In queste settimane le donne sono impegnate in una emergenza che non ha precedenti, una emergenza di cui non si riescono ad affrontare le cause se non cambiando stili di vita fino a quando la ricerca scientifica non avrà trovato rimedi, nella quale è necessaria una fatica e una consapevolezza diffusa perché la vita di tutti possa continuare. Protagoniste di questo straordinario impegno, le seguiamo con trepidazione e le vorremmo sostenere una a una nella loro impresa mentre cerchiamo di vivere la normalità in una situazione che di normale non ha proprio nulla.

Una notorietà non cercata, quella delle tre ricercatrici dello Spallanzani che, prime, hanno isolato il nuovo coronavirus. Le abbiamo conosciute nelle interviste televisive, imbarazzate e un po’ intimorite dalla telecamera, autentiche, sicure della loro scoperta, orgogliose del contributo dato alla corsa contro tempo per sconfiggere il virus. Poi abbiamo incontrato le ricercatrici del Sacco di Milano e ancora, in un susseguirsi di volti femminili, abbiamo scoperto le eccellenze del mondo medico, scientifico, culturale ed economico. In questa bolla, di giorni e ore trascorse in isolamento e distanziamento sociale, nella emergenza sanitaria, sociale ed economica, si è imposta la capacità e la forza delle donne. Mediche, infermiere e ausiliarie del sistema sanitario, giornaliste e conduttrici della televisione, insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, delegate e sindacaliste nei luoghi di lavoro, detenute che producono mascherine in e per il carcere. Impegnate a garantire “tutto il lavoro necessario per vivere” dovendo, nel contempo e per necessità, ripensare radicalmente cosa è necessario oggi a garantire salute, informazione, studio, lavoro. Tra le mura di una casa con il telefono e il computer, in un ospedale indossando mascherina e guanti, nelle strade vuote delle nostre città davanti a una telecamera con un microfono in mano. Sono invece quasi solo uomini quelli che parlano in queste settimane. In una situazione di paura e di incertezza diffusa e pur condividendo tante scelte difficili e riconoscendo l’importanza dei risultati raggiunti, penso che non sempre è stato deciso per il meglio. La paura del contagio, quella di perdere il governo della situazione, di un’economia che si ferma, anche la paura di perdere il consenso hanno condizionato il dibattito e le decisioni politiche e qualcuno ha chiesto misure straordinarie per garantire l’ordine pubblico. Questa paura però, nonostante l’emergenza, non si respira nell’agire delle donne. In questa situazione non abbiamo parole adeguate e trovare queste parole non è facile. Io queste parole le ho trovate in Lia Cigarini: “Mi azzardo a dire che le sorti della civiltà sono nelle mani delle donne”. Per due ragioni, dice, e la prima di queste ragioni in queste settimane è proprio evidente: le donne “hanno un’importanza, un peso che non hanno mai avuto prima nella storia umana”. Noi, però, oggi viviamo una situazione dove, oltre a impegnare la nostra capacità e la nostra forza per garantire una vita normale in una situazione anormale, dobbiamo fare i conti con la paura; la nostra, quella degli altri, quella di chi governa e fa scelte politiche. Tornano allora le parole di Lia Cigarini, “chi sta dentro la paura non sa che è possibile fare e agire in modo diverso”, e qui troviamo la seconda ragione che consegna le sorti della civiltà nelle nostre mani perché, dice ancora Lia, “le pratiche (politiche)inventate dalle donne, autocoscienza, inconscio, affidamento, partire da sé e relazioni sono le uniche adeguate ad affrontare, ad esempio, la paura”. La prova del presente.


Bergamo. Da una ventina di giorni lavoro da casa con quei pazienti che accettano di ricevere consulenza o psicoterapia a distanza. Tante cose, non immaginate prima, diventano reali e praticabili grazie alla tecnologia e alla rivoluzione in atto, come anche alle necessità contingenti fattesi irrinunciabili.

I vivi colpiti dal virus continuano a morire e c’è chi si sveglia in piena notte sentendo il brusio dei morti che passeggiano nelle strade della città deserte e dei paesi spopolati. Sono alcuni degli espropriati all’improvviso dei loro padri, di tanti amici, congiunti, vicini di casa, tanti loro cari. Sognano e senza saperlo, percepiscono l’invisibile che da svegli generalmente non possiamo intercettare. Nel mondo invisibile incontrano soprattutto i grandi padri, un esercito di uomini che ha lavorato instancabilmente tutta la vita per la fondazione di questo universo più che laborioso. In nome di cosa se non di un processo di sviluppo immaginato ciecamente, senza controindicazioni? Chissà cosa vogliono dirci i morti che trasparenti stanno girando quando si fa buio? Sperano forse di entrare nei nostri sogni per raccontarci verità impossibili da immaginare finché erano in vita? Chissà cosa stanno scoprendo dopo essere stati polverizzati nel grande incendio dei forni crematori?

Un po’ infantilmente, lo riconosco, con alcuni ci stiamo interrogando proprio sulla cremazione subita da chi non l’avrebbe mai scelta. Come insegnano in India, dove le salme bruciano per ore su pire altissime in riva al sacro fiume Gange, le anime non bruciano insieme ai corpi. Un rito sacro che risale alla notte dei tempi e tuttavia assai diverso da quello a cui assistiamo nelle ultime due settimane. Forse per ingenuità qualcuno ha bisogno che la Chiesa si pronunci e li rassicuri: le anime anche di questi morti si ricongiungeranno alla fine di tutto con il corpo splendente di luce, anche dopo la polverizzazione in un lampo. Vero?

Un’altra immagine surreale, ovviamente costruita, capace di emozionare, girava stamattina tra i vari messaggi, documenti, fotografie che vorticosamente condividiamo in questi giorni di fine del mondo – certo anche un po’ per farci compagnia. Comunque, questa mostrava una fila di vivi che ordinati accompagnavano la fila dei defunti in forma di sagome trasparenti. La processione funebre era collocata dall’autore a fianco dei camion militari che per la macabra occasione qui a Bergamo erano vestiti a lutto. Pensavo, noi nelle strade non possiamo scendere, ma i nostri cari sì, loro ormai sono liberi: simbolicamente si stanno aggirando, oltre che nelle nostre menti, nelle strade della nostra città e della sua laboriosa provincia. Certo, la morte non impedisce loro di presidiare in spirito il territorio dove in queste lunghissime settimane tutti stiamo patendo: tutti in cerca di spiegazioni, a leggere, indagare, ascoltare, mettendo in ipotesi cose prima mai neppure immaginate.

Ecco, tutto questo smarrimento non ci sta impedendo di godere il piacere della musica, dei canti, di scenette comiche, dell’esplosione di creatività collettiva, della raccolta di offerte per il volontariato, per gli ospedali, per la Protezione Civile. Eppure, la sera, in numero crescente, come già alcuni fanno, in tanti potremmo accendere lumini sui davanzali per fare compagnia ai nostri morti. Un gesto per testimoniare che, in qualsiasi modo siano stati trattati i loro poveri corpi, la loro essenza abita e abiterà in noi, e che continueremo a camminare in una direzione che non potrà più essere esattamente quella da loro praticata. Noi, certo, prenderemo esempio dalle loro testimonianze, ma per perseguire i cambiamenti che oggi si sono fatti irrinunciabili. Forse in spirito i nostri morti, questo vogliono venire a svelarci: il loro consenso prima neppure immaginabile?

Un esempio minuscolo, rispetto all’incredibile che si sta verificando: io stessa, fino a qualche anno fa, mai avrei immaginato di fare psicoterapia a distanza e non solo individuale, di gruppo! Eppure lo sto facendo. Soprattutto da quando, insieme ad altri, stiamo immaginando come migliorare o cambiare – magari radicalmente – approcci, teorie, strategie.

Oggi, con questa specie di fine del mondo, comprendiamo che il mondo che c’era, non ci sarà più. Dovremo rifondarlo, migliorandolo dalle logiche stringenti del profitto a qualunque costo.

La vita esige di più.


Scrive Hannah Arendt che i «tempi bui» sono quelli in cui «lo spazio pubblico si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone non chiedono più alla politica se non di prestare la dovuta attenzione ai loro interessi vitali e alla loro libertà privata». Nello stato di emergenza che stiamo vivendo, in cui la politica è interamente ridotta a decisione verticale, in cui ogni forma di partecipazione e deliberazione è sospesa, in cui ci troviamo costretti in casa, impauriti, impediti dal muoverci o dal riunirci, è forte l’impressione di assistere a un oscuramento della dimensione pubblica.

È altamente probabile che la pandemia di Covid-19 sia uno di quegli snodi del tempo storico a cui giustamente diamo il nome di crisi perché l’imprevisto comporta il vacillare di sistemi teorici, assetti istituzionali e forme di vita, aprendo a un cambiamento irreversibile. Crisi è da intendere nel duplice senso del greco krisis, che rimanda all’idea di scelta, decisione, prefigurando un rischio, un pericolo, ma anche una (seppure drammatica) opportunità.

Cosa ci attende oltre la crisi? Il completo oscuramento della politica? O la sua rigenerazione in forme oggi difficili da intravedere? Sarà l’oscurità che avanza, il compimento finale di quell’opera di depoliticizzazione prodotta dal neoliberalismo, favorita da un evento tanto inaspettato quanto esiziale? O sarà piuttosto un’eclissi dello spazio pubblico, finita la quale una qualche luce tornerà a illuminare la nostra capacità di azione politica.

Molto dipende, naturalmente, da cosa sapremo fare di questo tempo sospeso, ed io azzarderò qui un certo ottimismo. Dalla narrazione della vita al tempo del Covid-19 provengono segnali contrastanti: manifestazioni di estremo individualismo da free-rider ma anche, e forse in maggior numero, espressioni – o accenni, o frammenti – di una diversa consapevolezza. Mai, in anni recenti, avevamo udito pronunciare con tanta frequenza parole come cura, relazione, responsabilità. Forse stiamo imparando – a nostre spese, ma meglio tardi che mai – che persino davanti a un virus che ha l’effetto di separarci, che ci costringe a mantenere le distanze (come ha detto Benasayag, un virus davvero neoliberale!), abbiamo la responsabilità di pensare al di là della nostra persona, possiamo prenderci cura di altri e altre, che pure sono lontani, proprio perché ci sappiamo vulnerabili, in relazione con gli altri, in un rapporto di reciproca dipendenza.

«Una circostanza straordinaria», ha scritto Caterina Botti, «ci permette forse di recuperare quello sfondo così ordinario da risultare spesso invisibile, non visto, non detto, lo sfondo su cui si staglia la nostra singola esistenza, e cioè l’insieme delle relazioni che la rendono possibile. Diventa acutamente visibile, e dicibile, il fatto che dipendiamo gli/le uni/e dagli/dalle altri/e, che nessuno vive o si salva da solo. Il che vuol dire anche – per girare in positivo ciò che di nuovo può essere letto a prima vista in modo negativo – che è in nostro potere, nel potere di ciascuno di noi, fare qualcosa per gli altri».

Possiamo fare dunque di questa crisi un’occasione di conoscenza? E più ancora, possiamo trasformare questa conoscenza in capacità di azione politica?

A me pare che la consapevolezza della vulnerabilità, della relazionalità, della dipendenza, unita all’esperienza reale, fisica della malattia, del lutto, della quarantena, del governo totale delle nostre vite, abbia buone possibilità di generare nuovo senso comune su molte questioni politicamente cruciali.

Alcuni scostamenti importanti sono già stati segnalati dai sondaggi d’opinione: l’emergenza Coronavirus ha fatto riscoprire il significato e il valore del pubblico, dopo decenni di cessione di quote ai privati in ambiti vitali, come quello della sanità. Ha anche indotto un netto ripensamento dei cittadini sul progetto dissennato dell’“autonomia differenziata” che fino a pochi mesi fa pareva di prossima realizzazione e che decreterebbe la fine del welfare universale (si può leggere in proposito Ida Dominijanni)

Ma c’è anche altro, nell’esperienza che stiamo vivendo, che ha la potenzialità di trasformare il senso comune e riorientare la politica. Innanzitutto, la brusca interruzione dei ritmi vorticosi di produzione e consumo che sono tipici delle nostre società tardo-capitaliste, se naturalmente provoca una diffusa ansietà per le conseguenze economiche, non è da escludere che possa indurre maggiore cognizione dell’assoluta follia di un sistema che condanna persone a rischiare la vita per lavorare, non solo perché chiamate “in prima linea”, non solo per rispondere alle necessità della produzione, ma anche (spesso allo stesso tempo) perché completamente prive di tutela in caso di assenza dal lavoro. Un sistema che induce a sacrificare per il lavoro aspetti essenziali della propria vita, come le relazioni e la cura. Un sistema, infine, fondato su diseguaglianze – di età, genere, classe, status migratorio… – che la crisi del Coronavirus ha fatto emergere con un’evidenza difficilmente riproducibile in condizioni “ordinarie”. Saprà questa crisi generare anticorpi diffusi contro il dominio incontrastato del modello neoliberale, che fa dell’homo oeconomicus la misura dell’umano, e del singolo il responsabile ultimo della propria sopravvivenza?

In secondo luogo, le misure messe in atto per “sconfiggere” il virus, tanto dure da riconfigurare interamente i nostri stili di vita, ci hanno indotto a sperimentare concretamente – seppure per un periodo di tempo che si auspica breve e comunque a scadenza – il peso di politiche che comprimono la sfera dei diritti e delle libertà individuali. In un tempo storico percorso dalla fascinazione per i modelli di esercizio autoritario del potere, non c’è forse migliore occasione di immunizzarsi rispetto alla tentazione antidemocratica.

