Credo di essere molto d’accordo con il documento di Lia Cigarini che apre la discussione su Via Dogana.

Condivido il suo ottimismo sulla presenza delle donne in tanti campi, come Lia ben descrive.

Sono stanca dei vecchi slogan «Non basta essere donna per cambiare». È ovvio, non basta essere gatto per acchiappare un topo, ma è anche interessante che ci siano donne che vogliono i cambiamenti e sono capaci di farlo. È su di loro che bisogna puntare, sono loro che sarebbe importante godessero del sostegno di tutte noi femministe.

Purtroppo è un concetto non ancora passato.

Esemplare è il caso di Anita Sonego che ha fatto molto in Comune per le donne, compresa la Casa delle Donne e i tavoli di discussione in Sala Alessi e poi alle recenti elezioni non è stata abbastanza votata dalle donne stesse per riavere il suo posto.

L’apertura di Cigarini verso le donne che fanno politica, o sono in luoghi decisionali, è un passo avanti rispetto alla paura di entrare nelle istituzioni che ci dovrebbero fagocitare che per tanto tempo ha paralizzato il movimento delle donne.

In quanto al concetto di differenza sessuale, non vedo perché venga messo in discussione o considerato insufficiente. Proprio quelle che vengono considerate nuove sessualità non fanno che giocare con i termini maschile/femminile pur incrociandoli e mescolandoli in tutti i modi possibili.

Possibili? Magari a prezzo di sofferenze eccessive. È soltanto smontando gli stereotipi che saremo tutte e tutti più felici.

Cara Lilli, non ci sono parole proibite ma sono d’accordo con te che si tratta precisamente dell’essere corpo vivente.

Quanto alla sua (del corpo) disponibilità alle contingenze del desiderio, come tu dici, la domanda che nasce subito è: il desiderio di chi? La storia ci risponde: del più forte. La logica del più forte ha condizionato l’umanità nella maniera più pervasiva, materialmente e mentalmente, culturalmente e soggettivamente.

La nostra generazione l’ha imparato dal pensiero critico dei maestri del sospetto, Marx, Darwin, Freud. Aggiungo Foucault, un pensatore che ho in comune con la generazione venuta dopo.

Grazie alla rivolta delle donne, nutrita da pensatrici come Weil, Arendt, Woolf, Carla Lonzi, Luce Irigaray, ho visto che la logica della forza perdeva la sua presa quando ci siamo messe non a gareggiare per vincere ma a prestare attenzione ai nostri desideri e rapporti. Perciò m’interessa la differenza femminile: è un tratto del mio esserci in mezzo alla storia e all’umanità, attributo modificabile ma inerente al corpo vivente che mi rende riconoscibile… Perciò la coinvolgo nella mia ricerca di libertà. Perciò dico: le donne esistono e io sono una di loro.

Ciao, Luisa Mur.

Quando Luisa Muraro dice che lavorare perché esista il senso libero della differenza sessuale significa aver chiaro che non si tratta di stabilire una classificazione definitiva per cui ci sono gli uomini e le donne, ma che queste classificazioni sono categorie storicamente determinate, e dunque sono un’approssimazione, indica l’apertura all’ascolto di tutto il portato esperienziale e teorico dei movimenti LGBT. Avverte però di non cedere alla separazione tra natura e cultura che lì viene operata. Su questo punto farei una precisazione. Non di rapporto fra natura e cultura si tratta in quei movimenti, a mio avviso, ma di un corpo che è del tutto assimilato e assunto dalla sua interpretazione culturale e quindi disponibile alle contingenze di ogni desiderio e all’intervento di qualsiasi forma di tecnologia. È l’uso del termine “natura” che ha fatto scambiare (spesso strumentalmente) un pensiero radicato nel corpo vivente per essenzialismo. Per questo mi sembra più appropriato rimettere al centro il termine “corpo”.

Non vedo oggi, un’egemonia del femminismo della differenza rispetto ad altri femminismi, i neofemminismi delle ragazze più giovani ad esempio hanno alle spalle esperienze di sessualità profondamente diverse dalle nostre, esperienze che non conosciamo, di cui qui nessuna di noi parla, benché molte abbiano figlie e figli, nipoti e amiche… non prendiamo atto nemmeno che molte delle nuove generazioni non riconoscono come decisiva la differenza sessuale. Capire perché, quali vantaggi hanno da questa posizione è un lavoro tutto da fare: ci sono i racconti delle esperienze, ci sono teorie, riflessioni spesso da noi del tutto ignorate, forse perché fa comodo starsene nella rassicurazione del bel tempo che fu e perché il femminismo può a sua volta diventare e spesso diventa un nuovo conformismo (fatto di ripetizione e vuota liturgia).

Le donne sono dappertutto, dice Lia Cigarini, con molti esempi, ma non sono dove sono in ragione diretta del portato del femminismo, sono molte le ragioni e le cause, e in quella scena pubblica ci stanno spesso proprio per aver reciso o taciuto o considerato irrilevante la loro differenza. Il suo richiamo alle origini quindi ha senso solo se siamo consapevoli dell’assenza di nuove invenzioni di pratica politica. Le radici del partire da sé e della relazione vanno completamente rivisitate e torna una vexata quaestio: il rapporto tra politica prima e seconda (se vogliamo usare vecchi termini che non dicono più la nuova realtà) o più propriamente (il problema lo ha posto bene Laura Colombo) il rapporto tra pratiche politiche radicali (nel senso della radice e del portato di cambiamento) e potere. Questo nodo non è eludibile, né è sufficiente opporvi l’autorità, se non si aprono spazi di praticabilità riconosciuta da uomini e donne. Come farlo è il punto, e non ho risposte, perché non è solo “la riflessione che latita”, ma con lei le pratiche necessarie. E questo vale anche per il richiamo alla radicalizzazione (o alla ri-radicalizzazione).

Non vedo il desiderio maschile pietrificato: nulla sta fermo e lo sappiamo. Oggi siamo, in America e non solo, di fronte a un revanchismo molto pericoloso, che è meglio non ignorare o sottovalutare. Obama non è Trump, il suo sguardo su Michelle durante il discorso per l’insediamento aveva fatto sperare nella capacità maschile di riconoscere il proprio debito a una donna (e lui non è il solo caso, per fortuna); quell’era sembra trascorsa già da un secolo e al suo posto c’è oggi un uomo che si fa forza dell’offesa violenta alle donne (e non solo) e ha al fianco una moglie che tace (lei sì pietrificata).

Nell’incontro della redazione allargata di VD3 la scorsa domenica 13 novembre 2016, Lia Cigarini ricordava come oggi la soggettività femminile sia in gioco in tutti i campi. Nell’elaborazione del suo intervento, che si può leggere sul sito, fa molti esempi per chiarire questo punto e dice che “si tratta in fondo di essere riuscite in parte a realizzare i nostri desideri non senza sofferenza e contraddizione”.

Molte delle presenti hanno ripreso il suo entusiasmo che a me invece appariva trionfalismo, percependo in quelle parole distanza dalla mia esperienza e un senso di straniamento.

Dopo aver lavorato per anni in una multinazionale dell’informatica e nei reparti Information Technology di diverse aziende, sono arrivata alla Divisione informatica di una grande Università milanese. Molte cose possono succedere se stai dove stai senza cedere alle logiche di competizione per il primato, spesso fatte di strenuo impegno per dimostrare l’errore altrui. Molto può cambiare se credi che il senso di ciò che fai determina il (tuo) modo di lavorare, e se credi che il tuo modo di lavorare, che si basa sulla priorità di relazioni femminili e sull’allargamento della responsabilità, restituisce al lavoro un senso più ampio rispetto a carriera e profitto. Le femministe, e io con loro, vedrebbero qui all’opera le pratiche politiche della differenza, la relazione, il partire da sé, l’impegno nel “dare un senso libero alla differenza sessuale” (Luisa Muraro). C’è tuttavia uno scoglio che non si riesce a superare. Non si tratta del famoso tetto di cristallo, della soglia invalicabile di un potere cui le donne non avrebbero accesso. Non più, per quello che posso vedere io. Al tavolo dei dirigenti (il maschile non è un caso) sono molte le donne sedute e nel CDA non manca la componente femminile. Che ci siano donne ai livelli più alti dell’amministrazione e nelle stanze decisionali non è garanzia di un radicale cambiamento. Quello che si perde lì dove si decide è proprio “il senso libero della differenza”, essendo apparentemente inscalfibili le logiche di potere che governano quei luoghi. Per esempio: nel luogo in cui si decide chi paga l’Università – oggi che lo Stato c’è sempre meno – si decide il destino della ricerca pura e delle facoltà meno legate al mercato. Quali sono i criteri che guidano, se non il profitto? Ancora: dopo anni di stipendi bloccati, nell’Università dove lavoro le poche risorse disponibili sono state distribuite applicando una meritocrazia bislacca, che ha scontentato tutti. Mia nonna, col suo spiccato senso della giustizia (e il suo buon senso), avrebbe fatto meglio del lungo tavolo dei dirigenti. Tornando al femminismo mi domando: è un difetto di pratiche, una lacuna di pensiero là dove è in gioco il potere? Di certo c’è da parlarne e lo stiamo già facendo. Coglie bene il nocciolo della questione Giordana Masotto quando, pur condividendo i dati della presenza attiva delle donne nel mondo sottolinea che “molto meno diffusa è la consapevolezza che tutto il mondo si debba trasformare perché le donne ci siano”. In altri termini, non si tratta di garantire delle quote ma di mettere in discussione alla radice l’assetto politico e sociale del nostro presente. La mossa di vedere un femminismo diffuso è buona e può dare fiducia, può farci immaginare una politica delle donne praticabile ovunque. Non può tuttavia mettere ombra sugli scacchi e le contraddizioni vive, sul senso di impotenza e sulla rabbia che a volte sentiamo, sulla percezione che l’analisi politica sia frutto più della capitalizzazione dei risultati di una vita che di uno stretto corpo a corpo con la realtà. Come trovare il modo di rendere politica rabbia e impotenza senza finire in puro antagonismo o depressione è l’ardua prova del nostro femminismo.

