Le donne che hanno subito molestie, abusi, violenza sessuale stanno parlando in tutti gli ambiti possibili. In questi giorni ho pensato ai tanti silenzi che mi sono trovata davanti, alle tante donne chiuse da un macigno di regole, doveri, segreti, patti fatti con gli uomini e la società.
Solo attraverso una lenta e attenta relazione con un’altra donna questo muro di silenzio si è cominciato a scheggiare, si sono aperte feritoie in un racconto prima blindato. Il tempo è stato quello possibile, quello necessario, quello opportuno.
In questo ascolto anche io sono cambiata.
Non correvo più alla soluzione, strumenti, progetti (sempre indispensabili), ma davo attenzione ai non detti, alle allusioni, alle sfumature, ai toni della voce e agli occhi, molto agli occhi.
Da questo scambio profondo nasceva una legittimazione al fare, all’interrompere la violenza, a darsi credito. Come una ragnatela questo metodo basato sulla pratica di relazione ha invaso in modo progressivo il mondo, dal nord al sud, da una donna all’altra.
Non mi sono meravigliata per le manifestazioni di donne americane contro Trump, non mi sono meravigliata per le manifestazioni di NonUnaDiMeno in tutto il mondo a partire dalla lotta contro i femminicidi. Donne di tutte le età unite contro la violenza, con obiettivi comuni anche se con pratiche diverse. A volte con convinzioni diverse.
Come mai tutto questo accade contro la violenza, proprio contro la violenza. A mio parere perché nella relazione uomo-donna la violenza è molto presente e si rispecchia e si rinforza nella violenza del contesto in cui avviene. Ha a che fare con il potere e con le regole che tengono ancora in piedi questo traballante mondo.
Questa ragnatela, sempre più in crescita, di forza e libertà femminile ha avuto grande vantaggio dal ME-Too, pratica che dichiara a viva voce ciò che si è subito. Ma chi lo denuncia è chi l’ha subito, non altre a sostegno e in rappresentanza. Questa è la forza del momento, parlare della propria diretta esperienza, senza vittimismo, ma con i tempi scelti e pensati dalla donna stessa. Questo ha cambiato il quadro, non lotte per altre, ma lotta per sé, con coraggio e correndo i rischi che la libertà femminile può anche dare.
Essere protagoniste della propria storia, essere al centro. Le parole con cui le donne hanno cominciato tanti anni fa.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Parlano le donne parlano, del 14 gennaio 2018
Da Repubblica-Robinson
Forse non era mai accaduto che il femminismo occidentale producesse simboli e idee quasi opposti nel giro di pochi giorni. Da una parte i vestiti in nero sul red carpet hollywoodiano, al grido pronunciato da Oprah Winfrey: «Il tempo degli uomini brutali è scaduto!». Dall’altra l’appello di Catherine Deneuve e di altre intellettuali francesi che su Le Monde difendono la libertà sessuale, anche «la libertà degli uomini di importunarci».
Tra Europa e Stati Uniti due visioni del mondo contrarie: laicità versus puritanesimo, spregiudicatezza contro politicamente corretto. E soprattutto — contro una storia a lieto fine che sembra scritta negli studios americani — il coraggio di attraversare quel mare di ambiguità che sono i rapporti tra uomini e donne. Temi delicatissimi su cui è interessante ascoltare una voce poco conformista, la storica Anna Bravo, che ha posto le donne al centro delle sue ricerche e del suo impegno militante fin dalle origini del femminismo.
Partirei dall’appello francese, che rivendica per le donne il potere di scegliere, e quindi la libertà di essere “importunate”.
«Condivido la sostanza, anche se non mi piace il linguaggio. “Importunare” è una parola infelice. Però è centrata la questione dei rapporti tra uomini e donne, che implicano desiderio, complicità, simpatia, e anche interesse, prevaricazione, oppressione: rapporti troppo complicati per essere liquidati con il politicamente corretto».
Soprattutto l’appello sottrae le donne da un’eterna condizione di vittime, restituendo loro la capacità di dire no. E di dire sì.
«È un altro punto centrale. Le donne non sono soltanto vittime, ma soggetti dotati di potere: avere un potere piccolo non è la stessa cosa che non averne alcuno. Questo deve essere riconosciuto, perché altrimenti riduciamo il femminile all’inconsistenza di una fogliolina al vento. Le donne sono consapevoli del proprio valore erotico e sanno come governarlo, anche se non sempre è cosa facile. Ma è giusto dire che siamo sufficientemente accorte per distinguere tra il corteggiamento goffo e la vera molestia. Lo sappiamo tutte se una cosa che l’uomo ci propone ci fa piacere o ci far star male».
Un’obiezione ragionevole è che molto dipende anche dalle condizioni sociali e culturali. È più facile sottrarsi al ricatto maschile in un salotto che in fabbrica, dove rischi il posto di lavoro.
«Attenzione. Non vorrei che le proletarie finissero per apparire due volte vittime. Dietro queste obiezioni vedo un paternalismo che nasconde un classismo alla rovescia: forse che le borghesi sono necessariamente più accorte e le altre povere oche smarrite? Io penso che tutte le donne capiscano benissimo allo stesso modo. Il punto è che in determinate condizioni devono faticare e rischiare molto di più, anche conseguenze rovinose. Devono patteggiare di più con sé stesse e con l’altro. Ma vorrei ricordare che tutto è cominciato negli studios di Hollywood, non in periferia».
I vestiti neri sul red carpet dei Golden Globe hanno chiuso in modo spettacolare tutta la storia cominciata con il caso Weinstein. Come vede l’intera vicenda?
«Con una certa preoccupazione. Lo schema — denuncia, esecrazione pubblica, autocritica, punizione esemplare — fa venire in mente i “processi popolari” della rivoluzione culturale cinese. Lì i professori condannati andavano a zappare la terra, qui Kevin Spacey viene ripudiato da Ridley Scott. È il trionfo del radicalismo puritano. Ho una certa nostalgia per le femministe americane dei primi anni Settanta che lottavano contro il modello perbenista e rispettabile».
Le ultime immagini di Hollywood — tutti in piedi, commossi, ad applaudire la fine del patriarcato cattivo — evocano la scena di un film. Una storia volutamente a lieto fine.
«Quella dei vestiti neri è una grande scena di teatro politico dove prevale il lutto, il pianto della madre, il simbolo della donna ferita: molto efficace sul piano delle emozioni, ma non credo che ci faccia andare avanti. Trovo irritante anche questa enfasi sui giganti maschili imbattibili cui le donne “ cedevano” come costrette da una sorta di ius primae noctis. Se poi ti metti a ucciderli simbolicamente uno per uno, temo non serva a niente. Ha ragione la Faludi quando sostiene che i patriarchi cadono, ma il patriarcato è più vivo che mai. Le ragazze del “Me too” dovrebbero porsi il problema della costruzione di nuove norme giuridiche ed economiche. Mi pare che ci stiano pensando».
Resta il problema di un dominio maschile che sopravvive anche nella testa di molte donne: come se ne esce?
«Ho due sogni privati. Il primo è vedere una ragazza che, insidiata, minaccia il suo molestatore: ti do un pugno se non la smetti. L’altro sogno è vedere al contrario una ragazza che per suo calcolo accetta, e poi con sana sfacciataggine rivendica: l’ho fatto, e allora? Oggi la religione del politicamente corretto uccide questa libertà».
Però così non si cambiano le regole del gioco maschili.
«Il sistema cambia solo se le donne si sottraggono alla condizione di vittime. Siamo soggetti: rivendicarlo è un passo importante. In Francia hanno mostrato più coraggio e più laicità, esponendosi anche a critiche che fanno male. Per questo molte donne preferiscono parlare liberamente solo in privato. Ma questo è triste».
domenica 14 gennaio 2018 ore 10.00-13.30
Da Hollywood alle università dai parlamenti alle palestre dagli uffici alle redazioni, la presa di parola delle donne è una rivolta contro il potere maschile. Si è propagata nel mondo con inedita efficacia perché c’è stata una sinergia fra i mass media tradizionali che hanno agito dal primo momento e i social che hanno moltiplicato le risposte.
Il potere resta l’amore più grande di chi ci arriva e anche di molti che non ci arrivano. Ora, però, si sta aprendo una crepa che fa intravedere il nascosto che porta al sottoscala della vita pubblica. E conferma quello che il femminismo in Italia ha già smascherato sull’intreccio fra sesso denaro e potere (“Il trucco” di Ida Dominijanni) a proposito di qualcuno che chiamano il mostro.
Quello che sta succedendo è già l’inizio di una nuova contrattazione tra uomini e donne. Le donne non si vergognano di parlare, trovano ascolto e credito, quelle più esposte sono state aiutate da quelle in posizione più garantita, ed è un fenomeno contagioso destinato a crescere. Gli uomini non sono più al sicuro e si fidano sempre meno degli altri uomini.
E… in Italia?
Avvieranno la discussione Ida Dominijanni e Marisa Guarneri.
Appuntamento: domenica14 gennaio 2018 alle ore 10 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265; la conclusione è prevista verso le 13.30 e sarà seguita da un pranzetto, come d’abitudine.
Traduzione in spagnolo www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/210/
Corpo e anima, Orso d’Oro alla Berlinale 2017, è una piacevole sorpresa insieme alla riscoperta del talento della sua regista, l’ungherese Ildiko Enyedi, di cui poco si era visto sul grande schermo dopo il brillante debutto a Cannes nel 1989 con Il mio XX secolo, vincitore della Caméra d’Or.
On body and soul, questo il suo titolo internazionale, di corpi parla: dei corpi fisici di donne e uomini, integri e menomati, di quelli psichici, fragili e sofferenti, di quelli onirici dalle straordinarie e fantastiche possibilità. E anche di quelli degli animali, in libertà nelle foreste o in docile attesa al mattatoio e delle loro trasformazioni, le cui fasi crude e realistiche non ci vengono risparmiate.
La regista, passo dopo passo, dipana la sua narrazione su una materia così poco convenzionale con precisione clinica, metodo e lentezza per ben introdurci ai caratteri dei due protagonisti. Altrettanto precisa e lucida è l’uso della fotografia: dalle geometriche inquadrature degli ambienti chiusi all’eleganza degli spazi aperti, dai primi piani dei volti ai significati metaforici dei corpi.
