domenica 10 settembre 2017 ore 10.00-13.30


Qual è la leva per la trasformazione soggettiva quando prevale l’auto-affermazione, l’auto-realizzazione individualistica?
Il femminismo della differenza ha elaborato pratiche per stare in rapporto con l’inconscio. Quale pratica politica oggi?
Se il narcisismo maschile è debordante e inquietante, che cosa si può cominciare a dire sul narcisismo femminile, oltre al fatto che circola poco?


Riprendiamo a discutere ispirate dall’incontro del 15 luglio “Chi vince tra desiderio e potere? Attualità della pratica politica dell’inconscio” (di cui è disponibile una dispensa in Libreria). Introducono Vita Cosentino e Lia Cigarini.


Appuntamento: domenica 10 settembre 2017 alle ore 10 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265; la conclusione è prevista verso le 13.30 e sarà seguita da un pranzetto, come d’abitudine.

La generazione che avviene tra i due sessi è il dato mentale più fondamentale per ognuno di noi dato che siamo in vita. E poi che ne siamo consapevoli, andiamo a cercare tra animali e piante tutti gli esempi che riproducono questo due differente che è all’origine. Non penso che il “due originario” sia la diade donna che genera e creatura generata, come ha scritto Giordana Masotto (Perché accontentarsi di metafore?, VD3 17 luglio 2017). Occorre la differenza perché emerga qualcosa di nuovo, nuovo sarà allora quello che ancora non c’era.

La GPA cancella il due originario sessuato, e gli sostituisce – la nostra tradizione ha aperto un’autostrada in proposito – quello tra corpo e soggetto: il corpo gestante e la madre maschile. Il corpo è pura materia al lavoro, che produce un corpicino materiale, neutro+neutro, cui la madre maschile darà soggettività di figlio.

Vengono in mente tante cose. Il dogma dell’Assunzione è l’idea che contrasta questa perversione dell’immaginazione (e mi pare di vedere un senso anche nel fatto che il figlio sia maschio).

Tutto il campo del dono, della generosità, così come la storia di Sara (disse ad Abramo suo marito: vai dalla serva Agar, forse IO -SARA- POTRÒ AVERE FIGLI DA LEI), occupa rapporti orizzontali femminili entro un quadro patriarcale, si intuisce anche un altro tipo di separatismo.

Ma oggi non è così, le donne sono messe al lavoro della gestazione da maschi nella sfera della circolazione del denaro, e il quadro ideologico di riferimento è quello dell’uguaglianza e del neutro: i sessi non contano (tanto che si immaginano moltiplicarsi), e la madre è femminile come maschile.

Quindi Giordana fa bene a concludere che insistere sulla radicalità simbolica della relazione materna, che fa venire al mondo ed è il lavoro di rendere possibile la convivenza umana, può portare lo stesso sesso maschile a “riposizionarsi”, e non pensare più a spargere il seme per il mondo a destra e a manca.

Ciao, Cristiana

La prima cosa che mi interessa sottolineare è la differenza che passa tra la parola ‘divieto’ e la parola ‘condanna’. Sono contraria al divieto per legge della Gpa perché penso che il proibizionismo non sia efficace, nemmeno in questo caso, e che anzi possa rivelarsi dannoso, perché può costituire nella posizione di “vittime” gli uomini e le donne che la considerano un diritto o un’occasione di libertà da rivendicare.

E veniamo ora alla condanna: mi è stato fatto notare che questa parola nel linguaggio comune è associata con punizione. Non voglio punire nessuno: sono stata punita nei primi anni della mia vita abbastanza da farmi passare la voglia di avere a che fare con qualunque forma di questa idea.

Uso quindi la parola ‘condanna’ per dire che non può esserci da parte mia né approvazione né accettazione di questa pratica. Tanti argomenti in questo senso sono già stati portati. Aggiungo che vedo un eccesso dell’io nella spinta irrinunciabile a trasmettere il proprio patrimonio genetico. Una mancanza di coscienza del limite. Un’idea cieca di progresso. E ci vedo anche da parte di alcuni uomini un desiderio di rivalsa nei confronti della “ingiustizia” costituita dall’impossibilità di portare nel proprio corpo e partorire nuove creature.

Nutro una specie di compassione – nel senso etimologico del termine – per questo aspetto della condizione maschile, che immagino possa essere – quantomeno a livello inconscio – dolorosa.

La mia speranza è che ci possa essere una discussione che non si trasformi in un muro contro muro, che mi permetta di ascoltare e di essere ascoltata.

Sono convinta che la cosa più importante nella vicenda della Gpa sia il significato simbolico; forse il conflitto ci aiuterà a discutere di molte cose finite sotto traccia.

So che la scienza ha una sua forza interna che non può essere fermata, ma mi colpisce che dopo millenni di storia segnati dall’oppressione e dallo spossessamento della capacità riproduttiva del corpo femminile, oggi che le donne hanno la possibilità di pensarsi e di dirsi da sé, emerga qualcosa che le spinge a dispossessarsi da sé, almeno apparentemente.

Per questo la discussione sulla Gpa non dovrebbe discostarsi da quella sulla maternità e la non-maternità, e anche – rispetto al potere del mercato – dalla necessità di separare la questione del lavoro al diritto alla sopravvivenza. Cosa in parte già avvenuta, ma solo in senso negativo.

C’è ancora molto da indagare sulla maternità.

Un esempio personale: ho messo al mondo un figlio e una figlia. Senza prove “scientifiche” so che ciò che è intercorso tra me e mio figlio è diverso da ciò che è intercorso – in parte indipendentemente da chi sono io e da chi è lei – tra me e mia figlia. Come lavora l’inconscio nelle generazioni femminili che vanno indietro fino all’inizio del tempo, quella linea ininterrotta che Luisa Muraro chiama “continuum materno”?

Ho trovato riflessioni molto interessanti in alcuni testi di Diotima e nel libro «L’inconscio può pensare?», curato da Chiara Zamboni. Vorrei saperne di più.

L’ultima cosa: temo che la perdita di potere sulla vita che stiamo conoscendo possa essere in qualche modo coperta con l’illusione di una presa di potere sull’esistenza, o meglio su quelle parti dell’esistenza che sono la sessualità e la riproduzione. In questo senso, tra l’altro, non mi va bene essere definita dal di fuori come una eterosessuale, non fosse altro perché quando penso a me stessa mi penso bisessuale, e a volte qualcos’altro ancora. Ho paura delle definizioni.

L’invito di Luisa Muraro mi ha molto sorpreso. L’ho accettato per la lunga relazione che mi lega a lei e a questo luogo. E anche perché condivido la posizione, da Luisa riaffermata qui all’ultimo incontro di Via Dogana 3, per una più convinta ricerca di scambio tra donne e uomini e per una pratica politica comune. Ho pensato: «Non sono madre. Non sono gay. Che ci faccio qui?»

Ma la questione della gestazione per altri (Gpa) interpella noi uomini, e noi eterosessuali: un soggetto rimosso in questo dibattito su scelte che coinvolgono in realtà una maggioranza di coppie etero. E un soggetto troppo silente.

L’impossibilità di generare direttamente dal nostro corpo ci accomuna tutti. Lo ha detto bene Stefano Ciccone in dialogo con Federico Zappino e Cirus Rinaldi (inserto “Ciao maschi” sul n. 113 di Leggendaria, 2015): «Fare i conti con questo limite e attraversare le diverse sue elaborazioni è un esercizio ineludibile». Per riconoscere sempre meglio il proprio desiderio e quello dell’altra – o dell’altro a me in questo simile.

Non essere madre rimanda poi alla poco investigata relazione con la propria madre, oltre che con l’altra che può essere o è madre dei nostri figli. Finora – anche mediaticamente – l’essere maschio e padre, più o meno “in crisi”, resta declinato simbolicamente soprattutto in relazione al proprio padre e al figlio (e spesso si intende proprio il figlio maschio). Così si rimuove una relazione fondamentale.

Altri problemi apre l’affermazione “non sono gay”. Posso essere frainteso: “per carità, mica sono gay!”. Oppure c’è il rischio di alludere a una “comunità” che in realtà è fatta da persone diverse l’una dall’altra, e che si è data anche espressioni politiche e culturali distinte e plurali.

Parlo soprattutto dall’esperienza di due anni del gruppo romano “Maschile in gioco”, nel quale c’è un confronto con numerosi amici gay interessati come me e altri a riflettere sul proprio comune essere maschi.

Ancora prima, anni fa, altri scambi di questo tipo nella rete di Maschile plurale.

Una delle prime volte l’argomento Gpa fu affrontato da un amico gay, assai polemico sulla pratica: l’ho risentito e mi ha ricordato che in quella discussione aveva citato anche il caso di due lesbiche, una delle quali madre grazie allo sperma di un amico. Quando, diversamente dai “patti”, questo amico aveva manifestato il desiderio di avere una relazione col figlio, la reazione delle due donne era stata di rigida chiusura.

La differenza del contributo fisico alla procreazione giustifica la facile rimozione di un desiderio e di una presenza paterni?

Alcuni scambi più recenti, nel gruppo romano. Discussioni nel momento in cui c’è la polemica politica sulla legge per le unioni civili. Incontriamo una coppia di gay (fanno anche parte di un gruppo ebreo): non hanno alcuna intenzione di procreare o di prendersi cura di bambini. Sono però molto arrabbiati per l’uso strumentale che si fa dell’“utero in affitto” da parte delle destre, cattoliche e no, contro l’intera legge e contro l’ipotesi che legittimi anche le adozioni. Ne fanno una questione di dignità ferita.

L’uscita del documento di Snoq-libere, firmato anche da alcuni politici maschi, mentre si discuteva ancora della legge, mi sembrò – e mi sembra – una iniziativa strumentale.

Nel gruppo conosco superficialmente un uomo completamente preso dall’attesa che in America una donna metta al mondo la sua bambina. Non ha dubbi che si tratti di un fatto di civiltà. Ci fa conoscere la neonata, che tiene in braccio amorevolmente, poi scompare dal gruppo.

Guardarlo, ascoltarlo, mi provoca reazioni contradditorie. È bella la sua tenerezza paterna-materna. Ci vedo però anche un eccesso.

Capisco che molte donne leggano in questa figura maschile il pericolo di una appropriazione indebita della funzione materna. Che si metta in gioco un “indisponibile” nelle relazioni tra i sessi. Sono però convinto che in questa inclinazione maschile verso la piccola creatura sia leggibile anche un effetto prodotto proprio dalla rivoluzione femminile. Uno scostamento radicale dai tradizionali modelli patriarcali, verso il corpo e la cura. Qualcosa, comunque, da guardare e da interrogare.

