Da Elle – Tre generazioni di donne animano un centro di cultura politica femminista attivo dal 1975

La Libreria delle donne di Milano compie 50 anni. E oggi, come nel 1975, continua ad essere un vivace centro di incontro e di cultura politica delle donne e per le donne che tiene insieme tre generazioni. Alle fondatrici si sono affiancate negli anni quelle che potrebbero essere le loro figlie e nipoti, accomunate dalla ricerca di uno spazio fisico in cui confrontarsi sul pensiero femminista della differenza, sulla libertà, il desiderio, le relazioni, il lavoro. Il cinquantesimo anniversario viene celebrato con un calendario di incontri e iniziative organizzate in libreria e in altri luoghi della città (www.libreriadelledonne.it). Con la prima libraia, Giordana Masotti, 78 anni, ripercorriamo questi primi 50 anni.

Giordana, ci racconti come è nata la Libreria delle donne?

È nata in un periodo in cui il femminismo era vivacissimo, c’era molto fermento. Si praticavano i gruppi di autocoscienza, ma per lo più nelle case private. C’erano relazioni con gruppi di donne straniere e, in occasione di un viaggio a Parigi, su invito del collettivo Psychanalyse et Politique, alcune di noi vennero in contatto con una libreria delle donne che aveva aperto in quel periodo e così nacque l’idea di fare lo stesso a Milano. Attorno a questo progetto si è creato un gruppetto di circa 15 donne che dopo diversi mesi ha costituito una cooperativa che è riuscita nel suo intento prendendo in affitto dal comune di Milano, con un bando per le attività sociali, un fondo che si trovava in via Dogana 2, accanto a piazza Duomo.

la libreria della donne di milano compie 50 anni

Come avete trovato i soldi per avviare l’attività?

Abbiamo fatto collette, organizzato raccolte fondi, e poi un gruppo di artiste, coordinato di Lea Vergine, ha messo a disposizione alcune opere la cui vendita è servita per autofinanziamento. Nel tempo il rapporto con il mondo dell’arte delle donne è stato sempre intenso.Pubblicità – Continua a leggere di seguito

Cosa ti ha spinto a fare questa esperienza?

Io all’epoca avevo già un lavoro come impiegata in una biblioteca privata, ma mi sono licenziata per lavorare in libreria a tempo pieno. Poteva essere un rischio, ma per me la libreria significava mettere insieme la passione, il lavoro, la politica, tanti pezzi di vita. Mi sembrava interessante. Lo trovo anche molto attuale: oggi le persone cercano sempre più nel lavoro motivi di realizzazione personale ed espressione creativa di sé. È la vita che deve invadere il lavoro, non viceversa. Quello che noi abbiamo elaborato sul lavoro assomiglia molto al fenomeno attuale delle “grandi dimissioni”, nel non voler sottostare ai ricatti.

Ci racconti come veniva gestita la libreria?

È sempre stato un lavoro comune. Insieme si sceglievano i titoli da vendere, gli eventi da organizzare, le presentazioni, i film da proiettare. Io ero l’unica a lavorarci a tempo pieno, ma attorno a me c’era, e c’è tutt’oggi, un giro di donne che a turni tengono aperta la libreria. Da subito si sono formati dei gruppi che hanno dato corpo a interessi specifici, per esempio, la scuola, il lavoro, il cinema, e altri.

Come venne accolta l’apertura di questa libreria un po’ atipica?

Molto bene, c’erano attenzione e interesse. Era un crogiolo creativo che si poneva in maniera diversa: noi non parlavamo di parità, ma di libertà, di stare in relazione, di partire dal desiderio e di cercare genealogie femminili, cioè andare a scoprire che cosa avevano detto le donne venute prima di noi.

La Libreria delle donne è anche una casa editrice. Cosa avete pubblicato?

Abbiamo scritto e stampato varie riviste, i Quaderni di via Dogana, che erano libri, fascicoli, un foglio che chiamavamo Sottosopra che non aveva una periodicità fissa, lo facevamo uscire quando avevamo qualcosa da dire. Abbiamo fatto anche il giornale satirico Aspirina. Volevamo esporci, volevamo un luogo aperto.

La tua generazione come ha passato il testimone alle donne che sono venute dopo?

Direi che il testimone se lo sono preso, se lo prendono, e questa è una cosa meravigliosa. Ci teniamo a dire che nella libreria ci sono tre età, perché questa è una storia che va avanti. Per me, quando ripenso al passato, provo un senso di gratitudine enorme perché so che abbiamo fatto cose che hanno lasciato un’impronta e che sono state possibili proprio perché non eravamo sole, ci siamo messe insieme per farle. Non è sempre facile fare le cose insieme, ci sono anche i conflitti, noi ci siamo riuscite.

Dunque, uno spazio transgenerazionale…

Ho visto nelle giovanissime il desiderio di appropriarsi delle origini di questa nostra vicenda, per vedere che cosa a loro torna, che cosa loro ci vogliono mettere, che risposte possono trovare. Loro dicono di aver bisogno di riconquistare spazi fisici di condivisione e ascolto. Andare via dai luoghi dove ci sono solo sterili dibattiti, come i social media. Vogliono ritrovare una pratica, la bellezza del venire lì e fare le cose insieme, ragionare, discutere insieme.Pubblicità – Continua a leggere di seguito

Gli uomini frequentano la libreria delle donne?

Sì, certo. Ci sono uomini che partecipano agli incontri. Abbiamo anche una sezione di libri di “amici delle donne”. Troviamo sempre più uomini, giovani e meno giovani, che si ribellano alla maschilità di tipo dominante. Noi abbiamo sempre detto che la capacità di gestire le differenze e il conflitto è l’unico modo per abbandonare la strada delle guerre. Abbiamo pubblicato un numero della rivista Via Dogana che si intitolava Disimparare la guerra, imparare a confliggere. Mettere in discussione la maschilità bellica è fondamentale.

In questi 50 anni, quali sono state le attività più significative proposte dalla Libreria delle donne?

Ne abbiamo fatte davvero tante… Di sicuro la Scuola di scrittura pensante di Luisa Muraro e altre è stata un fil rouge importante che metteva insieme il generare pensiero e generare parola, cioè la possibilità di affinare la scrittura connettendola alla capacità di elaborare pensiero, alla capacità cioè di pensare insieme. Altro che empowerment! Molto più di un corso di scrittura creativa! Ma ci tengo a ricordare anche l’Agorà lavoro: facevamo incontri ogni due mesi in una sala che ci metteva a disposizione il Comune, dove uomini e donne insieme discutevano su vari temi connessi al lavoro. E il rapporto con l’arte, come accennavo prima, è stato sempre coltivato. Nella libreria di via Calvi, dove siamo nel 2001, c’è sempre stata una vetrina dedicata all’arte.

Ho pensato di scrivere del pensiero della differenza sessuale perché in questo momento se ne parla in modo semplicistico e confuso.
Faccio riferimento al saggio iniziale del primo libro di Diotima, intitolato appunto Il pensiero della differenza sessuale.

Di differenza sessuale ne parlano abitualmente le persone, i giornali, le scienze umane come la sociologia, la psicologia, la filosofia e ora la medicina di genere. Il limite è che viene nominata come un fatto tra gli altri fatti: la differenza oggettiva tra le donne e gli uomini. In particolare nella filosofia tradizionale è stata data ad essa una interpretazione naturalistica, che nasconde una regolazione gerarchica dei sessi. In sociologia e in psicologia viene considerata come un oggetto di studio, che non tiene conto che quando se ne parla lo si fa da una posizione inevitabilmente soggettiva, quella che occupiamo.
L’intenzione del libro è stata quella di fare pensiero della contingenza di essere donna o uomo, cioè dare ad essa un significato che ci corrisponda, trasformando il linguaggio a partire da dove siamo.

Ed ecco il primo passo: si tratta di muoversi all’interno di un circolo, in cui è vitale l’immediatezza del sentirsi tra sé e sé, che ci àncora a noi stesse, ma per lo più rimane silenzioso e muto, ed è necessario il lavorìo all’interno del linguaggio, trasformandolo, per dare parola a questo sentire e sentirsi.
È ovvio che esistono già fuori di noi molte mediazioni linguistiche. Il simbolico dominante è ricco di diverse definizioni, descrizioni, che ci interpretano e tra queste possiamo trovare qualcosa che si avvicini a quel che sentiamo. Sono espressioni che certo dicono qualcosa che in parte corrisponde, ma sono una falsa esteriorità, tanto è vero che qualcosa in noi resiste, restando muto e silenzioso. C’è un’eccedenza del nostro essere che non trova dicibilità in tali espressioni. Eppure abbiamo bisogno di mediazioni linguistiche per esistere, per esserci in rapporto agli altri e a noi stesse.
Dunque la prima scommessa del pensiero della differenza sessuale è stata quella di trovare le parole fedeli al sentire, rifiutando le mediazioni alienanti. Una fedeltà a sé, che richiede un lavoro di parole creativo. Un percorso che non può concludersi, perché una espressione, che sentiamo fedele, è semplicemente un punto di avvistamento da rimettere ogni volta in gioco dato che il nostro divenire si dipana lungo tutta la vita.

Consideriamo ora il secondo passo. È stata posta al centro la differenza: significa mostrare che l’alterità è costitutiva dell’essere umano. Questo porta alla critica del concetto di identità di essere donna o uomo. Infatti dare espressione al differire è un percorso mai concluso perché il divenire del rapporto tra i sessi è qualcosa a cui partecipiamo storicamente e continuiamo a dargli un significato, che non si conclude in una identità. Per questo essere donna è un significante aperto, polemico, da guadagnare ogni volta, mai definitivo, a cui ognuna può contribuire.
Mi avvicino così ad un punto importante, sul quale però ho visto sorgere delle difficoltà. Lo dico così: è impossibile per l’essere umano conoscersi dall’esterno oggettivamente scindendosi in due, donna e uomo. In altre parole non possiamo guardarci da fuori, come se non fossimo dalla nascita posti sotto il registro di donna o uomo e come se questo non ci coinvolgesse. Tale coinvolgimento soggettivo è vero anche quando rifiutiamo questa collocazione, perché comunque, anche per rigettarla, occorre partire da dove siamo dalla nascita. È proprio questo essere in una posizione precisa che ci permette di andare altrove.

Dunque è impossibile guardare la nostra collocazione dall’esterno in modo neutro, come se fossimo al di sopra delle parti. Siamo infatti sempre incarnati. Anche chi arriva ad una posizione queer o ad una transessuale lo fa a partire da una incarnazione precisa, in questo caso rifiutandola. Aggiungerei che il binarismo, con cui si intende che la società è spartita oggettivamente in donne e uomini, è un fatto simbolico-culturale, che cancella il nostro stare soggettivo sfasato – ma anche creativo – rispetto ad ogni definizione e non sempre felice in tale spartizione. Piuttosto subiamo il binarismo come qualcosa che ci viene dall’esterno e rende oggettivo il pensiero della differenza, che è invece squilibrato dalla visione soggettiva. È una di quelle mediazioni che ci alienano, ma con cui dobbiamo fare i conti.

È per questo che nel libro di Diotima si parla del patire la differenza sessuale. Subire è diverso da patire. “Patire”: una parola ben scelta per dire che ne portiamo il peso in quanto “accettiamo che all’anima accada qualcosa che ha a che fare con il corpo”. Tuttavia – e questo è importante – dare significato a questo accadere non va da sé – non c’è un determinismo del corpo –, ma è affidato alle nostre parole e al nostro desiderio di trovarle.
E proprio perché siamo incarnate, quel che significhiamo della nostra esperienza non può essere simmetrico a ciò che dicono gli uomini della loro. Viene esclusa qualsiasi forma di rapporto dialettico.

Fin qui ho ripreso alcuni temi centrali de Il pensiero della differenza sessuale. Vorrei ora fare alcune osservazioni.

C’è una sintonia con le giovani generazioni di femministe per quanto riguarda il trovare le parole fedeli all’esperienza soggettiva, che altrimenti rimane muta, alienata dalle false mediazioni del simbolico dominante. Vi sono arrivate per lo più per altre strade, ma l’intenzione è la medesima. È ciò che ci accomuna.

Una distanziazione si nota perché generalmente non considerano il linguaggio come un operare infinito che durerà tutta la vita dato che è la differenza in movimento – il differire inquieto tra sé e sé, come tra sé e l’altro – ad essere la spinta per questa politica linguistica. Cosa che esclude ovviamente qualsiasi identità.
Anche che all’anima accada qualcosa che ha a che fare con il corpo e che sia il linguaggio a significarlo viene frainteso. Infatti il dibattito contemporaneo privilegia o il determinismo naturalistico del corpo biologico o la performatività assoluta del linguaggio. In questo modo si separano i due aspetti, ritornando a forme di biologismo o di costruzione solo linguistica della realtà.

Alcune amiche, con cui ho un legame politico e a cui ho detto avrei scritto questo testo, mi hanno chiesto di sottolineare che il pensiero della differenza è sostenuto da pratiche precise. Che le pratiche sono un elemento che lo caratterizza. È vero. È così. Non ci sarebbe questo pensiero se, ragionando assieme, non fossimo state sostenute dalla pratica del partire da sé e della relazione, che vengono dal movimento politico delle donne. Ma sono state inventate anche altre pratiche. Per fare un esempio, dare autorità alla donna che sta parlando, riprendendone il discorso e portandone a chiarezza il suo nucleo, anche se non sei d’accordo con la sua posizione e lo dici, fa sì che indirettamente il tuo discorso prenda a sua volta autorità, andando al proprio nucleo essenziale.

Le pratiche sono fondamentali: creano quel contesto di libertà radicata in azioni precise in cui può nascere un pensiero imprevisto e desiderante. E così potrei parlare della pratica di leggere il reale a cui si partecipa soggettivamente: la pratica del simbolico. La relazione con un’altra donna come mediazione principale rispetto alle mediazioni sociali prevalenti. E così via. La maggior parte delle pratiche che ci hanno guidato sono descritte nel libro di Diotima.
In realtà le pratiche tra donne formano un tessuto, una forma di vita. Senza questo tessuto il pensiero della differenza sessuale sarebbe soltanto un oggetto teorico tra tanti che si possono leggere, ascoltare, studiare. Niente di più.

Per ultimo affronto un tema ricorrente, spinoso, mai risolto. Che rapporto esiste tra questa politica tra donne, a cui negli ultimi decenni si sono avvicinati anche degli uomini, e la politica della rappresentanza, delle istituzioni, della formalizzazione gerarchica dei rapporti di potere? Già il termine rappresentanza rimanda a rappresentare nei partiti, nelle istituzioni, nel governo. Qualcuno o qualcuna rappresenta, cioè si pone al posto di qualcun altro. In un rapporto uno-molti, che vengono contati (i votanti). È una logica del tutto diversa da quella di un movimento che comunica, si trasforma per contatto, contiguità, orizzontalmente. Senza mai contarsi.

