Il Progetto Vestales è una piattaforma di archiviazione, critica e diffusione dell’arte realizzata da donne colombiane. È iniziato come un progetto collettivo femminile nel 2021; nel tempo alcune artiste o sono migrate in altri paesi o per impegni lavorativi non hanno più continuato a farne parte.

Ho maturato questa idea nel mezzo dell’isolamento e del silenzio della pandemia, mentre stavo elaborando la fine della relazione con un partner, che aveva occupato quasi tutti gli anni dei miei studi universitari in Arti plastiche. Questa rottura ha segnato anche la mia definitiva separazione da una visione maschile del mondo.

Quando ho posto fine a questo legame, tutte le strutture su cui avevo costruito l’immagine di me sono crollate e ho dovuto affrontare la ricostruzione dalla mia prospettiva, con una visione femminile. In quel momento, ho sentito come se fosse la fine della mia vita, poiché l’accademia e la cultura maschile avevano danneggiato profondamente la percezione di me stessa come artista e come donna. Mi sono immersa in una profonda oscurità, sentendomi cieca. Mi muovevo intuitivamente alla ricerca di qualche luce che mi mostrasse la strada per ricostruirmi e riconoscermi nello specchio. È stato come un fulmine divino che ha colpito la mia testa, con l’idea che per capirmi avrei avuto bisogno di vedermi riflessa in altre donne: comprendere come si sentissero e quale posto occupassero in questa vocazione artistica. Ho usato i social media per trovare donne di diverse parti della Colombia e ho iniziato a instaurare conversazioni online con loro. È stata da una di queste conversazioni che è nata l’idea di creare questo progetto. Inizialmente eravamo sei donne, ma i diversi percorsi che ognuna ha intrapreso nella vita, hanno fatto sì che rimanessimo solo in quattro a lavorare al progetto per quasi un anno.

Quando mi sono trasferita in Spagna, insieme abbiamo cercato di continuare a generare contenuti, ma il fuso orario e il fatto che altre compagne si fossero trasferite hanno portato alla sospensione del progetto. Vestales è stato inattivo per quasi otto mesi. Ero occupata a cercare una stabilità in questo nuovo paese, risolvendo questioni burocratiche, di lavoro con tutti gli ostacoli che si affrontano quando si emigra. Pensavo che il progetto fosse giunto al termine, poiché ero emotivamente esausta e non mi sentivo in grado di farlo risorgere senza aiuto. Pian piano, nella quotidianità e nell’urgenza di trovare stabilità, ho iniziato a svolgere lavori che avevano poco a che fare con la mia vocazione e che, come molti lavori in questo sistema economico, hanno assorbito il mio tempo e mi hanno isolato…

Questa situazione che mi impediva di avere spazio per riflettere su me stessa, e di connettermi con altre persone, minacciava di farmi ammalare; quindi ho deciso di aggrapparmi nuovamente a Vestales e, con l’energia che mi rimaneva in quel momento, di farlo rivivere.

Nel Progetto Vestales invito le artiste a conversare con me su di loro, sui loro processi creativi e su qualsiasi argomento correlato. Le conversazioni vengono registrate e presentate sotto forma di podcast su diverse piattaforme digitali come Spotify o YouTube. L’idea è che queste conversazioni fluiscano organicamente, creando un’atmosfera intima con ciascuna delle mie ospiti, molte delle quali non conosco di persona e per le quali questo è il nostro primo contatto. L’invito è aperto, sono le donne interessate che si avvicinano per partecipare al progetto, infatti mi interessa che sia uno spazio completamente volontario. La maggior parte di loro appartiene alla mia stessa generazione, il che facilita l’empatia, anche se l’età non è un fattore limitante. Spero anzi che in futuro partecipino donne di diverse fasce d’età.

Ogni episodio ruota attorno a tre assi principali: memoria, canzone e riferimento. Nel primo, le ospiti condividono ricordi che hanno influenzato la loro decisione di dedicarsi all’arte, discutendo la loro esperienza dentro e fuori dall’accademia, nonché le forme alternative di sentirsi libere facendo arte. Nella seconda parte, ogni ospite sceglie una canzone che rappresenta il suo immaginario e la sua opera, condividendo le sensazioni che evoca. Queste canzoni vengono aggiunte a una playlist che si arricchisce ad ogni nuova partecipante. Nella terza parte, le ospiti presentano un riferimento femminile che ha influenzato il loro lavoro, contribuendo così alla costruzione di un archivio che mette in evidenza artiste e promuove la costruzione di una genealogia femminile nell’arte.

Il Progetto Vestales si è trasformato nel legame che mi collega alle donne del mio paese, fornendomi il sostegno emotivo necessario per mantenere la mia salute durante questo viaggio turbolento di migrazione e adattamento a un’altra cultura. La voce delle altre donne è diventata un costante promemoria di ciò che dà senso alla mia vita. Con le parole di ciascuna delle mie ospiti si aprono nuove possibilità per comprendere me stessa come artista. Le donne e le loro voci sono diventate il vero luogo a cui appartengo, al di là di una patria o di una nazione.

Ho scoperto che il Progetto Vestales è un invito per altre donne ad alimentare il fuoco che ci mantiene vive e complete. Il fuoco della creatività che arde nelle viscere di ciascuna di noi, ma che è alimentato dalla relazione e dall’impegno delle altre.

Il progetto è disponibile su diverse piattaforme di podcast, come Spotify, Ivoox, Apple Podcasts e Google Podcasts, con il nome “Vestales: Conversaciones sobre arte”. Inoltre, gli episodi possono essere ascoltati sul canale YouTube del progetto, chiamato “Proyecto Vestales”. Sul profilo Instagram, @somovestales, pubblico costantemente informazioni sulle donne che invito, e incoraggio altre a far parte del progetto. È di fondamentale importanza per me che la partecipazione sia completamente volontaria e che avvenga nei ritmi che ogni artista ritiene necessari; per questo, sono sempre aperta a ricevere proposte per la creazione di nuovi episodi.

Link del progetto:

Su di me:

Sono nata e cresciuta a Bogotá, capitale della Colombia. Nella stessa città ho studiato per cinque anni Belle Arti presso l’Università Jorge Tadeo Lozano. Dal 2021 vivo a Barcellona, dove ho conseguito un master in Commissariato d’Arte Digitale presso Esdi, centro affiliato all’Università Ramon Llull. Quest’anno ho ottenuto una borsa di studio per frequentare il master in Politiche delle Donne presso DUODA, presso l’Universitat de Barcelona. In questo master, ho avuto la fortuna di seguire il corso di Politica Visiva con Laura Mercader Amigó, che mi ha aiutato ad arricchire la mia prospettiva sulla pratica artistica e a comprenderla dall’ottica della differenza sessuale.

Domenica 1 dicembre 2024, 10:30-13:00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano

Il rapporto tra le donne e il denaro è difficile, storicamente segnato da un tabù: il denaro è ciò di cui non si parla e sovente è stato lasciato nelle mani degli uomini. Luce Irigaray riflette sul denaro nel saggio “Le donne, il sacro e il denaro” mettendo in evidenza lo squilibrio insito nelle nostre società, essendo misconosciute, gratuite o sottopagate infrastrutture portanti come il lavoro delle donne e quello intellettuale. Le femministe delle origini hanno risposto creando un “mondo comune delle donne”, ovvero dando vita a una nuova socialità femminile fatta di sistemi di scambi in cui circolasse denaro e tanti altri beni di valore come tempo, relazioni, passioni condivise.
Oggi lo squilibrio è ancora più accentuato e crescono le disuguaglianze. La nostra è una società della prestazione, segnata da individualismo e godimento immediato. La misura del valore spesso passa dal successo economico e il denaro può diventare simbolo di valore personale, soprattutto per le giovani donne che subiscono una doppia pressione contrastante: dimostrare di essere all’altezza di standard storicamente maschili, e conformarsi ad aspettative sociali di cura. All’impoverimento del tempo per sé corrisponde un consumo compulsivo come risposta a una sensazione di vuoto o insoddisfazione. Per converso è sempre più in crescita il numero delle donne che lasciano lavori ottimamente retribuiti per dare un’altra direzione di senso alla loro vita.
Tornare a riflettere sul rapporto con il denaro porta a domandarci:
Quali motivazioni e desideri profondi orientano le nostre scelte?
Quanto denaro è abbastanza?
Come guardare al denaro e alle regole che impone in modo libero e creativo?

Introducono la discussione Laura Colombo, Linda Marana, Daniela Santoro.

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.
Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.
È possibile anche il collegamento su Zoom, sempre su prenotazione.

Domenica 6 ottobre 2024, ore 10.30-13.00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano

Più di cinquant’anni anni sono passati da quando Carla Lonzi ha messo in luce l’intrinseca relazionalità delle pratiche artistiche e ha criticato la figura dell’artista concepito come unico depositario della creatività. Inoltre il fare arte per lei ha lo scopo di «arricchire il vivere insieme» e a partire da questo ha dilatato l’ambito artistico fino a comprendere anche «una frase trovata», «una serata riuscita». Da allora le pratiche artistiche relazionali elaborate dal femminismo si sono diffuse ben al di là dei contesti della politica delle donne, dando vita a nuovi significati e nuove dimensioni. L’entrata prepotente di artiste e curatrici nei luoghi dell’arte e della cultura a partire dagli anni Settanta ha contribuito a nutrire nuove pratiche fondate sul dialogo e sulla relazione, in risposta ai nuovi desideri ed esigenze di ripensare non solo la dimensione artistica, ma anche il rapporto vita-lavoro e l’equilibrio tra soggettività e alterità.
Come oggi le pratiche artistiche possono arricchire il vivere insieme?
Come le pratiche femministe possono potenziare quelle artistiche, e viceversa?
Come il «fatto creativo» interessa le nostre vite?

Ne discutiamo con Giorgia Basch e Donatella Franchi

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.
Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.
È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 6 ottobre 2024 ore 10.30 presso la Libreria delle donne,
via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.

Immagine del fotografo Guido Piacentini, per gentile concessione dell’artista.

Da La Stampa – Per quanto la maggioranza dei maschi di sesso maschile si ingegni ad apparire in primo piano nelle cronache, non riuscirà più a strappare il protagonismo alle donne. Da leader, da uccise-una-al-giorno, da bottino di guerra, da campionesse sportive, da pensatrici, da scienziate, da affaccendate nella cura, da premier, da combattenti rivoluzionarie… saremo sulla scena della storia da protagoniste, nel bene e nel male. Esistono, certo, quelle che considero la vergogna del mio sesso, ci sono sempre state e stanno aumentando, da collaboratrici all’ingiustizia e alla violenza attraverso l’avidità di potere, da invidiose, da puntelli del patriarcato, da femministe di Stato, come chiamano le femministe radicali tedesche le donne che fanno il gioco del governo di turno. Ma questo lo posso dire e scrivere io e altre come me, che si affannano da decenni a mostrare l’esistenza operativa della differenza di chi, tra le donne, si assume storicamente le conquiste della rivoluzione femminista nel mondo. Non è in alcun modo accettabile, invece, il revanscismo misogino di un noto giornalista –per fare un recente esempio – che sembra felice di titolare un pezzullo Le tre macho (Venerdì di Repubblica, 5/7/24), riferendosi a Giorgia, a Marine Le Pen, a Marina Berlusconi. La soddisfazione con cui scrive che “la moderna donna italica (sic!) non persuade, ordina”, e che “fa suo l’archetipo maschile del comando assoluto” testimonia dell’imbarazzo e dell’ansia (italica?) con cui è vista l’avanzata inarrestabile delle donne, ovunque e in qualsiasi modo le muova il desiderio o la brama, o l’eccellenza. Oggi sarebbe più che mai doveroso guardare a occhi aperti e limpidi la vergogna o la differenza positiva del mio sesso. Prendiamo le elezioni francesi, sapendo che sono le donne in tutto il mondo a determinare l’esito delle competizioni elettorali. In Francia, sono state il 30% dei votanti al ballottaggio mentre prima erano “quasi assenti”. Significa, niente meno, che hanno determinato la vittoria dei progressisti. Poi, ci stiamo impegnando a ringraziare gli sforzi delle vittoriose Jasmine Paolini, di Paola Egonu, delle pallavoliste italiane, oscurate dai media alla sequela delle vittorie di Sinner, a senso unico. Intanto, suggerirei ai giornalisti di provare a notare l’impegno delle tante che hanno raggiunto il potere pubblico e sono rimaste non assoggettabili dalla seduzione maschile: Ada Colau a Barcellona, Sonia Gandhi, Elisabetta I e II, Rosy Bindi, Simone Veil, e centinaia di altre che fanno la differenza femminile nella storia. Sono l’onore del mio sesso. Ma perfino le tre definite “macho” sono differenti nella loro ambiguità anche se sono di frequente la vergogna del mio sesso, ma il giudizio di quando e di come lo sono, può essere espresso solo da chi vuole bene al mio sesso, e ne sa riconoscere anche l’eccellenza, quando c’è. 