Mária è la neoassunta, incaricata al controllo di qualità nel mattatoio di Budapest, dove Endre è il direttore finanziario. Lei, schiva, riservata, maniacalmente precisa sul lavoro, diventa subito l’oggetto di derisione e di chiacchiere malevole fra le colleghe e i colleghi per l’evidente incapacità a relazionarsi; Endre è già un uomo di mezza età; esausto e deluso, sembra aver lasciato alle spalle energia e speranze, forse anche per la sofferenza di un corpo menomato che lo rende fortemente impacciato. Entrambi vivono vite solitarie, quotidianamente regolate fra l’asetticità anonima dei loro ordinati appartamenti e la cruda violenza degli ambienti in cui lavorano. Si osservano a distanza, diffidenti, immersi ciascuno nelle proprie ferite e ossessioni. Due universi lontani.
Con un tocco magistrale, da grande cinema, la regista scompone la rigida fissità delle loro esistenze e costruisce le vie misteriose per favorire il contatto. Un sogno comune, che entrambi fanno a loro insaputa: l’incontro di una cerva e un cervo nel silenzio maestoso di un bosco innevato.
È solo l’inizio di un cammino per conoscersi, infrangere le barriere dense di un passato non raccontato, rompere le reticenze, le ritrosie e i pregiudizi. È la scoperta e il riconoscimento di qualcosa di prezioso, misteriosamente capitato a loro, da far crescere, conservare e osservare con tenerezza e desiderio, insieme al brivido di vivere lo stesso sogno.
Il film è il racconto di una storia d’amore che passa dal sogno alla realtà, seguita e costruita, momento dopo momento; un amore che non ricalca le solite vie, che sa mostrare che è possibile uscire dalla fissità dei propri schemi e dei propri pregiudizi, prendere coscienza di sé e di chi ci circonda e provare a mettersi in relazione senza paure.
Corpo e anima è candidato all’Oscar 2018 come Miglior Film Straniero.
Seguire la propria strada, spinte da un forte desiderio di realizzazione di sé comporta a volte uno strappo lacerante con le proprie origini, gli affetti familiari e con il legame d’amore primario, quello con la madre. Questo vuole raccontare la regista di Sami Blood, Amanda Kernell, nel suo primo bel lungometraggio.
Selezionato al Festival di Venezia – Giornate degli Autori, al Festival di Toronto e recentemente vincitore del festival del cinema europeo con il Lux Prize 2017, è la storia della discriminazione di una minoranza, i Sami, meglio conosciuti come Lapponi, del desiderio di normalità e d’integrazione di una giovane, Elle Marja, e del suo percorso di riconciliazione con le proprie radici e con il legame profondo con il suo materno.
Con due stacchi temporali – gli anni trenta e i giorni nostri – il film si muove dal punto di vista della giovane Sami, che insieme alla sorella minore, Njenna, e ad altre/i giovani lapponi è obbligata a frequentare un collegio, una cosiddetta “scuola di civilizzazione”, istituita dal governo, in cui le materie di insegnamento sono la lingua, la storia e i costumi svedesi, mentre è assolutamente vietato esprimersi nella propria lingua e seguire le proprie consuetudini.
La regista, di padre Sami e di madre svedese, pur convenendo che i tempi da quegli anni sono decisamente cambiati, racconta di aver vissuto quelle stesse dinamiche sulla propria pelle. Nel corso delle ricerche per la realizzazione del film molti delle/gli anziani intervistati le hanno rivelato di aver cambiato nome e di aver disconosciuto le loro origini in seguito a quelle dolorose esperienze. In questi collegi, diffusi negli anni trenta, le/i giovani Sami erano inoltre oggetto di studi di antropologia e di biologia razziale. Con stupore, la regista rivela di aver scoperto che la Svezia, cosa pochissimo nota come oscuro è ancora in parte il suo passato coloniale – una pagina della sua storia da far dimenticare – aveva creato il primo istituto di studi di ‘biologia razziale’ a cui i tedeschi si erano successivamente ispirati.
Il film, girato in lingua originale, vuol essere secondo le intenzioni di Amanda Kernell una dichiarazione d’amore per la popolazione Sami, sia per coloro che sono fuggiti sia per chi è rimasto, e il personaggio di Elle Marja ben ne riassume le caratteristiche e le complessità.
Elle Marja, non sopportando più la discriminazione, la derisione, l’umiliazione di essere studiata come un fenomeno da baraccone e desiderando con tutte le forze frequentare una scuola superiore, decide di tagliare con la propria comunità e con la famiglia, trasformandosi in Christina, una ragazze come tante altre ragazze svedesi. Il suo difficile e doloroso processo di accettazione e di ricomposizione di sé passerà ineluttabilmente attraverso la riconoscenza dell’amore della madre e della sorella, che avevano permesso e accettato la sua scelta.
Nell’incontro di Via Dogana 3 La Rete è nella nostra realtà. Come starci?, nel discorso di Loretta come anche di Tahereh c’era una radicalità che è andata persa. Tutte le cose che sono state dette sono, più o meno, interessanti. Però dallo scambio emerge una postura di fondo che non va, secondo me: «Non bisogna demonizzare, ho sentito dire a proposito della rete. Dobbiamo credere che quello è uno strumento», è stato anche detto. Uno strumento?
A suo tempo si è voluto pensare, si è cercato di credere che l’intelligenza artificiale sarebbe stato uno strumento per gli esseri umani, ma adesso si è capito che no, l’intelligenza artificiale prende il posto della intelligenza umana. Prende il posto della sensibilità, della casualità, della inventività – l’intelligenza artificiale è inventiva. Prende il posto di lavoro, naturalmente, e prende il posto della politica, e delle nostre capacità di capire – l’intelligenza artificiale è molto capiente. Più o meno, lo stesso che è capitato in generale della la tecnoscienza: si credeva che sarebbe stato uno strumento ma… La questione bisogna dirsela.
L’unica risposta che io vedo alla contraddizione dello strumento che non è uno strumento – risposta che qui qualche volta è affiorata – è di sapere che noi siamo un elemento estraneo là dentro.
Quelle che dicono «io non ho competenze però sono contenta che quella lì ce le abbia» ecc., è un discorso sensato a metà. Tutte abbiamo competenza della impotenza in cui ci troviamo. Tutte, tutti lo sappiamo. Che sia in un modo o nell’altro, che sia così o per colà, l’esperienza e la sensazione d’impotenza non ci mancano, il mezzo lo conosciamo… Però accadono cose, sono d’accordo, e il grande accadimento è il cambiamento in corso nei rapporti tra i sessi, tra donne e uomini. Per amore di libertà da parte delle donne. Detto così è molto vago e in questi contesti di scambio possiamo cercare di uscire dal vago per trovare formule parlanti a noi stesse e ad altre. Ci sono delle cose che accadono. La soggettività autonoma femminile è la cosa che accade. Torno con la mente alle origini del cristianesimo, che mi aiuta sempre a ragionare sulla politica del simbolico… Quando i Romani, parlo di una piccola minoranza, primo secolo dopo Cristo, si sono convertiti al cristianesimo in Roma, che era il teatro della strapotenza dell’imperatore, Paolo scrive loro una lettera. C’è un famoso passaggio della Lettera ai Romani che ha provocato poi studi bellissimi, e commenti in abbondanza ecc., perfino io ci ho provato a commentarlo, chissà se hanno capito quei poveretti che mi avevano chiesto qualcosa sulla differenza sessuale e io gli ho spiegato l’indipendenza simbolica. Paolo dice ai cristiani di Roma: «si obbedisce all’imperatore, si obbedisce ai padroni, si obbedisce»… Cosa volete farci? nella disparità di potere si obbedisce. E dopo questo passo che ha scandalizzato tanto, «poi noi abbiamo la nostra legge». E si riferisce naturalmente alla legge dell’amore. Lui non precisa ma sembra sia la legge dell’amore. L’importante è lo stacco: «Noi abbiamo la nostra legge.» Cioè c’è la differenza, la differenza è quello che conta. La differenza serve per esaltare la soggettività libera. E lì, nella tecnologia digitale, come nell’impero romano, bisogna fare questo: entrare come un elemento non integrabile, come un elemento che fa stonato.
Qui, io ho sentito tanti esempi di buon senso che accomoda. No, no, no: niente il buon senso che accomoda! Prendiamo il caso dell’aborto e di come ne parla Augias. Certo che c’è una legge che permette alle donne d’interrompere la maternità ed è una buona legge, anche. Ma quelli che fanno l’obiezione di coscienza non sono degli stronzi, sono delle persone che hanno fatto medicina non per quello e non vogliono… Può darsi che ci siano anche i filoni, e ci sono, che mimano l’obiezione di coscienza, o per soldi, ma non sono tutti così, è l’aborto in sé… Allora, bisogna sapere che l’aborto è brutto, non abbiamo mai teorizzato – almeno quelle con cui sono in rapporto – che l’aborto sarebbe un diritto. C’è una potenza, potestas, del corpo della donna che decreta ingiustamente di porre fine a questa vita che comincia. La radicalità è quella. Anche Rinalda ha sbagliato quando, a proposito dello scandalo Weinstein, ha detto al suo amico: «un po’ di ingiustizia anche a voi» e poi le dispiace di averlo detto. No, l’ingiustizia ci vuole per mettere fine a secoli e secoli forse millenni, di una cultura di prevaricazione sessuale degli uomini sulle donne o sui bambini o su altri uomini più deboli. È inevitabile l’ingiustizia.
Allora, questa radicalità Loretta l’ha messa nel suo discorso e ha messo anche gli ingredienti, perché in definitiva quello che le ha permesso di muoversi sono state delle relazioni, delle parole, delle esperienze. Non la competenza, la competenza era una sua passione, che è importantissima. Ma non è l’essenziale, l’essenziale è fare la cosa non omogenea a quella macchina là. Quindi il sito, chiedo alle governanti del sito di non avere il programma di impedire i casini, di farlo il casino, ecco. I casini proficui, naturalmente, non i battibecchi, gli antagonismi, bisogna sempre spostarsi, non farsi trovare. Essere da un’altra parte, cogliere di sorpresa chi interviene con le logiche meccaniche eccetera, farsi trovare da un’altra parte. Spostarsi, cogliere di sorpresa, invece di aggiustare. Un’ultima cosa. Non: portare il linguaggio della differenza. Bisogna essere la differenza.