Così trovo paradossale che si confonda una logica con l’altra. Nel caso specifico il pensiero politico sperimentale della differenza, che coinvolge un’intera vita, e la rappresentanza politica. Certo le idee circolano liberamente e alcune donne altrettanto liberamente si spostano da una situazione all’altra. Va bene che sia così. L’importante è non mescolare i piani.

I 50 anni della Libreria delle donne di Milano stanno diventando un’occasione da non perdere per riprendere in mano la sua/nostra storia. I quattro numeri di quest’anno della rivista on-line Via Dogana 3 si propongono di accompagnarla, per ritesserla insieme a tutte quelle e quelli che c’erano. Oppure che non c’erano, ma che hanno interesse a riconsiderare oggi le scoperte che, allora, hanno messo in moto il pensiero e hanno avviato pratiche politiche significative.

Ci sono testi particolarmente efficaci da rileggere, storie e ricordi personali da condividere, domande da riformulare alla luce del presente.

Per primo viene il Catalogo giallo, Le madri di tutte noi.

Nell’incontro pubblico che ha avviato il numero, Lia Cigarini, Rosaria Guacci e Silvana Ferrari hanno ricordato il divertimento e la felicità che hanno caratterizzato quel lavoro politico. In effetti a rileggerlo oggi quello che più mi ha colpito è la postura delle autrici. Si sente il loro slancio e la loro determinazione a trovare, movimento che distinguono nettamente dall’inventare. Si sente che in ballo c’è qualcosa di essenziale per loro stesse e lo cercano nelle parole di altre, le loro scrittrici preferite: “Ci siamo date la parola, loro a noi, noi a loro” (p. 13). Si sente che le autrici si mettono in gioco con una spregiudicatezza sorprendente per cui tutto quello che capita tra di loro fa senso, serve a costruire pensiero: dai litigi, alle osservazioni buttate lì a fine serata, all’analisi profonda delle parole dei romanzi scelti e della vita delle scrittrici. Sul loro fare dicono: “Il riconoscimento totale di una scrittrice, del suo modo di scrivere e di vivere, è un modo di dire, su una scena più grandiosa, che si preferisce una donna anche nella vita. Un modo facile e un po’ primitivo per significare che si è spostato affetto e ricerca di riconoscimento verso una donna e quindi le donne. Chi sta scrivendo questo pezzo del Catalogo ritiene che un legame fatto così sia la cosa più produttiva per svincolarsi dal contesto sociale maschile e dalle sue regole, mentre il generico riferimento alle donne produce poco anche se sembra che possa bastare” (p. 57).

A rileggerlo oggi, il lavoro del Catalogo ci fa presente che mettersi in gioco con grande libertà è possibile e dà frutti. Proprio oggi che su di noi pesano come macigni interpretazioni sovradeterminate, che pretendono di dirci cosa pensare su tutto, questa postura, se adottata, sembra in grado di riaprire varchi di pensiero e di pratiche.

Leggere il Catalogo è come percorrere l’itinerario di scoperte insieme alle autrici. Ne scaturisce per la lettrice o il lettore quello che Silvia Niccolai nella sua introduzione ha nominato come piacere di visione:“Vedere grazie a lei che ti dice qualcosa”. In effetti i commenti ai testi sono così acuti nel loro pescare nel conscio della ragione e nell’inconscio del sentire, che danno voce a qualcosa di profondo per cui mancavano le parole.

Io non c’ero in quegli anni in Libreria, sono arrivata l’anno dopo l’uscita del Catalogo e subito mi hanno consigliato di leggerlo. Ricordo che avevo da poco finito Menzogna e sortilegio di Elsa Morante. Quel romanzo mi aveva totalmente affascinata, senza che ne capissi in verità il motivo. Non riuscivo a staccarmi da quelle pagine e la ragione del mio attaccamento l’ho trovata proprio nelle parole di commento trovate nel Catalogo giallo quando dicono: “Il luogo immenso e sontuoso che così si apre ha un fascino che ce lo fa riconoscere, è il luogo materno. Lì non valgono i criteri di misura dai quali risulta che in realtà siamo povere. Lì c’è abbondanza e non si misura niente a nessuno”. Chi ha scritto quel commento ha dato parola a un sentire profondo che anch’io provavo, senza che riuscissi a dirne qualcosa.

Il luogo materno è una scoperta di allora che vale immensamente anche oggi: “Ciò che viene prima di una donna è sua madre, altro nome non c’è” (p. 133). Così, con poche parole essenziali, si scrive in Non credere di avere dei diritti, il libro scritto dallo stesso gruppo della Libreria sul suo percorso politico. In esso un intero capitolo è dedicato al Catalogo giallo e quel commento su Menzogna e sortilegio che ho citato, viene visto come “la nuova ricchezza che le donne acquistano nei loro rapporti facendo riferimento a una figura femminile originaria” (p. 135).

Sono all’incontro della redazione aperta di Via Dogana 3 sul Catalogo Giallo. Ci sono già stati gli interventi introduttivi di Clara Jourdan, di Silvia Niccolai e di Angela Condello a cui sono seguiti i contributi di Lia Cigarini e Rosaria Guacci.

Ed è lì, sulle loro ultime riflessioni che improvvisamente mi sovviene un ricordo: immagini e sensazioni che mi riportano a momenti di molti anni fa, nel luogo delle riunioni, in cui prese vita l’idea di quello che sarebbe diventato “Il catalogo giallo”- Le Madri di tutte noi.

Sono sensazioni di grande felicità, di piacere dello stare lì, in quel posto (al contrario di molte altre volte), in quel sottoscala buio e pieno di fumo.  Sentivo di essere al posto giusto anche quando i discorsi di alcune si facevano contorti e difficili da seguire.

Il mio amore per le scrittrici, nato negli anni dell’adolescenza, trovava finalmente la sua ragione: potevo dare alla mia passione un senso e quel senso diventava politico.

Non solo si discuteva di Jane Austen, le sorelle Brontë, Elsa Morante e altre che mi erano meno familiari, ma tutto poteva essere detto con grande libertà, argomentato puntualmente e alla fine nuovamente rimesso in discussione. La nostra grande libertà dipendeva dall’aver disconosciuto il canone maschile della critica letteraria. Anche chi nel gruppo aveva seguito determinati indirizzi di studio, restandone influenzata, tentava di sbarazzarsene.

Stavamo percorrendo strade nuove e il piacere di scoprire e condividere le nostre passioni era grande. Lo percepivo pienamente dalle modalità in cui procedeva il discorso (a cui io, molto silenziosa, contribuivo poco, ma anche il silenzio può essere partecipato!).

Fuori dai canoni stereotipati maschili, in cui le nostre amate autrici trovavano, se andava bene, due righe di analisi e di commento nelle antologie, noi potevamo costruire le nostre interpretazioni, osare mettere in relazione le nostre esperienze con quelle delle protagoniste e con le loro storie di vita, ricostruire biografie, cercare analogie e capire pienamente la grandezza, l’originalità delle loro opere e la specificità della differenza nelle loro scritture.

In più riconoscere e affermare la loro grandezza ci rafforzava, il loro valore si riverberava su di noi: da loro prendevamo forza, diventavamo più sapienti, più critiche, più preparate.

Con l’autocoscienza avevamo messo in relazione le nostre vite di donne, con la lettura e lo studio delle scrittrici, a cui facevamo riferimento, cercavamo di costruire la nostra genealogia simbolica, un immaginario altro con al centro la nostra libertà.

Nota: nell’occasione della sua ristampa non ho riletto il Catalogo giallo temendo una tempesta di emozioni.

da fanpage.it – “La Libreria delle donne è un luogo pieno di storia e la bellezza è che chiunque arrivi può appropriarsene, trasformarla e rigenerarla”. Giordana Masotto ha raccontato a Fanpage.it la storia della prima Libreria delle donne d’Italia, aperta a Milano cinquant’anni fa, nel 1975.

“È un luogo complesso, pieno di storia, con tanta vita addosso”. Sono state queste le prime parole che Giordana Masotto, tra le fondatrici , ha usato per raccontare la storia della prima Libreria delle donne d’Italia, aperta a Milano in via Dogana 2, poco distante dal Duomo, cinquant’anni fa, nel 1975. Un luogo pieno di storia che, in breve tempo, è diventato anche uno dei punti di riferimento per il femminismo italiano degli anni Settanta e che, ancora oggi, rimane un dei luoghi più fervidi del dibattito politico e culturale milanese.

La Libreria e il femminismo degli anni Settanta

“Era l’inizio degli Settanta. Il femminismo in quegli anni esisteva ancora, e soprattutto, nel privato, nell’autocoscienza di piccoli gruppi. Ci si cominciava a riunire nelle case, nei salotti di quelli che avevano spazio per accogliere e si parlava”, ha raccontato Masotto a Fanpage.it. “Proprio nelle case dove le donne erano costrette, in quegli anni, è iniziata una rivoluzione. Perché in quei momenti, dal dialogo e dal confronto, si è capito di non essere sole. Nelle case, per la prima volta siamo diventate un noi e, insieme, siamo andate nelle strade. Abbiamo creato movimento”.

Un moto che si snodava in tutta Europa. “Siamo andate a un convegno in Normandia. C’erano donne arrivate da tutta Europa. Lì abbiamo incontrato il collettivo francese “Psychanalyse et Politique” che ci ha raccontato di aver creato una libreria a Parigi dedicata alle donne, o meglio, alla voce delle donne, di tutte coloro che non avevano mai avuto voce. Quando siamo tornate ci siam dette: Perché non lo facciamo anche noi?”, ha ricordato Masotto, mentre cammina per la Libreria. “Così, dopo mesi di discussioni e ragionamenti, a ottobre del 1975 ce l’abbiamo fatta: abbiamo aperto la prima Libreria delle donne d’Italia”.

L’apertura della Libreria in via Dogana, a Milano

La Libreria è stata aperta nelle vesti di circolo cooperativo: il circolo cooperativo delle donne Sibilla Aleramo. “Eravamo 15 socie. Io, nel 1975, avevo 28 anni. Ho deciso di licenziarmi per fare la libraia. Ero fissa in negozio, le altre facevano le turniste”, ha raccontato ancora Masotto. “Un gruppo di artiste, coordinate da Lea Vergine, si sono messe insieme e hanno creato una cartella di opere da mettere in vendita e raccogliere il capitale necessario all’apertura della libreria”.

Due cose erano imprescindibili. “La prima: essere un luogo aperto sulla strada. Volevamo superare il privato dei salotti, dei piccoli gruppi, per creare un luogo dove chiunque potesse entrare. Volevamo che il privato diventasse pubblico”, ha continuato a spigare la fondatrice. “La seconda, ovviamente, è stata la scelta di tenere soltanto libri di autrici, scritti da donne. Questo perché non esisteva, a quel tempo, una letteratura femminile. Nelle librerie le opere scritte da donne erano presenti in maniera assolutamente residuale, in piccole sezioni dedicate e nascoste. La volontà era quella di creare una genealogia, valorizzare questa letteratura, dargli spazio e quindi voce”.

La Libreria di Parigi è stata aperta in Rue des Saints-Pères, nella via dei santi padri. Quella di Milano, in via Dogana. “Forse questo qualcosa ha voluto pur dire. L’idea che la libertà femminile si inserisse tra quei nomi e quei concetti che ne aveva limitato l’espressione”, ha aggiunto Masotto. “I luoghi di nascita, a ripensarci, sono stati emblematici del nostro cambiamento, gentile e rivoluzionario”.

Per questo sul manifesto che accompagna l’apertura della Libreria nel 1975 si legge che l’intento, racchiuso in questi imprescindibili dettagli, era quello di “far incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte”. “È stato allora che abbiamo capito”, ha detto Masotto a Fanpage.it. “Stavamo facendo qualcosa di importante, in grado di portare cambiamento”.

Cinquant’anni di storia della Libreria

Dalla fondazione della Libreria delle donne sono oggi trascorsi cinquant’anni. “Sono successe tantissime cose. In parallelo all’apertura è nata un’attività editoriale, diverse attività di incontro che vanno avanti ancora oggi tutti i sabati, incontri con autrici ma anche di discussione politica. Una caratteristica della Libreria è stata infatti quella di elaborare riflessioni, pensieri, discussioni e di metterle per iscritto sui manifesti che abbiamo chiamato “Sottosopra”. Questo perché il rapporto tra politica e letteratura è sempre stato importantissimo. Questa libreria è veramente un presidio di cultura”, ha spiegato ancora Masotto con una nota di orgoglio nella voce. “Nel 1991 abbiamo anche creato la rivista via Dogana che nel 2014 è diventata online. Infine, nel 2001, ci siamo trasferite in via Pietro Calvi 29, vicino a Porta Vittoria, dove siamo ancora oggi”.

Ma esiste un libro che riesca a rappresentare l’essenza più profonda della Libreria delle donne? Un’opera in grado di racchiudere e restituire la sua complessità? La risposta è decisa, non c’è dubbio nella voce della fondatrice. “Si intitola “Non credere di avere dei diritti”. È un libro uscito nel 1987. Il titolo è una frase della filosofa francese Simone Weil. Il significato è che non si deve pensare che le cose possano essere soltanto come sta scritto, se ci si mette in movimento tutto può cambiare. Molte donne, dopo averlo letto, sono entrate a far parte del circolo della Libreria che non è nient’altro, alla fine, che questo”, ha concluso Masotto.

“Il pensare insieme, generare pensiero nella relazione e, facendolo, dare voce a tutte coloro che non ne hanno mai avuto la possibilità attraverso la valorizzazione della scrittura e del sapere delle donne. E la bellezza è che chiunque arrivi può appropriarsi di questa memoria, trasformarla e rigenerarla, per sempre”.

https://www.fanpage.it/milano/la-storia-della-libreria-delle-donne-a-milano-dal-1975-ha-dato-voce-a-tutte-coloro-che-non-lavevano-mai-avuta

La libreria femminista di via Pietro Calvi che «non disdegna qualche giallo»: «Ma la vera ricchezza di questo luogo sono le relazioni»

Mirella Maifreda tra gli scaffali di via Calvi (Ottico/ LaPresse)
Mirella Maifreda tra gli scaffali di via Calvi (Ottico/ LaPresse)

Vorrebbe appellarsi al Quinto Emendamento Mirella Maifreda, e non parlare di sé. Perché «la Libreria delle donne è un luogo anomalo, non di protagonismi ma di impegno e forze collettive». E allora si parte da lì, dalle caratteristiche che rendono la libreria femminista di via Pietro Calvi abbastanza unica. Lei attacca, «a tenerla aperta siamo in dieci, tutte volontarie, diverse per età, formazione, motivazioni». La vera differenza, però, è forse la forma cooperativa, «che implica scelte di gruppo e direzione sempre condivisa, perfino il catalogo è costruito insieme, libro dopo libro».