Dalla contraddizione dell’uguaglianza al “nostro strano potere”: abbiamo invitato Terranova a trascorrere un giorno con la filosofa per raccontarla

Cominciamo dalla fine. L’ultima cosa che Adriana Cavarero fa prima di salutarmi, dopo una giornata trascorsa insieme a parlare di femminismo, filosofia e narrazione, è portarmi nel suo studio, la stanza della sua casa veronese dove si ritira per scrivere. Proprio sopra la scrivania c’è una cornice con tre foto: in una c’è Hannah Arendt che fuma, in un’altra lei da giovane, la terza non si vede bene, è scivolata dietro le altre. Insieme la tiriamo fuori e scopriamo Adriana e la filosofa Judith Butler sedute su un muretto, la mano dell’una sulla spalla dell’altra, alla fine degli anni 90 a Berkeley, dopo qualche impegno universitario che le aveva viste insieme, uno dei molti. Cavarero indossa un cardigan a righe azzurre e viola, Butler una camicia scura. Non sono molto diverse da adesso le due filosofe, l’autrice di Nonostante Platone (Castelvecchi) e quella di Questione di genere (Laterza), spartiacque del pensiero femminista pubblicati parallelamente (il primo fu tradotto quasi subito in America) che hanno avvicinato due pensatrici straordinarie e spesso su posizioni diverse, se non opposte.

Mi piacerebbe sapere qualcosa in più del vostro dialogo, che non si è mai interrotto.

«Dialogo è una parola insufficiente, preferisco parlare di sforzo per capire il linguaggio dell’altra. Judith viene dallo strutturalismo postmoderno e io ho una formazione classica, non parliamo la stessa lingua madre, ma tra me e lei non è mai mancata la volontà di capirsi e di capire».

Uno sforzo che dovrebbe innervare sempre le discussioni fra donne. Per le femministe della mia generazione, la comunità filosofica femminile che ha creato a metà degli anni 80, Diotima, è rimasta un modello.

«Diotima è nata dall’incontro con Luisa Muraro, io ero una militante dell’uguaglianza, ma la posizione emancipazionista mi risultava insoddisfacente, mi rendevo conto che mi veniva chiesto di trasformarmi in un uomo e sentivo qualcosa che strideva. L’incontro con Muraro e con i testi di Luce Irigaray mi hanno permesso di esplorare la contraddizione dell’uguaglianza, rimettendola al suo posto di elemento strategico per la conquista della parità economica e dei diritti, per rivolgermi al più complesso pensiero della differenza sessuale».

In Tu che mi guardi, tu che mi racconti (Castelvecchi), scrive: “l’Uomo è contemporaneamente l’intera specie maschile e uno dei due generi. È neutro e maschile. È tutt’e due, nessuno dei due e uno dei due”. Trovo in queste righe uno sbocco per l’asfissia che provo nella guerra al femminile in perenne atto nella nostra lingua. Una guerra che mi sembra coincidere con l’occultamento fazioso della maternità.

«La propaganda sulla maternità pesa sulle donne attraverso molte forme: una, ricorrente, è l’idealizzazione della donna in carriera che molla tutto perché sente la vocazione di dover crescere i figli. Per non parlare del ricatto della natalità, come se partorire fosse un dovere sociale. Ma questo non può giustificare la censura, dobbiamo scappare dalle trappole senza dimenticare che siamo nate e nati tutti da un corpo femminile, perché solo un corpo femminile può partorire. È quello che Virginia Woolf chiamava “lo strano potere”, e rimane un potere anche se si sceglie legittimamente di non esercitarlo».

Oggi però molte femministe sembrano vedere solo la trappola, il limite. Credo serva più divulgazione approfondita, meno da slogan, per tenere la discussione sul materno su piani meno banalizzanti.

«In settembre uscirà per Mondadori un libro che ho scritto insieme a Olivia Guaraldo, Donna si nasce: gioca ovviamente con la famosa frase di Simone de Beauvoir secondo cui donne si diventa. Affrontiamo antiche e nuove questioni, è diretto a tutte e tutti, in particolare ai più giovani».

Non vedo l’ora. Nel frattempo, torno a Tu che mi guardi, tu che mi racconti: un libro chiave, non a caso Elena Ferrante ha scritto che per lei è stato uno spartiacque quando ha scelto il punto di vista dell’amica per raccontare la vita di un’altra.

«Hannah Arendt, che insieme a Platone e María Zambrano è la filosofa di cui più mi sono occupata, ha sostenuto che la Storia, quella con la maiuscola, non è che l’intreccio di molte storie. Io non sono una narratrice, ma la letteratura è una mia passione, mi è venuto naturale interessarmene, come è accaduto per la musica. Indagando la distinzione fra biografia e autobiografia, mi sono accorta della potenza che si sprigiona quando è l’altro a raccontare la tua storia, quando addirittura si arriva a chiedere: dimmi chi sono. Succede con la madre, che conosce di te un segmento che tu stesso non puoi ricordare, o con gli amanti, tra cui si stabilisce un rapporto di narrazione biografica reciproca».

Edipo e Ulisse sono i personaggi che lei porta come esempio perché ignari di una parte della propria storia e desiderosi di sentirla raccontare. È un caso che siano uomini?

«Le donne sono di solito grandi narratrici. Vede, noi due ci siamo viste poche ore fa e già a pranzo ci siamo raccontate dei momenti intimi della nostra storia personale. Gli uomini non hanno questa consuetudine, si scambiano interessi, opinioni, non narrazioni. Ovviamente parlo sempre di un maschile e femminile stereotipico, non di singole esperienze».

Anche se abbiamo parlato di femminismo e di letteratura, forse il libro che tutti dovrebbero leggere in questi tempi è quello in cui lei teorizza e dimostra l’oscenità della violenza, Orrorismo (Castelvecchi).

«Purtroppo, sì».

E non sappiamo più dove guardare, mentre le parole, cui entrambe abbiamo affidato la nostra vita, d’improvviso spariscono.

Alcune studentesse e studenti dell’Università di Verona come di altre università hanno chiesto ai docenti di dedicare le lezioni del 5 maggio 1999 alla riflessione sulla guerra nei Balcani; quello che segue è il testo del mio contributo.

Care studentesse, cari studenti, non ho cose risolutive da dirvi su quello che ci sta capitando. Che è una guerra, né più né meno. La stiamo facendo contro un paese che si chiama, ufficialmente, Repubblica federale di Jugoslavia, capitale Belgrado. Non è una guerra che loro fanno a noi, potrebbero anche provarci, ma tutti lo escludono, infatti l’Occidente ha inventato guerre unilaterali, che sono molto comode dal suo punto di vista, perché l’altro non è in condizione di rispondere. E noi facciamo parte dell’Occidente, sia pure un po’in bordo. Siamo dalla parte giusta, direbbe l’anziano filosofo torinese Norberto Bobbio.

Quello che ho da dire, ho deciso di dirlo in una lezione pubblica (ringrazio gli studenti che mi hanno dato questa idea) e ho chiesto al quotidiano il manifesto di pubblicarla. C’è bisogno di parole. I giornali, televisione compresa, sono pieni di discussioni sulla guerra, per fortuna, e io li leggo volentieri, ma le parole che mancano sono di un altro tipo. I giornali ragionano sulla guerra come se fosse una cosa sensata, più o meno giusta (o, secondo altri, più o meno sbagliata). Mancano le parole per quelli che sono rimasti di sasso, come me e come molti di voi. I soldi che prendo ogni mese li prendo da voi o da chi vi mantiene, li prendo dalle mie ex compagne di scuola elementare che, a undici anni, mentre io andavo alle medie, sono andate a fare marmellate da Boschetti, li prendo dagli operai che hanno costruito questo edificio dentro il quale voi studiate e io insegno. In cambio di che cosa? Di parole. Non parole che ci sono già. Le altre, per non restare sassi.

Nella mia vita è la seconda volta che l’Italia entra in guerra. La prima volta ero vecchia di due giorni, la guerra durò quasi cinque anni e i miei ricordi d’infanzia somigliano a quelli di un reduce. Credevo che la vita fosse fatta di bombardamenti, fosse anticarro, caccia che scendono in picchiata a mitragliare, dormire in cantina e sognare grandi mangiate di latte e pane.

Poi venne la pace e mi sono adattata. Poi, verso i dieci anni, mi portarono sull’Altipiano d’Asiago, dove ho fatto la conoscenza della Prima guerra mondiale. A distanza di quanti anni, trenta, l’Altipiano era ancora coperto di cicatrici e di reliquie. Diventarono i nostri giocattoli. Non ho ricordi orribili, perché sono stata protetta dall’infanzia e da mia madre. Però conosco la guerra: l’ho vissuta, l’ho guardata, l’ho toccata, me l’hanno raccontata.

Conosco un po’ anche la storia dell’Italia e sono arrivata alla conclusione che noi non possiamo più andare in giro a fare guerre. Invece sui giornali è scritto che sì, ne stiamo facendo una, lo dicono con parole contorte, che però equivalgono. Ma non riesco a convincermi. Agli inizi, ogni mattina leggevo i giornali sperando d’aver capito male. Adesso, sperando di leggervi la parola fine. Quando, nel 1992, cominciarono ad arrivare notizie terribili dalla Bosnia, io, aiutandomi con la mia ignoranza della geografia, cominciai a spingere la Bosnia distante dall’Italia, verso oriente, credo d’averla mandata in Asia, quasi in Mongolia. Questa volta il gioco non mi riesce, la geografia dei Balcani l’ho imparata, ma non mi abituerò all’idea.

Mai avrei creduto, e fino a due mesi fa in Italia nessuno, ne sono certa, ha pensato che la Nato ci avrebbe portato a fare la guerra nei Balcani. Proprio lì da dove è partita la Prima guerra mondiale, che si è tirata dietro sciagure immani, il nazismo, lo sterminio degli ebrei e degli zingari, la Seconda guerra mondiale. Chissà se negli Usa conoscono la storia dei Balcani… I professori d’università sì, gli altri mi chiedo, perché negli Usa fuori dalle università la cultura libresca circola molto poco, meno che da noi.

La peggiore ipotesi che potevo fare sull’Italia era l’introduzione della pena di morte. L’ho sempre escluso, sia chiaro, e continuo, però mi è capitato una volta di pensare: se dovesse succedere, emigrerò, non potrei vivere in un paese che ha la pena di morte. Adesso di colpo mi trovo a vivere in un paese che fa la guerra, è incredibile. Stiamo uccidendo i nostri vicini che non ci hanno fatto niente, stiamo distruggendo le loro case, le loro fabbriche, gli stiamo portando via il sonno, il lavoro, il combustibile, la salute, la vita. Le ragioni che ci hanno dato di questa guerra non stanno in piedi. Non si può aiutare degli innocenti ammazzando altri innocenti, così non si fa che moltiplicare il male. Forse ci aumenteranno le tasse per finanziare la guerra. Ho letto su un giornale: ci rifaremo con la ricostruzione. Ma non ci rifaremo della nostra disumanità.

