvertivo la contraddizione. Naturalmente anch’io usavo tutti gli schemi e gli argomenti maschili, ma siccome parlavo solo per dire qualcosa che non era stato detto da altri (a differenza dei maschi, ognuno dei quali voleva far vedere che conosceva tutta la lezione, con infinite e tediose ripetizioni), avevo la sensazione di portare quel di più che era mio, e mi sentivo a mio agio. Prima di arrivare ad avvertire il disagio ci ho messo decenni… e poi finalmente sono arrivata in Libreria.Tra i passaggi che mi hanno portato in Libreria ci sono stati, per me, gli scritti di Carla Lonzi: dopo averli letti non ho più potuto vedere il mondo come prima. Per questo penso che l’autocoscienza dia dei frutti che vanno oltre il momento e le persone che la praticano. Io non ho l’autocoscienza di Carla Lonzi, perché non c’ero con lei a farla. Però ho i suoi scritti che mi hanno trasformata, pur non avendo agito quella pratica. E come gli scritti ieri, credo che oggi i frutti possano essere anche un podcast come A day in a female life – Racconti di ordinaria violenza di Angelica Pirro e Silvia Protino, che Angelica ci ha descritto nell’incontro di Via Dogana. Infatti, pur essendo uno strumento rivolto al pubblico, a monte della pubblicazione si sente che c’è l’autocoscienza. E ci è stato raccontato come l’autocoscienza la facciano prima le autrici tra di loro, e in seguito la fanno con loro le ragazze di cui pubblicano le storie. La fanno, come l’autocoscienza storica, nelle case, in una dimensione di intimità. E poiché pubblicano soltanto le parti che ciascuna vuole e lasciano la facoltà di non pubblicare, quell’intimità resta salvaguardata e permette di lavorare in profondità. Quindi abbiamo un lavoro a monte, e un frutto di quel lavoro che viene pubblicato. E che è prezioso e utilissimo per quante possono così arrivare a coglierlo.
Sono arrivata alla storia delle donne tramite la storia degli uomini, non posso negarlo, perché io sono una donna e questa è la storia di come sono tornata a me stessa.
Quando alla facoltà di Filosofia – dopo tanto parlare di Platone, Cartesio ed Hegel – arrivai finalmente al corpo, mi accorsi che del mio corpo non c’era traccia! Così, dopo aver scoperto che ogni re era sempre stato nudo, trovai le filosofe. De Beauvoir, Irigaray, Butler, Brownmiller, Young, Martin Alcoff e le altre mi aprirono le “porte della percezione”, quelle che mi portarono a chiedermi – fuori dal fatto solo mentale, ancorché morale – chi fossi. Come una donna che per la prima volta si scopre del patriarcato mi chiedevo: chi sono io se non quel (poco e male) che hanno detto e dicono loro? Ma la risposta non è mai stata lì pronta per me (anche se lo avrei tanto voluto e talvolta, probabilmente, lo vorrei ancora). Ogni passo che facevo presentava timori ed esitamenti. Ad esempio, per tanto tempo mi era bastato leggere dei gruppi di Autocoscienza (Cavarero, Le filosofie femministe) senza indagare oltre, verosimilmente perché ciò mi consegnava a un approccio politico a me noto (quello maschile, dei compagni e delle lotte appassionate!), tenendomi contemporaneamente lì, dov’ero, sulla sedia di un’aula universitaria, in un luogo certo non rischioso. Così decisi di spingermi oltre e finalmente, sotto impulso di una donna concreta, Rita, mi decisi a formare un collettivo. La mia intenzione ufficiale e nobile (!) era quella di recuperare insieme ad altre donne la storia delle donne per combattere le storture del presente. Tuttavia il movente personale, quella pulsione corporea che mi invischiava nel rapporto con le donne, era capire perché in fondo non sentissi di avere con loro un rapporto concreto, solido e reale. D’altra parte, più stavo con loro per loro (le donne) più sentivo di non potermene staccare neanche un momento, che di me non sarebbe rimasto più nulla. Chi sarei stata altrimenti? Se non fossi stata quella che si prendeva cura delle donne e del mondo, sarei stata ancora? Stavo per scoprire che i miei strumenti prima intellettuali e poi morali erano per me una bella arma di difesa: donandomi alle donne mi sarei permessa di rimanere integra emotivamente. E anche se la mia soggettività sarebbe stata al cieco giogo della dipendenza da loro, mi sarei sempre potuta dire che dovevo fidarmi delle donne! Realisticamente nessuna/o – mi confortavo – potrà mettere in pericolo questo mio cantuccio morale. Poi è arrivata Daniela Pellegrini con la sua Autocoscienza e io me ne innamorai: risuonava forte in me ciò che aveva scritto e che diceva. E pensavo: «Sono in contatto diretto con più di mezzo secolo di storia del femminismo italiano; mi porterà in dono il suo bagaglio». Sarebbe stato perfetto per me se fosse semplicemente stato così. Lei sarebbe stata distante da me, nelle sfere celesti della sua storia così piena di materiale, e io in posizione di ascolto, libera di – o, come direbbe Cecilia, piuttosto “abbandonata” ad – agire le mie elaborazioni mentali senza toccare me stessa. L’incontro fu invece per me uno scandalo (!): l’aspettativa di senso alla base della mia intera esistenza di donna era stata disattesa. Daniela non si rivolgeva a me come ad una madre-bambina: né come Crista, la bambina che salverà il mondo e rappresentante di una fantomatica nuova generazione che avrebbe soddisfatto dei bisogni (i suoi?); né come risorsa-oggetto che, convenientemente ridotta alla postura naïf di bambina, le avrebbe concesso di riaffermare i propri convincimenti da capo, ancora e ancora. Non mi arrivò nulla di tutto questo: né sovradeterminazione, né alienazione, né affidamento. Ero libera di esser-ci e questo mi faceva anche un po’ paura (talvolta forse persino rabbia o frustrazione). Era forse questo essere “solo” una donna? Iniziai ad andare all’Autocoscienza con lei e con Valentina, Annamaria, Irene, Tommasina, Antonella, Erica e le altre. Con loro, non senza difficoltà, ho scoperto anzitutto che il rapporto con mia madre che avevo sempre amato, il conflitto con le sorelle che avevo sempre sofferto, l’ambiguità nel rapporto con le amiche che avevo sempre evitato erano il senso stesso del movimento politico che ora toccava anche me. Fuori dalle definizioni date in terza persona, infatti, anche la “(as)senza (di) azione” – di cui scrive Antonella Ortelli – smise di essere il significato opposto di movimento e riprese a vivere la lunghezza del suo significato nella mia prima persona: attraverso il corpo vivo che sono, come una sapiente cassa di risonanza, prassi (politica) e sentimento di me stessa cominciarono ad agi(ta)re un jazz intricato di note e silenzi. Tuttavia, tornava come un mantra una domanda: una (o ogni) volta che avessi ritrovato questa politica me stessa, cosa me ne sarei fatta? Epilogo: quando torni a respirare, non fai che ricercare ossigeno Dopo circa un anno con quel primo Gruppo di Autocoscienza ne desiderai anche un altro e venne fuori molto presto “Autocoscienza 2.0”. In cosa differisse dal primo o perché farne un altro non furono mai domande che mi feci o che mi fecero. Imparai infatti che questo era il senso del separatismo, di quel luogo senza direzioni puntuali o assertive, quandanche spazialmente disponibili e significativamente corpose: non solo lo spazio delle donne (me compresa) non era limitato, non era neppure limitante. Al momento, quindi, so che non c’è una risposta a quella domanda, di me non voglio farmene nulla! E proprio questo è nella mia esperienza il famoso “luogo terzo” di cui dice e scrive Daniela: essere indipendente insieme alle altre, in uno spazio differenziale che non stringe mai le vie del senso e della sensatezza, per il solo fatto che ognuna è sé stessa e nessun’altra, mentre ogni altra risuona facendo spazio a sé stessa. Questo è quanto sperimento ogni settimana, con Claudia, Valentina, Alessandra, Francesca, Brenda, Maria, Tommasina, Silvia, Daniela e tutte le donne che fanno autocoscienza con me. Questo è quello che mi porto anche fuori dal Gruppo dell’Autocoscienza: nell’incontro con le donne che di teoria non sanno proprio nulla e con quelle che invece percorrono strade parallele. Ci si chiede se l’Autocoscienza sia morta e in quale forma possa rivivere, ma nella mia esperienza questa domanda è priva di senso! Suona come “Dio è morto, viva Dio!” L’Autocoscienza non può morire, basta che qualcuna la faccia. Parliamo, purché siamo, perché la nostra esistenza non consiste in un atto mentale e non è neanche chiusa in una crisalide di senso, come una bella teoria! Il fatto è che esserci, in questo sì Cartesio c’ha azzeccato, richiede la stessa fatica che nascere. Un ultimo appunto vorrei sottolineare prima di dover chiudere questo testo: se la storia delle donne è pur sempre una genealogia del dolore che consiste nella profonda discrepanza tra l’esserci e il fare, tra una politica autocoscienziale e una politica della coscienza collettiva, a maggior ragione credo che sia necessario rimetterci a rischio. Ci sarà sempre un “fantasma che si aggira per la politica delle donne” finché ci aspettiamo di essere tutte una sola parte.
