Le sue sono figure femminili complesse e anticonvenzionali alle prese con relazioni difficili. Sono donne e ragazze che tentano di agire le loro vite nel miglior modo possibile, seguendo una specie di etica personale, che nel tumulto delle passioni e dei desideri arrivano comunque ad una sorta di equilibrio nella concretezza di cambiamenti e di realizzazioni personali: accade nelle loro esistenze, nei momenti più confusi, di agganciare qualcosa, un pensiero, un fatto che permette loro di vedere più chiaramente in se stesse e nei loro desideri.

Per Il piano di Maggie la Miller ha scelto il registro della commedia, come ambientazione il quartiere di Williamsburg, a Brooklyn, nuovo epicentro dei creativi, e per personaggi degli intellettuali: scrittori e docenti universitari colti nelle turbolenti e caotiche dinamiche familiari e relazionali create dalle nuove famiglie allargate. Insistono gli elementi autobiografici – Rebecca Miller è figlia della fotografa Inge Morath e del drammaturgo Arthur Miller – in tracce ormai rarefatte, alleggerite dal tempo e dalla memoria.

Maggie è una giovane donna single molto razionale che sa di poter contare solo su se stessa. Forte è il suo desiderio di maternità ma non sente la mancanza di legami sentimentali, anzi vuole evitarne le complicazioni. Il suo piano è semplice e attuabile: avere un figlio con la donazione di sperma sapendo già chi potrebbe essere il donatore. Un piano che la lascerebbe nella tranquillità della sua ben organizzata esistenza, con buon lavoro e buoni amici su cui contare. Ma niente è più facile nella vita che vedere i propri progetti improvvisamente scombinati da nuovi accadimenti.

È così che l’amore entra nella sua vita e sconvolge la sua razionalità quando incontra John, un professore incaricato nello stesso college in cui lavora. L’uomo, docente di antropologia in totale carenza di autostima, la cui moglie riveste nell’università cariche di maggior prestigio della sua, vede in Maggie, bella, più giovane e più attenta ai suoi bisogni e alle sue ambizioni di scrittore, la donna con cui realizzare la vita a cui aspira. Fra i due scoppia la scintilla. John dice: «In una relazione qualcuno fa il giardiniere e qualcun altro la rosa». Quando incontra Maggie sente che finalmente capita a lui di essere la rosa.

Fin qui la trama svolge un tema classico: l’intellettuale di mezza età, sensibile e in crisi, che si innamora ed è ricambiato da una donna più giovane e più attenta della moglie in carriera.

Miller però non svolge il tema sentimentale. Con un salto temporale di tre anni troviamo infatti Maggie, realizzata nel suo desiderio di maternità con una figlia deliziosa, Lily, sobbarcarsi da sola il carico di un ménage familiare che include i due figli di John e Georgette e il conseguente carico economico, mentre John continua a scrivere il suo eternamente incompiuto romanzo.

Il nuovo piano di Maggie è ora quello di uscire dalla situazione in cui volontariamente e con tutte le buone intenzioni si è cacciata. E poiché la sua natura è gentile, incapace di ferire, volendo far stare bene tutti, oltre che se stessa, il suo piano sarà oltremodo originale.

«Ognuno ha il suo momento» dice un personaggio di Personal Velocity, primo film di Miller visto in Italia, e questa sembra essere la guida su cui si sviluppano ed evolvono le storie dei suoi protagonisti, sia nei racconti e nei romanzi che nei suoi film. Un momento, un pensiero illuminante sul che fare della propria vita. E poi procedere verso il cambiamento, anche se in maniera confusa e incerta.

La Maggie di Miller ha molto della Emma Woodhouse di Jane Austen, che vuole far andare le cose del mondo e le relazioni fra le persone, manipolandole anche, secondo i propri desideri e progetti, in un intento non privo di generosità di rendere il mondo migliore. Ma anche simile alla propria volontà.

Il film è una commedia brillante e sofisticata e si avvale dell’eccezionale recitazione di Greta Gerwig (Maggie), Julianne Moore (Georgette), Ethan Hawke (John).

Rebecca Miller ha scritto e diretto altri quattro film: Angela (1995), vincitore di premi al Sundance Film Festival; Personal Velocity (2002), vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e del premio John Cassavetes Award agli Independent Spirit; La storia di Jack e Rose (2005); The Private Lives of Pippa Lee (2009).

La Miller è anche la sceneggiatrice del film Proof – La Prova(2005), tratto dall’omonima opera teatrale. È autrice della raccolta di racconti dal titolo Personal Velocity (2001- ed. Fandango) e dei romanzi Le vite private di Pippa Lee (2009, ed. Fandango) e Jacob’s Folly (2013).


Con dispiacere. Le cose di cui parlare non mancano e neanche la voglia di ritrovarci, ci pare perfino di avere qualche buona idea… Motivi di forza maggiore. Ma il sito resta aperto – info@libreriadelledonne.it – alla collaborazione: critiche, proposte, testi.
A fine agosto riceverete l’invito per l’incontro di Via Dogana 3 la domenica 11 settembre. Il programma sarà pubblicato.
Vi auguriamo vacanze buone,

la redazione ristretta di Via Dogana 3

Da tempo lavoro in un’associazione fondata da due donne, diverse da me, che stimo e sulle quali ho una scommessa ancora molto aperta. È un’associazione che lavora con ragazzi e ragazze (più ragazze che ragazzi) che manifestano bisogno sia di scolarizzazione sia di socializzazione. Le due cose vanno insieme, intricate in modi complicati, non essendo separate nella testa e nella vita di bambini e adolescenti, come si tende a dimenticare in un certo modello di scuola d’oggi, meritocratico e asservito all’economico. Si parte dunque dal “fare i compiti” e, curando un rapporto che metta in primo piano la relazione con loro e tra di loro, si arriva oltre, offrendo al desiderio dei giovani modalità non codificate di fare e stare insieme: questo grazie all’indubbia autorità positiva esercitata sui ragazzi dalle due fondatrici, e alla creatività degli operatori, soprattutto giovani che spesso danno respiro e freschezza alla serietà di noi, donne e uomini di una certa età, che siamo lo zoccolo talvolta veramente un po’ duro dell’attività di doposcuola.
Mi convince l’impostazione data nell’associazione al rapporto educativo come relazione di cura e di rispetto dell’altro, seppur piccolo, impostazione che talvolta riesce sorprendentemente a smuovere incrostazioni personali, e che nella piccola realtà di provincia rappresenta un esperimento guardato con interesse da una parte dei cittadini e delle istituzioni: una pratica fuori dagli schemi che, qua e là, riesce ad assumere, secondo me, valore politico di trasformazione, aprendo la benestante e conservatrice cittadina alle problematicità di poveri e immigrati. E quando vorrei gettare la spugna, per le mille difficoltà interne ed esterne, mi ri-convince il beneficio che ricevo nella relazione con scolari, studenti, giovani operatori.
Come si può ben capire, questa attività coinvolge in gran parte figli e figlie di immigrati, in piccola parte figli e figlie di famiglie italiane problematiche e/o sfasciate. Inutile dire che la relazione instaurata con l’associazione è mantenuta più salda nel tempo dalle ragazze, mentre i maschi in genere dopo la prima adolescenza se ne vanno per i fatti loro: in nome di una presunta libertà indiscussa, forti, parrebbe, di fratrie in parte ereditate e in parte confermate da certi aspetti perduranti nella mascolinità nostrana. Quando li vedo circolare spavaldi penso che, nei lenti cambiamenti in atto nel mondo degli immigrati maghrebini, quella che cambia meno non è la vita delle ragazze, ma piuttosto la radice storica dell’esclusione femminile, cioè l’educazione patriarcale dei giovani maschi, che perdura nei suoi effetti anche perché di grande vantaggio per la loro baldanzosità giovanile. Eppure quando si gratta sotto quella loro spavalderia….
Le giovani e giovanissime restano legate all’associazione anche dopo la scuola, e vi partecipano in posizione attiva, io credo perché alla fin fine la riconoscono come il luogo della loro cosiddetta integrazione. Non tanto la scuola, dove spesso si creano gruppetti separati dalla nazionalità pur nell’apparente rispetto reciproco, ma l’associazione, dove quel fare insieme, ad esempio teatro, aiuta a mediare rapporti diretti, spesso troppo difficili, mischiando le provenienze, grazie anche a persone adulte che danno fiducia a tutti.
Con queste ragazze emerge naturalmente la questione dell’essere donne, e qualcuna di noi cura di metterla a tema in alcune occasioni che l’adolescenza crea naturalmente, badando a non sovrapporsi ai loro ritmi. La femminilità si presenta loro non senza contraddizioni e in varie forme: come è vissuta dentro l’associazione da donne di tutte le età, come si manifesta nelle loro coetanee italiane, come è normata in famiglia, nel complicato rapporto con i coetanei maschi.
Le ragazze nate nel Maghreb, legate alla loro cultura d’origine, vivono a contatto con modelli di femminilità occidentali, che le attirano, e che spesso sono in contrasto con la loro formazione culturale e religiosa, ma non mi pare che facciano passi indietro, anzi. Se c’è un rischio è quello che indulgano nel volersi sentire pari alle ragazze italiane: e allora ecco trovati i modi, persino teatrali, per essere come tutte le altre, moderne, curate, telefonino sempre acceso, etc.
Questa posizione dentro/fuori il modo di vivere occidentale permette loro di sperimentare: essere bacchettate dai padri, essere difese e sotto sotto anche autorizzate dalle madri, prendersi anche delle belle scottature, tutte strade che le portano alla ricerca di un’idea di femminilità non poi così corrente. Per tanti versi mi ricordano noi, ragazze della fine degli anni cinquanta, strette tra legami familiari, sociali, simbolici (penso all’educazione cattolica) forti fino a strangolare, e il nostro pressante desiderio del nuovo, di cui si fiutava il profumo tra le pieghe di piccole e grandi ribellioni.
A differenza delle ragazze degli anni sessanta, loro un presunto nuovo lo hanno davanti agli occhi, nell’emancipazione da cui sono indubbiamente attirate nella loro ricerca di libertà. Ma vedo che le più accorte, dopo una prima fase di adesione agli stereotipi correnti, restano perplesse.
Non è la libertà in sé che fa loro paura, visto che ne fanno un buon esercizio nei conflitti con il padre.
C’è qualcosa che non le convince in certa femminilità pubblica, e non è facile per noi spiegare loro che non tutta la scena pubblica delle donne è libertà femminile, senza mettere in crisi il loro desiderio di libertà; che la libertà femminile è qualcosa di più profondo che l’acquisizione di diritti, cui sono molto protese, innanzitutto quello di cittadinanza italiana; che la parità con i maschi è un concetto insidioso, senza ferire le loro forti pulsioni dell’età, che alimentano il desiderio di cimentarsi con l’altro sesso.
Nella loro voglia di protagonismo, capita che scoprano, non so dire se più facilmente di quanto capitasse a noi, quella che noi chiamiamo autorità femminile dentro l’associazione. Bisogna solo cogliere l’occasione giusta per aiutarle a riconoscerla come relazione vantaggiosa per loro. Ecco perché sostengo che non è la scuola, non sono le istituzioni della cittadinanza che fanno di per sé la loro “integrazione”. Con loro si gioca una vicinanza non fatta di semplice adesione ai nostri modelli (assimilazione che chiede di rinunciare a qualcosa di sé), ma qualcosa che scatta tra “lei” e “lei”, una relazione che fa autorità, una fiducia che le fa sentire “dentro” .
Non è l’essere straniere, per certi versi escluse, che fa la differenza nel loro presente, neanche l’essere musulmane.
È piuttosto vero che noi con loro siamo impegnate a districare pubblicamente e non senza difficoltà i fili del garbuglio creato dall’emancipazionismo e dai suoi equivoci simbolici, in primis l’uniformità e la neutralità dei modelli con cui la globalizzazione investe ogni parte del mondo in nome di una libertà senza differenze. È quell’emancipazionismo che molte ragazze immigrate non accettano, rischiando di ritrovare rifugio nella conferma di un destino femminile dettato, secondo la discutibile vulgata corrente, dal Corano, storicamente sostenuto da istituzioni che vanno dalla famiglia patriarcale allo stato islamico.
Ma qual è il giudizio che di primo acchito verrebbe da dare su queste loro incertezze? Non sono ancora libere, non si sono liberate dal fardello dei precetti religiosi. Fermarsi a questo giudizio – ed è il primo pensiero che può venire, viene a tutte di primo acchito – è non essere disposte o preparate ad ascoltare la differenza dell’altra. È misconoscere l’altra, non darle fiducia, rischiando di perdere la relazione, facendo di culture e religioni diverse una barriera tra donna e donna.
Come sull’esplosione del fenomeno ISIS: le ragazze erano quasi offese che si chiedesse conto proprio a loro di un problema col quale c’entra non poco anche l’Occidente. Non è questione di religione, sostengono, e riguarda noi quanto voi.
O sulla questione della cura. Presentata in una iniziativa pubblica come esperienza femminile buona per tutti, uomini e donne, piegata però dal neoliberismo a “supplemento d’anima” che mette le pezze al disordine, all’insensatezza, alle falle dell’organizzazione economica, ha suscitato in una giovane maghrebina il seguente contributo: anche qui sento che la donna diventa uno strumento; in altri mondi viene sfruttata. E non è libera. Le difficoltà sono sempre le stesse: non esiste primo, terzo mondo. Oltretutto il modello occidentale rischia di essere assunto anche in altri mondi, distruggendo aspetti positivi della cura, propri di alcune società non occidentali.
Nel percorso di questa giovane perplessa, tocco con mano il lavoro che c’è da fare, nelle singole situazioni e a livello simbolico, per dare concretezza alle parole di quelle che da anni dicono: il mondo cambia se cambia il destino delle donne.
Allora, quando si fa fatica a confrontarsi con le ragazze velate, penso sempre a come già dalla prima guerra del Golfo, venticinque anni fa, l’operazione di polizia internazionale presentava l’Occidente come il salvatore delle donne musulmane oppresse, e quelle che da noi e soprattutto nel femminismo anglosassone ci sono state, ci sono state in nome dei diritti universali e dell’emancipazione femminile. Certo dimenticavano che militarismo, imperialismo, oggi aggiungerei globalizzazione e risorgenti nazionalismi, trafficano tutti con il corpo delle donne. Ma più che di ingenuità nel giudizio politico, mi pare che il problema stia più a fondo, nel voler riportare le differenze delle altre sempre alla tua indiscussa identità. Sono anche convinta che, se è urgente che si apra veramente il dialogo tra civiltà e culture diverse, il femminismo ha gli strumenti per farlo: la differenza che ci portiamo dentro, l’essere vicine alla vita, lo stare legate all’esperienza.