Molti, per non disperarsi, si aggrappano all’intervento umanitario: dovevamo pure fare qualcosa per gli abitanti del Kosovo. Certo che dovevamo, per esempio non dovevamo fare i furbi quando la ex Jugoslavia è entrata in crisi; per esempio dovevamo proporre, come Europa, un piano di aiuti economici razionali e disinteressati; per esempio, non dovevamo dare soldi e pubblicità a giovanotti in cerca di avventure, e dare invece tutto il sostegno possibile agli oppositori politici più responsabili…

La notte, quando mi sveglio, preparo un discorso per spiegare agli alleati della Nato che l’Italia non può starci. Ma ci siamo già… Lo so, ma di notte posso ancora credere che no, senza contare che il discorso potrebbe tornar buono, chissà, per il nostro prossimo otto settembre.

Eccolo, anzi eccoli, perché ne ho preparati più d’uno: «Cari alleati, noi non ce la sentiamo di intervenire contro la Serbia perché noi che siamo suoi vicini, anzi un po’ congiunti, sappiamo che la penisola balcanica è un mosaico unico al mondo di popoli e di culture, che ogni tanto esplode e quando esplode bisogna assisterli con pazienza e sapienza perché le tessere si rimettano insieme. Bisogna ascoltare tutti e non mettersi con nessuno contro nessuno, e non pensare di avere noi la soluzione del conflitto perché soltanto loro sono in grado di ritrovare il delicato disegno della loro convivenza, lo hanno già fatto in passato, si sono insaccati in quella penisola da secoli e secoli e in tanti secoli di non facile convivenza hanno imparato il suo segreto anche se ogni tanto se lo dimenticano. È come eseguire una musica difficile. Se proprio vogliamo contribuire, diamo soldi, non è la soluzione, ma è sempre meglio delle bombe».

Secondo discorso: «A parte il fatto che la nostra Costituzione ci vieta espressamente di fare guerre che non siano di difesa, a parte il fatto che con voi abbiamo firmato un’alleanza a scopi difensivi soltanto e non risulta che la Jugoslavia abbia aggredito nessuno di noi, tenete conto che la nostra capitale, Roma, è anche la capitale del mondo cattolico e il Papa non è d’accordo con le guerre in genere e soprattutto con questa. È vero che non siamo tutti veramente cattolici e molte prendono la pillola anticoncezionale, molti usano il preservativo, divorziano, bestemmiano, sono gay ecc., tutte cose che al Papa non piacciono. Ma la guerra è un’altra faccenda e al Papa diamo ragione, ce l’ha! Voi, inoltre, vi state dimenticando che l’anno prossimo abbiamo il giubileo. Non dite che l’anno prossimo sarà finita, perché delle guerre si sa quando cominciano ma non quando finiscono. E poi, finisse pure tra una settimana, che sarebbe già troppo in là, noi dobbiamo prepararci fin d’ora, anzi siamo in ritardo. Come possiamo pensare alla guerra dovendo prepararci spiritualmente? E fare fronte all’invasione dei pellegrini? Rischiamo un caos spaventoso, nei lavori pubblici come nelle nostre anime».

Avrei concepito un altro discorso ancora, è il più forte, ma ho idea che a D’Alema non piacerebbe pronunciarlo. Ve lo dico: «Cari alleati, lasciateci fuori dalle guerre, non siamo adatti perché le nostre mamme ci hanno educati a dare bacini all’avversario. Appena si cominciava una baruffa, subito intervenivano le mamme a dividerci e poi “bacino, bacino”. Lo chiamano mammismo, ma è una civiltà anche questa. Giudicatela come vi pare ma siete avvisati che noi, dopo un po’, vogliamo dare bacini all’avversario».

Tu hai voglia di scherzare, mi dite. Sì, moltissima, respingo la retorica dell’“atroce guerra” che risuona in bocca di quelli che la guerra l’hanno decisa. Ma forse non è retorica, forse i nostri governanti non hanno deciso niente. Infatti, ripetono che era una scelta obbligata. A rigore, dunque, una non scelta. Se fosse così, dobbiamo tirare le conseguenze: altri hanno deciso per noi, ci hanno obbligati, forse siamo dalla parte della punta della spada (la parte sbagliata, direbbe Bobbio) e non dalla parte dell’impugnatura. Io questo non lo so, non sono in condizione di saperlo, né voi, del resto. Mi viene in mente un verso dei Sepolcri di Foscolo a proposito del potere politico: «…di che lagrime grondi e di che sangue».

O: di che sperma. Non è una parolaccia. Me l’ha suggerita quel film che s’intitola Sesso e potere dove si racconta di un presidente degli Usa il cui staff s’inventa una guerra (Sapete dove? In Albania, cioè un posto sconosciuto agli americani) per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da uno scandalo sessuale del presidente. Storia inventata prima che venisse fuori quella di Clinton con l’ormai famosa staggera Monica Lewinski. Nel cinema gli americani sono geniali. Va detto, però, che tra la pellicola e la realtà c’è una differenza tutt’altro che secondaria. Nella realtà, tutti i tentativi per coprire lo scandalo sono falliti e il presidente Clinton è stato messo alla gogna, in una maniera indecente, alla lettera, con tutti quei particolari, e per noi in Europa inaccettabile, ma non altrettanto negli Usa, la cui classe al potere ha una cultura, nel suo fondo, dura e bigotta. Basta leggere il bellissimo romanzo La lettera scarlatta di Hawthorne (1850). Solo che una volta la condanna del sesso libero ricadeva sulla donna mentre ora, in seguito al femminismo, può ricadere anche sull’uomo. Falliti i tentativi di coprire lo scandalo, il presidente Clinton ha salvato il potere riconoscendosi colpevole. E ora si sta rifacendo dell’umiliazione patita facendo una guerra giusta (che è peggio di una guerra finta, perché l’inganno non è esteriore ma interiore).

Per rendervi conto di quello che dico, guardate le foto del presidente Clinton in mezzo agli altri capi politici della Nato che festeggia i cinquant’anni a Washington, il 24 aprile scorso. Alto, pimpante, con il braccio destro alzato, sorridente. Si vede che si sta rifacendo della sua virilità messa alla gogna. Gli altri, tolto Solana, troppo onorato di essere in quella compagnia, hanno tutti l’aria di esibire una contentezza che non sentono.

Fra le distruzioni di questa guerra, quando dovremo fare i conti, prevedo che si dovrà mettere anche l’eredità del Sessantotto. La decisione di bombardare la Jugoslavia, infatti, è stata presa o sostenuta da uomini in gran parte di sinistra e provenienti dalle rivolte studentesche del famoso Sessantotto, da Clinton a D’Alema, passando per il segretario generale della Nato, Solana, e il ministro degli esteri tedesco, Fischer. La cosa che più mi urta, in questa faccenda, è che anche da noi gli intellettuali si siano messi a fingere, sui giornali e in televisione, una discussione sul bene e sul male, sulla guerra giusta e la guerra ingiusta, traendo in inganno le persone oneste e semplici, le quali persone possono credere che veramente l’intenzione di questa guerra fosse umanitaria e, soprattutto, che si possa giustificare una guerra con simili intenzioni.

In una celebre lettera del 1932, Perché la guerra?, quando ancora la Prima guerra mondiale era l’unica e non la prima di un elenco, lo scienziato Albert Einstein chiese a Freud se fosse possibile «dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino più capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione». Aggiunse subito che non stava tanto pensando alle «masse incolte». «La mia esperienza dimostra anzi che è proprio la cosiddetta “intellighenzia” a cedere per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata» (Freud, Opere 1930-1938, pag. 291).

Il contatto diretto con la realtà che dice Einstein, ce lo dà il nostro essere corpo. La realtà è corpo, sono corpi, non interamente certo, ci sono anche i minerali, stavo dicendo il sole, le stelle, la luna, ma sono corpi celesti e anche la società è corpo. E i corpi, quando si avvicina la guerra, tremano e sono in pena. Sanno che la guerra è fatta per distruggere, in un crescendo che non si saprà come fermare, tutto quello che piace ai corpi, come la casa, la tavola apparecchiata, il caffè, i vestiti, le fidanzate, i fidanzati, la luce, il tepore, l’amore. Perciò, io credo, il 24 marzo siamo rimasti di sasso, per passare nella realtà minerale, non essere più corpi, diventare tondi e insensibili. Le idee del bene e del male, mi dispiace per Platone, troppo spesso hanno ucciso e distrutto. Io vi consiglio di ascoltare piuttosto il vostro sentimento di corpi vivi, bisognosi, dipendenti, e ragionare di conseguenza.

Articolo uscito su “il manifesto”, 4 maggio 1999, e poi ripreso nel Quaderno di Via Dogana «Guerre che ho visto», di varie autrici, disponibile in Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, info@libreriadelledonne.it

Chissà se era una provocazione quella dello scrittore Walter Siti quando ha dichiarato a Rivista Studio, in questi giorni, in riferimento al Premio Strega, che «[…] vincerà una donna, e sarà così per ancora due o tre anni, e poi finito un ciclo si tornerà a un regime normale». Certo è che ha sentito la necessità di aggiustare il tiro dopo che si è alzato il vento della polemica. «Viviamo in una società che accetta ancora la disparità di genere e mi è evidente la necessità di riportare l’attenzione sui libri scritti da scrittrici» ha aggiunto. «Il mio augurio è che nella società del futuro si possa tornare a concentrarci sull’opera letteraria indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale o dall’etnia di chi l’ha scritta». L’idea che lo spazio (conquistato) delle donne sia una tendenza, una moda del momento, mi appare un’affermazione pericolosa che però riesce a farmi sorridere: una forma di esorcismo maschile verso la rivoluzione femminista, oramai inesorabile persino ai loro occhi, al punto che c’è bisogno di minimizzare, o fare dell’ironia. La seconda idea invece, che per superare la disparità di genere sia necessario il ritorno al neutro, mi fa sorridere e basta. Poi a smorzare il sorriso subentra una rabbia pacata. Una rabbia che immagino condivisa dalle donne che come me sanno bene che nel mondo contemporaneo e anche in quello del futuro l’opera letteraria delle donne, come ogni altra opera intellettuale o pratica, non è neutra affatto, come non è neutro il trattamento che ai lavori delle donne è stato riservato ed è ancora riservato in molti campi della cultura. E se gli effetti dell’atteggiamento discriminatorio nei confronti dell’opera creativa delle donne sono stati ampiamente denunciati, smontati, superati grazie all’impegno e all’ingegno del lavoro condiviso di donne di tutte le generazioni, e della cooperazione anche con gli uomini, rimane in buona parte ignorato nel dibattito odierno il peso del neutro (o per meglio dire del neutro-maschile) e dell’universale nelle generazione di opere creative, lo schiacciamento esercitato da questo costrutto moderno, figlio prediletto dell’Illuminismo, sulla soggettività femminile. Solo la creazione di un nuovo ordine simbolico, a partire da sé, ha permesso alle donne di pensare al di fuori dall’ordine patriarcale prestabilito, e di dare vita così a un linguaggio proprio, nuovo, vivo, vissuto, ardente, politico, sessuato. Prendendo in prestito un’espressione di Adriana Cavarero, «eliminando la parola donne si elimina il soggetto che ha davvero compiuto la rivoluzione»1. Anche parlare della vittoria delle donne come di un trend passeggero cancella la storia del femminismo, oltre che rinforzare la posizione neoliberista che il femminismo possa diventare l’ennesimo brand, operazione che sta sfociando in ideologia da più parti, consegnandoci sui media di ogni genere una versione semplificata, altamente digeribile oltre che politicizzata (per non dire strumentalizzata) del “femminismo” contemporaneo. Ma il punto non è solo la storia e la portata del femminismo, a cui dobbiamo riconoscere ed essere grate per il cambiamento sociale a cui assistiamo: è l’esistenza di una società femminile, a cui tutte le donne e tutti gli uomini partecipano attivamente. Nelle parole di Luisa Muraro, «prima della scelta femminista, c’è la risposta del fare società femminile, che resta sempre cosa buona, con o senza femminismo»2. Se a vincere lo Strega è una donna anche quest’anno (Donatella Di Pietrantonio con L’età fragile) lo dobbiamo anche, e soprattutto, all’esistenza di questa società, ed è questa la più grande rivoluzione. Se teniamo presente infatti che «la nostra civiltà si è sviluppata facendo mediazioni al neutro-maschile, come se le donne non esistessero per se stesse», come afferma sempre Muraro, è evidente che il futuro non sarà affatto riaffacciarci sul panorama uggioso del neutro, ma continuare a salpare verso rotte nuove e inesplorate, alla ricerca di parole che provengono da dentro di noi, che sono corpo e che in quanto corpo tracciano un cammino, lo segnano, lo animano. Sono parole che noi donne andiamo in giro scovando e che germogliano dall’interno quando incontriamo l’Altra e l’Altro, nella scintilla del dialogo, dello scontro, dello scambio, del corpo a corpo. Fare società femminile, e poi femminista, è anche questo, generare nella mediazione, saper confliggere, e imparare da questo processo. Inanellando parola dopo parola, corpo dopo corpo, ne sta giovando oggi anche il panorama letterario, che non sempre coincide però con quello intellettuale, e su questo dovremmo ancora lavorare facendo uno sforzo in più nel creare confronti e spazi di conversazione. Vedo nella possibilità di un confronto con autori come Siti, tuttavia, nella sopita città di Milano, un’opportunità di moltiplicazione del senso libero del partire da sé nell’incontro con l’alterità della soggettività altrui. Perché il contrasto, non inteso come ostacolo ma come componimento, è un qualcosa da tenere vivo, tantopiù in un mondo in cui espressioni come “disparità di genere”, grazie alla libertà femminile, si sono svuotate di senso. La logica della spartizione dei poteri edificata dalla cultura maschile deve essere finalmente superata con prospettive nuove, tra cui la possibilità proprio di rapporti diversificati e forti, «rapporti dove le diversità entrino in gioco come una ricchezza e non più una minaccia»3[3]. A questo proposito, come ha scritto la Libreria delle donne di Milano già negli anni Ottanta, la “disparità”, se vista dalla prospettiva relazionale tra donne, diventa un’attribuzione di valore e una vera e propria pratica femminista. Tolto il bisogno di sentirsi alla pari non solo con l’uomo ma con le altre donne, entra in gioco quel “di più” che ognuna di noi ha con sé, ed ecco che il nostro essere diverse ci appare come una risorsa e una leva nei nostri rapporti a fare di più, meglio e insieme. Ed è così che una parola logora assume un nuovo, scintillante significato.