Lei si definisce semplice turnista, lo è da oltre dieci anni, per tre mattine la settimana. «Frequentavo la libreria dai tempi di via Dogana», dice, «avevo amiche dentro, sapevano che avevo del tempo libero, ho accettato la proposta». Maifreda è laureata in Scienze Politiche alla Statale, tesi in Sociologia, «sui primi fondi elargiti dalla Comunità Europea, in pratica ho studiato l’incapacità italiana di accedere ai finanziamenti o di utilizzarli in modo corretto». Dei lavori precedenti in società private accenna appena, la diverte di più far sapere che ha ricoperto il ruolo di presidente di una microcomunità montana in una valle del Piemonte, «sono piemontese da parte di madre, lombarda di padre, severità sabauda e calvinismo padano», e per evitare fraintendimenti precisa, «non mi hanno trasmesso rigidità ma schiettezza e valori forti».

Si ritorna ai libri. Lei parte alla carica, «affrontiamo il tema scottante senza inutili pudori», dice, «lelibrerie arrancano, o peggio chiudono, e lo abbiamo visto succedere anche a Milano, perché in Italia non si legge e i libri hanno costi esagerati. Ho ammirato la recente intervista di Loredana Lipperini a un collega inglese, il problema della gente che non ama più la lettura è serio, travolgente. Il resto, tutto il bla bla sui librai come facilitatori, come consiglieri, è pura retorica». La discussione si sposta sull’utenza della Libreria delle donne. «Non mancano i clienti di passaggio, ma in generale chi entra qui, ed è indifferente se uomo o donna, lo fa consapevolmente, per convinzione, militanza. E qui interveniamo noi». Ma come, e il discorso sulla retorica della figura del libraio? «È altro, non vengono a chiederci titoli ma conoscenza, siamo interpellate sulle nostre competenze». Dei clienti parla con affetto, «ci confrontiamo con un pubblico di lettori che definirei formati, in grado di affrontare un testo come I vagabondi di Olga Tokarczuk, scrittura estremamente lenta di cui si è persa l’abitudine. Oggi ai giovani piace moltissimo Sally Rooney perché parla con onestà di relazioni e tradimenti», continua, «io faccio notare che sono gli stessi temi di Anna Karenina di Tolstoj, ma vince sempre l’incedere rapido e il respiro contemporaneo». 

Con i ragazzi Maifreda si trova, «è legittimo avere visioni distinte, anche ideologie legate all’età. Io però controbatto, alimento lo scambio, è raro che da noi si acquisti e via, senza parlarsi. La ricchezza di questo luogo sono le relazioni». Ancora di libri. Lei rivela, «il numero delle donne che ci portano i loro manoscritti in lettura è oramai fuori controllo, la solidarietà femminile fraintesa che diventa obbligo, non credo accada in altre librerie». La libreria ha già, fra l’altro, impegni paralleli: le tesi, le richieste di bibliografie, i convegni, ed è autrice di pubblicazioni e della rivista online “Via Dogana”. Per tutto il 2025, inoltre, c’è il calendario di presentazioni, incontri e dibattiti – nella grande sala accanto al negozio e più avanti nel giardino – promossi per il cinquantesimo (a breve uscirà il primo di tre numeri speciali cartacei della rivista). «Siamo monopoliste degli originali di Rivolta femminile e dei testi di Carla Lonzi», ricorda Maifreda, «abbiamo un discreto assortimento di narrativa e saggistica, e siamo rifornite di poesia, oggi poco valorizzata. Siamo una realtà politica, non lo dimentichiamo mai, ma con una visione inclusiva, la nostra impresa di donne vive nella società. La prova? Non disdegniamo qualche buon giallo».

(Corriere della sera – Milano, 24 febbraio 2025)

(*) Mirella Maifreda è una delle dieci libraie volontarie della storica Libreria delle donne, aperta nel 1975 in via Dogana e poi trasferitasi in via Pietro Calvi 29 (libreriadelledonne.it). Laureata in Scienze politiche, è approdata nell’impresa femminista dieci anni fa, dopo essersi occupata di sociologia, aver lavorato in società private ed essere stata presidente di una comunità montana.

Per il cinquantesimo la libreria promuove dibattiti, incontri e presentazioni, e tre numeri speciali cartacei della rivista «Via Dogana».

Le madri di tutte noi è uno dei primi fascicoli editi dalla Libreria delle donne di Milano nel lontano 1982. Altrimenti detto Catalogo giallo, privilegia la scrittura letteraria con un approccio totalmente libero in cui le romanziere, le loro biografie, i personaggi e le lettrici con le loro vite «si scambiano le parti sempre alla ricerca della combinazione giusta». Rivolgersi alle scrittrici preferite, quali Jane Austen, Elsa Morante, Gertrude Stein, Virginia Woolf, Ivy Compton-Burnett e le sorelle Brontë, era sentito allora necessario per «significare quello che la cultura umana non sa della differenza di essere donna».

In occasione dei 50 anni della Libreria abbiamo ristampato il catalogo e ne proponiamo una rilettura, come una sorgente a cui tornare insieme per ciò che può dirci oggi. In particolare verranno messi in luce i fili di pensiero riguardanti la genealogia femminile, il rifiuto dell’identità e la ricerca di una parola che stia al nostro fianco.

Introducono la discussione Lia Cigarini, Clara Jourdan, Silvia Niccolai e Angela Condello.

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.
Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.
È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 2 marzo 2025 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.

Sabato 8 febbraio 2025 abbiamo ospitato alla Libreria delle donne Luciana Castellina, in una giornata che per lei è stata molto intensa visto che la mattina era a Roma al funerale laico di Aldo Tortorella, compagno di tante battaglie. A 95 anni, continua a portare con sé la passione e la voglia di discutere, raccontare, confrontarsi con un’energia meravigliosa.

Aldo Tortorella è stato una figura centrale nella storia della sinistra italiana, dirigente del PCI e intellettuale di primissimo piano. Ma, come ha scritto Luciana Castellina nel suo bel ricordo su “il manifesto”, per chi ha vissuto la politica come una scelta totalizzante, non era solo un compagno di partito: era parte di una comunità in cui la politica e la vita si intrecciavano completamente. “L’impegno politico non era a quei tempi un aspetto della propria vita, era la vita stessa.”

E in fondo, La scoperta del mondo, il libro presentato in Libreria nella sua nuova edizione, è proprio questo: il racconto di una generazione che ha vissuto la politica non come qualcosa di separato dalla vita, ma come una dimensione in cui tutto si mescolava, amicizie, passioni, amori, lotte.

Ci sono libri che raccontano il passato e libri che, pur narrando eventi di un’altra epoca, parlano direttamente al presente e al futuro. La scoperta del mondo di Luciana Castellina è uno di questi. Non è solo un’autobiografia, ma un invito, un racconto che attraversa generazioni, un ponte tra chi ha vissuto il Novecento e chi oggi si interroga su come cambiare il mondo.

Luciana Castellina, nella nota che accompagna questa nuova edizione, ci dice qualcosa di potente: i giovani di oggi non sono spoliticizzati, sono solo in cerca di uno sguardo più lungo, di una visione più ampia di quella che spesso la politica ufficiale offre loro. Castellina guarda avanti, osserva i giovani con curiosità e ottimismo, li riconosce come eredi di una voglia di cambiamento che non si è spenta. E allora questo libro diventa un ponte: tra chi ha vissuto anni di grandi trasformazioni e chi oggi cerca strumenti per affrontare il presente.

Il libro ripercorre i diari giovanili di Luciana Castellina, dal 25 luglio 1943, quando Luciana ha 14 anni e sente la notizia dell’arresto di Mussolini. In quel momento, inizia anche il suo percorso politico, lei che si affaccia al mondo in un contesto fascista e non vede una reale alternativa, il suo ambiente è antifascista e anticonformista ma non attivamente partecipe alla Resistenza e intorno a lei in molti sono presi dalla propria sopravvivenza personale, c’è paura, c’è la guerra. Lentamente, attraverso incontri, letture, esperienze, si apre una breccia oltre la propaganda e la paura. E Castellina descrive questo momento con una frase che colpisce “Finalmente, anziché occuparmi dell’onore perduto della patria, esprimo qualche preoccupazione per chi non può pagare l’olio a 2200 lire il fiasco e le uova a 22 l’una. Qualcuno mi ha detto che ci sarebbero stati persino assalti si forni nei quartieri popolari. E uno sciopero generale dei lavoratori dell’Atac, della Romana Gas, del Poligrafico. La ribellione – era ora! – cominciava a piacermi” (pag. 84).

Con la fine della guerra, l’orizzonte si allarga. C’è entusiasmo, c’è voglia di capire, di agire, di prendere parte alla costruzione di un mondo nuovo.
Ma avvicinarsi alla politica non è immediato. Luciana si sente inadeguata, ha una sete di sapere che non sa dove cominciare a colmare. È un sentimento che io ritrovo nei giovani di oggi, smarriti davanti alla complessità del mondo e privi di strumenti per decifrarlo. Inizia ad appassionarsi alla pittura, ma non in modo astratto: per lei, l’arte è uno strumento politico, un mezzo per leggere e raccontare la realtà. Confrontandosi con altri giovani pittori – quasi tutti comunisti – cresce anche la sua coscienza politica. Capisce che la politica è il contrario di guardarsi l’ombelico, è la scoperta dell’altro e del mondo: “È questa dimensione nuovamente collettiva che mi aiuta a uscire dall’autoreferenzialità, che mi fa persino ritrovare il senso di quella parola – patria – che prima scrivevo con la P maiuscola, poi avevo del tutto cancellata come inganno e retorica. La pietà che comincio a sentire per il mio prossimo più lontano dal mio ghetto sociale, per i senza privilegi, gli sfollati, i disoccupati, i reduci, i martiri, mi ridà una dimensione collettiva, solidale. E che a poco a poco mi apre alla curiosità della politica, che è, appunto, il contrario del proprio ombelico” (pag. 117).

Questi sono anni in cui la felicità e l’angoscia convivono. Da un lato, la sensazione esaltante di avere tutto il mondo davanti e volerlo scoprire, una sensazione di felicità che l’accompagna spesso, come scrive (pag. 121). Dall’altro, la paura di forze enormi e incontrollabili, come la bomba atomica (pag. 120).

Il vero punto di svolta arriva con un professore del liceo, Giuseppe Petronio, che le fa capire quello che non aveva mai compreso prima. Nel libro si trovano piccole perle di curiosità, umanità e intelligenza, disseminate tra le pagine. Per esempio, Luciana annota la fine della guerra il 26 aprile del 1945 e un paio di giorni dopo l’uscita del film di animazione Biancaneve (pagg. 98-99). Oppure nel 1947 registra i lavori dell’Assemblea Costituente, che tratta anche temi come il divorzio o i figli illegittimi, scoprendo che ciò che ha sempre considerato privato è in realtà profondamente politico (pag. 142). La sua vita cambia completamente. Viaggia, partecipa a un’esperienza di lavoro volontario in Jugoslavia, entra in contatto con coetanei da tutto il mondo. Scrive: “Dopo la lunga ghettizzazione del fascismo e della guerra, il mondo ci è letteralmente scoppiato in mano: variopinto, iperplurale, inaspettato” (pag. 177).
Entra nel PCI, dove scopre un rigore morale che non ha mai vissuto nella sua famiglia. Nel 1947, a Praga, capisce che il comunismo non è solo una scelta politica, ma la possibilità di un mondo alternativo. Praga diventerà anche il simbolo di un altro momento cruciale della sua vita: la rottura del 1968, la radiazione dal PCI, la nascita de il manifesto dopo l’invasione sovietica.

Fin dall’inizio, la sua idea di politica è chiara: non è la spartizione del potere, ma un impegno collettivo per il riscatto dell’umanità: “La politica sarebbe arrivata dopo, poco alla volta. Ma per noi, che venivamo dall’università, quella è una straordinaria lezione di politica. Oggi direi di ‘politica vera’, allora non avevo nemmeno idea che potesse essercene una diversa” (pag. 200). E ancora: “Figure umane straordinarie, che regalano ore e ore della loro giornata all’impegno collettivo, senza neppure porsi il problema di un risarcimento che non sia quello ideale del riscatto dell’umanità. Cariche elettive o nomine o prebende sono lontanissime dall’orizzonte. Per anni, credo di non aver incontrato deputati o consiglieri comunali o, se li ho incontrati, non li ho distinti dagli altri militanti” (pag. 201). E questo, oggi più che mai, resta un nodo fondamentale: come si può pensare la politica senza trasformarla in puro individualismo o in gestione di cariche e di potere?

Luciana Castellina, nella sua lunga vita di impegno politico e culturale, non ha mai smesso di interrogarsi sul presente e di dialogare con il futuro. Nel 2024 ha rilasciato un’intervista a un giovane studente del Liceo Manzoni di Milano, Giaime Nisivoccia, dove pone delle domande radicali: Vi piace il mondo così com’è? Vi sembra giusto? Se no, avete pensato a come cambiarlo? In fondo, sono le stesse che si poneva a 14 anni, quando iniziava a scoprire la realtà fuori dalla bolla del fascismo. In questa intervista pubblicata sul giornalino della scuola, Luciana Castellina dice che oggi come allora, molti giovani avvertono l’ingiustizia, il disagio di vivere in una società che non offre spazio e opportunità a tutti allo stesso modo. E aggiunge che il nemico più pericoloso non è solo l’ingiustizia, ma la rassegnazione. Proprio qui il suo libro diventa importante: perché racconta la scoperta della politica non come ideologia astratta, ma come qualcosa che riguarda la vita concreta, le relazioni, le scelte quotidiane. La politica come il contrario del ripiegamento su se stessi, come lo strumento per uscire dal proprio ombelico e scoprire il mondo.

