Vorrei portare un contributo all’incontro sull’ecologia e la crisi ambientale. È un tema politico che sta radicalmente cambiando il modo di pensare il nostro rapporto con il mondo. Ora, quello che ho imparato nelle pratiche politiche delle donne mi sembra possa aiutarci a seguire una strada più fine in rapporto a questa questione.

Mi riferisco al fatto che nel femminismo abbiamo tenuto conto dell’insistenza di aspetti fantasmatici nell’agire, quando abbiamo ragionato tra noi sull’esperienza nelle pratiche. Penso al fantasma della madre arcaica da cui si dipende totalmente, quello dell’onnipotenza, della paura della distruzione nel conflitto, e così via. Abbiamo tenuto conto cioè del lato inconscio del pensare e dell’agire, che non può essere risolto, ma può dare una chiave di lettura di molti comportamenti e pensieri. A me sembra che questo tener conto dei segni dell’inconscio possa aiutare nel ragionare in rapporto alla natura. Non intendo solo l’interrogarsi sul lato immaginario che riguarda la terra, accostata ora alla madre che nutre, ora alla madre indifferente, oppure vista come soggetto fragile, malato, di cui prendersi cura e così via. Mi riferisco anche al fatto che l’insistenza dell’inconscio nel nostro agire ci rende consapevoli che non tutto è progettabile, che l’omino gobbo delle fiabe può sviare le migliori intenzioni. Ovvero l’inconscio si mette in mezzo scompigliando ciò che di meglio vorremmo realizzare. È un invito a prendere in considerazione certi sintomi come il restare mute, il non aver niente da dire, ad esempio. O la noia verso certe ripetizioni ossessive. Oppure un tono vuoto e convenzionale del discorso.

Considero dunque essenziale l’ascolto della soggettività in un movimento così complesso come quello per l’ambiente e per la terra. La differenza femminile può aiutare a tener conto di tali implicazioni soggettive. Possiamo imparare così a non immedesimarci nei fantasmi circolanti e totalizzanti che riguardano il clima e la natura, e tenerne conto piuttosto come degli orientamenti.

Ascoltare la differenza implica la fatica di stare in rapporto con vissuti non trasparenti, oscuri, che hanno a che fare con l’inconscio. In questo modo però, sciogliendoci dalle immedesimazioni, si possono aprire spazi vuoti, dove può accadere qualcosa di imprevisto, in un movimento politico come quello ecologista che si presenta come totalizzante. 


Con il quarto lungometraggio, Portrait de la jeune fille en feu, Celine Sciamma prosegue nella messa in scena di percorsi di scoperta di sé, di ricerca di identità e di autoaffermazione delle adolescenti e delle giovani donne nell’incontro con la sessualità, le passioni e i desideri.

Dopo le adolescenti di Naissance des pieuvres alle prese con i primi turbamenti d’amore e sessuali, dopo Laure che in Tomboy vuole farsi passare per un ragazzo, dopo Diamante nero con il suo gruppo di giovani della banlieue in esplorazione di una propria via nel mondo, la regista ci porta nel 1770 in un’isola della Bretagna per raccontarci come in un piccolo universo femminile – gli uomini sono semplici comparse o citazioni – possa insinuarsi un’idea di libertà, un sogno di relazioni e di sentimenti veri.

Marianne, una giovane pittrice, giunge sull’isola incaricata di ritrarre Heloïse che, appena uscita dal convento, è promessa a un nobile milanese. La giovane, chiusa nel dolore per la recente morte della sorella e contraria all’obbligo del matrimonio, in un gesto di resistenza rifiuta di farsi ritrarre. La madre allora consiglia Marianne di lavorare al ritratto di notte e di approfittare durante il giorno della compagnia della giovane per studiarne la figura. Lo sguardo di Marianne tutto teso a memorizzare le fattezze di Heloïse (per tentare di riprodurle sulla tela, la notte) si fa man mano più profondo, più attento nel desiderio di andare oltre le apparenze, mentre cresce la confidenza fra loro.

La regista usa la metafora della pittura e della musica per raccontare la nascita di un amore, che, sottolinea, è fra eguali, non inscritto nelle gerarchie dei rapporti di forza e di potere, né nei giochi di seduzione.*

Il film lavora su più piani e più tempi: il piano cinematografico in cui la regista mostra come il cinema possa emulare la pittura con accurate e splendide rappresentazioni di paesaggi, di visi e di corpi in posa, facendosi il suo sguardo pittorico; quello del suo tempo interiore in cui, prendendosi tutto l’agio della lentezza, illustra in dettaglio l’evoluzione della storia d’amore; e il tempo delle due protagoniste che è poco, i cinque giorni concessi dalla madre per completare il ritratto.

L’amore che per entrambe è una delicata scoperta, si fa rimpianto, desiderio dell’ultimo sguardo per portare con sé il ricordo dell’amata. Così il mito di Euridice e di Orfeo si presenta alla memoria, mentre il canto notturno attorno al falò che incendierà il vestito di Heloise, in una scena di grande effetto, avverte: “Non si può fuggire, non si può fuggire”.

Già nelle primissime scene Celine Sciamma dichiara il suo debito al cinema di Jane Campion di Lezioni di piano – il viaggio in barca di Marianne, la caduta in mare, l’arrivo alla spiaggia ripresa in tutta la sua lunghezza –; alla letteratura delle sorelle Brontë – di grande effetto alcune scene in un paesaggio simile alla brughiera –; alla pittura, quella romantica dell’ottocento, e alla musica: indimenticabile la scena finale.

Celine Sciamma ha partecipato al Festival di Cannes fin dal 2007 con Naissances des pieuvres, poi alla Quinzaine des realisateurs con Tomboy e infine a Cannes 2019 nella selezione ufficiale con Portrait de la jeune fille en feu vincendo il Premio per la Miglior Sceneggiatura.

Il film esce nelle sale italiane il 19 dicembre 2019.

*Il gioco del guardarsi, del conoscersi attraverso lo sguardo è parte dell’atto creativo nella pittura: chi dipinge e chi è dipinto, chi guarda e chi è guardato. Uno sguardo reciproco e un reciproco processo di conoscenza. Berthe Morisot, la grande pittrice impressionista, aveva ben raccontato nei diari e nelle lettere, questa esperienza, quando posava per Edouard Manet.


Con la democrazia, ha suggerito qualcuno. La mia idea è un’altra. Non vedo che ci sia un rapporto stretto tra le nostre democrazie e il benessere del pianeta: gli abitanti di Vicenza non sono riusciti a impedire la seconda base militare Usa e oggi non si può legalmente impedire l’invasione degli scatoloni di Amazon, tanto per rendere l’idea. Il credito della democrazia è così scarso che le persone sinceramente democratiche hanno paura del voto popolare.

Secondo me è meglio fare leva sul crescente favore di cui gode, in questi ultimi decenni, l’umanità femminile. L’ecologia e il femminismo tendono a formare, nella rappresentazione diffusa, un continuum. Lo dice anche la citazione fatta da Marina Santini verso la fine della sua introduzione.

È sbagliato? Potrebbe essere ideologico: le donne sono migliori degli uomini. Ma noi qui e molte altre femministe abbiamo il linguaggio per significare l’eccellenza femminile senza fare confronti sommari tra donne e uomini. Rendiamoci conto che, nel secolo scorso, il femminismo si è dimostrato un movimento vincente, e che questo oggi ci viene riconosciuto da più parti. I risultati si vedono. I rapporti tra donne (punto fondamentale) e delle donne con gli uomini (punto decisivo) stanno cambiando e vanno nel senso di una maggiore libertà femminile.

Inserisco un inciso: opponiamoci alla riduzione del femminismo a una lotta per la parità. La parità è una misura quantitativa che ha il merito di non mentire, come ha detto giustamente Geneviève Fraisse. Ma non è il traguardo.

Si tratta, da parte nostra, di procedere sul crinale tra una spontanea rivendicazione di parità, da una parte, e dall’altra l’idea diffusa che le donne siano superiori agli uomini nella cura della vita. Non vogliamo essere idealizzate ma neanche diventare delle imitatrici. E allora? Ho detto “procedere sul crinale”: non deve succedere che la parità sia un limite al desiderio né, viceversa, che l’ideale sia un pretesto per sacrificarsi. Si può fare e io sostengo che noi qui e altre abbiamo la risposta: è la politica del simbolico. Può sembra una formula enigmatica ma in pratica non lo è. Nel contesto attuale, tradotta in altre parole, dice: usiamo quelle tendenze spontanee favorevoli al femminile per prendere autorità nella vita pubblica e qui facciamo la differenza dal come finora sono andate le cose.

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, domenica 1 dicembre 2019 Crisi ambientale: i nodi al pettine.

Via Dogana 3 ritorna sul tema della crisi ambientale. Da aprile a oggi, sono continuate in tutto il mondo le manifestazioni di adolescenti e giovani, l’ultima di venerdì scorso con il quarto sciopero globale promosso da Fridays for Future; Extinction Rebellion (XR, il movimento nato in Gran Bretagna nel 2018) ha messo in atto forme di disobbedienza civile nelle principali città del mondo, una per tutte, a Roma, tra l’8 e il 10 ottobre, uno sciopero della fame di fronte a Montecitorio.

Recentemente c’è stato il primo incontro a Roma sulle economie trasformative in preparazione del Fòrum Social Mundial de les Economies Transformadores che si terrà a Barcellona (25-28 giugno 2020). A mano a mano che la crisi diventa più evidente, aumentano le persone che si uniscono alla lotta e acquisiscono consapevolezza. Durante l’estate si è avuta la concreta la percezione dell’emergenza climatica, anche se da più di 30 anni gli ambienti ecologisti e chi si occupa di scienza mettono in guardia da politiche scellerate, segnalando il pericolo della deriva a cui si va incontro se non cambiamo radicalmente il modello di sviluppo.

Greta è diventata voce della coscienza globale, anche se prima di lei nel 1992, la dodicenne canadese Severn Cullis-Suzuki intervenne al primo vertice dei Capi di stato sull’ambiente a Rio de Janeiro con un discorso molto simile nei contenuti ai discorsi di Greta e concludeva: “Sto lottando per il mio futuro”.

Che cosa è cambiato? L’essere presente con il proprio corpo di fronte ai palazzi del potere, ha fatto la differenza: Greta si è messa in gioco e il tam-tam dei social ha lanciato il suo grido: migliaia di ragazze e ragazzi seguono il suo esempio in ogni parte del mondo. E i giornalisti non possono non vedere e non sentire. È accaduto come per Me-too. Si dice a voce alta una verità scomoda, conosciuta da tempo, ma ipocritamente nascosta, e chi la ascolta la sente vera e la rilancia.

Ora è il momento in cui le cose si stanno coagulando, prendono spessore: negli anni ’80, Alexander Langer diceva che la conversione ecologica “potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.

Sotto le spinte dei movimenti e delle evidenze climatiche, una parte del mondo finanziario e politico sembra reagire. La BEI (Banca Europea per gli Investimenti) ha dichiarato che dal 2021 non investirà più nelle energie fossili, e si orienterà, in coerenza con gli accordi di Parigi, verso fonti rinnovabili e progetti di efficienza energetica. Quindi niente prestiti per la costruzione di oleodotti, gasdotti e ricerche petrolifere. (Verranno anche sospesi i finanziamenti per quei progetti già approvati, e in fase di realizzazione?). Nel programma del partito labourista presentato da Jeremy Corbyn si parla di dirottare le risorse verso un’economia attenta all’ambiente, verso la creazione di posti di lavoro ‘buoni e qualificati’, rispettosi del clima. È di pochi giorni fa la proposta ‘verde’ per l’Europa di Ursula von der Leyen: un piano ambientale, presentato come nuovo motore di crescita, da 1.000 miliardi di euro.

Per ora sono solo intenzioni.

Naomi Klein e Vandana Shiva sono attiviste, impegnate da anni nella critica all’attuale modello di sviluppo. Per preparare questo incontro, due loro libri ci sono serviti da guida: Il mondo in fiamme di Naomi Klein ripercorre dieci anni di interventi e articoli e lancia proposte politiche concrete, e Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra di Vandana Shiva in cui l’autrice, che conosciamo da tempo ed è stata nostra ospite a ‘Vetrine di libertà’, ragiona sui legami tra la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, che detengono il monopolio delle risorse globali, la crisi umanitaria dei migranti e i limiti ecologici del pianeta.

Chi minimizza la crisi che stiamo vivendo, parla di ‘origine antropica’ del cambiamento climatico, di ‘attività umane’ che portano al riscaldamento globale. La questione si annacqua: tutti siamo responsabili. Non si vede, invece, che responsabili sono secoli di colonialismo e rapina e le attuali politiche economiche di governi e multinazionali, politiche basate sull’energia dei combustibili fossili, sullo sfruttamento del suolo.

“Ci serve una mobilitazione massiccia più grande di tutte le altre nella storia. Ci serve un Piano Marshall per la Terra”: sono le parole pronunciate da Angélica Navarro Llanos, una negoziatrice climatica boliviana al summit climatico delle Nazioni Unite (2009), a cui Naomi Klein si è ispirata.

Un decennio fa questi discorsi cadevano nel vuoto. Oggi ci sono giovani esponenti della politica che sentono l’urgenza di trasformarle in azioni. Una è Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane donna mai eletta al Congresso americano. Nella sua piattaforma elettorale propone un Green New Deal, sostenuta da altre giovani della sua squadra (Rashida Tlaib di Detroit e Ayanna Pressley di Boston). Come il New Deal, che era però pensato da e per maschi, bianchi, il Green New Deal dovrebbe avere lo stesso impatto, un cambiamento radicale nelle politiche economiche e sociali per “Riparare la Terra. Riparare la nostra roba. Riparare senza timore i nostri rapporti all’interno dei nostri paesi e tra essi.”

Scrive Naomi Klein “Facciamo ancora in tempo a evitare un riscaldamento catastrofico, ma non entro le regole del capitalismo come sono oggi formulate. E potrebbe essere la migliore scusa che abbiamo mai avuto per cambiare queste regole. E se non c’è un cambio di passo radicale non solo nella politica ma nei valori basilari che governano la nostra politica, sarà così che il mondo ricco si ‘adatterà’ alle nuove devastazioni climatiche, scatenando le ideologie tossiche che stilano una graduatoria del valore relativo delle vite umane e giustificano il mostruoso svilimento di enormi pezzi di umanità”.

Il momento di crisi può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento: il cambiamento del clima, rende quasi inevitabile una rivoluzione. Ci sono novità promettenti. Il movimento trasformativo in atto genera la speranza di costruire un sistema economico che redistribuisca la ricchezza, che riduca le disuguaglianze, che trasformi la sfera pubblica, che pianifichi l’economia sulla base di bisogni e priorità collettive, metta delle regole. Il piano per la transizione apre spazi per una democrazia diversa. Possiamo pensare a una ‘giustizia climatica’ perché le politiche per l’ambiente e la giustizia sociale vanno di pari passo.

Vandana Shiva riconosce nelle donne himalayane del movimento Chipko (che significa abbracciare, perché hanno difeso le piante legandosi ad esse) le sue maestre di biodiversità ed ecologia: le hanno insegnato che tutto è interconnesso. Possiedono un sapere incarnato, sanno che il valore di una foresta non sta in un albero tagliato, ma nelle piante che creano le condizioni per mantenere l’umidità necessaria alla vita.

Il modello capitalistico considera la Terra come qualcosa di inerte da depredare, distrugge la natura e soprattutto la nostra umanità come capacità di essere solidali, provare compassione e condivisione. Pensare che si possa crescere in modo illimitato su un pianeta dalle risorse limitate, segnala l’arroganza di quell’1% che impone il proprio potere, che considera i saperi e la creatività delle donne, delle popolazioni indigene, di chi lavora la terra come vecchi e retrogradi, non ‘scientifici’. Mentre ‘innovativi’ e ‘moderni’ sono gli accordi di libero scambio, la privatizzazione dei beni comuni, i brevetti sul vivente, il controllo attraverso i Big Data. L’intelligenza e la sapienza di milioni di anni di evoluzione, la ricchezza della biodiversità, viene sostituita dalla manipolazione genetica. È un modo meccanico di concepire la natura che semplifica: ritiene lineare il principio di causalità; ignora la complessità dei sistemi viventi e che ciò che accade dipende dal contesto e dalle relazioni in quella particolare situazione; riduce il vivente a fonte di dati e informazioni. Il grande capitale, fondato sul paradigma neoliberale che riduce il potere nelle mani di poche multinazionali, è un pericolo per la democrazia stessa: l’acquisizione, il controllo e la vendita dei dati diventeranno, se già non lo sono, il nuovo ‘petrolio’. È l’arroganza di chi per propri interessi produce divisione sociale, sradica intere comunità (pensiamo al Brasile di Bolsonaro), crea masse di profughi ambientali.

