Annemarie Jacir è una regista palestinese conosciuta a livello internazionale per il suo impegno politico a favore della sua terra, impegno che manifesta nella realizzazione di film e nella sua attività di produzione e distribuzione attraverso la Philistine Film, da lei creata per far conoscere la cinematografia palestinese indipendente. È autrice di numerosi film fra corti e lungometraggi e fra questi vorrei ricordare i pregevoli Salt of this Sea del 2008, prima regista palestinese ad essere selezionata a Cannes nella sezione Un Certain Regard e When I Saw You del 2012 premiato alla 63a Berlinale e candidato all’Oscar.

In questo suo ultimo lavoro, Wajib, premiato in numerosi festival, candidato all’Oscar 2018, e primo suo film ad avere una regolare distribuzione nelle sale, mette sulla scena un padre, Abu Shadi, stimato insegnante di Nazareth, e il figlio, Shadi, che vive e lavora in Italia.

L’occasione che li vede riuniti nella casa paterna è il matrimonio dell’amatissima figlia e sorella Amal. Insieme, i due, secondo una tradizione palestinese che ancora resiste compiono il wajib, il dovere da parte dei maschi della famiglia di consegnare direttamente agli invitati la partecipazione alle nozze.

Un rituale che li porta di casa in casa, fra parenti e amici, cristiani e musulmani, credenti e non; un viaggio che li vede confrontarsi con la realtà contraddittoria della città palestinese “situata dentro lo Stato di Israele” e “territorio occupato”.

E poi in macchina a proseguire le discussioni che frequentemente diventano litigi anche aspri, in cui passa di tutto: i ricordi e le storie familiari, le riflessioni sul passato e sul futuro in cui facilmente le idee e i desideri del padre, spesso convenzionali, si scontrano con le insofferenze e le posizioni moderne del figlio.

Parlare di futuro in una terra così difficile stimola il confronto fra padre e figlio spesso su posizioni opposte: la convivenza trova l’obiezione nelle umiliazioni costantemente subite, mentre la vita da esuli in un paese straniero, e loro lo sanno bene come lo sa bene la regista, non può che nutrirsi di nostalgia per un luogo ormai solo oggetto del desiderio. Solo l’amore per Amal ad un certo punto darà loro la possibilità di darsi reciprocamente una tregua.

Ammiro e nutro grande considerazione per l’opera di Annemarie Jacir. La sua filmografia e l’intera sua attività, costantemente centrati sul tema che tanto la coinvolge, sono notevoli. Di Wajib ho apprezzato la sicurezza e bravura nel dirigere con serenità ed equilibrio un tema politico nodale della nostra storia contemporanea.

Ho avvertito però per tutta la durata del film la mancanza delle voci delle donne, ben presenti invece in tutti gli altri suoi lavori. Mi spiego: le donne sono presenti, fisicamente e nei discorsi e nel pensiero degli uomini, ma lo sono come brave o cattive madri, mogli o compagne più o meno amorevoli, amiche confidenti o sorelle da proteggere: dei complementi nella loro visione del mondo.

Le loro voci risultano un chiacchiericcio, un rumore di fondo che non rompe l’ininterrotto discorso maschile. Eppure le donne avrebbero molto da dire su tutti questi discorsi.

C’è un passaggio nel film, e non mi pare posto a caso, in cui Amal, rivolgendosi al fratello, che le aveva fatto notare come lei poco esprimesse i suoi pareri, gli dice: «Tutto questo non riguarda me, non l’hai ancora capito?» E penso si riferisse a ben altro che il matrimonio e a tutto il suo cerimoniale.

Di fatto, l’unica vera assente è la madre di Amal e Shadi che ha scelto di vivere la propria vita andandosene dalla famiglia e dal paese.

Definirei il movimento di presa di parola contro le molestie e la violenza sulle donne – dilagato in tutto il mondo in questi ultimi tempi – un’invenzione politica (delle donne) ‘contemporanea’, una sorta di ri-edizione dell’autocoscienza adattata ai giorni nostri.

Dico questo perché ho l’impressione che la presa di parola di alcune abbia scatenato la presa di coscienza di molte. Lo dico anche a partire da me che, a seguito di quel che leggevo e sentivo (dalle attrici americane, da Asia Argento, da donne meno note), ho rielaborato il mio personale MeToo. Mi è accaduto infatti di ripercorrere la mia storia e di veder riemergere inaspettatamente, da qualche profondità, episodi trascurati o sottovalutati. Molestie lievi, si potrebbe dire, ma in passato subito archiviate come ’normalità del comportamento maschile’ e per questo buttate dietro le spalle soffocando il senso di fastidio e l’umiliazione. E lì, dietro le spalle, erano rimaste. Il MeToo me le ha fatti rivivere, con lo sconcerto di allora, con l’emozione negativa di allora, con l’inaccettabilità e la ribellione che adesso è esplosa.

Per questo sono grata a chi ha svelato non solo i grandi soprusi, come la violenza sessuale che approfitta di una evidente disparità di potere, ma anche quelle molestie che – con il linguaggio, con i gesti, con le allusioni, con i furti di competenza e di intelligenza, con la sleale competizione – accompagnano come punture di vespa la vita di ogni donna. Sintomi, anche questi, di una volontà maschile – per qualche uomo, forse, un’abitudine non portata alla coscienza – di assoggettare le donne.

Nella riunione di Via Dogana del 18 Marzo Maria Nadotti, pur riconoscendo la portata rivoluzionaria del MeToo (“non lo ferma più nessuno”) è molto critica verso le prese di posizioni collettive avvenute in Italia da parte delle giornaliste e delle attrici con i manifesti “Dissenso comune” e “Noi ci siamo”.  Dice Maria Nadotti: “È curioso che i documenti nascano attraverso le categorie professionali. Non è politicamente rilevante dire ‘anche noi ci siamo’ senza dire ‘dove e in che modo ci siamo’, Chi sono queste giornaliste? Cosa hanno fatto finora?”.

Il mio approccio invece è stato di apprezzamento. Non si tratta di documenti che “nascono attraverso categorie professionali”, ma di prese di posizioni che partono da ambiti lavorativi, come peraltro è stato anche per le protagoniste del MeToo americano.

Possono esserci venature corporative? Può darsi, soprattutto se la protesta sfocia in rivendicazioni paritarie e nulla più. Ma è possibile vederci anche dell’altro… dei primi passi, come è avvenuto per me/per molte di noi tanti anni fa. Senza trascurare il fatto che confrontarsi e accordarsi tra donne nel/sul lavoro è oggi piuttosto raro e anche particolarmente difficile. Di questo, finora, si è parlato poco.

Da quando lavoro accogliendo le donne che sono rese oggetto di violenza, è diventata per me una abitudine ormai quasi automatica cercare sempre il germe della resistenza – resistenza alla violenza e resistenza al patriarcato, interiorizzato e non – in ogni comunicazione tra donne. Nel testo di Ilaria Fraioli, ad esempio, mi ha colpita una frase – e ho preso un appunto esclusivamente su quella frase – nella quale si fa riferimento all’autorizzazione sulla quale si fonda e si sostiene il sistema discriminatorio e violento degli abusi e delle molestie di intimidazione contro le donne.

Alla radice della parola autorizzazione c’è l’idea di un nutrimento che accresce (augere), un nutrimento che possiamo e dobbiamo togliere a questo sistema (che si sta cominciando finalmente a togliere), e che invece dobbiamo offrire alle parole delle donne attraverso un ascolto diverso, un ascolto delle denunce delle donne senza giudizio. Per uscire dalla violenza è necessaria una relazione di scambio di valore tra donne, e il primo valore è il riconoscimento che una donna subisce violenza – sul lavoro e altrove – in primo luogo perché la sua forza, la manifestazione e il riconoscimento di quella forza, mette in crisi l’uomo. La sua presenza stessa come donna nel mondo del lavoro, ad esempio, risulta intollerabile, e per questo motivo il mostrare delle immagini porno alle collaboratrici (come nel caso dell’architetto Meier, che però, ci dicono, ha fatto anche altro) non è una “cosetta”: è un gesto violento che simbolicamente e significativamente vuole riaffermare i ruoli di genere grazie ai quali il patriarcato si mantiene in vita, ricordando alle donne che il loro posto non sarebbe il luogo del lavoro degli uomini, che le donne non possono stare in quel luogo come gli uomini. Il movimento #metoo, all’estero e anche in Italia, sta effettuando uno spostamento fondamentale di autorizzazione, sottraendola al sistema patriarcale e indirizzandola verso le denunce forti e coraggiose delle donne. È questa forza e questa capacità di resistere e di denunciare che ha bisogno di essere reciprocamente autorizzata, fatta crescere, tra donne;riconosciuta e curata.

Non mi viene in mente di parlare di complicità con il sistema, quando si tratta di violenza contro le donne, piuttosto di una resistenza dentro il sistema che ora ha bisogno di un sostegno collettivo per mettere definitivamente in crisi un sistema che, come tutti i sistemi, è espertissimo nel mantenersi in vita. Il primo passo per me è il sostegno reciproco, che viene in primo luogo dal credere a un’altra donna: al suo desiderio di uscire dalla dissociazione e non solo al suo racconto della violenza, del furto, della sopraffazione.

A questo proposito, penso al senso che “resistenza” ha nel testo più recente di Carol Gilligan, La virtù della resistenza. Resistenza è una parola che a me è molto cara. Gilligan si occupa della dissonanza e della dissociazione che le donne, anche se non solo loro, sperimentano nel patriarcato «tra una voce radicata nel corpo e nelle emozioni e una voce legata a una falsa storia». Il riconoscimento di quel qualcosa che sentiamo e che sappiamo, ma che impariamo che non va detto se vogliamo essere accettate dentro la società patriarcale, è, credo, la forza collettiva che si sta accumulando e liberando nel #metoo.

La presenza di un forte movimento politico è stata fondamentale per portare avanti gli studi sul trauma, ci dice anche Judith Herman, come lo è stata per portare avanti la liberazione delle donne attraverso il riconoscimento della violenza contro di loro e dei suoi effetti.

Un aspetto sul quale occorre insistere di più, secondo me, è la radice della misoginia, quella radice che emerge con chiarezza nel dato, troppo poco conosciuto, della violenza che si scatena intorno al corpo generativo della donna: la violenza maschile che colpisce, spesso comincia o si scatena, in gravidanza o intorno al momento della gravidanza.

Collegandomi all’intervento di Luisa Muraro, ritengo che per poter affrontare la violenza contro le donne sia necessario andare alla sua radice, alle ragioni che la costruiscono e costituiscono, e questo per me non si può fare prescindendo dai corpi sessuati. Se è vero che non ci sono qualità maschili o femminili ma qualità umane, come ci ricorda anche Gilligan, il lavoro da fare non è cancellare i corpi affidandosi al genere ma liberarli dal genere e dalle sue prescrizioni, non per riaffermare un dualismo ma per uscirne, liberandone la pluralità delle possibili messe in atto, come ci invita a fare Daniela Pellegrini, che io trovo molto vicina al pensiero di Gilligan. Forse superare la paura di andare a questa radice della misoginia è il passo che resta ancora da fare per far saltare davvero il sistema, e sarebbe opportuno che una riflessione sul collegamento tra la misoginia e l’asservimento sessuale e riproduttivo del corpo generativo non restasse più clandestina, mentre vediamo che è costantemente sotto attacco, non a caso.

Nel #metoo avviene un passaggio fondamentale: si esce, anche dolorosamente, dall’ipocrisia che accettare sotto ricatto sia una scelta, e che quello che si è subito sia stato davvero accettato. Si smaschera il ricatto sessuale esponendolo per quello che è. Per questo motivo si può parlare di un continuumcon il tema della prostituzione, e per questo qualunque regolamentazione della prostituzione come lavoro sarebbe un capolavoro di pervertimento patriarcale della libertà delle donne. È fondamentale intensificare la riflessione su questo legame, a mio avviso, per sostenere il rovesciamento sistemico che sta avvenendo nel mondo.

Mi piace il modo che ha Maria Nadotti di dire le cose, anche quelle cattive: soave e sorridente. Non è il mio, e forse anche per questo mi piace. Ma mi lascia perplessa la sostanza del suo dire, per un motivo che ho spiegato in un incontro pubblico in Germania. Una brava blogger, Antje Schrupp, amica di Diotima da molti anni, ha fatto un intervento con severe critiche a quelle donne che, impegnate nella politica ufficiale, secondo lei sono acquiescenti nei confronti della vecchia politica (maschile) e ha chiesto che cosa ne pensassi io.

“Tempo fa, le ho risposto, in un’intervista a una brava giornalista ho espresso la stessa tua idea; quando l’ho letta, stampata, ho trovato che era una brutta intervista e non per colpa della giornalista. E ho capito una cosa: non è affare per me, a me tocca parlare bene delle donne e, quando non posso, tacere”. Il pubblico, femministe di diversa provenienza, per lo più impegnate, ha reagito a queste parole con segni di un’approvazione che io ho sentito autorevole e convincente. Parlo per me, lo ripeto, ma la decisione ha in sé delle ragioni più grandi di me. Devo ancora approfondirle, so che c’è di mezzo una questione di giustizia. E devo ancora approfondire che cosa vuol dire “parlar bene”, sicuramente c’entra anche l’avere cognizione di causa; Simone Weil avrebbe parlato di attenzione.

Aggiungo qualcosa che riguarda Paul B. Preciado. Sul tema, io sostengo una tesi molto impegnativa, che riassumo in poche parole: l’appartenenza di genere non è immutabile ma non per questo possiamo farla rientrare nel disponibile. Penso cioè che la differenza sessuale sia, per l’essere umano, un bene non disponibile.

Con un’aggiunta indispensabile. L’appartenenza di genere, l’assegnazione a un genere, maschile o femminile, che si fa alla nascita della creatura, a volte può risultare sbagliata, per incertezza anatomica. Oppure, anni dopo, per motivi enigmatici di rigetto intimo e personale dell’identità basata sul corpo anatomico: un corpo anatomico maschile, nel caso delle transessuali. Ed è questo il caso in cui siamo d’accordo che sia reso possibile e accettato, culturalmente e legalmente, cambiare il genere sessuale e poter dire: “io sono una donna”.