“Sentono il foraggio” – dice Armisd, e pensa – “Ecco come è la donna. Sempre la prima a dare addosso a un’altra donna, a fregare una sua sorella donna, ma pronta a passeggiare sotto gli occhi di tutti senza vergogna perché sa che gli uomini la proteggeranno. E alle altre donne non ci bada, non ci pensa. Mica è stata una donna che l’ha messo in quello che neanche lei chiama imbarazzo. Sì, mio caro. Appena una prende marito, o si trova in imbarazzo senza essere maritata, subito la vedete che si apparta dal suo genere e passa il resto della sua vita a cercar di entrare nella razza degli uomini. Ed è per questo che pigliano tabacco e fumano e vogliono il voto”.

Faulkner, Luce d’agosto, 1932, trad. it. Vittorini, 1939.


“Una idea davvero nuova di famiglia potrebbe cominciare con la premessa che la unità familiare di base consiste della madre e del bambino.

Questa unità di base, sebbene sperimentata da molte donne e bambini nella nostra società, non è mai stata accettata come una alternativa positiva sul piano ideologico o retorico alla famiglia sessuale, che caratterizza le famiglie intorno alla relazione tra i suoi membri adulti, maschio femmina o dello stesso sesso. Una donna e il suo bambino ‘soli’ sono considerati una unità incompleta e pertanto deviante. Sono identificati come una fonte di patologia, i generatori di problemi come povertà e crimine.”

              Martha L. Fineman, The Neutered Mother, 1992.


Nel suo libro recente sull’utero in affitto Muraro riflette sul perché, ai tempi della legge sulla procreazione assistita, nel 2004, ‘non siamo riuscite a modificare l’impostazione del dibattito’, che era imperniato sulla sorte giuridico-scientifica dell’embrione (ovuli e sperma) secondo un punto di vista maschile, facendo parlare, invece, l’esperienza dell’aver figli da un punto di vista femminile. Perché non ci siamo riuscite? «Abbiamo parlato – rispondo – dal luogo di una autorità femminile che non risuona nella vita pubblica».

Il diritto è senza dubbio un fenomeno molto poroso a ciò che ‘risuona nella vita pubblica’. I giuristi e le giuriste ricevono nelle università per il 90% un sapere accreditato, conforme a quello che per brevità chiamerò il punto di vista dominante, cioè quello che si accorda col potere effettivo vigente. Le istituzioni giuridiche, a cominciare dalla Corte costituzionale, si incaricano spesso di fabbricare le concezioni adattate ai tempi, cioè alle compatibilità e esigenze del sistema cui appartengono. Dopo che per decenni una cosa simile era sembrata impensabile, due anni fa la Corte costituzionale ha fatto una sentenza che in sostanza rende obbligatoria la legge elettorale maggioritaria, la quale è adatta allo spirito dei tempi, che idolatra i capi e ama le semplificazioni demagogiche.

Per la sua adattabilità a ciò che domina nella vita pubblica il diritto, che un tempo postulavamo falsamente neutro perché ispirato a valori e concezioni maschili, oggi si intona a un altro grande neutro, la parità tra i sessi, che, esattamente come l’universalismo a base maschile del passato, nega l’esperienza femminile e ogni differenza. Nelle loro scuole di formazione e fin dagli anni di università, i futuri magistrati e le future magistrate, funzionari pubblici che di mestiere eseguono la legge, ricevono dosi cospicue di parità, non certo di pensiero della differenza; aggiornandosi sul diritto europeo, ‘internazionalizzandosi’, essi imparano a considerare che le differenze sono un male, solo ingiusti privilegi o ingiusti svantaggi. I giuristi odierni vengono tutti educati a diffidare della differenza, a ricercare la parità. Si capisce perché: nella parità le istituzioni governanti hanno riconosciuto il perfetto equivalente funzionale del patriarcato, questo fa della parità la nuova Legge di Natura, Vera e Giusta e che, siccome assicura il Progresso, deve essere amata dai Tolleranti e dagli Illuminati.

La parità consiste nel chiamare le donne a fare la parte un tempo riservata agli uomini affinché il meccanismo di fondo del capitalismo occidentale, lo sfruttamento dell’opera della madre, si riproduca indisturbato. Lavorerai come un uomo e delegherai alla badante il lavoro di cura, sottopagandolo; conquisterai più potere d’acquisto per consumare un po’ di più il pianeta; metterai il tuo ovuletto nel corpo di un’altra e aspetterai che ti faccia un bambino in cambio di un po’ di quattrini (è di Daniela Danna questa idea del padre-femmina, e anche l’attenzione sul come mangiarsi l’opera della madre significhi, tra le altre cose, distruggere il pianeta). Sotto l’imperio della parità scompaiono materno e paterno, si dilata la ‘genitorialità’. Molte energie sono spese affinché l’ordine simbolico della madre che è l’ordine del voler bene, della cura e della fiducia dove corre ‘un’autorità che non è potere’, resti servente e non detto sotto l’ordine del denaro e sotto gli imperativi dell’unico potere – la legge del più forte – che riesce a farsi riconoscere e pregiare come tale ‘nella vita pubblica’.

E però, oltre all’ammasso di pensieri dominanti di un dato tempo, sedimentati in leggi e disposizioni che dirigono e disciplinano l’esperienza umana, il diritto contiene un altro patrimonio, che non rappresenta potere, ma cultura e civiltà. Oltre alle leggi, prima di esse, a fare il diritto sono i principi generali, tramandati dalla tradizione, originati dalla pratica giuridica del corso dei secoli. Questi principi prescrivono di interpretare i contratti, o le leggi, secondo buona fede (un criterio che può portare a dare torto alla parte più potente!), di impedire che dall’abuso del diritto possa nascere un arricchimento (un criterio che può mettere in difficoltà chi è in posizione dominante!), di ascoltare sempre l’altra parte (ti può proporre una lettura alternativa del problema!). Hanno sempre avuto, i giuristi, una loro idea di eguaglianza, diversa da quella, di matrice politica, per cui l’eguaglianza è l’eguale soggezione alla stessa legge, o la parità di trattamento. Quest’altra idea comincia in Aristotele, passa ai giuristi romani, arriva sino ai manuali di diritto costituzionale odierni, e alla pratica del diritto attuale, dove la chiamiamo ‘ragionevolezza’. Conosciuta anche come equità classica, ammonisce che l’eguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel trattare in modo eguale ciò che è eguale e in modo diverso ciò che è diverso. È un’uguaglianza che nasce dalle differenze, e insegna che negarle è ingiusto.

Alla luce di questo criterio, come io l’ho imparato, e come lo insegno, la discriminazione è l’ingiusta differenza di trattamento o l’ingiusta parificazione di trattamento, non consiste, cioè, nel semplice trattamento diverso, ma nel trattamento diverso, o uguale, che non risponde a una esigenza della cosa, alla sua ‘natura’. L’obiettivo dell’eguale secondo la natura della cose non è la parificazione tra le esperienze, ma il trattamento adeguato a come sono. È difficile, certo! Ci ingaggia tutti in una discussione, e trasforma la giustizia in una ricerca, altro che una verità prestabilita!

Quando si ricerca il modo per ‘dare a ciascuno il suo’ tenendo conto della sua situazione, delle sue caratteristiche, della sua natura, lo status quo può venire rovesciato, le convenienze del potere attaccate, le tradizioni ingiuste abbattute, in nome della natura della cosa la cui percezione, il cui valore, senso e importanza cambia tramite coloro che ne parlano e dicono cosa ne pensano; l’assurdità di una legge, l’arbitrio del potere, il carattere vecchio e sorpassato di un istituto della vita civile sono messi a fuoco tramite la parola e il sentimento di chi ne fa esperienza.

Consolidare il potere, ma anche metterlo in discussione; negare l’esperienza vivente, trarne invece origine; prediligere dogmatismi astratti, falsificanti e unilaterali, oppure ragionare in concreto tenendo conto della complessità delle cose e dei molteplici aspetti di un problema: queste due anime sono sempre compresenti nel diritto, che è scienza impura, mescola criteri nati in tempi e luoghi diversi, e, se si riduce a una logica sola, vuol dire che vi hanno preso sopravvento semplificazioni autoritarie. Quella stessa Corte costituzionale che, siccome oggi fa al potere comodo che sia così, s’inventa che la legge elettorale non può che essere maggioritaria, ha pur giudicato dell’eguaglianza una legge che imponeva per motivi di risparmio pubblico di dare a tutti gli alunni disabili uno stesso numero (esiguo) di ore di sostegno. Non lo sappiamo tutti, non è nella natura della cosa che un disabile può essere più o meno grave di un altro, e richiedere pertanto diverse ore di sostegno? Così ragionò quella volta la Corte, e questo è lo spirito dell’equità classica, del giusto naturale mutevole, che rende possibile problematizzare la norma, il dettato del potere, per la sua irragionevolezza rispetto alla natura delle cose. E guardando alla natura della cosa, ben prima della parità europea, sono stati ritenuti incostituzionali i limiti di altezza per entrare nel servizio pubblico, dato che con la natura della cosa di fare il vigile urbano la statura non c’entra.

