Qualcuno si è sorpreso e forse ha persino storto il naso quando il libro di Alain Touraine del 2006, “Le monde des femmes”, è stato pubblicato in italiano, tre anni dopo, come “Il mondo è delle donne”. Questa traduzione non del tutto letterale del titolo aveva potenti ragioni simboliche dalla sua, la prima delle quali era evitare che il discorso di Touraine fosse ingabbiato nello schema, che in effetti gli era in gran parte estraneo, secondo cui accanto al mondo degli uomini sarebbe l’ora di riconoscere l’esistenza di un mondo delle donne.
È lo stesso schema da cui, in questo numero di Via Dogana (primavera 2021), ci mette ancora una volta in guardia Lia Cigarini richiamando e sviluppando un’istanza che ha sempre guidato il pensiero della differenza: la politica delle donne non completa, non integra, non arricchisce e non si affianca alla politica degli uomini, ma le chiede di trasformarsi e di rimettere in questione i suoi assunti per divenire capace di una più profonda e più giusta civiltà. Naturalmente, questa idea vale perché con “politica delle donne” non si intende qualunque politica fatta da un essere umano di sesso femminile, ma una politica orientata da quell’amore per la libertà femminile, la cui essenza più profonda è l’amore femminile per la libertà e le sue condizioni di possibilità, tra cui un mondo vivibile per tutte le creature. In effetti, il libro di Touraine può esser letto come un’indagine su tutte le invenzioni pratiche e i contesti relazionali in cui questo amore femminile per la libertà si sviluppa e cresce, scoprendo anche le sue condizioni di possibilità e di ulteriore evoluzione.
Ciò nonostante, come dicevo, qualcuno non ha apprezzato il titolo italiano. Al di là del richiamato dovere di restare fedeli alla letteralità, a cui è fin troppo facile opporre il più profondo dovere di tener conto del contesto per non tradire o compromettere fin dall’inizio la comprensione dello spirito del libro, quali motivazioni possono stare dietro un certo scontento maschile di fronte a formule come “il mondo è delle donne”, ma anche “la politica è la politica delle donne” (celebre titolo del primo numero di Via Dogana, del 1991)?
Qualcuna risponderà che gli uomini non vogliono sentire ciò che quelle formule fanno valere e cioè appunto che tutto cambia e ha da cambiare quando entra in scena la libertà femminile (o, con una formula più difficile ma importante, la libera significazione della differenza femminile), per cui non basta stringersi un po’ affinché anche tale libertà possa trovare posto, sulla stessa panca.
Credo che sia una risposta parziale, che misconosce un punto molto rilevante. Per cercare di farlo vedere ho bisogno di compiere tre mosse. La prima mossa mi sarà facilmente accordata: nel momento in cui si dice, ad esempio con Clarice Lispector, “tutto il mondo dovrà cambiare” (“affinché io possa esservi inclusa”) è comprensibile che agli uomini sorga la domanda: “E noi?”. Questa domanda può sì prendere la forma: “Che ne sarà della nostra precedenza?” oppure la forma: “Che ne sarà del nostro potere?”, ma può anche significare: “Quale sarà il mio nostro posto in questo mondo nuovo?”, una domanda che tradisce chiaramente un’inquietudine che dovrebbe essere espressa piuttosto così: “Ci sarà un posto per noi in quel mondo?”. Ora, le prime due formule vanno effettivamente combattute e lo sono state: alla prima si è fatto osservare (ad esempio da Luce Irigaray) che quella precedenza, nonostante fosse alla base dell’ordine patriarcale, derivava dalla cancellazione di una precedenza ancora più originaria, per cui va semplicemente lasciata cadere come illegittima. Alla seconda formula, il movimento delle donne ha risposto invitando a liberarsi dall’incantamento verso il potere o almeno a interrogarlo per scoprirne le radici e coltivarle in maniera diversa, meno mortifera per le donne, per la natura, ma anche per la stessa creatività e felicità maschili. E alla terza formula, invece, quella in cui gli uomini si chiedono quale sarà il loro posto, se ce ne sarà uno, nel mondo messo al mondo dalla libertà femminile, cioè nel mondo in cui il figlio maschio non è più per diritto il preferito, a questa terza domanda che cosa è stato risposto?
Qui devo introdurre la seconda delle tre mosse annunciate, quella che per tanto tempo è stata la mia ultima mossa – lo è stata da quando ho cominciato ad occuparmi del pensiero della differenza e del suo significato per il lavoro teorico e pratico della filosofia. Questa mossa serve a spiegare perché è giusto e in un certo senso necessario che non siano le donne a rispondere alla pur legittima domanda degli uomini sul proprio posto. Questa non risposta è una conseguenza della pratica del partire da sé e del significato che le viene riconosciuto all’interno dello stesso discorso teorico del pensiero della differenza. L’idea è che non possano essere che gli uomini, partendo da sé e dunque praticando la parzialità, a prendere parola sul loro possibile posto, o meglio, sul loro desiderio e su ciò che del loro desiderio gli pare irrinunciabile nelle relazioni con gli altri e innanzitutto nelle relazioni con la libertà femminile.
Questa conseguenza deriva direttamente dall’affermazione capitale secondo cui i sessi sono due, affermazione che, diventa ogni giorno più urgente ribadirlo, non serve a contare e dunque a dire che non sono tre o quattro, ma serve a sottrarsi ai dispositivi concettuali e pratici dell’uno. Tale sottrazione, tuttavia, può essere intesa in due modi. Nel primo caso, come abbandono del tema dell’universale in quanto sarebbe inseparabile dal monologo dell’uno e dunque in quanto in realtà non sarebbe altro che uno strumento inventato dal sesso maschile per legittimare il sopruso della sua precedenza. Nel secondo caso, invece, il pensiero della differenza, nel sottrarsi all’uno, non cede sull’universale bensì complica l’accesso ad esso: viene barrata la possibilità di parlare immediatamente a nome dell’universale, quella possibilità che invece gli uomini hanno sempre attribuito a se stessi (la attribuivano all’essere umano, all’homo, per poi aggiungere che le donne, di tale essere umano, erano una realizzazione imperfetta per cui quella possibilità non era davvero aperta anche per loro – e se lo era, lo era solo previa cancellazione della differenza attraverso quell’altra figura neutralizzante che è l’individuo). L’universale diventa ora la mediazione, ossia, ciò cui è, forse e mai definitivamente, possibile accedere attraverso il confronto con gli altri e le altre, ossia praticando il partire da sé in uno spazio che si riconosce abitato anche dagli altri.
Questa seconda maniera, per me la più profonda, di collegare la differenza sessuale e l’universale, invece di fare di questo un mero strumento ideologico maschile, è l’unica che dà necessità al confronto tra i sessi (cioè che fa sì che la libertà di ciascun sesso non sia un chiudersi su di sé, praticando solo relazioni monosessuate). Ancor più profondamente, è l’unica che permette di distinguere tra il conflitto, cioè il fronteggiare l’altro sesso senza dare per scontata la complementarità finale dei desideri o degli interessi, e la guerra (dove si ammette la possibilità, se non l’ideale, di levare di mezzo l’altro). Per ciò che, con Irigaray, sto chiamando l’universale, si possono anche trovare altri nomi, l’importante è conservare la complicazione del discorso portata da questo elemento. Per come lo intendo, è ciò che Cigarini chiama “l’orizzonte (o la scommessa) più grande” e che le consente, ragionando a partire dal fatto che i sessi sono due, di riferirsi sempre anche alla giustizia.
Ora, se vale tutto questo, allora in effetti gli uomini non possono aspettare dalle donne, neppure dalle maestre, la risposta alla domanda: “Che ne è della nostra libertà quando la libertà femminile entra in scena?”. La risposta non può che venire dal partire da sé e dal libero scambio con le donne.
Come dicevo, per un certo numero di anni mi sono fermato qui, a queste due mosse, quella che mostra che l’affermazione della libertà femminile chiede (e comincia a generare) una trasformazione del mondo e quella che mostra che è giusto non cercare in quell’affermazione una risposta alla domanda degli uomini intorno alla trasformazione della loro libertà e alla verità del loro desiderio. Da qualche tempo, però, mi sono convinto che occorra aggiungere una terza mossa così da poter ragionare meglio su una certa impasse maschile a raccogliere la sfida portata dalla libertà femminile. Alla base di questa terza mossa c’è il rilevamento di una cosa evidente cui però non avevo mai prestato attenzione: se è vero che non spetta al femminismo della differenza determinare come gli uomini debbano o possano concretamente abitare lo spazio comune, è vero altresì che le formule che ho citato all’inizio, “il mondo è delle donne”, “la politica è la politica delle donne” ecc., non sembrano lasciare uno spazio alla risposta maschile, né tantomeno testimoniano un interesse verso tale risposta. Forse quei millenni di assenza delle donne dalla storia, di cui parla Carla Lonzi, sono millenni in cui si è accumulata in loro una tale sfiducia nei confronti di una libertà maschile non prevaricante e dunque di una creatività generativa da parte degli uomini, che oggi le donne, pur non parlando per l’altro sesso, non sono neppure inclini ad attendere le sue parole. Le donne vanno per la loro strada e quando finalmente gli uomini avranno smesso di ritirare fuori vecchie formule, si vedrà.
È un atteggiamento che si può ben capire, ma sta di fatto che agli uomini fa un effetto paralizzante. Perché? La mia ipotesi è che ingeneri un’ansia da prestazione, oltretutto raddoppiata dal fatto che la prestazione in questione non corrisponde a nessuna delle due che in quei millenni sono state messe a punto e cioè la seduzione di lei e il primeggiare nella gara virile con gli altri.
Per non farsi paralizzare da quest’ansia, la via lunga è quelli dell’analisi della differenza maschile e dell’allentamento delle sue meccaniche. È una via che si ispira al metodo dei gruppi di autocoscienza e che ha molte altre ragioni a suo favore, ma che per me come per altri ha un difetto che ce la rende impraticabile: obbliga a trascorrere davvero troppo tempo solo con altri uomini. Esiste un’altra via, più breve, per imparare e inventare una nuova pratica della libertà maschile all’altezza dell’amore femminile per la libertà e per le sue condizioni di possibilità? Io credo di sì, ma per spiegare a che cosa sto pensando, devo richiamare un ragionamento che Luisa Muraro ha sviluppato agli inizi degli anni ’90 in un articolo, “Differenza maschile e superiorità femminile”, che è stato ripubblicato nella nuova edizione delle sue Tre lezioni sulla differenza sessuale (Orthotes 2011) – in effetti la stessa idea è ripresa in maniera più sintetica ma anche più esplicita proprio nella parte finale della terza lezione.
Muraro prendeva le mosse dall’osservazione, fatta da Clara Jourdan, a proposito dell’invisibilità della differenza maschile agli occhi degli uomini: gli uomini hanno desideri e bisogni simbolici che non riconoscono né raccontano e che tuttavia condizionano i loro comportamenti. La differenza maschile non consisterebbe solo in quei particolari desideri e bisogni, ma anche nell’apparente impossibilità maschile di prenderne atto. La difficoltà degli uomini a riconoscere la propria parzialità, al di là delle semplici formule a buon mercato del pensiero dialogico (“questa è solo la mia opinione”, “secondo me”, “potrei sbagliarmi” ecc.), era ricondotta da Muraro a un’insicurezza simbolica che innanzitutto viene nascosta e poi sottoposta a una gestione mascherata che consiste, da un lato, nella gara virile e, dall’altro, nel disprezzo verso le donne e il femminile. In alternativa a questa seconda forma di gestione, che non dà vera misura, e a quell’altra che vorrebbe tirar le donne dentro la competizione con la scusa che sono anche loro degli individui, Murano proponeva di attribuire alle donne una superiorità. Precisava che tale proposta è da intendersi come l’introduzione di una sorta di regola di grammatica. Insomma, non è che Muraro allineasse i motivi di questa presunta superiorità per convincere gli uomini a prenderne atto: offriva piuttosto delle ragioni per adottare questa regola simbolica. Si tratta di una idea che mi ha subito parlato: grazie alla sua rivendicata formalità, ho sentito che ci sgravava da una fatica senza fine. Fare propria quella regola, tra le altre cose, significa accettare che il nostro è il tempo o il mondo delle donne e invece di preoccuparci che sia garantito per noi uomini un posto simbolico, provare a esserci, avendo fiducia che questo non apparirà alle donne come un motivo per rimetterci in riga e ricondurci a ruoli troppo stretti.
E così a questa regola quasi grammaticale della superiorità femminile ho continuato a pensare. Ho capito ad esempio che adottarla non coincide ancora col riconoscere autorità a una donna, tuttavia, rende possibile tale riconoscimento eliminando quell’ostacolo preliminare che è il disprezzo per l’altro sesso. Più di recente, ho inoltre capito un’altra cosa su cui vorrei concludere perché può aiutare a correggere un certo sbilanciamento che ho riscontrato nella conclusione del già citato contributo di Lia Cigarini per questo VD.
Dopo avere decrittato l’attuale disordine (il disorientamento, l’inefficacia e l’ingiustizia) della politica (maschile) come un “narcisismo sempre più sfrenato” di uomini che “non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità che era divenuta necessaria”, Cigarini avanza l’idea che la relazione materna, che è divenuta, grazie al femminismo, “figura di mediazione tra donne”, possa portare ordine simbolico anche nelle relazioni degli uomini con le donne. Per sviluppare questa idea, però, cita anche un famoso cantante che pare abbia detto che se si ha un sano rapporto con la madre, allora poi si rispettano le donne. Ecco è questo sviluppo che mi pare debole. Il cantante in effetti sembra ignaro di quel che ci ha insegnato Freud sulla sessualità maschile e “la più comune degradazione della vita amorosa”: perlomeno un certo amore per la madre (che si trasferisce poi sulla madre dei propri figli) è del tutto compatibile con il disprezzo verso le donne del desiderio. Per questo, non basta invitare o richiamare gli uomini all’amore e alla riconoscenza verso le loro madri per portare ordine simbolico nei loro rapporti con l’altro sesso. Semmai, sarà un rinnovato rapporto con le donne a correggere e a rendere meno parziale l’amore per la propria madre. Ma allora torniamo al punto di partenza: come incamminarsi verso un rinnovato rapporto con le donne?
Prima ho mostrato come tale domanda vada tradotta in quest’altra: che cosa può significare concretamente adottare la regola grammaticale della superiorità femminile? Ora Cigarini suggerisce che la risposta debba dare un posto importante alla relazione con la madre come figura di mediazione tra donne. Penso che abbia ragione, ma con questa aggiunta: la relazione alla madre cui gli uomini devono imparare a dare riconoscimento simbolico non è solo quella con la loro madre, ma prima ancora quella delle donne alla propria madre. È questa la relazione con la madre che il patriarcato ha rimosso (lasciandole giusto lo spazio di una trasmissione di competenze misconosciute nella loro importanza) ed è dunque questa la relazione cui non abbiamo imparato a riconoscere valore. La prima volta che ho colto, come in un’intuizione, questo punto, l’ho formulato scherzosamente così: l’ordine simbolico della madre diventa per gli uomini innanzitutto l’ordine simbolico della suocera. È uno scherzo perché le donne con cui dobbiamo imparare a relazionarci non sono solo le nostre mogli o compagne. Tuttavia, è uno scherzo serio perché tutti (persino il Papa) ci permettiamo di fare ironia sulle suocere. Questa ironia, tanto banale quanto tenace, si radica forse sulla nostra difficoltà di accettare che la libertà femminile viene davvero al mondo quando riconosce di avere una fonte e una misura che non sono gli uomini.
Ecco, dunque, la domanda che ci aiuta a vedere a che punto siamo arrivati nell’invenzione di mediazioni per dare autorità a una donna e, in generale, per entrare in relazione con la libertà femminile: quanto siamo capaci di farci da parte affinché quello spazio di riconoscenza e contrattazione femminili, chiamato ordine simbolico della madre, possa generare i suoi effetti trasformativi in questo mondo che è innanzitutto delle donne?
Nomadland, il film di Chloé Zhao, indiscusso vincitore di premi nei festival, dal Leone d’oro a Venezia ai Golden Globe, dai Bafta Film Awards inglesi fino agli Oscar, solo per citare quelli più famosi, nasce da una forte relazione di fiducia e da una stretta collaborazione fra la regista e la sua protagonista, l’attrice Frances McDormand.