Le tecnologie dell’informazione e le biotecnologie si stanno integrando in vista di una corsa all’‘oro verde’. È l’arroganza di chi pensa di contrastare il cambiamento climatico e evitare la catastrofe con la geoingegneria, con tecniche mai testate prima che sono oltre che parziali, un ulteriore attentato all’umanità: ci sono progetti per oscurare il sole, fertilizzare i mari, seminare le nuvole.

Il capitale investe sul ‘verde’, comprando prodotti ‘verdi’, crea mercati per smaltire l’inquinamento e carica gli ‘individui’ (individui separati, consumatori come li vuole il capitalismo) del problema: la sfida è altissima e la si può affrontare solo come parte di un movimento globale. Senza una radicale critica al capitalismo predatorio, senza un nuovo paradigma di civiltà sensibile ai limiti della natura e dell’intelligenza umana, senza un serio programma climatico, che tocchi finanza, commercio, infrastrutture, i cambiamenti individuali del proprio stile di vita, importantissimi per la presa di coscienza e per un cambiamento culturale, e le politiche locali di contrasto al ‘riscaldamento’ climatico, sono antidoti parziali che genereranno effetti solo a lungo termine.

E Milano fa la sua parte con le sue belle contraddizioni. A fine settembre l’architetto Stefano Boeri propone una riforestazione urbana, accolta dal Comune: 3 milioni di alberi entro il 2030, e già 200.000 messi a dimora entro il 21 marzo 2020, giornata internazionale della foresta. Contemporaneamente, però i progetti di riqualificazione urbana prevedono la costruzione di edifici, come nel caso di Piazza d’armi o come il Parco di via Tesio, che rischia di essere sacrificato per un nuovo stadio. Forse di piante ne cresceranno sui tetti dei centri commerciali o sulle terrazze come nel Bosco verticale (giudicato fra i 50 più bei grattacieli), che ha sostituito il vicino Bosco di Gioia – orizzontale – dove 180 alberi sono stati abbattuti nel 2006 per fare posto al Palazzo della Regione. Oggi sopravvive ancora una magnolia, fra i vetri e il cemento.

Siamo in una fase di transizione e si sente qualcosa di nuovo e di grande. Un movimento che cresce e contagia perché ciascuna e ciascuno parte da bisogni concreti e dal sentire che ne va della propria vita. In molte fanno riferimento al femminismo. Mary Robinson (prima donna presidente dell’Irlanda) dice: “Questa crisi ha radici maschili comunque la si osservi. Porta la mano dell’uomo. Quando dico che c’è bisogno di un surplus femminista significa che anche i maschi dovranno essere inclusi in questa soluzione globale. Senza lasciare nessuno indietro. Perché ci si salva solo assieme”. Greta scrive in La nostra casa è in fiamme: “La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo, non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo”. Linda 24 anni di Roma (manifestazione NUDM 25.11) “Secondo me il femminismo adesso è il campo di lotta più credibile, accanto all’ecologismo C’è una penetrazione profonda delle istanze femministe nella mia generazione…”

Negli anni, molte donne si sono interrogate, ben prima che la crisi odierna lo mettesse in evidenza, sulle logiche dello sviluppo e dell’economia sulla distruttività di una civiltà che tratta il pianeta come un bene illimitato. Il pensiero di pensatrici come Rachel Carson, Laura Conti, Ina Praetorius. (di cui abbiamo parlato la volta scorsa) ci ha aiutato a cogliere le connessioni fra le scelte economiche e politiche, le ricadute sull’ambiente e i rapporti umani.

Sappiamo che il femminismo è stata una rivoluzione, l’unica che ha vinto senza violenza e pensiamo possa ispirare i movimenti che si battono per un cambiamento radicale. Ha criticato l’universalismo patriarcale e reso palese la connessione tra questa cultura e lo sviluppo capitalistico predatorio, fra fenomeni in apparenza lontanissimi tra loro: il militarismo e la violenza maschile sulle donne, la tratta e i bilanci statali; ha parlato di intelligenza domestica e del lavoro per mantenere l’esistenza, di produzione e riproduzione sociale come tutto il lavoro necessario per vivere (Sottosopra. Immagina che il lavoro). Vandana Shiva dice: “quando l’economia entra in conflitto con l’ecologia, risulta la cattiva amministrazione della Terra”, sottolineando la matrice comune di ecologia (scienza della casa) ed economia (amministrazione della casa) con la parola greca oikos (casa); Ina Praetorius ci ha parlato di ‘cura’ come ‘preoccupazione per il mondo’, ci chiede di prenderci cura di tale transizione; il valore del sapere dell’esperienza, ha consentito lo scambio tra donne molto diverse, ripreso ancestrali modalità di resistenza e inventato pratiche politiche nuove, messo in discussione la stessa concezione di sviluppo.

Questa è una occasione per mettere a confronto realtà diverse, e vedere come possiamo contribuire insieme alla creazione di una cultura, di un immaginario e di un linguaggio per una transizione positiva.

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, domenica 1 dicembre 2019 Crisi ambientale: i nodi al pettine.

Guardare fino in fondo la crisi ambientale e il cambiamento climatico è come guardarsi allo specchio. La crisi ecologica e climatica non ci sta di fronte. Non è un problema di cui ci possiamo occupare o non occupare come si fa con altre cose. Noi ci siamo completamente dentro, riguarda le nostre vite e noi stessi. C’è qualcosa infatti che ci implica in maniera profonda e che è stato non a caso subito sottolineato da Greta Thunberg.

Quando nel settembre 2018 Greta ha iniziato il suo primo sciopero ha scritto una lettera con la quale spiegava le ragioni del suo sciopero. C’è un passaggio di quella lettera che mi ha toccato profondamente: «[…] La crisi climatica è il tema più importante dei nostri tempi, eppure c’è ancora chi crede che possiamo risolvere questa crisi senza sforzo, senza sacrificio. […] Se vivessi cent’anni, nel 2103 sarò ancora viva. Quando voi oggi pensate al “futuro”, non pensate oltre il 2050. Ma io, nel migliore dei casi, nel 2050 sarò arrivata a metà della mia vita. E cosa accadrà dopo? Nel 2078 compirò settantacinque anni. Se avrò figli e nipoti, vorranno festeggiare quel giorno con me. Vorreste che parlassi loro di voi? Come vorreste essere ricordati? Ciò che state o non state facendo oggi, influenzerà la mia vita e la vita dei miei figli e dei miei nipoti. Forse mi chiederanno perché non avete fatto nulla e perché chi sapeva o poteva parlare non lo ha fatto».

Questo passaggio in cui si rivolge direttamente al mondo degli adulti mi interpella: «Vorreste che parlassi loro di voi? Come vorreste essere ricordati?». Ci ricorda al fatto che come esseri viventi, come esseri umani, nasciamo e viviamo di relazioni. Siamo chi siamo perché dipendiamo e ci rispecchiamo gli uni negli altri. Questo è un insegnamento chiave del femminismo veniamo al mondo attraverso la relazione con la madre e ancora prima attraverso l’incontro di due persone. E viviamo, ci nutriamo, ci sviluppiamo, cresciamo, ci individuiamo attraverso le relazioni. Questo tema delle relazioni è importante anche nell’ecologismo, o almeno in un certo ecologismo, perché l’ecologismo non è tutto uguale. Come ci ha insegnato Gregory Bateson, per tutto ciò che riguarda la vita e il vivente «la relazione viene prima, precede».

Quello che vorrei dire dunque è che i “nodi che vengono al pettine” sono le nostre relazioni, riguardano non solamente cosa stiamo facendo e cosa stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi o cosa stiamo facendo agli altri popoli o alle altre specie. Riguardano chi siamo noi oggi. Chi siamo come esseri umani, come uomini, come donne, padri, madri, nonni, nonne, fratelli, sorelle. Ma anche chi siamo come “generazione”, come “soggetti politici”, come “cittadini democratici”, perfino chi siamo come “specie”. Noi siamo le nostre relazioni. Siamo nelle e attraverso le nostre relazioni. I nodi che vengono al pettine riguardano dunque non solo come pensiamo “la natura”, “il pianeta”, “il futuro”, ma come pensiamo noi stessi. Come ci pensiamo. Come pensiamo e basta. Se pensiamo come individui o soggetti isolati o se riconosciamo relazioni, differenze, interdipendenze. Se pensiamo come famiglia, come clan, come nazione, come specie se pensiamo per relazioni, in quanto esseri conviventi. La situazione attuale – che la si chiami antropocene o capitalocene – come ha notato Donna Haraway è stata creata su basi relazionali e va disfatta su basi relazionali.

Occorre da questo punto ampliare la prospettiva a partire dalla quale si assumono gli orientamenti e le decisioni. In fondo si tratta di un problema di inquadramento contestuale e di significazione dell’esperienza. Aveva probabilmente ragione Gregory Bateson quando ci suggeriva di considerare il destino in cui la nostra civiltà è entrata “un caso particolare di vicolo cieco evolutivo”. Abbiamo iniziato a pensare con un’ottica sempre più ristretta e di breve periodo (in quanto specie, in quanto maschi, in quanto bianchi occidentali, in quanto paesi sviluppati, in quanto generazione) e i comportamenti che offrivano vantaggi a breve scadenza per “noi” sono stati prima adottati e poi programmati rigidamente. Ma alla fine sui periodi più lunghi, questi stessi comportamenti (e i loro relativi modi di pensare) hanno cominciato a rivelarsi disastrosi e a costituire una minaccia per tutti e tutte. Quindi le strategie che si sono apparse funzionali e premianti fino ad un certo punto (il più forte, il più armato, il più grande, il più ricco, il più sviluppato, il più tecnologico) oggi si rivelano essere il principale ostacolo, l’elemento di rigidità che ci rende difficile pensare di cambiare e pensare di salvarci. Occorre dunque revisionare radicalmente questo modo di pensare. Come alcuni scienziati cominciano a rivelarci, «non siamo mai stati individui».

Ma questa revisione o riconfigurazione cognitiva non va vista come un problema dei singoli individui, ma come un problema di cultura e educazione democratica. È la comunità politica democratica che deve seminare e coltivare nei cittadini un senso diverso del nostro essere e del nostro vivere che aiuti a superare la miopia e la strumentalità di un modo di segmentare la realtà troppo angusto. Se oggi la politica è in crisi, se non sa orientarsi nel presente e non sa proiettarsi nel futuro è perché ha perso il senso delle relazioni fondamentali su cui si basa il vivente e su cui si deve rifondare anche la comunità politica. Per dare luogo a una politica capace di futuro deve mutare la nostra percezione del qui e ora. Si può parlare a questo proposito di alcuni assi fondamentali lungo cui va inscritta la nostra libertà e ripensata la politica, riconoscendo e risignificando in maniera più profonda e più saggia le diverse forme di interdipendenza che riguardano le relazioni tra i sessi, tra i popoli vicini e lontani, tra generazioni passate e future, tra differenti specie viventi. Io credo ci sia una profonda relazione tra la crisi ecologica e climatica e la crisi della democrazia in termini politici, culturali e sociali. In termini di comprensione non è sufficiente infatti misurare e valutare la portata della crisi ecologica e climatica (in termini di emissioni e concentrazioni di gas climalteranti, di inquinamento, di perdita di biodiversità, di pressione sulle risorse ecc…) sulla base di un generico riconoscimento dell’origine antropogenica di queste alterazioni. Non è possibile infatti prescindere da un’approfondita indagine capace di interrogare le radici di tale disequilibrio ecologico a partire dalla strutturazione e dal funzionamento delle società umane e delle comunità politiche e delle relative istituzioni, migliorando così la comprensione riflessiva della condizione in cui ci troviamo.

Dobbiamo considerare fra l’altro che ci sono modi molto diversi di pensare la crisi ecologica e il cambiamento climatico, che implicano o suggeriscono prospettive e modelli di azione molto diversi: si tratta di un problema generato dal crescente impatto dell’umanità sul pianeta (l’idea dell’antropocene); oppure dal sempre più distruttivo ruolo del sistema capitalista (la categoria differente di capitalocene); dalla violenta storia dell’imperialismo; dal fallimento di un sistema tecnologico industriale che ha legato il suo destino a fonti fossili non rinnovabili; dall’egoismo di poche generazioni nei confronti di quelle successive; è l’esito ultimo di una specifica tradizione filosofica e culturale che è andata completamente e arrogantemente alienandosi dal proprio habitat (la prospettiva della deep ecology), oppure di un paradigma patriarcale che ha informato scienza ed economia fino a disconoscere il ruolo centrale della cura e della riproduzione (femminismo ed ecofemminismo), o ancora il frutto dell’ossessione quantitativa sulla crescita (la prospettiva della decrescita) eccetera… Ciascuna di queste congetture presuppone non soltanto analisi dissimili, ma soprattutto prospettive di lavoro che presuppongono percorsi, ricette e obiettivi pubblici e privati anche molto differenti. Insomma, il conflitto politico anche sul tema del cambiamento climatico non può essere espunto o trasceso. Un conto è il dato scientifico e incontrovertibile sul riscaldamento del pianeta e la sua origine antropogenica, un altro conto è ammettere le diverse responsabilità di fronte a questa condizione o comprendere che il cambiamento climatico significherà cose diverse per soggetti, territori, e tempi differenti, o ancora riconoscere l’esistenza di strategie e politiche alternative per affrontare questo problema.

Occorre d’altro canto riconoscere, in tutta onestà, che i regimi e le democrazie contemporanee si sono fin ora dimostrati non all’altezza dei problemi concreti, si pensi alla riduzione delle emissioni climalteranti per non parlare di cambiamenti più incisivi, e questo per ragioni strutturali e tutt’altro che superficiali. Un generico appello verso la democrazia – tanto più in un momento in cui i sistemi democratici sembrano sempre più sclerotizzati e platealmente vulnerabili alle forme peggiori di populismo e di sovranismo egoistico – non ha senso, se non come scommessa di rigenerazione e rinnovamento. Le democrazie liberali hanno la responsabilità storica di aver costruito gran parte del loro successo e del loro consenso sull’espansione e la moltiplicazione dei bisogni e dei consumi all’interno di un mercato capitalistico, contribuendo così ad accrescere l’impatto sull’ambiente e sul clima e a sedimentare e cristallizzare forme di disuguaglianza e di ingiustizia ambientale a livello globale. Basti pensare a come l’accesso alle risorse energetiche e alle altre risorse fondamentali sia stato garantito attraverso lunghi e sanguinosi conflitti e interventi militari. In passato per il petrolio, in futuro magari per le terre rare o per il cibo. Se una parte del successo delle democrazie liberali e di mercato si è fondato sulla capacità di assicurare energia, tecnologia, merci e prodotti a buon mercato ai propri cittadini allora è facile comprendere come la possibilità di costruire consenso politico attorno alla prospettiva di abbandonare le forme di economia capitalistica distruttiva, di sostenere un’automoderazione dei consumi, un livellamento del tenore di vita verso livelli dignitosi ma più sobri e sostenibili diventi una sfida complicatissima, e allo stesso tempo ineludibile.

Quello che ci è richiesto oggi è proprio la capacità di affrontare una radicale discontinuità, che richiede non solamente un’estensione della partecipazione e un maggior decentramento del potere, ma anche una capacità di apprendimento dei sistemi democratici e della cultura pubblica, in funzione di un salto di complessità e riflessività. Dunque, con quale idea di democrazia ci prepariamo a raccogliere queste sfide? Cosa significa concretamente ripensare la democrazia a partire dal riconoscimento (come avrebbe suggerito Hannah Arendt) della pluralità dei soggetti che abitano il mondo: uomini, donne, popoli, generazioni, specie viventi? In che modo il riconoscimento di questa pluralità – ovvero il ripensamento dell’idea stessa di cittadinanza e di sovranità – può riaprire il gioco della democrazia e donargli uno spazio, un tempo e una profondità differente?

Certamente, così come il femminismo ci ha ricordato che il riconoscimento delle donne, delle differenze, non può essere semplicemente un’aggiunta alla democrazia maschile, allo stesso modo la dimensione ecologica e della sostenibilità non può essere semplicemente un’aggiunta alla democrazia liberale di mercato. Entrambe le interrogazioni richiamano all’incapacità della tradizione democratica di mettere al centro il nodo delle relazioni, delle interdipendenze e quindi dei limiti. Dunque, non si tratta solo di affrontare qualcosa che è stato tralasciato o considerato secondario, si tratta invece di illuminare una ferita, un vulnus strutturale della teoria e della prassi democratica. Riconoscere questo peccato nella coscienza politica delle democrazie occidentali non significa chiudere i conti con la democrazia. Significa piuttosto sfidare il pensiero democratico a un necessario riorientamento complessivo.