Ho scelto come titolo di questa breve riflessione due passaggi del secondo manifesto di Rivolta Femminile, li ho ricombinati fra loro perché questo rimescolare discorsivo restituisce quello che l’autocoscienza è diventato per me nell’arco di tre anni. È per me un’impresa rischiosa parlare dell’autocoscienza, provo il senso della vertigine, perché essa è una pratica connessa al nostro essere donne-persone-soggetto nel nostro divenire consapevole e proprio per questo mi sfuggono sempre i termini del discorso, i confini, le forme.
Tutto è iniziato nel 2018, alle soglie dei miei trentacinque anni, quando l’idea della pratica dell’autocoscienza è diventata qualcosa di ricorrente nel panorama dei miei pensieri e allora, pur non avendo minimamente idea di che cosa aspettarmi, ne coltivai da sola il desiderio; poi, fra il 2019 e il 2020, quando il mio essere donna-madre-moglie era diventato una dimensione di solitudine e alienazione si imposero le parole di mia madre «Sii più femminista nella tua vita personale e non solo livello politico»: per la prima volta nella mia vita le avevo sentito pronunciare delle parole che avevano al centro me e che mi richiamavano a farmi soggetto pensato di me stessa. Quelle sono state le ultime parole di amore che le ho sentito pronunciare: non c’era rimprovero nella sua voce né giudizio, erano le parole di una donna verso un’altra donna; lei donna clitoridea, io donna vaginale. L’autocoscienza è iniziata in quello scambio.
Nei mesi che seguirono iniziai una guerra, per usare un’espressione cara ad Angela Putino, con me stessa e per mesi volteggiarono nella mia mente le parole del filosofo Seneca «Vindica te tibi» (affrancati, liberati), un’espressione che con stupore incontrai poi alle soglie del 2021 fra le parole di Carla Lonzi che mi invitavano, come aveva fatto per tre anni la mia amata professoressa di filosofia del liceo – suor Clotilde Milinci – a fronteggiare i meccanismi di autodifesa in cui ci crogioliamo per permanere cullate dalla nostra falsa coscienza; oggi probabilmente qualcuna direbbe che suor Clotilde ci invitava ad essere out of the comfort zone, lei la chiamava “vita autentica”, “essere persone e non individue”. Se per una parte considerevole della vita la mia coscienza era sempre stata punzecchiata e richiamata da donne più grandi di me alle quali ero legata da una relazione gerarchica affettuosa, mi sentivo finalmente pronta a fare lo stesso in relazioni simmetriche e prive di gerarchia.
Oggi l’autocoscienza, oltre che pratica di incontro, è diventata postura, matrice. Durante l’incontro di Via Dogana sono risuonate, quasi che fosse la mia bocca a pronunciarle, le parole di tre donne: Maria Castiglioni, che ha parlato del suo gruppo di autocoscienza, Roberta Cordaro, che è legata ai luoghi terzidi una delle madri dell’autocoscienza italiana, Daniela Pellegrini, e Claudia M., una delle donne con cui la pratico settimanalmente; mi è sembrato, nell’ascoltarle, che ricorresse un termine a me caro: domande. Se l’autocoscienza è iniziata in un dialogo da donna a donna fra me e mia madre, essa è continuata nelle altre donne, prima fra tutte Alessandra Lanivi, per me amatissima, alla quale devo le domande più difficili, quelle che hanno ipotizzato e svelato le mie contraddizioni. Le domande dall’altra che ti ascolta in autocoscienza sono una mano tesa, un appiglio e al tempo stesso l’epicentro di scuotimento, l’epicentro di quel terremoto che fa emergere trasformativamente questa me incarnata; l’autocoscienza è l’altra, appunto, e questa soggetta che ti è simile e divergente al tempo stesso è spinta, sostegno, scialle che ti avvolge, energia che ti contiene in un legame simmetrico di rispondenze. Sebbene ritenga che questa pratica sia possibile in una prospettiva di relazione duale fra donne, penso che la dimensione del “piccolo gruppo”, del luogo terzo – come giustamente lo definisce Daniela Pellegrini – variamente ma stabilmente abitato, sia quella ottimale, poiché il fatto che le donne si facciano presenza e coscienza costante delle altre rende possibile il cogliere delle contraddizioni: ciascuna donna in autocoscienza è soggetto che si pensa narrandosi e al tempo stesso soggetto contraddicente, uno specchio vivente e pensante, che non riflette in modo deformato ma che richiama a uno sguardo più attento quando l’altra si adagia nelle autodifese. È proprio da una pratica separatista stabilmente abitata e vissuta che è possibile rendere politico ciò che emerge nel farsi dell’autocoscienza; è la stabilità dello scegliersi come soggette pensanti a rendere possibile, poi, la resa scritta, poiché la scrittura è per me la foce naturale di questa pratica e fa aderire il pensato al vissuto una volta che le contraddizioni hanno trovato una risoluzione discorsiva e con essa la politica. L’autocoscienza è l’altra, ma la mia avventura sono io. Non posso che concludere questa brevissima riflessione con un pensiero per le amiche divergenti con le quali condivido e/o ho condiviso questa pratica: Alessandra, Angelica, Anita, Caterina, Claudia, Daniela P, Donatella, Elisa, Francesca M, Francesca S, Letizia, Maria, Roberta, Susanna, Valeria B., Valeria Q.
Per questo numero, la redazione di Via Dogana 3 voleva mettere in luce come l’autocoscienza, pratica sorgiva del femminismo radicale, ha continuato ad agire e dare frutti, prendendo talvolta forme lontane da quella delle origini pur mantenendone il punto cardine: la creazione di uno spazio di libera parola, uno spazio trasformativo e politico.