Il passato serve se è capace di parlare al presente. Questo libro lo fa, e lo fa senza retorica, senza nostalgia. È un racconto di formazione che si apre al futuro, perché chi lo legge – giovane o meno giovane – possa farsi le domande giuste. E magari trovare le proprie risposte.

da Il Fatto Quotidiano, rubrica “Nordisti”

Un pezzo importante della città si appresta a festeggiare i suoi cinquant’anni

Era il 1975, esattamente cinquant’anni fa. Le femministe erano una presenza giustamente inquietante, dentro la già inquieta società italiana, ma anche dentro (o fuori) i gruppi della nuova sinistra. In quell’anno nacque a Milano, in via Dogana 2 a un soffio dal Duomo, la Libreria delle donne. Era la prima in Italia, fondata da un collettivo che si ispirava alla Librairie des Femmes di Parigi fondata da Antoinette Fouque, del gruppo Psychanalyse et Politique. Fin dall’inizio fu perfino più radicale, perché decise di proporre solo opere di donne: quelle degli uomini avevano già centinaia, migliaia di vetrine. In via Dogana crebbe un luogo del sapere femminile e del “femminismo della differenza sessuale”. Lì non si vendevano solo libri, ma si elaborava un sapere, si aprivano polemiche, si creavano conflitti. Si costruiva il pensiero originale del femminismo italiano che rivendicava il «radicamento della teoria nelle pratiche femministe». Erano libraie e autrici di libri, le fondatrici di Via Dogana, fondatrici di riviste – Sottosopra, Via Dogana, Aspirina – che elaboravano e lanciavano idee come bombe aliene sulla cultura italiana, anche di sinistra, in dialogo – vivace e spesso acceso – con il femminismo internazionale. La filosofa Luisa Muraro elaborava la figura della madre simbolica. Altre “sputavano su Hegel” (e un po’ anche su Freud) e dibattevano le posizioni di Carla Lonzi sulla donna clitoridea. Oggi alle fondatrici, le decane – Lia Cigarini, Giordana Masotto, Luisa Muraro, l’artista Bibi Tomasi, Pinuccia Barbieri e tante altre – si sono unite le nuove leve – fra le quali Giorgia Basch e Laura Colombo – che continuano un lavoro interminabile come l’analisi, come la storia. Gli inizi furono aiutati dalla donazione di opere di alcune artiste, presentazione curata dalla critica d’arte Lea Vergine. Ancora oggi alle pareti della nuova sede della Libreria, in via Calvi 29, sono esposte opere di Valentina Berardinone, Carla Accardi, Dadamaino, Mirella Bentivoglio. La libreria ha un archivio e una biblioteca di libri rari sul femminismo. Da qualche parte ha anche le vignette di Pat Carra.

Un pezzo di storia di Milano (e d’Italia) è passata da lì, dalla Libreria delle donne. Le battaglie per il divorzio e l’aborto, il nuovo diritto di famiglia, i gruppi di autocoscienza, l’emancipazione diventata liberazione, l’elaborazione di una sessualità non subordinata al maschile, di una politica delle donne fuori dai radar maschili. La Milano del 2025 è un altro pianeta rispetto a quella del 1975. Eppure le donne della Libreria sono ancora lì, in un luogo aperto e fisico dove incontrarsi, guardarsi, parlarsi, discutere, produrre idee, leggere libri, venderli, scriverli. E preparare la festa dei 50 anni, a ottobre, con un saporito programma di incontri e iniziative. Ora sugli scaffali ci sono libri anche di uomini, agli incontri arrivano donne di tre generazioni (e anche uomini), la gestione è affidata a un gruppo di volontarie che le gonnellone a fiori delle femministe anni Settanta le hanno viste solo nelle foto in bianco e nero e oggi discutono di patriarcato e femminicidio, antiche violenze e nuovo femminismo.

Dopo cinquant’anni la Libreria resta un luogo fisico, dei corpi, in un mondo virtuale e social. Passato e presente si intrecciano nel programma per i 50 anni, con incontri sulle “maestre” – Simone Weil, Lina Merlin e altre –, assemblee sulla “radicalità del lavoro”, letture sceniche che attraverso il teatro portano in vita figure femminili «capaci di lasciare un segno nella storia e un’eredità di pensiero e pratica per il presente», collaborazioni con le scuole (il liceo classico Manzoni). Il programma completo è sul sito della Libreria; i prossimi cinquant’anni sono nelle idee delle ragazze che sono arrivate a prendere il testimone dalle mani delle fondatrici.

da QUATTRO. Giornale di informazione e cultura della zona 4

Importante realtà e riconosciuta protagonista del femminismo italiano, la Libreria delle donne è centro culturale e luogo storico di incontri, iniziative sociali e artistiche.

Dal 2001 con sede in via Pietro Calvi 29, la Libreria è stata fondata nel 1975 in via Dogana 2 da un gruppo di donne considerando l’idea della Libraire des femmes di Parigi, di raccogliere e far circolare opere femminili del passato e del presente, scegliendo, diversamente dal progetto francese, di trattare soltanto opere di donne. Una decisione innovativa intesa a valorizzare l’importanza di conoscere ciò che le altre donne hanno pensato prima, creando una genealogia femminile. La Libreria, insieme ad alcune donne dell’Udi (Unione donne italiane), apre nel 1990 il Circolo della rosa di Milano, che è stato definito «il salotto più comodo del femminismo più scomodo» e che si trova nel grande spazio attualmente collegato alla libreria dedicato a incontri su politica, letteratura, arte e musica.

Autrice, editrice di libri e pubblicazioni fra cui le riviste Via Dogana e Aspirina, la Libreria delle donne possiede un archivio prezioso e un fondo di testi esauriti e introvabili.

La programmazione delle iniziative, proposte dalle socie, è sempre ideata con l’intento di promuovere la libera circolazione del sapere femminile e la pratica di relazione. Alla presentazione del calendario 2025 per i cinquant’anni, in occasione della conferenza stampa del 25 gennaio, è stato dichiarato: «questo traguardo è solo una tappa nel percorso e nella storia del femminismo, siamo convinte che il movimento delle donne, nato dalla libertà guadagnata con pochi mezzi e ben radicato nell’ascolto di sé in relazione con altre, sia imprescindibile per ripensare l’agire politico per tutte e tutti, Creatività e relazioni, al di là dei rapporti di potere, sono il cuore pulsante di una trasformazione possibile».

A illustrare il programma per la celebrazione, gli interventi significativi e le testimonianze di tre donne di diverse generazioni. Giordana Masotto, socia fondatrice e prima libraia, dichiara «È il momento di ripensare agli inizi, al fervore intenso degli anni Settanta, ai piccoli gruppi di autocoscienza che si trovavano nelle case: un parlarsi che è stata la prima rottura del privato. Tutto ciò che abbiamo realizzato è stato possibile perché fatto con altre, sono grata a tutte le donne con le quali abbiamo collaborato in questi cinquant’anni e alle nuove generazioni che raccolgono questa eredità e la rigenerano».

Laura Colombo, appartenente alla generazione successiva di femministe, ricorda: «sono arrivata alla Libreria verso la fine dello scorso millennio, tramite il Gruppo Lavoro e ho trovato una radicalità di pensieri, una risorsa incredibile per me che restituiva tanta libertà. Nel 2001 abbiamo aperto un’ulteriore vetrina della Libreria in rete ed è nato il sito, una scommessa riuscita. La Libreria è una storia che continua, ad esempio con i progetti con le scuole milanesi, in particolare con il Liceo classico Manzoni e le liceali sono in costante dialogo con noi».

«Pensare insieme ha completamente cambiato la mia prospettiva, il mio modo di vivere e lavorare – spiega Giorgia Basch, trentaduenne e fra le ultime unitesi alla Libreria. – È importante questo femminismo della differenza ed è importante parlarne di persona, io sono venuta qui nel 2020 perché sentivo il bisogno di partecipare dal vivo».

Fra le iniziative citiamo i quattro incontri con le editrici femministe (primo il 15 febbraio con Enciclopedia delle donne), le presentazioni dei numeri di Via Dogana Speciale 50 anni, il ciclo di letture sceniche, curate da Ombretta De Biase, che attraverso il teatro portano in vita alcune figure femminili (8 marzo Lina Merlin e 15 marzo Simone Weil), il ciclo di incontri mensili dedicati al dialogo fra scienza e arte, curati da Francesca Pasini e Cristina Rossi.

Questi contenuti, la storia e l’impegno profuso sono espressione di partecipazione e progresso.

da la Repubblica-Milano

In via Pietro Calvi, non si vendono solo libri: “È rimasto un luogo per incontrarsi e discutere. Le giovani vogliono ricreare pratiche femministe”. Tante iniziative per celebrare l’anniversario

Correvano gli anni ’70, le femministe erano ridenti, arrabbiate e per la prima volta rivendicative, gonne mini o lunghe e fiorate, alcune sugli zoccoli, altre a piedi nudi come Joan Baez. Nottate intere a discutere, e poi le battaglie, il divorzio, l’aborto e il nuovo diritto di famiglia, argomenti di mille e una manifestazione, dei gruppi di autocoscienza nei quali si parlava di sessualità e di ribaltamento dei ruoli imposti alle loro madri e nonne, in un movimento che faceva della ripresa di un sapere personale la risposta alla medicalizzazione del corpo e di tutti i suoi processi, dal parto alle mestruazioni. Questo era il clima in cui, esattamente 50 anni fa, nasceva in via Dogana 2 la prima Libreria delle donne in Italia, sul modello di una simile impresa a Parigi.

Fra le fondatrici c’erano Luisa Muraro, Lia Cigarini, l’artista Bibi Tomasi e Giordana Masotto, la prima libraia, ancora oggi orgogliosamente sulla breccia assieme alle nuove leve, fra le quali ci sono Giorgia Basch e Laura Colombo, web mater curatrice del sito sul quale è appena stato messo on line un folto programma di iniziative da qui a ottobre, quando ci sarà la festa celebrativa nella nuova sede in via Pietro Calvi 29.

«Volevamo un luogo sulla strada, aperto a tutte, un negozio, dove anche ci si potesse ritrovare, un luogo per coniugare l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte», spiega Giordana Masotto che, alla bella età di 78 anni, è ancora una delle anime di questa libreria, che oltre a vendere una sterminata messe di libri che riguardano le donne, possiede anche un fondo di testi esauriti e introvabili.

Ma la libreria è «una realtà politica composita e in movimento», come si legge sul sito, e sforna pubblicazioni in proprio e una rivista online – Via Dogana -, oltre a organizzare tutte le settimane riunioni e discussioni politiche, proiezioni di film, presentazioni di saggi e romanzi che diventano momenti di riflessione collettiva. «All’inizio pagavamo l’affitto in una sede che ci aveva dato il Comune e per partire facemmo un’asta con opere d’arte che ci vennero donate da varie artiste vicine al nostro collettivo, fra le quali c’era Lea Vergine. Vendevamo solo libri di donne, come gesto politico, ma nel corso degli anni ci si è ripensato. Tante cose si sono evolute», racconta ancora Giordana che, con Pinuccia Barbieri, è la memoria storica della Libreria, anche se a mandare avanti oggi il negozio e le iniziative è una folla di volontarie, alcune molto giovani, che negli anni ’70 non erano nemmeno nate.

Il pubblico e la clientela negli anni sono cambiati, così come la contaminazione col dibattito sul patriarcato che mobilita la folla delle nuove femministe e della rete “Non Una di Meno”, integrando i temi che vengono dalla vecchia guardia. «C’è interesse nelle più giovani per la riappropriazione dei nostri pensieri e gesti degli anni ’70 – rivela Masotto -, trasformando la memoria in qualcosa di più vivo. Siamo molto grate per le sensibilità nuove, le interlocuzioni col femminismo di oggi, in una fase di crisi radicale del modello patriarcale. Tanti i nodi ancora da affrontare. Quello delle violenze, soprattutto. Su questo le giovani hanno un’esigenza forte di confronto in presenza, perché nelle relazioni virtuali c’è una sensazione di inganno e di svuotamento, per cui si sta riscoprendo il bisogno di ricreare delle pratiche».

Tante le iniziative per i 50 anni, dalle conferenze su alcune “maestre di vita” (Simone Weil, Lina Merlin e altre), all’assemblea del 9 aprile sulla “Radicalità del lavoro” alla Cgil in corso di Porta Vittoria 43.

Da Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”

Il 15 ottobre 1975 a Milano, in via Dogana, nasceva la Libreria delle donne per iniziativa di femministe della differenza sessuale, spinte dal desiderio di farne “un centro di raccolta e di vendita di opere di donne” e “un laboratorio di pratica politica”, fondata sulle relazioni tra donne. Una storia lunga 50 anni, che ha fatto della Libreria un punto di riferimento per il femminismo italiano e internazionale. Intenso è il programma per festeggiare la ricorrenza lungo tutto l’anno con incontri, dibattiti, convegni in Libreria, in città e all’estero e una grande festa a ottobre. Programma presentato, sabato scorso, in conferenza stampa, a cui ho partecipato anch’io, da Giordana Masotto, una delle fondatrici, Laura Colombo, giovane arrivata alla fine dello scorso millennio, e Giorgia Basch, ventenne, arrivata per ultima. Tre donne, tre “punti di vista diversi” che, a partire da sé, hanno raccontato le “tre età della Libreria” e di come le iniziative programmate si accompagnino alla pratica politica di “rinnovare insieme la ricerca, capire chi siamo, ripercorrere il già passato per capire meglio, per reinventare, anche il nostro andare avanti”. Pensare agli inizi, come ha fatto Masotto, è pensare a Milano degli anni ’70, al “fervore intensissimo” che veniva dalla pratica dell’autocoscienza dei piccoli gruppi di sole donne che si ritrovavano nelle case per parlarsi, rompendo “il concetto di privato” e abbattendo “i muri delle case”.  Tante erano le relazioni con donne che “lavoravano, pensavano, si incontravano altrove” tra cui le femministe francesi di Politique et psychanalyse dal cui esempio le milanesi trassero l’idea di aprire la libreria con la differenza di scegliere di vendere libri scritti solo da donne. “Significare la scrittura delle donne voleva dire creare nuovi paradigmi, creare genealogie, che prima non esistevano. Selezionando, dando voce, corpo, spazio al pensiero, alla scrittura delle donne abbiamo fatto un gesto di rottura. Vendere libri solo di donne era una bomba nel mondo editoriale e della distribuzione”, mondo che poi è diventato preparatissimo nel proporre libri di donne, segno che “quando si fanno gesti forti e affermativi con autorevolezza il panorama cambia”. Aprire la Libreria era un evento eccitante e Masotto si è licenziata dal lavoro, è diventata la prima libraia a tempo pieno e altre, ieri come oggi, si sceglievano a turno in che orari potevano andare. “La Libreria, scrissero nel manifesto di apertura, è un negozio, si apre sulla strada, chiunque può entrarvi, è stata fatta per le donne da alcune donne (…). Abbiamo voluto fare incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte.” Guardare il passato e il presente in una donna come Masotto non può non suscitare gratitudine. Gratitudine per le donne con cui ha “fatto tutte le cose che individualmente non si possono fare”, gratitudine per le “nuove generazioni perché (…) quando guardano e hanno curiosità e interesse per quello che noi abbiamo fatto, lo rivivono, lo rimettono in corso col loro punto di vista, lo rigenerano”. L’arrivo di Laura Colombo, insieme ad altre, porta la rete, si crea il Sito della Libreria, “una scommessa riuscita”, torna la rivista Via Dogana, la terza, non più cartacea ma online. Le redazioni sono luoghi di pratica politica tra donne di generazioni diverse e tra donne e uomini. In quella di Via Dogana3 c’è Giorgia Baschirotto che arriva in Libreria spinta dal “bisogno di pensare insieme e capire cosa il femminismo potesse rappresentare” per la sua generazione e “come avrebbe potuto rivoluzionare” la loro “vita”. E così, la storia della Libreria continua, storia di donne, di pensiero e di pratiche politiche per donne e uomini. Un grazie e tanti Auguri.

da ND Noidonne

Un denso programma femminista di iniziative all’insegna della politica e della partecipazione

La Libreria delle donne di Milano festeggia i suoi primi cinquant’anni. Un traguardo importante celebrato con un denso programma di iniziative pensate guardando al futuro più che al passato perché “questa è solo una tappa nel percorso e nella storia del femminismo: siamo convinte che il movimento delle donne, nato dalla libertà guadagnata con pochi mezzi e ben radicato nell’ascolto di sé in relazione con altre, sia imprescindibile per ripensare l’agire politico per tutte e tutti”. Con queste parole è introdotto il programma dei numerosi appuntamenti in agenda per tutto il 2025, presentato in una affollata sala in Via Pietro Calvi 29, sede della Libreria, che è la fotografia di una realtà palpitante di vita e progettualità.

