Mentre in questi ultimi mesi assistevo angosciata alla quotidiana conta dei morti e dei sopravvissuti al naufragio dei barconi, spesso mi tornava alla mente il bel libro della storica Anna Bravo La conta dei salvati. E mi chiedevo: poteva oggi l’Europa combattere la politica di sangue versato dell’ISIS con una politica di sangue risparmiato? Avrei voluto scriverne su Via Dogana ma l’obiezione di un’amica (“L’accoglienza indiscriminata non farebbe che favorire populismi e fascismi”) mi bloccava nella scrittura. Ero un’ingenua? Era buonismo? Dentro di me mi rifiutavo di nominarlo in questo modo.
Pensavo con rabbia che immersi in questo presente narcisista e smemorato – considero l’ignoranza della storia nel nostro Paese una vera e propria emergenza sociale – molti non si rendono conto di ciò che sta accadendo: non diventa una menzogna il Giorno della Memoria se tornano recinzioni e campi?
Intanto la situazione ai confini orientali precipitava: migliaia di profughi erano in fuga dalle guerre sulla rotta balcanica e – nonostante Schengen – si cominciavano a costruire nuovi muri.
Dove vai Europa? Mi chiedevo di fronte al disastro.
Poi – per molti una sorpresa – la Germania decide di aprire le frontiere: quando vedo le immagini dei profughi che a Monaco scendono dai treni gridando “Germany! Germany!” accolti dalla gente che canta “l’Inno alla Gioia” – l’inno dell’Unione europea – l’impatto su di me è molto forte: è come se assistessi a un rovesciamento della storia, perché vi si sovrappongono immediatamente le immagini di altri treni che settant’anni fa partivano dalle stazioni verso i campi di sterminio, quando gli inneggiamenti alla Germania avevano tutt’altro segno.
Due/tre generazioni di tedeschi – possiamo dire altrettanto degli italiani o dei francesi per la parte che li riguarda? – hanno fatto i conti col peso di questa storia: due delle mie più intime amiche sono tedesche e me ne sono fatta un’idea.
Merkel ne era ben consapevole quando ha preso la sua decisione.
Non mi nascondo che gli anni a venire “non saranno un pranzo di gala”: ma non tutto si può ridurre a scelte di economia (a questo proposito è necessario anche demolire alcuni luoghi comuni sugli effetti negativi dell’immigrazione: lo fa Danilo Taino su “La lettura” del 20/9, “Il migrante conviene. Meglio se istruito”); e credo sia necessario dare risposte concrete alle paure della gente.
Intanto però centinaia di migliaia di persone scelgono l’Europa, non il sedicente Califfato: questo è un bel colpo per la sanguinaria politica dell’Isis, che infatti si è affrettato ad accusare di apostasia i fuggitivi. Ma inutilmente.
Sull’intervento «Ma dove trovo io la forza?» vorrei rispondere che capisco la rabbia e la pietà di Marirì Martinengo. La capisco anche quando scrive meglio sarebbe rimanere in vita – far durare la
vita – solo finché le proprie energie assicurano l’autonomia. Con queste parole lei termina il suo breve scritto. Sembra terminare, ma non è così, e lo si capisce. A questo punto occorrerebbe parlare di libertà di scelta che sulla vita nostra e su quella degli altri non abbiamo. Non l’abbiamo per fede religiosa o per non incorrere nei divieti che pongono la società e le leggi vigenti. Spesso anch’io vorrei farla finita con le mie sofferenze; per ben due volte, di fronte a diagnosi infauste di malattie incurabili e dei conseguenti interventi chirurgici incerti, sono stata vicina alla morte: ero pronta ad incontrarla al punto da desiderarla. Ma non è successo.
Dopo, in qualche modo, arriva la forza per continuare a vivere, arriva misteriosamente proprio quando ci si arrende e dalla vita non ci aspettiamo più niente. Sono passaggi reali, in cui si viene come lanciate in un altrove, in una dimensione altra, libera anche se fatta di lotta e di pazienza. Si tratta di una dimensione dove può capitare l’impensato, quello di ricevere una forza misteriosa ed esagerata, come l’amor che move il sol e l’altre stelle (Dante); oppure come quello che insegna la mistica Hadewijch d’Anversa: si può vivere lottando fino all’esaurimento delle forze solo per la vittoria di essere sconfitte. Questo è il punto in cui la nostra libertà è completa, troviamo la vera misericordia e la vera pietà, se non altro verso noi stesse/i. Sì, facciamoci forza!
La risposta alla domanda posta in preparazione della riunione di Via Dogana 3, del 13 settembre 2015, mi è arrivata immediata la sera prima dell’incontro, davanti alla TV: avrei scelto un’istantanea del lungo abbraccio tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci a conclusione della partita finale degli US open, e sotto vi avrei scritto “omosessualità”. Due donne giovani, della bellezza comune a milioni di altre, abbracciate strette, sorridenti e felici. Per la loro straordinaria vicenda, una vita di amicizia e di gioco in comune, arrivate a misurarsi l’una di fronte all’altra nella finale della gara più importante del mondo, la vittoria di entrambe. E avrei affiancato a questa, un’altra istantanea, quella della vincitrice dell’incontro, Flavia Pennetta, mentre in un angolo del campo si tende verso la balaustra che limita lo spazio riservato al pubblico, per scambiare un bacio con il fidanzato che si sporge verso di lei. Sotto vi avrei scritto “eterosessualità”.
Mi sembrano due immagini capaci di trasmettere una verità elementare che pure può sfuggire: che l’omosessualità è fatto di donne che provano affetto, amore, stima l’una per l’altra, e che l’eterosessualità è legame simile che una donna coltiva con un uomo. Che l’omosessualità femminile è lì, alla portata di tutte, un di più per ogni donna che voglia cominciare a vederla, a percepirla, a coltivarla.
So che questa visione dell’omosessualità femminile non ha quella particolare coloritura, quella tensione, a volte dolorosa, che si avverte nei racconti e nelle vicende di donne che si definiscono lesbiche e che ascolto con attenzione e rispetto. Ma quella tonalità non mi corrisponde. Nella mia storia passata ho rischiato, al contrario, di vivere legami di intensa amicizia, sentimenti amorosi, attrazione nei riguardi di donne, senza dare loro un particolare significato. A vent’anni, agli inizi degli anni settanta, l’ombrello della liberazione sessuale pareva più che sufficiente a spiegare e nominare quanto mi accadeva. Adesso direi che quell’ombrello era sufficiente a disinnescarne il valore, ad offuscarne il significato. Solo con la scoperta e la comprensione del pensiero che circolava intorno alla Libreria delle donne, quei legami hanno assunto per me un significato fino ad allora inimmaginabile, sono diventati dei segni, fra i tanti disseminati nella mia vita, che imparavo a riconoscere, a connettere in una lettura che avesse un senso proprio. Questa è storia nota, ben raccontata da tante donne. Ed è storia diventata vincente, che ha già cambiato la vita di moltissime che si muovono in un mondo ricco di relazioni femminili significative. Ne sono pieni la cronaca, i giornali. È la visione che i luoghi pubblici o i luoghi di lavoro ci offrono tutti i giorni: donne insieme, che si parlano fitto, che si abbracciano strette, che discutono animatamente a due, a tre, a quattro. Insomma, aperta omosessualità femminile. Un sesso che si riconosce nella propria differenza e che a partire da tale riconoscimento intesse relazioni che coprono l’infinita varietà delle attività umane, dei sentimenti, degli interessi, dei giochi che la vita propone.
Per questo l’immagine di due donne abbracciate, felici per una vittoria che sembrano sentire comune, davanti a un grande pubblico ammirato, mi pare oggi adeguata a rappresentare l’omosessualità femminile. Certo è un processo che non arriva ancora a incidere in molti ambiti della vita pubblica, ma è in atto.
E infine, per riderci un po’ su (e forse non tanto): fu vero sesso? Ma di fronte a quelle due che si stringevano per un tempo che credo sia parso a tutti lunghissimo, che si parlavano all’orecchio, si accarezzavano davanti agli occhi del mondo, a chi importerebbe sapere se ve ne fu? chi oserebbe pretendere che non ve ne sia?
La mancanza di Tutto, mi impedì
Di sentire la mancanza delle cose minori.
Fosse stato lo scardinarsi di un mondo
o l’estinguersi del sole, nulla era cosi importante
Da farmi alzare il capo,
Dal lavoro,
Per curiosità
Emily Dickinson
Mentre ascoltavo la discussione di Via Dogana di domenica 13, pensavo che tutto era interessante, ma la proposta di parlare di depressione, quella, era la cosa essenziale.
Ringrazio Laura per averlo fatto.
Parlerò di male di vivere, che è qualcosa che sta nella sfera della depressione, non è la stessa cosa, ma può avere conseguenze simili.
Sul male di vivere mi interrogo da tanto e sono felice di poterne parlare a proposito adesso. A volerla dire tutta, lo vivo da quando mi ricordo di pensare.
Avevo 7 anni e scoprii il significato di una parola, inquietudine, che mi parla non di infelicità, depressione, angoscia, connotazioni troppo negative, ma nemmeno di malinconia, troppo poetica. Inquietudine è per me tutto questo insieme. Allora me ne andavo in giro dicendo “ho l’inquietudine.”
Il messaggio che ora sento arrivare dalla Libreria, è appunto il farsi forza, trovare la forza, essere forza.
Quello che vorrei dire è che farsi forza, stanca. Farsi forza è un atto solitario, ma a volte c’è bisogno anche di un aiuto, di un segnale dal mondo per non desistere. Come nelle favole, va bene essere buone, avere sale in zucca e lavorare sodo, va bene superare le prove… ma a un certo punto c’è sempre una fata o un animaletto che ti fa forza.
L’altro giorno ero in cucina a lavorare su qualcosa di cui ho perso memoria, affaticata dal non senso che spesso percepisco intorno, e ho sentito una melodia molto gradevole. Continuo a fare, scrivere al computer probabilmente. La melodia continua, mi alzo e automaticamente vado dritta in terrazzo.
Un uccello magnifico, verde smeraldo chiaro, con la crestina e la coda di media lunghezza mi ha letteralmente guardata, ha cinguettato ancora, ed è volato via.
Io ho pianto. Perché ho sentito tutta la tessitura del mondo che mi veniva a far forza, che mi indicava qualcosa. Il mondo è bello. È doloroso, ma è primariamente bello.
Peraltro, non è la prima volta che mi capita: una merla (sì, le merle sono ben diverse dai merli) in chinatown, uno scoiattolo rosso davanti al Carrefour di via vigevano, una piccolissima rana lucente in 24 maggio.
Il mondo è bello e dobbiamo dargli e darci la possibilità di credere a questo lato bizzarro e poetico che in effetti esiste ed è a disposizione.
La seconda cosa che vorrei dire è che c’è un doppio livello nel male di vivere, uno è contestuale, ed è quello che può essere toccato da atti di volontà come il farsi forza, come il cercare e costruire relazioni, come il dire la verità.
Un secondo livello è esistenziale, di fronte al quale il progettare svanisce. È qui che il male di vivere si avvicina alla depressione.
C’è qualcosa di irrisolvibile nel fatto stesso di essere vive e saperlo, nella stessa commistione tra amore e vita e morte, che il fondo della mia anima non è mai completamente limpido. Mi succede anche con la gioia più profonda. Questo sentire, che pure è doloroso, non può e io credo non debba essere eliminato, “curato”. Per convivere con questa percezione posso pregare intensamente e affidarmi, ossia galleggiare. Non mi aiuta il pensiero e la comprensione si deve arrestare. Per cui, si sta così.