Il diritto è braccio del potere, una tecnica al suo servizio, ma anche scienza pratica che per affrontare i problemi della convivenza si è data criteri per affrontare l’opinabile e il controverso, sono questi i principi generali, che nessun legislatore ha dettato ma che sono nati nell’esperienza. Se qualche volta consideriamo il diritto, anche, un fenomeno di civiltà è perché tutti, non solo i giuristi, sappiamo o almeno intuiamo che esso contiene questi antichi principi generali, li diamo per scontati e li pregiamo. Per esempio una come Luisa, che non mette certamente il diritto tra i suoi grandi amori, proprio nel suo libro sulla surrogazione a un certo punto concede che esistano ‘proibizioni di legge che sono principi di civiltà’ come il divieto di commercializzare il corpo umano e i suoi prodotti. Più che proibizioni di legge, lo ripeto, sono forme storiche di principi generali: non guadagnerai da un abuso, come è inevitabilmente approfittare della miseria – materiale o morale – che, sola, può spingere uno a vendere un proprio organo.

I principi generali del diritto sono i valori elementari della convivenza civile: vivi onestamente, non far danno ad altri, arricchisciti del guadagno lecito, non abusare dei tuoi diritti, ascolta il punto di vista altrui, fonda le tue pretese su prove e su argomenti che abbiano senso comune e reggano a obiezioni plausibili. E non far finta che le differenze non esistano, perché ci sono, ci sono differenze di reddito e di condizioni materiali, per quanto comodo faccia al borghese negarlo; ci sono differenze di sesso, per quanto comodo possa fare ai maschi o all’economia di mercato o alla tecno-scienza negarlo, per passar sopra alla relazione materna e vendere i bambini come oggetti.

Affinché una società abbia diritto non importa quante leggi abbia, deve avere questa logica del contraddittorio e della parità delle armi nello scambio, veridico, cioè sincero, di diversi punti di vista intorno alle cose, a come sono, al loro senso, al loro valore. È quando questa logica cede che sentiamo che non c’è più diritto, ma solo potere.

Da sempre c’è una lotta tra il diritto-potere, il diritto dettato dalla legge e insegnato come verità ai suoi burocratici esecutori, e il diritto-civiltà, che sottopone a revisione continua le verità stabilite in nome di nuove verità soggettive. La lotta tra il principio di parità di trattamento, nemico delle differenze, e l’eguaglianza in senso classico, che dalla differenza trae stimolo alla ricerca della giustizia, è l’emblema odierno di questo scontro. L’‘eccesso di differenziazione’ cui conduce l’equità classica è il motivo per cui è contrastata dai contemporanei macchinari del potere, per il cui efficiente rendimento sono più comode le soluzioni uniformi (è Luhmann che lo ha apertamente teorizzato).

Il diritto-potere e il diritto civiltà usano dunque diversamente il concetto di natura. Per il primo è un ordine prestabilito, una verità certa, un bene auto-evidente, che passa agevolmente dalla Legge di Dio a quella di Ragione a quella del Denaro; sempre un Vero preteso auto-evidente è in gioco quando il diritto funziona come potere. Per il diritto-civiltà la natura è la natura delle cose per come la vedono e la sentono, in un dato tempo, in un dato luogo, coloro che le vivono.

Oggi il concetto di natura ritorna con una certa frequenza quando si parla di maternità surrogata. Lo usa nel suo libro Daniela Danna, lo usa nel suo Luisa Muraro. Si sente che nel richiamo alla natura ci può essere qualcosa di utile per la libertà femminile, ma ci si chiede come resistere alla diffusa convinzione che natura sia invece, sempre e solo, un concetto oppressivo nemico della libertà, una convinzione che fa ostacolo a ogni richiamo alla natura, specialmente nelle cose che riguardano le donne. Il bivio è se rifarsi alla Legge di Natura, autoritaria, o alla natura della cosa, criterio del possibile.

Io penso che sia questo secondo criterio di cui sentiamo il bisogno, e che, parlando di natura, stiamo chiamando in causa un’idea di diritto, che è quella che ho definito il diritto-civiltà: lo spazio del controverso entrando nel quale una può far valere il modo in cui sente la natura di una cosa e considera giusto regolarla. È lo spazio che intuiva Lia Cigarini quando immaginò il rapporto avvocata-cliente come fonte di un nuovo diritto: il criterio dell’equità classica, la natura della cosa, è un invito a prendere la parola, a far parlare quella che, per ciascuna di noi, è la natura di qualcosa, la sua essenza, il suo pregio, il motivo per cui ce ne importa, o il male che ci fa. Che oggi alla ‘natura della cosa’ venga negata esistenza, autonomia, che oggi sembra che esista solo il concetto di Natura come verità ontologica (si presenta anche nella versione di Natura Oppressiva), non è una novità, è accaduto e riaccadrà. Sempre al ragionamento probabilista e possibilista del diritto-civiltà vengono negate le basi, che stanno appunto nell’idea anti-autoritaria, dal basso e controversiale della natura della cosa: che essa fa paura e non conviene al potere. Il vivente non deve parlare, non deve sapere di sapere, di avere una competenza su quel che vive ed esperisce, dice la Legge di Natura di ogni tempo, che ci suppone subalterni. Pensare che gli esseri umani possano ragionare a partire da sé della natura delle cose suppone un’idea troppo alta delle donne e degli uomini, per piacere al potere di ogni tempo.

Oggi sull’esempio di Lia ci sono avvocate che fanno il loro mestiere non calandosi in una dimensione neutra ma scegliendo di portare il punto di vista proprio e della donna che rappresentano, per esempio le avvocate dei centri antiviolenza di cui parla il libro di Ilaria Boiano: cercano di far venire fuori la natura della cosa per come la vedono e la esperiscono. E ce ne sono anche tantissime altre, donne giudice, donne avvocate, donne cliente, cioè parti del processo, che si fanno invece portatrici del neutro, della parità, del linguaggio del potere che hanno appreso e interiorizzato: sono gli eterni alfieri del Giusto e del Vero assoluti, sono loro i veri replicanti del Diritto di natura in senso ontologico, quello che dà sempre ragione ai potenti di turno, sancisce come eterno e indiscutibile l’ordine costituito, e per premio ti dà di far razza con esso.

Se è vero, come penso sia vero, che le donne oggi possono entrare e giocare a pieno titolo nel mondo del diritto (Ilaria Boiano), sta alla scelta delle donne se appellarsi al diritto potere, rafforzandolo (come se ne avesse bisogno!), o se pregiare il diritto-civiltà.

Nel caso delle ormai famose sentenze sulla cosiddetta adozione gay è stata seguita la prima strada: due donne ricorrono al tribunale dei minori affinché la compagna dell’una possa adottare i figli dell’altra, ed esce una sentenza che senza dar conto alcuno che si tratta di due donne, di cui una ha partorito i propri figli, è pronta per essere replicata, e lo è stata, per due gay, di cui uno il bambino lo ha comprato. Non è un caso che la sentenza sia così. Le due ‘attrici’ non hanno fatto alcuno sforzo perché la sentenza tenesse conto che erano due donne, a cominciare dall’aver dichiarato di amarsi come persone, e non, per l’appunto, come donne. È l’invito a nozze, per una giudice ferreamente educata al diritto-potere, imperniare la sua sentenza sui concetti neutri di ‘genitorialità’ e ‘nuove famiglie’, e a tradurre le scelte di vita di due donne a un inno ai valori di una Legge Naturale di Parità che produce ‘Progresso’. Come perdere una occasione di aggredire l’autonomia e la competenza su di sé degli esseri umani, tanto ghiotta come quella offerta dalle due donne, che chiedono che il ‘legame inscindibile’ che già lega le bambine alla compagna della made, sia coronato dal diritto, ma non spiegano che cosa in tal modo il diritto aggiunge alla loro felicità, e affermano allora che è appunto l’essere nel diritto, avere l’approvazione del potere, la massima aspirazione dell’essere umano? La sentenza cola brodo di giuggiole approvando la rimessione che queste donne fanno delle loro scelte più private e più intime agli esperti e agli psicologi, che le hanno assistite nel loro ‘percorso di genitorialità’ e che consiglieranno loro le parole con cui spiegare alle figlie come sono nate. Freme di gioia davanti a chi le chiede si affermare l’imprescindibilità della Legge: benché insegnanti, maestre d’asilo, amici e altri genitori si dimostrino capacissimi di accogliere la realtà vissuta da queste bambine, cioè diano dimostrazione di buon senso e capacità di assunzione di responsabilità, due cose molto buone per la salute della società, la decidente può dire a gran voce, sapendo di andare incontro a quel che le chiedono le ricorrenti: tutto questo non basta! Grazie all’azione delle due mamme, una lezione ci è stata impartita, l’ennesima, per cui la ‘buona società’ non esiste, non si dà, se non in un ordine artificiale governato dall’alto da buoni giudici, da giudici legislatori che sappiano ‘tenere una porta aperta sui cambiamenti della società’, ma evidentemente non sanno o non vogliono porsi il problema, elementare, che non ogni cambiamento è buono e che, soprattutto, che tutto dipende da come si leggono e si interpretano le cose, e lo si può fare in molti modi.

Non è certo l’attenzione alla natura della cosa, o l’impiego di principi generali, ad avere orientato questa decisione. Eppure si poteva, si poteva guardare alla natura della cosa, e appellarsi agli antichi principi del diritto, e precisamente al principio mater semper certa, facendo notare che quel principio ha sempre reso genitore di un bambino il compagno della madre, senza che importasse che ne fosse il padre ‘biologico’. Perché lo stesso non deve valere anche per la compagna, se la madre dà il consenso, specialmente considerando che, in caso di coppie etero non sposate, è sufficiente che l’uomo riconosca il figlio come proprio, e non deve dimostrare di essere anche il padre naturale, sol che la madre non si opponga? Nel tipico modo ibridante, impreciso e eclettico che costruisce il ragionamento del giurista (un pizzico di passato, un pizzico di presente) si poteva utilizzare un tema di non discriminazione (non negherai a una donna, la compagna della madre, quello che hai dato un uomo, il compagno della madre) per ottenere una sentenza sessuata al femminile: il consenso della madre, che c’era, basta per riconoscere che è nell’interesse del bambino l’adozione da parte della compagna.

Certo, sentenze così formulate, tenendo cioè conto della natura della cosa (di due donne si parla, non di due maschi o due neutri) e dei principi generali (che, come quello mater semper certa, giocano a favore delle donne in questo caso, e io credo anche in numerosi altri) richiedono un forte impegno argomentativo, un certo studio, e la speranza di ottenere ragione. Ma non credo che siano state la pigrizia o il timore della sconfitta a far ignorare vie alternative, in cui il ragionamento giuridico non sarebbe stato costretto a far come se non esistesse la differenza sessuale e il conflitto tra i sessi. Quelle vie argomentative sono state evitate, silenziate apposta, perché non avrebbero condotto al prodotto desiderato, una sentenza fotocopiabile per i padri gay.

Eppure, e appunto: non è nella natura delle cose che la loro posizione rispetto all’aver figli è diversa da quella delle donne? Non lo sappiamo da secoli, da millenni, che non è giusto trattare in modo eguale due cose diverse? Ma ecco, la Parità detta la sentenza: onde risalti che il bene del bambino è sempre avere due genitori, e che avere una madre che provvede felicemente a te non basta mai, che è molto importante la genitorialità, nulla conta la maternità e la relazione materna. Altrimenti come si prepara il nido per la coppia di committenti gay che si compra il figlio di una donna?

Così mi spiego che siano state evitate accuratamente le vie argomentative che potevano far vincere queste due donne insieme alle altre donne, per esempio alle madri etero che hanno figli senza esser sposate, e non contro di esse; le vie che le potevano far vincere dando valore alla relazione materna, la cui svalutazione è invece così utile all’affermazione della maternità surrogata.

Come scrive giustamente Boiano, oggi le donne possono essere protagoniste della vita del diritto, ma, aggiungo io, dipende da come lo usano.

