1.Il movimento #metoo – slogan inventato dieci anni fa da una donna nera, Tamara Burke – esplode negli Stati uniti il 15 ottobre dell’anno scorso, a seguito dello scandalo Weinstein, e si diffonde a macchia d’olio su scala pressoché planetaria: due settimane dopo, a inizio novembre, il Newsweek conta due milioni e trecentomila tweet in 28 paesi – ai primi posti Usa, Canada, Brasile, Messico, Gran Bretagna, Svezia, Francia, Italia, Germania, Australia, India, Giappone, Sudafrica1. L’11 gennaio il New York Times elenca 78 uomini “high profile” – appartenenti ai circuiti della politica, dei media, dell’intrattenimento, dell’accademia – accusati dalle loro vittime di molestie o “cattiva condotta sessuale” (sexual misconduct) e licenziati, o sospesi, o costretti a dimettersi: tra loro sei esponenti politici, parlamentari o uomini di partito, e tra questi l’ex comico democratico Al Franken, il caso forse più controverso e Roy Moore, candidato repubblicano al Senato, cha ha perso le elezioni in Alabama anche in seguito alle denunce femminili di sexual harassment e pedofilia2. Parzialmente diverso il quadro in altri paesi. In India ad esempio – uno dei casi di #metoo più interessanti – il campo più colpito è quello accademico; sotto accusa, in particolare, alcuni tra gli esponenti più amati dei post-colonial studies, da cui un dibattito incentrato soprattutto sullo scarto fra ideologie rivoluzionarie professate in pubblico e comportamenti privati3. In Francia invece – altro esempio – il dibattito sul caso più esplosivo, le accuse di molestie e stupro a Tariq Ramadan, è “deragliato” su quello sui rapporti fra cultura occidentale e cultura islamica4.
Come sempre accade, un movimento femminile transnazionale con contenuti sostanzialmente omogenei acquista pieghe e accentuazioni diverse a seconda dei contesti nazionali, e domanda perciò uno sguardo comparativo. Il mio si poserà soprattutto sulla comparazione fra Stati uniti e Italia, per una ragione precisa: molto di quanto sta accadendo nell’America trumpiana – compresa la scoperta, grazie alla presa di parola pubblica femminile, di un sistema diffuso di scambio fra sesso e potere – è stato anticipato nell’Italia berlusconiana; ma con effetti in parte simili, in parte – sembra – assai diversi. Da qui la strana sensazione di stare assistendo a un déjà vu da una parte, a qualcosa di inedito dall’altra.
2.Negli Stati uniti il #metoo è stato/è un enorme e contagioso movimento femminile di presa di parola pubblica, potentemente aiutato dai social network, appoggiato dalla stampa illuminata, sostenuto sia dall’autorizzazione reciproca delle donne coinvolte sia da una forte autorizzazione dell’opinione pubblica, che è riuscito a ribaltare una congiuntura che pareva svantaggiosa per le donne – l’elezione di Trump e la sconfitta di Hillary Clinton – in una situazione di protagonismo femminile socialmente riconosciuto e supportato. La congiuntura politica è di estrema rilevanza e dà risposta alla domanda che è imperversata sui media italiani: “Perché parlano adesso e non hanno parlato prima?”.
Le donne, lo sappiamo, parlano quando possono parlare: quando si può aprire una crepa nel regime del dicibile e dell’indicibile, e l’autorizzazione a dire la verità soggettiva prevale sul silenzio-assenso femminile necessario al mantenimento dell’ordine patriarcale. Dopo la vittoria di Trump e la sconfitta di Hillary – una candidata che il femminismo radicale riteneva non idonea perché moderata e neoliberale, ma che tutto il femminismo ha difeso dagli attacchi misogini del suo avversario – negli Stati uniti le donne hanno reagito con un salto di prospettiva politica, ben visibile fin nella women’s march del 21 gennaio 2017, che con i suoi due slogan principali, inclusività e intersezionalità, già annunciava un femminismo determinato a prendere in mano le redini di un movimento di opposizione più vasto. A distanza di un anno scrive infatti il NYT: “Allora non era chiaro se si trattasse di un momento o di un movimento, ma ora è chiaro che le donne sono diventate le leader emergenti di una doppia scommessa: sostenere l’opposizione a Trump e lanciare una sfida culturale più ampia al potere maschile, com’è accaduto con il #metoo”5.
La presa di parola individuale che ha fatto esplodere il caso Weinstein non sarebbe stata possibile, dunque, senza l’autorizzazione simbolica del movimento già sceso in campo contro il Presidente che si vanta di “prendere le donne per le parti intime”. Vale la pena di notare che questa congiuntura politica conquista al femminismo la generazione di donne nata e cresciuta sotto le insegne dell’individualismo neoliberale che ne era rimasta fin qui più estranea, come fanno notare nelle loro testimonianze molte protagoniste del #metoo che raccontano la loro scoperta della dimensione collettiva dell’agire politico6. Di questa congiuntura, infine, fa parte il “divenire minoranza” degli uomini (bianchi), sotto i colpi della globalizzazione, della crisi economica, dei cambiamenti demografici e della perdita di privilegi innescata mezzo secolo fa dal femminismo storico: una condizione declinante del tutto compatibile tanto con i colpi di coda del suprematismo bianco che ha portato Trump alla presidenza quanto con i colpi di coda dell’aggressività sessuale “virile” disvelata dal #metoo.
A fronte di questo “divenire minoranza” degli uomini bianchi, c’è il “divenire maggioranza” delle donne: per la prima volta, in una società come quella americana abituata a rappresentarsi per segmenti, le donne non sono percepite come una minoranza da tutelare ma come una potenziale maggioranza vincente, una forza di cambiamento da sostenere e di cui fidarsi. All’autorizzazione femminile si aggiunge quindi un’autorizzazione sociale più vasta, ben percepibile attraverso il racconto incoraggiante e positivo che del #metoo hanno fatto i media mainstream liberal: il New York Times, il New Yorker, il Guardian, il Washington Post, The Nation – per citare solo quelli che ho cercato di seguire da qui.
3.Questo sostegno dell’opinione pubblica americana è il dato che stride di più con l’esperienza italiana. L’Italia non avrebbe dovuto restare sorpresa daI #metoo, avendo sperimentato, solo pochi anni fa, l’analogo fenomeno di una imprevista presa di parola pubblica femminile contro il “dispositivo di sessualità” dominante. Mi riferisco, ovviamente, all’esplosione del Berlusconi-gate, dovuta alla denuncia, da parte di Veronica Lario e Patrizia D’Addario (e altre dopo di loro, tra le quali Ambra Battilana, che ritroviamo oggi fra le donne che negli Usa hanno denunciato Weinstein), del sistema di scambio fra sesso, danaro e potere che vigeva nelle residenze dell’ex premier e decideva la distribuzione di lavori e di candidature alle donne nelle sue televisioni e nelle sue liste elettorali. Anche allora questa presa di parola si avvalse di una parte dei media, o perché contrassegnati dalla sensibilità di opinioniste femministe o perché, più semplicemente e strumentalmente, anti-berlusconiani. Ma subì anche e soprattutto una fortissima dose di incredulità, discredito e ostracismo, non solo da parte dei media berlusconiani (oggi in prima fila anche contro il #metoo, e con gli stessi argomenti di allora) ma anche negli ambienti della sinistra, e perfino in quella parte del femminismo che considerava “poco degne” le donne che si erano ribellate al sistema berlusconiano dal suo interno. Che fosse in atto, anche allora, una scossa tellurica che investiva verticalmente i rapporti fra donne e uomini, dalla sessualità al mercato del lavoro alle istituzioni della rappresentanza, lo si capì forse solo di fronte alla manifestazione del febbraio 2011 – le manifestazioni di piazza essendo la sola forma in cui l’esistenza del femminismo viene tuttora registrata. La risposta del circuito politico e mediatico mainstream fu tuttavia, anche nel campo della sinistra, momentanea, strumentale all’abbattimento di Berlusconi e inadeguata7. Soprattutto, non pare abbia seminato consapevolezza alcuna della crisi e della domanda di trasformazione di cui quei fatti erano il segno: lo si vede benissimo oggi che Berlusconi torna in campo come simulacro di se stesso, per ironia della storia contemporaneamente all’esplosione del #metoo, e nessuno, nei circuito mediatico, ricorda che a farlo cadere nel 2011 furono le donne prima dello spread, né associa la rivolta femminile italiana di allora a quella planetaria di oggi. Si potrebbe anzi sostenere, io sostengo, che la scarsa considerazione di cui il #metoo ha goduto in Italia è figlia diretta della rimozione della vicenda del 2009-2011.
A commento dei fatti di allora e di oggi, resta vero quello che Luisa Muraro aveva scritto ben prima, in tempi non sospetti: “Ci sono numerosi indizi che il regime di verità abbia fin qui funzionato, nelle sue succcessive forme storiche, sulla mutezza femminile. Se una donna si mette a dire la verità, diventa una minaccia per l’altro sesso e per la civiltà, insieme. ‘Virilità’ è un nome, o forse il nome, di questo insieme”. La verità soggettiva femminile detta in pubblico ha una forza dirompente della quale noi stesse non siamo forse abbastanza consapevoli. La comparazione fra le due vicende dimostra però anche che questa dirompenza, per essere efficace, ha bisogno di una qualche risonanza, e deve dunque dotarsi di una strategia mediatica. La differenza fra l’Italia e gli Usa si sta rivelando, da questo punto di vista, abissale, fin nell’uso del linguaggio e negli stili che connotano il racconto giornalistico, e non può essere attribuita solo al diverso valore che nella cultura americana e nella nostra ha il “dire la verità al potere”: attiene anche alla peculiare misoginia dell’establishment intellettuale e giornalistico italiano, e alla capacità o all’incapacità di associare mutamento femminile e mutamento sociale, e di fidarsene. Dedicando la copertina della “persona dell’anno” alle silence breakers, il Time ha acutamente osservato che il #metoo ha mostrato che i due principali obiettivi polemici di Trump, le donne e il giornalismo, hanno reagito, e sono in qualche modo “risorti”, insieme. Si può ragionevolmente sostenere che finché non avrà imparato a trattare sensatamente di donne e di femminismo, il giornalismo italiano continuerà a precipitare nell’abisso di ignoranza, pressapochismo, autoreferenzialità in cui vivacchia da anni.