Rispondo agli spunti venuti dalla redazione di #VD3 rispetto alla rete, ai social e a come starci, decidendo di partire dal perché sono arrivata alla Libreria delle donne. Il mio arrivo non è avvenuto attraverso i social network, ma è associato al fatto che sono una donna che lavora nell’informatica.
Quando avevo 21 anni, nel 1999, ho iniziato a lavorare in questo campo per necessità dovute ai cambiamenti nell’ambito della grafica e dell’editoria.
Da subito in questo lavoro ho percepito una differenza di approccio tra me e gli altri che facevano parte di quel mondo prevalentemente maschile. Provavo un certo piacere nell’essere capace di programmare le macchine, ma all’interno di quel sistema sentivo qualcosa che mi creava inquietudine. Non riuscivo a nominare cosa fosse, ma capivo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato.
Ho avviato una mia lotta personale nei confronti del linguaggio informatico, iniziando una ricerca disperata e molto complessa nei meandri della logica matematica e della linguistica. Studiavo molti filosofi alla ricerca di un principio di origine che mi permettesse di capire che cosa fosse sbagliato nell’impostazione dell’informatica. Ero convinta, allora, che se fossi arrivata all’origine, avrei potuto poi costruire un discorso perfettamente logico in grado di esprimere altro.
In quegli anni, nei discorsi politici relativi alla tecnologia aveva grande seguito il Manifesto cyborg di Donna Haraway. Anche nel percorso di studi che seguivo all’Accademia di Brera c’era un grande interesse verso il Manifesto. Si parlava della necessità delle donne di esserci, marcare una presenza nell’informatica, aderire nel corpo e nella carne a quel discorso che si stava avviando.
Comprendevo la necessità di confrontarsi con il panorama tecnologico, ma trovavo irritante l’eccessiva fiducia nella tecnologia e rifiutavo l’idea di essere totalmente assorbita da un pensiero che escludeva qualsiasi differenza. Il Manifesto era entusiastico nel dire “dobbiamo esserci” ma non diceva niente del mio disagio.
La fortuna volle che nel 2006 la filosofa Chiara Zamboni fosse invitata dall’Accademia a parlare del Manifesto. A lei ho raccontato la mia inquietudine nel dovere aderire a quel linguaggio i cui fondamenti non mi risultavano sensati, e il mio rifiuto del sistema logico-linguistico. Mi rispose in modo criptico: “È una questione di ordine simbolico della madre”.
Nel corso dell’incontro, mi ha fatto comprendere l’importanza della spinta politica di Haraway nel prendere parte a una cultura “alto tecnologica” come “elaborata icona per sistemi chiave di differenza simbolica e materiale nel tardo-capitalismo”.
Avevo studiato la logica matematica alla ricerca dell’origine, ma non conoscevo ancora il pensiero e la politica delle donne.
La lettura di L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro ha sbrogliato i miei dubbi. Nel primo capitolo dal titolo La difficoltà di cominciare ho trovato una frase che sintetizzava i miei tentativi di ricerca di un discorso logico: “Io comincio dal principio perché non so cominciare da dove sono e questo perché non sono da nessuna parte”.
Era esattamente la sensazione che avevo nell’ambito informatico, quella di non essere da nessuna parte, non avere parole, la sensazione che quel linguaggio totalmente logico tagliasse via una parte di fatti.
Più avanti Muraro afferma: “Accettare la necessità di fatto è logico quanto accettare quella logica. Arrivarci dà una gioia ed un riposo di gran lunga superiori a quelli che può dare la dimostrazione del teorema di Pitagora”. Fino ad allora avevo continuato a cercare la dimostrazione logica di quello che volevo dire e invece, finalmente, capivo che aveva un’autorità anche accettare la necessità dei fatti.
Da questa lettura è nato il desiderio di frequentare la Libreria delle donne e di ricercare la parola di altre donne che avessero espresso la loro opposizione alla indiscussa verità logica dell’informatica. Questo è il movente del mio arrivo in libreria: il disagio nell’informatica, il non sapere come starci.
Nel tempo ho incontrato altre donne che ne hanno parlato e scritto.
Ho ritrovato quell’opposizione in Ellen Ullman, scrittrice e informatica americana, che ha diretto sistemi di digitalizzazione per grandi centri sanitari. Nel suo libro Close to the Machine racconta come in un momento emotivamente complesso della sua esistenza, avesse deciso di smontare il suo computer e poi rimontarlo, un gesto simbolico per trovare un altro linguaggio. Nello stesso libro scrive: “Avevo ridotto le obiezioni degli utenti a un insieme di cinque modificazioni del sistema. Vorrei che la parola ridurre fosse intesa proprio nel suo senso culinario: far bollire qualcosa sino a ricavarne l’essenza. Eppure ero pienamente consapevole che la vera essenza umana era assente dalla lista che avevo preparato. Una questione del tipo ‘Come faremo a sapere se i clienti hanno la tubercolosi?’ – La paura di stare seduti in una stanzetta male areata con qualcuno che ha la TBC resistente alle medicine, la normale eppure complicata urgenze biologica di una domanda del genere – tutto questo diventava una lista di elementi da aggiungere sullo schermo o a un database”.
Ci sono donne che, lavorando nell’ambito informatico, sentono la necessità di un cambiamento nelle strutture che vengono create. Alla Libreria delle donne ho la fortuna di sperimentare quel ridurre la necessità di fatto in un progetto politico. Il gruppo nel quale elaboro in pratica questo approccio è la redazione della rivista online Aspirina.
Siamo partite prima di tutto con il chiederci che tipo di tecnologia utilizzare. Il confronto tra noi è stato importante, soprattutto perché le altre hanno compreso il mio desiderio di non tradurre il progetto in sistemi già esistenti. Questo è quello che si fa di solito nell’informatica, cioè riprodurre gli stessi sistemi logici che ripropongono il già pensato. La mia esigenza invece era quella di pensare insieme partendo da quello che volevamo.
In particolare il confronto con Elena Leoni, la grafica della rivista, è stato la base per riprogrammare un sistema editoriale informatico, non sentendoci costrette alle sue funzionalità o all’uso imposto dal mercato tecnologico.
Volevamo una rivista periodica i cui contenuti creassero un’opera corale. Siamo rimaste distanti dall’imperativo della comunicazione odierna che prevede la produzione costante e frammentaria di contenuti, come succede nei blog.
Con la rivista cerchiamo di “costruire un’unità poetico/politica” nei termini di Haraway, attraverso una pratica di affidamento reciproco.
In Aspirina abbiamo riflettuto a lungo sul rapporto con i social network.
Personalmente sono molto critica nei confronti di social come Facebook. Essere nella rete non significa essere su Facebook, questa corrispondenza non è da intendersi come necessaria. Però sono consapevole che molte persone sono ingabbiate in questo equivoco.
In redazione, aprendo la nostra pagina Facebook, ci siamo poste una serie di interrogativi sul suo uso: questo strumento che cosa comporta? come è fatto? quali sono le cose che richiede di fare? quanto tempo dedichiamo alle caratteristiche specifiche dello strumento? quanto lavoro?
In base a questo abbiamo pensato di sottrarre ore di lavoro su Facebook per dedicarle alle relazioni politiche tra noi e con altre. Non abbiamo messo a disposizione le nostre risorse per stare in quella dinamica social di continua interazione.
Ci è capitato di essere coinvolte dalle onde emotive tipiche di Facebook, per esempio nel caso “Charlie Hebdo”. La velocità della comunicazione in quei giorni ci chiamava, come rivista satirica, a una reazione immediata a cui siamo sfuggite. Abbiamo preferito dedicare tempo alla discussione in redazione e scegliere di dare una risposta corale attraverso un numero speciale della rivista.
In Aspirina convive un duplice aspetto, quello del gruppo politico e quello dell’autorialità/percorso professionale delle singole. Ci siamo chieste: che cosa ha comportato l’ascesa di Facebook nella vita di ognuna? È evidente che ha provocato un enorme cambiamento nel mercato del lavoro.
Dal confronto tra noi è emerso che quel social network ha comportato la perdita di contrattazione lavorativa ed economica. Per molte autrici quella modalità di condivisione ha un impatto molto forte sulle vite personali.
Si tratta di un sistema commerciale che vuole creare un determinato spostamento economico e finanziario. Un sistema che accumula denaro e potere, che non è prendibile perché dietro c’è un interesse e un’intenzione.
Il problema non è se usare un social o no, ma capire, nel momento in cui lo scegli, in che modo vuoi starci.
Una critica radicale ai social network prevede una conoscenza molto approfondita dell’algoritmo e delle regole di quel linguaggio. Per aprire un conflitto, bisogna obbedire a quella grammatica e pensare un altro ordine logico.
Se invece il desiderio non è quello di risignificare le interfacce e l’algoritmo, ma di usare strumentalmente i social per veicolare un messaggio politico, sento come necessario valutare i rischi e le criticità. Bisogna essere consapevoli che c’è una parola altrui che ti guida e che si è coinvolte in giochi di potere.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 La Rete è nella nostra realtà. Come starci?, del 12 novembre 2017
Non ho delle competenze informatiche, voglio contribuire al dibattito portando la mia esperienza nel web. Ho iniziato a usarlo nel 2001, immediatamente dopo l’11 settembre. All’epoca vivevo negli Usa. Nel dibattito pubblico l’unico scenario possibile sembrava essere la guerra. Nei forum di discussione sul web sono andata a cercare il punto di vista europeo/italiano, uno sguardo che contemporaneamente, per lingua e cultura, mi apparteneva di più ma che era “altro” rispetto a quello impaurito, terrorizzato con cui io e chi mi stava intorno guardavamo il mondo.
Una volta rientrata in Italia, l’uso del web faceva ormai parte delle mie abitudini. In una prima fase, per me era principalmente un mezzo per informarmi, cercando punti di vista che non trovavano spazio su giornali e televisione e per farli circolare; un mezzo per mettermi in contatto con persone fisicamente lontane, per organizzare manifestazioni, presidi, per creare reti che poi si concretizzavano in varie forme di associazionismo.