Dell’intervista a Nichi Vendola di Letizia Paolozzi (nell’inserto “Mamma/non mamma”, sull’ultimo numero di Leggendaria) vorrei che si leggessero anche le parti in cui dice di sé che avrebbe voluto adottare, delle relazioni con le due donne che hanno reso possibile la nascita e con il figlio, e là dove afferma che il suo essere gay non lo svincola dai suoi “debiti di genere” («Il femminismo – dice – per molti di noi è stato un paradigma e un nuovo vocabolario. Lo dico senza camuffarmi da femminista e so bene che l’omosessualità non mi svincola dai debiti di genere che, in quanto maschio, ho contratto. Sono consapevole di essere maschio e so che ai maschi compete un lungo lavoro di genealogia del proprio genere per liberarsi dalle proprie coazioni al comando. Occorre un lavoro quotidiano di svuotamento della propria attitudine al potere, una sorta di auto-spossessamento di quella che è una stratificazione ideologica che agisce nel profondo e che ci fa appartenere a una etnia speciale, speciale perché addestrata a percepirsi come proprietaria privata delle donne e dei bambini»).

Direi che se si vuole discutere con i gay – con le loro associazioni, ma soprattutto con ogni singolo – bisognerebbe affermare in modo più forte che si è favorevoli all’adozione, da parte di single e di coppie. Come per tutti gli altri e altre (naturalmente si può anche essere contrari, ma in questo caso bisognerebbe motivarlo).

L’altro punto che sollevo è quello del linguaggio. Nell’epoca dei social se si confrontano due posizioni eticamente e linguisticamente chiuse (“fate una cosa abominevole” – “soffocate libertà, vita e amore”) le possibilità di uno scambio spariscono e si alimenta uno schieramento simbolicamente mortifero.

Credo di aver imparato da alcune donne, che sono qui, che “il metodo è sostanza”, e il linguaggio è la cosa più determinante. Sono poi preoccupato che il pensiero e la pratica politica della differenza sessuale possano essere viste, soprattutto da giovani persone che, forse anche non del tutto consapevolmente, ne hanno assimilato il valore radicale di libertà, ma cercano altro, come una proposta che si carica di significati normativi negativi.

Luisa ha ripetuto recentemente che la differenza è in noi, più che tra noi e altri. E mi verrebbe da dire che le vie per raggiungere un senso libero della differenza, se non sono infinite, sono comunque molteplici. Al limite sono tante quante siamo ognuno.

Da questo punto di vista conta non solo come, ma anche con chi si discute con l’obbiettivo di uno scambio. Sono del tutto d’accordo a discutere con il mondo cattolico, che sempre di più si volge al pensiero della differenza. O con quelle posizioni laiche che vedono il nesso tra differenza e una nuova idea della libertà e del limite oltre le ipoteche patriarcali.

Credo che questo scambio vada esteso al mondo che si usa riassumere nella sigla GLBTQI ecc. Riferirsi a questo mondo come a un tutto omogeneo e orientato alla neutralizzazione di segno maschile mi sembra un errore. Per certe posizioni forse è vero che uno come Mario Mieli si rivolterebbe nella tomba. Ma altre ricerche e pratiche si richiamano proprio alle sue posizioni, e alle successive elaborazioni che indagano non in modo banale sui nessi tra natura, cultura, potere, soggettivazione (un esempio: il dialogo sul “futuro del soggetto queer” tra Federico Zappino e Lorenzo Bernini in appendice al testo di Butler «La vita psichica del potere», Mimesis 2013)

Infine, non voglio sottrarmi al punto della legge. Non solo per quanto riguarda le massime che più o meno consapevolmente seguiamo nelle scelte etiche. Ma anche proprio per le norme di cui si discute. L’idea del divieto universale non mi convince. Come non mi piace una contrattualistica determinata dal mercato. Per un uomo è molto difficile, forse impossibile (sbagliato?) pronunciarsi su qualcosa che investe il corpo e la libertà femminile. Lo osserva Claudio Vedovati (nel citato volumetto “Mamma/non mamma”) riferendosi anche alla nozione di “diritto leggero”, nelle parole di Maria Grazia Giammarinaro.

Mi sono chiesto se l’asserzione formulata per l’autodeterminazione sulla procreazione e sull’aborto – a lei spetta, sul destino proprio e della propria creatura, la prima parola e l’ultima – non possa essere fatta valere anche nel caso della donna che scelga di procreare per altri e altre.

Perché accontentarsi di metafore quando abbiamo a disposizione un simbolico potente? Questo ho pensato ascoltando le molte voci che si intrecciavano nell’incontro VD3 del 9 luglio. L’ispirazione mi viene, ovviamente, dal libro di Luisa Muraro L’anima del corpo. Il punto mi pare importante per orientarsi nei conflitti e nei confronti nati a partire da GPA e dintorni. L’affermazione di un simbolico non metaforico, che lei delinea in un apposito capitoletto, a ben guardare, è già chiaramente evocata nel titolo del libro perché, come lei spiega, quel simbolico è tale perché è radicato nel corpo.

E infatti quella affermazione, secondo me, dà corpo e radice a un punto di vista che fa chiarezza – perché non è eliminabile e non è confondibile – su tanti obiettivi che sono oggi portati in campo. Su tante confusioni.

L’idea di un simbolico non metaforico è, nel libro di Muraro, ancorata al corpo della madre, alla differenza che la donna può mettere in atto con la sua capacità di fare la gestazione, di portare alla nascita. E poi di dare materialità simbolica, non metaforica, anche alla gestione della creatura appena nata fino al momento in cui prende corpo una soggettività autonoma.

Il lavoro della madre, se noi andiamo davvero a vederne l’essenza simbolica, ci fornisce alcune discriminanti politiche molto forti e che vanno riaffermate con chiarezza, perché la posta in gioco è alta. Ciascuna/o può portare il dibattito laddove lo reputi necessario e laddove ci siano le condizioni per avere un confronto, ma è chiaro che portare delle discriminanti e ribadirle significa anche mostrare come la maternità nel suo fondamento politico simbolico sia un elemento chiave della libertà delle donne. Ed è per questo che c’è tanto casino nel mondo del femminismo. Perché secondo me fa chiarezza sia contro la parità sia contro il considerare le donne solo una categoria oppressa che liberandosi si neutralizza, consegnandosi a quella versione on demand degli esseri umani che oggi sembra prendere il sopravvento.

Abbiamo detto basta da tempo all’essere considerate oggetti del discorso. Ma non siamo stanche di essere percepite come aggettivi, o addirittura come avverbi? Non è arrivato il momento di prendersi lo spazio per vivere da sostantivi? Le donne non fanno le (stesse) cose meglio (sì lo so, le fanno anche meglio, ma non facciamoci confondere). Le donne sono diventate un soggetto inedito nella storia dell’umanità.

Il femminismo degli anni ’70 ha dato una svolta definitiva alla presenza delle donne nel mondo perché è partito dai corpi, dal sesso e lì deve restare radicato.

Per esempio, quel famoso slogan “L’utero è mio e lo gestisco io”, che non mi è mai piaciuto, non ha forza simbolica. Nasce dall’esigenza di ribadire che non siamo contenitori a disposizione, e va bene. Ma non riesce ad affermare in libertà la differenza di un corpo che può diventare due e da cui tutti e tutte nasciamo (almeno finché non ci sarà l’utero artificiale). Al contrario sembra volersi sottrarre a quella potenza simbolica, accontentandosi di reiterare a piacere il gesto procreativo. Un diritto individuale: l’utero è mio e lo gestisco io, per abortire nei ’70 e adesso per generare.

E così la libertà delle donne, invece di sovvertire un mondo a una dimensione, ritorna nel privato globalizzato, consumerizzato. Naturalmente questo non mette in discussione che è la donna che decide, né tanto meno vuole inchiodare la donna al destino materno (io stessa ho scelto di non percorrere quella strada e sono insofferente verso la stucchevole secolare metafora) o non vederne rischi e deviazioni. Oggi possiamo restare vicine al corpo materno senza paura di essere fagocitate. Penelope prende (anche) il largo e inventa nuove rotte (e Ina Praetorius sarebbe d’accordo).

Ma se io parto da qui, tante cose di cui si discute di questi tempi, diventano più chiare. Mi sembra che una barra me la dia.

Per esempio, cosa ha a che fare con una libertà delle donne che voglia cambiare il mondo, l’aspirazione, oggi di moda, a fare tutti famiglia, a essere riconosciuti come famiglia con tutti i suoi portati giuridici e sociali? Non mi ci ritrovo: io ho scelto di fare spazio nella mia vita a una relazione amorosa (con un uomo) e però mi sono sempre rifiutata di sposarmi perché sono di quella generazione – come diceva anche Luisa – che vuole una “unione libera riconosciuta dalla legge”. Adesso per avere una serie di garanzie potrei fare l’unione civile, che non è solo per omosessuali e lesbiche, ma non ci sto, perché sarebbe come “abbassarsi” al livello di voler essere famiglia. Io non ho mai voluto essere famiglia. Allora mi chiedo: se noi ripartiamo dalla potenza politico-simbolica della differenza materna, in questo senso ampio, non sarebbe possibile ripartire anche sul piano del diritto? La diade che fa da paradigma alle relazioni di dipendenza degli esseri umani non è forse quella formata da una donna che genera e dalla creatura che è generata? Cosa cambia se noi mettiamo così in discussione la base patriarcale del diritto? Ne parla Daniela Danna nel suo Contract Children citando il lavoro di Martha Fineman; ha ragionato in questa direzione anche il gruppo delle giuriste di Milano negli anni ’70/80. Varrebbe la pena di andare avanti.

E quindi, da questo punto di vista, che cosa vuol dire che il seme maschile va libero per il mondo? Sono d’accordo quando si dice che quel seme non crea un diritto di paternità, ma quello che sta accadendo è che forse anche gli uomini non pensano più di volerlo spargere in giro a destra e a manca. Perché, se io vado a ripensare le radici del venire al mondo e della convivenza umana, (questo riguarda il lavoro, nasciamo dipendenti e moriamo dipendenti, tutto il lavoro necessario per vivere, ecc) se riformulo la radicalità simbolica di quella relazione, allora magari anche gli uomini vogliono riposizionarsi e spargere in giro il seme senza controllo attenua la sua potenza simbolica patriarcale.

E infine, se riconosciamo la forza simbolica e non metaforica del corpo della donna, cosa ne è del rapporto sessuale penetrativo, che è poi quello generativo? Negli anni ’70 ne abbiamo parlato tanto e l’abbiamo messo allegramente in discussione, sperimentando altre forme di incontro sessuale. Forse sarebbe il momento di ribadire che con la penetrazione l’uomo non possiede e non conquista. Al contrario, si riconsegna al corpo femminile da cui ha avuto origine, e può farlo perché una donna gli dischiude questa possibilità.