Da quando nella prima sede, aperta nel 1975 in Via Dogana 2, un gruppo di giovani femministe ha sentito il bisogno di uno spazio fisico in cui incontrarsi e riconoscersi, le continue attività hanno costruito solide relazioni e hanno permesso di condividere elaborazioni e riflessioni di filosofe come Lia Cigarini o Luisa Muraro, intellettuali che hanno fatto la storia del femminismo.

La Libreria delle donne, oltre a raccogliere e vendere volumi di autrici, conserva materiali d’archivio e cura alcune pubblicazioni tra cui Via Dogana, rivista stampata a lungo in versione cartacea (111 numeri) e dal 2015 Via Dogana 3, in versione on line. Tra le tante attività ordinarie ci sono: una rassegna stampa on line dal titolo Punto di Vista, proiezioni di film a cura dell’Associazione Lucrezia Marinelli e cicli di discussioni politiche di cui si occupa il Circolo della rosa.

Non tutti gli appuntamenti previsti per questo anniversario si svolgeranno nella Libreria, a sottolineare l’importanza attribuita alle relazioni e alla più ampia partecipazione. I vari appuntamenti spaziano dalle letture sceniche agli incontri con le case editrici femministe, dalla presentazione e discussione del primo numero cartaceo speciale di Via Dogana 50 anni alla redazione aperta del primo numero on line di Via Dogana 3, dai dialoghi con Luisa Muraro a incontri con l’Enciclopedia delle donne e con artiste contemporanee.

L’impostazione del programma riflette la decisa identità della Libreria, riconfermata nei decenni, che vuole essere “un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé e nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione. Ma in quello che siamo c’è qualcosa che non si può scrivere da nessuna parte, qualcosa che non è riducibile a ciò che si può esprimere in parole, perché bisogna esserci per viverlo”.

da Giulia Globalist

Il senso del tempo trascorso, mezzo secolo, e del trasloco della libreria dal centro al semicentro di Milano, ossia da via Dogana a via Calvi, sta anche nella postura del pubblico presente, domenica 25 gennaio 2025. Allora ci si riuniva accovacciandosi per terra, ieri si era tutte sulle sedie. Al di là del significato simbolico, la spiegazione sta soprattutto nell’età media (alta) delle partecipanti all’incontro/conferenza, affollatissimo, “Libreria delle donne di Milano 1975/2025”. Un po’ di ricordi e un bel catalogo di proposte per guardare avanti: un atteggiamento concreto, per così dire meneghino. Fra il pubblico anche le colleghe di altre case e librerie delle donne – svizzere italiane presenti, parigine da remoto – e qualche raro maschio. Con l’occasione l’accenno al programma dei prossimi mesi. Che, come ha sottolineato Giordana Masotto, sta nel segno della gratitudine alle nuove generazioni di donne che di quel progetto “se ne appropriano e lo rigenerano”. Ricordando che alla Libreria, appunto, si vendono (si presentano, si discutono…) soltanto libri di donne: “Volevamo far incontrare nello stesso luogo la capacità di partecipare di alcune col desiderio di tutte”. Milano come calamita: “Sono arrivata a fine Novecento – è il ricordo di Laura Colombo – da un gruppo in Brianza, Sottosopra Rosso, e subito ci siamo messe al lavoro per ampliare col sito, coi social, assieme a grafiche e a giovani, anche molto giovani come il gruppo delle liceali del Manzoni…”. E cita anche Daniela Santoro e Fosca Giovannelli; critiche ma operative, inclusive, insomma; questa la vera differenza, “rispetto ad altri movimenti politici che han bisogno di far fuori chi c’era prima…”.

La frase più ripetuta, in interventi di donne della prima e della seconda ora, di età diverse, ieri è stata “pensare assieme”. Si citano Lia Cigarini e Renata Sarfati. Non si dice “lavoro politico”, è lessico d’altra provenienza, ma di questo si tratta, per cui durante la settimana ciascheduna ha il suo impiego remunerato altrove, poi il sabato lo si passa qua a lavorare e pensare assieme. In un luogo fisico che è anche e opportunamente, come sottolinea Lia Cigarini, “aperto su strada”. Guardando al programma (vedi il link sopra) si va dal dialogo con le bambine – l’Accademia delle piccole filosofe – all’incontro con l’Enciclopedia delle donne a quello con le artiste (“Creare non è comunicare ma resistere”). Ci sono le opere, tre su 3 diverse “grandi” donne, di Ombretta De Biase. C’è la memoria interna, con i 111 numeri di “Via Dogana”, la rivista fondata da Luisa Muraro che è stata poi digitalizzata e quindi passata online dal marzo 2015 (veste digitale ridisegnata completamente nel 2024). C’è molta attenzione al lavoro, mica siamo per niente a Milano…: il 9 aprile si terrà in Cgil/Porta Vittoria un convegno su “Radicalità al lavoro” ossia su come guardare oltre e forzare i confini dia libertà. Con un’attenzione, di nicchia ma c’è, anche all’arte (come dimostra la vetrofania sulla vetrina d’ingresso)…

Oltre ai libri “soltanto” di donne, qui in via Calvi c’è anche un archivio (2500 titoli) di film a regia femminile. (Nota: il 12 aprile verrà presentato il Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma). E per sottolineare come il nucleo operativo e creativo della Libreria sia centrato sulle donne ma non discriminante si ricorda che nella redazione del sito della Libreria fanno parte “ben due uomini”. Il mercoledì si fa orario continuato, cosa pensata per permettere a chi lavora di approfittare dell’intervallo per fare un salto in libreria; la cosa bella è che nell’occasione arrivano tante giovani, molte dalla non lontana Statale alla ricerca di spunti o di testi per la loro tesi. E pure dei giovani perché, come ha sottolineato Lia Cigarini, “abbiamo portato molti uomini sulle nostre posizioni”. Pragmatica: “Altrimenti non si fa la rivoluzione”.

Molte le traduzioni in altre lingue, in tedesco in particolare, che ha saputo riconoscere la peculiarità del femminismo italiano di portare nel sociale le proprie pratiche attraverso il simbolico. Mentre prima, per capirci, si utilizzavano pratiche tradizionali, nate coi movimenti sindacali, a partire dalle grandi (“oceaniche”) manifestazioni di piazza. Come Usciamo dal Silenzio.

Concludendo, vanno segnalati sia l’approfondimento ad hoc della Libreria delle donne https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3/ sia l’ottimo lavoro sulla storia della Libreria girato da Sabina Fedeli con le colleghe di MemoMi ( https://memomi.it/libreria-delle-donne ). Libreria che subito, con meneghina efficienza, ha ora prodotto anche un libretto tratto dal parlato del film…

Noi che scriviamo siamo donne della Libreria delle donne di Milano e siamo stufe di vedere l’intero femminismo della differenza trascinato strumentalmente in polemiche e critiche, anche in modo sgangherato, secondo cui il nostro pensiero sarebbe di destra.

In questi giorni abbiamo letto nuove falsità o inesattezze sul nostro pensiero e abbiamo ricevuto di nuovo rimostranze in occasione della nomina di Marina Terragni a garante per l’infanzia da parte della maggioranza di destra, evento che non ha nessuna relazione con noi.

Il femminismo della differenza sessuale è stato elaborato in Italia principalmente dalla Libreria delle donne di Milano e dalla comunità filosofica Diotima di Verona. Marina Terragni non ha mai fatto parte né dell’una né dell’altra. Per quanto riguarda la Libreria, non è iscritta alla nostra cooperativa e non ha mai partecipato a riunioni interne. È sempre stata una “battitrice libera”, e non ha fatto riferimento solo al femminismo della differenza ma anche a quello della parità (vd. “Un gioco da ragazze. Come le donne rifaranno l’Italia”, Rizzoli 2012). Ha frequentato per anni ma saltuariamente i nostri incontri pubblici, forse già da quand’era a Radio Popolare, sicuramente quando ancora collaborava con il Manifesto e quando era attiva nel Pd. Ma né Radio Popolare, né il Manifesto né il Pd vengono accusati di avere un dna irrimediabilmente di destra perché Marina Terragni ha attraversato loro redazioni o organizzazioni.

Con lei ci siamo per anni confrontate, abbiamo talvolta polemizzato e talvolta collaborato, come nella creazione della Rete per l’Inviolabilità del corpo femminile, fondata grazie all’apporto di molte femministe di diverse provenienze tra cui alcune di noi, anche se poi molte (noi comprese) ne sono uscite proprio per divergenze con lei.

Il pensiero della differenza è a disposizione di tutte e di tutti e non si può controllare né limitare nella circolazione; invece le scelte politiche sono di esclusiva responsabilità di chi le compie. Rimettiamo le cose nella giusta prospettiva.

Redazione Via Dogana 3

da il manifesto – La violenza subita per oltre dieci anni da Gisèle Pelicot non è risarcibile né riparabile. Bisogna sgomberare il campo, che non è morale e neppure giudiziario, per evitare che si immagini una restituzione o, peggio, un apparato giustificatorio per chi l’ha stuprata, con la connivenza del marito che la drogava per offrirne il corpo privo di sensi a chiunque si prenotasse via internet. Una prassi talmente ben collaudata da ispirare uno dei 50 stupratori che ha pensato di drogare la propria di moglie offrendola pure a Dominique Pelicot.

La violenza subita da Gisèle Pelicot, che oggi ha 72 anni, e che con il marito ha condiviso gran parte della sua vita, oltre a tre figli e sette nipoti, non è quantificabile. Anche se fa una certa impressione la totale liceità in cui decine di uomini, che hanno ricevuto pene dai 3 ai 15 anni, si siano serviti al banchetto domestico organizzato da Dominique Pelicot, che dopo i 20 anni che gli sono stati attribuiti nella sentenza di ieri per stupri aggravati, ha detto un laconico «ne prendo atto». Da come si sono svolti i fatti e dalla loro reiterazione, sembra che nessuno abbia mai inteso di essere fermato, o di fermarsi. Era tutto piuttosto regolare e accettabile nel suo automatismo.

Dagli scenari di guerra alle case perbene, questo patto patriarcale tra maschi che si scambiano dei corpi di donne cui danno al massimo la dignità di rifiuti, di cose, indica una sottile ossessione per l’inanimato. Nella cultura dello stupro si parla raramente di questo aspetto, un istinto primigenio di soppressione che il caso di Mazan chiarisce forse meglio di altri: la normalizzazione della violenza originaria è infatti nei confronti di un soggetto doppiamente prevaricato, vessato sessualmente e in uno stato di incoscienza. A leggere gli stralci delle dichiarazioni rilasciate dagli uomini che hanno abusato di lei, alcuni dei quali hanno detto di non essersi accorti di averla stuprata, ci si domanda quanto abbia contato la possibilità di eccitarsi assaltando un corpo non consenziente cui si aggiungeva la privazione di coscienza.

La ragione per cui Gisèle Pelicot ha scelto che il processo si svolgesse pubblicamente è di acquistare finalmente una voce. Per dire Io esisto.

Ha preso parola con tutta la forza, dopo aver guardato i video girati dal marito durante i suoi ripetuti stupri. Avrebbe potuto non farlo, avrebbe potuto trattare la questione come un fatto privato. Eppure ha sentito, dallo sprofondo in cui certamente ha vissuto e vive ancora, di riferirsi a tante altre sue simili affinché non si sentano sole e, nel non sentirsi sole, sottraggano dall’isolamento anche lei: ridiventare donna a sé stessa ed essere rimessa al mondo da chi la ascolta e le crede. È un cambiamento di segno, che è la rabbia amorosa delle proprie simili e di nessun altro. È insufficiente ma è la scelta di un inizio, di un cammino. Che non è privato ma politico e collettivo.

Non c’è guarigione e non c’è neppure vergogna, si devono vergognare loro, ha ripetuto Gisèle Pelicot. Che in questi mesi, dopo aver scoperto che suo marito la considerava carne da macello, oltre a essere sopravvissuta – non era scontato – lo ha ascoltato in un’aula di tribunale, senza battere ciglio, mentre le chiedeva perdono. Ci auguriamo non succeda. Noi non lo faremo. Ma la vorremmo abbracciare.

Rielaborazione dell’introduzione all’incontro con Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, in Libreria sabato 30 novembre 2024.


Il libro Donna si nasce, di Adreana Cavarero e Olivia Guaraldo, recentemente pubblicato da Mondadori è un contributo importante al dibattito contemporaneo nel pensiero femminista. Offre molteplici livelli di lettura e, lasciandomi attraversare dai diversi temi posti, l’ho intrecciato con la mia esperienza di madre e femminista.