  1. A. Cavarero, Mai dire donna, intervista di P. Tavella, in Il Foglio, 16 agosto 2023, https://www.ilfoglio.it/societa/2023/08/16/news/mai-dire-donna-la-filosofa-femminista-adriana-cavarero-contro-la-neolingua-che-parla-di-persone-con-utero–5590326/ ↩︎
  2. L. Muraro, Imparare a parlare bene delle donne, in Via Dogana 3, maggio 2018, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/imparare-a-parlare-bene-delle-donne/ ↩︎
  3. Sottosopra. Più donne che uomini, Libreria delle donne, gennaio 1983. ↩︎

Da il manifesto – Troppo facile vantarsi a urne chiuse e risultati festeggiati, ma ho sempre dubitato dell’attesa grande vittoria della signora Le Pen. Arrivata prima alle elezioni europee, certo. Ma altrettanto certamente non gradita alla maggioranza degli elettori, quel circa 69 per cento che non l’aveva votata. E tanti altri tra i non votanti, che poi sono in parte corsi alle urne proprio per manifestare questa scelta: non possiamo consegnare il paese alla destra estrema.

Inoltre, detesto Macron e il suo modo di fare politica, ma quando ha deciso di andare subito al voto non nego di aver apprezzato il suo coraggio tattico, e forse più che tattico. Un primo risultato paradossale è stato spingere la sinistra a unirsi e a diventare motore della reazione al rischio di destra.

Qui in Italia, alla vigilia del secondo turno, c’è stato un proliferare di voci preoccupate sul rischio che si rimanesse abbagliati da questa sinistra francese, larga, plurale, e sbilanciata verso il partito dell’esecrabile Mélenchon. Il quale però, tra uno slogan a effetto e l’altro, ha detto subito che bisognava fare le desistenze a favore degli odiati macroniani contro i candidati del Rassemblement National.

Un estremismo stranamente realistico? Mi è già capitato di ricordare che anche il Marx del “manifesto” scriveva che i comunisti, laddove siano in gioco alleanze determinanti per gli interessi di classe, scelgono “i democratici”.

I problemi oggi sono diversi da quelli aperti nel 1848. Ma non proprio del tutto. L’aspetto farsesco della situazione mi sembra questo: Tony Blair si è precipitato a dare una serie di “consigli”, con uno scarso senso dell’opportunità, al neo primo ministro laburista Starmer, che forse si è sbilanciato in affermazioni troppo di sinistra, come chiedere un cessate il fuoco a Gaza e il riconoscimento di uno Stato ai palestinesi, il rifiuto di proseguire la politica di deportazione di immigrati in Africa. Blair insiste invece sulla priorità di reprimere l’immigrazione irregolare per non rischiare il successo del populismo di Farage.

Riecco la ricetta oltre che assurda mi sembra già usurata: la sinistra può vincere contro la destra attuando direttamente, e più rigorosamente, le sue stesse politiche!

La sinistra invece dovrebbe sottrarre alla destra il voto che una parte sempre troppo ampia dei cittadini le assegna dando risposte diverse al disagio che soprattutto strati popolari e di ceto medio impoverito esprimono con quel voto.

Qui ci vorrebbe un pensiero a sinistra molto radicale, per riconiugare da capo parole appesantite da qualche secolo di fraintendimenti più o meno tragici: capitalismo e mercato.

Il capitalismo, per dir così abbandonato a se stesso, cioè all’egoismo materiale e alla competizione accesa fino alla guerra, non funziona. Distrugge il pianeta e per quanta ricchezza monetaria e materiale produca, solo in troppo piccola parte viene redistribuita, e comunque costringe a un modo di vivere che alla fine produce infelicità e malattie.

Ma bisognerebbe prendere finalmente atto che il rimedio non può essere quello di immaginare un potere supposto saggio che rimette il mondo a posto facendo decidere tutto allo Stato, limitando se non eliminando il mercato.

Andrebbe ripresa una intuizione troppo dimenticata del femminismo della differenza quando ha detto che al mercato, per sovvertirlo, bisogna portare tutto: non solo lavoro, merci e denaro, ma sentimenti, affetti, relazioni, capacità di gestire non mortalmente i conflitti, e i desideri più profondi.

Non solo regole, necessarie, per mitigare il suo carattere selvaggio (oggi invocate anche da chi il capitalismo lo difende). Ma una vera rivoluzione simbolica.

Per ragioni di storia personale sono molto coinvolta nel conflitto israelo-palestinese, che ho sempre seguito negli anni – anzi nei decenni! – talvolta dimenticandone un po’ perché col tempo s’instaura una sorta di “normalità” che copre stati d’animo più profondi.

Ma di fronte al tragico attacco e la carneficina ad opera di Hamas del 7 ottobre e i successivi spaventosi bombardamenti di Gaza da parte dell’esercito israeliano con l’uccisione sistematica di donne e bambini, sono stata colta da un sentimento di disperazione, d’impotenza, sentendomi in qualche modo responsabile in quanto ebrea. Uscivano appelli che non mi sentivo di firmare: troppo neutri, troppo anonimi. Le istituzioni ebraiche difendevano penosamente e in modo univoco l’operato del governo israeliano e ciò mi offendeva, già altre volte in Italia e nel mondo era stato detto “non in nostro nome”.

Nell’approssimarsi del giorno della memoria con alcune amiche ebree abbiamo sentito il bisogno di vederci in presenza per parlare, per condividere pensieri e alleggerire l’angoscia insostenibile delle associazioni mentali tra quello che stava succedendo e quel giorno della memoria. Eravamo in 8 circa, non tutte ci conoscevamo bene e pure si è creato un momento quasi magico di parole e ascolto non esente da conflitti. Volevamo parlare senza pudori, senza reticenze, dire anche cose che qualcuna poteva non condividere, cercavamo di tirar fuori la nostra verità. Ne è scaturita una pratica di autocoscienza emozionante, una partecipazione intensa. “Prendiamo appunti” abbiamo detto. Così è nato l’appello Mai indifferenti con l’urgenza di diffonderlo.  Eravamo troppo poche perché la proposta ai giornali potesse avere una certa efficacia e così ciascuna di noi ha diffuso l’appello ai propri contatti, alle proprie relazioni par raccogliere delle firme. In pochissimi giorni abbiamo ricevuto 54 adesioni di donne e uomini oltre a un gran numero di messaggi dalle persone più diverse: rapper, religiosi, intellettuali, associazioni ecumeniche, persone che ci ringraziavano per le nostre parole. I giornali più importanti lo hanno pubblicato immediatamente: Il Corriere della sera cartaceo e online, Il Fatto quotidiano, l’Avvenire, Il sole 24 ore e molte testate online che non sto a dire. In breve tempo hanno aderito oltre 500 persone, ebrei e non.

Non ci aspettavamo una risposta e una partecipazione così sentita, né l’emozione che alcune lettere hanno espresso nel ringraziarci. È stato il frutto della politica delle donne, una pratica dell’autocoscienza che è scaturita tra noi naturalmente come unica via per poter entrare nel vivo dei problemi politici che stiamo vivendo.

Di fronte a questa calorosa risposta abbiamo sentito la responsabilità di organizzare un incontro pubblico e di raccontare le ragioni che ci avevano spinto a fare l’appello. L’incontro ha avuto luogo alla Casa della cultura Il 14 aprile scorso col titolo Parole e oltre. Jardena Tedeschi Eva Schwarzwald e la sottoscritta hanno aperto il dibattito esplicitando che tutto era nato dal desiderio di un gruppo di donne e ricevendone il riconoscimento. Sono poi autorevolmente intervenuti uomini e donne.

Il rapporto mette in discussione l’etica di coloro che avviano i giovani a percorsi che cambiano la loro vita basandosi solo su intuizioni professionali.

Da The Guardian – “Primo, non nuocere” è il principio sacrosanto che dovrebbe essere alla base della medicina moderna. Ma la storia è piena di esempi di medici che l’hanno violato. La scorsa settimana, la pubblicazione del rapporto finale di Hilary Cass sull’assistenza sanitaria ai bambini con dubbi sul genere ha messo a nudo la portata devastante dei fallimenti del Servizio Sanitario Nazionale nei confronti di un gruppo vulnerabile di bambini e giovani, sostenuti da attivisti adulti che hanno intimidito chiunque osasse mettere in discussione un modello di trattamento così chiaramente basato sull’ideologia piuttosto che sull’evidenza.

Cass è una pediatra di fama e la sua accurata revisione è durata quattro anni. L’autrice spiega come la clinica specialistica del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) per bambini, ora chiusa, abbia abbandonato la medicina basata sull’evidenza per affidarsi a speranze e preghiere. Un numero significativo di bambini con dubbi sulla propria identità di genere – è impossibile sapere con esattezza quanti siano perché la clinica non teneva registri, il che è uno scandalo – è stato sottoposto a un percorso medico non comprovato con farmaci che bloccano la pubertà e/o ormoni del sesso opposto, nonostante i rischi di danni legati allo sviluppo cerebrale, alla fertilità, alla densità ossea, alla salute mentale e al funzionamento sessuale da adulti.

Cosa ha portato a questo? Il percorso medico si basa sulla convinzione che molti, o la maggior parte dei bambini che si interrogano sulla propria identità di genere, avranno un’identità trans in età adulta e che è possibile distinguerli da quelli per i quali si tratta di una fase temporanea. Ma gli studi suggeriscono che la disforia di genere si risolve naturalmente in molti bambini. È spesso associata alla neurodiversità, a problemi di salute mentale, a traumi infantili, al disagio per la pubertà, in particolare nelle ragazze, e a bambini che stanno elaborando la loro nascente attrazione verso lo stesso sesso; un gran numero di bambini che si sono rivolti al Servizio di Sviluppo dell’Identità di Genere (Gids) erano gay. Inserire questi bambini in un percorso medico non comporta solo rischi per la salute, ma può anche patologizzare un disagio temporaneo in qualcosa di più permanente. Cass è anche chiara sul fatto che la transizione sociale di un bambino – trattandolo come se fosse del sesso opposto – sia un intervento psicologico con conseguenze potenzialmente durature e con una base insufficiente di prove, che la transizione in clandestinità può essere dannosa e afferma che per i bambini in età pre-puberale questa decisione dovrebbe essere informata dal contributo di medici con una formazione adeguata.