Preciado parla invece di un atto volontario e intenzionale di rinuncia a essere donna, ma questo è un altro discorso. Le moderne donne emancipate sono o, meglio, erano (eravamo, c’ero anch’io) sulla strada di una finta transessualità al maschile, per motivi più che comprensibili, fino a quando non è intervenuta la rivolta femminista. Così è andata per me, che un giorno, grazie alla scelta femminista, ho detto, per far intendere quella che veramente mi sentivo di essere, “io sono una donna”. Innumerevoli altre, ne conosco alcune, questo l’hanno detto senza bisogno di fare una scelta, per semplice accettazione di sé.

Il #Metoo americano ha liberato energie femminili in tutto il mondo, Italia compresa e nella redazione di Via Dogana guardiamo con favore a quello che si sta muovendo nel nostro paese, ispirato in vario modo da una forza femminile contagiosa e potente che non ha confini. Non mi riferisco solo al manifesto Dissenso comune, alla lettera delle giornaliste Noi ci siamo, e a #Quellavoltache. Penso anche al lavoro sempre più massiccio e preciso dei Centri antiviolenza, all’hashtag #IosonoLinaMerlin di Resistenza femminista, alle iniziative di NonUnaDiMeno per l’8 marzo, alle prese di posizione sempre più estese contro l’introduzione in Italia della maternità surrogata. Sono iniziative tra loro differenti, ma contengono tutte la ribellione e il contrasto al dominio e all’uso maschile del corpo delle donne.

Questo è l’aspetto essenziale che ci trova d’accordo. In redazione sappiamo bene che hanno pratiche differenti – alcune che sentiamo vicine, altre che sentiamo lontane e non condivisibili – ma pensiamo ci sia quell’essenziale di base per stare in rapporto e continuare a interloquire.

C’è anche un altro elemento che interessa la rivista. Come abbiamo scritto già nell’invito alla redazione allargata di marzo, Diventa più grande l’orizzonte della politica, qui in Italia, a partire dalle molestie e dai ricatti sessuali, il discorso sembra estendersi a tutto ciò che alle donne capita nei luoghi pubblici, in primis quelli del lavoro.

Partire dal luogo in cui si è, come hanno fatto le lavoratrici dello spettacolo del manifesto Dissenso comune, non è corporativismo, come è stato loro rimproverato. È partire dalla propria esperienza che avviene sempre in un luogo e in un tempo definiti. Il contesto è prezioso per una pratica politica, perché è lì che si possono intrecciare relazioni e avviare trasformazioni ed è significativo che più di cento attrici e registe abbiano cominciato a trovarsi e a riflettere sulla propria realtà e si siano poi esposte con prese di parola e iniziative pubbliche. Proprio perché radicato, quel Manifesto ha un peso ben diverso da tutti i generici appelli che circolano e che chiunque può firmare in internet.

In questo caso mettere la firma è di più, è già coinvolgersi in una esposizione pubblica e sostenerne le azioni politiche, è un primo passo che può aprirsi a un esserci in prima persona e sperimentarsi in una dimensione collettiva, cosa che di questi tempi è merce rara.

Inoltre c’è ancora tanto altro da svelare e riuscire a mettere in parole. Ciascuna donna nel luogo di lavoro o in un luogo pubblico sta intera e sa per esperienza che soprusi e prevaricazioni maschili colpiscono sia il corpo che la mente di una donna. Io so bene, per esempio, che una insegnante ha dalla società il compito di trasmettere una cultura costruita come se al mondo ci fossero solo maschi. E non è anche questa una prevaricazione intellettuale oramai insopportabile?

Io per prima, però, vedo una profonda contraddizione su cui riflettere. Quello che sorprende nei documenti di Dissenso comune è che contengono nello stesso testo sia espressioni molto radicali, che indicano uno scontro con un intero sistema di potere, sia espressioni che rimandano alla richiesta di parità con gli uomini.

Da una parte parlano di rivolta definitiva e irreversibile e si sentono partecipi di un flusso di movimenti che “hanno scoperchiato un sistema che faceva del silenzio e dell’omertà la sua forza e la sua linfa”. Infatti scrivono: “Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo” e, per farlo, si stanno muovendo per “entrare in relazione con altre donne che come noi vogliono incrinare fino a distruggere questo sistema di regole scritte e non scritte”. Dall’altra parte dichiarano di portare avanti iniziative quali lo studio di “una serie di richieste da presentare nei luoghi decisionali” e stanno “lavorando anche sulle rivendicazioni della parità di compenso e sulla equa rappresentanza”.

Le due prospettive sono opposte. L’abbattimento di un potere maschile siffatto è antitetico alla richiesta di spartirlo, di essere di egual numero in quegli stessi organismi di potere marci all’origine. Non si può sapere quali sviluppi avranno gli avvenimenti in corso, ma sarebbe deleterio che prevalesse la seconda prospettiva. Se si vuole ribaltare l’intero sistema e determinare “una vera e propria svolta culturale e politica” ci vuole di più e di meglio, ci vuole invenzione politica e capacità trasformativa.

A partire dal #Metoo americano di fatto si è aperto ed è in corso un conflitto tra donne e uomini che va più in profondità e mira a ridiscutere il “contratto sessuale” sottostante il contratto sociale. Per dirlo con Carole Pateman, il contratto sociale che dichiara di attribuire uguaglianza e libertà a tutti gli individui, in realtà nasconde un patto fondativo tra soli uomini per l’accesso al corpo delle donne, il “contratto sessuale”, che determina la loro sottomissione. Per questo le donne entrano nei rapporti sociali gravate da ogni tipo di prevaricazione maschile. Il fatto che il patto sociale sia stato costruito tra uomini a danno delle donne ha determinato e determina profonde ingiustizie, che oggi generano insofferenza e aperta ribellione. Finora sono state chiamate con il nome generico di “discriminazioni”, nel quadro dello specchietto per le allodole dell’impossibile parità con gli uomini. Con questo numero di Via Dogana abbiamo proposto di cominciare un lavoro sul linguaggio: rinominarle dalla prospettiva che il #Metoo sta svelando. Per fare solo un esempio: il fatto che una donna guadagni meno di un uomo per lo stesso lavoro viene chiamato “discriminazione salariale”. Oggi appare chiaro che la parola che svela è FURTO perpetrato nei confronti delle donne.

Come dicono le americane “oggi quel tempo è finito!” La posta in gioco è attraente: chiama tutte e ciascuna ad esserci e delinea un orizzonte grande in cui collocarsi a partire da sé, singolarmente e insieme alle altre.

Intervento iniziale Maria Nadotti (1)

Comincio ringraziando di questo invito che mi ha un po’ sorpresa, perché non sono una frequentatrice della Libreria delle donne anche se ho molto rispetto del vostro lavoro e mi interessa proseguire la discussione con voi. Mi è successa una cosa strana mentre Rosaria Guacci leggeva quel testo scritto in modo collettivo, ma firmato da una sola persona: molto manifesto, molto poco interlocutorio. Stavo prendendo appunti e, arrivata a un certo punto, la penna mi si è scaricata. Difficile discutere in absentia. Per cui dirò ciò che mi ha irritato.

Il documento originario, Dissenso comune, del 1° febbraio, continua in questa sua seconda puntata a chiamarsi Dissenso comune e invita a scatenare un movimento femminile (anche se in realtà non si tratta di un movimento perché è tutto molto corporativo e si riproduce la gabbia delle quote rosa, trappola infernale, politicamente parlando, sia per le donne che per gli uomini). Partiamo dalla parola scelta: ‘dissenso’. Perché non si parla di conflitto? Forse perché ‘dissenso’ è un termine più interlocutorio e negoziale, mentre ‘conflitto’ è un termine più antagonistico, che prevede pratiche che non hanno come unica mira quella di cambiare semplicemente le cifre?

Altra cosa sottesa a questi ‘manifesti’ è che esista un ‘Sistema’ comandato, governato, ordinato, voluto, blindato dagli uomini, di cui noi donne non parteciperemmo se non sempre e solo come parte lesa, offesa, esclusa, ai margini.

Io credo invece che anche noi siamo il Sistema. Si tratta di capire eventualmente in che modo siamo sistema dentro il sistema. Il manifesto Dissenso Comune è firmato da 124 donne che obiettivamente sono il sistema cinematografico italiano. In questo secondo capitolo dello stesso manifesto si rincorre qualcosa che andava fatto prima. La spinta che avrebbe mosso queste 124 donne del cinema italiano sarebbe stata la solidarietà verso le ‘sorelle’ molestate, violentate. E già la parola ‘sorella’ andrebbe usata con molta discrezione, non vi pare? Uno, perché il rapporto sororale è uno dei più complessi e conflittivi che ci siano sulla faccia della terra. Due, perché è un termine che storicamente ha assunto un peso politico vero.

L’altro punto è l’insistenza su un Sistema in cui saremmo partecipanti-innocenti: è vero? Di questo oggi mi piacerebbe discutere.

Altra cosa: un manifesto firmato dalle donne del cinema italiano, all’interno di un Sistema di cui però non si sentono parte, sarebbe un mezzo per dar voce alle donne? Perché? Il cinema si fonda fin dall’inizio sul corpo femminile, suscita desiderio attraverso di esso. E questo vale per gli uomini e per le donne. Il cinema ci rende tutte transessuali o lesbiche. Il cinema nasce attorno a un corpo desiderato e il corpo è corpo messo in posizione femminile, succede anche se è corpo di uomo. È come se il corpo cinematografico del desiderio fosse di per sé femminilizzato. È strano che le donne che lavorano nel cinema non si rendano conto che non si può dire semplicemente che l’uso del corpo femminile nel cinema le rende soggetti privi di discorso, senza analizzare che cosa sia stato il cinema, che cosa continui a essere il cinema. Se si vuole fare un ragionamento sul diritto di parola, e di parola che rappresenta tutte le donne del mondo, bisogna aprire altri discorsi. Tutto il loro ragionamento finisce nelle quote rosa perché non sembrano mettere a tema niente di politico, solo la questione dei numeri: quante siamo, quanto denaro va agli uomini, quanti film a regia femminile vengono distribuiti. Io penso che questa sia una trappola, perché elude tutte le questioni vere: il provare a immaginarsi lo scardinamento vero nelle teste degli uomini e anche nelle nostre teste.

Passo alle cose che volevo dirvi io, riprendendo le fila dell’altra volta.

Premetto che la questione del #MeToo ha scatenato in me una serie di dubbi, è una materia complessissima, non la si può ridurre a nessuna semplificazione. Sono convinta che ognuna di noi – a prescindere dall’età anagrafica e dalla sua collocazione nel mondo del lavoro produttivo e riproduttivo –, se onesta con se stessa e un po’ coraggiosa, potrebbe fare una lista di occasioni in cui si è trovata soggetto potenziale di #MeToo. Solo che non lo facciamo, non solo collettivamente ma neanche singolarmente. L’altra volta, a riunione conclusa, avevo chiesto a Marisa Guarneri, (lo avevo chiesto a lei per il lavoro politico che fa) se sarebbe stato ipotizzabile un #MeToo italiano, con tutte le riserve del caso. Marisa mi ha risposto: Sì, ma dopo le elezioni. E sono andata via ‘con la coda tra le gambe’. Perché è esattamente questo: in Italia abbiamo una sorta di lealtà – non è sudditanza – nei confronti delle istituzioni. Un bisogno di riconoscimento, anche rispetto a cose nobili sul piano sociale… ma che nella realtà producono immobilità, impossibilità di buttare giù la parete… Perché dopo le elezioni, mi sono chiesta, perché non prima?

Sempre l’altra volta Luisa Muraro ha fatto un intervento sui media che non ci riconoscono, non ci danno spazio. Io non la penso così e, in ogni caso, la questione è: Come si prende lo spazio? Chiedendolo?

In Italia potremmo cominciare a pensare insieme qualche forma di disobbedienza civile invece di continuare a essere incivilmente obbedienti. Riusciamo a immaginarlo? Qual è il patto che ci lega socialmente a qualcos’altro? Vale per il rapporto che abbiamo con lo stato, le istituzioni pubbliche, i partiti, le chiese, i figli, gli amanti, padri, mariti, sorelle, fratelli… tutte le nostre relazioni. A chi siamo fedeli? E perché? Che cosa ne ricaviamo? Queste le domande che mi pongo, e ho alcune risposte parziali. Risposte che nel tempo sono cambiate e che continuano a cambiare… Sono le domande più radicali che ci si possa porre in questo momento. Non riesco a prendere sul serio chi dice: “sto dentro al sistema, ma voglio un po’ più di potere dentro quel sistema. Il sistema sostanzialmente va bene, ma quello che non lo fa andare bene è che Lui ha più spazio di me, un po’ più di potere”. Se questo è il tema: si salvi chi può. Le donne messe in posizione di potere in un sistema ‘bacato’ sono peggio degli uomini.

Ci sono tante questioni che vanno affrontate perché altrimenti sembra che le donne siano meglio degli uomini per definizione. Perché mai? Forse perché sono tenute ai margini?

Altro grande tema, esito di cent’anni di movimenti femministi mondiali, sollevato dalle protagoniste del #MeToo americano provocando un’onda d’urto pazzesca. Sono riuscite a collegare – ripeto non se lo sono inventato – l’Io al Noi, facendo sì che la donna che dice di sé e dice cose imbarazzanti e difficili da dire, non si presenti come una semplice vittima cui è possibile credere o non credere, e magari rinfacciare il ‘ritardo’ con cui ha deciso di raccontare ciò che le è accaduto.

Ogni volta che si subisce una discriminazione sul lavoro, una violenza sessuale, una molestia, un insulto o commento pesante, un’umiliazione – ognuna di noi ne ha da raccontare – mi dico che sarebbe utile domandare a se stesse: ma tu dov’eri? Di Asia Argento dicono: si è svegliata dopo ventuno anni. Ma non capita a tutte noi, leggendo le nostre vite col senno di poi, di arrivare a capire cose che in tempo reale non avevamo colto e che non avremmo saputo raccontare per quello che in realtà erano? Talora mi capita, ripensando a cose fatte o fattemi in passato, di capire che il mio silenzio di allora era solo una presunzione di libertà, un’autodifesa, un modo di costruirmi. Era vero quel che facevo allora ed è vero quel che ne so oggi. La vita è questo. Non si capisce quasi niente in tempo reale, soprattutto in campi delicati e complessi quali l’amore, il sesso, la politica.

Il #MeToo è riuscito a mettere in moto l’Io che dice di sé, in un avanti-indietro nel tempo, ricordando ricostruendo immaginando, e producendo il #We-Too, un soggetto politico collettivo ancor prima che plurale. Credo che qui in Italia quel po’ che si è mosso con documenti e manifesti abbia prodotto un Noi lievemente fasullo, perché dietro ad esso mancano gli Io. Non basta una firma sotto un documento per dire anch’io.