4.La rimozione dei fatti del 2009-2011 spiega anche la ripetizione, in Italia, di molti argomenti contro le silence breakers di allora e di oggi. Riassumo qui brevemente i principali, maschili ma anche femminili, talvolta presenti in modo ben più pacato anche nel dibattito americano, proponendo per ciascuno di essi un rovesciamento di prospettiva.
a) L’(auto)vittimizzazione. Si va dal “fanno le vittime, ma sono state conniventi per anni”, scagliato contro Asia Argento soprattutto ma non solo da uomini, al timore, soprattutto femminile e femminista, che il #metoo possa risolversi in un processo regressivo di vittimizzazione e infantilizzazione delle donne. Alla prima obiezione ho già risposto: le donne parlano quando possono parlare. La seconda è più comprensibile, ma a mio avviso è infondata. È vero che il #metoo condivide con il femminismo di ultima generazione la tendenza a una soggettivazione basata sulla denuncia della violenza subìta piuttosto che sull’affermazione di un desiderio positivo, com’è stato invece per il femminismo degli anni Settanta; ed è vero che questa accentuazione della condizione di vittima rischia di riprodurla, nonché di riportare indietro il discorso, dal paradigma della libertà a quello dell’oppressione femminile. Ma nel caso del #metoo a me pare che il rischio di un attaccamento alla condizione di vittima sia decisamente inferiore alla spinta collettiva a uscirne, anche con una buona dose di allegria. Faccio inoltre notare che in Italia il fronte che accusa di vittimismo ritardato le attrici oggi, è lo stesso che ieri accusava le escort e le olgettine di non rappresentarsi come vittime e di rivendicare il loro lavoro come una scelta: a dimostrazione che il victim blaming è sempre attivo, nell’un caso e nell’altro.
b) Il fantasma della “caccia alle streghe”, ovvero il panico da rischio di reazione “maccartista” contro i maschi sospettati di “comportamenti inappropriati, a Hollywood e altrove. Il ricorso alla evocazione della caccia alle streghe per esprimere il terrore di una caccia agli orchi ha qualcosa di comico, e dice quanto sia radicata la fantasia di una simmetria fra i sessi e di una vocazione ritorsiva della rivoluzione femminista. Storicamente, la caccia alle streghe (donne) l’hanno fatta gli uomini, e oggi, casomai, sono di nuovo uomini a farla su altri uomini. Con modalità talvolta violente e discutibili, come la cancellazione dai titoli dei film di attori fino a ieri osannati, o la “maledizione” di opere d’arte che dovrebbero sopravvivere ai comportamenti sessuali dei loro autori. Queste modalità però segnalano che una crepa si è davvero aperta nell’omertà maschile, e questo è un fatto positivo.
c) Invocazione/scongiuro della legge e delle regole. Vasta e contraddittoria gamma di posizioni. Da una parte il #metoo viene attaccato perché agisce sulla base di una denuncia pubblica ma non giudiziaria dei comportamenti maschili, impedendo così l’esercizio del diritto di difesa: si invocano insomma i tribunali, temendo – come di recente Margareth Atwood8 – la sostituzione dello stato di diritto con di una giustizia “immediata” o con quello che in Italia chiamiamo “giustizialismo”. Oltre a non tener conto della storica – e giustificata – diffidenza femminile per l’esercizio maschile della giustizia, questo tipo di obiezioni occulta quello che è il pregio, non il limite del #metoo: il suo carattere eminentemente politico, basato sulla presa di parola e sulla solidarietà collettiva, e non sull’uso dei tribunali. La questione che il #metoo pone è politica, non penale.
Dall’altra parte però, e contraddittoriamente, lo stesso fronte paventa che l’esito del #metoo possa essere quello di una regolamentazione forzata e di un controllo moralista e normativo dei comportamenti sessuali9 – esito peraltro da non escludere, data la tendenza alla codificazione dei comportamenti propria della società americana. Va detto però che questa regolamentazione, talvolta fin troppo rigida, negli Usa vigeva già prima del #metoo, ad esempio nelle università; il #metoo, casomai, ne segnala l’inutilità. C’è un eccesso della sessualità maschile che sfugge, evidentemente, a ogni regola e a ogni codice di comportamento: merito del #metoo è l’averlo messo in luce, riportando il fuoco del discorso dalle forme del politicamente corretto alla sostanza delle cose.
Più in generale, l’altalena fra invocazione e scongiuro delle norme è sintomatica di una condizione tutta maschile, che sembra non poter fare a meno delle norme per regolamentare le pulsioni: le invoca mentre le scongiura, e le scongiura mentre le invoca. Vale sulla sessualità, dove gli uomini sembrano voler delegare a un codice di comportamento quello che non riescono a regolare relazionalmente, come vale, lo sappiamo bene, per tutti i campi della vita associata, la politica in primis.
d) Il fantasma della fine della seduzione e della morte della sessualità, con la correlata confusione fra seduzione e violenza, “avance” e molestia. Su questa confusione, impugnata come una bandiera in Italia dal Foglio e dalla stampa di destra e fatta propria in Francia dal testo firmato da Catherine Deneuve di cui tanto si è parlato, ho poco da dire: a differenza di Deneuve non conosco donna alcuna che non sappia distinguere fra l’una e l’altra cosa, mentre mi arrendo alla constatazione che tale confusione c’è davvero nella testa di molti uomini, che infatti la rivendicano come se il confine fra sesso e violenza fosse effettivamente poroso e facilmente valicabile.
Il punto tuttavia a me non pare questo, palesemente strumentale, ma un altro. Rebecca Traister ha sostenuto, con buoni argomenti, che puntare il discorso sul terreno della sessualità significa evadere la questione principale posta dal #metoo, che a suo avviso riguarda la ricattabilità delle donne nel lavoro più che il sesso10[10]. Si tratta a mio avviso di una falsa alternativa: la questione riguarda, direi, la ricattabilità delle donne nel lavoro attraverso il sesso, ovvero l’uso della sessualità come moneta di scambio nel mercato del lavoro. E dunque il #metoo, esattamente come in Italia gli “scandali sessuali” di qualche anno fa, dice qualcosa del “dispositivo di sessualità” della nostra epoca. Esattamente come allora, anche stavolta colpisce la miseria della sessualità maschile che risulta dalle testimonianze femminili: uomini che scambiano potere con briciole di sesso come un massaggio sotto un accappatoio o una masturbazione all’aperto. Se è così, il #metoo non annuncia la fine della seduzione e della sessualità, ma la registra, per aprire, si spera, una pagina più ricca e più felice. Nella ricontrattazione dei rapporti fra i sessi che la presa di parola femminile domanda, io credo che ci sia anche la rivolta contro questa miseria dello scambio eterosessuale.
- www.newsweek.com/how-metoo-has-spread-wildfire-around-world ↩︎
- www.nytimes.com/interactive/2017/11/10/us/men-accused-sexual-misconduct-weinstein ↩︎
- www.dinamopress.it/news/abusi-silenzi-nellaccademia-postcoloniale-la-necessita-lettura-femminista-dei-saperi ↩︎
- www.newyorker.com/news/news-desk/how-the-tariq-ramadan-scandal-derailed-the-balancetonporc-movement-in-france? ↩︎
- www.nytimes.com/newsletters/2018/01/21/gender-metoo-moment ↩︎
- www.nytimes.com/2017/12/12/magazine/the-conversation-seven-women-discuss-work-fairness-sex-and-ambition.html ↩︎
- Per la ricostruzione dell’intera vicenda e dei suoi effetti rimando al mio Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014. ↩︎
- www.theguardian.com/books/2018/jan/15/margaret-atwood-feminist-backlash-metoo ↩︎
- www.newyorker.com/news/our-columnists/sex-consent-dangers-of-misplaced-scale ↩︎
- www.thecut.com/2017/12/rebecca-traister-this-moment-isnt-just-about-sex.html ↩︎
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Parlano le donne parlano, del 14 gennaio 2018
Nel cercare di affrontare il tema della differenza sessuale, i registi di Hollywood mi ricordano Lord Sandwich mentre prova a inventare il panino imbottito, nella parodia di Woody Allen: una fetta di pane tra due fette di prosciutto, no; una fetta di formaggio tra una fetta di pane e una di prosciutto, no; tre fette di pane e una di prosciutto…
Tre manifesti a Ebbing Missouri per me è uno di questi falsi panini perché anche se è molto ben fatto, è un’insieme di diritti civili, di politicamente corretto e di idee che vanno di moda: Frances McDormand (bravissima bisogna dire) che cerca di ottenere giustizia per una figlia stuprata e uccisa; un cattivo trumpiano suprematista bianco, ma che secondo la moda attuale americana non è un vero cattivo bensì un uomo che soffre (vedi in cronaca: Sarah Silverman salva il suo hater Jeremy Jamrozy dicendogli «credo in te», gennaio 2018). Per non farsi mancare niente c’è anche un poliziotto afro-americano buono.
Gli americani procedono così, per parole d’ordine, per mode, per diffusione di poche idee semplici. Certo, dal momento in cui le stelle del cinema hanno detto #metoo le denunce di soprusi sesso-e-potere si sono diffuse a macchia d’olio arrivando a scuotere perfino la magistratura italiana; però la mia idea è che gli hashtag non cambiano le vite delle persone, nel modo in cui invece è cambiata la mia per essere stato in fisica e prolungata presenza delle donne della Libreria delle donne. Sono convinto che il mutamento profondo delle persone non avviene soltanto con la propagazione virale di una parola o di un’idea, ci può essere una scintilla che accende, ma non basta, quello è un punto di partenza.
Mi ricordo un intervento di Marirì Martinengo che diceva (parola più, parola meno) che l’Amor Cortese non erano uomini che si sono messi a fare i cortesi, ma che quel fenomeno è avvenuto in virtù della grande autorità che avevano quelle donne in quel momento. Ecco, dopo la scintilla del #metoo non può venire a mancare l’autorità e la capacità femminile di tessere relazioni di differenza.
Alla riunione di Via Dogana si è parlato di fine della sessualità tra uomo e donna e io ho detto che comunque non è la sessualità che conta ma l’erotismo. Può sembrare una dichiarazione comoda e di chi non ha presente da dove parla. Una donna potrebbe ben dirmi: «io lo so, ma tu lo sai?» È vero che noi uomini abbiamo una sessualità coatta (ed è questo il vero panino che Hollywood dovrebbe preparare) ma sono darwinianamente convinto che, se l’uomo vuole sopravvivere, deve adattarsi a questa nuova epoca, e sono altresì convinto che, siccome l’uomo è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni, come diceva Shakespeare, cioè siamo animali simbolici, un mutamento è possibile.
Ecco, nelle relazioni di differenza che ho in mente le donne guardano oltre, a un uomo che magari ancora non c’è. Del resto nemmeno uno figo come Darcy forse è mai esistito ma, per averlo concepito Jane Austen, esiste e lotta insieme a noi.
Ci sono fatti che portano a grandi conseguenze e quindi suscitano accesi dibattiti. Siamo in uno di quei momenti fortunati, ma l’impressione è che i media siano invece più interessati ad alimentare l’idea di una guerra tra donne, a suggerire schieramenti: chi sta col #metoo, chi invece aderisce all’appello delle 100 francesi. Posizioni distanti sono per noi segno di ricchezza se nel confronto si riesce ad approfondire cosa c’è in gioco e cosa può essere rilanciato senza cadere nella trappola delle divisioni fra femministe.
Abbiamo letto in questa chiave l’intervista ad Anna Bravo apparsa su Robinson il 14 gennaio scorso. Sono molte infatti le questioni che qui emergono.
Lo sguardo sul presente
L’intera vicenda partita dallo scandalo Weinstein viene interpretata da Anna Bravo, in accordo con l’appello francese, come “trionfo del radicalismo puritano”, a cui vengono contrapposte “le femministe americane dei primi anni Settanta che lottavano contro il modello perbenista e rispettabile”.
A noi sembra che le femministe di oggi, quelle del #metoo, non solo non sono puritane ma anzi sono politicamente molto in sintonia e in continuità con le femministe di allora. E hanno anche la stessa dirompenza. Hanno fatto un gesto di rottura efficace andando a svelare e a colpire l’intreccio tra sesso denaro e potere che è diventato sistema. E qui in Italia lo sappiamo bene con i venti anni di governo di Berlusconi. Negli ultimi decenni le donne sono entrate nella società a tutti i livelli, forse pensando che il mondo le stesse aspettando, perché non era più il mondo dell’oppressione femminile. Invece hanno cozzato contro quel pilastro che regge tutta l’architettura del potere maschile. La prevaricazione maschile riguarda ogni aspetto, pensiamo ad esempio all’ultimo libro di Rebecca Solnit, Gli uomini mi spiegano le cose, che mostra le prevaricazioni intellettuali che lei stessa ha dovuto fronteggiare. È un’intera cultura che ne è impregnata ed è un’intera cultura che va cambiata. Con intuito politico le donne del #metoo hanno trovato il modo di aprire una crepa nel sistema di potere maschile e nel fare questo hanno trovato l’aiuto e il sostegno delle femministe di allora. In America non c’è contrapposizione evidente tra le diverse generazioni di femministe.
