Cara Luisa Muraro, sento profondamente vero che nulla di essenzialistico vi è nell’idea di differenza sessuale che costantemente affini e che mi fa da bussola. La mia storia personale si racconta secondo il principio che illustri, che la differenza sessuale consiste nelle differenze tra donne. Ma è come se infilassi la tua stessa collana a partire da un altro grano.

Da giovane avvertivo la maggior parte delle donne così distanti, dissimili, che la differenza sessuale, come accettazione di similitudine con le altre, tutte le altre, era quasi da capogiro. È stata solo la garanzia, la rassicurazione che non di uguaglianza o di sorellanza si trattasse, ma di differenze tra donne, a farmi accettare il mio essere simile, le mie simili.

Trovo quindi perfetta per me la precisazione che la differenza non è “tra”, ma “in”. Intendo così le tue parole: che la differenza non è uno spazio o un intervallo, fisico, mentale o relazionale. Si può, si deve (?) lavorare per costruirlo. Ma la differenza è “in”, è in me che scopro, accetto che io sono donna. È la differenza “in” me che apre uno squarcio anche sul panorama che tu spesso nomini, mi pare, come differenza “di me con me”. La luce che inonda lo scenario è la possibilità di contemplare le “differenze” che mi attraversano e che riguardano in infinita varietà tutte le altre.

Da questo punto fermo ho potuto accettare la differenza che mi ha reso simile, “la differenza sessuale” diventata per me principio evolutivo, che mi ha portata con il tempo e il lavorio del pensiero ad essere e sentirmi donna tra donne. È stata questa, propriamente, la mia nascita alla cultura.

Si è aperta anche, così, la più prossima delle possibilità di un mondo del “tra”. Da costruire, tra donne e tra donne e uomini. Un mondo, un noi, a proposito del pronome che tante volte sembra fare problema e che mi è caro, perché il tra donne, per me lontano da sentimenti di uguaglianza o di sorellanza, è stato una conquista: una continua risignificazione delle differenze tra noi, fuori dagli schemi delle discipline e della cultura corrente, ispirato dalla differenza sessuale: con le tue parole “principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana”.

– “La lingua batte”, domenica 2 dicembre 2018, Rai radio3, podcast, https://www.raiplayradio.it/audio/2018/12/La-lingua-batte-6feecfcc-deb1-4d25-802f-6f71ae37b816.html

– Lia Cigarini, La battaglia della narrazione, in “Sottosopra” Cambio di civiltà. Punti di vista e di domanda, settembre 2018.

– Paola Di Nicola, La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio, HarperCollins 2018.

– GiULiA giornaliste, Stop violenza: le parole per dirlo, GiULiA 2017.

– Chiara Zamboni, intervento in Linguaggio e politica, IAPh 8 dicembre 2015, audiofile, http://www.iaphitalia.org/quarto-incontro-linguaggio-e-politica-intervento-di-chiara-zamboni/

– Cecilia Robustelli, Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano, GiULiA giornaliste, http://www.accademiadellacrusca.it/sites/www.accademiadellacrusca.it/files/page/2014/12/19/donne_grammatica_media.pdf

– Chiara Zamboni, Lo splendore di avere un linguaggio, Intervento al Convegno internazionale “Culture indigene di pace”, Torino 23-26 aprile 2013, http://www.associazionelaima.it/intervento-di-chiara-zamboni/

– Vita Cosentino (a cura di), Lingua bene comune, Città Aperta Edizioni 2006.

– Chiara Zamboni (a cura di), Il cuore sacro della lingua, Il Poligrafo 2006.

– Chiara Zamboni, Parole non consumate, Liguori 2001.

– Eva-Maria Thüne (a cura di), All’inizio di tutto la lingua materna, Rosenberg & Sellier 1998.

– Luisa Muraro e altre/i, Lingua e verità. Emily Dickinson, Teresa di Lisieux, Ivy Compton-Burnett, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano 1995.

– Luisa Muraro, Lo splendore di avere un linguaggio, “aut-aut”, n. 260-261, 1994.

– Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti 1992 e 2006.

– Luce Irigaray, Parlare non è mai neutro, Editori Riuniti 1991 (esaurito).

– Luisa Muraro, La lingua batte dove il dente duole, il manifesto, 2 giugno 1988 (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/la-lingua-batte-dove-il-dente-duole/).

– Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, e Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, Istituto Poligrafico dello Stato 1987 (esauriti, si trovano sul sito Pari opportunità o su uniroma.it).

– Patrizia Violi, L’infinito singolare, Essedue 1986 (ebook 2014 http://ebook.women.it/prodotto/linfinito-singolare-patrizia-violi/)

Sono andata a rivedermi alcuni scritti miei e di altre donne che risalgono a tanti anni fa, durante i percorsi comunicativi sull’identità e sul desiderio femminile, percorsi frequentati principalmente da donne. In ogni percorso, a un certo punto si presentava la domanda su che cosa fosse, in realtà, la differenza sessuale, dopo il riconoscimento biologico. Soprattutto perché veniva fatta confusione tra la differenza sessuale, la differenza tra donne e tutte le altre differenze.

A un certo momento, mettendo insieme gli scritti di molte donne, emergeva una consapevolezza personale e anche comune. Abbiamo raccolto le parole, prendendole dall’una e dall’altra e ci siamo dette: Sono Donna differente dall’uomo e mi riconosco nelle altre donne mie simili. Ognuna di noi può dirsi e dire: Sono Donna Originale Unica Diversa (da ogni altra donna), e Questa consapevole realtà fa la differenza sessuale femminile.

Per me e per parecchie altre donne è stata importante quella presa di coscienza. La differenza è in ciascuna di noi in relazione con l’altra, proprio così.

Da allora credo di avere intuito o individuato la differenza IN maschile di alcuni uomini, naturalmente tra quelli con i quali ho potuto comunicare, approfondire e interrogare, capire la distanza che c’era tra me e loro, chiedere di dirmi la visione che avevano di se stessi – che li metteva in difficoltà – ascoltare la loro visione delle cose e del mondo di cui, mi pareva, sapevano tutto con sicurezza e senza imbarazzo.

Noi donne nominiamo la nostra differenza sessuale femminile e sappiamo di averla dentro e la significhiamo con le nostre parole dicendo come stiamo e vogliamo il mondo.

Gli uomini, in generale, ci hanno sempre mostrato e continuano a mostrare il risultato del loro stare nel mondo: quello che hanno imparato e sanno, quello che hanno il potere di dire, fare, comandare e governare. A tutti i livelli.

Hanno una grande difficoltà a capire che cosa vuol dire partire da sé e di conseguenza non possono creare quella cultura radicata al proprio essere maschile perché, normalmente, partono dal fuori di sé.

Mi pare che la differenza in del maschile gli uomini non la dicano, pare che non la sappiano dire. Non nominano la loro differenza e alcuni uomini dicono di riconoscersi proprio nella differenza femminile e si definiscono femministi. Si riconoscono nella differenza femminile che però, mi pare, resta fuori-altra da sé.  Infatti ci sono uomini che lasciano ben sperare perché, attratti dal modo di essere ed esistere della differenza femminile, si presentano con attenzione, disponibilità e desiderio di partecipare e vivere nel mondo desiderato e creato dal femminismo.

Penso che ci sia un rischio, però, di superficialità quando un uomo si definisce femminista, perché può venire facile mettersi in quella posizione e fermarsi là, facendo coincidere la sua differenza con quella femminile, sovrapponendosi o aggiungendosi alla modalità della differenza femminile. È una situazione che può impedire di accorgersi che, per stare bene e governare il mondo insieme donne e uomini, un uomo ha da nominare la sua differenza in (quella che è emersa in lui, dopo il patriarcato) e darle il nome a partire da sé, con profondità e consapevolezza, mettendosi di fronte alla già esistente differenza femminile nominata.

Leggo il Corriere della Sera da quarant’anni e ha ragione Giovanna Pezzuoli quando afferma che sui media, specialmente quelli italiani, c’è scarsa attenzione e comprensione della politica delle donne: ma non è tutto. Se alcuni affermano – come fa Saviano – che le manifestazioni del #metoo hanno un “sapore antico” è perché sono loro che hanno uno sguardo antico, come anche la giornalista dice alla fine della sua introduzione. Ma noi gli occhi nuovi per vedere ce li abbiamo e non possiamo non notare ciò che è cambiato.

Tanto per fare un esempio, quarant’anni fa un articolo come quello di Pierluigi Battista Uomini assenti sul caso Weinstein (6/10/2017) a proposito di Asia Argento nessuno lo avrebbe mai scritto sul Corriere; e lo stesso si può dire di altri interventi su questo giornale: come più recentemente Se le donne tornano in quota (21/11/2018) dove Marco Garzonio afferma, sia pur tra qualche ingenuità, che «non è questione di quote rosa, ma di cambio di mentalità: di rivoluzione culturale».

O ancora Paolo Lepri che nella sua rubrica Facce nuove («Il diario pubblico di Mahdia Hosseini», 4/1/2019) commenta le parole scritte da questa giovane donna afghana sul Migratory Birds, il giornale da lei fondato insieme a quindici ragazze del campo profughi di Schisto in Grecia.

Quello che trovo interessante è che non solo sta cambiando lo sguardo degli uomini – di alcuni uomini – sulle donne, ma sul loro essere maschi: negli anni precedenti non sono mancate iniziative in questo senso, come quella di Maschile plurale (www.maschileplurale.it) o interventi su giornali come Il Manifesto o riviste come Via Dogana – dove ha scritto per esempio Alberto Leiss – ma erano esperienze minoritarie che non conquistavano la grande stampa come oggi: segno che il senso comune sta cambiando.

E non solo sulle pagine dei quotidiani: ultimamente è uscito il romanzo di Francesco Piccolo “L’animale che mi porto dentro”, che ha provocato giudizi contrastanti sia fra gli uomini che fra le donne.

L’ho comprato subito e in prima pagina ho trovato due citazioni: la prima ci parla di ciò che l’ha spinto a scrivere:

«Un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla situazione particolare di essere maschio». Simone de Beauvoir, Il secondo sesso.