Ecco le mie impressioni sull’incontro della redazione allargata di Via Dogana, del 9 luglio 2017 al Circolo della rosa. Subito vi dico che credo di aver capito molto bene alcune cose, altre rimangono oscure.

La questione dibattuta è stata innescata dallo “sbrego”, come l’ha definito Luisa, che si è aperto tra la comunità gay e quella lesbica, sulla legittimità della maternità surrogata, detta GPA, o Gravidanza per Altri. Io volgarmente definivo questa pratica “Utero in Affitto”. Ci scrissi sopra un articolo, su un giornaletto locale, anni e anni fa, che titolai appunto “Utero in Affitto, Garage Annesso”. Sembrava, volutamente, un annuncio immobiliare.

Il tono della discussione è stato molto alto, però ci sono state delle affermazioni che mi hanno toccata, nonostante non sia madre e non abbia mai avuto una gravidanza. Mi ha colpita l’intervista in differita con Cristina Gramolini, perché ha usato la parola famiglia, il diritto di potersi prendere cura dell’altro, dell’altra nel bisogno e per l’assistenza… Io lì ho capito bene tutto. Ed ero, sono d’accordo su tutta la linea. Poi c’è stata una provocazione forte contro gli uomini che chiederebbero l’approvazione delle donne. La provocazione non è stata raccolta.

Ho preso qualche appunto disordinatamente, ma quando Alberto Leiss ha parlato mi sono un po’ persa. Ho registrato che ha detto, forse riferendosi allo sperma, che è “un pezzo del corpo maschile”.

Ho capito e condiviso il discorso sulla genitorialità per tutti.

Mi sono emozionata quando, credo Patrizia, a proposito della gravidanza, ha tirato in ballo non solo l’esperienza uterina e l’intero corpo della donna, ma anche la sua immaginazione e la fantasia.

Luisa ha parlato dell’eugenetica, della china pericolosa di questa società di m., temibile, e ha fatto un’altra affermazione forte sull’asimmetria che esiste tra uomo e donna: se donare lo sperma non rende padri, accettare la gravidanza e partorire rende madri.

Poi un altro momento di buio, per me, quando sono state citate la sigla LGTBQ+ e le parole cisgender e transgender. Io lì non ho capito. Volevo attaccarci anche una C, per Chissenefrega, ma mi è sembrato blasfemo, Chissenefrega perché, per me, non ha senso appiopparsi un’etichetta e barricarcisi dentro. Ma questo è un problema mio.

Poi ha preso la parola Marina e lì, vai, mi sono proprio sentita interpellata. Io che vengo da un retroterra culturale non povero, anzi ricchissimo, ma gretto e materialista, e però sono radicalmente contro la mercificazione dell’essere umano, sia L. che G. che T. che B. che Q. che + che bambino, che deficiente, che inerme, e metteteci quello che volete, mi sono sentita d’accordo su tutta la linea. Ha parlato di libertà e di sfruttamento e di radicalità del no. Nessuna sfumatura: nessuna concessione all’altruismo che spalancherebbe le porte, come un cavallo di Troia, alla pratica dell’utero in affitto.

Si è parlato di non vietare: nulla si vieta tranne la pena di morte (badate bene che sto andando giù di falcetto). Qui sono saltata sulla sedia.

E ho fatto il mio intervento fantozziano. Tutto al contrario.

Il senso era che nel trecento sarei stata arsa, che negli anni quaranta sarei stata gasata. Ne sono consapevole. Alla fine l’ho scampata bella. Ho avuto la fortuna di nascere ai giorni nostri, ma una psicanalisi cieca, o che ci vede benissimo (come la sfiga!), mi ha impedito di fare figli. Poi ho citato il mio articolo di anni e anni fa di cui sopra e ho concluso parafrasando appunto Fantozzi. LA GPA è una cagata pazzesca. Nonostante mi sia impapinata e la mia caduta di stile, vi ho sentite solidali.

Il problema è che questa è una barzelletta che non fa ridere e me ne sono resa conto quando sono uscita e un’amica della libreria, alla cassa, mi ha parlato della mafia e del traffico degli organi dei bambini, e delle gravidanze pagate alle madri surrogate sottomesse a mariti magnaccia. In quel momento mi si è accapponata la pelle.

Più che il significato delle sigle, m’interessa, come ha detto Luisa, che esploda questa questione, esca dai salotti e dai cenacoli: bisogna parlarne, perché non è una questione che riguardi solo gay e/o lesbiche e/o tutte le altre sigle citate (e da chiarire per me). Io sono contenta di aver potuto partecipare. Ora mi chiedo quale potrà essere la prossima mossa per sfidare un silenzio che imploderebbe dentro di noi, affossando ancora di più i nostri mala tempora.

Scusate se sono stata così poco politically correct.

I conflitti fanno paura ma sono occasioni. Parliamo della GPA o gravidanza per altri, detta anche surrogacy, una forma di gravidanza mercenaria o alienata, accettata in certi paesi, non in Italia. Il giudizio etico e politico su questa pratica sta lacerando il movimento che si è formato con l’alleanza tra lesbiche e gay, oltre a dividere il femminismo internazionale.

La questione riguarda strettamente Via Dogana 3, poiché si tratta, in definitiva, dei rapporti tra donne e donne, tra donne e uomini nel mondo di oggi, mondo che non serve descrivere, perché domani sarà già cambiato, ma serve conoscerlo.

L’aperto conflitto tra persone a noi vicine è un’occasione per mettere fine a tanti evitamenti di comodo e per porci domande che, in parte, erano già in fila per avere la nostra attenzione. Per esempio, detto alla rinfusa: che cosa c’è dietro alle troppo insistenti accuse di omofobia? forse un bisogno di approvazione femminile? Come hanno risposto le simpatizzanti di Vendola al suo disinvolto ricorso alla GPA? Perché i gay aspirano a traguardi che fanno rivoltare nella tomba i loro antenati più illustri, come Mario Mieli? Perché il mondo lesbico non è in un rapporto di continuità con quello femminista? Quanto pesa l’attaccamento identitario al proprio gruppo? Che cosa pensano, che cosa sanno, della loro eterosessualità le femministe che la praticano come cosa ovvia?


Cristina Gramolini risponde a #VD3

Domanda: Noi abbiamo ereditato dal patriarcato il matrimonio, che nel corso dei secoli ha conosciuto qualche miglioria, ma che continua a portarsi dietro una storia di sofferenze (e di insofferenze). D’altra parte, le creature piccole hanno bisogno di una famiglia per venire al mondo e imparare a starci. In questa direzione, la formula “unione libera riconosciuta dalla legge” mi pareva un buon punto di avvistamento (come sottolinea la nostra amica Bonnet). Perché dunque il movimento omosessuale – o meglio: una parte di esso, quella che sembra più rappresentativa – si è orientato verso il matrimonio?

Risposta: Nel movimento di oggi c’è una volontà irresistibile di essere riconosciuti dalla legge come uguali agli eterosessuali, nessun pensiero di critica culturale circola agevolmente se ostacola l’aspirazione alla parità, è un bisogno di normalità come risposta alla sofferenza vissuta perché diversi/e ma è anche un’ubriacatura figlia del tempo senza speranza di un mondo diverso: lo slancio è di partecipare alle opportunità competitive. Osservo che nelle polemiche sulla gpa vengono ingaggiate discussioni senza traccia dell’ironia che caratterizzava e rendeva riconoscibile il discorso politico gay (gaio): anche nello stile ha prevalso l’uguaglianza con la virilità etero.


D. Ammettiamo che il matrimonio, in mancanza di meglio, abbia ancora qualche buona ragione di essere. Una ragione del vincolo matrimoniale eterosessuale, ai nostri giorni, sarebbe di far incontrare l’altro che ci portiamo dentro, di farcelo incontrare incarnato da un individuo dell’altro sesso, in una specie di esteriore e duratura intimità. Secondo te, che senso ha un matrimonio tra persone dello stesso sesso?

R. Alcune persone incontrano l’altro incarnato in una persona dello stesso sesso, questa è la ragione dell’amore e non del matrimonio, penso che l’amore si basi sulla differenza ma non necessariamente quella del sesso anatomico, la differenza può essere emotiva, intellettuale, fisica, energetica, culturale. Il matrimonio invece ha la finalità di stabilire parentela legittima, asse ereditario e materie legate ai rapporti con lo stato, come la fiscalità. Ricordo che Rosanna Fiocchetto, una lesbica femminista che è stata importante per la mia presa di coscienza, benché del tutto contraria all’omologazione della politica dei diritti, alcuni anni fa disse che creare un asse ereditario di donne sconvolge la trasmissione patrilineare della ricchezza, fondamento della società a dominio maschile, e ovviamente il matrimonio tra uomini non lo fa. A parte questa osservazione, al matrimonio civile io preferisco un istituto equivalente con un nome differente perché si riferisce a contraenti differenti dalla coppia uomo-donna; l’istituto in questione può servire per disporre dei propri beni e per accordare la precedenza a una persona non consanguinea nel caso di impossibilità a prendere decisioni.


D. Per motivi sui quali sorvolo, la modernità spinge le donne, entro certi limiti, a imitare gli uomini. Imitare, che non vuol dire travestirsi per essere se stesse, ma tradire qualcosa di sé per rendersi accettabili. Ci sono psicanaliste che parlano in questo senso di un vero e proprio imitazionismo. Si manifesta questa tendenza nella comunità lesbica?

R. Certamente si manifesta, come persistente bisogno della loro approvazione nonostante non siano idealizzati come potenziali partner amorosi; è il fallimento dell’indipendenza dagli uomini, un crollo dopo che il più è stato fatto e per me il più è violare la proibizione di amare una donna, è saper assegnare un senso a sé nonostante la minaccia di esserne spogliate. Ebbene dopo aver saputo sostenere una scelta che ha richiesto forza d’animo, ci si aspetta di essere capaci di non imitare gli uomini invece, come esauste per la troppa fatica fatta, li imitiamo nella logica, stabiliamo con loro equivalenze inesistenti, forse per essere meno sole, per sentirci meno fragili o sbagliate. A meno di avere riferimenti femminili che permettono di dismettere le imitazioni.


D. Le lesbiche che desiderano diventare madri e chiedono la pma (procreazione medicalmente assistita) si rendono conto che la solidarietà con i gay favorevoli alla maternità (o gestazione) surrogata, non è nei loro interessi, anzi? Esistono, a tua conoscenza, lesbiche che, per diventare madri, alla pma preferiscono stabilire un rapporto eterosessuale?