Al centro del rapporto c’è un dilemma. La Cass ha rilevato che una diagnosi infantile di disforia di genere non è predittiva di un’identità trans duratura e i medici che hanno partecipato alla revisione hanno dichiarato e di non essere in grado di determinare in quali bambini la disforia di genere sarebbe durata fino all’età adulta. Se questo è davvero impossibile, è etico avviare una persona giovane a un percorso medico che cambierà la sua vita? Se non esistono criteri diagnostici oggettivi, su quale base un medico può prendere questa decisione se non su un’intuizione professionale?

Il rapporto raccomanda una revisione totale dell’approccio alla cura dei bambini e dei giovani con dubbi sul genere da parte del Servizio Sanitario Nazionale: servirebbero servizi olistici e multidisciplinari basati sulla salute mentale che valutino le cause alla radice di tali dubbi e adottino un approccio terapeutico. I bloccanti della pubertà dovrebbero essere prescritti solo nell’ambito di una sperimentazione del Servizio Sanitario Nazionale e la dottoressa raccomanda “estrema cautela” circa gli ormoni del sesso opposto per i ragazzi tra i 16 e i 18 anni; ci si potrebbe aspettare che ciò dipenda dalla possibilità di sviluppare criteri diagnostici per la disforia di genere che dureranno fino all’età adulta.

Come Cass prospetta nel suo studio, i bambini che pongono dubbi sul proprio genere meritano di essere trattati con lo stesso livello di cura di tutti gli altri, non come piccoli progetti per attivisti adulti che cercano di convalidare le proprie identità e i propri sistemi di credenze. Ma per il Servizio Sanitario Nazionale sarà una sfida immensa, e non solo a causa del tremendo sottofinanziamento dei servizi di salute mentale infantile. Ci saranno resistenze tra i medici legati a credenze quasi religiose; è sorprendente che sei cliniche per adulti su sette si siano rifiutate di collaborare alla revisione di uno studio per far luce sui bambini sottoposti a cure mediche dal Servizio Sanitario Nazionale. Un ricercatore senior dell’NHS di un ente non nominato ha detto che l’opposizione a partecipare alla revisione non è venuta dal consiglio di amministrazione, ma da alcuni medici del loro ente, e questo non si è mai visto in altre parti dell’NHS.

Cass ha anche commentato l’estrema tossicità del dibattito. Ovvero il fatto che, a suo dire, i medici professionisti avessero paura di essere definiti transfobici o accusati di praticare terapie di conversione se avessero adottato un approccio più cauto, in un clima in cui attivisti e associazioni come Stonewall erano pronti a lanciare accuse di bigottismo a chi segnalava preoccupazioni e gli informatori del Servizio Sanitario Nazionale venivano diffamati dal loro datore di lavoro. Questo non solo ha prolungato i danni evitabili che alcuni giovani hanno subito, ma renderà difficile il reclutamento di medici per il nuovo servizio. Cass ha messo in guardia i ministri sui rischi di vietare penalmente la terapia di conversione, cosa che invece gli attivisti stanno spingendo; le sfide definitorie rischiano di criminalizzare le terapie esplorative e potrebbero aumentare ulteriormente la paura tra i medici. L’ex direttore generale di Stonewall ha già avallato l’idea che il modello Cass sia esso stesso una terapia di conversione.

Considerato ciò che viene detto sulla transizione sociale, le implicazioni della revisione Cass vanno oltre il Servizio Sanitario Nazionale e arrivano fino alle scuole e ai servizi per l’infanzia, dove esistono simili situazioni di presa ideologica. Notizia di oggi: i genitori di un bambino la cui scuola, a loro insaputa, ha facilitato la transizione sociale hanno dato due settimane di tempo al consiglio comunale di Brighton per ritirare il kit-trans approvato per l’uso in tutte le scuole, altrimenti il comune subirà un’azione legale alla luce del parere del noto avvocato per l’uguaglianza e i diritti umani, Karon Monaghan KC, secondo cui il kit è di per sé illegale e spinge le scuole ad agire illegalmente.

L’avvocato spiega come la legge sia estremamente sbagliata in diversi punti, tra cui la tutela del benessere dei bambini che hanno dubbi sul loro sesso e che vogliono effettuare una transizione sociale. Sui servizi e gli sport divisi per sesso, questa legge suggerisce erroneamente che l’identità di genere scelta da un bambino debba prevalere sul suo sesso, cosa che potrebbe portare a discriminazioni nei confronti degli altri alunni, in particolare delle ragazze. Questo kit è utilizzato dalle scuole di diverse autorità locali; i genitori hanno pubblicato consigli per consentire ad altri genitori di contestare alle scuole la sua illegalità.

La revisione di Cass rappresenta un risultato immenso; ha eliminato la tensione da una delle aree più controverse della medicina moderna e ha riportato il ruolo delle prove al posto giusto. Tuttavia, c’è ancora molta strada da fare per smantellare l’influenza di un’ideologia adulta contestata e controversa – e in alcuni casi profondamente radicata – riguardo al genere, dal modo in cui i bambini vengono assistiti dal Servizio Sanitario Nazionale, dai servizi per l’infanzia e dalle scuole.

Link all’articolo originale:
https://www.theguardian.com/commentisfree/2024/apr/14/hilary-cass-review-gender-trans-young-people-children-nhs-evidence

Il partire da sé, pratica inventata dal movimento delle donne alla fine degli anni ’60 del ’900, è stata una politica vincente per le donne. Oggi può esserlo anche per gli uomini? Chiara Zamboni scrisse che per gli uomini è una pratica difficile; il ruolo maschile tradizionale chiede loro di essere oggettivi; hanno paura di cadere nel narcisismo dell’io; lo interpretano come uno stare presso di sé piuttosto che un andare verso il mondo; temono di rimanere in una dimensione pre-politica. Abbiamo torto? Personalmente, non mi oppongo a questa pratica, ma è vero che le faccio resistenza.

Il partire da sé è un concetto che mi risulta sfuggente. Riguardo il cosa e il come. Su cosa sia il sé e su come si parta non esistono risposte chiare e univoche; né esiste un testo che traduca la pratica in teoria o almeno spieghi la procedura. Nel partire da sé ciascuno fa da sé. Questa indeterminatezza insieme con la critica «Manca (nel tuo testo, nel tuo discorso) il partire da sé» mi fa irritare. Tuttavia, ci provo e vado a tentoni. Parlo in prima persona, dichiaro i miei sentimenti, confesso qualcosa. Con impaccio e imbarazzo. Credo che questo modo sia gestibile nei rapporti duali e nei piccoli gruppi, meno nella sfera pubblica delle relazioni formali. Ragione per cui, gli uomini, come pure molte donne, si esprimono in modo neutro e oggettivo. Là dove non c’è conoscenza, fiducia e confidenza, per regolare conflitti e competizioni, si cerca di partire da ciò che è già condiviso o che si pensa dovrebbe esserlo: i principi.

Il mio sé, credo, non sente il bisogno di partire da sé. Quando parto da un principio, vi aderisco, non sono un dissociato. Diversamente, da quel principio non parto. Immagino che le donne abbiano inventato la pratica del partire da sé, per sottrarsi alla definizione di sé imposta dal «primo sesso»; per non essere più «seconde», ma libere e autonome nel proprio definirsi. Se da uomo non ho quel problema, perché dovrei adottare la pratica che lo ha risolto? Posso sentirmi alienato nei gradini inferiori delle gerarchie maschili. Allora voglio scalare la gerarchia oppure abbatterla. Il partire da sé come mi aiuta? Peraltro, alla base della gerarchia, se ho soddisfatto le necessità della sopravvivenza, sono preso dalla routine della quotidianità e del lavoro ripetitivo, il mio vissuto è piatto, le mie relazioni povere. Così, il mio sé. Partire? Meglio ancora, fuggire da sé.

Oltre la dimensione delle relazioni duali e dei piccoli gruppi, dove il partire da sé può essere utile e la sfera pubblica, lavorativa, dove invece sembra impraticabile, esiste la dimensione mass-mediatica, il contesto che Ida Dominijanni dice essere egemonico. È un contesto strano, con il quale sono sempre in contatto, tentato di pronunciarmi su cose molto più grandi di me, fuori dal mio raggio di controllo, già catastrofiche per tanti, in potenza anche per me nel prossimo futuro. Le grandi crisi globali, clima, energia, guerra. Qui, cosa vuol dire partire da sé? Se guardiamo alla pratica dei social e della televisione, come ha accennato la stessa Dominijanni, sembra essere il narcisismo dell’io, la paura attribuita agli uomini da Chiara Zamboni.

Un barlume mi è venuto in mente, ascoltando Letizia Paolozzi dire che l’otto marzo NUDM ha visto solo un orrore, mentre abbiamo davanti tanti orrori e, per fare politica, occorre vederli tutti. Affermazione ineccepibile che, tuttavia, sembra partire da un sacrosanto principio oggettivo. Infatti, se indago il mio sé, scopro che alcuni orrori li vedo più di altri. I crimini commessi dai russi in Ucraina non mi scuotono come i crimini commessi da Israele a Gaza. Perché? Questo mio sentire si espone all’accusa di doppiopesismo, un’accusa ricorrente e reciproca nelle contrapposizioni sulle guerre. Circa un anno fa, Alberto Leiss raccontò di queste contrapposizioni nel dibattito interno a Maschile Plurale, tra favorevoli e contrari all’invio di armi occidentali all’Ucraina. Opinioni politiche divisive. Poi, raccontò di una seconda fase del dibattito, dove emersero gli stati d’animo di angoscia e impotenza di fronte alla guerra. Sentimenti unificanti.

Secondo me, tra i due piani, non c’è necessariamente contraddizione. L’angoscia di fronte alla guerra può portarmi a desiderare la pace con il «nemico» o la protezione dell’amico più potente. Così immagino che tra il nostro sé e i principi oggettivi a cui aderiamo ci sia più associazione di quel che pensiamo. Il mio pacifismo di principio, che mi porta a trattenere e criticare la mia parte, può essere associato al senso di colpa. Il sentimento suscitato dai nostri orrori. Quelli commessi con i nostri soldi, le nostre armi, la nostra legittimazione politica. Nostra, di noi italiani, europei, occidentali. Il 7 ottobre in Israele è stato terribile, ma non sono stato io. Perciò, capisco l’otto marzo di NUDM.

Se le donne, le femministe, le mie amiche, sollecitano gli uomini a partire da sé, vorrei corrispondere, anche se non ne sono sempre e del tutto convinto. Il partire da sé nella misura in cui il sé è accessibile o sembra tale, quando è dato il tempo e il modo di riflettere, aiuta l’introspezione e la consapevolezza. Mi fu detto che il sé è primariamente il proprio desiderio. Eppure, non mi sento mosso dai desideri. Se lo sono, sono trattenuto, perché tendo a considerare i desideri causa di frustrazione, qualcosa da cui è meglio tenere una distanza. Penso che tra i miei principali motori interiori, forse il primo, ci sia proprio il senso di colpa. Così, per me, il partire da sé, rischia di essere il partire dal mio senso di colpa.

Con la primavera il sito della Libreria delle donne si veste di nuovo e nasce la pagina di Via Dogana 3, la sua rivista online. Lo festeggiamo insieme all’uscita del Quaderno di Via Dogana “Femminismo mon amour”. 

Vi aspettiamo dalle ore 19:00 alla Libreria delle donne, in via Pietro Calvi 29, Milano.

Parole, musica, aperitivo! 

La spontaneità è un privilegio che io, da donna, sento di non avere. Spontaneità sottintende immediatezza, un agire istintivo, un porsi nel mondo con naturalezza senza calcoli preparatori, tutte situazioni che io, da donna, non posso permettermi. Non è che non possieda tale caratteristica, la spontaneità, perché essa non rientra nella mia natura femminile, ma perché in quanto donna nel momento in cui sono spontanea devo poi fare i conti con le conseguenze della mia spontaneità.

