La notizia dell’Irlanda che ha detto sì al matrimonio omosessuale con un referendum popolare (62,1% dei voti) ha riacceso le speranze di chi vuole introdurre in Italia, paese anch’esso cattolico e tradizionalista, la regolarizzazione giuridica delle coppie dello stesso sesso che lo desiderino. Per sostenerne la necessità, vengono però diffuse informazioni false e controproducenti sulla normativa in vigore, in particolare riguardo al destino dei figli della coppia. Per esempio, ho sentito spesso dire (anche alla radio) che in caso di morte della madre o del padre “ufficiale”, la creatura verrà portata via all’altro genitore e dichiarata adottabile. Non è ciò che stabilisce la legge sul Diritto del minore a una famiglia (l. 184/1983): i minori possono essere adottati anche da persone unite al minore da vincolo di parentela fino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo, quando il minore sia orfano di padre e di madre, e in questi casi l’adozione è consentita anche a chi non è coniugato (art. 44). Questo non vuol dire che non possano insorgere problemi, per esempio un conflitto tra i nonni e la compagna della madre “ufficiale”, in caso di morte di questa madre, ma certo non che la creatura venga dichiarata in stato di adottabilità se c’è chi ha con lei un preesistente legame come l’altra madre o l’altro padre. Quindi vorrei che si facesse più attenzione nel dare le informazioni, quelle sbagliate possono provocare ansie e inutili sofferenze in una situazione ancora abbastanza nuova.

Detto questo, si pone un altro problema, in termini più sostanziali, dato dall’enorme squilibrio giuridico tra i due genitori dello stesso sesso (viventi): uno dei due addirittura non esiste per la legge e dunque per l’ordine simbolico e sociale che essa esprime. Eppure le situazioni di fatto esistono: conosco una coppia di donne che hanno una figlia ma solo una delle due madri lo è ufficialmente, e so di una coppia di uomini che vivono con il figlio di uno di loro ma si considerano padri entrambi. Sono situazioni non vietate, e questa è la cosa più importante perché permette di agire il cambiamento nella pratica e sul piano culturale, che è la cosa più efficace come sappiamo grazie al femminismo. Tuttavia mi domando se l’assoluto squilibrio giuridico non influisca negativamente in un ambito delicato come questo delle relazioni genitoriali, «dove gli angeli esitano».

Non sono mai stata una sostenitrice dell’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da cinquant’anni nel movimento delle donne lavoriamo a creare relazioni libere tra donne (e tra donne e uomini), legami non previsti dall’ordine patriarcale e non inquadrabili giuridicamente, forme che non hanno bisogno di essere istituzionalizzate. Io sono sempre in questa ricerca, che diminuisce l’importanza simbolica e materiale del matrimonio e della famiglia, per una socialità più libera, governata più dall’autorità che dalla legge. Ma mi rendo conto che quando in tali legami liberi nascono o entrano creature piccole, il rapporto delle persone adulte con queste creature viene inevitabilmente iscritto nelle forme giuridiche previste dall’ordinamento. Così, mentre in una coppia donna-uomo non sposata entrambi sono genitori dei loro figli a tutti gli effetti, ormai, in una coppia dello stesso sesso no, e si crea una situazione magari ben saldata dall’affetto ma certamente difficile da vivere, sottoposta a continue prove, perché il rapporto tra genitori e figli minori è sempre più pervasivamente controllato dalle istituzioni.

Se la legge è ferma, qualcosa però si sta muovendo in ambito giurisdizionale: con un decreto datato 29 ottobre 2014 e depositato ai primi di gennaio 1, la Sezione famiglia della Corte d’appello di Torino (presidente Renata Silva, consigliera Federica Lanza, estensora Daniela Giannone) per la prima volta in Italia ha accolto la richiesta di due donne (indicate come «madre A» e «madre B»), di trascrivere l’atto di nascita del figlio concepito con l’inseminazione e registrato nel Comune di Barcellona. Le due donne, una di nazionalità italiana, sposatesi in Spagna nel 2009 hanno divorziato nel 2014, pur mantenendo la condivisione della responsabilità genitoriale (www.ilsole24ore.com, 8 gennaio 2015). Non so se l’ufficiale di stato civile di Torino ha poi trascritto l’atto, perché il prefetto ne ha chiesto la sospensione in attesa di un parere del ministero dell’Interno, e non ho più trovato notizie al riguardo. Comunque la scelta delle giudici della Corte (che ha ribaltato l’iniziale “no” del Tribunale dell’ottobre 2013) è un fatto e un segno che va nella direzione giusta, secondo me: di dare sicurezza anche giuridica al legame della creatura con entrambi i genitori nelle coppie omosessuali, perché entrambi possano sentirsi tranquilli come genitori, al di là delle vicissitudini di coppia, per dare il meglio di sé come madri o padri.

  1. Per il testo del decreto, vai a http://www.siallafamiglia.it/corte-di-appello-di-torino-decreto-sulla-trascrizione-nel-registro-dello-stato-civile-italiano-di-un-bambino-come-figlio-di-due-madri/ ↩︎


Care tutte, cari tutti,

ogni due mesi ci incontriamo in carne e ossa per discutere. Gli incontri di Via Dogana 3 sono sei all’anno, alle 10 di ogni seconda domenica di ogni mese alterno, da Gennaio a Novembre.

Ecco il calendario del 2015:

– 12 luglio

– 13 settembre

– 8 novembre

Vi aspettiamo in via Pietro Calvi 29, tel. 02 70006265.


Alle abbonate/i, ai lettori e alle lettrici di Via Dogana, e a tutte le loro amiche&amici,

C’è una bella notizia. Dopo la chiusura della rivista con il n. 111, la Redazione di Via Dogana ha ricevuto da parte vostra un inaspettato numero di lettere riconoscenti, incoraggianti e illuminanti, di singole e di gruppi, scritte di slancio o lungamente discusse. Il numero e la qualità di queste lettere ci hanno dato voglia di riprendere la strada dell’informazione, della ricerca e della discussione. 

Ci sarà dunque un seguito di Via Dogana, secondo un nuovo progetto. 

Il nuovo progetto ha due filoni, uno in rete e uno d’incontri in carne e ossa. Molte ci hanno scritto: ci vuole anche il cartaceo, e dicono bene, ma per ora non ci sarà.

– Il lavoro in rete, coordinato da Laura Milani, sarà raccolto in questa sezione.

– Luisa Muraro e Laura Minguzzi coordineranno gli incontri in carne e ossa. 

Possiamo chiamarli Incontri di Via Dogana 3, saranno sei l’anno. Il primo appuntamento è stato il 17 maggio. Il secondo sarà il 12 luglio 2015, alla mattina dalle 10, in via Pietro Calvi 29, tel. 02 70006265. 