Si è anche nominato il documento delle giornaliste, venuto immediatamente dopo quello delle donne del cinema. È curioso che i documenti nascano attraverso le categorie professionali. Non è politicamente rilevante dire ‘anche noi ci siamo’ senza dire ‘dove e in che modo ci siamo’, Chi sono queste giornaliste? Cosa hanno fatto finora?

Sembra sempre che si abbiano le mani legate e che non si possa fare nulla. Invece si può, oggi come ieri. E questo luogo, come molti altri luoghi politici delle donne, lo dimostra.

Immaginiamo – come ha fatto qualche anno fa un film esilarante – che un giorno, a Los Angeles, tutti i lavoratori messicani non si presentino al lavoro. La città si paralizza, senza di loro la vita si ferma. Il tema è quello del ‘vero’ potere femminile: immaginiamo un atto di slealtà, complicato perché per l’appunto non siamo una categoria professionale. Immaginiamo una sottrazione simbolica di sostegno agli uomini, perché è lì che si può operare.

Recentemente ho visto il film di Tullio Giordana, Nome di donna, e il film di Francesca Comencini, Amori che non sanno stare al mondo. Giordana fa sempre lo stesso film trattando di temi sociali, dalla Meglio gioventù… atterra ora sul tema delle molestie sessuali sul posto di lavoro. Vorrei ragionarne con voi. Premesso che io non l’ho amato, premesso che ci sarebbe da capire ‘perché adesso’, grazie a questo film M. T. Giordana esce come il paladino di… di che cosa? Invece il film di Francesca Comencini, che cosa ci racconta, cosa sanno raccontare le donne di diverso dagli uomini, sempre che lo sappiano fare? Non ci raccontano, almeno in Italia, quasi mai altri mondi possibili e soprattutto non sembrano porsi il tema dell’invenzione di una forma diversa, di un più ragionato linguaggio cinematografico. Perché non siamo in grado di farlo?

Altro punto, riprendendo quanto detto da Ida Dominijanni la volta scorsa. Sembrerebbe solo una questione linguistica, ma non lo è. Di fronte alle molestie sessuali, invocare nuove leggi-punizioni espone a  un grosso rischio. Intrinseco al movimento #MeToo ci sarebbe il puritanesimo: la caccia alle streghe, la gogna, la vendetta, la rappresaglia. Quante volte abbiamo letto negli ultimi mesi che ‘si tratta di una nuova caccia alle streghe’? Ma – mi e vi domando – dove sono le streghe? Dove sono i comunisti nel #MeToo? Perché, se si adotta questa metafora, allora sembrerebbe che oggi i comunisti, i dissidenti o le streghe siano proprio i molestatori. Occorre ragionare bene, perché questo linguaggio è stato usato anche da alcune donne. Il rischio dell’accanimento c’è ed è pericolosissimo, ma come mai si usa una metafora storico-politica che non c’entra niente? Vorrei capire come si produca questo slittamento semantico, perché si adottino categorie discorsive che servono solo a produrre passività.

Il #MeToo non lo ferma più nessuno non solo perché si è liberato qualcosa nelle donne, ma perché si è liberato anche dell’altro.

Torno all’inizio: tutte noi abbiamo cose da raccontare. Perché non le raccontiamo? E, se le raccontiamo, come e perché le raccontiamo? Per me è questa la questione: che cosa ci impedisce di essere sleali nei confronti degli uomini e, quando è necessario, anche delle donne (si parla di molestie sessuali, ma pensiamo anche alle discriminazioni o competizioni professionali).

Noi siamo il Sistema, non siamo la parte sana del sistema in quanto donne. Siamo salve dal sistema non in quanto donne, ma in quanto donne che fanno qualcosa.

Nota: A Parigi le istituzioni pubbliche rincorrono il #MeToo a modo loro. La città è tappezzata di manifesti e in metropolitana distribuiscono pieghevoli dove si vede una donna alle cui spalle è in agguato un orso, uno squalo, o un lupo… e lo slogan è: Ne minimisons jamais le harcèlement sexuel. Victimes ou témoins, donnez l’alerte (Non minimizziamo mai la molestia sessuale, vittime o testimoni date l’allarme). Anche se le molestie, come sappiamo, sono per lo più roba domestica, da interno familiare… Avrei voglia di scrivere una protesta a nome di orsi, lupi e squali….

Conclusioni

Subito dopo il primo #MeToo, nell’ottobre del 2017, la scrittrice e attivista femminista Robin Morgan pubblica sul suo blog un articolo in cui dice che “sulla rivista Ms. è dal 1974 che le donne parlano di questi temi, violenze sessuali, discriminazioni sul lavoro… Sono stanca di considerarli tipping points, emergenze”. Il #MeToo statunitense ha avuto il merito di rivelarne il carattere sistemico. E, ad una cosa sistemica, non si può che rispondere in modo sistemico. Viene fuori un nuovo coraggio. Non rispondiamo: “vogliamo più potere”, ma “non vogliamo questo tipo di potere”. E non è un caso che lo dicano inizialmente donne potentissime all’interno del sistema.

A Rosaria Guacci che mi dice che il mio intelligente tentativo di de-costruire è depressivo, rispondo che io mi deprimo solo in assenza di intelligenza, quando c’è un blocco dell’analisi.

Lia Cigarini ha detto una cosa fondamentale: bisogna stare nel tempo della storia. Non si può prendere quello che è successo nel passato a esempio di ciò che accade oggi. Noi siamo reali in un tempo preciso, in uno spazio preciso, in una data classe sociale, con un certo colore della pelle… E allora temporalità, spazialità, intersezionalità sono categorie essenziali e lo sono proprio nel loro costante divenire. Alle spalle del #MeToo ci sono anni e anni di pratiche e teorie femministe, dice Lia, e ha perfettamente ragione. Ciò non toglie tuttavia che questo patrimonio storico sia rivisitabile all’infinito e non possa esser usato in modo statico. Il potere di Meryl Streep non è uguale a quello della cameriera d’albergo Nafissatou Diallo, che denunciò Dominique StraussKahn, all’epoca direttore generale del Fondo monetario internazionale. Anche in quel caso partì una denuncia – e siamo ben prima del #MeToo – che mise fine alla carriera politica dell’uomo. La questione dell’intersezionalità è davvero cruciale.

Alcune di voi hanno parlato di “portare l’esperienza femminile sul lavoro”. Ma di quale esperienza parlano esattamente? Ogni donna ha una sua specificità, ogni lavoro ha una sua specificità, mentre spesso va a finire che per ‘femminile’ si intende ‘materna’, ed è una finzione bella e buona.

Luisa Muraro sollecita uno sguardo positivo verso le donne, invitando a parlare bene delle donne pubblicamente. Ebbene io non sempre ci riesco, perché penso che ci siano donne e donne. Alcune hanno dimostrato di essere profondamente diverse da alcuni uomini. Perché ci sono anche uomini e uomini. È un problema politico crescere uomini e donne diversi da quelli che vediamo troppo spesso. Altrimenti è facile che venga fuori la locandina in cui gli uomini sono squali, porci… e le donne tutte Cappuccetto rosso.

Per chiudere, vorrei leggere l’incipit di un testo recente di Paul B. Preciado, perché mi sembra che ogni binarismo, incluso quello adombrato dal #MeToo, porti con sé la sua e la nostra rovina e non sia del tutto adeguato ai tempi in cui siamo:

“Signore, signori e tutti gli altri,

nel fuoco incrociato riguardo alle politiche di molestie sessuali, vorrei prendere la parola in quanto contrabbandiere tra due mondi, quello “degli uomini” e quello “delle donne” (due mondi che potrebbero non esistere ma che qualcuno si sforza di mantenere separati con una sorta di muro di Berlino di genere) per portarvi notizie dalla posizione di “oggetto trovato” o piuttosto di “soggetto perduto” durante la traversata.

Non parlo come uomo che appartiene alla classe dominante, la classe di quelli a cui è assegnato il genere maschile alla nascita e sono educati come esponenti della classe governante, quelli a cui si concede il diritto o meglio da cui si pretende (ed è una chiave analitica interessante) l’esercizio della sovranità maschile.

Non parlo nemmeno come una donna, visto che ho volontariamente e intenzionalmente rinunciato a questa forma di incarnazione politica e sociale.

Parlo da uomo trans e non pretendo in alcun modo di rappresentare un collettivo o una fazione. Non parlo e non posso parlare in quanto eterosessuale né in quanto omosessuale, benché io conosca e viva entrambe le condizioni, perché quando si è trans queste categorie diventano obsolete. Parlo come transfuga di genere, come fuggitivo della sessualità, come dissidente (magari maldestro, perché mi mancano codici prestabiliti) di un regime della differenza sessuale. Parlo come auto-cavia della politica sessuale che vive l’esperienza, ancora non tematizzata, di esistere da entrambi i lati del muro, e che a forza di scavalcarlo quotidianamente comincia a essere stufo, signore e signori, della rigidità recalcitrante dei codici e dei desideri imposti dal regime eteropatriarcale.”

(1) Questo intervento, trascritto e solo minimamente rimaneggiato, è un testo ‘parlato’ in assenza del corpo enunciante.


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Diventa più grande l’orizzonte della politica, del 18 marzo 2018

Il documento Dissenso Comune è nato da un incontro tra donne del mondo dello spettacolo con l’esigenza di analizzare e in seguito prendere parola pubblicamente per denunciare lo stato delle cose in merito alla disparità di genere e alla diffusa e autorizzata modalità relazionale molesta nell’ambito del cinema.

La prima spinta è stata senz’altro quella della solidarietà che abbiamo sentito e voluto dimostrare verso le nostre sorelle attrici molestate, offese, violate, alcune delle quali hanno, con grande fatica e coraggio, cominciato a denunciare situazioni  immediatamente e tristemente familiari a tutte noi.
Queste situazioni infatti non sono eccezioni, ma una regola o peggio un dato di fatto contato e “naturale”. In seguito a questa riflessione la nostra solidarietà si è man mano trasformata in vicinanza, in “prossimità”.
Ci siamo sentite tutte vittime di uno stato di cose che ha a che fare non solo con l’abuso di potere nel contesto lavorativo gerarchico, ma essenzialmente con un Sistema che regola ancora e senza eccezioni le relazioni umane di genere, nonostante l’emancipazione e la liberazione femminile, anzi forse proprio da queste evoluzioni rafforzato e paradossalmente valorizzato.
Pensiamo che la messa in crisi di un sistema di valori antichissimo generi un disordine simbolico e morale che si sviluppa tutto sul corpo femminile.
Le attrici presenti durante la riflessione che ha portato al documento hanno descritto il corpo dell’attrice come esposto per eccellenza, un corpo esposto alla narrazione di tutti, paradigma e rappresentazione dell’immaginario collettivo; in quanto tale il senso comune vi risiede e rende visibili, riconoscibili e concreti i principi che lo governano.
Ma in quanto tale esso può essere anche efficacemente utilizzato da noi come specchio riflettente e altisonante di un grido di rivolta definitiva ed irreversibile.
Durante i nostri primi incontri abbiamo riconosciuto il privilegio di aver accesso a questa
piattaforma che può enormemente amplificare la nostra voce, quella di tutte noi, corpi immaginari e corpi reali, lavoratrici dello spettacolo, lavoratrici in generale, donne di tutto il mondo.
Di qui la decisione di assumersi questa responsabilità, quella di prendere parola.
In particolare si è cercato di utilizzare questa presa di parola come un dire prima ancora che come un richiedere.
Dire a partire dai fatti recentemente accaduti e denunciati pubblicamente da Asia Argento e con lei da tutte le altre che ci hanno precedute; dire per cercare di portare il discorso più avanti della denuncia verso una analisi della realtà fotografata e riprodotta dalla lente del nostro obbiettivo, quello delle donne dello spettacolo, quello delle attrici molestate, quello delle lavoratrici profondamente e colpevolmente discriminate in ambito lavorativo; dire per mettere fine alla terribile deriva regressiva generata dall’aumento di libertà femminile che mette le donne sempre più al centro di episodi di violenza e molestia, dire per dare forza ad un movimento di opinione che generi a sua volta, come in altri paesi e in varie forme sta finalmente accadendo, una vera e propria
svolta culturale e politica a fronte di una situazione sempre più degenerante non solo nei costumi e nella morale, ma anche nella “reale” possibilità di piena cittadinanza a questo mondo per tutte noi donne e donne lavoratrici.
Abbiamo in questo senso sentito anche l’esigenza di sostanziare l’analisi della condizione particolare nel contesto lavorativo del cinema in Italia con il supporto di una raccolta dati che potesse accompagnare la spinta primaria, il senso profondo di una ribellione ormai necessaria come l’ossigeno.
Alcuni sintetici risultati di questa raccolta dati.
Nel 2016/17 l’88% dei film a finanziamento pubblico italiano è stato diretto da uomini così come il 79% dei film prodotti dalla RAI ed il 90,8% dei film che sono stati proiettati nelle sale cinematografiche.
A fronte di ciò si è rilevato non solo che sul piano della qualità i film fatti da donne sono in percentuale molto alta (circa 40%) apprezzati e premiati in festival nazionali ed internazionali e ottengono il finanziamento e il riconoscimento di film di interesse culturale da parte del MIBACT, ma anche che nel campo della formazione la presenza delle donne e la loro risposta nell’apprendimento è molto alta.

