In questi giorni di vacanza siciliana a casa della cara amica Anna Tamburini molto abbiamo ricordato del passato e condiviso del presente. Per molte di noi, oggi quasi settantenni, per legittimarci al pensiero e a una parola che potesse essere pubblica e dunque politica, è sembrato inevitabile cercare un interlocutore maschile. Costruire pensiero con le ragazze di allora, era impedito dalla timidezza delle stesse ragazze che non si legittimano: “…non ci ho mai pensato… scusami… ecc.” Ai nostri occhi i maschiavevano la legittimazione a pensare: di uomini erano i libri di testo su cui studiavamo, loro erano i detentori del logos in qualsiasi disciplina. Per noi, che oscuramente temevamo il destino che ci sarebbe toccato in quanto donne, tutto ci portava a pensare di essere imprigionate in un ruolo pesante e limitante dal quale proprio per questo, pur con altri elevati, avremmo cercato-creato vie d’uscita.

Inizialmente, il pensiero femminile, con tutte le eccezioni del caso, poteva essere inteso come atto trasgressivo: io non ho il permesso di una serie di cose? Allora disobbedisco, io scelgo, io penso, io rischio il nuovo che le nostre madri mai avrebbero pensato prima! E volevamo anche agire, non solo pensare! Allora agirò e insieme alle altre cambierò il mondo. In quegli anni, in assenza di un codice linguistico già fatto, adatto a dire la nostra parola politica, si crearono linguaggi un po’ a imitazione di quello esistente, pur intuendo che noi stavamo trovando il nuovo.

Con l’autocoscienza è stata inventata la circolarità della parola e dell’esperienza delle donne che si riempie di pensiero femminile: la parola dell’amicizia, della chiacchiera che circolarmente diviene altro: è questo l’inizio della parola politica delle donne e si chiama autocoscienza, nobilitata, nella circolarità della parola esperienziale in cui il conscio e l’inconscio lavorano senza stabilire gerarchie: parola concreta, privata, carnale, profonda. Là e allora siamo riuscite a non abbandonare la circolarità della parola, pur utilizzando in parte i codici della parola-logos. La ricerca del nuovo, era inizialmente connessa al pensiero politico orientato all’azione, all’autodeterminazione, prendendo a prestito consapevolmente o no, anche le modalità maschili a volte del pensiero ermetico, del pensiero per pochi, come già detto, le uniche al tempo conosciute.

Con Anna condividiamo l’idea che fin dall’inizio le donne francesi, le americane, soprattutto, più di noi italiane scelsero un linguaggio semplice che idealmente doveva raggiungere tutte e favorire la comprensione di ciò che la parola dell’autocoscienza femminile aveva portato alla luce. Inizialmente e transitoriamente si tentò di rimanere unite, ma presto le forze liberate portarono in parte alle stesse modalità maschili: logo-pensiero, logo-competizione e dunque contrapposizione. Si formarono così tanti diversi gruppi che via via si connotarono con vistose differenze: alcuni gruppi più orientati a teorizzare, altri più all’azione e i linguaggi utilizzati divennero molto differenti tra loro. Le nostre esperienze, mie e di Anna, pur con qualche anno di differenza, in parte si sovrappongono: noi donne, in lotta con noi stesse per uscire dallo sguardo dell’uomo; noi, in cerca di essere noi. Io, soggetto pieno di me, individua in un corpo di donna: corpo che sa e che pensa. Ma il pensiero delle donne s’era dato il compito di cambiare il mondo! Eppure, anche noi, con la competizione, la frammentazione, diventammo un po’ uguali a loro: gli uomini. Allora, gerarchia anche tra le donne, lotte che a noi generavano lacerazioni, perdendo così la circolarità che aveva reso possibile l’invenzione che pure ci stava cambiando. Subentrò strisciante il modello gerarchico da sempre esistito: l’ha detto una di noi che è fonte autorevole? Allora è vero! Così perdemmo circolarità, perdemmo una parte di originalità e non era questo che volevamo.

Nel Medioevo le mistiche hanno fatto un’altra invenzione: loro hanno scelto il Cristo nudo, spoglio di ogni velleità maschia per potersi rispecchiare in lui e dire l’amore assoluto che sentivano dentro sé. Un’intuizione formidabile, interiorizzare il Cristo, Gesù, l’eccezione che arriva a tracciare lo spartiacque tra prima di lui e dopo di lui. L’uomo figlio di Dio che s’è spogliato degli aspetti predatori imperanti nel maschile fin dalla notte dei tempi e s’è fatto interlocutore anche delle donne: le peccatrici, le madri, le sorelle poi le mistiche, le sante, le teologhe.

Io e altre, abbiamo creato dentro di noi un ideale maschile che non esisteva, non proprio un Cristo, ma un maschile che potesse avere interesse per ciò che noi pensavamo e non si perdesse nei soliti pensieri misogini tradizionalmente squalificanti il femminile. Inizialmente un’invenzione, ma oggi di uomini in ascolto del nostro pensiero ne esistono, ancora troppo pochi rispetto al desiderio delle donne, ma ci sono e ce ne saranno sempre di più.

Con Anna ci domandiamo: l’elemento di profondità è solo psicoanalitico, oppure c’è altro che ci sappia portare giù nel profondo? Quasi tutte si fermano prima, ma bisogna andare oltre, oltre come Inanna che compie la discesa agli inferi. Moltissime di noi, come la regina della Terra, dei Mari e dei cieli, ciclicamente ci ammaliamo sulla soglia, ma chi va oltre? E da quanto siamo su quella soglia, quanto soffriamo consapevolmente o inconsapevolmente, bloccate lì? L’inconscia ricerca della rinascita appartiene potenzialmente a tutte, passaggio del femminile per realizzare in questo mondo il miraggio della nostra soggettività. Eppure, pare che tutto lavori perché ci si fermi prima. Sulla soglia appunto, dove si intravvede cosa potrebbe esserci oltre. Si vede tutto, tra i veli, tutto? No, ma si percepisce molto, eppure il sistema lavora affinché, donne e uomini ci si accontenti della superficie e si ignori la profondità.

Attualmente, il nemico non più incarnato in un uomo individuabile, è piuttosto un processo in atto al di fuori delle nostre capacità di leggere e interpretare una tale complessità, un algoritmo disincarnato, un’ombra o un raggio di luce, qualunque sia, sempre artificiale, via dalla carne, dai corpi che sanno tutto, via dell’essere mosso da intenzione umana. Piuttosto, imposizione d’altri, a noi mai noti che rimangono non identificabili, sempre più evanescenti, impalpabili eppure onnipresenti.

Cosa è mancato? Ci chiediamo: la circolarità delle origini? Io che penso in presenza, mentre al contempo sto nella circolarità fatta della parola di altre sull’esperienza personale e collettiva; è questo che ci è mancato? La circolarità è senza gerarchia: parola carne, esperienza vivente che non pretende di essere fondativa di una teoria, ma è come fosse seme: seme e poi foglie, fiori, poi altri semi, altri fiori, boccioli frutti e poi? Poi tutto cambia, dopo non può essere più come prima. È un’altra stagione. Circolarità è parola lievito, non metodo, ognuna ha le proprie strade, ognuna i propri ponti. Forse non abbiamo pensato al mare in cui rigagnoli e poi torrenti e poi fiumi avrebbero potuto tutti, sfociare nel medesimo mare.

Oggi la parola delle donne, dopo il #meetoo ha guadagnato forza e credito. È il momento di essere in campo insieme con tutta l’autorità faticosamente guadagnata in questi decenni. La politica dei diritti sta facendo acqua da tutte le parti, mi ricordo: come un monito suonava alle mie orecchie il non credere di avere diritti! Oggi, abbiamo la possibilità e il dovere di entrare unite con gli altri gruppi sulla scena pubblica. In Italia non è ancora scattato con tutta la sua forza il movimento che soprattutto le americane hanno messo in campo con una forza e una determinazione che dovrebbero fare scuola anche qui da noi.

A livello europeo la sinistra non è più riuscita a fare la critica al capitalismo, negli stessi anni le donne hanno inventato “primum vivere”, “il doppio sì”, come incisive parole d’ordine che hanno trasportato con sé il pensiero di alcuni gruppi di donne più sensibilizzate di altre su alcuni temi e non altri. Non basta stare nel nostro pensiero, occorre accogliere quello delle altre con atteggiamento di fiducia e desiderio di reale confronto e non solo quando al centro del confronto c’è il corpo, ma quando al centro c’è da ripensare la vita tra uomini e donne in un mondo, quello attuale, in cui dalla società liquida su cui non poco si è teorizzato, siamo passati alla retorica di una politica che non c’è più o peggio ancora sta andando all’incontrario rispetto alle mete che insieme alla società civile ci era parso di aver raggiunto.

L’introduzione di Lia Cigarini all’incontro dell’8 luglio Alla luce di un credito politico crescente ha fatto aperture importanti soprattutto su due questioni: quella di trovare nuove interlocutrici e quella di esporsi di più. A mio avviso può esserci un cambiamento in meglio se le due cose procedono insieme e al superamento di chiusure si intreccia un maggior coraggio nel farsi avanti.

Per tutto l’anno in corso, Via Dogana ha lavorato nella direzione di ampliare le interlocuzioni e proprio in questi giorni, in vista dell’incontro della redazione allargata, anche io, come Lia C., ho pensato alle femministe di NonUnaDiMeno per una faccenda che mi sta molto a cuore.

Nell’invito abbiamo scritto che nei successi internazionali delle donne quello che ha funzionato è stata un’interazione positiva tra politica soggettiva e mass-media. Invece qui in Italia sembra ci sia una certa difficoltà al riguardo. È una situazione da sbloccare. Ricordo che tempo fa, subito dopo il manifesto Dissenso comune delle lavoratrici dello spettacolo, c’era stata una lettera di oltre cento giornaliste dal titolo È ora di cambiare. Noi ci siamo. Era una presa di posizione forse un po’ generica, ma indicava una disponibilità a coinvolgersi in prima persona, a usare la loro parola per “stare accanto a tutte le donne in questa battaglia”. La cosa – che io sappia – non ha avuto molto seguito, invece io penso che il linguaggio e la narrazione della realtà siano le questioni fondamentali.

Lilli Rampello nel suo intervento ha indicato alcuni aspetti di una battaglia sul linguaggio. Sulla questione Via Dogana ha già cominciato a lavorare con la proposta di Parlare bene delle donne dopo secoli e secoli d’iniqua maldicenza (Muraro). Ma se continuiamo a dirci le cose tra di noi senza stabilire fattive interlocuzioni, non si va lontano.

Con il Metoo è diventato evidente per l’intera società che le donne entrano nei rapporti sociali gravate da ogni tipo di prevaricazioni maschili sul corpo e sulla mente. E questo a causa del contratto sessuale (Pateman), cioè quel patto fondativo tra uomini che è sottostante al contratto sociale e che sta saltando. Forse ora è il momento in cui le parole possono dire con chiara coscienza queste iniquità, attribuendole a chi ne è responsabile: il sesso maschile. Un esempio straordinario è quello di Rachel Moran che non usa più la parola “prostituta” e l’ha sostituita con “donna prostituita”. In questo passaggio linguistico c’è l’essenziale di quello che cerco di dire. Abbiamo bisogno di un’altra narrazione della realtà e questo chiede molto pensiero, scambi e interlocuzioni.

Come le giornaliste firmatarie della lettera, anche le femministe di NonUnaDiMeno sono delle possibili interlocutrici. In una delle sezioni più interessanti del loro piano, Libere di narrarci, affrontano il problema “con l’obiettivo che i media italiani non siano più espressione e veicolo di narrazioni tossiche e sessiste che riproducono una cultura di violenza diffusa”.

Seconda questione. Nella sua introduzione Lia C. a un certo punto afferma che una delle conseguenze del Metoo è che “l’inviolabilità del corpo femminile si sta affermando come principio di civiltà”. Io penso che si debba mantenere viva l’attenzione sull’inviolabilità e continuare a far lievitare nella società il taglio operato dal Metoo. Una delle questioni massimamente in ballo è la prostituzione. Luisa Muraro nella sua recensione al libro di Rachel Moran Stupro a pagamento, sostiene che “secoli di complicità tra uomini, di assoggettamento delle donne, di moralismo ingiusto, di cattiva letteratura e di assuefazione, hanno portato la società a non rendersi conto che la ferita inflitta all’umanità con la pratica della prostituzione, non è più accettabile. E non lo è mai stata”.

Ipotizza che, com’è accaduto per i ricatti sessuali sul posto di lavoro, “verrà il momento – ed è questo – in cui la non eliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata sulle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità”.

Su questo si prospetta una battaglia politica da non mancare. Ricordo che di recente è stata riproposta la riapertura delle case chiuse. Nel sito Luisa M. si è espressa più volte al riguardo, Luciana Tavernini ha organizzato incontri e c’è già una buona interlocuzione con il gruppo resistenza femminista che lavora a difesa della legge Merlin.