La seconda ci dice a chi ha rubato il titolo:

«L’animale che mi porto dentro/ non mi fa vivere felice mai/ si prende tutto/ anche il caffè/ mi rende schiavo delle mie passioni», Franco Battiato, L’animale.

Il romanzo, scritto da Piccolo con leggerezza e la consueta ironia, ha un inizio scoppiettante e segue il protagonista durante la sua formazione nel branco dei maschi, cercando di capire come dal ragazzino che piange disperato per amore su una panchina sia venuto fuori l’energumeno che nel campo di basket prende a pugni l’avversario e gli sputa in faccia. Insomma come sia diventato stocazzo.

Penso che questo sia un romanzo coraggioso anche se parla più agli uomini che alle donne – noi certe cose le sappiamo già: ho trovato molto divertente il personaggio della moglie, che quando lui vuole parlare gli volta le spalle e comincia a occuparsi di un’altra cosa perché pensa che discutere con lui sia una perdita di tempo, costringendolo così ad inseguirla.

Del fatto che questo libro parli di più agli uomini, ho avuto una conferma giorni fa: ero al bar che ne discutevo con un’amica quando un avventore a me sconosciuto si è inserito nella conversazione e poi si è scritto il titolo su un tovagliolino con l’intenzione di comprarselo. L’ho incontrato qualche giorno dopo e lo stava già leggendo. Non mi era mai capitato.

Per concludere: non è vero che non c’è niente di nuovo sotto il sole, bisogna vederlo se vogliamo che uomini e donne imparino a parlarsi.

Care tutte, seguo il ragionamento di Luisa Muraro nell’articolo «Differenze tra donne, differenza sessuale» (18/12/2018) come lo ho capito:

La differenza è in, quindi c’è, è “prima”. Come lo so? Affermandola. Se c’è, cosa è? Si mostra, si dice.

È sostanza ma non cosa, c’è se la affermo per me e per le altre, ed è nel rapporto con le altre che si significa. È il meccanismo dell’Io penso-con, la differenza.

Ma l’Io penso-con ha già in sé la differenza perché io sono come mia madre e mia madre me lo ha comunicato (e ugualmente comunica la differenza a chi non è come lei).

Eccola qui, aerea e imprendibile nella sua sostanza ma esplicita e grandiosa nella sua incarnazione, come la figura un po’ troppo disincarnata dell’Assunta.

Ciao, Cristiana Fischer

La discussione sull’intersezionalità nata nell’incontro di #VD3 del 2 dicembre 2018 è risultata più ricca e interessante di come di solito succede. Se ne coglie meglio l’aspetto positivo, che è quello di cercare una chiave per rapportarsi alle differenze fra donne, di cercare di capire le altre.

Carlotta ci ha raccontato com’è nata la parola. L’avvocata Kimberlé Crenshaw l’ha coniata nel 1989 durante una causa per il reintegro di lavoratrici licenziate da un’azienda, che erano tutte nere. La difesa dell’azienda respingeva le accuse di comportamento discriminatorio con quest’argomento: non era discriminazione contro le donne, perché non aveva licenziato tutte le lavoratrici (solo quelle nere), né discriminazione razziale, perché non aveva licenziato tutti i dipendenti neri (solo le donne).

Carlotta dice che si tratta, per lei, di una lente metodologica di cui aveva bisogno per leggere la sua vita e quella delle altre.

A mio avviso, l’avvocata si è trovata nell’urgenza di trovare una parola che rendesse dicibile l’evidente ingiustizia che l’azienda negava. La parola ha avuto il merito di farlo. Resta legata, però, a un’ottica di contrasto delle discriminazioni, proprio perché nata in una causa legale in cui i dispositivi antidiscriminatori erano l’elemento cruciale per tentare di far annullare il licenziamento. Ed è questo il punto debole: dall’associazione con le discriminazioni, e per estensione con le oppressioni, l’uso del concetto di intersezionalità scivola facilmente in quella banalizzazione che la fa percepire, talvolta da chi la sente, talvolta da chi la usa, che mescola i piani tra quello che si è per nascita e per storia e le ingiustizie subite, per esempio essere donna ed essere supersfruttata, riducendo tutto a una somma di oppressioni: essere donna, essere nera (per restare all’esempio del caso giuridico) rischiano di diventare “oppressioni”. E, no, io sono una donna, non un’“oppressione”. Ci sono gli uomini, o c’è il patriarcato, che vogliono opprimermi o ridurmi all’insignificanza, ma io sono una donna e non voglio essere altro. Lo stesso vale per chi è nera, per chi è lesbica.

Allora mi atterrei a qualche considerazione: una è che occorre uscire dall’ottica antidiscriminatoria, e usare la parola “intersezionalità” solo con proprietà e precauzione, e ascoltarla con estrema attenzione a come viene usata, evitando e facendo evitare banalizzazioni.

Un’altra è pensare a sé come soggetti in relazione con altri, riducendo al minimo le categorie interpretative “oggettive” da applicare a sé e alle altre a favore della pratica politica del partire da sé, del cercare la propria verità soggettiva, che non è l’individualismo ma la consapevolezza che ciò che vivi realmente non può essere azzerato da ciò che altri (o altre) dicono di te. Allora non sarà più una lente metodologica applicata da me all’altra a farmi capire le sue differenze da me e quello che abbiamo in comune, ma quello che l’altra mi dice di sé e il suo sguardo su di me, che io ricambio e confronto con la mia verità soggettiva, a fare luce sulle differenze tra donne e a dare misura a entrambe. Una misura che non è l’oppressione ma il desiderio politico. Un esempio? Riconosco autorità a Audre Lorde, femminista, nera e lesbica. Lei diceva: «Fate delle vostre differenze la vostra forza». È questo.

L’importanza politica dell’intersezionalità consiste nella sfida di accordare le differenze tra esseri umani con il principio di uguaglianza. Altrimenti, il principio dì uguaglianza comunemente riconosciuto si trasforma in un fattore di appiattimento che di fatto conferma vecchie ingiustizie o ne crea di nuove. Basta pensare alla nozione post-patriarcale di genitorialità che cancella la differenza sessuale e rende invisibile il contributo femminile alla procreazione.

Nella politica delle donne, la nozione d’intersezionalità si afferma esplicitamente, a cominciare dagli Usa, con la contestazione della presunta sorellanza femminista da parte delle afroamericane.

Finora io, come tante altre, ho riflettuto su questo problema nei termini posti dalle differenze tra donne, come differenze di situazione familiare, di condizione sociale, di privilegi sociali, di provenienza geografica, differenze nei rapporti con gli uomini, di collocazione nel gruppo stesso che si frequenta…  Dunque, non sono soltanto quelle prese in considerazione dalle teoriche dell’intersezionalità, che di solito coincidono con le categorie fatte oggetto di analisi sociologica e storica; altre ce ne sono, percepite nelle relazioni tra donne a partire dalla propria esperienza vissuta come anche dalla conoscenza della realtà circostante. Per esempio, negli anni Settanta la scarsa presenza di operaie tra noi si faceva notare. Ed è in questi termini che darò il mio contributo.

Per me, il femminismo comincia nell’atto di riconoscere che io sono una donna e di rispecchiarmi, quindi, come essere umano nelle altre donne, prima che negli uomini. Ma tra me e le altre donne ci sono molte differenze. Tuttavia, per quanto grandi, non previste e non pacifiche, queste differenze non mi fanno sentire altra dal genere umano femminile né mi fanno dire che quelle non sono donne. Ed è in questo punto che ho trovato la risposta a una domanda che mi viene posta quando respingo la critica di essenzialismo rivolta al femminismo della differenza.

La domanda è questa: ma allora, se non teorizzi un’essenza umana femminile differente da quella maschile, in che cosa consiste la differenza sessuale negli esseri umani? La risposta ha due passaggi. Primo: sia chiaro che la differenza sessuale non è tra uomini e donne, sarebbe insensato perché, se distinguo i due sessi, maschile e femminile, vuol dire che la differenza ha già operato; diciamo perciò che la differenza sessuale è in. È in me, per cominciare, per cui dico: «io sono una donna». Secondo: la differenza sessuale che ha già operato, traspare con il mio (tuo… nostro, vostro…) riconoscermi nelle altre donne. Essa consiste dunque nelle differenze tra donne; ma non è una consistenza, è un principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana.

Questa, per ora, è un’intuizione; sento che è buona ma devo rifletterci e qui la espongo quasi per la prima volta, sperando nei commenti di chi mi leggerà.

È giusto analizzare i meccanismi neutri che, anche se meno di una volta, occupano il linguaggio, le immagini, le informazioni. Il neutro più eccellente e “inossidabile” è quello dell’arte visiva, dove il Leitmotiv è che la rappresentazione femminile fa parte dell’arte stessa, vedi la Venere di Botticelli. Così si sviluppa l’aspirazione a una specie universale, dove non è necessario distinguere se chi crea è un uomo o una donna.

Quando ho capito che ogni opera d’arte visiva è un soggetto messo al mondo non per via biologica da uomini o donne, ho cominciato a vedere non solo la differenza tra uomini e donne, ma anche la possibilità di entrare in dialogo con un sentimento maschile che prima attribuivo alla capacità dell’artista di trascendere la relazione soggettiva tra me e lui. Oggi, quando le immagini, non solo artistiche, sono il perno dell’informazione, è necessario decifrare in che modo l’opera di quella donna o di quell’uomo interagisce con il mio sguardo senza spingermi in una zona neutra consentita, perché realizzata con capacità che superano le mie. Dall’arte prendo, invece, il suggerimento di appropriarmi di una lettura simbolica, estetica, concettuale in cui sta alla mia responsabilità decifrare la differenza che mi lega o unisce. Insomma, anche nella lettura dell’opera siamo facilmente preda di un neutro per mettere in primo piano la comprensione dell’eccellenza, invece della “scossa dei nervi” di cui parla Virginia Woolf, proprio rispetto alla pittura. Luisa Muraro parla della libera differenza delle donne, che permette di registrare anche le differenze tra le donne. Nel momento in cui mi approprio di un’opera d’arte di un uomo, non divento un uomo, ma posso registrare la differenza che voglio mettere a confronto con me e non solo rispetto alla storia dell’arte, presente o passata. Mi piacerebbe trovare il modo perché questo processo di appropriazione diventi uno degli elementi sul quale avviare la lettura reciproca del mondo. Forse allora ci sarà la forza per pretendere non un’equa distribuzione delle informazioni, ma una “normale accettazione” che donne o uomini creano, pensano, scrivono e che attraverso le loro opere possiamo riconoscere le nostre reciproche differenze e non un universale neutro che le comprende senza distinzione. Da qui ognuna e ognuno può rendersi conto di un comportamento e discuterlo, vale sia per le donne che per gli uomini, neanche a loro fa bene il neutro.