La terza cosa che vorrei dire, quella più spaventosa, è che mi capita, sentendo profondamente il mondo, e la gioia anche, di sentire contestualmente l’inutilità di tutto il resto, delle azioni, dei progetti. Non ho detto correttamente, non l’inutilità ma la scambiabilità. Ossia, detto come mi viene: a un certo punto di profondità, una cosa vale l’altra. Oltre all’essenziale non c’è il non essenziale ma sono tentata di pensare che non ci sia niente. Quindi questa sensazione di amore per il mondo profondo, questa comprensione che arriva rapida e se ne va subito, invece di darmi forza nel fare è come se mi stesse dicendo di non fare, di non incedere e non tagliare il mondo. Ogni cosa, ogni fatto, ogni evento della contemporaneità in prospettiva si diluisce, non riesce ad interessarmi.
Ma qui mi fermo perché meglio di cosi non riesco a metterlo in parole.
Ma l’amore ci lancia verso il futuro obbligandoci a trascendere tutto quello che concede. La sua promessa indecifrabile squalifica ogni risultato, ogni realizzazione. L’amore è un enorme agente di distruzione perché scoprendo l’inanità del suo oggetto, lascia libero un vuoto, un niente terrificante all’inizio della percezione. È l’abisso in cui affonda non solo la cosa amata, bensì la propria via, la realtà stessa di chi ama. L’amore è ciò che scopre la realtà e l’inanità delle cose, ciò che scopre il non-essere e il niente. Il Dio creativo creò il mondo dal niente per amore. E chiunque porta in sé un filamento di questo amore scopre ogni giorno il vuoto delle e nelle cose, perché ogni cosa e ogni essere che conosciamo aspira oltre ciò che realmente è. [Maria Zambrano, Frammenti sull’amore]
Per dire con più precisione le cose che ho provato a spiegare sopra, vorrei usare dei versi. Non intendo dire che sono esplicativi o didascalici, ma che non saprei farlo meglio di cosi.
***
Male oscuro.
Silenzio.
È già notte,
Di nuovo notte.
Solitudine:
Sei santa anche nel dolore.
Le mie madri tacciono.
Strade: nessuna strada.
Rumori bianchi di fondo: solo chiacchiere.
Tutto è da fare: è un’impresa.
Silenzio.
Nella notte,
La mia sorte e quella del mondo sono pezzi filamenti della stessa carne.
***
Quiete:
Mi appiglio a te come un tronco sull’acqua
Solido abbastanza da non annegare
Eppure non stabile mai.
Galleggiare. Questo è un lavoro.
Nominarti è un incantesimo per averti vicina,
Per trovarti negli sguardi di coloro che credono
che io e te siamo amiche.
***
Il mondo mi sembra
Infinito,
Troppo.
Amori aria imprese amicizie sere mare poesie musiche
Dolori non decifrabili.
E poi mi accorgo
che questo troppo è la giusta misura
per la mia anima che cresce insieme alla vita
per la mia tuttezza che si espande con il mondo
***
Cara VD 3, in riferimento all’ultimo incontro mi chiedete di arricchire il mio intervento sulla mia amica ungherese che dà ragione al suo paese. L’Ungheria, sappiamo, ha deciso di chiudere le frontiere all’immigrazione, anche quella di passaggio.
Io ho visitato Budapest negli anni ’70 in un viaggio organizzato dalla CGIL e il ricordo che ho ancora oggi è di una città aperta, ricca di bistrot, piazze, parchi. Non molto popolata. Era ancora sotto l’Unione sovietica ma, mentre Lipsia (l’altra città visitata) mi apparve cupa e molto triste, Budapest mi fece una bella impressione. Ovviamente sentivo un clima spesso non leggero ma (cosa provata in Cina nel 1982) vedere, sapere che tutti andavano a scuola, che avevano la casa, un lavoro … tutto ciò attenuava le mie perplessità.
La mia amica ungherese non parla tanto facilmente, mi ricorda con fare duro che il suo paese è uscito dalla stretta sovietica solo nel 1989 e gli anni successivi sono stati molto duri perché ovviamente la confusione regnava sovrana (le ingerenze dirette e indirette dell’URSS erano fortissime). Orban dice che è un buon presidente, benvoluto dagli ungheresi che lo hanno votato per il 40%, certo lui ha dovuto fare delle alleanze anche con le destre, ma sta governando bene. L’Ungheria è uno stato piccolo e non può assorbire la marea di immigrati quindi ha fatto bene Orban a dare il fermo, che guarda caso mi dice, sta facendo anche la Croazia. Del resto la Merkel fa la sua politica prendendosi il meglio, il resto lo scarica sugli altri paesi. Le notizie che vengono diffuse dai giornali sono poco vere se non tendenziose, per questo motivo che non vuole parlare di questa storia.
Certamente la mia amica non è una qualunquista, ma la sua preoccupazione la rende più rigida ancor più da quando suo figlio ha deciso di ritornare a Budapest con moglie e figli.
Io stessa mi sento inquieta, spaventata e inadeguata per questi tempi di donne e uomini in movimento. Mi sembra di non riuscire a tenere il passo, di non essere in grado di capire e vivere questi giorni.
È da molto tempo che osservo l’omosessualità e il lesbismo. Ho avuto il primo incontro a 14 anni ed ora ne ho 66, anni framezzati di un lungo rapporto etero, ed altri, molto brevi lesbici. Ho due figli abituati a relazionarsi sin da piccoli con persone lesbiche e omosessuali che facevano parte delle relazioni amicali della nostra famiglia, con loro hanno condiviso cene, viaggi e piaceri o dispiaceri, ma mai hanno fatto percepire una differenza di comportamento con la maggior parte delle, e non poche, frequentazioni etero che avevamo: zie e zii, nonni e nonne, amiche e amici.
Parto da qui per la mia riflessione perché in questi anni ho maturato la convinzione che i rapporti d’amore o d’amicizia sono essenzialmente scambi culturali, di gioco o di dolore, tutto quello che poi diventa relazione, e che la preferenza sessuale è secondaria rispetto al fatto di essere gestita con sincerità, senza preconcetti o ideologie esagerate.
Sono sempre più convinta ora, dopo aver acquisito più esperienze e amicizie lesbiche/omosessuali, che è l’intelligenza consapevole e non la rivendicazione a volte un po’ esagerata della differenza sessuale, che fa di una lesbica una persona felice. Mi aspettavo dalle lesbiche più un’arte nuova, un’invenzione del vivere i rapporti d’amore, che una conoscenza scientifica della sessualità. Un modo d’amare che non ricalchi comportamenti di ruolo, che purtroppo continuo a cogliere anche se agiti quasi involontariamente; riconosciuti esplicitati discussi anche fra loro ma che paiono impossibili da evitare. È vero, esiste l’esigenza dei diritti ancora a loro negati, ma penso a quanti diritti sono negati oggi a tante altre persone, penso ai conflitti che fanno vittime e morti nei mari e poco importa se fra loro ci siano lesbiche o omosessuali o etero, sono solo “non più persone”. Penso a quelle che non hanno di cui vivere, c’è sempre più povertà al mondo, più fatiche, meno voglia di divertirsi se si pensa a loro, e qui mi riallaccio alla depressione sociale di cui ho parlato alla riunione.
Mi viene quasi da dire: che fortuna, sono solo lesbica!
Una che c’era (così si è firmata) ha risposto al mio invito: siamo per l’accoglienza? vogliamo aiutare quelle e quelli che chiedono di entrare in Italia e in Europa? Allora, cerchiamo di capire anche i sentimenti e gli argomenti degli altri, i “respingenti”.
Aggiungo quello che ho pensato tra me: ci chiamiamo femministe perché, tra noi, abbiamo un solo valore assoluto: che a questo mondo ci sia libertà femminile, tutto il resto siamo disposte a discuterlo. (Luisa Mur.)
Vado dritta al punto. È un punto dolente ma lo devo tirar fuori. Io non mi sento più accolta. Mi capita ogni giorno quando prendo il tram che prendo da una vita e non sento più neppure una parola comprensibile. (Non parlo dei turisti di Expo ovviamente, quelli li distinguo.) Sì, afferro qualcosa dello spagnolo dei sudamericani, ma per il resto è una cacofonia orientale, araba, slava e chissà che altro. Il brusio che fa da sfondo ai miei movimenti è diventato una barriera quasi solida. Il suono meraviglioso delle altre lingue che ho sempre cercato con passione e curiosità in giro per il mondo, qui subisce una specie di mutazione. Credo di aver capito cosa succede: mi respinge perché cancella i miei suoni.
E poi gli odori. Nella mia strada, nel mio palazzo, nell’ascensore, sul pianerottolo, quel sentore forte che non so che cosa sia. Ma quell’odoraccio che immagino di intrugli fritti di pesce e chissà che altro, che ti afferra anche alla mattina presto, ti cambia la giornata. Perché non mi dà scelta. È violento e mi costringe a tenere chiusi i vetri di casa mia, mi rovina il piacere di uscire e rientrare. È come per le lingue: si sovrappone e cancella le mie curiosità culinarie, la mia disponibilità a mangiare di tutto.
E poi naturalmente i negozi che cambiano faccia alle strade. Non uno, non qualcuno, ma proprio tutti. E i visi e i gesti. Son cose dette e ridette, anche se non fa piacere sentirle.
E allora, che ne è dell’accoglienza se adesso io mi sento respinta nei miei luoghi domestici, familiari. Quelli di cui tutte e tutti abbiamo bisogno. Se mi si tagliano le radici, vengo privata anche della mia capacità di crescere, incontrare, cercare. Adesso che il mondo mi ha invaso, dove trovo più la voglia e il piacere di cercare il mondo?
A questo punto qualcuno mi risponderà che non devo farmi catturare dalle paure. Che questa è la scommessa epocale del multietnico. L’idea del multietnico mi è sempre piaciuta. Ma: non vorrei che fossero solo dolori e perdite che si incontrano.
Se qualcuna o qualcuno ha le idee più chiare delle mie mi risponda per favore.
La vigilia del terzo incontro di VD 3, riceviamo una e-mail da Wanda Tommasi (Diotima), che dice nella prima parte:
Carissime amiche di via Dogana,
vi scrivo questa mail perché non potrò essere presente all’incontro di domenica 13 settembre.
Al tempo stesso, sento il bisogno di segnalare un tema che mi sta a cuore e che è di scottante attualità: la presa di posizione di Angela Merkel sulla questione dei rifugiati. Per me questa presa di posizione ha finalmente conferito alla Merkel – una donna – la statura di leader europea che fino a quel momento non aveva, almeno ai miei occhi. E ha permesso di dare voce a un sentimento inespresso che giaceva in fondo al cuore della gente – sono proprio questi sentimenti inespressi quelli a cui la politica deve dare voce, scrive Simone Weil ne La prima radice: solidarietà? empatia? compassione? Il nome non è tanto importante, ma è importante che per la prima volta da anni circoli qualcosa di ben diverso dalla paura-avversione-odio per chi viene da altre parti del mondo, più povere e più sfortunate.
Non era tra gli argomenti proposti da Luisa Mur. e Laura Gio., ma l’idea inviata da Wanda Tommasi è diventato un tema molto discusso durante l’incontro del 13 settembre.