Infine, il Covid-19 ha fatto strame della retorica sovranista. A nulla – se non ad avvelenare i pozzi – sono serviti i proclami razzisti e le grida alla chiusura dei confini. Il virus non conosce confini, e ci consegna l’immagine di un pianeta interdipendente con una forza che nessun discorso politico o teorico era fino ad oggi riuscito a conseguire. Non solo, ma proprio nel momento in cui l’egoismo del benessere sembrava destinato a conquistare definitivamente la scena politica, il virus ci ha fatto sperimentare il rovesciamento: siamo diventati i corpi da bloccare alla frontiera; da isolare su una nave, o su un aereo, con divieto di sbarco. Non importa quanta bianchezza, cultura o ricchezza portiamo con noi.

Sarebbe auspicabile che tutto questo ci insegnasse qualcosa. Che ci insegnasse, per esempio, l’empatia verso chi fugge, verso le sue paure. Anche noi ci siamo trovati in pochi giorni a prendere dei treni in preda al panico. Anche noi abbiamo sentito quanto gli altri possono diventare ostili verso di noi quando ci percepiscono come pericolo.

Se il rischio di contagio e l’imperativo della cura altrui ha saputo agire sulle nostre coscienze inducendoci a pensare oltre noi stessi/e, saremo in grado di trasformare questa esperienza in energia politica, per esempio di fronte a grandi sfide comuni come quella ambientale o alla lotta alle diseguaglianze sociali? Saremo in grado di allargare la cognizione della relazionalità e interdipendenza degli esseri umani, per includere tra le vite che “contano” anche quelle che stanno premendo ai confini dell’Europa e che l’Europa ha deciso di abbandonare a se stesse?

Quando tutto questo finirà (perché finirà, vero?) dovremo pensare ai nostri morti e ai nostri vivi, a ricostruire un sistema sanitario pubblico all’altezza delle sfide poste dall’invecchiamento della popolazione, a riparare un mondo del lavoro distrutto dalla mancanza di tutele, a ridare nelle nostre vite spazio ad altro che al profitto o alla pura sopravvivenza, e a fare spazio ad altre e altri, che chiedono protezione.

Se l’esperienza terribile che stiamo vivendo saprà farsi nutrimento per un nuovo senso comune e un approccio etico e politico ispirato a valori quali cura, responsabilità, solidarietà, l’eclissi che oggi sembra oscurare il pubblico potrebbe finire. Potrebbe farsi strada un certo chiarore. Potrebbe persino, per molte e molti di noi, per la mia generazione – ecco il mio azzardo! – essere l’esperienza di più grande politicizzazione che ci è toccato in sorte di vivere come collettività.


(https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/03/17/ricostruire-lo-spazio-pubblico-dopo-leclissi-della-politica/)


Siamo in due, in casa tutto il giorno, le notizie si accavallano con numeri ed esortazioni alla prudenza: una donna, un uomo. Parliamo, confrontiamo le nostre sensazioni su questo tempo sospeso. Vediamo l’impegno di donne e uomini per arginare il diffondersi dell’epidemia, per curare chi ha contratto il virus, per alleviare i problemi di chi non ha più lavoro e per sostenere un’economia che faticherà a riprendersi.

Si può parlare di donne impegnate nell’emergenza quotidiana e di uomini che parlano sulla scena pubblica? Credo che la questione si ponga su un altro piano.

In questi anni abbiamo avuto modo di frequentare diversi ospedali e abbiamo notato come fra il personale in corsia siano presenti molti uomini e molte siano le mediche. Il diffondersi del virus ha reso tutti più consapevoli del loro indispensabile e prezioso lavoro.

Io sono rimasta colpita da due immagini comparse sui quotidiani: l’infermiera stravolta, addormentata sulla tastiera del computer poco prima della fine del turno che le ha esaurito le forze, e quella di due sanitari, forse un uomo e una donna irriconoscibili sotto gli indumenti protettivi, in una stanza d’ospedale vuota, seduti su un letto vuoto, le mani in grembo, sfiniti dalla stanchezza, con la testa di una (uno) sulla spalla dell’altro (altra). Immagini emblematiche di personale anonimo che si sta impegnando allo stremo. Solo due giorni dopo la pubblicazione, l’infermiera avrà un nome, Elena Pagliarini: chiederà scusa per l’attimo di debolezza “Dopo questa foto mi chiamano in tanti e mi ringraziano. In tempi normali mi avrebbero criticato”. Effetto del capovolgimento di valori operato dal coronavirus: a prevalere adesso è l’umano.

Nella politica istituzionale deputata a governare la situazione e a prendere provvedimenti c’è predominanza maschile, ma ai vertici europei ci sono due donne, Christine Lagarde, presidente della BCE e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Anche sulla scena pubblica delle dichiarazioni, delle conferenze stampa, delle opinioni ci sono ricercatrici, virologhe, scienziate che dicono la loro.

L’emergenza che stiamo vivendo sembra aver messo ordine tra quello che la politica delle donne ha chiamato politica prima, quella del giorno per giorno, della quotidianità fatta di cura e attenzioni, dove donne e uomini si relazionano fra di loro e mediano per la soluzione di problemi che sentono propri e impellenti, e la politica in seconda battuta, quella delle istituzioni, dei governi, quella che non funziona senza la prima se perde il contatto con le persone.

Con il coronavirus l’imprevisto non è solo la nostra clausura individuale. Ci sono dei ribaltamenti* di situazioni che colpiscono l’immaginario in modo secondo me salutare: il sud (dell’Italia ma anche del mondo) che teme il nord e lo chiude fuori, l’Italia che chiudeva i porti e poi li ha trovati chiusi per i suoi turisti, un paese piccolo e povero come Cuba che ci manda medici e infermieri in aiuto perché noi, paese ricco e popoloso, non ne abbiamo più abbastanza.

Altre novità: i sostenitori del liberismo sfrenato hanno temporaneamente abbassato la cresta e per qualche settimana non hanno quasi più osato farsi sentire, anche se dal penultimo Ecofin Olanda e Germania stanno ricominciando a mettere i conti pubblici e i pareggi di bilancio davanti alle vite – degli altri – mentre tante e tanti capiscono improvvisamente quant’è preziosa la sanità pubblica universale e che errore è stato permettere di sottoporla a vent’anni di tagli. Con la prima manovra da 25 miliardi (a cui breve ne seguirà un’altra di analoga entità) il governo Conte mostra di essersi accorto che il welfare state e gli ammortizzatori sociali sono centrali. A livello internazionale si ritrova la memoria degli anni ’30 del XX secolo, quando dalla crisi si poté uscire grazie a politiche di tipo keynesiano; da decenni queste ultime erano un’eresia innominabile. Eppure, si sapeva benissimo che avevano funzionato, mentre nessuna ricetta neoliberista ci ha mai tirato veramente fuori dalle ultime crisi.

Qualcuno, qualcuna rimette in discussione i ritmi frenetici che hanno le nostre vite in tempi normali. La sospensione delle attività extrascolastiche di bambine e bambini forse, speriamo, darà loro finalmente il tempo di giocare in libertà, gestendosi in autonomia, senza essere ogni santo minuto inquadrati e controllati o da persone adulte o dagli algoritmi delle loro app.

L’aria è fresca, limpida e pulita anche in una città come Milano, campionessa europea dell’inquinamento.

Per la prima volta nell’epoca dell’etica del lavoro tantissimi uomini si trovano segregati in casa, costretti come molte donne già facevano a coniugare le attività lavorative a distanza con la presenza della famiglia. Per la prima volta non hanno la possibilità di sfuggire alle esigenze della vita quotidiana rifugiandosi nella carriera, nello sport, nella politica o nel bicchiere al bar con gli amici. È un’opportunità senza precedenti perché comincino a considerare “lavoro” tutto quello che quotidianamente serve per vivere, e perché comincino a farsene carico. Non dico che lo faranno, sicuramente non tutti, ma per qualcuno di loro forse questa esperienza comporterà un cambiamento di consapevolezza e di pratiche.

Insomma, c’è una sorta di rivoluzione possibile in quello che ci sta accadendo.

Naturalmente, il giorno dopo la cessazione dell’emergenza si può rimuovere tutto e ricominciare come prima. Forse si licenzierà il personale medico e sanitario assunto per far fronte all’emergenza e si tornerà a regalare denaro pubblico alla sanità privata. Forse il pareggio di bilancio tornerà al centro di tutta l’organizzazione sociale al posto della vita della gente. Forse riprenderemo, tutte e tutti, delle esistenze che causano ipertensione persino ai bambini. Forse gli uomini scaricheranno le incombenze domestiche e familiari sulle donne come prima. E faremo finta che non sia successo niente.

Però non è obbligatorio.

Possiamo cercare di consolidare quello che di positivo ci è successo, in modo imprevisto, in questo tempo sospeso. Possiamo fare in modo non se ne rimuova subito la memoria. Forse potremo cercare di mantenere e condividere le pratiche che già stiamo sperimentando adesso per far fronte alla situazione.

E forse, prima ancora di trovarci al “dopo”, possiamo condividere fin d’ora domande, riflessioni, idee per fare di questo strano periodo qualcosa di trasformativo. Approfittiamone per condividere su #VD3 quello che si sta modificando in noi, o quello che in quest’occasione vorremmo cambiare o che fatichiamo ad affrontare o che abbiamo già inventato.


(*) descritti molto bene nell’interessante articolo di Anna Simone Covid-19: il soggetto imprevisto. Rovesci simbolici, emozioni, vita quotidana del 14/3/2020 apparso sul sito https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/03/14/covid-19-il-soggetto-imprevisto-rovesci-simbolici-emozioni-vita-quotidiana/



Viviamo nell’emergenza, separate le une dalle altre, senza sapere né come né quando finirà. Alle preoccupazioni per la salute nostra e altrui si aggiungono quelle per la situazione economica e politica che troveremo là fuori, quando potremo uscire. Eppure ci sono segni di qualcosa di buono: l’importanza ritrovata della sanità pubblica universale, la ribellione di diversi governi al pareggio di bilancio, l’aria più pulita, per fare alcuni esempi.

Dopo, non si potrà far finta di niente e riprendere delle esistenze che causano l’ipertensione persino ai bambini. Possiamo cominciare da subito a condividere le pratiche che ciascuna/o sta già sperimentando adesso per far fronte alla situazione, diffondere le idee e le scoperte fatte in questo tempo sospeso, mettere a fuoco gli interrogativi che chiedono un pensiero radicale per fare di questo disturbante imprevisto qualcosa di trasformativo.

Vi invitiamo a partecipare a una redazione di VD3 che si avvia con le riflessioni di Silvia Baratella, Marina Santini, Pasqua Teora e Giorgia Serughetti e che vive del vostro contributo scritto per pensare un presente fuori dall’ordinario.


Mandate i vostri testi a info@libreriadelledonne.it, scrivendo nell’oggetto “VD3”


(Via Dogana 3, 30 marzo 2020)

Queste riflessioni sono il tentativo di mettere in scrittura l’intervento alla riunione di Via Dogana del 2 febbraio 2020, in dialogo con quelli di apertura di Traudel Satter, Stefania Ferrando e Chiara Zamboni, tentativo che si rivela più complesso del previsto e che si misura con la sorpresa nella memoria delle mie stesse parole, e con il fatto che erano sospese e sostenute dalla struttura dei primi interventi. Il mio racconto iniziava con l’ammissione di essere stata attratta dall’idea e dall’esperienza del neutro, e della fluttuazione del genere. Oggi le parole di Chiara Zamboni, che descrive la moltiplicazione del neutro post-patriarcale (che è lotta politica per le minoranze e per le sofferenze soggettive) come una forma di confusione tra genere e differenza sessuale, mi sono comprensibili. Comprendo anche l’errore di chi non ha capito la differenza sessuale, considerandola essenzialista ed oggettivata. (In corsivo le espressioni sue). Oggi la moltiplicazione infinita delle nominazioni va verso un cattivo infinito, (…).

E si tratta di rinunciare alla libertà di essere tutto. È su questa espressione che dentro di me comincia a formarsi il discorso:

F/M Oscillazione possibile/fluidità possibile in relazione al tempo?

A proposito di infiniti, in fisica il tempo viene misurato con unità di misura variabili in base agli eventi di cui si parla. Tra queste, il secondo è definito come[i] l’oscillazione periodica di una particella di materia imprevedibile.

(Margherita Morgantin, Titolo variabile, p.78, Quodlibet 2009)

 Inizialmente, nell’infanzia, l’identificazione interiore femminile-maschile e le forme intermedie che l’accompagnavano dipendevano dalle relazioni, gentili, violente o schizzoidi. Alleati e nemici si scambiavano il posto, solo una percentuale minima di questo era portata a coscienza.

Crescendo, apparentemente potevo fare tutto. Il mondo intorno cambia profilo ad una nuova velocità, ma nel profondo le forze, le violenze e le voci hanno radici antiche e lentezze ancestrali, per far sopravvivere la mia libertà potevo immaginare di oscillare da un genere all’altro: il corpo giovane risponde con i suoi segnali e lascia intendere che si può andare molto oltre.

Alla prova è la forza del reale, finché i confini tra parole e cose si frantumano.

Allora il corpo diventa l’unica realtà affidabile rimasta ed è impossibile farne una metafora. Per un tempo indefinito perdo il linguaggio e sento scorrermi il sangue. Una realtà possibile, dopo, sarà solo quella filtrata dall’esperienza diretta, il linguaggio ricostruito in aderenza all’esperienza diretta, un intero sistema di riferimenti culturali crolla tra le molecole, nella presa di coscienza di essere prima un corpo.