Mentre discutevamo di questo, io ho subito pensato al fenomeno sempre in crescita della produzione di podcast, ovvero la creazione di un audio (assimilabile a una trasmissione radio), distribuito attraverso Internet e fruibile attraverso uno smartphone o un computer. A mio avviso, ed è un azzardo, è una delle forme che ha preso la pratica dell’autocoscienza nel presente, attraverso l’uso delle tecnologie.
Durante la redazione allargata di domenica 1° ottobre, Linda Bertelli ha parlato dell’autocoscienza come creazione di uno spazio tracciato da due lembi, quello che una donna è e quello che pensa di essere, due estremità delimitanti uno spazio frutto della scommessa politica del femminismo, che ha permesso a ciascuna donna di trovare parole non estraniate per dire di sé. Come? Levando, nello scambio con le altre, strati di aspettative, presupposti, sottintesi scontati, false credenze e tabù, opinioni invalse, e via osteggiando pregiudizi, per arrivare a un’accettazione di sé per quello che si è.
Io sono un’ascoltatrice di podcast, amo particolarmente quelli in cui si crea uno spazio di parola libera e veritiera. Per esempio, il podcast How to fail di Elizabeth Day, dove la giornalista e scrittrice inglese accoglie le sue ospiti e le intervista, lei stessa è partita dal suo frustrato desiderio di maternità, che definiva come un fallimento, ed è visibile, nel farsi delle puntate, la trasformazione e l’accettazione di sé attraverso la parola scambiata, la modificazione del suo fallimento in una figura dello scambio, dispositivo simbolico in cui altre si possono riconoscere. Voglio citare anche il podcast The Adam Buxton podcast, dove l’attore e scrittore inglese si mette in gioco a partire da sé, in un setting dialogico, raccontando gli effetti del mondo dello spettacolo e dei social sulla vita, il rapporto col padre, la morte dei genitori, la famiglia, i figli, il lavoro, l’amore. È straordinario come, anche in questo caso, ci sia la restituzione di parole politiche per tutte e tutti.
Qui pubblichiamo la testimonianza di due giovani donne che producono un podcast femminista, Angelica Pirro e Silvia Protino. Il loro podcast, A Day in a Female Life – Racconti di ordinaria violenza, poggia sulla parola scambiata, alla ricerca di un’aderenza della parola all’esperienza femminile. In questo sta l’azzardo, nel vedere il perdurare dell’autocoscienza in nuove forme di presa di parola, anche attraverso la tecnologia.
(Laura Colombo – Redazione #VD3)
Silvia e io abbiamo avuto il piacere di partecipare alla redazione aperta di VD3 del primo ottobre 2023. Qui di seguito il nostro intervento riguardo le nuove forme di autocoscienza. All’inizio del 2022, abbiamo creato un podcast che raccoglie testimonianze di donne che hanno subìto molestie sessuali.
In poche parole, un podcast è una radio che però non viene trasmessa in diretta, ma in differita. Un podcast solitamente è diviso in episodi che vengono pubblicati e che possono essere poi ascoltati liberamente e archiviati sul computer o sul cellulare. Mentre esistono podcast che forniscono anche un supporto visivo alle puntate, il formato originale è strettamente audio (come il nostro).
Silvia e io, al momento di scegliere quale medium usare per dare voce al nostro progetto, abbiamo prima di tutto stabilito che sarebbe stato uno spazio creato da noi. A quel punto abbiamo deciso di usare lo strumento del podcast perché è l’unico che ci permetteva di mettere al centro la nostra voce, e non solo la mia e quella di Silvia, ma quella di qualunque ragazza che avrebbe voluto prendervi parte. Sentivamo il forte bisogno di far risuonare la nostra voce collettiva. E poi ci piaceva l’idea di creare una raccolta di testimonianze orali, un vero e proprio archivio che però non fa riferimento al passato, ma al presente, che non è archiviato, impolverato, ma è vivo in ognuna di noi, nelle nostre singole voci che ne compongono una sola, che non è formalizzato e istituzionalizzato, di Stato, ma è libero, vitale, trasformativo, generativo. Un archivio che possa servire anche, magari per fini “scientifici”, di ricerca, attraverso il quale si possa indagare il fenomeno sociale delle molestie sessuali. In più, il podcast è bilingue, ascoltabile sia in italiano sia in inglese, ma cosa ancora più interessante, è registrato in due paesi differenti: Italia e Irlanda. Sarebbe interessante adottare una prospettiva critica, per analizzare quali sono le differenze e le somiglianze tra i racconti italiani e quelli irlandesi. Ecco, questo secondo noi è un primo elemento della pratica dell’autocoscienza: riconoscere che ciò che io vivo all’interno dei confini del mio paese, lo sta vivendo anche una ragazza a centinaia o migliaia di chilometri di distanza da me e che quindi ci fa vedere chiaramente come il nostro essere donne ci accomuna.
In più, il podcast ci permette di dare voce al silenzio che vige sul problema sociale e culturale delle molestie sessuali. Gli uomini, a parte essere coloro che mettono in atto le molestie, non sono consapevoli, o se lo sono, non lo sono pienamente, dell’esistenza di questa forma di violenza e di quanto sia capillare e pervasiva. Ci è capitato più volte di raccontare le nostre esperienze del podcast ad alcuni dei nostri amici maschi, che ovviamente stimiamo altrimenti non sarebbero nostri amici, ma che comunque sono rimasti sorpresi nel venire a conoscenza dell’esistenza e della normalità delle molestie sessuali. Eppure, è strano: è un fenomeno talmente diffuso che (quasi) tutti gli uomini hanno molestato una ragazza almeno una volta nella vita, o comunque ne sono stati complici, o indifferenti. Quindi come fanno a non saperlo? Loro sanno come si comportano i maschi in gruppo, di cosa sono capaci, eppure si ritrovano (e li ritrovi) stupiti. Forse non si rendono conto di ciò che significa per noi subire molestie quotidiane fino a quando non glielo comunichiamo in modo esplicito? Non lo sappiamo ancora.
In ogni caso, il podcast ci consente di far emergere dal silenzio tutti i racconti e le storie, che costituiscono un sommerso, un insieme di voci inespresse, che non si sentono, ma che comunque esistono. Se il discorso delle molestie sessuali ci permette di entrare in contatto con ragazze lontane da noi, sia a livello geografico sia di pensiero, e a noi sconosciute prima dell’incontro, allora anche altre, che ancora non conosciamo e di cui ancora non abbiamo sentito la voce, potrebbero raccontare una storia simile. Il nostro punto di partenza è credere a ogni donna che denuncia una qualsiasi forma di violenza, senza sentire il bisogno di constatare quella violenza, di provare, di dimostrare il fatto che sta denunciando, perché crediamo in lei, alla sua voce che risuona dentro di noi come se fosse la nostra.
Ecco, tutto questo scambio, condivisione, amicizia, amore, sorellanza, che sono svincolate da spazi e tempi predefiniti trovano forma in una raccolta di testimonianze orali, in un archivio dell’esperienza femminile che oggi chiamiamo podcast.