Gli incontri sono fatti per parlare insieme di quello che accade, aiutarci a capire e trovare idee da far circolare in rete o in altri modi.

Saluti dalla Redazione di VD.

La rete: un nuovo modo di fare politica e di confrontarsi. Come funziona il confronto nel world wide web? Possono le relazioni intrecciate in internet sostituirsi al faccia a faccia evitando viaggi e spostamenti? Ne abbiamo parlato con Luisa Muraro che definisce internet “un nuovo mezzo dello scambio politico… buono, straordinariamente buono, a patto che venga completato con lo scambio in presenza…” e che a proposito di viaggi e spostamenti annuncia una svolta nel suo agire politico: “è venuto il tempo per me di voltare pagina mettendo fine a questo mio andare invitata in vari posti da sola, in compagnia, all’estero o in Italia…”

“C’è una politica diffusa che in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, è riuscita a mobilitare e incidere con fantasia e libertà nella vita politica del nostro paese. Passa da internet, dalle migliaia di messaggi che in poco tempo riescono a convogliare persone e idee verso un’impresa comune, spesso un appuntamento di piazza, talvolta una performance, una critical mass o altre invenzioni….”, scrive Laura Milani nel suo articolo Tremate tremate le streghe son tornate” pubblicato sul n. 98 di Via Dogana.
E inoltre Sara Gandini nel suo intervento al Femminist Blog Camp ha affermato: “Ci sono molti esempi interessanti che mostrano modalità creative, in cui le donne, ma non solo, fanno invenzioni sulle pratiche anche in questi luoghi. Si tratta di esperienze che spesso nascono o fioriscono tramite la rete, preferiscono l’orizzontalità alla delega e allo schieramento e non riproducono modelli viriloidi nel proprio modo di manifestare dissenso”. E poi a proposito degli scontri nelle piazze dice: “…possiamo toccare con mano che se i media mainstream mostrano solo gli scontri, le sfide, le pratiche più maschili e funzionali al potere, internet dà accesso ad altre pratiche, capaci di articolare il conflitto anche oltre lo scenario dell’appuntamento di piazza, nella dimensione quotidiana, territoriale, culturale, diffusa”.
Sono parole che hanno acceso in me il desiderio di saperne di più. Come funzionano le relazioni in rete? Possono sostituirsi a quegli incontri corpo a corpo capaci di produrre pensiero nuovo e accadimenti inaspettati?
Ho voluto affrontare questo tema con Luisa Muraro, che mi ha concesso un’intervista all’interno della quale, allacciandosi al tema degli incontri virtuali e di quelli in presenza, ha voluto far sapere che per lei è venuto il tempo di interrompere la sua attività politica in giro per il mondo, di voler restare presso di sé, di quello che le capita dentro. “C’è anche il bisogno del silenzio, che in me non è nuovo: ogni giorno, da sempre, devo stare da sola per un certo numero di ore. Ora mi serve soprattutto per ascoltare una trasformazione che avverto in me e per prestare attenzione ai cambiamenti in corso, allo spuntare di nuove idee. Bisogna distillare le tante cose”.


Confrontarsi è necessario perché possano accadere dei cambiamenti. Oggi molte discussioni avvengono in rete ma a mio avviso è molto importante il faccia a faccia. Vorrei sapere cosa ne pensi, come vedi la rete per fare politica e qual è il valore del confronto in carne ed ossa.

Luisa Muraro: “Non si può azzerare lo scambio in presenza. Si tratta di corpi che parlano oltre e insieme alle parole. L’espressione massima del linguaggio dei corpi in presenza sono le effusioni amorose ma anche i corpi che non entrano in contatto fisico, in qualche modo si toccano lo stesso, attraverso la vista, l’udito, l’odorato, attraverso tante mosse che in parte sono inconsce e inconsapevoli. Il linguaggio dei corpi può risultare alle volte un intensificatore del significato delle parole ma in altri casi, viceversa, può accadere che parole intense ne vengano smentite o indebolite. Comunque nel parlarsi in presenza avvengono delle cose.
Per quanto riguarda la rete: io la frequento attraverso la posta elettronica che uso molto e ho relazioni con persone che praticano la rete, come quelle che formano la redazione carnale del nostro sito. Queste persone mi assicurano che la comunicazione in rete non è solo verbale, c’è nel suo linguaggio qualcosa che in qualche modo la completa. Attraverso queste persone io mi considero presente nella rete. Lo sono anche attraverso la mia Avatar, voglio dire che il mio nome e notizie che mi riguardano (alcune false, altre imprecise) girano in rete. La mia Avatar recentemente ha compiuto 81 anni, mentre io ne ho solo (si fa per dire) 71. Scherzi a parte, ritengo che questo nuovo mezzo dello scambio politico sia buono, straordinariamente buono, a patto che venga completato con lo scambio in presenza proprio come facciamo quando c’incontriamo al Circolo della rosa per aggiornare il nostro sito.
Per il movimento delle donne, soprattutto per il femminismo della differenza, la piazza non è molto importante ma è importante il riunirsi, ritrovarsi in luoghi pubblici, crearli se occorre, penso all’Agorà del lavoro e alla stessa Libreria delle donne, luoghi dove conoscersi, vedersi in viso, ridere, mangiare insieme e qualche volta anche litigare. Litigare in rete non è cosa buona, nella mia esperienza. Si può invece litigare costruttivamente in presenza avendo un certo senso della misura. I conflitti in presenza possono essere fecondi”.

Nella tua storia politica hai viaggiato molto. Vuoi svelarci qualche esperienza in cui, a partire da un confronto, da una discussione, è capitato qualcosa cha ha prodotto nuovo pensiero?