Perché le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella rinascita di un pensiero ecologista moderno? E perché in tutto il mondo le donne guidano movimenti ecologici contro la deforestazione e l’inquinamento, contro i pericoli tossici e nucleari, per un cibo sano e per la tutela della salute? Come ha sottolineato Vandana Shiva, questo «non è dovuto a nessun cosiddetto “essenzialismo” femminile innato. È una necessità appresa attraverso la divisione sessuale del lavoro, poiché le donne sono lasciate a prendersi cura del sostentamento, fornendo cibo e acqua, salute e cure. Quando si parla di economia rigenerativa, le donne sono gli esperti, anche se non sono riconosciute come tali. Anche se l’apporto di sostentamento è l’attività umana più vitale, un’economia maschilista che comprende solo il mercato, lo tratta come non-lavoro».

Per immaginare e costruire assieme una comunità politica realmente democratica ed ecologica, dobbiamo dunque riconoscere e rimettere al centro l’idea centrale della cura. La cura intesa non in senso familistico, privatizzato e reso invisibile, ma come necessità complessiva di sussistenza e manutenzione, non solo ambientale, ma anche economica, sociale e politica. Dunque, la cura dei corpi, dei bisogni, dei desideri e delle aspirazioni; la cura dei bambini, dei giovani e degli anziani; degli uomini e delle donne; dei sani e dei malati; delle case, delle città e delle istituzioni; dei territori e del vivente; dei beni comuni, sociali ed ambientali; la cura della trama invisibile delle relazioni come impegno di tutta una comunità, costituisce l’aspetto fondamentale e ineludibile di ogni tentativo di rigenerazione della vita e della politica.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, domenica 1 dicembre 2019 Crisi ambientale: i nodi al pettine.

Mi chiamo Elena e faccio parte di Extinction Rebellion (abbreviato XR) da qualche mese. Come mai sono entrata in XR? Da sempre sono abbastanza attenta e sensibile verso le sofferenze degli altri esseri viventi e del pianeta in generale, ho fatto parte di associazioni animaliste, ho spesso dedicato le mie vacanze al volontariato naturalistico, nutrendo la speranza che questo potesse servire. Purtroppo, però non basta, e non basta lo sforzo di tutte le persone di buona volontà che ho conosciuto e di quelle che non ho conosciuto. I dati scientifici fanno poco ben sperare e ho sentito una urgenza rinnovata e forte, ho pensato che le azioni individuali sono importantissime, ma anche i governi devono fare la loro parte, l’emergenza attuale richiede azioni immediate e veloci.

Perché allora non entrare in qualche organizzazione ambientalista grande e importante, a questo punto? Perché sono organizzazioni uguali alle organizzazioni che già ben conosciamo, non vedo nulla di nuovo, se non entrare, chiedere chi comanda e farsi dire cosa c’è da fare. Anche no, grazie.

In XR non ci sono capi, ma un sistema organizzativo basato sulla decentralizzazione e soprattutto sulla spinta personale. XR dice proprio «fai quello che ti porta gioia». Wow, questa è una novità! Poi ho sentito parlare di cultura rigenerativa, essere già noi, nel nostro modo di stare insieme, il mondo che vorremmo. Un mondo non violento, sotto ogni aspetto, a partire dalle relazioni tra noi ribelli. Ecco, ho trovato quello che cercavo, visto che non accetto la violenza, non accetto la violenza fisica, non accetto l’uso della forza solo perché si può. Ma non accetto nemmeno la violenza verbale, psicologica, la violenza dei silenzi, la violenza del cibo, la violenza del cosiddetto “progresso”. Non accetto la violenza. Punto. E in XR ho trovato una forte attenzione a questo, non violenza non soltanto durante i momenti di protesta ma anche nello stare insieme, nel modo di stare insieme, nel modo di parlare tra di noi. Questo non lo avevo mai trovato altrove.

Ci si potrebbe chiedere cosa c’entra tutto questo con l’ambiente. A mio avviso c’entra tantissimo. Perché nel nostro sistema attuale, il modo di stare insieme e stare con il pianeta e gli esseri viventi è basato principalmente sulla violenza. Sul furto di ciò che non è nostro, si prende senza chiedere il permesso. Siamo abituati a questo, siamo assuefatti alla violenza. Tutti e tutte. Anche io.

Qualche anno fa ho iniziato a sentire che necessitavo di altro, qualcosa non mi tornava, non saprei neanche dire con quanta consapevolezza presi una serie di decisioni, ora è più facile darvi un senso, ma in quel momento mi spinse solo la necessità di “cambiare aria”. E ho iniziato un percorso personale che chiamerei di “risveglio”. Ho approfondito la mia formazione con una specializzazione in psicoterapia, mi sono avvicinata ai buddisti di Tic Nathan, che ho conosciuto durante i ritiri al Plum Village in Francia. Mi sento, come dire, risvegliata appunto, ho gli occhi aperti, o meglio più aperti di prima, ho ancora molto da fare. E di XR apprezzo questa attenzione e sensibilità a RI-educarci tutti quanti ad un nuovo modo di stare insieme, mettendo in discussione quello che è il nostro sistema alla radice, rimettendoci in gioco uscendo dalle comfort zone, ripensando tutto. Ho trovato persone con cui proseguire questo percorso e intanto chiediamo ai governi di non fare finta di nulla, di dire la verità, di agire velocemente e di pensare a modi nuovi per prendere decisioni. Subito, perché siamo già in ritardo.

Pensiamo alle decisioni, nelle organizzazioni qualcuno decide e altri no, questo modello è efficientissimo, ma lascia indietro tantissime posizioni, persone, opinioni, punti di vista, in favore di uno solo. XR non vuole proporre soluzioni ma vogliamo che le soluzioni vengano da assemblee di cittadini, che tutti noi torniamo a occuparci di noi. In XR ho trovato persone diverse, con opinioni diverse, ma tutte egualmente preoccupate per il destino del pianeta e degli esseri viventi che lo abitano, ed è bello potersi confrontare in questi termini con altre persone, mi sento meno sola in questa preoccupazione, e meno impotente davanti alla catastrofe. Perché stiamo parlando di una estinzione di massa in corso.


Greta Thunberg ha spostato le montagne provocando politici riottosi a mettere in agenda l’emergenza climatica e molto comincia a muoversi nella società e nelle coscienze individuali. Assieme ai Fridays for Future, altri movimenti internazionali sono venuti alla ribalta come Extinction Rebellion e il Fòrum Social Mundial de les Economies Transformadores.

Con queste realtà politiche vogliamo dialogare, tenendo conto che, se vogliamo incisività e capacità trasformativa, non possiamo ignorare la critica e la lotta al capitalismo predatorio che tanta parte ha avuto nella crisi che abbiamo davanti ai nostri occhi.

A partire dalle nostre realtà diverse, come possiamo contribuire insieme alla creazione di una cultura, di un immaginario e di un linguaggio per una transizione positiva?


Avvieranno la discussione Marco Deriu ed Elena (Extinction Rebellion)

Ci sono uomini e donne che dicono in buona fede: bisogna cambiare la legge Merlin per regolare meglio la prostituzione. Con queste persone bisogna parlare, come ha fatto S. con suo figlio. In effetti, la legge Merlin non è fatta per regolare il rapporto di scambio sesso/denaro tra un uomo e una donna. Questa legge si limita a depenalizzarlo (cancellarlo come reato dal codice penale). Lo Stato interviene solo in caso di abusi (minorenni, violenza fisica, costrizione, ricatti… che sono comunque dei reati).

Questo è il primo punto da dirsi chiaramente: regolare il rapporto di prostituzione come tale, vorrebbe dire che lo Stato lo riconosce e si assume quindi il dovere di renderlo possibile nei limiti fissati dai suoi regolamenti, con conseguenze che possono avvicinarsi alle famigerate case chiuse o ai quartieri a luci rosse. Vorrebbe dire cioè che la prostituzione è ammessa come un’istituzione della vita civile.

La legge Merlin, invece, semplicemente ignora il rapporto tra lei che consente e lui che la paga, se è dato supporre che sia una libera scelta di entrambi. Quello che fa è proibire penalmente il fatto che terze persone possano trarne profitto, dagli sfruttatori veri e propri agli intermediari, agli albergatori, ecc. Le traversie penali di Berlusconi (tasse, mafia e minorenni a parte) parlano proprio di questo: lui ne è rimasto fuori ma non gli intermediari (i ruffiani, nel linguaggio popolare).

La legge Merlin regola così la posizione dello Stato verso la prostituzione nel senso che non autorizza né vieta alle persone di ricorrere al rapporto sessuale prostituito, ma non ammette che il loro rapporto generi profitto per altri. Neanche lo Stato può guadagnarci, infatti lo scambio sesso/denaro non è tassato. 

Qual era lo scopo di Lina Merlin? La risposta è semplice: abolire la prostituzione in quanto istituzione del patriarcato che, mediante i soldi, procura agli uomini il diritto di usare il corpo femminile, analogo a quello dei vincitori in tempo di guerra. Ma perché lei non ha preso la strada del proibizionismo? La risposta è meno semplice: perché il proibizionismo non funziona; perché penalizza anche la parte femminile; perché darebbe allo Stato il potere d’intromettersi nelle scelte personali: e forse anche per lasciare aperta un’alternativa alla sessualità maschile… 

Non è la legge Merlin, quindi, che dobbiamo cambiare, anzi! va difesa in quanto è il compromesso più avanzato che ci sia tra libertà personale e dignità di una società civile degna di questo nome.

“Les plages d’Agnès” così titola il suo film-autoritratto la regista Agnès Varda per significare l’importanza dei luoghi che segnarono la sua infanzia, la sua adolescenza, le prime imprese di fotografa, la successiva carriera di regista con la creazione della casa di produzione Ciné-Tamaris, e  la sua vita sentimentale e familiare. Sono le spiagge del Nord – quelle belghe; le spiagge del Sud – Sète in particolare della sua giovinezza; le coste della Corsica nei suoi viaggi da studentessa; le spiagge di Parigi lungo la Senna e quella artificiale creata nella sua via; le spiagge dell’Ovest sull’Atlantico – Noirmoutier in particolare, frequentate  con il marito Jacques Demy e i figli; quelle americane di Los Angeles e Venis Beach.

Con apparente levità la regista evoca i grandi eventi storici che hanno segnato e influenzato la sua esistenza: la seconda guerra mondiale, la fuga dal Belgio, la persecuzione degli ebrei e la caccia e cattura dei bambini ebrei, la guerra di Algeria, il maggio francese, il movimento dei neri negli USA e il femminismo.

Per esprimere l’importanza della fotografia nella sua vita e nella sua carriera di artista, il suo racconto parte dalle foto d’infanzia  dall’album della madre che dispone sulla sabbia, in mezzo all’erba secca delle dune; ci sono poi le foto di Sète e del suo porto; la sua tessera di studentessa; quelle del festival di Avignone al suo debutto come fotografa; le foto riprese nei suoi viaggi in Cina e a Cuba.

Passato e presente si mescolano quando ci riporta con un viaggio in barca nel porto di Sète o a visitare la sua casa d’infanzia a Bruxelles o a rivisitare Pointe Courte e incontrare  le comparse del suo primo lungometraggio del ’54 che la rese celebre fra cineasti e critici della Nouvelle Vague.

Come parte della sua vita scorrono le immagini dei film realizzati creando una forma di retrospettiva personale: quelli di fiction e i documentari e i film d’inchiesta insieme  al repertorio privato di immagini e di video sulla sua famiglia e le sue amicizie più intime.

Dai suoi racconti e dalle immagini emerge con chiarezza il senso della sua intera opera cinematografica: l’invenzione che ha caratterizzato il suo cinema e la sua intera produzione di artista e di fotografa. Saper riprodurre il reale e inserirlo in un’opera di fiction e viceversa. Realtà e immaginario in una versione nuova da lei chiamata “cinécriture”.

Nel film è lei sola in scena e si rappresenta senza abbellimenti e per dare il senso del reale c’è il rumore delle onde, l’uso della luce naturale, la sua troupe all’opera che procede con la messa in scena che diventa essa stessa una parte delle sue installazioni artistiche dove l’autorappresentarsi scherza con il simbolismo degli specchi.

Il film è girato su una dimensione  giocosa per descrivere il mondo interiore di Agnès Varda e quello delle persone che ama e di cui vuole parlare. Tutto appare artigianale e improvvisato, una  scelta che nasconde una pianificazione attenta ad ogni movimento di macchina, ad ogni ripresa di scena.

La rappresentazione del passato diventa una ri-presentazione attraverso una foto o un’immagine, un oggetto che fa risorgere i ricordi e qui procede, nella realizzazione del  suo documenteur – una parola di sua invenzione -, dove tutto è vero, ma in forme sempre diverse e  inusuali.

Sono una studentessa brasiliana che viene alla Libreria delle donne di Milano da settembre 2019. Il 6 ottobre ho partecipato all’incontro della rivista Via Dogana 3 per la prima volta. L’argomento su cui tre donne stanno ragionando mi fa desiderare di mettere in scena il mio “partire da sé” per ripensare con il mio corpo, in presenza, la mia storia e la relazione con mia mamma (e la sua storia). Sono tante le donne del passato e del presente che mi abitano in questo momento! Ricordo la relazione di gratitudine con tutte le donne prostituite che mia mamma mi ha insegnato.

Lei è nata in una famiglia molto povera nello stato brasiliano di Minas Gerais. Lei e i suoi fratelli hanno patito la fame nell’infanzia. Mia nonna preparava le caramelle perché i figli le vendessero nelle strade della città. Erano bambini che lavoravano per aiutare la loro mamma a portare cibo a casa. Già allora i bambini che restavano in strada a vendere qualcosa erano ignorati dalla gente più ricca. Quale madre permette ai suoi figli di stare fuori a lavorare? Con questi giudizi morali quei bambini non riuscivano a vendere le caramelle alle persone distinte (oggi chiamate “buoni cittadini”).

Erano le prostitute che provavano empatia per la loro situazione e, senza giudicare mia nonna, compravano tutte le caramelle dei poveri bambini. Così loro potevano tornare a casa e far mangiare tutta la famiglia. Semplicemente lì è stato costruito un legame di solidarietà tra donne: mia nonna non chiedeva ai suoi figli dove e come avevano potuto vendere i dolci, e queste donne non chiedevano ai bambini chi fosse la loro madre e perché già lavoravano… Le “donne di vita” – come il popolo chiamava le prostitute – a Uberlândia negli anni ’50 avevano soldi e senso di solidarietà sociale. Per questo ho imparato a rispettarle e a essere molto grata per la loro presenza nella storia delle donne della mia famiglia materna.

Così, in un primo momento, ho avuto una relazione quasi poetica con la prostituzione. Ma, essendo brasiliana, vedo la complessità di questo problema, perché ho davvero e per sempre quella gratitudine come eredità materna ma provo anche una forte indignazione per il modo in cui le donne sono prostituite nel mio paese.

Quindi chiedo, e non solo retoricamente, chi sono le donne che possono scegliere di vendere o no il proprio corpo in modo autonomo, farne un lavoro, un lavoro sessuale, dargli o no un prezzo? La mia domanda non ha un approccio morale ma un approccio socio-economico. Non propongo neanche un dibattito sulla legittimità o meno della decriminalizzazione della prostituzione o della lotta per il sex work. La cosa che mi colpisce adesso è il fatto che la prostituzione sia strutturale ed endemica in Brasile e come questo ci consente di avvicinare il Brasile e l’Italia, perché io oggi sono qui e penso da questo posto.

La prostituzione costituisce una necessità economica per molte famiglie brasiliane (e non solo brasiliane, perché so che è un fenomeno internazionalizzato) e alimenta una rete che fornisce sostentamento a molte persone. Alcune persone sono consapevoli che i soldi che le sostentano provengono da questo tipo di lavoro, molte altre sono ingannate da persone legate alle reti di sfruttamento sessuale di bambine e adolescenti o del traffico sessuale di donne. Dove c’è carenza di quasi tutto, la società dei consumi rende i corpi di bambine, adolescenti e giovani donne un prodotto desiderabile. Quindi sono spesso i genitori che offrono o incoraggiano la vendita dei corpi delle loro figlie, oppure spesso queste ragazze, abbandonate dalle famiglie, dallo Stato, invisibili a tutti noi, scoprono molto presto che i loro corpi hanno un valore di scambio e possono consentire loro di condurre una vita di sopravvivenza, spesso breve e intrecciata con innumerevoli violenze. La prostituzione è crudelmente una fonte di reddito indispensabile per molte famiglie e molte piccole città.