Francesca Pasini è critica d’arte e cura la Quarta Vetrina della Libreria delle donne, progetto dedicato alle arti visive.

domenica 2 dicembre 2018 ore 10.00-13.30


La parola giusta ha in sé il potere della realtà

Dopo la Women’s march e il #Metoo, anche le recenti elezioni di midterm negli USA mostrano che nella società americana la forza del cambiamento è nelle mani della soggettività politica femminile. In questa occasione ancora una volta si è creata una proficua interazione tra ciò che dicono le donne e la risonanza data dai mass-media alle loro parole.

Questo ci dà la spinta positiva per interrogarci sul rapporto tra donne e mass media qui in Italia. Come parlano delle donne? E della politica delle donne?

Sempre più donne si accorgono che siamo immerse in una cultura misogina che cancella e sminuisce l’esperienza femminile. Il linguaggio la veicola e la riflette. «La parola giusta ha in sé il potere della realtà» ci suggerisce Mary Daly. Partiamo allora dal linguaggio come questione politica: per trovare di volta in volta le parole giuste capaci di far deperire le narrazioni tossiche per le donne.


Ne discutiamo a partire dalle esperienze di Silvia e Carlotta di NonUnaDiMeno, e di Giovanna Pezzuoli, giornalista impegnata in GiULiA.

Ho riflettuto a lungo prima di recensire il film Euforia, opera seconda di Valeria Golino dopo l’acclamato Miele. Mi bloccavano una serie di perplessità e considerazioni sulla scelta dei personaggi: i due uomini protagonisti, due fratelli, Matteo e Ettore, poco mi corrispondevano con tutto il loro carico di desideri e di affermazioni sessuali, di bisogni di conferme e di incapacità a riflettere e elaborare le loro fragilità e disillusioni.

Però ho anche pensato che non avrei fatto giustizia alla regista, al suo lavoro e alla sua onestà – che ho ammirato alla sua interessante lezione di regia – fermandomi a queste prime valutazioni.

Perché la storia che racconta Euforia – due fratelli e la malattia – mi ha molto emozionato e ho sentito che mi riguardava,risvegliando ricordi e sensazioni intime e importanti. Parla sì della morte ma non in forme retoriche, lo sguardo è nuovo, non scontato. E parla della vita. Ha la sensibilità e la forza di raccontare come cambia la vita, come cambiano le nostre relazioni quando la malattia colpisce una persona cara.

Sa descrivere ed entrare con rara sensibilità e originalità in quelle atmosfere un po’ rarefatte e fittizie che si creano nelle relazioni quando la coscienza della nostra fragilità ci appare nelle sue forme assolute. Situazioni in cui vorremmo allontanare il più possibile il momento della verità, rendere più facile e sereno quell’ultimoscampolo di vita, regalare un’artificiosa inconsapevolezza in uno scambio di finzione con la realtà. E più i nostri sforzi sono orientati in quella direzione più vediamo crescere la consapevolezza nell’altro che forse vorrebbe piangere o ridere con noi e raccontarci tutta la sua paura.

Il film ben racconta il percorso verso questa consapevolezzariassumendolo in una bellissima scena fra i due fratelli in un parco fra coreografie di stormi in volo.

Valeria Golino lo descrive – nelle sue note di regia – con la parola euforia, che dà il titolo al film: «euforia è quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei a grandi profondità: sentirsipienamente felici e totalmente liberi. È la sensazione a cui deve seguire l’immediata decisione della risalita prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre in profondità».

Nella direzione delle attrici e degli attori la regista mostra grande maturità e talento, a partire dai due protagonisti, Ettore (Valerio Mastandrea) e Matteo (Riccardo Scamarcio) a cui si affiancano le interpretazioni di Jasmine Trinca, Isabella Ferrari e Valentina Cervi. Da sottolineare la sceneggiatura solida e ben costruita scritta da Francesca Marciano e Velia Santella.

Vorrei ringraziare Giordana Masotto per il suo bellissimo testo, “Il lavoro ha bisogno di femminismo”, pubblicato nel Sottosopra Un cambio di civiltà. Punti di vista e di domanda, di cui si è discusso all’incontro di Via Dogana alla Libreria delle donne di Milano. Arrivare in Libreria e sentire l’effervescenza del pensiero vivo, riconoscere quelle corde prima della presentazione al mondo di parole e idee nuove, respirare l’aria di festa e di celebrazione, mi ha dato subito una carica di vivacità, di allegria e di felicità. La felicità che da stare con donne appassionate dall’essere donne.

La prima cosa che ho sentito leggendo il testo di Giordana è stata sollievo. Le sue parole sul “non identificarsi né nelle discriminazioni né nella minaccia delle violenze” mi hanno alleggerito del peso che portavo ogni volta che come studiosa di diritto del lavoro sentivo quell’obbligo di dovermi soffermare su di esse e se non lo facevo, se non osservavo quel doveroso passaggio, mi sentivo a volte un po’ persa, altre bloccata e sempre in colpa. Giordana ci autorizza a non farlo ma allo stesso tempo ci libera dei pesi superflui e dannosi del farlo. Come? Ripetendo, come sentiamo e ci diciamo nella politica delle donne, che le donne al lavoro ci vanno intere. Ora (da tempo) ho capito che andare intere al lavoro vuol dire avere a che fare anche con la violenza, le molestie, le paure, le strategie di difesa e tra queste tanto tanto di prudenza. Infatti mi chiedo spesso perché non lo siamo di più, perché facciamo il capodanno di Colonia, perché andiamo ai San Fermines. Mi sento addosso il peso di queste donne, amiche, sorelle – forse anche le mie figlie lo faranno come l’ho fatto io –, che sono così imprudenti; e lo siamo quando non ci confrontiamo con il mondo, con i rischi e pericoli che ci circondano, con il nostro essere corpo (corpo desiderato da un sistema caotico e malato). Ieri mattina ho sentito paura quando ho attraversato Firenze alle sette del mattino per prendere il treno per arrivare qui, era ancora era buio. Ho incrociato uomini ubriachi, con lo sguardo perso e cattivo dopo una notte sfrenata di sabato. C’erano anche delle donne. Una volta c’ero anch’io. Mi chiedo, perché ci stiamo? Io non ci sto più ma sentivo lo stesso il peso di chi ancora preferisce vivere imprudentemente.

Quando al lavoro ci affermiamo, facciamo delle scelte con sicurezza e convinzione, ma soprattutto quando lo facciamo insieme ad altre, in relazione, lasciando sentire il profumo della libertà femminile in tutta la sua grandezza, gli uomini si inquietano e fanno ricorso a una vecchia e vincente strategia del patriarcato: dividere le donne. Non so nemmeno io, come dice Giordana, se il patriarcato è morto del tutto o è morente ma pericoloso, so di certo che questa vecchia strategia, a volte rude altre sofisticata e subliminale, di dividere le donne è ancora in piedi. Funziona così. Appena hanno occasione ti parlano male delle donne di potere o di quelle che lo ambiscono, di destra, delle belline che fanno carriera grazie al loro corpo, di quelle che della parità ne fanno un mestiere, di quelle ricche, di quelle imprudenti… di tutte quelle che intuiscono che tu non sei, che sei stata ma non più o non sempre, che avresti voluto essere, che hai smesso di essere dopo un processo di presa di coscienza e tanta sofferenza. E tu ci caschi ancora.

Facile cascarci quando sei cresciuta in un patriarcato che non risparmiava nemmeno le madri di alimentare la rivalità fra sorelle e amiche. Oppure in alternativa, se la consapevolezza ti ha fatto capire la trappola, accumuli i pesi che non ti fanno andare avanti lo stesso. Perché di questo si tratta qui e ora. Di andare avanti e di lasciar perdere, di parlare bene delle donne dicono alcune, di almeno non parlarne male, di stare attente alle circostanze di ognuna, di mettere da parte il nostro ego e costruire rete e comunità femminili, di interpretare la parola imperfetta dell’altra nel modo migliore, di non farci distrarre della nostra strada che è quella, come dice il testo, “di governare il lavoro con nuovi paradigmi”. Ho chiesto alle presenti alla discussione se si trattasse di costruire un universale da opporre/proporre all’universale maschile. Forse sì forse no. Dipende anche da loro, dagli uomini, se vogliono smettere di fuggire alle nostre richieste di dialogo, di interlocuzione, di negoziazione della differenza sessuale. Nel frattempo mentre si decidono noi ci faremmo un grosso piacere se smettessimo di sentire pesi patriarcali che ci impediscono di rimanere unite da quello che ci accomuna a tutte, pur avendo esperienze di vita molto diverse, cercando i punti di desiderio comune con le altre colleghe, come sentii dire a Stefania Giannotti a Barcellona, e facendo forza sulla nostra millenaria capacità di saper vivere le relazioni ricavandone il meglio di ognuna.

Ho apprezzato molto e colto come un segnale in questo senso la collocazione delle tre protagoniste di ieri mattina in Libreria: Giordana Masotto al centro della manager, Luisa Pogliana, e della sindacalista, Michela Spera. Un tentativo coraggioso di costruire parole insieme nel lavoro. Parole e prassi per farla finita con le violenze, con i riscatti sessuali, con le molestie e con il gap salariale; che tengano presente il nostro essere corpo al lavoro; che diano una misura e valore diversi del tempo di lavoro; che pensino a un lavoro ecosostenibile e che possano contrastare la conversione per alcune del doppio si in un doppio no.

Togliamoci pesi, sgombriamone la strada che ci porta a poter fare questo lavoro necessario per l’intera umanità. Che ci porta a essere unite! Metterei questo come sedicesimo consiglio da dare a una figlia femminista tra quelli che Chiamamanda Ngozi Adichie dà alla sua amica per la sua bambina. Ci provo anch’io con le mie due belle Matilda e Lia.