La sfiducia nel cambiamento
La critica al #metoo è animata dalla sfiducia che in questo modo ci possa essere davvero cambiamento. Anna Bravo teme che tutto questo “non serva a niente”. “I patriarchi cadono, ma il patriarcato è più vivo che mai”.
Casomai è il contrario. Non viviamo più in epoca patriarcale. Possiamo dire che con il ’68, che è stata una rivolta contro i padri, è iniziato il processo di disgregazione delle strutture patriarcali della società. Ma non è finito il dominio maschile. Ha ragione Chiara Zamboni quando dice che “il patriarcato è morto, ma gli uomini sono sempre sulla scena, occupata a questo punto dai fratelli che hanno creato una società fortemente conflittuale a cui vogliono invitare le donne, sorelle, per fare da specchio ai conflitti tra loro”. Siamo in una situazione di passaggio, che è una condizione favorevole, e si è potuta aprire una crepa nel sistema: quello che si annuncia è un vero e proprio cambio di civiltà. E ha ragione Oprah Winfrey quando dice che “Quel tempo è scaduto” e siamo a “un nuovo inizio”. La posta in gioco è altissima: mira a ridiscutere il contratto sessuale sottostante al contratto sociale.
Paragoni indebiti
Quello che sta succedendo è visto con preoccupazione e viene paragonato da Anna Bravo ai “processi popolari” della rivoluzione culturale cinese. Sui giornali si è parlato anche di maccartismo, caccia alle streghe, purghe staliniane.
È vero, le reazioni sono dure: allontanamenti, dimissioni, sparizioni dal mondo del cinema. Ma quei paragoni sono del tutto indebiti. In questo caso non c’è un apparato statale, un partito, un uomo solo al comando che impartisce direttive. Non ci sono morti e deportazioni. Quello che sta avvenendo è un sommovimento nel corpo stesso della società che autoproduce trasformazioni situazione per situazione. E questo è uno degli aspetti più interessanti. Queste donne non si rivolgono alla magistratura. Parlano. La novità è che oggi vengono credute e la società risponde.
L’obiezione si innesta sul fatto che ci sono, e ci potranno essere ancora, eccessi e ingiustizie. Anche questo è vero. E allora cosa fare? Il caso di Margaret Atwood è molto interessante in proposito. Lei si è coinvolta di persona. Ha difeso un docente universitario secondo lei ingiustamente accusato di molestie. Ha fronteggiato pesanti critiche sul web e fa presente un’istanza importante: se le donne vogliono una giustizia giusta, questa deve valere per tutti. Il rischio di una deriva giustizialista si combatte entrando nella mischia di persona con la forza della verità di una parola autorevole, caso per caso, e non criminalizzando la portata di quello che sta succedendo.
Vittimismo
Un’altra falsa contrapposizione è quella tra l’immagine della donna vittima, che sarebbe veicolata dal #metoo e l’immagine della donna soggetto che sarebbe invece da rivendicare per cambiare il sistema.
Ci sono voluti quaranta anni di femminismo, ma la soggettività femminile è stata messa al mondo, e questo grazie a donne come la stessa Anna Bravo. Anzi il femminismo ha fatto di più. Come mostra l’ultimo libro di Wanda Tommasi Ciò che non dipende da me, ha contribuito in modo decisivo alla formazione dell’immagine del soggetto contemporaneo, che presenta un volto più femminile che maschile.
Una donna che parla è una donna che prende in mano la sua vita. Dire la propria verità soggettiva esponendosi in pubblico – e oggi anche i social sono spazio pubblico – non solo è un atto di coraggio per ogni singola donna ma è anche la strada maestra per diventare soggetto. Un soggetto non è un’entità astratta. Esiste in quanto prende la parola. Parlare è già agire e se la parola è trasformativa, come in questo caso, rafforza ancora di più la soggettività della singola che si trova a fare un’esperienza condivisa con le altre.
Impersonare la figura della vittima è così estraneo alle giovani donne che anche il movimento Non una di meno – che nasce in Argentina precisamente contro la violenza sulle donne – nel suo Piano italiano su questo punto in particolare è nettissimo. Si dichiarano femministe e da questo posizionamento rifiutano “ogni discorso o retorica su un presunto ‘destino biologico’ fatto di fragilità, inferiorità – e quindi vittimità – delle donne” .
Con i movimenti del #metoo e di Non una di meno, ci vengono dall’America del nord e del sud due spinte differenti ma entrambe significative, destinate, crediamo, a potenziarsi l’una con l’altra.
Il politicamente corretto
Non sappiamo dove porterà tutto questo sommovimento ma sappiamo che il pericolo che “il politicamente corretto uccida la libertà” esiste.
È vero che il rapporto tra uomini e donne è delicatissimo e “troppo complicato per essere liquidato con il politicamente corretto”. Ma non lo si può imputare alle donne del #metoo che non si caratterizzano certo per la pretesa di nuove regole e nuove leggi. Anzi. Piuttosto questo pericolo viene dalle istituzioni del potere che potrebbero voler porre fine a questa libera ricontrattazione tra i sessi, inquietante proprio perché ingovernabile, fuori dalle regole e dagli schemi. Pensiamo anche noi che sarebbe una vera iattura che si aggiunge alla pesante regolamentazione che ha già investito ogni ambito del mondo del lavoro. Lo sarebbe soprattutto nell’educazione delle giovani generazioni.
Manca una cultura della sessualità e ha ragione Ida Dominijanni quando interpreta quello che sta capitando come una reazione alla miseria sessuale maschile del nostro tempo. Proprio rispondendo all’appello delle 100 francesi dice: “il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse può farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra.”
Contrastare il politicamente corretto è una ragione in più per esserci in prima persona e spendere la propria intelligenza per la libertà di tutte. È un buon momento.
Il movimento Non una di meno e quello di Me too sviluppano un processo di soggettivazione femminile contro la violenza maschile, cioè molte donne parlano e agiscono a partire dalla presa di coscienza della sua insopportabilità e dalla necessità e dal desiderio che essa non sia più accettabile. Mi pare positivo e lo dico in base a quello che mi è accaduto.
Dopo 5 anni di pratica di Storia Vivente nel 2010 riuscii finalmente a riconoscere e a scrivere 1 di una molestia subita a 16 anni, ben 45 anni prima, da parte di un medico di cui mia madre si fidava, e ne ho capito il nesso con la mia difficoltà di parola pubblica autentica, cioè legata davvero a ciò che sentivo.
Il bisogno di esprimersi è un bisogno umano e io parlavo anche in pubblico ma sempre in modo mimetico. Ad esempio, per dire di me usavo l’ironia così da potermi tirare indietro, dicevo quello che poteva far piacere a chi mi invitava, facendo fatica a rifiutare la mia disponibilità, usavo le citazioni, ero bravissima a riassumere il pensiero altrui. In qualche modo riuscivo ad esserci, senza la gioia che viene dal dire ciò che si sente.
Infatti per salvarmi avevo messo in dubbio ciò che avevo provato e provavo e cioè che nei miei confronti, nonostante i modi gentili, era stata usata una costrizione, la forza di chi ha potere. Che lo sapessi lo dimostra che non volli mai più andare a Verona da quel medico e che, ancora nel 2005, vedendo La bestia nel cuore, il film di Cristina Comencini, piansi a dirotto. Pensare che in fondo non si fosse trattata di molestia, che quel medico in un qualche senso volesse farmi del bene (rendermi più libera sessualmente), che forse fosse il suo modo di volermi bene, non era altro che sfuggire alla reificazione, la sensazione più vicina al morire. Simone Weil lo dice chiaramente: «La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno.» 2
Inoltre la molestia distrugge la fiducia nella propria madre, sicuramente se il molestatore è da lei conosciuto. Sia io, sia ad esempio Azar Nafisi 3, siamo riuscite a dirlo solo dopo la morte di nostra madre. La madre non ha saputo difenderci, non se ne è accorta. Lei, avendoci insegnato a parlare ci aveva garantito che le parole potevano aiutarci a esprimere ciò che ci capitava, ma in questo caso non abbiamo più parole per capire l’accaduto e quindi dirlo. Dall’esperienza della molestia non detta alla madre scaturisce la rottura della fiducia in lei e nella forza della parola. Infine, essendo state colpite perché dello stesso sesso di nostra madre è la grandezza dell’essere donna, che lei rappresentava per noi, a venir messa in crisi.
Paradossalmente per me fu più dannosa quella molestia che l’aggressione con un coltello subita quando avevo quarant’anni perché in quest’ultima riuscii a far mettere via l’arma, farmi derubare di poche lire e sporcare solo le gambe. Fu certamente un’esperienza angosciante ma ne parlai subito, ne scrissi, la denunciai alla polizia con poco esito, riuscii comunque a non essere ridotta del tutto a cosa.
Diversamente da #Quella volta che dove al centro viene posta la situazione, nel movimento Me too al centro vi è la donna che parla in relazione con altre per cui vi è un processo di soggettivazione che passa attraverso la scelta di cosa dire: anch’io riconosco la violenza, anch’io ne parlo pubblicamente, scelgo come parlarne e lo faccio grazie e con le altre. Non è unirsi in quanto vittime, ma in quanto donne che hanno la capacità dirompente di squarciare il silenzio.
Lo dico perché sono già sette anni che parlo quando ho qualcosa da dire, sentendomi radicata in me stessa.
- I grumi oscuri del disordine simbolico in “DWF. La pratica della storia vivente”, n.3 2012, pp.35-45 già pubblicato in catalano Els obscurs grumolls del desordre simbòlic in “Duoda” n.40 2011, pp.85-97 leggibile liberamente http://www.raco.cat/index.php/DUODA/article/view/241956/324547. Ne ho scritto in modo più articolato Lo spessore invisibile dei fatti, in La pratica della Storia Vivente, Atti dell’incontro del 26 settembre 2014, a cura dell’associazione Le Vicine di casa di Mestre, pp. 22-28 leggibile liberamente come primo intervento di Tavernini in Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, La pratica della storia vivente. Prologo per María-Milagros Rivera Garretas, Biblioteca Virtual Duoda http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2016.12.0010. ↩︎
- Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios, Trieste 2012, pp.39-40. ↩︎
- Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, trad. di Ombretta Giumelli, Adelphi, Milano 2008, cap.6 – Il sant’uomo, pp.69-77. ↩︎
Una mattina di oltre vent’anni fa fui svegliata da una notizia di cronaca alla radio che di recente mi è tornata in mente. Un commesso del Comune di Milano era stato denunciato ai superiori per molestie sessuali da ben sette dipendenti comunali: impiegate, funzionarie e persino una dirigente. La notizia era che ciascuna di loro, compresa la dirigente, era stata trasferita in seguito alla denuncia, mentre al commesso non era stata nemmeno comminata una sanzione disciplinare ed era rimasto indisturbato al suo posto.
È di questi giorni invece la notizia che Bellomo(1) è stato destituito dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa e che per lui si prospetta l’espulsione dalla magistratura.
Se un tempo un semplice commesso poteva molestare impunemente persino una dirigente, e anzi ne pagava lei le conseguenze, oggi uno dei magistrati più potenti d’Italia (membro del Consiglio di Stato e dell’organo di autogoverno della magistratura amministrativa) si ritrova con la carriera distrutta per aver fatto la stessa cosa a delle semplici studentesse. Quanta strada abbiamo fatto!
Alcune ora osservano che #metoo sta creando soggettivazione femminile, sì, ma basata solo sul riconoscimento di un comune ruolo di vittime. Una preoccupazione giusta. Ma forse anche alla luce di quella lunga strada, non posso fare a meno di vederci molto di più. Vedo donne che non appaiono impotenti come di solito immaginiamo le vittime: non solo hanno tenuto duro e si sono districate da situazioni terribili, ma mostrano chiaramente di avere il senso della propria forza e di sapere cosa stanno facendo. Fanno giustizia e spostano l’opinione pubblica, e in questo riconosco il segno dell’autorità femminile.