Quando riprendo in mano le riflessioni di Lia sulla relazione tra donne come fonte di un nuovo diritto c’è una cosa che mi colpisce: la prudenza (tipica risorsa del buon giurista, e della buona giurista). Lia diceva che il diritto può registrare il cambiamento, un senso nuovo dei rapporti tra donne, e in ogni caso essere permeabile a argomentazioni difformi da quelle maggioritarie a fotocopia, ma non ti dice mai ecco prendete la carta bollata e fate cause a ripetizione perché è così che cambierete il matrimonio, la filiazione, il lavoro. Diceva sappiate che potete trovare nel diritto degli appigli: nell’argomentazione, nella dialettica processuale, nei principi, per trovare una strada attraverso cui il vostro desiderio si afferma: ma è questo che dovete avere chiaro, a che cosa puntate per voi come donne. L’uso politico del diritto che lei individuava era un entrare e muoversi nel diritto ricordandosi di e a partire da la propria esperienza, non per piegare il processo a una farsa che serve a far trionfare un’ideologia. Lia sapeva benissimo, io credo, che perseguire un programma politico attraverso il diritto significa scegliere il diritto-potere, quello che registra e consolida i venti dell’opinione dominante, e diventarne inevitabilmente l’oggetto, lo strumento passivo. Solo saper usare accortamente il diritto civiltà può far emergere il cambiamento, proprio per come lo vede o lo sente chi ragiona alla luce di una autorità femminile ‘che non risuona nella vita pubblica’. Ma bisogna che risuoni, quella autorità, nella vita tua e nelle interlocutrici, negli interlocutori che ti scegli, nel modo come parli, in cui prospetti le questioni, mostri le cose e ne discuti la natura.

Oggi i processi con fine politico fatti per affermare i diritti delle nuove famiglie, che tanto nuove non sono, in quanto replicano la famiglia eterosessuale, sono guidati da associazioni e dai loro avvocati, che hanno studiato il linguaggio neutro che i giudici sono stati educati a recepire, e nuotano nel mondo perfetto che sempre il diritto-potere costruisce, un mondo autoreferenziale in cui si pretende che si parli una sola lingua e tutti dicano le stesse cose.

Si fa presto a dire che finalmente sono state riconosciute le nuove famiglie! Il costo delle sentenze che sto ricordando è ribadire la morale ben nota, per cui per un bambino è sempre meglio avere due genitori, e il peggio possibile è avere la sua sola madre.

La libertà delle donne di avere figli fuori dal matrimonio? Denigrata. Il ruolo della madre di nascita nella maternità surrogata? Da cancellare per definizione.

Usare il diritto per far passare una morale nemica delle donne non è un obbligo, e non è neppure inevitabile. Se due donne aprono un processo, e una lo decide, per far scattare i dogmi del potere, anziché per metterli in discussione in nome della loro esperienza e dei loro desideri, queste tre donne non sono vittime del diritto, ma attrici che, del diritto, hanno scelto un volto.

Rinunciando alle risorse del giudicare prudentemente tenendo conto dell’eguale e del diverso inevitabilmente si corroborano le pretese di un potere da sempre interessato più di tutto a dividere le donne tra loro per spossessarle della loro capacità procreativa, e negare la relazione materna.

Tra i costi della libertà femminile, ci metterei oggi la responsabilità sulle scelte che si fanno per usarla, tra cui quelle su quale idea di diritto giocare nel vivere insieme.


Nota. Ringrazio Daniela Danna per avermi fatto conoscere il lavoro di Fineman citato in esergo, che spero tradurremo presto insieme in italiano. Cito Ilaria Boiano, Femminismo e processo penale, Ediesse, 2015; Lia Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche Ed.1993; Daniela Danna, Contract Children, Ibidem, 2015; Luisa Muraro, L’anima del corpo, La Scuola, 2016.

Il tema del nostro incontro, prezzo e prezzi della libertà femminile non mira tanto alla denuncia, quanto alla consapevolezza e alla valutazione. Mira cioè ad affinare la nostra attenzione sulla presente condizione umana, dal punto di vista di chi ha a cuore che ci sia, a questo mondo, libertà femminile.

La libertà sostanziale (non quella liberista) consiste nelle possibilità riconosciute o non riconosciute ma effettive, di autorealizzazione personale: poter esistere in rispondenza positiva con quello che siamo in prima persona. Tra le condizioni di possibilità, la pratica femminista, che condivido, fa un posto importante alle relazioni. La concezione liberista considera che si tratti di un affare individuale. La libertà sostanziale riguarda la persona singola anche per me, ma per me il singolo o la singola è inconcepibile separatamente da altre o altri suoi simili.

Ci sono tante possibili descrizioni e mezze-definizioni di libertà (dubito che si possano dare definizioni vere e proprie), tra le quali richiamo quella di Lia C.: la libertà è esperienza. Vuol dire, tra l’altro, che io posso ipotizzare ma non posso sostenere, di un’altra, che non è libera, se questa invece sostiene di esserlo: si tratta della sua esperienza.

Partirò da un fatto accaduto, che è lo s-legame della relazione materna sancito nel 2014 dall’Europa. Il 26 giugno 2014 la Corte Europea dei diritti dell’Uomo impone alla Francia di riconoscere come valido il certificato di nascita di un bambino nato in paese straniero con la surrogata, certificato che non indicava il nome della madre. Era accaduto, in precedenza, che una coppia che tornava in Francia con un neonato frutto di maternità surrogata avesse dichiarato falsamente che la donna era la madre, incorrendo in un preciso reato. Da qui, l’idea del certificato con la sola indicazione della paternità – non accettabile secondo l’ordinamento francese (e di tanti altri paesi).  Ricorso della coppia e sentenza della Corte Europea: per il bene del bambino, va iscritto nell’anagrafe francese. Una questione simile si è posta anche in Italia.

Il bene del bambino, dunque, sarebbe qualcosa che può autorizzare l’eclissi della madre. (Riconoscete qui il titolo del libro di M.L. Boccia e G. Zuffa, 1998.)

In queste condizioni il diritto di adottare il figlio del partner, da parte di omosessuali uomini, vorrebbe dire il diritto di socializzare una creatura senza madre.

Vi sono coppie maschili che spontaneamente ripugnano a questo esito e si comportano di conseguenza, come risulta dalla testimonianza di Tommaso Giartosio (v. Una città n.229/marzo 2016), ma non si oppongono alla surrogazione, come se il loro comportamento eccezionale fosse la regola. Una strada alternativa potrebbe essere di ripensare l’istituto dell’adozione. Ma, come mi avverte l’avv. M.G. Sangalli, la modifica della legge, che anch’io auspico, non è in vista.

Vi sono giudici che tentano di anticipare il legislatore. Tra questi spicca il nome di una giudice, già presidente di un Tribunale di minori, autrice di molte sentenze che concedono l’adozione a coppie omosessuali, una delle quali maschile (e “surrogata” all’estero) con queste parole: “Di fronte al bene supremo di un minore di avere due genitori, non possono esistere discriminazioni di sesso” (la Repubblica del 3.5.2016, p. 17). È piuttosto evidente che la giudice, se queste sono veramente le sue parole, ha perso il buon senso, ma come e perché l’ha perso?

Il bene del bambino, come forse sapete, in un passato non remoto, ha autorizzato il Tribunale dei minori a mettere in adozione bambini di donne che si prostituivano o di donne che non parlavano in italiano con i figli… Allora, per il bene del bambino, ci voleva la coppia etero, colta e benestante. Trionfo del perbenismo. Adesso, quello che ci vuole assolutamente, secondo la giudice del bene supremo, è che il bambino sia legalmente di due individui, né più né meno. E guai a parlare di sesso, sarebbe discriminazione, il sesso non c’entra: i bambini li porta la surrogata.

Il perbenismo di una volta (anche quello era un prezzo in termini di libertà femminile) è superato, ma c’è sempre un prezzo da pagare. Adesso, da parte della società più avanzata e progressista in cui vuole collocarsi quella giudice, il prezzo a me sembra molto alto, troppo. Si tratta cioè di cancellare il debito con la donna che ci mette al mondo. Siamo disposte/i a pagarlo? E se non lo siamo, con quali argomenti?

Ci sono grandi personalità femminili che non diventano famose, come la meravigliosa pittrice Séraphine de Senlis: poche e pochi in Italia ne avevano sentito parlare prima che uscisse libro di Katia Ricci Séraphine de Senlis. Artista senza rivali (Luciana Tufani Ed., 2015). Nate e cresciute in condizioni difficili, si orientano con una viva interiorità e fanno cose importanti. Per noi Lina Scalzo (che vive e lavora a Catanzaro) è una di loro e vogliamo che si sappia.

Nella Calabria di molti anni fa, Lina diventa più consapevole delle sue qualità quando incontra la pratica femminista grazie a Franca Fortunato, che ora raccoglie la sua storia in questo piccolo libro-intervista con cui inauguriamo gli e-Quaderni di Via Dogana: Sai chi è Lina Scalzo?

Nella Scuola di scrittura pensante che si tiene presso la Libreria delle donne di Milano abbiamo osservato che c’è desiderio di ascoltare racconti di vissuti umani segnati dal femminismo. E dato che la Rete è diventato un luogo privilegiato per far circolare e discutere testi politici, abbiamo pensato a una collana di agili Quaderni elettronici, dopo che nel gennaio 2015 avevamo pubblicato in e-book il libro introvabile Guglielma e Maifreda. Storia di una eresia femminista. Come questo, anche gli e-Quaderni di Via Dogana sono in duplice formato, e-pub e pdf stampabile, e scaricabili gratuitamente, perché non ci siano limiti di soldi e tecnologia alla fama delle grandi donne.


Sai chi è Lina Scalzo? di Franca Fortunato, e-Quaderni di Via Dogana, 2016

www.libreriadelledonne.it/categorie_ebook/ebook

Avevi dei nomi splendenti, Rosetta! Ma perché si deve usare il tempo al passato? Tu sei andata di là e noi siamo rimaste di qua, è vero, ma tu ci sei. Dove e come non lo sappiamo, per ora sei ancora viva dentro di noi, troppo impreparate alla tua partenza, poi sarai ricordo e racconto. Tanti. Alcune hanno sentito parlare di te, altre ti hanno voluto bene, qualcuna ti ha amata, tutte abbiamo i tuoi scritti e ti teniamo presente.

Come le altre femministe, Rosetta è vissuta prestando attenzione alle sue simili e ha desiderato di vederle più libere. Ma aveva un di più, una qualità tutta sua: era imprevedibile. In sua compagnia sono sicura che nessuna e nessuno si è mai annoiato. Questo, del resto, detto da lei stessa, era il suo lavoro per vivere: dama di compagnia. L’ha detto seriamente, lei che seria non voleva essere né sembrare.

Imprevedibile fino all’ultimo, Rosa Lucia Stella è morta in perfetto stile Rosetta.

Che dolore. Prendo l’impegno, lo chiedo anche alle altre della Libreria delle donne di Milano, di renderla viva e presente così come possiamo. Comincio ricordando che lei è all’origine della rivista Via Dogana, seconda serie (cartacea), con il dono di un bel po’ di lire, nel 1990.

Buon viaggio e grazie, amata Rosetta, da Luisa e dalle altre della redazione ristretta di Via Dogana 3.

Per mantenere al centro del dibattito in corso sulla maternità surrogata la relazione materna, come è emerso anche dall’incontro della redazione allargata di Via Dogana 3, è utile operare  semanticamente in modo chiaro e netto e distinguere tra relazione materna e funzione materna, utilizzando questo dispositivo linguistico per argomentare a sostegno della centralità della relazione materna.

Intendiamo, dunque, con FUNZIONE MATERNA quell’insieme di protezione, cure, affetto, accompagnamento nella crescita delle creature umane che, in assenza della madre, può essere esercitata da qualunque persona adulta responsabile e disponibile, come il padre e altre figure parentali o amicali. È quello che avviene nell’adozione e nell’affido.

Di frequente, nel dibattito attuale, viene affermato che per essere genitori non è importante il sesso biologico e l’orientamento sessuale, ma l’amore per la creatura di cui ci si assume la responsabilità. Questa argomentazione attiene, appunto, alla funzione materna, che è nell’ordine della sostituibilità.

La RELAZIONE MATERNA, invece, nel suo essere intima unità di biologia e cultura, corpo e parola, necessità e sogno, è insostituibile e, implicando la genealogia femminile madre-figlia, rende evidente la differenza sessuale e la sua origine nel diverso rapporto con il corpo materno della figlia e del figlio.

Mentre adozioni e affido entrano in gioco come SUPPLENTI di fronte a una interruzione della genealogia femminile già avvenuta per cause accidentali, con la maternità surrogata l’interruzione, addirittura doppia quando ci sono una donatrice di ovuli e una portatrice di embrione, è programmaticamente decisa. Lo strappo simbolico è grave e ci espone contemporaneamente alla appropriazione della maternità da parte della tecnoscienza e del mercato e alla cancellazione della madre.