Quello che so del lavoro deriva dai lavori che ho fatto. Ne ho fatti molti, molto diversi tra loro, per poco o molto tempo, guadagnando poco o tanto, in posizioni differenti. Dunque ho una ricca esperienza di lavoro. Nonostante ciò, quello che so del lavoro mi deriva soprattutto dal pensiero fatto con altre. L’esperienza ha potuto diventare pensiero perché è stata ragionata, ripercorsa insieme ad altre. Questo è avvenuto nel gruppo lavoro, negli incontri e nella scrittura fatta insieme, nell’esperienza allargata dell’Agorà, nelle pagine dell’inserto di Via Dogana, Pausa lavoro.

L’età e la mia esperienza mi fanno dire che non è facile tenere insieme lavoro e pensiero/agire politico. Io temo di esserci riuscita poco. Ma adesso mi pare che il panorama stia cambiando e ho fiducia che per le donne si stiano aprendo più possibilità. È questa l’emozione di fondo che spero trasmetta l’articolo che ho scritto per Sottosopra. Ho fiducia che questo cambio di panorama apra più possibilità per ogni donna di tenere insieme il desiderio di starci alla propria misura e un agire politico che consenta di modificare il contesto in cui si muove, non solo di trovare un precario e spesso anche doloroso equilibrio personale.

Pensare con altre è fondamentale e per questo sono molto felice che Luisa Pogliana e Michela Spera – con cui abbiamo recentemente avviato un progetto comune che vuole dare voce e connettere in maniera inedita esperienze di manager e sindacaliste – siano venute qui oggi per farlo insieme, portando il punto di vista delle realtà in cui si muovono.

Concludo questa premessa ribadendo che due cose sono importanti nel panorama di oggi: è importante fare della buona teoria, mettere lì pensiero, perché altrimenti non si sa che gambe dare a quello che ognuna vive. L’altra cosa è tenere relazioni forti, valorizzanti, che riescano a dare forza a quel pensiero.

Come valuto la situazione presente. Di recente ho letto una frase che mi ha colpito. “Nei prossimi 100 anni gli esseri umani cambieranno più di quanto siano cambiati nel corso di tutta la storia dell’umanità.” È la valutazione di un autorevole studioso di biotecnologie e intelligenza artificiale.

Ho pensato che anche la posizione delle donne sta cambiando, sta diventando una posizione come non c’è mai stata nella storia dell’umanità. Una bella sfida.

Ho voluto titolare l’articolo per Sottosopra “Il lavoro ha bisogno di femminismo”. Ho messo la parola femminismo per segnare come sta cambiando il panorama.

Infatti in “Immagina che il lavoro” avevamo detto: “il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più”. Adesso dico: la critica alla parità è una battaglia obsoleta. Nell’esperienza che le donne hanno del lavoro non è più la parità il punto di riferimento, anche se magari usano quella parola perché non ne trovano altre. La propria differenza, il bisogno di starci intere, ci parla invece di una consapevolezza diffusa da cui non si torna indietro, anche se fatica a trovare parole e gesti adeguati.

Penso anche che sia il momento di ritirare fuori la parola femminismo. C’è bisogno di femminismo per affrontare con strumenti adeguati il livello del conflitto che oggi emerge in maniera più nitida. Un femminismo come lo possiamo dire oggi, cioè che tenga conto di tutto quello che abbiamo già detto sul lavoro. Quando abbiamo detto che le donne vogliono stare nel lavoro alla loro misura, questa interezza che le donne portano al lavoro – dolorosa, faticosa, a volte forte, a volte soccombente – quel tipo di consapevolezza rimane il punto di partenza: che cosa vogliamo dal lavoro. Abbiamo detto cose limpide.

Per cambiare il lavoro ci vuole femminismo perché solo così possiamo leggere in maniera adeguata, e senza cedimenti vittimistici, i vecchi e nuovi segnali di sopraffazione e maschilismo che abbiamo imparato a vedere. Credevamo che bastasse starci nel mondo e portare la nostra interezza. Ma l’avvento della libertà delle donne mette in crisi il patriarcato. La misoginia, che si esprime in modi e livelli diversi, si colloca nel disordine della crisi del patriarcato. Ho parlato di “rantoli di patriarcato” per esprimere la forza trasformista di quello che rimane un campo di battaglia imprescindibile e che ci riporta alla radice del nesso sesso/potere.

Il secondo motivo per cui per cambiare il lavoro ci vuole femminismo è perché nelle trasformazioni micidiali che sta subendo il lavoro i diritti si appannano per tutti, ma questo non vuol dire fare un discorso neutro. Non entro nel merito, faccio un solo esempio: si parla di neet (Not in Education, Employment or Training) ma se guardiamo alle ragazze dobbiamo parlare di “doppio no” né lavoro né maternità. Oppure la tendenza donne single. La singolarità ha una connotazione forte perché le donne si sottraggono a una normatività di tipo patriarcale, ma ci sono dentro anche limiti che andrebbero indagati. In conclusione, quello che sta accadendo al lavoro oggi non è neutro e va continuamente sessuato. Dobbiamo continuare a mostrare come il soggetto complesso che sono le donne sta oggi nel mondo del lavoro mettendo in campo differenti strumenti di resistenza e di cambiamento, ben ancorate in quel nesso corpo/parola che è la nostra forza.

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Il lavoro ha bisogno di femminismo, del 7 ottobre 2018

Riprendo alcuni passaggi del (bellissimo) articolo di Giordana Masotto, che mi interessa sviluppare attraverso la mia esperienza politica con donne manager, l’ambito dove io agisco. Sono aspetti che condivido e di cui parliamo da tempo con altre donne manager.

I punti sono:

– c’è un gap salariale e di carriera percepiti come sistema maschilista inaccettabile

– non si tratta di fare spazio alle donne, ma di cambiare la natura del potere.

– possiamo sentirci più libere di avere l’ambizione di prendere il governo delle aziende

Parto da un fatto. Nei mesi recenti, quando sono apparsi i risultati della legge sulle quote minime di donne nei CdA, si è parlato e documentato con ricerche che le aziende con più donne ai vertici aumentano la redditività.

Nonostante queste evidenze, nelle aziende non è cambiato molto: quello che resta bloccato è l’accesso delle donne ai livelli più alti del management, dove effettivamente si decidono le politiche aziendali. Il top management resta territorio degli uomini.

Evidentemente l’accesso delle donne a quei livelli tocca una posta più importante perfino del ritorno economico delle aziende. Infatti tocca il ricambio dell’élite, che tende sempre a riprodursi uguale a se stessa. E dato che è un’élite maschile, le donne non sono cooptate. Così la cultura aziendale, che lì si forma e agisce, continua a essere maschile. Con conseguenze pesanti nella vita delle donne.

Per esempio la disparità retributiva tra uomini e donne, e la conseguenza dell’enorme disparità di ricchezza posseduta (documentata dalla Banca d’Italia). La cui causa principale deriva soprattutto dal mancato accesso delle donne alle carriere (a tutti i livelli), dato che le carriere comportano maggiore remunerazione. La disparità retributiva. Anche dove i contratti impongono pari salario a pari mansioni, si vede comunque la disparità retributiva tra settori con più manodopera femminile, che hanno retribuzioni medie più basse rispetto a quelli più maschili (come il tessile verso il metalmeccanico). Persino le donne star del management che guadagnano stipendi vertiginosi sono comunque pagate molto meno dei corrispondenti uomini.

Il punto è questo: il lavoro degli uomini vale sempre di più di quello delle donne. E questo lo decidono gli uomini. E lo decidono perché stanno in posizioni dove possono imporre la loro cultura con i suoi criteri valutativi.

Dunque non si tratta solo di fare più spazio alle donne. Bisogna invece cambiare questa cultura aziendale, fondata su un esercizio del potere come dominio, controllo, comando, arbitrio.

Per questa ragione dobbiamo puntare a entrare nei luoghi decisionali dove questa cultura si crea e agisce. Occorre che lì ci siano più donne, ma donne che agiscono consapevolmente con un proprio punto di vista differente, un’altra concezione dell’economia, del lavoro, del potere.

Non sono solo parole, è quello che pensano e praticano molte donne manager che hanno assunto ruoli decisionali alti, senza assimilarsi ai codici vigenti. Ma portando una loro visione, che possiamo sintetizzare nell’idea di azienda come luogo dove convergono soggetti diversi con interessi diversi, ma di tutti bisogna tenere conto con adeguata remunerazione perché tutti contribuiscono a crearne il valore. L’azienda è una costruzione comune.

E intendono dunque il potere come possibilità di governare le aziende secondo i propri princìpi, e lo esercitano come forte assunzione di responsabilità verso tutti i soggetti che vi agiscono.

Questo concetto è l’opposto dell’economia finanziaria, che concepisce l’azienda come il luogo da cui estrarre valore – massimo, immediato, a ogni costo – e il profitto è destinato solo a chi ha la posizione più forte in azienda, chi ne detiene la proprietà, senza curarsi delle conseguenze per chi lavora.

Queste manager, proprio perché sono entrate in quei ruoli, hanno potuto realizzare politiche in discontinuità con questa cultura dominante.

Non possiamo qui ragionare specificamente di queste esperienze, per questo rimando ai miei libri (v. Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende, ed. Guerini e Associati). Accenno però ad alcuni criteri ricorrenti: come l’autonomia e la responsabilizzazione diffusa di chi lavora, sviluppare le potenzialità delle persone, organizzare il lavoro tenendo conto dell’interezza della vita, e quindi gestire diversamente il tempo…

E faccio un solo esempio, perché contiene diversi di questi criteri, e perché è un’esperienza di quasi 10 anni fa, che dimostra come ci sono state già da tempo manager che hanno aperto questa strada, con molto coraggio. Oggi questa strada è più larga e ci passano più donne, ma se le idee richiedono tempo per radicarsi, ci vuole però qualcuna che cominci e che altre vadano avanti.