Nel discorso di Lia, che mi piace perché ha dentro una bella energia, mi pare che lei opponga differenza e libertà. Non sono d’accordo: nella storia umana la differenza sessuale è sempre stata nominata ed espressa a prezzo di una diminuita libertà, pagato quasi interamente dalle donne. Perciò, dico che bisogna parlare di senso libero della differenza: non basta che la differenza si esprima, ma che si esprima liberamente. Anche quella degli uomini, non a spese delle donne.

In questa luce m’interessa il movimento delle cosiddette minoranze sessuali. Non condivido la loro politica dei diritti, ma in loro vedo un movimento che è alla ricerca del senso libero della differenza nel senso più ampio, evolutivo, della parola, cosa che il femminismo non era preparato a riconoscere.

Secondo me, si tratta di acquisire una nuova coscienza evolutiva, oltre la separazione natura e cultura che sottende tutta la modernità e la postmodernità, compresa l’ideologia di quelle minoranze, riconoscibile nel linguaggio tutto all’insegna del “genere”.

Sono d’accordo con la lettura del presente di Lia Cigarini, soprattutto quando sostiene che “l’attuale contesto di presenza pubblica femminile dia molte opportunità al nostro pensiero e alla nostra pratica politica” e che il protagonismo di donne “spinge ai margini le militanti politiche che insistono sulla discriminazione e la rivendicazione di uguaglianza con l’universo maschile”.

Per questo voglio interloquire con i nodi problematici sollevati da Giordana Masotto nella sua relazione. Giordana fa un bilancio della sua vita lavorativa che si può sintetizzare nel dire che, perché il mondo cambi, “non è sufficiente starci alla propria misura”. Dico subito che per una donna stare nel mondo con una misura propria, non è cosa da poco. È il passo grande, l’elemento dinamico imprescindibile. Finché si sta come deportate alle misure maschili, non comincia nessun cambiamento. Ma non basta – dice – e io sono d’accordo con lei. Per quanto so dalla mia esperienza di vita e di lavoro, non basta perché ci vuole un’intenzionalità politica esplicita.

Giordana ci avverte che “ci sono contiguità forti tra la nascita della soggettività delle donne e la trasformazione individualista, autoimprenditoriale, consumista che caratterizza il tempo presente”. Sempre in agguato il rischio di essere assimilate, risucchiate e che tutto si disperda nel nulla. Anche io ci penso da tempo, colpita come lei dalle discussioni fatte in libreria attorno alle analisi contenute in Femminismo e neoliberalismo (a cura di Tristana Dini e Stefania Tarantino, Natan Edizioni 2014). Per me ciò che non può essere assimilato, reso funzionale ai meccanismi neoliberisti è la coscienza: di essere donna e della propria presenza di donna nel mondo. Il passo in più è quello contenuto nelle parole della Lispector, che la stessa Giordana ci ripropone, sentendo che lì c’è qualcosa di prezioso per l’oggi: “Se progredisco nelle mie frammentarie visioni, il mondo intero dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa”.

È un livello di coscienza più allargato che crea un orizzonte grande in cui ciascuna donna si può collocare e che può anche ispirare l’agire contestuale: tutto il mondo della scuola dovrà trasformarsi perché io insegnante possa esservi inclusa; tutto il mondo della magistratura, come ci racconta La Giudice (Paola Di Nicola, Ghena 2012); tutto il mondo della salute se sei una paziente, come sono io, o una curante, come testimoniano per esempio le pubblicazioni di Metis. E così via.

La consapevolezza tiene aperta e viva la dismisura tra il poco che posso fare oggi e l’aspirazione grande al cambiamento. Un esempio. Noi insegnanti della differenza siamo state le prime a portare nella scuola soggettività e relazione, quando si parlava solo di programmazione e di tecnologie didattiche. A decenni di distanza tutti parlano di relazione, compare anche nelle ultime riforme, ma inserita in meccanismi perversi che la distorcono. Però è sempre possibile che un’insegnante si sottragga ai meccanismi imposti, la pratichi nella sua classe e con le sue colleghe e i suoi colleghi, la espliciti, la racconti politicamente. Questo apre e tiene aperto uno spazio di libertà non assimilabile.

Quando io, riflettendo assieme a Giannina Longobardi per scrivere La scuola sregolata, ho preso coscienza che “tutto il mondo della scuola dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa”, mi sono trovata in un ancora più grande bisogno di politica, perché nessuna a questo livello può farcela da sola. Hai necessità di altre e altri con cui condividere, hai necessità di elaborare modi di stare tra differenti, di praticare forme politiche nuove. Da questa spinta interiore è nata l’autoriforma della scuola, che è studiata anche all’estero per le novità che porta nelle forme politiche.

Io nella mia vita ho sempre lottato e mi sono esposta di persona, ma riconosco che ci sono state circostanze favorevoli, che mi hanno aiutato, penso al ’68, quando sono scappata di casa per fare la vita che volevo, oppure penso al movimento delle donne quando cercavo disperatamente una politica che mi corrispondesse. Oggi che il mondo è cambiato nel senso delle soggettività e non dei movimenti di massa (Touraine), non è da sottovalutare il fatto che un’opinione pubblica favorevole alle donne possa essere la circostanza migliore perché una donna si esponga in una presa di parola pubblica. Perché sempre più donne si espongano. È qui che vedo un vero problema: io penso che non si possa evitare di stare nel conflitto là dove si è. Ma questo è vero anche per le altre? Soprattutto per le più giovani?

Oggi le donne sono dappertutto e possiamo teoricamente pensare che ogni situazione, che sia una scuola, un ospedale, un’azienda, un condominio, un consiglio di amministrazione, un oratorio, un parlamento, un Comune, o la direzione di un giornale, sia potenzialmente un contesto in cui una donna si assuma la libertà di significare qualcosa del suo essere donna lì dove è. E possa anche cominciare a pensare insieme ad altre che quel luogo dovrà interamente trasformarsi perché lei possa esservi inclusa. Teoricamente la distinzione tra politica prima e seconda non ha più senso. Non ci sono due scene, ma una, il mondo. In pratica le cose sono più complicate. C’è una politica possibile e praticabile e c’è tanta cattiva politica aggrappata alle logiche del potere. Niente complicità, ma per me diventa ancora più interessante intrecciare relazioni con donne molto diverse e lontane. E anche con uomini.

In chiusura Giordana rievoca il momento in cui “le donne anche quando parlavano dentro le case facevano politica perché le mura crollavano, la casa non era più un luogo separato”. E si domanda: “Come riusciamo a farlo oggi? Come ci assumiamo la responsabilità di uscire dagli spazi protetti?”

Dalle sue parole sembra quasi che tra l’autocoscienza e l’oggi non ci siano state esperienze che abbiano affrontato “il problema dei nessi tra le due (politica prima e politica seconda)”. La cosa mi sorprende perché dentro di me – e credo anche in altre – quella distinzione era già caduta. A proposito di stare in istituzioni, porto l’esempio di Diotima. È una comunità filosofica che ha sede in una università pubblica, che da 30 anni tiene aperto un conflitto simbolico visibile, che ha un laboratorio di tesi di laurea in netta controtendenza con “le menti meccaniche” che pensano l’università, che fa iniziative aperte alla città di Verona, che tiene nell’università stessa seminari politici. Ricordo il loro volume Potere e politica non sono la stessa cosa (Liguori 2009). Ci sono stati anche – Via Dogana ne ha molto parlato – movimenti di amministratrici dei Comuni. Insomma c’è molto da pensare, ma non ripartiamo da zero.

Negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso c’è stato un felice incontro tra il femminismo della differenza e la crescente femminilizzazione della società. I luoghi che per primi sono diventati a maggioranza femminile, come istruzione, sanità, giustizia, pubblica amministrazione, sono diventati contesti di significative pratiche di trasformazione. Non a caso io, Marina Santini e Alessio Miceli per il nostro libro abbiamo azzardato il titolo di Scuola. Sembra ieri è già domani.

Se riconsidero la mia esperienza di vita lavorativa il bilancio dice che “si può fare”. Conferma che la politica del partire da sé e della relazione può essere una politica per tutti. Per questo sostengo che oggi la sfida aperta sia: tradurre il portato del femminismo in un’esperienza personale, in un linguaggio comune, in un agire libero e pensante nel mondo comune di uomini e donne.

Premessa personale. Sento l’esigenza, probabilmente dettata dall’età, di fare il punto, del bilancio. Come molte qui, io sento di essere nata – alla vita, alla parola, alla politica – con le donne. Prendo in prestito una frase ben nota di Clarice Lispector. Nella Passione secondo G.H., nella parte iniziale, lei conclude un ragionamento dicendo: «se progredisco nelle mie frammentarie visioni, il mondo intero dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa.» La frase è molto famosa. Mi è venuta in mente in questo mio tentativo di ri-considerare le mie esperienze: mi sono resa conto che in fondo ho sempre sentito che, se progredivo nella mia ricerca di libertà e insieme nella mia voglia di stare nel mondo, questo avrebbe fatto la differenza.

Adesso vedo che le cose sono assai più complicate di così. In sostanza adesso direi: se vuoi che il mondo intero si trasformi perché c’è la libertà delle donne, un fatto inedito nella storia, non è sufficiente starci alla propria misura. Se io cerco di starci alla misura della mia consapevolezza, che è in divenire, non è vero che il mondo cambia. Cambia certo, e molto, ma non si mette in atto quella trasformazione profonda alla Carol Pateman, non cambia con la radicalità che io vorrei. Questo per me mette in discussione il modo in cui sto (sono stata) nei contesti. Non è sufficiente starci alla propria misura. Questo è il mio bilancio.

Perché – e questa è l’altra cosa che mi preme dire – siamo troppo sole là fuori. Anche quando le donne si mettono insieme perché sentono che ragionano e stanno meglio con altre donne vicino, anche allora siamo troppo sole. I muri non crollano, o parlano un’altra lingua e la tua voce si disperde nel nulla, o ti valorizzano ti risucchiano e ti assimilano. E io voglio dare ascolto anche a questa solitudine, ai costi. E farne tesoro.

Anche perché nel frattempo il mondo è cambiato in una direzione di individualismo spinto e di esaltazione della “libertà” dell’individuo che complicano enormemente tutta la questione. In libreria l’anno scorso c’è stata una interessante discussione quando è stato presentato il libro su femminismo e neoliberismo (Femminismo e neoliberismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, a cura di T. Dini e S. Tarantino; discusso in libreria a marzo del 2015). Ci sono contiguità forti tra la nascita della soggettività delle donne e la trasformazione individualista, autoimprenditoriale, consumista che caratterizza il tempo presente. Non è facile affrontarle ma vanno affrontate con strumenti adeguati. È vero che sulla soggettività non accettiamo lezioni da nessuno, ma dobbiamo stare con forza al presente. Questa è la sfida che vorrei raccogliessimo.