Ultima questione, sull’immigrazione. Non vuole contraddire l’ascolto delle obiezioni di Simplicius, ma affiancarsi. Con Laura Milani ci siamo dette spesso che si parla poco delle ragioni per cui dai barconi scendono troppe donne incinte. La verità è che sono tutte donne abusate, stuprate lungo tutto il loro terribile viaggio. Questa tragedia nella tragedia ci interpella. Non si parte da zero. Ricordo che tempo fa su questo in Libreria è stato proiettato il documentario Orizzonti mediterranei (di Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero, 2014) e che le amiche delle Città vicine non mancano mai di parlarne nei loro interventi. In tutto il mondo quando c’è guerra, quando c’è disordine aumenta a dismisura la violenza contro le donne. Io penso che la tragedia delle nostre sorelle migranti faccia parte del grande movimento antiviolenza che c’è in Italia, possa entrare nella sensibilità dei centri antiviolenza e degli innumerevoli gruppi che si occupano sui territori della violenza contro donne.

Nel 1994 Forza Italia andò al governo per la prima volta, il 25 aprile di quell’anno la manifestazione fu una grande protesta contro il nuovo presidente del consiglio e il lunedì successivo, 27 aprile, presi servizio per la prima volta nell’ente pubblico in cui lavoro. Io ero molto politicizzata, molto di sinistra, e molto scioccata che due italiane e italiani su tre lo avessero votato. Mentre mi facevano fare il giro di presentazione alle colleghe e ai colleghi mi domandavo ossessivamente: «Questa sarà una dei due su tre?», «Questo sarà uno dei due su tre?».

Per alcuni giorni mi sono sentita circondata dal “nemico” di destra. Poi non ne ho potuto più e ho deciso di spazzar via quell’idea dal mio cervello perché mi stava rendendo la vita impossibile. Mi impediva di fare conoscenza serenamente con le nuove colleghe e i nuovi colleghi, di farmi insegnare il lavoro, di collaborare con loro, ma non solo: mi avrebbe impedito anche di fare politica con loro. Una volta libera dall’ossessione, scoprii persone forse non abbastanza di sinistra per i miei standard super-selettivi, ma intelligenti, argute, dotate di spirito critico e di buon senso, con cui si poteva parlare e magari anche fare amicizia. Ho poi fatto anche politica sul mio posto di lavoro, dove sono stata delegata sindacale per quattordici anni.

Adesso che al governo c’è la Lega e un suo esponente è ministro dell’Interno, la sindrome da accerchiamento colpisce ancora. Come effetto si attacca chi ha votato a destra benché non fosse nel suo interesse, invece di cercare di capire perché l’ha fatto, e si ribadisce di essere di sinistra come un mantra per scongiurare una realtà in cui la sinistra non c’è più.

Fra noi alcune si sono chieste come contrapporsi alla trasformazione in atto. Non si può, perché la realtà politica a cui eravamo abituate non tornerà, ma anche se lo fosse perché dovremmo voler cristallizzare un mondo patriarcale e capitalista? Non si tratta di riavvolgere il nastro e tornare indietro, ma di cercare di realizzare la trasformazione che vogliamo noi, quella del #metoo, degli elettori irlandesi e dei parlamentari argentini che ascoltano la voce delle donne sull’aborto e di tutti i cambiamenti positivi che comunque le donne in questi anni stanno producendo. Sganciarsi dalla contrapposizione tra destra e sinistra significa vedere che entrambe condividono un patto basato sull’esclusione delle donne e sulla garanzia dell’accesso maschile ai loro corpi e sganciarsi dall’ossessione che rischia di impedirci di fare politica a partire da noi.

Ringrazio Marina Santini per la ricostruzione dei forti cambiamenti nel panorama internazionale dovuti al credito dato alla parola delle donne e Lia Cigarini per lo sforzo fatto nel cercare di individuare dove e come è necessario spostare in avanti il pensiero per aprirsi alla realtà che cambia e per l’invito a mettere in gioco certezze e interpretazioni che ci hanno accompagnato finora. Personalmente penso che là dove si tratta di sessualità e corpo delle donne (violenza, maternità, prostituzione…) il mutamento sia avvenuto davvero, su questo terreno elidere o eludere la parola femminile è nei fatti impossibile, perché su queste questioni l’esperienza femminile è comune indipendentemente da storie e geografie, posizioni politiche o culturali: ci possono essere differenze tra le donne, ma la parola autorevole esiste e ha finalmente incrociato anche il pensiero dominante.

Diversa a me sembra la situazione quando si tratta di parlare di come è cambiata la realtà e la realtà politica: qui il confronto anche tra noi è tutto da fare o quantomeno da fare meglio e più analiticamente; qui la parola pubblica femminile è molto esitante e anche quando autorevole manca di un forte sostegno collettivo, che potremmo intanto imparare ad offrire con maggiore attenzione e continuità (a proposito di quell’esporsi di cui ha parlato Lia). Ad esempio come far circolare con maggiore forza le parole della Colau o della Merkel, o di molte altre che ragionano dall’interno di situazioni politiche, istituzionali, nazionali e internazionali, alle quali una rete simbolica di approvazione femminile potrebbe fare da moltiplicatore di efficacia.

Nella realtà cambiata è affiorato qualcosa che non credo faciliti la proposta politica di donne, se non pensiamo di più e meglio, per due ragioni che propongo alla discussione. La prima è che il fallimento o crisi della forma partito e dei corpi intermedi (che sono stati sponda di interlocuzione del femminismo, nel bene e nel male) non ha semplicemente prodotto una società liquida, o l’immiserimento della politica mangiata dall’economia (cose entrambe vere), ma la messa in crisi radicale dell’idea di democrazia in Occidente. Su questo quale pensiero abbiamo? Non parlo dello Stato, delle sue leggi, in quanto tale e tali, che ritengo essenziali, ma parlo di qualcosa di ancora più radicale, parlo di quella comunità democratica che si regge su una convivenza civile e non feroce, di cui vedo ogni giorno impallidire il sembiante, e che è a rischio se non ha riflessi anche istituzionali. Qui un confronto vero tra noi non è ancora avvenuto, a partire dalla differenza nel credere o meno che non esista sinistra e destra, faccenda che andrebbe aggiornata e declinata in modo più appropriato, meno sloganistico (io ad esempio credo eccome che esistano politiche di destra e politiche di sinistra, e valori di sinistra – non vedo valori a destra, mio limite) soprattutto ora che la destra, e non solo in Italia, c’è e comanda (il patriarca quando ha questa faccia è revanscista, anche nel rapporto tra i sessi, meglio non dimenticarlo).

La seconda ragione per cui abbiamo bisogno di un pensiero sempre più fine è che quanto ha sostituito una realtà politica a noi nota non è un’altra realtà politica, ma una potente costruzione retorica, di straordinaria efficacia (e questo vale per entrambi i governanti di oggi): come si combatte sul piano del linguaggio (machista, viriloide, virulento, arcaico e patriarcale) e su quello del discorso (la quotidiana costruzione retorica di realtà inesistenti o manipolate per politiche che non si fanno ma si enunciano)? Qui la debolezza della parola femminile è a mio avviso concreta e bisogna pensare e studiare, perché abbiamo molto alle spalle da spendere ma qualcosa di nuovo e di ben diverso da capire.

Che questa riunione non sia un unicum, ma un inizio, questo può essere già l’avvio di un’iniziativa concreta e necessaria, per scomporre il problema avviato (come aprirsi a una realtà che cambia) e tentare una risposta che ci esponga autorevolmente ovunque possiamo e vogliamo.

Mi è stato dato un compito impossibile perché questo incontro ha come tema centrale la domanda: che cosa possiamo fare noi in Italia nella situazione che si è creata dopo le elezioni politiche? Io mi limiterò a sollevare dei problemi. Siamo tutte impegnate a interpretare la realtà che cambia. E sapere come aprirci ad essa. Faccio un’ulteriore premessa per me importante: sono disposta a perdere ogni coerenza teorica per restare coinvolta nella realtà che cambia.

Abbiamo sempre sottolineato la asimmetria dei due sessi, asimmetrica la loro storia e la loro politica rispetto alle nostre. Infatti, nella situazione attuale: da una parte ci sono le femministe e molte altre donne contente e coinvolte nella grande esplosione del #metoo partita dagli USA e sparsa nel mondo anche in paesi patriarcali; dall’altra, immiserimento della politica classica maschile. Per quello che riguarda quest’ultima, invito a non stare all’immediatezza dei problemi, come governo, Europa, Trump, ecc. perché su questi il pensiero critico maschile ha già detto tanto. Penso invece che sia utile cercare di andare al cuore dei fatti politici nei quali abbiamo già a portata di mano grandi intuizioni del femminismo.

Non starò a parlare in dettaglio del #metoo se non per alcuni punti che mi servono come premessa per quanto dirò poi.

I punti sono: 1. le donne hanno parlato e sono state credute; 2. ciò significa che l’autorità femminile è entrata in gioco e in circolo; 3. l’inviolabilità del corpo femminile si sta affermando come principio di civiltà; 4. oggi, non c’è solo, come già si manifestava, un credito nei confronti delle donne genericamente intese bensì un credito verso il femminismo; preparato da cinquant’anni di lavoro politico delle donne e manifestato in questi ultimi anni da tantissime dichiarazioni di donne che si sono qualificate come tali, femministe.

Aggiungo come fatto positivo che il governo italiano non ha messo le donne nel suo programma o più precisamente contratto. Per me è un passo avanti. E’ finita così la commedia delle quote. Infatti, attraverso donne in parlamento o al governo non c’è stato un tema, una proposta del femminismo che abbia inciso nella politica comunemente intesa.

Finite le premesse, osservo che la situazione politica attuale è difficilissima perché l’ordine simbolico-politico che ci domina procede oscillando: una parte tende alla destra securitaria, l’altra al neo-liberismo spregiudicato, cioè quello dei “progressisti”, sostenitori dei falsi diritti e del falso progresso.

E’ difficile perché la sinistra è sparita a causa che non è più riuscita a fare il suo mestiere, cioè criticare il capitalismo. Naturalmente la deriva della sinistra, o centro-sinistra che sia, è iniziata da tempo.

Ma noi, per dire le qui presenti, di fronte alla sconfitta della sinistra e alla crisi generale della politica dominata dall’economia, come reagiamo, che cosa diciamo, come ci facciamo avanti? Non si può continuare ad affidarsi alla logica dei partiti, che vuol dire prendere il potere con le elezioni e andare al governo o stare all’opposizione, oppure gingillarsi con dei commenti alle mosse degli uni e degli altri.

Sappiamo che la politica delle donne non è né di sinistra né di destra, perché tutte le donne sono in prima battuta interessate alla libera affermazione di sé, mentre in seconda battuta c’è la scelta elettorale o l’adesione ad un partito che sono comandate dalla collocazione sociale e culturale. Credo che sul punto siamo tutte d’accordo e abbiamo detto che la nostra politica è un altrimenti.

E’ ben vero, tuttavia, che le femministe degli anni Settanta venivano per lo più da quella parte (la sinistra). Anche recentemente ho sentito ragazze che esordivano dicendo: io mi riconosco nella sinistra.  Sappiamo poi che tante votano a sinistra, con adesione non superficiale a questa scelta. (Passate le elezioni, anche la passione è passata).

C’è da dire che fino a quando c’è stato il Partito comunista di Berlinguer e forse fino al cambiamento del nome, esistevano le commissioni femminili, l’UDI, ecc. E’ stata possibile un’interlocuzione vivace con le donne che vi appartenevano. Il Sottosopra verde Più Donne che uomini è stato diffuso e discusso dalle donne del PCI. Siamo state chiamate in molte città a presentarlo (e quelle donne hanno aperto un conflitto con gli uomini sulla base di quel documento). Di seguito c’è stata l’opzione per il pensiero della differenza da parte della Commissione femminile diretta da Livia Turco,  e infine la Carta delle donne,

Insomma, c’era una sponda perché c’era ancora una politica che stava in piedi e che ha esonerato molte dall’esporsi sulla scena pubblica. Sappiamo, infatti, quanto sia difficile per le donne esporsi, combattere nei luoghi di lavoro e della politica classica.  Ora, da anni sinistra zero, interlocuzione zero.

A questo punto, che cosa facciamo? Per esemplificare, ma non è solo un esempio, si affaccia la questione più urgente, quella dove, a mio parere, abbiamo più cose da dire per spostare il punto di vista dominante. Cioè quella dell’emigrazione. Per prima cosa, rispondo, si tratta di dire la verità cioè che il problema non sparirà, l’Africa continuerà a premere per trasferirsi in Europa.