Con la distinzione tra relazione materna e funzione materna si può tener conto dei desideri emersi da chi sostiene e ricerca la maternità surrogata, estendendo la possibilità di esercitare la funzione materna attraverso l’adozione, prescindendo dall’orientamento sessuale o dallo stato di single, così come in Italia già avviene con l’istituto dell’affido.

omologazione, integrazione, recitazione, difesa dei valori dell’Occidente…


Pensiamo a fatti recenti e antichi come i fatti di Colonia, ottenere giustizia a quali condizioni, le condizioni di lavoro, il ricatto dei mezzi di comunicazione, “perché le femministe non parlano?”, donne al lavoro del sesso e della maternità. (Ma la lista non finisce qui, recentissima Letizia Paolozzi sul come le femmine sono tenute a vestirsi… dove? in Olanda). Con la partecipazione di Silvia Niccolai e Luisa Muraro, introduce Laura Giordano.

Tunisi. Estate 2010. Farah ha diciotto anni, ama la musica e ama cantare. Ama esibirsi insieme agli altri musicisti della sua rock band nei locali frequentati dai giovani e affidare alle canzoni la sua voglia di ribellione e di libertà.

«Appena apro gli occhi, vedo persone che si stanno spegnendo impregnate del loro sudore, le loro lacrime sono salate, il loro sangue è stato rubato ed i loro sogni sono sbiaditi». Lei invece vuole vivere intensamente, senza ostacoli, senza quei muri e quelle porte chiuse di cui canta: «Quando vedo questo mondo di porte chiuse chiudo gli occhi e ogni volta mi appare una ragazza…»

I suoi abiti sono un’esplosione di colori e il suo viso è illuminato da un sorriso indimenticabile.

Vuole vivere la notte senza paure e frequentare gli stessi luoghi dei suoi amici maschi, senza subire divieti e umiliazioni, e respirarne la stessa euforia di libertà. È coraggiosa e temeraria, anche incosciente nella sua giovanile sicurezza, forse ancora poco consapevole di sé, dell’essere donna che con il suo corpo sta violando lo spazio pubblico maschile.

Ha idee chiare sul suo futuro: dopo la brillante maturità vuole dedicarsi alla musica e non ai “più sicuri e accettabili” studi di medicina, come vorrebbero la mamma e la nonna.

Non si pone limiti e ama rischiare anche quando il gruppo viene avvertito di possibili ritorsioni a causa dei testi delle sue canzoni, canzoni politiche che attirano le attenzioni della polizia.

La stessa passione la vive nell’amore e nelle prime esperienze sessuali: nessun pudore o false timidezze nel guardare il corpo nudo del suo innamorato Borhène, il chitarrista autore dei testi delle canzoni. Tutto in lei è vitale, pulsante, vibrante di energia e simpatia.

Non vuole sottomettersi alle paure, ai compromessi, ai silenzi e ai segreti del mondo degli adulti che costantemente cercano di metterla in guardia – la madre prima fra tutti – sui pericoli che la circondano.

Attraverso gli occhi di Farah la regista tunisina Leyla Bouzid, nel suo bel film di esordio, ci immerge nei sentimenti, negli umori e nei desideri di cambiamento diffusi fra la gioventù tunisina nell’estate che precede le rivolte di piazza che portarono alla fuga del dittatore Ben Ali. Come pure ben racconta il clima di oppressione e di paura generato dalla dittatura che si reggeva sugli apparati della polizia segreta, sugli infiltrati, le spie, le delazioni e la corruzione, mentre privava i giovani di speranze per il futuro.

Un film di formazione, di passaggio: nella giovane Farah il coraggio di una generazione che non vuole arrendersi e che con dolore e sofferenza impara a conoscere i limiti dei propri desideri insieme alla sua presa di consapevolezza come donna; nella figura più complessa della madre la forza di resistenza di chi si è vista portare via i propri sogni e che si fa conforto, sostegno dell’amatissima figlia affinché lei possa continuare a portarli avanti. Sarà lei, la madre a ridarle voce, voglia di vivere e di non arrendersi in una delle scene più drammatiche. Un rapporto, quello fra Farah e la madre, a tratti doloroso e sofferto, ma in trasformazione: dalle iniziali forme di ribellione e scontro tipicamente adolescenziali a una profonda e reciproca comprensione e alleanza.

Un film di emozioni forti dove i sentimenti sono costantemente osservati e analizzati attraverso un abile uso dei primi piani: splendida la fotografia dei volti, dei corpi o di loro parti in movimento o ripresi in una staticità che appare un’attesa. Come importanti sono le riprese di luoghi pubblici visti con occhi di donna: i bar frequentati da soli uomini, i loro sguardi concupiscenti; la stazione degli autobus, il treno, le strade di notte, luoghi dove i corpi delle donne sembrano un sovrappiù.

Il finale aperto è d’obbligo.

Leyla Bouzid è nata a Tunisi nel 1984. È laureata in Letteratura Francese alla Sorbona e successivamente si è diplomata in regia. Ha diretto, a partire dal 2006, cortometraggi e documentari selezionati e premiati in vari festival. Collabora attivamente con l’Associazione dei giovani registi tunisini.

Appena apro gli occhi – A peine j’ouvre les yeux – è il suo primo lungometraggio di cui ha scritto anche la sceneggiatura. La musica, che nel film riveste un ruolo centrale, è del compositore iracheno Khyam Allami, un misto di rock e musica tradizionale tunisina; le canzoni sono state scritte dal poeta tunisino Ghassen Amani in collaborazione con la stessa regista.

Il ruolo della madre è interpretato da Ghalia Benali, una famosa cantante e attrice di origini tunisine, mentre il ruolo di Farah è affidato a Baya Medhaffer, una giovane cantante e attrice al suo esordio.

Presentato al Festival di Venezia nel 2015 nelle Giornate degli Autori, ha ricevuto il Premio del Pubblico e il Premio Europa Cinema.

Il 13 gennaio 2016, alla vigilia della ricorrenza dei cinque anni dai giorni della Rivoluzione dei Gelsomini, il film è uscito in Tunisia in 24 regioni del paese utilizzando le Case della Cultura e le Case dei Giovani.

Lettera-invito alla redazione allargata di VD 3

domenica 8 maggio 2016 ore 10

alla Libreria delle donne di Milano, via Pietro Calvi 29

sul tema già annunciato nel programma*

Libertà femminile: prezzi pagati e da pagare


L’incontro di sabato 30 aprile al Circolo della rosa, sulla cosiddetta maternità surrogata, ha confermato che questo è un momento intenso e importante per le donne (che vuol dire anche per gli uomini) e in particolare per le femministe, comprese le donne impegnate nei movimenti omo- e trans-sessuali.

La gente, ormai distante dalla politica ufficiale, s’interessa però ai temi della vita sessuale e relazionale, della famiglia che cambia, dei desideri e dei diritti che c’erano forse da sempre, forse invece no, ma che comunque affiorano con le nuove possibilità offerte dal mercato globale e dalla tecnoscienza. Questo fermento è importante perché testimonia di una volontà di capire e di esserci senza farsi mettere fuori gioco dalla prepotenza delle cose che vanno avanti di suo (come la tecnoscienza e il mercato globalizzato).

A me, che ho avuto la faccia tosta di scrivere un libro sulla gestazione per altri (GPA), L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (La Scuola 2016), l’incontro di sabato con Lia Cigarini e tante, tanti altri, ha dato molto: qualche conferma, delle aperture e nuove domande.

Riassumo lo stato attuale della questione (nella mia testa, s’intende).

– Mi sono resa conto che nessuno ha le risposte in mano, bisogna trovarle insieme. Le questioni che ci poniamo (tra poche settimane il parlamento discuterà la legge sulle adozioni) segnalano un processo molto positivo di presa di coscienza diffusa: non vogliamo restare indietro a mercato e tecnoscienza, cerchiamo invece di accompagnare e orientare (per quanto possibile) i cambiamenti, con quella consapevolezza che ci fa umani.

(Inserisco un invito alle e agli specialisti: nella ricerca scientifica sulla procreazione non delegate al potere altrui la parte di responsabilità che è vostra!)

– Un tema profondo e urgente riguarda il rapporto tra la gestazione e la cura delle nuove creature. La maternità abbraccia entrambe le cose, ma nella realtà accade che siano perfino separate, sicuramente sono distinte. Forse lo sono anche nel desiderio femminile? è cosa da indagare, non però con la facile retorica di chi ha già preso posizione, è da indagare con il metro di misura della libertà femminile. Misura che va presa anche per la disponibilità materna di colei che diventa madre: che non sia assoluta, può essere parziale e tocca a lei prenderla. Ma che non si riduca, se possibile a zero: la creatura ne soffre.

– Altro tema, la concezione della differenza sessuale. Al regime di eterosessualità imposta dal patriarcato, la politica femminista si oppone con il senso libero della differenza sessuale. Purchè capiamo che questa non è stabilita tra due entità in forza di leggi, usi e costumi, ma si costituisce in, ossia nella singola creatura come diversa distanza dal corpo materno, con la sessuazione. Gli usi e costumi non fanno che interpretare questo evento evolutivo. Oggi si avverte da più parti l’esigenza che l’interpretazione sia libera.

– La differenza sessuale, se correttamente intesa, consente di distinguere la relazione paterna da quella materna.

– Sta emergendo un’importante indicazione: avvicinare il tema della surrogata al tema dell’adozione, si tratta quindi d’impedire che quella entri in competizione con la seconda e fare in modo che l’adozione recepisca esigenze di donne e uomini emerse con la surrogazione.

Inserisco qui un’istanza verso il parlamento chiamato prossimamente a cambiare in meglio la legge sulle adozioni: s’inserisca esplicitamente la relazione materna nel bene del bambino.

Le cose che premono sono molte ma credo che non serva allungare il testo per rendere convincente l’invito.

Che ci siano prezzi da pagare per la libertà femminile, a volte è veramente scandaloso ma non deve scandalizzarci perché la libertà è fondamentalmente una conquista e, come tale: libertà guadagnata in prima persona, diventa un bene che s’incrementa da sé.

Luisa Muraro, 2 maggio 2016.


*Libertà femminile: prezzi pagati e da pagare

omologazione, integrazione, recitazione, difesa dei valori dell’Occidente…

Pensiamo a fatti recenti e antichi come i fatti di Colonia, ottenere giustizia a quali condizioni, le condizioni di lavoro, il ricatto dei mezzi di comunicazione, “perché le femministe non parlano?”, donne al lavoro del sesso e della maternità. (Ma la lista non finisce qui, recentissima Letizia Paolozzi su Alfabeta sul come le femmine sono tenute a vestirsi… dove? in Olanda).

con la partecipazione di Silvia Niccolai e Luisa Muraro

introduce Laura Giordano

Da Il passaggio in altro, in Bianca R. Gelli (a cura di), Voci di donne. Discorsi sul genere, P. Manni, Lecce 2002, pp. 41-46, brano finale, pp. 45-46

[…]

Partire dall’esperienza femminile può essere un modo per capire donne e uomini. Proprio perché le donne hanno più presente l’altro, mentre gli uomini prima si chiudono nella loro compiutezza e poi si relazionano con l’altro. Per le donne l’altro è già acquisito. Quando dico l’altro, non voglio dire solo l’altro sesso, ma l’altro che è anche in me. Può essere il mondo, Dio, ecc. Ma come è possibile, partendo solo dalla mia esperienza di donna, capire qualcosa che riguarda donne e uomini?