R. Le lesbiche vogliono figli/e ma non vogliono il padre, pur di avere questo accettano che i gay abbiano figli/e senza avere la madre, e si mettono a posto la coscienza pensando che le donne che daranno figli/e ai gay lo faranno volontariamente. Alcune si sentono in colpa per avere più facilità dei gay a generare, si dispiacciono di avere un vantaggio e sono pronte a elargire la parità ai gay, purché a coronare la parità siano altre donne s’intende, di chissà dove. È un modo distorto di rifiutare i privilegi, memori di quanto è brutto essere discriminate, senza capire che la maternità non è un privilegio ma una differenza, in nome della quale siamo state schiavizzate e che ora si vuole mettere sul mercato perché gli uomini non siano penalizzati. Non conosco lesbiche che per diventare madri abbiano scelto un rapporto eterosessuale, ne conosco invece che lo sono diventate con l’autoinseminazione con un amico che poi è stato presente nella vita del figlio e della figlia.


D. Tra gli/le omosessuali (così come tra le femministe, uomini compresi) la pratica di separare gestazione e maternità, pratica in molti paesi vietata, in altri paesi consentita, in altri in bilico tra accettazioni e rigetto, ha suscitato dei conflitti. Tu sei tra persone che si sono più vivamente coinvolte. Hai qualcosa da ridire sul tuo comportamento? Ci sono stati conflitti più o meno gravi di questo (che è grave) tra voi? A tuo giudizio, in questo o in altri hai visto entrare in gioco qualcosa come la differenza sessuale?

R. Il mio comportamento è stato improntato alla prudenza e all’attesa finché la gpa non è entrata nella lista degli obiettivi del movimento lgbt. In ogni modo nel periodo della prudenza e dell’attesa, gli interlocutori e le interlocutrici favorevoli alla gpa non hanno operato per il confronto da noi richiesto, anzi hanno progressivamente agito per escludere le critiche alla gpa. Ora dicono da più parti che quanto in passato era considerato abominio, la gpa, pian piano sta entrando nel campo di possibilità di tante persone e che ci sarà un cambio culturale. È proprio così, un abominio sta diventando normale. Spero che si riesca ad evitare.

In passato ho vissuto altri conflitti legati alla differenza sessuale, ad esempio per la mancata accettazione di un’organizzazione indipendente delle lesbiche: i gay che guidano il movimento lgbt hanno rispettato maggiormente l’autorganizzazione delle persone trans, e poi di altre soggettività come le persone intersessuali o asessuali, ma hanno sempre mal sopportato che le lesbiche si autorappresentassero. Ora che lo facciamo in contrasto con le aspettative genitoriali degli uomini la polemica è diventata virulenta.

domenica 9 luglio 2017 ore 10.00-13.30


I conflitti fanno paura ma sono occasioni. Parliamo della GPA o gravidanza per altri, detta anche surrogacy, una forma di gravidanza mercenaria o alienata, accettata in certi paesi, non in Italia. Il giudizio etico e politico su questa pratica sta lacerando il movimento che si è formato con l’alleanza tra lesbiche e gay, oltre a dividere il femminismo internazionale.

La questione riguarda strettamente Via Dogana 3, poiché si tratta, in definitiva, dei rapporti tra donne e donne, tra donne e uomini nel mondo di oggi, mondo che non serve descrivere, perché domani sarà già cambiato, ma serve conoscerlo.

L’aperto conflitto tra persone a noi vicine è un’occasione per mettere fine a tanti evitamenti di comodo e per porci domande che, in parte, erano già in fila per avere la nostra attenzione. Per esempio, detto alla rinfusa: che cosa c’è dietro alle troppo insistenti accuse di omofobia? forse un bisogno di approvazione femminile? Come hanno risposto le simpatizzanti di Vendola al suo disinvolto ricorso alla GPA? Perché i gay aspirano a traguardi che fanno rivoltare nella tomba i loro antenati più illustri, come Mario Mieli? Perché il mondo lesbico non è in un rapporto di continuità con quello femminista? Quanto pesa l’attaccamento identitario al proprio gruppo? Che cosa pensano, che cosa sanno, della loro eterosessualità le femministe che la praticano come cosa ovvia?

Per avviare il dibattito, che è la parte privilegiata negli incontri di VD 3, ascolteremo un contributo di Alberto Leiss, preceduto da Cristina Gramolini: quest’ultima parlerà attraverso un’intervista scritta per VD 3, trovandosi lei quella stessa mattina in un’assemblea dell’Arcilesbica a Bologna proprio sui temi qui sollevati.


Appuntamento: domenica 9 luglio 2017 alle ore 10 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265; la conclusione è prevista verso le 13.30 e sarà seguita da un pranzetto, come d’abitudine.

Forse ci ho messo troppo tempo… All’inizio il paradosso di un uomo che si definisce “femminista separatista” mi è sembrato l’ostacolo. E altrettanto vedere molte donne rivolgersi a un uomo quasi come se fosse un infante (per capirci: alcune lo coccolavano, altre lo sgrida vano… almeno così mi è sembrato).

La figura che prediligo pensare in una genealogia maschile è quella di Giuseppe: si assume le sue responsabilità e protegge senza essere possessivo. È un uomo. In ogni caso, se parlo con un uomo non presumo una sua minorità.

Ma le mie difficoltà purtroppo non erano tutte lì. Infatti avevo buttato giù appunti per un testo di circa ottanta pagine…

Ve le risparmio e salvo il problema principale: c’è stata una coincidenza tra il parlare una prima volta dell’esigenza di uno scambio con gli uomini e il momento in cui è esploso il conflitto tra donne più difficile e doloroso nella mia esperienza. Mi riferisco a una data precisa, il 1996. Quando uscì il sottosopra È accaduto non per caso, e ci fu la manifestazione a Roma La prima parola e l’ultima. Non ebbi dubbi sulle ragioni e sui torti in quel conflitto, ma la rottura delle relazioni con tante donne con le quali agivo una pratica politica molto stretta e intensa ha fissato in me questa domanda: ci si può impegnare in “relazioni di differenza” senza essere capaci di gestire con esiti non distruttivi il conflitto tra donne?

Io in quel momento non ci sono riuscita. Sono passati vent’anni e il problema resta. È  solo mio? Mi sembra però che in questo tempo anche il proposito di costruire relazioni tra uomini  e donne non abbia fatto molti passi avanti. Il nodo che vedo: che cosa significa per un uomo riconoscere autorità femminile? Per me, donna, è il modo di fare libertà per me stessa e per altre. Per lui può essere lo stesso? O che altro? Ho provato a chiederlo a Massimo Lizzi. Ma non ho sentito, o forse non ho capito, la risposta.

Luisa Muraro intuisce la necessità di fare posto nel proprio paesaggio interiore alla differenza maschile. Invitando Massimo Lizzi ad introdurre la riflessione su questo tema, mi sembra che Muraro faccia un ulteriore passo avanti: chiedere la collaborazione di un uomo per far risuonare dentro di sé la differenza maschile. Interpreto questo invito come un tentativo di esplorare quella distanza incommensurabile che è la differenza “tra”, e cercare una relazione di scambio con gli uomini per generare nuova consapevolezza. Eppure c’è una parola, ripetuta due volte alla fine del testo, che mi insospettisce: affari.

“Affari loro, non c’è dubbio”. Affari degli uomini, ho inteso, se rimangono invischiati nelle loro logiche di potere e violenza. Eppure se gli uomini non si emancipano da quelle logiche, l’interlocuzione fra uomini e donne resta muta, non si genera nuovo pensiero, e chi ci rimette sono sia gli uomini che le donne. Perché allora mostrare disinteresse nei confronti delle sorti degli uomini? Subito dopo leggo: “Ma la politica della libertà femminile che a me interessa, deve saper fare affari con gli uomini”. La politica della libertà femminile è una politica calcolatrice? In parte sì: anche il saper fare i calcoli e gli stratagemmi servono a cambiare il mondo. Quello che però ho imparato dal pensiero femminista della differenza è che la libertà femminile nasce soprattutto dai conflitti fra donne e si nutre dell’eros che si muove nelle relazioni fra donne. Allora credo che anche le relazioni fra uomini e donne, per poter essere fruttuose, debbano nutrirsi di conflitti ed eros. Gli affari non bastano.

Io sono un uomo che vuole riconoscere l’autorità femminile, che si fa portatore di un sapere maschile e che desidera contribuire allo scambio politico fra uomini e donne, ma solo se ciò avviene in un’ottica non strumentale. Non mi interessa stare in uno scambio dove non c’è desiderio reciproco di relazione. La frequentazione della Libreria delle donne di Milano, di gruppi di soli uomini e gruppi misti, mi ha portato alla convinzione che le relazioni fra donne, fra uomini, e fra donne e uomini siano fertili solo in presenza della possibilità di uno scambio d’amore.

Cara Via Dogana 3,

domenica 14 maggio 2017, durante la discussione della redazione allargata di Via Dogana 3, collegandomi alle parole del relatore Massimo Lizzi, sono intervenuta a proposito della civiltà cortese affermando che all’epoca, XII e XIII secolo, in Occitania, gli uomini tenevano in grande considerazione le donne, ritenendole maestre nella relazione, signore dei rapporti amorosi, autorità cui ricorrere come guide al proprio comportamento; ne sono testimonianza molte poesie – canzoni e tenzoni – delle Trovatore. Nel corso della discussione che è seguita, sempre riguardo al porsi degli uomini nei confronti delle donne, è stato riconosciuto che l’estetica espressa dalla civiltà cortese può costituire un principio fondante la genealogia maschile, un momento radiante, come lo definirebbe Chiara Zamboni, di quelli che illuminano e guidano le successive generazioni.

Trovandomi d’accordo, ho pensato di riportare una tenzone molto significativa al riguardo, dibattuta fra Guillelma di Rosers, vissuta nel XIII secolo, e Lanfranco Cigala, un legale genovese, suo innamorato.

La tenzone si trova in Marirì Martinengo, Le Trovatore. Poetesse dell’amor cortese, a cura di Clara Jourdan, traduzione italiana di Pia Silvestri, prefazione di Michela Pereira, Libreria delle donne, Quaderni di Via Dogana, 1996, pp. 92-95.


Donna Guillelma, molti cavalieri girovagando
di notte, persa la strada per il maltempo,
cercavano, lamentandosi nella loro lingua, un rifugio;
li udirono due che, per ragioni d’amore,
se ne andavano in fretta verso le loro dame;
uno tornò indietro per aiutare quella gente,
e l’altro si diresse correndo verso la propria dama;
quale dei due fece meglio ciò che si conveniva?


Amico Lanfranco, meglio compì il suo viaggio,
a mio parere, quello che proseguì verso l’amica;
l’altro fece bene, tuttavia la sua signora
non può conoscere il suo nobile cuore altrettanto bene
come quella che vide presente davanti ai suoi occhi
il suo cavaliere di cui ha atteso l’arrivo;
e vale molto più colui che fa ciò che ha promesso
di colui che muta il suo proposito.