Parto dalla mia esperienza di madre di una figlia adolescente che, come tutte le giovani donne della sua età, si confronta con la complessità del proprio essere donna e con la ricerca del suo desiderio. La ricerca di sé, tipica dell’adolescenza, si colloca oggi in un contesto nuovo, segnato dall’avvento della libertà femminile, che ha scompaginato un ordine simbolico apparentemente immutabile, rimasto invariato per millenni. Le femministe hanno messo al mondo libertà, come ben evidenziano Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo in Donna si nasce, complicando ulteriormente le cose, ma soprattutto aprendo nuovi orizzonti.
Quando ero bambina sono stata cresciuta da una madre che, pur avendo l’età per essere femminista, non ha preso parte al movimento delle donne; ho sentito il retaggio di un’educazione che ancora attribuiva ruoli e regole rigidamente differenziati tra bambine e bambini. Per me bambina, queste norme diventavano più stringenti man mano che crescevo. Il desiderio di sfuggire a quel destino si configurava confusamente come desiderio di essere un maschio.
Crescendo ho incontrato il femminismo (ho cercato e trovato ciò di cui avevo bisogno) e ho scoperto la libertà femminile, che Luisa Muraro, in La sapienza di partire da sé, definisce come “la libertà di essere e agire in quanto donne, non secondo modelli maschili o neutri”. Questa libertà ha prodotto una trasformazione profonda nella relazione madre-figlia. Parlo a partire da me, riconoscendo tuttavia tratti comuni nelle relazioni madre figlia che vedo: il femminismo ha permesso alle figlie di vedere la madre come mediatrice di libertà, ovvero la madre è una figura dello scambio che non limita, ma media il rapporto della figlia con il mondo, come emerge nell’Ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. È quindi una figura che offre senso e significato all’esperienza, permettendo alla figlia di radicarsi nella propria identità femminile.
Questa trasformazione è qualcosa che vedo incarnata nella relazione con mia figlia: il passaggio da un rapporto gerarchico a uno di riconoscimento reciproco, in cui la madre è un punto di riferimento e una guida verso la libertà. Fin da piccola mia figlia ha vissuto la consapevolezza del suo essere nata di sesso femminile e ne vedeva il valore attraverso i miei occhi. Si è anche scontrata con un contesto sociale che, ancora oggi, nega e omette il femminile. Ricordo, ad esempio, le sue decise proteste quando frequentavamo quella che allora si chiamava “Libreria dei ragazzi”: il maschile sovraesteso le faceva patire un’esclusione che non riusciva a comprendere. Mi piace pensare che la voce di dissenso di tante bambine come lei abbia contribuito a trasformare quel nome in “La libreria delle ragazze e dei ragazzi”, come è ora. È una piccola storia che riflette un cambiamento più grande, quello di una libertà femminile che si radica nella genealogia femminile e si misura con il mondo.
Racconto un altro aneddoto. Durante gli anni delle medie, mia figlia e un gruppo di sue coetanee appassionate di lettura hanno creato un blog in cui narravano le loro esperienze di lettrici. Ricordo una discussione che ebbero in una riunione su Zoom, in pieno periodo pandemico. Una di loro propose di presentarsi sul blog con la frase: “Siamo ragazz* che amano i libri e scriviamo per ragazz* che amano i libri”. Mia figlia fece notare l’incongruenza della formula. La proposta era motivata dalla volontà di non escludere nessuno.
Col passare degli anni, queste ragazzine sono diventate giovani donne attente e impegnate, soprattutto nei movimenti contro la violenza sessista e per i diritti delle persone LGBTQI+. Gli asterischi, che inizialmente erano stati oggetto di discussione, sono riapparsi nel loro linguaggio. Ritengo che non si tratti di un semplice esercizio del politicamente corretto, ma dell’espressione di questioni profonde: da un lato, la ricerca personale e spesso mobile del desiderio sessuale, che in questa fase della vita può essere indefinito o fluttuante; dall’altro, un profondo e personale senso di giustizia che i movimenti per i diritti civili hanno intercettato, essendo capillarmente presenti sui social tanto frequentati dalle giovani generazioni.

Tuttavia, come sottolinea Adriana Cavarero in una recente intervista con Jennifer Guerra, le teorie queer sono spesso state assimilate in modo quasi ideologico attraverso slogan, senza un adeguato approfondimento. Quindi il senso di giustizia arriva all’esito paradossale del ritorno al neutro, alla neutralizzazione della differenza sessuale. Quel senso di giustizia rischia di tradursi in un’ingiustizia verso loro stesse, negando la differenza femminile. È una dinamica che il libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo affrontano i modo approfondito, essendo il ritorno al neutro non solo un dato linguistico, ma una questione simbolica e politica centrale.

Il libro Donne si nasce offre strumenti preziosi per posizionarsi nel disorientamento contemporaneo, rafforzando una posizione di apertura e ascolto senza rinunciare a ciò che considero fondamentale: il femminismo della differenza. Ed ecco la seconda prospettiva di lettura cui accennavo. Oggi, il femminismo della differenza è sotto un duplice attacco che ne mina la portata politica e simbolica.
Da un lato, i tradizionalisti neocattolici e la destra neofascista si appropriano del linguaggio della differenza per restaurare un ordine morale rigido e gerarchico. In questo utilizzo strumentale e reazionario, la differenza sessuale viene piegata a giustificare ruoli tradizionali per la donna ed eteronormatività, negando così la libertà femminile. Dall’altro lato, una gran parte dei movimenti LGBTQI+ critica il femminismo della differenza accusandolo di complicità con quel tradizionalismo, poiché considera l’esistenza dei due sessi una condizione fondamentale dell’umano, ed è interpretata da loro come una divisione binaria rigida.
Questa duplice pressione è frustrante. Il femminismo della differenza non è né una nostalgia di ruoli tradizionali né un’ideologia escludente: è una risorsa simbolica e incarnata che sta alla base della libertà di donne, uomini e altre soggettività. Non si limita a riconoscere la differenza sessuale, la assume come chiave interpretativa per ripensare le relazioni tra i sessi e costruire un ordine simbolico che offra alle donne senso, radicamento e libertà, una libertà sessuata, non neutrale, pienamente incarnata.
Il libro Donne si nasce ci offre un’importante riflessione su come riconoscere il valore della differenza senza cadere nelle semplificazioni del dibattito contemporaneo. Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo mostrano infatti con grande chiarezza come questa polarizzazione rappresenti una trappola ideologica. Il femminismo della differenza non ha mai difeso la “famiglia tradizionale”; al contrario, ha da sempre lavorato per sovvertire l’ordine patriarcale e costruire un nuovo ordine simbolico che riconosce la differenza sessuale come condizione di relazione e libertà, non di subordinazione.

Il libro si rivolge idealmente alle ragazze, accompagnandole con generosità attraverso la storia e i concetti del femminismo della differenza. Con un linguaggio chiaro e mai semplificatorio, offre strumenti per comprendere e interrogare il presente. Leggendolo, ragazze e ragazzi possono esplorare le molteplici fonti e approfondire i testi citati nei vari capitoli, proseguendo autonomamente il percorso di lettura e riflessione.
Ma Donne si nasce non si limita a parlare alle ragazze: è un testo prezioso anche per madri e padri che vogliono comprendere meglio il presente e trovare strumenti per dialogare con le figlie, imparando ad ascoltare e a pensare insieme a loro. È una lettura fondamentale per insegnanti e per chi è a contatto con i giovani, poiché aiuta a riflettere sulle sfide poste dal presente. È un libro destinato a tutte e tutti, per pensare al significato della differenza sessuale come dato storico, culturale e materiale, sfidando sia il determinismo biologico sia la dissoluzione nelle categorie identitarie. È uno strumento vivo, capace di orientare il pensiero e l’azione nel mondo complesso in cui ci troviamo a vivere.

Ci sono vari momenti della mia vita che hanno modellato profondamente il mio approccio con i soldi e attraverso i quali ho potuto osservare da vicino l’impatto che potevano avere non solo negli aspetti pratici dell’esistenza ma anche sulle relazioni, sulle scelte e sulla percezione di sé.

Nella mia famiglia i soldi non sono mai stati un argomento tabù. Al contrario, erano una presenza – o, a volte, un’assenza – costante nelle nostre vite. Fin da piccola ho capito che il denaro non era solo un mezzo, ma un simbolo, qualcosa che parlava del nostro passato e, allo stesso tempo, tracciava il percorso verso il futuro. Per i miei genitori, i soldi rappresentavano il segno di un’emancipazione tanto desiderata. Venivano da famiglie con un passato di povertà, dove ogni moneta aveva un peso specifico, dove i desideri si accantonavano per far spazio alle necessità. Quando mio padre avviò la sua azienda, il denaro non era più soltanto sopravvivenza: era la dimostrazione di “avercela fatta”. Era il mezzo per costruire una vita migliore, per darci opportunità che loro non avevano avuto, come quella di permettere ai figli di fare una vacanza-studio a Londra – anche solo per qualche settimana – per mostrarci un mondo più grande e ricco di possibilità.

Poi l’azienda fallì. Ricominciare da capo non fu solo una questione economica, ma anche emotiva. Era la frustrazione di vedere sfumare anni di sacrifici, la fatica di rimboccarsi di nuovo le maniche. Fu in quel periodo che iniziai a capire quanto fragile fosse il confine tra sicurezza e precarietà. Come scrive bene Annalisa Monfreda nel suo libro Quali soldi fanno la felicità?, l’emancipazione di un singolo promette sempre un’emancipazione collettiva: il successo personale si intreccia con il sogno di riscatto della famiglia, della comunità di provenienza. E proprio per questo quando tutto crolla il peso del fallimento diventa ancora più schiacciante. Non era solo un’azienda che chiudeva i battenti; era la promessa di un futuro migliore che sembrava improvvisamente sfuggire dalle mani. Quel momento instillò in me un profondo senso di responsabilità, spingendomi a muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Così, durante i weekend del liceo, iniziai a guadagnare i miei primi soldi. Il mio rapporto con il denaro nacque sotto il segno della necessità: non era un lusso, ma un mezzo indispensabile per contribuire e, in qualche modo, alleggerire il peso che sentivo gravare sulla mia famiglia.

Crescendo, ho imparato che i soldi non sono né buoni né cattivi: sono un elemento fluido, mutevole, che assume significato solo attraverso il valore che scegliamo di attribuirgli. E, soprattutto, ho capito che il loro peso non è inevitabile, che dal loro attaccamento si può fuggire, liberandosi dal potere che rischiano di esercitare su di noi.

Il mio secondo approccio con il denaro nacque dalla ricerca di indipendenza. Fu questo desiderio a spingermi a trasferirmi lontano da casa e a cercare un lavoro che mi permettesse di vivere in una città diversa. Quando iniziai a lavorare nel settore della cultura, però, mi scontrai con una realtà che non avevo previsto: essere sottopagata. Nonostante gli sforzi e le competenze che avevo acquisito, mi ritrovai spesso in situazioni in cui il valore del mio lavoro non veniva riconosciuto. Per passione e per necessità, mi ritrovai a fare fino a quattro o cinque lavori contemporaneamente. Era una realtà frustrante e svalutante, che mi portò a mettere in discussione non solo il mio percorso professionale, ma anche il mio valore personale. Essere sottopagata non era soltanto un problema economico; era una questione di dignità. Ogni stipendio che non rifletteva il mio impegno e le mie capacità mi faceva sentire intrappolata in una spirale di insoddisfazione e disillusione. Tuttavia, proprio da quella frustrazione nacque una consapevolezza importante: il valore che attribuisco a me stessa doveva diventare la base su cui costruire le mie scelte, e non quello che gli altri erano disposti a riconoscermi.

Dopo anni di lavori mal pagati, con compensi che a volte si aggiravano tra i cinque e i sei euro l’ora, decisi che non mi sarei voltata dall’altra parte e, seppur proseguire su quella strada costasse grande sacrificio e caparbietà, non avrei abbandonato il settore, anzi, avrei dato il mio contributo per migliorarlo. Lavorare nel mondo della cultura, mi resi conto presto, era ed è un privilegio per pochi. Non perché richieda meno competenze o dedizione, ma perché non tutti possono permettersi il lusso di lavorare gratuitamente. Eppure, nel settore aleggia sovente la narrazione tossica secondo la quale è normale prassi quella di “farsi le ossa”, accumulare anni di esperienza non retribuita, in nome della formazione, della passione per il bello, del sacrificio per una causa più alta. È una trappola sottile. Il fascino della cultura ti attira con promesse di crescita personale ma presto ti trovi intrappolato in un sistema che ti chiede di dare senza mai restituire. Le porte dell’arte, del teatro, dei musei sembrano aperte a tutti, ma in realtà, ancora troppo spesso, si spalancavano solo per chi ha spalle abbastanza larghe da resistere all’assenza di stipendi, contratti e tutele. È un mondo che ti respinge se non puoi permetterti di essere sfruttato. E, nel farlo, ti fa sentire come se la tua passione non bastasse, come se non fossi abbastanza. Ma la verità è un’altra: è il sistema a essere ingiusto, costruito su sacrifici che non tutti possono permettersi di fare. E così, il settore culturale diventa una torre d’avorio, costruita sulle disuguaglianze, sempre più lontana da chi vuole entrarci con il solo biglietto del talento e delle competenze. La cultura, che dovrebbe includere, ispirare, accogliere, diventa una macchina che esclude, sfrutta e scoraggia.

E anche qui risulta importante il tema dei soldi, un argomento spesso evitato durante i colloqui di lavoro, quasi fosse sconveniente parlarne. Ma ignorare il problema significa perpetuare il ricatto per cui se non si accettano le condizioni offerte, ci sarà sempre qualcun altro disposto a farlo per meno. Parlare di denaro, invece, significa rompere quel silenzio che rende i lavoratori ricattabili. Significa rivendicare il diritto a una retribuzione giusta, a una dignità professionale che non deve essere un privilegio, ma un fondamento.

Spinta da queste convinzioni nel 2022 contattai l’associazione Mi Riconosci?, e da quel momento iniziai il mio impegno politico contro i salari inadeguati, il sottoinquadramento e le ingiustizie subite da tanti lavoratori e lavoratrici del mio settore. È stata una svolta importante per la mia vita, che mi ha permesso di trasformare la mia rabbia e la mia esperienza in una lotta collettiva, per dare voce a chi, come me, voleva rivendicare il giusto valore del proprio lavoro. L’iniziativa di “Mi Riconosci?” nasce alla fine del 2015 dalla volontà di un gruppo di professionisti (o aspiranti tali) del mondo dei beni culturali (studenti e laureati, lavoratori e in cerca di occupazione) di cambiare la realtà lavorativa del settore. Situazione che si presenta complessa e articolata: professioni del tutto ignorate o riconosciute solo in teoria e in attesa di decreti attuativi o della fine di processi lunghi anni. Tutti, dagli storici dell’arte agli archivisti, fino ai diagnosti, abbiamo in comune gli stessi problemi: sviliti, sottovalutati, sottopagati, socialmente denigrati. Da qui l’idea di creare una campagna unitaria sull’accesso alle professioni dei Beni Culturali, sulla valorizzazione e riqualificazione dei titoli di studio del settore e l’impegno per raggiungere giuste retribuzioni.