Spiegato il mezzo, ora torno indietro a raccontarvi l’antefatto e l’origine del nostro podcast “A day in a Female Life – racconti di ordinaria violenza”. A quei tempi vivevo a Dublino, ma ero tornata a Milano per le vacanze di Natale. Come facevo spesso, ho preso i pattini e sono andata a pattinare nella zona che circonda lo stadio Meazza, San Siro. Ho messo i miei conetti per terra e con le cuffie nelle orecchie, mi stavo facendo i fatti miei. Speravo che i fatti suoi se li facessero anche le persone attorno a me, invece purtroppo così non è stato. Prima si avvicina un ragazzo e tra me e me penso, sarà solo curioso e vorrà vedermi fare qualche esercizio. Solo che questo ragazzo è rimasto lì, a braccia conserte, fissandomi senza farsi alcuno scrupolo. Non mi ha detto nulla, ma quello sguardo fisso, pesante, non richiesto, mi ha fermato sui miei passi. Mi sono bloccata e ho smesso di pattinare finché non si è allontanato.
Pochi minuti dopo arrivano due ragazzi che mentre sono girata iniziano a calciare i conetti che avevo messo per terra, per poi allontanarsi senza alcun rimorso.
Come prima cosa, ho provato paura. Mi sono resa conto che non mi sentivo al sicuro in quel luogo. Ho interrotto il mio passatempo preferito e ho iniziato a pensare che se fossi stata un uomo, forse quei ragazzi non si sarebbero permessi né di avvicinarsi e fissarmi, né di danneggiare la mia attrezzatura. E questo perché un altro uomo lo rispettano; la donna invece è passibile di qualsiasi capriccio che passi per la testa ad un ragazzo.
Ho fatto delle storie su Instagram, raccontando quello che era successo con tanta rabbia e frustrazione. Dall’altra parte dello schermo ci sono state molte ragazze che hanno ascoltato e condiviso il mio dolore, offrendomi parole di conforto e di solidarietà. Ovviamente c’erano anche altri pareri, da parte di uomini, che invalidavano la mia esperienza dicendomi cose come “in zona San Siro cosa ti aspetti”.
Silvia ha subito colto il mio richiamo e in una conversazione che ormai è storica, in qualche secondo abbiamo entrambe sentito la necessità di creare qualcosa di più grande, che rimanesse per tutte. Siamo partite dalla constatazione che tutte le donne, nessuna esclusa, hanno vissuto almeno un episodio di molestia sessuale per strada o in luoghi pubblici.
Nonostante questo dato fortemente preoccupante, non è comune che questi avvenimenti vengano menzionati e diventino argomenti di conversazione. Sono come dei dati di fatto. Questo comporta che quando poi una ragazza subisce una molestia sessuale: o non la considera tale tanto è normalizzata nella società patriarcale, oppure pensa di essere l’unica a cui succede e non lo condivide con nessuno. Il podcast avrebbe fornito una piccola soluzione a questo problema.
Anche il titolo è stato deciso con facilità: A day in a female life, un giorno in una vita di donna. Assieme al sottotitolo “storie di ordinaria violenza” volevamo trasmettere l’estrema ordinarietà delle esperienze raccolte nel podcast (le molestie sessuali nei confronti delle donne non sono degli eventi rari, che capitano alcune volte l’anno, sono giornaliere).
Il primo episodio l’abbiamo registrato io e Silvia, con strumenti rudimentali ma una voglia dirompente di far sentire le nostre voci. Prima di far condividere le proprie esperienze ad altre donne, volevamo raccontare le nostre.
Da quel momento, anche attraverso un invito all’azione su Instagram, abbiamo ricevuto una serie di email e messaggi sia di supporto, che di disponibilità a registrare una puntata del podcast.
Per noi era imprescindibile che lo spazio offerto alle ragazze sul podcast fosse sicuro e libero. Le puntate sarebbero state registrate con me, oppure con Silvia (in base alla collocazione geografica della ragazza) in luoghi familiari, accoglienti. Quando è stato possibile infatti abbiamo registrato le puntate nelle nostre case, sul divano, con una tazza di tè e biscotti. Prima di accendere il microfono, ci assicuriamo che ci sia già una certa confidenza con la ragazza, che spesso è a noi sconosciuta. Questo passaggio è essenziale per creare un’atmosfera in cui la ragazza si senta al sicuro nel condividere le sue esperienze che potrebbero essere traumatiche e difficili da verbalizzare.
Una volta acceso il microfono la conversazione scorre come aveva fatto a microfono spento, senza domande preparate o limiti di tempo. La ragazza racconta tanto quanto decide sia abbastanza e l’interlocutrice, Silvia o io, ascoltiamo, offriamo conforto e poniamo domande se ne sentiamo la necessità. In molte puntate abbiamo anche avvertito la necessità di dare reciprocità alla conversazione, quando a me e a Silvia veniva naturale di raccontare delle esperienze personali che la storia della ragazza aveva fatto risvegliare in noi.
La libertà sta nel fatto che una volta registrata la puntata, la ragazza che ha partecipato può decidere di non pubblicare l’episodio, di tagliarne alcune parti o di usare un nome fittizio per proteggersi. Per noi, il fatto che la ragazza abbia condiviso la sua storia con noi e abbia ricevuto in cambio un ascolto sincero e non giudicante, è già abbastanza.
Le puntate che poi sono state pubblicate spaziano su diversi argomenti, ma colpisce la comunanza dell’evento della molestia. Le circostanze cambiano, ma l’intento dell’uomo è sempre lo stesso, denigrare la donna e farla sentire impotente.
Nonostante l’intento iniziale fosse solo quello di raccogliere testimonianze di molestie sessuali in luoghi pubblici, alcuni episodi sono fluiti naturalmente verso altri tipi di violenza maschile, tra cui quella domestica.
Il riscontro del podcast è stato rincuorante. La maggior parte delle donne che ci contattano dicono di sentirsi riconosciute e legittimate nelle loro esperienze di molestia. Molte di loro si sono rese conto che esperienze che consideravano normali o di poca importanza, erano invece gravi e degne dell’appellativo di molestie sessuali. Perché succeda questo è necessario da parte nostra considerare ogni molestia sessuale che ci viene riportata come importante e degna, e porre l’accento sul dolore comune, invece che sui dettagli che necessariamente saranno diversi per ogni storia.
Carla Lonzi parla di uno “scatto a soggetto” delle donne che si “ri-conoscono come esseri completi non più bisognosi di approvazione da parte dell’uomo”.
La nostra idea iniziale non era quella di praticare l’autocoscienza. Cioè, non ci siamo messe a un tavolo e abbiamo detto “ok, ora facciamo l’autocoscienza”. Abbiamo detto: creiamo un podcast. Solo in un secondo momento, ci siamo accorte che il nostro podcast è una pratica di autocoscienza perché si costituisce dell’incontro con l’Altra, dove ogni donna può ritrovare sé stessa nelle parole delle altre. Questo dimostra la potenza, la forza di questa pratica: esiste ancora prima di saperla, pensarla, teorizzarla. Perché è una pratica dettata dalla necessità, dal desiderio, dal bisogno di riconoscersi nelle altre, di uscire dalla solitudine, ma anche di trasformare il dolore e la rabbia personali in resistenza collettiva.
Mai come oggi ho sentito il bisogno di trovare le parole giuste. Sul conflitto israelo-palestinese in passato ho scritto argomentando le verità storiche, evidenziando le contraddizioni di chi difende Israele senza se e senza ma, o di chi non vede che non è uno scontro di culture ma banale e cinica politica di forza delle potenze in campo. Ho ripetuto come un disco rotto le stesse cose per anni finché, dopo l’operazione Piombo Fuso di dicembre 2008 (in cui a Gaza morirono non meno di 1200 persone), sono diventato afono sull’argomento.