Inizia allora un secondo movimento verso il reale, diversamente consapevole. Il desiderio di poter essere di più, o di essere tutto (sovrapposto a quello di non essere nulla) inizia con un nuovo tipo di possibilità dentro ad una fragilità, blindata. A questo punto posso decidere che il mio genere si modifica nel medesimo corpo, che mi costruisco/decostruisco fisicamente in nome dell’altra/o che mi cerca finché il mio desiderio non è espresso, l’espressione “bisessuale” sembra non bastare anche se riguarda i soggetti amati con/accanto ai quali prendiamo forma, in fasi diverse dell’esistenza, e della nostra ricerca.

(Margherita Morgantin, Il pensiero veloce, frame da video, 4’ 17” colore, no audio, 2007)

In questo video (Il pensiero veloce, 2006) l’orizzonte continua a ruotare lentamente facendo perdere l’ordine di cielo e acqua, fino all’ultima inquadratura in cui la prua della barca compare e riporta l’orientamento. Il titolo dell’immagine singola è Ragazzo/a barca, dove la seconda non può cambiare genereQuesto breve testo accompagnava il lavoro:

“A partire da orizzonti speculari creati dal riflesso dell’acqua il video crea una sequenza di movimenti nella quale il ribaltamento della prospettiva lento e quasi impercettibile si svolge in un completo giro d’orizzonte, richiama il moto di ogni lenta rivoluzione, e la velocità della rotazione terrestre. L’apparente specularità del paesaggio attraverso una diversa rappresentazione diventa un disegno e poi una macchia di inchiostro, chiave di una diversa profondità della visione introspettiva, l’aderenza tra le forme interiori e quelle del paesaggio/macchia offre uno strumento di lettura e di racconto delle cose, indagando liberamente la zona compresa tra la rappresentazione delle forme e la loro fragile interpretazione. Nulla è veramente simmetrico, e la prospettiva centrale è tradita dalla materia, come qualsiasi sistema di pensiero lo è nel campo visivo del racconto di un soggetto”.

In un confronto con la cultura che mi ha formata mi rendo conto che realizzo e assecondo anche una identificazione con un sé maschile. Ciò che accade in questa sperimentazione di fluttuazione, F(emminile)-N(eutro)-M(aschile), e ritorno, è una deriva lievemente onnipotente nella quale posso desiderare chiunque ed essere da chiunque desiderata, ma è un’illusione. Al contrario, dentro a un sistema di potere del genere, i momenti di intimità diventano sempre più rari e stanno dentro a un sistema di contatti diventato promiscuo, ad ogni vero rischio vitale o mortale di intimità il sistema muta genere diventando irriconoscibile e imprendibile, paradossalmente nominabile: è una forma di resistenza, di sparizione. Il mio corpo è di nuovo lo scenario (non più neutro) in cui gestire una forma politica del desiderio, ideologica. L’ideologia di fondo è costruita su rabbia e paura di violenza. In questo regime di resistenza identitaria e relazionale una parte del mio corpo, legato alle funzioni riproduttive, smette di funzionare, e da questo silenzio inizia il secondo recupero del corpo che accade nell’integrazione della differenza nella parzialità. Nella presa di coscienza di una forma assieme unica e sessuata che dà accesso al profondo e all’inconscio, una forma selvatica che, rinunciando all’ideologia, diventa mediazione affettiva del discorso.


 1 La durata di 9 192 631 770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio-133.  

Può il corpo essere oggetto, con la manipolazione delle forme linguistiche riferite al genere, il vessillo di un appello all’indifferenziato e al Neutro? O piuttosto costituire, con la sua indisponibile materialità, un argine alla scomparsa della differenza sessuale?

Mi sono posta questa domanda dopo l’incontro alla redazione di Via Dogana del 9 febbraio 2020, dove il corpo è stato uno dei temi dell’intervento di Chiara Zamboni.

Negli ultimi anni abbiamo assistito, nel linguaggio politico dei movimenti, all’ingresso di questo termine nella narrazione degli eventi. Nessuno, nel ’68 si sarebbbe sognato/a di esprimersi con: abbiamo portato in piazza i nostri corpi… Ci andavamo con la baldanza ma anche la coscienza che i nostri corpi, proprio perchè giovanili, erano loro che portavano noi, insieme alla passione politica che li animava, gli uni con l’altra: una loro ‘scorporazione’ era impensabile… Quindi mi colpì molto quando sentii a Paestum, al secondo convegno nazionale femminista (2013) esprimersi in questi termini alcune ragazze che raccontavano di “opporre i propri corpi” a Lampedusa contro le politiche immigratorie, quasi che “il corpo” costituisse una sorta di scudo materiale, ma anche simbolico, più forte della intera presenza.

Anche recentemente ho sentito i leader delle Sardine affermare, per l’appunto, di aver “portato in piazza” i loro corpi, forse – immagino, interpreto – a indicare la materialità di una protesta in grado di sostituirsi, nel suo consistere fisicamente, al peso simbolico di ideologie tramontate.

Mi sono chiesta se per le ragazze di Paestum, come per le Sardine, il corpo è da intendersi anche come sessuato, o vi prevale, piuttosto, la valenza di opposizione, di barriera contro il potere patriarcale e capitalistico/neoliberista. Oppure tutte e due le cose insieme. E mi piacerebbe allora indagarne l’intreccio, l’eventuale guadagno simbolico nel dire “corpi”, piuttosto che donne e uomini.

Non ho risposte, ma interrogativi. E mi piacerebbe approfondire il tema con chi utilizza, disinvoltamente e/o coscientemente, questo linguaggio. 

Dal “corpo”, con o senza virgolette, all’inconscio il passo è breve, anzi brevissimo.

E qui mi vorrei riallacciare al testo La carta coperta curato da Chiara Zamboni e presentato alla Libreria delle donne lo scorso 30 novembre. Al termine di questo incontro, interessante, atteso, ne sono uscita con la necessità di declinare i temi proposti nella mia pratica politica con le donne, che mi vede attiva in quattro gruppi di lavoro solo femminili. Uno di questi è un gruppo di autocoscienza, un gruppo che esiste da più di trent’anni. 

Non si esiste da così tanti anni, se non vi è un agio, una necessità, un ritorno per chi ancora ve ne fa parte. Questo nostro gruppo di autocoscienza, che definiamo “alta” perché si confronta e si interroga a partire da sé con gli scritti di donne autorevoli, è oggi una piccola comunità di pensiero che ci radica in un qui ed ora, una volta al mese, in una casa ospite a turno, per permetterci di andare più libere, meno zavorrate e più consapevoli in tutti gli altrove che desideriamo. 

Quindi, per noi, il luogo elettivo dove, in seguito all’incontro in Libreria e alla lettura del testo, ci siamo poste alcuni interrogativi sollecitati dall’articolo di Ida Dominijanni Pratica dell’inconscio, inconscio della pratica (pagg. 13-33).

In particolare ci hanno colpito alcune sue domande e cioè:

Il femminismo della differenza è stato caratterizzato, fin dalla sua origine, dal sapere che c’è dell’inconscio, c’è dell’altro (il titolo anche di un Seminario di Diotima). Vale a dire il visibile non esaurisce la realtà e abitare il sentire ci permette – come scrive Chiara Zamboni – di stare nella soglia tra conscio e inconscio, lì dove si collocano le nostre pratiche e le nostre relazioni.

Questa è la sua originaria matrice: è essa ancora viva? È ancora possibile che essa alimenti le nostre pratiche? E la sua materia è la stessa delle origini del femminismo?

La seconda questione riguarda il posto della differenza sessuale nel costituirsi del soggetto.

È ancora rilevante? E, aggiungiamo – rispetto ai nuovi scenari culturali – il nomadismo dell’oggetto d’amore incide sull’identità sessuale? Come?

L’ultima questione riguarda il rapporto tra pratiche femministe e inconscio. Queste pratiche hanno prodotto inconscio? E quale? 

Le ho ricordate perché ci sembra essenziale una riflessione su questi temi e ringraziamo Dominijanni che li ha esposti così lucidamente.

Nel nostro gruppo abbiamo incominciato a riflettere sulla prima domanda: la matrice è ancora viva?

Sì, abbiamo risposto, e per varie ragioni.

Perché non abbiamo mai cancellato la madre (vedi posizione sulla GPA, la prostituzione, la costante riflessione sul rapporto madre/figlia, come madri/figlie/nonne).

Perché cerchiamo di riconoscerci reciproca autorità, disponibili all’effetto di spiazzamento che questo comporta.

Perché cerchiamo di essere fedeli/disponibili al desiderio di cambiamento di noi stesse.

Perché stiamo dietro al desiderio di ognuna, soprattutto lo incalziamo, lo mettiamo a nudo.

La riflessione è appena iniziata: ci attendono tutte le altre questioni che volentieri rilanciamo e su cui invitiamo a pensare tutte coloro che, come noi le avvertono pregnanti.

Scrive Manuela Fraire (Attualità e inattualità dell’autocoscienza, pagg. 54-60) che il partire da sé è quel motore di ricerca che non ha fatto il suo tempo, quell’inesauribile ricerca di senso.

Condividiamo appieno: se la matrice è ancora viva come potrebbe non esserlo l’autocoscienza, che della matrice è la pratica elettiva?



Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale (da Manifesto di Rivolta femminile, Roma, luglio 1970)


Quindi capita che la lotta di quarant’anni prima … si ripresenti quarant’anni dopo con più forza di allora e (più) autorità femminile … (Lia Cigarini, Lectio Magistralis, Università degli Studi Roma Tre, 8 novembre 2019)

Sono tra quelle che hanno apprezzato e sottoscritto la Declaration on Women’s Sex-Based Rights, la Dichiarazione dei diritti delle donne basati sul sesso. Invito tutte ad andare a leggere il testo, presente anche in italiano.

Vi si denuncia la confusione tra sesso e genere, come cosa che ha contribuito a rendere accettabile l’idea di una identità di genere che si sostituisce sempre più alla categoria delle donne, fondata sul sesso, nei documenti internazionali. In quelli cioè che modellano lo spazio simbolico in cui si iscrivono i provvedimenti dei governi, e che ispirano le azioni promosse con fondi internazionali di aiuto allo sviluppo.

Si tratta di un’idea che in un attimo possiamo ritrovarci fra i piedi, qui, a casa nostra, senza quasi accorgercene, in qualche testo di legge, come è successo con il pareggio di bilancio inscritto in Costituzione, per dire, o con la scoperta dell’orrido pasticcio della legislazione concorrente tra Stato e Regioni, per dirne un’altra. Con l’aggravante che la materia riguarda la violenza sulle donne, l’utero in affitto, la prostituzione.

Non avevo pensato di scriverne fino a che non ho letto un recente intervento di Sara Gandini pubblicato su questo sito per Via Dogana 3, intitolato La passione della differenza. Sara dice che il linguaggio della Dichiarazione condurrebbe verso un femminismo essenzialista e biologista. A me pare esattamente il contrario e cioè che sia la Dichiarazione a combattere una specie di essenzialismo che è fondante per un’idea come quella di “identità di genere”. Se è un’identità a che cosa è identica? Deve essere identica a qualche cosa che è identificabile, che ha una precisa connotazione, un’identità, appunto. Niente a che vedere con la differenza sessuale come fatto da scoprire e da produrre”, secondo le parole della comunità filosofica Diotima, ricordate da Sara nel suo scritto.

Perché la cosa non sembri faccenda da nulla, chiedo: avete idea di che cosa comporta questo stravolgimento del linguaggio, questa confusione tra sesso e genere?

Io, no, non ce l’avevo così chiaro. Non immaginavo che la cosa fosse andata così avanti, che questa identità di genere avesse fatto tanta strada nel mondo, fino a scalare le classifiche degli organismi internazionali. E allora, per chiarire e per dirla con le parole della Dichiarazione, «…il concetto di “identità di genere” ha messo gli uomini che rivendicano un’“identità di genere” femminile in grado di affermare, nella legge, nelle politiche e nella pratica, di essere membri della categoria delle donne, che è basata sul sesso […] li ha messi in grado di essere inclusi nella categoria delle lesbiche, basata sul sesso […] cercano di essere inclusi nella categoria legale di “madri” […] sono messi in grado di accedere alle opportunità e alle misure di protezione riservate alle donne […] sono messi in grado di partecipare alle attività sportive riservate alle donne…»

Mi fermo, andate al testo, sarà una lettura interessante. Se la prima volta non vi ha convinte, rileggetelo.

Dove sarebbe l’essenzialismo, il biologismo, la negazione dell’altra di cui si preoccupa Sara, in tutto questo?

Nel puntualizzare che solo le donne possono portare avanti una gravidanza e partorire e che questo è essere madre? Essere madre è di certo molte altre cose ancora, “da scoprire e da produrre”, ma a partire dall’accettazione di questo dato essenziale di realtà, non a prescinderne.

È essenzialismo, biologismo, ribadire che solo le donne possono, non gli uomini? Neanche quelli con un’identità di genere femminile, posto che qualcuno sappia dov’è il regno delle essenze o delle idee innate, in cui cercare tali identità?

Dall’intervento di Sara ricavo che:

1- non condivide la Dichiarazione dei diritti delle donne basati sul sesso;

2- condivide la battaglia contro la violenza sulle donne, contro l’utero in affitto e la prostituzione;

3- ha avuto un incontro illuminante con alcune trans e trova che «tra le più interessanti soggettività che esprimono profondamente la passione della differenza sessuale ci sono proprio le trans, nate con un corpo maschile ma che si sentono da sempre donne».

Concludo:

– le sue amiche trans le hanno dato qualche buona idea per condurre la battaglia contro la violenza sulle donne, l’utero in affitto e la prostituzione? Se è così, Sara non lo dice.

– le sue amiche non rivendicano di essere lesbiche, di essere madri, di gareggiare negli sport con le donne, né vogliono essere considerate donne maltrattate né vogliono concorrere per ottenere per sé fondi destinati alla maternità o alla lotta alla violenza maschile contro le donne? Bene, allora la Dichiarazione non si riferisce a loro.