Dopo il primissimo intervento, poi ripreso da altre (“come immagine per la copertina io porto l’abbraccio delle tenniste italiane”), una dice:
– Sono d’accordo con Wanda.
Dopo di che, è tutto un inseguirsi di posizioni e argomenti, che riassumo seguendo gli appunti e sacrificando le sfumature (che sarebbero così importanti!).
– Io no, perché Angela Merkel (AM) ha fatto una scelta: i siriani, più acculturati, sì; gli africani invece no. – È un’abile mediatrice, una politica intelligente. – In realtà, è l’opinione pubblica tedesca che è cambiata, ci sono associazioni impegnate a favorire l’accoglienza, con manifestazioni molto partecipate. AM è andata dietro, contagiata.
– No, lei ha autorizzato il cambiamento.
Su quest’ultimo punto (il cambiamento è frutto di lei? o della mobilitazione pubblica?) ci sono contrasti: parlare per contrapposizione in effetti è più facile, la consapevolezza che i cambiamenti storici siano il risultato di più fattori interagenti, resta un po’ sullo sfondo.
– Ricordiamo che i Siriani sono dei rifugiati e hanno diritto all’asilo; in Germania hanno tolto il tappo burocratico e ora gli verrà riconosciuto in tempi brevi.
– AM è più che un’abile politica, è una statista che asseconda la svolta che sta vivendo ora l’Europa, prossima a farsi popolo.
– Lasciando da parte AM, ricordiamo che in passato l’Europa ha sfruttato i popoli extraeuropei, ora è venuto il tempo di aiutare; ma anch’io penso, come L., che calcando la mano sull’accoglienza incondizionata si corre il rischio di un’involuzione fascista dell’Europa.
– Mio figlio vive a Berlino, è una città civilissima con molta presenza di Turchi; quanto alla cancelliera, l’AM. che a me piace è quella che ho visto al mercato a fare la spesa.
– In lei io vedo una femminista, non c’è dubbio. Che abbia scelto fra gli immigrati secondo le sue convenienze, questo è spregevole.
Verso la fine, un intervento parlerà esplicitamente in favore di accostamenti come quello fatto in quest’ultimo intervento: saper tenere insieme cose contrastanti. Qualcuna però protesta per questo gran parlare di AM, comincia a trovarlo noioso. Riporterò ancora due interventi e confido in chi legge per integrare personalmente e approfondire.
– A proposito di autorità, ecco che noi ce la diamo nell’atto di valutare la cancelliera tedesca con criteri e parole nostre.
– Non guardiamoli come puri bisognosi, i migranti ci danno forza. E di noi non diciamo che non abbiamo scelta, è un pensiero deprimente.
Per finire, riporto il seguito della lettera di Wanda Tommasi.
Con Diana Sartori, in un viaggio durante le vacanze di Natale 2010-2011, ho visitato la Siria per l’ultima volta prima che diventasse impossibile andarci.
Ho passato la notte di Capodanno nel convento di Mar Mousa, sui monti della Siria, in un convento cristiano antichissimo ristrutturato poveramente da padre Dall’Oglio.
Non dimenticherò mai quel capodanno, con la meditazione in chiesa e la messa prima della cena in comune, seduti per terra come nelle moschee.
Con padre dall’Oglio, dopo il mio ritorno, ci siamo anche scambiati delle mail, non capendoci molto fra noi in verità, perché lui chiedeva la posizione di Diotima sulla situazione internazionale, in particolare sulla Siria, e io non sapevo cosa rispondere (oltretutto Diotima non esiste, è un nome comune di relazioni). Poi più nulla. Padre Dall’Oglio, sicuramente un uomo di pace, è morto nella carneficina della Siria, una paese letteralmente crocifisso prima dal dittatore Assad e ora anche dall’Isis.
Non so se questo tema possa interessare alla vostra discussione, ma volevo offrirvi questa piccola riflessione.
Cara Via Dogana 3,
come mi succede quasi sempre, la discussione di “Via Dogana 3” mi serve per pensare, a volte per precisare meglio il mio pensiero.
Ieri, 13 settembre 2015, avevo in mente l’argomento di cui volevo dire, ma poi tutto quel gran discorrere su Angela Merkel me ne ha distolto.
Lo dico ora per iscritto.
Dunque “farsi forza”, invito che interpreto in duplice modo, cioè “diventare una forza”, vale a dire energia generatrice di nuova energia per altri e altre, e “infondersi coraggio” rivolto a se stessa.
Per me vanno bene ambedue .
Far sentire parola femminile nata dall’esperienza.
Da alcuni anni vivo in una situazione quotidiana di disagio: coabito con un marito in precarie condizioni di salute, ridotto in modo permanente su una sedia a rotelle, e un badante a tempo pieno.
Quando ne parlo, mi sento rispondere: «Di cosa ti lamenti? Hai un bravo badante!»
Non mi lamento, constato: vivo costantemente divisa tra due sentimenti contrastanti; rabbia e pietà: rabbia perché in questi pochi anni che mi restano da vivere non sono libera, sono legata da orari tirannici, devo sempre tornare a casa a una certa ora, sono richiesta di servizi umilianti, ho un estraneo in una casa di cui non sono più padrona, in una casa rivoluzionata da esigenze di coabitazione, casa non grande ingombra di orribili strumenti ortopedici; sono gravata di costi economici quasi insostenibili; provo pietà e struggimento verso una persona amata, una volta gagliarda, irriconoscibile ora, segnata dal male.
Mi faccio forza sostanzialmente in due modi: potenziando la mia attività politica, soprattutto in questo ultimo anno sono stata presente e protagonista in situazioni pubbliche che hanno richiamato alla memoria passati impegni come la pedagogia della differenza, le Trovatore, esperienze di affidamento, e soprattutto la storia vivente; il secondo modo è quello di valorizzare le piccole gioie, come per esempio il sedermi dinanzi a un pranzo pronto, il riuscire a riaddormentarmi quando mi sveglio alle tre di notte… Mangio abitualmente dei confetti.
La rabbia di cui parlavo prima è motivata non solo dalla mia situazione personale, ma anche dalla amara consapevolezza che l’innaturale prolungamento della nostra vita giova all’imponente apparato sanitario pubblico e privato, all’industria farmaceutica, alle badanti e ai badanti stranieri che si insediano qui, mentre a molte di noi donne anche anziane tocca la pesante organizzazione assistenziale e i suoi costi, alle meno fortunate senza aiuti.
Meglio sarebbe rimanere in vita – far durare la vita – solo finché le proprie energie assicurano l’autonomia.
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Una forza misteriosa ed esagerata di Mira Furlani https://puntodivista.libreriadelledonne.it/una-forza-misteriosa-ed-esagerata/
Una domanda per domenica 13 settembre 2015 a quelle che facevano la Via Dogana cartacea, e a quelle e quelli che la leggevano: che parola e che immagine metteresti in copertina? Portatele in Libreria, via Pietro Calvi, 28, MI, domenica prossima, ore 10, al terzo incontro di VD 3.
La politica ha bisogno, e noi per prime, di parola pubblica femminile.
Laura Giordano e Luisa Muraro anticipano qui sotto quello che diranno in apertura, l’incontro proseguirà su questi temi o altri. Si potrà discutere per approfondire. Oppure, semplicemente, alzarsi e far conoscere un’idea, un sentimento.
Luisa:
– A proposito di unioni civili. Omosessualità femminile, omosessualità maschile: facciamo la differenza. Ci sono differenze di vissuti, d’interessi, di situazioni… metterle in parole restituisce alle donne la loro verità soggettiva e farà luce nel dibattito pubblico. Altrimenti, finirà per prevalere ancora e sempre un punto di vista neutro-maschile.
– Di ritorno dalla Scuola estiva della differenza di Lecce.
Laura:
Sapere e dire di una fatica di vivere che ci riguarda da vicino può essere un guadagno per tutti. Ma capire come farne una risorsa senza farsi travolgere non è banale. Cambiare il proprio sguardo dando valore prima di tutto alla relazione con altre donne è stata la mia risorsa. All’inizio mi sembrava fosse un guadagno solo mio, ma poi ho capito che non era così e ho deciso di raccontarlo.
Per dare nome ‘depressione’ alla propria sofferenza non basta la diagnosi di uno specialista, anzi quando questi pronuncia la parola ti viene da pensare che esagera, in fin dei conti si tratta di un disturbo dovuto al brutto periodo, alla stanchezza o a un eccesso di stress, che presto passerà; ti riconosci depressa quando, magari inconsapevolmente, hai già deciso di reagire a quella sofferenza che comunque intuisci non sia riconducibile ad una comune malattia ma piuttosto a uno stato d’allarme del tuo corpo e della tua mente per qualcosa che non va, dentro ma anche intorno a te.
L’allarme parte infatti quando il fuori non ti corrisponde e anzi ti diviene ostile, ma non capisci perché e ti pare che la sorte, o qualche entità oscura, si diverta a frapporre ostacoli sulla tua strada, oppure quando dentro di te si spezza qualcosa, si interrompe il normale flusso delle emozioni e non ti senti in grado di dare risposte appropriate agli stimoli che arrivano dall’ambiente. Succede così che giorno dopo giorno si forma un diaframma sempre più resistente tra il tuo mondo e quello esterno; tutte le cose che prima facevi naturalmente richiedono sempre maggiore energia e concentrazione, ma le tue forze diminuiscono per cui finisci per economizzare i gesti e restare sempre più spesso inerte, magari a fissare il soffitto o il vuoto; il fuori d’altronde ti fa paura per cui riduci progressivamente i movimenti, smetti prima di andare oltre il quartiere, poi di attraversare la strada e infine di oltrepassare la porta di casa. Perdere padronanza su di te e il controllo sulle cose ti fa sentire avvolta in una spirale che non puoi percorrere se non in discesa, ma se ti resta un po’ di attaccamento alla vita arriva il momento in cui accetti la diagnosi, ammetti di essere proprio depressa, imbocchi la strada della cura ricorrendo alle ‘medicine’ che ti consigliano e speri siano in grado di generare l’energia che ti serve per risalire la china. Se la cura è efficace ti ritrovi a fare la stessa vita di prima convinta di aver capito e di aver anche guadagnato l’immunità da una malattia tanto strana e indefinibile che è meglio chiudere la parentesi e non parlarne nemmeno. Però appena un fatto viene nuovamente ad alterare l’equilibrio che credevi di aver ricostituito, ecco che ricompaiono i sintomi, ormai li riconosci e sai come curarli, ma di solito la cosa si ripete nuovamente anche più volte fino a che devi arrenderti all’evidenza che ti eri illusa circa l’immunità.
A quel punto, se trovi la forza di riprendere in mano la tua vita ti rendi conto che hai due strade: sopravvivere cercando di tenere la depressione sotto controllo o provare a vivere guardando in faccia la ‘malattia’ per interpretare i segnali che attraverso il corpo essa ti manda. Se scegli come chi scrive la seconda via, dopo che avrai riavvolto più volte il film degli avvenimenti (scacchi, diritti negati, una nascita o un cambiamento imprevisto, ecc.) concomitanti con le manifestazioni più acute della malattia, ti nascerà il dubbio che la depressione pur scatenandosi nel tuo corpo non venga proprio generata da esso e ti chiederai se non sia legittimo ipotizzare che prenda invece origine fuori di te, o per lo meno nelle dinamiche tuo rapporto col mondo esterno, e rappresenti una sorta di lingua attraverso la quale il reale nei momenti critici muove verso di te e ti parla. I sintomi che ben conosci, infatti, mentre ti costringono a ‘resettare’ la tua vita da abitudini, ripetizioni e false certezze, segnalano che qualcosa deve cambiare dentro e fuori di te ed è come se ti invitassero ad approfittare del vuoto aperto dalla crisi per far posto ad altro.