Poi, non limitarsi a pronunciare la parola accoglienza che palesemente ha messo paura; ascoltare invece le obiezioni di Simplicius, cioè la tipica persona che votava a sinistra e ora vota Lega. Certo, lui ha paura di perdere i vantaggi ma i vantaggi se li è guadagnati con il suo lavoro e le sue lotte. Quindi, per prima cosa, bisogna non farlo sentire in colpa con il solo risultato che, se c’è paura, si aggiunge la rabbia. E, nella scena pubblica, non parlargli moralisticamente. Ma farlo parlare e ascoltarlo. Attraverso la pratica dell’autocoscienza e dell’inconscio sappiamo affrontare i sentimenti e le emozioni. La paura: chi ci sta dentro non sa che cosa sia possibile fare e come agire in modo diverso.

In sostanza, non per risolvere ma per riassumere il punto: in questi anni abbiamo fatto una politica per impedire il danno patriarcale e abbiamo vinto (anche se la violenza non sparirà mai del tutto). Con il #metoo è stata raggiunta una svolta epocale, vorrei altre svolte epocali nel lavoro e nella politica.

D’altra parte in questi anni abbiamo parlato e agito in un orizzonte di cambio di civiltà cioè in vista di una società dove i rapporti di forza tendano a modificarsi in rapporti più liberi. Quindi, anche se è molto problematico, considero indispensabile l’aprirci alle questioni e ai conflitti che scuotono l’Italia oggi, e farlo con tutto il nostro sapere politico. Qui però si pone a mio parere una grande questione sempre dibattuta nel femminismo, cioè la relazione con gli uomini che si oppongono all’attuale miseria della politica.

Il #metoo ha avuto la forza di spaccare il fronte maschile. In conseguenza delle denunce, moltissimi uomini hanno cominciato a non volere più la sottile complicità con i propri simili violenti e non li hanno più scusati. Anche in Italia, inoltre, come io stessa e Marina Santini abbiamo già sottolineato, c’è un credito verso il femminismo, come un’attesa che le donne si facciano avanti sulla scena pubblica. Quindi pongo qui una domanda: ritenete possibile un’interlocuzione serrata o un’alleanza, chiamatela come volete, con gli uomini critici della condizione attuale della politica? Oppure no. Se sì, in quali termini iniziamo a ragionarci? Se no, in quale modo andiamo avanti con i temi discussi oggi?

Un altro esempio, questo di pratica politica. Il movimento Non una di meno ha pubblicato un documento intitolato Abbiamo un piano. Parecchie lo hanno letto e alcune lo hanno criticato per la scrittura burocratica e per il lungo elenco di rivendicazioni. Tuttavia sono femministe e siamo state d’accordo per tenere dei rapporti. Ci voleva di più.

Ecco io oggi farei diversamente: una puntuale esegesi del testo mettendo in luce i punti con cui sono d’accordo, vale a dire il partire da sé e la pratica di relazione. E arriverei a dire che la lunga sfilza di rivendicazioni rimanda ad un tentativo di affrontare e volere una svolta nel lavoro e nella politica. Aggiungerei la mia scelta dei punti chiave, dove intervenire. In questo modo farei di quelle femministe le mie interlocutrici. In fondo questa è stata la nostra pratica di parola: trovare interlocutrici.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Alla luce di un credito politico crescente, del 8 luglio 2018.

Nel 2010 avevamo intitolato un numero di VD (92/ 2010), cartaceo, Cambiare l’immaginario del cambiamento: si sottolineava come da parte dei media, di intellettuali e politici di professione ci fosse una sorta di ostinazione a non vedere pratiche messe in atto dalle donne che hanno cambiato il modo di stare nei posti di lavoro, nello spazio pubblico, senza far ricorso ai mezzi del potere. Dobbiamo registrare, da allora, un cambiamento sostanziale: oggi si dà credito alla parole delle donne e le loro espressioni non si definiscono più, in senso negativo, come pre-politiche o impolitiche. C’è stata nel mondo un’apertura di credito.

Negli ultimi incontri di Vd3 abbiamo usato spesso parole come parlare ascoltare cambiamento: il primo appuntamento di quest’anno si intitolava Parlano le donne parlano. Ci si riferiva al #metoo, perché tutto è partito da lì.

Donne che partono da sé, prendono la parola e raccontano la propria esperienza.

Sentiamo verità in quello che dicono come ci è accaduto con Rachel Moran, che qui è venuta a denunciare in modo radicale che la prostituzione è ‘stupro a pagamento’.

In Irlanda il risultato del referendum del 25 maggio scorso ha tolto il divieto costituzionale all’aborto. Nella campagna referendaria abbiamo assistito ad un’altra dinamica del cambiamento: i racconti delle donne, che hanno affrontato sulla loro pelle le conseguenze dell’8° emendamento, comparsi anche sulla pagina facebook in her shoes “nei suoi panni” (sottintesa la domanda, tu che faresti?) hanno vinto sull’obiezione politica. E alcune testate, intitolando “È stata ascoltata la voce delle donne”, hanno registrato che proprio in questo ascolto consiste il vero cambiamento.

Di qualche giorno fa, l’onda verde delle donne argentine ottiene la depenalizzazione dell’aborto: il presidente Mauricio Macri non usa il diritto di veto che la legge gli riconosce e sceglie di non esprimersi.

La rivista on line globalproject.info pubblica ciò che sta accedendo in Cile, dove da qualche mese le studentesse, dopo le numerose denunce di molestie sessuali, manifestano, in quella che viene definita la più grande mobilitazione femminista dagli anni Settanta: occupano le università, esigono un cambiamento del sistema educativo. È un movimento che non nasce oggi ma è frutto di anni di attività da parte delle femministe che hanno costruito reti di sostegno alle vittime degli abusi e delle violenze. Vengono raccolte e pubblicate le storie di studentesse su ciò che hanno subito nella Facoltà di Diritto della Pontificia Universidad Católica de Chile. Scioperi e occupazioni si sono così diffusi in tutto il paese che la questione è ora al centro del dibattito pubblico. Sono donne che combattono il patriarcato dall’interno di un movimento politico misto, che sostengono il femminismo come resistenza a ogni forma di oppressione e si pongono l’obiettivo di costruire un’alternativa politica nel paese.

A New York nel collegio di Bronx e Queens, Alexandria Ocasio Cortéz, giovane attivista 27enne, è riuscita a sconfiggere nella corsa delle primarie democratiche il deputato, uomo bianco di più di 50 anni, Joe Crowley in carica da vent’anni. Candidata del popolo, mezza portoricana, si è imposta sul candidato designato dal partito. Alexandria ha vinto su una piattaforma di sinistra chiedendo assistenza sanitaria e istruzione universitaria gratuita per la popolazione variegatissima del collegio.

Anche questo si aggiunge agli altri guadagni di credito e di forza politica ottenuti dal movimento internazionale delle donne.

Oggi è più facile che le donne vengano ascoltate per sentire il loro punto di vista sulle cose del mondo: forse sono finiti i tempi in cui si parlava di loro come di una ‘categoria’ fra le altre (giovani, anziani…) di cui occuparsi. Alla sindaca di Barcellona Ada Colau, a Bologna (20-21/6) per un incontro pubblico, viene richiesto di raccontare le pratiche di democrazia locale nella sua città, sapendo che dalle città si parte per un cambiamento che va oltre l’ambito locale (“Le città sono lo spazio dove affrontarle, perché sono lo spazio dove l’altro non è uno sconosciuto, disumanizzato, è il mio vicino e la mia vicina. Possiamo trasformare qui le paure in speranze. Abbiamo una responsabilità enorme, di esercitare la speranza”)

Questo il panorama internazionale. In Irlanda, come in altri paesi, quello che ha funzionato è stata una interazione positiva e di rilancio tra una politica soggettiva delle donne e i mass-media.

E in Italia? Che cosa registrano i media? Cosa possiamo fare? Il governo appena insediato si autodefinisce di cambiamento e potrebbe esserlo, ma per ora mostra cambiamenti ‘rabbiosi’ che possono metterci in difficoltà politiche e umane.

Vogliamo proporre una discussione alla luce dei successi internazionali perché pensiamo che i cambiamenti di cui le donne sono protagoniste sono traducibili anche nella nostra realtà. A patto che, come dice Ida Dominijanni sull’Huffington Post (1/7), si voglia arrivare al cuore del problema: riconoscere ‘il nucleo di verità nelle tesi dell’avversario’, che “Le paure non si vincono riconoscendo il diritto di esserne preda, ma smontandone la radice quasi sempre fantasmatica e ammettendo che un tasso di rischio è inevitabile nelle società aperte, ed eliminabile solo in quelle autoritarie”. Come Ada Colau con le sue politiche -un intreccio tra iniziativa sociale e politiche istituzionali nel segno del cambiamento- ci mostra.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Alla luce di un credito politico crescente, del 8 luglio 2018.

domenica 8 luglio 2018 ore 10.00-13.30


Il risultato del referendum irlandese del 25 maggio scorso che ha tolto il divieto costituzionale all’aborto si aggiunge agli altri guadagni di credito e di forza politica ottenuti dal movimento internazionale delle donne.
Alla luce del credito politico crescente di cui godono le donne dobbiamo chiederci pubblicamente quello che tra noi ci chiediamo tutti i giorni: cosa possiamo fare noi in l’Italia, nella situazione che si è creata dopo le elezioni politiche? Il governo appena insediato si autodefinisce di cambiamento e potrebbe esserlo, ma con cambiamenti che possono metterci in difficoltà politiche e umane.
Guardando all’Irlanda abbiamo visto un’altra dinamica del cambiamento dove, tra il racconto in prima persona e l’obiezione politica, hanno vinto i racconti delle donne. Alcune testate, intitolando “E’ stata ascoltata la voce delle donne”, hanno registrato che proprio in questo ascolto consiste il vero cambiamento. In Irlanda, come in altri paesi, quello che ha funzionato è stata una interazione positiva e di rilancio tra una politica soggettiva delle donne e i mass-media. Molte pensano che, da questo punto di vista, in Italia ci sia una certa arretratezza. Se è vero, com’è vero, teniamo conto di quello che sta avvenendo a livello internazionale: i guadagni del movimento delle donne, non importa dove, sono traducibili in opportunità realizzabili nel nostro paese.
Vi invitiamo a portare nello scambio di VD3 idee, critiche, proposte e pensieri per l’Italia di oggi, peggiore o migliore che sia.
Avvierà la discussione Lia Cigarini.

Esistono comportamenti femminili maltrattanti? Parliamone, almeno un po’. Quanto? Q.B., quanto basta, come ben sa una mia amica che di cucina e relazioni se ne intende. Con chi? Con almeno un’altra che stimi e scegli, quella che è o può diventare “sorella d’elezione”. Perché è troppo doloroso se un torto te lo fa proprio una donna: non te lo aspetti e in lei in qualche modo c’è rispecchiamento. Ti lascia un tale amaro in bocca che perdi il gusto. Occorre un’altra che assaggi anche per te, ti dica la misura e ridia sapore a ciò che stai facendo.

Ma fuori di metafora vediamo quando e come, facendo qualche esempio in cui più volte ho giocato ruoli differenti. Ne scrivo perché anch’io penso, come Luisa Muraro, che sia impresa quasi impossibile riparare le relazioni rotte e che sia importante insegnare piuttosto a prevenire le rotture, “i sbreghi no se ripara più”1.

– Soprattutto negli ultimi anni ho realizzato, prendendo contatti con donne e uomini poco conosciuti, creando fiducia, tenendo conto di desideri, suggerimenti, informazioni che mi venivano date, decine di incontri pubblici su tematiche diverse negli ambiti più disparati: da scuole di vari livelli a carceri, da librerie a centri sociali, da biblioteche a centri donne e via discorrendo. Anche quando si trattava di presentare il libro, scritto e curato con Marina Santini, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, ogni volta è stata una prima, senza replica.

Dunque in queste occasioni c’è sempre una certa tensione: mi sento con la percezione all’erta come una direttrice d’orchestra. Ora immaginatela, questa direttrice di orchestra, mentre entra in teatro e incontra una critica musicale che comincia a dirle quello che non deve fare, che le svela che in sala ci sarà il tale e il tal altro, che sono loro il fulcro a cui va indirizzata l’esecuzione e le dice persino come dovrebbe dirigerla. Penso che la critica, pur ben intenzionata, sia fortunata perché la direttrice dovrà usare la sua bacchetta e non gliela romperà in testa come vorrebbe. Ma l’ansia è spesso ansiogena e può destabilizzare.

Per me è stato utile parlarne a una terza donna (la già citata “sorella d’elezione”) che, riconoscendo pienamente l’inopportunità dell’altra, nello stesso tempo mi ha fatto interpretare la sua ansia come interesse per la buona riuscita dell’evento; ha mostrato piena fiducia nelle mie capacità e nel mio lavoro e mi ha suggerito di vedere se in ciò che mi era stato detto c’era qualcosa che non sapevo e di cui valeva la pena tenessi conto. Così l’evento è stato un successo e ho potuto ridere di quell’agire ‘sconveniente’.