Quindici anni dopo, con quello che è appena successo, non trovo le parole e faccio fatica a pensare, un senso di lutto pervade ogni cosa. Lutto per le vittime israeliane, tra cui molti giovani, donne e bambini. Lutto per le vittime di Gaza rinchiuse nella loro striscia di terra senza una via d’uscita e sotto una pioggia di bombe indiscriminate che distruggono vite e palazzi, ennesima violenza su un popolo che è sotto occupazione dal 1948 (prima egiziana e poi, dal 1967, israeliana).
Lutto per la perdita del senso di umanità. Vittorio Arrigoni terminava le sue corrispondenze da Gaza per il Manifesto con: «restiamo umani», a indicare la vera posta in gioco.
Senso di lutto per un linguaggio e per parole che qualcuno non fa alcuna fatica a trovare, parole sbagliate, in malafede, commenti urlati a notizie prive di documentazione.
Lutto perché quello che è appena successo è uno specchio che ci dice che razza di girone infernale è il luogo da cui provengono le persone che hanno fatto quello che hanno fatto. La sorpresa che ha generato in tutti questo attacco mi ha ricordato il «perché ci odiano tanto?» dell’11 settembre 2001. I governi israeliani che si sono succeduti, e in particolare Netanyahu, hanno fatto di tutto per soffocare i palestinesi e contemporaneamente nascondere e far dimenticare al mondo l’occupazione. Ma chi la subisce non la può scordare e ritorna prepotentemente alla ribalta non più nella veste di vittima della storia, ha imparato il linguaggio globale della politica di forza, oggi molto in voga in questa guerra mondiale a pezzi, come l’ha definita papa Francesco. Cinicamente parlando, l’attacco ha un senso politico, far ricordare al mondo che, contrariamente a quanto Netanyahu vuol far credere, mostrando la mappa di Israele che va dal Mediterraneo al Giordano, i palestinesi ci sono e adesso dimenticateli se ci riuscite.
Mentre le donne occidentali forse dicono il doppio sì, alla carriera e alla famiglia, o forse ne dicono uno solo come testimonia l’invecchiamento dei paesi occidentali, le donne della Striscia di Gaza sembrano avere uno scopo principale, imposto o volontario che sia: fare figli per garantire continuità alla resistenza di un territorio molto povero ma sovrappopolato e con un’età media molto giovane.
Mai come oggi ho bisogno di trovare parole e figure simboliche da far dilagare nel mondo e quella che mi parla più di tutte è Donna Vita Libertà. Intanto perché le due parole del binomio donna-vita sono intrinsecamente legate e opposte a quelle di soldato-guerra che dominano la scena della guerra mondiale a pezzi; poi la parola libertà fa capire che la strada non è obbligata, si può cambiare, ci si può ribellare, si può sovvertire l’ordine mondiale.
I.
Questo intervento vuole mettere in luce che cosa è stata l’autocoscienza nella pratica politica e nel pensiero di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile. Nominiamo Rivolta Femminile come gruppo per entrare subito nella questione, cioè per segnare la natura relazionale e non personalista o intimista dell’autocoscienza. In un momento di grande e felice riscoperta del pensiero lonziano bisogna ricordare e ricordarci che Lonzi è stata fondatrice e animatrice di un progetto comune e collettivo, fatto da tante altre donne, e con loro da tanti altri pensieri, esperienze, desideri e obiettivi politici. In altre parole, Lonzi ha pensato e vissuto in un contesto.
L’autocoscienza femminista, inoltre, non nasce e non si esaurisce, neppure negli anni in cui Rivolta Femminile esiste, con Rivolta Femminile. Non si tratta di cercare un primato (che comunque non sarebbe di Rivolta), ma si tratta di aver cura di non costruire cristallizzazioni e icone, concentrando la nostra attenzione su una singola esperienza, e rendendo minori, o addirittura invisibili, altre, anche molto diverse che pure si sono riconosciute nella pratica dell’autocoscienza femminista. Per questo contributo parleremo esclusivamente dell’autocoscienza femminista per Rivolta, ma, mentre facciamo ciò, ci interessa tenere ben presente che c’è una storia e ci sono voci dentro e fuori Rivolta, incluse quelle con cui Lonzi è stata in profondo disaccordo.
Questo è un testo pensato e scritto in due, e ha il sapore di una felice chiusura di un cerchio. Era il 2017 quando prendemmo per la prima volta parola pubblica insieme su Lonzi, a Livorno, al convegno della Società Italiana delle Letterate e dell’associazione Evelina de Magistris. Fu un momento seminale per il nostro lavoro e per la nostra relazione – significativamente le amiche della Libreria delle donne erano lì con noi. Un momento seminale, di apertura: da quel momento abbiamo lavorato ininterrottamente sul pensiero di Carla; oggi siamo qui avendo finalmente terminato un lungo percorso di ricerca e scrittura su Carla appunto – anche se quel su ci fa sempre problema, perché non ci identifichiamo come specialiste di Lonzi, noi il soggetto lei l’oggetto dell’indagine. Meglio allora dire un percorso con Carla Lonzi, come ha scritto Maria Luisa Boccia qualche anno fa1 1. Con Carla appunto, perché quel lavoro ha attraversato la nostra vita e da lei è stato attraversato. Ci siamo arrese alla lentezza che questo lasciar attraversare ha necessariamente comportato. Questo è stato alla fine un atto di comprensione dell’insegnamento di Lonzi, che tutta la vita porta avanti l’idea che mettere carne al fuoco nelle pagine che si scrivono – l’espressione è sua – non sia questione di stile ma questione politica. «Il giorno in cui capisco qualcosa di me o di te agisco in conseguenza», dice Carla al compagno Pietro Consagra. «Se capisco una cosa e poi ne faccio un’altra mi sento proprio massacrata da me stessa»2. Questo, ossia l’andare di pari passo di esistenza, comprensione e produzione simbolica è una delle cose più preziose che l’autocoscienza lonziana ci lascia. Se praticata, l’autocoscienza inevitabilmente porta tanto alla caduta delle definizioni di sé quanto al fallimento relativo alle ingiunzioni di successo, velocità e facilità di comprensione di pensieri complessi a cui siamo tutte sottoposte.
Prima di addentrarci oltre nei significati e nelle implicazioni dell’autocoscienza in Lonzi vorremmo dire sinteticamente come si è data la pratica dell’autocoscienza nel movimento femminista. Diversi testi degli anni del decennio Settanta ci trasmettono, con la vivezza delle parole delle donne che li stavano sperimentando, resoconti sull’importanza di quei momenti – la stessa vivezza che si ritrova nelle parole dell’introduzione di Traudel Sattler. Questo è ad esempio un passo del Sottosopra 4, del 1976: «ogni esperienza prima di divenire acquisizione del gruppo è, per chi ne parla un fatto privato… finché è negata o censurata dal silenzio non può che restare tale, ma nel momento in cui è detta o analizzata criticamente o generalizzata, il legame con la situazione personale si attenua mentre diventa più evidente il suo contenuto politico… ripensare collettivamente la propria storia è di fatto e non solo simbolicamente, un atto di nascita. L’attenzione di altre donne che giudicano e generalizzano è la garanzia che ciò che nasce come modi di esistenza personale non resti tale». 3
L’autocoscienza è, dunque, una pratica politica. Si è sempre svolta, per Rivolta, in gruppi di sole donne, più spesso piccoli gruppi, fino a svolgersi nel rapporto a due – spesso gli incontri erano registrati, per Lonzi e per Rivolta era pratica comune registrare anche le conversazioni a due, o le conversazioni telefoniche. Questo rivoluziona l’idea di che cosa è possibile chiamare politica, fino dentro alle sue componenti materiali, ovvero gli spazi e i tempi nei quali essa si svolge e il chi se ne fa carico.