La lotta alle discriminazioni e ai condizionamenti culturali che ereditiamo dalla storia patriarcale ha portato molte femministe a rifuggire da ogni riferimento alla femminilità. Per lottare contro il sessismo si preferisce parlare di persone invece che di donne e uomini e si finisce paradossalmente per non dare importanza a chi scrive un libro, chi dirige un film, chi presiede un convegno.

Per essere inclusive molte giovani femministe usano l’asterisco al posto delle desinenze, o usano le u come in Non Una Di Meno (NUDM): care, cari e caru. NUDM, che lotta con determinazione e creatività contro la violenza sulle donne, nasce come movimento internazionale e risente delle influenze del movimento femminista del nord Europa e americano, che spingono in questa direzione. Nel 2016 a Oxford, il sindacato degli studenti ha proposto di eliminare del tutto “she” e “he”, per sostituirli con un pronome non binario come “ze”, abitudine già adottata dall’università del Tennessee. In Svezia dal 2012 è stato ufficialmente introdotto nella lingua e nell’Enciclopedia Nazionale il nuovo pronome neutro, “hen”, al fianco del maschile e del femminile (1). La motivazione è che il linguaggio inclusivo aiuterebbe a ridurre i pregiudizi di genere e a essere più tolleranti.

Ma il linguaggio neutro serve anche a nascondere ciò che capita e a evitare conflitti, così quando si dovrebbe nominare la violenza sulle donne si preferisce parlare di violenza di genere, per affrontare le molestie che le donne subiscono sul lavoro, denunciate con il #metoo, aziende e università hanno creato infiniti codici di comportamento per il “reciproco rispetto della libertà e dignità della persona”.

Ho trovato quindi importante l’invito della redazione di Via Dogana 3 a discutere de «La differenza sessuale alla prova del presente» e in particolare l’intervento di Chiara Zamboni che mostra una postura che invita anche gli altri femminismi allo scambio. Zamboni apre conflitti con un pensiero fine e puntuale ma aperto al mondo e scrive: «…io credo che la tentazione del neutro nasca dalla fatica della differenza e in primo luogo dalla fatica dello stare in rapporto alla differenza dell’altra e poi dell’altro. Nasca dal desiderio di una libertà senza vincoli e senza attraversamenti di parzialità.» E continua «Di fronte al neutro ricordo la passione della differenza sessuale, espressione presente nel primo libro di Diotima. Ha un doppio significato: sia di patire qualcosa che ci è capitato e non abbiamo scelto – essere una donna con il peso delle nominazioni già date –, sia di patire come verbo che indica la passione desiderante verso scoperte esistenziali, soggettive e singolari.» (2)
Fare i conti con la propria parzialità sessuata vuol dire in primis confrontarsi con il fatto che si nasce da una donna, che quindi è parziale, e la relazione con la madre di un figlio o una figlia non è uguale, come spiegava magistralmente anche Evelyn Fox Keller in ambito scientifico («A Feeling for the Organism: The Life and Work of Barbara McClintock»).

Parlare di corpi implica tenere conto che natura e cultura, la storia da cui veniamo, sono legate in un percorso di soggettivazione a partire dall’esperienza con la madre, il primo oggetto d’amore. Ed è importante rimettere al centro della riflessione politica i corpi perché il corpo delle donne è un campo di battaglia. Ma la lotta per contrastare l’utero in affitto, combattere la prostituzione e lottare per l’inviolabilità del corpo femminile non può basarsi sulla rivendicazione dei “diritti basati sul sesso”.

Quando ho letto che una rete di associazioni italiane ed europee sta organizzando in Italia e non solo una serie di iniziative facendo riferimento a La Dichiarazione dei diritti delle donne basate sul sesso (3), ho sentito fortemente la necessità di prendere le distanze. Io penso che il linguaggio che caratterizza la Women declaration ci conduca verso un femminismo essenzialista/biologista che crea schieramenti e dogmi, mettendo insieme tra l’altro in modo manipolatorio obiettivi condivisibili con una smania definitoria, che attraverso la negazione dell’altra pretende di rivendicare una purezza identitaria. Guerreggiare sull’identità è politicamente miope perché il femminismo dovrebbe allearsi con tutte le soggettività che lottano contro il dominio sessista. 

Condivido che in questo momento storico sia fondamentale affrontare nodi politici cruciali come l’utero in affitto o la prostituzione, ma non creando steccati che impediscono la discussione, perché in questo momento bisognerebbe avere un pensiero fine per individuare strategie politiche efficaci e un linguaggio convincente che sappia parlare a tutte e tutti.

Questo è un conflitto squisitamente politico, e non si può tirare in causa internet. Prendo le distanze da quel testo perché ne va del mio femminismo, della mia politica, del femminismo radicale di cui voglio continuare ad andare fiera. Mi sono innamorata del pensiero della differenza quando la comunità filosofica di Diotima definiva la differenza sessuale un significante, un fatto «da scoprire e da produrre». Le femministe che ho considerato maestre non davano definizioni all’essere donne e uomini, ma si parlava di significare liberamente questo fatto. La differenza sessuale che produce un taglio politico interessante ha a che fare con la nostra storia, con il nostro corpo, con le nostre madri, ma è quella differenza che ci impedisce di identificarci con noi stesse e che ci mette in relazione con quello che non siamo. Il senso della differenza sessuale nasce principalmente nel dialogo tra sé e sé, non tra i sessi così come vengono etero-definiti. È una differenza che ha a che fare con i corpi ma va molto più in là, è un percorso di senso, la ricerca di una vita.

La dichiarazione “io sono una donna” è per me, così come per molte femministe, un atto politico, ma il “soggetto imprevisto” che nasce dalla relazione fra donne, di cui parla Lonzi, non conduce alla nascita di un soggetto politico collettivo e unitario: “le donne”. Il simbolico che si basa sull’esperienza dell’alterità si alimenta delle differenze fra le donne e del senso della singolarità di ogni donna. Tra le più interessanti soggettività che esprimono profondamente la passione della differenza sessuale ci sono proprio le trans, nate con un corpo maschile ma che si sentono da sempre donne. Le mie amiche Laura Caruso e Monica Romano raccontano l’importanza esistenziale e politica di dirsi donna, e di volerne fare qualcosa non solo per sé. La ricerca delle donne trans secondo me è particolarmente interessante perché ha molto a che fare con la ricerca del senso libero della differenza sessuale, perché fuori da logiche identitarie e biologismi ma radicata nelle relazioni fra donne, e rappresenta simbolicamente e politicamente la possibilità di un cambiamento radicale. Anche per loro il queer è problematico proprio perché la fluidità del genere di fatto scivola verso il neutro e questa può essere l’ennesima manifestazione della ricerca di “emancipazione”, cioè dell’inclusione delle donne nel mondo pensato a misura maschile.

Non si tratta di farsi paladina dei diritti delle trans né del semplice desiderio di essere inclusive. L’incontro con loro è stato per me illuminante. Uno di quegli incontri che in cui vedi che la verità dell’altra e il modo con cui fa invenzioni per esserci, e porta avanti il suo desiderio in modo libero, ti obbliga a farti delle domande rispetto a quello che hai sempre dato per scontato. È stato un incontro che ha rimesso in discussione le mie certezze, come è stato l’incontro con il pensiero della differenza. Le donne trans sono orgogliose battagliere che non sentono la necessità di emanciparsi dalla figura femminile ma anzi ne vanno fiere.

Negli anni ’70 il femminismo nasce con il conflitto con il patriarcato e alcune donne hanno poi nominato la rabbia e la vergogna nei confronti delle madri conniventi. Di fatto questo significa vergognarsi della propria origine, delle proprie radici, di una parte di sé. La fatica di stare di fronte al femminile, con tutti i suoi lati osceni, fuori posto, le sue esagerazioni e le sue connivenze, appartiene alla nostra cultura misogina e ha a che fare con la relazione con la madre. Nell’immaginario comune le donne sono sempre troppo passionali, troppo corpo, tette, culo, troppo mamme, troppo emotive, troppo isteriche, troppo rosa… fuori misura, fuori dalla misura di riferimento, fuori dalla scena, oscene.

Per questo mi piacciono l’ironia e la sfida delle giovani artiste, penso ad esempio alle “ragazze di porta Venezia” (4), le rapper che sanno giocare con gli stereotipi e portare con orgoglio i simboli della femminilità: “occhi a cuoricino, pronte per la svolta”. E mi piacciono donne come Phoebe Waller-Bridge, attrice, regista e sceneggiatrice di una serie Fleabag che parla di «una donna sporca, perversa, arrabbiata e incasinata», parole sue, e vince ben quattro Emmy Awards nel 2019 (tra cui quello di migliore show della categoria). Le sue personagge sono donne strane, eccessive, difficili, con tutte le loro fragilità ed esagerazioni, tipicamente femminili, fuori misura… (5). Il modo libero con cui queste donne si interrogano e interrogano lo stesso femminismo, ribalta i luoghi comuni e l’immagino misogino, gioca con i simboli della femminilità con ironia e apre strade di libertà per tutte e tutti.

La sfida attuale è quindi come fare in modo che il femminismo non soccomba sotto i colpi della sua stessa misoginia ma si faccia forza della libertà femminile che sempre più si vede nel mondo. Perché il soggetto politico che nasce con il femminismo acquista forza solo quando è chiaro il conflitto politico in gioco: quello con il dominio patriarcale.

Note

(1) https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a28658706/pronomi-neutri-quali-sono/

(2) http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-differenza-sessuale-alla-prova-del-presente-chiara-zamboni/

(3) https://womensdeclaration.com

(4) https://www.lastampa.it/spettacoli/musica/2019/10/24/news/siamo-tutte-ragazze-di-porta-venezia-1.37784160

(5) https://www.kubeagency.com/post/fleabag-una-brillante-critica-del-femminismo


A partire dalla domanda della giovane attivista citata nell’incontro di VD3 del 9 febbraio da Chiara Zamboni: «Che ne è della mia esperienza, allora?», vorrei proporre un radicamento nel corpo come risorsa per superare la tentazione del neutro e dell’onnipotenza, e per sperimentare la differenza sessuale nella sua dimensione di fatica e, al contempo, di libertà come concreta possibilità.

Si potrebbe paragonare l’esperienza della differenza alla scultura intesa come “l’arte di levare” di Michelangelo: dal blocco di marmo, in cui ogni forma è possibile, occorre sottrarre materia per realizzare, rendere possibile una forma specifica. Nel dire “no” a molte strade, possiamo dire “sì” a quella che attraversiamo, in parte perché così abbiamo scelto e in parte perché così ci è capitato.

C’è chi invita a evitare parole come “madre” e io condivido la preoccupazione di Traudel Sattler di fronte a queste proposte: se il linguaggio si riempie di vita vissuta non si possono ritenere “consumate” queste espressioni. Vorrei quindi partire dalla mia esperienza, perché nella gravidanza, nel parto e nell’allattamento ho vissuto e vivo un modo di essere nel corpo femminile in cui quest’ultimo si rivela inequivocabilmente nella sua differenza sessuale, insieme faticosa e potente. Mio figlio ha 18 mesi e allatto ancora: ciò rende impossibile una suddivisione dei compiti tra me e mio marito esattamente a metà, come facevamo prima. Sono io e, in particolare, il mio corpo di donna che addormenta e riaddormenta a ogni risveglio notturno, ed è ancora il mio essere donna che consola e nutre quando il piccolo è malato e non vuole mangiare cibi solidi. Io e mio marito non siamo intercambiabili, e questo ha a che vedere non soltanto con la nostra unicità di esseri umani, ma anche con la differenza sessuale. Non potrei definirci “genitore 1” e “genitore 2”, perché questo negherebbe l’esperienza del mio corpo che entra in relazione come corpo di madre, femminile, non neutro.

A volte mi sono sentita giudicata e a disagio per il fatto che, per adesso, sono soprattutto io a occuparmi di nostro figlio: nel confronto con altre coppie in cui l’allattamento non è stato possibile oppure si è concluso prima e la suddivisione dei compiti è più paritaria (a turno si addormenta, a turno si nutre, a turno ci si sveglia di notte…) una parte di me si mette in allarme, come se il mio modo di essere madre fosse una sottomissione, un adeguamento involontario al modello patriarcale. Così mi affretto a precisare: «Sì, certo, sono stanchissima, allatto e mi sveglio sempre io di notte… però mio marito cucina e pulisce in casa». In alcuni casi trovo nell’interlocutore uno sguardo sospettoso: «Davvero non potreste fare diversamente? Si addormenta solo con la tetta? Beh, allora smetti di allattare!».

Eppure: il modello di Paesi come la Francia o gli Stati Uniti, in cui ci si aspetta che le madri tornino al lavoro dopo pochi mesi o addirittura settimane dal parto, favorisce maggiormente la libertà delle donne? Non lo credo, sebbene una parte di me sia sensibile ai sospetti e ai giudizi che citavo. Perché tutta questa fretta di “richiamare all’ordine” le madri, per riprendere la felice espressione di Stefania? Mi pare in effetti un tentativo di “neutralizzare” il materno, e dunque la differenza sessuale, all’interno del ruolo di lavoratrice, più rassicurante perché più controllabile, fondato su contratti con diritti e doveri, non su esigenze imprevedibili e non negoziabili come quelle dei neonati. Si suggerisce così che il corpo della madre non è essenziale, perché esistono i tiralatte, i biberon, e anche il latte artificiale – in contraddizione con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che sostiene fortemente l’allattamento materno, in modo esclusivo per i primi sei mesi, e poi fino ai due anni e oltre.