(1) La vicenda è nota: magistrato amministrativo, consigliere di Stato e direttore della scuola per aspiranti magistrati Diritto e Scienza, Francesco Bellomo aveva imposto alle allieve di firmare un contratto segreto con cui si impegnavano all’uso obbligatorio di minigonne (con misure esatte) e tacchi a spillo, a sottoporre al suo controllo la loro vita sentimentale e sessuale, a rompere con gli uomini da lui giudicati di Q.I. inadeguato. Prevedibilmente, a queste “regole” si sono aggiunti rapporti sessuali imposti, stalking anche a mezzo delle forze dell’ordine e pubblicazione sulla rivista della scuole Scienza e Diritto di fatti e confidenze personali di quelle che si ribellavano alle sue ingiunzioni. Al primo esposto presentato dal padre di una corsista vittima di stalking, si sono in seguito aggiunti e si vanno aggiungendo altri esposti da parte di altre studentesse.
Le donne che hanno subito molestie, abusi, violenza sessuale stanno parlando in tutti gli ambiti possibili. In questi giorni ho pensato ai tanti silenzi che mi sono trovata davanti, alle tante donne chiuse da un macigno di regole, doveri, segreti, patti fatti con gli uomini e la società.
Solo attraverso una lenta e attenta relazione con un’altra donna questo muro di silenzio si è cominciato a scheggiare, si sono aperte feritoie in un racconto prima blindato. Il tempo è stato quello possibile, quello necessario, quello opportuno.
In questo ascolto anche io sono cambiata.
Non correvo più alla soluzione, strumenti, progetti (sempre indispensabili), ma davo attenzione ai non detti, alle allusioni, alle sfumature, ai toni della voce e agli occhi, molto agli occhi.
Da questo scambio profondo nasceva una legittimazione al fare, all’interrompere la violenza, a darsi credito. Come una ragnatela questo metodo basato sulla pratica di relazione ha invaso in modo progressivo il mondo, dal nord al sud, da una donna all’altra.
Non mi sono meravigliata per le manifestazioni di donne americane contro Trump, non mi sono meravigliata per le manifestazioni di NonUnaDiMeno in tutto il mondo a partire dalla lotta contro i femminicidi. Donne di tutte le età unite contro la violenza, con obiettivi comuni anche se con pratiche diverse. A volte con convinzioni diverse.
Come mai tutto questo accade contro la violenza, proprio contro la violenza. A mio parere perché nella relazione uomo-donna la violenza è molto presente e si rispecchia e si rinforza nella violenza del contesto in cui avviene. Ha a che fare con il potere e con le regole che tengono ancora in piedi questo traballante mondo.
Questa ragnatela, sempre più in crescita, di forza e libertà femminile ha avuto grande vantaggio dal ME-Too, pratica che dichiara a viva voce ciò che si è subito. Ma chi lo denuncia è chi l’ha subito, non altre a sostegno e in rappresentanza. Questa è la forza del momento, parlare della propria diretta esperienza, senza vittimismo, ma con i tempi scelti e pensati dalla donna stessa. Questo ha cambiato il quadro, non lotte per altre, ma lotta per sé, con coraggio e correndo i rischi che la libertà femminile può anche dare.
Essere protagoniste della propria storia, essere al centro. Le parole con cui le donne hanno cominciato tanti anni fa.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Parlano le donne parlano, del 14 gennaio 2018
Da Repubblica-Robinson
Forse non era mai accaduto che il femminismo occidentale producesse simboli e idee quasi opposti nel giro di pochi giorni. Da una parte i vestiti in nero sul red carpet hollywoodiano, al grido pronunciato da Oprah Winfrey: «Il tempo degli uomini brutali è scaduto!». Dall’altra l’appello di Catherine Deneuve e di altre intellettuali francesi che su Le Monde difendono la libertà sessuale, anche «la libertà degli uomini di importunarci».
Tra Europa e Stati Uniti due visioni del mondo contrarie: laicità versus puritanesimo, spregiudicatezza contro politicamente corretto. E soprattutto — contro una storia a lieto fine che sembra scritta negli studios americani — il coraggio di attraversare quel mare di ambiguità che sono i rapporti tra uomini e donne. Temi delicatissimi su cui è interessante ascoltare una voce poco conformista, la storica Anna Bravo, che ha posto le donne al centro delle sue ricerche e del suo impegno militante fin dalle origini del femminismo.
Partirei dall’appello francese, che rivendica per le donne il potere di scegliere, e quindi la libertà di essere “importunate”.
«Condivido la sostanza, anche se non mi piace il linguaggio. “Importunare” è una parola infelice. Però è centrata la questione dei rapporti tra uomini e donne, che implicano desiderio, complicità, simpatia, e anche interesse, prevaricazione, oppressione: rapporti troppo complicati per essere liquidati con il politicamente corretto».
Soprattutto l’appello sottrae le donne da un’eterna condizione di vittime, restituendo loro la capacità di dire no. E di dire sì.
«È un altro punto centrale. Le donne non sono soltanto vittime, ma soggetti dotati di potere: avere un potere piccolo non è la stessa cosa che non averne alcuno. Questo deve essere riconosciuto, perché altrimenti riduciamo il femminile all’inconsistenza di una fogliolina al vento. Le donne sono consapevoli del proprio valore erotico e sanno come governarlo, anche se non sempre è cosa facile. Ma è giusto dire che siamo sufficientemente accorte per distinguere tra il corteggiamento goffo e la vera molestia. Lo sappiamo tutte se una cosa che l’uomo ci propone ci fa piacere o ci far star male».
Un’obiezione ragionevole è che molto dipende anche dalle condizioni sociali e culturali. È più facile sottrarsi al ricatto maschile in un salotto che in fabbrica, dove rischi il posto di lavoro.
«Attenzione. Non vorrei che le proletarie finissero per apparire due volte vittime. Dietro queste obiezioni vedo un paternalismo che nasconde un classismo alla rovescia: forse che le borghesi sono necessariamente più accorte e le altre povere oche smarrite? Io penso che tutte le donne capiscano benissimo allo stesso modo. Il punto è che in determinate condizioni devono faticare e rischiare molto di più, anche conseguenze rovinose. Devono patteggiare di più con sé stesse e con l’altro. Ma vorrei ricordare che tutto è cominciato negli studios di Hollywood, non in periferia».
I vestiti neri sul red carpet dei Golden Globe hanno chiuso in modo spettacolare tutta la storia cominciata con il caso Weinstein. Come vede l’intera vicenda?
«Con una certa preoccupazione. Lo schema — denuncia, esecrazione pubblica, autocritica, punizione esemplare — fa venire in mente i “processi popolari” della rivoluzione culturale cinese. Lì i professori condannati andavano a zappare la terra, qui Kevin Spacey viene ripudiato da Ridley Scott. È il trionfo del radicalismo puritano. Ho una certa nostalgia per le femministe americane dei primi anni Settanta che lottavano contro il modello perbenista e rispettabile».
Le ultime immagini di Hollywood — tutti in piedi, commossi, ad applaudire la fine del patriarcato cattivo — evocano la scena di un film. Una storia volutamente a lieto fine.
«Quella dei vestiti neri è una grande scena di teatro politico dove prevale il lutto, il pianto della madre, il simbolo della donna ferita: molto efficace sul piano delle emozioni, ma non credo che ci faccia andare avanti. Trovo irritante anche questa enfasi sui giganti maschili imbattibili cui le donne “ cedevano” come costrette da una sorta di ius primae noctis. Se poi ti metti a ucciderli simbolicamente uno per uno, temo non serva a niente. Ha ragione la Faludi quando sostiene che i patriarchi cadono, ma il patriarcato è più vivo che mai. Le ragazze del “Me too” dovrebbero porsi il problema della costruzione di nuove norme giuridiche ed economiche. Mi pare che ci stiano pensando».
Resta il problema di un dominio maschile che sopravvive anche nella testa di molte donne: come se ne esce?
«Ho due sogni privati. Il primo è vedere una ragazza che, insidiata, minaccia il suo molestatore: ti do un pugno se non la smetti. L’altro sogno è vedere al contrario una ragazza che per suo calcolo accetta, e poi con sana sfacciataggine rivendica: l’ho fatto, e allora? Oggi la religione del politicamente corretto uccide questa libertà».
Però così non si cambiano le regole del gioco maschili.
«Il sistema cambia solo se le donne si sottraggono alla condizione di vittime. Siamo soggetti: rivendicarlo è un passo importante. In Francia hanno mostrato più coraggio e più laicità, esponendosi anche a critiche che fanno male. Per questo molte donne preferiscono parlare liberamente solo in privato. Ma questo è triste».
domenica 14 gennaio 2018 ore 10.00-13.30
Da Hollywood alle università dai parlamenti alle palestre dagli uffici alle redazioni, la presa di parola delle donne è una rivolta contro il potere maschile. Si è propagata nel mondo con inedita efficacia perché c’è stata una sinergia fra i mass media tradizionali che hanno agito dal primo momento e i social che hanno moltiplicato le risposte.
Il potere resta l’amore più grande di chi ci arriva e anche di molti che non ci arrivano. Ora, però, si sta aprendo una crepa che fa intravedere il nascosto che porta al sottoscala della vita pubblica. E conferma quello che il femminismo in Italia ha già smascherato sull’intreccio fra sesso denaro e potere (“Il trucco” di Ida Dominijanni) a proposito di qualcuno che chiamano il mostro.
Quello che sta succedendo è già l’inizio di una nuova contrattazione tra uomini e donne. Le donne non si vergognano di parlare, trovano ascolto e credito, quelle più esposte sono state aiutate da quelle in posizione più garantita, ed è un fenomeno contagioso destinato a crescere. Gli uomini non sono più al sicuro e si fidano sempre meno degli altri uomini.
E… in Italia?
Avvieranno la discussione Ida Dominijanni e Marisa Guarneri.
Appuntamento: domenica14 gennaio 2018 alle ore 10 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265; la conclusione è prevista verso le 13.30 e sarà seguita da un pranzetto, come d’abitudine.
Traduzione in spagnolo www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/210/
Corpo e anima, Orso d’Oro alla Berlinale 2017, è una piacevole sorpresa insieme alla riscoperta del talento della sua regista, l’ungherese Ildiko Enyedi, di cui poco si era visto sul grande schermo dopo il brillante debutto a Cannes nel 1989 con Il mio XX secolo, vincitore della Caméra d’Or.
On body and soul, questo il suo titolo internazionale, di corpi parla: dei corpi fisici di donne e uomini, integri e menomati, di quelli psichici, fragili e sofferenti, di quelli onirici dalle straordinarie e fantastiche possibilità. E anche di quelli degli animali, in libertà nelle foreste o in docile attesa al mattatoio e delle loro trasformazioni, le cui fasi crude e realistiche non ci vengono risparmiate.
La regista, passo dopo passo, dipana la sua narrazione su una materia così poco convenzionale con precisione clinica, metodo e lentezza per ben introdurci ai caratteri dei due protagonisti. Altrettanto precisa e lucida è l’uso della fotografia: dalle geometriche inquadrature degli ambienti chiusi all’eleganza degli spazi aperti, dai primi piani dei volti ai significati metaforici dei corpi.
Mária è la neoassunta, incaricata al controllo di qualità nel mattatoio di Budapest, dove Endre è il direttore finanziario. Lei, schiva, riservata, maniacalmente precisa sul lavoro, diventa subito l’oggetto di derisione e di chiacchiere malevole fra le colleghe e i colleghi per l’evidente incapacità a relazionarsi; Endre è già un uomo di mezza età; esausto e deluso, sembra aver lasciato alle spalle energia e speranze, forse anche per la sofferenza di un corpo menomato che lo rende fortemente impacciato. Entrambi vivono vite solitarie, quotidianamente regolate fra l’asetticità anonima dei loro ordinati appartamenti e la cruda violenza degli ambienti in cui lavorano. Si osservano a distanza, diffidenti, immersi ciascuno nelle proprie ferite e ossessioni. Due universi lontani.