Negli ultimi anni, complice un accumulo di una serie di esperienze insoddisfacenti, ho deciso di cambiare rotta e intraprendere la strada dell’attività da freelance. Non è stata una scelta facile: i rischi erano molti, le paure altrettanto. Ma quella decisione rappresentava per me un atto rivoluzionario di autonomia, un modo per affermare il controllo sul mio percorso professionale. Essere una lavoratrice autonoma mi ha permesso di stabilire un rapporto diverso con il denaro: non più un valore imposto da altri, ma un riflesso diretto del mio impegno, delle mie competenze e della mia capacità di negoziare il giusto compenso per il mio lavoro. La precarietà è ancora un’ombra costante, ma pur senza la sicurezza di uno stipendio fisso, mi ha permesso di capire che il denaro non doveva essere un fine, ma uno strumento: un mezzo per costruire la vita che desidero, piuttosto che una misura del mio valore personale.

Il mio rapporto con i soldi non è mai stato solo una questione di bilancio o numeri, ma anche di equilibrio tra ciò in cui credo e ciò che mi serve per vivere. Conciliare i miei valori etici con la necessità di guadagnare non è facile e spesso mi fa sentire scissa in due. Sensazione provocata dal sistema economico attuale che ci mette di fronte a scelte difficili, dove il bisogno di sicurezza economica sembra entrare in conflitto con ciò che riteniamo giusto o importante per noi stessi e per la società. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta se accettare un lavoro che non rispettava i miei principi fosse un compromesso necessario o una rinuncia a ciò che mi definisce. Altre volte, ho scelto di rifiutare proposte apparentemente vantaggiose perché sentivo che avrebbero tradito le mie convinzioni. Questo mi ha insegnato quanto sia sottile il confine tra pragmatismo e idealismo e quanto sia importante, anche nelle difficoltà, cercare di trovare soluzioni che non sacrifichino la nostra integrità.

Credo che la vera sfida sia proprio questa: non fuggire dalle regole del sistema, ma comprenderle e sfruttarle a nostro favore per costruire un futuro più etico e sostenibile. E quando riusciamo a farlo, scopriamo che è possibile trasformare il bisogno di guadagno in un mezzo per creare altri tipi di valore.

Nonostante le difficoltà, ho capito che è possibile utilizzare gli stessi strumenti del capitalismo per creare qualcosa di diverso, qualcosa che rispecchi i nostri ideali. Un esempio che mi ispira profondamente è il progetto dell’Associazione Poveglia per Tutti. Attraverso il crowdfunding, un mezzo di finanziamento collettivo, l’associazione è riuscita a mobilitare centinaia di persone con una visione comune per acquistare e proteggere l’isola di Poveglia, ovvero un bene comune. Così facendo, hanno impedito che fosse sfruttata a scopo commerciale, promuovendone invece un utilizzo pubblico e sostenibile. Questo dimostra che, anche in un sistema spesso percepito come ostile, esistono spazi per realizzare iniziative etiche, che mettano al centro il bene collettivo.

Un altro esempio significativo è l’esperienza del Collettivo di Fabbrica GKN e il loro progetto di azionariato popolare. In questo caso, lavoratori e comunità hanno scelto di unirsi per rilevare e gestire l’azienda in modo collettivo, dimostrando che esistono alternative concrete alla logica del profitto a tutti i costi. Iniziative come queste mostrano che, sebbene il sistema sembri immutabile, ci sono modi per piegarlo a favore di un cambiamento reale e condiviso.

Queste esperienze sono importanti da citare e ricordare perché si oppongono al monopolio di quelle narrazioni che celebrano storie straordinarie di sacrificio, fatte di sudore e rinunce, dove “volere è potere” diventa l’unico mantra accettabile. Quelle storie che esaltano l’eroismo quotidiano delle bidelle che fanno le pendolari da Napoli a Milano, come se l’ingiustizia intrinseca di un sistema che costringe a tali estremi fosse qualcosa da applaudire, anziché da mettere in discussione.

Per concludere, il mio rapporto con il denaro è ancora pieno di contraddizioni, come un nodo che non si scioglie del tutto ma che, in qualche modo, tiene insieme i fili della mia storia. Eppure, come afferma Derrida, «la coerenza nella contraddizione esprime la forza di un desiderio». Forse è proprio questo: il desiderio profondo di conciliare ciò che faccio con ciò in cui credo, di trovare un equilibrio tra la mia professione e la mia etica, di non sentirmi più costretta a scegliere tra guadagnarmi da vivere e restare fedele a me stessa.

Ma c’è un’altra consapevolezza che nel tempo ha preso forma: i soldi, spesso visti come simbolo di oppressione o compromesso, possono diventare anche uno strumento rivoluzionario. Non sono un fine in sé, ma un mezzo potente, capace di trasformarsi in leva per cambiare le regole del gioco. È possibile usare il denaro per costruire, per finanziare iniziative che rispecchiano un ideale collettivo. E quando penso a progetti come il crowdfunding per l’isola di Poveglia o l’azionariato popolare del Collettivo GKN, vedo un esempio concreto di come il denaro, se usato consapevolmente, possa diventare un’arma contro il sistema che lo vorrebbe dominio esclusivo.

Così, auspico di poter conciliare il mio lavoro con la mia etica, trasformando il denaro non in un vincolo, ma in un mezzo per costruire qualcosa di più grande. E, un giorno, sentirmi finalmente intera.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Sono soldi i soldi?, 1 dicembre 2024

Image by Belinda Cave from Pixabay

Ho fatto molta fatica in questi giorni a raccogliere le idee e sedermi a scrivere questa relazione introduttiva, forse perché ne sottovalutavo in qualche modo la portata emotiva. Proprio qualche minuto fa, prima che mi sedessi al computer a cercare di tendere questa matassa di pensieri con Luca – il mio compagno – abbiamo passato un quarto d’ora a discutere sulle spese, quelle fatte, quelle da fare e soprattutto quelle da non fare. Stiamo cercando di comprare una casa, da circa tre mesi. Così in quest’ultimo periodo sembra che ogni nostra conversazione vortichi lì, sul dente che duole.

E a un certo punto sono di nuovo bambina e non c’è più mio padre ma ci sono io, più o meno adulta, che faccio i suoi stessi discorsi, che condivido le sue stesse ansie e mi accorgo che quello che mi ero promessa di fare nella mia vita – ovvero cercare di non dare più peso di quello che è giusto (e su questo ritornerò) ai soldi – purtroppo è stata una battaglia persa in partenza.

A casa noi soldi non ne abbiamo mai avuti troppi, a volte troppo pochi, a volte il giusto per campare, a volte poco più del giusto da mettere da parte per qualche imprevisto che si sarebbe presentato a breve. E nella loro assenza erano allo stesso tempo la cosa più presente tra le nostre quattro mura. Per mio padre era necessario ricordare, a fronte di ogni spesa, che noi, no, quella spesa non avremmo potuto/dovuto farla. Io trovavo in qualche modo surreale vivere la mia vita in funzione del denaro, o ancora peggio in funzione della sua assenza, nonostante ciò ho sempre cercato di tirar su qualcosa, quanto meno per non sentir mio padre ciarmuniare (come si dice da noi). Inevitabilmente, seppur mi fossi sempre ripromessa il contrario, attualmente vivo il denaro con la stessa ansia di mio padre. Ma se è vero che in ognuno di noi ci sono due lupi, allora è vero che dentro di me vive anche mia madre. E per mia madre i soldi potevano mancare, ma sicuramente non mancava un piatto in più a tavola, un posto in più a dormire, una pizza offerta a un’amica, un pensierino preso per strada all’improvviso. Per mia madre i soldi, anche quei pochi, sono sempre stati un mezzo, per comunicare qualcosa, per raggiungere qualcuno, per aiutare qualcun altro.

Da brava figlia ho preso il peggio di entrambi: e quando offro il pranzo a un’amica poi passo le giornate seguenti in ansia a capire se riuscirò mai a riprendermi dalla spesa.

Per quanto io abbia sempre sperato di evitarlo, sono diventata adulta e i soldi sono diventati parte integrante anche della mia vita, non solo passivamente attraverso i miei genitori, e mi sono trovata ad avere nuovi nemici – come l’Irpef, che ancora non ho capito chi è e perché si tiene tutto il mio stipendio – e nuovi amici – i prodotti in offerta al supermercato perché sono in scadenza.

Mentirei dicendo che io e il mio compagno ci troviamo effettivamente in una situazione di difficoltà economica, anzi paradossalmente rientro tra quelle poche persone che, nonostante la cristallizzazione sociale, sembra essere riuscita a fare uno scarto rispetto alla sua condizione economica di partenza. Lavoriamo entrambi e non ci manca assolutamente nulla, d’altronde siamo anche riusciti a mettere da parte qualcosa per smettere di svenarci con un affitto. Forse però questo ci è costato un po’ più del previsto, o quanto meno mi è costato. Ho sempre sentito che più soldi sembrano essere uguali a più libertà, io piuttosto li vivo sempre di più come una schiavitù. Lavoro più di quaranta ore a settimana e guadagno lo stesso stipendio (se non di più) con cui mio padre campava una famiglia di cinque persone, eppure allo stesso tempo mi sembra di dover continuare a fare la spesa con la calcolatrice. Ogni sforzo che faccio mi sembra inutile, e questi mesi in cui stiamo cercando di comprare casa hanno cristallizzato in me questo pensiero. Non solo, per me il lavoro stesso è diventata una forma in qualche modo di isolamento: sono troppo stanca per uscire, per gli aperitivi, per le feste di compleanno, per i regali, per i matrimoni. È come se anche quelli rientrassero nel ciclo di sfruttamento in cui mi sento intrappolata. Così, preferisco togliermi qualche sfizio personale, più costoso, piuttosto che spendere trenta euro per passare una serata con un’amica. E a volte mi chiedo se sia solo una questione economica, la scelta di quanto ho io da investire e in cosa voglio investirlo, quando il lavoro è tanto e il tempo è poco. Quando neppure la gratificazione del bonifico in favore di sembra risollevarmi dal pensiero che la banca mi potrebbe rifiutare la richiesta di mutuo, l’unica cosa che sembra utile fare è fare qualcosa per se stessi. Fino a oggi non mi sono mai chiesta perché? da quando tutto quello che faccio deve essere una transazione in mio favore?, probabilmente perché non sono l’unica a farlo. È questa la nostra nuova normalità, la nostra nuova schiavitù – e anche chi come me ha sempre cercato e cerca ogni giorno attraverso la pratica politica di allontanarsi dall’individualismo ne viene risucchiata al prezzo di un nuovo telefono a discapito di un passaggio a casa a un amico in difficoltà. Ma sono solo i soldi?

La mia libertà, la mia ricerca di collaborazione, la mia voglia di investire tempo – e perché no, anche denaro – nelle relazioni è come se fosse inversamente proporzionale ai soldi che entrano a fine mese nel mio conto in banca. Quando facevamo fatica a fare la spesa, perché io non lavoravo o al massimo facevo qualche collaborazione in università e Luca guadagnava nemmeno duecento euro a settimana facendo il rider, sembrava tutto più semplice. Era più semplice spendersi per gli altri, era più semplice investire tutto se stesso in una cosa a prescindere dal tornaconto. Adesso invece mi trovo a fare dei pensieri che entrano in contraddizione con tutto quello che sono, o almeno che credo di essere: cosa farebbero gli altri per me? Cosa spenderebbero gli altri per me? E mi chiedo se tutto questo sia realmente io o se tutto questo sia il famoso giusto prezzo del denaro che mio padre mi ha sempre detto che avrei dovuto imparare.

La verità è che le relazioni hanno un prezzo, e non solo materiale. E ogni giorno facciamo i conti con quanto siamo disposti a spendere, quanto siamo disposti a spenderci soprattutto. E da un lato per me, a questo punto, il denaro è una forma di assoluzione, perché a volte è più semplice metterlo in mezzo come veicolo della nostra reticenza. È una risposta concreta a problemi metafisici, su cui non vogliamo soffermarci troppo; è uno scudo invalicabile, a proteggere il capitale umano che altrimenti ci troveremmo a investire. Questo perché le relazioni a volte ci mettono di fronte a delle scelte che non vogliamo prendere e delle domande che non vogliamo farci: quanto vale il mio tempo, quanto valgo io, quanto valgono le mie energie? Così le relazioni si trasformano in transazioni, l’ennesimo estratto conto della nostra giornata. Siamo stanchi, stufi e svalutati, da noi stessi, dal nostro lavoro, dalla società, dai nostri amici – che sono stanchi, stufi e svalutati come noi. Siamo individualisti perché siamo soli, ogni giorno, a capire qual è il peso giusto da dare a noi stessi in una società che ci rende sempre più simili al peso che ha il nostro stipendio ora che le Goleador non costano più dieci centesimi a pacchetto. Forse, però, dovrei imparare da mia madre, che non si è mai chiesta «a me cosa rientra?» nell’aggiungere cento grammi di pasta in più solo per vedere sorridere un’amica, certo è che alla fine dei conti, mentre scrivevo questa frase, una domanda mi assale: me lo posso realmente permettere?

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Sono soldi i soldi?, 1 dicembre 2024

«Bisogna che tutti ci decidiamo: sono soldi i soldi o non sono soldi?»
Questa provocazione di Gertrude Stein, che troviamo nella raccolta di scritti e interviste realizzati tra il 1935 e il 1946 durante e dopo un suo viaggio negli Stati Uniti, recentemente riedito dalla casa editrice Vanda Edizioni, è stata il punto di partenza per i lavori di domenica 1° dicembre, durante la redazione allargata di Via Dogana 31. Nel suo stile frammentato e denso di ironia, Stein tratta il denaro non solo come strumento di scambio, ma come simbolo che permea le strutture sociali, culturali e affettive.

E così, chiedersi come fa Gertrude Stein Sono soldi i soldi? significa aprire uno spazio di interrogazione ampio: come il denaro modella il nostro modo di stare insieme, di collaborare, di costruire comunità? Il discorso quindi non si limita a una questione di ricchezza o proprietà, ma si collega ai meccanismi che fanno funzionare la società e alla possibilità di convivenza. Detto in altri termini: il denaro non è mai un’entità neutra o isolata, ma un elemento che struttura il modo in cui lavoriamo e condividiamo spazi e risorse. Anche se non se non ne parliamo.