Ecco quindi che la fatica e la potenza della differenza sessuale si manifestano nell’eccedenza del materno, nel suo tracimare, ché nel seno e nell’abbraccio della madre c’è qualcosa di irriducibile al neutro.


Quando ho letto l’invito a partecipare all’incontro «La differenza sessuale alla prova del presente», immediatamente ho pensato che sono questioni da cui non si può prescindere: non si può prescindere dai nostri corpi e noi tutte siamo chiamate alla prova del presente, attorno a noi profonde trasformazioni vanno comprese.

Da vent’anni anni seguo proprio questa strada portando avanti una critica a cosa rappresentano le tecno-scienze e alle loro conseguenze sull’intero vivente, con uno sguardo che cerca di capire le direzioni e le evoluzioni di questo sistema. I corpi sono al centro, sotto attacco, da ideologie che li smaterializzano e dai processi di questo sistema tecno-scientifico che li rende merce, che li smembra, che li rende selezionabili e modificabili nei laboratori biotech così come nelle cliniche di fecondazione assistita, che se ne accaparra fin dentro i loro processi vitali e che arriva fino alle nostre stesse esperienze che diventano materia prima. I nostri corpi, le nostre esperienze, i nostri comportamenti, i nostri desideri, l’essere umano che è il fine ultimo del progetto cibernetico e transumanista, questo c’è in gioco oggi. È una questione di responsabilità e di urgenza che dobbiamo sentire in noi stesse nel profondo e opporsi a questi processi per me significa cercare di incepparli, significa dire a gran voce riflessioni scomode, senza mezzi termini, senza calcoli di convenienza, significa che il terreno delle trasformazioni di oggi è quello in cui intervenire.

Un motivo che mi ha spinto a venire è la mia grande preoccupazione per la continua confusione tra sesso e genere e la cancellazione della differenza tra i sessi presente sia nelle teorie, sia nei movimenti transfemministi-queer e nelle loro rivendicazioni politiche. Mi sono chiesta il perché di questa confusione e ho trovato nello studio delle teoriche, come Haraway e Braidotti, e nei contesti di movimento, una profonda ossessione del corpo, della natura, della maternità, una non accettazione della nostra vulnerabilità e dei nostri limiti. Questo si colloca nel contesto post-moderno che decostruisce tutto, la stessa realtà non esiste, dove acquisisce più significato la parola rispetto alla realtà materiale, ma questa, come il sesso, preesiste al piano simbolico, esiste prima del discorso e al difuori di questo. «Il sesso, per definizione, è già sempre genere», leggiamo nella Butler, porta alla cancellazione della differenza tra i sessi e alla risignificazione e cancellazione della donna. Traudel Sattler nell’introduzione ha accennato alle “persone con o senza utero” e alle “persone gestanti”, questo mi rimanda all’Associazione delle ostetriche nordamericane che raccomanda di usare “persona che mette al mondo” invece di donna che partorisce e “allattamento al petto” invece di allattamento al seno o “buco davanti” invece che vagina dell’Associazione Medica Britannica. Queste non sono semplici tendenze linguistiche, è un preciso processo che vuole cancellare la dimensione della procreazione e la dimensione della sessualità del corpo femminile.

Secondo l’ideologia transumanista e tecno-scientifica l’essere umano può e deve affrancarsi dalle condizioni corporee della propria esistenza per realizzare ogni suo desiderio. Riallacciandomi a Chiara Zamboni che ha parlato di “rinunciare alla libertà di essere tutto”, penso che la realizzazione illimitata di ogni desiderio non sia libertà, ma sia aprire al mercato dei desideri, dove tutto viene macinato e ridotto a un qualcosa che si può comprare o a un qualcosa a cui si deve avere diritto. Penso che una chiave di volta sia proprio l’accettazione dei nostri limiti e smascherare la retorica della libertà e dell’autodeterminazione con cui vengono travestiti utero in affitto, prostituzione, ormoni a bambini e bambine, PMA per tutti e tutte. Non è la libertà, ma è un’adesione entusiasta ai valori del biomercato e del sistema tecno-scientifico.

Considerare le tecno-scienze emancipatrici e liberatorie, il voler cancellare ogni limite e, di fatto, cancellare la realtà materiale dei corpi, rappresentano i punti di incontro tra il cyborg-transfemminismo, il queer e il transumanesimo. Non facciamoci abbagliare dalle ultime “fabule” e dal “femminismo speculativo” di Haraway: frugando nel suo “compost” troviamo bambine e bambini modificati geneticamente e piccioni con sim-card e GPS perfettamente integrati nei nuovi progetti di Smart city. Le critiche agli “eccessi” e agli “usi impropri” delle tecno-scienze, con l’ingenua illusione di poter gestire i Big data, possono solo rinforzare i nuovi paradigmi del capitalismo della sorveglianza.

Troppe cose sfumano, diventano indefinite, manteniamo invece nette le linee di demarcazione tra organico/inorganico, circuiti elettronici/sistemi nervosi, vita/morte, naturale/artificiale, così come la differenza tra i sessi. Riprendo allora ancora Zamboni che ha sottolineato l’importanza del fatto che veniamo al mondo dalla relazione con la madre, per dire che dobbiamo riappropriarci del valore simbolico della madre e considerare la relazione madre-figlio come un baluardo di resistenza all’invasione tecno-scientifica dei corpi e alla neutralizzazione imperante che va a costituire un individuo senza storia, senza legami, senza relazioni, un mero neutrum economicum.

Nascere da donna viene considerato discriminatorio, ma un discrimine è una disuguaglianza o un qualcosa a cui non si può avere accesso. Qui non c’è nessuna disuguaglianza, c’è una differenza e all’essere donna, madre, non si può avere accesso, non è un diritto e non è un qualcosa che si può comprare. Un uomo non può partorire e questa è una differenza sostanziale, materiale, corporea, per nulla essenzialista. Per opporci a questi processi dobbiamo mantenere con forza il significato dell’essere madre, colei da cui veniamo al mondo, e affermarlo come un fatto non cedibile, che non può rientrare nella sfera di mercato e di contrattazione. Per le dimensioni che potrebbero mettere in discussione come veniamo al mondo e le stesse basi della sopravvivenza sul pianeta non dobbiamo rendere possibile alcuna contrattazione e regolamentazione. Partiamo dalla dimensione della procreazione per opporci alla sua artificializzazione e creiamo alleanze che mettano in relazione i nostri percorsi. Il nostro agire dovrebbe porsi come incidere sul presente, con la consapevolezza che non saranno soluzioni tecniche a poter risolvere problemi etici, sociali, ecologici e politici.

La vita non si fabbrica, né l’oncotópa, né il batterio sintetico di Craig Venter sono stati fabbricati dal nulla e il vivente nasce, sfugge, palpita, striscia, scalpita e non sarà mai del tutto controllabile. Il vivente e quindi i corpi, il corpo, rappresentano l’ostacolo al dominio assoluto della tecnica. Rimettendo al centro l’indisponibilità dei corpi e del vivente possiamo resistere.


Nella sua relazione introduttiva all’incontro di VD3 «La differenza sessuale alla prova del presente», Stefania Ferrando, riferendosi alle riflessioni di Hannah Arendt sui “tesori perduti” delle rivoluzioni moderne, scrive che oggi la prova per la rivoluzione femminista è non perdere i nomi che ci consentono di dire l’esperienza e la libertà, le trasformazioni di sé e del mondo.

Questi nomi, mi è venuto da pensare, non li abbiamo perduti, continuano a circolare tra noi e nel mondo, anche se oscurati e minacciati dall’avanzata del nuovo neutro di cui parlano Zamboni e Sattler. Si tratta semmai di rilanciarli mettendoli così alla prova del presente. Il primo nome che mi viene in mente e che per me è alla radice del pensiero della differenza sessuale è “genealogie femminili”; un nome potente che sta nell’esperienza di tutte, anche delle non femministe. Penso alla mia mamma che quando era incinta di me sognava e desiderava mettere al mondo una bimba perché – diceva – le figlie sono sempre vicine alle madri. Mia mamma era una donna semplice, aveva fatto la terza elementare eppure quella cosa che noi chiamiamo il continuum materno lei la sentiva. Dentro di sé, come figlia di sua madre, mia nonna, e come madre della figlia che ha poi felicemente partorito. In questo momento io e alcune amiche pisane stiamo lavorando sui testi de «La carta coperta» e tra noi c’è una ragazza giovanissima (22 anni), molto intelligente, militante di Potere al popolo e consigliera comunale a Livorno. Una ragazza impegnata nel sociale, nell’oggettivo economico. Un pomeriggio io e lei ci siamo incontrate e abbiamo parlato a lungo di femminismo e di pratica dell’inconscio, del partire da sé, della disparità tra donne e della pratica dell’affidamento, di autorità femminile, in uno scambio che teneva conto delle nostre diverse età ed esperienze. Ed era straordinario come quei nomi della rivoluzione femminista la toccassero profondamente come qualcosa in cui riconosceva se stessa. «Il sentire, la sensibilità, la sessualità, l’esperienza», diceva, «sono fuori dalla politica che io e altre ragazze facciamo, ma dobbiamo riprendercele, farle agire».

Il nostro “tesoro” – mi dico – non andrà perduto fintanto che ci saranno ragazze disposte a riceverlo in nome delle genealogie femminili, ossia di una tradizione che riconosce nella relazione madre-figlia la matrice di un nuovo tessuto sociale e di un nuovo ordine simbolico. Certo, dipende da noi, dal nostro desiderio, dalla nostra pazienza, dalla nostra generosità, dal nostro coraggio. La mia relazione con questa ragazza che ha un nome bellissimo, Aurora, e la relazione con le altre amiche con cui leggiamo «La carta coperta», e le relazioni che a partire da questo primo piccolo gruppo costruiremo è un gesto politico che intende opporsi all’avanzata del nuovo neutro, alle ossessioni identitarie anche femminili (le vere donne, le vere madri, le vere lesbiche, le vere femministe ecc.), e rimettere in gioco nella pratica e nel pensiero il senso libero della differenza sessuale. Ossia un movimento che tenga insieme la trasformazione di sé e del mondo che è l’eredità luminosa e ancora operante seppur tra mille ostacoli, del femminismo degli anni Settanta.

Tra le cose che sono state dette, mi ha colpito la domanda che Chiara Zamboni ha riportato qui tra noi. In un dibattito ad un certo punto una tale (una studentessa?) le ha chiesto: ma allora che ne sarà della (mia) esperienza?

Prima di me, la domanda ha colpito Chiara e giustamente, c’è infatti da preoccuparsi per la sorte della nostra esperienza… nostra? Pare invece che sia sempre meno nostra e quindi sempre meno esperienza. In un libro ormai celebre, Il capitalismo della sorveglianza (Luiss U.P., 2019) di cui si è cominciato a ragionare qui in Libreria su iniziativa di Laura Colombo, l’autrice Shoshana Zuboff ha illustrato in maniera convincente il processo di formazione di un nuovo capitalismo che trae i suoi profitti dall’appropriazione della nostra stessa esperienza, esproprio reso possibile dai prodigiosi progressi dell’informatica. Quest’ultima, che sembrava dover essere un benefico fattore nell’ambito dell’informazione e della comunicazione globali, sta diventando, come dimostra Zuboff, una tecnologia che impoverisce gli umani della loro vita interiore e relazionale (rendendoli prevedibili) a vantaggio di minoranze privilegiate (i “nuovi poteri”) che non rendono conto di sé a nessuno.

Attenzione, non parlo del futuro; questo è quello che capita. A noi in Libreria è già capitato di dover soffrire delle perdite nei nostri rapporti.         

Il femminismo è un campo di battaglia, mi piaceva dire una volta. Lo è ancora un campo di battaglia, ma con il sistematico ricorso ai mezzi digitali rimodellati secondo gli interessi del grande capitale, il campo di battaglia rischia di diventare come i campi trattati con i diserbanti della Monsanto, o come le trincee della prima guerra mondiale quando si usavano i gas nervini. Inquinato, tossico. La realtà virtuale prende il posto del tempo e dello spazio. La presenza altrui perde di significato, come anche l’assenza; nel vuoto subentrano sigle e schieramenti che possono cambiare, gonfiarsi, sparire e ricomparire, non si sa come. I nomi delle persone diventano dei segnali, le parole vanno a una velocità che non lascia il tempo di pensare né di vivere l’esperienza relazionale, che è indispensabile per avere un felice rapporto intimo tra sé e sé.

Il movimento femminista ha preso lo slancio proprio da un’esperienza di questo tipo, insieme relazionale e intima. E si è sviluppata quella che possiamo considerare una rivoluzione simbolica e sociale, la prima senza morti e senza condanne a morte.

E adesso? Adesso ci troviamo in un nuovo campo di battaglia con una posta in gioco altissima. Io dico: stiamoci (ci sono forse delle alternative?) con tutta la necessaria consapevolezza. Ma con quali armi per combattere? Se è vero, come temo, che i mezzi che un avversario strapotente lascia nella nostra disponibilità, sono trappole?  

La mia risposta è relativamente semplice: vinceremo con l’autenticità della presa di coscienza, con la ricerca della verità soggettiva, con la pratica delle relazioni, con la fiducia nelle altre donne, insomma con tutte le armi che sono la posta in gioco, il tesoro stesso che non vogliamo perdere, senza il quale saremmo perdute in partenza. Non ho detto che sia facile.