Se permettete, signora, tutto quanto fece di cortese,
il cavaliere che, grazie al suo coraggio
salvò gli altri dalla morte e dalle sofferenze,
gli fu suggerito da amore; ché nessuno possiede
affatto cortesia, se non gli proviene dall’amore:
per la qual cosa deve piacere cento volte alla sua dama
,poiché, per amor suo, liberò dai tormenti
tanti cavalieri, più che se avesse incontrato lei.


Lanfranco, non avete mai trovato ragioni tanto pazze
come a proposito di colui che agì in tal modo,
poiché, sappiatelo bene, egli commise un grave oltraggio:
dal momento che il gentile servizio gli nasceva dal cuore,
perché non servì innanzitutto la sua dama?
Ne avrebbe avuto grazie da lei e da loro stessi;
poi, per amor suo, avrebbe potuto servire
molte degne persone, e non avrebbe errato.


Vi chiedo perdono, signora, se dico una pazzia:
ché ormai vedo ciò che non avrei mai creduto:
non vi piace che gli amanti compiano
altro pellegrinaggio che quello che porta da voi;
però chi vuole che il cavallo marci bene,
deve guidarlo con misura e giudizio,
e poiché avvilite tanto malamente gli amanti,
la forza gli manca, per cui la rabbia vi sommerge.


Ancora vi dico che le cattive abitudini
dovrebbe abbandonare in quel medesimo giorno
il cavaliere, dacché una dama d’alto lignaggio
bella e virtuosa deve averlo in suo potere;
ché nel suo castello avrebbero servito con generosità
anche in sua assenza; ciascuno vuole la sua parte,
poiché egli è tanto debole
che al momento del maggior bisogno, le forze gli mancherebbero.


Donna, io possiedo forza e ardimento,
ma non contro di voi, che vincerei giacendo,
perché fui folle quando mi misi in tenzone con voi,
ma voglio che mi vinciate, come che sia.


Lanfranco, vi giurai e assicurai
che mi sento tanto coraggio e ardimento,
che con la stessa sottigliezza con cui la donna si difende
mi difenderei contro il più ardito che ci sia.

Aveva ragione Luce Irigaray quando anni fa disse: ogni epoca ha una questione da pensare, la nostra ha da pensare la differenza sessuale.

E io, come tante altre, mi sono messa a farlo ma ho avuto troppa fiducia nella efficacia dei conflitti, quelli tra donne e quelli uomo-donna. Per esempio, quando ho detto: la differenza non è tra, è in (mi ricordo ancora dove, al primo Book Pride di Milano), era giusto ma mancava il seguito del discorso, e cioè il significato del tra. Il tra è una distanza, un intervallo per istituire una incommensurabilità.

Nell’ottimo libro di Thomas Laqueur, La fabbrica del sesso, che va dagli antichi Greci a Freud, un libro vecchio di venticinque e passa anni, c’è un capitolo che s’intitola La scoperta dei sessi e si trova non all’inizio, ma a metà giusta, da pag. 170 (e il libro ha 346 pagine). Prima, spiega l’autore, nella cultura di base c’erano due generi sessuali, uomini e donne, ma c’era un sesso unico, nel senso che esisteva un solo modello di corpo sessuato. Questo modello unico trovava la sua realizzazione nel maschio “ben formato”; nelle donne e negli individui non ben formati (scusate il riassunto senza sfumature) era imperfetto. E questo è andato avanti dai Greci fino al Settecento, quando la scienza maschile (la scienza scritta e ufficiale) s’impadronì della riproduzione, che prima era lasciata alle donne. Allora gli uomini della classe dominante si resero conto che le cose stavano come sappiamo: una donna è una donna, non è un uomo imperfetto, i sessi sono due.

Ma l’ordine sociale e quello simbolico erano costruiti da secoli, da millenni, sullo schema del “fare Uno”… Cominciarono allora discorsi arzigogolati e riforme parziali per dare una collocazione sensata alle donne. Cominciò anche il femminismo, che tra l’Ottocento e il Novecento, passo passo, ottenne una progressiva emancipazione delle donne, fino alla parità dei diritti con gli uomini.

Ma poi si alzò una seconda ondata. Ci fu quella che io chiamo la rivolta nella rivolta: la Rivolta femminile dall’interno del Sessantotto. Noi veniamo da lì. Ci troviamo tra le rovine del patriarcato, che è finito senza aver realizzato un cambio di civiltà. Che pure urgeva e urge: tutto il secolo ventesimo è costellato di tentativi per realizzarlo. Sono falliti tranne uno: il movimento femminista, quel femminismo della seconda ondata, anticipato da Virginia Woolf con Le tre ghinee (1938). Infatti, continua a rampollare di qua e di là con una pluralità di voci e di linguaggi che può sembrare un caos se non si percepisce il collegamento con l’inizio degli inizi, ossia la scoperta che i sessi sono due.

Ma non siamo state capite; i più e anche una parte delle donne, confondono il movimento delle donne con una volontà di emancipazione e di parità, che era l’offerta già fatta alle donne dalla cultura borghese e da quella socialista. Noi cerchiamo il senso libero della differenza sessuale. Come farci capire?

La mia proposta è di tenere ben ferma l’ispirazione degli inizi e di fare uno spostamento che dovrebbe (ma è tutto da pensare meglio) consistere nel fare posto, nel nostro paesaggio interiore come nel nostro linguaggio e nella pratica, alla differenza maschile, offrirle un’interlocuzione perché si esprima per se stessa, fuori dalla logica del potere e dal desiderio di prevalere.

Non esiste? Sì che esiste, non potete negare che parla nella grande poesia maschile. Simone Weil ha percepito la sua voce nell’Iliade di Omero. Parla nella civiltà cortese.  Non parla invece nella prosa della politica. Ho pensato: una differenza non ascoltata è fatalmente muta, noi lo sappiamo bene. Oppure parla in maniera paradossale, come quella volta in cui Massimo Lizzi si dichiarò “maschio femminista separatista”. Oppure parla con i gesti e, troppo spesso, nella società maschile, con gesti sbagliati, aggressivi. Affari loro, non c’è dubbio. Ma la politica della libertà femminile che a me interessa, deve saper fare affari con gli uomini.

Perciò, ricordando la formula paradossale di Massimo, gli ho chiesto di partecipare all’incontro con un contributo che introduca la riflessione comune.

C’è un linguaggio della differenza maschile per se stessa, indipendente dai linguaggi della complicità e della rivalità tra uomini? un linguaggio che la fa parlare senza l’armatura dell’universale-neutro-astratto-oggettivo, e rende dicibile la verità soggettiva, e questo, non solo in poesia, anche nella prosa della vita ordinaria?

Comincia a esserci. Ma per ora, lo sfondo resta neutro-maschile, e su questo spicca una differenza femminile che fa, tanto per cambiare, la parte dell’Altro.

Il problema che poniamo non è tanto l’ingiustizia della condizione umana femminile, ma la qualità del discorso. Intendiamo, con ciò, l’ordine simbolico per una civiltà terremotata dalla fine del patriarcato, dove si moltiplicano le questioni che hanno a che fare con la vita sessuale. Che le domande almeno siano ben poste.

Gli strumenti simbolici a disposizione sono limitati e sostanzialmente neutro-maschili. Non aiutano nessuno. Per verificarlo, ricordiamo la vicenda della legge sulla procreazione assistita, la 40 del 2004, esempio di cacofonia del simbolico maschile. Sconfitti tutti con inevitabile ma non benefico ricorso alla magistratura.

Dove va a parare il discorso con cui vi invitiamo alla redazione allargata?

Senza esagerare ma dando corda all’immaginazione, pensiamo alla possibilità di far fruttare la differenza sessuale sul piano soggettivo e relazionale, pensiamo cioè a un esito di tipo etico che potrà eventualmente svilupparsi in diverse direzioni, dal diritto alla scuola, dalla religione all’arte. (Redazione ristretta di Via Dogana)


Intervento di Massimo Lizzi

La domanda che compare nell’invito (se esiste un linguaggio della differenza maschile che renda dicibile la sua verità soggettiva) è una domanda aperta, che resterà aperta, perché io non posso osare una risposta. Quello che posso tentare, è dare un senso al linguaggio che parlo io.

Di norma, parlo un linguaggio neutro-oggettivo. Di tanto in tanto mi scappa qualche affermazione strana, che qui mi dicono essere un’espressione della mia verità soggettiva, ma io non mi rendo ben conto di come scelgo di parlare e perché, anzi quando qui sono sollecitato a parlare in forma soggettiva, mi sento in difficoltà e sento pure un moto di irritazione, come se mi venisse posta una regola alla quale fatico ad adattarmi.

Frequento questo luogo da tre anni, ma provengo dalla cultura politica della sinistra, quella che ha come suo valore centrale l’uguaglianza, l’articolo 3 della Costituzione e che vede nella differenza un ostacolo da rimuovere. Per comprendere il pensiero della differenza, ho trovato un appiglio nel pensiero socialista, che dal lato del rapporto tra i sessi era emancipazionista, ma per le ragioni sue aveva il senso della critica al concetto astratto di individuo e di cittadino: per i marxisti dietro quel concetto c’era il borghese e così facevano valere la differenza sociale; per le femministe c’è il maschio e così fanno valere la differenza sessuale. Queste due operazioni di svelamento sono, per me, somiglianti e questo mi ha permesso di introdurmi al pensiero della differenza.

Parlo il linguaggio tradizionale e mi sono formato l’idea che esprimersi nel linguaggio della verità soggettiva richiede una libertà che non sento di avere. Nemmeno in una situazione come questa: io dico cose a cui do un significato; voi le ascoltate e potete dargliene un altro, o disapprovare; possono sorgere fraintendimenti, tensioni, contrasti. Può finire male, quindi devo stare bene attento a quello che dico. Come? Facendo il più possibile riferimento a verità condivise, dunque alla verità oggettiva. Questo è un ambiente, per me, relativamente amichevole e posso non preoccuparmi, ma in un’assemblea sindacale, in una riunione di partito, in un congresso, dovrei di certo preoccuparmi di più, se non per l’aspetto che in quei contesti avrei le idee più chiare su quali sono le verità condivise, mentre qui concetti e linguaggi talvolta mi sono oscuri e sfuggenti. Per esempio, al concetto di differenza, nella mia cultura, corrisponde un oggetto da definire, un significato, mentre qui, se capisco bene, lo si intende come un soggetto che definisce, un significante.