La nuova conquista non ti farà cantar vittoria, perché sarà accompagnata dalla consapevolezza che anche qualora riesca a rivoluzionare la tua vita, non guadagnerai ugualmente la via della salvezza se contemporaneamente il contesto non avrà preso a cambiare insieme a te. Se ti guardi intorno d’altronde e constati la diffusione virale della malattia non tardi a realizzare che il messaggio, di cui la depressione si fa portatrice, non è certo rivolto solamente a te ma riguarda tutte le donne e gli uomini e forse segnala che la civiltà, la nostra vita in comune, è giunta ad un punto di criticità tale, che potrà essere superato solo mettendo in campo misure straordinarie, l’intelligenza di capire che cosa va cambiato e tutta la forza di cui siamo capaci. La depressione come ben sai fiacca le forze, ma proprio per questo a volte insegna a guardare all’essenziale, alle ragioni primarie della vita e consente di prendere coscienza di ciò che fa ostacolo e impedisce la libera espressione di sé, la propria realizzazione nel contesto sociale. Difficilmente riuscirai però con i tuoi soli mezzi a rimuovere gli ostacoli, sarà invece necessario che la tua presa di coscienza ‘parli’al di là di te, divenga guadagno anche per altre/i, entri in una dimensione pubblica perché possa compiersi l’alchimia che soltanto la politica è in grado di fare, la mutazione di un malessere individuale e collettivo in forza di trasformazione dell’esistente. C’è da inventare molto ma non devi partire da zero. Devi prendere atto che la politica delle donne ha già dimostrato che partendo da sé si possono costruire relazioni capaci di trasformare la tua vita e insieme il contesto, che mettendo in comune il desiderio di ciascuna con quello delle altre si può mettere al mondo ciò che prima risultava impossibile e quello che prima ti appariva un ineluttabile destino può divenire l’occasione per aprire nuovi orizzonti. Non avrai conquistato l’immunità dalla malattia, ma saprai dare senso oltre che nome alla sofferenza quando arriva.
Un filo sottile d’infelicità, un’incrinatura leggera quasi invisibile, la percezione di un vuoto, di una mancanza sembrano percorrere la vita di Lucia, la protagonista del secondo lungometraggio di Giorgia Cecere, interpretata in punta di piedi da Isabella Ragonese. Una vita fin troppo regolata che scorre apparentemente lungo i binari della tranquillità operosa e serena in una piccola cittadina della provincia piemontese con un figlio, un tenero adolescente acutamente percettivo e sensibile, un marito, a cui forse affida troppo della propria vita, e un lavoro autonomo soddisfacente.
Le prime inquadrature puntano immediatamente sui tre personaggi e illuminano le loro ormai consolidate dinamiche, come pure i loro caratteri e le reazioni messe in evidenza nel particolare della primissima scena della disavventura del furto dei pantaloni sulla riva del fiume, da cui prenderà avvio la narrazione.
Un film dalla tessitura della trama volutamente lasca che lascia a chi guarda il compito, a volte arduo, di intuire e di ricostruire eventi precedentemente importanti nella vita di Lucia e che motivano quel suo senso di assenza, di distacco, e che fa di due suoi incontri il punto di svolta, di rottura nella regolata traiettoria della sua esistenza quotidiana.
L’incontro casuale – a lungo evitato – con l’anziana madre dell’amica tragicamente scomparsa le risveglia ricordi, dolori volutamente sepolti, irragionevoli sensi di colpa che esigono l’urgenza di un segno di riconciliazione e di pace.
L’altro incontro, altrettanto casuale, avviene con il presunto ladro dei pantaloni, l’“extracomunitario”, l’immigrato sempre evitato e reso invisibile ormai storicamente in quel microcosmo di perbenismo provinciale. Lucia, al contrario e stranamente per il suo carattere schivo, lo cerca con pertinacia, lo insegue e con lui, Feysal, eccezionalmente, avvia un contatto, gli rivolge attenzione, uno sguardo fuori dalle paure e dai comuni pregiudizi circolanti.
È il segno di un cambiamento insieme a una graduale consapevolezza dei propri desideri e del mondo che la circonda; è la ricerca di un percorso, in un viaggio di ritorno verso il suo vero sé, alle sue radici e verso quel posto bellissimo che il titolo del film vuole vagheggiare, un luogo a cui tutte e tutti noi vorremmo tendere, aspirare per nuovi rapporti e nuovi modi di essere.
In questi giorni dove la tragedia delle morti nel Mediterraneo insieme a quella di migliaia di rifugiati in cerca di un luogo in cui vivere dignitosamente, lontano da guerre e da miserie, urla tutto il suo orrore, in questi giorni in cui finalmente l’Europa sembra voltare pagina ed è alla ricerca di forme di accoglienza, un film che pone la centralità di uno sguardo e di un rapporto diversi con lo ‘straniero’ diventa di estrema attualità e sensibilità.
Un film di atmosfere, dalla recitazione e dai dialoghi volutamente sottotono ed essenziali, quasi pudichi nel rivelare sentimenti e pensieri personali con ritmi dove la storia di Lucia ha modo di dipanarsi, mostrando che quel suo spostamento di consapevolezza diventa un percorso di libertà anche dai pregiudizi e da strutture mentali dominanti. Che ciò stia avvenendo lo testimoniano il sogno in cui Lucia dopo una lunga e affannosa rincorsa riesce a raggiungere l’amica e a riabbracciarla stringendosi a lei in un momento di grande felicità e il ritrovato rapporto con la madre dell’amica.
La regista Giorgia Cecere ha esordito nel 2011 con il lungometraggio Il primo incarico, presentato alla 67a Mostra del Cinema di Venezia e ben accolto da pubblico e critica, con Isabella Ragonese nel ruolo della protagonista.
In un posto bellissimo, un film di Giorgia Cecere – Italia 2015, 105’
Via Dogana 3, 2° incontro, 12 luglio 2015, In vacanza per sempre
Luisa Muraro:
Viviamo in “un mondo in disordine”, per usare le parole di un tale che parlava del suo tempo, mille anni fa. Ci incontriamo per scambiare idee e farci forza. Il mio invito è di cercare sempre la verità soggettiva. Non è facile trovarla.
Come al primo incontro, Laura Ming e io ci alterneremo con due argomenti ciascuna.
Laura Minguzzi:
Prima questione da porre alla discussione: vorrei riprendere un punto discusso nell’incontro del 17 maggio scorso, e cioè la questione della qualità delle relazioni e dell’autorità femminile. Mi interessa il tema perché include differenti questioni irrisolte. Una di queste è il rischio di idealizzare non solo i progetti ma anche le singole donne con sofferenze, rotture, cadute del desiderio e messa in forse dei progetti stessi. L’idealizzazione blocca l’immaginazione, la realtà viene come offuscata e invece di figure dello scambio si creano figure illusorie o false aspettative. Se è vero che le buone relazioni fanno vivere i progetti, ne sono la linfa vitale, allora non esiste più un progetto a sé stante, al di fuori di noi, che dobbiamo tenere in vita a qualsiasi costo. Queste considerazioni mi portano a riflettere su un evento recente: il convegno di Mestre del 20 giugno, intitolato Un passo avanti d’autorità, promosso da amiche delle Vicine di casa, Sandra De Perini e Desirée Urizio e da alcune fondatrici dell’Associazione per l’autorità femminile nella politica per sostenere il libro Sovrane di Annarosa Buttarelli e il suo progetto politico. Il libro è stato presentato in varie città d’Italia creando molte aspettative, così mi ha riferito Sandra, che si è sentita chiamata a non deluderle. Io ho deciso di non partecipare al Convegno. Una decisione sofferta. Sandra mi aveva mandato il volantino d’invito via mail e leggendolo avevo provato un senso di disagio e di sconcerto. Percepivo un non detto e non mi era chiara la finalità dell’incontro. Invece di telefonarle subito ed esprimerle le mie obiezioni ho aspettato, incerta sul da farsi… Avevo intuito che l’invito arrivato via mail con la scheda di iscrizione (a cose fatte quindi), era un segnale del suo timore che a voce potessi criticarla. Infatti avrei voluto dirle che non capivo il senso della ripetizione del titolo del Convegno della Rete delle Città vicine dell’anno scorso, in cui si era discusso lo stessa tema, e che non mi sentivo coinvolta in un tipo di pratica politica che mi sembrava più ispirata da un libro che da una pratica concreta di relazioni, pur se conflittuali. Così ho preferito l’attesa. Sandra insospettita dal mio silenzio mi ha chiamata e ho potuto così esprimerle tutte le mie perplessità. Le ho comunque suggerito che sarebbe stato meglio non tacere sul percorso conflittuale che l’ha portata ad allontanarsi dalla Rete delle città vicine, mentre da parte mia ho pensato che dovrò affrontare questo nodo irrisolto nella prossima tappa, in una città ancora da definire, della Comunità pensante che si è costituita a Mestre.
Luisa Muraro:
Il nome del co-pilota? Dicono che sia Depressione.
L’allarme è stato dato a un convegno dell’Ass. italiana di psichiatria: il rischio che le donne corrono di cadere in depressione è perlomeno doppio di quello maschile. Fonte: Il nostro stare al mondo del Centro studi e documentazione del pensiero femminile di Torino, un contributo di Ferdinanda Vigliani, E se non la chiamassimo depressione?, che sul tema segnala Anna Salvo, Depressione e sentimenti, Mondadori.
Le donne sono in prima linea, ma non è come per l’isteria; il problema della depressione è della nostra civiltà. Notizia di questi giorni: una giovane donna di 24 anni, in Belgio, ha chiesto l’eutanasia (ammessa dalla legge in quel paese) per le sofferenze della depressione, con tre pareri medici favorevoli.
Conoscete il film dei fratelli Dardenne, Due giorni, una notte ,e sicuramente ricordate che la protagonista, in lotta per il suo posto di lavoro, soffre ancora per i postumi di una grave depressione. Sandra Burchi così commenta il film dei Dardenne: lo sfondo è un’Europa impoverita, incattivita, smemorata, in preda agli effetti di trasformazioni non gestite.
Dal film viene una risposta: la protagonista, aiutata da una compagna e dal marito, fa appello a tutte le sue forze, combatte e vince la battaglia più importante.
Seguendo l’esempio di Antoinette Fouque, di Cixous… in tema di isteria, di Francesca Avanzini (Ha ballato una sola estate), del gruppo Demau, tanti anni fa, in tema di anoressia, io propongo che diamo compimento simbolico al voler dire della depressione, che di suo è come un’opera a metà, incastrata fra patologia e infelicità…
Laura Minguzzi:
Alla maturità di quest’anno due temi della prima prova d’italiano riguardavano la resistenza. Mi ha fatto piacere perché amo la storia. Ma secondo le statistiche riportate dai media quest’argomento è stato scelto da una percentuale bassissima di candidate/i. La storia come sappiamo non è molto amata a scuola. Questo fatto mi rattrista, consapevole, grazie al mio lavoro di riflessione con la Comunità di pratica della Storia vivente, che senza consapevolezza e memoria del proprio passato non c’è futuro di libertà e non c’è felicità. Memoria non neutra ma reinterpretata a partire dall’esperienza femminile. La cosa mi ha fatto pensare all’attualità, cioè alle donne curde combattenti di Rojava. Io, quando leggo della loro lotta, le sento parlare nelle interviste, sento che stanno dicendo qualcosa che è differente dalla lotta armata partigiana cui le donne in Italia hanno partecipato. Affermano di combattere per la loro libertà, oltre che per creare un Kurdistan libero. Non credono ai due tempi perché sanno che in passato le donne sono state ingannate da questo schema emancipatorio. Ma poi fanno anche riferimento al partito di Öcalan, il PKK. Vedo una contraddizione, ma anche una grande capacità di stare nella contraddizione e di aprire a nuove possibilità nel contesto caotico di disordine simbolico post-patriarcale in cui si trovano l’Irak, la Siria e la Turchia.