Con un tocco magistrale, da grande cinema, la regista scompone la rigida fissità delle loro esistenze e costruisce le vie misteriose per favorire il contatto. Un sogno comune, che entrambi fanno a loro insaputa: l’incontro di una cerva e un cervo nel silenzio maestoso di un bosco innevato.
È solo l’inizio di un cammino per conoscersi, infrangere le barriere dense di un passato non raccontato, rompere le reticenze, le ritrosie e i pregiudizi. È la scoperta e il riconoscimento di qualcosa di prezioso, misteriosamente capitato a loro, da far crescere, conservare e osservare con tenerezza e desiderio, insieme al brivido di vivere lo stesso sogno.
Il film è il racconto di una storia d’amore che passa dal sogno alla realtà, seguita e costruita, momento dopo momento; un amore che non ricalca le solite vie, che sa mostrare che è possibile uscire dalla fissità dei propri schemi e dei propri pregiudizi, prendere coscienza di sé e di chi ci circonda e provare a mettersi in relazione senza paure.
Corpo e anima è candidato all’Oscar 2018 come Miglior Film Straniero.
Seguire la propria strada, spinte da un forte desiderio di realizzazione di sé comporta a volte uno strappo lacerante con le proprie origini, gli affetti familiari e con il legame d’amore primario, quello con la madre.
Questo vuole raccontare la regista di Sami Blood, Amanda Kernell, nel suo primo bel lungometraggio.
Selezionato al Festival di Venezia – Giornate degli Autori, al Festival di Toronto e recentemente vincitore del festival del cinema europeo con il Lux Prize 2017, è la storia della discriminazione di una minoranza, i Sami, meglio conosciuti come Lapponi, del desiderio di normalità e d’integrazione di una giovane, Elle Marja, e del suo percorso di riconciliazione con le proprie radici e con il legame profondo con il suo materno.
Con due stacchi temporali – gli anni trenta e i giorni nostri – il film si muove dal punto di vista della giovane Sami, che insieme alla sorella minore, Njenna, e ad altre/i giovani lapponi è obbligata a frequentare un collegio, una cosiddetta “scuola di civilizzazione”, istituita dal governo, in cui le materie di insegnamento sono la lingua, la storia e i costumi svedesi, mentre è assolutamente vietato esprimersi nella propria lingua e seguire le proprie consuetudini.
La regista, di padre Sami e di madre svedese, pur convenendo che i tempi da quegli anni sono decisamente cambiati, racconta di aver vissuto quelle stesse dinamiche sulla propria pelle. Nel corso delle ricerche per la realizzazione del film molti delle/gli anziani intervistati le hanno rivelato di aver cambiato nome e di aver disconosciuto le loro origini in seguito a quelle dolorose esperienze. In questi collegi, diffusi negli anni trenta, le/i giovani Sami erano inoltre oggetto di studi di antropologia e di biologia razziale. Con stupore, la regista rivela di aver scoperto che la Svezia, cosa pochissimo nota come oscuro è ancora in parte il suo passato coloniale – una pagina della sua storia da far dimenticare – aveva creato il primo istituto di studi di ‘biologia razziale’ a cui i tedeschi si erano successivamente ispirati.
Il film, girato in lingua originale, vuol essere secondo le intenzioni di Amanda Kernell una dichiarazione d’amore per la popolazione Sami, sia per coloro che sono fuggiti sia per chi è rimasto, e il personaggio di Elle Marja ben ne riassume le caratteristiche e le complessità.
Elle Marja, non sopportando più la discriminazione, la derisione, l’umiliazione di essere studiata come un fenomeno da baraccone e desiderando con tutte le forze frequentare una scuola superiore, decide di tagliare con la propria comunità e con la famiglia, trasformandosi in Christina, una ragazze come tante altre ragazze svedesi. Il suo difficile e doloroso processo di accettazione e di ricomposizione di sé passerà ineluttabilmente attraverso la riconoscenza dell’amore della madre e della sorella, che avevano permesso e accettato la sua scelta.
Nell’incontro di Via Dogana 3 La Rete è nella nostra realtà. Come starci?, nel discorso di Loretta come anche di Tahereh c’era una radicalità che è andata persa. Tutte le cose che sono state dette sono, più o meno, interessanti. Però dallo scambio emerge una postura di fondo che non va, secondo me: «Non bisogna demonizzare, ho sentito dire a proposito della rete. Dobbiamo credere che quello è uno strumento», è stato anche detto. Uno strumento?
A suo tempo si è voluto pensare, si è cercato di credere che l’intelligenza artificiale sarebbe stato uno strumento per gli esseri umani, ma adesso si è capito che no, l’intelligenza artificiale prende il posto della intelligenza umana. Prende il posto della sensibilità, della casualità, della inventività – l’intelligenza artificiale è inventiva. Prende il posto di lavoro, naturalmente, e prende il posto della politica, e delle nostre capacità di capire – l’intelligenza artificiale è molto capiente. Più o meno, lo stesso che è capitato in generale della la tecnoscienza: si credeva che sarebbe stato uno strumento ma… La questione bisogna dirsela.
L’unica risposta che io vedo alla contraddizione dello strumento che non è uno strumento – risposta che qui qualche volta è affiorata – è di sapere che noi siamo un elemento estraneo là dentro.
Quelle che dicono «io non ho competenze però sono contenta che quella lì ce le abbia» ecc., è un discorso sensato a metà. Tutte abbiamo competenza della impotenza in cui ci troviamo. Tutte, tutti lo sappiamo. Che sia in un modo o nell’altro, che sia così o per colà, l’esperienza e la sensazione d’impotenza non ci mancano, il mezzo lo conosciamo… Però accadono cose, sono d’accordo, e il grande accadimento è il cambiamento in corso nei rapporti tra i sessi, tra donne e uomini. Per amore di libertà da parte delle donne. Detto così è molto vago e in questi contesti di scambio possiamo cercare di uscire dal vago per trovare formule parlanti a noi stesse e ad altre. Ci sono delle cose che accadono. La soggettività autonoma femminile è la cosa che accade. Torno con la mente alle origini del cristianesimo, che mi aiuta sempre a ragionare sulla politica del simbolico… Quando i Romani, parlo di una piccola minoranza, primo secolo dopo Cristo, si sono convertiti al cristianesimo in Roma, che era il teatro della strapotenza dell’imperatore, Paolo scrive loro una lettera. C’è un famoso passaggio della Lettera ai Romani che ha provocato poi studi bellissimi, e commenti in abbondanza ecc., perfino io ci ho provato a commentarlo, chissà se hanno capito quei poveretti che mi avevano chiesto qualcosa sulla differenza sessuale e io gli ho spiegato l’indipendenza simbolica. Paolo dice ai cristiani di Roma: «si obbedisce all’imperatore, si obbedisce ai padroni, si obbedisce»… Cosa volete farci? nella disparità di potere si obbedisce. E dopo questo passo che ha scandalizzato tanto, «poi noi abbiamo la nostra legge». E si riferisce naturalmente alla legge dell’amore. Lui non precisa ma sembra sia la legge dell’amore. L’importante è lo stacco: «Noi abbiamo la nostra legge.» Cioè c’è la differenza, la differenza è quello che conta. La differenza serve per esaltare la soggettività libera. E lì, nella tecnologia digitale, come nell’impero romano, bisogna fare questo: entrare come un elemento non integrabile, come un elemento che fa stonato.
Qui, io ho sentito tanti esempi di buon senso che accomoda. No, no, no: niente il buon senso che accomoda! Prendiamo il caso dell’aborto e di come ne parla Augias. Certo che c’è una legge che permette alle donne d’interrompere la maternità ed è una buona legge, anche. Ma quelli che fanno l’obiezione di coscienza non sono degli stronzi, sono delle persone che hanno fatto medicina non per quello e non vogliono… Può darsi che ci siano anche i filoni, e ci sono, che mimano l’obiezione di coscienza, o per soldi, ma non sono tutti così, è l’aborto in sé… Allora, bisogna sapere che l’aborto è brutto, non abbiamo mai teorizzato – almeno quelle con cui sono in rapporto – che l’aborto sarebbe un diritto. C’è una potenza, potestas, del corpo della donna che decreta ingiustamente di porre fine a questa vita che comincia. La radicalità è quella. Anche Rinalda ha sbagliato quando, a proposito dello scandalo Weinstein, ha detto al suo amico: «un po’ di ingiustizia anche a voi» e poi le dispiace di averlo detto. No, l’ingiustizia ci vuole per mettere fine a secoli e secoli forse millenni, di una cultura di prevaricazione sessuale degli uomini sulle donne o sui bambini o su altri uomini più deboli. È inevitabile l’ingiustizia.
Allora, questa radicalità Loretta l’ha messa nel suo discorso e ha messo anche gli ingredienti, perché in definitiva quello che le ha permesso di muoversi sono state delle relazioni, delle parole, delle esperienze. Non la competenza, la competenza era una sua passione, che è importantissima. Ma non è l’essenziale, l’essenziale è fare la cosa non omogenea a quella macchina là. Quindi il sito, chiedo alle governanti del sito di non avere il programma di impedire i casini, di farlo il casino, ecco. I casini proficui, naturalmente, non i battibecchi, gli antagonismi, bisogna sempre spostarsi, non farsi trovare. Essere da un’altra parte, cogliere di sorpresa chi interviene con le logiche meccaniche eccetera, farsi trovare da un’altra parte. Spostarsi, cogliere di sorpresa, invece di aggiustare. Un’ultima cosa. Non: portare il linguaggio della differenza. Bisogna essere la differenza.
Rispondo agli spunti venuti dalla redazione di #VD3 rispetto alla rete, ai social e a come starci, decidendo di partire dal perché sono arrivata alla Libreria delle donne. Il mio arrivo non è avvenuto attraverso i social network, ma è associato al fatto che sono una donna che lavora nell’informatica.
Quando avevo 21 anni, nel 1999, ho iniziato a lavorare in questo campo per necessità dovute ai cambiamenti nell’ambito della grafica e dell’editoria.
Da subito in questo lavoro ho percepito una differenza di approccio tra me e gli altri che facevano parte di quel mondo prevalentemente maschile. Provavo un certo piacere nell’essere capace di programmare le macchine, ma all’interno di quel sistema sentivo qualcosa che mi creava inquietudine. Non riuscivo a nominare cosa fosse, ma capivo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato.
Ho avviato una mia lotta personale nei confronti del linguaggio informatico, iniziando una ricerca disperata e molto complessa nei meandri della logica matematica e della linguistica. Studiavo molti filosofi alla ricerca di un principio di origine che mi permettesse di capire che cosa fosse sbagliato nell’impostazione dell’informatica. Ero convinta, allora, che se fossi arrivata all’origine, avrei potuto poi costruire un discorso perfettamente logico in grado di esprimere altro.
In quegli anni, nei discorsi politici relativi alla tecnologia aveva grande seguito il Manifesto cyborg di Donna Haraway. Anche nel percorso di studi che seguivo all’Accademia di Brera c’era un grande interesse verso il Manifesto. Si parlava della necessità delle donne di esserci, marcare una presenza nell’informatica, aderire nel corpo e nella carne a quel discorso che si stava avviando.
Comprendevo la necessità di confrontarsi con il panorama tecnologico, ma trovavo irritante l’eccessiva fiducia nella tecnologia e rifiutavo l’idea di essere totalmente assorbita da un pensiero che escludeva qualsiasi differenza. Il Manifesto era entusiastico nel dire “dobbiamo esserci” ma non diceva niente del mio disagio.