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, domenica 9 febbraio 2020, La differenza sessuale alla prova del presente

Le parole “differenza sessuale” sono diventate impronunciabili nel contesto in cui lavoro da alcuni anni (l’università francese). Anche la parola “donne”, soprattutto se riferita a sé (per dire, ad esempio “sono una donna”, “siamo tra donne”) è usata con molte cautele e imbarazzi. Quando si impiegano queste parole, accade così di essere richiamate all’ordine e accusate di usare termini non scientifici, legati a lotte politiche sorpassate, ma anche parole violente o escludenti. Le volte in cui è capitato a me di essere richiamata all’ordine, il richiamo non è venuto dalla collega trans né dagli studenti che lottano perché l’università accetti il loro nuovo nome e non quello dei documenti ufficiali. Il richiamo all’ordine è invece venuto da alcuni uomini, intellettuali radicali, o da donne che ne hanno fatto uno strumento in strategie di potere e di carriera. E secondo me è l’esperienza di molte, nell’università.

Si impone così un linguaggio senza “differenza” e che di fatto rende sempre più difficile dare un senso libero e politicamente potente alla parola “donne”. Eppure quel che vedo nelle pratiche di ricerca e insegnamento, parla un altro linguaggio: l’università è un luogo in cui ci sono tante studentesse e ricercatrici che possono prendersi autorità e esercitare libertà. Alcuni giorni fa sono stata a un seminario organizzato da alcune colleghe antropologhe che, per studiare la mafia, hanno dovuto trasformare il modo di pensare il rapporto tra corpo e politica e anche di vivere il proprio corpo di ricercatrici (si chiedevano ad esempio come fare in modo che quel che si avverte, visceralmente, quando si vede un morto ammazzato per strada possa tradursi nel linguaggio dell’antropologia). Hanno introdotto pratiche di insegnamento e di ricerca innovative e si vedeva che tra loro circolava autorità e libertà, e quindi intelligenza e felicità, e che traevano forza da questa collaborazione. E si vedeva, io vedevo, che questa libertà, autorità e intelligenza aveva a che fare con il loro modo di essere donne, di far giocare liberamente la loro differenza in quel luogo, tra loro e con noi. E nelle loro parole qualcosa di tutto questo traspariva, ma è restato sui bordi del linguaggio. Non si riusciva proprio a dire che sono delle donne che pensano insieme con libertà e che, facendo leva su questa relazione, trasformano la loro disciplina.

È importante dirlo o basta fare quel che si fa?

Nelle pagine in cui riflette sull’eredità senza testamento, Hannah Arendt parla dei “tesori” delle rivoluzioni moderne: la libertà e la felicità, che si incontrano e si praticano nei momenti di grande intensità politica e trasformano le relazioni con gli altri e la soggettività di ciascuno. Aggiunge però che la storia politica moderna è la storia di tesori perduti: tesori che emergono, brillano e poi scompaiono. Dopo un po’ quella libertà e quella felicità non si sa più che cosa siano. E così Arendt conclude: se perdiamo questi tesori è perché non sappiamo dare loro un nome. Con il trasformarsi delle esperienze, rinunciamo ai nomi che ci consentono di dire quel che è prezioso per noi, di riconoscerlo, di indicarlo ad altri, di rilanciarlo. Oppure irrigidiamo questi nomi, ne facciamo un guscio vuoto perché distaccato dalla vita concreta e dalle sue avventure.

Il recente incontro di Via Dogana dedicato alla questione della differenza aveva come titolo: La differenza sessuale alla prova del presente. Ecco, per me è questa la prova del presente: la prova per la rivoluzione femminista è non perdere i nomi che ci consentono di dire l’esperienza e la libertà, le trasformazioni di sé e del mondo. Non cancellare, nel linguaggio della ricerca e della politica, le parole che dicono la libertà e le invenzioni di donne. Ne va proprio del tesoro di questa libertà, del suo brillare per sé e per il mondo.

Ma che cosa porta a cancellare queste parole, oggi? Prima ho scritto che si incontrano spesso dei richiami all’ordine, a un ordine di rapporti di potere che cancella la differenza per riprodurre se stesso. Ma se fosse solo questo sarebbe relativamente semplice. Insomma, si tratterebbe di un conflitto, magari duro, ma in cui si lotterebbe con chiarezza interiore.

C’è però qualcosa che accade anche in sé, una resistenza o una censura che si avverte nel proprio modo di parlare e pensare. Questa cancellazione della differenza che trasforma il linguaggio e il pensiero è il problema importante che ha posto Traudel Sattler nel suo intervento introduttivo, quando ha parlato della politologa Antje Schrupp, che in passato ha contribuito a far conoscere il pensiero della differenza in Germania, ma che ora ha pubblicato un libro in cui non parla più di “madri” ma di “persone gestanti”.

Per spiegare meglio che cosa è, secondo me, questa resistenza interiore al libero significare della differenza, racconto un episodio. Un’amica faceva parte di un collettivo di donne, studentesse per lo più, ecologiste e femministe, che in quel momento stavano progettando di partecipare a una grande manifestazione a sud di Berlino, per il blocco di una miniera. Una di loro propone uno slogan “Clitoridi per il clima”, che piace alle altre: dalla penetrazione della terra e del corpo delle donne alla potenza della libertà femminista. Ma una ragazza si rabbuia: lo slogan è violento per le donne trans, che non possono riconoscersi in questo messaggio – dice. Cala un silenzio imbarazzato e confuso e poi ne discutono. La mia amica è spaesata, qualcosa le sfugge: tra loro, nel gruppo, non c’è una donna trans e la ragazza che ha sollevato l’obiezione non parte da uno scambio o da una discussione con una donna trans. Quando esplicita le sue ragioni, dice che teme in generale degli attacchi esterni e di prendere la posizione dell’“oppressore”. La discussione fa perdere di slancio alla creatività del gruppo, e alla fine decidono di usare semplicemente il simbolo femminista queer. L’accaduto lascia strascichi e insoddisfazioni, che portano alcune ragazze del gruppo a cercare scambi altrove. Ed è così che le ho incontrate.

Di questo racconto, mi colpisce che la presa in conto dell’altra, la donna trans la cui obiezione è anticipata, sia in realtà un evitamento della relazione e del conflitto reali, in carne e ossa e in presenza, con le mediazioni politiche e simboliche che il conflitto non distruttivo rende possibili e anzi necessarie. Nelle parole e nel gesto di quella ragazza c’è una colpa della differenza, la differenza d’essere una donna libera, che si cancella cancellando tutte le altre. Ma perché lei e il gruppo di ragazze alla fine accettano la cancellazione delle loro parole con un simbolo tanto inclusivo quanto vuoto?

Se penso a situazioni simili in cui mi sono trovata direttamente, mi vengono in mente due osservazioni.

La prima è che la differenza sessuale non è una differenza rassicurante, che assegna a un gruppo compatto (donne /uomini; donne/donne trans) e fa tornare i conti con sé stesse. La differenza non è “tra” è “in”, come scrive Luisa Muraro.Attraversa ciascuna, impedisce di fare uno con sé stesse, di soddisfarsi di sé e delle cose che si posseggono, di funzionare come un ingranaggio ben oliato nel sistema sociale. È una sfasatura in sé stesse, che è tanto l’apertura da cui spuntano invenzioni, desideri e relazioni, quanto la crepa da cui risalgono angosce e ombre. Così, la colpa della differenza è anche la colpa rispetto all’imperativo sociale della prestazione, del bastarsi a se stessi, contenendo o cancellando quel che di inquietante o trasformativo può venire dall’altra e da sé, in modo da non perdere l’efficacia soggettiva richiesta nei rapporti sociali e nel lavoro.

Ecco la seconda osservazione: l’inclusione che anticipa l’altra e la sua obiezione mi fa pensare al “falso universale” di cui parla Irigaray per descrivere l’inclusione patriarcale delle donne nello stato liberale moderno. L’integrazione in un “comune” che è svuotato di senso perché non si costituisce attraverso il rapporto, né a partire dalle esperienze e desideri di chi vi è integrato. E quindi di fatto continua a far valere una parzialità, maschile, cioè delle mediazioni esistenti e subite dalle donne e non trasformate dal pensiero né dalle pratiche di chi si trova in relazione. Anche nell’episodio riferito nel racconto c’è una cancellazione dell’esperienza e delle mediazioni, per le donne che sono lì, ma anche per chi è anticipata nelle sue domande e obiezioni.

Quando Irigaray ne parla, l’integrazione delle donne si fa nell’universalismo liberale patriarcale, in uno stato che include rendendo tutte e tutti dei cittadini neutri e neutralizzati politicamente (è un tema che ritorna nelle sue opere, ma penso particolarmente a Sessi e genealogie).

Ma oggi? In quale falso universale ci si include, oggi, quando si cancella la differenza, includendo anche le altre? Chiara Zamboni parla giustamente di un “ritorno del tutto nuovo e imprevisto – post-patriarcale – al neutro” (nell’introduzione al libro da lei curato, La carta coperta, Moretti&Vitali 2019, p. 10). E, nel suo testo per Via Dogana, La differenza sessuale alla prova del presente, Chiara lo spiega a partire dal rapporto particolare che ha con il linguaggio chi sostiene il superamento del genere: il linguaggio, i nomi e le distinzioni sono pensati e vissuti come una gabbia, un’imposizione che opprime, sottrae libertà e nega la singolarità. Non si tratta quindi dell’inclusione nel modello maschile presentato come modello universale (il Cittadino, lo Scienziato…), ma dell’assorbimento di sé e degli altri in uno spazio simbolico che si vorrebbe il più possibile indifferenziato.

In questo nuovo ritorno al neutro, io vedo anche questo: è così difficile pensare di avere qualcosa in comune con le altre e con gli altri, che si immagina di trovare qualcosa di comune in questo punto estremo di negazione della differenza, nella cancellazione della storia che ci ha fatte e che siamo, delle parole che ci accompagnano e che ci segnano. Come se questa negazione fosse l’unica condizione per pensare un mondo comune, anche se vuoto.

Ed è qui che, secondo me, si gioca la scommessa del femminismo oggi.

Innanzitutto penso alla pratica del partire da sé, del non cedere sull’esperienza, per fare leva su ciò che non si riesce a dire né a essere se si sta nell’indifferenziato. Il che vuol dire anche non cedere sulle pratiche politiche di confronto e di conflitto con chi l’accetta, cioè con chi riconosce la propria parzialità senza richiudersi su di essa. È questo che rende possibile aprire uno spazio comune, reale.

Ma c’è anche un’altra sfida, per me: che le pratiche di libertà delle donne (come le nuove pratiche di ricerca delle colleghe antropologhe di cui parlavo all’inizio) non siano un’oasi nel deserto, come direbbe Arendt, ma che diano avvio a una trasformazione del mondo intero (dell’università e del sapere, in questo caso). È un bisogno profondo che avverto: sentire che le invenzioni delle donne non sono uno spazio isolato di cui godono alcune quando tutto il resto va in rovina, perché non c’è più modo di pensare insieme agli altri un mondo nuovo e migliore. È questa, per me, la scommessa: mostrare che il libero significare della differenza è la risorsa per pensare una vita collettiva più libera e più giusta, per rendere possibile un altro lavoro e un’altra politica per tutti. È così che io ritrovo il tesoro della rivoluzione femminista.

Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, domenica 9 febbraio 2020, La differenza sessuale alla prova del presente 

La tentazione del neutro oggi viene anche da altre strade rispetto a quella diffusa neutralizzazione che è effetto dell’emancipazione, cioè dell’inclusione delle donne nel mondo maschile senza che le donne agiscano e segnalino in modo creativo la loro differenza. La tentazione del neutro sicuramente viene da un certo modo di intendere la tecnologia e il rapporto con il corpo. Ma qui mi vorrei fermare sul neutro che emerge dall’intenzione politica e culturale delle comunità lgbt di radicalizzare il superamento del genere.

Cercano di disfare il genere, in particolare il binarismo del femminile e del maschile. Partono dal livello della costruzione linguistica. Sono i più attivi critici del genere linguistico binario. Confondono il genere con il pensiero della differenza sessuale che in realtà non sanno mettere a fuoco. Infatti la rimandano ad una forma essenzialista, oggettivata. Non colgono così la specificità del pensiero della differenza sessuale, in cui natura e cultura sono legate in un percorso di soggettivazione a partire dall’esperienza.

In positivo: all’interno di queste comunità l’autorappresentazione in sigle linguistiche molteplici è una strada di lotta politica per difendere delle minoranze, e per dare voce a un disagio esistenziale. Si pensi anche solo ai trans. In questo senso è un’azione niente affatto neutra. Le riconosco un valore politico preciso. Tuttavia, alla fine, la stessa moltiplicazione di nominazioni viene sentita come qualcosa che si svuota di senso. Le identità sessuali plurime finiscono per essere a loro volta percepite come piccole gabbie linguistiche.

Ciò che vedo di vivo sono le azioni di lotta politica, dove in Italia c’è una egemonia del transfemminismo delle donne di Non una di meno. Accanto a ciò sul piano esistenziale, aggirata al limite ogni identità, restano i legami di relazionalità fluida, dove ognuno, ognuna è in quanto risponde alla relazione a cui viene chiamato da chi l’interpella. Come a dire: io sono in quanto sono chiamato e rispondo alla chiamata. Orizzontalmente. Considero questa una forma di neutro per dir così relazionale. Ricordo un amico che mi diceva: a seconda di come mi vedi e mi chiami, io allora sono femminile, o maschile o altro. La comunicazione si era interrotta quando gli avevo chiesto come rispondeva alla prima chiamata di sua madre.

Ho ascoltato Manuela Fraire a un convegno che trattava del pensiero della differenza sessuale e del genere fluido, organizzato dal Filo d’Arianna a Verona l’11 gennaio di quest’anno. Faccio riferimento al solo dibattito, dove stringeva all’essenziale le sue posizioni. Ora, anche lei si opponeva alle identità sessuate viste come gabbie linguistiche. E non aveva niente contro la fluidità vista in un percorso esistenziale. Ma ricordava che noi veniamo al mondo all’interno di una relazione primaria con nostra madre. Ovvero, che noi veniamo al mondo all’interno di una relazione che non abbiamo scelto e in cui siamo stati nominati. Rispetto alla quale siamo solo nella condizione di dipendere. All’inizio non c’è nessuna scelta da parte nostra. Questa prima relazione di differenza è ciò che rende possibile affrontare poi tutte le altre differenze.