Luisa Muraro:
Che cosa possiamo leggere nella crisi euro-greca alla luce del primum vivere?
Mi riferisco al primo capitoletto dell’ultimo Sottosopra, un vero e proprio manifesto sul lavoro intitolato Immagina che il lavoro, ottobre 2009. Sottolineo il “leggere”, diversamente dalla tendenza a giudicare e a schierarsi, che non condivido. In me sento di aver avuto troppa voglia di avere ragione e ora preferisco fare lo sforzo di capire quello che accade.
Sicuramente molte affermazioni del capitoletto, titolo Primum vivere. Anche in tempo di crisi, ne escono confermate.
Si prova un senso di schiacciamento. La soggettività di chi vive le cose giorno per giorno è annullata. Oppure, aggiungo io, rimodellata dal trovarsi con un debito che non riesce a pagare, ritrovarsi sempre inadeguata. Gli stati, dice il Sottosopra (ma nel caso della Grecia è l’Europa), hanno dato soldi e soldi alle banche e non a chi lavora (non al popolo, ha detto Tsipras). “Popolo”: parola demagogica? La troviamo anche in Sovrane di Annarosa Buttarelli, in coppia con “donna”.
Non c’è demagogia nel manifesto Immagina che il lavoro, che ha uno stile quasi colloquiale, antiretorico. Invece nella crisi euro-greca il rischio c’è, da più parti (dei Greci, degli antieuropeisti…).
Nel manifesto si polemizza con la scienza economica in nome di un’economia messa su nuove basi. In queste settimane della crisi euro-greca abbiamo ascoltato delle critiche agli errori dell’economia ma un inizio di ripensamento radicale non è emerso: forse c’è e deve ancora affiorare? C’è la sua premessa? Ci sono spiragli di una concezione alternativa?
L’unico valore non monetario emerso nelle trattative: la giustizia sociale, che però non si riesce ad assicurare. Troppa evasione, troppo disordine fiscale, da una parte. Troppa preoccupazione per l’assetto finanziario, dall’altra.
È un valore anche l’orgoglio della risposta No al referendum del 5 luglio, indubbiamente.
Nel manifesto del primum vivere si parla di considerare l’esperienza e il sapere della quotidianità come una leva per cambiare il lavoro e l’economia. Qualcosa sta accadendo che va in questo senso? O sono utopie, cioè cose giuste ma destinate a una realtà troppo distante dal nostro presente?
A me interessa stare al presente con buon senso per quel che riguarda le vie da prendere in pratica ma con prospettive audaci, senza buon senso mentale e verbale. Mi interrogo anche su Angela Merkel che non parla tanto come gli altri, non parla quasi…
Commento di Luisa Muraro all’incontro di VD 3, 2° incontro, scritto l’indomani, 13 luglio.
Oggi c’è l’accordo dell’Europa perché la Grecia rimanga in Europa e nella zona euro. A quali prezzi, per i Greci e per tutti noi europei, non so. Ma lo sapremo.
Nell’incontro di domenica si è parlato molto della crisi euro-greca, il secondo dei due argomenti da me proposti. La tendenza di alcune era di parlarne come veniva, c’era lo schieramento esultante per la vittoria dei No al referendum greco del 5 luglio («Ce l’abbiamo fatta», «Vittoria entusiasmante»…), l’innamoramento per Tsipras, come già in passata per Vendola («uomo nuovo», «sta imparando»…), le accuse per i dirigenti dell’Europa, Merkel e Draghi compresi, tutti cattivi…
Sentivo risuonare in me il commento, innocente e misogino, del mio nipotino di sei anni: ah, le femmine!
Dalle rivolte del No alla rivoluzione dell’economia il passo è lungo… Alt! I No possono avere il loro significato e valore ma non sono il primo passo verso il cambiamento, ci vogliono dei sì. Abbiamo qualcosa da dire alla luce del primum vivere?
Sì. Su alcuni blog greci è apparso l’invito che viene da economisti, a stare all’essenziale, a innamorarsi di quello che veramente vale, con una critica dei consumi fatti senza criterio. I consumi! Che bello liberarsi del superfluo: in Grecia hanno inventato delle botteghe dove uno porta il superfluo in cambio di quello che gli è necessario: una bella trovata! «Non parlate male del superfluo: quando ho potuto comprarmi qualcosa in più, io mi sono sentita felice», obietta una. Il punto è questo, un’economia della felicità: ridefinire la crescita, parlare del lavoro, tutto il lavoro necessario alla vita… Come ha detto Ida Dominjanni, finalmente ricomincia la politica.
Sì, durante la crisi si sono aperti spiragli verso un’economia alternativa. Su tutto questo ci sono racconti e inchieste. Vorremmo conoscerle.
Quello che sta capitando non è leggibile in chiave esclusivamente economica. E nelle trattative che vanno avanti da mesi, non ci sono soltanto rapporti di potere. Ci sono correnti di fiducia, alleanze taciute, attese…
Il Sottosopra dice chiaramente che un cambiamento radicale di prospettiva, nel senso del primum vivere, verrà a condizione di portare uomini a vivere la vita quotidiana, alcuni cominciano a starci, ma la loro non è ancora esperienza parlante.
Gli interventi sulla crisi euro-greca si sono intrecciati e qualche volta mescolati con l’altro argomento, quello della depressione. Su questo tema è emersa subito una notevole competenza, in parte di origine scientifica o professionale, in maggior parte ricavata dall’esperienza personale e da letture libere. Nessuna difficoltà, su questo tema, a mettersi sulla strada per cogliere il punto di vista proposto nell’introduzione del tema: che ci sia lettura e trasformazione di questa sofferenza così diffusa tra noi e spesso dentro a noi.
Si è discusso del ricorso agli psicofarmaci: sì, no, ma solo per arrivare al punto. La depressione è una grande opportunità, dice una. Quale depressione? C’è una forma diffusa e c’è una forma grave… Ma quando parlano i vissuti, la dualità si attenua, e da un fondo cieco sale comunque la minaccia di uno squinternamento di sé.
La sofferenza più sensibile è data dalla perdita del desiderio (ma una dice: «mi fa perdere la ragione»), da cui un senso d’impotenza verso l’esterno. La risposta è ritrovare una certa padronanza. Ma come? Non isolarsi, non restare sole.
I dati del confronto fra i sessi vengono contestati: oggi gli uomini sono generalmente alquanto depressi. Le donne sembrano molto più esposte degli uomini a questa sofferenza perché chiedono aiuto più spesso e più chiaramente degli uomini. Questi ricorrono al suicidio quattro volte più delle donne… dove? In Europa… Oppure, prendono iniziative politiche, si aggregano velocemente e lanciano progetti senza pensarci tanto, tanto per reagire: al fondo di questo comportamento, la difficoltà che hanno a riconoscere la loro dipendenza.
Qualcuna respinge l’etichetta di “patologia” per la depressione. Era anche l’invito della Vigliani: e se non la chiamassimo depressione? Seguendo un filo di ricerca su cui sto lavorando, ho proposto di vedere in certe sofferenze che non hanno cause oggettive ma sono reali e s’impadroniscono della persona, vederci il farsi di un’opera d’arte che non ha trovato ancora compimento.
Alla fine dell’incontro (nel quale si è molto parlato anche di relazioni tra donne e con gli uomini, tema proposto da Laura Ming), sono tornata sulla verità soggettiva: oltre alle relazioni con altri, conta molto anche la relazione tra sé e sé. Come in una tenaglia, qui spesso resta presa la verità soggettiva, per cui quello che di fatto mettiamo a disposizione di altre, altri, spesso è una mezza finzione… un’opera d’arte malamente rifinita.
Commento per VD3 di Laura Minguzzi.
«E se non la chiamassimo depressione?» dice Ferdinanda Vigliani del Centro studi e documentazione del pensiero femminile di Torino. «Dare compimento simbolico al voler dire della depressione» dice Luisa Muraro.
Luisa chiude l’incontro di VD3 di domenica 12 luglio invitandoci a cercare ancora per trovare più verità soggettiva. Ci proverò. A me parla di più la parola “crisi” e sarei propensa anch’io a non chiamarla depressione perché in realtà si tratta di una crisi che taglia la propria vita in due, un prima e un dopo. Un taglio profondo che mette in discussione tutto. Come ha detto Silvia Motta «fa crollare le proprie sovrastrutture personali». Coinvolge il corpo prima di tutto ma è l’anima che si ammala per prima. Ci si avvolge su se stesse/i come un gomitolo. La caduta a precipizio del desiderio di vivere a certe condizioni provoca lo scatenamento dell’evento. Per questo si riallaccia assolutamente in linea diretta con il manifesto del Primum vivere.
Mi ricordavo di avere letto durante i miei studi un testo di Balzac in cui sosteneva che a trent’anni la vita di una donna subisce un giro di boa, cambia completamente. Poi avevo sentito dire che la depressione colpisce le donne in menopausa perché rifiutano di invecchiare. Questa spiegazione mi era stata data da uno psichiatra quando mia madre si ammalò e le prescrisse l’elettrochoc. Il sapere maschile sulle donne non può competere con l’ampia conoscenza che le stesse hanno per esperienza personale. Avevo trent’anni e un cambiamento s’imponeva allora in conseguenza delle mie scelte di libertà, ma non avevo la forza necessaria per andare fino in fondo. Stavo in mezzo al guado. Mi guardavo indietro e recriminavo su ciò che mi sarei lasciata alle spalle. Non volevo abbandonare quello che avevo costruito, le relazioni, cambiare città, allontanarmi dagli affetti per proseguire la mia strada. Ecco che si poneva l’aut aut, o questo o quello…
Una società fondata su tali presupposti che ponevano certe condizioni per potere realizzare un desiderio e quelle condizioni io le rifiutavo. Oggi penso, a ragione, che una simile società deve cambiare. Il mondo deve cambiare perché il mio desiderio non porti sofferenze e provochi malattia.
Pensare occupava tutto il mio tempo, non avevo tempo per altro. Sono persuasa che il rifiuto di vivere contiene tanta rabbia e la comprensione profonda di quello che dovrebbe modificarsi perché si possa vivere con agio. Sono stata tirata su dal sottosuolo da una donna che non ha avuto paura delle accuse di maternage che le erano rivolte mentre si prendeva cura di me. Mi sorvegliava, una guardiana della vita, della mia vita. Anche lei stava attraversando un passaggio faticoso di grande cambiamento e forse per questo poteva capire e sopportare il mio stato di morte apparente. Uno stato che si può paragonare ai semi nel terreno ricoperto di neve che si trasformeranno nei germogli di grano in primavera. Bisogna crederci in questa metamorfosi.