Intanto i forum generalistici a cui partecipavo mi coinvolgevano sempre di più. Le discussioni sui temi che mi appassionavano mi davano l’occasione di fare approfondimenti e di conoscere punti di vista nuovi, di fare veri spostamenti e di fare ordine attraverso la scrittura e tenendo conto del punto di vista dell’altro. Non sempre gli scambi erano buoni ma spesso lo sono stati. All’epoca mi interessavo al conflitto mediorientale, una questione che divide, spesso affrontata in maniera ideologica. Nonostante le difficoltà, le incomprensioni, le liti e le rotture ho imparato molto, in particolare grazie all’incontro con una donna appassionata quanto e più di me a quell’argomento, io filo-palestinese, lei filo-israeliana. Ci siamo anche incontrate di persona ma gli scambi più interessanti e inediti sono stati quelli in rete. Che fossero pubblici e che il loro accadere fosse visibile, allora mi sembrava potesse essere importante e utile, oggi ne sono certa.
Ancora più velocemente con la nascita dei social e forse senza che me ne accorgessi subito, quello che per me era stato un mezzo (per accorciare distanze o far circolare notizie) era diventato un vero e proprio luogo, in cui andavo quotidianamente a incontrare uomini e donne con cui sentivo di essere in relazione. A volte sottovalutando la mancanza dei corpi, a volte nonostante quella mancanza. Un luogo dove possono accadere eventi imprevisti che aprono a nuove possibilità.
Su facebook (fb), peraltro “abitato” da molte donne, ho incontrato la Libreria delle donne e il pensiero della differenza che, ignoranza mia, conoscevo poco e male. Per me il femminismo era quello della parità e dei diritti.
Partecipavo a un’accesa discussione su una vicenda di violenza maschile contro una donna e, come spesso accade su fb, la discussione si era accartocciata in una serie di botta e risposta tra schieramenti opposti, secondo la logica della contrapposizione (che peraltro stuzzica l’entrata in gioco del narcisismo). Una logica sterile quindi frustrante. E poi, in quel luogo che è fb, ha preso parola Sara Gandini della Libreria delle donne, la creatrice e allora una delle amministratrici del gruppo fb della Libreria. E qualcosa è accaduto. Per me è stato come se Sara, e con lei quella autorità che è la Libreria (che mi ha reso più facile affidarmi a chi ancora non comprendevo bene) mi avesse offerto la possibilità di un passo laterale per non finire nella trappola che le dinamiche favorite da quel luogo possono diventare. Un incontro che ha sparigliato le carte.
Poi Sara e Laura Colombo mi hanno portata in Libreria, dove vivo la mia esperienza e le mie relazioni in presenza.
L’incontro con il pensiero della differenza e le sue pratiche mi hanno fatta scappare da fb. La frustrazione e il fortissimo senso di estraneità che, nonostante l’attrattiva che quel posto aveva per me, già mi procurava il ripetersi di dinamiche, schieramenti, contrapposizioni che non lasciano spazio alle differenze, era aggravato da una maggiore difficoltà di comunicazione. Io qui ho conosciuto un nuovo linguaggio di cui, una volta compreso, sento la vicinanza ma che non sono ancora capace di “tradurre”. Ciò che nomina (relazione, conflitto, affidamento, asimmetria, partire da sé, autorità…) io l’ho visto e quindi compreso, qui in Libreria.
Tante donne e giovani femministe, che peraltro scrivono con passione e si esprimono su fb, non conoscono il pensiero della differenza o lo conoscono male. Lo sentono distante perché parla una lingua diversa, a molte di loro assolutamente incomprensibile. Ed è nello scambio con queste donne, che credo si possa trovare il linguaggio che ancora manca. Io credo che questa opera di risignificazione sia importante, sento la responsabilità di farmene carico anche io. Fb in questo senso rappresenta un’opportunità per incontrare lì dove sono, nel “luogo” che hanno scelto per prendere parola, donne a cui far conoscere il pensiero della differenza e che contribuiranno a produrre pensiero nuovo.
Per questo sono grata per il lavoro di cui si fa carico il gruppo della Libreria delle donne su fb, che sperimenta e cerca un modo per starci rendendo visibile la nostra politica, sempre tenendo bene in mente gli insidiosi meccanismi che regolano quel luogo.
Tra le cose che ho letto sul funzionamento di fb quella che più mi ha colpita è il suo intrappolarci nel nostro stesso conformismo, utile per rendere rivendibile la nostra attenzione ai veri clienti di fb, che sono gli inserzionisti pubblicitari. Su fb scegliamo amici e fonti vicini ai nostri valori e opinioni. In questo modo siamo noi stessi che ci chiudiamo in un micromondo che non lascia molto spazio all’altro da noi. Il sistema fb è pensato per restringere ulteriormente questa bolla. Gli algoritmi alla base del suo funzionamento sono di tipo predittivo. Questo in sostanza significa che si basano sull’assunto che in futuro ripeteremo i comportamenti passati. Gli algoritmi ci propongono e suggeriscono link, percorsi e contatti in funzione delle pagine che andiamo a leggere, delle testate che selezioniamo e che apprezziamo con i nostri like o quelli degli utenti con cui interagiamo di più, facendo man mano sparire quello che abbiamo scelto meno. In questo modo, riducono ulteriormente la bolla in cui le nostre convinzioni sono sempre più riconfermate. La logica algoritmica quindi assume come misura della soggettività i comportamenti effettivi e non prende in considerazione i desideri e le ambizioni. Come per gli acquisti on-line: conta di più ciò che effettivamente compriamo che la lista dei desideri. «Il probabile si arroga il diritto di prelazione sul possibile», ho letto in un librino divulgativo sul funzionamento degli algoritmi. Ma se è vero che è bene conoscere i rischi e i meccanismi che vorrebbero guidare i nostri comportamenti, non dimentichiamoci che il probabile ripetersi del già calcolato è un assunto dell’algoritmo e di chi l’ha pensato ma noi sappiamo che non è lì che si esaurisce la soggettività e l’imprevista creatività di cui è capace. Un potenziale che ho visto accadere, capace di superare i limiti che l’algoritmo vorrebbe che ci auto-imponessimo.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 La Rete è nella nostra realtà. Come starci?, del 12 novembre 2017
Nell’invito che abbiamo pensato per questo incontro siamo partite da una considerazione, che non ci sia discontinuità fra la realtà di tutti i giorni e quello che accade in rete, anche se le differenze possono essere molte o moltissime una cosa influisce sull’altra e viceversa. L’idea che esista un’unica realtà da osservare può avvantaggiare la riflessione e lo scambio.
La rete è come il Luminol*, sostiene in un’intervista Mafe De Baggis, esperta di comunicazione e digital strategist. Solo che non fa apparire tracce di sangue, ma vizi e virtù, paure, resistenze al cambiamento.
Da qui alcune domande:
– La chiamavano realtà virtuale: questo nome in pratica significa ancora qualcosa ma che cosa esattamente?
– Per la politica delle donne quali sono i conformismi, le convenienze, le potenzialità dei social?
– Tutte, in un modo o nell’altro, abbiamo inventato delle combinazioni tra le pratiche femministe di prima della Rete e la situazione attuale, ora possiamo ripensarci e migliorarle.
– Da dove viene il piacere di navigare, a quelle che lo fanno con gusto, e come dargli la misura che lo rende profittevole?
In breve Come starci nella rete?
domenica 12 novembre 2017 ore 10.00-13.30
La chiamavano realtà virtuale: questo nome in pratica significa ancora
qualcosa ma che cosa esattamente?
Per la politica delle donne quali sono i conformismi, le convenienze, le
potenzialità dei social?
Tutte, in un modo o nell’altro, abbiamo inventato delle combinazioni tra
le pratiche femministe di prima della Rete e la situazione attuale,
ora possiamo ripensarci e migliorarle.
Da dove viene il piacere di navigare, a quelle che lo fanno con gusto, e
come dargli la misura che lo rende profittevole?
Avvieranno la discussione Tahereh Toluian e Loretta Borrelli
Appuntamento: domenica 12 novembre 2017 alle ore 10 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.
Giordana Masotto nel mettere in dubbio che l’inconscio sia una risorsa spendibile al di là dell’individualità, in grado cioè di investire la dimensione collettiva, ha dato in certo senso voce al non detto che credo abbia abitato la mente di molte lungo qualche decennio; l’affermazione poi che la stessa relazione di affidamento, ereditata dalla pratica dell’inconscio, pur consentendo di stare con maggior agio nei rapporti sociali non abbia di per sé efficacia nel trasformarli ha dato espressione ai dubbi che personalmente rimugino da qualche tempo.
Ho associato l’idea dell’inconscio a una pratica politica fondativa ma datata fino a che non molto tempo fa grazie all’interesse di Eredibibliotecadonne (il gruppo di Savona di cui faccio parte) per la creatività femminile ho avvertito con stupore la sua viva e agente presenza, non solo come parrebbe ovvio nelle opere, ma proprio nella natura delle relazioni che si andavano affermando con le artiste. Confesso di aver all’inizio stentato a capacitarmi della facilità con la quale la comunicazione con loro fosse fluente e profonda a confronto della chiusura e della superficialità che molto spesso avevo incontrato nei rapporti con donne impegnate nella politica come nella società civile; poco dopo ho avuto anche modo di constatare l’apertura d’animo e di mente con le quali le artiste accoglievano, fino a far proprie (parlando di sé e dei propri lavori) in più occasioni, riflessioni e commenti espressi dalle Eredi che peraltro non facevano certo mistero di guardare alla loro arte con ‘occhio’ politico e in assenza di un background professionale specifico; d’altronde l’immediatezza con la quale le opere rivelavano ad uno sguardo empatico piuttosto che critico i ‘segni femminili’ della loro creatività trovava riscontro nel piacere col quale esse riconoscevano in tali segni manifestazioni del proprio intimo prima impensate, se vogliamo tracce dell’inconscio non elaborate.