L’esperienza è di Anna Deambrosis (venuta poi anche a parlarne alla Libreria). Allora era una giovane manager già responsabile di un’importante area di business. Ma desiderava un figlio, una figlia. Rifiutando però la prassi aziendale per cui carriera e maternità sono necessariamente alternative, quindi le manager in quella situazione venivano rimosse, sostituite, bloccate nella carriera. La nuova soluzione trovata per il suo problema non è stata però individuale, egoistica: è partita da sé, ma si è allargata a un sé collettivo. Perché è passata attraverso una profonda riorganizzazione del lavoro. Ha sviluppato le capacità di autonomia e responsabilizzazione diffusa dei suoi collaboratori, mettendoli così in grado di funzionare senza la sua presenza continua. Questo modello si è rivelato così fruttuoso che è stato esteso a tutta l’azienda, diventando il nuovo paradigma organizzativo. Ha cambiato la cultura aziendale, almeno in parte, portando un beneficio permanente per chi lavora e per l’azienda.

Queste esperienze effettivamente realizzate mostrano che si può entrare nei luoghi “del potere” e usarli diversamente. Lì possiamo incidere su come tutte le donne stanno nel lavoro.

Nessuna donna, sia chiaro, è tenuta ad assumere ruoli di responsabilità se non lo desidera. Ma se lo vogliamo, abbiamo tutte le ragioni per nutrire questa ambizione.

Prendo un pensiero che mi è piaciuto di Luisa Muraro, invitando le giovani donne a puntare in alto: “L’ambizione femminile è feconda, non narcisistica”.

Questa convinzione la troviamo tra le donne a tutti i livelli lavorativi. C’è oggi consapevolezza diffusa della sopraffazione che troviamo nei luoghi di lavoro e c’è voglia di non lasciare che questo continui. Anche nelle manager c’è stata una svolta: se fino a pochissimi anni fa c’era anche in donne già a livelli alti una presa di distanza dai ruoli cosiddetti di potere, oggi la domanda è “come facciamo?”

I tempi sono maturi per fare questo passo in alto e alzare la posta in gioco: prendere il governo delle aziende, per farlo a modo nostro.

L’incoraggiamento viene anche dalle donne del MeToo che hanno denunciato i ricatti sessuali nel lavoro dello spettacolo. Hanno fatto crollare quel sistema, e portato l’azienda del potente violentatore Weinstein vicina al fallimento.

Ma c’è un seguito meno noto che prendo come simbolo. Prima che fallisse, quell’azienda è stata rilevata da una donna, Maria Contreras-Sweet, che ha messo a dirigerla un board a grande maggioranza di donne. Anche così si spazzano via le sopraffazioni.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Il lavoro ha bisogno di femminismo, del 7 ottobre 2018

Parto dalla considerazione di Giordana Masotto, quella che apre e chiude il suo articolo: «Il lavoro oggi, con tutte le sue micidiali trasformazioni, ha bisogno di più femminismo». Anch’io non ho scelto di identificarmi nelle discriminazioni e nelle minacce delle violenze. Questo non significa che non ho subito discriminazioni o non ho affrontato, quando l’ho incontrato, il tema delle molestie. Quando mi sono trovata in queste situazioni mi sono messa in una posizione diversa: non mi sono messa in difesa, non ho scelto la denuncia; per cambiare le cose sono andata all’attacco. Le discriminazioni non mi hanno fermato, alle molestie ho fatto intorno terra bruciata.

Mi ritrovo nelle parole di Giordana Masotto: ho voluto e voglio di più. Lavoro e sono in relazione con molte donne che vogliono di più.
Donne che per realizzare questo di più si mettono in gioco e cambiano le cose; per le quali il lavoro è necessità e autonomia economica ma anche affermazione di sé; il luogo e il mezzo che hanno scelto per realizzare l’espressione di se stesse.
«Farsi spazio nel lavoro vuol dire imparare a fare più mestieri, a fare più lavori», dice Stefania Filetti, segretaria della Fiom di Varese parlando della sua esperienza di operaia alla catena di montaggio dell’Alfa Romeo di Arese.

E Anna Poggio, segretaria della Fiom di Alessandria, parla cosìdel suo lavoro di sindacalista: «È sicuramente faticoso, questo sì perché prende tante ore della giornata, però è un modo di vivere alla fine, quando lo fai per tanti anni così. È la tua vita, fa parte della tua vita».

Quando le donne aprono la porta degli uffici e delle officine per entrarci, mettono in discussione il posto che si vuole loro assegnare.
Credo possa accadere in molti modi, io conosco meglio come accade quando le donne incontrano il sindacato, quando le donne fanno sindacato, quando le donne sono il sindacato.
Giordana Masotto la chiama “espressione creativa di sé”, io ho in testa i racconti e le vicende di tante lavoratrici, delegate e funzionarie sindacali che, proprio perché al lavoro ci vanno intere, hanno fatto sistematicamente saltare gli argini entro cui le si voleva incanalare e contenere.
Questo è accaduto con tanti incidenti di percorso, scivoloni, cadute, arresti, ripartenze, spesso anche con la scoperta che un passaggio era impraticabile e che si doveva tornare indietro e ricominciare da capo, prendere un’altra strada.
Si procede per tentativi, “una grande fatica”.

Per la nostra libertà.
Dobbiamo allargare, arricchire il nostro bagaglio, fare esperienza di questa fatica per poterla ridurre, per avere più possibilità di successo.
Dobbiamo riconoscere il conflitto e conoscere il campo di battaglia, dotarci di qualche strategia, adottare la tattica migliore.

Difficile per me dire della violenza e delle molestie. So che ci sono; credo siano in aumento ma non sono oggi, nel mondo del lavoro che conosco, un terreno di iniziativa che va oltre la denuncia generale del fenomeno.
Non c’è in campo esperienza personale e gesto pubblico come MeToo.
Nulla di paragonabile a quanto sta accadendo in altri ambiti del mondo del lavoro (difficile per me anche pensare a questi mondi come altri ambiti del mondo del lavoro).
Quello che sta accedendo apre però la possibilità di allargare questa discussione al mondo del lavoro che conosco e di svelare i ricatti sessuali, le molestie e la diffusa sopraffazione che frena il riconoscimento al di più che portano le donne.

Il nesso sesso/potere e il cambiamento che riguarda la natura stessa del potere per me interessa il mondo del lavoro che conosco in altri termini.
C’è la violenza e la bestialità di un lavoro ridotto in schiavitù rappresentato da una parte dalla violenza di padroni e caporali delle campagne di tutta Italia e dall’altra dalle braccianti straniere che subiscono violenza.
L’esperienza della Cgil di Ragusa e del sindacato dei braccianti in altri territori mette insieme la denuncia delle violenze con quelle degli altri soprusi, della negazione dei diritti elementari che queste lavoratrici subiscono ogni giorno.

In altri luoghi di lavoro e nel sindacato vedo una presenza meno ostentata di questo “costume” del potere maschile e dellasopraffazione sessuale che il potere maschile esercita.
Forse perché socialmente meno accettato, forse perché più contrastato politicamente.
Mi sembra, quando è presente, più uno scambio reciprocamente condiviso; liberamente cercato più che preteso o imposto.
È forse un terreno meno esposto? È un potere limitato che, nel suo campo di azione e nel tempo, ha margini e disponibilità economiche esigue; può offrire progressioni di carriera poco remunerate e poco riconosciute come status.
Proprio perché il sindacato esprime una soggettività, quella del lavoro, e la organizza, perché il sindacato interviene nei rapporti sociali tra uomini e donne nel mondo del lavoro, credo sia più difficile esercitare questo ricatto e più “socialmente sostenuto”l’atto di ribellarsi.
Il rapporto di lavoro nella mia esperienza è un rapporto normato, contrattato, tutelato.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Il lavoro ha bisogno di femminismo, del 7 ottobre 2018

domenica 7 ottobre 2018 ore 10.00-13.30


Il lavoro ha bisogno di femminismo

«Oggi molestie ed espliciti ricatti sessuali nel lavoro hanno lo scopo di frenare le ambizioni e la libertà delle donne. …anche chi non ne ha esperienza diretta, intuisce e sperimenta che sono solo la punta di un iceberg di sopraffazione sottile e pervasiva che continua a inquinare lavoro e istituzioni. …La novità è che quei segnali cominciano a essere percepiti come un sistema ed è questo sistema che sta diventando inaccettabile agli occhi di tante.»


Ambizione, libertà, MeToo, misoginia, potere: sono alcune delle parole chiave di uno scenario in mutamento che ci sollecita a osare. A fare un passo oltre, forti di quanto già detto in Immagina che il lavoro. In quali direzioni?


Avvierà la discussione Giordana Masotto a partire dal suo articolo Il lavoro ha bisogno di femminismo pubblicato nel nuovo Sottosopra-settembre 2018, con Luisa Pogliana (autrice del libro Le donne, il management, la differenza) e Michela Spera, segreteria nazionale Fiom.

Prendo le mosse dall’invito di Lia Cigarini: riflettere a partire dall’immigrazione, dall’ipotesi che l’Africa continuerà a premere sull’Europa, dalla paura di uno che teme di perdere i vantaggi che ha guadagnato con il suo lavoro e le sue lotte, a causa degli immigrati. Il nostro, che abbiamo chiamato Simplicio – v. Luisa Muraro in Contributi del 18/3/2018 – forse ha paura perché quei vantaggi, gradualmente e da decenni, li ha parzialmente persi quanto a sé, e li vede ormai quasi del tutto vanificati per i suoi figli cui pensava di averli garantiti.

La presenza degli immigrati che – più nella fantasia che nella realtà – sottraggono casa e lavoro, può essere un’occasione per fare i conti con l’illusione che il lavoro salariato, e più, il lavoro remunerato tout court, sia la via maestra per garantire i bisogni fondamentali degli esseri umani. È questa, io credo, una delle verità che bisogna dire e continuare a elaborare nel mondo occidentale.