All’uscita del libro Nomadland (2017) della giornalista Jessica Bruder – un’inchiesta sulla vita degli americani “nomadi” durata più di tre anni e quindicimila miglia di guida su un camper, da costa a costa, dal Messico al confine canadese – Frances McDormand comprò i diritti per la realizzazione di un film che affidò a Chloé Zhao di cui aveva apprezzato i precedenti lavori e in particolare il film The Rider (2017), storia di un giovane cowboy della tribù dei Lakota che vede infrangersi il suo sogno a causa di un incidente.
In un’intervista sul Venerdì di Repubblica del 9/4/21 Cloé Zhao così racconta: “Francis non mi ha soltanto scelto, ma mi ha aiutato con la sceneggiatura e ha coinvolto nel progetto alcuni suoi amici, come David Strathairm – unico attore professionista oltre McDormand – che interpreta un altro bastonato dalla vita”.
Fern, il personaggio-guida del film, è una sessantenne che dopo la morte del marito e la perdita del lavoro è costretta ad abbandonare la casa in cui aveva felicemente vissuto e la sua cittadina, Empire nel Nevada, come migliaia di altre vittime della grande recessione del 2008 e della crisi dei mutui subprime. Si compra un van, non certo di prima mano, che battezza “Vanguard” e arreda con le cose a lei più care e si mette sulla strada, lasciando il resto dei suoi pochi beni in un deposito.
Lavora saltuariamente percorrendo migliaia di chilometri all’anno, spostandosi da uno stato all’altro. Nel suo viaggio incontra persone come lei “nomadi”: vivono di lavori precari e si portano addosso storie dure, vite difficili che a volte sono disposte a raccontare attorno ad un fuoco, in uno dei tanti luoghi dove sostano e si scambiano notizie e oggetti creando relazioni di aiuto reciproco.
Nell’impianto del film è da sottolineare l’accurato lavoro di scrittura e di montaggio di Chloé Zhao per assimilare e armonizzare la storia di Fern, personaggio di fantasia, alle storie vere delle/i nomadi che il film vuole raccontare. Ecco Linda May che recita se stessa affiancando Fern come compagna di lavori precari. Anche lei si è ritrovata sulla strada, dopo una vita trascorsa a lavorare, con una pensione che non le permette la sopravvivenza. Oppure Swankie che insegue il suo ultimo desiderio compiendo un viaggio alla ricerca della bellezza e del contatto con una natura che sente generosa e miracolosa; oppure Bob Wells, un predicatore, per il quale il viaggio è una missione, un mettersi al servizio degli altri bisognosi come incessante ricerca di rincontro con il figlio suicida, per mantenerne viva la memoria.
Lo sguardo della regista si sofferma con frequenti primi piani su questa umanità sofferente, ma anche piena di energia, di forza e di dignità; un’umanità buttata fuori dalle crepe, dai buchi del capitalismo che in una paurosa contraddizione continua a produrre beni e creare bisogni, ma come un mostro distruttivo, è incapace di soddisfare quelli primari: una casa, il lavoro, la salute.
È un film che racconta dello smarrimento delle persone, del non sentirsi parte di un qualcosa, del non avere radici. Sentimenti che la regista stessa conosce bene e qui il racconto si fa personale, sulla propria pelle. Nata a Pechino, ha studiato a Londra e a New York, dove vive, ma preferisce i grandi orizzonti che la fotografia del film riproduce splendidamente, i grandi spazi di pianura del Sud Dakota delle comunità degli indiani Sioux, dove ha vissuto per parecchio tempo, trovando un contatto con la natura che mai prima aveva vissuto.
I paesaggi attraversati da Fern nel suo viaggio, raccontano questo bisogno, suo e delle/i nomadi. Dal Nevada alle Badlands del Sud Dakota, dal Nebraska all’Arizona fino ad arrivare all’oceano in California e giocare con le onde o abbracciare le millenarie sequoie di S. Bernardino, il viaggio diventa una necessità, un ritrovarsi, un ricongiungersi con il sé, con i pezzi della sua vita: labambina audace e determinata di un tempo, la vita vissuta felicemente con Bo e la sua perdita. Un ritornare al proprio passato per poi definitivamente lasciarlo andare per buttarsi nel presente, in
quella vita nomade che ormai è la sua.
Un’indimenticabile ritratto di donna in cammino per necessità ma non solo. Voglia di libertà, di orizzonti più ampi, senza confini né limiti, fuori dai disastri della società dei consumi, dell’apparenza e dei falsi bisogni.
Come i suoi paesaggi aridi e pietrosi il film si mostra essenziale nei dialoghi, scarni, e forte nelle emozioni poco raccontate: uno sguardo, un gesto, un atteggiamento bastano.
Tutto questo la regista me lo ha trasmesso intensamente insieme al rispetto e all’empatia per quel mondo e i suoi personaggi.
Nella riunione di VD3 di domenica 18 aprile ho consentito con la visione di Lia Cigarini sulla politica della differenza come politica unica, di donne e uomini, con la mediazione – che il femminismo ha rafforzato con la relazione tra la madre e la figlia – che la madre esercita con il mondo degli uomini.
Spero di avere capito bene.
In effetti le donne hanno padri fratelli mariti e figli (maschi) per cui sono naturalmente in legami profondi con i maschi. Trasmettere questo sapere e competenza e disinvoltura alle figlie è frutto da tramandare. Consaputo possibilmente, come il femminismo permette.
Nella attuale cultura occidentale e forse mondiale in cui i maschi, con la ideologia della uguaglianza o almeno della parità, intendono annullare la differenza sessuale (non sto a specificare come si riduca a essa ideologia della uguaglianza la pluralità delle differenze: ultima loro tecnica per annullare l’unica differenza materiale, genere e specie, che ci riguarda) un bell’esempio ieri ce lo ha offerto la nostra politica casereccia, in cui il padre di un ragazzo, presunto stupratore con gruppo, lo difende attaccando insieme la ragazza vittima.
Niente so. C’è un video, e c’è una avvocata della vittima che lo avrà visto, a difenderla.
Ma vorrei porre la questione sul piano di parità e differenza.
La ragazza partecipa a una festa con altri amici. Questi a un certo punto “sforzano” un rapporto sessuale di gruppo nei suoi confronti.
Tesi difensiva dei maschi: erano tutti insieme, amici, uguali, il rapporto sessuale non è violenza, c’è accordo.
Tesi accusa: la differenza esiste, amici in uguaglianza fino al punto in cui comincia la violenza.
Voglio vedere come la bravissima avvocata, non troppo femminista, si servirà dell’argomento uguaglianza/differenza.
In effetti, alle magnifiche (senza ironia) argomentazioni di Lia, Rinalda Carati ha opposto, nel suo intervento, che sussistono contraddizioni reali: in una politica unica della differenza che ancora è tutt’altro che governante grazie alla mediazione della madre.
Per altre mie esperienze personali sono d’accordo con Rinalda.
Anche se d’altra parte so, nel mio rapporto con figli maschi, che quella mediazione – in parte! – funziona.
Affermare che è il momento, per le donne, di farsi avanti, di entrare ‘di peso’ in tutte le questioni che riguardano il vivere e la società può sembrare un azzardo, specie nei tempi difficili che ci impone la pandemia. Eppure ogni giorno noto avvenimenti dove mi sembra che questa direzione sia già tracciata e in parte operante. Sempre più donne, spesso giovani donne, occupano posizioni di grande rilievo e di potere nelle istituzioni pubbliche e private, nella produzione di beni e servizi, nella ricerca medica, quella tecnologica e nei media. Possono davvero influire su come orientare il futuro.
Questa avanzata delle donne così significativa non dovrebbe sorprendere più di tanto. È il risultato di ciò che il movimento femminista ha avviato a partire dagli anni ’70: una presa di coscienza femminile che ha portato sia a nuovi comportamenti nel rapporto uomo-donna, sia a importanti leggi volte non tanto a dare diritti, ma a togliere pesanti divieti patriarcali (il divieto di controllare le gravidanze con gli anticoncezionali o di rifiutare una maternità indesiderata, il potere indiscusso del pater familias, l’impossibilità di sciogliere il legame matrimoniale, l’adulterio considerato reato solo per le donne, l’omicidio e la violenza verso donne legalizzati… e altro ancora).
Questo ha portato le giovani di allora a volere l’autonomia economica – da qui l’entrata massiccia nel mondo del lavoro – e a desiderare di dire la propria sui destini della società.
Un fatto così eclatante poteva forse non riverberarsi sulle figlie che, oltre alla grande relativizzazione dell’autoritarismo paterno, hanno trovato davanti a sé esempi di madri che hanno affermato l’indipendenza e si sono poste verso il femminile in maniera valorizzante (a fronte di una lunga storia dove il più delle volte tra madre e figlia c’era svalorizzazione e conflitto)?
Ecco, io penso che oggi siamo a questo punto, con una presenza femminile – di giovani e meno giovani – fortemente determinate a non accettare più di essere invisibili o assenti nella dimensione sociale/extra familiare. In tutto ciò favorite, le più giovani, anche dall’alta scolarizzazione e dai risultati brillanti, più brillanti di quelli dei maschi. Perché le donne sanno – consapevolmente o meno – che lo studio/la conoscenza è una potente arma di riscatto. Non a caso tanto è stato fatto e ancora si fa nel mondo per vietare alle donne di andare a scuola!
Si pone però una questione: cosa portiamo nella società? Emerge un punto di vista femminile di fronte ai drammatici problemi che il presente ci consegna (disuguaglianze mondiali, guerre, crisi climatica, ecc.)?
Qui il mio ottimismo rischia di farsi più incerto, forse perché la cronaca, specie quella che ci mostra il modo di procedere delle donne impegnate nella politica istituzionale, ci offre uno spettacolo desolante di battaglie per essere ‘in quota’, di incapacità a mettersi insieme per contare, di scarso o nullo riferimento ai contenuti che il movimento femminista ha finora elaborato.
Tuttavia, nonostante questo sentimento un po’ debilitante, come dicevo ritengo che oggi sia proprio il momento di farsi avanti e far valere quel patrimonio di conoscenze che abbiamo accumulato e che ogni giorno arricchiamo attraverso la nostra esperienza e il confronto tra donne.
Ci sono due questioni – tra le tante sulle quali abbiamo cose molto importanti da dire e da realizzare – che desidero qui sottolineare. Una riguarda il lavoro, l’altra il concetto/l’idea di parità.
Per quanto riguarda il lavoro, se per qualche aspetto la pandemia fa temere trappole e pericolosi arretramenti per le donne, per altri si sta rivelando come un momento politico molto interessante. Mai come ora si è parlato di lavori indispensabili che le donne svolgono: nella sanità, nell’istruzione, nei servizi alla persona, nella distribuzione. Nello stesso tempo, il lavoro trasferito nelle case con lo smart working ha svelare l’intreccio che c’è tra lavoro per il mercato-retribuito, e lavoro domestico-familiare. E, cosa ancora più importante, ha mostrato l’imprescindibile funzione di ‘perno’ che le donne svolgono nel tenere insieme questi due mondi.
Proprio perché le due facce del lavoro – quello per il mercato e quello domestico-familiare, genericamente definito ‘di cura’ – e l’iniqua ripartizione tra uomini e donne sono diventati così evidenti, oggi si presenta l’occasione di mettere in discussione la storica divisione del lavoro su base sessuale.
Questa esperienza femminile del lavoro (esperienza del ‘dentro’ e del ‘fuori’ per usare un’espressione antica) non va vista come uno svantaggio, ma come la fonte di un punto di vista potente che rimette in ordine le cose. Per dirla con Ina Praetorius:“Ci consente di pensare all’economia in una prospettiva post-patriarcale, annullando la bipartizione tra sfere alte e basse, primarie e secondarie” (Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011).
Come sostenevamo già 10 anni fa nel Manifesto “Immagina che il lavoro” della Libreria delle donne, vogliamo/possiamo cambiare la definizione stessa di lavoro: lavoro non è solo quello per il mercato. Il lavoro è molto di più. È tutto il lavoro necessario per vivere.
Portare avanti questo concetto vuol dire sottolineare come il nesso vita-lavoro riguardi tutti, uomini e donne. Non si tratta di ‘conciliazione’, dove il soggetto implicito è sempre lei, la donna e il quadro di riferimento economico e organizzativo rimane immutato. La prospettiva è quella di un ’change’ profondo, è la chiamata in causa precisa e circostanziata degli uomini e del costrutto socio-economico pensato esclusivamente in chiave maschile.
Se il lavoro è una specie di cartina di tornasole dove il punto di vista femminile può emergere con grande nettezza e portare cambiamenti di grandi dimensioni, c’è una questione ancora in parte dominante oggi che invece porta confusione e rischia adi annullare proprio il punto di vista delle donne. È la questione della “parità di genere”. È Il mantra della parità, il linguaggio della parità.
Perché le donne, soprattutto quelle impegnate nella politica e nei media, ma anche in gran parte le giovani, inquadrano desideri, richieste, conquiste di libertà femminile come conquiste di parità? Perché resta fisso nella mente il punto di riferimento maschile come obiettivo da raggiungere? Dove va a finire l’irriducibile differenza di essere di sesso femminile e l’esperienza storica che non è solo di sottomissione, ma è anche sapere, conoscenza, appunto quel punto di vista che per secoli è stato assente o silenziato?
Mi sono data due spiegazioni che spesso interagiscono tra loro.
La prima è che si tratti di una povertà di linguaggio. A questo riguardo ho in mente soprattutto le giovani, la maggior parte ignare di ciò che il femminismo ha elaborato finora e sensibili al linguaggio sintetico-semplificato-sloganistico dei mass media. Il che non vuol dire, necessariamente, che aspirino ad essere come gli uomini/fare come gli uomini. In realtà il più delle volte vogliono realizzarsi, fare un lavoro che piace, costruire una vita armoniosa e non subire discriminazioni perché donne. In un certo senso, e lo dico con tenerezza, non hanno le parole per dirlo visto che nella pratica non sono affatto mimetiche e raramente hanno come ideale i coetanei maschi.
La seconda spiegazione, che attribuisco maggiormente alle donne impegnate nella politica e nei media, è che l’arroccamento intorno alla “parità di genere” in realtà vuol dire tacitare il conflitto tra i sessi, che invece c’è, e delegare alle leggi il compito del cambiamento. L’azione in questo caso si focalizza infatti prevalentemente su interventi normativi parificatori, cioè sul produrre leggi che eliminerebbero la distanza tra uomini e donne in termini di diritti. Rimuovendo nel medesimo tempo la differenza sessuale come se fosse un elemento ininfluente, marginale, privo di conseguenze.
Ci sarebbe piuttosto da chiedersi perché le norme a tutela delle donne, che in Italia non mancano (dalla Costituzione, ai diritti civili, alle leggi di parità e pari opportunità) abbiano così poca efficacia, non vengono applicate e sono poco utilizzate dalle donne stesse.
Il fatto è, ed è noto, che le leggi non bastano e arrivano quasi sempre dopo, cioè ratificano qualcosa che già si sta installando nella società. In più, nel caso di noi donne, la legge fa i conti con un sedimentato materiale e culturale millenario rispetto al quale solo la presa di coscienza di che cosa significa e quali sono le conseguenze della gerarchia sessuale che si è imposta nel mondo potrà davvero imprimere quel cambiamento di libertà a cui le donne aspirano.
Resta aperta dunque la questione del “come” farsi avanti – in termini di pratica politica e di contenuti – rispetto alla quale penso che (anche) il femminismo storico abbia molto da dire a da far sapere.
Il potere, ci ha ricordato Dominijanni, tende a consolidarsi e a cercare di occupare tutta la scena mentre l’autorità consiste nel produrre una trasformazione continua di sé e dell’altra/o in modo relazionale, quindi è mutevole e quasi invisibile.
Quali possono essere i modi per mostrare le pratiche di autorità perché non si creda che tutto il vivente sia occupato dal potere e perché cresca autorità femminile nel mondo?
Innanzi tutto ho imparato a riconoscere i passaggi che rendono possibili alcuni miei successi e trovare forme contestuali per raccontarli. Il mio desiderio è legato al fare al meglio quello che è necessario sia fatto da me, mettendo in gioco quello che so fare e sviluppando quello che potrei fare. Si rafforza l’impegno e le mediazioni per realizzare quel progetto condiviso perché lo considero parte del progetto più grande del cambio di civiltà. Lo penso come occasione perché le relazioni che via via si intrecciano facciano crescere la mia libertà generativa e quella di altre coinvolte (o anche altri). Oso proporre ma non impongo a chi lavora con me quello che ritengo più opportuno, motivo le mie proposte e cerco soprattutto condivisione e possibilità per ciascuna di dare il meglio di sé. Sto indietro se l’altra è più adatta, non cerco che appaia tutto quello che faccio per la buona riuscita. In questa fase sono importanti i riconoscimenti verbali e scritti, duali e nel gruppo di lavoro, offerti e ricevuti, in cui nominiamo ciò che ciascuna vede del contributo dell’altra. Quando il progetto è realizzato rimane la ricchezza della relazione e rimane aperta la possibilità di proporci l’una all’altra nuove occasioni.