Come succede che, ogni tanto, io dica qualcosa che qui è percepito come verità soggettiva? Credo succeda così: il linguaggio neutro-oggettivo ci educa a cercare il fondamento delle cose che diciamo in fonti d’autorità a noi esterne: sistemi di valori che presiedono lo stato, la chiesa, l’azienda, la comunità scientifica, il partito, il movimento, etc. Questo ci mette in una posizione alienata. Se la mia soggettività, la mia esperienza, non sono fondative del mio pensiero, perdono di importanza e non è, quindi, per me, necessario ascoltarle, osservalrle, conoscerle. Può capitare – ammettiamo che ne abbia la competenza – che io faccia un discorso sulla procreazione assistita e mi pronunci contro l’interruzione programmata della relazione materna con argomenti medico-scientifici. Con questo discorso, farei valere una fonte d’autorità scientifica, che mira alla verità oggettiva, mi sentirei in sintonia e non avvertirei alienazione.

Vi sono però situazioni nelle quali si sostiene razionalmente un discorso, senza sentirsi realmente in sintonia, situazioni nelle quali la corda dell’alienazione dalla propria soggettività si tende troppo. Una macchietta, in un vecchio programma di Renzo Arbore, diceva spesso: «non capisco, ma mi adeguo». Mi è successo di agire così, pensando che poi l’adeguamento sarebbe venuto: sono io quello impreparato, gli altri del mio gruppo ne sanno di più, poi capirò, intanto li seguo, sperando in una prossima riconciliazione tra il mio sentire e il loro pensare. Questo talvolta riesce, talvolta no. Quando non riesce, mi ribello alla pressione conformistica e mi esprimo in atti liberatori. Credo mi capiti così di riuscire a mettere in parole, anche con frasi strane, la mia verità soggettiva.

Qualcosa del genere mi capitò molti anni fa, con lo scioglimento del PCI. In una prima fase provai a sostenere razionalmente la svolta, perché il mio ambiente nel partito la sosteneva, era la linea del segretario, della maggioranza e il mondo andava in quella direzione. Ma quella posizione non la sentivo mia; la riconciliazione con la mia soggettività non avvenne e alla fine ribaltai la mia collocazione fino a rompere tutti i miei rapporti. Più di recente, mi è capitato nella vicenda di Maschile plurale, che mi ha portato qui. In una fase iniziale, a partire dall’incontro con voi, ho seguito l’orientamento che pratica il conflitto nella relazione, con il sottotesto che ad essere prioritaria è la preservazione della relazione, quindi il conflitto passa, la relazione resta. Un orientamento che non ho mai sentito mio, perché, secondo me, se un conflitto importante su questioni dirimenti si risolve in modo insoddisfacente o non si risolve, ad essere messa in discussione è la stessa relazione. Così, alla fine, forse in modo non troppo composto, mi sono riappropriato della posizione che sentivo mia.

La domanda sul linguaggio della differenza maschile che dica la sua verità soggettiva, chiede (o presume) che sia un linguaggio diverso da quello della complicità o della rivalità tra maschi. Tuttavia, credo, qualsiasi comportamento e linguaggio maschile, anche il più genuino, si espone al rischio di cadere in uno di questi due coni d’ombra: la complicità e la rivalità. O perché sono motivazioni comunque almeno parzialmente presenti nel comportamento maschile; o perché sono due stereotipi che permettono di interpretare un comportamento che non si capisce o che non si ha voglia di mettersi a capirlo; o perché sono due interpretazioni manipolatorie: si attribuisce e si accusa rivalità, per indurre alla comprensione, oppure si attribuisce e si accusa complicità, per indurre alla critica.

Se non c’è separazione tra il modo in cui siamo e il modo in cui siamo visti e ci comportiamo, per essere riconosciuti secondo forme già definite, l’espressione della soggettività maschile sta in rapporto con le inclinazioni ritenute maschili. Nel libro Differenza di genere e differenza sessuale. Un problema di etica di frontiera (Orthotes, 2017), il curatore Carmelo Vigna ha scritto un saggio in cui descrive le inclinazioni dei due sessi, pur precisando che si tratta di ciò che avviene mediamente di più tra gli uomini e tra le donne e che ciascuno di un sesso può ben imparare l’inclinazione dell’altro sesso. Tra queste, dice, l’uomo è portato al compito e per il compito è disposto a sacrificare il legame; la donna è portata al legame e per il legame è disposta a sacrificare il compito e, talvolta, la sua stessa vita. In questa inclinazione femminile è stata vista una grandezza femminile, che io, in verità, non riesco a vedere, non sono capace di ammirare le donne che danno la priorità ai legami, eppure è strano, perché io soffro molto quando una donna rompe il legame con me, dovrebbe dunque convenirmi e dovrei saper apprezzare l’inclinazione femminile che privilegia il legame. E poiché mi riconosco nella priorità del compito, l’espressione della mia soggettività sarà fedele a questa inclinazione.

Noi uomini femministi abbiamo una propensione, più che all’autocoscienza, all’autocritica, come quella che si facevano i comunisti: elencavano tutti i loro errori e alla fine non riuscivano a salvare più niente della loro storia. Quando diciamo che un certo modo di (pensare, dire, agire) è tipicamente maschile, stiamo dicendo che non va bene e che sarebbe meglio cambiarlo. Io stesso penso così, tendo a credere che della maschilità non si salvi nulla e, però, capisco che è un problema, perché con questa idea divento una tabula rasa che si consegna alle femministe affinché ci scrivano sopra quello che vogliono. Cosa che, in effetti, le femministe tendono a fare. Credo che il modo di essere della maschilità dobbiamo riconoscerlo come parzialità e differenza, in quanto non possiamo pretendere che le donne vi si adattino, nell’adesione alla finzione della neutralità. Il nostro modo di essere vale solo per noi, ma dovrebbe valere, mentre nel movimento delle donne accade spesso solo un ribaltamento: la maschilità è messa radicalmente in discussione, noi ci adattiamo alla differenza femminile e accettiamo il rifiuto di qualsiasi faccia del maschile, perché è sempre una faccia della stessa medaglia.

Mi è piaciuto molto, perciò, nell’introduzione, il riferimento che ha fatto Luisa Muraro allo spirito cavalleresco. Qualcosa che, paradossalmente, è disprezzato dalla cultura progressista e da una parte del femminismo. Cito un episodio. In preparazione della giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, un gruppo di uomini in Sicilia ha organizzato una sua manifestazione. Per pubblicizzare l’iniziativa ha concepito una immagine nella quale si vede una donna aggredita rannicchiata sulle gambe, un uomo in piedi che le offre un fiore e con l’altra mano tiene a distanza l’aggressore. Questa immagine è stata tempestata di critiche, perché rappresenta lo stereotipo della donna vittima, dell’uomo che salva la donna, etc. Una critica che ha il suo fondamento. Tuttavia, penso questo: un gruppo di uomini, non educato, istruito da una consuetudine di relazioni con il femminismo, che vuole iniziare ad impegnarsi contro la violenza, dove trova le risorse nella cultura e nella storia del suo sesso, per esprimere questa volontà di impegno? Io la vedo nello spirito cavalleresco. L’immagine dell’uomo che difende la donna è la prima che viene in mente. Se è la faccia della stessa medaglia, è la faccia che può evolvere.
Se l’espressione della verità soggettiva maschile richiede libertà, un po’ più di libertà ce la potete concedere. E d’altra parte credo anche che ci faccia bene pensare che non siamo i primi uomini, solo emulatori del femminismo. Tra le cose tipicamente maschili da superare, c’è questa volontà di essere i primi, gli iniziatori, i capostipiti. Invece, nella storia, sono esistiti, prima di noi, altri uomini che si sono sottratti in tutto o in parte al patriarcato ed hanno trovato un rapporto di migliore e più civile convivenza con le donne. Così come le donne femministe hanno riscoperto le proprie genealogie, anche gli uomini femministi, anziché disprezzarle, possono provare a riscoprire le loro.

14 maggio 2017


C’è un linguaggio della differenza maschile per se stessa, indipendente dai linguaggi della complicità e della rivalità tra uomini? un linguaggio che la fa parlare senza l’armatura dell’universale-neutro-astratto-oggettivo, e rende dicibile la verità soggettiva, e questo, non solo in poesia, anche nella prosa della vita ordinaria?

Comincia a esserci. Ma per ora, lo sfondo resta neutro-maschile, e su questo spicca una differenza femminile che fa, tanto per cambiare, la parte dell’Altro.

Il problema che poniamo non è tanto l’ingiustizia della condizione umana femminile, ma la qualità del discorso. Intendiamo, con ciò, l’ordine simbolico per una civiltà terremotata dalla fine del patriarcato, dove si moltiplicano le questioni che hanno a che fare con la vita sessuale. Che le domande almeno siano ben poste.

Gli strumenti simbolici a disposizione sono limitati e sostanzialmente neutro-maschili. Non aiutano nessuno. Per verificarlo, ricordiamo la vicenda della legge sulla procreazione assistita, la 40 del 2004, esempio di cacofonia del simbolico maschile. Sconfitti tutti con inevitabile ma non benefico ricorso alla magistratura.

Dove va a parare il discorso con cui vi invitiamo alla redazione allargata?

Senza esagerare ma dando corda all’immaginazione, pensiamo alla possibilità di far fruttare la differenza sessuale sul piano soggettivo e relazionale, pensiamo cioè a un esito di tipo etico che potrà eventualmente svilupparsi in diverse direzioni, dal diritto alla scuola, dalla religione all’arte. (Redazione ristretta di Via Dogana)


Programma

dalle 10 del mattino alle 13.30, seguito da un pranzo leggero

Luisa Muraro    introduce il tema

Massimo Lizzi   lo commenta

Discussione pubblica

Più passano i minuti più le rughe di Shirley MacLaine si prendono beatamente lo schermo. Sono la forma ultima di un desiderio di esserci che non ha mai accettato limiti. Insieme al caschetto di capelli impeccabili, alla borsa, ai pigiami di seta, ai ciglioni e allo sguardo vivissimo, alla parola imperiosa, alla solitudine confortevole.

È vero, lo vediamo anche tra di noi: a volte la determinazione a non tradire se stesse ha qualcosa di feroce, la competenza si irrigidisce nel perfezionismo, a volte la forza, invecchiando, distilla un po’ di antipatia, ma dai, possiamo sopportarlo.

Se siete curiose di vedere come ciò che noi chiamiamo autorità e genealogia femminile possano lievitare nella ricetta della commedia hollywoodiana classica, questo film è perfetto: vi alleggerisce e vi emoziona. Vedrete come si intrecciano le vite dell’anziana giunta al termine di tutto, della giovane donna che corre il rischio di non osare i propri talenti, della bambina creativa teppistella. Le donne sono il centro e la forza può trasmettersi. E allora ben venga la professionalità di Hollywood quando riesce a mettere insieme e trasfigurare i molti femminismi, di moda e non, del panorama statunitense, il protagonismo e l’autonomia delle donne. Con un paio di chicche divertenti: contro la medicalizzazione della vita (si può essere perfezioniste senza essere per questo affette da “sindrome ossessivo-compulsiva”) e contro il senso di colpa materno. Da gustare in leggerezza: anche questo è Hollywood bellezza!