La fortuna volle che nel 2006 la filosofa Chiara Zamboni fosse invitata dall’Accademia a parlare del Manifesto. A lei ho raccontato la mia inquietudine nel dovere aderire a quel linguaggio i cui fondamenti non mi risultavano sensati, e il mio rifiuto del sistema logico-linguistico. Mi rispose in modo criptico: “È una questione di ordine simbolico della madre”.
Nel corso dell’incontro, mi ha fatto comprendere l’importanza della spinta politica di Haraway nel prendere parte a una cultura “alto tecnologica” come “elaborata icona per sistemi chiave di differenza simbolica e materiale nel tardo-capitalismo”.
Avevo studiato la logica matematica alla ricerca dell’origine, ma non conoscevo ancora il pensiero e la politica delle donne.
La lettura di L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro ha sbrogliato i miei dubbi. Nel primo capitolo dal titolo La difficoltà di cominciare ho trovato una frase che sintetizzava i miei tentativi di ricerca di un discorso logico: “Io comincio dal principio perché non so cominciare da dove sono e questo perché non sono da nessuna parte”.
Era esattamente la sensazione che avevo nell’ambito informatico, quella di non essere da nessuna parte, non avere parole, la sensazione che quel linguaggio totalmente logico tagliasse via una parte di fatti.
Più avanti Muraro afferma: “Accettare la necessità di fatto è logico quanto accettare quella logica. Arrivarci dà una gioia ed un riposo di gran lunga superiori a quelli che può dare la dimostrazione del teorema di Pitagora”. Fino ad allora avevo continuato a cercare la dimostrazione logica di quello che volevo dire e invece, finalmente, capivo che aveva un’autorità anche accettare la necessità dei fatti.
Da questa lettura è nato il desiderio di frequentare la Libreria delle donne e di ricercare la parola di altre donne che avessero espresso la loro opposizione alla indiscussa verità logica dell’informatica. Questo è il movente del mio arrivo in libreria: il disagio nell’informatica, il non sapere come starci.
Nel tempo ho incontrato altre donne che ne hanno parlato e scritto.
Ho ritrovato quell’opposizione in Ellen Ullman, scrittrice e informatica americana, che ha diretto sistemi di digitalizzazione per grandi centri sanitari. Nel suo libro Close to the Machine racconta come in un momento emotivamente complesso della sua esistenza, avesse deciso di smontare il suo computer e poi rimontarlo, un gesto simbolico per trovare un altro linguaggio. Nello stesso libro scrive: “Avevo ridotto le obiezioni degli utenti a un insieme di cinque modificazioni del sistema. Vorrei che la parola ridurre fosse intesa proprio nel suo senso culinario: far bollire qualcosa sino a ricavarne l’essenza. Eppure ero pienamente consapevole che la vera essenza umana era assente dalla lista che avevo preparato. Una questione del tipo ‘Come faremo a sapere se i clienti hanno la tubercolosi?’ – La paura di stare seduti in una stanzetta male areata con qualcuno che ha la TBC resistente alle medicine, la normale eppure complicata urgenze biologica di una domanda del genere – tutto questo diventava una lista di elementi da aggiungere sullo schermo o a un database”.
Ci sono donne che, lavorando nell’ambito informatico, sentono la necessità di un cambiamento nelle strutture che vengono create. Alla Libreria delle donne ho la fortuna di sperimentare quel ridurre la necessità di fatto in un progetto politico. Il gruppo nel quale elaboro in pratica questo approccio è la redazione della rivista online Aspirina.
Siamo partite prima di tutto con il chiederci che tipo di tecnologia utilizzare. Il confronto tra noi è stato importante, soprattutto perché le altre hanno compreso il mio desiderio di non tradurre il progetto in sistemi già esistenti. Questo è quello che si fa di solito nell’informatica, cioè riprodurre gli stessi sistemi logici che ripropongono il già pensato. La mia esigenza invece era quella di pensare insieme partendo da quello che volevamo.
In particolare il confronto con Elena Leoni, la grafica della rivista, è stato la base per riprogrammare un sistema editoriale informatico, non sentendoci costrette alle sue funzionalità o all’uso imposto dal mercato tecnologico.
Volevamo una rivista periodica i cui contenuti creassero un’opera corale. Siamo rimaste distanti dall’imperativo della comunicazione odierna che prevede la produzione costante e frammentaria di contenuti, come succede nei blog.
Con la rivista cerchiamo di “costruire un’unità poetico/politica” nei termini di Haraway, attraverso una pratica di affidamento reciproco.
In Aspirina abbiamo riflettuto a lungo sul rapporto con i social network.
Personalmente sono molto critica nei confronti di social come Facebook. Essere nella rete non significa essere su Facebook, questa corrispondenza non è da intendersi come necessaria. Però sono consapevole che molte persone sono ingabbiate in questo equivoco.
In redazione, aprendo la nostra pagina Facebook, ci siamo poste una serie di interrogativi sul suo uso: questo strumento che cosa comporta? come è fatto? quali sono le cose che richiede di fare? quanto tempo dedichiamo alle caratteristiche specifiche dello strumento? quanto lavoro?
In base a questo abbiamo pensato di sottrarre ore di lavoro su Facebook per dedicarle alle relazioni politiche tra noi e con altre. Non abbiamo messo a disposizione le nostre risorse per stare in quella dinamica social di continua interazione.
Ci è capitato di essere coinvolte dalle onde emotive tipiche di Facebook, per esempio nel caso “Charlie Hebdo”. La velocità della comunicazione in quei giorni ci chiamava, come rivista satirica, a una reazione immediata a cui siamo sfuggite. Abbiamo preferito dedicare tempo alla discussione in redazione e scegliere di dare una risposta corale attraverso un numero speciale della rivista.
In Aspirina convive un duplice aspetto, quello del gruppo politico e quello dell’autorialità/percorso professionale delle singole. Ci siamo chieste: che cosa ha comportato l’ascesa di Facebook nella vita di ognuna? È evidente che ha provocato un enorme cambiamento nel mercato del lavoro.
Dal confronto tra noi è emerso che quel social network ha comportato la perdita di contrattazione lavorativa ed economica. Per molte autrici quella modalità di condivisione ha un impatto molto forte sulle vite personali.
Si tratta di un sistema commerciale che vuole creare un determinato spostamento economico e finanziario. Un sistema che accumula denaro e potere, che non è prendibile perché dietro c’è un interesse e un’intenzione.
Il problema non è se usare un social o no, ma capire, nel momento in cui lo scegli, in che modo vuoi starci.
Una critica radicale ai social network prevede una conoscenza molto approfondita dell’algoritmo e delle regole di quel linguaggio. Per aprire un conflitto, bisogna obbedire a quella grammatica e pensare un altro ordine logico.
Se invece il desiderio non è quello di risignificare le interfacce e l’algoritmo, ma di usare strumentalmente i social per veicolare un messaggio politico, sento come necessario valutare i rischi e le criticità. Bisogna essere consapevoli che c’è una parola altrui che ti guida e che si è coinvolte in giochi di potere.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 La Rete è nella nostra realtà. Come starci?, del 12 novembre 2017
Non ho delle competenze informatiche, voglio contribuire al dibattito portando la mia esperienza nel web. Ho iniziato a usarlo nel 2001, immediatamente dopo l’11 settembre. All’epoca vivevo negli Usa. Nel dibattito pubblico l’unico scenario possibile sembrava essere la guerra. Nei forum di discussione sul web sono andata a cercare il punto di vista europeo/italiano, uno sguardo che contemporaneamente, per lingua e cultura, mi apparteneva di più ma che era “altro” rispetto a quello impaurito, terrorizzato con cui io e chi mi stava intorno guardavamo il mondo.
Una volta rientrata in Italia, l’uso del web faceva ormai parte delle mie abitudini. In una prima fase, per me era principalmente un mezzo per informarmi, cercando punti di vista che non trovavano spazio su giornali e televisione e per farli circolare; un mezzo per mettermi in contatto con persone fisicamente lontane, per organizzare manifestazioni, presidi, per creare reti che poi si concretizzavano in varie forme di associazionismo.
Intanto i forum generalistici a cui partecipavo mi coinvolgevano sempre di più. Le discussioni sui temi che mi appassionavano mi davano l’occasione di fare approfondimenti e di conoscere punti di vista nuovi, di fare veri spostamenti e di fare ordine attraverso la scrittura e tenendo conto del punto di vista dell’altro. Non sempre gli scambi erano buoni ma spesso lo sono stati. All’epoca mi interessavo al conflitto mediorientale, una questione che divide, spesso affrontata in maniera ideologica. Nonostante le difficoltà, le incomprensioni, le liti e le rotture ho imparato molto, in particolare grazie all’incontro con una donna appassionata quanto e più di me a quell’argomento, io filo-palestinese, lei filo-israeliana. Ci siamo anche incontrate di persona ma gli scambi più interessanti e inediti sono stati quelli in rete. Che fossero pubblici e che il loro accadere fosse visibile, allora mi sembrava potesse essere importante e utile, oggi ne sono certa.
Ancora più velocemente con la nascita dei social e forse senza che me ne accorgessi subito, quello che per me era stato un mezzo (per accorciare distanze o far circolare notizie) era diventato un vero e proprio luogo, in cui andavo quotidianamente a incontrare uomini e donne con cui sentivo di essere in relazione. A volte sottovalutando la mancanza dei corpi, a volte nonostante quella mancanza. Un luogo dove possono accadere eventi imprevisti che aprono a nuove possibilità.
Su facebook (fb), peraltro “abitato” da molte donne, ho incontrato la Libreria delle donne e il pensiero della differenza che, ignoranza mia, conoscevo poco e male. Per me il femminismo era quello della parità e dei diritti.
Partecipavo a un’accesa discussione su una vicenda di violenza maschile contro una donna e, come spesso accade su fb, la discussione si era accartocciata in una serie di botta e risposta tra schieramenti opposti, secondo la logica della contrapposizione (che peraltro stuzzica l’entrata in gioco del narcisismo). Una logica sterile quindi frustrante. E poi, in quel luogo che è fb, ha preso parola Sara Gandini della Libreria delle donne, la creatrice e allora una delle amministratrici del gruppo fb della Libreria. E qualcosa è accaduto. Per me è stato come se Sara, e con lei quella autorità che è la Libreria (che mi ha reso più facile affidarmi a chi ancora non comprendevo bene) mi avesse offerto la possibilità di un passo laterale per non finire nella trappola che le dinamiche favorite da quel luogo possono diventare. Un incontro che ha sparigliato le carte.
Poi Sara e Laura Colombo mi hanno portata in Libreria, dove vivo la mia esperienza e le mie relazioni in presenza.
L’incontro con il pensiero della differenza e le sue pratiche mi hanno fatta scappare da fb. La frustrazione e il fortissimo senso di estraneità che, nonostante l’attrattiva che quel posto aveva per me, già mi procurava il ripetersi di dinamiche, schieramenti, contrapposizioni che non lasciano spazio alle differenze, era aggravato da una maggiore difficoltà di comunicazione. Io qui ho conosciuto un nuovo linguaggio di cui, una volta compreso, sento la vicinanza ma che non sono ancora capace di “tradurre”. Ciò che nomina (relazione, conflitto, affidamento, asimmetria, partire da sé, autorità…) io l’ho visto e quindi compreso, qui in Libreria.