– Spesso mi sono impegnata con donne che volevano porsi al centro di un progetto comune e per questo sminuivano il lavoro che non erano in grado di fare, senza dare riconoscimento pubblico a chi lo faceva: a volte ringraziavano privatamente, soprattutto quando era loro indispensabile continuare a utilizzare i “servizi”. Se avevano lanciato un’idea, mettevano il copyright anche sulle successive modifiche, precisazioni, sviluppi che la pratica comune sempre genera. Io invece sottolineavo le variazioni sul tema e chi vi aveva contribuito, valorizzandone gli apporti. Nelle situazioni che ho avuto modo di conoscere direttamente o attraverso i racconti di altre, queste donne dimostravano una concezione verticistica dell’autorità, nominando con riconoscenza solo le relazioni con quelle più famose di loro da cui potevano ricevere lustro. Pretendevano l’esclusiva dell’autorità ma pretenderla è dimostrazione di averla perduta e il rischio di cadere nel ridicolo è presente. Ho dovuto usare un certo talento per evitare di cadere con loro.

Ho provato e mi è stata descritta la sensazione di essere derubata e il fatto che sia stata una donna a farlo ha prodotto in me una tale incredulità che ho preferito non vedere, minimizzare e continuare a offrire il mio contributo. Quando la situazione si è ripetuta più volte, mi è stata necessaria una lettura condivisa almeno con un’altra. Ho potuto così sottrarmi senza abbandonare il progetto. A volte ho trasformato l’impresa in nave scuola. Certo navigare sotto costa richiede tempo e tutto si rallenta. Ma, quando il bisogno dell’oceano delle relazioni politiche femminili è diventato impellente, sono andata al largo senza un distacco rancoroso con un contatto aperto. Ho smesso di rimpicciolirmi nel desiderio stretto di un’altra, ho respirato la forza del mio.

– Molta parte dell’esperienza femminile non ha ancora parole e io riesco a trovarle parlando con altre che mi sembrano vicine. A volte ne ho scelto una che si è rivelata disattenta per la fretta, non ha creduto potesse venire del nuovo dal nostro scambio: amava gli slogan, anche quelli del femminismo, e li appiccicava su quel che le dicevo. Sapeva già quel che tentavo di dire. E, peggio ancora, non ascoltando e non leggendo in modo fine, pensava di poter parlare per me pubblicamente, distorcendomi. È stato inutile tentare di spiegarle che si sbagliava. Continuava nelle distorsioni, non mostrava nemmeno di rendersene conto. Ho visto donne allontanarsi da queste mine vaganti. La presa di distanza è un modo per vivere: ne va di mezzo la messa in parole, il simbolico, di ciò che senti di essere e che fai.  Allora una terza può porsi in ascolto, facendo in modo che la distanza non diventi baratro. Io sono stata ascoltata e ho ascoltato.

Quando si devono realizzare progetti con una ‘disattenta ciarliera’, bisogna saper tacere, riparare appena possibile il suo pressapochismo, senza pensare di doverlo fare sempre e comunque. Se altre sono coinvolte, occorre far presente soltanto che i rapporti sono duali, non con un gruppo: che scelgano liberamente a chi far riferimento, osservandone le conseguenze.

– Provo ammirazione per donne appassionate e irruenti, con intelligenza acuta e capacità di individuare errori politici più rapidamente di molte. Accade però che non sappiano trattenersi: criticano pubblicamente prima ancora che una riesca ad aver chiara la propria posizione. Quella a cui è indirizzata la critica si trova nella situazione paradossale di domandarsi: “Che cosa non va bene di quel che ho detto se non l’ho ancora detto?”

E le altre del pubblico e io pure, sconcertate per la veemenza, facciamo ipotesi su cosa verta quella critica che quasi sempre si rivela giusta e finalmente capiamo dove va a parare. Dunque è importante parlarne, riconoscere il danno dell’impazienza che può aprire incomprensioni durature ma anche il merito dell’intuizione anticipatrice e il vantaggio che se ne può ricavare.

Il problema è che si tratta di una situazione pubblica. Quando ero amica di chi era stata attaccata, ho avuto la possibilità di farle vedere la sostanza. Quando parlavo con chi aveva assistito come spettatrice non sempre mi è riuscito di modificare l’idea che la forma fosse letta come sostanza di un modo irrispettoso e gerarchico di intendere le relazioni.

In passato per sopportare questi comportamenti dannosi usavo un metodo psicologico-giustificazionista: li collegavo ai racconti sulle loro vite che pubblicamente le donne in questione facevano, li consideravo traumi che le spingevano a una “coazione a ripetere”, ero una specie di rabdomante alla ricerca delle sorgenti nascoste: la rabbia si trasformava in pena per i lacci in cui le vedevo avvolte. Poi un’amica, arrabbiatissima per quello che le era stato fatto, alla spiegazione del mio metodo mi ha detto che tutte abbiamo avuto i nostri traumi, anche più dolorosi, eppure non ci comportiamo tanto male, che lei non aveva nessuna voglia di soffrire per cui sarebbe andata in luoghi più piacevoli. Così ho perso buone occasioni per incontrarla e ci limitiamo a sentirci per telefono. Ma ho avuto modo di riflettere su come può muoversi questa sorta di “trinità femminile” perché la creatività femminile non resti impigliata in rovi urticanti e si apra al meglio imprevisto.

  1. Per il progetto Riparare le relazioni Donatella Franchi e Adriana Sbrogiò hanno chiesto a donne e uomini a loro legate di inviare dei brevi testi sul tema che ricamati o stampati su tessuto hanno costituito la base per un’installazione.
    Il testo di Luisa Muraro è: Lasciate perdere l’impresa quasi impossibile del riparare le relazioni rotte, insegnate piuttosto a non romperle. /Ricucire le relazioni? insegnate piuttosto a prevenire le rotture, “i sbreghi no se ripara più”.
    La documentazione del lavoro è pubblicata in http://ripararelerelazioni.netsons.org/ ↩︎

Parlare bene delle donne si è rivelata espressione potente, sia durante l’incontro di VD3 così intitolato, sia nei successivi interventi pubblicati sul sito.  Molti i possibili utilizzi e le interpretazioni.

Nell’impossibilità di parlarne senz’altro bene, sospendere il giudizio per darsi il tempo necessario a comprendere, a spiegare posizioni o comportamenti di altre che avvertiamo intollerabili, svilenti, per noi e le nostre simili: questo il suggerimento di Lia Cigarini durante la discussione.

Il punto, mi pare, è trovare una spiegazione che sia politicamente efficace, che rilanci la relazione. La sfida è che anche la spiegazione non sia svilente o umiliante per le destinatarie. E cominci ad avere in sé qualche elemento di positiva elaborazione. 

È necessario, indispensabile per aprire e praticare un conflitto. Deve, può essere il primo di innumerevoli passi per creare un ponte con quelle – donne e posizioni – che più lontane non si potrebbe immaginare.

E il ponte è così fatto: comprensione/spiegazione per operare traduzione di linguaggi, per agevolare passaggio di esperienza e saperi, insomma per mettere in moto le tante mediazioni che la realtà consente.

Nel più profondo di me stessa so che si tratta di un lavoro difficile.

Ho avuto un pessimo rapporto con mia madre e solo nell’imparare a parlarne bene ho trovato la mia salvezza. Per questo, da quasi quarant’anni, presto assidua attenzione a ciò che è corso tra noi. Eppure, ancora oggi, ritrovo intere distese di significati incolti, tenuti lì a marcire, privi di una parola vivificante che ne dia una spiegazione dignitosa eonorevole sia per me sia per lei. 

Parlare bene delle donne è impegnativo. 

Ma questa formula a me pare un formidabile passo in avanti rispetto ai tempi in cui sapevamo solo dire quanto fossero difficili i rapporti fra donne. Arriva salutare e benefica in tempi che sono pieni di iniziative, di presenza e di sperimentazione di donne.

È uno scenario immenso e inusitato. Al nostro sesso toccherà accumulare esperienze, le più varie, senza avere precedenti. Occorrerà provare e riprovare, perché si sedimenti un sapere, un’eredità per quelle che verranno dopo. Sarà inevitabile, credo, sbagliare molto. Donne e uomini, amiche e amici dovranno dimostrare di saperci aiutare, di saper aiutare le tante nostre simili che sbaglieranno. 

Non se ne può parlare male, non si può.

Non c’è che prendersi il tempo necessario per parlarne bene. 

È quanto già accade, che donne e uomini accorrano a comprendere, analizzare, ipotizzare spiegazioni che possano giustificare gli errori che commettiamo. 

Ne abbiamo avuto un esempio recente nell’impegno di Luisa Muraro, Silvia Niccolai, Daniela Danna e tante altre che si sono spese per arrivare a comprendere che cosa si gioca nel caso della cosiddetta Gpa, lì dove il mercato, il capitale, le biotecnologie, i colpi di coda del patriarcato forse imperversano, ma dove è soprattutto importante comprendere errori, distrazioni, sviste di donne che possono ingannare e confondere noi stesse e molte altre.

Beati i puri di cuore ché questo mondo non è per loro, mi veniva da pensare, interpretando a modo mio la Beatitudine, dopo aver visto l’ultima opera di Alice Rohrwacher, ancora più visionaria e magica delle precedenti.

Da un’umanità contadina, misera, schiava, paurosa, ignorante per la cupidigia e l’inganno dei latifondisti – nel film il ferreo dominio della marchesa Alfonsina de Luna – a quella postindustriale delle periferie emarginate, i poveri sono sempre gli stessi, anzi di più insieme alle schiere dei migranti, e sempre più poveri; i ricchi sempre più lontani e invisibili.

Lazzaro (Adriano Tardiolo, al suo felice esordio), il mite, il semplice, il buono, passa dagli uni agli altri – dopo la sua miracolosa resurrezione che segna i due tempi – con la sua naturale gentilezza, l’inesauribile generosità e altruismo, l’assidua attenzione e cura per loro e le loro vite, senza quasi lasciare mai traccia. Invisibile anche a chi gli dovrebbe un gesto di gratitudine. Ma per queste donne e uomini, provati dalla fatica e dal disinganno, i suoi non sono beni spendibili e trasformabili in denaro sonante. Lui stesso, man mano che la storia procede, è sempre più un Lazzaro stralunato che si vede ricambiare la bontà con la sgarberia e la violenza, la fiducia con la noncuranza, l’inganno e le bugie.

Lazzaro non ha origini, non ha famiglia, non ha terra, è l’ingenuo, lo “scemo”, lo sfruttato dagli sfruttati perché questa è la condizione sua di stare nel mondo: innocente, fedele a se stesso, spontaneo, incapace di mentire e di tradire.

Nelle sue precedenti opere – Corpo celeste e Le meraviglie – Alice Rohrwacher tracciava per le sue protagoniste percorsi di presa di coscienza e di  possibilità di scelta di un futuro di libertà fuori da tradizioni, costrizioni e pregiudizi; qui, la suggestione è verso un’intera umanità, donne e uomini, che potrebbero prendere in mano il proprio futuro liberandosi dal dominio delle paure e scoprendo che il lupo della favola, che porta terrore e morte, è vecchio e debole e non può più diffondere né incutere timore (esplicito il riferimento al libro di Chiara Frugoni, San Francesco e il lupo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2013).

La regista rinnova il desiderio degli altri suoi film di rapportarsi alla natura e ai suoi segni. In Lazzaro felice vediamo la natura passare da entità forte, potente e rispettata a una sua versione ridotta e deformata: piccoli bordi ai margini delle ferrovie, dove crescono erbe e arbusti, stentate verzure lungo strade ancora sterrate delle periferie abbandonate che contornano capannoni e depositi in disuso. Il suo desiderio di riscatto fa meglio comprendere la scena finale del film.

Lo sguardo della regista, attraverso quello di Lazzaro, è nuovo ed esplora, con un’immaginazione ineguagliabile, stati e momenti delle esistenze, stati nascosti che forse preferiremmo ignorare, muovendoci sinuosamente per non vedere, facendoci passare per normalità quello che normale non è.

Mi piace qui riportare ciò che ha scritto in una nota di regia sul film: «Racconta la possibilità della bontà, che gli uomini da sempre ignorano, ma che si ripresenta, e li interroga con un sorriso.»

Lazzaro felice è stato premiato al 71° Festival di Cannes per la miglior sceneggiatura.

Qual è il nesso tra il “parlar bene delle donne” e la creatività di pensiero e di azione? E perché “parlare bene delle donne” nell’accezione data da Zamboni nella riunione di Via Dogana 3 del 13 maggio – una posizione presa a priori come postura […] un tempo di sospensione dall’accettazione o rifiuti immediati – è ciò che consente un approccio creativo ai problemi, alla ricerca delle risposte possibili e in una certa misura anche alla soluzione dei conflitti?

Queste due domande hanno percorso per qualche aspetto la riunione di Via Dogana 3 e qui vorrei ritornarci.