Luisa Muraro: “Sì, ho viaggiato parecchio e posso dire che tutti gli incontri muovono il pensiero. Episodi rilevanti li ho in mente e sono davvero tanti. Recentemente, sono stata a Pesaro, nella Casa delle donne, e una ha detto: “La mancanza di linguaggio ti ruba le forze”, cioè: senti che hai le forze, però, se non trovi le parole, le forze si dileguano.
Un fatto per me notevolmente importante è stato incontrare a Venezia, tre anni fa, in un seminario di filosofia diretto dal prof. Vigna (già mio compagno d’università), due giovani studiosi che si sono appassionati al tema della differenza sessuale, Susy Zanardo e Riccardo Fanciullacci. Nel corso di questo seminario ho detto e mostrato in pratica che la differenza si fa conoscere nello scambio dal vivo più che dal ragionamento. A un pensiero oggettivante la differenza sfugge mentre invece si manifesta in un pensiero che è soggettivo e oggettivo insieme. In seguito, i due che ho nominato hanno curato un ottimo libro sulla differenza che vendiamo anche nella nostra Libreria, dal titolo significativo: Donne, uomini. Il significare della differenza.
Un altro incontro fecondo è stato quando Lia Cigarini e io siamo andate a Napoli e abbiamo conosciuto Luisa Cavaliere, che, in quel periodo, lavorava come giornalista. Luisa successivamente è stata impegnata nell’amministrazione della sua città e attualmente è attiva in un’associazione mista, Città sociale, uomini e donne impegnati a curare la civiltà delle donne e del territorio. Ora loro ci invitano a Napoli, ora vengono a Milano. Questo lungo percorso è nato da quel primo incontrarsi, vedersi, parlarsi, rinnovandosi nel tempo.
Tutti gli incontri sono proficui. Ci sono poi i legami con paesi quali la Germania, la Spagna, la Francia e anche in questi casi ci sono momenti di incontro diretto, a tu per tu, e momenti di incontro tramite convegni. L’anno scorso sono stata a un convegno a Parigi su Margherita Porete. Ho incontrato donne che sono della rete femminista ma anche studiose e studiosi di Margherita che danno contributi alla conoscenza e valorizzazione della differenza femminile.
Ogni incontro contribuisce ad allargare e infittire gli scambi: si va in un luogo e si incontrano delle persone che raccontano di altri incontri e di altre persone, già conosciute o ancora sconosciute, c’è tutta una rete che non è solo quella virtuale”.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

Luisa Muraro: “Di questo volevo parlare con te. Mi sono spesa molto e ho guadagnato molto, anzi moltissimo. Ho sentito tuttavia che è venuto il tempo per me di voltare pagina mettendo fine a questo mio andare invitata in vari posti da sola, in compagnia, all’estero o in Italia. È un’attività che richiede un dispendio di energie non da poco, bisogna infatti viaggiare, incontrare persone spesso sconosciute o cambiate dall’ultima volta, confrontarsi con contesti che spesso sono diversi da come ce li si aspettava. Per non parlare dei ritorni, cioè della restituzione, solitamente più che sufficiente, ma le cose possono anche non andar bene, possono esserci degli incidenti; in questi casi ci si rimprovera di non aver potuto fare meglio e le energie non tornano indietro. D’altra parte, con gli anni le forze fisiche e mentali sono diminuite, in particolare la memoria: è penoso incontrare donne e non riconoscerle. Per la stanchezza mi è capitato di dover disdire impegni già presi e questo è sgradevole. C’è anche una trasformazione in positivo, per esempio oggi mi sento più a mio agio in pubblico, è vero, ma nello stesso tempo sento che ho voglia di restare presso di me e presso quelle persone a cui sono legata da un lungo affetto e che, conducendo una vita piena d’impegni, trascuro.
C’è anche il bisogno del silenzio, che in me non è nuovo: ogni giorno, da sempre, devo stare da sola per un certo numero di ore. Ora mi serve soprattutto per ascoltare una trasformazione che avverto in me e per prestare attenzione ai cambiamenti in corso, allo spuntare di nuove idee. Bisogna distillare le tante cose.
Detto questo, devo aggiungere che nella prima metà del 2012 ho tre insegnamenti cui fare fronte: nella scuola di scrittura pensante alla Libreria delle donne, con Clara Jourdan, nel master di Annarosa Buttarelli all’Università di Verona, Filosofia come via di trasformazione, e nel master di Duoda, Università di Barcellona”.

Quando si parla di spostamenti è necessario fare una precisazione. Un conto è affacciarsi a nuove realtà per confrontarsi, creare nuovo pensiero, altra cosa è l’andare in giro per esportare i modelli occidentali. In questo caso, tu dici, è meglio restare a casa propria.

Luisa Muraro: “Su questo tema, anni fa, c’è stato un vivace dibattito pubblico con alcune dirigenti del movimento Donne in nero che avevano come pratica quella di andare in luoghi difficili. Sono andate, per esempio, in Libano nei campi profughi palestinesi, in Afghanistan e sicuramente in altri posti. Le missioni delle Donne in nero sono ispirate alle migliori intenzioni del mondo, sono una testimonianza di pace e di vicinanza. La discussione è nata perché sia la iniqua e penosa situazione dei profughi palestinesi sia la situazione turbolenta dell’Afghanistan sono effetti di politiche occidentali sbagliate. C’è questo a monte. Ecco lo schema tipico dell’imperialismo: primo, parte l’esploratore solitario e avventuroso, poi parte la missione scientifica, poi partono i missionari e infine parte l’esercito che pianta la bandiera (francese, tedesca, italiana, Usa…). Tutta la storia occidentale moderna ci vede proiettati verso altri popoli per convertirli alla nostra religione, per rubare le loro risorse, per esportare usi e consumi nostri. Non è contemplata la reciprocità. Adesso arrivano da noi gli immigrati ma come bisognosi, noi invece si andava in territori stranieri come dei portatori di civiltà e salvezza, fino alla fine, fino alla spedizione militare in Libia. Meglio restare a casa nostra, ho detto. Con le Donne in nero volevo discutere, non giudicarle: io stessa sono andata in Burkina Faso, due volte, invitata da un’associazione di quel paese”.

Vorrei approfondire con te un’altra questione. Come mai, nonostante il femminismo della differenza sia un movimento attivo che ha prodotto e continua a produrre effetti visibili agli occhi di tutti, viene quasi ignorato dai media tradizionali, i quali, per giunta, non lo distinguono dal femminismo di Stato? Eppure in rete le cose sono diverse.

Luisa Muraro: “Sono possibili più risposte, una è che bisogna tener conto della profonda novità portata dal femminismo della differenza: si tratta di idee profondamente semplici ma nuove e come tali difficili da intendere e da comunicare. Questa non è tutta la risposta, se ci fosse più buona volontà, impegno, serietà, meno tradizionalismo maschile, andrebbe meglio. Però, in certe persone, in certi movimenti, cresce il desiderio di informarsi e capire”.

Nonostante che le donne abbiano guadagnato libertà e un nuovo senso di stare al mondo spesso in Italia prevale un atteggiamento vittimistico sulla nostra condizione. Alcuni fanno un collegamento tra una certa volgarità dell’immagine femminile sui media con il fatto che ci sarebbero poche donne in politica. In realtà la questione è ben più complessa.

Luisa Muraro: “Sono d’accordo. Il potere non è affatto l’antidoto alla volgarità. Ma c’è un altro punto. Molti dicono: poche donne in politica, e intendono dire: poche donne nei posti di potere. Nel numero di Via Dogana appena uscito, c’è un articolo sulle donne al potere in Germania, sono donne che cercano di fare politica nei posti di potere. Politica e potere sono cose diverse. Donne politicamente impegnate ce ne sono sempre di più anche in Italia, se diamo alla politica un significato autentico, che è di contrastare il potere perché ci sia più giustizia e più libertà. Le donne che si spendono perché ci sia libertà laddove c’era servitù, povertà, sono molte.
La trasformazione in corso nella società è grande. Io penso che non bisogna per forza chiedere riconoscimenti laddove avviene la trasformazione, c’è da leggerla, farla vedere e apprezzare. Poi, un giorno, verranno le ricostruzioni storiche”.