Ma la relazione tra Brasile e Italia pensata dalla prostituzione ha attirato la mia attenzione nel 2009, quando sono andata in Ceará per restare più di un mese da un mio caro amico. Abbiamo fatto un giro tra molte spiagge bellissime, con acqua calda e di un azzurro quasi trasparente. La bellezza di quello Stato è indimenticabile, però quello che mi ha colpito di più è stato il numero di turisti italiani accompagnati da ragazze o giovani donne brasiliane. Mi guardavo intorno e mi chiedevo: «È normale? Nessuno ne è disturbato? Sono solo io indignata per questi esempi espliciti di sfruttamento e prostituzione delle ragazze?»

Nello stato di Ceará, nel nordest del Brasile, i tassi di turismo sessuale sono molto alti. Come dimostrano i documenti ufficiali del governo brasiliano del 2013, gli italiani sono la maggior parte dei turisti stranieri. Forse non tutti vanno lì per turismo sessuale, ma molti ci vanno a questo scopo e questo lo sanno tutti, al punto che ci sono voli diretti dall’Italia verso Fortaleza, capitale di questo Stato, che tutti chiamano “il volo del turismo sessuale”. E la prostituzione di bambine, adolescenti e giovani donne davvero avviene alla luce del giorno sulle spiagge di Ceará, come se fosse qualcosa di naturalizzato e normalizzato in quel contesto. Per me è un crimine gravissimo. Ma è anche una fonte sicura di profitto per l’industria del turismo. E questa sarebbe una prima ipotesi per spiegare la normalizzazione di questo crimine in questo contesto, la cui economia dipende fondamentalmente dal turismo. Secondo il regista brasiliano Joel Zito Araújo che ha condotto una ricerca approfondita sul turismo sessuale e la prostituzione nel nordest del Brasile, in Italia e in Germania per realizzare il documentario Cinderela, lobos e um príncipe encantado, il 70% delle donne cercate da uomini stranieri per turismo sessuale sono nere e il 95% proviene da classi sociali inferiori. Sono dati che confermano l’impressione che ho avuto quando mi sono resa conto di questo problema, nel 2009. I corpi di ragazze nere e/o povere valgono meno sul mercato ed è per questo che il loro sfruttamento è così facilmente naturalizzato? O è il bisogno di sopravvivenza in un luogo privo di opportunità per la maggior parte delle persone che, insieme agli interessi economici, definisce i comportamenti? Queste sarebbero altre ipotesi che ritengo necessarie ad approfondire le cause della naturalizzazione dello sfruttamento delle donne.

La prostituzione in Brasile è spesso ancora legata a contesti di schiavitù o servitù contemporanea, nutrita dal neocolonialismo e giustificata dalla complessa rete di oppressioni vissuta dalle donne brasiliane, secondo la nostra realtà sociale, culturale ed economica: oppressione di genere, razza, classe e molti altre non ancora nominate. Ma, contraddittoriamente, come mostra il documentario sopra citato, anche negli scenari peggiori, che agli occhi di donne privilegiate come noi superano tutti i limiti della dignità umana, molte ragazze e donne vedono lì un’opportunità per cambiare la propria vita. Molte di loro nutrono il sogno romantico di incontrare un principe azzurro che potrebbe salvarle da ogni sofferenza. Perché per loro queste fugaci relazioni con uomini stranieri sono di solito le loro uniche fonti di affetto e apprezzamento per la loro autostima. Il contesto mostrato in quel film e la mia esperienza di indignazione in Ceará risalgono al primo decennio di questo secolo e ora sia i programmi sociali dei governi progressisti che abbiamo avuto in Brasile dal 2003 al 2016, sia i numerosi progressi dei movimenti femministi hanno contribuito a trasformare la vita di molte donne.

Ma domando: che cosa si potrebbe fare dall’Italia in modo che i ragazzi in formazione oggi non diventino prostitutori o consumatori di turismo sessuale in futuro, sfruttando ragazze di paesi come il Brasile? Chi dovrebbe fare qualcosa? Servirebbe a educare i loro desideri mostrargli le conseguenze delle loro scelte sessuali sulla vita delle donne? Gli uomini prostitutori, da adulti, dovrebbero essere puniti in conformità con le leggi del loro paese di origine e del paese in cui sfruttano le donne? Queste sono le sfide del patriarcato internazionalizzato che dovranno essere affrontate.

La riflessione che sto facendo vittimizza ancora le donne? Penso di sì, ma insisto con questo tono perché molte donne, in paesi resi subalterni (o di paesi subalterni portate in Europa), sono le principali vittime di un sistema capitalistico, patriarcale, colonizzatore e razzista che sfrutta ripetutamente i loro corpi per mantenere i suoi profitti e le sue posizioni di potere, alimentando industrie come il turismo sessuale nonostante le sue terribili conseguenze.

Comunque la prostituzione mi attraversa, mi appartiene e mi sconcerta. In Europa, in particolare in Italia, paese che consuma ripetutamente la prostituzione brasiliana, io sono vista da molte persone attraverso questa prospettiva e ne sono giudicata moralmente. Sono quindi una brasiliana che parla di prostituzione in un luogo in cui l’immagine preponderante della donna brasiliana è di prostituta. Questa immagine è stata costruita all’estero dallo stesso governo brasiliano, principalmente negli anni ’70 e ’80, attraverso strategie pubblicitarie e di marketing per promuovere il turismo in Brasile. Ma deriva da meccanismi interni costitutivi e molto più antichi di quanto siamo noi come paese, senza dimenticare che la schiavitù è stata per quasi quattrocento anni la principale istituzione del modello di colonizzazione brasiliano.

Un modello socio-economico basato sulla violenza simbolica sulle donne, in particolare sulle donne di colore, i cui corpi sono stati (e sono ancora) proprietà dei padroni e che sono sempre state concretamente e simbolicamente a loro disposizione per essere sfruttate e violentate. Le donne di colore, anche dopo l’abolizione legale della schiavitù, sono ancora rappresentate attraverso stereotipi che contribuiscono alla perpetuazione delle numerose violenze che vivono concretamente e che sono indispensabili per alimentare il desiderio dei consumatori maschi.

Quindi voglio concludere riaffermando la necessità e l’importanza di costruire legami di solidarietà tra donne diverse, attraverso un costante sforzo di riavvicinamento e comprensione tra i loro diversi mondi, come mi ha insegnato la storia di mia madre e di mia nonna. Lo scopo della mia riflessione era quello di rivelare le emozioni e i ricordi che il tema della prostituzione mi provoca, e non di parlare a nome delle molte ragazze e donne brasiliane la cui situazione nutre la mia indignazione, come se non avessero voce e avessero bisogno di essere salvate da me. Primo, perché so che hanno voci, voci diverse e anche protagonismo (e organizzazione sociale), che spesso permette loro di ricostruire le proprie vite. E immagino anche che le loro voci, se fossero ascoltate e diffuse, offrirebbero sfumature mai pensate da esperienze diverse come la mia. Infine, non faccio affidamento su una prospettiva religiosa per presentare i miei argomenti in una dimensione di salvezza, ma noi donne della periferia del mondo (e non solo di lì), a causa della complessità dei problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente, non possiamo ancora rinunciare a un certo messianismo per rimanere attive nella lotta per altre modalità di esistenza.

Abbiamo partecipato con grande interesse alla redazione allargata di Via Dogana 3, sul tema La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti (6 ottobre 2019).

Avevamo affrontato e discusso, in diverse occasioni, gli aspetti giuridici e le politiche in atto a livello internazionale sulla prostituzione, ora abbiamo avuto la spinta a ripartire ciascuna “da sé”, da noi, dal vissuto, per mettere a fuoco cosa ci tocca nel profondo e come ci interpella quest’esperienza, anche se non la viviamo in prima persona. Durante l’incontro è emerso con forza il tema dello stupro simbolico. La femminista Elizabeth Cady Stanton, a noi donne delle Comunità Cristiane di Base molto nota per aver scritto a fine Ottocento un saggio di esegesi biblica dal punto di vista femminile intitolato La bibbia delle donne, sosteneva che la società, così com’ era organizzata sotto il potere maschile, era un grande stupro del genere femminile.

Questa è una consapevolezza che abbiamo da tempo, Lia Cigarini nel 1995 in La politica del desiderio dedicò un capitolo a questo tema, ricordando che è necessario tener presente che, nonostante l’esistenza di leggi buone, è possibile che si riproducano rapporti di forza determinati e sfavorevoli alle donne se non si va alla radice di ciò che accade, trovando pratiche che pongano fine allo stupro simbolico.

Nella prostituzione siamo di fronte ad un duplice stupro: fisico e simbolico.

Il commercio del sesso è al centro di un dibattito molto acceso a livello internazionale, sia tra le femministe sia tra le e gli attivisti per i diritti umani. E anche la sinistra – abbiamo visto in Italia le posizioni della CGIL – oscilla tra pro-sex-work e abolizionismo. Per questo motivo alcune donne hanno restituito la tessera sindacale e dato le dimissioni dalla rappresentanza. Tra noi due Doranna, delegata sindacale nella Cgil Comunicazione, vive con sofferenza questa contraddizione perché sente che riconoscere la prostituzione come un lavoro qualsiasi mette in discussione il senso stesso del lavoro, come spiega Luciana Tavernini,e non consente alcun margine di trasformazione radicale nel rapporto tra i sessi.

Ciò che c’è di nuovo è che molte donne che hanno vissuto la prostituzione in prima persona hanno preso la parola, hanno scritto libri importanti in cui analizzano politicamente il loro vissuto, dando vita a un movimento globale che sta portando avanti una battaglia per l’abolizione della prostituzione, partendo dal presupposto che la compravendita dei corpi non sia lecita, che sia equiparabile a una forma di schiavitù e che, come la schiavitù, vada abolita.

Hanno reso manifesta un tipo di sessualità maschile spesso violenta e immiserita dallo scambio sesso/denaro, svelando che il corpo non è una cosa che una donna possiede ma la costituisce.

Non si tratta dunque di rendere disponibili alla compravendita qualcosa di separabile da sé se non attraverso la dissociazione. La schiavitù di donne e bambine sul mercato, oltre ad essere stupro a pagamento, come ci spiega nel suo libro Rachel Moran uscita dal mercato prostituente e ora attivista abolizionista, rappresentano uno stupro simbolico che tocca tutte le donne, perché offendendo i loro corpi si offendono le donne nella loro interezza. Finché questo sarà possibile, nelle relazioni tra i sessi mancherà l’equilibrio necessario per l’affermarsi di una sessualità relazionale, libera e gioiosa espressione del desiderio tra uomini e donne e si immiserisce il desiderio e l’espressione di sé maschile. Le nuove narrazioni femminili hanno dato parole nuove e forza anche a chi, come noi due, non ha vissuto quest’esperienza, per parlarne pubblicamente e trovare le connessioni con i nostri vissuti.

Non crediamo di poter guarire le ferite delle donne e bambine alle quali è stato inflitto lo stupro fisico, ma possiamo, grazie al loro coraggio e alle loro parole che dicono la verità su quest’esperienza, lottare insieme per porre fine allo stupro materiale e simbolico della prostituzione, un’istituzione maschile patriarcale, consolidata dal capitalismo, per accedere ai corpi delle donne attraverso il denaro.

Per noi lottare insieme ha significato prima di tutto far rete con le associazioni che sul nostro territorio si occupano di violenza degli uomini contro le donne, sia per quanto riguarda l’accoglienza e l’accompagnamento delle donne che la subiscono sia per quanto riguarda i centri di ascolto del disagio maschile dove vengono accolti gli uomini maltrattanti. La nostra assessora Francesca Costarelli ha avuto l’intuizione di creare un tavolo con tutte queste associazioni per dar vita a eventi significativi che affrontino il problema sia sul piano materiale che su quello simbolico, nel senso che questo tipo di violenza è strutturale ed è quindi necessario andare alle radici di ciò che accade per comprendere a fondo da quali meccanismi sono determinati i fatti.

Per un problema strutturale servono soluzioni strutturali. Non basta quindi parlarne tra donne, occorre che anche gli uomini ne parlino. Mentre in passato non era possibile perché gli uomini negavano, ora, grazie alla presa di parola pubblica delle donne, è il momento in cui si può avere un’interlocuzione vera e, ritenendolo importante, noi ci siamo messe in dialogo con gli uomini.

Dopo l’incontro del 15 marzo scorso a Pinerolo, realizzato nell’ambito di IO LOTTO SEMPRE, a cui erano state invitate Grazia Villa e Luciana Tavernini, che con Daniela Danna e Silvia Niccolai hanno scritto il libro Né sesso, né lavoro. Politiche sulla prostituzione, noi due che facciamo parte del Gruppo Donne della Comunità Cristiana di Base Viottoli abbiamo chiesto a Beppe Pavan fondatore del gruppo Uomini in cammino: “Ma tu cosa ne pensi? Cosa è già emerso dal vostro confronto su questi temi? A che punto siete?” Da queste domande dirette e urgentiha preso avvio la costruzione di un incontro congiunto di riflessione e di scambio di pensieri e parole tra uomini e donne, a partire dalla propria differenza sessuale, che si è tenuto il 26 ottobre, patrocinato dal comune di Pinerolo e organizzato dalle donne della CdB Associazione Viottoli insieme ad Associazioni che si prendono cura delle donne che subiscono violenza da parte degli uomini, con i Gruppi di Uomini in cammino e l’Associazione nazionale Maschile Plurale, sul tema: Prostituzione: domanda e offerta o stupro a pagamento? Hanno introdotto l’incontro Grazia Villa su “La prostituzione: né sesso né lavoro” e Alberto Leiss con Gianluca Giraudo (Maschile Plurale) su “Desiderio, corpo, violenza. Un’autoriflessione maschile”, tema su cui a Roma gli uomini hanno lavorato nei mesi scorsi. All’incontro hanno partecipato anche uomini di alcuni gruppi del Nord (Verona, Monza-Brianza, Torino, Val Pellice) e, il giorno seguente, hanno continuato tra loro lo scambio di riflessioni sulla sessualità maschile.

Tra un intervento e l’altro sono state lette pagine tratte dal libro I girasoli di Liliam, un testo nato dalla relazione tra Teresa Canone, psicoterapeuta dell’associazione ANLIB, con Liliam Altuntas che dall’età di sei anni è stata schiava sessuale nel mercato della pedofilia in Brasile e poi esportata nei bordelli in Germania. Una storia fortissima e vera a cui Teresa ha dato ascolto creando, in una scrittura a due, la narrazione che tanto premeva a Liliam soprattutto per l’esigenza di onorare la memoria delle sue piccole compagne – e piccoli compagni – uccise prima di diventare adulte, nella speranza di porre fine a tanto orrore. Liliam che per motivi familiari non ha potuto partecipare all’incontro, ha inviato un accorato messaggio in cui esprimeva la sua felicità per il fatto che ci siano donne che si muovono, approfondiscono e lottano, mettendoci la faccia, con il desiderio di cambiare le cose insieme. La sua testimonianza e vicinanza, la relazione tra lei e Teresa hanno rafforzato il nostro desiderio di dire ciò che abbiamo sempre pensato e la sofferenza che abbiamo provato incontrando per le strade donne prostituite senza mai riuscire a fare qualcosa. La potenza dello stupro simbolico sta proprio nella capacità di creare barriere attraverso preconcetti e luoghi comuni, in questo caso soprattutto quello che sostiene che la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo, legittimando la sessualità maschile come necessità primaria.

Durante l’incontro, molto partecipato, per la prima volta abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci pubblicamente con uomini che hanno preso parola, rompendo il silenzio. Crediamo abbia funzionato la presenza di due relatori che hanno esplicitato liberamente il loro disagio parlando apertamente della loro chiusura emotiva, della loro rimozione del corpo, della sessualizzazione delle donne nel tra uomini e della loro visione agonistica della sessualità, dell’asimmetria tra desiderio maschile e desiderio femminile e dell’incapacità vissuta e sofferta di comprendere qualcosa del desiderio femminile, nello stesso tempo la loro attrazione nei confronti di donne  innamorate della propria libertà. In un contesto misto questa doppia presenza li ha incoraggiati e spalleggiati nell’espressione di sé. Nello stesso tempo anche le donne hanno avuto modo di interloquire apertamente partendo da sé, dal proprio desiderio e dalla propria esperienza che parla di presenza dell’essere al di fuori della genitalità, dell’energia, anche sessuale, che si sprigiona solo nella relazione, di trovare modi per scardinare il silenzio maschile che non pongano la donna in una posizione assistenzialistica e, per quanto riguarda la sessualità dei disabili, saper gestire l’assenza poiché non tutto ci è dovuto. Siamo rimaste sorprese di quanto su questo tema, ancora oscuro per molti uomini e anche per qualche donna, pochissimi abbiano colto il nesso tra prostituzione e violenza, tenendo distinte le due cose. Questo conferma l’importanza del percorso che abbiamo fatto e che ha fatto diventare il tema della prostituzione uno svelamento dei meccanismi che stanno alle radici del patriarcato.