Care tutte, ho apprezzato lo scritto di Luciana Tavernini che valorizza i rapporti di femministe degli anni ’70 con il movimento LOTTO MARZO, e vede all’opera nel linguaggio e nelle relazioni del movimento pratiche della differenza. Ho apprezzato anche lo sguardo periferico di Betti Briano, non troppo sicura che l’eredità sia stata trasmessa, “in politica ciò non può avvenire con scorciatoie o in virtù di semplice atto testamentario ma solo come esito di un processo che veda noi stesse e le/gli eredi impegnate/i quotidianamente e a lungo nell’opera di trasmissione del ‘bene’”.

Da una lontananza psicologica e non mentale che mi è propria, vi lancio un interrogativo che mi pongo da un po’ a proposito di NonUnaDiMeno: a chi rispondono.

Nessuna di loro risponde a domanda padronale, va da sé. E tantissime partecipano per iniziativa propria vitale e ragionata.

Mi ha colpito però l’intenzione espressa in modo esplicito (sono iscritta alla mail list) di unire, e respingere ai margini se non fuori, temi conflittuali. Se l’obiettivo generale è autocentrato, perché mai escludere tematiche laterali?

L’unità mi sembra per NUDM lo scopo fondamentale, ma “l’unità” non esiste!

È un obiettivo tradizionale della politica, e ora anche -pare- di “tutte”. Ma chi sono queste tutte? Tutte le donne, tutte che subiscono violenza, tutte sessualmente discriminate. Unità!

Ma leggo anche che nel piano antiviolenza femminista “siano esplicitate le violenze same-sex, transfobiche e lesbofobiche”, tutte-le-donne come contenitore dei diritti.

Se questa è la faccia che si vuole presentare, la forza suscitata va a implodere chissà dove.

Ciao

Cristiana

Vivendo in una città decentrata non ho avuto modo di partecipare ai dibattiti preparatori delle manifestazioni all’insegna dello slogan ‘LOTTO MARZO’ e alle attività della rete NONUNADIMENO e trovandomi pertanto un po’ spiazzata rispetto alla discussione che si è tenuta nell’ultimo incontro di #ViaDogana 3 non avevo intenzione di intervenire; mi sono alfine decisa perché nel dibattito che si è in seguito sviluppato non ha trovato rispecchiamento il sentimento, magari generato solo dallo sguardo ‘periferico’, ma chiaro e potente, che mi ha tenuta lontana dalle manifestazioni andate in scena l’8 marzo u.s. nelle altre città facendomi preferire l’intervento in un liceo volto a far conoscere a ragazze e ragazzi le vicende legate al femminismo nato alla fine anni ’60, come del resto in ogni altro periodo dell’anno qualora se ne presenti l’opportunità.

Nei primi decenni della mia vita pubblica ho partecipato ad una quantità e varietà di manifestazioni tale da poter affermare con una certa competenza che non basta mettere insieme una moltitudine di corpi per fare un soggetto politico e che, con buona pace di Judith Butler, lo spazio intercorrente tra i corpi che calcano lo scenario della lotta non è affatto scontato venga riempito di legami e relazioni con efficacia trasformatrice della realtà che si vuole combattere. Non sfuggendomi però che il corpo femminile possa in certi frangenti storici irrompere nella scena pubblica con grande efficacia simbolica, come successo con le Madres de Plaza de Mayo come anche se vogliamo con gli scioperi del sesso che, senza risalire a Lisistrata, non molto tempo fa in Liberia e nelle Filippine pare abbiano determinato la fine di guerre fratricide, dietro la parola d’ordine dello sciopero globale mi era parso di intendere l’idea di dar vita alla rappresentazione di una generale (per quanto improbabile) pratica di sottrazione del corpo femminile dal mercato al fine di rendere evidente l’entità e il valore dei lavori svolti dalle donne. La proposta, per di più se sviluppata nell’attuale contesto di attenzione e sensibilità nei confronti della violenza contro le donne, con un ampio dibattito, con performances ed interventi nei luoghi di lavoro come sul territorio e con un sapiente uso dei media, avrebbe potuto avere una sua efficacia simbolica; mi è però apparsa grossolanamente depotenziata nel momento in cui si è voluto ridurre la complessità delle questioni in campo alla prosa di una piattaforma da affidare alla piazza o a parole d’ordine da veicolare nei cortei, ricalcando né più né meno il classico modello delle pratiche rivendicative maschili.

Pur in assenza dei presupposti di originalità che avrei desiderato registrare, non ho certo mancato di guardare con interesse all’ondata montante di un movimento che in Italia come in altri paesi ritenevo esprimesse comunque, seppure in modo sintomatico, il disagio di stare al mondo di una nuova generazione di donne che vede ristretti e attaccati i propri spazi di libertà e di realizzazione, ma devo in tutta onestà ammettere che non mi sono sentita personalmente coinvolta e spinta a partecipare a causa di un ineludibile senso di estraneità e incomprensione derivante suppongo dalla distanza generazionale e dalle differenti esperienze politiche e di vita. Aggiungo che di conseguenza mi sono suonate stonate le voci di femministe storiche che dall’interno dei cortei ho sentito rivendicare la continuità tra il nuovo movimento e quello degli anni ’70 di cui erano state protagoniste; l’ho trovato un tentativo maldestro e semplificatorio di ‘classificare’, se non di intestarsi in qualche modo, un movimento di cui è ancora difficile intendere radicamento, carattere e potenzialità. La voglia di trascendenza andando in là con gli anni tende certo a prevalere sugli altri sentimenti, ma sta di fatto che un’eredità si trasmette solo se accettata e l’esperienza mi ha insegnato che in politica ciò non può avvenire con scorciatoie o in virtù di semplice atto testamentario ma solo come esito di un processo che veda noi stesse e le/gli eredi impegnate/i quotidianamente e a lungo nell’opera di trasmissione del ‘bene’.

Scrivendo la recensione del film mi piace più pensarlo con il suo titolo originale inglese, In Between (nel mezzo) o con quello arabo, Bar Bahar (fra mare e terra) che con quello ammiccante della distribuzione italiana.

Perché in quel ‘nel mezzo’ si trovano Laila, Salma e Nour, le tre giovani protagoniste del film di esordio di Maysaloun Hamoud, regista e sceneggiatrice di origine palestinese: fra una società patriarcale e misogina e il grande e vitale desiderio di essere pienamente loro stesse; fra il passato della tradizione a cui le loro famiglie, musulmane e cristiane, si affidano e un futuro tutto loro da creare; ‘in mezzo’, come donne palestinesi, in una società israeliana, fra uomini, a parole, moderni ed emancipati, che si trasformano, di fronte alla libertà delle donne, in paladini delle regole del buon comportamento e della tradizione o nelle loro versioni violente. Quel ‘in mezzo’ in cui si trova la stessa regista che vuole raccontare la sua generazione di trentenni palestinesi, cresciuta dopo la Seconda Intifada e partecipe delle Primavere Arabe, di cui poco si parla e si conosce. Donne e uomini schierati contro la guerra e il terrorismo che condividono con donne e uomini israeliani, oltre gli spazi e i luoghi, il desiderio di pace e di convivenza, in una città, Tel Aviv, dinamica, tollerante, ricca di opportunità di lavoro, di studio e di divertimento, meta dei giovani da tutte le parti del paese.

Significative le scelte dei luoghi: l’appartamento, condiviso da Laila, Salma e Nour, è nel quartiere yemenita di Manshiyya, a due passi dalla Moschea di Hassan Beck, uno dei luoghi caldi della Seconda Intifada; i locali delle feste, balli bevute e altro, sono i ritrovi più frequentati dalla gioventù etero e gay e lesbica arabo-israeliana. Lo stesso per i luoghi di provenienza delle tre giovani: Nour viene da Umm-al Fahm, un villaggio palestinese di musulmani ortodossi, Laila da Nazareth e Salma da Tarshiha, da una famiglia cristiana. Le musiche della colonna sonora, altrettanto importanti – e come non potrebbero esserlo visto che il sogno di Salma è di diventare una DJ di grandi rave – sono dei Dam, una band palestinese che suona in Israele e Haziza è la canzone hit della star libanese Yasmine Hamdan.

Anche Salma, Laila e Nour, compagne di appartamento, hanno scelto Tel Aviv per ritagliarsi un loro spazio di libertà dopo essersi allontanate dalle loro famiglie e dai loro villaggi, rompendo con il passato.

Laila è avvocata, uno spirito libero, trasgressivo, vuole esprimere se stessa senza compromessi né mezze misure, senza scusarsi per quello che è. Disincantata, resta comunque un’irriducibile romantica che desidera l’amore, nonostante gli uomini continuino a deluderla.

Salma è lesbica, si mantiene facendo la barista mentre si prepara a diventare una grande DJ. Ha rotto con i suoi che la volevano sposa felice in un matrimonio combinato o pazza e chiusa in un manicomio, alla notizia delle sue preferenze sessuali.

Nour sta per laurearsi in informatica, è musulmana osservante, fidanzata con un rigido integralista ipocrita, però sotto il copricapo i suoi occhi brillano di curiosità, carichi di desideri e di voglia di vivere. Il carattere, fra le tre, apparentemente più docile, rivelerà la forza della sua determinazione.

Fra la scena iniziale – una vecchia recita alla neosposa i consigli per compiacere il marito – e quella finale con camera fissa sulle tre amiche, entrambe immagini di grande efficacia, il film racconta il loro difficile percorso per essere loro stesse, senza compromessi e finzioni e la nascita di un’amicizia profonda, preziosa e solidale.

Un bell’esordio, premiato ai festival internazionali di Toronto, S. Sebastian e Haifa, vibrante di vitalità e di energia esaltate da una fotografia che sa fare buon uso dei colori; una storia inusuale, fuori dalle abituali rappresentazioni della realtà palestinese e dell’immaginario costruito su di essa.

di VD3

17 marzo 2017

Judith Butler e la sua urgenza di scrivere

di Luisa Muraro

Speriamo che, grazie al suo ultimo libro, L’alleanza dei corpi (Nottetempo 2017), Judith Butler non sia più causa di confusione nella mente di tanti: persone che volevano vedersi riconosciute anche politicamente nella loro differenza.


16 marzo 2017
L’insostenibile leggerezza del separatismo

Umberto Varischio

Forse speravamo che l’8 marzo di quest’anno passasse come al solito tra riti, elogi all’indispensabilità e alla grande forza morale delle donne e dichiarazioni del Presidente della Repubblica, per poi tornare alle nostre pratiche quotidiane. Purtroppo per noi (uomini) non è stato così: ancora una volta le donne ci hanno spiazzato.