Mi pare che la natura delle relazioni duali originate dalle esperienze artistiche condivise che ho potuto osservare possa essere descritta sinteticamente in un doppio movimento: dalla parte delle Eredi dall’impulso di un desiderio, sino ad allora inespresso ma non meno ‘politico’, di trovare in altri linguaggi risposte a verità primarie difficilmente mediabili dalla parola circolante nel contesto dato; dal lato delle artiste da un sentire che può essere interpretato come un bisogno di autorizzazione femminile forse anche ‘materna’ rimasto insoddisfatto a causa di processi formativi e di percorsi professionali avvenuti in ambienti a prevalenza maschile.
Considerando poi che le relazioni nate a causa dell’interesse per l’arte hanno a loro volta dato vita a una rete di rapporti che ha configurato quella comunità allargata ruotante intorno a Eredibibliotecadonne che era stata inutilmente perseguita per diversi anni, sarebbe legittimo pensare di aver fatto centro, senonché risulta lampante che la chiave del successo è anzitutto ascrivibile alla centralità dell’arte e solo secondariamente alla qualità delle dinamiche relazionali in campo. Di qui l’affacciarsi del dubbio che il guadagno dell’affidarsi a un’altra donna per dare corso a un progetto sia in buona parte determinato dalla natura del progetto e dalla visione che lo sottende mentre la consistenza del legame tra donne ne costituisce la condizione e lo sfondo; diversamente non troverebbe spiegazione l’insuccesso delle molte precedenti pratiche sperimentate, che avevano comunque preso avvio da un forte desiderio di dare visibilità e proiezione sociale a relazioni vere e tuttora esistenti.
Sulla base delle pratiche recenti mi pare infatti di poter sostenere che mentre la ‘forma’ relazionale dell’affidamento, proprio in quanto affonda le sue radici nell’inconscio, risulta fondante del fare società delle donne, la possibilità che questo si traduca in trasformazione dell’esistente pare determinata dal terzo fattore che alimenta ed insieme orienta il legame, il comune oggetto del desiderio; il grado di efficacia politica della relazione dipenderebbe quindi da ciò che intercorre tra i soggetti, da quel tra-mite che ne è veicolo ma anche causa e finalità.
Erano gli inizi degli anni Settanta. I movimenti femministi nelle loro prime comparse pubbliche riempivano le piazze europee e americane.
Nel ’71 a New York usciva Ms. Magazine, una rivista femminista creata e gestita da sole donne che al suo primo numero esaurì le trecentomila copie stampate. Si parlava di aborto, violenza domestica, uguaglianza salariale, molestie sul lavoro.
Nel ’73 nell’Astrodome di Houston (Texas) si disputò una partita di tennis che, anche per le/i non seguaci di quello sport, ebbe una risonanza mondiale. Una partita che andò assumendo significati al di là di quelli di una semplice sfida sportiva.
Si trattò della partita chiamata La Battaglia dei Sessi fra la campionessa Billie Jean King e l’ex-campione mondiale Bobby Riggs. Una partita che nello stadio raccolse oltre trentamila presenze e oltre novanta milioni di telespettatori di tutto il mondo.
Billie Jean King in quegli anni era già una grande campionessa, famosa per i successi sportivi e le battaglie per i diritti delle donne. Si era battuta contro la United States Association denunciando i bassi salari delle tenniste – circa un dodicesimo di quelli degli uomini – e ne era uscita fondando la Women Tennis Association.
Bobby Riggs, 55 enne, grande campione degli anni Trenta-quaranta e scommettitore ossessivo, la sfidò, dichiarando l’inferiorità del gioco femminile rispetto a quello maschile, dicendosi pronto a dimostrarlo in un confronto con la più grande campionessa del mondo.
Valerie Faris e Jonathan Dayton (ricordiamo il loro precedente Little Miss Sunshine), nel mettere in scena la storia della famosa partita ci coinvolgono irresistibilmente nel racconto degli eventi che la precedettero: vivide l’ambientazione, l’atmosfera attorno i due protagonisti, la conseguente spettacolarizzazione e risonanza mediatica dell’evento; incalzanti le sequenze e la sensazione di sospensione nell’attesa; ben ritmate e montate le immagini del match. All’aspetto pubblico alternano e non contrappongono, ben destreggiandosi, l’approfondimento della scena privata, quasi mescolandola: un farci intendere che quello che avviene nella vita di Billie Jean King risulterà socialmente e simbolicamente rilevante in un futuro prossimo.
È evidente l’intento, anche con toni leggeri e ironici, di mostrarci il sessismo della società americana dell’epoca, il finto perbenismo, la sfrontata arroganza maschile, i giochi di potere, le costrizioni e le chiusure per le donne, come altrettanto evidente è la percezione del loro prossimo sgretolarsi per volontà e intervento delle donne non più disposte a subire.
La figura di Billie Jean King, interpretata con sensibilità da Emma Stone, emerge per determinazione e forza. Nei chiaroscuri dei suoi turbamenti e delle sue incertezze c’è l’inizio di un percorso di scoperta di sé e della propria sessualità e il coraggio di viverla pienamente.
Molti studiosi e studiose di varia provenienza convergono nel sostenere che tra le caratteristiche eminenti del nostro tempo ci sarebbe un’espansione del narcisismo. A questa tesi, alcune obiettano che si tratta di una diagnosi parziale dal momento che non tiene in dovuta considerazione il fatto che il narcisismo riguarderebbe innanzitutto gli uomini e molto meno le donne. Questa obiezione comunque non convince molto uomini e, in vero, neppure tutte le donne.
Di solito, la tesi sull’attuale espansione del narcisismo è interpretata come se riguardasse la psiche dei diversi individui. La si potrebbe insomma parafrasare così: la maggior parte degli individui oggi presenta quella complessione psichica che è denominata “narcisismo”. Al che l’obiezione risponde: nel perlopiù delle donne qualcosa resiste.
Questa impostazione del discorso induce a porsi domande come le seguenti: che cosa c’è negli uomini che li espone al narcisismo? Che cosa c’è nelle donne che le rende più resistenti o meglio difese? Che cosa c’è nel nostro tempo che favorisce la diffusione di questa sorta di male psichico?
Vorrei che lasciassimo da parte questa impostazione psicologica e tornassimo a collocarci sul piano dell’ordine simbolico e delle forme dell’agire. Qui non ha più senso interrogarsi sul narcisismo come una specie di sindrome. Appare invece chiaro che il narcisismo è una certa modalità di rapportarsi a sé, agli altri e alle cose della vita: è una forma di mediazione e di affrontamento di tutti questi rapporti. E a questo punto si fanno innanzi delle domande molto più interessanti. Ne elenco tre:
- Quali caratteristiche ha questa forma di mediazione e quali sono i suoi inconvenienti in vista di una vita in cui possano fiorire delle relazioni feconde con gli altri e il mondo?
- Quali tra le pratiche e i dispositivi oggi diffusi e promossi favoriscono il fatto che sia proprio la mediazione narcisistica a dare forma ai rapporti tra i soggetti?
- Quali pratiche conosciamo che invece oppongono resistenza al narcisismo e assecondano piuttosto mediazioni del tutto diverse, in cui l’altro non è né una minaccia, né qualcuno che deve solo consentire all’io di specchiarsi? Chi le coltiva? Come possono essere riprese e sviluppate?
Così, invece di contare quante donne sono narcisiste o quanti uomini riescono a sfuggire a questo destino, possiamo concentrarci su quel che è più importante: quali caratteristiche hanno i contesti relazionali che generano narcisismo e quali caratteristiche hanno le pratiche che invece portano verso un altro ordine di relazioni. Nel rispondere a queste domande, l’autorità femminile potrà (continuare a) manifestarsi in maniera concreta. E anche gli uomini potranno provare a portare qualcosa di nuovo.
Riprendo da La pratica dell’inconscio, di Chiara Zamboni, nella dispensa gialla, due punti di riflessione: uno è la differenza fra il femminismo della differenza e i movimenti sociali; l’altro è il collegamento fra pratica dell’inconscio e politica del desiderio, laddove si intrecciano simbolico e relazioni. Li riprendo a partire dalla grande esperienza che è stata per me, e per molte/molti altri, l’esperienza dell’autoriforma della scuola, ma anche, come suggerisce l’ultimo libro di Vita Cosentino, riconoscendo nell’autoriforma una postura che trasforma la vita pubblica. In qualche modo voglio mostrare a Giordana Masotto che non si tratta di un aut aut, anzi di riconoscere connessioni che ci aiutano perché a me sembra che spesso siamo bloccate da domande a cui non abbiamo ancora trovato risposta.
Se penso all’autoriforma vedo la sua profonda differenza dai movimenti sociali. Questi ultimi hanno delle caratteristiche di massa anche quando non sono molto estesi, o sono estesi a livello locale: c’è un obiettivo comune da raggiungere, le modalità di lotta sono concordate, attraverso un’organizzazione che vincola i partecipanti, insomma bisogna vincere; penso alla Rete della conoscenza o ai No Tav, per fare degli esempi.
L’autoriforma della scuola e dell’università, dove è nata, non è una organizzazione. Potrei dire che i soggetti sono delle singolarità in movimento che intrecciano relazioni e si danno uno spazio di incontro a cui partecipare continuando a lavorare ciascuna/o nel modo che sente più congeniale con l’aiuto delle relazioni vicine, ma col desiderio di sottrarre all’invisibilità ciò che di prezioso si mette in gioco nel proprio lavoro. Non c’è un obiettivo esterno da raggiungere, come nei movimenti sociali, il collante è il bisogno di significare la ricchezza della pratica quotidiana. Non è importante il consenso, ma il rimando di forza simbolica, e questa è una forza che non cancella il dubbio, accetta l’incertezza, si nutre delle intuizioni che accompagnano l’opera.
La scuola non è luogo di ripetizione meccanica o di esecuzione. Ci sono spazi di creatività diversissimi – tra le varie zone del paese e le varie scuole – che noi abbiamo voluto dire in incontri locali e nazionali, non per omologarci ma per farne sgorgare il senso, perché attraverso quel lavoro di scavo noi per prime/i capivamo la scuola che volevamo. E anche ciò che dentro o fuori di noi la ostacolava. Ciò che avevamo in comune era la consapevolezza che stavamo aprendo conflitti simbolici nati dallo scarto fra ciò che noi mettevamo nel nostro lavoro e il modo in cui era visto e nominato nella società. Nel nostro modo di sentire e di agire c’era un’eccedenza che indicava un altro ordine di senso e quello volevamo salvare.