La prima presa di coscienza che troviamo negli scritti di Rivolta e di Lonzi è l’imprevisto immesso dal piacere femminile, dalla sessualità clitoridea. A proposito dei soggetti della politica, l’autocoscienza è una pratica politica che rende evidente e che si basa sul carattere necessario del nesso tra corpi e pensiero. Come scrive Boccia: «Carla Lonzi vide bene che non vi può essere un pensiero libero e autonomo di donna, se il corpo femminile resta luogo muto e consenziente del piacere maschile né d’altra parte basterà nominare la presa di distanza dall’uomo, o dotarsi di spazi propri e distinti nei quali pensarsi libere». 4.
Questa pratica ha nei suoi modi, tempi e forme una necessità e un tempo storico: legata a una primissima fase iniziale del movimento ha lasciato poi spazio ad altre modalità analitiche e politiche.
Tuttavia, se la guardiamo attraverso la lente dell’operato del gruppo di Rivolta e di Carla Lonzi che ne ha fatto il centro vivo della propria politica è possibile immaginarla anche slegata da quelle forme che la tratteggiano come evenienza storica conclusa.
Se la pensiamo così, autocoscienza non è più solo una pratica delle origini, codificata e conclusasi come fenomeno storico ma contesto simbolico politico dove hanno le radici almeno due cose preziosissime. La prima, l’emergere di un processo di identificazione e di un rispecchiamento tra donne che si riconoscono come soggetti. Quindi è il modo attraverso cui si è conquista e si pone la coscienza della donna indipendentemente da quella dell’uomo, non come individuo maschio ma come individuo protagonista e detentore della cultura e delle sue manifestazioni. La seconda, la sperimentazione e l’invenzione della pratica del partire da sé. Quindi una specifica modalità del pensiero inaugurata dal femminismo.
II.
Per questo breve testo, abbiamo deciso di entrare nello specifico dell’autocoscienza per Lonzi e per Rivolta Femminile individuandone tre punti. Abbiamo lavorato su questi perché sono gli aspetti che non hanno esaurito la loro carica sul presente non nel senso di un aggiornamento automatico dell’autocoscienza per la contemporaneità, ma in quanto elementi che ritroviamo nel nostro essere nel mondo in modalità più o meno implicite, e anche più o meno fantasmatiche. Ci piacerebbe poter approfondire ancora di più quelle state considerate resurrezioni spettrali dei gruppi di autocoscienza, ovvero, ad esempio, le esperienze di alcuni gruppi di supporto e di aiuto per le donne nell’attuale mondo del lavoro che, di chiara matrice neoliberista, sfruttano, nell’ottica di mercato, il discorso sulla particolare oppressione che ancora oggi le donne sperimentano in quei contesti specifici così come la narrazione ed elaborazione dei loro vissuti rispetto a questo. 5. A queste dinamiche faremo qua soltanto degli accenni molto limitati.
Il primo punto che ci piacerebbe discutere è la capacità che la pratica dell’autocoscienza ha avuto, storicamente, di fare spazio, di aprire due lembi che sembravano aderire l’un l’altro. Questi due lembi sono formati da ciò che una donna, ogni singola donna, è (che corrisponde a ciò che può essere compreso attraverso l’autocoscienza) e ciò che ‘pensa di essere’. Questo ‘pensare di essere’ certamente ha a che fare con la casella 6 che era supposto che occupassimo (e ovviamente questa casella si modifica storicamente, a seconda delle aspettative sociali) ma questo posto preparato per noi è soprattutto interiorizzato (appunto ci pensiamo come donne realizzate oppure ci pensiamo come madri o ci pensiamo come quelle che sostengono, che curano ecc. Ci pensiamo libere, anche. È una forma riflessiva, tutta chiusa in noi, e in ultima istanza individualizzata). E l’aspetto dell’ingiunzione esterna – cioè di qualcuno che ci impone esplicitamente di conformarci a qualcosa – non è certamente l’unica componente, e, in questa parte di mondo che è la parte di mondo di cui Lonzi unicamente parla, non sembra essere neppure quella dominante. Per Lonzi, per il momento in cui lei scrive, questo ‘pensare di essere’ prendeva la forma della donna emancipata. Rivolta femminile la spiega come la donna complementare all’uomo e soprattutto che trova nell’uomo e nella sua cultura (che è la cultura) il fondamento e il modello della sua stessa realizzazione. L’uomo accoglie e celebra la donna in questa sua realizzazione fintantoché questa si conformi a quel modello, modello che non fa che confermare l’uomo e la sua cultura e che non fa che escluderla in quanto soggetto: «L’investitura indetta dall’uomo per riscattarci – sono parole di un testo del 1972 di Rivolta femminile – è una farsa del potere maschile, una farsa tragica come e più di ogni altra colonizzazione. È qui che i gruppi femministi di autocoscienza acquistano la loro vera fisionomia di nuclei che trasformano la spiritualità dell’epoca patriarcale: essi operano per lo scatto a soggetto delle donne che l’una con l’altra si ri-conoscono come esseri umani completi, non più bisognosi di approvazione da parte dell’uomo» 7. Il riconoscimento di e a un’altra donna (l’aspetto della sessuazione del rapporto di riconoscimento è chiaramente imprescindibile) è la condizione dell’autocoscienza, la relazione è ciò attraverso cui l’autocoscienza è pensabile e agibile. Il diario inizia, a conferma di ciò, con questa scena: «Un’altra donna, clitoridea, mi ha riconosciuta come donna, clitoridea, intanto che io la riconoscevo negli stessi termini. Questo è accaduto nella primavera del 1972. Adesso so chi sono e posso essere coscientemente me stessa […] il riconoscimento, da cui nasce il soggetto, intanto che esprime un altro soggetto in grado di essere riconosciuto a sua volta, è stata l’operazione che ha portato il mio processo al traguardo dell’autocoscienza» 8.
L’autocoscienza ha quindi distinto questi due lembi prima indistinguibili e, così facendo, attraverso questa crepa ha reso possibile la scoperta della donna come soggetto. Li ha separati ma per farli combaciare a un livello più alto. Scrive infatti Lonzi: «E questo chiamo autocoscienza: fare in modo che chi parla prenda coscienza che trovare se stesso è riconoscersi nell’espressione di sé […]. Certo non è facile, spesso è disperante, ma chi ha detto che sarebbe stato facile e non disperante?» 9. Più avanti torneremo su questa difficoltà che talvolta fa disperare. Qui restiamo sull’idea che trovare se stesso significa potersi riconoscere nell’espressione di sé. Trovare se stesso significa, cioè, riuscire a formulare parole per raccontare la propria storia dalle quali non ci sentiamo estranee o estraniate. Per l’oggi, in questo si misura anche la distanza dalla costante autopromozione di se stessi, che, pur basandosi sulla narrazione del nostro vissuto, non fa che produrre parole alienate e alienanti.