Questo avviene in ogni ambito della vita: quando esprimo un’opinione, quando decido cosa indossare, che strade percorrere, chi frequentare, cosa fare nel mio tempo libero… tutto potrà essere usato contro di me e ognuno si sentirà in diritto di esprimere un giudizio sulla mia persona. Ogni volta che cammino nel mondo io so di non essere mai in uno spazio neutro e sento di abitare un contesto che per definizione mi è ostile e con cui entrerò inevitabilmente in conflitto ogni volta che agirò da donna libera. È per questo motivo, secondo me, che le donne hanno inventato la pratica del partire da sé e perché questa scelta si è rivelata vincente, ieri come oggi. Il mondo è cambiato ma la mentalità maschile mantiene la sua egemonia e le donne si trovano ancora a doversi conquistare spazi di libertà, non solo fisici ma anche mentali e immaginari. È per questo che molte donne, consapevolmente o meno, scelgono di partire da sé. Le donne scelgono una pratica, attività che implica non solo un agire concreto ma anche esercizio, conoscenza e relazione, e lo fanno perché sentono che il contesto che abitano crea in loro una sensazione di malessere, malessere a cui devono dare un nome per poterlo affrontare e poterlo esporre nel mondo. Partono da sé perché devono farlo, perché nel silenzio, nel sottrarsi ad un contesto che non le rispecchia, possono interrogarsi, imparare ad accettarsi per quello che sono, rafforzando le loro idee e la loro identità. In quel silenzio si diventa consapevoli e ci si chiede «sono pronta a gestire le conseguenze di quello che dirò e di quello che farò da questo momento in poi?» per poi scegliere di agire. Questa domanda me la sono fatta anch’io per tanto tempo, e finché non mi sono sentita sicura o in luogo sicuro ho sempre scelto il silenzio. E quello che mi fa sentire al sicuro, ho scoperto, ha a che fare con la fiducia. Fiducia in me stessa, quando sento di averla, ma soprattutto fiducia di altre donne nei miei confronti. Le donne che si rendono disponibili all’ascolto senza essere giudicanti, che sono aperte alla relazione, che possono capire il mio vissuto perché condividono l’esperienza di essere donna e che creano spazi alternativi; ecco, loro sono il luogo sicuro dove è possibile rompere il silenzio e partire insieme verso qualcosa di trasformativo.

Questo luogo sicuro, per me, sono state Silvia Protino e Angelica Pirro, grazie al loro podcast A Day in a Female Life – Racconti di ordinaria violenza1. L’evento dirompente accaduto nella mia vita, il malessere di cui ho fatto esperienza, mi ha portata nella dimensione del silenzio. Silenzio in cui mi sono richiusa da sola per sottrarmi al mondo esterno ma anche a me stessa, e l’ho fatto per molto, troppo tempo. In quel silenzio ho cercato di dare un nome a quello che mi era accaduto e a quello che stavo provando, cercando di definire un qualcosa che era tanto difficile da nominare quanto da accettare. E quando ho trovato le parole mi sono resa conto che non c’era un luogo sicuro dove indirizzare la mia nuova consapevolezza perché il mondo esterno non era accogliente per me. Nel mondo esterno, maschile e subdolamente patriarcale, le mie esperienze venivano minimizzate, il mio vissuto veniva messo in discussione, i miei bisogni erano inascoltati. Siamo nel 2024 e ci sembra che essere donna non sia più sinonimo di discriminazione. Ci siamo dette che ora siamo libere e che gli uomini non hanno più potere su di noi, che il patriarcato è finito. Eppure quando si parla di violenza maschile ci sentiamo ancora sole e ci chiudiamo nella nostra solitudine. Quando si parla di violenza maschile sappiamo che non possiamo affidarci alle forze dell’ordine, alla legislazione, alla politica o al contesto culturale in cui viviamo. Quando si parla di violenza maschile, quando si vive questo malessere, si può trovare accoglienza solo nell’egida altre donne che sperimentano questo stesso malessere. È così che ho trovato il mio luogo sicuro, nella voce di altre donne che hanno raccontato le loro esperienze e che mi hanno fatto capire che non sono sola. Che non sono io il problema. Che il malessere di una interessa tutte e riguarda un intero contesto. È con questo partire da sé che si creano le relazioni trasformative, che interessano prima noi stesse e poi tutto il contesto che viviamo.

  1. Angelica Pirro e Silvia Protino raccontano il loro podcast nell’incontro di Via Dogana 3 “Autocoscienza, ancora” del 1° ottobre 2023, con l’intervento “Ritrovare sé stessa nelle parole delle altre: un podcast contro la violenza maschile”, che si può leggere qui [Ndr]. ↩︎

Prima di partecipare via zoom a questo incontro di VD3 sul tema “La scommessa del partire da sé” sono andata a rivedere l’incontro in dialogo con Luisa Muraro svoltosi all’Alveare di Lecce il 7 marzo 2021 dal titolo Scommettere, rischiare investire sulla differenza sessuale.

Mi ricordavo quell’incontro perché a un certo punto Luisa Muraro si è soffermata sul discorso dell’autenticità femminile di cui parlava Carla Lonzi e che lei, Luisa, invece di autenticità chiama “verità soggettiva”.

La verità soggettiva come io l’intendo non è solo narrazione. Laura Minguzzi nel suo intervento ha parlato di nodo interiore da sciogliere; io invece percepisco la verità soggettiva come un andare a toccare la realtà che ci circonda e le relazioni in cui siamo immerse. Fare ciò comporta grossi rischi. Uno di questi è quello di esporsi, vale a dire esporre sé stesse agli attacchi di coloro che hanno fatto narrazioni e valutazioni diverse dalle nostre. La narrazione di per sé non è un esporsi, è un esporre più che un esporsi. Spesso è un esporre mosso da interessi personali, oppure sono visioni che si fanno passare per verità oggettive.

Io ho sperimentato cosa vuol dire scrivere un libro partendo da sé, cioè partendo dalla propria verità soggettiva. Quello che ho scritto aspettava di essere detto da più di quarant’anni, ma tacevo perché mi mancava il pensiero che poteva dare reale significato e valore alle mie parole. Questo pensiero, come potete immaginare, era il senso libero della differenza sessuale che Luisa Muraro mi ha trasmesso con i suoi scritti e con la sua amicizia, dandomi forza e coraggio.

Quando feci mio il pensiero della differenza sessuale davanti a me si aprì un mondo nuovo in cui mi ritrovavo e potevo stare. Finalmente potevo scrivere quello che sentivo in quanto donna e mi urgeva dentro come soggetto pensante. E come tale mi sono esposta. Non mi aspettavo lodi, ma neppure le reazioni cattive e il rifiuto al confronto con l’abbandono da parte di coloro che nella Comunità di base dell’Isolotto (Firenze) amavo di più. All’Isolotto fui isolata, rimasi sola.

In quel momento sperimentai in concreto quello che significava il partire da sé, dalla propria verità soggettiva.

Spiego meglio. Dalla comunità cristiana di base dell’Isolotto mi è stato subito rimproverato di aver scritto una delle tante narrazioni possibili sulla vicenda sociale/politica/religiosa di quel quartiere di Firenze. Cioè si è liquidata la mia narrazione come una delle tante possibili, cancellando così la verità soggettiva come qualcosa di relativo, non valido per tutte e tutti.

Bollare la verità soggettiva come discorso relativo serve soprattutto alla cultura neutra per cancellare l’esperienza femminile e disconoscere le cose che noi donne riteniamo importanti e che sappiamo hanno valore simbolico e politico per entrambi i sessi.

Negli anni ’70 nei gruppi di autocoscienza abbiamo eliminato la separazione netta tra personale e politico. Luisa Muraro nella presentazione del mio libro il 4 marzo 2017 alla Libreria delle donne di Milano, ha parlato di “rivolta nella rivolta”. Ha detto che anche in una stagione rivoluzionaria è possibile “scartare” percorsi femminili di libertà. È vero. Lo scrivere il libro ha avuto per me il significato di una lunga presa di coscienza del valore della differenza sessuale, un esporre dei fatti che riguardavano non solo me, ma tutto l’Isolotto; la mia narrazione non aveva lo scopo di infangare o screditare figure maschili, ma voleva invece, e ancora vuole, evidenziare la necessità di una seria autocoscienza maschile storica e nel presente.

Viviamo in un momento storico in cui si vuol rimuovere la differenza sessuale. Dobbiamo ritrovare il coraggio del partire da sé, la forza di esporci e di attraversare i conflitti, possibilmente in modo non distruttivo. Il partire da sé é verità soggettiva, è pensiero della differenza perché smaschera il pensiero neutro maschile. Perciò il femminismo della differenza fa tanta paura ai maschi: esso scardina i loro privilegi e rende le donne libere. Tutti i femminicidi sono fondamentalmente disperati tentativi di cancellare la libertà femminile sulla terra.

Nota: Il libro di Mira Furlani si intitola Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Gabrielli editori, 2016).

Due gruppi di donne stanno cambiando, dall’interno del nostro corpo: l’utero, l’idea concreta e simbolica di maternità che abbiamo come donne e lo stanno facendo con l’aiuto interessato della scienza maschile. Un gruppo è quello abitato dal mito della maternità ad ogni costo, desiderata fino all’impossibile e disposto a pagare qualcuna che gli faccia figli pur di riuscire a realizzare lo smisurato desiderio di averli.

Le donne pagate per farli sono l’altro gruppo, nato in seguito al desiderio del primo, che sta facendo cambiare il materno mettendo in vendita pezzi generativi del loro corpo. Ogni gruppo ha sottogruppi di donne che variano secondo la qualità del desiderio materno e del bisogno fisico per realizzarlo.

I desideri, e i diversi bisogni fisici individuati dalla scienza, hanno creato il mercato di pezzi di corpo di donne che la legge patriarcale si è incaricata di governare in modo più o meno disincantato. Il mercato per essere tale ha bisogno di de-simbolizzare la maternità della gravidanza banalizzando nel naturale la gravidanza stessa. E riesce a farlo coi soliti automatismi maschili, accettati però anche dalle donne dai desideri impossibili di “fertilità”.

Esse cancellano dal dialogo pubblico la sofferenza e la bellezza fisica e psichica che la gravidanza contiene per ognuna di noi, lasciano visibile solo la parte aulica maschile mentre si appellano al mito neutro del femminile del fare figli/e in modo così fisicamente naturale da essere quasi indolore. Lo scopo è quello di poter attribuire la maternità, spostandola dalla pancia di chi la produce, a chi ha desideri irrisolti di maternità per l’infertilità della coppia o di una singola persona; visto che la maternità è solo e da sempre frutto di una relazione tra corpi sessuati differenti che incarica quello femminile di
realizzarla.

Di mezzo ci sono bambini e bambine pensati dall’origine, con questa nuova forma d’amore, già orfani di madre. Serve a cancellare la relazione fondamentale di crescita sicura e protetta nel suo ventre. Il primo gruppo di donne è straconvinto che tutti gli essere umani sono fertili. Alcuni o alcune invece sono naturalmente infertili e non è per forza una malattia né un’esclusione sociale, anche se il patriarcato si è speso molto in questo senso. Questa incapacità di accettare l’infertilità, scelta o “subita”, ha messo in gioco i desideri di molte persone che per scelta appunto, anche di coppia, sarebbero naturalmente infertili. E magari le donne non se ne sono accorte, troppo intente ad ascoltare desideri personali anche molto neutri.

Tra i due gruppi di donne passa un modo molto differente di leggere la gravidanza e la maternità. Le donne del primo – di serie A ?! – la sopravvalutano all’inverosimile, soprattutto quando riguarda la propria pancia, ma banalizzano all’infinito, con l’aiuto del potere legislativo, quella del secondo gruppo – di serie B?! -, arrivando ad accettare la definizione di portatrice per la donna madre che si lascia affittare l’utero.

Le venditrici di ovuli nel gioco del mercato dei figli sono silenziate perché più invisibili della pancia gravida, anche se all’ovulo è stato fatto assumere lo stesso valore proprietario dello spermatozoo. È un modo per far pesare di più l’atto del concepimento sulla gravidanza generativa – visto che l’uomo non può mai generare, ma solo concepire – al fine di estromettere la madre gravida che genera, e legittimarsi alla pari col corpo femminile, nella funzione ovulatoria e genetica per diventare, con meno resistenze simboliche, madre sociale.