Tante donne e giovani femministe, che peraltro scrivono con passione e si esprimono su fb, non conoscono il pensiero della differenza o lo conoscono male. Lo sentono distante perché parla una lingua diversa, a molte di loro assolutamente incomprensibile. Ed è nello scambio con queste donne, che credo si possa trovare il linguaggio che ancora manca. Io credo che questa opera di risignificazione sia importante, sento la responsabilità di farmene carico anche io. Fb in questo senso rappresenta un’opportunità per incontrare lì dove sono, nel “luogo” che hanno scelto per prendere parola, donne a cui far conoscere il pensiero della differenza e che contribuiranno a produrre pensiero nuovo.
Per questo sono grata per il lavoro di cui si fa carico il gruppo della Libreria delle donne su fb, che sperimenta e cerca un modo per starci rendendo visibile la nostra politica, sempre tenendo bene in mente gli insidiosi meccanismi che regolano quel luogo.
Tra le cose che ho letto sul funzionamento di fb quella che più mi ha colpita è il suo intrappolarci nel nostro stesso conformismo, utile per rendere rivendibile la nostra attenzione ai veri clienti di fb, che sono gli inserzionisti pubblicitari. Su fb scegliamo amici e fonti vicini ai nostri valori e opinioni. In questo modo siamo noi stessi che ci chiudiamo in un micromondo che non lascia molto spazio all’altro da noi. Il sistema fb è pensato per restringere ulteriormente questa bolla. Gli algoritmi alla base del suo funzionamento sono di tipo predittivo. Questo in sostanza significa che si basano sull’assunto che in futuro ripeteremo i comportamenti passati. Gli algoritmi ci propongono e suggeriscono link, percorsi e contatti in funzione delle pagine che andiamo a leggere, delle testate che selezioniamo e che apprezziamo con i nostri like o quelli degli utenti con cui interagiamo di più, facendo man mano sparire quello che abbiamo scelto meno. In questo modo, riducono ulteriormente la bolla in cui le nostre convinzioni sono sempre più riconfermate. La logica algoritmica quindi assume come misura della soggettività i comportamenti effettivi e non prende in considerazione i desideri e le ambizioni. Come per gli acquisti on-line: conta di più ciò che effettivamente compriamo che la lista dei desideri. «Il probabile si arroga il diritto di prelazione sul possibile», ho letto in un librino divulgativo sul funzionamento degli algoritmi. Ma se è vero che è bene conoscere i rischi e i meccanismi che vorrebbero guidare i nostri comportamenti, non dimentichiamoci che il probabile ripetersi del già calcolato è un assunto dell’algoritmo e di chi l’ha pensato ma noi sappiamo che non è lì che si esaurisce la soggettività e l’imprevista creatività di cui è capace. Un potenziale che ho visto accadere, capace di superare i limiti che l’algoritmo vorrebbe che ci auto-imponessimo.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 La Rete è nella nostra realtà. Come starci?, del 12 novembre 2017
Nell’invito che abbiamo pensato per questo incontro siamo partite da una considerazione, che non ci sia discontinuità fra la realtà di tutti i giorni e quello che accade in rete, anche se le differenze possono essere molte o moltissime una cosa influisce sull’altra e viceversa. L’idea che esista un’unica realtà da osservare può avvantaggiare la riflessione e lo scambio.
La rete è come il Luminol*, sostiene in un’intervista Mafe De Baggis, esperta di comunicazione e digital strategist. Solo che non fa apparire tracce di sangue, ma vizi e virtù, paure, resistenze al cambiamento.
Da qui alcune domande:
– La chiamavano realtà virtuale: questo nome in pratica significa ancora qualcosa ma che cosa esattamente?
– Per la politica delle donne quali sono i conformismi, le convenienze, le potenzialità dei social?
– Tutte, in un modo o nell’altro, abbiamo inventato delle combinazioni tra le pratiche femministe di prima della Rete e la situazione attuale, ora possiamo ripensarci e migliorarle.
– Da dove viene il piacere di navigare, a quelle che lo fanno con gusto, e come dargli la misura che lo rende profittevole?
In breve Come starci nella rete?
domenica 12 novembre 2017 ore 10.00-13.30
La chiamavano realtà virtuale: questo nome in pratica significa ancora
qualcosa ma che cosa esattamente?
Per la politica delle donne quali sono i conformismi, le convenienze, le
potenzialità dei social?
Tutte, in un modo o nell’altro, abbiamo inventato delle combinazioni tra
le pratiche femministe di prima della Rete e la situazione attuale,
ora possiamo ripensarci e migliorarle.
Da dove viene il piacere di navigare, a quelle che lo fanno con gusto, e
come dargli la misura che lo rende profittevole?
Avvieranno la discussione Tahereh Toluian e Loretta Borrelli
Appuntamento: domenica 12 novembre 2017 alle ore 10 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.
Giordana Masotto nel mettere in dubbio che l’inconscio sia una risorsa spendibile al di là dell’individualità, in grado cioè di investire la dimensione collettiva, ha dato in certo senso voce al non detto che credo abbia abitato la mente di molte lungo qualche decennio; l’affermazione poi che la stessa relazione di affidamento, ereditata dalla pratica dell’inconscio, pur consentendo di stare con maggior agio nei rapporti sociali non abbia di per sé efficacia nel trasformarli ha dato espressione ai dubbi che personalmente rimugino da qualche tempo.
Ho associato l’idea dell’inconscio a una pratica politica fondativa ma datata fino a che non molto tempo fa grazie all’interesse di Eredibibliotecadonne (il gruppo di Savona di cui faccio parte) per la creatività femminile ho avvertito con stupore la sua viva e agente presenza, non solo come parrebbe ovvio nelle opere, ma proprio nella natura delle relazioni che si andavano affermando con le artiste. Confesso di aver all’inizio stentato a capacitarmi della facilità con la quale la comunicazione con loro fosse fluente e profonda a confronto della chiusura e della superficialità che molto spesso avevo incontrato nei rapporti con donne impegnate nella politica come nella società civile; poco dopo ho avuto anche modo di constatare l’apertura d’animo e di mente con le quali le artiste accoglievano, fino a far proprie (parlando di sé e dei propri lavori) in più occasioni, riflessioni e commenti espressi dalle Eredi che peraltro non facevano certo mistero di guardare alla loro arte con ‘occhio’ politico e in assenza di un background professionale specifico; d’altronde l’immediatezza con la quale le opere rivelavano ad uno sguardo empatico piuttosto che critico i ‘segni femminili’ della loro creatività trovava riscontro nel piacere col quale esse riconoscevano in tali segni manifestazioni del proprio intimo prima impensate, se vogliamo tracce dell’inconscio non elaborate.
Mi pare che la natura delle relazioni duali originate dalle esperienze artistiche condivise che ho potuto osservare possa essere descritta sinteticamente in un doppio movimento: dalla parte delle Eredi dall’impulso di un desiderio, sino ad allora inespresso ma non meno ‘politico’, di trovare in altri linguaggi risposte a verità primarie difficilmente mediabili dalla parola circolante nel contesto dato; dal lato delle artiste da un sentire che può essere interpretato come un bisogno di autorizzazione femminile forse anche ‘materna’ rimasto insoddisfatto a causa di processi formativi e di percorsi professionali avvenuti in ambienti a prevalenza maschile.
Considerando poi che le relazioni nate a causa dell’interesse per l’arte hanno a loro volta dato vita a una rete di rapporti che ha configurato quella comunità allargata ruotante intorno a Eredibibliotecadonne che era stata inutilmente perseguita per diversi anni, sarebbe legittimo pensare di aver fatto centro, senonché risulta lampante che la chiave del successo è anzitutto ascrivibile alla centralità dell’arte e solo secondariamente alla qualità delle dinamiche relazionali in campo. Di qui l’affacciarsi del dubbio che il guadagno dell’affidarsi a un’altra donna per dare corso a un progetto sia in buona parte determinato dalla natura del progetto e dalla visione che lo sottende mentre la consistenza del legame tra donne ne costituisce la condizione e lo sfondo; diversamente non troverebbe spiegazione l’insuccesso delle molte precedenti pratiche sperimentate, che avevano comunque preso avvio da un forte desiderio di dare visibilità e proiezione sociale a relazioni vere e tuttora esistenti.
Sulla base delle pratiche recenti mi pare infatti di poter sostenere che mentre la ‘forma’ relazionale dell’affidamento, proprio in quanto affonda le sue radici nell’inconscio, risulta fondante del fare società delle donne, la possibilità che questo si traduca in trasformazione dell’esistente pare determinata dal terzo fattore che alimenta ed insieme orienta il legame, il comune oggetto del desiderio; il grado di efficacia politica della relazione dipenderebbe quindi da ciò che intercorre tra i soggetti, da quel tra-mite che ne è veicolo ma anche causa e finalità.
Erano gli inizi degli anni Settanta. I movimenti femministi nelle loro prime comparse pubbliche riempivano le piazze europee e americane.
Nel ’71 a New York usciva Ms. Magazine, una rivista femminista creata e gestita da sole donne che al suo primo numero esaurì le trecentomila copie stampate. Si parlava di aborto, violenza domestica, uguaglianza salariale, molestie sul lavoro.
Nel ’73 nell’Astrodome di Houston (Texas) si disputò una partita di tennis che, anche per le/i non seguaci di quello sport, ebbe una risonanza mondiale. Una partita che andò assumendo significati al di là di quelli di una semplice sfida sportiva.
Si trattò della partita chiamata La Battaglia dei Sessi fra la campionessa Billie Jean King e l’ex-campione mondiale Bobby Riggs. Una partita che nello stadio raccolse oltre trentamila presenze e oltre novanta milioni di telespettatori di tutto il mondo.
Billie Jean King in quegli anni era già una grande campionessa, famosa per i successi sportivi e le battaglie per i diritti delle donne. Si era battuta contro la United States Association denunciando i bassi salari delle tenniste – circa un dodicesimo di quelli degli uomini – e ne era uscita fondando la Women Tennis Association.
Bobby Riggs, 55 enne, grande campione degli anni Trenta-quaranta e scommettitore ossessivo, la sfidò, dichiarando l’inferiorità del gioco femminile rispetto a quello maschile, dicendosi pronto a dimostrarlo in un confronto con la più grande campionessa del mondo.
Valerie Faris e Jonathan Dayton (ricordiamo il loro precedente Little Miss Sunshine), nel mettere in scena la storia della famosa partita ci coinvolgono irresistibilmente nel racconto degli eventi che la precedettero: vivide l’ambientazione, l’atmosfera attorno i due protagonisti, la conseguente spettacolarizzazione e risonanza mediatica dell’evento; incalzanti le sequenze e la sensazione di sospensione nell’attesa; ben ritmate e montate le immagini del match. All’aspetto pubblico alternano e non contrappongono, ben destreggiandosi, l’approfondimento della scena privata, quasi mescolandola: un farci intendere che quello che avviene nella vita di Billie Jean King risulterà socialmente e simbolicamente rilevante in un futuro prossimo.
È evidente l’intento, anche con toni leggeri e ironici, di mostrarci il sessismo della società americana dell’epoca, il finto perbenismo, la sfrontata arroganza maschile, i giochi di potere, le costrizioni e le chiusure per le donne, come altrettanto evidente è la percezione del loro prossimo sgretolarsi per volontà e intervento delle donne non più disposte a subire.
La figura di Billie Jean King, interpretata con sensibilità da Emma Stone, emerge per determinazione e forza. Nei chiaroscuri dei suoi turbamenti e delle sue incertezze c’è l’inizio di un percorso di scoperta di sé e della propria sessualità e il coraggio di viverla pienamente.
Molti studiosi e studiose di varia provenienza convergono nel sostenere che tra le caratteristiche eminenti del nostro tempo ci sarebbe un’espansione del narcisismo. A questa tesi, alcune obiettano che si tratta di una diagnosi parziale dal momento che non tiene in dovuta considerazione il fatto che il narcisismo riguarderebbe innanzitutto gli uomini e molto meno le donne. Questa obiezione comunque non convince molto uomini e, in vero, neppure tutte le donne.