2 marzo 2017
Lo sciopero delle donne, i fantasmi del patriarcato

di Umberto Varischio

Sin dai tempi di Aristofane i fantasmi evocati da uno sciopero delle donne turbano profondamente l’universo maschile.
La proclamazione, da parte di donne di tutto il mondo, di uno sciopero della produzione e della cura per il prossimo 8 marzo (cui, a differenza di quello evocato dal commediografo ateniese, si possono aggiungere gli uomini), sembra aver risvegliato questi fantasmi.

Tre donne autorevoli

Ho partecipato alla manifestazione Lotto marzo la sera a Milano perché avevo letto l’articolo di Donatella Franchi Sull’incontro nazionale a Bologna del 4-5 febbraio convocato dal coordinamento “Non una di meno” in cui esprime la «sorpresa felice», la «sensazione di contentezza, per la passione, l’entusiasmo e l’energia vitale che le giovani organizzatrici avevano comunicato nei loro resoconti a tutte le donne presenti, e penso anche, forse, ai diversi uomini che, con discrezione, avevano partecipato ai lavori». Il suo resoconto era puntuale ma mi ha convinto soprattutto la parte finale. «Per me, femminista dagli anni Settanta, è stato vivificante sentire le giovani, che riportavano in assemblea con intelligenza e competenza i temi discussi in gruppo, affermare con orgoglio di essere femministe, e dichiarare il loro desiderio di mettere a frutto la ricchezza dell’elaborazione femminista che le aveva precedute. Comunicavano la consapevolezza di avere una genealogia alle spalle, ci stavano restituendo parte del nostro investimento di energie e di vita.

Voglio accogliere con fiducia la loro scommessa». Io mi fido di ciò che dice Donatella.

La conferenza stampa per lo sciopero a Milano è stata fatta alla Casa di accoglienza delle donne maltrattate con la partecipazione di Marisa Guarneri a cui riconosco acutezza politica, capacità di fondare e far vivere progetti capaci di adattarsi ai cambiamenti sapendo preservare l’indispensabile e vedendo l’indisponibile. Io mi fido delle relazioni che Marisa costruisce.

Renata Conti, la mia amica dai tempi del gruppo di autocoscienza con cui continuiamo a incontrarci tre o quattro volte all’anno in modo sincero e pieno di attenzione reciproca, mi ha parlato del suo coinvolgimento con le ragazze di Rho per lo sciopero e di come dimostrassero piacere nel confronto. Renata è una creativa appassionata e io mi fido delle sue intuizioni.

Insomma ho dato autorità a tre donne diversissime tra loro.

Linguaggio: il cambiamento simbolico si produce insieme.

Partecipando poi alla manifestazione mi ha convinto lo slogan Le strade libere le fanno le donne che le attraversano. Venticinque anni fa, alle 11 di sera, sono stata aggredita con un coltello da un giovane che voleva violentarmi e, pur non ritenendolo handicappato, gli ho parlato in modo calmo, come facevo col ragazzino handicappato a scuola, e sono riuscita a fargli mettere via il coltello e a farmi sporcare una gamba (insomma gli ho impedito di ridurmi a cosa anche se non è stato semplice risentirmi felice). Subito ho continuato a uscire la sera e la notte con i mezzi pubblici. E sul tram o sul filobus che mi portano a casa vedo sempre più ragazze che, incrociando il mio sguardo, sono rassicurate dalla mia presenza e io dalla loro. Dunque anche uno slogan lo faccio passare dal vaglio della mia esperienza.

Ho letto il materiale condiviso e prodotto all’interno dei tavoli tematici dopo la manifestazione di Roma del 26 novembre e a Bologna in febbraio. Sul linguaggio di molti report ho diverse perplessità ma mi ha convinto Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia 1, dove l’esperienza delle donne che hanno inventato e portato avanti per decenni i centri antiviolenza è diventato “sapere dell’esperienza”, simbolico comunicabile e fatto proprio.

Che sia necessario trovare modi per comunicare il sapere che in anni di femminismo abbiamo creato è il mio impegno felice, portato avanti soprattutto con Marina Santini.

Voglio fare due esempi.

Quando al liceo dove insegna Marina è stata organizzata la cogestione, lei non ha proposto la presentazione del libro scritto e curato da noi due, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015), anche se andiamo a parlarne nelle scuole dove veniamo invitate. Le sarebbe sembrato di proporre un’altra lezione, come se il femminismo fosse un argomento e non una trasformazione.

Invece Francesca Callà e Eleonora Rossi, due studentesse di una quinta non sua, hanno organizzato un collettivo Abbiamo ancora bisogno di femminismo? invitando due ragazze, Serena Bramante e Serena Vitucci, e un ragazzo, Camilo Villagran, del Circolo Lato B di via Pasubio 14 per parlarne. La vicepreside ha incaricato Marina, conosciuta come femminista, di essere presente.

All’inizio sono stati proiettati spezzoni di Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini per far partire la discussione, subito attenta e vivace, in cui poi si è inserita Marina, parlando del punto di vista di Carla Lonzi sulla sessualità, della lettera che lei aveva scritto a lui, vedendo una possibile convergenza. Marina ha chiarito la differenza tra ‘liberazione sessuale’, che vi sia un unico modo di intendere il piacere sessuale a cui le donne, per non essere considerate inibite, devono sottomettersi, e ‘libertà sessuale’, una ricerca libera e condivisa di cosa produce piacere a partire dall’ascolto di sé in rapporto al proprio corpo (e non solo) e a quello altrui.

Al termine di questo incontro le ragazze che lo avevano organizzato le hanno chiesto se avrebbe potuto fermarsi per quello successivo e lei ci è tornata volentieri.

Non vi è mai ripetizione rituale quando si apre un dialogo libero: bastano domande apparentemente semplici come «Quale donna o donne ammiri?» e si aprono nuovi scenari. Se alcune hanno parlato di Lady Gaga, di Michelle Obama, di attrici come Paola Cortellesi, di donne coraggiose come Lucia Annibali, molte hanno ricordato la propria madre o la propria nonna, mentre Francesca ha nominato Serena, dicendo grosso modo «Lei mi ha aperto gli occhi su un mondo e io ho fortemente voluto che lei venisse qui».

Marina ha avuto buon gioco a parlare di genealogia, di ordine simbolico materno e infine di affidamento. Quando ha nominato il riconoscimento del ‘di più dell’altra’ che spinge a darsi autorità per mostrare la propria gratitudine pubblicamente, facendo circolare ‘autorità femminile’, le due si sono commosse e abbracciate. Alla fine ha mostrato alcuni libri, da Sputiamo su Hegel a La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi, da Non credere di avere dei diritti al nostro. Il ragazzo lo ha riconosciuto dicendo che sua madre glielo aveva regalato.

Credo sia importante saper cogliere le occasioni aprendo un cammino senza pretendere di controllarlo, ma vedendo e nominando il nuovo che c’è già, anche se si presenta con un linguaggio che lo occulta.

Il secondo esempio riguarda l’invito di Nadia Negri alla Libreria delle donne per parlare a una serata di studio per il 3 marzo a Borgo Ticino, in provincia di Novara.

Ci ha invitate a nome di una rete collegata con l’A.N.P.I., che ha fatto celebrare «processi anche di tipo civile» sulle stragi nazifasciste di Borgo Ticino e di Meina, dopo aver già «ottenuto giusta sentenza di ergastolo per il regista della strage con processo penale celebrato nel 2012 a Verona».

Ricordava che nelle commemorazioni sempre è stato dato spazio alla memoria delle donne come Maria Gavinelli, la levatrice trucidata per non aver rispettato il coprifuoco per far partorire una donna; la bambina morta d’infarto per aver assistito alla fucilazione; le donne che cercarono con il loro pochi gioielli «di barattare con i gerarchi la vita dei loro figli, mariti, fidanzati…» Dunque Nadia era una donna in relazione con altre e altri che teneva alla giustizia, ma noi cosa avremmo potuto dire?

Quello che ci ha convinto, oltre all’entusiasmo con cui ci telefonava e scriveva, è stata la frase: «Ora vorremmo dedicare una serata di studio alle problematiche e alle aspirazioni che interessano la nostra società tutta, in questi tempi così complessi, e ci domandiamo se un membro del vostro gruppo di lavoro non desideri darci una preziosa mano, e portare un contributo alla comprensione di quanto sta accadendo, e descriverci come il genere femminile si incarichi di sognare un domani declinato diversamente». Terminava con «Ma senza gli esperti siamo incompleti, e pertanto, vi chiediamo aiuto per questa iniziativa». Marina e io sappiamo che non ha senso parlare di “esperti” o esperte di femminismo, perché il femminismo è una “rivoluzione che continua”. Tante espressioni da lei usate non erano le nostre ma il voler guardare il presente con una centralità femminile e femminista per noi bastava. Il titolo della serata, Il teorema donna tra costruzione identitaria e sogno libertario, già deciso e in parte provocatorio, lo abbiamo considerato uno stimolo per fare chiarezza. Infatti sappiamo che non esiste “la” donna, se non nell’immaginario maschile, ma le singole donne e le relazioni tra loro, che non è utile costruire nuove identità, e infine che la libertà non è un sogno ma si può vivere giorno per giorno e soprattutto che è una ‘libertà relazionale’, non quella individualistica di vendere e comprare tutto del neoliberismo.

Nel nostro intervento abbiamo cercato di mostrare il cambiamento del mondo che il protagonismo di diverse donne ha reso possibile, riportando le loro parole e mettendo in luce le loro pratiche. Le nostre interlocutrici hanno avuto la possibilità di riconoscere le loro, come la relazione duale di disparità tra Nadia e Michela Facchetti, l’intelligente e generosa ospite che come una Preziosa del Seicento offre la casa di famiglia, l’Antica Casa Balsari, e un’accurata accoglienza a queste serate. Entrambe mettono nella costruzione del progetto qualità diverse che, riconosciute tra loro e pubblicamente, possono farle crescere.

Che cosa voglio dire con questi due esempi? Che il lavoro politico sul simbolico si fa in relazione, non pretendendo a priori che l’altra conosca già e usi le parole che in tanti anni ho trovato, inventate anche da altre, per illuminare la mia esperienza, scoprendo che, se riesco a trasmettergliele facendole aderire al contesto che lei mi descrive, sarà gioia per lei e per me.

Questa è la scommessa con le giovani, non solo in relazioni duali ma anche in contesti pubblici.


** Anche questa volta, come spesso è accaduto, la prima lettrice dei miei testi è stata Marina Santini che ringrazio. 

  1. Report tavolo tematico “Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia” Bologna 4-5 febbraio 2017 https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/02/12/report-tavolo-percorsi-di-fuoriuscita-dalla-violenza-e-autonomia-bologna-4-5-febbraio/ ↩︎