«Adesso mi rendo conto – scrive Lonzi nel diario – che senza autocoscienza non si può affermare niente, neppure la propria storia» 10. È piuttosto chiaro che l’autocoscienza è parola su di sé alla prova della relazione con l’altra, come già accennavamo all’inizio, e come scrive anche Traudel nella sua introduzione. Se la pratica dell’autocoscienza è stata spesso identificata con la parola detta e ascoltata, Lonzi propone soprattutto lo scrivere come modo della comprensione autocoscienziale. La comprensione di sé generata in questo scrivere si trasforma in un orientamento che sfocia tanto nella vita quanto di nuovo nella scrittura stessa. La scrittura è quindi un tessuto di verifica del processo trasformativo dell’autocoscienza. Da questa prova con la scrittura, può irradiarsi in tutte le opere, siano esse di parola o di altro tipo, per esempio imprese. Nella nostra ricerca sosteniamo per esempio come la casa editrice Scritti di rivolta femminile possa essere letta come un esempio del processo autocoscienziale all’opera, in quanto azione volta a testimoniare il lavoro del gruppo, a dar spazio agli scritti delle donne che ne fanno parte (e non a scritti di donne in senso ampio).
Secondo punto. L’autocoscienza è, nella sua genesi, ripartire da zero avendo smaltito tutte le proposte culturali e i loro miti, è, come accennavamo prima, ‘partire da sé’. Lo dice chiaramente Lonzi nel diario: «Mi accorgo […] che io non posso svolgere la mia autocoscienza se non facendo partire da me tutti i motivi all’origine di essa, non potrei mai accettare di essere la prosecuzione di qualcosa affermato da altre» 11. Partire da sé nel significato lonziano, in quanto si tratta primariamente di un pensiero in pratica, assume diverse forme e modi di essere detto nel diario. Possiamo tuttavia riconoscere due significati fondamentali, sui quali Lonzi tende ricorsivamente a tornare. Il primo è già in qualche modo stato esplicitato, e cioè che partire da sé significa esprimersi, prendere parola, in un rapporto con il mondo che non cancelli la presenza dei corpi, l’essere corpo di chi parla e di chi ascolta. Il secondo è che partire da sé significa accettazione di sé per come si è, e questo esistere per quello che si è, è, per Lonzi, ancora un passo di natura politica. Oggi questa accettazione dovrebbe essere analizzata nelle dinamiche profondamente differenti in cui può avvenire, alcune delle quali, se individualizzate e cristallizzate a livello identitario, risultano già ampiamente catturate dai processi di mercato (in particolare massmediatico), finalizzate a un ampliamento della coorte dei consumatori.
Al contrario, per il passo di natura politica inteso da Lonzi, questa accettazione non si identifica in alcun modo con una passività, al contrario significa aver chiaro che non si può che scegliere la strada difficile per stare nel mondo, quella sulla quale Lonzi si dibatte e si ossessiona in molte pagine del diario: esistere cercando di fornire una presa all’accettazione di sé per quello che si è, affinché questo modo sia in grado di agire nel mondo, di costruire pezzi di mondo in comune. Secondo quella triade di esistenza, comprensione e produzione simbolica che menzionavamo già prima.
Un ultimo punto, il terzo, secondo noi significativo che si trova nelle pagine di Lonzi e di Rivolta è il carattere instabile dell’autocoscienza, senza che questo rappresenti un depotenziamento di questa pratica. Vi sono piani diversi sui quali è possibile misurare questa instabilità.
In primo luogo – lo abbiamo già visto – l’autocoscienza appare come una strada difficile, a tratti che fa disperare soprattutto perché, come osserva Lonzi, si ha spesso la verifica che sia una strada che non interessa quasi a nessuno, che è spesso rifiutata e talvolta ridicolizzata. E questo non solo dall’esterno. Questa strada è difficile e non scontata anche nel gruppo che ha scelto di praticarla. Perché – scrive Lonzi – non si instaura da sola. Più di una volta, ancora nel diario, sono espressi i timori che non tutte, nel gruppo, ce la faranno, inclusa soprattutto lei: «Non è per tutte, qualcuna non si sveglia» 12, e poi ancora, riferito a se stessa: «Certo devo farcela, ma è difficile non provare sconforto quando non so se potrò farcela» 13.
In secondo luogo, l’autocoscienza come pratica non mette in salvo dai conflitti all’interno del gruppo che la pratica. Anche in questo senso, dunque, non è un riparo, non è una forma di irenismo, non è stabilità: «Cos’è sbagliato in quello che facciamo? Perché l’autocoscienza non ci salva dalle rotture?» 14, si chiede Lonzi in un momento di grande conflitto con una delle compagne di Rivolta. Infine, un elemento di instabilità di pensiero, che ha anche a che fare con noi oggi, qui, che stiamo parlando dell’autocoscienza: l’autocoscienza come pratica senz’altro produce una mediazione del nostro vissuto, non è qualcosa che deve essere compresa come una forma di immediatezza e di adesione all’esperienza. Tuttavia, appena ci pare di trovare, attraverso l’autocoscienza, un punto fermo teorico, questo dovrebbe anche creare in noi il sospetto che sia una forma di camuffamento, che rende inautentico il processo.
III.
Lonzi non abbandona mai la pratica dell’autocoscienza, la comprende come essenziale per il femminismo, arriva a trasformarla integrandola nella pratica dello scrivere e in quella del far nascere e vivere la casa editrice.
Autocoscienza oggi, allora, alla luce di quanto ci lascia in eredità Lonzi, non significa certamente narrazione intimistica e monologante sul proprio vissuto, tanto più quando questa narrazione diventa merce, come accade in diversi contesti. Nell’autorizzarsi a immaginarla e praticarla ancora, autocoscienza significa rimanere ancorate all’essenziale: la non sostituibilità del lavoro fatto in prima persona, la relazione con le altre che su quel lavoro vigilano, la presenza dei nostri corpi. Ancorate all’essenziale e vigili sul processo che può custodirlo, non disfacendosi mai della difficoltà, ma anzi assumendola come amica e garante in questo percorso. Come effetto di questo essenziale, restano orientanti le parole di Carla: avere la possibilità di esprimere se stessi con parole e gesti che ci fanno riconoscere in quanto andiamo dicendo e facendo – la «piccola verità» di cui parla nel diario.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Autocoscienza ancora, 1° ottobre 2023.
- M. L. Boccia, Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014 ↩︎
- M. L. Boccia, Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, Roma 2014
- C. Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1980, p. 47.
- Esistono dei traumi piacevoli? Sottosopra n, 4, 1976, p 63. Su questo testo in relazione all’autocoscienza si veda M. Fraire (a cura di), Lessico Politico delle donne. Milano: Gulliver edizioni, 1978, p 127-128.
- M.L. Boccia, L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La Tartaruga, Milano, 1990, pp. 9-10.
- Su questo aspetto, cfr. C. Rottenberg, The rise of neoliberal feminism, Oxford University Press, Oxford, 2018, trad.it. di F. Martellino, L’ascesa del femminismo neoliberista, ombre corte, Verona, 2020, in particolare pp. 85 e ss.
- Cfr. L. Muraro, «Partire da sé e non farsi trovare», in Diotima, La sapienza di partire de sé, Liguori, Napoli, 1996.
- Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi (1972), in C. Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, Scritti di Rivolta femminile, Milano, 1974, p. 144.
- C. Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta femminile, Milano, 1978, p. 5.
- C. Lonzi, Mito della proposta culturale, in La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta femminile, Milano, 1978, p. 147.
- C. Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, cit., p. 212.
- Ivi, p. 55.
- Ivi, p. 213.
- Ivi, p. 124.