La sessualità non è qualcosa di biologico e oggettivo e neppure un solo linguistico, dato che noi la viviamo a partire da questa prima relazione che ci nomina e in cui però passa molto di più di un puro fatto linguistico. L’erotismo invece – lei diceva – è molto più libero e del resto non è strettamente legato al sesso. Segue sue strade impreviste e va là dove non lo attendiamo.

Credo che si veda bene la distanza tra una relazionalità fluida, neutra, che si concretizza nel rispondere a chi ti interpella qui e ora, orizzontale e senza limiti e in cui si sciolgono le differenze, da un lato, e dall’altro la prima relazione in cui si nasce e in cui prende significato la sessualità, cosa ben più complessa del sesso biologico. Obietterei a chi sostiene che esiste solo la relazionalità fluida orizzontale, in cui rispondiamo all’altro, che tale relazionalità fluida è resa possibile dalla relazione primaria verticale che ci offre quella che chiamo una culla simbolica.

Ora, io credo che la tentazione del neutro nasca dalla fatica della differenza e in primo luogo dalla fatica dello stare in rapporto alla differenza dell’altra e poi dell’altro. Nasca dal desiderio di una libertà senza vincoli e senza attraversamenti di parzialità.

In questo senso il discorso di Fraire si lega a quello di Cristina Faccincani all’interno del libro La carta coperta. In entrambi i casi c’è il fatto che non si è onnipotenti. Fraire: siamo già nominati in una relazione costitutiva primaria da cui prende significato la sessualità. Non possiamo evitarlo. Faccincani: la madre non è arcaica e onnipotente. Non ha entrambi i sessi. È sessuata. Dunque parziale. Confrontarsi con una madre sessuata, che quindi è parziale, obbliga a confrontarsi con la propria parzialità sessuata. Con la propria non onnipotenza. Con la questione dell’altro come ciò che ci attraversa (l’altro tra me e me) e la nostra dipendenza dall’altro imprevisto, che incontriamo. Che ci capita. Che non scegliamo e ci coinvolge. Questo, per Faccincani, implica la capacità di lasciar andare qualcosa, di elaborare il lutto per questa perdita. È questa la condizione di possibilità per una trasformazione autentica.

Di fronte al neutro ricordo la passione della differenza sessuale, espressione presente nel primo libro di Diotima. Ha un doppio significato: sia di patire qualcosa che ci è capitato e non abbiamo scelto – essere una donna con il peso delle nominazioni già date –, sia di patire come verbo che indica la passione desiderante verso scoperte esistenziali, soggettive e singolari.

Vediamo bene la fatica della differenza femminile nei discorsi di Fraire e Faccincani: rinunciare all’onnipotenza, alla libertà di essere tutto. Accettare la parzialità. Fatica, perché la libertà è possibile solo attraverso la porta stretta della accettazione della dipendenza iniziale.

Si può vedere la fatica anche da un altro punto di vista. La fatica è proprio anche la fatica della differenza, in quanto si è una parte, che però scommette sul tutto. Sentire che la parzialità assunta ed espressa può risultare una scommessa di verità per tutti. È un percorso di grande misura partire da sé per dire una verità condivisibile. Da un lato occorre smontare i significati già dati su ciò che siamo, dall’altra stare in ascolto degli altri, coglierne i desideri, le istanze, le differenze di visione, in fedeltà al proprio percorso. Dunque la passione della differenza è anche passione positiva. Scoperta esistenziale di qualcosa di imprevisto.

Mi rimane nell’orecchio la domanda di una giovane attivista delle Non una di meno: «E la mia esperienza? Che me ne faccio delle tante identità molteplici, che me ne faccio dell’identità fluida rispetto alla mia esperienza singolare? Dov’è e dove colloco la mia esperienza in questo indistinto delle relazioni fluide e molteplici?»

Mi sembra che il pensiero della differenza le possa offrire qualcosa di preciso. E cioè di dare valore e significato alla sua esperienza. Non soltanto raccontarla, ma portarne la verità nel circuito del pensiero condiviso e nella politica di tutti. Non di una minoranza.

Vorrei concludere con un tema che mi sembra una chiave per comprendere la forma del neutro su cui mi sono fermata. Si tratta della svalutazione del linguaggio sentito solo come gabbia di potere.

La critica al genere si esercita sul suo essere gabbia linguistica soffocante. Per estensione la stessa critica viene portata alle altre nominazioni identitarie. In questo contesto il linguaggio è visto solo per l’aspetto normativo e catturante. Così viene auspicata dapprima una fuga liberatoria nel rifiutare tutte le identità linguistiche per finire poi nella identità fluida. Ci si affida alla nominazione più larga possibile. Il fluido. Si scivola così nel vasto mare dell’indifferenziato, senza determinazioni. Questa mossa è molto vicina ad un puro annullamento dell’io.

È un certo modo di concepire il linguaggio come se noi non ne facessimo parte necessariamente e potessimo salvarci altrove. Non a caso viene scelta la nominazione più comprensiva e indeterminata, il fluido.

Anch’io un tempo avevo una grande sfiducia nel linguaggio. Dunque capisco bene questa posizione. Ma il gusto per la politica mi ha portato a comprendere che il linguaggio è sì ciò che apre un campo indipendentemente dal soggetto ed è sicuramente normativo. Ma gli esseri umani sono all’interno del linguaggio e lo possono trasformare dall’interno, perché la normatività non è deterministica. C’è gioco: con il linguaggio si può fare in modo che l’esperienza singolare diventi verità condivisibile. È una scommessa.

La posta in gioco è la fiducia nel linguaggio come una casa che appartiene a tutti, postura che vedo venir meno in chi va nella direzione del fluido, dell’indistinto, del neutro. La fiducia nel linguaggio viene sostituita con la fiducia nell’azione, nel fare e nell’organizzare.

Ho scoperto da poco, girando in rete e facendo attenzione alle diverse iniziative di movimenti politici, che questo medesima sfiducia nel linguaggio visto solo come gabbia – e dunque la paura della differenza – collega tra di loro la tendenza a oltrepassare i generi verso l’identità fluida da un lato e dall’altro un certo specifico ambientalismo che si batte per il superamento della differenza tra la specie umana e le altre specie. Tenendo fermo che riconosco una tensione positiva all’antispecismo, in quanto mosso da un desiderio di giustizia verso gli animali.

In questa prospettiva però il desiderio profondo di indifferenziato annulla sia la differenza sessuale sia la differenza umana rispetto alle altre specie. Come se noi ci potessimo mettere fuori dalla nostra specie e guardarla dall’alto accanto alle altre con uno sguardo di sorvolo. Ma non è così: è vero che noi siamo incernierati alle altre specie, ma, inevitabilmente, a partire dalla nostra, che ha una singolarità imprescindibile.

Concludo ricordando la domanda della giovane attivista delle Non una di meno: «Che ne è della mia esperienza allora?» È una domanda che ha bisogno di linguaggio e di creazione politica.


Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, domenica 9 febbraio 2020, La differenza sessuale alla prova del presente

Voglio cominciare spiegando la mia motivazione, la mia urgenza per cui ho proposto di dedicare questo incontro di Via Dogana 3 alla questione della differenza sessuale alla prova del presente: recentemente sono rimasta molto turbata dalla lettura di un libro la cui autrice, con l’intento di aprire la strada per un nuovo ordine simbolico al posto dell’ordine patriarcale in declino, partendo dalla differenza riproduttiva non parla più di donne e uomini, ma di “persone con/senza utero”, di “persone gestanti”, e dichiara parole come “madre” e “mamma” “parole consumate”.

Questo libro mi ha messo in uno stato di allerta perché l’ha scritto Antje Schrupp, politologa e giornalista di Francoforte che stimo molto e che da anni è in un rapporto di scambio con le filosofe di Diotima. È una voce importante nel panorama mediatico e ha contribuito molto a far conoscere il pensiero della differenza in Germania. Io vivo in Italia da tanti anni, naturalmente seguo anche ciò che capita in Germania ma la questione che si pone riguarda noi qui. In un altro articolo, infatti, Antje si chiede: “Le discriminazioni contro le donne ormai sono cadute, quindi che senso ha ancora distinguere tra i sessi? Praticamente nessuno”.
Sì, 50 anni di movimento delle donne hanno prodotto molti cambiamenti. Viviamo in un presente abitato dalla libertà femminile, io vedo con gioia che le donne sono ovunque, e i movimenti più significativi si richiamano al femminismo: «La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo» (Malena Ernman Thunberg, madre di Greta). Vedo ragazze che prendono la parola con disinvoltura, ministre, sindache, presidenti che chiamano altre donne per gestire insieme il corpo sociale. Non come neutre, cooptate o fedeli esecutrici di un ordine prestabilito, ma con un atteggiamento in cui vedo felicità e naturalezza di essere sulla scena pubblica con un corpo di donna.
Ho sperimentato però che nominare questa bravura “eccellenza femminile” in alcune ha suscitato imbarazzo, come mi è successo ultimamente in un incontro pubblico: mi è stato obiettato “le donne non sono esseri umani migliori”. E la differenza sessuale, che io considero un punto di leva, oggi spesso viene letta come ingombro, mi viene restituita come significato ridotto ai minimi termini: “binarismo o eteronormatività”, o addirittura negata. Il pensiero della differenza da alcune viene visto come espressione di un vecchio femminismo conservatore, come teoria ormai superata.
Insomma, mi sono sentita come se la realtà mi sfuggisse, in una situazione di incomunicabilità, e mi sono chiesta: ho vissuto in una bolla? mi sono adagiata in una posizione che credevo sicura e acquisita una volta per tutte? Le nostre pratiche come il partire da sé, la pratica della disparità e dell’affidamento e le figure che sono state inventate riescono ancora a parlare al presente?
A me pare di sì, perché senza fiducia non c’è una politica trasformativa per me. Anche per mettere a fuoco i miei pensieri per questo mio intervento ho sentito la produttività della relazione. E ho visto che queste idee hanno fatto breccia anche in posti lontani, ispirando le pratiche anche là. Basta pensare al collettivo di giovani francesi che hanno scoperto Non credere di avere dei diritti e che nel processo del tradurre hanno sperimentato la forza trasformativa di queste parole su di sé.
Ma non voglio stare in una posizione difensiva. E così continuo a cercare delle modalità, parole e pratiche all’altezza di “un presente segnato dal crollo del patriarcato di cui noi stesse siamo state le prime agenti e dalle cui conseguenze noi stesse siamo attraversate e investite”, come scrive Ida Dominijanni nel libro La carta coperta.
Ed è stata proprio la lettura di questo volume collettaneo (La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, a cura di Chiara Zamboni, Moretti&Vitali 2019) e poi la presentazione-discussione qui in Libreria delle donne lo scorso 30 novembre che mi ha dato strumenti importanti per la lettura del presente e per capire la situazione di scacco in cui mi sentivo. Lì ho ritrovato le mie preoccupazioni per la cancellazione della differenza sessuale, per via di un ritorno del tutto nuovo e imprevisto – post-patriarcale – al neutro, come scrive Chiara Zamboni.
Non voglio e non posso qui riassumere le analisi profonde e illuminanti dei contributi, ricchissimi di spunti, che mostrano che è in corso un cambiamento di economia psichica e sociale rispetto agli anni in cui è nato il femminismo con il quale siamo cresciute noi, come emerge dai testi soprattutto di Ida Dominijanni e di Cristina Faccincani. Vorrei invece sottolineare come in vari contributi e da varie angolature viene fuori la necessità di rinnovare la pratica, rinnovare l’originaria alleanza fra pratica politica e pratica analitica che, secondo me, ha reso il femminismo italiano così inventivo e originale. Rilanciare quel connubio non è facile “in un’epoca che non ci aiuta in questa impresa, perché non è amica né dell’inconscio, né del simbolico, né della differenza sessuale” – diagnosi azzeccatissima di Ida Dominijanni. Anche Cristina Faccincani, che analizza come la differenza sessuale viene cancellata perché testimonia l’incompletezza dell’umano, conclude che è di fondamentale importanza tenere vive e feconde tutte le pratiche di relazione che accolgano la dimensione inconscia dell’essere, che lascino spazio alla meraviglia delle differenze […], pratiche generatrici di apertura al futuro.
Tenere attive le tracce della pratica dell’inconscio, osserva anche Lia Cigarini, infatti, preserva la differenza femminile dal diventare una teoria definita una volta per tutte. Certo, bisogna tener conto dello scenario cambiato: l’idea della trasformabilità del sé che ha avuto una risonanza politica non piccola negli anni ’70, oggi è stata scippata dal neoliberismo e dalla biopolitica, tuttavia Lia lancia la scommessa di risignificare la differenza sessuale e di “rinegoziare i rapporti tra i due sessi, per trovare altre figure di scambio, cioè altre mediazioni con il mondo”.


Rinnovare, rilanciare, risignificare, rinegoziare – in queste parole ho trovato un invito forte a interrogare le nostre pratiche. Con noi abbiamo Chiara Zamboni, filosofa di Diotima, curatrice e coautrice del libro La carta coperta che era già venuta a presentare, insieme ad altre. Ringrazio Chiara di essere tornata, dandoci l’occasione per riprendere anche questo punto cruciale delle pratiche che l’ultima volta non ha potuto essere approfondito a sufficienza.
Ringrazio anche Stefania Ferrando per essere venuta da Parigi dove vive e insegna filosofia politica. Dai primi anni di università è coinvolta con Diotima, ogni tanto partecipa ai ritiri e ai seminari. Nelle sue ricerche, dedicate soprattutto all’Ottocento, ha seguito le tracce di pratiche politiche di donne, le loro invenzioni: luoghi, riviste, associazioni che hanno creato per agire la loro libertà.