Non dimentichiamo inoltre che anche (e soprattutto) le istituzioni religiose sono portatrici di stupro simbolico in quanto promuovono modelli patriarcali di relazione tra i sessi e li radicano nel trascendente e nel naturale.

Il prossimo incontro in programma a Pinerolo sarà il 15 novembre con Paola Cavallari che presenterà l’Osservatorio Interreligioso sulle violenze contro le donne.


Nota bibliografica:

Cigarini Lia (1995), La politica del desiderio, Pratiche Editrice. Pag. 84 Lo stupro simbolico.

Moran, Rachel. (2017), Stupro a pagamento: la verità sulla prostituzione, Round Robin.

Danna Daniela/ Niccolai Silvia/ Tavernini Luciana/ Villa Grazia. (2019), Né sesso, né lavoro. Politiche sulla prostituzione, VandA.epublishing. Pag. 193 Tavernini L. La battaglia attuale sul senso del lavoro.

Canone Teresa Giulia (2019), I girasoli di Liliam. Da bambina schiava sessuale in Brasile al grande sogno realizzato in Italia, Fefe Editore.

Ancamò! Così ho pensato quando Marina mi informa sul prossimo VD3. È dallo scorso novembre con BookCity che si va avanti con Moran e Bindel, Bindel e Moran, insomma che in Libreria si debba sempre finire a… oddio ma che sto pensando? Poi arriva l’invito. La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti. Tutti? Tutti chi? I clienti per forza, sì poi anche le istituzioni, l’opinione pubblica. Ma Luciana è donna precisa: tutte e tutti e quindi anche me.

Nato nei primi anni cinquanta, non ho mai frequentato il mondo della prostituzione per molti motivi. Al di là di un mio istintivo fastidio per qualsiasi contatto fisico con estranei, posso elencare l’educazione ricevuta, il senso morale elaborato, il problema inquadrato nell’ambito più generale delle ingiustizie sociali, espresse qui nello sfruttamento mercantile tipicamente capitalistico che futuri sistemi socialisti risolveranno, la sessualità intesa come libero scambio di piaceri reciproci. In sintesi: la prostituta come una donna violata nella sua dignità che soffre ed è sfruttata; il cliente l’esemplare di un immorale irrispettoso, che sfrutta il bisogno materiale altrui, illudendosi di trasformare delle prestazioni pagate in manifestazioni di esuberante virilità, insomma uno squallido soggetto.

Definirei oggi questo modo di impostare la questione sfuggente e superficiale.

Primo caso.

Un adulto trentenne, allenatore di una squadra giovanile insulta sulla rete la giovane Greta, definendola pronta per debuttare nella prostituzione. Le conseguenze: indignazione, proteste, licenziamento, e le immediate scuse dell’adulto con la piena assunzione di responsabilità. All’agenzia Ansa l’allenatore ha poi aggiunto: «Quelle cose che ho scritto non le penso. È stata un’esternazione di pancia, ma non sono la persona che è stata descritta nei commenti che leggo su internet. Non sono sessista. Mi dispiace perché a 34 anni si dovrebbe ragionare di più prima di scrivere. È stata una cosa scritta di rabbia che non rifarei assolutamente»

(https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/30/grosseto-offese-contro-greta-thunberg-sui-social-licenziato-allenatore-di-calcio-delle-giovanili/5487299/).

Poco me ne faccio della sua buona fede, mi interessa la rabbia, che malattia non è, e soprattutto mi intriga la contrapposizione, davvero illuminante, tra esternazione di pancia e durata del ragionare.

Se riflettessi più a lungo quelle cose che penso non le scriverei. Bene, non sono affatto sessista, sì, ma perché le penso?

Secondo caso.

Qualche settimana fa ascoltando il Gazzettino Padano sulle solite vicende post discoteca, ho fatto un balzo sentendo: «maxi-rissa dopo apprezzamenti a una ragazza».

Credevo che l’espressione appartenesse ormai a un giornalismo superato, provinciale e mediocre, invece è furbescamente e ancor più maldestramente utilizzata per spiegare e giustificare la rabbia (toh, chi si rivede!) maschile. In rete sono ancora parecchie le notizie spiegate secondo una ricostruzione in cui «sembra che la scazzottata sia nata a seguito di un complimento, pare anche poco cortese, rivolto da uno degli avventori del locale ad una ragazza. Complimento che avrebbe infastidito non poco l’accompagnatore della giovane ed il gruppo di amici» (https://www.anteprima24.it/salerno/ragazza-discoteca-rissa/).

Per concludere: giudichiamo con superiorità di sesso, celata da difesa, della misura dei complimenti ambigui, provando fastidio per un apprezzamento che appunto disprezza noi, non lei, che del suo corpo ci siamo erti a controllori; proteggiamo una donna muta e passiva, come una proprietà che val bene una rissa: la rabbia si autogiustifica.

Ma… disprezzo, inferiorità, controllo del corpo, donna muta e passiva rispetto agli apprezzamenti più o meno volgari che riceve, proprietà: proprio come nella prostituzione!

Quello che la rabbia dunque non trattiene e lascia fuoriuscire è la convinzione dell’inferiorità femminile, sesso indegno e disprezzabile.

Un’eco di disprezzo risuonava dunque nel mio pensiero trattenuto?

I maschi che, come re pigri e indolenti, soltanto nell’arrocco si spostano di due caselle, beninteso restando sempre sullo stesso colore, impareranno a balzare come il cavallo da uno all’altro?

Sono nato e cresciuto in una famiglia comunista con spirito militante. Da piccolo ascoltavo i racconti che facevano l’orgoglio della sinistra: la Resistenza partigiana; l’occupazione delle terre al sud; la lotta operaia alla Fiat e nelle grandi fabbriche del nord; gli scontri con la celere; i fatti di Genova nel 1960. Tra questi racconti c’era la battaglia per la chiusura delle case di tolleranza. La legge Merlin era (ed è tuttora) una delle bandiere gloriose della sinistra italiana. 

Nel mio ambiente familiare, la prostituzione era considerata non tanto una questione morale relativa ai costumi, quanto una questione sociale relativa ai rapporti tra le classi e tra i sessi. La prostituzione era un’espressione dell’ingiustizia sociale, ormai risolta dalla lotta vincente di Lina Merlin. Quel che ne rimaneva era considerato residuale, destinato al superamento nel progresso come il resto della cosiddetta questione femminile.

Così la consideravo anch’io, fino alla fine degli anni ’80, quando la prostituzione è tornata visibile con le donne immigrate e prostituite. Qualche giornale iniziava a pubblicare fatti di cronaca e inchieste sul ritorno della tratta delle bianche, storie di sequestri, inganni e violenza, che riguardavano le ragazze dell’Est costrette alla servitù sessuale, poi in seguito anche ragazze africane. Storie che era molto penoso e inquietante leggere.

Dopo l’impatto delle nuove prostitute straniere, i media hanno continuato a trattare il tema in modo saltuario e marginale, fino a quando è arrivata la rete, con i suoi luoghi virtuali di discussione e i social media. In questo nuovo ambiente di comunicazione e interazione, molte donne e femministe hanno cominciato a parlare della prostituzione come di una istituzione patriarcale; un tema in conflitto con i maschi, identificati spesso a ragione con i “clienti”; o in conflitto tra donne nella opposizione tra regolamentariste e abolizioniste.

In principio, ho creduto che la posizione femminista fosse quella favorevole ai diritti delle prostitute. Era uscito, in Belgio nel 2005, un manifesto europeo per i diritti delle sex worker, mentre già conoscevo il movimento delle lucciole, il comitato per i diritti civili delle prostitute di Pordenone, diretto da Pia Covre. Mi sembrava giusto e sensato voler tutelare sindacalmente le prostitute. L’ho pensata così, finché non ho conosciuto la legge svedese, che ha scelto di tutelare la prostituta e sanzionare il “cliente”, per colpire la domanda maschile, individuata come principale responsabile della tratta e del mercato del sesso. Una scelta che mi è sembrata ancora più sensata, persino illuminante, per lo spostamento della criminalizzazione dalle prostitute ai “clienti”.

A sostegno di questa impostazione, ho curato un blog insieme con una mia amica femminista, per pubblicare testimonianze di ex prostitute sopravvissute, per mostrare che la voce delle dirette interessate non era solo quella delle volontarie che sostenevano la cosiddetta “libera scelta”. Gli articoli ottenevano molte visite e condivisioni, ma dopo un po’ di tempo ho voluto interrompere questo lavoro, perché attraverso le chiavi di ricerca indicate nel pannello di controllo delle statistiche, mi sono reso conto che molti visitatori erano persone alla ricerca di siti pornografici. Dunque, mi venne il dubbio che le testimonianze, invece di sensibilizzare il pubblico maschile, avessero soprattutto l’effetto di eccitarlo.

Peraltro, la diffusa facilità di accesso alla pornografia e la qualità dei contenuti pornografici fanno sì che molti ragazzi e uomini siano presto educati a una sessualità prostitutiva. Molto materiale pornografico è prodotto con il reclutamento di donne prostituite o, per questa via, avviate alla prostituzione. Le due questioni, prostituzione e pornografia, andrebbero sempre più trattate insieme.

Attraverso l’immaginario sessuale pornografico si può vedere come sia velleitario il cavallo di battaglia regolamentarista, che vuole riconoscere e legalizzare un presunto lavoro, per togliere lo stigma alla prostituta. Naturalmente, da parte nostra è giusto rispettare le prostitute. Ma se fosse possibile eliminare lo stigma, dettato in primo luogo dal disprezzo provato dai “clienti”, sarebbe risolta la prostituzione, perché i “clienti” non sarebbero più interessati a frequentare prostitute, divenute donne dignitose e rispettabili al pari delle loro mogli e fidanzate.

Trovo più realistico, secondo la visione abolizionista, che lo stigma collettivo espresso dal pubblico, dalla società, dalle istituzioni, sia spostato dalla donna prostituita al “cliente” prostitutore. A questo fine, come il femminismo ha già iniziato a fare, è importante che tutto il linguaggio che definisce il mercato del sesso e i suoi attori sia riformulato, per mostrare il “cliente” prostitutore, gli uomini che vogliono comprare le donne, come causa propulsiva e decisiva della prostituzione.

Una volta messo al centro il “cliente” prostitutore, non vorrei però relativizzarlo un attimo dopo, con la retrocessione a “ingranaggio” o addirittura a “vittima” (anche lui come lei) di un’entità disincarnata più grande di lui (il denaro, il mercato, il capitalismo, il sistema). La prostituzione, la sua organizzazione, il suo farsi industria, mercato, ordinamento giuridico, esiste per lui, l’ha creata lui. Se pochi “clienti” prostitutori diventano imprenditori dello sfruttamento economico, tutti i “clienti” prostitutori sono e restano i principali attori dello sfruttamento sessuale.

Riconosco, anche per le ragioni dette in apertura, un’aurea di sacralità alla legge Merlin. Meglio non toccarla, fosse pure per migliorarla, perché una volta tentato di migliorarla, sarebbe più esposta a ogni peggioramento. Credo non abbia neppure bisogno di essere migliorata. La legge Merlin è a tutti gli effetti una legge abolizionista: non tocca la prostituta e indica tutti i reati dei soggetti che si muovono intorno a lei. Se assumiamo la svolta simbolica del femminismo e del modello nordico, e impariamo a riconoscere nel “cliente” il prostitutore e quindi uno sfruttatore, un favoreggiatore, un induttore, si può prevedere e sperare che il cliente sia destinato a cadere nel raggio dei reati già sanzionati dalla legge Merlin.

Ho già ampiamente illustrato le ragioni del mio prendere parola sulla prostituzione nella introduzione al mio capitolo del testo Né sesso, né lavoro. In fase di stesura e correzione Luciana Tavernini, preziosissimo aiuto in questa avventura di scrittura in condivisione tra donne, mi aveva invitata a mettermi in gioco, a scoprire le motivazioni del mio coinvolgimento e a dichiarare il perché la prostituzione riguardava anche me. A differenza di altre la prostituzione non è mai stata un tabù, nemmeno quando ero piccola.

Mio padre alle domande insistenti di noi bambine sul significato di quei fuochi con i copertoni lungo le vie, di fronte alla manifestata compassione per quelle donne povere che dovevano riscaldarsi per strada al calore delle fiamme anziché al riparo delle case, ci ha sempre spiegato che non era «colpa loro, ma di uomini cattivi che facevano loro del male» e che quando saremmo state più grandi, ci avrebbe spiegato meglio, insieme alla mamma. Così avvenne man mano che si cresceva, fino alla condanna esplicita verso chi induceva alla prostituzione e a un giudizio pesante sulla presunta mascolinità di chi ricorreva al mercimonio, dichiarando, con l’imbarazzo e il pudore di quegli anni, che mai lui sarebbe potuto “andare con una prostituta”, per rispetto verso di lei, verso mia madre, verso di noi, verso di sé.

Di seguito, come ho già scritto, ci sono state le letture, racchiuse tra Lettere dalle case chiuse1 da ragazzina e Stupro a pagamento2 lo scorso anno, due pugni nello stomaco proporzionati alle età differenti.

Nel mezzo, la professione e la politica: il primo interrogatorio, il processo per reato di schiavitù, l’Osservatorio giuridico per i diritti dei migranti e delle migranti, le ragazze della tratta, le loro lacrime sulle mie mani; la politica praticata, le politiche del diritto, la politica delle donne, la scoperta del diritto sessuato.

Oggi, qui con voi, vorrei condividere che cosa è accaduto dentro di me tramite la stesura del libro e la sua divulgazione, che cosa è cambiato, che cosa si è confermato rispetto al tema: la prostituzione ci riguarda tutte e tutti. Oltre alla scoperta della bellezza e della fatica di una scrittura condivisa, lo studio delle proposte di legge giacenti in Parlamento sulla prostituzione ha tolto il velo, ha smascherato molte delle mie certezze, tra illusioni e persistenti ingenuità.

Prima fra tutte, almeno in questa vicenda, la dolorosa constatazione, con conseguente interrogativo: destra e sinistra pari sono? e poi ancora: non tutte le donne di sinistra sono femministe! Mentre sapevo che non esiste un unico femminismo (ci sono quello di Stato, quello radicale, quello paritario e, naturalmente, il “nostro”!), l’ipotizzare che una donna di sinistra potesse non essere femminista, in una fra tutte le declinazioni possibili, mi ha lasciata basita.

Senza entrare nel dettaglio e nelle esemplificazioni che potete trovare nel libro, in sintesi due sono le visioni assimilabili che producono o rischiano di determinare la sovrapposizione tra scelte politiche e giuridiche, ahimè non più differenti: l’ineludibilità della prostituzione e la doppia morale “al femminile”.

Sul primo punto, se è vero che da parte di tutte le proposte di legge, molte presentate da donne, vi è una condanna astratta di tutto il fenomeno prostituivo, detta condanna non si traduce in un’assunzione di responsabilità politica per farla cessare e in un impegno fattivo, in una lotta concreta perché ciò possa accadere. Mi sembra di aver capito che la convinzione della impossibilità di sradicare la prostituzione dalla nostra società venga ancor prima del tema della libertà di scegliere e del disporre del proprio corpo, vendita compresa!

Ciò finisce per ingenerare una sorta di “doppia morale” da parte delle donne che si occupano e discutono di prostituzione, alimentata dall’implodere del fenomeno della tratta. Da una parte, infatti, aumenta la condanna unanime, l’invocazione di pesanti penalizzazioni, l’investimento di risorse per combattere la tratta, il traffico sessuale, la cosiddetta prostituzione coatta, azioni sostenute, come ci ha insegnato Julie Bindel3, anche dalla lobby dei prostitutori, in quanto la tratta inquinerebbe il mercato regolamentato o libero della prostituzione.