Si tratta di dire al Simplicio del nord che, almeno in Italia, e indipendentemente dagli immigrati, con tutta evidenza nei prossimi anni, non vi sarà abbastanza lavoro qualificato per tutti i suoi figli, come sperava, ed al Simplicio del sud, che già ha vissuto arrangiandosi, disoccupato con lavori saltuari, che non vi sarà lavoro, nemmeno poco qualificato, per tutti i suoi figli. Ma lui già lo sa, e infatti ha votato di conseguenza. Ha votato per chi – con il cosiddetto reddito di cittadinanza, ennesima illusione, legato com’è alla ricerca/promessa di un lavoro che non arriverà – è stato tuttavia capace di avvicinarsi al cuore della sua paura e della sua miseria. Per sorvolare sulla constatazione che per moltissimi il reddito da lavoro non riesce quasi a garantire la sussistenza.

Propongo, allora, che diamo fondo a tutto il sapere che ci viene dalla nostra esperienza di donne, per affrontare questo tema in maniera radicale, perché a me pare il nucleo della sofferenza nel nostro paese che si esprime, fra l’altro, come rabbia e rifiuto degli immigrati – tralasciando per un momento la massima e più importante reazione a questa sottaciuta consapevolezza, che è quella delle donne che, anche per questo, credo, hanno quasi smesso di fare figli.

Non si tratta di scomodare teorie che spieghino se e perché il modello economico che conosciamo possa perpetuarsi solo se rimangono e si allargano precariato, povertà, guerra e mille altre miserie.

Se anche così non fosse, è evidente che l’immenso numero di umani che ormai premono, sulla terra, sulle rive dei mari, alle frontiere, in tutte le parti del mondo, non potrà procurarsi un reddito attraverso il lavoro. E non vi è alcuna speranza di remunerazione per il lavoro di cura e manutenzione, senza che, e prima che, ancora e sempre, non siano manipolati, consumati, terra, acqua, aria, esseri viventi dai quali dipendiamo, distrutti per il profitto in quantità maggiore di quel che vogliamo curare, di quel che vogliamo manutenere. Mi pare sia già ampia la riflessione al riguardo.

Il lavoro remunerato per tutti non solo non è una soluzione possibile, ma è auspicabile non sia più il centro dell’attenzione, delle rivendicazioni, del desiderio, di coloro che non lo hanno. Con questo non intendo affatto dire che non occorra presidiare, con pensiero, pratiche, riflessioni il mondo del lavoro, del moltissimo lavoro remunerato che permette di nutrirci, scaldarci, curarci e di godere di molto, di tantissimo altro. E che, ci dicono, produce già quanto basterebbe a sfamare tutta l’umanità.

Si tratta di dare il via alla festa della fine del lavoro salariato e remunerato, come unica prospettiva di benessere e fondamento dei legami sociali. Dobbiamo, dove si è ancora in tempo, appoggiare e sperare che vinca chi si batte per la tenuta delle produzioni locali ecologiche, e lavorare noi, nella nostra società, per immaginare e inventare nuove forme di appropriazione dei beni necessari per vivere, per chi non li ha, e nuove forme di vita per chi un lavoro remunerato non ce l’ha. Si tratta di dare visibilità, significatività a vite possibili, vissute ora come pena e degrado, riscattate e riscattabili quasi solo con la criminalità.

Penso che dobbiamo cominciare a intendere il lavoro remunerato come uno dei privilegi possibili e l’essere liberi dalla disciplina, dai vincoli del lavoro socialmente determinato, pure un privilegio. Dobbiamo inventare scambi e attività possibili, per degne e invidiabili forme di vita, libere dal lavoro remunerato. E dobbiamo pensare a forme diverse di appropriazione di ricchezza da parte di chi ne ha bisogno, perché, ben si vede, il puro meccanismo economico non riesce a garantire forme adeguate di redistribuzione. Sappiamo a chi e come chiedere questa ricchezza?

Se la partita con il moderno non è chiusa (Muraro), possiamo pensare di aprire e allargare brecce in cui far passare altro?

Sappiamo ripensare la questua, in forme aggiornate e adeguate alla nostra realtà?

Si può rievocare, come e in quali ambiti, la doverosa responsabilità dei ricchi nei riguardi dei poveri o dei molto meno ricchi o fortunati?

Possiamo sollecitare una rispettosa accettazione e sovvenzione di attività di meditazione che impegnino un’intera vita? Di meditazione, concentrazione, immersione in/su che cosa? Non so, anche su un pallone, perché, come dice il sant’uomo, chi sono io per giudicare che non si possa spendere felicemente un’intera vita giocando a pallone, o suonando uno strumento, o recitando, senza volere per questo conquistarsi un posto di calciatore, di concertista o di attore professionista?

Può una donna immigrata passare di casa popolare in casa popolare, aiutando anziane donne italiane ad accudire malmessi mariti, o rimanere al loro fianco nelle difficoltà della vecchiaia, in cambio di vitto, alloggio e ricevendo il dono di una lingua sconosciuta? Si potrà? O in nome dei diritti sindacali si individuerà nell’alleanza tra le due una bella forma di sfruttamento e lavoro nero?

Si potrà smettere l’orribile cantilena di giovani che né studiano, né lavorano (versione più asettica di bamboccioni sdraiati) e cominciare a elencare le mille possibilità che hanno di utilizzare felicemente il loro tempo, e con questo indirizzare non altrove, ma altrimenti la bella gioventù?

Esperienze di donne lontane nei secoli, possono soccorrerci in questo momento?

Anche solo pensare a società molto più povere della nostra e ben più della nostra in balia di disgrazie sconosciute, eppure capaci di concepire che le più alte e rispettate forme di vita fossero dedicate a Dio e per questo onorate e finanziate, può ancora insegnarci qualche cosa?

E il ruolo eminente che le donne vi hanno giocato può aiutarci?

Si tratta di sottrarre riconoscimento, negare autorità ai diktat del capitalismo che del resto provvede ampiamente a smentire le sue promesse – vedi il commento di Muraro alla storia dei due giovani morti nell’incendio della torre di appartamenti a Londra. Tremo all’idea che lo facciano dei giovanotti più o meno colti che giocano da apprendisti stregoni con meccanismi più grandi di loro che possono travolgerci tutti. Occorre, invece, che lo facciamo noi, come ci ha insegnato la politica delle donne, assieme e ciascuna a suo proprio nome, per muoversi altrimenti, al di sopra del mostruoso meccanismo economico.

È questo anche il solo modo che vedo di dare forza al lavoro dipendente, che può ritrovare una qualche capacità contrattuale – che in anni non lontani si è pensato illusoriamente potesse solo incrementarsi – grazie a coloro che non corrono sempre, comunque e dovunque alla ricerca di lavoro, ma restano e pensano, lì dove sono, al più utile e felice utilizzo del loro tempo.

Ma come posso parlare io che ho lasciato a poco più di vent’anni il luogo in cui sono nata, perché mi pareva che tutto fosse perduto. Mi sono spostata di mille chilometri e ancora non so se devo rimpiangere di non averne fatti altri mille verso il nord, dieci anni dopo, o di non avere attraversato un oceano, come pure avevo ipotizzato come il meglio per me. Se mi avessero offerto, in cambio di una prestazione socialmente utile, sussistenza e tempo libero, avrei potuto scegliere di rimanere lì, da dove sono partita, quietamente a leggere, a scrivere, a imparare musica.

Forse Simplicio soffre anche di quest’altra pena, della grande fatica del lavoro, sempre più taciuta. Intento com’è a rivendicarlo come unica forma di bene per sé, non può dire quanto gli costa.

Per questo non può tollerare neanche minime forme di assistenza alle vite più fragili, perché se lui ha tanto sofferto per procacciarsi il necessario o anche il di più, perché ad altri qualche cosa viene data gratuitamente?

A me pare che ogni giorno abbiamo testimonianze di una grande sofferenza fisica, mentale e psichica, diffusa anche nel mondo del lavoro molto qualificato.

Interessanti al riguardo, al di là del valore artistico, due film, Il maestro di violino di Sérgio Machado (2015) e La mélodie di Rachid Hami (2017). Ripetono una storia già raccontata, quella di un insegnante, un intellettuale, tra ragazzi di periferia e del suo impegno per indicare ai giovani vie d’uscita possibili, un utilizzo sensato del loro tempo di vita. Ma c’è una variante che sopravanza il copione noto. È messa in primo piano la storia del maestro, dell’artista. È sua la prima mossa, è lui che decide di sottrarre la sua vita al tempo sempre uguale, competitivo e comunque asfissiante del suo mondo, e quasi la getta quella sua vita, malvolentieri, nel gran tempo disponibile di quei giovani. Ed è lì che si ritrova, è con loro che riconquista serenità ed equilibrio. Quel mondo di periferia degradata, banlieu o favela, gli si apre e lo accoglie, con questo facendo fare una capriola al senso che di questi tempi attribuiamo al concetto di accoglienza. Analogamente, nel bel romanzo Tempi del verbo andare di Jenny Erpenbeck (2015), sono i migranti, in verità, ad accogliere nel loro mondo il docente universitario in pensione che li ospita senza risparmio nel suo appartamento, ma che solo nella relazione che intreccia con loro sembra ritrovare un senso ed un fondamento alla propria vita.

Gli uomini si sono molto dedicati a pensare alla fatica del lavoro. Intellettuali, artisti, hanno ipotizzato, immaginato, vite del tutto o sempre più liberate dal lavoro.

Aspettano noi perché si cominci a dare realtà al loro mondo utopico, liberato dal lavoro a fini di lucro? Forse sì.

Di sicuro ci aspetta mia madre che, con un’audacia che oggi mi pare avere dell’incredibile, raccontava, il volto e il sorriso un po’ estatico ogni volta che ripeteva il racconto, di come a vent’anni aveva chiesto alle suore del convento in cui era stata educata, previa donazione di cospicua dote, di poter rimanere lì, a suonare il pianoforte, solo questo, per il resto della vita. Troppo comodo, le rispondevano, non è questa la vocazione. Certo dobbiamo risalire una bella china. Se quella non era una vocazione, che cosa lo è? Neanche voglio pensare all’incomparabile risparmio energetico e al piccolo ma certo contributo al contenimento demografico che quella felice soluzione avrebbe comportato, al primo posto nella mia mente e nel mio cuore essendovi il rammarico per la vocazione disconosciuta di mia madre.