Ciò significa in modo chiaro che il collo dell’imbuto si stringe nelle fasi successive della carriera, quando si attiva un meccanismo di sistematica esclusione o idimensionamento o discriminazione che nega alle donne un percorso professionale lineare e corretto.
Questo nonostante il fatto che la redazione della nuova legge sul cinema del 2016/17 sia stata, nei decreti attuativi, formalmente obbligata a tenere conto della normativa europea in merito al contrasto verso le discriminazioni di genere.
In Italia si è riusciti cioè a scrivere una nuova legge che di fatto riduce al minimo consentito tale indicazione di orientamento. Basti verificare la percentuale di presenze femminili previste nei nuovi organi decisionali ed esecutivi nell’ambito dello Spettacolo: il minimo possibile per non “scontentare” l’orientamento europeo.
Questi dati non hanno fatto che confermare qualcosa di terribilmente già noto a tutte noi.
In ambito professionale, oltre che esistenziale, siamo continuamente ridimensionate; siamo sottoposte ad una continua induzione alla mancata riuscita delle nostre ambizioni e, in questo modo, sistematicamente indirizzate verso il posto di secondo piano, il compenso ridotto, il minore riconoscimento.
Quindi quel Sistema insopportabilmente discriminatorio e violento non solo gode di buona salute nonostante sia l’espressione estrema e disperata, urlata e folle, di un modo di stare al mondo ormai palesemente fallimentare oltre che ingiusto, ma continua ad agire nei luoghi decisionali e in tutti i contesti privati e professionali senza freno anzi con il pieno riconoscimento, con la piena autorizzazione.
Il nostro documento ha voluto tentare di dare voce al profondo dissenso verso questo stato delle cose di tantissime donne dello spettacolo e degli altri contesti professionali per poi attivare queste energie antagoniste verso il cambiamento. Di più, il nostro documento ha voluto entrare nel flusso già attivato da altri movimenti che hanno scoperchiato un Sistema che faceva del silenzio e dell’omertà la sua forza e la sua linfa e dall’interno di questo flusso elaborare una analisi a partire dal proprio specifico.
Attualmente, dopo aver avuto un emozionante incontro con le prime 124 firmatarie del documento ed esserci guardate, ascoltate e riconosciute, stiamo lavorando insieme su alcune questioni specifiche e studiando una serie di richieste da presentare nei luoghi decisionali preposti a renderle pratica come l’istituzione di un codice etico che regoli i rapporti nei luoghi di lavoro al quale tutte le produzioni cinematografiche e i lavoratori da esse contrattualizzati dovranno attenersi, pena il licenziamento per giusta causa.
Stiamo lavorando anche sulla rivendicazione della parità di compenso e sulla equa rappresentanza negli ambiti decisionali sia istituzionali (commissioni ministeriali) sia di immagine (presenze nelle giurie e nella direzione dei festival) sia nella composizione delle troupe, proponendo un iniziale 30% di presenze femminili per arrivare al 50%.
Stiamo anche tentando di entrare in una relazione concreta con altre donne che come noi vogliono incrinare fino a distruggere questo Sistema di regole scritte e non scritte, sia le donne di altri contesti professionali specifici (ad esempio le giornaliste) sia le nostre sorelle già organizzate politicamente, già in rete, già attive sulla scena del cambiamento.


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Diventa più grande l’orizzonte della politica, del 18 marzo 2018

Preparando questo incontro, una considerazione ci è venuta spontanea: il #metoo ha mostrato che le donne sono sì dappertutto, ma ci sono arrivate da sole. E si sono fatte male: hanno potuto incidere poco, e hanno pagato prezzi alti. Le molestie e i ricatti sessuali sono solo una parte del problema. A questo proposito è emblematica la storia di Rosalind Franklin, citata nell’invito.

Nel 1951, Rosalind Franklin fu chiamata al King’s College di Londra come ricercatrice associata, dopo aver già svolto importanti lavori in altri prestigiosi laboratori. Ebbe gravi conflitti con il suo collega Maurice Wilkins, che tentava di usarla come assistente personale, mentre lei mantenne tenacemente un ruolo autonomo a costo di non parlargli più. Rosalind fotografò l’elica del DNA. Wilkins a sua insaputa comunicò i risultati del suo lavoro a Watson e Crick. Per Watson la celebre “foto n. 51” fu l’elemento determinante per orientarsi tra le strutture che stava ipotizzando e “pubblicò” il modello insieme a Crick, guadagnando la fama, vincendo il Nobel, e guardandosi bene dal coinvolgere l’autrice.

La scoperta del DNA ha una genealogia femminile: è figlia della foto scattata da Rosalind con un’apparecchiatura a raggi X che doveva la sua esistenza alle scoperte di Marie Curie. Eppure è andata nel mondo come “figlia” di una coppia di soli maschi.

È vero, parliamo di un altro momento storico, le donne non erano ancora entrate in massa in tutti i luoghi di lavoro, non c’era ancora stato il femminismo. Tuttavia quello che è successo a Rosalind Franklin rimane un esempio emblematico di prevaricazione maschile. Quelle che oggi vengono genericamente chiamate “discriminazioni” sono ben altro. È ora di chiamarle con il nome appropriato: rapina intellettuale, prevaricazione professionale, plagio di idee, furto economico, paternalismo, per dirne qualcuno.

Da questo allargamento della questione delle sopraffazioni maschili ripartiamo per parlare di cosa succede in Italia dopo il #metoo.

Le silence breakers italiane (Asia Argento, Miriana Trevisan e Giulia Blasi) non hanno avuto lo stesso grado di ascolto delle loro compagne in altri paesi. Sono state meno credute e subissate di considerazioni misogine su quando se e come potessero legittimamente parlare. Solidarietà però c’è stata, badiamo bene, e se talvolta è stata sminuita o respinta, questo è stato un errore. In ultimo Asia Argento l’ha accettata, aderendo alla manifestazione di NonUnaDiMeno dell’8 marzo, in cui è stata accolta dai cartelli “Sorella, io ti credo”. Altre cose sono accadute: è nato l’hashtag italiano #quellavoltache (ne è anche stato tratto un libro uscito in questi giorni, #quellavoltache – Storie di molestie, manifestolibri), ma non ha avuto lo stesso impatto travolgente sull’insieme della società e gli uomini denunciati non hanno subito gravi danni. Eppure il clima è cambiato anche qui e sono convinta che abbia influito su vicende come l’espulsione del magistrato Bellomo dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa.

Ma altre cose si muovono, gli abusi contro le donne sono da anni al centro dell’impegno di una rete di centri antiviolenza, un hashtag intitolato #IosonoLinaMerlin è stato lanciato di recente da Resistenza femminista per combattere le proposte di regolamentazione della prostituzione, e da tempo è in atto una resistenza all’introduzione in Italia della maternità surrogata.

Nel mondo del lavoro, gruppi di donne sono partite dal #metoo per costruire relazioni e produrre riflessioni non solo su ciò che c’è da denunciare, ma su come la propria posizione professionale possa far gioco alle donne.

È questo che fa il manifesto “Dissenso comune” (1° febbraio 2018), firmato da 124 donne del mondo dello spettacolo, nato da lunghi confronti. Una presa di posizione ricca di pensiero. Cito anche la lettera “È ora di cambiare. Noi ci siamo” (4 febbraio 2018) firmato da 125 giornaliste, che rimanda esplicitamente al primo. Entrambi sono stati ripresi sul nostro sito.

A differenza di altre, noi non vediamo queste iniziative politiche come un’alternativa a #metoo. Sono pratiche diverse che gli si affiancano, allargando l’orizzonte: queste donne, che sono andate nel mondo da sole, ora non lo sono più. Ci mostrano un cambiamento in atto.

Per parlare di questo avevamo invitato le autrici di Dissenso comune. Doveva venire Ilaria Fraioli, che ha avuto un contrattempo lavorativo e ha dovuto disdire l’impegno. Lei e le altre ci hanno comunque mandato un contributo scritto, che Rosaria Guacci leggerà per noi.

Qui in Italia, la strada che può essere usata più efficacemente è quella di stare tutte in quest’orizzonte più grande, sapendo che fare cose diverse allarga il campo; che per le polemiche c’è spazio ma che per fare politica è essenziale riconoscere la forza che ci dà l’altra e rimandargliela, anche quando non si fanno le stesse cose.

Ne parliamo con Maria Nadotti, giornalista, saggista, consulente editoriale, traduttrice e molto altro. Maria collabora con Internazionale e tiene un blog intitolato “in genere” sul sito di Doppiozero.

Maria ha già iniziato un’interlocuzione con noi nel precedente incontro di #VD3, Parlano le donne parlano il 14 gennaio scorso, che desideriamo continuare in questa sede.


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Diventa più grande l’orizzonte della politica, del 18 marzo 2018

domenica 18 marzo 2018 ore 10.00-13.30


Il gesto di Asia Argento, Giulia Blasi e Miriana Trevisan con il #metoo americano ha aperto anche in Italia la strada della denuncia femminista di una pratica nota e taciuta di ricatti sessuali maschili. Il manifesto Dissenso comune firmato da 124 donne del mondo dello spettacolo non ha la stessa impostazione ma va nella stessa direzione di svelare il nesso fra sesso e potere. Lo stesso si può dire della lettera È ora di cambiare. Noi ci siamo firmata da oltre 100 giornaliste.

Sono iniziative politiche tra loro differenti, ma accomunate nell’essenziale, che è un agire di donne per la propria indipendenza nei luoghi pubblici, in primis quelli di lavoro. Sono tutte donne che si espongono e parlano di una posta in gioco che ci riguarda: aprire un conflitto con il potere maschile e produrre un cambio di civiltà nei rapporti tra uomini e donne. Vogliamo interrogarci su come stare – ciascuna e tutte – in questo orizzonte grande, senza paura di polemizzare ma accettando le differenze.

Partendo dalla cosa più odiosa, gli abusi sessuali, il discorso nel nostro paese sembra estendersi a ciò che accade alle donne in altri ambiti della vita pubblica. Non chiamiamole più con il nome generico di discriminazioni. Sono furti economici e prevaricazioni professionali, a cui si aggiungono rapine intellettuali, plagi di idee e paternalismi vari. Formano l’immagine del DNA dell’intero sistema di potere maschile. Quest’immagine non compare qui per caso, ci ricorda la fotografia della struttura del DNA che nel 1951 Rosalind Franklin scattò grazie ai raggi X scoperti da Marie Curie. I suoi colleghi la trafugarono prendendosi il merito della doppia elica e diventando alla fine i famosi Watson e Crick.

Ora crescono la consapevolezza e l’insofferenza verso questa storia di sopraffazioni e violenze. Parole di verità soggettiva e azioni pubbliche sono il cuore di un agire politico efficace che parte da ciascuna di noi e si rafforza nella relazione con le altre.

Avvieranno la discussione Ilaria Fraioli e Maria Nadotti.

C’è qualcosa di spiazzante nell’ultimo lavoro di Laura Bispuri, Figlia mia, in concorso alla Berlinale in questi giorni. Da spettatrice noto subito la schematicità della sceneggiatura, la regia ruvida e l’ambientazione in una Sardegna rurale, concentrato di tanti luoghi interni e di costa della nostra memoria. Ma il suo tema continua a frullarmi nella testa e non mi abbandona.

Sembrerebbe un film sulle madri, sull’essere madre. E questo di fatto occupa buona parte della narrazione. La storia di due madri che si contendono l’amore e l’attenzione della figlia: la madre biologica, Angelica, che l’ha affidata a Tina, che l’ha allevata e amata.

Di nuovo, trovo troppo rigida la polarizzazione dei due caratteri: da un lato la madre buona, accudente, devota in tutti i sensi – alla figlia, alla chiesa, al marito – dall’altro quella considerata puttana che si dà per un bicchiere di mirto, fragile e confusa, mossa dal desiderio di essere amata dagli uomini e quello di vivere liberamente – e spesso al limite – le proprie passioni e i propri desideri, fuori dai pregiudizi dei suoi compaesani. Da sottolineare l’intensa fisicità delle bravissime Golino e Rohrwacher, una tutta trattenuta e l’altra tutta urlata, in una grande interpretazione.

Poi, c’è la ragazzina contesa, Vittoria, una decenne timida e decisamente ingenua rispetto alla precocità delle sue coetanee; corpo minuto, infantile, con una distinguibilissima chioma rosseggiante, personaggio che comincia a prendere forma di soggetto, ad acquisire consistenza, volontà e desideri propri.

Allora è ancora altro ciò che la regista ci vuole raccontare. Ci vuole raccontare la ricerca necessaria di una figlia che passa dalla necessità di guardare le molte facce del materno che abbiamo assimilato, dall’urgenza di riconoscere tutti i modelli di donna che abbiamo introiettato e infine dal riconoscere quanto abbiamo elaborato di quella genealogia femminile che risale ai tempi dei tempi e che comprende anche le madri che, nel corso delle nostre vite, abbiamo incontrato e scelto. Sembra suggerirci che da lì si passa come da un passaggio obbligato, ma proprio da lì si può attingere per nutrire il nostro simbolico e la nostra libertà.

Uno spostamento psichico, un movimento, quello che avviene in Vittoria – più che nelle due madri – ben raffigurato dalla scena del suo ingresso nella buca e dalla sua successiva fuoriuscita a rappresentare la sua nuova nascita. Un passaggio e un cambiamento che si concretizzano nel suo desiderio di andare avanti, oltre la contesa delle sue due madri, e di cercare liberamente la propria strada, il proprio senso di essere, come significativamente rappresentato nella scena finale.

Laura Bispuri prosegue, dopo il suo primo lungometraggio, Vergine giurata, tratto dal bellissimo romanzo di Elvira Dones, la sua riflessione sulla ricerca di sé delle donne.

Il grande cinema americano sa raccontare storie che coinvolgono e colpiscono per la loro bellezza, anche quando sono zeppe di politically correct e costellate di luoghi comuni. Tuttavia, quando un film è grande, dice molto di più della sceneggiatura presa alla lettera. Quando un film è grande, il regista ci racconta qualcosa di sé che nemmeno lui sa, facendo emergere elementi in cui tutti si possono riconoscere.

È il caso di Tre manifesti a Ebbing Missouri, di Martin McDonagh che, detto in estrema sintesi, è un film che racconta il fantasma femminile ancora profondamente radicato negli uomini, che si manifesta chiaramente quando devono fare i conti con la violenza sessista. È questo fantasma il vero protagonista del film.

La prima donna che incontriamo è Mildred, risoluta e spigolosa, lotta perché sia fatta giustizia della morte di sua figlia, stuprata e uccisa ormai da mesi nell’indifferenza della polizia. È la madre terribile, minacciosa, vendicativa, implacabile, temuta dagli uomini perché li può abbattere con la stessa violenza da loro ben conosciuta. Fa il paio con “mammina”, la madre divorante, castrante, simbiotica del poliziotto Dixon, costretto da lei a vivere represso e insicuro, pieno di rabbia e paura.  

L’altra faccia della medaglia rispetto alla donna strega, mostro, arpia, è la donna oggetto del desiderio maschile: giovane, sensuale, desiderabile e inesorabilmente stupida, senza personalità, afona, sottomessa e corrispondente ai bisogni e ai desideri di lui. Il personaggio maschile più complesso, il capo della polizia locale William Willoughby, non si sottrae completamente a questo schema: malato, decide un’uscita di scena spettacolare, non prima di aver assicurato alla moglie l’immagine della sua potenza sessuale.