Questo numero di Via Dogana 3 dedicato ai soldi l’ho voluto fortemente io, che intrattengo con il denaro un rapporto ambivalente. Sono cresciuta in una famiglia con pochi soldi, dove il denaro era una presenza silenziosa: non se ne parlava mai, eppure si percepiva che c’era un limite da non oltrepassare. I miei genitori non facevano discorsi espliciti, e conducevamo una vita dignitosa anche con poco, non ci hanno mai fatto mancare l’essenziale. Per dare a noi figlie e figli la possibilità di studiare, hanno fatto sacrifici e ci hanno insegnato a fare altrettanto. Io, di riflesso, mi sono sempre arrangiata: ripetizioni, babysitting, lavori precari, tutto pur di non gravare sul bilancio familiare.
La mia infanzia si è svolta in una provincia prevalentemente operaia e contadina, dove questo stile di vita era condiviso dalla maggior parte delle persone intorno a me. Il denaro, in quel contesto, non era un segno distintivo ma un elemento necessario. Solo con l’ingresso al liceo ho cominciato a percepire il denaro come misura del valore, il discrimine che segnava differenze profonde. Erano gli anni Ottanta, la società italiana virava sempre più verso un modello individualista e performativo, in cui la ricchezza visibile diventava un parametro del valore delle persone e delle famiglie. Pativo una viva contraddizione: da un lato, la vergogna per le mie origini e per ciò che consideravo un “mancare” rispetto agli altri; dall’altro, una ribellione profonda verso ciò che mi sembrava un’ingiustizia sociale.
Non mi dilungo sulla mia storia, ma riconosco in questa storia un tratto comune a molte. L’educazione che ho ricevuto, il non parlare dei soldi, aveva il preciso scopo di insegnarmi una serie di dettami morali: i soldi sono legati al lavoro che si fa, ed è il lavoro che ti rende libera, non il denaro; i soldi non si sprecano, ma sempre si deve aiutare chi ha bisogno; dei soldi non si parla perché sono un mezzo, qualcosa che serve, ma che non ha valore in sé. Anzi, il denaro veniva dipinto come qualcosa di “basso”, quasi sporco, da tenere ai margini delle conversazioni e delle relazioni.
Questo silenzio ha avuto conseguenze. Ancora oggi non mi pongo problemi a dare denaro, a condividerlo, ma mi riesce enormemente difficile chiedere ciò che mi è dovuto. È un’attitudine che sappiamo essere tipica di molte donne, radicata in un’educazione che lega il valore personale al sacrificio. E così c’è dentro di me un misto di forza e limite: conosco e sono parti di me l’indipendenza e la solidarietà, ma il mio rapporto con il denaro è anche legato a una sorta di colpa non detta, a una resistenza implicita nell’affermare il mio diritto al giusto compenso.
Il silenzio sul denaro è il riflesso di una cultura che ha relegato le donne alla marginalità economica, privandole non solo di risorse, ma di un linguaggio per parlare del loro rapporto con il denaro.
Questa ambivalenza verso il denaro non è solo personale: è il riflesso di un ordine simbolico e parlarne, come facciamo in questo numero, è un primo passo per riprenderci il desiderio di esserci anche in questa dimensione della vita.

Durante la preparazione di questo numero con la redazione ristretta, è emersa con chiarezza una frattura generazionale che attraversa il rapporto con il denaro. Io sono in una sorta di terra di mezzo, e vedo chi mi precede e chi viene dopo di me in modo che probabilmente giudicherete cinico. Da una parte, le donne delle generazioni più grandi, che potrei definire utopiste; dall’altra, le generazioni più giovani, spesso caratterizzate da un individualismo nato dalla necessità.
Le utopiste, a cui appartengono molte donne che mi hanno preceduta, portano avanti una visione che affonda le radici nelle pratiche femministe delle origini, fatta di comunità solidali e reti di scambio che sopperiscono alle carenze del sistema economico e sociale. È una prospettiva affascinante, che ha contribuito a costruire un immaginario alternativo al capitalismo, ma che oggi, in un contesto di mercati globalizzati e individualismo esasperato, rischia di sembrare una favola fuori dal mondo. La solidarietà è senza dubbio un valore irrinunciabile, ma può bastare da sola a rispondere a un sistema che lascia sempre più persone ai margini?
Dall’altro lato, vedo le generazioni più giovani costrette a navigare in un panorama socioeconomico che non offre scampo. Sono le individualiste per necessità, che si arrabattano in un sistema che non garantisce sicurezza né prospettive a lungo termine. Sono cresciute con il principio che la libertà si gioca nell’autonomia individuale, ma questa autonomia spesso si traduce in un adattamento a condizioni di precarietà cronica. Perciò il consumo diventa un linguaggio ambiguo: da un lato, un modo per affermare la propria identità; dall’altro, una risposta edonistica a un senso di esclusione sistemica. Non posso permettermi una casa, allora mi compro uno smartphone da mille euro. È un comportamento che a uno sguardo superficiale potrebbe sembrare irrazionale, ma che, in realtà, risponde a una logica: se non posso costruire un futuro, almeno mi concedo un piacere immediato.
Qui non c’è in ballo solo una questione generazionale, ma si tratta del riflesso di un cambiamento epocale nel rapporto tra donne e denaro. Le donne più grandi, cresciute in un contesto che permetteva di immaginare alternative collettive, hanno costruito una critica radicale al capitalismo, mostrando i limiti del denaro come misura universale. Le più giovani, invece, vivono in un contesto in cui le possibilità di costruire alternative sembrano ridotte all’osso, e dove il denaro non è più solo un mezzo, ma una fonte di frustrazione e conflitto interiore.
La sfida non è negare l’importanza della solidarietà né condannare l’individualismo delle più giovani, ma riconoscere che entrambe nascono da un confronto reale con il sistema economico in cui viviamo. Il punto non è scegliere tra utopia e necessità, ma trovare un modo per intrecciare queste due dimensioni, costruendo spazi in cui il denaro torni a essere uno strumento al servizio delle relazioni e non il loro limite. Un femminismo che vuole vivere nel nostro tempo deve saper tenere insieme la critica al sistema con le pratiche che rispondono alle sue contraddizioni.
Niente moralismo o predica edificante, sia chiaro. Il fatto è che un conflitto obbliga ciascuna a confrontarsi con la propria esperienza e il proprio passato, se il conflitto è generazionale il dialogo tocca il nesso tra quello che siamo oggi e quello che eravamo allora. La relazione che anche oggi, qui, mettiamo in gioco riattiva in ciascuna di noi la giovinezza, e contemporaneamente pone un’alterità che evidenzia il cambiamento, personale e sociale insieme. È un modo, mi auguro, di affrontare un mondo in costante e rapido mutamento, dove le più giovani, nel loro modo di interpretare il cambiamento, diventano una mediazione per continuare a pensare.

Riporto un brano significativo dal saggio di Giannina Longobardi pubblicato nel libro collettaneo La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro: «Il pensiero e la pratica di relazione delle donne ci hanno permesso di non pensare la nostra libertà come subordinata all’accesso diretto al mercato, e di attribuire valore simbolico a scambi personali nei quali si gioca qualche cosa che non è denaro. Sono state delle donne che ci hanno insegnato a vedere la disparità nello scambio, la non equivalenza delle posizioni nella contrattazione e lo squilibrio che è insito nella maggior parte delle relazioni per noi vitali.
Inoltre, mentre pare presente nell’agire maschile la presunzione che tutto abbia un prezzo e sia dunque acquistabile, le donne sanno che ciò che è più prezioso non si vende, si gioca in scambi che non hanno nella moneta la loro misura. C’è nella differenza femminile una forma di resistenza dell’umano al capitale. Le relazioni familiari, come le relazioni d’amicizia, come quelle d’amore e come quelle politiche, si basano su una forma di scambio che la logica mercantile tende a negare e a distruggere. Pure queste relazioni non solo resistono, ma in esse sta quasi sempre la parte più importante della nostra vita. Sono le relazioni in cui ci giochiamo personalmente, in cui diamo noi stesse, e nelle quali le persone contano per noi per la loro unicità. In queste relazioni scambiamo parole, attenzione, affetti, emozioni, ed anche beni: come cose, assistenza, ospitalità»2. Questo passaggio restituisce con lucidità uno dei guadagni del femminismo delle origini: l’apertura della possibilità di andare oltre la logica mercantile, illuminando la disparità insita nei rapporti di scambio e riconoscendo il valore incommensurabile di ciò che è umano: parole, cura, affetti, beni condivisi in una dimensione che eccede la misura dei soldi. È un pensiero che ha aperto una strada fertile, percorsa da molte voci che ne hanno approfondito le implicazioni. Pensiamo ai lavori di Ina Praetorius, al convegno La vita alla radice dell’economia3, dove si sposta il focus dall’economia come produzione di profitto all’economia come cura della vita, che si radica nell’attenzione, nell’interdipendenza, nella capacità di rispondere ai bisogni reciproci senza tradurli necessariamente in transazioni equivalenti.
Queste riflessioni sono importanti anche oggi, in un’epoca in cui la logica capitalistica sembra voler assorbire ogni aspetto dell’esistenza. L’idea politica che ci siano relazioni resistenti al capitale, che non si possano ridurre a calcolo o a prezzo, è pensiero critico e insieme possibilità di lotta per il cambiamento.
E però. Nel 2009 Vita Cosentino scriveva: «Qui in Italia ci sono (ancora per quanto?) dei meccanismi di redistribuzione che funzionano e sono per tutti. Nel mio caso, nel giro di qualche ora ero ricoverata nell’ospedale di Borgo Trento, in un reparto all’avanguardia in Europa, sottoposta a cure tempestive che hanno limitato il danno, ben assistita giorno e notte. Non ho mai pagato un ticket o quant’altro»4. Fino a quindici anni fa il sistema sanitario pubblico italiano funzionava e c’erano dei meccanismi di redistribuzione che garantivano a tutti un accesso equo ai servizi essenziali. Dal 2010 al 2019, il SSN ha subito tagli cumulativi di circa 37 miliardi di euro, influenzando negativamente la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari. Durante la pandemia, l’aumento del finanziamento è stato assorbito dai costi della gestione Covid-195. Secondo il rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2022 la spesa sanitaria pubblica in Italia ha raggiunto i 129,2 miliardi di euro, con un incremento rispetto all’anno precedente (127 miliardi). Parallelamente, la spesa sanitaria privata, sostenuta direttamente dalle famiglie (la chiamano tecnicamente out-of-pocket), ha superato i 40 miliardi di euro, mettendo quindi in luce un crescente aumento della spesa privata, che indica una crescente dipendenza dalle risorse familiari per l’accesso alle cure6. Nel 2022, il 76,3% della spesa sanitaria totale in Italia è stata coperta dal settore pubblico, una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente. Il restante 23,7% è stato finanziato privatamente7.
Oltre ai tagli sistematici ai finanziamenti, la carenza di personale e un sovraccarico strutturale hanno reso i servizi sempre meno accessibili e sempre più inadeguati a rispondere alle necessità delle persone. Tutte abbiamo esperienza di liste d’attesa insostenibili al punto da spingere chi può a ricorrere al settore privato. Per chi non può, l’unica alternativa è rinunciare alle cure.
L’esempio emblematico della sanità mostra le diseguaglianze sempre più in crescita che producono un senso di insicurezza sociale. L’idea di una rete di protezione collettiva, che offriva stabilità e coesione, è stata sostituita da un individualismo che alimenta il disgregarsi del tessuto sociale. In assenza di fiducia, le persone si trovano sempre più sole nel fronteggiare rischi e difficoltà, in un contesto dove la solidarietà istituzionale sembra svanita.
Questa trasformazione non è solo una questione economica, ma profondamente politica perché riguarda la struttura del contratto sociale.

Oggi c’è un grande senso di solitudine nei ragazzi e nelle ragazze, ce l’hanno raccontato direttamente le amiche giovani della redazione ristretta, spiegandoci che è alimentato anche dall’iperconnessione digitale, in cui si perde il senso di appartenenza a un mondo condiviso. Il bisogno di relazione spesso si ferma al livello virtuale, che abbonda di community, che lancia tendenze, che spinge a condividere contenuti e mettere in scena diverse versione di sé stessi. Il paradosso: virtualmente connessi senza soluzione di continuità, molti restano irrelati, incapaci di costruire legami autentici; vicini virtualmente (tramite like, chat, condivisioni), distanti da un punto di vista relazionale. Vediamo anche il bisogno di trovare figure di riferimento, relazioni concrete, scambio, come appunto è successo a noi della redazione di Via Dogana 3.
Ma è in questo sistema disgregato, che tende a monetizzare sempre più aspetti della vita, che affiora quello che prima chiamavo effimero edonismo. Perché il denaro rischia di entrare anche in spazi che dovrebbero esserne liberi, come l’amicizia, l’amore o la solidarietà. Questo fenomeno non misura direttamente il valore delle relazioni, ma influenza come le relazioni si formano e si mantengono, e le nostre amiche più giovani ci potranno illuminare su questi aspetti.

Come abbiamo scritto nell’invito a questa giornata, la sfida è come guardare al denaro e alle regole che impone in modo libero e creativo.


  1. Gertrude Stein, Sono soldi i soldi? Scritti americani, trad. Rosella Bernascone, Vanda Edizioni, 2024 ↩︎
  2. “Sono soldi i soldi?” in AAVV, La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche Editrice, Milano 1997 ↩︎
  3. La vita alla radice dell’economia, a cura di Cosentino Vita, Longobardi Giannina, Libera Università dell’Incontro, 2008. La pubblicazione può essere acquistata alla Libreria delle donne di Milano ↩︎
  4. Tratto dall’intervento al Seminario di Diotima Alleanze e conflitti nel mondo comune di donne e uomini – Università di Verona – incontro del 20 novembre 2009: Giannina Longobardi e Vita Cosentino, “Nulla” è la forza che rinnova il mondo. ↩︎
  5. https://www.tpi.it/cronaca/crisi-sanita-ssn-al-capolinea-numeri-e-dati-202311041051184/ ↩︎
  6. https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=119152/ ↩︎
  7. https://www.milanofinanza.it/news/sanita-l-italia-sotto-la-media-ue-spendiamo-solo-il-6-7-del-pil-202407221545292229/ ↩︎

NOTA:
Nella preparazione di questo numero, ci siamo rese conto di quanto il tema dei soldi sia oggi centrale e affrontato da molte prospettive. Un contributo prezioso è il libro di Annalisa Monfreda Quali soldi fanno la felicità?, disponibile in Libreria, che esplora il rapporto tra denaro e felicità con uno sguardo attento alle donne. Annalisa Monfreda affronta temi fondamentali come il tabù del denaro, di cui anch’io scrivo nel mio intervento: il denaro è spesso evitato, considerato quasi immorale, e questo silenzio ha conseguenze profonde sulla vita personale e professionale delle donne. Il libro approfondisce inoltre come le esperienze familiari influenzino le scelte finanziarie e la percezione del proprio valore, toccando anche la disparità salariale di genere. Ancora, Annalisa Monfreda attraverso il suo podcast Rame raccoglie testimonianze sulle emozioni negative legate a guadagni, perdite e scelte economiche, evidenziando l’isolamento che queste situazioni possono creare. La sua proposta è chiara e urgente: parlare apertamente di denaro per ridurne il potere sulle nostre vite, promuovere una maggiore felicità e avviare un cambiamento profondo nel sistema economico.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Sono soldi i soldi?, 1 dicembre 2024