Quando un’altra (o un altro) mi fa complimenti per la buona riuscita, racconto i passaggi che l’hanno resa possibile perché non creda sia frutto di straordinarie doti personali ma veda cammini percorribili. Graziella Bernabò mi è stata maestra di consapevolezza con i suoi racconti sui modi sempre attenti e relazionali con cui lei ha creato le biografie di Antonia Pozzi ed Elsa Morante e i molti incontri prima e dopo su queste due scrittrici.
Se una si rivolge a me per una pratica di scrittura in relazione è perché interessa a entrambe che il testo riesca a dire il nuovo che lei cerca di dire e che venga reso pubblico. In questi casi offro le mie osservazioni, prima e durante la scrittura, sia su ciò che risuona in me e su ciò che mi è oscuro, sia su come è espresso, incrociando il tutto con le mie esperienze di vita. La premessa è sempre: io sarò sincera, tu chiedi se non ti convinco ma poi sei libera di trasformare il testo in modo che corrisponda alla tua verità.
E questo è ciò che cerco anche quando mi confronto su quello che sto scrivendo.
Il modo con cui rendere visibile la scrittura in relazione varia: dalla doppia firma ai ringraziamenti con una frase precisa nei libri, a una nota, a un inciso nel testo, a un discorso in pubblico, a un riconoscimento in un piccolo gruppo o temporaneamente tra noi due, forme che rendono viva e visibile la circolarità del dono di origine materna (Genevieve Vaughan) e aperta la possibilità di nuovi scambi anche con altre, facendo crescere, in questo caso, l’autorità autoriale femminile.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 “La politica delle donne è politica“, 18 aprile 2021
A dire la verità, io per tutta la vita mi sono tenuta alla larga dalla politica istituzionale, anche quando mi è capitato di ricevere offerte al riguardo. La sentivo respingente per la macchinosità, le forme codificate fin nel linguaggio, i rituali… Neppure amavo seguirla sui giornali, annoiata dal continuo teatro monosex. Solo da poco si è risvegliato in me un interesse a seguirla, da quando, soprattutto sulla scena internazionale, sono comparse ai massimi vertici donne che sembrano puntare più sull’autorità che sul potere.
È un cambiamento inaspettato che apre a molte questioni da interrogare e approfondire sul piano teorico e politico, e che ripropone pressantemente un’interlocuzione con gli uomini: siamo, infatti, in una transizione di civiltà in cui tutto si muove e si evolve rapidamente.
Gli elementi in gioco sono: la politica, il potere, l’autorità. È necessario riprenderli in mano e distinguerli, uscire dalle identificazioni e dalle confusioni, per trovare altre combinazioni possibili che aprano a effetti di libertà e non di dominio.
Per quella mia sensazione respingente ho trovato una spiegazione nelle parole di Diana Sartori quando argomenta che con la modernità si è affermata una visione artificiale della politica e intende con questo lo Stato come macchina artificiale, regolata da tecniche di potere. Maschile. Citando Hannah Arendt, Sartori dice che la quintessenza della condizione umana è la terra, la nostra natura terrestre, ed è la negazione di questa condizione, il desiderio di “evadere dalla prigione terrestre” che porta a sostituirla con qualcosa di “artificiale”, perché così, essendo fatta da noi umani, è più controllabile e dominabile. Questa è per Diana Sartori, in Indizi terrestri, la matrice di quel modo di pensare la politica e il potere identificandoli e riducendo sia l’una che l’altro alla logica mezzi-fini dell’agire strumentale e del dominio.
Mi sembra che oggi l’identificazione tra politica e potere sia diventata un campo di battaglia, la cui posta in gioco è quella di sciogliersi da un abbraccio mortifero per andare verso qualcos’altro che è tutto da costruire. Per lo meno a considerare le vicende del più grande partito del centro sinistra italiano che su questa questione ha visto prima le dimissioni del segretario che “si vergognava del suo partito che da 20 giorni si occupava solo di poltrone”; e poi il discorso di apertura del nuovo segretario che ha affermato: “se diventiamo il partito del potere moriamo”, e ha chiesto di diventare un partito aperto.
Quanto sia mortifero esaurire la politica nella lotta per il potere e la distribuzione delle cariche è questione che riguarda – o almeno dovrebbe riguardare – anche le donne di quel partito. Nel dibattito seguito alla mancanza di ministre PD nel governo Draghi, da più parti sono infatti arrivate critiche che riguardavano proprio l’avere “la stessa vocazione governista tipica dei maschi” (Gad Lerner, Le lacrime delle donne PD, “il Fatto Quotidiano”, 17 Febbraio 2021 ) oppure lo stare “aggrappate come ostriche” alle correnti. (Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi, Una rivolta già (troppo) vista, “DeA | Donne e Altri”, 19 Febbraio 2021 ). Anche nello scontro successivo tra Debora Serracchiani e Marianna Madia per il ruolo di Capogruppo alla Camera, si è riproposta la questione, e in modo ancora più grave, se accettiamo la lettura di Nadia Urbinati che vede le donne diventare “segnaposti” delle fazioni guidate da uomini (La faida Madia-Serracchiani ci dice poco sulle donne ma molto su cos’è il PD, “Domani”, 29 marzo 2021 – ).
La domanda da porci e da porre alle donne che vogliono giocarsi su quel terreno è: perché accontentarsi di fare le replicanti dei politici maschi quando a portata di mano c’è la scommessa più grande di aprire strade fino a ieri impensate in quei territori? Di cambiare l’idea stessa di politica e di potere? E subito dopo chiederci: come rendere praticabile questa scommessa?
Intrecciata con questa, l’altra questione che attraversa la vita associata è quella dell’autorità, o meglio della sua mancanza e della sua confusione con il potere. Hannah Arendt dice che l’autorità è “scomparsa dal mondo moderno” e in effetti vari intellettuali che oggi parlano della sua crisi continuano a pensarla solo intrecciata con il potere. Marramao, per esempio, ha fatto come diagnosi del presente “La ‘crisi di autorità’ di una élite che, incapace di essere ‘dirigente’, si è ormai ridotta a pura dominatrice e detentrice della ‘forza coercitiva’” (Gli effetti violenti di un potere privo di autorità, “il manifesto”, 21 gennaio 2021 ). Ma il fenomeno nuovo è che anche “qualche maschio – come nota Alberto Leiss – persino tra quelli che sono immersi nella logica e nel linguaggio dell’informazione e della politica istituzionale, si accorge di quanto pesi in ciò che accade la dialettica dei sessi, e in particolare la crisi dell’autorità specificamente maschile di cui siamo tutti e tutte spettatori e spettatrici”. (Uomini che se ne accorgono, “il manifesto”, 26 gennaio 2021).
È questo il punto: la crisi riguarda l’autorità maschile. Storicamente per gli uomini autorità e potere si confermano reciprocamente e l’autorità ha assunto una forma gerarchica che poggia sulla non libertà di chi vi è sottoposto. Il modello è stato il pater familias. Io, avendo avuto un padre autoritario, lo so bene e ne porto ancora le cicatrici. Ora però quell’autorità gerarchica si è disfatta. Come scrive Marcel Gauchet in La fine del dominio maschile,si è liquefatta la figura paterna che “era il punto nevralgico del dispositivo, avendo il compito di garantire l’articolazione tra la cellula familiare e l’organismo sociale” (p. 29).
Secondo Arendt – e io sono d’accordo con lei – gli esseri umani hanno bisogno dell’autorità, le comunità hanno bisogno di autorità. Penso che oggi la pandemia abbia accentuato questo bisogno. Dobbiamo poterci fidare di chi si occupa di scienza e di medicina. Attualmente il riferirsi alla comunità scientifica è diventato parte integrante delle scelte politiche del governo. La ricerca di autorità è ipotizzabile come movente anche in scelte politiche recenti quali Draghi come presidente del consiglio e Enrico Letta alla guida del PD. Molto hanno pesato il prestigio e il credito di entrambi. Ma queste scelte rischiano di essere illusorie o di conservare l’esistente se non si avvia una profonda e radicale trasformazione della vita politica.
Sulla politica e sulla distinzione tra autorità e potere molto si è pensato e praticato nel femminismo della differenza, a partire da una scelta di fondo che è stata quella della distanza dal potere. Scelta che ci è stata spesso rimproverata e che oggi sembra da rimettere in discussione. Io penso che non va rinnegate, ma ripensata al presente, secondo quanto dice Luisa Muraro, nel volume di Diotima Potere e politica non sono la stessa cosa: la distanza si esprime oggi nell’indipendenza simbolica dal potere. E aggiunge: “a questa non si arriva senza il lavoro della presa di coscienza e senza la pratica del partire da sé. Che vuol dire: mettendo fine alla cieca identificazione di sé con il centro di gravitazione di tutto e mettendo al centro lo scambio tra sé e le-gli altri” (p. 10)
Questa presa di coscienza è indispensabile e, se guardiamo alla scena politica internazionale, ci sono segni che si stia diffondendo, perché ci sorprende positivamente il fatto che alcune donne ai vertici del potere mettano al centro lo scambio con le altre e gli altri, come risulta dall’intervista a Christine Lagarde pubblicata da Io Donna (Christine Lagarde: “Ho le doti delle donne: sono paziente e inclusiva”, di Alison Smale and Jack Ewing, 3 gennaio 2021 – ).
Dunque quella scelta fatta ormai cinquant’anni fa ha portato guadagni significativi che si possono rigiocare nel presente per la trasformazione della vita pubblica. Dell’autorità, infatti, il femminismo della differenza, in questi decenni, ha elaborato non solo l’idea, ma anche le pratiche politiche. La pensa come una qualità della relazione che si gioca in un rapporto diretto, costruito sulla fiducia e la stima. Io stessa da molto tempo mi muovo nel mondo consigliandomi con un’altra di cui mi fido, riconoscendo ciò che di meglio ha l’altra, e a mia volta accettando di essere di supporto per il desiderio di un’altra.
Proprio perché c’è autorità oggi è possibile tenerla in combinazione con il potere in un gioco consapevole.
Anche il potere c’è. Non è possibile espungerlo dalle nostre vite, per come sono strutturate le nostre società. È il caso invece di prendere coscienza del potere che si detiene, almeno per la posizione che si occupa nella vita associata. Io ho fatto l’insegnante per tutta la vita e so bene che l’insegnante ha a disposizione una certa dose di potere, può bocciare o promuovere, per esempio. Dalle relazioni di potere non sono certo escluse le associazioni volontarie o i luoghi delle donne. Come redattrice di Via Dogana so che ho il potere di pubblicare o rifiutare un articolo.
In ogni situazione sociale in cui ci troviamo possiamo agire prendendo la strada del potere connaturato alla funzione – e così facendo si perpetua la struttura esistente –, oppure aprirsi alla politica, così come l’hanno pensata e praticata le donne, intesa come trasformazione di sé e del reale. Si può agire a partire da sé e nello scambio con altre e altri in qualunque luogo ci si trovi a essere, che sia una scuola di periferia, un’università, un’azienda, un’associazione di volontariato, un partito, il consiglio comunale o il consiglio dei ministri. Come ho potuto sperimentare nel movimento di autoriforma, che ho contribuito a creare, significa anche aprire conflitti su ciò che non va, costruendo reti allargate di scambi a livello nazionale.
Proprio da queste esperienze di pratiche condivise nella scuola e nell’università, è scaturito il massimo di autorità con il minimo di potere. E forse non è un caso perché l’insegnamento è il contesto in cui è più forte il bisogno di autorità.
Vuol dire che non ci sono due scene, una per l’autorità e una per il potere, una buona e l’altra cattiva, ma una sola scena, quella pubblica, in cui autorità e potere stanno insieme in una combinazione sbilanciata, sempre variabile, con un punto di leva che permette il gioco.
Nella mia esperienza il punto di leva è stato esserci con la mia soggettività. Per una donna, quindi, si tratta di portare nel luogo dell’esercizio del potere, piccolo o grande che sia, l’essere donne, l’essere quella donna lì, con le proprie modalità e il proprio desiderio. Questa mossa apre a un’alchimia in cui si fa spazio per la libertà, la propria e quella di chi condivide la situazione: può essere un piccolo gruppo come è una classe scolastica oppure gruppi e situazioni molto più ampie, fino a un intero popolo. Io l’ho verificato di persona un gran numero di volte nelle mie classi e nell’autoriforma, ma lo vedo anche in donne che gestiscono la vita pubblica. Se guardiamo in quest’ottica l’arcinoto esempio della gestione della pandemia in Nuova Zelanda, notiamo subito che la presidente Jacinda Ardern si è presa la libertà di dire e mettere in atto quello che lei riteneva un buon modo di affrontarla e questo ha permesso alla popolazione di aderire consapevolmente alla sua proposta. Un altro esempio di combinazione sbilanciata dalla parte dell’autorità è quello della ministra del lavoro del governo spagnolo, Yolanda Diaz, che in poco più di un anno ha portato a casa notevoli risultati, l’ultimo riguarda i rider che sono diventati in Spagna ufficialmente lavoratori dipendenti. Il giornalista, Luca Tancredi Barone, parla di lei con ammirazione e della sua gestione annota: “Sempre con fermezza e con il sorriso, senza mai una parola fuori posto, senza che nessuno dei negoziatori, né dalla parte dei sindacati, né della confindustria, si alzi mai dal tavolo delle trattative”. (In Spagna i rider diventano ufficialmente dipendenti, “il manifesto”, 12 marzo 2021).
Penso che il criterio del massimo di autorità con il minimo di potere possa essere accolto anche dagli uomini. Non solo da quelli che insegnano, come è già successo nell’autoriforma gentile, ma anche da uomini impegnati nella vita pubblica, proprio perché qualcosa sta veramente cambiando. E, come si sa, i fatti di natura simbolica possono mutare molto rapidamente.
Marcel Gauchet parla della fine del dominio maschile come di una “rivoluzione tranquilla” in cui anche “i presunti perdenti hanno guadagnato” e sostiene che “la verità è che questa fine ha rappresentato la liberazione di un fardello anche per loro” (p. 49). In effetti analizza come nella modernità, a differenza di altre epoche, la dimensione del pubblico sia diventata il tratto distintivo della maschilità e che sia “un ideale particolarmente esigente, visto che nella ricerca del bene comune o nel compimento della missione loro affidata chiede ai titolari di tali funzioni di astrarsi il più possibile da se stessi”.
Penso quindi che uscire dalla serialità burocratica e dalla ripetizione, tornare ad esserci con la propria soggettività e parzialità, con le proprie caratteristiche umane, può essere liberante e avvincente per uomini che hanno a cuore il mondo.
Mi azzardo a dire che ho intravisto qualcosa di questa alchimia nel presidente del consiglio Giuseppe Conte nel passaggio dal primo al suo secondo governo. Sotto la pressione della pandemia ha perso parecchi dei suoi tratti di esercizio burocratico e notarile del potere e ha messo in gioco più se stesso e questo gli ha fatto acquistare maggior credito, anche ai miei occhi.
In passato a una politica contestuale che partisse da sé e fosse trasformativa attraverso le relazioni sono state rivolte le accuse di essere impolitica o prepolitica. Ora invece vedo in atto una trasformazione dell’idea stessa di politica nella direzione presa dalle donne cinquanta anni fa.
Un segnale importante di questo processo viene da una storica, Silvia Salvatici, quando, parlando della Conferenza di Pechino (1995), sostiene che l’empowerment femminile “non voleva dire portare semplicemente le donne nei luoghi costituiti del potere. Ma portare il potere nei luoghi delle donne: associazionismo, società civile, reti. Il primo tipo di empowerment è un cambiamento importante, ma non è ancora quella trasformazione dell’idea di politica che è storicamente il valore più profondo dell’impegno civile e pubblico delle donne” (intervista in È stato il decennio del #Metoo. Ma le donne riusciranno a cambiare il potere? di Elena Tebano, 27esimaora.corriere.it, 5 marzo 2021 – ).