Un’ultima nota su questo punto. Se là fuori siamo sole è anche perché siamo donne, cioè portatrici di complessità. Aspiriamo a essere la soluzione, non a porre problemi. E così possiamo perdere su due piani: si perde la differenza che è dentro di noi e non si riesce abbastanza a creare conflitto/contrattazione che sono i modi in cui le differenze entrano in confronto e creano cambiamento.

Per tutti questi motivi, teniamola buona la messa in guardia di Lispector, perché ci può tornare utile: se mi convalido mi perdo.

Le donne sono dappertutto

Sono totalmente d’accordo con la prima affermazione di Lia che dice: le donne sono dappertutto e ci sono in una dimensione di libertà inedita nella storia. Vero. L’esposizione pubblica delle donne è grande e ritengo che non sia più possibile – a differenza di altre fasi della storia, vedi donne “esercito di riserva” nel lavoro durante la guerra – un arretramento da questa posizione pubblica e di qualità che le donne hanno acquisito. È bene non dimenticare che questo determina anche un inasprimento della misoginia che emerge in svariate forme e luoghi: il record degli abusi va ai Paesi dove le donne lavorano di più e hanno più parità; e la misoginia emerge dove forse non te la aspetti, dal parlamento norvegese alla Silicon Valley; la soppressione di parola delle donne continua viva e vegeta. Lo sappiamo, ma questo non mette in discussione il dato.

Donne e femminismo

Il secondo tassello del quadro sarebbe: c’è più valorizzazione del femminismo. Io su questo non sono molto d’accordo. Penso che il femminismo venga usato in una maniera più disinvolta, questo sì: tante magari si sentono oggi più libere di dirsi femministe. Ma ci sono anche tante che lo sentono come una camicia stretta, perché quello che c’era da fare è stato fatto, le barriere sono state infrante e adesso ci si sente libere. E forse, pensano, neppure ha più senso in una società liquida (o addirittura queer come è stato osservato). Ed è vero che l’impostazione paritaria non ha più presa: chi mai oggi sente come attraente l’obiettivo di essere pari a un uomo? Le donne si sentono sufficientemente libere e forti per poter stare nel mondo da donne. Mettendoci tagli e contenuti. Oggi si può perfino intitolare un servizio di moda «Uno stile nuovo, come Virginia Woolf», segno che il riferimento a Virginia Woolf è percepito come valorizzante in un’area di consumo fondamentale come è la moda. Virginia vende trend, chi l’avrebbe detto!

Al femminismo si può dare un riconoscimento storico, quello che ha consentito alle donne di stare nel mondo alla loro misura, ma difficilmente lo si userà per qualificare il proprio agire. Perché non è diffusa la consapevolezza di quali sono i passi successivi da fare. Infatti, se tutte pensano che le donne possono essere nel mondo, molto meno diffusa è la consapevolezza che tutto il mondo si debba trasformare perché le donne ci siano. E quindi meno diffuso è il bisogno di un simbolico politico a cui fare riferimento. In conclusione, su questo punto: riconosco che c’è maggior disinvoltura nell’uso della parola femminismo ma non le darei più peso di tanto.

Differenza e libertà

È vero che la differenza è un processo, vero che la differenza è dentro di noi e la differenza è tra. È un divenire e un agire. Ma neppure libertà è una parola che si definisce in se stessa. Certamente si è affermata (con contraddizioni, non uguale dappertutto ecc.) una libertà dai ruoli consolidati dai secoli. Ma oltre a questo? Dobbiamo invece tenere conto che libertà è una delle parole più usate e consumate del nostro tempo. Per questo motivo, per esempio, la differenza sessuale, quella che ci guida con un faro nella nebbia, oggi può annegare nel grande mare della diversità. La diversity. Quella che nutre i nuovi orizzonti del marketing e dell’organizzazione del lavoro. Quella che rende erotica – non sessuata! – l’individualità e i contatti tra gli individui.

Che cosa hanno da perdere in tutto questo le donne?

Hanno da perdere un nodo fondamentale della differenza, cioè la complessità, quella che è venuta bene alla luce nelle analisi del gruppo lavoro. Infatti io credo sia in atto una grande semplificazione che taglia dei pezzi (obliterazione/neutralizzazione).

Per questo è stato molto importante che alcune donne abbiano messo un punto fermo sulla questione dell’utero in affitto. Per sostenere il quale non a caso si usa il concetto di libertà delle donne (non diversamente da quanto accade in tutte le forme di uso spietato del proprio corpo, sesso/lavoro/politica). Penso che tutta l’area che riguarda la maternità in senso ampio sia fondamentale. Abbiamo detto: tutto il lavoro necessario per vivere, portare tutto al mercato. Ma non è vero che sta andando proprio così. L’universalizzazione del welfare si sta realizzando come aggiustamento di una modalità conciliativa che continua a richiedere il massimo impegno alle donne senza adeguato riconoscimento simbolico. Quello che sta accadendo è che “tutto il lavoro necessario per vivere”, si riduce e si trasforma, perché non c’è tempo, divorato dal lavoro per il mercato: o lo fanno delle colf/badanti, o si compera cibo pronto, o si vive in una dimensione sempre meno attenta alla qualità delle vite. Oppure come in Olanda, dove il part time è il tempo delle donne (segregazione orizzontale): e questo non mi va bene perché è la qualità della vita appaltata alle donne, non la qualità della vita che mette in discussione l’organizzazione e il senso del lavoro.

In questa ottica c’è da mettere in discussione anche quello che sottolinea Rebecca Traister (All the single ladies. Il potere delle donne single, Fandango Libri 2016). Bene che le donne siano sulla scena pubblica libere dal controllo di padri mariti e fratelli. La perdita di valore del matrimonio come fonte di legittimità e senso per sé e la propria vita, è un esempio potente di cambio simbolico. Ma se sono le “scapole”, individue al massimo grado, il target più appetibile per i consumi e anche per la politica, qualche domanda è bene porsela.

Su questo nodo della perdita di complessità ho trovato un riscontro suggestivo anche in un libro di Alain Badiou (La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani, Ponte alle Grazie 2016). Metà libro è sui giovani maschi e metà libro sulle giovani femmine. I maschi sono in stand by perché non c’è più passaggio all’età adulta. Le ragazze non sono più ragazze, perché costrette a essere subito donne secondo una modalità semplificata. Il due, dice in sostanza Badiou, non è uomini e donne, il due è dentro le donne. E conclude: la novità potrà venire solo dalle donne.

C’è ancora da pensare

Essenziale il nodo del potere, come è emerso anche nell’incontro di domenica. Per tanto tempo la formula politica prima/politica seconda sembrava cavare le castagne dal fuoco, risolvere. L’invenzione è stata eccezionale perché ha detto che la prima è politica, quindi ha riconosciuto che le soggettività in azione, in primis quella delle donne, agiscono politica. Ma non usiamo questa formula per non affrontare il problema dei nessi tra le due. Le donne anche quando parlavano dentro le case facevano politica perché le mura crollavano, la casa non era più un luogo separato.

Come riusciamo a farlo oggi? Come ci assumiamo la responsabilità di uscire dagli spazi protetti? Come si sviluppa creatività politica diretta a nuove forme di relazioni politiche (Pateman)? E soprattutto sentiamo l’esigenza di farlo?

Sottolineo qui che le sindache sono importanti prima di tutto perché il voto che ricevono è dato alla persona, poi perché indicano un cambiamento dell’opinione pubblica che dimostra di avere fiducia nella capacità delle donne di amministrare anche grandissime comunità. Un di più femminile riconosciuto?

Ci sono, poi, nella politica sempre più donne. Cito solo quelle al massimo del potere, ma ce ne sono tantissime altre anche in Italia: Angela Merkel, Teresa May, Janet Yellen e Christine Lagarde (rispettivamente: la prima, presidente della Banca Centrale Americana FED, la seconda Presidente del Fondo Monetario Mondiale). Aggiungo poi Hilary Clinton che ha perso la sfida ultima con Trump ma avendo più voti popolari. Questo è importante per me poiché la mia attenzione, oggi, è volta ai cambiamenti dell’opinione popolare.

Infine sottolineo che in Italia sono la maggioranza nella sanità, nella giustizia, nella scuola, nell’apparato dirigente dello Stato, anche in cariche apicali.

Le donne (e dico le donne e non le femministe) sono in movimento da cinquant’anni (e non solo nel mondo occidentale) con una consapevolezza comune, di tutte, mi viene da dire, che il dominio maschile non è più sopportabile, sia esso quello del padre, o del marito, o del compagno o dell’universalismo maschile.

Penso quindi che sia urgente interrogarsi sul significato e il senso di questo enorme cambiamento degli ultimi anni e le nuove contraddizioni che fa emergere. Per me questo è un modo di stare agli accadimenti del presente così come si è fatto nell’incontro precedente di VD3, “Ragazze e algoritmi”.

Un altro fatto è che sempre più donne si dichiarano femministe: scrittrici, artiste, registe, attrici, giornaliste, ecc.; tra loro non poche privilegiano nei loro scritti e nelle loro opere la relazione materna e la genealogia femminile; ad esempio la più ascoltata opinionista della televisione inglese ha dichiarato che la maternità è un’icona del femminismo.

Tutto ciò, mi sembra c’entri molto col pensiero della differenza. Oppure no, vi chiedo?

Tutte voi ricordate un recente passato nel quale i media riferivano che le giovani donne dichiaravano che il femminismo aveva avuto molti meriti, ad esempio il nuovo diritto di famiglia, la legge dell’aborto, del divorzio e le varie leggi di pari opportunità, ma che, oggi, a loro, non aveva più niente da dire. E sembrava dimenticato il femminismo delle origini, quello del partire da sé e della relazione tra donne. Invece oggi accade che sia tradotto negli Stati Uniti «L’Ordine simbolico della madre» e in Francia «Non credere di avere dei diritti» e a Londra una riunione di cinquanta giovani donne ha discusso del femminismo italiano, ritenendolo, appunto, più fedele alla rivolta dell’inizio degli anni settanta.