Uno dei motivi per cui è nato il circolo La merlettaia a Foggia è stato proprio il desiderio di coinvolgere la città in questo percorso. Che cosa vogliono salvare oggi tante insegnanti?
Nel conflitto simbolico l’interlocutore fondamentale non è il potere, piuttosto invece le colleghe/i, che spesso coinvolgevamo nelle nostre iniziative, gli studenti e le studentesse con cui ci relazionavamo, i e le presidi. Con tutti si trattava di toglierci da una posizione pregiudiziale e mettere in gioco quello che Chiara Zamboni chiamò con espressione felice l’aspetto inconscio della relazione. Come facevo per esempio a far nascere la passione per la storia in studenti e studentesse che partivano chiedendo a cosa servisse la Storia e supponendo che fosse una cosa inutile? Eppure suscitare quella passione era la mia misura, per poterla ritrovare io stessa. E per arrivare dove?
Questa è una differenza fondamentale con i movimenti sociali che invece si pongono in modo frontale contro il potere e gli contendono il terreno decisionale. Non voglio sottovalutare ogni scontro con il potere, anzi nell’autoriforma c’è sempre stato su questo un dibattito molto acceso. Ma moltissime di noi hanno la consapevolezza che c’è un prima, c’è un dopo e c’è un altrove, cioè c’è altro che sfugge al potere, e questo altro ha a che fare con sogni, speranze, paure, desideri che si manifestano spesso in forme indirette, che ci sono oscuri o ci diciamo in modo distorto.
È il lavoro di relazione che trasforma il vissuto soggettivo in esperienza e in simbolico indicatore di un ordine.
È questa un’altra grande differenza con i movimenti di massa che vedono solo se il singolo ha sposato o no l’obiettivo, ma sottovalutano il simbolico e ignorano il conflitto tra sé e sé, le radici profonde del nostro agire, l’aspetto inconscio.
Una differenza di fondo è che nei movimenti sociali essere uomini o donne viene considerato indifferente. L’agire femminile viene diluito nell’universale neutro, o non viene ascoltato o addirittura viene ostacolato se apre ad altre logiche rispetto al previsto.
Nell’autoriforma invece le singolarità in movimento si incontrano proprio a partire dalla curiosità per ciò che l’essere donne e uomini fa comparire sulla scena simbolica, c’è disponibilità verso l’imprevisto e l’invisibile. E questo invisibile si trova sottraendoci alle regole o al sistema di aspettative dato dall’istituzione e dai saperi costituiti, non accontentandosi di quanto fino ad ora già simbolizzato, anche dal femminismo.
E quando si apre lo spazio del simbolico non si può parlare in termini di sconfitte o vittorie, piuttosto in termini di visibilità/invisibilità, dicibilità/indicibilità.
Per questo parlarne e raccontare diventa fondamentale.
E diventa fondamentale riconoscere la postura che caratterizza l’autoriforma anche quando non se ne usa il nome come a me sembra di vedere in alcune donne che operano nella mia città.
Una bella occasione questa di poter vedere al lavoro la differenza sessuale e di poter confrontare su un medesimo soggetto quello che pensano e mettono in scena un uomo e una donna.
Mi sto riferendo all’ultimo lavoro di Sofia Coppola, L’inganno, premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2017, e al film di Don Siegel, La notte brava del soldato Jonathan del 1971, tratti entrambi dal romanzo The beguiled (1966) dello scrittore americano Thomas P. Cullinan.
La trama dei due film è identica e le variazioni di sceneggiatura non ne modificano la sostanza.
Virginia, 1864, piena Guerra di Secessione, un soldato nordista ferito, trovato nei pressi di un collegio femminile, è soccorso e curato dalle giovani donne che lì vivono protette, anche se i cannoni rombano a breve distanza. La sua presenza modifica le dinamiche delle relazioni fra le sette donne – la direttrice, l’insegnante e cinque giovani ospiti dai dodici ai diciassette anni –, rompe la loro quotidianità fino a mettere quasi a rischio la loro stessa esistenza.
Don Siegel, nel suo film, che tra l’altro nella versione inglese porta lo stesso titolo del romanzo, pone al centro il caporale Jonathan McBurney, bugiardo e manipolatore, pronto a giocare nella partita per la sopravvivenza e la fuga tutte le sue cartucce: un esercizio di fascino, seduzione e inganno per provocare gelosie e invidie, mettere le donne le une contro le altre togliendo loro autorità e potere. Dall’atmosfera, molto gotica, carica di erotismo, nevrosi e di pericolo il regista fa emergere un immaginario di donna potente, demoniaca e castrante. Al film, comunque, non va tolto il merito di un’ottima regia e di un cast di tutto rispetto ad altissima recitazione e tensione, Geraldine Page e Clint Eastwood fra gli altri.
Sofia Coppola pone al centro la comunità delle sette donne, un piccolo gruppo autosufficiente, dopo la fuga e l’allontanamento di molte, che resiste con il proprio lavoro nel mezzo di una guerra che dura da molti anni. Allevano animali, coltivano l’orto, dal bosco raccolgono funghi e legna, cucinano e cuciono. Una serenità conquistata in cui ognuna svolge i propri compiti in una ritualità rassicurante divisa fra lavoro, lezioni e preghiere. La direttrice, l’autorevole Miss Martha, sente, così facendo, di preservare e proteggere le sue allieve dagli orrori e dai pericoli della guerra che le circonda.
L’imprevisto si presenta nel corpo ferito del soldato nordista.
Tutte loro lo accolgono, decidono di curarlo, di nasconderlo, correndo anche dei rischi. Giocano con lui i riti della seduzione nella sensualità dei loro giovani corpi, mosse da sentimenti ed emozioni che forse poco conoscono e delle cui conseguenze sono poco consapevoli. E lui, il soldato, sentendosi quasi in un paradiso, muove le sue pedine con bugie e inganni.
In una forma essenziale e minimalista il film di Sofia Coppola è interessato a mostrare le relazioni fra quelle donne, le loro complicità e le tensioni anche sessuali che la presenza di un uomo fra loro provoca. McBurney è un uomo che non capisce la complessità delle donne, né i loro desideri, né lo spirito dei loro legami: gioca il tutto per tutto per soggiogarle ai suoi fini. È una questione di potere. Dall’altra parte, le donne, dalla più grande alla più giovane, si fanno consapevoli di non voler diventare né suoi oggetti del desiderio né le sue vittime e in un conflitto a tensione crescente troveranno le opportune soluzioni.
Cast stellare con le sue attrici preferite Kirsten Dunst e Ellen Fanning, più una splendida Nicole Kidman e un Colin Farrell, non totalmente a suo agio nel ruolo di McBurney. Ambientazione ricercata e costumi raffinati; colori della fotografia in sintonia con le variazioni di atmosfera del film.
Non credo che l’inconscio possa, oggi, essere una risorsa efficace su cui fare leva per dare forza a una pratica politica che voglia smarcarsi sia dalla emancipazione/parità sia dalla neutralizzazione/obliterazione. A meno che non vogliamo arrenderci e convenire sull’ipotesi che il femminismo non possa che fare un lavoro fondamentalmente culturale agendo solo sulle individualità. Lavoro importantissimo certo, imprescindibile, ma non compiutamente politico. Cerco di articolare queste affermazioni un po’ drastiche.
Nell’incontro VD3 del 10 settembre – non ho potuto esserci, ma ho letto i testi pubblicati e ascoltato una registrazione – i molti interventi si sono focalizzati sulle relazioni duali tra donne che attraversano il nostro stare nello spazio pubblico. Luci e ombre, limiti e bellezze. Parole e racconti che sgorgavano con l’intensità di un’esperienza che tocca tutte. Il la è venuto dall’intervento di Lia Cigarini che ha detto: la forza sovversiva dell’inconscio – che ha caratterizzato gli anni ’70 e in particolare una parte del femminismo – ha generato la pratica dell’affidamento, intesa come «relazione duale che ci ha permesso di tenere stretto il nesso tra singolarità e collettività».
In sostanza si afferma: l’inconscio, scippato dalla biopolitica, ha sì perso la sua carica sovversiva, ma il femminismo della differenza ne ha distillato una pratica duale tra donne che è politica perché crea nuovi nessi tra singolarità e collettività. Io qui però metterei un bel punto di domanda. Abbiamo davvero creato nuovi nessi tra singolarità e collettività? È successo? Se ascoltiamo le esperienze non tanto. Di certo non va in automatico: la famosa contaminazione è una intuizione suggestiva ma non risolve quel nesso. E inoltre altri interrogativi politici sollevati in apertura da Vita Cosentino e Lia Cigarini, che pure avrebbero potuto aiutare a dirimere la questione, non sono stati raccolti.
Eppure il desiderio c’è e in alcuni interventi si sentiva forte: desiderio di imparare a confliggere per incrinare i dispositivi del potere, desiderio di non accontentarsi di stare con più agio ma modificare i luoghi del potere, di calare i rapporti duali nel gruppo, farli interagire, metterli alla prova reciprocamente. Ma non facciamo l’errore di dare per scontato quel desiderio. Non è obbligatorio. Se però c’è, prendiamolo sul serio e dotiamoci di strumenti adeguati.
Una piccola digressione. Durante l’incontro Luisa Muraro ha osservato che ci sono sì relazioni di affidamento, ma che difetta il consultarsi. La relazione di affidamento è fonte di autorizzazione primaria (quindi, ne deduco, crea le condizioni per il riconoscimento del nostro desiderio). La consultazione, osservava Muraro, è un passo di natura diversa. Come ha anche scritto: «è una forma relazionale che, nell’agire politico, dev’essere di tipo allargato». Questa distinzione (che non so se ho ben inteso) mi suggerisce un’ipotesi: la consultazione potrebbe andare nella direzione politica detta prima, cioè riguardare i nessi tra singolarità e collettività. Infatti consultarsi vuol dire in ultima analisi interrogarsi sulla ricaduta pubblica delle nostre azioni che è qualcosa di diverso dal sentirci autorizzate e forti a sufficienza per esprimerci.