Forse anche innescato dalle restrizioni della pandemia, nella società c’è un risveglio e cresce il desiderio di nuove forme della politica e della democrazia. Ne sono esempi il “sindacato di strada” proposto da Landini, oppure l’ampio dibattito sulle pagine del manifesto dall’inizio dell’anno attorno alla parola “Isocrazia”, intesa come “capacità e potenza di cui dispongono egualmente tutti i cittadini” (Pier Giorgio Ardeni e Stefano Bonaga, Se la politica è impotente, i corpi intermedi possono rianimarla, “il manifesto”, 19 dicembre 2020). Oppure il numero speciale dell’Espresso di fine marzo titolato L’altra politica, in cui l’editorialista, Marco Damilano, sostiene, con il supporto di Zerocalcare, che è politica quella della società che si auto-organizza nei quartieri periferici ad opera di associazioni e comitati. È l’Altra Politica.
Annie Ernaux di recente ha affermato che la fine della pandemia “porterà a una resa dei conti nella nostra società” (intervista di Massimiliano Virgilio, Fanpage, 19 febbraio 2021). Siamo alle soglie di qualcosa, non sappiamo cosa accadrà e tanto meno lo possiamo controllare. Molte questioni sono aperte ed è un buon momento per giocarsi la carta migliore: un’idea di politica che arriva fino alla singolarità e che è effettivamente trasformativa della società.
Riferimenti bibliografici:
– Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 2017.
– Luisa Muraro, Introduzione di una idea, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009, pp. 5-13.
– Diana Sartori, Indizi terrestri, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009, pp. 15-51.
– Marcel Gauchet, La fine del dominio maschile, Vita e Pensiero, Milano 2019.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 “La politica delle donne è politica“, 18 aprile 2021
A differenza dell’amica di Foscolo caduta nobilmente da cavallo io sono caduta a causa di un marciapiede dissestato di Milano. Spero di essere rimasta lucida e di poter contribuire alla discussione di oggi.
Partirò con tre citazioni di passaggi che sono a mio parere fondamentali nella storia della politica della differenza.
Il primo è di Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel (1970): “la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza: una volta riuscito l’inserimento della donna chi può dire quanti millenni occorrerebbero per scuotere questo nuovo giogo?”
Il secondo è un’affermazione del gruppo del Martedì della Camera del Lavoro di Brescia in un testo pubblicato nel Sottosopra intitolato Filo di felicità (1989). Cito: “troviamo difficile analizzare come nasca effettivamente la nostra forza. La sua fonte è femminile, questo è sicuro ma è generico, oltre che oramai risaputo. Noi non abbiamo rivendicazioni o richieste da avanzare nei confronti del sindacato. Noi vogliamo essere il sindacato di donne e uomini, il sindacato che tiene presente la differenza sessuale a tutti i livelli. Se si accetta di ridurre la differenza sessuale a un semplice calcolo matematico, a un riequilibrio di presenza, si indebolisce la possibilità di mantenere aperto un conflitto che è politico”.
Il terzo, infine, è contenuto nel primo numero della seconda serie di Via Dogana cartaceo (1991) con il titolo La politica è la politica delle donne. Cito: “ora ci muove una nuova scommessa: mettere fine al dualismo per cui la politica delle donne sarebbe una politica accanto a un’altra, detta maschile o neutra, e dare luogo a una vera politica della differenza sessuale”.
Ci sono più modi per intenderla. È sicuramente sbagliato il modo della spartizione del condominio accanto agli uomini, alle loro condizioni e cioè all’inserimento di cui parlava Carla Lonzi.
Dove è lo sbaglio? Noi stesse abbiamo detto: i sessi sono due, il mondo è uno. L’errore forse è stato nella teorizzazione della parzialità. È stato giusto avanzare l’idea di parzialità per criticare l’universalismo maschile che cancellava, con la differenza sessuale, l’esistenza stessa delle donne. Ma poi questo concetto è stato applicato all’essere donna e alla politica delle donne presentandola come qualcosa di parziale. E questo è sbagliato.
Per concludere: la politica della differenza sessuale non è quella che pensa e organizza il reciproco limitarsi di donne e uomini, ma quella che pensa e organizza liberamente la realtà sociale in cui ci sono donne e uomini.
Si è parlato molto in questi ultimi anni, direi più intensamente a partire dalla crisi del 2008, della morte e del lutto della politica.
Io vorrei sottolineare con forza che la politica in crisi è quella maschile. Dire questo non solo libera lo sguardo sulla politica che è quella delle donne, ma anche sull’insufficienza della risposta che hanno dato gli uomini. Che non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità che era divenuta indispensabile. La stragrande maggioranza si è chiusa in un narcisismo sempre più sfrenato. È da lì, dagli anni ’70, che la politica maschile ha cominciato a disgregarsi e a perdere la lingua ricca della politica che produceva cultura rendendo così più colti tutti quelli che partecipavano alla lotta politica. Mentre sottolineo la ricchezza della lingua della politica della differenza che dall’inizio degli anni ’70 ha prodotto narrativa femminile dalla quale ha preso poi suggestioni e nutrimento così come dalla relazione con artiste, storiche, scienziate, insomma un nutrimento reciproco.
Abbiamo guadagnato con la pratica politica quello che andavamo creando man mano, ad esempio i luoghi delle donne, eccetera, e abbiamo fatto anche guadagni teorici. Tre esempi: il primo riguarda la relazione tra soggetto e oggetto, si è capito che la loro separazione è artificiosa e che fissare gli obiettivi prima di essersi messe alla prova è ingannevole. Secondo, abbiamo capito anche che il desiderio nel fondo non ha un oggetto. Il desiderio è l’essenza più vitale dell’essere umano. Il terzo esempio riguarda le leggi. Si crede spesso erroneamente di risolvere problemi della vita soggettiva e sessuale con una legge. In questa materia la legge non fa presa: il diritto non si invera. Anzi si fa confusione. Questo sapere ci ha suggerito un’idea di fondo: non si può omogeneizzare le persone con leggi uguali per tutti. Questo suona come un paradosso, è in realtà un tenere conto della singolarità personale (non dico di più per motivi di necessaria brevità).
Solo pochissimi uomini si sono confrontati con il pensiero e la pratica politica delle donne. Penso al Gruppo Identità e differenza (di Spinea) messo in piedi da Adriana Sbrogiò che per venti anni ha fatto degli incontri misti a Asolo e Torriglia. Poi il Gruppo di Pinerolo (Torino) e quello di Viareggio e infine Maschile Plurale.
Faccio un esempio attualissimo di sordità totale di alcuni uomini rispetto alla politica della differenza: Enrico Letta, segretario del PD, per risolvere il problema che il suo partito non aveva indicato delle donne per le cariche di ministro, ha dichiarato che avrebbe dato più spazio alle donne indicandone una per la carica di presidente del gruppo parlamentare e altre come sottosegretarie. Perché, se no, avremmo fatto un’ulteriore brutta figura in Europa. Al che un ceto politico femminile che sembra non sappia nulla delle lotte delle donne, del femminismo, salvo le quote quando ci sono incarichi in vista, davanti alla miseria di questa argomentazione di Letta non ha avuto una reazione significativa e c’è stata solo una bega tra loro donne.
Durante la pandemia molti hanno parlato di un necessario cambio di civiltà – anche se non pensano alla libertà femminile e rimuovono il conflitto tra i sessi – per due ragioni: il disordine ecologico del pianeta Terra e l’ingiustizia nella ridistribuzione della ricchezza. In sostanza si può dire che il capitalismo ha stravinto con la tecnologia ma ha creato delle insopportabili disuguaglianze. Io propongo che sia possibile indicare i primi passi di una strada che solo la politica della differenza, con la pratica del partire da sé e della relazione, può mettere in atto, coinvolgendo degli uomini che sanno che il partito e molte delle istituzioni della politica maschile sono identitarie e non in sintonia con la realtà di oggi.
Comunque già dagli anni ’90 la politica della differenza parlava, chiedeva un cambiamento di civiltà. Scrivevo in un testo del 1997 intitolato Un conflitto esplicito: “questo passaggio di civiltà ha come protagonista un sesso sconosciuto poiché la differenza femminile è fuori dalle attuali categorie interpretanti … l’uguaglianza delimita un campo di valori e di obiettivi da raggiungere: la parità nel salario, nelle carriere, nei diritti, eccetera. La differenza no. Mi dà solo delle leve per capire e fendere l’ordine simbolico: il partire da sé e la relazione invece che l’organizzazione e la rappresentanza. Però ho la sensazione alcune volte … che la differenza pur essendo esperienza profonda di ciascuna donna, si sottrae alla cattura delle interpretazioni. Io credo perché c’è reticenza ad assumerla e agirla nel mondo. Farne un fatto politico non di interiorità”.
Questo pensavamo allora. Adesso aggiungo che l’affermazione di Carla Lonzi è diventata una profezia: abbiamo approfittato come donne della differenza.
Un’inchiesta della rivista Internazionale n. 1399 del 5/11 marzo 2021 riporta che le ragazze traggono forza dal gruppo di amiche con le quali si raccontano esperienze, emozioni, giudizi su quello che succede nel mondo. Cioè fanno autocoscienza. E soprattutto citano le loro madri come modelli di comportamento. Sono libere.
Anche una recente inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera mette in luce i buoni rapporti tra figlie e madri. D’altra parte, io stessa ho presente che nel mio gruppo di autocoscienza mentre con il racconto delle nostre esperienze anche le più intime si decostruiva il patriarcato, sentivo affiorare un sentimento diverso rispetto a mia madre.
Questo vuole dire che si è creato un simbolico delle donne: il “tra donne” è diventata la struttura simbolica che dà forza, così come la genealogia femminile, cioè un rapporto di fiducia con una donna venuta al mondo prima di te che può sostenere il tuo desiderio.
Infine, la relazione materna come figura di mediazione tra donne. E io aggiungo come mediazione con gli uomini. E possibile mediazione degli uomini con le donne.
Infatti mentre ragionavo sui temi di questa introduzione mi è venuto in mente che con un amico, Dino Leon, un giurista di valore, c’è stato uno scambio di scritti sulla politica della differenza. Una volta mi è arrivata una lettera che iniziava così: “penso che qualcosa (non so quanto) possa passare anche al figlio maschio. La madre insegna a parlare anche a lui”.
Guarda caso quasi tutti gli uomini che si sono sbilanciati verso la politica della differenza, per esempio Marcel Gauchet, Colin Crouch e Francesco Pacifico, indicano la mediazione della relazione materna nei rapporti tra donne e uomini. Durante il Me-too anche un importante cantante italiano di cui non ricordo il nome in una intervista al Corriere ha detto: se hai un sano rapporto con la madre rispetti le donne.
Qui, in queste semplici parole, io vedo un principio di mediazione per una politica di donne e uomini che metta fine all’umiliante, fuorviante e ossessiva richiesta di parità da parte delle politiche di professione. Ma vedo anche un’ambizione più alta. Che la politica della differenza di donne e uomini possa indicare i primi passi di una strada che affronti il disordine ecologico del pianeta Terra e che metta fine alle crescenti ingiustizie sociali.
Domenica 18 aprile 2021, ore 10.00-13.30
L’incontro si svolgerà online attraverso un collegamento su Zoom. Per prenotarvi scrivete a: info@libreriadelledonne.it (indicando nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 18 aprile 2021”). La sera prima riceverete il link per partecipare.
Questi ultimi anni ci hanno mostrato le forme diverse della forza trasformativa della politica delle donne. Abbiamo visto nel 2017 la Women’s March che è stata il primo passo per togliere credito a Trump. Abbiamo visto il #metoo cambiare la visione della società sulle molestie sessuali. Abbiamo visto le lotte contro l’emergenza climatica nate dall’iniziativa di Greta Thunberg che hanno coinvolto milioni di ragazze e ragazzi in tutto il mondo… Per parlare solo di eventi con risonanza mondiale, che hanno sullo sfondo la diffusione del femminismo e la partecipazione sempre maggiore delle donne alla vita pubblica, a cominciare dal mondo del lavoro.
La politica delle donne è politica per tutte e per tutti. E in mezzo alle presenti minacce per la vita sul pianeta Terra, apre strade fino a ieri impensate. Dove le donne sono arrivate a ricoprire posizioni istituzionali di primo piano, le abbiamo viste gestire la crisi Covid-19 meglio dei loro omologhi in altri paesi. Perché? Quelle donne hanno saputo esercitare autorità, più che potere. Il massimo di autorità con il minimo di potere è un criterio scaturito dall’esperienza viva della gestione della vita associata. Vogliamo oggi riprenderlo e approfondirlo perché sia orientante per donne e uomini impegnati nella vita pubblica.
Avviano la discussione Lia Cigarini, Vita Cosentino e Silvia Baratella
Cara Clara,
in Differenza e differenze tra donne (VD3, 20 febbraio 2021) fai una osservazione preziosa: la differenza in un’altra donna non si presuppone, ma riguarda me, è la mia pratica politica, la differenza la faccio nel momento in cui mi metto in relazione con un’altra donna, proprio sapendo che è una donna.
Non capisco però come risolvi il problema tra il “passaggio da indagare, sulla questione del potere” e “la questione venuta fuori” con la lettera che ha scritto Luisa Muraro il 31 dicembre alle due ministre di Italia Viva a proposito della crisi di governo scatenata da Renzi.
La lettera di Luisa propone di migliorare autorevolmente il lavoro del governo senza aderire a un particolare schieramento partitico, un passaggio in avanti simbolico, per una “indipendenza dalla politica che mira al potere”.
Anche Fulvia Bandoli scrive, riferendosi a una immagine ascoltata da Luisa, che una donna può entrare nel “territorio del diavolo” della politica corrente “basandosi sulla forza che può venirle solo dalle relazioni con altre”. C’è libertà a starne dentro, nei rapporti di cui scrive Fulvia Bandoli, “se acquisisci piena consapevolezza che la tua libertà risiede nella relazione con le altre donne quella resta per sempre la tua misura. E se questa misura diventa la pratica di tante donne immette un’altra realtà anche nel territorio del potere e dei partiti e comincia a risignificarli” (Un’altra realtà nel territorio del potere, VD3, 20 febbraio 2021).
Le due ministre però hanno risposto insieme alla lettera di Luisa, per rivendicare – insieme – la loro scelta libera. La questione infatti è di politica concreta: perché interesse del paese sarebbe non rompere il governo piuttosto che, viceversa, romperlo? Le due ministre si dicono convinte che interesse del paese sia cambiare il governo e per questo hanno sostenuto l’azione del partito cui appartengono. Operano perciò sul terreno delle logiche di potere, affondamento e spartizione. Tu, Clara, ipotizzi che nella famosa conferenza stampa abbiano taciuto per non lasciarsi sfuggire un possibile dissenso nei confronti di Renzi. Ma potrebbe essere anche che non volessero farsi sfuggire informazioni circa l’esistenza del piano, di cui condividevano la strategia, ma si sentivano meno abili a dissimularla. Oppure il loro silenzio banalmente potrebbe rispondere a una pratica per cui parla di solito una/un responsabile, le altre o gli altri partecipano in silenzio solo per mostrare adesione.
Hanno aggiunto comunque una osservazione piuttosto pesante circa l’accusa di essere succube del capo: è un “maleficio che sembra colpire molte donne che scelgono la politica e ambiscono a ruoli apicali”. (Viene facile collegare ora questa frase alla mancanza di ministre del pd nel nuovo governo.)
Oppure, per mostrarsi libere, avrebbero comunque dovuto stare fuori da una politica che mira al potere?
Come poi scrivi tu, Clara, c’è un elemento chiave da considerare: come fanno le donne a diventare “regine” se ora il potere non si muove più entro filiere parentali ma passa anche attraverso logiche di spartizione del potere?
Ciao
Cristiana
Ragionando sul rapporto con donne al governo, all’ultimo incontro di Via Dogana 3 del 7 febbraio 2021 una è intervenuta dicendo che «non si può presupporre la differenza nell’altra donna». Senza interpretare cosa lei intendesse dire precisamente, io trovo che sia un’espressione ambigua, anzi sbagliata, perché può far pensare che la differenza sia una questione di idee, un’idea politica che si può condividere o no.
Invece la differenza nelle altre riguarda me, è una pratica, la mia pratica politica. Nella mia pratica politica presuppongo la differenza, cioè sono io che faccio la differenza. Non presuppongo nell’altra una pratica come la mia, e neanche le mie idee, ovviamente, la differenza la faccio nel momento in cui mi metto in relazione con un’altra donna, proprio sapendo che è una donna. E quindi aprendomi alla differenza sessuale e alle differenze tra donne.