Tutto questo mi sembra sia da indagare perché una pratica di parola (simbolico) come quella della differenza trova il suo terreno nella cultura vivente diffusa, creando segni della differenza altrimenti muti, altri modificandoli e altri inventandoli.

In sostanza e per concludere sul punto, penso che la soggettività femminile sia in gioco in tutti i campi. Si tratta in fondo di essere riuscite in parte a realizzare i nostri desideri non senza sofferenza e contraddizione.

Ma questo, chiedo, non è avere più libertà? E ci invita a riflettere sul legame tra differenza e libertà. La differenza costituisce il termine transitivo, cioè cosa che non si compie in sé, è un divenire della coscienza e della relazione con le altre, gli altri e il mondo. La libertà è ugualmente relazionale ma sicuramente è un sostantivo.

Va messo in conto il possibile rischio di obliterazione, di cancellazione. In questi anni lo si è visto all’opera costantemente da parte di intellettuali, politici maschi e donne al loro seguito.

Non c’è dubbio però che l’attuale contesto di presenza pubblica femminile dia molte opportunità al nostro pensiero e alla nostra pratica politica. Perché nel cambiamento in corso c’è tutta una rinegoziazione dei rapporti tra i sessi da cui affiora la differenza sessuale. Si tratta di risignificarla. In almeno tre direzioni.

  1. Lo sguardo dell’opinione pubblica vede bene che le donne in ruoli pubblici non si travestono più da uomini, nascondendo la propria femminilità, anzi le nomina così “le donne”, mentre nel patriarcato esse erano prese una ad una. Dalle donne ci si aspetta qualcosa di differente, dimostrando una certa maggior fiducia verso di loro nonostante la situazione politica di caos e confusione. Peggio degli uomini, si pensa, non potranno mai fare. Il bassissimo tasso di narcisismo femminile poi, in tempi di capipopolo, costituisce una garanzia in più.
  2. In secondo luogo, mi sembra che il protagonismo personale delle donne (al quale non sono mai stata contraria perché è una forma dinamica di rapporto tra il gruppo di donne e le pratiche sociali) – con il segno che ho indicato sopra – spinge ai margini le militanti politiche che insistono sulla discriminazione e la rivendicazione di uguaglianza con l’universo maschile. Per tutte nel contesto che ho delineato prima è più difficile riconoscersi come vittime.

È come se quel granitico baricentro maschile che le leggi di tutela e parità e le quote non facevano che confermare, si sia notevolmente sbilanciato.

Oggi ci sono uomini che considerano indispensabile una presa di coscienza maschile per capire qualcosa di sé e del mondo o che sentono il bisogno di ascoltare e di leggere quello che le donne hanno scritto o che credono in un ruolo salvifico delle donne per salvare la terra. Questo spostamento maschile penso sia dovuto al pensiero e alla pratica della differenza.

  1. Infine, una considerazione importante che riguarda la pratica di relazione: molte donne cosiddette di potere fanno un riferimento esplicito ad altre donne come consigliere e collaboratrici. Angela Merkel ne ha due e Le Monde di recente, raccontando la sua biografia in tre puntate, intitolava «La Germania è governata da un triumvirato femminile». Lo stesso vale per Janet Yellen: due consigliere e, titolo del Corriere della Sera, «Un triumvirato femminile a capo della F.E.D.».

È consuetudine infine l’associarsi nell’attività lavorativa tra donne, soprattutto le professioniste e le lavoratrici autonome.

Non siamo tutte partite da lì? Vale a dire voltarsi dalla parte delle donne per trovare forza, cercare la collaborazione e la persona di cui aver fiducia.

Come conseguenza di quello che ho raccontato fino ad ora, io mi arrischio a dire che il conflitto tra donne e uomini è, oggi, uno di quelli centrali: della politica, dell’economia, del lavoro, della demografia e della cultura in generale.

Nel margine (separazione che ha voluto dire staccarsi anche dalla rivoluzione del 1968, gruppi di sole donne) abbiamo guadagnato agio e libertà (F. Collin). Ma oggi possiamo ancora ribadire il valore di quel margine? Io credo di no. Credo ci sia il rischio di diventare marginali, nella calma interna che si è guadagnata nella propria vita, ma che manda via ogni inquietudine e desiderio di conflitto.

Ricordate la sintesi di quella rottura iniziale? Altrove e altrimenti, cioè una diversa pratica politica e luoghi non convenzionali dove svolgerla.

Io personalmente intendo, e l’ho già detto e scritto, tenere fermo l’altrimenti ma non l’altrove.

E allora, che cosa vuol dire oggi mettere in discussione l’altrove?

Vorrei che su questo si aprisse un confronto.

«Sono le storie a spingermi a fare cinema. Poterle raccontare con il cinema. Le storie mi investono, mi riempiono, mi danno urgenza». Così dice Anne Fontaine a proposito del suo ultimo lavoro, Agnus Dei.

Alcune frasi di un diario scritto nel ’45 dalla dottoressa Madeleine Pauliac della Croce Rossa francese, su episodi di violenza sessuale accaduti in un convento in Polonia, sono sufficienti a convincerla ad approfondire i fatti, a risalire alle fonti e ad elaborare la sceneggiatura.

Nel diario non sono riportati i dettagli, solo l’incontro delle suore con la dottoressa.

La storia nel film assumerà unicità di tempo e luogo, ma di fatto le fonti provengono da tante storie di violenza perpetrate dai soldati sovietici in luoghi diversi e in tempi diversi in Polonia durante l’occupazione e nell’immediato dopoguerra.

Madeleine Pauliac, che nel film diventerà Mathilde Beaulieu, fu partigiana nella Resistenza francese e dall’aprile 1945 prestò servizio come medica della Croce Rossa a Varsavia con il compito di coordinare la cura e il rimpatrio dei soldati francesi feriti rimasti nei territori russi e polacchi. Fu in quella veste che incontrò e curò le suore di un convento benedettino di clausura, venendo a conoscenza degli orrori accaduti nei reparti maternità degli ospedali e nei conventi.

Nel film la violenza è già accaduta. La riflessione della regista è sul dopo, sulle conseguenze.

E queste riguardano la fede e la salvezza; la colpa e il peccato; la vergogna e lo scandalo; la maternità – la sua accettazione e il rifiuto; e il dolore incancellabile dei ricordi. Una miscela complessa da saper tenere in equilibrio per far risultare il racconto convincente e coinvolgente.

Più che sulle parole e sui dialoghi, il film si sofferma e indaga le emozioni. Dai volti e dai corpi violati delle suore legge la sofferenza, la vergogna; mostra il pudore, il desiderio di ritrarsi, di non rivelarsi; il rifiuto di essere toccate e curate; il bisogno di mantenere una distanza, di nascondere e nascondersi. La camera si avvicina ai volti, li inquadra come a volerne carpire i sentimenti fino quasi a entrare sotto la pelle.

L’ingresso di Mathilde Beaulieu nel convento sarà il nodo su cui il film si svilupperà, a partire dal forte scontro fra due concezioni della vita e dello spirito: quella laica e solidale della dottoressa che fa della cura degli esseri umani il centro del suo credo e quella religiosa che nella fede in Dio e nella sua Provvidenza vede le sole vie per la propria salvezza eterna. Il canto dell’Agnus Dei – «Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo abbi pietà di noi. Agnello di Dio che togli i peccati del mondo dona a noi la pace» – indica dove le religiose ripongono sommamente la speranza di una nuova vita.

Ma se è vero che la pace tanto invocata seguirà le vie misteriose della misericordia divina, quella terrena forse sarà un traguardo raggiungibile solo dopo un lungo percorso di guarigione e di cambiamento. Il rapporto di fiducia e di affetto nato fra Mathilde e suor Maria, che a cascata coinvolge le altre sorelle, è un buon auspicio per quanto sappiamo della capacità generativa e terapeutica che le relazioni fra donne mettono in atto.

Diretto magistralmente, il film che ha un buon ritmo tiene viva la tensione, fra colpi di scena e atmosfere misteriose, grazie ad un montaggio che privilegia cambi veloci.

Indimenticabile la fotografia di Caroline Champetier: splendida nelle tonalità del bianco invernale, del grigio del paesaggio e del convento, del nero delle vesti monacali e del seppia che illude su una distanza da un passato che tanto lontano non è. Anzi.

Anne Fontaine si interessa di cinema dagli anni ottanta, prima come attrice e poi come regista. È famosa per l’originalità dei suoi soggetti. È autrice, fra gli altri, di Coco avant ChanelIl mio miglior incubo con una straordinaria Isabelle Huppert, Two mothers, tratto dal racconto di Doris Lessing e di Gemma Bovery.


La Redazione ristretta della rivista Via Dogana vi invita a partecipare attivamente

 (o passivamente, perché no?)

 alla

Redazione allargata cioè aperta alle persone curiose o interessate o appassionate, di

politica

la domenica 13 novembre 2016 ore 10-13 circa presso la Libreria delle donne

 in via Pietro Calvi 29 Milano,

con seguito di spuntino, come una Colazione sull’erba senza erba.


Quando ci troveremo, sapremo com’è finita tra Hillary Clinton e Donald Trump. Chi scrive questo invito, non lo sa. Dicono che vincerà lei, è probabile. Noi, donne e uomini impegnati da molti anni e consapevolmente nel cambiamento del mondo per quel che riguarda i fondamentali rapporti donna-uomo, che cosa vediamo e come giudichiamo lo stato delle cose? che “stato” non è, perché la realtà si muove con una rapidità pari a quella dello scongelamento del Polo nord. Come ci regoliamo? Ci sono scommesse vinte, altre non ancora vinte, da tenere ferme o da abbandonare? Ci sono previsioni da cambiare, aspettative da definire, misure da prendere e le più importanti, forse, sono quelle soggettive, perché riguardano il nostro sentire, onde capire quello che avviene… I mutamenti più appariscenti riguardano la ridistribuzione del potere politico tra donne e uomini. Ma va detto subito che c’è dell’altro da vedere e valutare…


L’incontro di VD 3 sarà introdotto da uno scambio tra due che, alla domanda “che ne è delle donne dopo quarant’anni di movimento femminista?” non rispondono uguale: Lia Cigarini e Giordana Masotto, le quali arrivano al reciproco confronto con domande che vogliono rivolgere anche a noi del pubblico.