In conclusione. Io credo che più che far leva sull’inconscio, oggi dobbiamo esplicitamente puntare alla affermazione di un simbolico femminile in tutti i luoghi pubblici in cui ci troviamo ad agire. In secondo luogo: se vogliamo far politica, i nuovi nessi tra singolarità e collettività dobbiamo cercarli non solo lasciarli accadere, se accadono. Le relazioni sindacali e politiche, anche collettive, possono essere modificate.
Lia Cigarini ha detto che la consultazione tra noi difetta e io sono piuttosto d’accordo, questa capacità difetta ma, secondo me, la pratica della consultazione dovrebbe avere una considerazione sua propria, perché può essere indipendente dalla relazione di affidamento. La capacità del sapersi consultare non è interna alla relazione di affidamento.
Nella mia esperienza l’affidamento è la fonte prima di autorizzazione e la consultazione con colei o coloro con cui si ha una relazione privilegiata duale è la più autorizzante. Per inciso: ho trovato importante il discorso di Lia sull’autorità, così come trovo importante la relazione privilegiata, quella capace di darmi autorità. La relazione privilegiata ha le sue radici nell’infanzia, nella relazione primaria, con la madre.
Però la consultazione è una forma relazionale che, nell’agire politico, dev’essere di tipo allargato. Aggiungo: invece di far riferimento al gruppo, come si usa, meglio secondo me che ci sia riferimento a qualcuna in modo preciso e specifico.
A questo proposito devo dire che sono stupita dal fatto che mi venga riconosciuta tanta autorità e che ci sia così poca consultazione sulle cose di cui mi occupo e mi sono occupata. Mi si chiede aiuto, per questo e per quello, ma è una cosa diversa. Io sono andata avanti in certi campi consultandomi con questa e con quello, per esempio nello studio di Margherita Porete, penso al gesuita Verdeyen e soprattutto a Romana Guarnieri.
Non voglio esagerare, incrocio lo sguardo di Vita C., noi ci consultiamo lei mi consulta è una donna che ha sempre saputo muoversi. E lo stesso dovrei dire di altre, come Chiara Z.
Arrivo al secondo punto che volevo dare come contributo. Quando mi consulto con colei da cui deriva la mia autorizzazione, per una cosa che devo decidere, io non mi sento vincolata da quello che lei dice. La sua posizione è corroborante, spesso mi fa cambiare strada ma non è vincolante in assoluto. Voglio dire che, dopo la consultazione, la responsabilità di quello che si decide di fare, resta nelle mani di chi si è consultata. Io lo dico esplicitamente: “io la penso così, ti consiglio così, ma la decisione resta tua”. Tante, ho osservato, sotto pretesto di consultarsi o di affidarsi, fanno un’operazione ben diversa, che è di delegare la decisione alla donna cui è riconosciuta autorità da tante… autorità? Sta già diventando un potere. A volte la fonte di autorità è vincolante, sia chiaro però che non si tratta di una consultazione ma di un comando. Mi è piaciuto quello che ha detto Marisa G.: adesso, quando sento che c’è dissonanza non svicolo, vado a vedere cos’è, vado a confliggere prima che sia troppo tardi. Mi sembra un’indicazione importante.
Altrimenti, riassumendo l’insieme di quello che ho detto, non si arriva a quello che ha proposto Lia, che è di sostituire i dispositivi del potere con la pratica di relazione.
Delle tre domande poste da Vita Cosentino cerco di rispondere, brevemente, a quella che lei formula così: il femminismo della differenza ha elaborato pratiche per stare in rapporto con l’inconscio; quale pratica politica oggi?
Nella riunione del 15 luglio scorso ho sottolineato come la pratica psicanalitica sia un nocciolo originario, cioè all’origine del femminismo della differenza. Antoinette Fouque e Luce Irigary giustificano ampiamente questa mia affermazione.
Preciso però che per quello che riguarda il femminismo della differenza italiano fondamentale è stato il lavoro nella lingua: parola, scrittura, segni. E qui appare evidente il grande contributo di Luisa Muraro, che conosceva bene la rivoluzione simbolica di Saussure.
Tuttavia, per ragioni di brevità, la volta scorsa non ho detto quale pratica politica abbiamo messo in campo a Milano fin dal tempo dei primissimi incontri con Antoinette Fouque.
Si è costituito un gruppo Analisi che seguiva alla lettera la pratica delle francesi, vale a dire: analisi individuali con analista e analizzante che facevano parte dello stesso gruppo. Così che il gruppo veniva investito dei sintomi, gesti mancati, silenzi, rimozioni ecc. passati al vaglio della relazione analitica. Un secondo gruppo, quello dell’inconscio, messo in piedi da Lea Melandri, prevedeva invece il lavoro analitico di gruppo.
I due o tre anni di questa pratica sono stati intensi e nel testo prodotto dal gruppo Analisi, Pratica dell’inconscio, risaltano le parole dense che ci hanno orientato e spinte ad agire fino a oggi; parole come disparità, autorità, relazione ecc. sono nate lì.
Ho già detto le ragioni che hanno spinto ad abbandonare quella complessa pratica. Tuttavia il dado era tratto e la consapevolezza acquisita. Si era capito che l’inconscio era sovversivo. Ho dei dubbi che lo sia così tanto oggi, scippato appunto dal neoliberalismo e dalla biopolitica, oltre che dai media.
In quegli anni ’70 la possibilità di cambiare, direi più precisamente trasformare sé e le altre/i, era nell’aria. Alcuni analisti e analiste erano considerati personaggi politici da ascoltare. Tanto che Luce Irigaray, per merito del femminismo della differenza che ha tradotto velocemente i suoi testi e organizzato incontri in tutta Italia, è stata ascoltata anche da dirigenti del PCI, quelli più in sintonia coi tempi.
Voglio dire: l’idea che la trasformabilità del sé fosse essenziale per la vita collettiva, ha avuto allora una risonanza politica non piccola.
È indubbio che quella pratica, come ha sottolineato Chiara Zamboni, è continuata sotto altro nome, e cioè la politica del desiderio o del simbolico. E, io aggiungo, non è un caso se alcune del gruppo Analisi sono state tra le fondatrici della Libreria e nel Gruppo n. 4, quello che ha scritto il Sottosopra Più donne che uomini.
Quello che più m’interessa dire è che, dal lavoro politico del gruppo Analisi, è nata la pratica dell’affidamento, cioè della relazione duale che ci ha permesso di tenere stretto il nesso tra singolarità e collettività.
Mi conforta in questo il pensiero della storica americana Joan Scott così come viene commentato con grande intelligenza da Stefania Ferrando nel libro Differenza di genere differenza sessuale.
Dice Ferrando: “il femminismo nella grande varietà di forme e di espressioni che lo caratterizzano, è considerato come quel movimento politico che ponendo la questione della differenza sessuale, ha riconosciuto le potenzialità critiche del vissuto e del desiderio singolare rispetto all’ordine costituito e ne ha fatto un problema politico, in cui ne va del senso della nostra vita collettiva. Il contributo del movimento femminista alla storicità delle nostre società passa quindi per un lavoro politico e simbolico sui nessi tra singolarità e vita collettiva”.
D’altra parte il femminismo della differenza ha sempre puntato sulla presa di coscienza di ogni singola donna. Le femministe sono state sempre una minoranza ma hanno contaminato con la parola e il confronto moltissime altre, magari restie a entrare nei vari gruppi femministi.
A questo punto mi potete obiettare: tu parli di singolarità ma proponi una relazione duale. Rispondo: nel rapporto duale di affidamento oltre al rafforzare il tuo desiderio, a nutrirlo, tu sperimenti l’irriducibilità dell’altra/o, dell’altra/o che pure è uguale a te. E questo ti dà un senso del limite, di realtà. Per inciso, preciso che il modello di questo tipo di relazione duale ci è stato suggerito dal setting analitico.
Riprendo il filo. Nel rapporto di affidamento, l’orientamento che si ha dal costante confrontarsi e consultarsi con quella nella quale hai fiducia, ti da maggior capacità di contrattazione tra te e te, tra te e le varie controparti che incontri nella vita.
A proposito di controparti: nel gruppo Lavoro abbiamo definito le donne come soggetti complessi a causa del loro corpo, della loro sessualità e della maternità. Di conseguenza, abbiamo sottolineato, è impossibile scindere il lavoro produttivo dal lavoro riproduttivo e di manutenzione della vita umana.
La posta in gioco dunque è che tale complessità rimanga nelle relazioni sindacali e politiche. E quindi che prevalgano forme di contrattazione sindacali e politiche non solo collettive ma anche duali o di piccoli gruppi.
Per spiegarmi meglio faccio un ulteriore esempio, quello della Libreria delle donne di Milano che sicuramente funziona da 42 anni sulle relazioni duali e attraverso queste si prendono le decisioni. Siamo una cooperativa che per essere iscritta al Registro delle Società ha dovuto stendere uno Statuto che prevedeva la nomina di un Amministratore, di un Consiglio di Amministrazione, di una assemblea che decidesse a maggioranza. Noi abbiamo messo da parte lo Statuto e abbiamo concordato invece che decidesse quella/e che si trova in Libreria in quel momento. Quella (o quelle) che, per la più parte dei casi, interpella(no) le donne con le quali sono in una relazione di fiducia. Questo non ha chiuso in sé la Libreria. Al contrario, donne che se ne erano andate per ragioni personali e politiche sono ritornate proprio perché il dissenso politico, o altro motivo di allontanamento, non aveva rotto negli anni le relazioni duali di fiducia con quelle rimaste.
Per concludere sul punto, prima che la parola passi a voi presenti, sottolineo come in questo modello relazionale che chiamiamo affidamento, sia possibile trovare un vero baluardo e alternativa alla necessità del potere.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 L’inconscio, ingrediente segreto, del 10 settembre 2017
Dico subito che io non c’ero ai tempi della pratica dell’inconscio, sono venuta dopo e non ho competenze psicoanalitiche. Ho passione politica e per questo, dopo l’incontro voluto a luglio da Lia Cigarini Chi vince tra desiderio e potere? Attualità della pratica politica dell’inconscio, mi sono messa a leggere e pensare per non lasciar cadere la sua proposta e farne un numero di VD 3.