La questione è venuta fuori a proposito della vicenda delle due ministre dimissionarie del governo Conti 2, Teresa Bellanova e Elena Bonetti. Così, ho riletto una lettera di Teresa Bellanova, scritta due anni fa (19 giugno 2019) al segretario della Cgil Landini, in cui lei si esponeva con forza contro l’utero in affitto, chiedendogli una chiara presa di posizione in materia. Allora lei era solo senatrice, non era nel governo. Questo mi ha fatto pensare a un passaggio da indagare, sulla questione del potere. Perché la stessa donna quando era solo senatrice si è espressa in modo deciso contro un orientamento pericoloso su «un tema delicatissimo» che sta prendendo piede nel sindacato in cui lei ha militato per anni e tra i progressisti, e quando è al governo non si esprime con altrettanto vigore sul merito di proprie scelte gravide di conseguenze per tutti e tutte?
Traudel Sattler nell’introduzione all’incontro ha ricordato donne ai vertici del potere che hanno «cominciato a nominare il di più femminile, e a mettere in luce la genealogia femminile e la fertilità della relazione tra donne». Inoltre, da quando c’è la pandemia i mass media hanno notato che i paesi governati da donne vanno meglio. Si tratta in tutti i casi di donne ai vertici, donne a capo, non che fanno parte dei governi. Forse qui c’è un elemento chiave da considerare: nelle istituzioni politiche maschili, le donne riescono a esercitare autorità solo quando sono al vertice, come le regine di altre epoche storiche? Sembrerebbe di sì. Perciò trovo illusori gli appelli ad aumentare le donne al governo, che effettivamente nel governo Draghi sono “poche”. Poche o tante, nei governi le donne devono sottostare alle logiche della spartizione del potere tra partiti e interessi economici, come abbiamo visto. Forse potrebbe cambiare davvero qualcosa se fosse una donna a presiedere il consiglio dei ministri. Certamente anche lei dovrebbe rispondere a partiti e parlamento, ma potrebbe farlo con autorità, come è accaduto in altri paesi.
Un fatto che aveva colpito nelle due ministre dimissionarie del governo Conti 2, è che non avessero motivato le loro dimissioni nella conferenza stampa che le annunciava. Anche il silenzio è linguaggio, interpretato negativamente da molte. Io invece ci ho visto un irriducibile femminile sulla scena della politica maschile. Ho pensato che forse non hanno parlato perché tutti sapevano che i reali motivi di far cadere il governo non erano quelli dichiarati da chi lo voleva far cadere, e le due donne pure essendo convinte di dimettersi (avevano scelto loro di stare in quel partito) erano consapevoli che nel loro parlare in presenza non avrebbero potuto nascondere bene (nemmeno le attrici professioniste ci riescono sempre) la falsità di quel teatro. È una mia ipotesi, certo, ma so che il non poter dire la verità può indebolire il parlare di una donna, lo so per esperienza personale e per osservazione diretta, e forse questo accade anche a quelle che hanno scelto di stare nei luoghi di potere dove è massimo lo scarto tra le parole e la verità. Una “inadeguatezza” femminile preziosa, che impedisce l’omologazione.
Comunque, per poter vedere le differenze tra donne anche sulla questione del potere e la sua influenza sulla libertà di una donna, la differenza va presupposta in tutte le donne, come del resto in tutti gli uomini.
Penso che “presupporre la differenza” in ogni donna rappresenti una forzatura, con alcune serve aprire un conflitto. Lo dico sulla base della mia esperienza personale, perché prima dell’incontro con il femminismo non capivo né il senso della differenza, né quello della libertà femminile, né tantomeno riuscivo a far valere, prima di ogni altra, la mia relazione con altre donne.
Credo che ancora oggi molte che stanno nei partiti e nelle varie istituzioni siano nella situazione nella quale mi trovavo io agli inizi del mio percorso politico. E con queste donne credo vada aperto un conflitto trasparente ma radicale. Conosco i partiti e conosco anche il potere. L’ho subito, esercitato, l’ho visto bloccare o accelerare processi e scelte. E so quanto possa sfigurare le persone. Ma da vari decenni, per fortuna, ho imparato a conoscere (e a farne la mia pratica politica) il potere che viene dalla conoscenza e dal sapere e che, come diceva Hannah Arendt, genera un poter fare e un poter dire, un agire collettivo e relazionale. Dopo i primi anni passati in una posizione subalterna ai maschi, anche se l’aver studiato molto mi consentiva di metterli all’angolo in molte discussioni, ho avuto la fortuna di incontrare, dentro il Pci, Franca Chiaromonte e con lei il femminismo, e soprattutto di sperimentare e di veder crescere la forza che deriva della relazione tra donne. Mi colpì molto quello che disse anni fa Luisa Muraro, parlando di Flannery O’Connor, al Grande Seminario di Diotima: «Lei con la sua splendida scrittura entrò nel territorio del diavolo per immettervi realtà e contendere significato alle parole». Ecco, io penso che una donna che decida di fare politica in qualsiasi sede e a qualsiasi livello debba sapere che sta entrando nel “territorio del diavolo” e che può entrare solo se immette in quel territorio la sua realtà e se contende significato al “potere costituito” basandosi sulla forza che può venirle solo dalle relazioni con altre. Se entra da sola, o in fila dietro a un uomo, sceglie di riprodurre la sua subalternità. Torna in questi giorni, a proposito della formazione del nuovo governo Draghi, una discussione oramai stantia. Che le donne sono poche (solo 8 su 23), che la Sinistra non le ha messe, che bisognerebbe applicare davvero le “quote rosa”, che la colpa sarebbe delle correnti dirette dai maschi, e via inanellando tutte le scuse possibili. Anche i maschi naturalmente si esercitano sul tema. Michele Serra scrive: «forse per mantenere la differenza sarebbe bene per le donne tenersi lontane dal potere». Una frase che, detta da un uomo, si commenta da sola. Non credo alle sedi paritarie e alle quote rosa. Il femminismo mi ha insegnato che va aperto un conflitto di merito e radicale con gli uomini sul loro ruolo e purtroppo anche con le donne che li aiutano a perpetuarlo. Ho sempre pensato, fin da giovanissima, che una donna possa fare politica meglio di un uomo. L’esempio di come la facesse meglio mia madre, rispetto a mio padre, fu per me illuminante. Dovessi dire perché scelsi la politica invece dell’insegnamento direi che lo feci perché nel ’68/69 era piuttosto bella, ma soprattutto per dimostrare a me stessa, e a mio padre in particolare, che potevo far politica meglio di lui. E tirando le somme del mio lavoro credo di esserci riuscita. Con buoni risultati concreti nelle materie che ho affrontato e nelle leggi che ho contribuito a fare. E con più felicità e passione, mentre in lui vedevo quasi solo il dolore del sacrificio, della disciplina e della competizione. E questo “meglio di un uomo” è stato frutto quasi per intero delle mie significative relazioni con molte donne e con il femminismo, dentro e fuori dal partito nel quale ho lavorato. Magari vi chiederete se io non abbia mai fatto parte di una corrente nel mio partito. Sì, ho fatto parte della corrente di Pietro Ingrao, in quegli anni era difficile non farne parte. Ma le relazioni con le altre donne del mio partito, o con quelle che stavano nelle associazioni e nei movimenti ecologisti territoriali che frequentavo (quelle di Vicenza, quelle della Terra dei Fuochi, della Val di Susa) venivano prima della mia corrente. Io e Franca Chiaromonte, ad esempio, trent’anni fa abbiamo fatto una scelta e una scommessa consapevole l’una sull’altra: lei era femminista e aveva una grande credibilità nel movimento delle donne, io non lo ero ma avevo una più forza politica di lei dentro il partito. Politicamente non eravamo neppure sulle stesse posizioni, lei era più moderata e riformista, io più estremista, per usare il linguaggio di allora. Ma questo non fu mai un impedimento. Per quanto potessimo essere distanti su una singola scelta politica, la nostra relazione è sempre stata più forte di ogni posizione particolare. Ci siamo confrontate per moltissimi anni, e la nostra relazione è stata un lievito per altre donne. Il fatto che né io né lei “rispondessimo” ai maschi ma ci affidassimo prima di tutto l’una all’altra mostrava una pratica molto diversa da quelle solite e soprattutto mostrava forza e libertà femminili. Molte volte sono andata in conflitto proprio perché sostenevo una donna di un’altra corrente e la mia relazione primaria era con lei. Ma se acquisisci piena consapevolezza che la tua libertà risiede nella relazione con le altre donne quella resta per sempre la tua misura. E se questa misura diventa la pratica di tante donne immette un’altra realtà anche nel territorio del potere e dei partiti e comincia a risignificarli. Credo però che nei partiti del secolo scorso, pur con tutti i difetti enormi che non intendo negare, ci fosse almeno uno spazio. Oggi, dovunque mi giri, non vedo partiti, ma un panorama politico scarnificato, fatto di leader modesti sostenuti dalle rispettive tifoserie.
Sì, la posta in gioco è alta: il cambio di civiltà tanto desiderato si prospetta e sta avvenendo nella situazione più drammatica e improvvisa, in una crisi di sistema, allo stesso tempo sanitaria ambientale sociale culturale e politica.
Nell’immediato la speranza è ancora una volta affidata a un provvedimento salvifico. In questo caso sono due: il vaccino che ci porterà in tempi brevi fuori dalla pandemia; la guida di un tecnico “super” fin dal soprannome, incontro al quale sono accorsi tutti i partiti (tranne uno), in una sorta di misteriosa identificazione con il “salvatore” che porta in sé un pezzetto della propria identità. A cominciare da Grillo che gli ha attribuito un’anima grillina.
Quella speranza è falsa perché le cose non stanno così. Il covid non passerà facilmente, già imperversano le sue varianti e altri virus arriveranno; la crisi climatica è vicina alla rottura e la transizione ecologica, pur con il benvenuto ministero apposito, non sarà indolore; la povertà sta aumentando in strati sempre più ampli della popolazione, mentre aumenta la concentrazione della ricchezza in poche mani.
Così un fondo di tristezza si è accoccolato dentro di me. Ma c’è anche altro che veicola gioia, se si è donna e si ha passione politica. Io la provo quando sento parole del femminismo diventate senso comune e vedo volti di donne autorevoli saltare fuori in ogni ambito: il cambio di civiltà porta impresso un visibile segno femminile.
In questa cornice colloco l’invito di Antonietta Lelario ad autorizzarci a portare la politica della differenza sul piano politico più allargato. Ha ragione, ma diciamoci con franchezza che mentre alcune sanno stare nella sfera pubblica con efficacia, per la stragrande maggioranza delle donne è difficile.
Io ammiro chi riesce con le sue parole ad orientare nella lettura del presente e ad aprire nuove strade. È il caso di Luisa Muraro che sorprende sempre per la sua capacità di invenzione politica, l’ultima è stata la lettera aperta alle ministre di Italia Viva del governo Conte. Ha suscitato un intenso dibattito che ancora ci impegna, indicando anche una nuova possibile pratica: l’interlocuzione nella distanza. Oppure è il caso di Ida Dominijanni che con tempismo e intelligenza politica riesce a fornire analisi acute degli avvenimenti in corso. Cito solo il suo post su Facebook riguardo a Conte che ha lasciato palazzo Chigi accompagnato da lunghi, intensi applausi di impiegati e commessi. Altri giornalisti si sono affrettati a minimizzare quegli applausi, mentre la sua interpretazione va in fondo all’anima, anche della mia, facendo vedere come siano stati «una citazione inconscia dal primo lockdown, quando ci affacciavamo tutti alle finestre, e un ricordo dell’alleanza stretta in quel momento fra governanti e governati in nome non del potere o della competenza, ma della percezione di una comune impotenza, che ci ha consentito di affrontare quell’esperienza difficile senza dilaniarci». Che Dominijanni abbia colto qualcosa di speciale di quel rapporto è confermato dal numero milionario di like avuto dall’ultimo post di Conte. Un record, hanno scritto i giornali. Del resto lo stesso Draghi nel suo discorso per la fiducia in parlamento lo ha ringraziato e si è posto in una certa continuità con il governo precedente.
Tornando alla questione della presa di parola e dell’esposizione pubblica posso io stessa confermare un disagio. C’è grande bisogno e desiderio di scambio, come mostrano gli ultimi incontri di Via Dogana, e allo stesso tempo c’è un’esitazione femminile a esporsi forse per debolezza del desiderio e forse perché molte donne pensano di aver poco o niente da dire, soprattutto sull’attualità politica. Al mattino ascolto regolarmente Radio Popolare e ai microfoni aperti telefonano in genere uomini, tanto che in una trasmissione la conduttrice, Lorenza Ghidini, ha chiesto solo alle donne di chiamare per discutere il fatto del giorno: il mancato invio di ministre al governo da parte del PD. E quelle che hanno telefonato ne avevano di cose da dire! La difficoltà è innegabile e la sentiamo anche nelle nostre imprese femministe, che siano librerie, centri o riviste.
La pandemia ha rimesso al centro i corpi con tutta la loro fragilità e difettosità nel fisico e nell’anima, da accettare come comune condizione umana, inaggirabile. Mesi mesi e mesi di zona rossa o arancione me ne hanno dato una consapevolezza tangibile e qualcosa è cambiato dentro di me.
Ho cominciato a fare pace con i miei “difetti” e, quindi, con quelli di chi mi circonda. Ho smesso di avere in mente un ideale di perfezione. Gli esseri umani, le donne, io, siamo imperfetti, ma questo non toglie niente al nostro desiderio e alle nostre potenzialità di espressione.
La scena pubblica è a misura maschile e sappiamo bene che c’è un’opprimente richiesta sociale: una donna, specie se giovane, deve essere a dir poco “perfetta”.
Ma ancora più insidioso è l’ideale di perfezione che alberga nella testa delle donne. Si è ciò che si è, frutto di una vita e di una storia. Se si toglie di mezzo l’ideale con cui misurarsi e misurare, ciò che era catalogato “difetto” appare più come una differenza, una caratteristica di quell’essere umano lì, che entra in gioco con le differenze dell’altra nell’alchimia della relazione. Il potenziamento è dato proprio dal gioco delle differenze e delle caratteristiche delle singole donne che stanno in relazione. Per questo è così essenziale la fiducia nella relazione tra donne. L’altra ti fa essere più te stessa.
Le nostre pratiche politiche – quelle che abbiamo già scoperto come l’autorità e l’affidamento e quelle che andiamo scoprendo muovendoci praticamente in questa inedita situazione – sono parte integrante del passaggio che stiamo vivendo da un mondo basato sull’individuo sovrano a un mondo basato sulla relazione e l’interdipendenza.
Per parlare della mia esperienza nella redazione ristretta, posso dire che fare Via Dogana, decidere il tema della discussione, esporsi con una introduzione, sta diventando una pratica in cui le relazioni sono più importanti delle singole individualità, in cui l’io risulta meno importante del progetto comune. E questo potenzia molto il lavoro della redazione. Spesso le aggregazioni femminili funzionano male perché l’ideale di perfezione finisce per essere una lente deformante che accentua il negativo, fa vedere principalmente le manchevolezze dell’una o dell’altra e innesca una litigiosità strisciante che porta tutto al ribasso. Il vero negativo è che così l’attenzione rimane concentrata sulla singola individua e non si scommette sulla potenzialità trasformativa delle relazioni. Insomma, una più una vale cento.
L’espressione pubblica di sentimenti e pensieri non è moneta corrente tra i sessi.
È un terreno poco o niente frequentato e quindi di per sé impervio: da una parte è ingombro di luoghi comuni, dall’altra registra uno storico silenzio o imbarazzo.
Prevale il timore di essere fraintese, di essere assorbite nelle dinamiche note (seduzione/ammirazione/dipendenza), di essere assimilate a una parte politica, di pentirsene.
Siccome parlare su questo terreno è un azzardo lo si continua a lasciare disabitato, orfano di parole diverse di donne e a disposizione di quelle vecchie perlopiù maschili.
Per cui si sta zitte.
Noi abbiamo trovato nell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte alcune caratteristiche umane e di stile nel governo della cosa pubblica che vorremmo qui nominare e segnalare.
Siamo grate a Conte
Cominciamo dall’uso del linguaggio: semplice, chiaro, alla portata di tutte/i.
Abbiamo registrato il suo modo di essere sulla scena pubblica: presente ma non presenzialista, uno starci funzionale alle cose da fare, limitato all’essenziale.
Anche la sua modalità di interagire ci è apparsa collaborativa, volta alla mediazione e alla chiarezza, lontana da strumentalismi e doppiezze.
Ne abbiamo anche riconosciuto il notevole impegno lavorativo, la fatica e il coinvolgimento: questo ha prodotto un’immagine non futile della politica, spostandone il focus più verso l’esercizio di autorità che di potere.