E inoltre, dove è detto, definitivamente, che quel che chiamiamo la ritrosia delle donne a esporsi, non sia un tesoro per l’umanità, e specialmente ora, nelle società opulente, purché la si riconosca, oltre che come limite in tante circostanze, anche come una risorsa e le si dia dignità. E non sappiamo, forse, quanto e come pratichiamo l’eremitaggio, l’ascesi, nelle nostre case? Possono risultare utili a tutti, certi disvelamenti?  

Per tornare ai migranti: propongo che si chieda loro di collaborare per portare sollievo alle fasce più povere della popolazione di questo paese o per porre rimedio ai problemi che più le assillano. Loro certamente sono poveri, ma fra di noi vi sono moltissimi poveri e poverissimi. Che ci diano una mano a rimediare alla nostra povertà.

Proporrei di pensare concretamente questo ribaltamento.

Tanti ne hanno parlato. Che sia venuto il momento di chiederlo con forza, magari a un potente della terra, ad uno o più grandi ricchi? O la solita illusione di migliaia di posti di lavoro al di là da venire, impedirà di vedere che investimenti limitati possono mettere in moto un aumento di benessere per tutti, e forse di felicità.

Accettiamo l’invito di Lia Cigarini a impegnarci a interpretare la realtà che cambia e ad aprirci a essa (Alla luce di un credito politico crescente, VD3 14 luglio 2018). Ciò che tocca l’animo di tutti noi in questo momento sono le morti in mare e la situazione di incertezza, povertà e paura di chi arriva in Italia e di chi in Italia vive e vede il proprio paese cambiare. Di fronte a questo problema Lia invita a non limitarci a pronunciare la parola accoglienza e ad ascoltare invece le obiezioni di chi vota Lega. Così ci si siamo chieste come vediamo e viviamo quello che sta accadendo.

Dalle donne emigrate che conosciamo – badanti, donne delle pulizie, madri di alunne e alunni, colleghe – sappiamo che chi emigra lo fa in cerca di un futuro migliore e per farlo lascia tutto: affetti, casa, radici. Entra in una fase di incertezza e di ricerca. Attraversa territori difficili ed emozioni complesse tra cui la paura. Ha mille ragioni per avere paura. Deve imparare una lingua nuova, trovare lavoro e casa, ricrearsi una comunità di legami. Tuttavia, nei media e nei discorsi della gente sono messe in evidenza solo le paure degli italiani.

Ci sono paure di base: c’è lavoro a sufficienza? Ci sono soldi e possibilità per tutti?

E paure che investono orizzonti più grandi: il sistema ambiente può far fronte al nostro sistema capitalistico (se tutti avessimo un’auto il mondo reggerebbe)?

Anche Ada Colau, sindaca di Barcellona, in Italia per sostenere la lotta di Riace, in una intervista sottolinea che: «Fra gli errori più importanti della sinistra di sicuro c’è stato il non aver visto come il liberismo sfrenato stesse portando incertezze e paura nella popolazione: non sappiamo se domani avremo un lavoro, o la pensione, sappiamo che i nostri figli rischiano di stare peggio di noi; oltre alla minaccia del terrorismo globale. Sono paure vere, e legittime che non bisogna negare. Vanno guardate negli occhi. Per trovare però delle soluzioni concrete. Che ridiano spazio alla comunità. E non alla paura» (L’Espresso, 9 agosto 2018).

Per noi è chiaro che la questione delle migrazioni oggi riporta al sistema economico che più di tutti attrae, quello occidentale, in cui si crede di poter fare fortuna, e che secondo noi va cambiato, perché è un sistema capitalistico e il capitalismo regge sul sacrificio delle classi povere. Come riuscirci è la questione.

Alcuni movimenti della sinistra fanno appello alle buone pratiche e all’intento di cambiare lo stile di vita egoistico, che pensa solo in termini di presente e di contesto locale. Esempio di buona pratica è la Consultoria di Milano, cioè l’Ambulatorio medico popolare autogestito che fornisce servizi essenziali a chi rimane fuori dal sistema sanitario nazionale, dai senza dimora agli stranieri senza permesso di soggiorno. Altro esempio è quello del sindaco di Riace, Mimmo Lucano: il paese da lui governato, spopolato da anni, è divenuto una comunità globale di persone che vive in armonia e stabilità, grazie all’immigrazione, per far fronte alla quale si è rilanciata la vita economica e sociale. Nuove opportunità di lavoro per italiani e stranieri, in una terra di ‘ndrangheta e povertà, con un microsistema economico funzionante, col recupero di case e botteghe abbandonate, l’apertura di laboratori tessili e di ceramica, bar e panetterie, il lavoro di 70 mediatori culturali e di 50 maestre per corsi di italiano. Ma dove lo Stato avrebbe dovuto riconoscere il valore di un esperimento di integrazione, anche continuando a sostenere economicamente le azioni avviate, lo Stato si è ritratto: Riace dal 2016 non ha più ricevuto i fondi per i progetti in corso.

Parliamo quindi di pratiche che potrebbero divenire modelli da seguire, che tengono aperti varchi di speranza e di azione, eppure sembrano dare fastidio e non essere sufficienti nemmeno a modificare in profondità la lungimiranza dei politici e il sentire della gente. Noi pensiamo si debba far circolare più verità, sia sui popoli che scappano che sui nostri paesi, in cui si cerca fortuna.

I problemi dell’Africa sono vari, tra cui il debito pubblico e l’oppressione neocoloniale. L’Africa è un continente ricco e in crescita, sfruttato dall’Europa, dagli USA e ora anche da paesi dell’Oriente. Di questi interessi economici i media parlano poco e i fatti – la vendita in corso di terreni dell’Africa all’India, alla Cina, agli sceicchi arabi – non diventano un sapere. Chi parlava in un modo diverso, raccontando di questi giochi di forza tra nazioni, come Thomas Sankara, è stato ucciso. Thomas Sankara (ex presidente del Burkina Faso) negli anni ’80 con lo slogan “Africa agli africani” invitava gli Occidentali a lasciare l’Africa e a cancellare il debito di paesi da sempre depredati e sfruttati.

Pur pensando che gli spostamenti dei popoli non si possano fermare, facciamo posto all’idea che, se lasciassimo la possibilità all’Africa di decidere del proprio futuro, il fenomeno migratorio potrebbe essere differente.

Nel presente comunque abbiamo più di centomila africani che arrivano in Italia, un quarto sono donne che arrivano terrorizzate. Durante il viaggio alcune (e non poche) sono vittime di stupri. Non si può far altro che accoglierle.

Ma accoglierle in che modo? «Cosa vuol dire accoglienza?» chiede Marisa Guarneri su Via Dogana in Accoglienza, una parola che ha cambiato senso. Perché per alcuni accoglienza significa persino l’allargamento di centri (praticamente dei lager) costruiti nei paesi come la Libia. Stefania Prandi in Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo, una inchiesta durata più di due anni con centinaia di interviste, racconta delle violenze di ogni tipo che subiscono le donne che raccolgono e confezionano il cibo che arriva sulle nostre tavole.

Cosa significa accogliere chi scappa, se poi stipiamo donne e uomini nei sobborghi delle città, senza di fatto cercare soluzioni e alimentando la paura e la rabbia di chi vive nei quartieri delle periferie? Finora sono state le classi sociali più povere a pagare i costi delle politiche di chi governa comuni e territori.

Ciò che fa problema non sono i tanti immigrati, ma la mancanza di un progetto di integrazione. La cartografia del voto alle elezioni parla di questo: non ha votato Lega l’elettorato del centro, l’ha votata la periferia.

Noi conosciamo la periferia di Milano e sappiamo che è in difficoltà, lo sanno anche tutti i sindaci che si sono succeduti di giunta in giunta. Pensiamo per esempio al Giambellino, un quartiere in cui finiscono tutte le famiglie che non trovano assistenza da parte del Comune. D’altronde l’edilizia pubblica a Milano riesce a soddisfare solo il 4% delle richieste di case popolari.

In questi quartieri sono soprattutto le donne quelle impegnate in prima fila a tenere la decenza, un minimo di civiltà e il senso di non essere proprio al fondo della scala sociale. Creano cooperative sociali che si basano prevalentemente sul volontariato, efficientissime nel sostegno alle famiglie e nel reinserimento abitativo e lavorativo delle persone in condizioni di disagio sociale. D’altro lato le donne conoscono anche la fatica della condivisione del proprio spazio con popoli che hanno un’altra cultura. Sono quelle che creano lo spazio per l’incontro con l’altro da sé, ma hanno anche paura dei giovani maschi che arrivano qui senza famiglia, senza relazioni che possano dare loro una misura e, infelici, si mettono a bere, diventando violenti.

Se le classi più abbienti e la Confindustria ricordano che gli immigrati fanno comodo al nostro sistema sociale, sia a livello pensionistico, perché pagano le tasse, e sia facendosi carico di mestieri che noi non vogliamo fare – dalla badante al bracciante – d’altro lato chi vive in periferia sa che il costo del lavoro si abbassa per la presenza degli immigrati: dai cinesi che vendono servizi e prodotti a prezzi super concorrenziali, agli africani di fatto schiavizzati come manodopera nelle campagne.

Per uscire da questa rappresentazione in cui l’altro è lo straniero che ci porta via il lavoro, che ci spaventa, c’è bisogno di riformare dal basso «quest’Europa unita per le merci e i grandi patrimoni, non per le persone», partendo soprattutto dalle città dove si può ricostruire la comunità, come dice Ada Colau. La politica locale, in prospettiva, sarà sempre più centrale. Anche negli Stati Uniti la resistenza a Trump si sta consolidando a partire dalle città. Le relazioni tra città possono dare forza a progetti condivisi e fare in modo che le paure non vengano strumentalizzate. Perché lo sappiamo: individuare ogni volta un nemico è funzionale a distogliere la gente da quello che fa o non fa il governo, da quello che riesce o non riesce a risolvere.

Per noi è ora di impegnarsi per cambiare l’immaginario e far emergere più verità, partendo dalle narrazioni delle periferie e delle campagne, e delle donne e degli uomini migranti.

Detto tutto questo, ci arrestiamo e sentiamo di non poter proseguire nel pensiero, se non poniamo alcuni punti fermi, che rappresentano il nostro irrinunciabile. Si tratta di punti che per noi sono alla base della nostra civiltà:

-Non si possono rinchiudere le persone in hotspot che diventano galere.