Si distingue ad esempio, parlando delle “povere ragazze nigeriane sfruttate”, tra lo stupro che avviene nei campi di detenzione in Libia (attuale luogo della svergination di massa) e il singolo atto prostituivo, individuando la violenza sessuale nella costrizione, nella schiavitù, nella soggezione al trafficante o alla madame e non in ogni prestazione sessuale, in ogni stupro a pagamento.

Dall’altra parte, in quella che mi sono permessa di chiamare “doppia morale”, vi è una specie di plauso verso le donne libere e sfrontate che sbandierano la propria sessualità liberata, non solo esibendola dentro le regole della pornocrazia, ma che ne rivendicano l’utilizzo come strumento di potere sugli uomini e mezzo per un lecito e debito arricchimento.

Si passa dalla condivisa e audace scelta di Lina Merlin di non condannare la prostituta, alle felicitazioni per chi sa stare nel mercato del corpo traendo profitto per sé.

Da qui, dentro di me, è scattata la radicalizzazione della lotta per la difesa della legge Merlin e il consolidamento della scelta di passare da “la prostituzione riguarda anche me” a “la fine della prostituzione riguarda anche me”.

In questi mesi successivi alla pubblicazione, il libro è diventato allora uno strumento per questa azione politica, il pretesto per parlare di prostituzione, l’occasione per informare sul fenomeno, il luogo per discutere e far emergere anche il conflitto.

Sono andata in due scuole superiori, ho tenuto una lezione nel mio corso all’Università degli adulti, ho partecipato a cinque incontri organizzati da gruppi di donne o da donne impegnate nelle istituzioni, due dei quali con Luciana Tavernini, così almeno fino ad oggi, ma in programma c’è molto ancora, prossimamente l’incontro organizzato per il 26 ottobre a Pinerolo, promosso anche dall’associazione di uomini Maschile plurale.

Distinguo questa restituzione tra giovani e adulti.

Come tutte ben sappiamo a scuola le ragazze e i ragazzi sono molto ricettivi, soprattutto nei confronti delle novità e di chi “viene da fuori”. Ciò aumenta, per esperienza diretta, quando l’offerta riguarda gli istituti tecnici o professionali dove le/gli studenti sono vivaci e “ruspanti”, hanno meno filtri comportamentali e sono fin troppo schietti, a dire delle e degli ottimi dediti docenti. Si sentono poi sempre onorate e onorati dal fatto che qualcuno di esterno le/li prenda in considerazione, si metta in gioco per interloquire anche con chi frequenta scuole di serie B!

Immaginate quindi il contesto in cui, dentro la lezione sui diritti umani delle donne, ho affrontato con loro il tema della prostituzione. Dopo qualche slide una studentessa, interrompendomi, ha rivendicato il diritto delle ragazze di trarre profitto dal proprio corpo, «Il corpo è mio e posso farci quello che voglio», aggiungendo «Se gli uomini sono così stupidi da pagarci o da farci regali costosi, perché non dobbiamo approfittarne? Visto che poi ti chiedono anche prestazioni minime…» (mio modo per tradurre l’esplicita espressione gergale e provocatoria della ragazza riferita al rapporto orale). Sul punto vorrei sottolineare qui che la seconda frase della ragazza è la stessa che Blessing Okoedion cita nel suo libro Il coraggio della libertà4, riferita alla propaganda che viene fatta dalle donne che vanno a reclutare in Nigeria, soprattutto in città dove il tasso di istruzione è maggiore, perciò alcune sanno che cosa le può attendere in Italia. Unica variante sta nell’aggettivare la stupidità degli uomini come “bianchi e occidentali”!

Tornando alla classe, una compagna indignata grida: «Ma che cosa dici, tu non hai rispetto di te stessa, come puoi vendere una parte del tuo corpo, nessuna parte, soprattutto quella, che è la più intima». Un’altra timidamente aggiunge: «Quella da cui nascono i bambini»… Il tutto tra risatine e sguardi furtivi dei maschi, con qualche commento di entrambi i sessi sulla possibilità di non coinvolgere “quella parte” delle donne, posto che si possono offrire e ottenere prestazioni che la tengono fuori dal rapporto sessuale. Anche qui, pur in uno spaccato parzialissimo come può essere una classe scolastica, trova conferma il dato sempre più diffuso della preferenza per le prestazioni orali in molte situazioni di prostituzione, specie se minorile.

Alla fine, il classico bel ragazzo leader interviene per dirimere il conflitto tra le ragazze: «Se il problema è il pagamento e la voglia di fare sesso, io mi offro gratuitamente così non offendo nessuna», tra risate generali pacificanti.

Il registro cambia quando rivolgendomi direttamente ai ragazzi, anche al bel ragazzo, inizio a parlare del turismo sessuale, della presenza record di maschi italiani fra chi lo pratica, con un’età media di 27 anni, e gli dico che di conseguenza, nel giro di pochi anni, potrebbero essere loro stessi a farlo. «Noi no, noi mai, noi non ne abbiamo bisogno, abbiamo già le nostre ragazze che fanno tutto quello che gli chiediamo e… a gratis».

Riflettiamoci insieme.

Questi giovani maschi almeno hanno parlato, gli uomini adulti no!

È accaduto quasi sempre ad ogni occasione di incontro, tranne per qualche presa di parola a Pinerolo e a Mantova con interventi di rappresentanti dell’associazione Maschile plurale o di operatori nel settore (volontari o educatori in associazioni contro la tratta). Silenzio totale, impressionante e significativo all’Università degli adulti. Alle mie lezioni partecipano in media 200-220 persone, di cui almeno un terzo uomini, sempre molto attivi e partecipi anche quando abbiamo parlato di storia e/o di diritti delle donne, di gravidanza per altri, di fecondazione assistita. Sulla prostituzione silenzio totale, nessuno ha preso la parola, almeno non davanti a me. All’esterno capannelli di discussioni accese.

Silenzio degli avvocati maschi, presenti in numero superiore al previsto al corso organizzato dall’Associazione Donne Giuriste patrocinato dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati (ancora al maschile) di Como.

Silenzio dei maschi presenti alla presentazione del libro a Lucca, tutti amici miei, nessuno sconosciuto, nonostante l’ottima organizzazione dell’assessora Ilaria Vietino.

Riflettiamoci insieme.

La reazione delle donne adulte, sia organizzatrici degli eventi, sia partecipanti è stata più confortante e feconda.

I ragionamenti più diffusi sono stati quello relativo al tema della libertà di scelta, anche alla luce delle motivazioni della sentenza della Corte costituzionale, l’esistenza di un diritto a prostituirsi, il dibattito intorno alle sex workers, la legittimità delle distinzioni tra prostituzione libera e coatta, i dubbi persistenti sull’utilizzo di alcuni termini quali “stupro a pagamento” o “prostituzione di Stato”, riferito alle proposte di neoregolamentazione. A questo proposito vorrei condividere con voi come tra, i titoli proposti per gli incontri, quello contenente le parole “stupro a pagamento” venga quasi sempre scartato. Vi è una maggior accettazione del nostro Né sesso, né lavoro, ma solo se l’occasione è la presentazione del libro, di solito si preferisce il riferimento neutro alla legge Merlin: la modifica, l’anniversario, l’attualità…

Riflettiamoci insieme.

Unanime la gratitudine da parte delle donne intervenute per l’importanza di aver preso parola e scritto di prostituzione, di aver consentito di organizzare un dibattito su un tema spinoso e divisivo tra donne. A Lucca la presidente del Centro donne, Mary Baldacchini, ha dichiarato pubblicamente di aver cambiato idea sulle proposte di neo-regolamentazione dopo aver letto il libro, convincendosi dell’importanza di non modificare la legge Merlin.

Tutte queste esperienze, quindi, non solo mi hanno confermato l’importanza della scelta politica intrapresa con voi, ma mi hanno consentito di passare progressivamente dall’esperienza professionale allo studio, dalla scrittura agli incontri, dal dolore raccolto alla lotta per evitarlo.

A chi mi ha criticato per la dedizione a questo aspetto marginale delle nostre vite, che o non ci riguarda o ci riguarda poco, ho risposto che da mesi guardo dallo stesso buco della serratura da cui hanno guardato molti uomini, quello de La chiave di Tinto Brass o quello utilizzato ancora oggi nel mondo del web pornografico (del quale dovremmo occuparci maggiormente). Solo che attraverso questo sguardo apparentemente ristretto si apre un ampio orizzonte, un cono di luce che si allarga e illumina molte dimensioni dell’umano: il Moloch del mercato e le sue regole fameliche; le relazioni tra gli umani e quella tra i sessi, la crisi delle coppie e della famiglia tradizionale, le resipiscenze del patriarcato; il ruolo dei padri… per narrarne alcune e capire insieme come la prostituzione ci riguarda tutte e tutti, ma proprio tutte e tutti.


  1. Lettere dalle case chiuse, a cura di Lina Merlin e Carla Barberis, ed. Il gallo, 1955. Ripubblicato con nel 2018 con il titolo Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse, a cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, Edizioni GruppoAbele, 2018. ↩︎
  2. Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, ed. Round Robin 2017. ↩︎
  3. Julie Bindel, giornalista britannica e attivista, autrice fra l’altro di Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, VandA.epublishing, 2018. ↩︎
  4. Blessing Okoedion con Anna Pozzi, Il coraggio della libertà, Edizioni Paoline, 2017. ↩︎

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti, del 6 ottobre 2019

Oggi parliamo nuovamente di prostituzione. In Libreria ne abbiamo già discusso più volte sotto l’aspetto delle politiche e sotto quello giuridico. A quest’ultimo aggiungiamo solo un richiamo, per ricordare che il 7 marzo 2019 la Corte costituzionale si è espressa contro l’eccezione di costituzionalità sollevata su alcuni articoli della legge abolizionista voluta da Lina Merlin, stabilendo che «la prostituzione è sempre subordinazione e negazione delle relazioni». Una sentenza incoraggiante, che deve spingerci a continuare a difenderla e a farla conoscere.

Di prostituzione abbiamo discusso anche con Rachel Moran, a partire dal suo libro Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione1.  Proprio grazie al suo libro e all’incontro con lei in alcune di noi è nata l’esigenza di capire quanto l’esistenza della prostituzione traccia i confini del nostro mondo condizionando anche le nostre vite.

Nel preparare questa discussione, mi è tornato insistentemente alla memoria un episodio personale, e ho deciso di cominciare raccontandovelo. A fine anni ’90, inizio 2000, in vacanza a Parigi, un pomeriggio mentre passeggio un tizio mi butta lì a muso duro che lui è solo ed emarginato per colpa della società, e quindi io devo fargli compagnia. Con “compagnia” naturalmente intendeva “sesso”, ma è irrilevante: nel corso della breve conversazione lui non lo ha mai esplicitato, e io ho fatto finta di non capirlo. Dopo avergli chiarito che la società sarà anche escludente e ingiusta, ma che io non avevo il dovere di fargli da servizio sociale, l’ho fermamente congedato. Perché proprio questo fra tanti abbordaggi, molto più molesti o volgari, mi è tornato in mente in rapporto al nostro tema?

L’anonimo parigino aveva trovato perfettamente logico esigere rapporti umani e risarcimento sociale da me, una sconosciuta, come se fosse un mio debito personale. Il vero sottinteso infatti, più che il sesso, era che essendo io una donna non visibilmente al servizio di un altro uomo, un servizio lo dovevo a lui in quanto uomo. Una pretesa che mi indignò moltissimo, che mi indigna ogni volta che la incontro.

Succede, infatti, spesso a tutte noi di scontrarci con la pretesa degli uomini di trovare le donne a loro disposizione quando gli servono e di non trovarle dove possono fargli ombra. I colleghi pari grado che ci trattano come le loro segretarie personali, i mariti o conviventi che contano sull’assistenza domestica della loro compagna e al massimo “aiutano”, in casa loro come se fossero ospiti. Eccetera. Questa strumentalità, questa pretesa ostentata con tanta naturalezza, su di me hanno pesato come un macigno per tutta la vita, schiacciando la possibilità di fidarmi mai di un uomo e di scommettere su una relazione con lui.

Non esiste solo questo, certo. Con il femminismo sono stati aperti molti conflitti che hanno spostato la consapevolezza di alcuni uomini e molte altre cose. Uno dei più importanti conflitti recenti è stato il #metoo, che ha fatto emergere un fenomeno contiguo proprio alla prostituzione: le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro. Ed è stato sempre un conflitto aperto da donne, non necessariamente femministe ma che hanno parlato a partire dalla loro verità soggettiva, a rivelare lo scambio sesso-potere-denaro impastato alla base del sistema politico in Italia. Lo analizza benissimo Ida Dominijanni ne “Il trucco”2.

I casi citati hanno in comune con la prostituzione di essere tutte manifestazioni di quello che Carole Pateman chiama il “contratto sessuale”, il patto inespresso tra uomini per l’accesso maschile ai corpi delle donne posto a fondamento delle nostre società, che determina l’esclusione delle donne come soggetti del contratto sociale e fa coincidere gli “individui” liberi cittadini con i soli maschi3. Di quel contratto erano parte anche certi vecchi arnesi giuridici come il “diritto coniugale” del marito alla prestazione sessuale della moglie e lo ius corrigendi4, che ora, grazie ai conflitti aperti dal femminismo, sono diventati per la legge stessa reati di violenza contro le donne.

Ma finché esiste il riconoscimento ai maschi di un accesso al corpo delle donne, sancito dal passaggio di denaro, finché donne e uomini lo considereranno normale, o anche solo fatalisticamente inevitabile il contratto sessuale non si estinguerà. Che spazio c’è per una libera relazione di differenza tra le une e gli altri all’ombra della prostituzione? Come evitare, se si dà questa per scontata, che continuino a nascere forme, anche nuove e inedite, di quella pretesa maschile di uso del corpo e delle risorse delle donne?

Eppure sulla natura della prostituzione c’è sorprendentemente poca chiarezza. Forse perché resta sempre un po’ a margine del campo visivo. Non si vuole vederla, non si vuole pensarci. Gli uomini la occultano, suppongo insieme alla propria vergogna. Ma anche le donne preferiscono non vederla, forse perché non ci rassegniamo a precludere a noi stesse un orizzonte ampio e sgombro, perché non vogliamo vedere intaccate la nostra libertà e le relazioni con gli uomini che fanno parte della nostra vita. La giornalista inglese Julie Bindel, nel libro Il mito Pretty Woman5, osserva che il cono d’ombra che avvolge la prostituzione dipende anche all’impossibilità per molte donne di affrontare gli interrogativi che pone sull’uomo con cui fanno colazione al mattino (anche lui potrebbe usare a pagamento il corpo di un’altra donna come me, come se fosse un oggetto? E se è così, anch’io per lui sono un oggetto?).

Vogliamo quindi parlarne oggi a partire da quello che la sua esistenza ha prodotto nelle nostre vite, come incide sul lavoro e sul concetto di lavoro, sulla società. Vederla bene per non confonderla con altre cose, per non scambiare per sessualità femminile quella che è una rinuncia da parte di donne alla propria sessualità per permettere agli uomini di usarla, per non scambiare per autodeterminazione la decisione (o la costrizione) di rinunciare ad autodeterminarsi per bisogno economico. Vederla bene per sradicarla meglio: la prostituzione va abolita come la schiavitù, vanno liberate tutte le donne come sono stati liberati tutti gli schiavi. Occorre, come con i ricatti sessuali e le molestie sul lavoro, far vedere che è inaccettabile, affinché gli uomini cambino.

Ne parliamo con Grazia Villa, avvocata, e con Luciana Tavernini, da molti anni impegnata nella Libreria delle donne con molteplici attività, autrici rispettivamente del terzo e del quarto capitolo del bellissimo libro Né sesso né lavoro6 (VandA.epublishing, 2019).

  1. «Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione» di Rachel Moran (ed. Round Robin, 2017, traduzione a cura di Resistenza Femminista) ↩︎
  2. «Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi» di Ida Dominijanni (Ediesse, 2014) ↩︎
  3. «Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna» di Carole Pateman (Moretti & Vitali, 2015) ↩︎
  4. cioè il diritto del marito alle prestazioni sessuali della moglie, cui corrispondeva da parte di lei il “dovere coniugale” di erogarle, e il diritto, sempre del marito, di punire la moglie, anche fisicamente. ↩︎
  5. «Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione» di Julie Bindel (VandA.epublishing, 2018) ↩︎
  6. «Né sesso né lavoro» di Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini e Grazia Villa (VandA.epublishing, 2019) ↩︎

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti, del 6 ottobre 2019

Fino a qualche anno fa preferivo non vedere la prostituzione dicendo «Se una si prostituisce è affar suo». Tornando la sera a casa con l’auto e passando vicino alle ragazze seminude lungo la circonvallazione, le vedevo con lo sguardo che vede e non vede e mi fermavo a pensare solo al disagio per il freddo. Ho scoperto che questa è una posizione di molte infatti, quando le ho invitate agli incontri su questo problema, mi hanno risposto «È un argomento che non mi interessa», riducendolo appunto ad argomento evitabile. Che cosa mi ha fatto cambiare e come cambiare la postura verso la prostituzione ha messo in atto riflessioni politiche che coinvolgono tutte e tutti?