Anche il difficile esercizio di trovare un punto di equilibrio e di dialogo tra alleati eterogenei per storia e collocazione, così come il sostenere scelte di equità sociale, vicine all’immediatezza dei bisogni delle persone immerse nel reale quotidiano, ha comportato uno sforzo che abbiamo apprezzato.
E infine anche il suo farsi da parte, senza recriminazioni, accuse o polemiche, ci è sembrato un segno di sobrietà politica, stimolante ed esemplare in un contesto in cui l’insulto e il discredito sono ordinari elementi del discorso.
Il saluto che il personale di Palazzo Chigi gli ha reso alla fine del suo mandato e il suo gesto (unico tra tutti i passati presidenti) di volere accanto a sé la compagna e di rendere pubblica questa relazione suggellata dall’immagine della mano nella mano, ha trasmesso l’idea di una ammissione di parzialità che necessita, per esserci, dell’altra parte del mondo.
Questo nostro riconoscimento non è più grande di un chicco di melograno, quello stesso chicco con cui Ade rapì Core vogliamo usarlo ora per segnalare le circostanze in cui il maschile può non esaurirsi nel patriarcale.
Dana Lauriola è in prigione da settembre e ci resterà ancora per un anno e mezzo, essendo stata condannata a due anni per avere bloccato un casello autostradale per circa quindici minuti, permettendo comunque che le auto passassero senza pagare il pedaggio e gridando attraverso un megafono i motivi della protesta no Tav.
Dana è incensurata, la manifestazione si è svolta in modo pacifico ma è stata respinta la richiesta di pene alternative, nonostante il sovraffollamento delle carceri che la pandemia rende particolarmente preoccupante. Nicoletta Dosio, incensurata, insegnante in pensione, dopo essere stata in carcere per qualche mese, è finalmente agli arresti domiciliari grazie alla pandemia. Stella, incensurata, è agli arresti domiciliari, in cui dovrà restare per due anni, per aver fatto volantinaggio in quella stessa occasione. Queste sentenze non sono state emesse in Turchia o in Egitto, ma a Torino. Ci sarebbero altri nomi da ricordare, Fabiola, Eddi, Francesca… e tanti ragazzi, ma questi tre casi sono sufficienti per fare capire che siamo di fronte a un’aberrazione giudiziaria, insopportabile per chi ha a cuore la giustizia e la libertà.
Colpisce e fa riflettere ancora di più il fatto che si tratta di donne, di età diverse, dai 38 ai 73 anni. Nell’esperienza di tutti/e, rafforzata persino da stereotipi, le donne sono normalmente meno aggressive, sono quelle che cercano nelle situazioni di tensione di mantenere la calma e che maggiormente rifiutano azioni violente e criminali. Non a caso la presenza delle donne nella popolazione carceraria è del tutto marginale, rappresentando circa il 4% del totale. Ma gli stereotipi sono utili solo quando sono contro le donne, per concedere, ad esempio, attenuanti ai colpevoli di femminicidio e non quando sono a favore, infatti in questo caso i giudici non solo non hanno tenuto conto del dato di realtà, ma al contrario hanno ritenuto di dover punire Dana con il massimo della pena prevista, senza alcuna attenuante, e hanno respinta la sua richiesta di scontare la pena in misure alternative con la motivazione che, dotata di una «fede incrollabile», ha mantenuto fermi i suoi «ideali politici»! Cosa ci dice questa pena esemplare? Protestare contro la TAV è un reato e quindi sotterraneamente e inconsciamente la sentenza vuole essere un monito per tutti i manifestanti uomini. Queste donne sono state usate come “strumento” per rendere ancora più forte ed efficace il messaggio: non è permessa alcuna forma di dissenso, ancora di più se si manifesta con pratiche politiche nuove in cui sono presenti molti giovani, donne e uomini, con grande capacità di coinvolgimento. Non conta la loro vita, non contano emozioni, sentimenti, affetti, sofferenze di esseri umani in carne ed ossa se è in gioco la ragion di Stato, che in questo caso l’arroganza del potere maschile fa coincidere con gli enormi interessi che stanno dietro la Tav. Il messaggio forte e chiaro è rimasto circoscritto al Piemonte; una circolazione nazionale, più diffusa, avrebbe, infatti, rischiato di farne cogliere incongruenze e vere finalità e così giornali e mass media ne hanno parlato pochissimo, raggiungendo il risultato voluto di un’opinione pubblica poco e male informata.
Noi che abbiamo lottato perché ci venisse riconosciuto lo statuto di persone e di cittadine non sopportiamo che altre donne vengano trasformate in icone da spendere per una dura campagna di dissuasione. Siamo riuscite a fare venire al mondo la libertà femminile e non tolleriamo che alcune donne siano ingiustamente private della libertà. Da tempo ci impegniamo per l’etica della cura e un salto di civiltà e non possiamo rassegnarci a una regressione della democrazia talmente grave che si stenta perfino a crederci. Non è possibile accettare che si usino due pesi e due misure e che Verdini, condannato a più di sei anni, venga messo agli arresti domiciliari dopo neanche tre mesi come misura di sicurezza per il Covid e che invece queste donne siano costrette in carcere quando sarebbe stata ragionevole la concessione della sospensione condizionale.
Noi dell’Udipalermo abbiamo “sentito” che dovevamo fare qualcosa e abbiamo costruito con i mezzi che ci permette la pandemia, una relazione con le “mamme in piazza per la libertà di dissenso” che ogni giovedì pomeriggio organizzano a Torino un presidio di fronte al carcere delle Vallette. Ci siamo interrogate su come rendere più efficace la nostra azione, abbiamo scritto lettere al Presidente Mattarella e alla senatrice Segre e stiamo, attraverso una campagna di informazione, cercando di allargare la rete di solidarietà intorno alla giusta protesta delle mamme.
Siamo tuttavia convinte che insieme a tutte voi potremmo fare di più, costruire più connessioni, e pretendere che almeno a Dana venga concesso subito l’affidamento in prova o gli arresti domiciliari.
Dare voce a chi non ha voce, ma ha molto da dire, in quanto donna e migrante. Da questa urgenza è nato nel 2005 il Concorso letterario nazionale Lingua Madre (CLM), per offrire un luogo autentico di espressione e rappresentazione del sé alle donne migranti (o di origine straniera), ma anche alle italiane che vogliano raccontare l’incontro con l’Altra.
Un’opportunità d’ascolto per lettrici e lettori, per imprimere la traccia di un ordine simbolico materno, per immaginare e costruire mondi dove le differenze uniscono invece di separare.
In Italia il 52% dei migranti è femmina e sempre di più le donne migrano da sole e come capofamiglia. L’alterità che ci abita abbraccia il mondo: questa è la storia vivente che le migrazioni pongono tutti i giorni sotto i nostri occhi, qualcosa di unico e di nuovo.Una realtà che necessita di una lettura che parta da uno sguardo sessuato, per mettere in luce quelle strategie di libertà di cui scrive Cristina Borderías, che conducono al cambiamento.
I racconti che ogni anno arrivano al Concorso dimostrano che, attraverso la scrittura, le donne hanno imparato a dare corpo e senso al silenzio in cui da sempre sono state costrette, trasformandolo in metafora, in elemento significante di confronto e rapporto con le altre e gli altri.
La migrazione non è più un semplice sfondo bensì influisce sulle trame e le personagge, generando traiettorie narrative del tutto nuove.Scrivere diventa tanto – e a volte più – importante e necessario dei beni primari.«Da dove vengo io, è così difficile soddisfare il proprio corpo, tanto che spesso ci si rinuncia e si pensa solo all’anima» scrive Indira Barroso López. Si impara così a coltivarla quest’anima «dimenticando i bisogni del suo involucro».
E nella relazione l’identità si afferma in modo positivo e non preclusivo, per questo il bando incoraggia la collaborazione tra donne straniere e italiane. Una relazione che continua nel percorso di ricerca e approfondimento svolto dalle docenti – straniere e italiane – che fanno parte del Gruppo di studio CLM.
Inoltre, vengono realizzati incontri che coinvolgono direttamente le autrici e le rendono protagoniste. Le occasioni si moltiplicano a migliaia, spesso per iniziativa delle stesse autrici, perché anche questo è il CLM: luogo di gemmazione. Ecco quindi la realizzazione di reading, spettacoli teatrali, convegni, seminari, video e molto altro.Un’attività che non si è mai interrotta nonostante l’emergenza sanitaria, proprio per dare un segno di fiducia e speranza. Così si è verificato quanto sottolineava nella sua introduzione Giuliana Giulietti,e il desiderio di alcune ha ravvivato quello delle altre, che si era magari bloccato. La voglia di confronto ha dato vita a nuove iniziative e a una serie di “speciali online”, che continuano tuttora. Per esempio,Coronavirus: e le donne?,per riflettere su un possibile passaggio di civiltà che guardi al mondo e alla natura come a un ambiente domestico di cui prendersi cura, per dirla con Ina Praetorius.
Quando si tratta di soggettività femminile il confine tra umano e animale, tra naturale e razionale, tra corpo e spirito, infatti, è assai labile. La dominazione delle donne e della natura è collegata in molti sensi– storicamente, materialmente, culturalmente– comeè altrettanto evidente che lo sfruttamento ambientale e i disastri naturali hanno un effetto più grave sulle donne.
Nella scrittura emergono le modalità alternative che le donne adottano per vivere il / e nel mondo, alla luce della gentilezza come tracciato dall’etica femminista (essere delicati/e, diceva Giulietti), auspicando una nuova era, quella del Gynecene, teorizzato dalle artiste romene Alexandra Pirici e Raluca Voinea.
Così le donne migranti profilano realtà comuni a tutte/i e tracciano nuove prospettive, forme di ripensamento del vivere associato. Per questo diffondere il loro pensiero è necessario e urgente ed è il senso politico del lavoro svolto dal CLM da sedici anni.
Daniela Finocchi è l’ideatrice del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.
Guardando allo scenario che si è aperto con l’incarico del presidente Mattarella a Mario Draghiper la formazione di un nuovo governo, quello che mi ha maggiormente colpitaè la mancanza di gratitudine – come ha detto anche Ida Dominijanni alla redazione allargata di Via Dogana del 7 febbraio scorso – verso un governo e il suo presidente che, tra mille difficoltà, si sono trovati a fronteggiare una pandemia e un’emergenza sanitaria, economica e sociale senza precedenti.
L’ingratitudine si nutre della pratica storicamente maschile di rimuovere, cancellare, dimenticare quanto detto o fatto da chi è venuto prima, per potersene intestare il primato.
Nel caso del governo Conte, con la velocità della luce, nel dibattito pubblico abbiamo assistito alla rimozione di tutto quello che è accaduto nell’anno che ancora non ci siamo lasciate/i alle spalle, compresi i morti e le sofferenze di tanta gente. L’ingratitudine nella politica maschile che guarda al potereha mostrato il peggio di sé con Matteo Renzi che, complici le due ex ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, ha portato avanti il suo lucido e pianificato gioco con cinismo, arroganza, spregiudicatezza, slealtà, per provocare la caduta del governo e di Giuseppe Conte, che fino alla fine ha goduto della fiducia della maggioranza delle/gli italiane/i (60%) e del riconoscimento quale leader più apprezzato in Europa, secondo solo ad Angela Merkel.Un gioco di potere è ciò che ha portato alla crisi e che – secondo Ida – «non vede affatto Mattarella innocente, arbitro neutro».Di che cosa bisognerebbedire grazie al presidente Conte e al suo governo? Per quanto mi riguarda parto dalricordare e riconoscerela pacatezza con cui l’ormai ex presidente del Consiglio ha saputo rassicurare e tenere insieme il Paese nei momenti più drammatici del lockdown, quando la virologa Ilaria Capua, che mi ha orientata e mi orienta tutt’ora in questa pandemia, mi/ci spiegava che avevamo a che a fare con un virus sconosciuto di cui non si sapeva niente – lo si è conosciuto meglio strada facendo – eche viaggiava con le persone.La fiducia in lei e l’affidarmi alla sua parola mi ha dato la libertà nell’accettare come necessarie le disposizioni del governo e del ministro della Salute,decise in accordo con il Consiglio superiore della Sanità, mentre c’era chi scalpitava, chiedendo tutto e il contrario di tutto, pur di mettere in difficoltà il governo e il suo presidente.Durante quei terribili giorni non si può dimenticare la lunga, estenuante, difficile, trattativa con l’Europa,dall’esito non scontato,che il presidente Conte in prima personaha portato avanti con determinazione e tenacia,contribuendo con Angela Merkel e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a cambiare il volto dell’Europa, nell’ostilità dei Paesi cosiddetti “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia e Repubbliche baltiche). Quelli che allora scommettevano e tifavano per il fallimento del negoziato, pur di screditare il governo in carica, li ho/abbiamo visti sgomitare per entrare nelgoverno Draghi e partecipare al lauto banchetto. Costoro, pur di non riconoscere il debito di gratitudine verso chi ha negoziato il Recovery fund, si sono affrettati a disconoscere e cancellare il negoziato stesso, attribuendone il merito all’Europa che ci avrebbe spontaneamente e di sua iniziativa «messo a disposizione i soldi». Questa si chiama manipolazione e cancellazione della verità storica, di cui gli uomini sono maestri.
Pur di arrivare al “malloppo”, tolto a chi l’ha negoziato, abbiamo visto accadere di tutto,persinomiracoli come la conversione europeista “sincera” – si fa per dire –sullavia di Montecitorio di Matteo Salviniche magari si monderà anche “sinceramente” del suo razzismo, xenofobia e misoginia. Abbiamo assistito, ho assistito con sgomento, alla corsa a inchinarsi davanti a Mario Draghi,corsa che Ida Dominijanni ha definito “inquietante” perché non di “fiducia” si tratta ma di “un inchino di classe”.
Un inchino di quel potere economico finanziario industriale neoliberistai cui interessi sono ben rappresentati in Parlamentoe in quelle Regioni ostili a ogni provvedimento del governo, padrone della maggior parte di stampa e televisioni, che contro Conte e il suo governo ha scatenato, in piena pandemia e crisi economica sanitaria e sociale, una campagna mediatica – mai vista a mia memoria – furiosa emartellante che, all’apparire di Draghi, miracolosamente si è dileguata. A Conte e al suo governo, per quanto mi riguarda, dico grazie anche per aver preso misure di sostegno al reddito che hanno aiutato tanta gente a sopravvivere.Non dimentichiamo che già prima della pandemia i poveri nel nostro Paese che vivono in condizioni di assoluta povertà erano cinque milioni e quelli in povertà relativa nove milioni,mentre nell’ultimo decennio (2009 -2019) i ricchissimi sono passati da 424.000 a 1.496.000. Con lapandemia il divario tra ricchi e poveri è aumento cosìle disuguaglianze, prima di tuttoquelle tra i sessi visto che dei101mila lavoratori che hanno perso il lavoro 99mila sono donne (dati Istat dicembre 2020),nonostante che «in Europa siamo il Paese che più a lungo ha protetto i lavoratori dai licenziamenti», come ha riconosciuto Maurizio Landini, Segretario della Cgil. Insomma, io credo che, se si è in buona fede, non si possa non riconoscere che Conte e il suo governo hanno fattodel loro meglio nella situazione data, prima di tutto quella sanitariacon una medicina territoriale inesistente e una sanità regionalizzata, distrutta da anni di tagli e privatizzazioni. La stessa campagna vaccinale, che col governo Conte ha suscitato tante polemiche, sta andando avanti e negli ultimi giorni la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto che l’Italia sta facendo meglio degli altri Paesi europei. Tutto questo non vuol dire che Conte e il suo governo non abbianocommesso errori ma sicuramente non ne hanno fatti più di quelli degli altri governi occidentali, di fronte all’imprevisto,un virus sconosciuto e una pandemiadalle conseguenze economiche socialie sanitarie devastanti.
In merito alla lettera di Luisa Muraro alle due ex ministre TeresaBellanova e Elena Bonetti, alcune donne hanno fatto notare che lei parlava partendo da un’idea di libertà e di bene comune molto differente da quello delle due ministre, attribuendo loro la propria postura.
Io credo che L. Muraro volesse portare sulla scena pubblica allargata la politica della differenza, far apparire nuove possibilità. Non è questo il compito del simbolico?
Lei si è lasciata interpellare. Ha fatto una lettura politica non solo degli e delle protagoniste in campo, ma delle emozioni, delle atteseche li circondavano e ha aperto un conflitto sull’esercizio della libertà e sull’idea di bene comune.
Come di fatto è stato. Non è un caso che la lettera sia stata ripresa da vari giornali e da tante donne, che siano stati scritti articoli e ne stiamo ancora parlando.