Invito a incontrarsi
alla Libreria delle donne di Milano
la mattina della domenica 12 luglio 2015, ore 10
per un nuovo incontro di Via Dogana 3
In vacanza per sempre è il titolo che diamo a questo invito. È un invito ad alimentare le risorse della felicità scoperte con il femminismo. Pensiamo alle presenze amicali. Pensiamo all’intelligenza (intus legere, leggere dentro) di quello che accade in oscure caverne e alla luce del sole. Pensiamo alla magia di ri-trovarsi con (o: in) altre e altri per uscire da muri troppo stretti, o per attraversarli, se non hanno passaggi.
Noi due, Laura Ming e Luisa Mur, cercheremo di darvi il buon esempio con la nostra introduzione di quattro argomenti. In tutto, venti minuti, dopo di che verrà lo scambio allargato con idee liberamente affioranti e poi, intorno alle 13.30, lo spuntino sul posto, un luogo che quasi tutte/i conoscete, fresco al naturale (non: forced air).
È prevedibile che rispunterà qualche filone dell’incontro precedente, il 17 maggio, di cui trovate nello spazio di VD 3 SITO un resoconto fatto da Laura Minguzzi e Silvia Baratella. Non escludete, però, tuffi in acque diverse.
Il criterio cui restiamo fedeli: partire da sé lasciandoci occupare da altro.
Siamo in via Pietro Calvi 29 (vicino a Piazza Cinque Giornate), MI, 0270006265 telefonate o meglio scrivete (info@libreriadelledonne.it) per informazioni circa questo incontro e Via Dogana.
Dopo la positiva affermazione di Tomboy (2011) Céline Sciamma torna al tema a lei caro dell’adolescenza e in particolare al momento in cui essa sta per finire. Protagoniste quattro ragazze che cercano di trovare la loro strada per vivere liberamente le loro vite. Ciò che alla regista preme mettere in scena, come nei film precedenti, è «l’agitazione del desiderio, la forza della femminilità e la necessità di sfuggire a un destino prestabilito», in un pressante bisogno di ricerca di identità.
Prestabilito sembra esserlo il destino di Marieme, Fily, Adiatou e Lady, sedicenni francesi, figlie di immigrati africani, nella banlieue di Bagnolet o di Bobigny vicino a Parigi, dove la fatica di crescere, di per sé già difficile e dolorosa, in questo contesto si misura con la miseria materiale, culturale e di relazioni. Relazioni che nel quartiere sono prevalentemente di potere: i ragazzi sulle ragazze, gli uomini sulle donne tutte – e sopra loro i boss della malavita; in famiglia il controllo violento rdei padri e, in loro assenza, quello dei figli e dei fratelli su madri, sorelle e fidanzate.
Le reazioni di Marieme alla notizia dei suoi scadenti risultati scolastici, che preludono a un immediato futuro di miserabili lavori che ben conosce, e l’incontro con le altre tre ragazze sono la molla del suo cambiamento. Lei che inizialmente appare docile, mansueta, sottomessa diventa nella banda Vic, diminutivo di Victory, e il cambiamento non è solo negli atteggiamenti e nell’abbigliamento, è anche fisico, del suo corpo.
Il film mostra le varie fasi in cui matura la consapevolezza di quello che la nuova Vic vuole per sé.
Le scorribande nei centri commerciali, in metropolitana, le provocazioni verbali con altre giovani, la notte in una stanza d’albergo passata a sognare e a cantare Diamonds di Rihanna sono per le quattro ragazze la loro forma di ribellione, di affermazione e di separatezza dal presente quotidiano. Esaltanti, di fatto piccole e ambigue trasgressioni. Per Marieme-Vic diventano le occasioni e i momenti del suo percorso di trasformazione verso l’età adulta. Un passaggio incerto – come incerta ancora è la ricerca di sé, di ciò che ritiene importante –, che vuole comunque percorrere e costruire in autonomia e in libertà. Via dalle regole malavitose del quartiere e del fratello, via anche dall’innamorato Ismaele, gentile, non violento, con cui vivrebbe comunque situazioni e un futuro da cui vuole fuggire.
Girato con un bel ritmo, sostenuto da una vivace colonna sonora, il film trasmette energia e speranza. Ottimamente recitato da un cast non professionista, ha una fotografia ricercata dove la predominanza dei toni dell’azzurro contrasta scenograficamente con i corpi delle ragazze.
Un buon film sull’adolescenza – non giudicante – da accostare ad altri: 17 Ragazze di Delphine e Muriel Coulin (2011) e Foxfire (2012) di Laurent Cantet dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates.
Diamante nero – Bande de filles, regia di Céline Sciamma, Francia, 2014, 112’
Domenica 17 maggio 2015, mattinata calda e soleggiata, un anticipo d’estate. La sala del Circolo della rosa è piena di persone e di voglia di stare e pensare insieme. È il primo incontro di Via Dogana 3, il progetto che nasce dopo la chiusura della seconda serie della rivista Via Dogana. Ci sono donne – e alcuni uomini – venute da ogni parte d’Italia e due anche dalla Spagna. Alla fine della riunione ci attende un buffet.
Apre l’incontro Luisa Muraro:
«Quello che capita qui è qualcosa di potenziale. È una proposta di input problematici. Questo luogo può diventare un momento di riflessione di politica delle donne e di uomini che rispondono a certe proposte del femminismo, sempre tenendo aperti gli elementi conflittuali. Abbiamo risposto a un desiderio di momenti di riflessione teorica. Ogni due mesi ci ritroveremo a discutere.
Perché mi sono associata a Laura Minguzzi che non fa parte della redazione ristretta? Per le sue qualità, perché è legata a noi, perché è presidente del Circolo della rosa e perché molto legata all’impresa della pratica della storia vivente.
Qual era il difetto di Via Dogana seconda serie, arrivata al numero 111? Era un buon prodotto, non lo nego, e alcune si adoperavano per farlo esistere al meglio, ma non bisogna restare mai imprigionate nella propria impresa. Era come se facessimo apparire più di quello che c’era. Ora abbiamo un prodotto più precario. Esisterà quello che faremo esistere, ciascuna e ciascuno di noi, facendo apparire quello che effettivamente c’è in questa doppia veste. Sono convinta che l’agire politico, per l’essenziale, – richiamo Hannah Arendt – sia esporsi in prima persona là dove si è, nel momento in cui le cose lo domandano. Prendere l’iniziativa. Solo dopo vengono la tenacia e la fedeltà». E conclude: «Con Laura Minguzzi mi sono accordata per proporre alla discussione due temi ciascuna che ci stanno a cuore».
Primo tema proposto da Laura Minguzzi: la guerra in Ucraina oggi. Dopo la pacifica “rivoluzione arancione” del 2004, c’è stata la proposta di adesione all’Unione Europea, il colpo di stato del 2014 e lo scoppio del nazionalismo.
Laura era in relazione con Tatjana, sua figlia Olga e altre che animano il sito di Storia delle donne in Ucraina. Dopo tutte queste vicende, nella relazione si è prodotta un’impasse. Tatjana non vuole definire “guerra civile” ciò che accade, sostiene che il suo paese è in guerra con la Russia di Putin che vuole impedirgli di entrare nell’Unione Europea, di cui lei vuole far parte. Laura si chiede come stia insieme la libertà femminile con il loro sostegno indiretto all’attuale governo, e non riesce a riportare il discorso fuori dallo schieramento nazionalista.
Primo tema di Luisa Muraro: parte dal racconto di Lucia Bertell di Verona sulla sua esperienza alla manifestazione del primo maggio a Milano (http://www.libreriadelledonne.it/sui-fatti-del-primo-maggio-a-milano/). Una manifestazione gioiosa, ricca e articolata, a cui lei ha voluto partecipare a partire dalla sua esperienza del FuoriExpo, precipita negli scontri e nella violenza. Lucia si è sentita vittima di un’ingiustizia, defraudata. Ma nel suo racconto, dice Luisa, ingloba un giudizio complessivo tipico della sinistra antagonista, critica anche Vandana Shiva per la sua partecipazione a Expo: crea uno schieramento. Un paradosso che si collega a quello che diceva Laura.
Secondo input di Laura: l’economia della restituzione simbolica. Le Donne in nero hanno istituito un “tribunale delle donne” a Sarajevo in cui, attraverso la presa di parola e la narrazione della loro storia, in presenza di donne a cui è stata riconosciuta autorità, le vittime degli stupri durante la resistenza e le guerre balcaniche ricevono, come prima forma di giustizia, rilevanza simbolica. Si infrange così il silenzio dei governi e dei tribunali sulle violenze contro le donne e diventa possibile parlarne come di un fatto politico. È un inizio.
Secondo input di Luisa: gli scenari di violenza in Medio Oriente e l’estremismo religioso. Le donne c’entrano, ma come? Come bersaglio della violenza che fa notizia, cioè quella su di loro, sui cristiani e sulle opere d’arte; come adepte che fanno propaganda, esibite per mascherare il fatto che siamo in presenza di un “fra uomini”. Anche l’Occidente usa le donne in questo senso. Prese in questa contraddizione, ci ritroviamo fuori gioco. Forse l’essenziale della questione ci è invisibile. Com’è accaduto a Laura con Tatjana, anche il suo scambio con la studiosa marocchina Aïcha El Hajjami si è interrotto da quando c’è di mezzo l’Isis.
«Qual è il senso di questo incontro», conclude Luisa, «non essendoci la meta (cioè la rivista da far uscire) che dà la misura? In prima battuta, il senso è quello di una palestra di parola, di scambio fra noi, stare insieme senza pensare alla scrittura. In seconda battuta, c’è la scrittura». Il progetto è di fare incontri periodici, liberi, fucina di scambi intensi che permettano alle singole di pensare e scrivere testi per il sito. La questione primaria è esserci in prima persona e prendere iniziative. Gli stimoli sono importanti anche per elaborare la nostra pratica in città. Per esempio: a Milano, alcune che hanno un progetto di riqualificazione di un’area urbana dismessa (la Piazza d’Armi di Baggio), stanno cercando di capire come farlo approvare usando l’autorità femminile, cercando una relazione con donne di qualità nell’amministrazione milanese, anziché impantanarsi in percorsi faticosi, burocratici o rivendicativi.
C’è bisogno di parola e di scrittura su casi come questi, per leggere l’esperienza. È necessario il confronto fuori dagli schieramenti e dalle mediazioni, per capire se si fa un passo avanti o un passo indietro.
Queste le introduzioni. Ora gli interventi. Cercheremo di rendere i fili conduttori del dibattito e gli spunti che più ci hanno interessato, senza citare tutto quello che è stato detto, né tutte quelle che hanno parlato.
Anche Milagros Rivera ha fatto esperienza del nazionalismo e delle impasses che può produrre nelle relazioni tra donne, tanto che ha lasciato la sua Barcellona per trasferirsi a Madrid. Dalle donne del nazionalismo catalano le era diventato ormai impossibile farsi ascoltare, le veniva richiesto solo di dichiarare uno schieramento. Milagros voleva tenere viva la sua lingua, il castigliano, e non schierarsi, e la situazione era diventata insostenibile. Adesso un’amica di Duoda l’ha capita, e il suo pensiero non è più indicibile. Ha ricevuto una restituzione simbolica, che le ha permesso di continuare i rapporti con Duoda, il centro di ricerca che aveva fondato con altre anni fa. Anche se preoccupazioni per le possibili evoluzioni della crisi catalana restano, c’è stato un passo avanti.