Nell’universale Aristotele ha ideato un qualcosa che si guadagna per astrazione, astraendo da tutto quello che è concreto ed empirico. L’uomo ad esempio diventa un animale che ragiona, con tutte le caratteristiche della vita animale e del ragionare: questo è l’universale astratto. Un altro universale, molto più vicino a noi, è l’universale come mediazione, l’atto di abbracciare il tutto trovando le mediazioni. La dialettica di Hegel sta proprio nel trovare universali attraverso mediazioni. La formula è stata coniata da Luce Irigaray. L’universale del “taglio“, invece, lo possiamo chiamare l’universale del passaggio in altro, che si guadagna con la pratica della relazione e che rivela che l’essere consiste nel passaggio ad altro. Nell’innamoramento si fa l’esperienza dell’essere che passa in altro, questa formula del passaggio in è il tipo di movimento del pensiero che ci permette di fare dell’esperienza femminile un’esperienza umana perché l’altro in quanto altro era già presente. Questa mia idea, non ancora approfondita, ha delle applicazioni per esempio nella critica della psicopedagogia, e in tutto quello che è puericultura pedagogica, discipline o ambiti organizzati secondo una concezione scientifica astratta. Ogni venti o trenta anni si affacciano nuove teorie, perché sono scienze che tentano di codificare in un universale astratto situazioni che sono tra le più vicine al cuore dell’essere che è quello della generazione, della messa al mondo di una nuova vita. E tentano d’imbrigliarle così. Questo sapere del passaggio in altro di preferenza è stato praticato da donne. Comunemente le donne hanno praticato questa forma di conoscenza e di esperienza che però non ha mai trovato uno schermo che lo intercettasse e ne facesse un sapere riconoscibile. In questo momento si può tentare, forse perché la differenza femminile comincia a impressionare la società intera. Sarebbe un guaio che questo di più femminile, inteso come originalità del pensiero femminile, fosse apprezzato unicamente dal mercato del lavoro, dall’economia, dal capitalismo. Bisogna farne intelligenza libera, perché altrimenti resta lo spreco dell’invisibilità di questo sapere, col rischio di mascolinizzarci per trovare riconoscimenti dalla società. Proprio perché siamo donne che vogliono fare delle nostre vite qualcosa che conta. Proprio per questo il rischio è quello di adottare forme simboliche del maschile, un modo cioè di tipo fallico. Una ricerca delle forme originali del sapere femminile può aiutarci a salvare la nostra originalità.

Il corpo femminile fecondo sul quale l’umanità maschile ha cercato di mettere le mani con tutti i mezzi, legge, scienza e filosofia comprese, è tornato in primo piano con la fine del patriarcato. Spicca la pratica della procreazione per interposta persona (una femmina sana più materiale genetico di varia provenienza).

I modi e le circostanze dell’appropriazione sono in parte gli stessi di sempre (violenza, complicità tra uomini, contratto sessuale, il bene del minore…) e in parte sono nuovi, come questa nuova pratica, che ha tanti nomi. Tra i fattori che l’hanno resa possibile, ci sono le tecnologie procreative e il mercato globale. L’accordo che alcune donne non desiderose di maternità per sé ma semplicemente liberali, può essere visto come un fattore nuovo. O, viceversa, come il corrispondente di una spontanea, antica rispondenza ai desideri altrui.

L’indisponibile del titolo segnala l’esigenza di una nuova coscienza evolutiva che ci renda più consapevoli che la vita stessa e la ricerca della nostra felicità pongono delle barriere simboliche all’esercizio della padronanza sulle cose, sui corpi e sulle persone, compresa la propria. Questo processo è già cominciato; si tratta di svilupparlo mettendo risolutamente fine alla discontinuità traumatica tra natura e cultura in cui viviamo. In ciò l’umanità femminile ha un ruolo maggiore che la chiama ad assumere un’autorità anche pubblica e non soltanto famigliare.

L’indisponibile è primariamente il corpo femminile fecondo con il suo frutto. In tempi recenti alcune giuriste hanno proposto che l’inviolabilità del corpo femminile sia tra i principi costituzionali. Il matrimonio patriarcale altera quello che doveva essere il rito con cui la madre consentiva, a un uomo, di avere accesso a una sua figlia.

Consideriamo le conseguenze di ciò nel caso dell’interruzione volontaria della gravidanza. Nel linguaggio corrente se ne parla come di un diritto, ma non è esatto: il diritto riguarda semmai la salute della donna, non altro. La fine traumatica di una gravidanza indesiderata, è la conseguenza di una sessualità umana non libera. L’aborto di suo sarebbe nella sfera del non disponibile. Tuttavia molte di noi hanno difeso che la donna possa farlo e abbia diritto all’assistenza medica. Lo abbiamo fatto per ristabilire un principio di libertà: non si può obbligare una donna a diventare madre, e di maternità si può parlare a partire dal consenso libero della donna.

Ma non è questa la ragione della legge italiana in materia. In un’intervista a Una città n.227, il giurista Stefano Canestrari (autore di Principi di biodiritto penale, Il Mulino 2015) loda la 194 che basa su un principio diverso. Si tratta della tutela prioritaria della salute psicofisica della donna rispetto al concepito. In questa concezione, la donna resta quindi sotto tutela di un’autorità patriarcale che separa e confronta lei e il nascituro, e si dà il compito di giudicare sullo stato della sua salute. Di fatto sappiamo che non va più così, per cui il principio invocato finisce per essere una finzione legale. Segno che c’è una forzatura.

Fra noi molte pensano che la forzatura colpisca l’ordine simbolico della madre e segnalano il permanere di una morta autorità patriarcale in un ordinamento che non prevede la presenza di autorità femminile nemmeno in questo ambito di competenza squisitamente femminile.

Il non dell’indisponibile non è dunque il proibito e neanche il non negoziabile del diritto. Appartiene alla qualificazione delle possibilità concretamente presenti, e disegna nelle civiltà storiche una linea dinamica. Si tratta di seguire l’accrescimento delle possibilità avendo come criterio che non s’impoverisca l’essere di ogni cosa che è. Nel caso dell’essere umano, che non si perda di vista la sua destinazione libera alla felicità.


Introduzione all’incontro della redazione allargata Con l’universalismo è lei che ci perde, del 13 marzo 2016

Poco prima dell’incontro del 13 marzo 2016 lessi l’articolo di Silvia Niccolai Con l’universalismo è lei che ci perde (“Il manifesto”, 17/02/2016). Mi parve decisiva la sua valutazione del rischio che comporta l’universalismo (dei diritti, dell’uguaglianza, dell’istruzione, dalla sanità, del mercato…) per la libertà femminile. Ma mi rimase un’inquietudine che si è rafforzata durante il suo intervento all’incontro. Ho sentito che la cornice dell’universalismo mi metteva in un vicolo cieco, come mi succede quando si critica una ideologia senza vagliarla esplicitamente con il pensiero e le pratiche femminili libere.

Al parlare di Silvia Niccolai di universalismo, mi è mancato il contesto dell’idea di Luce Irigaray dell’universale come mediazione1. Perché? Perché amo gli universali: amo il riconoscimento e il lavoro di ciò che è comune a donne e uomini nella politica sessuale e nel resto della politica. Luce Irigaray ha mostrato che il compito della filosofia è il lavoro dell’universale, che il proprio dell’universale è di essere mediatore, e che l’universale maschile (il neutro suppostamente universale denunciato dal femminismo) non è un universale perché non è mediatore. Non è mediatore perché è stato costruito e viene sostenuto senza tener conto dell’altro sesso. Cioè, l’universale come mediazione è veramente politico, l’universalismo no. Le beghine, per esempio, sono un universale mediatore femminile perché ci furono begardi che fecero propria questa invenzione femminile. La libertà femminile trascinò quella maschile senza smettere di essere femminile. Seppe essere lei e ciò che lei non era; seppe essere le due cose insieme ed esserlo arricchendosi della relazione con l’altro, non in lotta dialettica. Come l’euritmia include in sé l’inarmonico, o la differenza include nel suo seno l’uguaglianza senza farle diventare un’antinomia del pensiero.

Durante l’incontro, mi sono chiesta se la preziosa idea/proposta esposta da Luisa Muraro dell’“indisponibile”, riferita al corpo femminile in generale e nel contesto de “Il corpo femminile fecondo” che motivava la riunione, non sia un universale come mediazione. Perché il corpo femminile (io vivo così il mio) è un indisponibile che senza smettere di esserlo è aperto e disponibile. Lei sa. Mi vengono in mente le murate medievali che muravano il loro corpo in una muraglia o un ponte, luoghi eminentemente mediatori, mostrando al mondo la loro indisponibilità al patriarcato e allo stesso tempo la loro disponibilità allo scambio con chi andasse a visitarle, specialmente la visitazione dell’amore divino. Giuliana di Norwich fu un grande esempio molto tempo fa. Oggigiorno, le alunne e gli alunni capiscono in un lampo questo paradosso che alcuni anni fa non si percepiva, dato che allora scandalizzava l’estrema eccentricità del gesto delle murate, un gesto che poteva durare e di solito durava tutto il resto della vita.

L’“indisponibile” è un’invenzione simbolica che mi connette con l’inviolabilità del corpo femminile, del mio corpo. Mi porta a ciò che disse Lia Cigarini nel medesimo incontro, sulla necessità di una espressione radicale che arresti la violenza contro le donne che il diritto non è riuscito a fermare.


(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)

1Luce Irigaray, L’universel comme médiation (1986), in Ead., Sexes et parentés, París, Les Éditions de Minuit, 1987, 139-164; p. 162 (Sessi e genealogie, trad. di Luisa Muraro, Milano, La Tartaruga, 1989).


De la crítica al universalismo a lo indisponible

María-Milagros Rivera Garretas

Poco antes de la reunión del 13/03/16, leí el artículo de Silvia Niccolai Con l’universalismo è lei che ci perde (Il manifesto 17/02/2016). Me pareció decisiva su apreciación del riesgo que supone el universalismo (de los derechos, de la igualdad, de la educación, de la sanidad, del mercado…) para la libertad femenina. Pero me quedó una inquietud que se afianzó después durante su intervención en el encuentro. Sentí que el marco del universalismo me metía en un callejón sin salida, como me pasa cuando se critica una ideología sin contrastarla explícitamente con el pensamiento y las prácticas femeninas libres.

Al hablar Silvia Niccolai de universalismo, me faltó el contexto de la idea de Luce Irigaray de lo universal como mediación2. ¿Por qué? Porque amo los universales: amo el reconocimiento y el trabajo de lo que es común a mujeres y hombres en la política sexual y en el resto de la política. Luce Irigaray mostró que la tarea de la filosofía es el trabajo de lo universal, que lo propio de lo universal es el ser mediador, y que lo universal masculino (el neutro pretendidamente universal que denunció el feminismo) no es un universal porque no es mediador. No es mediador porque ha sido construido y es sostenido sin tener en cuenta al otro sexo. Es decir, lo universal como mediación es verdaderamente político, el universalismo no. Las beguinas, por ejemplo, son un universal mediador femenino porque hubo beguinos que hicieron suya esa invención femenina. La libertad femenina arrastró a la masculina sin dejar de ser femenina. Supo ser ella y lo que ella no era; supo ser las dos cosas a la vez y serlo enriqueciéndose de la relación con lo otro, no en lucha dialéctica. Como la eurritmia incluye en sí lo inarmónico, o la diferencia incluye en su seno la igualdad sin convertirlas en una antinomia del pensamiento.

Durante el encuentro, me pregunté si la idea/propuesta preciosa que expuso Luisa Muraro de “lo indisponible”, refiriéndose al cuerpo femenino en general y en el contexto de “Il corpo femminile fecondo” motivo de la reunión, no será un universal como mediación. Porque el cuerpo femenino (yo vivo así el mío) es un indisponible que, sin dejar de serlo, está abierto y disponible. Ella sabe. Me vienen a la memoria las muradas medievales que tapiaban su cuerpo en una muralla o un puente, lugares eminentemente mediadores, mostrando al mundo su indisponibilidad al patriarcado y, al mismo tiempo, su disponibilidad al intercambio con quien fuera a visitarlas, especialmente la visitación del amor divino. Juliana de Norwich fue un gran ejemplo hace mucho. Hoy día, las alumnas y alumnos entienden en un destello esta paradoja que unos años atrás no se percibía, escandalizando entonces la excentricidad extrema del gesto de las muradas, un gesto que podía y solía durar todo el resto de la propia vida.

“Lo indisponible” es una invención simbólica que me conecta con la inviolabilidad del cuerpo femenino, de mi cuerpo. Me lleva a lo que dijo Lia Cigarini en el mismo encuentro sobre la necesidad de una expresión radical que detenga la violencia contra las mujeres que el derecho no ha conseguido parar.