Per questoconsidero la lettera di Luisa Muraro una prova di autorità e un invito a che noi ci autorizziamo a fare altrettanto. Capita infatti spesso che ci si blocchi in una tenaglia: da una parte a pensare che basti la difesa dei princìpi, il che nel dibattito pubblico ci rende inefficaci; dall’altra a confondere il conflitto simbolico con la lite e, quindi per paura del litigio, tacere sul di più che pensiamo e sentiamo, generando così una sofferenza che va a male.
Questa capacità di portare sulla scena grande la differenza femminile e le differenze fra donne può non avere come effetto un capovolgimento della situazione, ma creaattenzione. Cambia le aspettative. Prospetta il possibile.
Non è cosa da poco!
Di questa politica del simbolico oggi c’è grande bisogno e grande assenza. Non che manchi il simbolico – e come potrebbe!– manca un conflitto adeguato su quel piano ed è stato lasciato tutto nelle mani delle donne. E di pochi uomini. E a noi tocca prendercelo anche perché su quel piano avevamo puntato. Cercherò di spiegarmi meglio.
Le due ministre hanno riconosciuto l’autorità della loro interlocutrice, ma hanno difeso il loro operato dicendo che sentono fedeltà e adesione alle decisioni della propria comunità.
La loro risposta svela il nuovo contratto sessuale che la cultura democratica e progressista sta proponendo alle donne, diverso dal pattotra uominiche ha inaugurato la modernità. In quel patto la donna doveva accettare di significare un femminile inferiorizzato o scomparire nel neutro maschile universale: i diritti dell’uomo, per esempio.
Oggi a fronte della libertà femminile che noi abbiamo portato sulla scena, edessendo stato smascherato il precedente gioco, la cultura progressista e con essa tutta la sinistra propongono un diverso contratto sessuale. Hanno bisogno di esibire la presenza femminile, ma sono incapaci di mettere in gioco la differenza, di aprire all’inaspettato.Cercano formule di inclusione nuove. Non è il vecchio patriarcato ma l’affermazione della logica neoliberalista.Si vede bene sul piano linguistico.L’uso dell’asterisco per significare sia il maschile che il femminile o espressioni come “il genitore”, oppure come “l’essere umano” sono un modo di parlare per l’uomo e la donna a condizione che sia l’uomo che la donna si allontanino dalla loro differenza. È uno dei paradossi con cui dobbiamo fare i conti: i corpi contano numericamente, stanno nell’immaginario, ma a condizione di perdere il di più di significato che i corpi sessuati hanno, che le relazioni significative, la storia, la memoria, l’esperienza hanno iscritto nei loro corpi. Per le donne viene proposta la logica della promessa abbagliante e dei numeri: “50 e 50”, per capirci, oppure “ci sono 8 ministre!” e, in cambio, viene offerta accoglienza nella comunità.
In questo moderno contratto le donne sono il segno dell’impoverimento a cui si vuole ridurre tutto il reale: dati quantificabili, rapporto di forza, esibizione, polvere sotto il tappeto.
Ecco perché il conflitto simbolico è di fondamentale importanza per tutte e per tutti.
Per noi donne ci può essere la tentazione di accettare, in questo momento storico, il calore dell’accoglimento.E tuttavia noi conosciamo l’irriducibilità del nostro corpo alla logica dei numeri.Noi sappiamo che lo spazio simbolico è una dimensione in più del reale.
Ed è lì, in quello spazio, che il di più della differenzadeve trovare parole e gesti.
Il conflitto sarà ineludibile tra uomini e donne, ma soprattutto fra donne, ed è un bene, a patto di ricordare che il conflitto non è la lite. Il conflitto simbolico ci chiede di moltiplicare e raffinare le nostre mediazioni, apre ad un di più di significato che ci arricchisce tutte, ci imponedi esercitare tutta la gamma dei nostri sentimenti.
Certo che ci sono le offese, i rancori, ma anche la risorsa di saper sentire come sta l’altra e la necessità di trovare parole per ciò che pensiamo.
E il grembo che custodisce le nostre parole è la relazione fra donne. Su questo non ho alcun dubbio.
Dalla capacità di gestire il conflitto dipende il futuro dei rapporti tra donne e dai rapporti tra le donne dipende il mondo.
Una crisi politica improvvisa ma non imprevista si è innestata su una pandemia improvvisa ma non imprevedibile. La crisi politica deflagrata negli ultimi giorni ha messo a nudo da un lato la debolezza, dall’altro l’arroganza della politica maschile, due facce della stessa medaglia di una caduta fallimentare non solo di classe politica, ma di sistema. La sera stessa dell’annuncio accorato del presidente della Repubblica, mi è capitato di vedere e ascoltare in una trasmissione televisiva l’intervento a caldo di Elsa Fornero e di condividerne le emozioni e il senso.
La Fornero, partecipe delle politiche di austerità del governo Monti, non gode certo delle mie simpatie, sebbene ne ricordi le lagrime pubbliche e non come segno di debolezza femminile, al contrario, forse, di empatia per i destinatari di quelle misure. Ebbene, lei ha parlato della sua rabbia nei confrontidella “miseria politica di piccoli uomini con orizzonte e intelligenza limitati”, concludendo “non ci arrivano!” Ascoltandola ho pensato: nel profondo del loro sentire le donne sanno, capiscono e giudicano,peccato mettano a tacere la loro intelligenza e autorità quando sono al governo della cosa pubblica! Dunque non tutto è responsabilità degli uomini. Il mio pensiero successivo infatti è stato alle due ministre a cui Luisa Muraro ha rivolto la sua lettera invitandole a essere autonome rappresentanti di tutti i cittadini per un governo migliore, e a prendere coscienza di quanto il bene comune sia strettamente connesso alla libertà femminile, ma le due hanno preferito l’interesse di partito e la fedeltà a un capo cinico e narcisista, fautore di quella parità 50/50 che mortifica la libera autorità femminile.Il risultato ora è sotto gli occhi di tutti: come ha notato di recente Ida Dominijanni, una crisi di governo già in gestazione e latente si è attualizzata, e non sappiamo se sposterà l’asse decisionale a favore di logiche neoliberiste dando fiato alle destre e sottraendo terreno a una auspicata rifondazione delle sinistre su nuove coraggiose pratiche politiche e su nuove visioni della vita, della società e del mondo.
Nuove visioni di cui l’umanità e il pianeta hanno urgente bisogno, lontane dalle semplificazioni; quelle semplificazioni di un pensiero lineare che negano o trascurano le connessioni sindemiche della pandemia – e della salute della democrazia – con le ingiustizie economiche e sociali, l’impoverimento e il saccheggio delle risorse naturali, il vuoto ottimismo delle tecnocrazie.
A questo proposito, temo che queste ultime, le tecnocrazie insieme alla finanza, prendano sempre più posto nelle vite e nell’immaginario, lasciando ai margini, quasi fosse superflua, la politica come pensare e agire condiviso per un di più di vita, di gioia, di libertà, di desiderio non saturabile.
Un flash: Jeff Bezos, padrone tra l’altro di Amazon e di Blue Origin, e Elon Musk, fondatore tra molto altro di Tesla, Neuralink e SpaceX (quest’ultimo attivo negazionista della pandemia ma convinto sostenitore della salvezza tecnologica dell’umanità) sono, com’è noto, i due uomini più ricchi del mondo oltre a essere considerati gli imprenditori più creativi e,come tali, influencer molto presenti nella cultura di massa. Entrambi auspicano una vita multiplanetaria e prevedono il futuro dell’umanità lontano dal nostro pianeta (che evidentemente ai loro occhi non merita attenzione e cura) ma con due visioni filosoficamente diverse: secondo Musk, tra l’altro collaboratore della NASA, agenzia pubblica statunitense sempre più orientata alla delega ai privati, l’umanità, distrutta la Terra, a un certo puntodovrà rifugiarsi su altri pianeti, a partire da Marte, e allo scopo ha già lanciato mezzi e proposte per un imminente turismo spaziale.Per Bezos, invece,basterà trasferire le produzioni pesanti e l’estrazione di materie primesu Luna e asteroidi, costruendo, poi,città sospese nello spazio come la Stazione spaziale internazionale già in orbita da decenni, e la Terra rimarrà fruibile solo come parco naturale e luogo di vacanze da visitare di tanto in tanto. Sembrano assurdità, ma progetti e strutture sono già all’opera, ed è inutile negare il potere simbolico, oltre che finanziario e tecnologico, dei due. Abbiamo già avuto prova del prometeismo maschile in azione, con Trump, solo per stare ai nostri tempi. Ora un prometeismo di ricchi tecnofilisi presenta con il volto della salvezza e del progresso, di cui peraltro essi stessi ignorano le conseguenze, ed espande a dismisurale possibilità umane, in realtà per ragioni di profittoindividuale, ignorando la saggia avvertenza1 che ci vuole discernimento e che non tutto è disponibile, anche se tecnicamente e finanziariamente è possibile. Ne va del nostro restare umani, in una interconnessione migliore possibile con la terra, il luogo dove è nata ogni forma di vita che conosciamo, compresa la nostra.Non è il diventare post-o transumani il desiderio che muove me e molte altre donne e un numero crescente di giovani uomini nella vita di ogni giorno e nella politica, una politica mossa dall’amore per il mondo e per la vita, alla ricerca di forme alte di civiltà, e fa leva sulla forza delle relazioni non strumentali e di fiducia, senza ignorare l’aiuto di tecnologie che siano a misura umana e del vivente.
A questa deriva in atto stanno cercando di fare da argine la consapevolezzae le pratiche politiche di molte e molti giovani – nomino solo Greta – che si attivano in relazioni mobilie intelligenti, in piccoli gruppi e grandi reti, si appassionano, discutono mettendosi in gioco in prima persona, e fanno sentire con tenacia la loro voce. Una voce che ora giustamente reclama anche il ritorno alla scuola – spazio delle differenze, delle relazioni e dell’incontro/confronto trasformativo – e la partecipazione creativa alla conoscenza, ben altra cosa dall’informazione. E non si sono fermate, anzi si sono moltiplicate,le iniziative di donne in molti luoghianche lontani del mondo a favore della creazione dilegami e di contesti politici di cura, di scambio di saperi vicini alla vita e lontani dal potere, di libere forme di pensiero e di esperienza, che ci convocano all’antico e nuovo desiderio di buen vivir2.
E un argine auspico essere la presa di coscienza, diffusa dalla pandemia, della fragile preziosità dei nostri corpi, del vivente, della terra che ci ospita e delle loro connessioni. Come già spesso segnalato, il Covid ha fatto emergeree acceleratocontraddizioni e problemi già esistenti, quel capitalismo della catastrofe denunciato nell’Enciclica Laudato si’, e di cui ha scritto Naomi Klein (Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, 2015). E forse questa che stiamo vivendo non è un’emergenza, se non nel senso del manifestarsi di verità ignorate, perché altri virus verranno e saranno la normalità se non cambiamo rotta. È significativo, e al tempo stesso preoccupante, che un’attenzione più diffusa alle connessioni tra salute umana e salute del pianeta sia arrivata attraverso la tangibilità inoppugnabile della malattia e della morte, che ha toccato i corpi prima ancora delle menti, dopo che da decenni gli scienziati, quelli almeno capaci di lungimiranza più dei politici, ci mettono in guardia dai pericoli di uno sviluppo ingiusto e insostenibile. Sappiamo che la presa di coscienza si radica nell’esperienza personale, ma può nutrirsi anche del confronto con verità, pur provvisorie, che provengono dalla ricerca scientifica, soprattutto quando questa è indipendente dai condizionamenti dei poteri economici, aperta al vaglio di una molteplicità di sguardi e di saperi, anche dei cosiddetti incompetenti, e disposta all’autocorrezione. Ilaria Capua, una virologa di cui mi fido pur non condividendo tutto del suo pensiero, è molto attenta a non cadere inverità assolute, e riconosce spesso di non sapere, pur dando messaggi di fiducia. Come altre studiose di cui mi fido anche perché poco inclini al narcisismo sulla scena mediatica, è consapevoledell’incertezza in cui più o meno tutti siamo immersi, esperti compresi, e del fatto che i numericircolanti della pandemia sono incerti e solo indicativi, e con autoritàdenuncia le viralità dei media accreditati, e non solo dei social media, come amplificatori della paura e in grado di influenzare con messaggi ambigui l’evoluzione della pandemia.
Un altro flash:una recente notizia dal titolo Trovate microplastiche nella placenta umana: è la prima volta nella storia,che dà conto dei risultati di una ricerca di studiose e medici dell’ospedale Fatebenefratelli e del Politecnico delle Marche pubblicata sulla rivista scientifica “Enviromental International”. Riporto il commento del medico direttore della ricerca: “È come avere un bambino cyborg, misto tra entità biologiche ed entità inorganiche, probabilmente molto dannose per il sistema immunitario e per la crescita fisica del bambino. Le madri sono rimaste scioccate”.Leggendo, non ho potuto fare a meno di associarlo a un articolo diHélène Rouch dal titolo La placenta come terzoapparso nel numero della rivista “Inchiesta” curato da Luce Irigaray nel 1987. L’autrice, Hélène Rouch, una biologa femminista che ha fatto parte del collettivo Psychanalyse et Politique, ha risignificato sulla base dei suoi studi, rigorosi ma lontani da paradigmi meccanicistici, il ruolo della placenta nell’economia naturale degli scambi tra corpo materno e feto.La placenta è un terzo che media l’interdipendenza in un rapporto duale caratterizzato da uno squilibrio positivo, rispettoso della vita di entrambi, spazio di coesistenza e di costruzione dell’alterità che non prevede né separazione né fusione tra i due, e in cui lo scambio non comporta sottrazioni al corpo materno,al contrario, si configura come un continuo gioco al rialzo, relazionale e cooperativo pur nella disparità, il cui esito è la creazione di nuova vita.
Se perfino la placenta, bene intimo, personale e universale, non solo per le donne che vogliono diventare madri, ma per tutte e tutti noi che siamo venuti a mondo da una donna, è minacciata dall’inquinamento ambientale, opera dell’uomo sedicente sapiens, non possiamo non considerare che siamo dentro una crisi di civiltà globale, da cui possiamo saltar fuori, come propone Naomi Klein,facendo leva sui cambiamenti climatici come “forza catalizzatrice per una trasformazione generale positiva”, “smettendo di scaricare il problema agli ambientalisti”.E non si tratta di una transizione ecologica in cui produzione e consumo diventino più green, ma di una vera profonda conversione:quel salto di civiltà “in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti”, di cui parla il documentoSalto della specie3 a firma Dominijanni e altre. A differenza di altre specie, nel bene e nel male abbiamo la capacità di pensiero, immaginazione e giudizio,a nessun’altra specie è data la possibilità di decidere della sua stessa estinzione.
Bisognerà riconsiderare anche la nostra politica, che, se vuol essere efficace e generativa di desiderio, non può considerare la natura e la salute della terra come tema che interessa solo l’ecofemminismo nelle sue varie declinazioni, i cui contributi vanno pur riconosciuti.Si tratta di aprire un orizzonte più ampio, allargare confiducia le alleanze lasciando da parte le ideologie che generano schieramenti,e superare i dualismi talvolta ancora presenti anche nel nostro pensiero e nel nostro immaginario: per esempio il dualismo natura/cultura, e la diffidenza verso il tema della natura dovuta al nostro giusto rifiuto della storica identificazione maschile-patriarcale donne-natura. Ricordo la libertà mostrata nell’affrontare l’acceso dibattito sul tema dell’utero in affitto, al quale Luisa Muraro ha dedicato il libro profondo e dirimente, già citato, L’anima del corpo, in cui la parola natura è stata sdoganata in senso critico. Scrive Luisa: “parlare della natura si può, anzi si deve, ce lo insegna l’ecologia. Gli esseri umani sono il fruttodi un’evoluzione che continua nella cultura grazie alla parola e alla libertà, ma che non può perdere le sue radici naturali, pena l’autodistruzione”. Vorrei vedere all’opera una simile libertà nella necessaria conversione del pensiero e dell’anima verso la desiderabilità di nuove, più attente e più felici relazioni con la natura. Le relazioni che noi donne abbiamo con la natura sono qualcosa di intimamente, anche inconsciamente, sentito e vissuto. E la natura non è qualcosa che sta là fuori di noi, oggettivabile: ne facciamo parte (“siamo avvolti dalla natura e l’avvolgiamo a nostra volta” scrive Chiara Zamboni4), e in più ne condividiamo la generatività. Abbiamo la possibilità, più degli uomini, ditrasformare le attuali interconnessioni maligne in interconnessioni sane e generative per tutti.