È mia convinzione che, più che un nesso, ci sia addirittura una sovrapposizione: la postura del “parlar bene” è la stessa che è necessaria per dare spazio alla creatività. Si tratta però di intendersi sul termine creatività, troppo spesso identificata con attività effimere, bizzarre, modaiole, talvolta screditate o screditabili (es. la finanza creativa!). Oppure con un imperscrutabile dono divino riservato a pochi eletti.

La creatività di cui parlo è uno stile di pensiero, una forma mentis che orienta alla trasformazione e al cambiamento in meglio rispetto all’esistente.

Fra tutte le definizioni di creatività che girano la più bella e la più convincente, non solo per me, è quella data da Henri Poincaré, matematico-fisico-astronomo-filosofo della scienza, vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per Poincaré «creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove che siano utili»Cioè, nessuno crea dal nulla. Si parte da elementi esistenti (idee, concetti, fatti, dati di realtà, saperi) per generare connessioni e conclusioni nuove. Non basta tuttavia che ci sia “novità”. La novità deve essere “utile”. E io aggiungo, a scanso fraintendimenti, utile all’umanità.

Cosa caratterizza la forma mentis creativa? Ecco, è qui che trovo la perfetta corrispondenza con il “parlare bene delle donne”. Questa forma mentis presuppone apertura, richiede di abbandonare le risposte standard, le prime che ci vengono in mente a partire dalle nostre credenze, convinzioni, informazioni. Per dirla con Edgard Morin, «Si tratta di sostituire un pensiero che separa e riduce con un pensiero che distingue e che collega».

È il “passo indietro” di cui parla Zamboni.

È “una postura”: quella posseduta dai bambini (finché sono molto piccoli, quando fanno mille domande e si pongono tanti perché) e da tutte le innovatrici e gli innovatori che ci sono state/i nella storia. Potenzialmente posseduta da tutte/tutti e, specialmente, dalle donne che trovano continuamente risposte non necessariamente eclatanti ma certamente creative ai mille problemi quotidiani. Ugualmente, però, non è una postura facile, non è detto che sgorghi spontaneamente: siamo troppo abituate a visioni manichee, a contrapporre giusto-sbagliato, bello-brutto, bianco-nero, specie quando all’ordine del giorno ci sono i grandi temi che più ci coinvolgono.

È per questo che si afferma, e io lo condivido, che questa postura si può anche apprendere o incrementare.

Nella pratica creativa, per allenarsi a fare questo passo indietro, per favorire la capacità di scoprire nuovi nessi e accogliere nuovi punti di vista senza restare chiusi nelle proprie gabbie mentali, si richiede di sospendere il giudizio.

La sospensione del giudizio è un passaggio, un darsi il tempo di capire e immaginare prima di passare alla valutazione (valutazione, non giudizio!) e all’azione. È in questo tempo “di sospensione” che la mente riesce ad allontanarsi dal già detto, dal “si è sempre fatto così”, dalle risposte scontate. E si aprono strade nuove.

Io interpreto in questo modo anche l’atto creativo che ha dato vita al movimento femminista delle origini. Con un gesto concreto – la separazione dai maschi – molte donne si sono prese il tempo e lo spazio per fare un passo indietro rispetto a educazione, saperi trasmessi e convinzioni interiorizzate. E abbiamo cominciato a farci delle domande (perché questi nostri disagi? cosa vuol dire essere una donna?) e a scoprire che la posizione in cui ci siamo trovate con la nascita non è l’unica possibile, che da millenni sulla differenza sessuale è stato edificato l’ordine patriarcale, che questo ordinamento ha sancito la nostra secolare inferiorizzazione. E che tutto questo non è immutabile.

Per quel che mi riguarda la sospensione del giudizio, in questo caso, si è configurata come un atto di pulizia mentale rispetto ai filtri percettivi, culturali e simbolici che fino ad allora avevano operato in me. E, parafrasando Chiara Zamboni «ho fatto silenzio dentro di me per riorientarmi».

L’espressione “sospensione del giudizio”, nella discussione che ha fatto seguito alla riunione di Via Dogana 3 sul “parlar bene delle donne”, non è stata da tutte accettata. Forse fa pensare a una capitolazione, a una rinuncia o a un’autocensura. Per come la intendo io – e per come agisce nei processi creativi – significa autorizzarsi a fare come fanno i bambini che, di fronte a un oggetto, se lo girano tra le mani, lo guardano, lo toccano, lo annusano per capire cos’è, come e fatto. È autorizzarsi a esplorare e a guardare il paesaggio da più punti di vista.

È esattamente quello che Vita Cosentino afferma nel suo articolo Il bandolo della matassa (curiosamente contestando l’espressione “sospensione del giudizio”). Vita dice: «Alcune hanno interpretato come sospensione del giudizio quello che ha detto Chiara Zamboni nella sua introduzione quando ha affermato che “c’è una disposizione di apertura al mondo che viene logicamente prima dei giudizi positivi e negativi sulla realtà”. Io dissento da quella interpretazione, perché per me l’accento va posto su quel “prima” che è una postura da prendere e che cambia lo sguardo sulla realtà».

La sospensione del giudizio, a mio parere, si situa proprio in questo “prima” ed è ciò che consente di cambiare lo sguardo sulla realtà.

Mi viene in mente a questo proposito l’esercizio mentale di sospensione del giudizio che ho dovuto fare al momento dell’elezione della Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. Come trattenermi dal lanciare – ad es. sulla mia pagina Facebook – frasi screditanti o previsioni catastrofiche conoscendo il suo background berlusconiano e, peggio di tutto, la sua difesa della “nipote di Mubarak”? Ho resistito. Mi sono detta «Aspetta Silvia, magari nella nuova posizione succede qualcosa di diverso».

Se non vedrò qualcosa di diverso non mancherò di fare le mie valutazioni. Ma non credo di aver sbagliato, come primo passo, a starmene in silenzio.

Penso che così facendo, se dovrò esprimere una valutazione critica, non sarà di contrapposizione precostituita, ma sarà precisa e circostanziata. Indirizzata al comportamento, non alla persona.

Un tempo mi divertivo a dichiarare il mio orientamento sessuale così: sono bisessuale, non mi piacciono né gli uomini, né le donne. La mia visione dell’umanità, in effetti, è negativa e tiene conto dei due sessi: gli uomini sono cattivi, le donne sono deboli. Gli uni impongono rapporti di dominio, le altre li subiscono o li tollerano, pur di preservare il legame.

Un mio amico di gioventù, per correggermi, sostenne che la grande forza della sua fidanzata consisteva proprio nella capacità di sopportarlo. Aveva qualche ragione, ma la condizione di debolezza consisteva, per me, appunto nel dover impiegare la propria forza, per riuscire a sottostare ad un prepotente.

Questo è quello che ho visto, in sostanza e in vario grado, nella storia millenaria studiata sui libri o narrata nei film, e prima ancora, nella storia più breve e recente delle mie famiglie, dei miei circoli di amicizia, nei rapporti politici e di lavoro. Se ho visto sempre questo, ciò deve avere un fondamento ed essere diffuso. Oppure sono proprio io a guardare da una finestra che mi fa vedere le cose in modo poco o tanto deformato. Con questa visione primordiale, parlar bene delle donne (e di chiunque) è complicato e, al tempo stesso, una opportunità terapeutica. Riuscire a vedere cosa c’è di buono nella propria madre, nella propria nonna, nelle donne della propria vita, può forse salvaguardare qualcosa anche di me stesso. Una donna mi ha generato, lei e altre donne mi hanno nutrito, allevato, istruito.

Non saprei da dove cominciare, ma credo di essermi già avviato, per sentieri che ancora conosco poco. Da quando frequento la Libreria delle donne, parlo molto meno male delle donne (e anche degli uomini): un po’ per emulazione nell’ascoltare interventi, discussioni, nel leggere testi, più orientati a valorizzare che a svalutare e, persino a cercare il buono nel negativo; un po’ per l’adattamento ad un ambiente che cerca di aprire conflitti senza fare guerre, con il senso della misura e dell’equilibrio, anche a rischio di rinunciare a scegliere (cosa che talvolta un po’ mi irrita).

Il lato meno buono di questo mio adattamento, è che esito di più a dire quello che penso. Per esempio, penso, ma di solito non dico, che il concetto di vittima ha più accezioni e negare la donna vittima trova il suo significato più immediato nella negazione dell’oppressione. Nel rappresentare la donna debole (o vittima), c’è una (non l’unica) aderenza alla realtà, che non va rimossa e che trova una conferma nello stesso bisogno di ribadire che le donne vittime non sono. C’è, inoltre, il principio di rimontare una visione peggiore: quella della donna complice o profittatrice, che è stato poi il modo più violento di parlare delle donne da parte degli opinionisti ostili al #metoo. In questo senso, chiarire che le donne che hanno subito abusi, sono state vittime, è un parlarne bene.

Tra le cose che penso, ma esito a dire, c’è che non vedo in alternativa la politica nell’associazionismo, nel volontariato, nella cultura e la politica nei partiti e nelle istituzioni, né reputo una, per definizione, migliore dell’altra. Vedo pratiche politiche differenti, che possono convivere, pure nelle stesse persone, e aiutarsi a vicenda. Rispetto al tempo in cui esistevano grandi integratori sociali e grandi alternative di società, la politica è diventata meno interessante e più autoreferenziale. I limiti e i difetti imputabili alle donne politiche, anche nel confronto con il passato, non sono però diversi e più gravi di quelli imputabili ai loro colleghi maschi, anzi credo in media siano migliori, più competenti ed affidabili, e questo credo vada riconosciuto. Il parlar male della politica, dunque potrebbe non sfociare nel parlare molto male delle donne in politica.

L’omologazione penso dipenda, non da una natura irrimediabilmente maschile dei luoghi della politica istituzionale, rispetto alla quale le donne soccombono, ma dal fatto che le donne sono state finora troppo poche, per formare una sufficiente massa critica, per riuscire a stabilire relazioni tra loro più significative o paragonabili a quelle stabilite con i loro leader e colleghi maschi. Quando tra le poche, emerge una donna forte, autonoma, come nel caso di Laura Boldrini, arrivata ad assumere la terza carica dello stato, finisce poi per apparire isolata ed esposta ad un incivile bullismo sessista. Nonostante, si sia dichiarata subito femminista ed abbia intrapreso iniziative simboliche a favore delle donne, il femminismo, forse per disinteresse verso la sua pratica politica o per timore di essere strumentalizzato, non ha mostrato di sostenerla – e questo mi ha colpito – neppure nella forma minima della solidarietà.

Parlar bene delle donne non vuol dire parlar bene delle donne: per carità di patria, per partito preso, per non sparare sulla croce rossa. Perché è trendy e anche mainstream. Per comodità, mancanza di coraggio o di lucidità.

Parli bene quando vuoi aprire uno spazio in cui dai all’altra la possibilità di sperimentarsi, sperimentare. Parli bene se vuoi vedere la potenzialità di essere nell’altra donna. Se ne sei curiosa e ci credi. Se credi che il futuro lo possiamo generare e riconosci nell’altra la possibilità di generare futuro. È questo il parlar bene. Come è stato osservato, è proprio questo che amiamo nella letteratura e nel cinema delle donne. Lì vediamo all’opera la forza illuminante del parlar bene delle donne: lì la parola e lo sguardo hanno il potere di cambiare la storia. Possiamo imparare, almeno un po’.

Sospendere il giudizio non vuol dire non vedere quel che non ti piace, non pensare a quello che non accetti, mandare giù rospi. Sospensione del giudizio vuol dire fare un passo indietro per creare lo spazio sufficiente per agire il conflitto. Il conflitto infatti, a differenza della guerra di annientamento, è relazione. Dunque è possibile quando ci si dà spazio tempo e condizioni per dire, ascoltare ed essere ascoltate, contrattare. Possiamo accontentarci del puro giudizio quando non vogliamo entrare nella relazione conflittuale. Se riteniamo che non ne valga la pena.

Tutto questo non vuol dire essere accomodanti. Possiamo esercitare giudizio lucido e pensiero libero sui fatti ma mantenere la nostra fiducia nelle donne come soggetti politici. Non è facile, ma questo è il lavoro politico. Non è obbligatorio farlo. Ma è importante affinare questa capacità di giudizio che può tornare molto utile. Una discriminante che ci serve per capire come parlano le donne. Parlano bene se fanno emergere nelle altre quella potenzialità di essere; se valorizzano e non restano confinate nella posizione delle vittime, cioè di oggetto del discorso. Se non trasformano le donne in un puro argomento nella parola di altri. Questa è una bella discriminante. Parlare ribadendo la posizione di vittima, senza capire che cosa accade alle donne, non è parlar bene delle donne. Il manifestarsi pubblico di relazioni politiche tra donne è esattamente il contrario della posizione della vittima.

Io credo che sia un buon momento per parlar bene delle donne.