Invito alla Redazione allargata di Via Dogana 3


domenica 9 febbraio 2020, ore 10.00-13.30


Oggi la libertà femminile è presente e attiva visibilmente, le donne sono dappertutto e i movimenti più significativi si richiamano al femminismo. Eppure contemporaneamente si avverte una forte spinta alla neutralizzazione e alla cancellazione della differenza femminile, non più da parte del neutro-maschile, efficacemente decostruito dal movimento delle donne, ma a causa dell’emergere di un imprevisto neutro post-patriarcale.


Di fronte a uno scenario psichico e sociale che cambia rapidamente, vogliamo interrogare le nostre pratiche alla luce del nostro sentire, per rilanciare la sfida della differenza sessuale come forza propulsiva di una politica condivisa.Avvieranno la discussione Chiara Zamboni e Stefania Ferrando, con Traudel Sattler per la redazione di Via Dogana 3. 

Greta Thunberg, con la sua eroica fragilità, mi ha comunicato l’urgenza. Non c’è molto tempo. Sulla sua spinta ho letto Il pianeta di tutti e Il mondo in fiamme, ultime opere rispettivamente di Vandana Shiva e di Naomi Klein. Sono due attiviste che seguo da anni e mi fido delle loro parole. Così ora sono ancora più allarmata e sento che non ci si può più sottrarre a informarsi davvero, a prendere coscienza e fare la propria parte. Anche se si è molto in là con gli anni come me e una vocina interna può sempre insinuare: «Tanto tu già non ci sarai più. Non è un problema tuo.» Sì, la vocina cinica è realistica, ma dimentica che ne va del senso della vita che ho vissuto. Non è questo che volevo.

Malena Ernman, a suggello del libro scritto con la figlia Greta, La nostra casa è in fiamme, tira in ballo il femminismo affermando che la battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Il suo intendimento non è escludere gli uomini ma sfidare «quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo». Per lei il femminismo c’entra. Io la penso allo stesso modo perché so bene che le femministe hanno sfidato da oltre cinquant’anni quelle strutture e quei valori, guadagnandoci molto nella concretezza delle esistenze quotidiane e nell’intelligenza del mondo.

Quelle poche parole della mamma di Greta stabiliscono una profonda connessione. Se le azioni concrete per una rapida transizione ecologica, richieste a gran voce dalle piazze del movimento Fridays For Future, puntano soprattutto al piano economico – come smettere immediatamente di bruciare combustibili fossili –, Malena Ernman fa presente che l’efficacia di quelle stesse azioni dipende dal fatto che si intreccino con lo smantellamento della strutturazione del mondo e del sistema di pensiero che hanno radici maschili e ci hanno portato sull’orlo dell’abisso.

Trovo che ci sia una vicinanza sorprendente e carica di doni tra le analisi del femminismo della differenza e quelle di Vandana Shiva nella critica del pensiero occidentale. L’attivista indiana lo bolla come “monocultura della mente”, con un’espressione di straordinaria efficacia, non diversamente le teoriche del pensiero della differenza hanno svelato come l’uno universale risulti dalla cancellazione della differenza, che è in primis la donna.

Pensare con la differenza è la sfida che ci aspetta per girare pagina nei confronti di un pensiero maschile che si basa sull’appropriazione, sulla riduzione a sé dell’altro, o alla sua trasformazione in un oggetto di conoscenza. Già Anna Maria Ortese molti anni fa desiderava e non vedeva un’Italia «che abbia al centro la parola essere, prima di “avere” e “potere”, la parola essere con gli altri, invece che contro o sugli altri» (Corpo Celeste, pag. 42).

La transizione è inevitabile, riguarda tutti e tutte e non sarà facile. Per questo va accompagnata da pensieri e parole che la rendano desiderabile. Ora non è così, prevale un immaginario catastrofico. Racconto un piccolo episodio. Poco tempo fa, quando non faceva altro che piovere, la signora ucraina che viene una volta alla settimana per le pulizie, arriva piena di inquietudine. Riceverà a giorni la data del rogito e non sa più se comprare o meno la casa, indebitandosi con la banca per un mutuo che praticamente copre l’intero ammontare. Non sa più se vale la pena di fare così tanti sacrifici quando suo marito ha visto in internet che l’Italia nel 2050 sarà sommersa dall’acqua. Ecco, questo è quello che passa per la testa di una donna comune a fronte delle notizie che arrivano dalla televisione e da internet. E anch’io, nei miei peggiori incubi, vedo Venezia e New York sott’acqua, nubifragi e frane a ritmo continuo, migrazioni in massa, ricconi asserragliati nelle poche zone meno minacciate… La paura e il “si salvi chi può” non portano a buoni consigli, lo abbiamo già visto. 

Per imprimere un segno positivo all’immaginario della transizione, c’è già molto pensiero femminile da mettere in circolazione e far conoscere, ci sono ottime idee come quella del Buon vivere che vengono da popoli lontani, ma serve un intenso lavoro della mente e una fervida immaginazione per stabilire inedite connessioni.

Luca Mercalli, in una recente intervista, fa notare come siamo in grado di pensare alla fine della vita sul pianeta, ma non siamo in grado di pensare alla fine del capitalismo (AREL La rivista, n. 3/2019). Pure è quello che dobbiamo pensare, di pari passo e in stretto collegamento con il superamento del dominio maschile.

Io, se guardo anche alla mia vita, a ciò che mi è interessato davvero, ho idea che le donne siano meno intrappolate nella ragnatela del capitalismo, che, come si sa, non agisce solo sul piano economico. Forse per il posto che danno nella loro vita all’amore, agli affetti, alle relazioni. Ho sentito di recente un’intervista a Letizia Battaglia, in occasione della mostra delle sue fotografie a Palazzo Reale a Milano e minimizzava, affermando che ha sempre dato più importanza all’amore che al successo. E Grace Paley nel suo Apologo sulla felicità ne indica ingredienti non certo mercantili, come possono essere un’amica con cui passeggiare, i bambini, qualche cosa da fare e l’essere innamorate.

Per pensare di uscire dall’imposizione a consumare, dalla saturazione del desiderio tramite gli oggetti, una buona mossa ecologica è volgersi dalla parte delle donne. Le donne sanno.

Elena, una giovane attivista del movimento Extinction rebellion (XR), racconta di avere scelto la sua pratica politica perché mossa, in primo luogo, dalla preoccupazione per il rischio di estinzione del pianeta e di tutte le forme di vita, a causa del cambiamento climatico. Secondariamente, dall’insoddisfazione verso le modalità politiche di altri movimenti, troppo improntati a forme di organizzazione tradizionali e gerarchiche. Ciò che l’attrae in questa pratica è l’attenzione ai cambiamenti interiori che gli scambi relazionali delle/dei partecipanti producono. Le relazioni, la loro qualità, le emozioni sono esigenze anteposte alle azioni di protesta.

Simbolo del movimento XR è una clessidra. Il tempo stringe i nodi, il tempo è alla base del ragionamento su cui posa l’azione e lo stare insieme. I nodi hanno un duplice significato: sono vincolo, legame o inciampo che blocca, groviglio da sciogliere. I nodi al pettine della crisi climatica sono anche quelli delle relazioni. Non si riesce a pensare il futuro perché la politica ha perso il senso delle relazioni, del legame sociale e perciò c’è stasi, una sorta di impasse evolutiva, come sostiene Marco Deriu. Ma c’è un senso positivo del nodo, come vincolo, dipendenza necessaria dall’altro e c’è la gioia del fare insieme, come dice Elena, del creare significati autonomi, del rigenerarsi e rigenerare la realtà, vie d’uscita dal vicolo cieco, dal tempo sospeso. Dove ci sono nodi ci sono legami, amicizie, società in fieri. Mi viene in mente il nodo di cui parla l’artista Maria Lai, spiegando la sua celebre installazione/azione, nel paese in cui è nata in Sardegna. Un lungo nastro azzurro che le/gli abitanti annodano e stringono nelle mani e con cui simbolicamente tengono unite le case e il luogo. Infatti, dice, dove non c’è il nodo non ci sono relazioni. L’architetta e cuoca Ida Farè nei suoi scritti faceva riferimento al doppio significato della casa come nido e nodo. L’abitare femminile nella città crea relazioni e nella civiltà nascente dopo la fine del patriarcato anche la casa è stata attraversata dalla libertà femminile, è stata risignificata.

La mia presa di coscienza della gravità del fenomeno del riscaldamento globale ha radici in una crisi personale e nel desiderio di indagare le motivazioni profonde e inconsapevoli del negazionismo ambientale di mio fratello, operaio specializzato in una fabbrica che produce plastica. Il mio punto di partenza è stato l’insopportabilità che la mia storia cadesse nell’oblio. Il timore dell’estinzione della memoria, madre della storia a radice femminile, mi provocava un dolore sordo, muto, paralizzante. La casa brucia se non avviene il passaggio interiore del cambiamento. Passaggio o casa interiore, come io definisco questo spostamento in profondità nella Spirale del tempo, dove elaboro il mio nodo irrisolto, che scioglie dall’identificazione schiacciante sul presente e fa intravedere una prospettiva creando una frattura, un’interruzione nella saturazione del tutto pieno, in cui non c’è spazio per il pensiero e dà parola alla verità soggettiva come ponte con la realtà e i suoi nodi problematici. La verità soggettiva apre a un reale e profondo capovolgimento del vivere e della vita urbana, un salto di civiltà.

Nella presa di coscienza c’è un inizio del desiderio di dare spazio alla costruzione del passaggio interiore, fare vuoto per lo spazio desiderante. Il troppo pieno, la saturazione della civiltà delle merci toglie respiro, spazio/tempo allo sguardo lungo di una prospettiva, di un orizzonte in cui poter immaginare e immaginarsi una civiltà, che oggi stiamo sperimentando. Riafferrare la freccia del tempo con la fiducia di poterne cambiarne la direzione rileggendo i contesti, la storia, i luoghi di lavoro, i fatti, dove possiamo agire la libertà di reinterpretarli prestando ascolto al sentire dell’esperienza femminile, mettendo in atto la politica delle relazioni che disfano il potere. La memoria fa parte dell’immaginario, del simbolico di cui tutti sentono la necessità, ma di cui le donne soffrono di più la mancanza. Un bene immateriale che migliora la vita, fa parte del ben vivere, della buona vita e della democrazia!

Elena ci ha detto che uno degli obiettivi del movimento di disobbedienza civile XR è la messa in atto di assemblee di quartiere dove ci si parla e si ascolta l’esperienza dell’abitare, del vivere quotidiano e si fa opera di presa di coscienza dell’urgenza di un cambiamento di stili di vita per salvare se stessi, oltre che il pianeta e tutte le forme viventi. Questa necessità di de-saturazione interiore/esteriore, di sciogliere nodi creando vuoti portatori di desideri nuovi, è il motore del cambiamento, un passo verso la possibilità di spezzare l’impasse che ostacola la politica del desiderio e fa rimanere sulla soglia del cambio di civiltà.

C’è un crescente desiderio di spazi liberi in cui poter parlare e porsi in ascolto per conoscere e costruire relazioni di fiducia. Io ho percepito questo bisogno, quasi una corale urgenza, anche al convegno europeo «Un tempo per sé, un diritto per tutti», per un rilancio delle politiche temporali urbane, cui ho partecipato in novembre a Strasburgo. Luoghi terzi, li hanno chiamati questi spazi di incontro né familiari né lavorativi. Anche la Libreria delle donne di cui ho raccontato la pratica e la storia è stata rinominata “luogo terzo” in quel contesto, dove erano presenti molte associazioni femminili, femministe e figure istituzionali di varie città europee. Perfino una proposta di trasformare il cimitero di Strasburgo in un grande parco dove incontrarsi, passeggiare, parlare, mi è sembrato, a dire il vero dopo un primo momento di sconcerto, un esempio della necessità di non perdere la memoria di sé, del proprio passato, non cancellare la storia, la vicenda umana singolare ma esemplare… «Città dei morti e dei vivi, quando i vivi si parlano veramente, fuori dai riti e dai sepolcri imbiancati dell’ipocrisia e della rimozione.»

Ho trovato un’assonanza con la mia esperienza. Per me è stato così, quando una decina di anni fa ho rielaborato il mio passato, nella Comunità di storia vivente, spazio transizionale per citare Wanda Tommasi (dal libro La carta coperta, Moretti&Vitali 2019), ritrovando una relazione con mio fratello, negazionista allora del cambiamento climatico, davanti alla tomba di famiglia. Ho dato vita con lui, dopo avere risvegliato la sua memoria, a un romanzo politico della storia italiana, a partire dall’osservazione delle fotografie di famiglia e dal mio interrogare in chiave soggettiva la nostra comune origine. Una storia sessuata, non di regime, che ha preso parola e forza dal varco creato dalla presa di coscienza, dal mio bisogno di narrare una storia soggettiva di libertà femminile, una storia che non oblitera l’esperienza e la relazione con la comune matrice: nostra madre, morta tragicamente nell’anno in cui l’uomo è andato sulla luna, in un tempo, prima della rivoluzione femminista, che non ammetteva la libertà di una donna di decidere il proprio destino. Un’epoca, gli anni Sessanta, non in grado di ascoltare la voce di una donna, la voce di una figlia, la voce di una madre che desideravano altro, coltivare la terra, in contrattempo con la modernità e il progresso, con la tecnologia e la scienza al servizio del capitalismo.