Parlare di portatrice, neanche più di cicogna, è un po’ come parlare di chi porta in giro una sporta, una sogliola o un camion. E allude anche a una quasi inutilità dell’utero femminile avendo già diviso la generazione tra almeno due corpi di donna.

Quasi ci si potesse autorizzare a pensare che anche senza l’utero un figlio o una figlia potrebbero ugualmente essere messi al mondo. Niente di più impossibile, ancora per molto e molto tempo: senza utero non nasce nulla di questo prezioso nuovo concepito e allora perché dobbiamo assistere a queste modificazioni concrete e simboliche del materno nella gravidanza? Autorizzandoci da donne perché altre donne lo hanno fatto, modificando il simbolico di tutte noi?

Non riesco a credere che queste nuove visioni della funzione materna siano scevre degli stessi problemi di quella vecchia, siamo tutte persone per fortuna imperfette e nessuno sfugge a questa realtà, neppure se alcune pensano che le autorizza un desiderio molto più grande di quello delle donne che restano incinta facilmente. Neppure se la famiglia si sfascia e si rifà in altri nuovi modi. A meno che non teorizziamo l’assenza di una qualsiasi relazione tra le persone perfino nel generare, cancelliamo la nostra idea di cura e pensiamo il generare come un atto di sola cultura, anche se non so in che modo. Ma sarebbe un incubo, non certo quella pretesa di amore più intenso degli amori degli altri.

La banalizzazione della gravidanza l’abbiamo sempre conosciuta nell’obbligo patriarcale a figliare e qui si perpetua rendendo incerto quel simbolico femminile che si è voluto, dal ’68 in avanti, liberare dalla maternità subita e seriale. Una liberazione che ha spinto le donne a pensare di dover dimostrare che sapevano fare quasi tutto quello che sapevano fare gli uomini senza valorizzare più di tanto pubblicamente quello che sapevano già fare, ma che non era considerato socialmente utile e fondante della relazione umana. Adesso abbiamo dimostrato che siamo capaci di fare tutto quello che fanno gli uomini e forse anche meglio e che senza di noi non si può pubblicamente neppure governare. Ma non abbiamo dimostrato abbastanza bene che quello che sapevamo fare noi donne era fondamentale per tutti ed abbiamo lasciato che continuasse ad essere banalizzato come molte altre nostre competenze, divise tra natura e cultura anche nel nostro sentire, e i nodi per noi donne sono venuti al pettine.

Oggi il nostro corpo è ancora e più di prima a disposizione pubblica e noi non ne siamo estranee.

Ma perché e “per chi” abbiamo accettato di rinunciare a spiegare nel pubblico che il ruolo delle donne era già fondamentale nel mondo e subiamo invece questo smembramento del corpo in nome della libertà femminile e di desideri che non appartengono a chi si lascia smembrare il corpo dal bisogno dei soldi? Perché il nostro desiderio di maternità l’abbiamo lasciato diventare così violento contro noi stesse, visto che se è violento con alcune questa violenza può per estensione capitare a tutte noi? “Al servizio di chi” siamo? Di noi stesse o di chi? Riusciamo a governare diversamente questa nostra biologia? Magari da donne che sanno capire quando il loro desiderio è diverso da quello dell’uomo e sentono della realtà del proprio corpo una conoscenza personale indisponibile a chiunque pagando o meno voglia interpretarla per noi. Che si chiami pure amore, ma di certo è un amore differente dal nostro. Dobbiamo capire qual è il nostro! Per noi soprattutto e poi per chi generiamo. Nessuna di noi è una ideologica portatrice, anche se pagata, e chi ha partorito lo sa!

Da L’Unità

[…] «Il coraggio di alzare bandiera bianca». Le parole del papa ci costringono a una riflessione che va oltre la resistenza ucraina, rispetto alla quale continuo ad avere alcuni dubbi (Putin interpreterebbe qualsiasi cessate il fuoco come conferma che solo l’uso della violenza paga). In che senso? Associare il coraggio, e dunque cose molto “virili” come l’onore, la dignità, l’eroismo, etc. al pacifismo e alla non-violenza, a me pare un gesto eversivo. Sono però convinto che questo gesto, apparentemente “scandaloso”, possa essere compreso soltanto dalle donne. Credo di non fare un outing personale così clamoroso se confesso che nei film di guerra, anche quelli risolutamente contro la guerra, un po’ mi eccito sempre quando sullo schermo ci sono azioni guerresche, operazioni di commando, assalti, bombardamenti spettacolari. Il mio immaginario è assai meno evoluto dei miei principi morali. Mentre mia moglie di fronte alle stesse scene si annoia e non nasconde una estraneità totale, di tipo antropologico. Si obietterà: ma la grande tradizione epica consiste proprio nella esaltazione di imprese eroiche, di guerre e avventure, dai poemi eroici ai western di John Ford. Eppure ci volevano due donne a rileggere genialmente l’Iliade e a vedere in esso non tanto e solo il poema della forza ma un’opera che assume la forza stessa come illusione, e non come verità ultima della condizione umana. Simone Weil e Rachel Bespaloff, ebree in esilio, nei primi anni ’40 si sono rivolte all’Iliade per capire la tragedia del presente (segnato dalla guerra), scrivendo due saggi gemelli – e certamente audaci – pur non conoscendosi e non incontrandosi mai!

Non si riflette mai abbastanza su come nel corso del ’900 solo il pensiero femminile ha saputo indicare una via d’uscita dalla crisi, dalla spirale autodistruttiva della nostra stessa civiltà.

Provo qui a indicare due saggi apparsi su rivista a distanza di venticinque anni che insistono giustamente su questo aspetto. Nell’estate del 1997 Giancarlo Gaeta, curatore e traduttore dell’opera di Simone Weil per Adelphi, scrisse un saggio – La libertà di pensare le cose come sono – (“Lo straniero”), che così cominciava: «Virginia Woolf, Simone Weil, Etty Hillesum. Provo a ragionare intorno a queste tre figure di scrittrici del Novecento tra un gruppo assai più vasto, la cui frequentazione è stata importante per la mia vita intellettuale e spirituale. Tra queste Marina Cvetaeva e Karen Blixen, innanzitutto, e poi altre che si sono espresse nei decenni successivi alla guerra, come Elsa Morante, Hannah Arendt, Anna Maria Ortese […] una generazione più giovane di pensatrici e di scrittrici, quella formatasi nel cuore drammatico del secolo, non aveva esitato a spingere lo sguardo fino al fondo dell’abisso, cercando risposte nuove alla crisi […] A me sembra che nell’insieme la risposta più alta alla crisi della civiltà occidentale sia venuta lungo l’arco di questo secolo da alcune donne». E aggiunge: «Non solo hanno saputo cogliere e interpretare perfettamente il carattere distruttivo della crisi, ma hanno anche trovato in se stesse energie sufficienti per indicare le porte strette per ricominciare, senza distogliere lo sguardo dal cumulo delle macerie». Insomma, nel pensiero femminile l’ultima parola non è mai la morte, il nulla, la distruzione, e poi solo lo sguardo femminile è capace di vedere le cose come sono, senza calcoli di dominio, senza secondi fini, senza alcuna volontà di controllo sulle cose stesse. L’idea stessa di conoscenza muta radicalmente: in María Zambrano, filosofa andalusa, diventa passività ricettiva, saper accogliere. In Zambrano la conoscenza è «un lasciar alle cose il tempo e il modo di manifestarsi nel loro essere proprio». E, al fine di «lasciare che l’altro venga alla presenza da sé», bisogna restare fiduciosamente in attesa e rinunciare a qualunque esito immediato. […]

Gaeta e Cacciari, studiosi pur diversissimi tra loro, giungono alle stesse conclusioni: solo nel pensiero di alcune donne del ’900 si schiude la possibilità di salvarsi per l’Occidente (salvarsi dall’autodistruzione cui porta la mera volontà di potenza). Solo una obiezione, o piuttosto una considerazione in margine: non bisognerebbe mai sottacere la radicalità di pensiero e di esistenza di queste donne. Zambrano, Weil, Bespaloff hanno attraversato gli orrori del secolo breve: sempre disperatamente in fuga. Per loro la “salvezza” è legata a una esperienza interiore di tipo mistico, inaccessibile e inscrutabile, a un salto vertiginoso così distante dalle nostre quiete, protette esistenze.

Torno al papa. Se pensiamo che l’essere umano consiste solo in una volontà di potenza che «assale il diverso e lo conosce solo come barbaro», sia esso il migrante o il nemico in guerra, non capiremo mai il papa. Se invece riteniamo che «siamo capaci anche nel più duro conflitto di rispettare l’avversario» (Cacciari), allora potremmo farlo. La conclusione del poema, il ritorno del corpo di Ettore a Priamo, il piano che accomuna Priamo ad Achille, uccisore di suo figlio, interrompe la logica della guerra e – pur riconoscendo per intero il tragico della nostra condizione – ci fa intravedere qualcos’altro: gli antagonisti irriducibili possono riconoscere reciprocamente il proprio valore, entro una umanità comune. Non sempre prevalgono inimicizia e odio. La pace contiene una verità forse più profonda della guerra. Ecco, anche soltanto immaginare questa possibilità – che ci hanno mostrato alcune pensatrici del secolo scorso e poi la chiesa nei suoi momenti più alti –, è oggi un dovere per tutti noi.

Inizio dicendo alla buona come ho sempre inteso la pratica del partire sé, nei suoi due significati, quasi opposti, ma entrambi presenti nell’espressione stessa ed entrambi necessari: partire da sé significa sia cominciare da sé, dalla propria posizione soggettiva e dal contesto in cui ci si colloca, sia allontanarsi da sé, decentrarsi, per incontrare altre e altri, per farsi comprendere e per condividere un percorso anche con chi non si attiene a tale pratica né si colloca in un orizzonte femminista.

Tutto questo è ben sintetizzato da Luisa Muraro nell’espressione «la partitura della nascita», che «mette insieme lo staccarsi e il prendere inizio, il separarsi e l’originarsi1», come è accaduto nella nascita di ciascuno/a: una separazione dal corpo materno che ci ha consegnato alla precarietà e al rischio delle relazioni, innanzitutto con colei che ci ha messo al mondo e poi con molte altre e altri. Il saggio di Muraro a cui faccio riferimento s’intitola Partire da sé e non farsi trovare…:quel “non farsi trovare” va interpretato come mobilità, come agilità, come attitudine a non fissarsi in una traiettoria già prevista, nella posizione più ovvia, dove gli altri si aspettano che una sia. Questa postura è collegata a quel momento di sospensione, di silenzio, necessario per stare in ascolto del proprio sentire, sottraendosi alle cose già pensate e scontate, come ha ricordato Chiara Zamboni nella sua relazione introduttiva.

Mentre la pratica del partire da sé è spesso assunta spontaneamente da donne, anche non femministe, invece essa risulta più ostica per molti uomini, forse perché questi ultimi temono il rischio di soggettivismo e si sentono chiamati a esprimere un punto di vista imparziale, oggettivo. Forse è vero, come ha osservato Ida Dominijanni, che oggi, a differenza che in passato, diversi uomini anche nella sfera pubblica si sbilanciano in un’esposizione soggettiva, ma non credo che questo significhi da parte loro fare propria la pratica del partire da sé; ritengo piuttosto che questa sia una strategia comunicativa, un esporsi in prima persona per accattivarsi la simpatia di chi li ascolta.

Desidero infine intervenire su un punto della relazione introduttiva di Riccardo Fanciullacci: è un punto che riguarda l’università, luogo in cui anch’io ho insegnato per molti anni. Riccardo accenna ad alcune patologie dell’università, fra cui il potere. A suo avviso, tuttavia, il potere che si esercita nell’istituzione universitaria non sarebbe una vera e propria patologia, quanto piuttosto il sintomo di una «società a responsabilità limitata»: sarebbe in definitiva una giustificazione per non assumersi del tutto la responsabilità delle proprie azioni e iniziative, soprattutto quelle innovative e non previste, con la scusa che il potere le renderebbe vane. Probabilmente questo ha a che fare con la governance neoliberale, che tende alla de-responsabilizzazione: ne parlerò più avanti.