Alcune hanno interpretato come sospensione del giudizio quello che ha detto Chiara Zamboni nella sua introduzione quando ha affermato che “c’è una disposizione di apertura al mondo che viene logicamente prima dei giudizi positivi e negativi sulla realtà”. Io dissento da quella interpretazione, perché per me l’accento va posto su quel “prima” che è una postura da prendere e che cambia lo sguardo sulla realtà.

Per parte mia ho inteso il parlare bene delle donne come un dispositivo simbolico. Mi spiego con un esempio. Sempre Luisa Muraro e Chiara Zamboni, molti anni fa hanno lanciato l’autoriforma dell’università e della scuola con un’affermazione che ha parecchie analogie con quanto stiamo discutendo oggi. Hanno detto: “partire da quello che c’è e funziona”. Era un punto di vista del tutto inedito nel panorama della sinistra, incastrata nel meccanismo della denuncia per cui vedeva solo ciò che non funzionava. E ha tolto anche me da quell’incastro, facendomi vedere altro. Di mezzo c’è stata una trasformazione interiore. Questo è un punto che non si può saltare. Un dispositivo simbolico non è una pratica, non è una tecnica comunicativa, è una diversa disposizione interiore che ti fa vedere le cose differentemente.

Io, per esempio, partecipavo in precedenza al disprezzo con cui in sala prof si parlava delle maestre: “Non sanno insegnare”, “Ci arrivano che fanno ancora errori di ortografia”, “Non sono laureate”, erano le frasi ricorrenti del parlar male delle maestre. Poi ho capito che sbagliavo e sono riuscita a vedere che era l’ordine di scuola che funzionava meglio e ho cominciato a parlarne bene. E il resto è storia nota. E oggi nessuno più le considera inferiori. Anzi. È risaputa la loro bravura. Un dispositivo simbolico lavora di suo, per strade che non conosciamo.

Proprio perché ho fatto in passato quelle esperienze, sono attirata oggi dal parlar bene delle donne per le potenzialità trasformative che sento ne possono scaturire.

L’altra questione che mi sta a cuore riguarda il conflitto che sarebbe come contrapposto al “parlar bene delle donne”. Sempre riferendomi a quelle mie esperienze posso dire che se si tengono insieme si guadagna in intelligenza politica.

Sappiamo tutte che in questo momento sempre più donne si affacciano sulla scena pubblica in modi che magari non ci piacciono e questo chiede più consapevolezza. Chiara Z. nella sua apertura ha portato come esempio il suo rapporto a Verona con giovani donne del movimento Non una di meno e ci ha detto la sua postura che è quella di “avere fiducia nella potenzialità generativa che è viva”. Ha fiducia e pratica il conflitto circonstanziato su questioni precise. Luisa M. ci ha messo in guardia dal fare le cose per obbligo e nei suoi esempi riguardo al parlar bene delle donne ha mostrato i passaggi della sua trasformazione. Il suo invito è a trovare liberamente una nostra postura, per riuscire a vedere, per riuscire a capire e agire di conseguenza. La sua impostazione indica che il bandolo della matassa è la trasformazione personale.

Quando la Libreria ha chiamato a riflettere su come parliamo delle donne non aspettavo altro: dire quello che ho voluto sempre fare. Ho sempre parlato bene delle donne, dal primo femminismo, perché imparai ad amarle e conoscerle, a scorta arrivava il capire me stessa e conoscermi.

Come l’adolescenza in ogni cosa, arrivò nei primi anni ’70 la fatica di salvare me e loro nelle nostre differenze, processo infinito lungo la mia emancipazione dalla fusione con loro, e poi dalla insicurezza nel confronto delle idee, e ancora dalla delusione che non fossero comunque garanti anche del mio pensiero, che io fossi in effetti sola nelle mie idee, che mi dovessi bastare. Non è mai finita la battaglia per difendere le mie idee e abbeverarmi a quelle delle altre, per verificare che il pluralismo sia una realtà benefica per tutte, ma di difficile concezione per la fragilità di ciascun essere che non sia avvezzata alla coesistenza, all’ascolto del differente, al sapersi anche mentre tace.

Amarle e poi amarmi, e nonostante la differenza amarle ancora è stato l’esercizio quasi spontaneo di sempre (oggi mi conviene specificare per combattere una confusione che detesto: parlo di amore; non di desiderio sessuale o erotico). All’inverso comprendere me stessa mi ha portata a comprendere le donne, e così via, amo ormai sempre di più l’umanità, i processi naturali e tutte le creature.

È il conoscere che rende amabile, sapere di sé e degli altri, sapere di come le cose avvengono, di come si trasformano, “sapere” infonde amore.

Valutare il buono delle donne è stata la mia abitudine e intenzione sempre di più nel tempo, è avvenuto per empatia e per consapevolezza dei miei limiti; l’esistenza e l’azione di altre, il loro pensiero mi garantisce di non essere sola al mondo e di potermi aspettare benefici dagli altri non solo da me stessa. Preferisco riconoscere ad altre un pensiero prima che a me stessa, se così ho rintracciato, per la passione di valorizzare il nostro essere tante.

Certo qualche volta una critica, lucida oppure egoistica, la lancio come una frusta; e mi dà soddisfazione, riguarda l’azione di quella persona, un’azione per cui ho invidia (come Lia ci segnalò moltissimi anni fa) oppure fastidio: è il desiderio di avere con lei un confronto, di capire le sue ragioni e le mie.

(Tutto il femminismo a me è sembrato questo: comprendere la nostra sfiducia nelle donne e comprendere di che cosa fosse fatta. Vi trovammo l’opera instancabile degli uomini nello sminuire e deridere le donne, la nostra omologazione al pensiero maschile per sollevarci da una appartenenza che ci umiliava e ci opprimeva, la divisione dei compiti che snaturava la natura umana ed era la causa della svalorizzazione dei compiti dati alle donne e della esaltazione di quelli dati agli uomini. Vi trovammo la differenza delle donne dagli uomini come risorsa politica e intellettuale da scoprire, ma anche le differenze di ciascuna così come le somiglianze. Ci sono tutte le somiglianze degli esseri umani da ragionare, naturalmente è un lungo percorso.

Forse questa osservazione veniva data per scontata, proprio la libreria delle donne ha sviluppato la conoscenza della letteratura femminile da sempre e la discussione tra donne, a partire dalle soggettive esperienze è stata la prassi di tutto il movimento negli anni in cui si è costituita e l’ha continuata, così come anche moltissimi gruppi di donne hanno fatto.)

Come mai allora il ritorno su un dubbio: le donne non parlano bene di loro stesse, come fare per riuscire a non parlarne male?

Io sono fuori dai social, sono anche fuori dalla riflessione più interna alla libreria perché godo soltanto delle discussioni allargate e rarissimamente l’ho condotta; ora, dopo l’incontro a cui ho partecipato su questo argomento che da parte delle conduttrici è stato sviluppato sul conflitto tra pensiero giusto e sbagliato, sulle tensioni politiche tra donne, sulla didattica alla comunicazione tra donne; comprendo come sia scaturito da una attualità che vede chi lavora alla politica tra le donne essere immersa nella lotta di idee. E mi sovvengo di come la comunicazione solipsistica della scrittura, il confronto solo con le interlocuzioni che tu scegli sia ben più facile rispetto alla interlocuzione polimorfa del reale. Una comunicazione che va condotta mettendosi al servizio della comprensione del pensiero di altre e moltissime altre, per districare qualche filo conduttore, partendo dai più oscuri ma utilizzando i più chiari. Un puro servizio alla moltitudine! E dunque l’esperienza delle classi e dell’insegnamento, dell’autoritarismo e dei rischi paludosi dell’antiautoritarismo torna alla mente anche a me; così come l’abbandono per me risolutorio delle situazioni collettive più compromesse o anche di quelle dialogiche che hanno un retroterra troppo distante e troppo urgente. Abbandoni utili al fiato da prendere, al tempo da non perdere, all’attesa che qualche cosa maturi in altri e in me, abbandoni che mi lasciano vivere e che non sono definitivi.

Io ho dato per scontato che anche nel gruppo della libreria le persone abbiano fatto il percorso che personalmente ho fatto io. Un confronto con una realtà che mi respinge e qualche volta mi accetta, ma per parti; oggi ma non domani; con la lunga emarginazione; soprattutto con la comprensione degli altri e dei fatti che li motivano e delle azioni che compiono e dei risultati che conseguono; tutte cose che mi arricchiscono e mi modificano e mi fanno capire che io sono me ma il mondo è pieno di altri soggetti e forze diverse che agiscono inevitabilmente su di me. La trovo una esperienza benefica perché credo sia la verità, il limite che ci fa essere nel mondo, senza potere sugli altri ma con il piccolo nostro potere di comprendere.

Mentre mi viene naturale parlar bene di quanto le donne esprimono nel campo dell’arte, del pensiero e della letteratura, mi risulta invece difficile per quello che esse fanno e dicono nell’ambito della politica ufficiale. La ragione penso sia riconducibile a un generale sentimento di diffidenza nei confronti della politica e in particolare a un giudizio di omologazione al maschile nei confronti delle donne che si affermano in quel campo.

Da poco tempo mi sono però imposta di astenermi almeno dal parlar male, qualora non riesca a parlar bene, anche delle donne politiche. La decisione è seguita a una travagliata riflessione autocritica intorno al più recente episodio nel quale mi sono trovata a esprimere un giudizio negativo su donne protagoniste di un avvenimento politico. Al centro della riflessione c’era un mio articolo, uscito in occasione delle ultime elezioni amministrative per il Comune di Savona, nel quale stigmatizzavo la candidatura delle due donne che si contendevano la carica di sindaco al ballottaggio come mera operazione cosmetica e di facciata da parte dei partiti in forte crisi di credibilità nell’opinione pubblica. Una volta divenute una sindaca e l’altra capa dell’opposizione, mi sono sentita in forte imbarazzo e impedita nel fare interventi nel merito avendo realizzato che ogni possibilità di interlocuzione e confronto risultava compromessa in partenza proprio a causa del mio articolo; d’altronde mi son chiesta come avrebbe potuto agire quello stigma a parti invertite e ho dovuto ammettere che difficilmente io stessa avrei potuto avere sentimenti di apertura e disponibilità al confronto con chi mi avesse giudicata incapace di volontà propria e mero strumento di disegni altrui.

L’autocritica mi ha portato pertanto a concludere che, per quanto convinta di aver detto il vero, ritenendo in quel momento di non avere elementi per parlar bene a meno che non volessi limitarmi a esaltare la novità delle candidature in rosa, avrei fatto meglio a tacere. L’invito di ViaDogana3 all’incontro del 13 maggio ha però riaperto la questione e mi ha fatto capire che non potevo accontentarmi della conclusione cui ero arrivata, per cui mi sono recata all’incontro determinata ad accogliere qualunque idea in grado di aiutarmi a sciogliere il nodo nel quale mi sentivo avviluppata. In effetti le relazioni introduttive e diversi interventi hanno soddisfatto pienamente le mie aspettative consentendomi di mettere a fuoco i differenti modi nei quali avrei potuto agire positivamente nel caso in esame, evitando la chiusura della comunicazione e anzi tenendo la porta aperta a impreviste possibilità di scambio.

Accogliendo il senso dell’introduzione di Chiara Zamboni, avrei potuto sospendere il giudizio per rimanere in posizione di apertura e attenzione verso la “potenzialità di essere” insita nella scelta di mettere a disposizione della collettività la propria esperienza femminile da parte delle aspiranti sindache oppure, sull’esempio della celebre intervista di Ida Dominijanni a Patrizia D’Addario, fare un passo indietro e dare la parola alle due donne per fare emergere il loro punto di vista sul dispositivo (di potere) che aveva portato alla candidatura in rosa. La sospensione temporanea del giudizio avrebbe potuto consentire interventi successivi mirati e anche, come suggerito da Giordana Masotto, l’apertura di conflitti atti a spostare in avanti il terreno del confronto, oppure di capire meglio e trovare una spiegazione non superficiale dei fatti, come precisato da Lia Cigarini.

Anziché impormi anche temporaneamente il silenzio avrei potuto intervenire, secondo l’indicazione di Luisa Muraro, articolando diversamente il discorso in modo da mettere in luce anche il lato positivo di quell’avvenimento politico e riconoscendo alle due donne ciò che sappiamo essere una leva potente, in genere sottaciuta, del protagonismo femminile nella scena pubblica: il desiderio di riscatto personale e collettivo da una situazione storica di inferiorità come anche la volontà di significare simbolicamente valore e sapere femminile anche in attività tradizionalmente maschili.

Una presa di parola contestuale ma saggia e consapevole, con maggiore probabilità della sospensione del giudizio, avrebbe lavorato per l’apertura alla possibilità di sviluppi futuri, ma per prendere quella parola avrei forse dovuto fare appello all’empatia e al senso di sorellanza, di cui hanno parlato sia Luciana Tavernini che Luisa Muraro, che purtroppo mi risulta ancora difficile nutrire nei confronti di tutte le donne e in particolare per quelle impegnate nella politica maschile. Penso infatti che dovrò lavorare ancora molto per alleggerire il mio sguardo e la mente da pre-giudizi, antipatie, false certezze per divenire capace di scorgere anche nel negativo la possibilità del bene ed imparare a parlar bene delle mie simili anche quando sono dissimili da me.