  1. Luce Irigaray, L’universel comme médiation (1986), en Ead., Sexes et parentés, París, Les Éditions de Minuit, 1987, 139-164; p. 162. (Sessi e genealogie, trad. di Luisa Muraro, Milano, La Tartaruga, 1989). ↩︎
  2. Luce Irigaray, L’universel comme médiation (1986), en Ead., Sexes et parentés, París, Les Éditions de Minuit, 1987, 139-164; p. 162. (Sessi e genealogie, trad. di Luisa Muraro, Milano, La Tartaruga, 1989). ↩︎

Luisa Muraro, alla riunione di VD3 (13 marzo 2016), disse che la maternità appartiene all’indisponibile del corpo femminile. Queste parole giuste mi sgombrano da mente dalla insopportabile casistica che circonda la maternità surrogata, il fiume di parole che copre interessi socioeconomici e di potere, e l’ipocrisia e violenza di tanti uomini contro il corpo femminile, ancora violato, che è inviolabile, sacro e indisponibile.

Quando una donna accetta di essere madre è lei che si rende disponibile alla sua creatura. Si rende disponibile alla creazione e all’amore, non alle leggi, ai contratti, al denaro o alle tecniche: questo è commercio. E lei è la madre sopra leggi, contratti, denaro, tecnica e ingannevoli buone volontà.

Durante la riunione, improvvisamente ricordai il giudizio di re Salomone (Re 3,16-28), un racconto patriarcale che non è riuscito a schiacciare l’antica libertà e sapienza femminile in tutto ciò che significa essere madre. Le leggi e gli affari che si stanno mettendo su adesso intorno alla maternità surrogata in nome del diritto, dell’uguaglianza, della neutralità e dell’universalismo, si riallacciano a questo racconto biblico.

A quanto risulta, quel re aveva settecento donne con il rango di principesse e trecento concubine, cosa che non lo rende adatto a giudicare sulla maternità né certo per nient’altro di sensato. Di fronte a lui compaiono in giudizio due donne prostituite che sono appena diventate madri, vivono insieme e discutono perché una ha soffocato la sua creatura e reclama quella dell’altra come sua. Il re chiede una spada e dice che taglino in due la creatura, un modo di giustizia sommaria di cui forse si sentì orgoglioso pensando che fosse equo, perché così toccava la stessa quantità a entrambe.

Dopo questa sentenza sanguinaria, che per fortuna non si esegue per il buon criterio della madre e non per la sapienza del re, l’unica cosa chiara lì è che solo la madre sa chi è la madre e tutto il resto è di troppo. È di troppo che ci dicano che il re era molto sapiente, invece di riconoscerlo come un violento. È di troppo dire che una madre è buona e l’altra cattiva. È di troppo accettare tranquillamente che un prostitutore come il re sia in grado di giudicare sulla loro maternità due donne che sono state madri.

La madre sa quello che Salomone ignora, cioè che come madre non è disponibile per il suo giudizio, le sue tecniche, i suoi affari e le ingannevoli buone volontà.

(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, Via Dogana 3, 21 marzo 2016)

Via Dogana 3, 21 marzo 2016


La madre sabe lo que Salomón ignora

de Ana Mañeru Méndez

Luisa Muraro dijo en la reunión de VD3 (13/3/16) que la maternidad pertenece a lo indisponible del cuerpo femenino. Estas palabras justas me despejan la casuística insoportable que rodea a la maternidad subrogada, la palabrería que encubre intereses socio-económicos y de poder, y la hipocresía y violencia de tantos hombres contra el cuerpo femenino, aun violado, inviolable, sagrado e indisponible.

Cuando una mujer acepta ser madre es ella quien se hace disponible a su criatura. Se hace disponible a la creación y al amor, no a las leyes, los contratos, el dinero o las técnicas: esto es negocio. Y ella es la madre por encima de leyes, contratos, dinero, técnica y engañosas buenas voluntades.

En la reunión, de pronto recordé el juicio del rey Salomón (Reyes: 3, 16-28), un relato patriarcal que no ha logrado aplastar la libertad y la sabiduría femeninas antiguas en todo lo que significa ser madre. Las leyes y negocios que se están montando ahora en torno a la maternidad subrogada en nombre del derecho, la igualdad, la neutralidad y el universalismo, enlazan con este relato bíblico.

Resulta que ese rey tenía setecientas mujeres con rango de princesas y trescientas concubinas, lo cual no le cualifica para juzgar sobre la maternidad ni seguramente para nada sensato. Ante él comparecen para que las juzgue dos mujeres prostituidas que acaban de ser madres, viven juntas y discuten porque una ha asfixiado a su criatura y reclama la de la otra como suya. El rey pide una espada y dice que la partan por la mitad, un modo de justicia sumaria de la que quizás se sintió orgulloso pensando que era equitativo, porque así les tocaba la misma cantidad a las dos.

Después de esta sentencia sanguinaria, que afortunadamente no se cumple por el buen criterio de la madre y no por la sabiduría del rey, lo único claro allí es que solo la madre sabe quién es la madre y todo lo demás sobra. Sobra que nos digan que el rey era muy sabio, en vez de reconocerle como un violento. Sobra decir que una madre era buena y la otra mala. Sobra aceptar con naturalidad que un prostituidor como el rey sea adecuado para juzgar sobre su maternidad a dos mujeres que han sido madres.

La madre sabe lo que Salomón ignora, o sea que como madre no está disponible para su juicio, sus leyes, sus técnicas, sus negocios y las engañosas buenas voluntades.

Domenica 13 marzo 2016, 2° anno 2° incontro della

Redazione allargata di Via Dogana


Prima era la reclusione domestica, adesso è il mercato, prima erano le leggi, adesso sono i soldi, prima era competizione fra i maschi, adesso è mentalità aperta delle femmine… cambia la strada per arrivarci, cambia anche il risultato?

Dedichiamo la redazione allargata di Via Dogana 3, a quest’antica questione nei termini che sta prendendo oggi. Il femminismo è un campo di battaglia, abbiamo detto, e ne abbiamo oggi una conferma. Che sia anche un’occasione per entrare nei cambiamenti in corso con nuove idee.

Silvia Niccolai, costituzionalista, e Luisa Muraro, della redazione di VD 3, introducono l’incontro dedicandosi brevemente a due argomenti:

Incontro alle ore 10 della prossima domenica 13 marzo 2016, al Circolo della rosa presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265. Fino alle 13.30 circa, seguirà buffet.

Da il manifesto – Quasi mai, quando se ne parla, si distingue tra lesbiche e gay. Farlo però sarebbe utile, specialmente alle lesbiche in molti casi, e proprio sul tema, oggi sul tappeto, della cosiddetta omogenitorialità.

A forza di venir nominate in termini universalistici, quali titolari di «diritti umani», le persone omosessuali sono diventate una specie di soggetto neutro, né maschio né femmina. Quasi mai, quando se ne parla, si distingue tra lesbiche e gay. Farlo però sarebbe utile, specialmente alle lesbiche in molti casi, e proprio sul tema, oggi sul tappeto, della cosiddetta omogenitorialità.

Le lesbiche condividono con le altre donne il privilegio materno, possono partorire i loro figli. Di qui in alcuni paesi del mondo la tendenza ad applicare alla compagna la presunzione di paternità o anche, dove si riconosce il matrimonio omosessuale, a fare ex lege di ciascuna la co-madre dei figli dell’altra. Queste esperienze potrebbero spingere a puntare in alto: per esempio, a rileggere in chiave femminile le istituzioni del passato, e a riformularle nel principio per cui la madre rende genitore dei suoi figli la donna o l’uomo con cui sceglie di stare in relazione. Le decisioni giudiziarie emesse in Italia a favore dell’adozione da parte del partner omosessuale, dopotutto, sono state pronunciate con riguardo a coppie di donne, e senza unioni civili o step-child adoption. Prestando attenzione a questi dati si scorgerebbe che certamente la differenza sessuale accorda un favor alle donne, che non tutto ciò che è tradizione, storia o cultura è sempre da buttar via e che certe esigenze delle madri lesbiche possono trovare risposte anche senza riforme legislative.

Ci sarebbe dunque molto lavoro, sul piano teorico e politico, a ragionare di lesbiche e gay (e cioè di donne e uomini) anziché di «persone omosessuali»; ma non lo si fa, e si preferiscono le rivendicazioni universali e neutre: lo stesso modello di coppia e di famiglia per le «persone omosessuali», anche se questo modello uguale serve più ai gay che alle lesbiche.

Se i calcoli politici condurranno all’affido rinforzato o allo stralcio delle adozioni dal progetto Cirinnà le lesbiche saranno, domani, più in difficoltà di oggi nell’adottare i figli della compagna, mentre i maschi otterranno comunque il risultato: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già stabilito, con riferimento alle coppie etero, che il divieto italiano di maternità surrogata non impedisce che il bambino rimanga dei committenti. E siccome questo è stato pronunciato in nome dell’interesse del child (un altro neutro) e non in relazione al modello familiare, varrà presumibilmente presto anche per le coppie gay in unione civile.

In materia di famiglia non vi ha dubbio che gli uomini più delle donne si giovano di un tipico corollario delle rivendicazioni universaliste: il loro alto quoziente ingegneristico e riformistico. L’universalismo sempre mostra i muscoli contro le tradizioni e la storia, per definizione oscurantiste. Sventolato oggi, il suo vessillo tende a far dimenticare che la storia che abbiamo alle spalle include molta libertà femminile, che ha imparato anche ad approfittare del passato. Il vituperato «stereotipo materno» si presta, in nuovi scenari, a tornar utile alle donne, di certo più che agli uomini. Loro invece, per diventare una cosa che non sono mai stati (e cioè mamme) è chiaro che hanno bisogno di voltar pagina e costruirsi qualche apposito congegno tecnico-giuridico nuovo di zecca.

Le donne potrebbero guardare con molta meno palpitazione degli uomini alla sorte del progetto Cirinnà, che dà loro nulla più di ciò che basta agli uomini; ma le donne universaliste sono legioni, tutti siamo universalisti, tutti vogliamo i diritti uguali per tutti.

Si sa, col suo messaggio illuminista l’universalismo fa scattare un riflesso automatico: quando Egalité emette il suo richiamo, smettiamo di pensare, aderiamo, e basta, senza chiederci tanto perché, e con quali costi. Chi si sente debole vi trova l’illusione della forza, e tutti quanti nel suo cono ci sentiamo giusti e in lotta per il progresso. Sotto il suo imperio ci educhiamo, anche, a pensare che se invece partiamo da noi e dai nostri interessi, dalla nostra situazione, affinché abbiano il loro giusto peso, siamo deprecabilmente ingiusti e scorretti.

È così che l’universalismo insegna l’auto-moderazione. Sarà questo il motivo per cui viene tanto assecondato dal potere in questi nostri tempi, così poco amici della libertà? Invero, nessuno è più universalista dell’Unione europea, che pure è tanto cattiva con certe sue politiche finanziarie o coi migranti: sarà un caso? Ed è così che l’universalismo riesce a confondere le idee, e a far in modo che alcuni (e molto più spesso: alcune) si facciano alfiere di battaglie che altri, nel nome di «tutti», conduce più che altro nel suo solo interesse.

Le lesbiche spesso supportano i gay nella questione della maternità surrogata, quanto meno stendendo il classico pietoso velo: se no, poverini, loro come fanno? E se non vanno avanti i diritti dei gay, come potrebbero andare avanti quelli delle lesbiche? E dopotutto, diciamocelo: quando mai le donne oserebbero mettere in difficoltà gli uomini, o lasciarli soli? Al massimo, convenendo che è bruttino che essi paghino, e che tutto il complesso sa parecchio di neoliberismo sfrenato, che lo possano aver gratis questo bambino, così non ci fanno la figura degli sfruttatori e tutto si risolve in un bel dono.

Se questo, per esempio, fosse il risultato delle annunciate nuove grandi leggi contro la maternità surrogata saremmo davanti a un ennesimo esempio di amore universale, che è generalmente amore malinteso della donna per l’uomo; certo non saremmo davanti a un esempio di amore della donna per se stessa e le sue simili. Questo, siccome non è universale, non fa.