È sorprendente vedere come nell’immaginario collettivo maschile la donna non appaia come un soggetto desiderante, ma sempre come qualcosa di più o qualcosa di meno rispetto al desiderio maschile. Non c’è ancora una donna reale, ma uno schermo su cui vengono proiettati alternativamente il desiderio o la paura del maschio. Per questo non basta, come sembra suggerire Stefano Sarfati su #VD3 in Darcy lotta insieme a noi, uno sguardo femminile che va oltre, per far essere un uomo che ancora non c’è. Insieme a donne ancora disponibili alla relazione con gli uomini e ancora disposte a regalare uno sguardo creativo ai loro compagni, ci vogliono uomini disponibili a fare la loro parte e disposti a non voltare lo sguardo di fronte a un piano della rappresentazione che influenza così nel profondo il rapporto tra i sessi.

Dopo la riunione di Via Dogana del 14 gennaio ho letto il libro di Ida Dominijanni (Il trucco, Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse 2014), e mi ha riportato alle sensazioni provate durante il ventennio del regime mediatico berlusconiano: alla paura che ho provato, al senso di umiliazione, di pressione psicologica e sessuale, alla rabbia e al senso di vergogna nebulizzato intorno agli abusi verbali; alla sensazione di essere spiate, a quella di essere minacciate; questo amplificato dal senso di isolamento e del dovercela fare da sola. Il libro di Ida mi ha fatto riguardare la memoria di me, parallelamente alla sua narrazione giornalistica e filosofica.

La mia coscienza rispetto alla politica ufficiale inizia nel 1978 durante il caso Moro, ho 7 anni allora: sento la paura, il mio istinto è con le Brigate Rosse; lui mi fa pena fotografato con i giornali addosso per leggere la data; ricordo le lettere di Noretta; spero tantissimo che lo rimandino a casa, finché viene ritrovato nel bagagliaio di un’auto.

Poi avevo letto tutti i libri sui brigatisti, La notte della RepubblicaIl caso Moro, e tutta la letteratura che man mano veniva pubblicata sull’argomento: avevo scritto il progetto per un’intervista a Mario Moretti (di cui conservo ancora le domande ingenue che non ho mai provato a fargli).

La retorica statale sulla famiglia per me era finita, e anche quella sulle Brigate Rosse, lo smarrimento politico che è seguito si è tradotto in una forma di sfiducia verso il governo e verso il linguaggio dei politici, ma anche nella possiblità di impegno sociale, o di discorso collettivo. L’ironia ha preso il campo in me, la resistenza, la politica e il linguaggio si sono confinate nella ricerca artistica individuale.

Nel 1998 ho realizzato ed esposto questo lavoro: una foto e due oggetti (che compaiono nella foto).

È un autoritratto, gli oggetti sono tazze di ceramica con due immagini, stampate da me, del rapimento di Aldo Moro. Il lavoro si intitola: venderne 1 per venderne 100. E in un luogo solo intuito del pensiero volevo tenere assieme quella vicenda politica, il sistema consumistico capitalista che seguiva, la memoria personale, e una risata.

Nel Trucco Ida D. dice, (anche guardando al film di Bellocchio, Buongiorno, notte del 2004) che Aldo Moro è stato l’ultimo padre della prima Repubblica, che morì in quel momento:

“Morì assieme al doppio corpo del re, privato dall’aura sacrale e riportato alla finitezza di un cadavere abbandonato nel cofano di un’ auto come un bagaglio inutile. E morì assieme al padre edipico, ucciso non dal rito simbolico della congiura fraterna ma da un omicidio reale che resterà privo di elaborazione nell’inconscio politico nazionale (…) Niente più padri, dopo, nella scena politica italiana, niente più genealogie paterne”. Fine del patriarcato quindi come collasso di un dispositivo simbolico, nella logica della psicanalisi lacaniana detto “dell’evaporazione del padre” che indica il “passaggio da un ordine socio-simbolico basato sulla dialettica fra desiderio e legge a un disordine basato sull’imperativo del godimento”.

Oggi l’effetto della narrazione storica di Dominijanni è liberatorio e insieme stabilizzante: è convincente e tiene insieme in una visione complessa la ricostruzione dei fatti di cronaca, il dibattito sui media (in cui è stata immersa per tutto il tempo), gli strumenti della psicanalisi per smontare la logica della filosofia dominante, e la filosofia della differenza sessuale che non è solo una teoria a partire dal femminismo, ma un modo diverso di pensare e di guardare il reale da parte delle donne (molte, e di alcuni alleati) e per capire il passato con più chiarezza e meno ironia.

In quegli anni la pressione mediatica lavorava sul consenso attraverso la depressione sensoriale, e non ostante la retorica fosse quella del divertimento, del successo e del consumo, si trattava di un godimento omologato e guidato da un mercato, un consumo a catalogo per soggetti resi simili e venduto come forma di libertà, mentre gli ingredienti della libertà venivano eliminati di nascosto o trasformati dal linguaggio: l’espressione torsione semantica della parola libertà è magnifica (sempre nel libro di Ida D.).

Eliminata la televisione di casa, per un lungo periodo avevo smesso di leggere notizie e quotidiani, il mio modo di parlare assomigliava sempre di più a un codice, la reticenza era un esercizio personale per organizzare una resistenza senza alleati chiari, e un esercizio di stile per rendere più incisive le parole dette e no, oltre che la conseguenza della linea tratteggiata che è in me.

Negli anni successivi ho cercato le voci delle femministe a Milano e nei libri, e la mia coscienza si è sviluppata: nuovo linguaggio, nuove istruzioni per schivare il pericolo, zone di pensiero nebbiose e preintuite diventavano paesaggi abitati e condivisi/ibili.

Questo per dire la mia ammirazione per la chiarezza e la fiducia di chi ha parlato durante il regime televisivo con interlocutori e interlocutrici politicamente e filosoficamente cangianti, (ad un certo punto non si capiva più nulla, chi era chi e chi portava il paese e l’immaginario verso cosa), mi piace pensare che l’energia del mio silenzio fosse già con lei in qualche forma.

Care tutte, parlano le donne parlano, ma le parole scritte non risuonano. Giustamente Ida Dominijanni segna una differenza tra la sinistra europea e quella americana, in cui sono entrati i popoli diversi, le rivolte anticoloniali, lo sfruttamento dei corpi femminili quasi-eterna risorsa di un’umanità al maschile.

In effetti è grave che oggi le nostre voci assordino, persino, antichi amici sconcertati che non sanno come riprendersi nella sorpresa. Ma è grave anche che, nella nostra scena politica, più piccola, le parole scritte di donne iniziatrici e continuatrici di una più ampia e visionaria politica vengano irrise, confuse, cancellate.

Faccio tre esempi in cui mi sono imbattuta recentemente. Il primo riguarda un filosofo mite e gentile di cui leggevo, l’altra sera, un discorso sul mito di Dioniso divorato dai Titani. Se Dioniso bambino, scrive il filosofo, vede nello specchio non solo se stesso ma anche chi lo divorerà, egli vede l’intero, il mondo, che tuttavia nello specchio non può raggiungere: distanza e partecipazione all’impossibile raggiungimento dell’origine, questo il senso del mito.

Ma – è la successiva mossa del filosofo – qui, nell’impossibile raggiungere l’origine, e come già Freud comprese, la donna non appare, non si può comprendere, o più precisamente non può essere compresa. Ed essa vive così nella sola naturalità, cui dà corso, senza essere nella scrittura. 

La donna, tanto più, nemmeno ha mai scritto!

Un’altra cancellazione della scrittura femminile ha fatto un politico “rossobruno di sinistra”, su un diffuso blog in rete, con un articolo in cui trascorre da Butler a Muraro a Frazer. E in cui mescola tra loro, per i suoi scopi, posizioni delle tre pensatrici femministe che sono invece ben altrimenti definite. E ne cita pure i testi nelle note!

L’ultimo esempio riguarda un sito meno importante in cui voci solo maschili sono intervenute sul “dibattito” (sic) attorno al caso Weinstein e oltre, provando a “ridurre” (in senso chimico) il rapporto tra i due sessi a una regolata fantasmagoria di passaggi da un “cattivo” dominio a una “politica” uguaglianza. A niente è valso ricordare l’autoerotismo di coppia di Lonzi, come se Lonzi o Irigaray o il lesbismo non aprissero la sfera sessuale a territori estranei alla sfera sessuale maschile. (E sul discorso di Lonzi cala un giudizio tranchant: “trionfalistico, settario e dogmatico”.)

Insomma vi scrivo per dire che parlano, le donne, parlano, ma il deposito della scrittura, ancora, non risuona ad alta voce.

Donne sconosciute e donne famose parlano di sé, senza vergogna, in forza di una leva, che non è quella di Archimede ma che trova il suo punto di appoggio nel passato.

Ricordo che mia zia aveva un talento speciale, possedeva l’arte dell’ascolto attento, empatico. Riusciva a far raccontare a chiunque ciò che non voleva raccontare. Era dell’Udi e abituata alle relazioni privilegiate con altre donne, in primis con le vicine di casa, con cui aveva scambi intensi e assidui. Discutevano di tutto e davano giudizi sul comportamento degli uomini, sui partiti, sugli accadimenti politici. Era operaia specializzata allo zuccherificio Eridania di Mezzano, molto stimata. Io fin da piccola ascoltavo i suoi discorsi e le chiedevo spesso consiglio. Nell’adolescenza lei mi sostenne apertamente nelle mie scelte e a volte mi sollecitava a partecipare a eventi pubblici. Nel 1962 per esempio mi incitò a partecipare alla marcia per la pace, durante la crisi dei missili a Cuba. Fu per me un precedente di forza e di amore femminile. Mi raccontava della sua vita e mi portava esempi di libertà e di radicale anticonformismo. Criticava senza paura, liberamente, mio padre, mio fratello e sosteneva anche le giovani vicine di casa che volevano liberarsi da relazioni infelici con mariti o fidanzati, incoraggiandole come extrema ratio anche a separarsi e, quanto c’è stata la legge, a divorziare per il loro bene, incurante delle reazioni della gente. Ricordo un episodio rivoluzionario per l’epoca: una giovane donna di Camerlona di Ravenna le confidò che aveva una relazione con il prete del paese e lei la approvò pubblicamente, in nome della libertà femminile.

Il tempo delle storie che le donne raccontano è un tempo che non risponde a una periodizzazione strumentale- ideologica, basata su eventi memorabili, di solito guerreschi, ma un tempo che zigzaga dal presente al passato e viceversa, incurante delle convenzioni, che non rispetta il tempo lineare convenzionale. Segue i moti del cuore e dell’anima. È una misura temporale che donne coraggiose e consapevoli hanno deciso di cambiare, facendo svoltare l’orologio della storia. Una svolta che avvantaggia tutte e tutti.

Un cambiamento tanto radicale mia zia non lo poteva immaginare e anzi si stupiva di ricevere apprezzamenti da persone colte e conosciute a vari livelli. La pratica di parola e di ascolto ha prodotto un cambio di civiltà come ho potuto verificare in occasione di una iniziativa pubblica a Ravenna il 19 gennaio 2018, dove sono stata invitata come esponente della Libreria delle donne di Milano. Ho visto un pubblico attento che ha dato molto valore al mio racconto della zia e interessato a comprenderne il senso politico oggi nell’orientare la nostra lettura di ciò che accade alle donne così come la mutata collocazione che nella narrazione storica occupano questi fatti rispetto al sentire del passato.

Trovandomi a Ravenna, mia città natale, ho potuto seguire il processo per femminicidio al dermatologo Cagnoni. Accusato di avere ucciso a bastonate la moglie che lo tradiva, nega tutto. È emerso che prima dell’omicidio aveva organizzato in gran segreto la vendita di tutte le sue proprietà immobiliari con l’intento di impedire alla moglie di godere delle sue ricchezze. Una volontà punitiva che voleva colpire per mezzo del denaro una donna che non lo amava più. Ma forse non lo aveva mai amato, mi dicono le amiche di Ravenna, Marina e Paola dell’Associazione Donne verso il mare aperto, con cui ho parlato e che conoscono a fondo la storia. Paola dice che fu una sorta di matrimonio combinato fra la famiglia Cagnoni, ricca e molto nota a Ravenna, e la famiglia di lei, che si trovava in difficoltà finanziarie. E allora mi si presenta davanti agli occhi l’immagine di una moderna Ifigenia, sacrificata per aiutare la famiglia di origine, che avrebbe accettato di sposarsi non per amore, ma per acconsentire a una richiesta della madre. Questo è quello che sta trapelando dal processo. Che forse lei ha ceduto, spinta dalla necessità, e ha cercato di farselo piacere questo rampollo viziato e abituato al lusso e alla celebrità, ma poi le è capitato di innamorarsi davvero e le è costato la vita. Non so come andrà a finire perché lui è un potente, sostenuto dal padre, da tutto il suo clan, ma il giudizio su di lei non è certo quello che una volta si dava per scontato, che se la fosse cercata. Oggi la sua relazione extraconiugale e la sua volontà di divorziare, che hanno provocato la violenza di lui, sono interpretate come un atto di libertà. Ha voluto seguire il desiderio di un amore libero da costrizioni economico-mercantili e le sue ragioni sono comprese. Piuttosto è su di lui che cade pesante il giudizio della gente comune.

Una città che pensa mi ha dato molta gioia, essendo anche il luogo che ho lasciato quarant’anni fa, ritenendolo invivibile e inospitale per la realizzazione dei miei desideri e per la mia libertà. Non a caso fu proprio mia zia che seppe decifrare la mia insoddisfazione e vide la via che mi portava altrove e mi incoraggiò a perseguirla. Aveva letto giusto nell’orologio del tempo futuro, una vera lettrice del cuore umano.