Le parole molto usate o usate male, si logorano, ma le parole a certe condizioni hanno il dono di rigenerarsi. Siamo qui per trovare queste condizioni, anzi con il sentimento di creare qui, ora, tra noi, queste condizioni capaci di rigenerare parole come quelle del titolo. Privilegerò il punto di vista della donna che sono io stessa, ma la questione si pone anche, diversamente, dal punto di vista maschile.

Concordo con Chiara Zamboni che parlare bene delle donne, prima di essere un impegno, domanda una disposizione interiore di apertura. Imporsi di farlo è perfino controproducente. In generale, le esistenze femminili sono afflitte da troppe imposizioni, esterne o interiorizzate o interne. A furia di essere gentili, ci sono donne che alla fine delle loro vite riescono solo a parlare di dolori, disgrazie e cattiverie. Io ho smesso gli sforzi per essere gentile, che mi facevano ammalare.

Non è facile parlare bene delle donne. Intendiamoci su una cosa di fondo: come ha detto Simone Weil, “il male è il contrario del bene, ma il bene non è il contrario di niente”. A proposito, vi segnalo l’uscita di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil (Quodlibet 2018), quanto di meglio per avvicinare l’opera e la figura di questa pensatrice, alla quale Gaeta ha dedicato tanta parte del suo impegno di studioso.

Non è facile, ma s’impara. S’impara non come un dover essere o come una pratica politica. S’impara così come impariamo a parlare una lingua straniera o a cucinare bene. Dopo tanto esercitarsi, un giorno scopri che lo sai fare. Diventa una competenza e un’accresciuta familiarità tra sé e il mondo. Detto in altro modo e meglio: questo parlare bene è essenzialmente una risposta; da imparare sono le domande che portano a quella risposta.

L’input iniziale più forte a me è venuto quando mi sono resa conto che, scrivendo, ci riesco meglio se parlo bene delle donne, indipendentemente da quello che io ho progettato di scrivere. Anche le critiche mi vengono meglio. Perché e per come, posso solo supporlo. Quando si scrive, si tratta di non mentire, di non imbrogliarsi, di immaginare senza illudersi, di lavorare nella ricerca della verità soggettiva, di ascoltare, di rendere dicibile il vero… insomma, di attingere a quel bene che non è il contrario di niente. Suggerisco di farsi una strategia, come in tutte le cose che riguardano il gioco del dentro-fuori. Quello che dico di me può valere anche per te, ma non sostituisce la tua strategia. Per esempio, ho smesso di fare sforzi di gentilezza perché mi facevano ammalare, ma mi serve una strategia nei rapporti con le altre, altrimenti mi ammalo di rimorso.

Ci sono dei momenti speciali in cui si fanno passi da gigante. Uno è stato, per me, la nascita della Libreria delle donne qui a Milano. Con la presenza di tutte quelle opere femminili, mi sono resa conto che, fino allora, in maniera inconsapevole e automatica, la firma femminile si associava in me a un senso d’inferiorità. Libera da questo complesso, sono diventata più intelligente. Il femminismo da solo non bastava, infatti poteva ridursi a offrirmi uno sfogo nel parlare male e contro gli uomini. Il groppo restava dentro.

Di che cosa sto parlando? Della disgrazia di essere nata donna, per rispondere con parole di Simone Weil. Faceva groppo un’eredità millenaria di soggezione e di misoginia.

Non capiremmo la strada che ha preso una parte del movimento femminista (il trans femminismo di cui ha fatto cenno Chiara Zamboni nel secondo esempio) senza considerare l’impulso a trascendere la differenza sessuale, sentita come causa della “disgrazia”. Questo impulso c’è perché fra l’essere corpo e l’essere parola c’è la necessità di una mediazione: se questa manca e sei una femmina, la tua diventa l’indecente differenza, come l’ha chiamata Alessandra Bocchetti. Il parlar bene delle donne è questa mediazione in atto. Non è la strada che ha preso Simone Weil, lei ha preso un’altra strada. Il pensiero della differenza (la ricerca del senso libero della differenza sessuale) nasce storicamente dalla necessità della mediazione, tenendo presente che la nostra civiltà si è sviluppata facendo mediazioni al neutro-maschile, come se le donne non esistessero per se stesse.

Io mi sono azzardata a scrivere un libro sulla fortuna di essere nata donna facendo conto che ci siano donne che hanno accettato di esserlo nella maniera più pacifica e naturale. Ho davanti agli occhi il caso di una mia sorella. Queste donne (che di solito non diventano femministe) sono un ingrediente prezioso per fare società femminile. Anche la relazione tra sorelle, detto per inciso, è un ingrediente prezioso e mi viene in mente la felice idea di Ivana Ceresa di fondare un’associazione ispirata a questa relazione, la Sororità.

Ma il libro l’ho scritto e altri ne ho scritti perché io invece non ero come mia sorella, io avevo dentro quel groppo e non ho accettato la condizione umana così come mi si presentava. Non sono un’eccezione, c’è tutto il movimento femminista a dimostrarlo con la sua abbondante letteratura (lo scrivere, come il parlare, in generale, è lavoro di mediazione).

Quando dico “io sono una donna”, non è un’affermazione naturalistica, è una guadagnata rispondenza tra natura e cultura, una conquista. Per alcune la conquista sarebbe la transessualità. Non sono d’accordo ma conosco la difficile accettazione della condizione umana così come può presentarsi a una donna e so anche che la necessaria mediazione non è un possesso, è un attuare (un agire qui e ora). Quando incontri donne che prendono posizioni per te urtanti, c’è la possibilità di una narrazione inclusiva, senza per questo pasticciare con quello che per te è vero e giusto.

Prima della scelta femminista, c’è la risposta del fare società femminile, che resta sempre cosa buona, con o senza femminismo. La società femminile si regge su un’arte molto nominata e poco indagata, quella di un parlar-male-con misura, così come la società femminista si regge sulla capacità di confliggere senza farsi la guerra.

Un’altra occasione d’imparare le domande che portano alla risposta del parlare bene, è stata per me il cinema a firma femminile. Oggi penso con riconoscenza alla scelta dell’associazione “Lucrezia Marinelli” di raccogliere e far conoscere esclusivamente questo cinema. Non mi viene più l’impulso di confrontarlo con quello selezionato per il grande pubblico, che è maggioritariamente a firma maschile. D’altra parte, non c’è niente di strano se mi sono trovata in difficoltà davanti a un cinema con la sensibile impronta di una ricerca centrata sulle donne. Vuol dire che sono sulla strada di farmi le domande giuste. E proprio per questo, ho cominciato a prestargli un’attenzione speciale, come davanti a una scrittura che comincio a decifrare. Per esempio, nella protagonista del film di Francesca Comencini, Amori che non sanno stare al mondo, che è una tipa straordinariamente innamorata di un tipo gradevole quanto poco straordinario, ho riconosciuto un modo di essere posto a grande distanza da me, ma internamente a me (l’intima estraneità…).

Per una ragione simile frequento gli appuntamenti della Quarta vetrina alla Libreria delle donne, promossi dalla critica d’arte Francesca Pasini. In verità la situazione qui è diversa, io sono a disagio davanti all’arte contemporanea in generale. Li frequento per imparare a capire, avendo però capito a che porta bussare, da che porta passare.

L’idea che parlare bene delle donne sia, almeno per me, una risposta e una conquista, mi si è affacciata pochi mesi fa. Una giovane amica del Coordinamento delle teologhe mi aveva interrogato sul fare memoria del passato per andare verso il futuro. Le ho risposto che noi oggi, cioè l’umanità nel suo insieme se posso parlarne a partire da me, abbiamo il problema di sgombrare il futuro, sgombrarlo dalle macerie di speranze finite male e dalla sua attuale destinazione agli scopi dell’economia finanziaria. Una dimensione temporale per accogliere le cose buone, come ai tempi delle utopie politiche, per noi forse non c’è. E allora? Ho risposto: siamo donne, possiamo liberare la prospettiva del futuro generandolo, e mi sono messa a divagare su quest’idea, risalendo a Carla Lonzi che ha detto che noi femministe non abbiamo bisogno del futuro, e prima ancora, fino ai primi cristiani che si erano messi ad aspettare il ritorno del loro Maestro, credendolo imminente.

Ma in pratica, ho dovuto fermarmi e chiedermi, che cosa vuol dire generare il futuro? Ho scoperto così che una risposta buona, almeno per me, c’era già: nei limiti delle mie possibilità, ho scritto, vuol dire obbedire a una richiesta dei nostri tempi che è di parlare bene delle donne, dopo secoli e secoli d’iniqua maldicenza. (Poco dopo aver formulato questa risposta, il direttore di un quotidiano italiano pubblicò un goffo elogio delle donne, in prima pagina; era alle sue prime prove e faceva un po’ ridere, ma c’era lì la timida conferma che si tratta di un’esigenza sentita ai nostri tempi.)


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Parlare bene delle donne, del 13 maggio 2018.

C’è una disposizione di apertura al mondo che viene logicamente prima dei giudizi positivi e negativi sulla realtà. Questa apertura mostra che noi ne siamo del mondo e il mondo è in relazione a noi. In termini politici questa apertura significa che le donne e gli uomini mi interessano, quel che fanno mi riguarda sempre e comunque. Ogni loro azione, discorso mi coinvolge, mi ferisce, aumenta il senso di me o mi diminuisce. Ha a che fare con la mia vita.

Non si tratta dunque di assumere come buona pratica il parlare bene delle donne contro la pratica del parlarne male, ma di portarsi su ciò che è essenziale e cioè questa apertura per cui tutto è interessante. Mi riguarda. Ed è a partire dal fatto che mi riguarda che sono portata poi – in seconda battuta – a formulare dei giudizi.

Compiendo questo passo indietro, mi fermerei sul fatto che questo interesse per il mondo prima di ogni giudizio mi porta a dare poi dei giudizi non tanto positivi o negativi, quanto singolari, circostanziati, sapendo che comunque sono coinvolta soggettivamente perché nel comportamento dell’altra c’è qualcosa che ne va di me.

Porto un esempio di passo indietro dall’immediatezza di un giudizio positivo o negativo nel considerare il comportamento di un’altra donna. Ricordo come nel 2009 Ida Dominijanni avesse presentato su «il manifesto» la figura di Patrizia D’Addario, una donna che era entrata nel circuito dello scambio sesso-denaro nella costruzione del mito di potere ruotante attorno alla sessualità maschile di Berlusconi. Avevo letto allora gli articoli. Ho riletto poi su Patrizia D’Addario le pagine che Ida Dominijanni le dedica in Il trucco. Sessualità e biopolitica alla fine di Berlusconi (Ediesse, pp.71-101). Lo porto come esempio cruciale perché mi ricordo che nel dibattito femminista del tempo D’Addario veniva giudicata o positivamente (si tratta di libertà femminile e ognuna può regolarsi come crede) o negativamente (è un esempio di sottomissione alla logica di uno scambio maschile). Dominijanni ha fatto un passo indietro rispetto a questa contrapposizione. Ha intervistato, cioè dato parola pubblica, a D’Addario. Ha dato voce agli elementi di scarto soggettivo rispetto al modello previsto di giovane donna nel contesto della sessualità di potere maschile, al lato affettivo di differenza femminile che ha spinto lei, a differenza di altre, a portare a luce pubblica i comportamenti di Berlusconi mostrando il castello di carta di una sessualità di potere, che è di carta solo se donne a partire dalla loro esperienza ne parlano.

Ovviamente il lavoro simbolico di mostrare le potenzialità politiche del gesto di D’Addario è tutto di Dominijanni, perché Ida ha a cuore la politica delle donne, che è come dire che le interessa il mondo e se ne sente parte.

Quale guadagno da questo esempio? Che in realtà l’invito a parlare bene in generale delle donne – quando è una posizione presa a priori, come postura – significa creare un tempo di sospensione dall’accettazione o rifiuto immediati. Comporta che per un po’ mettiamo tra parentesi il lavoro simbolico di capire il comportamento di quella singola. Questo di solito per due motivi. In primo luogo perché per il momento non abbiamo elementi per arrivare a un giudizio singolare. In secondo luogo abbiamo bisogno di fare silenzio dentro di noi e riorientarci. Dunque interpreto l’invito a parlare bene delle donne in modo generale come attesa per avere il tempo di andare a una conoscenza effettiva della situazione. Certo c’è un guadagno di tutte a fare un passo indietro dall’immediatezza dell’accettazione o rifiuto. Per poi, come nel caso di Ida Dominijanni e Patrizia D’Addario, andare a una comprensione dell’altra, cioè a dare spazio alla voce singolare all’interno di una trama simbolico-politica della realtà.