Tu sei alla vigilia di una svolta che riguarda il tuo impegno politico. Quando ti sei congedata dall’insegnamento hai tenuto una lectio magistralis in cui hai fatto una retractatio de L’ordine simbolico della madre. In questo nuovo cambiamento, c’è qualche nuovo spunto o qualche questione che vorresti affrontare?

Luisa Muraro: “Vorrei precisare che retractatio non è una ritrattazione, significa riprendere in mano un argomento già trattato. La studiosa Edda Melon che, a Torino, ha presentato il mio Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, ha affermato che, in parole più o meno rinnovate, torno sempre sul tema della relazione materna. In questo momento sono sul punto di fare una svolta, sì, ma non sento il bisogno di fare discorsi per congedarmi: mi sposterò molto meno e incontrerò meno persone, ma continuerò a frequentare le persone vicine, restando fedele alle scelte della mia vita. Che cosa ne seguirà, non lo so”.

Occupazione: Imporre l’ospitalità a chi non la desidera o a chi non si sente di offrirla, equivale a un atto di violenza. Legami: La donna è divisa fra corpo e anima, che possono armonizzarsi solamente quando la gravidanza è un atto d’amore che si perpetua

Chi può decidere, se non la donna stessa, se sia in grado o meno di ospitare un altro dentro di sé? Imporre l’ospitalità a chi non la desidera, o a chi non si sente di offrirla, equivale a fare violenza. Chiamiamo questa violenza “occupazione” quando siamo costretti a tollerare nel nostro paese, nella nostra città, perfino nella nostra casa persone che non sono state invitate a venire ad abitare con noi. Fino a ora, non avevamo immaginato una parola che designasse ciò che prova una donna che scopre di avere in sé un ospite che non ha invitato, per di più un ospite con cui deve condividere non solo uno spazio esterno, ma il proprio corpo, il proprio sangue.
La cosa è così sovrumana che ci lascia muti, senza parole, costretti a implorare l’aiuto sia della natura sia di Dio per lavarci le mani della situazione in cui si trova la donna. Pensiamo che si tratti qui dell’opera della natura o di Dio, senza fermarci a riflettere sull’opera della donna stessa. Tanto più difficile che l’ospite non è soltanto uno, ma due: è fatto da due. Nel suo corpo, la donna non ospita solo un futuro individuo con un proprio corpo e una propria anima, ma l’unione di due corpi e due anime: i suoi e quelli dell’uomo che ha concepito insieme con lei.
Se la gravidanza risulta da un atto d’amore, non c’è dubbio che il desiderio della donna sarà di perpetuare in sé l’unione amorosa. Certo, ospitare l’altro in sé durante nove mesi non è una cosa solo agevole e gradita in ogni momento. Ma per amore, per l’amore, le donne sono capaci di oltrepassare i limiti della solita umanità.
Sfortunatamente, succede troppo spesso che la gravidanza non sia il frutto di un’unione amorosa di corpi e di anime. E che l’ospite non sia la perpetuazione di un atto d’amore. In questo caso è piuttosto uno straniero che abita il corpo della donna, uno straniero che, in parte, è anche lei. Accogliere in sé stessa un simile ospite non è una cosa facile! La donna è lacerata fra sé stessa e un corpo estraneo che l’assedia dall’interno. Non può sfuggire a questo assedio interiore di una presenza che è e non è lei stessa. E anche se il corpo prosegue il suo lavoro, l’anima non riesce ad accompagnarlo. La donna è dunque divisa fra corpo e anima, che si possono armonizzare solamente quando la gravidanza è un atto d’amore che si perpetua.
Gran parte della nostra tradizione è basata sulla separazione tra corpo e anima. Ciò spiega sia l’arroganza – compresa quella nei confronti della donna incinta – sia l’infelicità della nostra umanità. L’interpretazione più positiva della “Buona novella” del Cristianesimo consisterebbe nella riconciliazione fra corpo e anima. Il Cristo ne sarebbe il primo frutto se lo consideriamo come l’avvento o il ritorno del divino nella carne. Ma se ciò viene inteso come la messa a disposizione del corpo della donna per un logos maschile, allora non è una novità rispetto alla cultura precedente. In tal caso, il Cristo non testimonia una buona novella: il possibile incamminarsi dell’umanità verso il suo compimento grazie alla redenzione della carne per l’amore.
Diventa invece tutt’altro se l’avvento del Verbo fatto carne viene inteso come il superamento in Maria della scissione fra corpo e anima, unite nella carne andando oltre l’attrazione istintiva e l’arroganza mentale, grazie all’amore. Questo passo in più nello sbocciare dell’umano è stato possibile perché il Signore ha condiviso con Maria un soffio divino prima di metterla incinta “naturalmente”. Questo ci insegna l’evento dell’Annunciazione in cui l’angelo del Signore chiede a Maria se vuole essere la madre del Salvatore del mondo.
Tutto questo sembra un po’ magico ed esigere da noi una fede cieca, a meno che cerchiamo di sentire che cosa succede quando una donna è incinta, e come un semplice processo naturale può giungere a una dimensione spirituale, che consente all’umanità di accedere a un ulteriore livello del suo compimento.
Sfortunatamente, si dimentica troppo spesso che Maria, grazie all’unione fra natura umana e natura divina nella sua carne, è il luogo fondatore del Cristianesimo. Maria si è trovata incinta non solo a causa di sperma umano, ma per un respiro divino che lei ha ricevuto e accettato di condividere per il tramite dell’angelo del Signore, che ne simbolizza il soffio. Sembra ovvio, per i cristiani che devono tentare di imitare Gesù; eppure il più delle volte dimenticano come il suo avvento è stato possibile e che cosa significa. Da anni, anche in occasione del Natale, non sento allusioni a Maria nelle prediche. E le stesse donne ormai pretendono di imitare Gesù invece di divinizzare la propria natura femminile. Ma chi insegna loro in modo positivo e non privativo, che esse sono il luogo dove è nato, e può rinascere, il Cristianesimo? Quale uomo si cura di perpetuare un simile avvento mandando alla donna che ama il proprio angelo – cioè un supplemento di respiro o di anima – per chiederle se vuole concepire un figlio, in modo non solo naturale ma divino?
L’accento posto sull’aborto naturale non risulterebbe da una cecità rispetto a un aborto spirituale all’opera nella storia del Cristianesimo? Per mancanza di attenzione e fedeltà all’unione del corpo e dell’anima che può compiere l’amore? La morale non c’entra granché, in questo mistero. La sua preminenza avviene per la nostra incapacità ad amare. Certo, un diritto civile positivo deve tutelare la possibilità per la donna di assumere in modo responsabile la sua identità di donna. Il resto è un affare d’amore per cui difettiamo tuttora di un insegnamento adeguato, sia laico sia religioso.
E se rileggo i Vangeli portatori della “Buona novella”, è di amore che sento parlare e non di morale, un amore che passa anche attraverso i corpi, che si toccano e diventano così capaci di compiere miracoli. La condanna morale la trovo veramente di rado, salvo che nei confronti dei farisei, degli ipocriti e egoisti, dei ladri e mentitori, di quelli che gettano sassi alla donna che avrebbe peccato, senza considerare le proprie colpe né la capacità d’amore della donna. Una donna per cui, è vero, l’amore troppo spesso rimane una follia incapace di calcolare e sprovvista di sapienza. Lo ribadisco: ci manca ancora una cultura dell’amore e del desiderio all’altezza della nostra tradizione.