Prima l’onda, poi la valanga – queste erano le metafore ricorrenti per descrivere ciò che è avvenuto dopo lo scandalo Weinstein. Già subito dopo la cacciata del produttore dall’Academy degli Oscar circolava la frase: “Nulla sarà come prima”. La radicalità  del cambiamento si riflette in molti commenti nei media: “Rivoluzione”,“Svolta”, “spartiacque”; Geneviève Fraisse in un’ intervista parlava di “un avant et un après”(France Inter 29 dic. 2017)

E gli avvenimenti si sono susseguiti, come sappiamo: Le Silence Breakers vengono scelte dalla rivista Time persona dell’anno, il dizionario americano Merriam-Webster elegge “femminismo” come parola dell’anno 2017, in Alabama vince il senatore democratico sotto l’effetto di #metoo, Oprah Winfrey, in occasione del Golden Globe tiene un discorso mai sentito a Hollywood, un atto simbolico, parla di genealogia femminile,  dell’ importanza della parola: “Quello che so con certezza è che dire la verità è lo strumento più potente che abbiamo”. Un discorso forte, liberatorio – altro che vittimismo e puritanesimo che ci vedranno poi le cento donne francesi tra cui Catherine Deneuve, puntualmente contestate.

La presa di parola non avviene solo nei paesi occidentali ma a livello mondiale: #MeToo in Pakistan, in India, in Cina.

In Italia il 12 gennaio esce la notizia che il magistrato Bellomo è stato definitivamente destituito dall’organo di autogoverno della magistratura, quasi all’unanimità. È stato escluso per aver leso il prestigio della magistratura, a causa del suo comportamento nei confronti delle aspiranti magistrate nel suo corso.

Ciò che veniva denunciato, all’inizio, come abuso di potere da parte da un Big dello show-business si è rivelato, man mano che le donne parlavano, l’infrastruttura che sorreggeva non solo Hollywood, ma che imperversa in  tutti i luoghi dove le donne si trovano a lavorare – ospedali, scuole, uffici, il mondo dello sport:  il nesso tra sesso e potere. La cosa nuova: Le donne non si vergognano più di parlare e vengono ascoltate.

Anzi, direi che mai prima è stato loro dato tanto credito. In Germania, per esempio, due giornaliste del settimanale Die Zeit hanno pubblicato le esperienze di stupro e ricatti sessuali subite da tre attrici, negli anni 90, da parte di un regista televisivo, anche se quest’ultimo ha negato tutto e ha minacciato querela in caso di pubblicazione. Anche in altri paesi sono state proprio le grandi testate, insieme ai social network, a dare voce alle donne. Siamo in un momento storico favorevole.

È accaduto, su vasta scala,  ciò che Vita Cosentino in un suo testo per il nostro sito ha chiamato una sorta di autocoscienza. Io penso che sia la parola giusta, anche quando il confronto non è in presenza fisica. Perché c’è l’autorizzazione da parte di altre donne a prendere la parola, l’interrogarsi sulla propria esperienza, la presa di coscienza, anche sul fascino del potere. E leggendo queste notizie molte di noi hanno passato in rassegna la propria vita e si sono ricordate di episodi finiti nel dimenticatoio o rimossi.

Autocoscienza anche per gli uomini: “I maschi sono frastornati”, scrive Pierluigi Battista sul Corriere della sera del 18 gennaio. Hanno capito che non possono più andare avanti così, che il patto sessuale si è definitivamente rotto. E si è rotta anche l’antica complicità tra uomini, hanno paura di essere espulsi e rinnegati dai loro simili, e, più che altro, temono la caduta dell’eros maschile di fronte alla “qualità della relazione a cui ci chiama la fine del sostegno femminile al patriarcato” (Claudio Vedovati, FB 10/1/2018).
Non c’è dubbio che tutto va rinegoziato nella relazione tra uomini e donne, a cominciare dalla sessualità fino al mondo del lavoro. Le esperienze raccontate sui ricatti sessuali gettano anche una nuova luce sul discorso del “soffitto di vetro” e fanno capire che la politica delle quote rimane una operazione di facciata. Ora alcuni uomini cominciano a riconoscere che hanno creato un “ambiente lavorativo ostile alle donne” (è successo alla rivista Artforum a New York dopo le dimissioni del coeditore Landesman in seguito alle accuse di pesanti molestie nei confronti di una collaboratrice)

“L’affare Weinstein sta rivelandosi, per le donne, un buon affare”, ha scritto Luisa Muraro in un articolo sul sito della Libreria. Sono d’accordo.

Infatti,  il dibattito che si è aperto ci fa gioco perché ha portato alla luce il conflitto tra i sessi e così contrasta la tendenza alla neutralizzazione e all’Uno che cerca di imporsi.

Ci fa gioco perché ciò che prima sembrava un discorso “femminista” ora è diventato senso comune: la sessualità è passata, anche nell’opinione pubblica, da fatto privato ad una dimensione politica.

Ci fa gioco perché oltrepassa la riscrittura neoliberale della libertà femminile che traduce la libertà guadagnata dalle donne con il femminismo in autoimprenditorialità e libertà di mercato, come Ida Dominijanni ha analizzato con acutezza nel suo libro Il trucco.

E non potevamo non pensare subito a invitare Ida quando si era delineato l’argomento per la redazione aperta di oggi. Come saggista e giornalista (al manifesto dal 1982 al 2012, oggi all’Internazionale), ha arricchito per tanti anni, unica nel panorama della stampa italiana, la nostra ricerca con il suo lavoro di analisi e lettura del reale con il taglio della differenza sessuale. Poi, nel 2014, il suo libro il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi che è stato presentato e discusso qui al Circolo il 3 ottobre 2015. Con questo libro, ricchissimo per le sue analisi, Ida ha anticipato molti nodi del dibattito sui scandali sessuali mostrando la loro rilevanza politica. Ha messo in evidenza il peso della  parola femminile che, più che ogni altra cosa, ha contribuito alla caduta di Berlusconi. Oggi questo testo è di grandissima attualità. Addirittura impressionante come descrive con capacità quasi profetica lo spettro di Berlusconi.
Ida ha anche insegnato teoria femminista in varie università italiane e straniere, è stata per un anno negli Stati uniti come research fellow e così ha potuto vedere da vicino la realtà del paese dove la valanga di oggi ha avuto origine e maggiore forza.

Rompere il silenzio, questo è anche il primo passo nella pratica di Marisa Guarneri, con la quale abbiamo una lunga storia di scambio politico: è intervenuta con testi su VD e ha condotto numerose serate qui al Circolo.
Insieme ad altre ha dato vita, nella seconda metà degli anni 80, alla Casa delle donne maltrattate di Milano CADMI, un luogo di ascolto e di aiuto per donne in difficoltà a causa di violenza domestica fisica, psicologica e sessuale. Di questa violenza, in quei tempi si parlava ancora pochissimo. Marisa e le altre della CADMI hanno sviluppato e diffuso in tutta Italia e tramite progetti europei un’ innovativa pratica di intervento che mette la donna che subisce violenza al centro della sua storia e delle decisioni e la fa protagonista di un nuovo sapere, un approccio spesso in conflitto con quello delle istituzioni che vuole tutelare e controllare le donne. Rifiutare quelle mediazioni che portano svantaggio alle donne in difficoltà e di conseguenza alle donne tutte è un gesto eminentemente politico. Ora ci interessa in particolare sapere come Marisa, oggi presidente onoraria della CADMI, ha vissuto il dibattito #metoo, se ha avuto una ripercussione politica sul suo lavoro.


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Parlano le donne parlano, del 14 gennaio 2018

1.Il movimento #metoo – slogan inventato dieci anni fa da una donna nera, Tamara Burke – esplode negli Stati uniti il 15 ottobre dell’anno scorso, a seguito dello scandalo Weinstein, e si diffonde a macchia d’olio su scala pressoché planetaria: due settimane dopo, a inizio novembre, il Newsweek conta due milioni e trecentomila tweet in 28 paesi – ai primi posti Usa, Canada, Brasile, Messico, Gran Bretagna, Svezia, Francia, Italia, Germania, Australia, India, Giappone, Sudafrica1. L’11 gennaio il New York Times elenca 78 uomini “high profile” – appartenenti ai circuiti della politica, dei media, dell’intrattenimento, dell’accademia – accusati dalle loro vittime di molestie o “cattiva condotta sessuale” (sexual misconduct) e licenziati, o sospesi, o costretti a dimettersi: tra loro sei esponenti politici, parlamentari o uomini di partito, e tra questi l’ex comico democratico Al Franken, il caso forse più controverso e Roy Moore, candidato repubblicano al Senato, cha ha perso le elezioni in Alabama anche in seguito alle denunce femminili di sexual harassment e pedofilia2. Parzialmente diverso il quadro in altri paesi. In India ad esempio – uno dei casi di #metoo più interessanti – il campo più colpito è quello accademico; sotto accusa, in particolare, alcuni tra gli esponenti più amati dei post-colonial studies, da cui un dibattito incentrato soprattutto sullo scarto fra ideologie rivoluzionarie professate in pubblico e comportamenti privati3. In Francia invece – altro esempio – il dibattito sul caso più esplosivo, le accuse di molestie e stupro a Tariq Ramadan, è “deragliato” su quello sui rapporti fra cultura occidentale e cultura islamica4.

Come sempre accade, un movimento femminile transnazionale con contenuti sostanzialmente omogenei acquista pieghe e accentuazioni diverse a seconda dei contesti nazionali, e domanda perciò uno sguardo comparativo. Il mio si poserà soprattutto sulla comparazione fra Stati uniti e Italia, per una ragione precisa: molto di quanto sta accadendo nell’America trumpiana – compresa la scoperta, grazie alla presa di parola pubblica femminile, di un sistema diffuso di scambio fra sesso e potere – è stato anticipato nell’Italia berlusconiana; ma con effetti in parte simili, in parte – sembra – assai diversi. Da qui la strana sensazione di stare assistendo a un déjà vu da una parte, a qualcosa di inedito dall’altra.


2.Negli Stati uniti il #metoo è stato/è un enorme e contagioso movimento femminile di presa di parola pubblica, potentemente aiutato dai social network, appoggiato dalla stampa illuminata, sostenuto sia dall’autorizzazione reciproca delle donne coinvolte sia da una forte autorizzazione dell’opinione pubblica, che è riuscito a ribaltare una congiuntura che pareva svantaggiosa per le donne – l’elezione di Trump e la sconfitta di Hillary Clinton – in una situazione di protagonismo femminile socialmente riconosciuto e supportato. La congiuntura politica è di estrema rilevanza e dà risposta alla domanda che è imperversata sui media italiani: “Perché parlano adesso e non hanno parlato prima?”.

Le donne, lo sappiamo, parlano quando possono parlare: quando si può aprire una crepa nel regime del dicibile e dell’indicibile, e l’autorizzazione a dire la verità soggettiva prevale sul silenzio-assenso femminile necessario al mantenimento dell’ordine patriarcale. Dopo la vittoria di Trump e la sconfitta di Hillary – una candidata che il femminismo radicale riteneva non idonea perché moderata e neoliberale, ma che tutto il femminismo ha difeso dagli attacchi misogini del suo avversario – negli Stati uniti le donne hanno reagito con un salto di prospettiva politica, ben visibile fin nella women’s march del 21 gennaio 2017, che con i suoi due slogan principali, inclusività e intersezionalità, già annunciava un femminismo determinato a prendere in mano le redini di un movimento di opposizione più vasto. A distanza di un anno scrive infatti il NYT: “Allora non era chiaro se si trattasse di un momento o di un movimento, ma ora è chiaro che le donne sono diventate le leader emergenti di una doppia scommessa: sostenere l’opposizione a Trump e lanciare una sfida culturale più ampia al potere maschile, com’è accaduto con il #metoo”5.

La presa di parola individuale che ha fatto esplodere il caso Weinstein non sarebbe stata possibile, dunque, senza l’autorizzazione simbolica del movimento già sceso in campo contro il Presidente che si vanta di “prendere le donne per le parti intime”. Vale la pena di notare che questa congiuntura politica conquista al femminismo la generazione di donne nata e cresciuta sotto le insegne dell’individualismo neoliberale che ne era rimasta fin qui più estranea, come fanno notare nelle loro testimonianze molte protagoniste del #metoo che raccontano la loro scoperta della dimensione collettiva dell’agire politico6. Di questa congiuntura, infine, fa parte il “divenire minoranza” degli uomini (bianchi), sotto i colpi della globalizzazione, della crisi economica, dei cambiamenti demografici e della perdita di privilegi innescata mezzo secolo fa dal femminismo storico: una condizione declinante del tutto compatibile tanto con i colpi di coda del suprematismo bianco che ha portato Trump alla presidenza quanto con i colpi di coda dell’aggressività sessuale “virile” disvelata dal #metoo.

A fronte di questo “divenire minoranza” degli uomini bianchi, c’è il “divenire maggioranza” delle donne: per la prima volta, in una società come quella americana abituata a rappresentarsi per segmenti, le donne non sono percepite come una minoranza da tutelare ma come una potenziale maggioranza vincente, una forza di cambiamento da sostenere e di cui fidarsi. All’autorizzazione femminile si aggiunge quindi un’autorizzazione sociale più vasta, ben percepibile attraverso il racconto incoraggiante e positivo che del #metoo hanno fatto i media mainstream liberal: il New York Times, il New Yorker, il Guardian, il Washington PostThe Nation – per citare solo quelli che ho cercato di seguire da qui.


3.Questo sostegno dell’opinione pubblica americana è il dato che stride di più con l’esperienza italiana. L’Italia non avrebbe dovuto restare sorpresa daI #metoo, avendo sperimentato, solo pochi anni fa, l’analogo fenomeno di una imprevista presa di parola pubblica femminile contro il “dispositivo di sessualità” dominante. Mi riferisco, ovviamente, all’esplosione del Berlusconi-gate, dovuta alla denuncia, da parte di Veronica Lario e Patrizia D’Addario (e altre dopo di loro, tra le quali Ambra Battilana, che ritroviamo oggi fra le donne che negli Usa hanno denunciato Weinstein), del sistema di scambio fra sesso, danaro e potere che vigeva nelle residenze dell’ex premier e decideva la distribuzione di lavori e di candidature alle donne nelle sue televisioni e nelle sue liste elettorali. Anche allora questa presa di parola si avvalse di una parte dei media, o perché contrassegnati dalla sensibilità di opinioniste femministe o perché, più semplicemente e strumentalmente, anti-berlusconiani. Ma subì anche e soprattutto una fortissima dose di incredulità, discredito e ostracismo, non solo da parte dei media berlusconiani (oggi in prima fila anche contro il #metoo, e con gli stessi argomenti di allora) ma anche negli ambienti della sinistra, e perfino in quella parte del femminismo che considerava “poco degne” le donne che si erano ribellate al sistema berlusconiano dal suo interno. Che fosse in atto, anche allora, una scossa tellurica che investiva verticalmente i rapporti fra donne e uomini, dalla sessualità al mercato del lavoro alle istituzioni della rappresentanza, lo si capì forse solo di fronte alla manifestazione del febbraio 2011 – le manifestazioni di piazza essendo la sola forma in cui l’esistenza del femminismo viene tuttora registrata. La risposta del circuito politico e mediatico mainstream fu tuttavia, anche nel campo della sinistra, momentanea, strumentale all’abbattimento di Berlusconi e inadeguata7. Soprattutto, non pare abbia seminato consapevolezza alcuna della crisi e della domanda di trasformazione di cui quei fatti erano il segno: lo si vede benissimo oggi che Berlusconi torna in campo come simulacro di se stesso, per ironia della storia contemporaneamente all’esplosione del #metoo, e nessuno, nei circuito mediatico, ricorda che a farlo cadere nel 2011 furono le donne prima dello spread, né associa la rivolta femminile italiana di allora a quella planetaria di oggi. Si potrebbe anzi sostenere, io sostengo, che la scarsa considerazione di cui il #metoo ha goduto in Italia è figlia diretta della rimozione della vicenda del 2009-2011.