Porto un secondo esempio. Frequento occasionalmente a Verona il gruppo di giovani donne del movimento Non una di meno. Il mio giudizio è positivo o negativo? Da un lato sono molto contenta che ci siano perché è legato a un movimento femminista presente in più paesi, che oggi trovo tra i più interessanti. Le ragazze del movimento a Verona hanno un riconoscimento vero, non formale, del pensiero della differenza e allo stesso tempo sono del tutto impegnate in una loro ricerca autonoma attorno alla parola orientante di transfemminismo, come termine ancora da scoprire e inventare. Tuttavia in una città come Verona, nella quale la sinistra tradizionale è più assente che altrove, si stanno caricando di compiti, che sono stati propri della sinistra: l’antifascismo, le manifestazioni per il 25 aprile, e così via.

Da un lato vedo in loro delle grandi potenzialità, un femminismo radicato, ma allo stesso tempo osservo che si fanno portatrici di valori già consolidati e sperdono la loro energia nell’organizzazione di manifestazioni che tendono in parte a sostituirsi alla sinistra nella forma dell’attivismo.

Perché porto questo esempio? Sono ragazze che mostrano grandi potenzialità. Sono vitali, intelligenti, appassionate del femminismo. Tuttavia rischiano di sperdersi per sostenere battaglie non loro. Non mi sento di dare un giudizio definitivo né di bene né di male. Ho un atteggiamento di apertura nei loro confronti perché sento la potenzialità che esse fanno essere anche per me. La loro potenza d’essere è un processo in atto. Possono fare degli errori, sbagliare, ma sento che il loro percorso è agli inizi, si misura nel processo stesso, che sicuramente è a zig zag, non lineare.

In questo caso il parlarne, dandone un’immagine complessivamente positiva e generale senza rigettare subito certi aspetti particolari, significa lasciare tempo che questo movimento inaugurale si faccia processo. È avere fiducia nella loro potenzialità generativa che è viva.

Questa riflessione è estendibile al rapporto con molte donne che mi interessano. La vita di una donna infatti non è un percorso legato a un destino che realizza consapevolmente.

Hannah Arendt alludeva al fatto che solo dopo la morte possiamo vedere il disegno che con i nostri passi abbiamo disegnato. Mentre siamo in vita, prevale invece il senso dell’imprevisto, della possibilità di una nuova nascita, di una potenzialità d’essere che una donna vive come processo in atto. Se mi è facile vedere in un movimento politico inaugurale la potenzialità che si fa processo, più complesso riconoscere questa potenzialità in donne che conosciamo da tempo e che vediamo ripetere gesti che esprimono una ferita interiore. Ma anche la ferita può diventare potenzialità politica-esistenziale. Penso che giudicare apre uno spazio simbolico positivo se manteniamo sempre aperto il senso di questa potenzialità d’essere, la possibilità di una svolta, di un nuovo inizio.

Allora anche un giudizio negativo rivolto a una donna a cui si tiene può risultare un aiuto per rimettere in movimento il processo trasformativo che magari vediamo essersi bloccato.

Voglio differenziare in modo netto l’invito a parlare bene delle donne in forma generale dalla pratica del conflitto politico. I conflitti politici con altre non nascono da giudizi positivi o negativi su di loro, ma per un discorso sulla realtà che viene fatto in modo contrastante e dove ognuna porta ragioni diverse. Il conflitto politico riguarda precise questioni del mondo comune e il significato da dare alla realtà. Scontrarsi politicamente con una donna non implica parlare male di lei nella sua singolarità d’essere. Anche se da sempre mi interessa capire il legame tra uno stile di vita, un modo di esserci e le posizioni prese sul mondo.

Detto questo, mi sono chiesta che parte abbia il legame con il materno nei giudizi particolarmente negativi di donne su altre donne.

Si sa che tra noi e le altre donne c’è un legame in cui le soggettività non sono del tutto individualità separate. Né una né due ma anche allo stesso tempo una e due con l’altra. Ciò accentua l’opacità fantasmatica, onirica del nostro rapporto con le altre. Non siamo di fronte ad una vera e propria confusione ma non si può parlare nemmeno di autonomia individuale e questo ha a che fare con il nostro legame con la madre da cui ci siamo separate ma anche non ci siamo separate. E così con le altre donne. Lo considero un elemento di forza che però rende complesse le relazioni femminili. Un aspetto che vedo risulta abbastanza incomprensibile agli uomini.

Questa prossimità intessuta di fantasmi spiega la durezza di giudizio di alcune donne sulle altre, che nasce di frequente dal fatto che l’altra non è lo specchio in cui vorremmo rifletterci. Non è mai sufficientemente all’altezza, non è mai perfetta. Non essendo perfetta, riflettendoci in lei, noi stesse ci sentiamo di meno. È questo che è insopportabile.

Ho in mente lo sguardo di amarezza, la bocca piegata in una smorfia in chi con sdegno parla male di altre donne. Non si tratta di un giudizio morale: c’è qualcosa di ferito rispetto a sé quando l’altra non è all’altezza.

È proprio in rapporto a questa situazione che è così importante l’orientamento della politica delle donne che tiene assieme aspetto soggettivo e politico: riscatta infatti le nostre ferite, le nostre mancanze, non negandole o aggirandole, ma mostrando che la loro verità è parte di un percorso politico dove la nostra soggettività è il luogo di sperimentazione di quello che capiamo e possiamo fare. Senza dunque sanarle, ma facendole parlare. La politica delle donne impara dalle mancanze e dalle ferite, e per questo aiuta a limitare il rifiuto della inadeguatezza di altre in cui ci rispecchiamo.

Cosa succede quando un giudizio negativo – comunque alla fine formulato – può andare a male, diventa disgregante? Questo tema è al centro del libro di Diotima La magica forza del negativo (Liguori).

Mi sono fatta l’idea che parlare bene delle donne come atteggiamento di fondo, come interesse e apertura, permette di dare spazio al negativo senza che questo vada a finire male. Può sembrare un paradosso ma non lo è. Cerco di spiegarmi.

Succede a volte che lo scarto che noi avvertiamo nei confronti di un’altra su cui formuliamo un giudizio negativo scivoli nella disgregazione del rapporto, con uno scacco conseguente sia della lingua sia della politica. La differenza che sentiamo con lei e che porta ad un giudizio negativo, se va oltre un certo limite, diventa ostilità nichilistica. Muro. Interrompe il circuito della politica.

Per questo è così importante formulare con finezza un giudizio singolare e circostanziato sull’altra. Questo impedisce che lo scarto tra me e lei diventi disgregazione e assuefazione alla disgregazione, cosa ancora peggiore.

In un saggio intitolato La grazia del no e contenuto in questo libro di Diotima, Cristina Faccincani rilegge il racconto di Melville intitolato Bartleby, dove lo scrivano pagato per trascrivere dei documenti dice: preferirei di no. Cristina lavora sulla grazia del no come un sottrarsi, un aprire uno spazio simbolico. Lo scrivano si ritrae «abolendo contemporaneamente ogni accettazione e ogni rifiuto, devasta e sabota i presupposti di ogni reattività abituale. (…) Facendosi vuoto di contenuti consolidati e familiari, apre spazi al processo, all’ignoto, alla differenza, al cambiamento, alla creazione» (p. 196).

Cosa guadagno da questo testo rispetto alla questione che ci sta a cuore? Rileggo la proposta di parlare bene delle donne come passo indietro dal parlarne male. Non tanto effettivamente parlarne bene sempre e comunque nei giudizi, ma astenersi dal parlarne male, perché ciò crea vuoto nei confronti dei contenuti consolidati, familiari, scontati e reattivi. Apre alla differenza, allo scarto, alla possibilità di cambiamento. Evita l’atteggiamento immediato di accettazione e rifiuto, facendo un passo indietro, cioè stando nell’apertura di cui parlavo all’inizio.

In questo modo si permette che appaia altro dell’altra. Ricordo una frase di Simone Weil nei Quaderni: «Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti» (Quaderni, vol. 1°, p. 258).


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Parlare bene delle donne, del 13 maggio 2018.

Il tema “parlare bene delle donne” mi ha sollecitato alcune riflessioni sul mio approccio al cinema delle registe e sul lavoro di recensione dei loro film.

Sono state illuminanti le parole di Luisa Muraro che nello scritto Parlare bene delle donne, trans comprese (VD3, 5 aprile 2018) dice: “A me tocca parlare bene delle donne e, quando non posso, tacere. […] Parlo per me, lo ripeto, ma la decisione ha in sé delle ragioni più grandi di me. […] So che c’è di mezzo una questione di giustizia. […] Sicuramente c’entra anche l’avere cognizione di causa; Simone Weil avrebbe parlato di attenzione”.

E quelle di Lia Cigarini che nel suo intervento all’incontro “Sulla violenza. Ancora” / Non accontentiamoci di mezzo mondo (www.donnealtri.it, 28 febbraio 2018) dice: “L’impegno e le energie, a mio parere, dovrebbero essere rivolte principalmente a parlare della donna uccisa: narrando la sua storia e dando un senso, un nome, al diniego che l’ha silenziata per sempre. Queste donne uccise sono protagoniste in prima persona della rottura del patto sessuale che sottendeva tutte le istituzioni sia quelle democratiche che quelle autoritarie conosciute fino ad ora.”

Per me si tratta, e mi interessa, avendo chiaro il forte impatto che il cinema ha sull’immaginario, di cercare nei film delle registe il nuovo: nuovi sguardi sui cambiamenti che le donne stanno mettendo in atto in tutto il mondo, sulle nostre nuove possibilità, sulla ricerca di nuove strade di libertà.

Sappiamo bene come il cinema recepisca velocemente i mutamenti e questa capacità l’hanno mostrata bene le registe a partire dagli anni Settanta con il femminismo.

Mi interessa come le registe (la maggior parte delle quali è anche sceneggiatrice e ideatrice del soggetto) raccontano le donne nelle loro esistenze; come costruiscono i personaggi femminili: i loro percorsi di coscienza; i desideri, le passioni; i sentimenti di libertà; la volontà di darsi un futuro o a volte solo la speranza di averne uno, la ribellione rispetto alle costrizioni, ai ruoli predefiniti. A questo proposito la grande regista Jane Campion dice: “mentre gli uomini raccontano ‘le donne dei sogni’, le donne raccontano come sono le donne reali”.

E infine, mi interessa, per significare sicuramente il nuovo, come le registe agiscono il cambiamento, come rovesciano, ad esempio, un finale, capovolgendolo, così da giocare uno scacco alla “predestinazione”. Mi piace qui ricordare la versione data da Agneszka Holland nel suo film Washington Square – L’ereditiera rispetto all’omonimo romanzo di Henry James e quella di Jane Campion in Ritratto di signora sempre tratta da un romanzo di James.

Tutto questo però evitando di cadere nel buonismo, nell’apologia o nella censura.

All’opposto parlando del negativo e ricordando l’importanza del suo lavoro “per sciogliere legami non liberi, sgombrare la mente da costruzioni inutili, alleggerire la volontà da fardelli insensati” (Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, 2005), porto come esempio, come esso operi nei film delle registe, ancora Jane Campion.

Le protagoniste di J. Campion – la regista con la sua opera copre un arco temporale che spazia dall’Ottocento ai giorni nostri – sono donne costrette dentro i vincoli della società patriarcale o da quelli istituzionali e, comunque, anche se non patriarcali, dentro rapporti di potere maschili, contro cui si scontrano passando anche attraverso le loro zone buie, le loro contraddizioni e debolezze e anche attraverso relazioni negative o false con donne. Compiono un viaggio, una rinascita che è la scoperta della potenza dei loro desideri, della sessualità, del piacere dei corpi. Un cambiamento che produce un sentire e un vivere più pienamente le loro vite. Le loro irrequietezze, instabilità e nevrosi hanno trovato la strada e si sono trasformate in una forza vitale.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Parlare bene delle donne, del 13 maggio 2018.

domenica 13 maggio 2018 ore 10.00-13.30


Cosa vuol dire parlare bene delle donne?

Quando per esempio si parla di violenza parlare bene delle donne può voler dire parlare di lei, della sua vita, non come vittima ma come testimone.

Parlare bene delle donne vuol dire sottrarsi ai significati correnti e vuol dire anche parlare con cognizione di causa.

Può voler dire considerare il negativo, anzi partire proprio da lì, ma senza consegnarsi ad una interpretazione unica e svalorizzante perché il negativo ha una magica forza che può portarci avanti.

Siamo all’interno di un cambiamento molto rapido nei rapporti tra uomini e donne, e questo ci porta a reinterrogarci sul linguaggio e sull’atteggiamento che abbiamo quando parliamo di quello che le donne dicono e fanno sulla scena pubblica.

Parlare bene delle donne ha a che fare con l’attenzione, con la giustizia e con la nostra libertà. E porta con sé un dono di intelligenza politica e capacità di stare in relazione che ci interessa.

Avvieranno la discussione Chiara Zamboni e Luisa Muraro.