Vita Cosentino, più tardi, dirà che questo imperversare di violenza fra uomini ha ammutolito scambi importanti, e che per superare l’impasse occorre intensificare gli scambi. «Sì, però nel qualitativo, nella qualità delle relazioni!» precisa Luisa.
Scambi con donne forti, spiega Vita, con esperienze diverse dalle nostre ma con pratiche comuni. «Ieri sera Vandana Shiva era qui e ha riconosciuto la Libreria come un “luogo di vera democrazia”, un luogo in cui c’è qualcosa di un ordine differente». Un’altra restituzione simbolica.
Un intervento ha attaccato scienza e tecnologia, un’altra ha reagito per difendere il valore della scienza. Le voci si sono alzate, una terza si è inserita: «Ma tu la usi la lavatrice?», ci siamo interrotte a vicenda. Luisa Muraro ha tolto la parola a tutte: discuterne così porta solo a una rissa. L’argomento per ora è in quarantena.
Altro abbozzo di polemica, stavolta su cultura islamica e cultura occidentale.
Marina Terragni a Luisa Muraro: «Ammetti che in Occidente si vive meglio che nel mondo musulmano!»
Luisa Muraro: «Posto in questi termini, rifiuto di rispondere e te l’ho già detto!».
Lia Cigarini ha ripreso la vicenda narrata da Lucia Bertell. Partecipando in prima persona con pratiche di autorità femminile all’elaborazione di gruppo sui temi di FuoriExpo, Lucia pensava di potersi inserire tranquillamente in una manifestazione che rispecchiava altre pratiche (la tradizionale Mayday Parade del primo maggio, che quest’anno aveva la parola d’ordine No-Expo). Credeva che la sua pratica fosse parlante ovunque. Invece il confronto tra pratiche politiche e tra pratiche e contesti dev’essere studiato come strategia.
La stessa esperienza l’ha fatta il gruppo dell’Agorà del lavoro. «È stata un’esperienza positiva, ma non completamente. C’era infatti la convinzione che intorno alla pratica del partire da sé si sarebbero raccolti automaticamente tutti e tutte quelle che hanno un pensiero altro sul lavoro. Quella pratica ha invece allontanato dall’Agorà uomini che al principio erano interessati». Bisogna affrontare il passaggio tra la tua pratica e il contesto, le forze in campo. Per esempio, Lucia Bertell ha sottovalutato che in campo c’erano i black block. La manifestazione del 1° maggio è stata distrutta dai black block, il 2 maggio la cittadinanza è scesa in strada per cancellare le tracce della violenza: in entrambi i momenti non sono emersi i temi della manifestazione.
Loredana Aldegheri parla di insufficienza della politica prima, quella del partire da sé: «Riesce sì a creare frutti fecondi dal basso, ma non riesce a generare universali, nuovi paradigmi, ordine simbolico. I poteri forti continuano a rigenerarsi e i giochi di potere non arretrano».
Lia critica l’espressione di Loredana: «Finché si sta “in basso” non si ottiene niente. Si resta in posizione inferiore. Per fare il lavoro simbolico non si deve stare in basso». Per fare il lavoro del simbolico, si deve fare una scelta e «dare priorità a quelle donne in cui tu pensi ci sia un di più», dice citando Marirì Martinengo.
Anche Vita Cosentino riprende la storia di Lucia, ma registra un dato positivo: «Da No-Expo a FuoriExpo si è realizzato un grande spostamento». Fa un’analogia con il Fuori Salone nato a Milano dal Salone del Mobile e diventato ora più importante della manifestazione ufficiale: «Chi si inventa qualcosa, abbandonando la pratica della sinistra di opporsi e basta, produce cambiamento. Il cambiamento allora non passa per il ribaltamento, per la rivoluzione come diceva il marxismo, ma per la metamorfosi».
«Il Fuori Salone del mobile ha dato un’immagine di città», aggiunge Sandra Bonfiglioli, «un processo che ha acceso altri processi di visibilità. Occorre fare attenzione a questi processi radicati in luoghi: è la città stessa che nella sua molteplicità si fa vedere. È una pratica milanese. Anche noi possiamo innestarci nella città con la nostra presenza e cambiare le cose».
Annarosa Buttarelli pensa che la politica prima non possa più essere proposta come abbiamo fatto finora. «Non abbiamo abbastanza pratiche pubbliche. Occorre registrare il fatto che la differenza femminile si articola. Non può essere riportata alla formula unitaria “le donne sono ovunque”.» La sua formula è quella della sovranità, che si sta articolando in modi ancora da scoprire.
«Non amiamo abbastanza le altre donne» replica Luisa. «Lo spostamento di amore sulle altre ha portato grandi cose. In quella dimensione di sovranità non c’è abbastanza amore di donna verso donna. Il rifiuto della femminilità è il rifiuto del contatto con il corpo materno. L’amore è un’entità inesauribile. Se il circolo è virtuoso si produce nuovo amore. Non è uno spostamento solo di quantità, ma di importanza e di valore. È importante mettere in ordine attraverso la scrittura il pensiero che si è guadagnato insieme: Milagros ha parlato di “restituzione simbolica” dopo uno scontro tra donne, è una definizione precisissima».
Più tardi Luisa dirà anche: «Se c’è qualcosa di positivo nella relazione con una donna che occupa una posizione di potere, allora lì c’è anche la politica. Non c’è una separazione tra i buoni rapporti da una parte e la politica dall’altra. Il mettere insieme la politica e l’amore fa esplodere le due cose… Si cambia non solo concezione della politica, ma soprattutto concezione dell’amore».
Sul conflitto, Chiara Zamboni parla di quello in atto fra paradigmi: da un lato, un’organizzazione della società aggressiva e dominatrice e dall’altro, come ha detto la sera prima Vandana Shiva, l’erba calpestata che rialza sempre la testa. «Noi donne – dice – abbiamo la tendenza a mettere d’accordo tutti, il nostro elemento di forza sono le relazioni. Ma è il conflitto che porta alla consapevolezza. Il conflitto non si può evitare».
Ana Mañeru, l’altra amica spagnola, racconta l’esperienza di un conflitto lacerante fra donne a Madrid. Scrivendo a Luisa ha fatto ordine nel suo pensiero e ha capito che il conflitto era in lei. Aveva idealizzato la politica delle donne e metteva il progetto al di sopra delle relazioni. Quando ha smesso di pensare a come realizzare al meglio il progetto e si è dedicata a curare al meglio le relazioni, il conflitto si è risolto.
«Portate delle esperienze di agire politico per arrivare a costruire figure di scambio, e siate precise nell’indicare quali sono i conflitti e quali le scelte», invita di nuovo Lia. «Il punto debole che può generare conflitti fra donne è la questione dell’autorità femminile, messa sull’altare e poi sempre stracciata. Affrontiamola.»
Per esempio, riguardo all’Expo lei si è sentita spinta a fare qualcosa in più di un banchetto di libri alla Cascina Triulza quando ha visto che Vandana Shiva ha accettato di andarci come ambasciatrice.
«Vandana Shiva, che è impegnata dal 1975 nella sua lotta, per me è un riferimento di autorità su temi di cui, personalmente, so ben poco. Mi sono affidata alle ragioni che sicuramente Shiva avrà meditato per decidere di esserci». È la mancanza di autorità che crea conflitti. Nel rapporto col mondo, non si tratta di schierarsi di qui o di là solo perché le donne “c’entrano”, ma di passare attraverso una relazione, a volte di prossimità, in altri casi come con Vandana Shiva, di competenza, dove non si hanno conoscenze dirette.
«C’è molto in quanto ci siamo dette, ci sono questioni di grande importanza per una politica che consiste nell’esporsi in prima persona dove ci si trova a vivere – conclude Luisa – Abbiamo lavorato bene; il seguito è affidato a singole, gruppi, circostanze, occasioni. Quello che non avete detto e che avete pensato qui dentro è di enorme importanza, è quasi più prezioso di quello che è stato detto.»
… È il momento di passare alla “seconda battuta”, alla scrittura: scrivete, allora, e mandate i vostri preziosi pensieri, inespressi o già palesati, o i racconti delle vostre pratiche e delle vostre esperienze, con oggetto “Via Dogana 3”, all’indirizzo del sito della Libreria delle donne: info@libreriadelledonne.it
Abbiamo già ricevuto un contributo di Vita Cosentino, in cui approfondisce il tema dello spostamento simbolico dato dal FuoriExpo: http://www.libreriadelledonne.it/dal-fuori-salone-al-fuori-expo/ e due dalla Spagna: uno di Milagros Rivera, su nazionalismo, donne politiche e prostituzione, e uno di Ana Mañeru, sul conflitto tra donne, che trovate qui, nella sezione #ViaDogana3 del sito.
Aspettiamo anche i vostri!
Quando parliamo (io, per esempio) di “conflitto tra donne”, ciò di cui stiamo parlando davvero è di “conflitto tra due donne”, una delle quali di solito è quella che introduce l’argomento, cioè quella che è preoccupata per qualcosa ma non riesce a nominarla in prima persona (o lo teme) e la lascia velata in un plurale che diventa una generalizzazione e che è un’inquietudine per tutte (lei per prima): crescono i sospetti, le supposizioni, il timore che il problema sia più grande di quello che è… Cioè questo plurale, che in apparenza si potrebbe pensare che si usa per ammorbidire le tensioni, per non “personalizzare” e fare meno male, in realtà risulta molto distruttivo, dato che inoltre favorisce il parlare di nascosto, il fare schieramenti, o porta a credere che la potenza delle relazioni tra donne non esista.
“Conflitto tra due donne” è qualcosa alla nostra portata, però al plurale diventa straripante. “Conflitto tra donne” è un’astrazione che rende difficile capire, specialmente a chi la dice, di che cosa si stia parlando e pertanto rende difficile risolverlo in qualche modo: modificando se stessa, lasciando cadere quella relazione, combattendo per ciò che lei pensa debba essere, cercando una mediazione vera invece che partigiane, lasciando in sospeso… ma non lasciando che passi a ingrossare quel sacco indefinito de “i problemi di relazione tra donne”, che pesa come la pietra e non porta a niente di buono.
(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)
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de Ana Mañeru
Cuando hablamos (yo, por ejemplo) de “Conflicto entre mujeres”, de lo que estamos hablando realmente es de “Conflicto entre dos mujeres”, una de las cuales suele ser la que introduce el tema, es decir a la que le preocupa algo pero no acierta (o teme) nombrarlo en primera persona, y lo deja velado en un plural, que se convierte en una generalización y que es una inquietud para todas (para ella la primera): crecen las sospechas, las suposiciones, el temor a que el problema sea mayor de lo que es…, es decir, ese plural, que en apariencia se podría pensar que se usa para suavizar las tensiones, para no “personalizar” y dañar menos, en realidad resulta muy destructivo, pues además favorece hablar por lo bajo, hacer bandos, o lleva a creer que no existe la potencia de las relaciones entre mujeres.
“Conflicto entre dos mujeres” es algo abarcable, pero en plural se desborda. “Conflicto entre mujeres”, es una abstracción que dificulta entender, especialmente a la que lo dice, de qué se está hablando y por tanto resolver de algún modo: transformándose una misma, dejando caer esa relación, peleando por lo que ella piensa que debería ser, buscando mediación verdadera en lugar de partidarias, dejándolo en suspenso… pero no dejando que pase a engrosar ese saco indefinido de “los problemas de relación entre las mujeres”, que pesa como las piedras y no lleva a nada bueno.