Dire che per venire incontro al desiderio di paternità dei gay, senza mettere a repentaglio la libertà e il corpo delle donne, occorrerebbe renderli in grado di adottare, questo non si può. Si vede che sottolinea troppo, scorrettamente, che non possono partorire. E allora, lo vedi? Per il loro diritto umano universale alla genitorialità gira e rigira ci vuole, questa maternità surrogata, hanno ragione, sennò non siamo pari.

Le rivendicazioni universalistiche e neutre ci sono care perché ci giustificano immancabilmente quando manchiamo di coraggio. Spesso alle donne manca il coraggio di amarsi per se stesse e di occuparsi di sé sole; agli uomini quello di ammettere i loro limiti e di riconoscere che non per forza quel che preme a loro deve premere a tutti; e a ognuno di noi spesso manca il coraggio di parlare in prima persona. Così quando lei ha un di più rispetto a lui non lo vediamo; così dimentichiamo che non tutte le differenze tra lei e lui sono uno svantaggio cui si può porre rimedio solo rimettendoli in pari. Dove in realtà è lei che ci perde.

La causa del voto alle donne, in Inghilterra, era dibattuta da quasi quarant’anni e il movimento per il suffragio femminile, organizzato da donne e uomini, era diffuso e vivace nelle grandi città industriali come nei piccoli centri – manifestazioni, petizioni, sostegno a progetti di legge – quando Emmeline Pankhurst, le figlie Christabel e Sylvia e altre militanti fuoriuscirono dal Partito Laburista e dal Women’s Suffrage Society e fondarono il 10 Ottobre 1903 la Women’s Social and Political Union.

Il loro fu un gesto politico di ribellione «per rivendicare l’immediata emancipazione, non con i soliti metodi da missionarie, ormai superati, ma attraverso l’azione politica» (*)ein opposizione ai metodi dilatori con cui i partiti politici e di governo portavano avanti il voto alle donne.

Le fondatrici nell’atto costitutivo deliberarono di restringere l’iscrizione alle sole donne e di mantenersi totalmente indipendenti da ogni formazione partitica. Il loro motto era «Fatti e non parole».

A questo motto tennero fede per tutti gli anni di esistenza dell’associazione. Indomite, determinate, coraggiose, fiere, mai piegate o succubi, per dieci anni combatterono le loro battaglie anche a costo di grandi sofferenze fisiche e psichiche. Derise, picchiate, sottoposte al carcere duro, all’isolamento e all’alimentazione forzata, mostrarono a una società perbenista, sessista e patriarcale come un desiderio e un progetto di libertà e di giustizia politica e sociale potessero mettere in moto migliaia di donne di ogni classe sociale.

La loro pratica, che andava dai cortei e dalle manifestazioni in cui innalzavano gli immancabili cartelli Votes for Women, agli interventi e alle interruzioni di pubblici dibattiti dei partiti di governo e di opposizione; dal disturbo programmato delle sedute parlamentari e di quelle del Consiglio dei Ministri, alle marce su Westminster, Downing Street e Buckingham Palace violentemente bloccate dalla polizia, si radicalizzò a partire da 1912. Non che negli anni precedenti le loro azioni, per tenere alta l’attenzione sul suffragio femminile e mantenere la pressione sul governo, partiti politici e sulla stampa, fossero venute meno. Già nel 1908 erano iniziate, anche se sporadicamente, le distruzioni di finestre di edifici pubblici, ma solo nel 1912 divennero una pratica di protesta diffusa insieme all’incendio di cassette postali, al danneggiamento dei campi da golf frequentati dai politici liberali e di alcune proprietà di ministri.

È proprio dagli eventi del 1912 che prende l’avvio il film Suffragette di Sarah Gavron e sceneggiatura di Abi Morgan (The Iron Lady su Margaret Thatcher, ShameBrick Lane).

Il film, un bell’incastro fra Storia e finzione, ha come personaggio guida Maud (splendidamente interpretata da Carey Mulligan) che concentra in sé le caratteristiche di una donna operaia degli inizi del Novecento. Orfana, dall’età di sette anni lavora in una lavanderia; ha subìto da adolescente, come molte altre, gli abusi del direttore; è sposata e madre di un bimbo che ama teneramente e che cura al meglio. Incrocia per caso il movimento della W.S.P.U. di Emmeline Pankhurst e aderisce attivamente alle loro idee vivendole come unica possibilità per realizzare un futuro di dignità e di giustizia per sé e per le altre donne; subirà insieme alle altre militanti l’esperienza traumatica della repressione poliziesca e del carcere.

La costruzione di una figura di donna proletaria che faccia da mediazione con le altre protagoniste storiche – Emmeline Punkhurst (una breve, ma splendida apparizione di Meryl Streep), Emily Wilding Davison (Natalie Press), Barbara Ayrton Gould (Helena Bonham-Carter) e Violet Miller, amica di Maud, ispirata alla vita di Hannah Mitchell – risulta interessante e convincente nel far convivere storia e finzione, senza eccessive manipolazioni, quando il film passa dalla vita privata a quella pubblica, dalle emozioni personali alla passione politica e anche per testimoniare per la prima volta – come evidenzia Emmeline Punkhurst nella sua autobiografia Suffragette. La mia storia – la forte presenza di donne proletarie e operaie nel movimento come la leader Anne Kenney.

La valenza del film, che si giova di un’ottima ambientazione storica e di una precisa e accurata ricostruzione sociale nonché di un cast stellare, è di porre in scena l’essere politico del corpo delle donne come testimoniarono nelle loro azioni le militanti della W.S.P.U. Corpi di donne considerati fragili, spogliati dai loro decorosi abiti e gettati in sudice e gelide prigioni, umiliati nelle divise sporche dei criminali comuni, oltraggiati dalla violenza dell’alimentazione forzata quando decidevano di digiunare per i maltrattamenti e le ingiustizie delle sentenze; corpi resistenti quando venivano aggrediti e picchiati ferocemente dalla polizia, su ordine di capi di governo e di ministri misogini, impauriti dalla volontà delle donne di essere dei soggetti politici.

La potenza empatica delle immagini, esaltate dall’uso della macchina da presa a spalla, si fa determinante nel superare la distanza di oltre un secolo fra la storia del movimento delle suffragette negli anni roventi del 1912-1913 e la nostra, quella del movimento delle donne di oggi.

Il film si chiude sulle drammatiche riprese di archivio dei funerali di Emily Wilding Davison, simbolicamente a mostrare che un’epoca finiva mentre voci di guerra risuonavano per l’Europa. Nel silenzio del muto scorrono in bianco e nero le scene di migliaia di donne che accompagnano la bara, fra ali di una folla attonita. Erano state precedute dalle sequenze al rallentatore dell’impatto con il cavallo e lo stendardo viola, verde e bianco per il suffragio sul terreno a fianco del corpo della giovane.

Suffragette uscirà in Italia l’8 marzo 2016.

Solo un altro film racconta il movimento delle suffragette americane ed è Angeli di acciaio di Katja von Garnier, del 2004.

(*)Emmeline Pankhurst, Suffragette. La mia storia, Castelvecchi, 2015, pag. 32.

Anno 2 di Via Dogana 3

Anno 1394 dell’Egira (calendario persiano)

Anno 1437 dell’Egira (calendario islamico)


Ci incontriamo domenica 10 gennaio 2016 alle ore 10

in via Pietro Calvi 29, Milano

titolo:

se è politica c’è mediazione


Ci ritroviamo per la redazione aperta di Via Dogana 3, Libreria delle donne (tel. 02 70006265), info@libreriadelledonne.it


riprendiamo il tema dell’odio politico, introducono:

Marisa Guarneri, Se si chiama “politico” c’è mediazione,

Luisa Muraro, Elogio del femminismo mediatore di libertà femminile.


Insieme fino alle ore tredici e passa, per ascoltare e parlare, fino alle ore quattordici e passa, per mangiare e parlare.

Arrivederci! la Redazione ristretta.

Sono arrivata alla riunione di Via Dogana  del 10 novembre “l’odio politico esiste, così come esiste la passione politica. Esiste anche tra donne?” attirata di più dalla parola “passione”. Era su quello che volevo sentire parlare in un momento in cui la mia passione politica inciampa di continuo nel potere disseminato nelle istituzioni dove sono impegnata.

Avevo da un po’ di tempo voglia di sentire parole della “Libreria”, sentivo un bisogno quasi fisico, che esprimevo con la frase “tornare alla casa della madre” con le mie amiche  e con Vita Cosentino che mi ha invitato a partecipare alla riunione. Poi la discussione si è focalizzata sull’odio e io, nella mia presunzione, mi sono detta “non mi interessa io non odio mai”. Ma man mano che ascoltavo le parole di altre/i mi è tornato in mente un episodio di molti mesi fa.

Sono consigliera comunale a Sesto San Giovanni e, finita una riunione della Commissione di cui sono presidente, sul piazzale del palazzetto comunale, mi sono trovata intrappolata in una violenta discussione con altre consigliere e consiglieri di maggioranza. Era appena uscito un articolo sul Giorno relativo al fatto che in una piscina comunale della nostra città,  una società sportiva aveva organizzato un corso per sole donne mussulmane, in un orario in cui solitamente la struttura è chiusa al pubblico. Era  esclusa la presenza di uomini. Lo scambio si è fatto molto animato soprattutto quando io ho affermato che mi sembrava una buona cosa e che quello creato era uno spazio di possibile libertà femminile.

Tutte le donne presenti parlavano di situazione sbagliata, di arretramento culturale, di pericolo per le libertà conquistate da noi donne occidentali, del fatto che noi dovevamo insegnare loro a stare con tutti e spingerle alla ribellione, non appiattirsi sulle loro usanze. Nell’ascoltare quelle argomentazioni urlate con veemenza ho immaginato  donne occidentali che strappavano con violenza il velo alle donne mussulmane e ho provato un sentimento d’odio, unito a un altro, quasi di spavento. Con che donne stavo facendo questa esperienza di politica amministrativa, da che donne ero circondata, cosa c’entravano con me?

Non mi interessava la ridicola posizione di alcuni maschi presenti che si sentivano discriminati perché non potevano entrare in piscina in un orario che non era mai stato aperto al pubblico e che non era interessato loro fino a quel giorno. Era l’atteggiamento e i ragionamenti delle donne presenti, che li supportavano e si sentivano a loro volta minacciate, che mi lasciava sconcertata e senza più parole.  Mi sembrava di dover ricominciare il discorso sulla libertà femminile, sull’emancipazione e la differenza, dall’inizio. Sono andata via, senza salutare, arrabbiata, disgustata e depressa. Con il sentimento di estraneità che faceva a pugni con la mia voglia di esserci nella cosa pubblica: perché il mondo è anche mio, non solo loro.

Il giorno dopo mi sono trovata con le donne della mia  associazione “Le Malandre” con cui faccio volontariato organizzando un centro di aggregazione  giovanile sotto l’egida del Comune. Ho raccontato loro quanto accaduto, anche con una certa ansia, chiedendo cosa ne pensassero. Con parole calme e atteggiamento rilassato mi hanno detto di essere favorevoli all’esperimento del corso e hanno cominciato ad argomentare e a raccontare come le loro nonne e madri avevano trovato spazi di libertà e solidarietà in incontri, magari in parrocchia, di sole donne. Abbiamo parlato a lungo anche della paura che portava alcune mie colleghe consigliere  ad assumere atteggiamenti di chiusura. Lo scambio con le mie socie mi ha  ridato le parole che avevo perso e soprattutto ha fatto scomparire quel sentimento d’odio che mi ammutoliva facendomi sentire impotente e incapace di argomentare con calma le mie posizioni. Ho sentito di avere una comunità, ho capito che non ero sola e da quella comunità sono uscita in grado di partecipare al dibattito cittadino con argomenti comprensibili e senza quel senso di solitudine che avevo provato.

Senso di solitudine – e odio?- sentito anche quando in maniera tutt’altro che mascherata il potere si prende il posto della politica. Siccome il mondo è anche mio, con rinnovata forza cerco parole per smascherarlo pubblicamente e questo mi dà piacere e ultimamente mi fa trovare accanto anche donne che nella vicenda che ho raccontato mi erano contro.