Da la Repubblica
Immagine di Giorgia Basch, BilderAtlas

In mezzo a tante domande e polemiche circa le sue origini, quello che sappiamo per certo è che, per venire a questo mondo, deve passare da una donna.

È bene che ci poniamo anche noi, comuni mortali, gli interrogativi che vengono da una ricerca scientifica che avanza a modo suo (umanamente limitato, oltre che squilibrato dagli enormi interessi economici che ci sono di mezzo) sui confini della vita. Bene anche che si voglia ascoltare quello che hanno da dire “le femministe”, alle quali si chiede, con un’impazienza insolita, di prendere posizione. Purchè si ascolti davvero, mi limito ad aggiungere.
Io prendo la parola per dire una cosa soltanto, che si riferisce al pensiero femminista che ha accompagnato il dibattito intorno alla legge istitutiva e al referendum abrogativo dell’aborto, negli anni Settanta. Sembra a qualcuna che fu un pensiero rozzo, giudicato alla luce della nostra odierna sensibilità, s’intende. Altre sono intervenute a precisare che non è vero e che l’unica rozzezza, semmai, è in una certa ricostruzione del passato. Sono d’accordo con queste ultime, accettando però la sfida di un confronto sul tema di fondo, che è la cultura della vita, ieri e oggi.
Su questo tema il pensiero femminista ha dato un contributo che, a mio giudizio, resta valido anche oggi e che può estendersi, con le necessarie mediazioni, anche ai temi più recenti della procreazione assistita e della ricerca scientifica sulle cellule staminali. Non si tratta di una risposta, ma di un criterio, che però nelle cose umane, sempre relative e sempre in tensione fra gli estremi assoluti, ha il valore di un principio. Dirò “noi” facendo riferimento a quelle con cui ero in contatto, che vuol dire – nel movimento in espansione del pensiero attraverso una rete vastissima di rapporti – migliaia di donne e più ancora, molte più ancora, fuori dal numerabile.
Noi dunque, in quegli anni ci siamo regolate, in primo luogo facendo tacere le ideologie e ascoltando le donne (noi stesse, in primis) in carne ed ossa, comportamenti, sentimenti, paure, desideri, vergogne, aspirazioni… Da questa pratica siamo arrivate alla conclusione che la cosa migliore sia regolarsi in tutto seguendo un semplice criterio e cioè che la vita umana, vita di un essere senziente ma anche parlante, desiderante ma anche capace di regolarsi, ecc., questa vita arriva a questo mondo passando necessariamente attraverso l’accettazione di una donna che la accoglie, la coltiva per consegnarla al resto dell’umanità, rappresentata di solito da un gruppo sociale, e in primo luogo, se in questa vicenda lei ha avuto un compagno, a lui che, nelle nostre culture, è di solito il padre della nuova creatura. Non siamo ancora nella sfera dei diritti-doveri, che viene dopo, tant’è che noi, diversamente dai radicali, non abbiamo parlato di un diritto all’aborto e che, in campo legislativo, quello che abbiamo chiesto è stata la sua depenalizzazione.
Il passaggio della libera accettazione di una donna, noi lo abbiamo sentito come un criterio regolatore che esonera da domande del tipo oggi corrente e così fuorvianti, come “ma l’embrione è vita umana?”. Ma attenzione che questo criterio vale come un principio, perché più a monte c’è altro, sì, ma non si può andare ad indagare saltando quel passaggio, pena la caduta in quella mostruosità che la cultura medico-scientifica, lasciata da sola, ha conosciuto e può tornare a conoscere, non dimentichiamolo.
Vuol dire che, stando a questo criterio, si eviteranno sbagli, disordini e sofferenze ingiuste? Oh no, ci saranno abusi, ci sono stati, non faccio l’elenco perché li conosciamo, ma due cose vorrei aggiungere: primo, che finora, da parte femminile questi abusi non sono stati molti né gravi; secondo, che i criteri umani non sono mai automatici e proprio nella loro fragilità ci invitano a prendere la strada più sicura, che non è una legislazione capillare ma una buona, sobria legislazione integrata da usi e costumi civili e da relazioni sociali non strumentali, insomma da quella che molte abbiamo imparato a chiamare politica prima. In ogni caso, la lotta contro gli abusi in questo campo, secondo me comincerà a dare risultati nel momento in cui quel criterio che è più di un criterio, quel principio che non è un principio, sarà entrato nella nostra civiltà, definitivamente. Siamo ancora molto lontani da ciò, non c’è dubbio che molta scienza resta opera di uomini che sono in concorrenza rivale con le prerogative femminili nel campo della vita.



Immagine di Bibi Tomasi, Archivio Libreria delle donne di Milano

Da il manifesto – Dedico questo scritto ad Alma Sabatini, autrice delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana e, coadiuvata da altre, di Il sessismo nella lingua italiana. Ho cercato di scrivere come le avevo anticipato ormai quasi un anno fa. Ho alcune critiche da farti, le dissi, ma sono fondamentalmente d’accordo con la tua impresa. Lei mi rispose: grazie per l’accordo e grazie per le critiche.