Moderatrice, Luisa Muraro.


Si prega di venire senza prenotare

Quando alcuni anni fa mi sono adoperata perché Eredibibliotecadonne facesse ingresso nel web, inesperta com’ero del mezzo, pensavo che il blog più che un diario potesse rappresentare una specie di vetrina atta a mostrare certamente pratiche e pensieri attuali ma a rendere anche visibile il background della comunità, il bagaglio di esperienze, di competenze e relazioni, il ‘patrimonio’ comune; non nascondo neppure che il desiderio mio e delle altre contenesse anche l’intento pedagogico di trasmettere la storia e il senso del nostro agire politico. Ho però dovuto poco dopo ammettere che l’attenzione di visitatrici e visitatori si concentrava prevalentemente sulle ultime pubblicazioni e neppure qualora vi fosse un esplicito riferimento o il lettore venisse indirizzato a post precedenti con appositi link, si verificava un accesso significativo a questi ultimi; dai commenti raccolti di qualcuno/a dei pochi che si erano applicati ad un lettura completa del blog, ho ricavato l’impressione che il contenuto dei post venisse di norma percepito come contemporaneo a prescindere dalla data di pubblicazione e dai riferimenti a precedenti richiamati per documentare i passaggi più significativi della storia della comunità.

Anche nei social media il meccanismo di schiacciamento del tempo al presente agisce con inesorabilità e semmai con maggiore celerità: accogliamo l’ultima notizia, ci piaccia o meno il contenuto, come attuale, interessante e vera semplicemente perché nuova, per rimuoverla appena compare la news successiva che diviene a sua volta quella attuale, interessante e vera per definizione; anche qualora compare un post che ripropone un contenuto non nuovo, perché già pubblicato o perché evoca un accadimento passato, il messaggio viene ugualmente percepito come attuale, suscita emozioni e genera gli schieramenti pro o contro come fosse appena successo.

Pur non essendomi sottratta alla meraviglia di fronte alla potenza di un mezzo che ti tiene costantemente connessa in una rete che avvolge la terra e ti può mettere al centro di un flusso di comunicazione che arriva ovunque, non ho potuto evitare la delusione nello scoprire che il web essendo governato da regole che obbediscono a una logica degli opposti (vero/non vero, nuovo/non nuovo, piace/non piace, ecc.) è un ambiente adatto a suscitare reazioni, alternarsi di emozioni e sentimenti ma inadatto a significare il perché, il come e il dove quegli stati d’animo prendono origine, eccezionalmente efficace nella divulgazione dei fatti ma inefficace nel rappresentare lo sviluppo delle vicende e dei pensieri dai quali sono originati; per quanto si abbia cura di rendere intellegibile negli interventi lo spessore storico di un accadimento attraverso la concatenazione di eventi che l’hanno reso possibile, l’attenzione di chi legge si concentrerà sui singoli eventi piuttosto che sulla concatenazione, dimodoché il racconto verrà percepito come una sequenza di fatti piuttosto che una storia.

La rete, pur straordinariamente favorevole alla diffusione di messaggi, qualora venga utilizzata come spazio pubblico per riflessioni e approfondimenti e comunque per ragionamenti che vadano al di là del qui ed ora, rivela invece il suo limite strutturale: non è in grado di mostrare ciò che avviene vivendo. Possiamo anche impegnarci a interagire col pubblico attraverso forum e gruppi di discussione, ma non per questo riusciremo a riprodurre l’autenticità e la consistenza che si ricava dalle riflessioni scambiate in presenza; possiamo pensare di ricorrere al mezzo più frequentato da ragazzi e ragazze per mettere a disposizione delle nuove generazioni elaborazioni, pensieri e testimonianze, ma i nostri tentativi andranno incontro a frustrazione di fronte all’evidenza che il web non può sostituire l’insegnamento, il racconto e la trasmissione della memoria dal vivo e neppure l’apprendimento fecondo che si ottiene faticando sui libri. L’ambiente si presenta perciò impermeabile a quanto dell’esperienza femminile avviene nella concretezza del legame con i corpi e non si rivela idoneo a rappresentare quegli aspetti che costituiscono i punti di forza della politica delle donne: la centralità delle relazioni, il costruire pensiero come fare storia in presenza, il passare memoria dal vivo attraverso il racconto a partire da sé.

Non mi convince almeno per il momento la visione di una rete trasformata attraverso pratiche politiche mirate a cambiarne le regole di funzionamento e magari a introdurre algoritmi ‘sensibili’ alla differenza sessuale e non ostili alle donne. Se anche avvenisse una rivoluzione dell’informatica tale da rendere possibile rappresentare quel territorio di mezzo che sta nei passaggi da uno stato all’altro (dal vero al falso, dal nuovo al vecchio, ecc.), internet rimarrebbe comunque uno scenario altro rispetto a quello dove si sviluppano le vicende umane con i loro chiaroscuri e ambiguità e dove la storia nasce dall’esperienza e incarnandosi nella vita orienta le generazioni al futuro. Penso sia invece nell’ordine delle cose possibili che le donne si facciano promotrici di un dibattito finalizzato a individuare e definire misure e comportamenti nel rapporto con la rete tali che, in considerazione delle opportunità e dei limiti del mezzo, consentano di ricavare da essa il massimo guadagno evitando i rischi di depotenziamento e banalizzazione cui vanno facilmente incontro le proposte politiche entrando nel mondo virtuale.

Alla luce dell’esperienza di Eredibibliotecadonne mi sento di concludere che la rete, data la sua potenza nel diffondere annunci e informazioni come nel sollecitare interesse ed emozioni, può favorire l’azione politica nella dimensione attuale e contingente, a patto che gli interventi risultino legati a pratiche in essere e compaiano il più possibile in tempo reale; per quanto riguarda invece i progetti a lungo termine o le pratiche destinate a produrre effetti nel tempo, il mezzo non appare adeguato, non dico a rimpiazzare, ma anche solo a supportare il paziente lavoro di costruzione di relazioni e di sedimentazione di esperienze che svolgiamo nei luoghi dove viviamo e ci incontriamo e neppure la trasmissione di sapere e di memoria, che sarà bene continuare ad affidare alla carta degli archivi e delle biblioteche

La rete offusca la differenza sessuale. Anche quando sappiamo il sesso dell’altro, ne abbiamo una percezione molto più debole, perché né lo vediamo né lo sentiamo. Nei primi forum ci si presentava anonimi. Nei social media di oggi ci si presenta svelati; quel che sfugge all’evidenza si perde. Questo favorisce un pensiero neutro. Così come il continuo procedere per operazioni induce al pensiero semplificato e l’ausilio tecnologico all’idea di aver sempre meno bisogno degli altri.

Nei forum si alternavano discussioni soddisfacenti con talenti sconosciuti ad altre assurde con personaggi indegni e strampalati, comunque accettati dal gruppo. Per me, era un esercizio dialettico, migliore delle riunioni di partito, che infatti abbandonai, pur conservando l’appartenenza. Su Facebook, persi anche l’appartenenza e divenni un militante autosufficiente. In rete, i miei leader mi apparivano più modesti; tanti documenti si trovavano a portata di mouse; pubblicarsi era ormai molto semplice. Pure sul piano psicologico. Scrivere e postare mi dà molto meno disagio che prendere la parola di persona. Inoltre, è più facile condividere interessi tra le moltitudini virtuali che tra le proprie ristrette cerchie reali.

Luisa Muraro dice che Facebook è più di uno strumento, è un ambiente. In effetti, diversamente dai forum che, fuori della pubblicistica autorevole, formavano comunità isolate, su server gestiti da piccole imprese, a cui ci si connetteva da postazioni fisse per un tempo limitato, Facebook, una multinazionale che raccoglie e vende i nostri dati, è un integratore orizzontale senza un centro, a cui siamo sempre connessi da dispositivi mobili, in condizione di rapportarci con chiunque.

Oltre a essere un territorio virtuale, è una forma mentale influente su tutta la realtà. Pensiamo agli argomenti a favore delle riforme elettorali e costituzionali: conoscere subito il vincitore la sera delle elezioni, stabile per cinque anni, alla guida di un procedimento legislativo rapido, non sembra un modello di democrazia algoritmica? Un modello persuasivo per chi passa il tempo a compiere operazioni dall’esito immediato, senza perdere tempo a pensare, discutere, mediare. Vita Cosentino racconta come gli algoritmi siano ormai usati nel governo della scuola, per assegnare le cattedre e generare l’orario scolastico.

I social media comunque sono apprezzabili per le opportunità inclusive ed espressive che offrono. Qualcuno emerge come autore e si propone al pubblico, senza il filtro di editori, produttori, direttori. Tuttavia, questa possibilità, che libera dalle relazioni di potere, libera da tutte le relazioni. Gli stessi editori fanno a meno di molti autori o li pagano in visibilità. Le amicizie si rivelano spesso deludenti; negli scambi il possibile vantaggio della risposta differita è sprecato da risposte reattive, compulsive, ripetitive; talvolta pericolose, come mostra il cyberbullismo.

Tuttavia, un vantaggio è certo. La rete trasforma telespettatori passivi, già sottratti alla lettura e alla socialità, in naviganti interattivi. E navigatrici. Facebook è esploso in Italia al tempo della parola ‘femminicidio’ e delle proteste contro la rappresentazione berlusconiana della donna. Questo ha orientato il femminismo sul web, divenuto presto più visibile di quanto fosse su TV e giornali. Per converso, è divenuto visibile anche l’antifemminismo.

Luisa C. B. a Via Dogana 3 ha testimoniato uno stato d’animo comune a molte giovani femministe in quotidiano conflitto con l’antifemminismo: ragazze combattive e determinate, ma incerte sulla direzione del mondo. Negli anni ’80, si percepiva un mondo avviato all’emancipazione e si vedeva lo spazio per affermare la differenza oltre l’uguaglianza. Oggi, i temi prevalenti sono il femminicidio, la violenza, la prostituzione, la sindrome d’alienazione parentale inventata contro le madri, le discriminazioni, il sessismo. La differenza può sembrare un lusso, un’insidia, o soltanto la si ignora. In rete, il negativo prevale sul positivo.