Al termine del bell’incontro di Via Dogana 3, lo scorso 17 maggio a Milano, Luisa Muraro ci chiese di scrivere, e di farlo specialmente su ciò che nell’incontro era rimasto non detto. A volte, ciò che resta non detto lo si scopre più tardi, suscitato da quanto successo nella riunione stessa. Da parte mia, sul filo di una proposta di Laura Minguzzi, ero intervenuta per raccontare un’esperienza di indizi di simbolico tra donne del nazionalismo catalano con cui sono in relazione. Benché il nazionalismo sia una questione incandescente in varie culture europee odierne, non si parlò quasi più della cosa nel corso dell’incontro, come se non interpellasse noi che eravamo lì.
In realtà, pochi giorni dopo essere tornata a Barcellona ci furono in Spagna elezioni comunali e in molte regioni anche elezioni autonomiche (dei parlamenti regionali, ndr.). La spinta di un partito ideologicamente non nuovo ma con facce e alleanze nuove, Podemos, scompigliò gli equilibri delle forze contrapposte da decenni intorno al nazionalismo, togliendogli protagonismo. E molte donne, vissute in positivo come potere debole, erano a capo di varie tra le liste più votate, soprattutto nelle elezioni comunali, che attraversavano le linee divisorie tra territori e tra destra, centro e sinistra. Le univa un senso femminile della giustizia sociale (un no deciso al restare senza casa, cioè un no agli sfratti) e il rifiuto della corruzione, che qui è principalmente traffico di influenze, traffico che porta illegalmente molto denaro pubblico in mani private, impoverendoci. Qualche giorno dopo, il 4 giugno, nel processo di negoziazione di patti per potersi tenere il municipio di Barcellona, ci fu la notizia che Ada Colau (probabile sindaca) aveva rifiutato il patto proposto da Esquerra [Sinistra] Republicana de Catalunya di formare un fronte per la sovranità, intesa come sovranità nazionale, non come sovranità spirituale di ciascuna creatura umana per il fatto di essere nata. Prima, lei aveva fatto parte di questo fronte.
Si tratta di un passo involontario che permetterà che acceda alla coscienza e si esprima politicamente il principale problema politico che ci circonda e interpella da anni (e che mi ha fatto decidere di votare socialista), problema che non è il nazionalismo bensì la prostituzione? Ada Colau, che non scende a patti in questo momento con il soberanismo nazionale, ha accettato, invece, di regolare la prostituzione, che equivale a legalizzarla, legalizzando un tipo di schiavitù e normalizzando la violenza contro le donne. Non ha voluto o non ha saputo vedere che questa decisione (diffusa in un modo che molte che l’hanno votata non hanno colto) non solo va contro lei stessa come donna ma anche contro le sue possibilità di conservare il potere per il quale ha lottato, dato che, essendo il potere innanzitutto potere sui corpi, e tra i corpi specialmente su quello femminile, che li concepisce, li tiene in gestazione e insegna loro la competenza di andare avanti qui nel mondo, difficilmente conserverà il potere raggiunto se cede qualcosa di tanto essenziale come la signoria simbolica del suo corpo a uomini che loro sì sanno dove custodiscono la leva del proprio potere.
Pur senza essere mai stata una donna di partito, ho riconosciuto con il mio voto il talento politico e il valore umano del gruppo di donne socialiste (non tutte) che da anni fanno sì che il loro partito rifiuti sia la legalizzazione sia la regolazione della prostituzione. Dopo le elezioni e in modo personale, Cristina Cifuentes, la candidata del Partido Popular alla presidenza della Comunidad de Madrid, ha dichiarato spontaneamente che non legalizzerà mai la prostituzione. Manuela Carmena, ex comunista e probabile sindaca di Madrid, ha cercato di uscire dalla stretta dichiarando che «bisogna prima sentire tutte le parti», come se ce ne fossero. Ce n’erano nelle società schiaviste?
(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)
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de María-Milagros Rivera Garretas
Al terminar el precioso encuentro en Milán de Via Dogana 3 el pasado 17 de mayo, Luisa Muraro pidió que escribiéramos, y que lo hiciéramos, en especial, de lo que en el encuentro se había quedado sin decir. A veces, lo que se queda sin decir se descubre más tarde, suscitado por lo sucedido en la propia reunión. Por mi parte, al hilo de una propuesta de Laura Minguzzi, intervine para contar una experiencia de indicios de simbólico entre mujeres del nacionalismo catalán con las que estoy en relación. Aunque el nacionalismo es una cuestión candente en varias culturas europeas de hoy, la cosa no dio mucho más que hablar a lo largo del encuentro, como si no interpelara a las que estábamos allí.
Efectivamente, días después de volver a Barcelona hubo en España elecciones municipales y, en muchas regiones, autonómicas. El impulso de un partido de ideología no nueva pero de caras y alianzas nuevas, Podemos, desbarató los equilibrios de las fuerzas contrapuestas durante décadas en torno al nacionalismo, quitándole protagonismo. Y muchas mujeres, vividas en positivo como poder débil, encabezaban varias de las listas más votadas, sobre todo en las elecciones municipales, atravesando divisorias entre territorios y entre derecha, centro e izquierda. Las unía un sentido femenino de la justicia social (un no rotundo al quedarse sin casa, o sea, un no a los deshaucios) y el rechazo de la corrupción, que aquí es principalmente tráfico de influencias, tráfico que lleva ilegalmente mucho dinero público a manos privadas, empobreciéndonos. Unos días después, el 4 de junio, en el proceso de negociación de pactos para poder quedarse con la alcaldía de Barcelona, fue noticia que Ada Colau (probable alcaldesa) había rechazado el pacto propuesto por Esquerra Republicana de Catalunya para formar un frente soberanista, entendido como soberanía nacional, no como soberanía espiritual de cada criatura humana por el hecho de haber nacido. Antes, había formado parte de este frente.
¿Se trata de un paso involuntario que dejará que acceda a la conciencia y se exprese políticamente el principal problema político que nos ronda e interpela desde hace años (y que a mí me ha decidido a votar socialista), problema que no es el nacionalismo sino la prostitución? Ada Colau, que no pacta en este momento con el soberanismo nacional, ha aceptado, en cambio, regular la prostitución, que es lo mismo que legalizarla, legalizando un tipo de esclavitud y normalizando la violencia contra las mujeres. No ha querido o no ha sabido ver que esta decisión (difundida de un modo que no se enteraron muchas que la han votado) no solo va contra ella misma como mujer sino también contra sus posibilidades de conservar el poder por el que ha luchado, ya que, siendo el poder, ante todo, poder sobre los cuerpos y, entre los cuerpos, especialmente sobre el femenino, que los concibe, gesta y enseña la competencia de seguir aquí en el mundo, difícilmente conservará el poder alcanzado cediendo algo tan esencial como el señorío simbólico de su cuerpo a hombres que sí saben dónde guardan ellos la palanca de su poder.
Sin haber sido nunca una mujer de partido, he reconocido con mi voto el talento político y el valor humano del grupo de mujeres socialistas (no todas) que desde hace años hacen que su partido rechace tanto la legalización como la regulación de la prostitución. Después de las elecciones y de un modo personal, Cristina Cifuentes, la candidata del Partido Popular a la presidencia de la Comunidad de Madrid, ha declarado espontáneamente que nunca legalizará la prostitución. Manuela Carmena, excomunista y probable alcaldesa de Madrid, ha intentado salir del aprieto declarando que “hay que oír primero a todas las partes”, como si las hubiera. ¿Las había en las sociedades esclavistas?
Se l’amore materno, quell’amore generativo, primariamente creativo e trasformativo ha ricevuto ampiamente le sue rappresentazioni nel cinema, l’amore di una figlia, non solo quello dato nelle forme di restituzione e riconoscenza, ma il sentimento capace di essere anch’esso generativo e trasformativo, ha avuto, sempre cinematograficamente parlando, rari esempi di narrazione.
Ricordo film come Castellana Bandiera di Emma Dante, Il Canto di Paloma di Claudia Llosa, Tra cinque minuti in scena di Laura Chiossone e sopra tutti Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
Accade ora nel bel film della regista brasiliana Anna Muylaert che, nelle forme lievi e apparentemente briose della commedia, pone al centro una relazione madre-figlia capace di produrre cambiamenti radicali, materiali e di ruolo, in entrambe.
Ambientato in una borghese villa di S. Paolo, dove Val è domestica con funzioni di vice-madre del figlio della ricca e indifferente coppia dei suoi padroni, il film in poche e rapide scene inquadra immediatamente il sistema di rapporti di lavoro e la rigida divisione di classe e sessista vigente ancora oggi in Brasile.
L’arrivo di Jessica, figlia di Val, vissuta con i parenti nel lontano nordest e giunta in città per sostenere l’esame di ammissione all’università, mette in moto una serie di dinamiche che producono incisive incrinature sulla presunta, ordinata, stabilità della vita quotidiana della famiglia e dei suoi rapporti con la domestica.
Madre e figlia, dopo anni di lontananza, fra momenti di forti conflitti e di sincere rivelazioni, riprendono in mano una relazione da entrambe riconosciuta vitale e generatrice di scambi vantaggiosi.
Nella madre parla la forza dell’esperienza, ma anche quella della rassegnazione e dell’accettazione, mentre nella figlia a prevalere è il desiderio potente di affermazione di sé, di una vita e un futuro liberamente creati, perché per la sua generazione la libertà femminile ormai c’è, è in giro, gira per il mondo – e gira anche in Brasile – respirata insieme all’aria, acquisita come si acquisiscono le belle cose a lungo desiderate.
Per Val, il reciproco scambio di esempi di libertà conquistate ha il senso di produrre una rivoluzione nei comportamenti e nei ruoli fino ad allora accettati e anche nel suo sguardo sulla figlia – non più una sua appendice, anche nei modelli di comportamento da riprodurre –, ma una giovane donna di valore con cui intrattenere una relazione portatrice di novità e di reciproci guadagni. Per Jessica ha il significato di accettare l’amore materno, da cui lungamente è stata separata, che con tutti i suoi ingombri è comunque in grado di evolvere in forme dalle generose prospettive.
Per madre e figlia ha il senso di un ritrovarsi, un riconoscersi: due donne fuori dai tradizionali ruoli di dipendenza, per scambiarsi forme di libertà.
È arrivata mia figlia, regia di Anna Muylaert – Brasile, 2015, 114’
Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese
Siamo felici di segnalare l’uscita dell’antologia poetica La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster e Anna Maria Robustelli (La Vita Felice, Milano 2015). Sono sessanta poesie di autrici di lingua inglese di varia nazionalità dell’ultimo quarantennio, in una raccolta di grande interesse letterario, antropologico, politico. Dal difficile equilibrio tra fusionalità e necessità di separazione alla rinegoziazione postuma del rapporto fino alla genealogia nel linguaggio, questi testi molto belli e coinvolgenti illuminano con verità aspetti inediti, in positivo e in negativo, della relazione madre-figlia. Per Via Dogana, Anna Maria Robustelli aveva scritto su Eavan Boland, una delle più significative poete irlandesi contemporanee (VD n.93, 2010), e insieme a Fiorenza Mormile sul mito di Demetra e Persefone nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (VD n.95, 2010), un aspetto della ricerca che ha portato a questo libro.(C.J.)