Nel nostro paese la questione della lingua è sempre stata una questione politica. Oggi viene posta soprattutto da donne e questo corrisponde al fatto che oggi la politica più viva è delle donne.
Al centro del lavoro di Alma Sabatini c’è, precisamente, la questione del rapporto fra generi grammaticali e generi sessuali. Le Raccomandazioni, il cui scopo è essenzialmente pratico, vogliono che la rappresentazione linguistica della differenza sessuale non sia di pregiudizio al sesso femminile. Ma, in contrasto con la soluzione di chi, per eliminare la discriminazione, propone l’invisibilità linguistica della differenza sessuale, le Raccomandazioni sono per la sua rappresentazione nelle forme proprie della lingua.
La natura politica della questione viene in luce solo se teniamo presente lo scopo delle Raccomandazioni nella sua interezza. Mi spiegherò alla buona. Normalmente Margaret Thatcher (le chiedo venia, tiriamo fuori sempre lei) è un primo ministro, ma può diventare una maledetta troia nel linguaggio dell’opposizione. Il rispetto della sua carica si esprime prescindendo dalla sua identità sessuale, identità che le viene pittorescamente restituita dalla rabbia di un avversario, sicuramente maschio e probabilmente indignato con lei per qualche buona ragione.
Non si tratta di privare le opposizioni del loro gergo, se gli serve a fare il loro mestiere. Ma non si può nemmeno mutilare una lingua della sua potenza espressiva. La lingua italiana, per esempio, è capace di significare in una sola parola l’occupazione sociale e il sesso di una persona: operaia, operaio, pescivendola, pescivendolo… Perché allora non diciamo ministra, ministro? La risposta si presenta piuttosto facile: per ragioni extralinguistiche, come la secolare esclusione delle donne dalle cariche pubbliche e la perdurante ostilità di molti verso quelle che accedono a tali cariche. Nel nostro sistema simbolico-sociale, è ammesso pacificamente che una donna lavori in fabbrica o che venda pesci, ma non altrettanto che governi sugli uomini.
Questa risposta è sostanzialmente giusta, salvo che le ragioni indicate non sono veramente extralinguistiche, a causa che il linguaggio verbale (che è, fra i linguaggi, quello più istituito, più storico, più umano) assorbe le ragioni di una cultura, le fa sue, principalmente attraverso l’uso e in forza della competenza linguistica. Che, come ci insegna Saussure, appartiene in prima istanza ai comuni parlanti.
Ma, naturalmente, quella stessa lingua che attraverso l’uso e la competenza dei comuni parlanti ha fatto sue le pieghe mentali di una società sessista, in forza degli stessi principi è disposta a fare suoi gli atteggiamenti, nuovi o antichi, di chi combatte il sessismo. Questo è, in breve, il nodo di problemi in cui Alma Sabatini ha messo i piedi con le sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana.


Lo scrittore androgino
Dopo alcuni mesi dall’uscita delle Raccomandazioni, due insegnanti (che poi interverranno sul Manifesto del 23-4-1986: Graziani e Lazzerini, Il marito del Signor Preside), mi segnalarono alcuni interventi vivamente ostili alle proposte avanzate da Alma Sabatini. Li esaminerò insieme a voi, mi pare il modo più semplice di rendere l’idea del nodo problematico che dicevo prima. Esaminerò, in ordine, gli interventi di Giulia Borgese e Pietro Citati sul Corriere della sera, di Beniamino Placido intervenuto due volte su La Repubblica, e di Umberto Eco su L’Espresso.
Giulia Borgese, Il nuovissimo vocabolario della Donna sapiens, respinge orripilata le Raccomandazioni ma simpatizza con la loro autrice e scherza da cima a fondo. Fa bene, perché l’unico argomento linguistico da lei portato vale ben poco. Per respingere il femminile di finanziere: finanziera, la Borgese oppone che questa parola ha già un suo significato. E cita lo Zingarelli, «il più scolastico dei vocabolari, che le nuove puriste della lingua italiana non hanno neanche consultato». Sbaglia. Lo Zingarelli, infatti, conia per donne anche nomi come chimica o fisica, senza badare al fatto che queste parole hanno già un altro significato. ?Basterà leggersi la Nota sul femminile a pag. 381 del Nuovo Zingarelli minore, undicesima edizione. Il fatto è che, mentre lo Zingarelli si sforza di stare vicino alle tendenze proprie della lingua italiana, Giulia Borgese è vicina a quelle donne la cui ambizione è un titolo professionale messo al maschile. Scrive infatti: «Quanto ci hanno messo le donne a farsi chiamare, quando se lo meritano, avvocato, magistrato, medico o architetto?» Quando se lo meritano… Avremmo insomma una specie di nostra carriera per cui le più brave passano al maschile e le altre restano con un titolo al femminile.
Per Pietro Citati le Raccomandazioni sono un libro tutto da ridere, un vero capolavoro comico. A parte questo giudizio (ricordo, per parte mia, d’aver trovato comicissimo un titolo apparso sui giornali dieci anni fa: Moro rapito dalle Br), l’argomento più strettamente linguistico di Citati sarebbe che nomi come uomo e scrittore «non sono maschili: sono androgini». Che cosa vuol dire? Escluso che egli ignori la teoria corrente dei generi grammaticali, in italiano, ed escluso anche che voglia cambiarla, ho pensato che si tratti di una sua idea sul rapporto fra generi grammaticali e generi sessuali, un’idea dettata dalla sua familiarità con la scrittura letteraria.
Mi spiego. La letteratura è come una continua ricerca di superamento della convenzionalità che sembra caratterizzare i segni del linguaggio verbale. La letteratura, specialmente la poesia, cerca di fare che ci sia rispondenza fra il significante e il significato, quasi aspirando a trovare una rispondenza fra il segno e la cosa. Così, davanti al maschile non marcato usato per indicare individui di sesso maschile o femminile, Citati vuole pensare che il maschile non marcato non sia veramente tale, ma che sia compenetrato, nel suo stesso significato, di sesso maschile e di sesso femminile. Androgino, appunto.
Se questa mia interpretazione non è tutta sbagliata, allora la mia critica al suo pezzo sul Corriere è fondamentalmente una sola, il suo non aver capito o non aver detto che Alma Sabatini, da lui presa in ridere, è molto vicina non dico alle sue posizioni ma certamente alla sua preoccupazione, che si sente in tutto il suo articolo, di salvare la differenza femminile dalla omologazione al maschile.
All’opposto di Citati, Beniamino Placido e ancor più Umberto Eco, nelle loro critiche alle Raccomandazioni, enfatizzano la convenzionalità del rapporto fra generi grammaticali e generi sessuali. C’è da dire che né l’uno né l’altro sembra, sottolineo il sembra, rendersi conto che in gioco è la significazione della differenza sessuale. Essi pensano che lo scopo di Alma Sabatini e compagne sia di raggiungere la «parità linguistica». L’espressione è di Placido e traduce semplicisticamente quello che Alma Sabatini chiama simmetria nella rappresentazione linguistica dell’essere donna/uomo.