Inviolabilità del corpo femminile

Quando sono riuscita a riconoscere come molestia sessuale, da parte di un medico stimato da mia madre, un episodio della mia adolescenza che per decenni mi sono sforzata di minimizzare, ho potuto vedere come questo avesse inficiato la mia capacità di radicarmi nel mio sentire e mi avesse deportata nel regno dell’altro. Per non sentirmi cosa, quanto c’è di più vicino alla morte, il cadavere è letteralmente una cosa che prima era una persona1, mettevo le mie energie a cercare di giustificare il comportamento maschile, a trovarci qualcosa che lo potesse rendere in qualche modo buono per me.

Ma proprio perché veniamo violate attraverso il corpo che noi siamo e per il fatto che siamo caratterizzate dall’essere dello stesso sesso della madre, ogni violazione ci fa perdere il senso del piacere e del privilegio che l’essere come la madre comporta e la fiducia che le parole, apprese principalmente con lei, dicano il mondo.

Come dice la psicologa Candela Valle Blanco2 nel seminario di Duoda di quest’anno il tabù dell’incesto è innanzi tutto tabù per le donne a parlarne. Ci sono proposti tanti nomi in modo che la violazione del corpo femminile appaia differenziata e noi ne siamo confuse. Anche i nazisti usavano 50 nomi diversi per definire i campi di concentramento mentre il grido delle persone deportate era «Ci portano via», indicandone la caratteristica fondamentale nell’averle private con la violenza della libertà3.

Che cosa ci portano via tutte le forme di violazione delle donne che ci vengono fatte o a cui assistiamo?

Viene cancellato il riconoscimento simbolico che solo grazie alla dipendenza dalla madre ciascun essere umano esiste e quindi il senso di gratitudine verso di lei. Perdiamo la fiducia piena nel nostro sentire: quindi da un lato perdiamo la guida fondamentale per parlare pubblicamente e dall’altro quella al piacere erotico, che è prima di tutto saper ascoltare se stesse nella relazione.

Non è un caso che la maggior parte delle donne prostituite abbiano subito abusi sessuali o abbiano assistito a violenze maschili contro le donne, che ora sappiamo sono fisiche, economiche e psicologiche.

Occorre, come abbiamo fatto con la violenza maschile, far emergere le narrazioni femminili, rompere il tabù del silenzio, mostrare le conseguenze della violazione del corpo femminile sotto tutte le forme, come già accade in alcuni testi4 ma anche essere in grado di rileggere testimonianze di donne prostituite, ad esempio nello storico libro Ritratto a tinte forti5 di Carla Corso, fondatrice del Comitato di difesa delle prostitute, mi è apparso come punto dirimente il comportamento del padre che umiliava continuamente la madre6.

Far questo ci permette di guardare liberamente la prostituzione, ci dà parola pubblica più rispondente alla nostra esperienza, toglie una facilitazione all’avvio alla prostituzione e riusciamo a cogliere i collegamenti con altre forme di violenza maschile organizzata, come la guerra, una riflessione ampia su cui ho scritto e a cui, per mancanza di tempo, rimando7.


Liberazione o libertà sessuale?

Guardare liberamente la prostituzione ci interroga su quale idea di piacere sessuale abbiamo interiorizzato e ci riporta alla differenza che da femministe abbiamo fatto tra liberazione sessuale e libertà sessuale. Essere disinibite non significa essere disponibili a ciò che la rappresentazione maschile della sessualità e i comportamenti derivati propongono ma scoprire il piacere nella reciprocità, non una routine predeterminata né un obbligo a dire sì alle richieste altrui sempre e comunque. La libertà sessuale è continua invenzione e scoperta di sé e dell’altro da sé nell’unità del corpo che noi siamo. Io ho sperimentato, attraverso l’imprevedibile intimità dell’incontro con l’altro da me, un’apertura all’energia cosmica. Come donne che abbiamo preso parola pubblica abbiamo imparato a definire stupro qualsiasi atto a sfondo sessuale che non tenga conto del piacere di lei: abbiamo riconosciuto che il matrimonio non autorizza più tale abuso, mascherato da dovere coniugale, e con la definizione di Rachel Moran della prostituzione come stupro a pagamento che nessun passaggio di denaro lo giustifica.

Accettare che la prostituzione venga considerata sessualità libera e che sia una possibilità per l’uomo con cui si sceglie di stare diventa un retropensiero che costituisce un blocco al proporre o rifiutare, insomma alla creatività del rapporto, come se dal denaro e non dall’incontro potesse dipendere ciò che si può chiedere all’altra o all’altro. Questo è un altro motivo per cui molte preferiscono non vederla.

Considerare il denaro come equivalente universale che permette la libertà sessuale e la realizzazione di tutti i desideri significa ridurla a libertà di vendere e comprare e ci spinge, come ha scritto Niccolai, «a dimenticare il senso stesso della libertà, a dimenticare cioè l’idea che ci sono cose che hanno valore in sé, e che sono smisurate e perciò producono cambiamenti; siamo ammaestrati a pensare che tutto, la libertà in primo luogo, è solo un bene di scambio che, come tale, trova sempre una misura già data, non esiste per creare imprevisto, ma per confermare l’esistente e le sue leggi – la legge del denaro quale misura del valore e del senso dell’esistenza umana, che anziché come unica e incommensurabile va pensata misurabile, equivalente, fungibile8».


Senso dell’esistenza e del lavoro

È proprio l’idea stessa di esistenza umana che viene ridefinita dalla prostituzione. Invece di esseri umani interi non separabili diventiamo individui proprietari di un corpo liberi di offrire le sue prestazioni all’offerente disponibile a pagarle. Ciò che conta è la possibilità di contrattarle al miglior prezzo possibile. La differenza sessuale diventa insignificante perché in questa finzione le prestazioni variano in base alle richieste del mercato: l’io proprietario non appare intaccato. L’idea che solo il contratto e la forza contrattuale regoli le relazioni umane ha invaso il mondo del lavoro9. Si lotta allora per dare un prezzo a tutte le prestazioni attraverso mansionari il più articolati possibile, e per rendere accettabile la prostituzione basta che si rispetti il tabellario e i relativi prezzi, come avveniva nelle case chiuse. Sembra irrilevante interrogarsi su cosa sia un lavoro degno di un essere umano con la sua inestricabile, singolare, sessuata e unitaria esistenza.

Riflettendo sulle mie esperienze lavorative retribuite (da quella di donna delle pulizie a quella di infermiera generica, da cameriera in hotel a intervistatrice e infine insegnante in vari ordini di scuola), e quelle non retribuite come casalinga, ho scoperto che il mio modo di lavorare era condiviso da altre donne, era una visione politica e non un aspetto del mio modo di essere o una caratteristica di quel particolare lavoro, anche se mi sono scontrata più volte con la visione maschile di lavoro.

Riconoscendo la verità della definizione di lavoro come tutto quello necessario per vivere10, non separo i due tipi di lavoro per cui non esaurisco in nessuno dei due tutte le mie e altrui energie e do sempre importanza all’ambiente che deve essere salubre e piacevole.

Ho acquisite, sviluppate e travasate conoscenze e abilità in tutti gli ambiti e continuo a farlo e il valore del lavoro è anche in questa crescita.

Il tempo è un elemento prezioso, è esauribile e costituisce un continuum che ho imparato a gestire nell’arco della giornata, dell’anno, della vita in base all’urgenza che le relazioni mi suggeriscono.

Attraverso il lavoro costruisco e intreccio relazioni da cui cerco e offro giudizio per rendere la vita mia e altrui migliore.

E sempre quello che faccio è legato al come costruisco un senso libero del mio essere donna.

Infine voglio precisare quello che intendo per necessario. Non significa che mi può procurare denaro per vivere. Lavorando come donna delle pulizie e come casalinga, ad esempio, pulire i gabinetti è un lavoro estremamente necessario ed è un contributo per la salute e bellezza della casa e di chi vi abita. Ho viaggiato molto e ho sempre valutato la civiltà di un paese dall’accessibilità, pulizia e gratuità dei gabinetti, anche quando sono a deposito come ho constatato nell’isola di Grinda in Svezia o come accadeva a casa dei miei nonni fino a una trentina di anni fa. Chimamanda Ngozi Adichie nel romanzo Americanah inserisce un episodio che illustra bene quando subentra l’abuso e quando diventa vitale rifiutarsi. Il protagonista maschile, Obinze, a Londra lavora pulendo i gabinetti in un’impresa immobiliare. Ma una sera, entrando in uno scomparto, rimase scioccato perché «trovò uno stronzo sulla tavoletta del water, solido, affusolato, centrato come se lo avessero collocato con cura, misurando il punto esatto. Sembrava un cucciolo acciambellato su uno zerbino. Era una performance». Il protagonista si fa domande sulla società inglese e sui problemi possibili dell’autore, poi prende una decisione: «Obinze fissò quel mucchietto di merda per un bel po’, sentendosi sempre più piccolo, finché non gli parve un affronto personale, un pugno alla mascella. E tutto per tre sterline all’ora. Si tolse i guanti, li posò accanto al mucchietto di merda e lasciò l’edificio11». Per me è un esempio illuminante della differenza tra lavoro necessario e abuso, apparentemente giustificato dal fatto che qualcuno/a riceve del denaro per rendere invisibili i danni che vengono così commessi.

Credo che chiamare lavoro la prostituzione sia stato da parte di alcune in buona fede un modo per togliere discredito alle donne prostituite, ma, come abbiamo imparato dalla relazione con le donne maltrattate, chiamare amore la violenza è proprio un modo che ci impedisce di vederla e di liberarcene. Sono rimasta colpita vedendo come la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi) era parte integrante del cancello d’entrata e chiusura dei campi di concentramento di Mauthausen e Auschwitz. Rendiamo più libere le donne chiamando la prostituzione lavoro? O è di nuovo un modo per non vederne le caratteristiche? Come nella relazione con una donna maltrattata pensare che in famiglia tutto potesse essere ricondotto all’amore coniugale da salvaguardare ha ostacolato un ascolto attento a ciò che lei comunicava della sua esperienza, così nella relazione con una donna prostituita quanto l’idea che la prostituzione sia un lavoro impedisce un ascolto attento di ciò che le accade e dei suoi desideri? Non si discuterà con lei di come organizzarlo meglio, magari sconsigliando l’uso di anestetici vaginali perché nasconderebbero più a lungo possibili lesioni, come succede in Nuova Zelanda?12

Inoltre, se di lavoro si tratta allora è un’opportunità che una disoccupata, come è già stato proposto in Germania, non dovrebbe poter rifiutare13. E come opportunità deve essere aperta a tutti. Che la stragrande maggioranza riguardi donne prostituite e per la quasi totalità uomini prostitutori, sarà solo un fatto contingente.


Nuove relazioni tra donne e uomini

Invece io continuo a voler vedere di quale tipo relazioni tra uomini e donne si tratta e che tipo di società si costruisce, accettando la prostituzione e so che è in atto un cambiamento.

Vedo molte donne che, attraverso la relazione con altre, hanno reso il loro sguardo sul mondo più rispondente a sé e lo continuano a mostrare, in un rilancio di altre che dà forza pubblica alla verità che emerge. Vedo che sempre più non aderiscono a comportamenti basati su stereotipi di genere ma neppure sul loro contrario.

Vedo che, proprio per questo, in parecchi uomini che conosco, e in modo più diffuso tra quelli più giovani, si sta costruendo un’idea di che cosa significa essere uomo che tiene in gran conto il giudizio delle donne con cui sono in relazione e il loro agire non è più dettato anche qui da stereotipi di genere ma dal desiderio di costruire una vita che dia una maggiore felicità, nella concretezza del nesso necessità-libertà. Diventare maschio non è essere nella categoria di quelli superiori alle donne, da cui farsi servire o da considerare oggetti da possedere ed esibire, né in quella di quelli che basano il loro valore sulla prevaricazione di un altro individuo, basti pensare al bullismo.

Il senso dell’onore maschile, dell’essere degno di stima, si basa sempre meno sul rapporto esclusivo con gli altri maschi e sempre più sulla relazione costruita con le donne. Con l’altra da sé, infatti, si aprono orizzonti di conoscenza e di sperimentazione altrimenti impossibili. Guardiamo, ad esempio, al rapporto con le creature piccole che i nuovi padri sperimentano, che fa riscoprire il valore dei piaceri elementari, la delicatezza nel contatto, il limite al proprio volere nell’altro essere preciso che ci è di fronte. La prostituzione non prevede padri, pone il limite a ciò che puoi desiderare nel denaro non nell’altro che ti è di fronte, costruisce la mascolinità nel considerare ininfluente il desiderio di lei.

Rappresentare invece il nuovo tipo di relazioni tra i sessi è un impegno politico in cui le giovani sono capaci di mettere la loro creatività. Penso al progetto di cinque spettacoli che, a partire da Le mille e una notte, Lidelab14, una compagnia teatrale di cinque giovani, in uno scambio intergenerazionale tra donne, ha rappresentato con i modi spiazzanti e toccanti dell’arte e del teatro contemporaneo un punto di vista femminile trasformativo, per ora in due spettacoli, uno sulla violenza maschile e il suo superamento, l’altro sul piacere sessuale. Non un discorso per donne (molti uomini erano in sala) ma di donne che parlano a tutte e tutti.


  1. Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios Editore, Triste 2012, pp.39-40 ↩︎
  2. Candela Valle Blanco, Decir lo indecibile. Escuchar lo verdadero, intervento al XXX Seminario Público International di Duoda El cuerpo se confiesa: el incesto, 11 maggio 2019. Il video dell’incontro si trova a questo link https://www.youtube.com/embed/_Gm_7Mk3LdM” title=”XXX Seminario Público Internacional. El cuerpo se confiesa: el incesto. Sesión de mañana ↩︎
  3. Anna Paola Moretti, Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, Affinità elettive, Ancona 2017, p. 251. ↩︎
  4. Vedi in particolare Marie-Thérèse Giraud, «Il peso del silenzio» in Comunità di storia vivente di Milano, La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, Moretti&Vitali, Bergamo 2018, pp. 25-40; Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Round Robin, Roma 2017; Annie Leclerc, Della paedophilia e altri sentimenti, Malcor D’, Catania 2015; Luciana Tavernini, «Gli oscuri grumi del disordine simbolico» in DWF 2012/3, pp. 35-45. Segnalo due opere letterarie che senza moralismo ma con incisiva lucidità rappresentano i danni della concezione maschile della sessualità: il racconto del 1930 di Dorothy Parker «The big blonde», tradotto con «La bella bionda» in Il mio mondo è qui, Bompiani, Milano 1984, pp.187-215 e un episodio del romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi, Torino 2015, pp. 149-150 e 159-165. ↩︎
  5. Carla Corso e Sandra Landi, Ritratto a tinte forti, Giunti, Firenze 1991. ↩︎
  6. Ho esaminato alcune testimonianze di donne prostituite in relazione con femministe, a partire dall’inizio del Novecento ad oggi nel saggio «Quanto ci tocca la prostituzione?» in Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini, Grazia Villa, Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione, Vandae-publishing, Milano 2019, pp. 180-205.  ↩︎
  7. Luciana Tavernini, «Un’eredità dirompente» in Comunità di storia vivente di Milano, La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, op. cit., pp.107-123. ↩︎
  8. Silvia Niccolai, «La legge Merlin e i suoi interpreti» in Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini, Grazia Villa, Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione, op. cit., p. 113. ↩︎
  9. Una storia del contrattualismo e una lucida analisi delle sue conseguenze rispetto al lavoro, alla prostituzione e alla maternità surrogata con grande preveggenza critica si trova nel libro, uscito nel 1988, di Carole Pateman, Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna, ristampato nel 2015 da Moretti&Vitali. ↩︎
  10. La definizione è del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano, in particolare in «Immagina che illavoro», Sottosopra 2009, ripresa in «Cambio di civiltà. Punti di vista e di domanda», Sottosopra 2018. Molte riflessioni sul lavoro le ho elaborate con Marina Santini per Mia madre femminista. Una rivoluzione che continua, Il Poligrafo, Padova 2015, in particolare per il testo, le testimonianze e le foto del capitolo «Immagina che il lavoro», p.181-233. ↩︎
  11. Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, op. cit., pp. 245-247. ↩︎
  12. Vedi Daniela Danna, «Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione» in Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini, Grazia Villa, Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione, op. cit., p. 29-30. ↩︎
  13. Vedi Daniela Danna, «Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione», op. cit., nota 13, pag. 34. ↩︎
  14. Si tratta di un progetto finalista Registi under 30-Biennale College teatro. Uno spettacolo è stato rappresentato al Festival dei due mondi di Spoleto e l’altro nel Festival di teatro contemporaneo L’altra scena a Piacenza. Per conoscere il gruppo vedi: https://www.facebook.com/lidelabtheatre/photos/a.266631827296909/430670790893011/?type=3&ref=embed_post ↩︎

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti, del 6 ottobre 2019

Domenica 6 ottobre 2019, ore 10.00-13.30


A partire dall’esperienza e dalla riflessione politica di Rachel Moran, espresse nel suo libro «Stupro a pagamento», molte di noi hanno cominciato a sentire che la prostituzione ci riguarda, tutte. La sua esistenza istituisce e rivela l’immaginario distorto di sopraffazione maschile entro cui si giocano le relazioni, non soltanto sessuali, tra uomini e donne.