Inoltre, nella multimedialità, il visivo prevale sugli altri sensi. Il pensiero complesso e strutturato di un saggio non può competere con il bombardamento di messaggi emozionali. Esistono siti culturali che coinvolgono nicchie e minoranze più estese di un tempo, ma di minor peso specifico a fronte di un pubblico produttore di un sovrastante rumore di fondo. Negli anni ’80, l’esperimento dei telefoni aperti di Radio Radicale diede voce ad una violenza e un razzismo che, finché sommersi, non sembravano inquinanti. La tecnologia liberatoria, libera anche loro.

La speranza in una evoluzione è contraddetta dal fatto che la tecnologia libera pure dall’uso delle facoltà mentali: calcolare, ricordare, selezionare, riflettere. Lo sviluppo degli algoritmi fa credere che sia sempre più sufficiente immettere dati e lasciarli elaborare in automatico. Analisti preoccupati ci avvertono di questi pericoli e vanno considerati. Insieme, va tenuto conto che la critica alle nuove tecnologie è spesso orientata da studiosi legati ai vecchi media accessibili a pochi in concorrenza con i nuovi media aperti a tutti.

In passato, il movimento operaio ha dato vita a riviste teoriche, organizzazioni, scuole di partito; le femministe sono diventate scrittrici, filosofe, hanno creato scuole di pensiero e di scrittura. A qualcosa del genere vorrei prendere parte oggi, per fare della presenza in rete una pratica e una teoria collettiva, oltre una presenza casuale e dilettante, per lo più individuale.

Molto ancora dipende da ciò che viene prima della rete, ma oggi in essa continua e si amplifica. Il neoliberismo è fallito, ma sopravvive in assenza di alternative. Un suo punto di forza è la declinazione libertaria e individualista della libertà che, per esempio, imposta e limita i dibattiti sulla maternità surrogata, la prostituzione, la pornografia. La malintesa liberazione sessuale della pornografia, attraverso cui fantastica il revanscismo maschile, plasma tanta parte dell’immaginario e del linguaggio fin dall’adolescenza. Il disordine postpatriarcale sfuma lo stesso metro di misura maschile. Il pensiero della differenza rifiuta l’emancipazione come adattamento della donna all’uomo, ma il parametro a cui non adattarsi è sempre più confuso. Molti uomini, e io tra loro, per rifiutare la mascolinità, o nel reagire in modo passivo-aggressivo al femminismo, evitano o rifiutano di assumere responsabilità, iniziativa, decisioni. Così, invece che maschile universalizzato, il neutro diventa indifferenziato.

Mi sembra molto importante l’aver puntato l’attenzione sugli algoritmi, domandandosi se siano o no amici delle donne, come emerge dai contributi che stanno affluendo a questo numero di Via Dogana tre.
Alice Peverata nel suo testo mette in evidenza che le caratteristiche degli algoritmi sono “quanto di più lontano ci sia dal rapporto alla cui base troviamo sempre un’interazione, uno scambio e allo stesso tempo un’apertura sia tra chi lo intrattiene che con il mondo circostante”; e Luisa Muraro sottolinea “la rigidità meccanica” come “il problema che pongono gli algoritmi utili a governare la massa sterminata dei dati”. E aggiunge che “i droni uccidono terroristi non giudicati ma calcolati come tali con un margine di errore non umano ma statistico”.

Quello che mi preoccupa – e si evince anche dall’esempio terribile portato da Luisa Muraro – è che l’uso degli algoritmi è entrato in modo pervasivo nella società in tutti i suoi aspetti, come nei luoghi di lavoro, quando si deve trattare una massa di dati. Porterò come esempio la scuola, che è il mio campo. Chiediamoci: cosa capita a scuola se a governare è l’algoritmo?

Leggendo sui giornali le continue storie di insegnanti che per avere una cattedra devono per esempio lasciare marito e figli/e a Palermo, dove pure esistono cattedre scoperte e trasferirsi a Milano, dove pure esistono insegnanti che quel posto potrebbero occupare, cosicché questo inizio di anno scolastico comincia nel massimo della disorganizzazione, mi sono chiesta più volte perché si agisse in modo così insensato. Poi, sempre dai giornali, ho saputo che il Ministero dell’istruzione per collocare le/i docenti ha usato un algoritmo per il trattamento dei dati e si è affidato ciecamente alla sua applicazione. La “Buona scuola” del governo Renzi pensava di essere moderna ed efficiente scartando il fattore umano, i rapporti con i sindacati, le storie individuali e collettive e ha prodotto solo caos e un malessere profondo che riscontro in ogni insegnante con cui mi capita di parlare, che abbia o non abbia il posto di lavoro. Ora, al ministero, stanno ammettendo qualche errore, ma questo non basta. C’è una forma mentis da smantellare.
Ogni insegnante sa per esperienza che non può esistere un programma di computer che sia in grado di formulare da solo un orario scolastico soddisfacente per tutti – e qui i dati da trattare non sono neppure sterminati! Ci vuole di mettersi a tavolino, ascoltare le esigenze e mediare, aggiustare, con la consapevolezza che le misure dell’efficienza sono altre quando di mezzo c’è l’umano. Se l’insegnante sta male a soffrirne saranno gli studenti e le studentesse.
Ma veniamo al punto più dolente. La pretesa di governare la scuola tramite algoritmi si sta rivolgendo allo stesso mestiere di insegnare. E uso volontariamente la parola mestiere per sottolineare l’aspetto artigianale di questo lavoro. Prima, con la programmazione, l’ispirazione proveniva dalla fabbrica fordista. Era del tutto impropria, ma la gestione rimaneva nelle mani dell’insegnante. Era più facile sottrarsi, per esempio ricopiando anno dopo anno le stesse programmazioni per adempiere agli obblighi burocratici, e poi passare alle “cose serie”: il lavoro di relazione con studenti e studentesse che è la via principale perché si riesca a insegnare qualcosa.
Siamo state proprio noi insegnanti femministe a mettere in crisi il paradigma della programmazione e affermare la centralità della soggettività e della relazione a scuola. Fin dagli anni ’80. Poi sono seguiti i percorsi di autoriforma condivisi anche con uomini ad alimentare una pratica e una cultura che oramai circola comunemente nelle scuole ed è orientata in modo ben diverso dalla “rigidità meccanica” della scuola-azienda.
Con l’algoritmo si fa un passo molto più in là. La grande massa di dati non può essere trattata dall’insegnante. La gestione sfugge dalle sue mani. Le prove a test vengono da fuori, così come la loro soluzione, vedi le prove Invalsi predisposte uguali per tutte le scuole in Italia. Le multinazionali hanno capito che per le merci il mercato è quasi saturo mentre se ne apre una bella fetta nei servizi, scuole e ospedali per esempio. Hanno cominciato a sfornare test e altri marchingegni che stanno invadendo sempre di più le scuole. Ci sono innumerevoli competenze da “testare”!
In questa concezione quale diventa allora il lavoro dell’insegnante?
Heinz von Foerster è l’inventore della cibernetica di secondo livello e non può essere certo annoverato tra i detrattori delle nuove tecnologie. Pure lui sosteneva già molti anni fa che i test misurano “il livello di banalizzazione a cui è giunto un essere umano”. Ed è questo il punto. Quello che si mira a far fuori è proprio la soggettività di chi insegna e di chi impara. Prima dell’estate al momento delle prove Invalsi si è creato un movimento di opposizione e di rifiuto a sottoporsi ai test. È ora di esprimere più a fondo e meglio le ragioni della soggettività di chi ogni giorno abita la scuola.

Conclude Luisa Muraro il suo testo Ragazze e algoritmi, una spiegazione del 23 settembre: «ma il cambiamento non rispecchia visibilmente l’opera di una crescente libertà femminile, che pure esiste … E questo è diventato per me un punto di partenza. Spero che lo sia anche per altre».

Punto di partenza per una discussione collettiva, ma non nella situazione stessa, direi. Questa è la situazione esposta da Luisa, la ridico: la nostra cultura di scambi smisurati è regolata secondo la rigidità meccanica fornita dagli algoritmi. Ma questa situazione è già avanzata, allora il punto di partenza riguarderà la discussione, e parta dalla libertà femminile che già c’è.

Libertà che ha anche messo le ragazze nelle forze armate e potrebbe mettere una ricca avvocata e politica guerrafondaia a capo del più importante apparato politico-militare del mondo. Dove è andata questa libertà? Non è più “parità” da tempo, e anche il “tetto di cristallo” è sfondato. Però l’edificio – forse aperto verso l’alto, chissà – è anche diventato comune, lo abitano donne e uomini in libere relazioni… per un unico fine, almeno in occidente, per la comune cultura e civiltà… da migliorare beninteso. In questo punto preciso, io mi sento in una impasse. Ad esempio non riesco a parteggiare per Hillary, nemmeno per essere contro Trump, come vedo fare da Ida Dominijanni. Non so, non mi oriento, rimpiango un po’ l’“estraneità”.

Da tempo alla Libreria delle donne di Milano ragioniamo su come donne e uomini stanno in luoghi molto segnati da una cultura tradizionalmente maschile, come quelli scientifici e/o tecnologici. La rete è uno di questi. Luisa Muraro in Ragazze e Algoritmi: una spiegazione, per Via Dogana 3, scrive che la rigidità meccanica degli algoritmi, utili a governare la massa sterminata di dati, non “rispecchia visibilmente l’opera di una crescente libertà femminile, che pure esiste”. E mette in guardia dalla statistica (io sono una biostatistica) ricordando che «i droni uccidono terroristi calcolati come tali con un margine di errore non umano ma statistico».

In Gli algoritmi non sono amici delle donne, sempre per Via Dogana 3, Alice Peverata, giovane ingegnera, scrive che la ricchezza femminile non si confà ad un meccanismo sequenziale ed inequivocabile come quelle degli algoritmi.

In passato io e Laura Colombo (web-mater del sito della Libreria delle donne di Milano) abbiamo ragionato e scritto in diverse occasioni su cosa vuol dire fare politica delle donne sul web, e il rischio di far fuori la differenza sessuale e perdere le potenzialità dello scambio in presenza, se si rinuncia al sapere che viene dall’incontro di “corpi”, che permette di pensare, confliggere e reinventare le relazioni, tenendo conto anche di ciò che non passa per il linguaggio scritto.

Tutto questo è lì, dobbiamo tenerlo presente e raccontarlo, per non farci giocare dalle magiche sorti progressive della scienza, della tecnologia, del web.