A commento dei fatti di allora e di oggi, resta vero quello che Luisa Muraro aveva scritto ben prima, in tempi non sospetti: “Ci sono numerosi indizi che il regime di verità abbia fin qui funzionato, nelle sue succcessive forme storiche, sulla mutezza femminile. Se una donna si mette a dire la verità, diventa una minaccia per l’altro sesso e per la civiltà, insieme. ‘Virilità’ è un nome, o forse il nome, di questo insieme”. La verità soggettiva femminile detta in pubblico ha una forza dirompente della quale noi stesse non siamo forse abbastanza consapevoli. La comparazione fra le due vicende dimostra però anche che questa dirompenza, per essere efficace, ha bisogno di una qualche risonanza, e deve dunque dotarsi di una strategia mediatica. La differenza fra l’Italia e gli Usa si sta rivelando, da questo punto di vista, abissale, fin nell’uso del linguaggio e negli stili che connotano il racconto giornalistico, e non può essere attribuita solo al diverso valore che nella cultura americana e nella nostra ha il “dire la verità al potere”: attiene anche alla peculiare misoginia dell’establishment intellettuale e giornalistico italiano, e alla capacità o all’incapacità di associare mutamento femminile e mutamento sociale, e di fidarsene. Dedicando la copertina della “persona dell’anno” alle silence breakers, il Time ha acutamente osservato che il #metoo ha mostrato che i due principali obiettivi polemici di Trump, le donne e il giornalismo, hanno reagito, e sono in qualche modo “risorti”, insieme. Si può ragionevolmente sostenere che finché non avrà imparato a trattare sensatamente di donne e di femminismo, il giornalismo italiano continuerà a precipitare nell’abisso di ignoranza, pressapochismo, autoreferenzialità in cui vivacchia da anni.


4.La rimozione dei fatti del 2009-2011 spiega anche la ripetizione, in Italia, di molti argomenti contro le silence breakers di allora e di oggi. Riassumo qui brevemente i principali, maschili ma anche femminili, talvolta presenti in modo ben più pacato anche nel dibattito americano, proponendo per ciascuno di essi un rovesciamento di prospettiva.

a) L’(auto)vittimizzazione. Si va dal “fanno le vittime, ma sono state conniventi per anni”, scagliato contro Asia Argento soprattutto ma non solo da uomini, al timore, soprattutto femminile e femminista, che il #metoo possa risolversi in un processo regressivo di vittimizzazione e infantilizzazione delle donne. Alla prima obiezione ho già risposto: le donne parlano quando possono parlare. La seconda è più comprensibile, ma a mio avviso è infondata. È vero che il #metoo condivide con il femminismo di ultima generazione la tendenza a una soggettivazione basata sulla denuncia della violenza subìta piuttosto che sull’affermazione di un desiderio positivo, com’è stato invece per il femminismo degli anni Settanta; ed è vero che questa accentuazione della condizione di vittima rischia di riprodurla, nonché di riportare indietro il discorso, dal paradigma della libertà a quello dell’oppressione femminile. Ma nel caso del #metoo a me pare che il rischio di un attaccamento alla condizione di vittima sia decisamente inferiore alla spinta collettiva a uscirne, anche con una buona dose di allegria. Faccio inoltre notare che in Italia il fronte che accusa di vittimismo ritardato le attrici oggi, è lo stesso che ieri accusava le escort e le olgettine di non rappresentarsi come vittime e di rivendicare il loro lavoro come una scelta: a dimostrazione che il victim blaming è sempre attivo, nell’un caso e nell’altro.

b) Il fantasma della “caccia alle streghe”, ovvero il panico da rischio di reazione “maccartista” contro i maschi sospettati di “comportamenti inappropriati, a Hollywood e altrove. Il ricorso alla evocazione della caccia alle streghe per esprimere il terrore di una caccia agli orchi ha qualcosa di comico, e dice quanto sia radicata la fantasia di una simmetria fra i sessi e di una vocazione ritorsiva della rivoluzione femminista. Storicamente, la caccia alle streghe (donne) l’hanno fatta gli uomini, e oggi, casomai, sono di nuovo uomini a farla su altri uomini. Con modalità talvolta violente e discutibili, come la cancellazione dai titoli dei film di attori fino a ieri osannati, o la “maledizione” di opere d’arte che dovrebbero sopravvivere ai comportamenti sessuali dei loro autori. Queste modalità però segnalano che una crepa si è davvero aperta nell’omertà maschile, e questo è un fatto positivo.

c) Invocazione/scongiuro della legge e delle regole. Vasta e contraddittoria gamma di posizioni. Da una parte il #metoo viene attaccato perché agisce sulla base di una denuncia pubblica ma non giudiziaria dei comportamenti maschili, impedendo così l’esercizio del diritto di difesa: si invocano insomma i tribunali, temendo – come di recente Margareth Atwood8 – la sostituzione dello stato di diritto con di una giustizia “immediata” o con quello che in Italia chiamiamo “giustizialismo”. Oltre a non tener conto della storica – e giustificata – diffidenza femminile per l’esercizio maschile della giustizia, questo tipo di obiezioni occulta quello che è il pregio, non il limite del #metoo: il suo carattere eminentemente politico, basato sulla presa di parola e sulla solidarietà collettiva, e non sull’uso dei tribunali. La questione che il #metoo pone è politica, non penale.

Dall’altra parte però, e contraddittoriamente, lo stesso fronte paventa che l’esito del #metoo possa essere quello di una regolamentazione forzata e di un controllo moralista e normativo dei comportamenti sessuali9 – esito peraltro da non escludere, data la tendenza alla codificazione dei comportamenti propria della società americana. Va detto però che questa regolamentazione, talvolta fin troppo rigida, negli Usa vigeva già prima del #metoo, ad esempio nelle università; il #metoo, casomai, ne segnala l’inutilità. C’è un eccesso della sessualità maschile che sfugge, evidentemente, a ogni regola e a ogni codice di comportamento: merito del #metoo è l’averlo messo in luce, riportando il fuoco del discorso dalle forme del politicamente corretto alla sostanza delle cose.

Più in generale, l’altalena fra invocazione e scongiuro delle norme è sintomatica di una condizione tutta maschile, che sembra non poter fare a meno delle norme per regolamentare le pulsioni: le invoca mentre le scongiura, e le scongiura mentre le invoca. Vale sulla sessualità, dove gli uomini sembrano voler delegare a un codice di comportamento quello che non riescono a regolare relazionalmente, come vale, lo sappiamo bene, per tutti i campi della vita associata, la politica in primis.

d) Il fantasma della fine della seduzione e della morte della sessualità, con la correlata confusione fra seduzione e violenza, “avance” e molestiaSu questa confusione, impugnata come una bandiera in Italia dal Foglio e dalla stampa di destra e fatta propria in Francia dal testo firmato da Catherine Deneuve di cui tanto si è parlato, ho poco da dire: a differenza di Deneuve non conosco donna alcuna che non sappia distinguere fra l’una e l’altra cosa, mentre mi arrendo alla constatazione che tale confusione c’è davvero nella testa di molti uomini, che infatti la rivendicano come se il confine fra sesso e violenza fosse effettivamente poroso e facilmente valicabile.

Il punto tuttavia a me non pare questo, palesemente strumentale, ma un altro. Rebecca Traister ha sostenuto, con buoni argomenti, che puntare il discorso sul terreno della sessualità significa evadere la questione principale posta dal #metoo, che a suo avviso riguarda la ricattabilità delle donne nel lavoro più che il sesso10[10]. Si tratta a mio avviso di una falsa alternativa: la questione riguarda, direi, la ricattabilità delle donne nel lavoro attraverso il sesso, ovvero l’uso della sessualità come moneta di scambio nel mercato del lavoro. E dunque il #metoo, esattamente come in Italia gli “scandali sessuali” di qualche anno fa, dice qualcosa del “dispositivo di sessualità” della nostra epoca. Esattamente come allora, anche stavolta colpisce la miseria della sessualità maschile che risulta dalle testimonianze femminili: uomini che scambiano potere con briciole di sesso come un massaggio sotto un accappatoio o una masturbazione all’aperto. Se è così, il #metoo non annuncia la fine della seduzione e della sessualità, ma la registra, per aprire, si spera, una pagina più ricca e più felice. Nella ricontrattazione dei rapporti fra i sessi che la presa di parola femminile domanda, io credo che ci sia anche la rivolta contro questa miseria dello scambio eterosessuale. 

  1. www.newsweek.com/how-metoo-has-spread-wildfire-around-world ↩︎
  2. www.nytimes.com/interactive/2017/11/10/us/men-accused-sexual-misconduct-weinstein ↩︎
  3. www.dinamopress.it/news/abusi-silenzi-nellaccademia-postcoloniale-la-necessita-lettura-femminista-dei-saperi ↩︎
  4. www.newyorker.com/news/news-desk/how-the-tariq-ramadan-scandal-derailed-the-balancetonporc-movement-in-france? ↩︎
  5. www.nytimes.com/newsletters/2018/01/21/gender-metoo-moment ↩︎
  6. www.nytimes.com/2017/12/12/magazine/the-conversation-seven-women-discuss-work-fairness-sex-and-ambition.html ↩︎
  7. Per la ricostruzione dell’intera vicenda e dei suoi effetti rimando al mio Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014. ↩︎
  8. www.theguardian.com/books/2018/jan/15/margaret-atwood-feminist-backlash-metoo ↩︎
  9. www.newyorker.com/news/our-columnists/sex-consent-dangers-of-misplaced-scale ↩︎
  10. www.thecut.com/2017/12/rebecca-traister-this-moment-isnt-just-about-sex.html ↩︎

Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Parlano le donne parlano, del 14 gennaio 2018

Nel cercare di affrontare il tema della differenza sessuale, i registi di Hollywood mi ricordano Lord Sandwich mentre prova a inventare il panino imbottito, nella parodia di Woody Allen: una fetta di pane tra due fette di prosciutto, no; una fetta di formaggio tra una fetta di pane e una di prosciutto, no; tre fette di pane e una di prosciutto…

Tre manifesti a Ebbing Missouri per me è uno di questi falsi panini perché anche se è molto ben fatto, è un’insieme di diritti civili, di politicamente corretto e di idee che vanno di moda: Frances McDormand (bravissima bisogna dire) che cerca di ottenere giustizia per una figlia stuprata e uccisa; un cattivo trumpiano suprematista bianco, ma che secondo la moda attuale americana non è un vero cattivo bensì un uomo che soffre (vedi in cronaca: Sarah Silverman salva il suo hater Jeremy Jamrozy dicendogli «credo in te», gennaio 2018).  Per non farsi mancare niente c’è anche un poliziotto afro-americano buono.

Gli americani procedono così, per parole d’ordine, per mode, per diffusione di poche idee semplici. Certo, dal momento in cui le stelle del cinema hanno detto #metoo le denunce di soprusi sesso-e-potere si sono diffuse a macchia d’olio arrivando a scuotere perfino la magistratura italiana; però la mia idea è che gli hashtag non cambiano le vite delle persone, nel modo in cui invece è cambiata la mia per essere stato in fisica e prolungata presenza delle donne della Libreria delle donne. Sono convinto che il mutamento profondo delle persone non avviene soltanto con la propagazione virale di una parola o di un’idea, ci può essere una scintilla che accende, ma non basta, quello è un punto di partenza.  

Mi ricordo un intervento di Marirì Martinengo che diceva (parola più, parola meno) che l’Amor Cortese non erano uomini che si sono messi a fare i cortesi, ma che quel fenomeno è avvenuto in virtù della grande autorità che avevano quelle donne in quel momento. Ecco, dopo la scintilla del #metoo non può venire a mancare l’autorità e la capacità femminile di tessere relazioni di differenza.

Alla riunione di Via Dogana si è parlato di fine della sessualità tra uomo e donna e io ho detto che comunque non è la sessualità che conta ma l’erotismo. Può sembrare una dichiarazione comoda e di chi non ha presente da dove parla. Una donna potrebbe ben dirmi: «io lo so, ma tu lo sai?» È vero che noi uomini abbiamo una sessualità coatta (ed è questo il vero panino che Hollywood dovrebbe preparare) ma sono darwinianamente convinto che, se l’uomo vuole sopravvivere, deve adattarsi a questa nuova epoca, e sono altresì convinto che, siccome l’uomo è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni, come diceva Shakespeare, cioè siamo animali simbolici, un mutamento è possibile.

Ecco, nelle relazioni di differenza che ho in mente le donne guardano oltre, a un uomo che magari ancora non c’è. Del resto nemmeno uno figo come Darcy forse è mai esistito ma, per averlo concepito Jane Austen, esiste e lotta insieme a noi.

Ci sono fatti che portano a grandi conseguenze e quindi suscitano accesi dibattiti. Siamo in uno di quei momenti fortunati, ma l’impressione è che i media siano invece più interessati ad alimentare l’idea di una guerra tra donne, a suggerire schieramenti: chi sta col #metoo, chi invece aderisce all’appello delle 100 francesi. Posizioni distanti sono per noi segno di ricchezza se nel confronto si riesce ad approfondire cosa c’è in gioco e cosa può essere rilanciato senza cadere nella trappola delle divisioni fra femministe.

Abbiamo letto in questa chiave l’intervista ad Anna Bravo apparsa su Robinson il 14 gennaio scorso. Sono molte infatti le questioni che qui emergono.