A mio parere, però, il potere in università è una vera e propria patologia, anzi è una piaga senza rimedio. Forse, se confrontato con quello che si esercita in altri contesti, quello universitario non è poi un grande potere, ma in ogni caso esso è coniugato col prestigio; e, come ricorda la sempre lucida Simone Weil, il prestigio è ciò che costituisce per più di tre quarti il potere. È prestigioso insegnare all’università: è un privilegio di cui a lungo ho apprezzato gli aspetti positivi – fare ricerca liberamente, scrivere, pubblicare, essere in relazione con le/gli studenti e con docenti affini che condividono la passione per il sapere –, ma di cui ho mal tollerato gli aspetti deleteri, le patologie, in particolare proprio quella del potere. Il potere in università c’è sempre stato e nessuna legge, per quanto ben intenzionata, è riuscita a scalfirlo minimamente: questo si ripercuote pesantemente sul reclutamento, sull’assunzione delle persone più giovani, quasi sempre cooptate non tanto per il loro merito – un po’ di merito si spera comunque che ce l’abbiano – quanto piuttosto perché gradite a chi il potere lo detiene e lo esercita senza scrupoli.

Chiara Zamboni, nella sua relazione introduttiva, ha accennato alla rottura delle relazioni in università iniziata nel 2007 con l’introduzione di questionari anonimi di valutazione del personale amministrativo da parte dei docenti e di questi ultimi da parte degli studenti. Allora ci opponemmo, non solo Chiara e io ma anche diverse altre/i, perché la nostra politica puntava e scommette tuttora proprio sulla forza e sulla fiducia che circolano nelle relazioni. Tuttavia, in seguito, questo attacco alle relazioni ebbe la meglio. A partire dal 2008, con la riforma Gelmini – fieramente avversata dalla stragrande maggioranza di docenti e studenti – e con altre negli anni successivi, l’autonomia degli atenei si tradusse di fatto in una governance neoliberale che concepì le università come aziende in competizione fra loro; furono indirettamente invitati a competere fra loro, rispettivamente, sia docenti sia studenti; e la competizione avvelena le relazioni. L’aziendalizzazione dell’università, con gli studenti ridotti a “clienti”, e la governance neoliberale conferirono un nuovo assetto al potere universitario, reso in un certo senso più anonimo e de-responsabilizzante, come ha notato Fanciullacci, ma senza intaccarne il carattere patologico. Noi di Diotima ci siamo sempre mosse sempre puntando al massimo di autorità con il minimo di potere: sul piano dell’autorità, questa scommessa è stata sicuramente vincente, ma, per ciò che riguarda il potere, com’era tutto sommato prevedibile, non siamo riuscite a scalfirne i meccanismi di fondo.

La questione del potere in università e la governance neoliberale sono stati i due motivi principali per cui ho lasciato il mio lavoro, per altri versi molto amato, prima del tempo previsto per il mio pensionamento. Benché sia convinta che l’esistenza di Diotima e molte iniziative legate alla politica delle donne abbiano creato spazi di libertà femminile in università e altrove, mi resta tuttavia l’amarezza per il fatto che Diotima non abbia eredi, nell’ateneo di Verona, nell’insegnamento della filosofia. Certo, il pensiero e le pratiche della differenza sessuale possono brillare ovunque una si trovi, e il mondo è ben più grande dell’università. Ciononostante, l’amarezza rimane: non mi stupisce, ma mi addolora profondamente che coloro che detengono il potere nella mia università non abbiano sentito il dovere di dare continuità all’insegnamento filosofico di Diotima. Dal loro punto di vista, noi di Diotima siamo state solo “meteore”. Per me, restiamo comunque delle stelle che possono fare luce altrove.


  1. Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare…, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996, p. 13. ↩︎

Partire da sé richiede fiducia, hanno detto alcune di voi, come se il partire da sé poggiasse su una fiducia già esistente. Io credo invece che sia proprio il partire da sé a costruire la fiducia. Non solo la fiducia “tra”, proprio la fiducia “in sé” e “nel sé”.

Mi è piaciuta molto la geometrica intelligenza della relazione introduttiva di Chiara Zamboni, quel suo dare ordine al pensiero di cui sento un profondo bisogno. Credo ce ne sia bisogno proprio per partire da sé con la consapevolezza che essere vivi è essere “nel” e “del mondo” e che la vita è un intreccio continuo di incontri, scontri, attriti, abrasioni con tutto ciò che definiamo “altro” da sé: altrimenti, perché non stare, ognuna/o di noi, là dove già siamo.

Non posso dunque non porre un grande punto di domanda. Che cos’è oggi, nel 2024, nel mondo in cui siamo finite e finiti, che cos’è il sé? Non è certo il sé che era negli anni ’70, per la banalissima ragione che il mondo non è più lo stesso mondo. Ho notato, tra l’altro, un’oscillazione interessantissima da parte delle varie persone intervenute: alcune dicono “partire da sé”, alcune dicono “partire da me”. Non è indifferente, perché sono categorie del pensiero profondamente diverse, come del resto sono stati molto diversi i due partire da sé di Chiara Zamboni e Riccardo Fanciullacci. Se il primo apriva al mondo, ricordandoci che il sé è un fascio effimero di possibilità immerso nella materia tutta, umana e non umana, il secondo tendeva a restringere il campo alle claustrofobiche relazioni di potere che si creano nell’istituzione universitaria. Sarebbe utile capire da dove venga questa differenza.

Un altro interrogativo stimolato dal tema, evocato da Diana Sartori, del perdersi e del trovarsi: ma il sé non è esattamente questo, un luogo di perenne mutazione, di perenne divenire? Chiara lo ha chiamato “nodo”. Io aggiungerei una “s” a quel nodo. Mi piace di più “snodo”, perché il nodo blocca, interrompe, ostacola, ferma, fa problema, mentre lo snodo è un luogo di transito, un luogo di transito di pensieri, emozioni, esperienze, memorie, desideri, ma anche di luce e di buio, di suoni, atmosfere, climi, sensazioni.

Chiara ha parlato di una cosa che in questo momento sta al centro del mio pensiero, che è l’assoluto bisogno di silenzio, o di parole molto, molto ben pensate. E le parole molto ben pensate non possono non venire dopo il silenzio. Il silenzio non è vuoto. Il silenzio è il tempo che ognuna/o di noi deve prendersi proprio perché il mondo sta cambiando a ritmi vertiginosi; è il tempo per capire come mai certe cose ci fanno soffrire, altre ci emozionano, altre non le capiamo, è il tempo in cui fare casa nel disorientamento. E allora, silenzio. Il silenzio è un momento straordinario che spero duri a lungo per me, perché è finalmente il tempo dell’ascolto.

Il partire da sé si è, da alcuni decenni, inflazionato e mercificato, trasformandosi in un seducente inganno narcisistico. Io vorrei, dunque, partire molto dalle altre, dagli altri. E allora ascoltarli, e poi chiedere loro il perché delle cose che dicono, per quali vie, attraverso quali esperienze, ci sono arrivati. Che spazio c’è tra parola e pensiero e, soprattutto, tra opinione e pensiero.

E, in ultimo, che rapporto c’è tra il dentro e il fuori? Chiara ha parlato di questi fasci che ci attraversano. E questo “sé”, appunto, non è oggi un dentro che sa guardare fuori, ma che sa anche lasciarsi guardare da fuori? E un dentro che è tutto teso all’ascolto, ma che è anche tutto disponibile a essere ascoltato?

Infine ringrazio Renata Sarfati e gli altri e le altre che hanno scritto un prezioso documento politico su quanto sta avvenendo nella Palestina storica. Io credo che parlare di “sé” senza cadere nell’ipertrofia del sé che ci viene proposta quotidianamente richieda una grande disponibilità a mettersi in gioco. Ecco, il che a me interessa in questo momento è un sé che si mette a rischio, che è disposto a esporsi, non a esibirsi. Si può definire sé un che non rischia? Ed è proprio questo sé audace a innescare gli altri sé, proponendosi come luogo di un possibile rischio comune. Oggi per me, in questo mondo così alterato, così fuori asse, davvero out of joint, questo provare a rischiare insieme è politica.

A Valentina Berardinone piaceva l’azzurro. Lo stendeva sulle tele; lo acchiappava incorniciandolo. D’altronde è il mare della Costiera, visto dalla sua casa di Massa, che precipita verso Nerano.

Per arrivare da lei, bisognava parcheggiare in alto: a dominare pretenziosamente la collina, si intravedeva la villa che era stata dei Lauro.

Poi giù, una discesa di gradini sgarrupati e Valentina che saliva dalla cucina trascinandoci sul terrazzo che guarda Capri.

Aveva sempre avuto una predilezione Valentina per le dimore scomode. Anche a Milano. Attraverso le stanze si arrivava comunque allo studio luminoso, zeppo di album di disegni, “prove d’artista”, tele ammonticchiate oppure attaccate alle pareti.

Disseminati nel disordine, sul tavolo, quei piccoli “oggetti”, creati sembrava a dispetto, con la colata d’inchiostro che invece di espandersi scendeva a cascata su uno zoccolo di legno.

È vero, lo scrive Renata Sarfati, Valentina era spiritosa. E intelligente. Osservava le cose, ne ribaltava il senso. Amava la conversazione, le osservazioni taglienti, le battute colte. Le piacevano le donne capaci di ridere con lei, che assaporassero la sua lingua, civettuolamente altalenante tra le tonalità napoletane.

Aveva un piccolo gozzo. Il marito, Luciano, stava seduto al timone. Davano appuntamento per mare, davanti a Recommone oppure a Ieranto.

Una volta a noi due, Franca e Letizia, si era incagliata l’ancora – una grossa pietra scomoda a lanciarsi, infernale a tirarla su – trattenuta dalle rocce. Arrivarono a “liberarci”. Ma la pietra venne recuperata. Lasciarla lì sarebbe stato uno smacco troppo umiliante.

Valentina rideva. E scuoteva la testa, le braccia, le mani, per sottolineare la differenza tra veri e finti marinai con quel suo modo tutto particolare di unire generosità e allegria. Dipendeva dall’origine napoletana questa unione oppure dal mare azzurro che era riuscita a adagiare nei quadri?

Francesca Izzo, nel suo articolo intitolato La libertà di scelta non equivale a diritto, apparso sull’Huffington Post del 5 marzo scorso, ha trascritto con precisione la formula con la quale la Francia ha voluto inscrivere in Costituzione il fatto dell’aborto. «La legge determina le condizioni in cui viene esercitata la libertà, garantita alla donna, di ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza». Nota Izzo che non si tratta di diritto all’aborto, che avrebbe comportato la sostanziale cancellazione del ruolo della donna nella scelta della procreazione. Per un’analisi chiara e convincente delle conseguenze negative che una logica dei diritti avrebbe significato, rimando al suo articolo pubblicato anche su questo sito.

L’autrice apprezza che il testo parli di “libertà” e di “condizioni in cui si esercita tale libertà”.    Penso, tuttavia, che non vi sia da compiacersi per la formula utilizzata dal dettato costituzionale francese. È evidente che il vero soggetto, e non solo grammaticale, di quella formulazione è “la legge” che così, con forza costituzionale, si attribuisce il potere di legiferare sulle condizioni che garantiscono a una donna la libertà di interrompere una gravidanza. Un curioso bisticcio quello di una “libertà garantita” a condizioni determinate dalla legge.

In Italia, senza l’intralcio costituzionale, basterebbe l’abrogazione della l. 194/78 per realizzare ciò che una parte delle donne aveva già chiesto durante il dibattito che ne precedette l’approvazione, e cioè che si dovesse semplicemente depenalizzare l’aborto che era un reato, lasciando alla donna, alle sue relazioni, affettive, amicali, di fiducia con operatrici ed operatori sanitari, la ricerca delle “condizioni” a cui tale procedura medica si sarebbe potuta dare. Sarebbe così sparito del tutto dall’ordinamento giuridico il tema dell’aborto che deve essere una decisione di ciascuna singola donna, affiancata da chi le è più vicino.