- v. Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, 2016. ↩︎
- v. il prossimo ciclo di incontri “Conversazioni dal Sud”, a cura di Maria Teresa Muraca. ↩︎
- Reperibile su http://www.libreriadelledonne.it del 12/5/2020. ↩︎
- Chiara Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Mimesis 2020, p.13. ↩︎
Introduzione alla redazione aperta di ViaDogana3 – Vincoli, connessioni, relazioni, 7 febbraio 2021
Inizio la mia riflessione con una citazione dal testo di Chiara Zamboni Sentire pubblicato nel libro La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe.
«Il sentire ha per le donne un valore politico per il fatto che molte donne affidano all’esprimere quel che sentono il primo passo per significare l’esperienza e abbiamo visto come dire l’esperienza sia un nodo direi essenziale nella politica delle donne».Nel tempo del confinamento in molte ci siamo messe in ascolto del nostro sentire cercando di tradurre in parole le percezioni, le sensazioni, le emozioni che ci attraversavano.
Un ascolto paziente, non sempre facile, che ha consentito a ciascuna di noi, e a ciascuna a suo modo, di afferrare la verità di un’esperienza così sconvolgente e di condividerla con altre. C’era il lockdown, eravamo separate e tuttavia abbiamo trovato il modo di restare in relazione e di avere uno scambio ricorrendo a pratiche di scrittura, utilizzando le piattaforme di condivisione a distanza e uno strumento come facebook. Penso alla redazione di Via Dogana 3 che fin dal marzo 2020 ha dedicato diversi incontri all’emergenza coronavirus e alla narrazione di come alcune di noi la vivevano, pativano, elaboravano. Ne ricordo i titoli: Attraversare questo tempo: interrogazioni,pensieri,prospettive; Non sembra ma è una grande occasione; Ripartenza o rinascita?; Libertà in tempo di pandemia. Penso al Grande Seminario di Diotima che si è svolto lo scorso ottobre: Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale. Penso alla Italian Virginia Woolf Society, di cui faccio parte, che nella primavera del 2020 quando per proteggere la nostra vita e quella delle altre/i ci siamo autoconfinate, sulla pagina Facebook dell’associazione ha creato una rubrica, «Parola di Judith» (Judith è l’immaginaria sorella di Shakespeare inventata da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé) per aiutarci a rimanere in contatto condividendo vissuti, sentimenti, pensieri. E potrei continuare citando i tanti articoli circolati in rete di attiviste, giornaliste, scrittrici. Quello che voglio dire è che non ci siamo mai fermate e che il desiderio di alcune ha rianimato in altre, in una come me ad esempio, un desiderio che si era bloccato.
Oggi, a distanza di un anno dove tutto non è andato bene e le cose si presentano peggio di prima,ci chiediamo come possiamo rilanciare la pratica politica, tessere relazioni restando ancorate alla propria verità soggettiva, potenziare l’elemento della fiducia e come trovare altre forme di presenza pur nella distanza.Si tratta di una scommessa che ci giochiamo in una situazione disperante, contrassegnata dall’irresponsabilità, dal cinismo e dalla mediocrità degli uomini di potere sostenuti dal silenzio-assenso di alcune donne e dove l’economia trionfa sulla politica.
Quello che mi viene in mente, e mi baso sulla mia esperienza, è che una pratica politica si rilancia creando le circostanze per farla esistere. Nei contesti in cui ci troviamo. Io sono in pensione da diversi anni, non ho più un luogo di lavoro e neppure uno politico dove agire. La lettura della Carta Coperta ha mosso in me il desiderio (che si è bloccato nel lockdown per poi risvegliarsi) di avere con altre uno scambio sui temi dell’inconscio, del desiderio, del sentire. Allora mi sono messa in relazione con un’amica che quel desiderio ha condiviso e lei a sua volta ne ha parlato con una sua amica che mossa da un suo desiderio aveva già letto la Carta Coperta.
La nostra relazione che si era interrotta con il lockdownl’abbiamo ripresa da alcune settimane e trovandoci ancora in una situazione di distanziamento fisico abbiamo deciso che la forma migliore per continuare lo scambio è una pratica di scrittura. Quello che maggiormente mi ha colpito quando ci siamo sentite per riprendere il filo delle nostre riflessioni è la fiducia che ora circola tra noi e che nella prima fase della relazione stentava ad affiorare. Per cose non dette, reticenze, fraintendimenti e perché c’è sempre dell’inconscio tra l’una e l’altra.
La fiducia è un elemento importante della nostra politica, ma può capitare nel concreto di una relazione che essa incontri degli inciampi o che ci sfugga. Nel periodo del confinamento a meè capitato di perdere la fiducia in alcune amiche che interpretavano le regole del disciplinamento come un’imposizione lesiva della libertà individuale e collettiva. Mentre io il lockdown lo vivevo non come una forma di obbedienza ma come consapevole autolimitazione della mia libertà. Ed è singolare e fa problema che tra femministe la fiducia si sia incrinata proprio sul terreno della libertà e questo mi sembra un punto su cui ragionare. Sulle pagine di facebook dove il conflitto si è manifestato senza alcuna possibilità di mediazione si sono ben presto formati degli schieramenti.Un fatto che segnala come l’uso delle tecnologie presenti al contempo vantaggi e svantaggi. Nel caso del nostro incontro di oggi e data l’impossibilità di uno scambio in presenza è senz’altro un sostegno. E lo è, se usato con criterio, anche facebook, nella misura in cui ci consente la condivisione dell’esperienza e del pensiero delle donne. Nel tempo sospeso della pandemia sono circolati su facebook tantissimi testi di femministe italiane, europee, anglosassoni e anche questo è stato un modo per spezzare l’isolamento e tenersi in contatto al di qua e al di là dell’Atlantico.
La verità soggettiva nasce dall’ascolto del proprio sentire, la fiducia è il sentimento che ci apre alle altre, agli altri, al mondo. Verità soggettive e fiducia sono gli ingredienti essenziali della relazione fra donne e della pratica politica del femminismo della differenza. Una pratica politica sulla quale ancora oggi scommettiamo. Nella congiuntura Covid-19 in cui ci troviamo è risultato evidente – e l’agire delle sette prime ministre di cui abbiamo parlato nell’incontro del 3 dicembre ne rende testimonianza – come la fiducia possa diventare anche un fattore di coesione sociale.In un articolo pubblicato sul numero 1350 di Internazionale intitolato “Per combattere il virus bisogna essere altruisti”, Laurie Penny mette in campo la fiducia. Parlando dei comportamenti sbagliati di tante persone e che la fanno arrabbiare (accaparramenti dissennati di generi alimentari nei supermercati, o fingere che non stia succedendo niente) lei scrive:
«Non puoi combattere un’epidemia solo avendo ragione. Rimproverare i tuoi amici non è il modo migliore per fargli cambiare atteggiamento. Dobbiamo essere delicati gli uni con gli altri. Dobbiamo allenarci alla fiducia. Perché ora e nei decenni a venire i nostri problemi più grandi non si potranno risolvere se non ci fideremo gli uni degli altri».
Introduzione alla redazione aperta di ViaDogana3 – Vincoli, connessioni, relazioni, 7 febbraio 2021
Questo incontro parte da un luogo fisico, la Libreria delle donne di Milano dove mi trovo io insieme ad alcune altre. È la pratica che sta emergendo ora che non possiamo trovarci in presenza: mantenere il radicamento al luogo e ai corpi è fondamentale e fa parte della politica stessa. Prima di cominciare vogliamo ringraziare Laura Colombo che è sempre qui, insieme a Laura Giordano, e Valeria Spirolazzi da remoto: mettono a disposizione le loro conoscenze tecnologiche permettendoci di comunicare anche a distanza. Laura Colombo ha impostato un potenziamento di zoom, l’ultima volta ci è dispiaciuto molto dover escludere parecchie donne che avrebbero voluto esserci. Ringraziamo anche Clara Jourdan che gestisce le iscrizioni.
L’incontro di dicembre, che ho trovato particolarmente ricco e articolato, è stato il primo di questa esperienza nuova, tutta online: ha dimostrato che se c’è il bisogno e il desiderio di scambio, anche questa modalità a distanza ne è vivificata. La gioia di ritrovarsi era palpabile. Sicuramente è stato anche l’argomento proposto, la libertà, che ha dato slancio al dibattito e ha innescato tanti contributi di verità soggettiva.
Due interventi in particolare ci sono sembrati densi di sviluppi interessanti: Giuliana Giulietti di Livorno, la quale si è riallacciata alla “Carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe” e alla costatazione di Ida Dominijanni sulla latitanza del desiderio. Abbiamo chiesto a Giuliana di intervenire oggi per riprendere quel filo, per aprire la questione della pratica politica che va ripensata e rilanciata. Ormai è chiaro che questa esperienza della pandemia non sarà mai una semplice parentesi nelle nostre biografie e che abbiamo bisogno di elaborarla. Per questo il secondo filone, che si intreccia con il primo, è affidato ad Anna Maria Piussi, che in occasione dell’ultimo incontro aveva proposto «una riflessione radicale che sia anche azione sul nostro rapporto non solo con gli umani ma anche con il vivente». È già da alcuni mesi, infatti, che si dedica a questa ricerca, seguendo un desiderio che si è svegliato in lei grazie alla pandemia. Da molto tempo anche il movimento ecologista vede queste interconnessioni, ma spesso si rimane ad un livello etico, di responsabilità personale, e mi manca il passaggio dalla verità soggettiva, per cui non riesco a farmi prendere in prima persona. Sento la necessità di un affinamento del pensiero perché stiamo attraversando una crisi che è nel contempo sanitaria, ambientale, economica, sociale e politica, soprattutto in questi giorni, con la caduta del governo Conte ad opera di ciniche manovre di potere di stampo maschile. E nella situazione in cui ci troviamo oggi, io sento fortissimo il bisogno di scambio, di ricerca di senso per non farmi travolgere dalla rabbia e dal senso di impotenza.
Dicevo che ci troviamo di fronte a una crisi strutturale di tutti gli ambiti, ma nel contempo vediamo il manifestarsi di autorità femminile. La cultura della specializzazione non riesce a dare risposte adeguate a una realtà che sembra sfuggirci. Se ne sono accorte anche le stesse persone impegnate nella ricerca scientifica rafforzando l’approccio interdisciplinare, di per sé non nuovo, per affrontare l’emergenza Covid. Il nuovo sta nel fatto che le porte che si sono aperte sui laboratori di ricerca hanno fatto vedere moltissimi volti femminili, e molte volte la presa di parola pubblica ha portato il segno dell’autorità femminile.
Anche i grandi media hanno registrato che circola un protagonismo femminile: l’ho visto nelle retrospettive sull’anno 2020 che regolarmente vengono pubblicate a fine anno (il video del Corriere della sera dal titolo significativo: 2020, l’anno che ci ha tolto le parole, elenca dieci buone notizie, tra cui: «Donne in politica, sempre più leader»; Le Monde titola: Buone notizie che hanno segnato l’anno 2020, nonostante tutto, e cita tra gli altri «Environnment, justice, féminisme»1). Tuttavia, lo si annovera come buone notizie senza conseguenze. Inoltre salta all’occhio, anche qui, una visione frammentata della realtà: invece tutti questi ambiti sono cambiati proprio a causa dell’esserci delle donne.
E inaspettatamente, tra le donne stesse che hanno scelto di competere per un posto di potere, alcune hanno cominciato a nominare il di più femminile, e a mettere in luce la genealogia femminile e la fertilità della relazione tra donne: Kamala Harris nel suo discorso del 9 novembre scorso ha parlato di sua madre immigrata dall’India, ha valorizzato le generazioni di donne nere, asiatiche, ispaniche… che con la loro lotta le hanno aperto la strada. I media non hanno rilevato la forza simbolica delle sue parole; l’abbiamo fatto noi nella redazione del sito dando un titolo nostro a quel discorso: “Il senso di Kamala per la genealogia femminile”. È una nostra pratica importante dare, attraverso titoli redazionali e brevi introduzioni, un significato alle cose che capitano e sottrarre così il monopolio della rappresentazione a chi le lascia nell’indifferenziato o le legge in chiave emancipazionistica. Ci ha anche colpito Christine Lagarde in un’intervista pubblicata da Io donna il 2 gennaio 2021: parlando della relazione con Angela Merkel e Ursula von der Leyen, sottolinea la loro comunicazione diretta, fuori dai protocolli, e quindi più efficace. E aggiunge: «nessuna di noi voleva prendersi il merito a tutti i costi, né lasciare che il nostro ego intralciasse il lavoro altrui, e anche questo si è rivelato utile. Quindi direi meno vanità». UNA BELLA DIFFERENZA, dico io!
Vorrei anche parlare delle tante donne che non si trovano sulla scena illuminata della politica internazionale e che hanno tirato fuori, anche insieme ai colleghi maschi, molta creatività e inventiva in questa situazione che ci ha tolto tutte le certezze: moltissime insegnanti, per esempio, confrontate con la chiusura delle scuole, non si sono fatte prendere in prima istanza dall’angoscia di dovere affrontare l’ondata di tools e apps che la furia della digitalizzazione ci ha buttato addosso, ma hanno pensato per prima cosa a come salvare la relazione con alunne e alunni, tramite la consegna di materiali a casa, in bicicletta, telefonate personali con chi è isolato tra le mura domestiche, e apertura di blog per scambiare idee e proposte con colleghe e colleghi mai conosciuti prima.
Tutto questo, come abbiamo scritto nell’invito, indica un agire femminile imprevisto nel quale sono leggibili i segni di un nuovo futuro. La posta in gioco è un salto di civiltà, così come è stato messo in luce nel documento “Salto della specie” promosso da Ida Dominijanni. Per me è stato un testo fondamentale, l’ho condiviso spontaneamente anche se la pratica dei testi collettivi in realtà non corrisponde alla mia pratica; qui invece mi dicevo: sììì, queste parole corrispondono profondamente a ciò che sento e penso, dalla prima all’ultima riga! Infatti, prendendo le parole da quel testo, sostengo che quell’agire delle donne che ho citato prima, da Kamala Harris all’insegnante, «si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo» ed è segno di un cambiamento «che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere» (Salto della specie).
Proprio in questi giorni abbiamo sotto gli occhi quelle pretese arroganti dell’individuo sovrano e quindi cresce l’urgenza di interrogarci sulle pratiche e le mediazioni necessarie.
Sì, a me dà soddisfazione vedere circolare autorità e libertà femminile ai livelli più alti del governo di questo mondo, ma ciò non toglie che saltano fuori contraddizioni enormi: cito solo le ministre mute (in quel caso è stata molto importante la nuova mediazione che Luisa Muraro ha lanciato con la sua lettera aperta), penso anche a Nancy Pelosi che ammiravo moltissimo per la sua signoria e i suoi gesti clamorosi, per esempio stracciando il discorso di Trump. Sprizzava autorità femminile letteralmente da tutti i pori, quando diceva all’ex presidente «Io sono madre di cinque figli e nonna di nove nipoti e riconosco quando uno fa i capricci» – ma poi, ma poi: ai primi di gennaio ha avallato delle regole linguistiche per la camera dei rappresentanti che tolgono, nel nome di una politica di inclusione, parole come madre, padre, sorella fratello e i pronomi personali sessuati. E questa non è solo una tendenza nel House of Representatives, l’idea di un linguaggio inclusivo di “tutte le identità di genere” si sta diffondendo anche in Italia. Un pensiero, un linguaggio che vuole includere tutto tranne la propria soggettività.
La scommessa politica della differenza, infatti, richiede un rilancio continuo. Se la pandemia ha messo in circolazione concetti come libertà relazionale, vulnerabilità, corpo, interdipendenza che fino a un anno fa erano appannaggio del femminismo e ora hanno trovato circolazione perché aderenti alla realtà nuova, questo non deve metterci in una posizione di autocompiacimento (“l’abbiamo sempre detto…”) ma spingerci piuttosto ad affinare le pratiche e interrogarci su quali mediazioni si possono aprire, soprattutto quando c’è una urgenza come quella del nostro presente.
Il pensiero e la pratica della differenza, infatti, domandano consapevolezza soggettiva, senso della parzialità e capacità di relazionarsi, e nessuno di questi elementi può essere saltato, neanche di fronte all’urgenza.
- «Ambiente, giustizia, femminismo» ↩︎
Introduzione alla redazione aperta di ViaDogana3 – Vincoli, connessioni, relazioni, 7 febbraio 2021