Lo sguardo sul presente

L’intera vicenda partita dallo scandalo Weinstein viene interpretata da Anna Bravo, in accordo con l’appello francese, come “trionfo del radicalismo puritano”, a cui vengono contrapposte “le femministe americane dei primi anni Settanta che lottavano contro il modello perbenista e rispettabile”.

A noi sembra che le femministe di oggi, quelle del #metoo, non solo non sono puritane ma anzi sono politicamente molto in sintonia e in continuità con le femministe di allora. E hanno anche la stessa dirompenza. Hanno fatto un gesto di rottura efficace andando a svelare e a colpire l’intreccio tra sesso denaro e potere che è diventato sistema. E qui in Italia lo sappiamo bene con i venti anni di governo di Berlusconi. Negli ultimi decenni le donne sono entrate nella società a tutti i livelli, forse pensando che il mondo le stesse aspettando, perché non era più il mondo dell’oppressione femminile. Invece hanno cozzato contro quel pilastro che regge tutta l’architettura del potere maschile. La prevaricazione maschile riguarda ogni aspetto, pensiamo ad esempio all’ultimo libro di Rebecca Solnit, Gli uomini mi spiegano le cose, che mostra le prevaricazioni intellettuali che lei stessa ha dovuto fronteggiare. È un’intera cultura che ne è impregnata ed è un’intera cultura che va cambiata. Con intuito politico le donne del #metoo hanno trovato il modo di aprire una crepa nel sistema di potere maschile e nel fare questo hanno trovato l’aiuto e il sostegno delle femministe di allora. In America non c’è contrapposizione evidente tra le diverse generazioni di femministe.


La sfiducia nel cambiamento

La critica al #metoo è animata dalla sfiducia che in questo modo ci possa essere davvero cambiamento. Anna Bravo teme che tutto questo “non serva a niente”. “I patriarchi cadono, ma il patriarcato è più vivo che mai”.

Casomai è il contrario. Non viviamo più in epoca patriarcale. Possiamo dire che con il ’68, che è stata una rivolta contro i padri, è iniziato il processo di disgregazione delle strutture patriarcali della società. Ma non è finito il dominio maschile. Ha ragione Chiara Zamboni quando dice che “il patriarcato è morto, ma gli uomini sono sempre sulla scena, occupata a questo punto dai fratelli che hanno creato una società fortemente conflittuale a cui vogliono invitare le donne, sorelle, per fare da specchio ai conflitti tra loro”. Siamo in una situazione di passaggio, che è una condizione favorevole, e si è potuta aprire una crepa nel sistema: quello che si annuncia è un vero e proprio cambio di civiltà. E ha ragione Oprah Winfrey quando dice che “Quel tempo è scaduto” e siamo a “un nuovo inizio”. La posta in gioco è altissima: mira a ridiscutere il contratto sessuale sottostante al contratto sociale.


Paragoni indebiti

Quello che sta succedendo è visto con preoccupazione e viene paragonato da Anna Bravo ai “processi popolari” della rivoluzione culturale cinese. Sui giornali si è parlato anche di maccartismo, caccia alle streghe, purghe staliniane.

È vero, le reazioni sono dure: allontanamenti, dimissioni, sparizioni dal mondo del cinema. Ma quei paragoni sono del tutto indebiti. In questo caso non c’è un apparato statale, un partito, un uomo solo al comando che impartisce direttive. Non ci sono morti e deportazioni. Quello che sta avvenendo è un sommovimento nel corpo stesso della società che autoproduce trasformazioni situazione per situazione. E questo è uno degli aspetti più interessanti. Queste donne non si rivolgono alla magistratura. Parlano. La novità è che oggi vengono credute e la società risponde.

L’obiezione si innesta sul fatto che ci sono, e ci potranno essere ancora, eccessi e ingiustizie. Anche questo è vero. E allora cosa fare? Il caso di Margaret Atwood è molto interessante in proposito. Lei si è coinvolta di persona. Ha difeso un docente universitario secondo lei ingiustamente accusato di molestie. Ha fronteggiato pesanti critiche sul web e fa presente un’istanza importante: se le donne vogliono una giustizia giusta, questa deve valere per tutti. Il rischio di una deriva giustizialista si combatte entrando nella mischia di persona con la forza della verità di una parola autorevole, caso per caso, e non criminalizzando la portata di quello che sta succedendo.  


Vittimismo

Un’altra falsa contrapposizione è quella tra l’immagine della donna vittima, che sarebbe veicolata dal #metoo e l’immagine della donna soggetto che sarebbe invece da rivendicare per cambiare il sistema.

Ci sono voluti quaranta anni di femminismo, ma la soggettività femminile è stata messa al mondo, e questo grazie a donne come la stessa Anna Bravo. Anzi il femminismo ha fatto di più. Come mostra l’ultimo libro di Wanda Tommasi Ciò che non dipende da me, ha contribuito in modo decisivo alla formazione dell’immagine del soggetto contemporaneo, che presenta un volto più femminile che maschile.

Una donna che parla è una donna che prende in mano la sua vita. Dire la propria verità soggettiva esponendosi in pubblico – e oggi anche i social sono spazio pubblico – non solo è un atto di coraggio per ogni singola donna ma è anche la strada maestra per diventare soggetto. Un soggetto non è un’entità astratta. Esiste in quanto prende la parola. Parlare è già agire e se la parola è trasformativa, come in questo caso, rafforza ancora di più la soggettività della singola che si trova a fare un’esperienza condivisa con le altre.

Impersonare la figura della vittima è così estraneo alle giovani donne che anche il movimento Non una di meno – che nasce in Argentina precisamente contro la violenza sulle donne – nel suo Piano italiano su questo punto in particolare è nettissimo. Si dichiarano femministe e da questo posizionamento rifiutano “ogni discorso o retorica su un presunto ‘destino biologico’ fatto di fragilità, inferiorità – e quindi vittimità – delle donne” .

Con i movimenti del #metoo e di Non una di meno, ci vengono dall’America del nord e del sud due spinte differenti ma entrambe significative, destinate, crediamo, a potenziarsi l’una con l’altra.


Il politicamente corretto

Non sappiamo dove porterà tutto questo sommovimento ma sappiamo che il pericolo che “il politicamente corretto uccida la libertà” esiste.

È vero che il rapporto tra uomini e donne è delicatissimo e “troppo complicato per essere liquidato con il politicamente corretto”. Ma non lo si può imputare alle donne del #metoo che non si caratterizzano certo per la pretesa di nuove regole e nuove leggi. Anzi. Piuttosto questo pericolo viene dalle istituzioni del potere che potrebbero voler porre fine a questa libera ricontrattazione tra i sessi, inquietante proprio perché ingovernabile, fuori dalle regole e dagli schemi. Pensiamo anche noi che sarebbe una vera iattura che si aggiunge alla pesante regolamentazione che ha già investito ogni ambito del mondo del lavoro. Lo sarebbe soprattutto nell’educazione delle giovani generazioni.

Manca una cultura della sessualità e ha ragione Ida Dominijanni quando interpreta quello che sta capitando come una reazione alla miseria sessuale maschile del nostro tempo. Proprio rispondendo all’appello delle 100 francesi dice: “il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse può farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra.”

Contrastare il politicamente corretto è una ragione in più per esserci in prima persona e spendere la propria intelligenza per la libertà di tutte. È un buon momento.

Il movimento Non una di meno e quello di Me too sviluppano un processo di soggettivazione femminile contro la violenza maschile, cioè molte donne parlano e agiscono a partire dalla presa di coscienza della sua insopportabilità e dalla necessità e dal desiderio che essa non sia più accettabile. Mi pare positivo e lo dico in base a quello che mi è accaduto.

Dopo 5 anni di pratica di Storia Vivente nel 2010 riuscii finalmente a riconoscere e a scrivere 1 di una molestia subita a 16 anni, ben 45 anni prima, da parte di un medico di cui mia madre si fidava, e ne ho capito il nesso con la mia difficoltà di parola pubblica autentica, cioè legata davvero a ciò che sentivo.

Il bisogno di esprimersi è un bisogno umano e io parlavo anche in pubblico ma sempre in modo mimetico. Ad esempio, per dire di me usavo l’ironia così da potermi tirare indietro, dicevo quello che poteva far piacere a chi mi invitava, facendo fatica a rifiutare la mia disponibilità, usavo le citazioni, ero bravissima a riassumere il pensiero altrui. In qualche modo riuscivo ad esserci, senza la gioia che viene dal dire ciò che si sente.

Infatti per salvarmi avevo messo in dubbio ciò che avevo provato e provavo e cioè che nei miei confronti, nonostante i modi gentili, era stata usata una costrizione, la forza di chi ha potere. Che lo sapessi lo dimostra che non volli mai più andare a Verona da quel medico e che, ancora nel 2005, vedendo La bestia nel cuore, il film di Cristina Comencini, piansi a dirotto. Pensare che in fondo non si fosse trattata di molestia, che quel medico in un qualche senso volesse farmi del bene (rendermi più libera sessualmente), che forse fosse il suo modo di volermi bene, non era altro che sfuggire alla reificazione, la sensazione più vicina al morire. Simone Weil lo dice chiaramente: «La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno.» 2

Inoltre la molestia distrugge la fiducia nella propria madre, sicuramente se il molestatore è da lei conosciuto. Sia io, sia ad esempio Azar Nafisi 3, siamo riuscite a dirlo solo dopo la morte di nostra madre. La madre non ha saputo difenderci, non se ne è accorta. Lei, avendoci insegnato a parlare ci aveva garantito che le parole potevano aiutarci a esprimere ciò che ci capitava, ma in questo caso non abbiamo più parole per capire l’accaduto e quindi dirlo. Dall’esperienza della molestia non detta alla madre scaturisce la rottura della fiducia in lei e nella forza della parola. Infine, essendo state colpite perché dello stesso sesso di nostra madre è la grandezza dell’essere donna, che lei rappresentava per noi, a venir messa in crisi.

Paradossalmente per me fu più dannosa quella molestia che l’aggressione con un coltello subita quando avevo quarant’anni perché in quest’ultima riuscii a far mettere via l’arma, farmi derubare di poche lire e sporcare solo le gambe. Fu certamente un’esperienza angosciante ma ne parlai subito, ne scrissi, la denunciai alla polizia con poco esito, riuscii comunque a non essere ridotta del tutto a cosa.

Diversamente da #Quella volta che dove al centro viene posta la situazione, nel movimento Me too al centro vi è la donna che parla in relazione con altre per cui vi è un processo di soggettivazione che passa attraverso la scelta di cosa dire: anch’io riconosco la violenza, anch’io ne parlo pubblicamente, scelgo come parlarne e lo faccio grazie e con le altre. Non è unirsi in quanto vittime, ma in quanto donne che hanno la capacità dirompente di squarciare il silenzio.

Lo dico perché sono già sette anni che parlo quando ho qualcosa da dire, sentendomi radicata in me stessa.

  1. I grumi oscuri del disordine simbolico in “DWF. La pratica della storia vivente”, n.3 2012, pp.35-45 già pubblicato in catalano Els obscurs grumolls del desordre simbòlic in “Duoda” n.40 2011, pp.85-97 leggibile liberamente http://www.raco.cat/index.php/DUODA/article/view/241956/324547. Ne ho scritto in modo più articolato Lo spessore invisibile dei fatti, in La pratica della Storia Vivente, Atti dell’incontro del 26 settembre 2014, a cura dell’associazione Le Vicine di casa di Mestre, pp. 22-28 leggibile liberamente come primo intervento di Tavernini in Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, La pratica della storia vivente. Prologo per María-Milagros Rivera Garretas, Biblioteca Virtual Duoda http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2016.12.0010. ↩︎
  2. Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios, Trieste 2012, pp.39-40. ↩︎
  3. Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, trad. di Ombretta Giumelli, Adelphi, Milano 2008, cap.6 – Il sant’uomo, pp.69-77. ↩︎

Una mattina di oltre vent’anni fa fui svegliata da una notizia di cronaca alla radio che di recente mi è tornata in mente. Un commesso del Comune di Milano era stato denunciato ai superiori per molestie sessuali da ben sette dipendenti comunali: impiegate, funzionarie e persino una dirigente. La notizia era che ciascuna di loro, compresa la dirigente, era stata trasferita in seguito alla denuncia, mentre al commesso non era stata nemmeno comminata una sanzione disciplinare ed era rimasto indisturbato al suo posto.  

È di questi giorni invece la notizia che Bellomo(1) è stato destituito dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa e che per lui si prospetta l’espulsione dalla magistratura.

Se un tempo un semplice commesso poteva molestare impunemente persino una dirigente, e anzi ne pagava lei le conseguenze, oggi uno dei magistrati più potenti d’Italia (membro del Consiglio di Stato e dell’organo di autogoverno della magistratura amministrativa) si ritrova con la carriera distrutta per aver fatto la stessa cosa a delle semplici studentesse. Quanta strada abbiamo fatto!

Alcune ora osservano che #metoo sta creando soggettivazione femminile, sì, ma basata solo sul riconoscimento di un comune ruolo di vittime. Una preoccupazione giusta. Ma forse anche alla luce di quella lunga strada, non posso fare a meno di vederci molto di più. Vedo donne che non appaiono impotenti come di solito immaginiamo le vittime: non solo hanno tenuto duro e si sono districate da situazioni terribili, ma mostrano chiaramente di avere il senso della propria forza e di sapere cosa stanno facendo. Fanno giustizia e spostano l’opinione pubblica, e in questo riconosco il segno dell’autorità femminile.

(1)  La vicenda è nota: magistrato amministrativo, consigliere di Stato e direttore della scuola per aspiranti magistrati Diritto e Scienza, Francesco Bellomo aveva imposto alle allieve di firmare un contratto segreto con cui si impegnavano all’uso obbligatorio di minigonne (con misure esatte) e tacchi a spillo, a sottoporre al suo controllo la loro vita sentimentale e sessuale, a rompere con gli uomini da lui giudicati di Q.I. inadeguato. Prevedibilmente, a queste “regole” si sono aggiunti rapporti sessuali imposti, stalking anche a mezzo delle forze dell’ordine e pubblicazione sulla rivista della scuole Scienza e Diritto di fatti e confidenze personali di quelle che si ribellavano alle sue ingiunzioni. Al primo esposto presentato dal padre di una corsista vittima di stalking, si sono in seguito aggiunti e si vanno aggiungendo altri esposti da parte di altre studentesse.