Il convenzionalismo non basta
Del duplice scopo delle Raccomandazioni, Placido e Eco hanno dunque presente soltanto una parte, eliminare i pregiudizi antifemminili dalla lingua come tale. Se si trattasse solo di questo, il convenzionalismo sarebbe una risposta utile. Ma non si tratta solo di questo.
Non mi soffermo sul primo dei due interventi di Placido, Questori e Questrici, perché è già stato commentato a suo tempo su questo giornale dalle amiche Graziani e Lazzerini, in termini che io condivido pienamente. Al loro commento aggiungo soltanto che la logica economica messa in campo da Placido («la lingua obbedisce anche e sopratutto a una logica economica. Dire il più possibile con il minor numero di parole»), non solo non esiste ma, se esistesse, darebbe più ragione alle avversarie di Placido che a Placido. Anch’io trovo brutto “questrice” ma certo dice di più di questore (sarà uomo o sarà donna?) ed è più… economico di “questore donna”.
Nel suo secondo intervento, Donne in battaglia, egli non menziona più la presunta logica economica della lingua. Ma, invece di avanzare una piccola quanto dovuta autocritica in proposito, il suo tono si fa solo più aspro. Al tempo dei proverbi avrebbero commentato: ha la coda di paglia. Così, dopo aver divagato qua e là, egli prorompe: «Dovete lasciarvelo dire allora: che la vostra concezione della lingua è terribilmente rudimentale». Continua l’infuriato Placido: «La lingua riflette la realtà, voi dite, quindi cambiamo la lingua ecc. Ma chi ve l’ha detto? Ma dove l’avete letto? La lingua serve a riflettere la realtà, qualche volta; ma anche – e più spesso – ad anticiparla; ma anche – e più spesso – a compensarla».
Logica e giustizia gridano vendetta. Se qualcuno gli dicesse che i ciliegi fioriscono, Placido insorgerebbe: ma chi te l’ha detto? ma dove l’hai letto? Solo perché i ciliegi, oltre a fiorire, sfioriscono, fanno foglie, frutti ecc. La sua illogica sparata non fa che coprire una scorrettezza più grave, relativamente al contesto. Le Raccomandazioni non si basano sulla tesi che la lingua riflette la realtà, ma su una tesi ben diversa, più sfumata, e chiaramente esposta nelle prime righe dell’Introduzione. Basterà citarle: «La premessa teorica alla base di questo lavoro è che la lingua non solo riflette la società che la parla, ma ne condiziona e ne limita il pensiero, l’immaginazione e lo sviluppo sociale e culturale».
È sulla base di questa tesi che può prender senso il fare raccomandazioni sull’uso della lingua. Simili raccomandazioni, se la lingua non fosse che il riflesso della realtà, non avrebbero senso alcuno. Ma la logica non dev’essere il forte di Beniamino Placido.
Viene per ultimo Umberto Eco con un pezzo sull’Espresso, intitolato La sentinella con i baffi.
Prima di esaminarlo, vediamo quello che dice, in fatto di sentinelle, La Grammatica storica del Rohlfs.
Nomi femminili come la sentinella, la spia, la guardia, in origine astratti (spia viene da spiare, sentinella da sentire, più o meno come la posa da posare), poi riferiti a persone di sesso maschile, sono rari e fanno problema, tanto che in certi casi l’uso ha finito per portarli al maschile: il podestà, il camerata, il guardiamarina. Fin qui il Rohlfs.
Va detto che le tendenze che hanno agito in passato non comandano pari pari gli sviluppi futuri di una lingua. Oggi, riguardo alla differenza sessuale, è dato osservare, accanto alle forme tradizionali della sua cancellazione linguistica (per esempio, il maschile non marcato), una certa tendenza alla sua neutralizzazione, che ha cause disparate: imitazione della lingua inglese, emancipazionismo femminile, invasione dell’immaginario tecnologico.
Le Raccomandazioni cercano di contrastare questa tendenza perché nega visibilità al sesso femminile perpetuando in forme ammodernate l’antica cancellazione delle donne. Umberto Eco, invece, le è favorevole e questa è, a mio giudizio, la vera ragione per cui egli si oppone al progetto linguistico di Alma Sabatini e compagne. Vediamo con quali argomenti.


La moglie del papa
Il primo capoverso della Sentinella con i baffi è gioco retorico. Per screditare le femministe che intervengono in questioni linguistiche, Eco pretende che il neolgismo herstory (her=di lei, story=storia) coniato dalle femministe americane, sarebbe nato da una loro (ovviamente errata) etimologia di history (storia). Stante però che certe innovazioni avvengono proprio sulla base di etimologie sbagliate, egli spiega quale avrebbe potuto essere la corretta base linguistica di herstory: le femministe americane, scrive, avrebbero potuto dire che, etimologia o no, history può far pensare istintivamente a una storia di lui (his). Dov’è il gioco? Eco si sdoppia: da una parte c’è il professore di etimologia che dimostra l’ignoranza delle femministe, dall’altra c’è il linguista saussuriano che corregge le vedute troppo rigide del professore e soccorre le ignoranti femministe. In realtà le americane hanno coniato herstory non «perché non sapevano di etimologia» ma perché a loro non interessava l’etimologia ma altro, e dell’argomento etimologico si sono servite spregiudicatamente, così come può fare qualsiasi parlante e come Eco sa che qualsiasi parlante può fare.
Passiamo agli argomenti veri e propri di Eco che sono, schematicamente, tre.
Primo argomento. «In molte lingue il genere grammaticale non coincide necessariamente con il genere sessuale.» Gli esempi sono presi del mondo inanimato (dove non ci sono generi sessuali) e poi dalle solite guardie e sentinelle. Siamo di nuovo vicini al gioco retorico. La tesi, grazie a quel “non necessariamente” è innegabile, ma è altrettanto innegabile che in italiano, quando si parla di esseri umani, la tendenza prevalente è di far coincidere il genere grammaticale con quello sessuale.
Secondo argomento. In italiano, come in altre lingue, mettendo al femminile il nome di una funzione, scrive Eco, «non si suggerisce che il ruolo sia ricoperto da una donna, ma che quella donna sia la moglie di chi ricopre quel ruolo». Qui il “non necessariamente” gli è rimasto nella penna (o nel computer). La regola vale (per quello che vale) per le funzioni riservate esclusivamente a uomini. Nessuno oggi pensa che la professoressa sarebbe la moglie del professore. Del resto, nessuno, esclusi i bambini, ha mai pensato che la papessa sarebbe la moglie del papa. Anche i convenzionalisti devono ammettere che la realtà, nella misura in cui è nota ai parlanti, agisce sull’interprestazione dei segni.
Il terzo argomento di Eco è che «le tradizioni linguistiche non si correggono con decisioni al vertice». Con questo argomento io consento dal profondo del cuore. Ma devo aggiungere che, così formulato, esso non dice nulla su una contraddizione da me riscontrata e mai risolta quando insegnavo nella scuola dell’obbligo. Per dirla immaginosamente: se nell’alto Medioevo fosse esistito l’obbligo scolastico come ai nostri giorni, le lingue volgari si sarebbero mai formate? Per anni ho insegnato la nostra bella lingua ai semibarbari delle periferie urbane. Da loro, dai tanti periferici come loro, poteva nascere un nuovo volgare? Voglio dire che, accanto agli interventi per innovare, le nostre lingue conoscono anche, e in maniera ben più massiccia, quelli per conservare e che a questo tipo di interventi non è quasi possibile opporre la forza di un’autentica tradizione.