Finché gli uni e le altre considereranno “normale”, o anche solo “inevitabile”, l’esistenza di un accesso maschile al corpo delle donne sancito dal passaggio di denaro, che spazio c’è per una libera relazione di differenza?

La prostituzione è inaccettabile. La strada per abolirla passa dal principio che il corpo di una donna non può essere oggetto di commercio né di regolamentazione pubblica e da una presa di coscienza differente per uomini e donne.


Avvieranno la discussione Luciana Tavernini e Grazia Villa.

Al suo esordio alla regia, Rohena Gera realizza un film tenero e ricco di sottili e perspicaci analisi della società indiana. Contrariamente al titolo dovuto alla ben nota piaggeria della distribuzione italiana – quello originale è Sir – il film ha poco a che fare con Cenerentola e il Principe Azzurro, favola abbondantemente sfruttata in molteplici versionicinematografiche, compresi film di grande successo economico e di notevole impatto nell’immaginario come Ufficiale e gentiluomodi Taylor Hackford e Pretty Woman di Garry Marshall.

Con tratti delicati, la regista entra nel mondo di Ratna che, rimasta vedova a 20 anni, lascia il villaggio natale e, per mantenere se stessa e la sorella, lavora come domestica in una ricca famiglia di Mumbai. Il suo datore di lavoro è Ashwin, bello e prestante che,dopo aver studiato a New York, è tornato per assumersi gli incarichi nella sua ricca famiglia di imprenditori.

Con una narrazione cronologica il film procede sviluppando i temi che interessano la regista. Mettere in evidenza la grande ingiustizia della divisione delle caste in India; il paradosso di un’intimità quotidiana condivisa e l’esistenza di due mondi invisibili, insormontabili l’uno per l’altro: barriere sociali e culturali che impediscono contatti, sguardi, parole pur condividendo ambienti e spazi. Lo sguardo della macchina da presa si muove con precisione e racconta più che le parole il mondo di lei, di lui: i luoghi condivisi e quelli separati, sempre a sottolinearne le differenze e l’inaccessibilità che è mentale. E nel contempo e impercettibilmente mostrare il processo di avvicinamento, in un gesto, in uno sguardo che, in frazioni di secondo, possono modificare la percezione che Ratna e Ashwin hanno l’uno dell’altra. Passaggi inimmaginabili in quel contesto sociale.

Non ci sono conclusioni chiare per una storia d’amore così, fra due persone che comunque procedono in un cambiamento, in una trasformazione di loro stessi che modificherà le loro vite. Ratna non è una vittima e non si considera tale; ha grandi progetti, è creativa e un futuro è in grado di immaginarselo e anche di perseguirlo.

Rohena Gera è nata in India, ha studiato cinema negli USA e lavora da più di vent’anni per il cinema e la televisione come sceneggiatrice e assistente alla regia. Sir, di cui è sceneggiatrice e produttrice, è il suo primo lungometraggio. È stato presentato a Cannes 2018 nella sezione Un Certain Regard.

Nella bella riunione di VD3 di giugno 2019 non abbiamo neppure tentato di operare delle critiche basate sul ‘no grazie’. Eppure alcune le fecero alle prime TV tanti anni fa. Ci siamo parlate da subito nei termini di una visione matura nei confronti delle tecnologie in generale.

Ci siamo dette come ci comportiamo, ciascuna di noi, con questo nuovo spazio nel quale siamo. Anche chi non ci sta. Come spesso mi accade sono stupita dall’intelligenza e apertura mentale delle donne che con-vengono in Libreria. Le strategie di uso, abuso e presa di distanza di ciascuna da/in questo spazio sono già un compendio di buone pratiche.

Ascoltando, ho pensato a cosa faccio io. Parlo di solito per un’ora al giorno con Lorenza che abita a Chicago senza spendere un soldo, più o meno, chiacchierando come fossimo in salotto sorbendo un tè, a volte facendo comunella con altre/i della famiglia eventualmente presenti. Una delizia. Ma a Natale, quando Lorenza’s family non viene alla tavolata di 30 sorelle, nipoti, zie e cugini, nonni e amici che si tiene a casa mia, lei dice che il loro Natale non riesce a decollare. Ecco il limite fra relazione a distanza e in presenza, nell’amore e nel bisticcio. Esiste un nome per questo limite che sappiamo esistere e riguarda sia l’uno che l’altro spazio? Vorrei conoscerlo.

Ho chiuso Facebook in un minuto dopo che Mark Zuckerberg ha detto che milioni di dati sono passati di mano senza controlli e con una efficace intenzionalità. Ho saputo che 170 milioni di persone hanno fatto come me. Bravò! Come dicono i francesi. A me Facebook non piace. Prude dentro di me una radice contadina che mi ha salvato alcune volte e mi fido di lei più che di Mark Zuckerberg. Ho sempre pensato “che ne faranno di tutti questi dati?” Foto di figli, dire dove sono, capire chi amo e chi no. Sono cose intime, erotiche, sensuali che condiscono al meglio i mestieri del vivere. Antonella Nappi l’ha detto, perché mettere in pubblico la propria intimità, o lasciarla osservare senza replicare?

A casa le mie amiche dicono che è così e basta. Non sono spaventate. Io sì.

Ho ragionato da tempo sullo spazio virtuale non con intenzioni critiche ma per capirne gli aspetti fisici. Ho qualche competenza di fisica matematica. Qualsivoglia cosa o configurazione è dotata di uno specifico assetto fisico. Mi fido della capacità esplicativa di questo approccio. Non ho usato la lente e le equazioni, ho selezionato gli articoli che ne parlano. Ebbene, di quale tipo d’informazioni si avvale la rete? La sua potenza economica è dovuta all’essere un mercato mondiale che orienta e offre merci acquistabili, dal pomodoro, alle azioni di un’impresa, all’ultimo film americano, alla lista degli iscritti alle prossime elezioni.

Le informazioni vengono raccolte facendo osservare da algoritmi sufficientemente intelligenti i nostri comportamenti in rete, classificati e diffusi in sistemi d’imprese interessate a meglio orientare il loro mercato potenziale. Su quali merci m’informo, quante volte ritorno sullo stesso prodotto, sono donna o uomo, ho figli oppure no, mi piace il cotone o la lana, sono influente oppure no, quanto mi soffermo su un prodotto, che film mi piacciono. L’intelligenza di un buon algoritmo è sufficiente per iniziare e poi migliorare man mano che l’affare procede. Ma l’informazione la forniamo noi, personalmente, gratuita e senza potere controllare il suo uso. Ecco dove sta uno spazio politico. Enorme, attraverso il quale possiamo orientare politiche di redistribuzione di ricchezze, sostegno i processi che ci interessano, introdurre misure di contenimento. Noi consumatori abbiamo in mano una grande forza trasformativa.

Abbiamo un interesse politico in quanto donne su questa materia? Sì. Le tecnologie, figlie del pensiero scientifico associato all’ingegneria sono smisurate. Questa non-dimensione ci inquieta, è incommensurabili alle misure del corpo umano. Le misure che noi donne conosciamo così bene grazie alle pratiche di tenere nella nostra pancia e poi allevare, “tirare su” diceva Ida Farè, le creature fisicamente, culturalmente e spiritualmente. Tutte queste pratiche ci hanno posto severi e inappellabili condizionamenti che un’altra creatura ci impone per vivere. La nostra libertà la complichiamo con misure di limitazione del desiderio per trovarne un altro, un desiderio di relazione profonda.

È piccolo il dono che facciamo alle multinazionali quando accettiamo di farci osservare? È un dato di fatto e non possiamo farci niente? Certo che possiamo. Ma dobbiamo allontanarci dalla sensibilità della nostra generazione, nata e vissuta nella maestà del lavoro operaio e manifatturiero. Del produrre e non del consumare. Consumismo è stato un concetto, e una realtà, non amata, cioè aborrita dalle élite culturali.

Siamo sostituibili? Le informazioni che forniamo possono essere sostituite da altre osservazioni? No. Perché? Dal più semplice limite alla conoscenza scientifica su base oggettiva. Non può osservare ciò che pensiamo e sentiamo come esseri umani. Dobbiamo raccontarlo personalmente. E se non lo facessimo? Se lo facessimo a condizioni di…? In breve, esiste una rottura dell’impianto epistemologico alla scala del corpo umano. Almeno finché rimane tale.

Colloco il mio nuovo approccio al femminismo, molto differente dagli inizi, al 2001, quando vide la luce il sito della Libreria, sulla spinta del desiderio delle due “webmater” Sara G. e Laura C.. Fu un desiderio che mi trasportò come su un tappeto volante nel mondo virtuale. Ho deciso allora di ascoltare e seguire le due giovani donne perché ho sentito in loro forza ed energia. Fui come trascinata da un vento impetuoso. La paura di volare c’era, ma il fatto di avere mantenuto il giovedì come incontro della redazione del sito era per me un legame con la mia pratica storica, un segno-fatto simbolico.

Mi sono affidata, diciamo la verità. La presenza viva era salva, cosa che per me contava e conta parecchio. Mi appassionai alla ricerca linguistica per confezionare il sito e dare un nome alle stanze dove collocare i miei desideri, le mie parole, le mie relazioni e quelle ignote che sarebbero arrivate dalle nuove relazioni-connessioni. Passavo molto tempo a trascrivere gli incontri in Libreria per postarli e farli conoscere. A volte accadevano fatti curiosi. Mi capitava di ricordare ad alcune amiche della Libreria che ogni giovedì alle diciannove c’era il sito e dopo si stava insieme a cenare. Loro o non lo sapevano o lo dimenticavano non essendo interessate. Anni di passione in cui ero nella rete in modo attivo e nei social networks in modo passivo. Amavo e amo tuttora lo scambio via e-mail, cui si sono via via aggiunti whatsapp, instagram e messenger. La mia pagina facebook l’ho usata e la uso tuttora postando articoli di giornale, i miei viaggi o altro materiale informativo; non sapendo come funziona la macchina non posso interagire in modo critico e attivo, ma è stato un modo per mantenere un contatto-scambio, un filo di comunicazione di parole o immagini, teso in equilibrio fino al prossimo incontro o alla prossima riunione, come preludio a… Un’aspettativa che a volte si è realizzata. Con alcune mie ex-alunne ci siamo scambiate foto di viaggi e notizie e anche in qualche occasione non detti sulla nostra relazione. Ho abbandonato da poco questo tipo d’interazione con loro quando ho capito che mi ero illusa, lo scambio si fermava lì, non c’era evoluzione. Quei pochi tentativi che ho fatto per interagire ed esprimere il mio punto di vista commentando notizie o fatti di cronaca sono stati dei veri boomerang che mi hanno convinta a lasciar perdere. Essere nella rete, infatti, non significa essere su facebook come da molte, molti è stato sottolineato.

Ho pensato spesso in questi anni e oggi ancora di più a quanto mi diceva mia zia nel secolo scorso: per le cose importanti non devi né telefonare né scrivere ma andare di persona. E l’esperienza in molti casi me l’ha confermato. Come è capitato di recente con Jasmine, una giovane dottoranda di Oxford. Dal sito alla telefonata e poi l’incontro, in un crescendo dove c’è dentro un desiderio di politica che trascende con una schivata i pericoli cui il mezzo espone con un linguaggio che ha interrogato la mia curiosità e acceso libere associazioni col raffronto fra le parole inglesi e la traduzione italiana. Una parola che lei ha usato durante il nostro incontro a Oxford mi ha fatto pensare a Ildegarda di Bingen, allargando il mio campo di visione in termini genealogici oltre che di immaginazione.

In quel periodo cruciale, il passaggio nel nuovo millennio, mi capitò un fatto di cui solo oggi capisco l’enorme portata simbolica: ricevetti una comunicazione burocratica di fine di un rapporto di lavoro via internet e la cosa mi colpì dolorosamente. Rimasi paralizzata dall’impotenza e incredula. Mi risollevai per fortuna contaminata dal desiderio delle giovani webmater della Libreria e decisi di sostenerle in questa impresa. Prima difficoltà fu abituarmi alla velocità con cui avvenivano gli scambi.

Il tempo fu l’elemento di scarto e ora ne comprendo il senso: i vent’anni che ci separano significano un cambio generazionale. È stato per me un allenamento all’accelerazione che la globalizzazione ha portato nella mia vita e nella vita di tutti. Bisognava attrezzarsi. Due ore passate insieme alla redazione del sito ogni giovedì per intensità equivalevano, equivalgono a un pomeriggio intero o a un salto di paradigma come si dice oggi… Era un assaggio del cambio di civiltà. Donne protagoniste che corrono con i lupi furono il titolo di un libro e di un numero di Via Dogana cartacea. Oggi si parla di leoni da tastiera. Nei social networks spesso si urla, si usa un tono inadeguato, si offende, si è fuori misura; lì si riversano le viscere sofferenti di chi non trova più orecchie disponibili all’ascolto amoroso gratuito. C’è chi gratta le viscere e ne ottiene consenso politico. L’umana richiesta di riconoscimento ha trovato spazio in questi canali. Perché non ci sono più orecchie femminili che un tempo pazientemente stavano in ascolto e facevano questo lavoro? Forse una domanda fuori luogo ma me la sono posta. Le donne sono altrove, non hanno più tempo. La violenza del linguaggio può rappresentare lo specchio deformato di una società in cui le donne non sono più disponibili all’oblatività. Né subalterne, né subordinate. Noi sappiamo come trattare le sofferenze avendo sperimentato la passione della differenza, l’estraneità e dato voce all’inconscio. Il lavoro dell’inconscio è lavoro del pensiero. Io ho deciso di stare sempre offline di notte per tenere sgombre le vie insondabili dell’inconscio e al mattino decifrarne il linguaggio.

La scommessa potrebbe essere oggi di trasformare l’intimità, il fuori misura, la sofferenza, l’informe degli scambi in rete in uno spazio di trasformazione soggettiva, cioè in politica. I luoghi reali che abbiamo costruito negli anni sono, in effetti, questo connubio ibrido di relazioni intime – “relazioni spesse” per citare Pascale Molinier – che agiscono in un luogo pubblico in una cornice che spazia in una visione che tutte le/ i protagoniste/i, a qualunque titolo presenti, contribuiscono a costruire con parole, desideri, gesti, denaro, lavoro, opere d’arte, libri, relazioni, conflitti, condivisione di una prospettiva…

Un lavoro di ascolto e di scrittura che richiede tempo, attenzione e cura per le parole che si usano. Lo stato d’animo di quando scrivo un’e-mail per esempio è lo stesso di una volta quando scrivevo una lettera con francobollo e ne ho scritte tante… Attendo fiduciosa una risposta. Avere autorità nella rete significa avere l’ambizione di fare della rete uno spazio di trasformazione soggettiva come lo sono la Libreria e il Circolo della rosa, luoghi autonomi, dove nell’intreccio di relazioni si mescolano cultura, politica, lavoro, creatività, intimità e presenza nello spazio pubblico, senza più distinzioni fra dentro e fuori. Abbiamo sviscerato con fatica nodi, angosce, frustrazioni, aggressività, polemiche, ansie, difficoltà, preferenze e rifiuti, gioie e dolori, desideri differenti e trovato soluzioni; armate solo della lingua madre abbiamo dato forma alla materia vivente inventando figure simboliche e parole di mediazione che contaminano, come dimostrano i recenti movimenti globali del #MeToo e dei giovani e non, in nome di Greta T.