Ma allo stesso tempo devo ammettere che ho esultato quando su Facebook ho letto l’ultima intervista della regina del pop eclettico, Björk, cantautrice, compositrice e produttrice discografica. Una donna coraggiosa, impegnativa, difficile, eclettica, che ama sperimentare e creare una musica che richiede tempo per essere compresa e non si preoccupa di rendersi piacevole e commerciale. Nonostante questo nel 2003 ha venduto in tutto il mondo 40 milioni di dischi, ha vinto innumerevoli premi internazionali, per l’originalità delle sue canzoni, le innovazioni tecnologiche dei suoi video e persino la Palma d’Oro e il premio per Miglior Attrice al Festival di Cannes nel 2001. Persino il MoMA di New York le ha dedicato retrospettiva, in onore della sua carriera di artista.

Nell’articolo del 24 settembre pubblicato su Repubblica.it e intitolato Björk: La tecnologia libera le donne dai giochi di potere la cantautrice presenta una app (“Biophilia” la prima app che entra al MoMA) che rende l’ascolto della musica un’esperienza non più esclusivamente passiva: l’app «permette di trasformare ogni traccia in un gioco e contiene programmi con cui lavorare sui testi delle canzoni e fare musica. L’applicazione è stata utilizzata addirittura in molte scuole islandesi e della penisola scandinava per insegnare musica ai bambini.» Conclude l’intervista, che ha rilasciato in occasione di una mostra interattiva rivoluzionaria a Londra sulla realtà virtuale, affermando che la tecnologia «svincola le donne da sistemi di patriarcato e giochi di potere» e grazie ad essa crea la sua arte. Con le nuove tecnologie si possono realizzare video digitali anche senza grandi mezzi economici, e si è meno soggetti al potere delle case produttrici. In un’altra intervista sul Guardian1 spiega che con i video digitali di questa epoca storica si sperimenta un’enorme libertà, specialmente per le donne, come ai tempi delle video-artiste degli anni ’70.

Ecco, leggendo Björk ho esultato perché lei e un bell’esempio di quella grandezza femminile che osservo sempre più nel mondo. La storia del femminismo ha mostrato che le donne ovunque decidano di andare, anche nei luoghi più patriarcali, nei luoghi di potere della politica istituzionale, nell’ambito della ricerca scientifica e della tecnologia, sanno fare invenzioni per portare la loro soggettività.

Un altro bell’esempio che ho vissuto più da vicino riguarda l’ultimo congresso internazionale di una società scientifica di ricercatori di base a cui ho partecipato come organizzatrice e relatrice. Si trattava di un congresso con scienziati che venivano da tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti, e come ogni congresso scientifico gli interventi preordinati avevano una struttura molto simile, il linguaggio è molto tecnico, chiuso agli addetti ai lavori, le presentazioni in power point sono costruite in modo standard, e di spazi di libertà e di esprimere la propria soggettività se ne vedono molto pochi. Ma questa volta, insieme ad una spagnola, una francese e un paio di amiche ricercatrici italiane, abbiamo deciso di inserire una tavola rotonda per ragionare a modo nostro sulle donne nella scienza, facendo incontrare scienza e filosofia, discutendo in modo libero, circolare, partendo dalla nostre esperienze, per capire in che ambiti le scienziate scelgono di essere e perché, come lavorano, come raccontano il loro lavoro, come affrontano le difficoltà nel gestire maternità e professione… Durante la tavola rotonda emergeva con chiarezza quanto fosse diffusa la consapevolezza che non ha senso parlare in termini di uguaglianza, tra ricercatori e ricercatrici, e che quella scienza che ha la presunzione di essere universale e valida per tutti ci perde anche in termini di sapere scientifico se non ragiona sulla differenza sessuale, sia dal punto di vista del modo di indagare il reale, quindi del metodo scientifico, che dell’oggetto di studio (dalla cellula all’umano). E così la biostatistica nelle mie mani diventa uno strumento potente e flessibile, che mi aiuta a indagare e rappresentare la variabilità del reale, prima di tutto il modo in cui uomini e donne affrontano le malattie e la cura.

Concludo sottolineando che se guardiamo alla storia e a quello che è successo con la rivoluzione femminista, sappiamo che l’opera della crescente libertà femminile esiste se sappiamo raccontarla, se ci assumiamo la responsabilità di guardare con la lente della differenza sessuale anche, e soprattutto, negli ambienti che sembrano più neutri, come possono essere quelli tecnologici e scientifici: sono tante le donne che non rinunciano più a essere sé stesse e a portare la loro soggettività là dove sono, dipende anche da noi metterle al centro della scena.

Perché se è vero che la ricchezza femminile si manifesta nella sua pienezza nell’ambito letterario e nelle cosiddette materie umanistiche, sabato all’incontro alla Libreria delle donne di Milano, alla discussione partendo dal libro di Vita Cosentino Scuola, sembra ieri, è già domani di Moretti & Vitali, una professoressa di liceo ha ribadito che la matematica che lei insegna ai ragazzi è anch’essa un’occasione di libertà per studentesse e studenti, per scoprire come il mondo può trasformarsi nelle loro mani, partendo dai loro desideri.

Per questo continuo a insistere che il problema non è la rete, la tecnologia e la scienza, che nelle mani delle donne possono trasformarsi in possibilità di libertà e di illuminare in modo diverso il mondo.
Il segreto è non rinunciare ad esserci con coraggio e inventiva svincolandosi «dai sistemi di patriarcato e i giochi di potere», anche grazie alla tecnologia e alla scienza, perché anche Björk ne è convinta: una terza o quarta ondata di femminismo è nell’aria2.

  1. «I really feel now those headsets are like a private theatre of anarchy. I have an enormous freedom, I can set up anywhere. And I’m noticing more and more that it is especially liberating for women since we don’t have to deal with the history of patriarchy or play any power games», she says, comparing the process to the work of female video artists in the 1970s. «It is an open field, it’s wide open». https://www.theguardian.com/music/2016/sep/02/bjork-digital-vulnicura-vespertine ↩︎
  2. http://pitchfork.com/features/interview/9582-the-invisible-woman-a-conversation-with-bjork/ ↩︎

Lo strano titolo della Redazione allargata VD3, 11 sett. 2016, ha un significato che si è chiarito con l’incontro dell’undici, in parte. In parte resta da chiarire, mi sono resa conto, anche da parte mia che l’ho ideato. Preciso che l’ho ideato come una situazione più che come un tema. Mi pare che l’incontro sia andato bene, ha fatto affiorare temi e problemi.

Racconto l’inizio. Un anno fa ho incontrato una giovane anzi giovanissima donna dal carattere combattivo, di nome Luisa C.B. Ha cominciato a venire alla Libreria delle donne di Milano, via Pietro Calvi 29, e un giorno mi ha detto: “con voi della Libreria non dico che sono femminista, non me la sento, ma con le mie amiche e amici lo dico, perché è oggettivamente così”.

Ha aggiunto altre cose, fra cui che la parola “oggettivamente” le piace. Ha accettato volentieri la mia proposta d’introdurre con me la redazione allargata di VD 3.

In effetti, lei è veramente femminista, lo è nel senso oggi più condiviso: l’uguaglianza tra donne e uomini non è ancora raggiunta. Va detto però che questo senso di una giustizia ancora negata alle donne, non è accettato da alcuni della sua età, maschi un po’ sbruffoni o forse veramente antifemministi. (Il che si nota anche a livello mondiale.) Quando nascono conflitti, ci ha raccontato, lei rivendica il suo femminismo, ma nota con disappunto la riserva in cui si tengono pubblicamente amici e amiche. A questo proposito ha parlato di una comfort zone, concetto per me nuovo. Fa capire qualcosa della reticenza giovanile e femminile, nonostante la libertà di parola che c’è grazie alla rete. Ma in presenza e in pubblico…

Perché, con noi della Libreria, Luisa C.B., pubblicamente combattiva, esita a dichiararsi femminista?

Anche questa sarebbe reticenza? No. Secondo me, essendo lei una tipa intelligente, ha avvertito che per noi c’è dell’altro oltre alla questione dell’uguaglianza non raggiunta tra donne e uomini. Lo sente ma non sa che cos’è.

Che cos’è, in effetti? Noi crediamo di saperlo compiutamente ma la nostra è una mezza presunzione. Sappiamo dirlo, sì. Si tratta di far venire al mondo il senso libero della differenza sessuale, dentro di sé, nei rapporti con gli altri e nella cultura vissuta a quei livelli per cui diventa creativa.

Ben detto ma anni di frequentazione, letture, scritture, convegni, citazioni, ci fanno credere di avere messo al sicuro l’essenziale, ossia quello che è stato il movente effettivo della rivolta delle donne. Una Carla Lonzi mirava alla libertà, non all’emancipazione.

Stiamo parlando di un’impresa non solo del femminismo, ma dell’intera civiltà umana, oggi. Impresa di cui è difficile comunicare il movente, che è un desiderio soggettivo, e la misura, data dalla libertà personale. Doppiamente difficile in una cultura dove gli scambi crescono a dismisura, e corre per ciò stesso il rischio di perdere la sua plasticità.

La rigidità meccanica, ecco il problema che pongono gli algoritmi utili a governare la massa sterminata dei dati, i famosi big data forniti dagli utenti della rete e disponibili a pochissimi. Sapete che i droni uccidono (effetti collaterali a parte) terroristi non giudicati ma calcolati come tali con un margine di errore non umano ma statistico?

A suo tempo, come qualcuna ricorderà, abbiamo parlato di un cambio di civiltà, anche sulla rivista Via Dogana: pensavamo alla libertà femminile che avrebbe trasformato donne e uomini nel modo di essere e di relazionarsi. Allora era più facile vederlo. Un cambio di civiltà è in corso, le donne c’entrano non poco, ma il cambiamento non rispecchia visibilmente l’opera di una crescente libertà femminile, che pure esiste. Luisa C.B., nell’incontro di VD 3, ha testimoniato l’una e l’altra cosa.

E questo è diventato per me un punto di partenza. Spero che lo sia anche per altre.


Care amiche di Via Dogana 3, ho partecipato alla riunione domenica 11 settembre e ho letto con molto interesse l’articolo di Alice Peverata Gli algoritmi non sono amici delle donne (16 settembre 2016).

Vi scrivo perché mi sono imbattuta in una notizia che dà spunti di riflessione proprio su donne e algoritmi.