-Non si possono lasciare morire persone in mare.

-Non si possono rimandare indietro persone che fuggono dalle guerre e dalla miseria.

La convenzione di Dublino va cambiata. Non si devono più porre distinzioni tra immigrati economici e politici. Noi siamo per il libero movimento dei popoli.

E se gli altri paesi si rifiutano di accogliere? La questione è connessa al senso di Europa da dibattere e riformulare. Su queste scelte ci giochiamo la nostra umanità.

Girare un film biografico (un biopic) sulla vita di una donna non è impresa facile perché si rischia di interpretarla secondo schemi riduttivi, ma ci sono registe e registi che ci provano, come abbiamo visto  negli anni scorsi  con le grandi figure di Ipazia, di Ildegarda di Bingen, di Hannah Arendt. Alcuni esempi meritevoli di citazione sono stati realizzati di recente: segno di  un maggior interesse e di un’accresciuta curiosità per la storia delle donne soprattutto scrittrici e artiste.

Abbiamo recentemente visto A Quiet Passion di Terence Davies (2016) su Emily Dickinson. Un film apprezzabile per la ricostruzione storica puntuale, per l’accuratezza dell’ambientazione, la scelta dei costumi, la direzione delle attrici e degli attori; insufficiente per le gravi ed evidenti omissioni biografiche che oscurano, rendendole trascurabili, le importanti relazioni femminili che furono determinanti nella vita della grande poeta. Errore voluto  o trascuratezza del regista, autore anche della sceneggiatura?

Meno recente, uscito circa un anno fa, e poco visto per la ridotta distribuzione, il film di Natalia Beristain Eterno femminile sulla vita della grande – e da noi quasi sconosciuta – scrittrice e poeta messicana femminista Rosario Castellanos (1927-1974). Il film ha la forza di raccontare il mondo delle passioni che tormentò la vita dell’artista, divisa tra il bisogno di scrivere e di testimoniare anche in forma militante il suo essere donna e il legame controverso e conflittuale che la univa al compagno e filosofo Ricardo Guerra. Se il film ha un difetto è quello di raccontare poco le sue opere (da noi non tradotte); il pregio è quello di riuscire ad entrare nello spirito della scrittrice narrando la sua indomita rivolta al ruolo che la società le assegnava di moglie e di madre.

Ultimo per uscita Mary Shelley. Un amore immortale* della prima regista saudita Haifaa Al Mansour famosa per l’indimenticato La bicicletta verde (2012).

Con quale sguardo lei e la sceneggiatrice Emma Jensen hanno voluto che osservassimo la figura di Mary Wollstonecraft Godwin, una fanciulla vissuta giusto due secoli fa?

Concentrandosi sul periodo 1814 (Mary aveva 17 anni) – 1818, anno della pubblicazione del suo Frankenstein in forma anonima, raccontano un percorso di libertà. Di una giovane dalle idee trasgressive, bramosa di conoscenze nuove e di avventure, straordinariamente curiosa e audace nell’affermazione delle sue scelte, pronta a sfidare la società e il giudizio e i veti  paterni quando decide di fuggire con il poeta Shelley.

Ma il film non la cristallizza in una storia romantica. Racconta altro.

Della sua quasi maniacale determinazione di dare voce al suo mondo interiore, ossessionato dai fantasmi della morte, dal ricordo della madre (Mary Wollstonecraft, grande intellettuale e pioniera femminista) delle  cui opere è avida lettrice, da un senso di perdita e di abbandono che solo nella scrittura riuscirà a trovare sollievo. E’ ancora la scrittura il potente e necessario anestetico per calmare il dolore straziante della perdita della prima figlia.

Racconta della realizzazione del suo primo romanzo, punto di snodo del  processo di formazione di dare voce a se stessa, di ricerca e di ascolto del  proprio io, fuori e al di là da quel mondo di uomini, quei grandi intellettuali liberali di cui si attornia, in parte culturalmente sedotta, ma di cui viene a conoscere bene il potere, l’egoismo e la misoginia in una crescente coscienza e sperimentazione della sua differenza di donna.

Un’unica perplessità: nell’intento di dare maggiore spessore alla modernità del personaggio alcune riflessione della protagonista, ad esempio, sui diritti delle donne mi sono suonate artificiose. Nulla toglie al merito e alle intenzioni del film: dare un’immagine vivida della ricchezza della personalità di Mary Shelley ben interpretata da Elle Fanning vicina per età e sentimenti.

* la seconda parte del titolo è stata aggiunta dai distributori italiani sottintendendo che il film avrebbe trattato solo di questo.

In questa fase di mezza estate mi sento assediata da tutte le decisioni negative contro gli esseri umani, specialmente se stranieri, che il governo sta prendendo. Confusione e contrasto accompagnano queste decisioni.

Il linguaggio sta cambiando, dando a concetti positivi connotazioni negative e viceversa.

Mi tormenta leggere la parola Accoglienza usata e travisata in tutti i modi.

L’unico ambito in cui sembrerebbe conservare il suo valore politico e sociale è quello dei Centri Antiviolenza. Ma il contesto incombe.

Accoglienza è un termine usato da sempre fra i cattolici e può significare moltissime cose: dall’accoglienza fisica a quella abitativa, dall’ascolto alla condivisione di momenti difficili della vita.

Oggi sembra assumere il significato di lasciare attraccare navi e far scendere persone che sfuggono alla guerra ed alla fame, dare assistenza sanitaria, e un luogo dove stare temporaneamente. A questo andrebbe aggiunta la spiegazione di quali politiche utilizzare per fare di queste persone cittadine e cittadini a pieno titolo.

Invece tutto viene spezzettato in azioni singole e spesso separate fra loro.

Accoglienza sta diventando un cappello da mettere sulle azioni che sono diritti già riconosciuti nel ns paese, facendoli diventare opzioni. Una diversa forma di accoglienza si sta configurando come l’allargamento di centri (lager) nei paesi di provenienza. La parola Respingimento è troppo cruda persino per chi la propone.

È necessario smontare questo significato, sostituirlo con la realtà che tende a coprire. A volte propaganda, a volte rassicurazione collettiva.

Tenere conto delle esigenze di tutti, donne-uomini-bambini in difficoltà è indispensabile, italiani e stranieri.

È uno sforzo che già abbiamo fatto per altre questioni, come smontare l’amore e trovare la violenza, smontare dichiarazioni di cura e trovare femminicidi in preparazione. Accogliere non basta più, è necessario trovare modi per stare in relazione, privilegiando la relazione fra donne.

Una pratica di verità che insieme alle donne dei Centri Antiviolenza mi sento di proporre alle donne femministe. Andare più in fondo anche a noi stesse, e tagliare ciò che ci fa ostacolo.

Fra i tanti buoni interventi del Via Dogana attuale e di quello precedente, mi sollecita lo scritto di Cristiana Fischer (che pure appare nella sezione del sito” Contributi”) che mescola il tema del credito politico crescente dato alle donne con quello del parlar bene di “alcuni” uomini.

A me sembra importante – e so di poter essere equivocata – che “non solo la donna può non essere considerata come l’altra ma come l’una – e l’uomo la sua variazione” (Massimo Lizzi), ma anche che alcuni uomini possono, e lo dico senza il timore di commettere sacrilegio, essere considerati centrali insieme a alcune donne. Avremmo quindi le alcune, gli alcuni, i “non tutti”. Sono convinta che la cosa sia non semplice da spiegare in termini piani. Il nuovo dire, che appunto viene tentato, è moltosimile al balbettio del lattante che grazie alla madre mette insieme a spezzoni, a sillabe le sue prime parole – momento basico della capacità futura del suo parlare. Ne ha trattato da tempo la psicoanalisi, in particolare Lacan, ma stando geograficamente e politicamente a casa nostra abbiamo a disposizione diversi scritti sulla questione: la sapiente ignoranza delle donne capaci di tornare a un loro dire originario, a una sorta di balbettio, per poi pienamente parlare recedendo dallamonolitica onnicomprensiva cultura maschile. Cito a questo proposito due testi, fra i molti pubblicati nel corso degli anni, rispettivamente del 1970 e del 1991: il “Manifesto di Rivolta femminile” e “L’ordine simbolico dela madre”: troppo note le autrici, pleonastico nominarle.

Nel mio ragionare ho guardato al passato del lavoro femminista del dire in prossimità della madre, che si travasa e si invera più che mai nel presente; al linguaggio di cui abbiamo ora bisogno nel sociale: un linguaggio che possa essere nuovo e politicamente efficace come vogliono e dicono nei loro scritti Cigarini, Santini, Rampello, Cosentino. Sono anche stata in prossimità, sempre seguendo Cristiana, del buon pensiero maschile: le riflessioni, che a me sembrano efficaci ed elegantemente scritte – cosa non secondaria – di Massimo Lizzi. E approdo anch’io, come Cristiana, al “comunismo materno” di cui parlava e parla tuttora Lia Cigarini (vedi il suo Intervento nel testo collettaneo “Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pc”, Harpo 2017): si dia a ognuno secondo i propri bisogni; così come all’origine la madre ci ha dato, offrendoci quel preciso nutrimento che ci serviva per vivere.

Che si sposino le ragioni di Simplicio o che si contestino in una visione ben più drammatica e complessa della vita politica e dei partiti che la determinano, non confondiamo “rivolta” e “rivoluzione”. Equivalenza che, mi ha raccontato di recente un’amica prof di scuola media superiore, avrebbe fatto un suo alunno. “C’è poi, in fondo, questa gran differenza?”, ha opposto lui alle proteste dell’insegnante. “Sì, c’è una grande differenza.”

Al di là dell’aneddoto, a noi tocca ormai pronunciarci con chiarezza sulla realtà politica in cui viviamo e sulle emergenze che essa ci pone, forse sentendoci in contraddizione (ancora Cigarini all’inizio del suo intervento in VD3) ma brandendo visibilmente la bandiera delle nostre opinioni. Esposizione che richiede impegno, approfondimento, coraggio, umiltà, possibilità di entrare in contraddizione e soprattutto il non fare sconti a nessuno, nemmeno a noi stesse. Esposizione estrema che, in quanto tale, a me sembra rivoluzionaria.