Sregolatezza regolata
L’errore che troppo spesso facciamo è di non considerare che la vita di una lingua è internamente animata da tendenze e da tradizioni fra loro contrastanti e non sempre accordabili. E di pretendere che la tendenza giusta sarebbe una e una sola. Non è nemmeno necessario che sia una per le esigenze della comunicazione, come alcuni sostengono. L’uniformità viene più dal bisogno di conformità che dalla ricerca di comunicare.
I rapporti delle donne fra loro, con gli uomini e con il mondo stanno cambiando profondamente, e questo fa sì che la significazione della differenza sessuale nella lingua che parliamo, sia diventata una specie di campo di battaglia e un possibile terreno di sperimentazione per tendenze contrastanti. Alla realtà che cambia convengono e sono anzi necessarie sperimentazione e sregolatezza. Penso a un regime di sregolatezza regolata, per dire: di soluzioni linguisticamente accettabili ma fra loro difformi e anche concorrenti. Considero accettabile tutto quello che serve a mettere in parole ciò che altrimenti non avrebbe parola.
La polemica più appariscente è a livello lessicale, dove è più facile pensare di operare interventi, innovativi o conservati. Il lessico, infatti, è l’aspetto più convenzionale della lingua e quello più presente, più consapevolmente presente, ai parlanti. Ma la significazione della differenza sessuale passa anche attraverso i livelli più strutturali della lingua, la morfologia e la sintassi. È a questi livelli che si esercita maggiormente la forza costringente della lingua sul nostro pensiero e, al tempo stesso, si moltiplicano gli errori, i famosi errori di grammatica. Si moltiplicano, cioè, i tentativi spontanei di innovazione linguistica che restano senza sbocco o per difetto di significatività interna o per mancanza di consenso nella comunità dei parlanti.
La polemica sul rapporto fra generi grammaticali e generi sessuali, di cui abbiamo visto insieme un episodio, ci presenta alternative secondo me troppo rigide. Fra la realtà che cambia e la lingua con la sua plasticità, è possibile uno scambio molto più ricco. La sperimentazione linguistica, la sregolatezza regolata che suggerisco (basandomi non sulle nostre capacità ma sulle capacità di quella grande acrobata che è la lingua), non avrebbe solo il vantaggio di valorizzare e quindi coltivare la competenza dei, delle comuni parlanti, togliendo spazio agli autoritarismi di ogni provenienza e dando coraggio alle maestre di scuola. Insieme a questo, verrebbe in luce la posta in gioco e quindi il senso vero della polemica, così che ciascuno, ciascuna possa prendere posizione, com’è giusto che sia possibile trattandosi della lingua che parliamo, che è bene comune, forse il bene che abbiamo più comune.


Nella vita della lingua
Ci agita e ci divide la rappresentazione della differenza sessuale. Che si tratti di questo, lo possiamo ricavare anche da ciò che Eco scrive in conclusione al suo intervento. Come portando un quarto argomento ma per inciso, egli scrive: «Oltretutto, voler femminilizzare i nomi dei ruoli a seconda del sesso, sembra un modo per sottolineare una differenza che non deve riguardare la funzione». Non: sembra, ma è. Alma Sabatini, io e alcune altre, infatti, vogliamo proprio dire che la differenza sessuale non solo viene prima della funzione sociale e coesiste con tale funzione (come lo stesso Eco sa bene, sebbene non voglia dirlo), ma anche che può diventare principio di valore, autentico valore umano, per la funzione stessa, relativizzata in senso non mortifero dalla dualità originaria di essere donna/uomo.
Senza prospettarsi questa posizione ma come intuendola e avversandola, Eco conclude il suo pezzo sull’Espresso in maniera piuttosto strana, con una battuta da uomo messo in minoranza, fatta non per colpire la posizione avversaria ma il senso comune. Giudicate voi. Scrive: «Il vigile non ha sesso, come non ce l’hanno né ‘il’ semaforo né ‘la’ striscia». Naturalmente qui tutti insorgono, dal filosofo al vigile passando per il linguista e lasciando Eco solo a far l’amore con la striscia o con il semaforo.
Eco in realtà sta facendo l’amore con la sua teoria e non è solo. La battuta finale, com’è evidente, rispecchia scherzosamente la sua concezione del rapporto fra genere grammaticale e genere sessuale. Ho già detto che è una concezione convenzionalistica e che non la condivido, senza poter argomentare per ragioni di spazio. Rimando all’ultimo numero della rivista Inchiesta, intitolato “Sessi e generi linguistici”, a cura di Luce Irigaray, e specialmente a quello che vi scrive Patrizia Violi.
Di mio aggiungo che una concezione convenzionalistica del linguaggio verbale non è mai interamente né definitivamente confutabile, per la semplice ragione che il linguaggio verbale non è mai interamente né definitivamente confutabile, per la semplice ragione che il linguaggio verbale è inclinato al convenzionalismo. Ma non vi si riduce mai. Mai. C’è qualcosa, nella vita stessa della lingua, che ci supera. Che ci intriga, ci agita, ci divide.
Il contrasto, dunque, è immanente alla lingua, alla sua vita, e i protagonisti di questa polemica sono e devono restare coloro che della lingua hanno bisogno per capirsi e capire il mondo. Così sono tornata al punto di partenza. La questione della lingua è politica e ne sono protagoniste le donne.

La Libreria delle donne esiste dal 1975. Dalla sede storica di via Dogana 2, si è spostata in via Pietro Calvi 29, a Milano. La Libreria delle donne è una realtà politica composita e in movimento: è autrice di pubblicazioni in proprio e di una riviste online, Via Dogana, organizza riunioni, discussioni politiche, proiezione di film, possiede un fondo di testi esauriti e introvabili, ed è centro di incontro di moltissime donne e anche uomini. Naturalmente vende libri, anche per posta. L’organizzazione è leggerissima, ridotta al minimo. Le cose più importanti si inventano, si decidono e si cambiano mediante i rapporti diretti, non con il voto. E’ un’impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c’è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l’attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia. La Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione. Ma in quello che siamo c’è qualcosa che non si può scrivere da nessuna parte, qualcosa che non è riducibile a ciò che si può esprimere in parole, perché bisogna esserci per viverlo.