Ho preso spunto principalmente da:
La dispensa gialla (in vendita in Libreria)
Non credere di avere dei diritti (Libreria delle donne, Rosenberg & Sellier)
La materiale vita (Tristana Dini, Mimesis edizioni)
L’inconscio può pensare? (Chiara Zamboni, Moretti & Vitali) in particolare il suo saggio su Lou Salomé, che ho saccheggiato per disporre di uno sguardo femminile sugli aspetti psicoanalitici.
Alcune, nella redazione ristretta, hanno espresso preoccupazioni per la complessità del tema. Per questo, per prima cosa, brevemente definisco il termine inconscio, così come lo intende Lou Salomé, perché la sua posizione mi ha aiutata nel mio ragionare. Per lei ha una doppia valenza: è sì fissazione alla propria storia infantile come rimozione e regressione, causa quindi di nevrosi, ma è anche la potenzialità creatrice dell’infanzia, nel senso “di un divenire sempre primordialmente originario”. Le due cose sono legate. Le fissazioni sono tali perché “rimangono aggrappate da qualche parte” prima di aver raggiunto “la patria di nuove possibilità creative” (pp. 103-104).
Sostengo che l’inconscio è l’ingrediente segreto perché, rileggendo soprattutto Non credere, mi sono accorta che, sebbene venga detto esplicitamente che la pratica dell’inconscio si è diffusa poco – proprio perché ritenuta troppo difficile – in realtà essa ha continuato a lavorare sotterraneamente in tutti questi anni. L’inconscio è stato la risorsa principale per tutte le invenzione politiche, dalla madre simbolica all’omosessualità politica, all’affidamento, alla disparità, all’autorità e via e via.
Vi porto ad esempio un passo dal capitolo Le madri simboliche che fa vedere fin nel linguaggio, fin nel modo di raccontare, come questo ingrediente sia presente: “E poi perché nell’esistenza di ogni donna c’è stato un tempo, anche se remoto e sepolto, in cui ha guardato verso l’una o l’altra delle sue simili come alle depositarie del sapere per lei più importante. Quel tempo è lo stesso in cui una donna ha ingenuamente pensato, era una bambina, che il mondo stava aspettandola e aveva bisogno di lei” (p. 142).
Per parlare di me, ricordo che quando il Sottosopra verde propose di sessualizzare i rapporti sociali e io cominciai le pratiche a scuola, la cosa fu accompagnata da sogni in cui ero nuda in mezzo a persone tutte vestite. Lì si stava muovendo qualcosa di profondo e io neppure sapevo che cosa fosse. Le pratiche politiche, a loro volta, rimettono in gioco l’inconscio.
L’ingrediente è segreto, ma è anche riconoscibile. Mi ha molto sorpreso trovare nella Materiale vita di Tristana Dini, una femminista di seconda generazione, l’esplicita registrazione del fatto che l’intreccio tra politica e psicanalisi sia l’elemento di fondo del femminismo della differenza. Infatti lei scrive: “In alcuni settori del femminismo italiano, vengono proposte dinamiche di ‘affidamento’ e ‘disparità’ che aprono la strada, sulla base di un sempre maggiore impatto del femminismo con la psicoanalisi, a quella politica del simbolico che porrà al centro il tema della figura materna” (pp. 121-123). Riconoscibile non vuol dire che sia accettato o condiviso. Apre però un terreno preciso di confronto.
In riferimento a questo primo punto, vorrei porre due questioni a tutte e tutti noi qui presenti, ma in particolare a Lia Cigarini che di questa storia è stata una delle protagoniste (assieme a lei voglio qui nominare almeno Lea Melandri).
La prima è suscitata dal fatto che nel suo libro Tristana Dini estende il riferimento all’inconscio anche all’autocoscienza. So bene che ai tempi, e anche in Non credere, le pratiche, come l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio, erano nettamente distinte se non in parziale contraddizione, ma oggi è ancora politicamente produttivo mantenere queste distinzioni? o è meglio valorizzare l’idea che per una donna è comunque l’inconscio l’ingrediente segreto di una politica che non sia di uguaglianza con gli uomini?
La seconda questione riguarda il fatto che Chiara Zamboni nella dispensa dà molto peso al concetto di “omosessualità politica e simbolica”, derivato dalla Fouque, e ritiene importante oggi riprendere questa posizione che ha a che fare con un inconscio legato al corpo materno e al corpo delle altre. Tutte le donne, sia che siano omosessuali sia che siano eterosessuali, “hanno un legame sensuale e affettivo tra loro dato che le accomuna il primo legame con il corpo della madre”.
Negli anni ’80 e ’90 l’omosessualità politica era un’idea che circolava molto, che nominava un tessuto di relazioni strette che si creavano in molti luoghi, che avvalorava la fiducia con cui ci si poteva rivolgere a un’altra donna. Poi è caduta un po’ nel dimenticatoio. E oggi le donne giovani non ne sanno nulla.
È politicamente importante rimetterla in circolazione oggi? Può essere effettivamente quell’elemento che, come sostiene Zamboni, permette di contrastare il fatto che il movimento Lgbt irrigidisce in identità fisse, mentre esiste un movimento fluido delle donne tra loro?
Narcisismo e neoliberalismo
Lia conclude il suo intervento ammirando la preveggenza di A. Fouque quando ha scritto: “Nel ’68 siamo entrati in una organizzazione libidinale introdotta da Freud cinquant’anni prima con la qualifica di narcisismo. Oggi è il tempo dell’auto, degli esseri che si auto-fabbricano, si auto-esibiscono, si auto-promuovono, come auto-merce”.
Questo mi è sembrato subito un punto politicamente molto denso e attuale. Di auto-merce, di auto-promozione, negli ultimi tempi abbiamo discusso più volte qui in Libreria, invitando Tristana Dini e Stefania Tarantino, autrici di Femminismo e neoliberalismo e La Materiale vita. Esse sostengono che viviamo in una società biocapitalistica, in cui il soggetto non è più il soggetto di diritti ma è “soggetto di interesse” che “partendo dal desiderio presenta una dinamica egoista e immediatamente moltiplicatrice” (La materiale vita, p. 102).
Quelle discussioni mi hanno confermato che nel nostro tempo è proprio il desiderio il motore dell’agire. Per noi femministe il desiderio muove dal partire da sé, vive in una dimensione relazionale, fuori dal potere, dà vita a quella “politica del desiderio” di cui la forza politica “non sta nel desiderare qualcosa di oggettivo, ma nelle trasformazioni che esso opera in noi e nel nostro rapporto con il mondo” (Muraro). Nella logica neoliberalista, invece, il desiderio guida “l’impresa del sé” e “produce identificazioni mobili, multiple, in divenire, ma che si compattano intorno a un unico oggetto: la valorizzazione, la produzione, la prestazione, il “funzionamento” del sé” (Dini).
Gli esiti sono molto diversi ma c’è contiguità tra soggettività femminile e auto-imprenditorialità.
Le parole della Fouque mi hanno come spalancato una porta, perché per la prima volta ho visto una connessione tra neoliberalismo e narcisismo. Danno una chiave di accesso differente, un punto di vista che parte dalla vita psichica per leggere un quadro biopolitico che spesso appare come una situazione senza via di uscita. Il neoliberalismo punta a quello che Freud ha definito narcisismo secondario, cioè dell’età adulta, per implementare “l’Impresa del sé”.
La mia è poco più di un’intuizione che propongo alla discussione per le domande e le questioni che apre:
qual è la leva per la trasformazione soggettiva quando prevale l’auto-affermazione, l’auto-realizzazione individualistica?
Il femminismo della differenza ha elaborato pratiche per stare in rapporto con l’inconscio. Quale pratica politica oggi?
Se il narcisismo maschile è debordante e inquietante, che cosa si può cominciare a dire sul narcisismo femminile, oltre al fatto che circola poco?
Su quest’ultima questione, dico – per inciso – che Lou Salomé, soprattutto nel suo libro Il tipo donna, parla esplicitamente di narcisismo femminile e gli dà un valore positivo. Lo ritiene più prossimo al narcisismo primario, che per lei è il nostro radicamento nello stato originario, come una pianta nella terra, e, proprio perché l’io non è costituito, si configura come un’esperienza che porta con sé tutto il mondo.
Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 L’inconscio, ingrediente segreto, del 10 settembre 2017
Les Bienheureux di Sofia Djama è il film di esordio alla regia del lungometraggio di questa giovane regista algerina, presentato alla 74° Mostra del Cinema di Venezia per la sezione Orizzonti.
È un film che racconta la realtà algerina del 2008, alla fine di vent’anni di guerra civile: di morti sgozzati, donne stuprate, carneficine. Ancora rimane nell’aria, la paura, il segno del passato, la sfida al fanatismo.
Una bella personaggia è Feriel, la giovane che vive con il padre e il fratello, decisa, incurante di quello che pensano di lei, ha un’amarezza d’approccio agli altri ironica e sprezzante, unita alla voglia di ridere. Solo alla fine del film sappiamo che sua madre è stata costretta al suicidio per tutto quello che ha subito. Feriel ha una gigantesca cicatrice sul collo che nasconde con un foulard, ma non sappiamo che cosa le sia successo.
Molti sono i non detti di questo film ma molte sono le scene dove gli scontri fra le persone, le situazioni che accadono, le parole dette indicano l’oppressione incombente. Tutto all’improvviso può cambiare e l’ago della bilancia spostarsi verso il terrore se un poliziotto più osservante degli altri decide che una donna sola in auto di notte può essere messa in galera per guida in stato di ebbrezza.
Feriel è una giovane donna che afferma la sua libertà, passando attraverso il dolore. La sua ferita è quella del lutto subìto, di una giovinezza che è già stata offesa ma che continua a affermare la sua vitalità, una libertà di vivere che è una sfida alle pretese degli uomini di mettere le donne al loro posto e azzittirle.
Un bel film che ha avuto ottime recensioni, che fa entrare dentro a una realtà socio politica difficile, in una città ampiamente ripresa, Algeri, di cui non riusciamo a vedere niente di bello, se non l’amore con cui i suoi abitanti ci vivono e ci restano e resistono perché andarsene vuol dire essere considerati dei vigliacchi.
Les Bienheurex ha vinto il Premio Lina Mangiacapre e l’attrice protagonista di Feriel, Lyna Khoudri, ha ricevuto meritatamente il premio per la migliore interpretazione femminile per la sezione Orizzonti.