- Ivi, p. 720.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Autocoscienza ancora, 1° ottobre 2023
Autocoscienza ancora – sì, ancora! Questa pratica congeniale alle donne che da sempre hanno la consuetudine di trovarsi tra di loro per parlare di esperienze anche intime, alla fine degli anni ’60 è diventata una pratica politica e in questo senso è un’invenzione originaria del femminismo. La modalità che ne sta alla base è il riferirsi a sé e al proprio vissuto, cioè la singola trova in sé quello da cui partire, anche senza sapere in quale direzione andrà, e la presa di parola viene potenziata dalla presenza di altre.
Grazie al movimento delle donne questa modalità ha continuato a lavorare nella società, talvolta in modo carsico, per insorgere in modo sorprendente e in forme inaspettate, come ad esempio il #Metoo scoppiato nel 2017. Un evento che non ha preso il nome di autocoscienza ma ne aveva molti ingredienti: una donna comincia a raccontare una molestia che prima della presa di coscienza poteva sembrare anche una cosa banale o comunque da tacere per vergogna, e un’altra dice: è successo anche a me, un’altra ancora e un’altra ancora e così comincia a rivelarsi la politicità della cosa, cioè che si tratta di un fenomeno strutturale di ricatti sessuali e di abuso di potere. La novità è stata il canale di comunicazione, la rete. L’altra novità, di portata storica perché ha cambiato il senso comune, è stata l’efficacia dell’azione: si è rotta la complicità anche tra uomini, e il potere finora indiscusso di un produttore cinematografico e di molti altri dopo di lui è crollato. Il terzo elemento nuovo è stata la portata di questa presa di parola: il #Metoo è stato come una valanga a livello globale, attraversando continenti, lingue e culture diverse.
Ultimo caso a Milano nel mondo della pubblicità pochi mesi fa: a partire da una segnalazione di un pubblicitario e da una pagina Instagram molte donne che lavorano in questo settore hanno scritto nei social dei soprusi subiti e hanno preso coscienza che non si trattava di episodi isolati ma di un abuso di potere sistemico. Inoltre ci sono gruppi di autocoscienza nati in anni recenti, e da tempo esistono quelli costituiti da soli uomini. Abbiamo anche visto che qualche giovane attivista fa esplicito riferimento a questa pratica come una possibilità per affrontare questioni del nostro tempo come l’eco-ansia legata alla crisi climatica o come l’intensificarsi della violenza maschile contro le donne. C’è una nuova curiosità nei confronti di questa pratica e qualcuna ci chiede: raccontami quell’esperienza…
Ora, non si tratta certo di proporre un modello o una tecnica, ma piuttosto di vedere l’autocoscienza come “un’inesauribile ricerca di senso, come un motore di ricerca che non ha fatto il suo tempo”, come dice Manuela Fraire con una formula che mi piace.
In Italia è stata chiamata autocoscienza, ma la pratica si è diffusa più o meno nello stesso periodo in quasi tutti i paesi industrializzati, diventando un elemento costitutivo della politica delle donne. Verso la fine degli anni ’60, il movimento antiautoritario sembrava anche per le donne un buon contesto per la ricerca della propria libertà. Ed era anche il momento storico in cui le nostre costituzioni avevano promesso l’uguaglianza tra uomini e donne e non c’erano ostacoli formali all’accesso delle donne all’istruzione e al mercato del lavoro. Eppure in quel movimento antiautoritario per molte donne c’era qualcosa che non andava, c’era un disagio diffuso in quelle assemblee e manifestazioni, in quelle aule universitarie, nei rapporti intimi con i maschi… Io sono venuta un po’ dopo, ma anch’io sentivo quel disagio: nelle assemblee, sempre affollatissime e infinite, le donne parlavano pochissimo. O scimmiottavi il discorso dei compagni o restavi muta come me. Negli esami universitari facevi la recita del sapere neutromaschile, e se non ci stavi alle imposizioni della cosiddetta rivoluzione sessuale tutta su misura della sessualità maschile eri frigida o inibita e comunque da mandare in psicoterapia. Questo senso di frustrazione per una libertà promessa che si era rivelata fasulla ha portato molte donne a compiere gesti dirompenti come disertare le assemblee miste nelle università per trovarsi in gruppi separati e mettere in parola la propria esperienza. Un gesto con un forte impatto simbolico e pratico che ha aperto la strada per noi di pochi anni più giovani. Ispirate dai gruppi che si erano costituiti negli USA sotto il nome di consciousness raising, anche in Europa le donne cominciavano a trovarsi in piccoli gruppi con modalità diverse tra di loro che comunque avevano un punto comune, la presa di coscienza a partire dal proprio vissuto. Per molti gruppi, anche per il mio, significava partire dalla propria sessualità, dall’esperienza del corpo, e la presa di parola era accompagnata dall’esplorazione del nostro corpo, usando, oltre lo speculum, anche il libro Noi e il nostro corpo di un collettivo di donne di Boston, un testo che è stato tradotto in tante lingue. Il nostro intento era sottrarci al potere dei medici, e in generale a ogni interpretazione precostituita della differenza femminile. È stata un’esperienza inebriante, sentivo quella specie di vertigine che ti capita quando lasci il terreno conosciuto e non hai neanche le parole per dirlo. E subito mi venne in soccorso qualcosa che per me è stato ed è sempre un ingrediente irrinunciabile della politica delle donne: la fiducia. Non so da dove mi venisse, penso che sia quella fiducia originaria che hai nei confronti della madre quando ti insegna a parlare. E questo mi ha dato la forza per sottrarmi alle dinamiche del potere maschile compresa l’eterosessualità obbligatoria.
Quindi non erano le contraddizioni della società che mi avevano spinta a cercare libertà e giustizia, ma contraddizioni e sentimenti che venivano dal profondo creando una vera e propria urgenza di parole da dire e da ascoltare. Dappertutto fiorivano gruppi di autocoscienza, è stata una pratica liberatoria, in Germania dove stavo io come in Italia. E qui vorrei sottolineare che per me il femminismo italiano ha decisamente un di più per quanto riguarda l’elaborazione dell’autocoscienza: questa pratica, per sua natura orale, è stata approfondita e messa a punto in forma scritta da Carla Lonzi. È proprio da lei che vogliamo ripartire, dopo ne parleranno Marta Equi e Linda Bertelli che sono qui di fianco a me.
Certo, rispetto al femminismo delle origini ci troviamo in un mondo profondamente cambiato e pieno di nuove contraddizioni: attraverso i social network ogni angolo della vita personale viene esternalizzato, l’intimità sembra messa in vetrina, ma parlare veramente di sé crea imbarazzo. Quando si dice trasformazione di sé viene inteso come ottimizzazione di sé… Oggi la differenza femminile viene sempre di più neutralizzata in nome della parità e dell’inclusione, a partire dal linguaggio, e così rischia di perdere la sua forza creativa. Le nostre emozioni vengono scippate dal capitalismo neoliberista ancora prima di essere messe in parola; il farsi della soggettività, essenziale per l’autocoscienza, può essere bloccato dall’offerta di una vasta panoramica di identità possibili.
E ora c’è da indagare. Quali forme può assumere l’autocoscienza di fronte a queste sfide? Una cosa mi sembra certa: la scommessa originaria di questa pratica, il dire la propria esperienza risignificandola in una relazione di fiducia non si esaurisce ed è una potenzialità che ciascuna e ciascuno porta in sé. Dà un orientamento, il resto è da inventare. È vero, è una pratica rischiosa a livello personale, avventurosa direi, perché abbandoni le strade battute e le parole dette da altri ma promette un pensiero più originale e più vero.