Di solito, la tesi sull’attuale espansione del narcisismo è interpretata come se riguardasse la psiche dei diversi individui. La si potrebbe insomma parafrasare così: la maggior parte degli individui oggi presenta quella complessione psichica che è denominata “narcisismo”. Al che l’obiezione risponde: nel perlopiù delle donne qualcosa resiste.
Questa impostazione del discorso induce a porsi domande come le seguenti: che cosa c’è negli uomini che li espone al narcisismo? Che cosa c’è nelle donne che le rende più resistenti o meglio difese? Che cosa c’è nel nostro tempo che favorisce la diffusione di questa sorta di male psichico?
Vorrei che lasciassimo da parte questa impostazione psicologica e tornassimo a collocarci sul piano dell’ordine simbolico e delle forme dell’agire. Qui non ha più senso interrogarsi sul narcisismo come una specie di sindrome. Appare invece chiaro che il narcisismo è una certa modalità di rapportarsi a sé, agli altri e alle cose della vita: è una forma di mediazione e di affrontamento di tutti questi rapporti. E a questo punto si fanno innanzi delle domande molto più interessanti. Ne elenco tre:
- Quali caratteristiche ha questa forma di mediazione e quali sono i suoi inconvenienti in vista di una vita in cui possano fiorire delle relazioni feconde con gli altri e il mondo?
- Quali tra le pratiche e i dispositivi oggi diffusi e promossi favoriscono il fatto che sia proprio la mediazione narcisistica a dare forma ai rapporti tra i soggetti?
- Quali pratiche conosciamo che invece oppongono resistenza al narcisismo e assecondano piuttosto mediazioni del tutto diverse, in cui l’altro non è né una minaccia, né qualcuno che deve solo consentire all’io di specchiarsi? Chi le coltiva? Come possono essere riprese e sviluppate?
Così, invece di contare quante donne sono narcisiste o quanti uomini riescono a sfuggire a questo destino, possiamo concentrarci su quel che è più importante: quali caratteristiche hanno i contesti relazionali che generano narcisismo e quali caratteristiche hanno le pratiche che invece portano verso un altro ordine di relazioni. Nel rispondere a queste domande, l’autorità femminile potrà (continuare a) manifestarsi in maniera concreta. E anche gli uomini potranno provare a portare qualcosa di nuovo.
Riprendo da La pratica dell’inconscio, di Chiara Zamboni, nella dispensa gialla, due punti di riflessione: uno è la differenza fra il femminismo della differenza e i movimenti sociali; l’altro è il collegamento fra pratica dell’inconscio e politica del desiderio, laddove si intrecciano simbolico e relazioni. Li riprendo a partire dalla grande esperienza che è stata per me, e per molte/molti altri, l’esperienza dell’autoriforma della scuola, ma anche, come suggerisce l’ultimo libro di Vita Cosentino, riconoscendo nell’autoriforma una postura che trasforma la vita pubblica. In qualche modo voglio mostrare a Giordana Masotto che non si tratta di un aut aut, anzi di riconoscere connessioni che ci aiutano perché a me sembra che spesso siamo bloccate da domande a cui non abbiamo ancora trovato risposta.
Se penso all’autoriforma vedo la sua profonda differenza dai movimenti sociali. Questi ultimi hanno delle caratteristiche di massa anche quando non sono molto estesi, o sono estesi a livello locale: c’è un obiettivo comune da raggiungere, le modalità di lotta sono concordate, attraverso un’organizzazione che vincola i partecipanti, insomma bisogna vincere; penso alla Rete della conoscenza o ai No Tav, per fare degli esempi.
L’autoriforma della scuola e dell’università, dove è nata, non è una organizzazione. Potrei dire che i soggetti sono delle singolarità in movimento che intrecciano relazioni e si danno uno spazio di incontro a cui partecipare continuando a lavorare ciascuna/o nel modo che sente più congeniale con l’aiuto delle relazioni vicine, ma col desiderio di sottrarre all’invisibilità ciò che di prezioso si mette in gioco nel proprio lavoro. Non c’è un obiettivo esterno da raggiungere, come nei movimenti sociali, il collante è il bisogno di significare la ricchezza della pratica quotidiana. Non è importante il consenso, ma il rimando di forza simbolica, e questa è una forza che non cancella il dubbio, accetta l’incertezza, si nutre delle intuizioni che accompagnano l’opera.
La scuola non è luogo di ripetizione meccanica o di esecuzione. Ci sono spazi di creatività diversissimi – tra le varie zone del paese e le varie scuole – che noi abbiamo voluto dire in incontri locali e nazionali, non per omologarci ma per farne sgorgare il senso, perché attraverso quel lavoro di scavo noi per prime/i capivamo la scuola che volevamo. E anche ciò che dentro o fuori di noi la ostacolava. Ciò che avevamo in comune era la consapevolezza che stavamo aprendo conflitti simbolici nati dallo scarto fra ciò che noi mettevamo nel nostro lavoro e il modo in cui era visto e nominato nella società. Nel nostro modo di sentire e di agire c’era un’eccedenza che indicava un altro ordine di senso e quello volevamo salvare.
Uno dei motivi per cui è nato il circolo La merlettaia a Foggia è stato proprio il desiderio di coinvolgere la città in questo percorso. Che cosa vogliono salvare oggi tante insegnanti?
Nel conflitto simbolico l’interlocutore fondamentale non è il potere, piuttosto invece le colleghe/i, che spesso coinvolgevamo nelle nostre iniziative, gli studenti e le studentesse con cui ci relazionavamo, i e le presidi. Con tutti si trattava di toglierci da una posizione pregiudiziale e mettere in gioco quello che Chiara Zamboni chiamò con espressione felice l’aspetto inconscio della relazione. Come facevo per esempio a far nascere la passione per la storia in studenti e studentesse che partivano chiedendo a cosa servisse la Storia e supponendo che fosse una cosa inutile? Eppure suscitare quella passione era la mia misura, per poterla ritrovare io stessa. E per arrivare dove?
Questa è una differenza fondamentale con i movimenti sociali che invece si pongono in modo frontale contro il potere e gli contendono il terreno decisionale. Non voglio sottovalutare ogni scontro con il potere, anzi nell’autoriforma c’è sempre stato su questo un dibattito molto acceso. Ma moltissime di noi hanno la consapevolezza che c’è un prima, c’è un dopo e c’è un altrove, cioè c’è altro che sfugge al potere, e questo altro ha a che fare con sogni, speranze, paure, desideri che si manifestano spesso in forme indirette, che ci sono oscuri o ci diciamo in modo distorto.
È il lavoro di relazione che trasforma il vissuto soggettivo in esperienza e in simbolico indicatore di un ordine.
È questa un’altra grande differenza con i movimenti di massa che vedono solo se il singolo ha sposato o no l’obiettivo, ma sottovalutano il simbolico e ignorano il conflitto tra sé e sé, le radici profonde del nostro agire, l’aspetto inconscio.
Una differenza di fondo è che nei movimenti sociali essere uomini o donne viene considerato indifferente. L’agire femminile viene diluito nell’universale neutro, o non viene ascoltato o addirittura viene ostacolato se apre ad altre logiche rispetto al previsto.
Nell’autoriforma invece le singolarità in movimento si incontrano proprio a partire dalla curiosità per ciò che l’essere donne e uomini fa comparire sulla scena simbolica, c’è disponibilità verso l’imprevisto e l’invisibile. E questo invisibile si trova sottraendoci alle regole o al sistema di aspettative dato dall’istituzione e dai saperi costituiti, non accontentandosi di quanto fino ad ora già simbolizzato, anche dal femminismo.
E quando si apre lo spazio del simbolico non si può parlare in termini di sconfitte o vittorie, piuttosto in termini di visibilità/invisibilità, dicibilità/indicibilità.
Per questo parlarne e raccontare diventa fondamentale.
E diventa fondamentale riconoscere la postura che caratterizza l’autoriforma anche quando non se ne usa il nome come a me sembra di vedere in alcune donne che operano nella mia città.
Una bella occasione questa di poter vedere al lavoro la differenza sessuale e di poter confrontare su un medesimo soggetto quello che pensano e mettono in scena un uomo e una donna.
Mi sto riferendo all’ultimo lavoro di Sofia Coppola, L’inganno, premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2017, e al film di Don Siegel, La notte brava del soldato Jonathan del 1971, tratti entrambi dal romanzo The beguiled (1966) dello scrittore americano Thomas P. Cullinan.
La trama dei due film è identica e le variazioni di sceneggiatura non ne modificano la sostanza.
Virginia, 1864, piena Guerra di Secessione, un soldato nordista ferito, trovato nei pressi di un collegio femminile, è soccorso e curato dalle giovani donne che lì vivono protette, anche se i cannoni rombano a breve distanza. La sua presenza modifica le dinamiche delle relazioni fra le sette donne – la direttrice, l’insegnante e cinque giovani ospiti dai dodici ai diciassette anni –, rompe la loro quotidianità fino a mettere quasi a rischio la loro stessa esistenza.
Don Siegel, nel suo film, che tra l’altro nella versione inglese porta lo stesso titolo del romanzo, pone al centro il caporale Jonathan McBurney, bugiardo e manipolatore, pronto a giocare nella partita per la sopravvivenza e la fuga tutte le sue cartucce: un esercizio di fascino, seduzione e inganno per provocare gelosie e invidie, mettere le donne le une contro le altre togliendo loro autorità e potere. Dall’atmosfera, molto gotica, carica di erotismo, nevrosi e di pericolo il regista fa emergere un immaginario di donna potente, demoniaca e castrante. Al film, comunque, non va tolto il merito di un’ottima regia e di un cast di tutto rispetto ad altissima recitazione e tensione, Geraldine Page e Clint Eastwood fra gli altri.
Sofia Coppola pone al centro la comunità delle sette donne, un piccolo gruppo autosufficiente, dopo la fuga e l’allontanamento di molte, che resiste con il proprio lavoro nel mezzo di una guerra che dura da molti anni. Allevano animali, coltivano l’orto, dal bosco raccolgono funghi e legna, cucinano e cuciono. Una serenità conquistata in cui ognuna svolge i propri compiti in una ritualità rassicurante divisa fra lavoro, lezioni e preghiere. La direttrice, l’autorevole Miss Martha, sente, così facendo, di preservare e proteggere le sue allieve dagli orrori e dai pericoli della guerra che le circonda.
L’imprevisto si presenta nel corpo ferito del soldato nordista.
Tutte loro lo accolgono, decidono di curarlo, di nasconderlo, correndo anche dei rischi. Giocano con lui i riti della seduzione nella sensualità dei loro giovani corpi, mosse da sentimenti ed emozioni che forse poco conoscono e delle cui conseguenze sono poco consapevoli. E lui, il soldato, sentendosi quasi in un paradiso, muove le sue pedine con bugie e inganni.
In una forma essenziale e minimalista il film di Sofia Coppola è interessato a mostrare le relazioni fra quelle donne, le loro complicità e le tensioni anche sessuali che la presenza di un uomo fra loro provoca. McBurney è un uomo che non capisce la complessità delle donne, né i loro desideri, né lo spirito dei loro legami: gioca il tutto per tutto per soggiogarle ai suoi fini. È una questione di potere. Dall’altra parte, le donne, dalla più grande alla più giovane, si fanno consapevoli di non voler diventare né suoi oggetti del desiderio né le sue vittime e in un conflitto a tensione crescente troveranno le opportune soluzioni.
Cast stellare con le sue attrici preferite Kirsten Dunst e Ellen Fanning, più una splendida Nicole Kidman e un Colin Farrell, non totalmente a suo agio nel ruolo di McBurney. Ambientazione ricercata e costumi raffinati; colori della fotografia in sintonia con le variazioni di atmosfera del film.