Il 31 agosto 2016 Matt Day, giornalista esperto di tecnologia del Seattle Times, ha pubblicato un articolo in cui mette in luce come l’algoritmo di ricerca di LinkedIn, il social network dei professionisti in rete tra loro, non sia immune da pregiudizi di genere (How LinkedIn’s search engine may reflect a gender bias). Nel momento in cui si cercava il nome di una donna, “Stephanie Williams” è l’esempio di Matt, il sistema proponeva l’alternativa maschile “Stephen Williams”. Non era così se l’oggetto della ricerca era un nome maschile. Parlo al passato perché in pochissimi giorni LinkedIn ha cambiato l’algoritmo, proprio in seguito al report del Seattle Times: ora se si cerca il nome di una donna, non c’è alcun avviso ai naviganti per una possibile alternativa maschile (LinkedIn changes search algorithm to remove female-to-male name prompts, 8 settembre 2016).

In questi articoli, il giornalista sottolinea che ricercatori e ingegneri del software sanno che gli algoritmi di intelligenza artificiale alla base dei motori di ricerca sono soggetti agli umani pregiudizi. Nel caso riportato sembrerebbero ricondurre a uno schema neo patriarcale, passato dal subconscio dell’architetto software al codice attivato nel motore di ricerca. Il rimedio sembra essere la rimozione della differenza sessuale, entrata dalla finestra (come misoginia) con l’algoritmo di ricerca, dal momento che LinkedIn non chiede di dichiarare il proprio genere quando ci si registra. È una posizione in linea con l’altro paradigma alla base (anche) della rete, cioè il superamento della distinzione binaria maschio / femmina. Forse sta qui, tra patriarcato di ritorno e liquidazione della differenza, la lotta per un senso diverso da dare alla rete?

L’incontro di Via Dogana 3 Ragazze e Algoritmi ha dato il via in maniera spontanea a una riflessione circa il significato che le parole “ragazze” e “algoritmi” hanno per me e soprattutto il loro accostamento. Gli algoritmi non sono amici delle donne.

Che cosa è un algoritmo? È, come da definizione, una sequenza precisa di operazioni comprensibili e perciò eseguibili da uno strumento automatico. Il mio interesse è colto da due termini che identificano la parola: “sequenza” e “operazioni comprensibili”. Procediamo con ordine: l’algoritmo è sequenziale. Questa sua caratteristica lo rende quanto di più lontano ci sia dal rapporto alla cui base troviamo sempre un’interazione, uno scambio e allo stesso tempo un’apertura sia tra chi lo intrattiene che con il mondo circostante. L’algoritmo è invece incanalante: si segue sempre l’assioma euclideo del cammino più corto, più veloce e non c’è possibilità di cambiamento perché il meccanismo è lo stesso. Con quest’osservazione non voglio sminuire l’importanza pratica di operazioni meccaniche che noi tutti conosciamo, tenevo a rilevarne la differenza.

L’algoritmo è anche, per quanto leggiamo, privo di ambiguità. Qui si gioca un’altra importante caratteristica: ogni azione svolta deve essere univocamente interpretabile dall’esecutore e pertanto se qualcosa non ha i criteri per essere processato non entra nella logica dell’algoritmo.

Ora la parola “ragazze”. Non appena vidi il titolo dell’incontro mi sembrò che dall’accostamento tra le due nascesse un ossimoro. Perché questo? Per molto tempo le ragazze sono rimaste fuori da quella logica, non avendo forse, fortunatamente, i criteri per essere “processate”.

La ricchezza e la totalità femminile di cui scrittrici e scrittori oggi e nella storia hanno parlato non si confanno ad un meccanismo sequenziale ed inequivocabile. Questo non perché una donna sia per natura incomprensibile, ma la sua capacità di “raccogliere da ogni cosa soltanto ciò che la alimenta, che la vivifica” le fornisce mille sfumature che un algoritmo non può comprendere.

Io sono una ragazza e studio ingegneria. Questo argomento è vicino alla mia sensibilità: mi piacerebbe non dover rinunciare alla mia femminilità in alcuni momenti e luoghi della mia vita.

Qualcosa può cambiare. Potrebbe esistere un nuovo tipo di algoritmo? Un algoritmo flessibile?

domenica 11 sett. 2016, ore 10

in via Pietro Calvi, 29 – Milano


Che cosa sono gli algoritmi?

La parola viene dall’arabo (segno di riconoscimento: al-), in origine era il nome di un matematico arabo. Oggi indica le regole per fare operazioni meccaniche e sicure. Sono diventati molto importanti con la rivoluzione digitale, in quanto ottimi dispositivi di calcolo per chi vuole operare in maniera sicura e veloce sui grandi numeri che la Rete mette a disposizione.


Che cosa…, no: chi sono le ragazze? Sono donne (e uomini) nate e cresciute con la globalizzazione, e formate ai tempi della crisi-che-non passa; la precarietà gli appartiene in proprio, non se ne lamentano quasi, devono lottare per esserci e farsi (ri)conoscere.

Che rapporto fra quelli e queste? E che rapporto abbiamo con loro, le ragazze e gli algoritmi, noi fedeli alla rivoluzione femminista?


Non si tratta di fare della sociologia ma di ritrovarci in quello che si presenta come un cambio di civiltà.

Lo scambio sarà liberamente aperto alle persone e alle questioni. Sarà introdotto da due comunicazioni:

-Luisa Muraro, socia fondatrice della Libreria delle donne, Da Berlusconi a Trump, dalla televisione a internet;

-Luisa Carnevale Baraglia, maturità superata nel 2016, Noi e il femminismo.

Cara Via Dogana 3,

in questa estate che sembrava decollare con fatica, leggo sul sito della Libreria che l’incontro di via Dogana 3 del mese di luglio non ci sarà. Mi dispiace e attendo con curiosità l’incontro di settembre. Con il caldo in arrivo il bisogno di vacanza comincia a farsi impellente. Ma il sito resta aperto e quindi, mi dico, perché non restituire qualche eco che la partecipazione agli incontri ha avuto per me? Ripercorro alcune suggestioni.

Non casualmente, tra gli incontri a cui ho partecipato, quello che più ha avuto risonanza in me è stato l’incontro del 13 settembre Farsi forza.

Il sentimento della mancanza, del non saper riconoscere la propria forza ma anzi sminuirla e disperderla, è un vissuto con cui combatto sempre, non mi risparmia mai, nemmeno sotto la canicola estiva. Certo, mi dico, anni e anni di patriarcato, di storia scritta al maschile, qualche danno nel profondo l’avranno pur fatto!

Ho delle amiche molto care, splendide donne intelligenti e resistenti, che mi fa piacere incontrare perché mi riscaldano il cuore. Eppure, eccole là, per difendersi dagli inevitabili vissuti di solitudine e dai travagli della vita, ognuna a cercar risposte altrove: terapeuti per analisi interminabili, uomini rincorsi per storie improbabili, frenetiche attività con cui riempire il poco tempo sottratto al lavoro e alla famiglia per poi lamentarsi di non avere mai tempo. Insomma, ragazze! Come dire, tutte a rifugiarsi in un individualismo un po’ narcisista che non aiuta, che isola ed amplifica i vissuti di solitudine. Tutto questo spesso nell’inconsapevolezza della propria capacità e forza che, condivise con altre, potrebbero far nascere energie nuove da usare per sé e per il mondo.

Io non sono diversa da loro, ed è anche per questo che mi sono così care e vicine. Tuttavia come ha scritto Luisa Muraro nel suo Non è da tutti. L’indicibile fortunadi nascere donna – «il senso della mancanza tiene la porta aperta (…) ed è proprio la mancanza che dall’interiorità indica il cammino»; cosìpasso dopo passo sono arrivata alla Libreria delle donne di Milano, ho letto la mitica rivista Via Dogana, ho partecipato, anche se sempre rigorosamente in silenzio, a Via Dogana 3, e aspetto settembre in una pausa di ozio meditativo e in compagnia di buoni libri, preferibilmente di autrici.

Insomma, avvicinarmi ai luoghi del pensiero femminista e nello specifico al pensiero della differenza ritrovandovi genealogie femminili mi aiuta a farmi forza.

L’esperienza della Scuola di scrittura pensante che ho frequentato alla Libreria mi ha orientato a comprendere come tale scelta sia stata per me un atto politico, una scelta di schieramento, spontanea e ragionata al tempo stesso. Spontanea perché attinge ad una corrispondenza tra il mio sentire, la pratica del partire da sé e il desiderio di presenza al mondo. Ragionata perché ho scelto di vedere il mondo e le cose che accadono, dalle vicine alle lontane, con una lente nuova per me; ciò mi ha consentito un guadagno di forza da spendere nella vita di tutti i giorni.

Così che voglio impegnarmi a far sì che il femminismo continui a propagarsi come un virus, perché si interrompa questo sentimento nocivo di subordinazione al maschile da parte delle donne e si faccia spazio a un di più femminile: abbiamo più risorse di quelle che crediamo di avere e che mettiamo in campo.

A mio avviso l’ha ben testimoniato Laura Giordano, che nella sua relazione per l’incontro Farsi forza ha raccontato della forza guadagnata attraverso la possibilità di sperimentare una relazione politica con altre donne. Con una consapevolezza che definisco politica, politica nel senso della politica delle donne che è il partire da sé e far nascere qualcosa di nuovo che riguardi le nostre vite ma vada anche oltre le nostre singolarità, poiché apre strade nuove anche per altre ed altri.

Un’ultima suggestione da via Dogana 3: nella sintesi del primo incontro del 13 maggio Silvia Baratella ha riportato un pensiero di Luisa Muraro che, con un richiamo ad Hannah Arendt, dice: sono convinta che l’agire politico, per l’essenziale, sia l’esporsi in prima persona là dove si è, nel momento in cui le cose lo domandano. Prendere l’iniziativa. Solo dopo vengono la tenacia e la fedeltà.

Un auspicio, quasi come un augurio e anche un’esortazione, farsi forza, per prendere l’iniziativa e prendere parola, una presa di parola pubblica che rimanda alla dimensione politica dell’agire (…) ed ha a che fare con la cura e la responsabilità nei confronti della realtà sia con il desiderio di una sua trasformazione1.

  1. Sensibili guerriereSulla forza femminile. A cura di Federica Giardini, Iacobelli Edizioni, 2011 ↩︎