Cara Clara,
in Differenza e differenze tra donne (VD3, 20 febbraio 2021) fai una osservazione preziosa: la differenza in un’altra donna non si presuppone, ma riguarda me, è la mia pratica politica, la differenza la faccio nel momento in cui mi metto in relazione con un’altra donna, proprio sapendo che è una donna.
Non capisco però come risolvi il problema tra il “passaggio da indagare, sulla questione del potere” e “la questione venuta fuori” con la lettera che ha scritto Luisa Muraro il 31 dicembre alle due ministre di Italia Viva a proposito della crisi di governo scatenata da Renzi.
La lettera di Luisa propone di migliorare autorevolmente il lavoro del governo senza aderire a un particolare schieramento partitico, un passaggio in avanti simbolico, per una “indipendenza dalla politica che mira al potere”.
Anche Fulvia Bandoli scrive, riferendosi a una immagine ascoltata da Luisa, che una donna può entrare nel “territorio del diavolo” della politica corrente “basandosi sulla forza che può venirle solo dalle relazioni con altre”. C’è libertà a starne dentro, nei rapporti di cui scrive Fulvia Bandoli, “se acquisisci piena consapevolezza che la tua libertà risiede nella relazione con le altre donne quella resta per sempre la tua misura. E se questa misura diventa la pratica di tante donne immette un’altra realtà anche nel territorio del potere e dei partiti e comincia a risignificarli” (Un’altra realtà nel territorio del potere, VD3, 20 febbraio 2021).
Le due ministre però hanno risposto insieme alla lettera di Luisa, per rivendicare – insieme – la loro scelta libera. La questione infatti è di politica concreta: perché interesse del paese sarebbe non rompere il governo piuttosto che, viceversa, romperlo? Le due ministre si dicono convinte che interesse del paese sia cambiare il governo e per questo hanno sostenuto l’azione del partito cui appartengono. Operano perciò sul terreno delle logiche di potere, affondamento e spartizione. Tu, Clara, ipotizzi che nella famosa conferenza stampa abbiano taciuto per non lasciarsi sfuggire un possibile dissenso nei confronti di Renzi. Ma potrebbe essere anche che non volessero farsi sfuggire informazioni circa l’esistenza del piano, di cui condividevano la strategia, ma si sentivano meno abili a dissimularla. Oppure il loro silenzio banalmente potrebbe rispondere a una pratica per cui parla di solito una/un responsabile, le altre o gli altri partecipano in silenzio solo per mostrare adesione.
Hanno aggiunto comunque una osservazione piuttosto pesante circa l’accusa di essere succube del capo: è un “maleficio che sembra colpire molte donne che scelgono la politica e ambiscono a ruoli apicali”. (Viene facile collegare ora questa frase alla mancanza di ministre del pd nel nuovo governo.)
Oppure, per mostrarsi libere, avrebbero comunque dovuto stare fuori da una politica che mira al potere?
Come poi scrivi tu, Clara, c’è un elemento chiave da considerare: come fanno le donne a diventare “regine” se ora il potere non si muove più entro filiere parentali ma passa anche attraverso logiche di spartizione del potere?
Ciao
Cristiana
Ragionando sul rapporto con donne al governo, all’ultimo incontro di Via Dogana 3 del 7 febbraio 2021 una è intervenuta dicendo che «non si può presupporre la differenza nell’altra donna». Senza interpretare cosa lei intendesse dire precisamente, io trovo che sia un’espressione ambigua, anzi sbagliata, perché può far pensare che la differenza sia una questione di idee, un’idea politica che si può condividere o no.
Invece la differenza nelle altre riguarda me, è una pratica, la mia pratica politica. Nella mia pratica politica presuppongo la differenza, cioè sono io che faccio la differenza. Non presuppongo nell’altra una pratica come la mia, e neanche le mie idee, ovviamente, la differenza la faccio nel momento in cui mi metto in relazione con un’altra donna, proprio sapendo che è una donna. E quindi aprendomi alla differenza sessuale e alle differenze tra donne.
La questione è venuta fuori a proposito della vicenda delle due ministre dimissionarie del governo Conti 2, Teresa Bellanova e Elena Bonetti. Così, ho riletto una lettera di Teresa Bellanova, scritta due anni fa (19 giugno 2019) al segretario della Cgil Landini, in cui lei si esponeva con forza contro l’utero in affitto, chiedendogli una chiara presa di posizione in materia. Allora lei era solo senatrice, non era nel governo. Questo mi ha fatto pensare a un passaggio da indagare, sulla questione del potere. Perché la stessa donna quando era solo senatrice si è espressa in modo deciso contro un orientamento pericoloso su «un tema delicatissimo» che sta prendendo piede nel sindacato in cui lei ha militato per anni e tra i progressisti, e quando è al governo non si esprime con altrettanto vigore sul merito di proprie scelte gravide di conseguenze per tutti e tutte?
Traudel Sattler nell’introduzione all’incontro ha ricordato donne ai vertici del potere che hanno «cominciato a nominare il di più femminile, e a mettere in luce la genealogia femminile e la fertilità della relazione tra donne». Inoltre, da quando c’è la pandemia i mass media hanno notato che i paesi governati da donne vanno meglio. Si tratta in tutti i casi di donne ai vertici, donne a capo, non che fanno parte dei governi. Forse qui c’è un elemento chiave da considerare: nelle istituzioni politiche maschili, le donne riescono a esercitare autorità solo quando sono al vertice, come le regine di altre epoche storiche? Sembrerebbe di sì. Perciò trovo illusori gli appelli ad aumentare le donne al governo, che effettivamente nel governo Draghi sono “poche”. Poche o tante, nei governi le donne devono sottostare alle logiche della spartizione del potere tra partiti e interessi economici, come abbiamo visto. Forse potrebbe cambiare davvero qualcosa se fosse una donna a presiedere il consiglio dei ministri. Certamente anche lei dovrebbe rispondere a partiti e parlamento, ma potrebbe farlo con autorità, come è accaduto in altri paesi.
Un fatto che aveva colpito nelle due ministre dimissionarie del governo Conti 2, è che non avessero motivato le loro dimissioni nella conferenza stampa che le annunciava. Anche il silenzio è linguaggio, interpretato negativamente da molte. Io invece ci ho visto un irriducibile femminile sulla scena della politica maschile. Ho pensato che forse non hanno parlato perché tutti sapevano che i reali motivi di far cadere il governo non erano quelli dichiarati da chi lo voleva far cadere, e le due donne pure essendo convinte di dimettersi (avevano scelto loro di stare in quel partito) erano consapevoli che nel loro parlare in presenza non avrebbero potuto nascondere bene (nemmeno le attrici professioniste ci riescono sempre) la falsità di quel teatro. È una mia ipotesi, certo, ma so che il non poter dire la verità può indebolire il parlare di una donna, lo so per esperienza personale e per osservazione diretta, e forse questo accade anche a quelle che hanno scelto di stare nei luoghi di potere dove è massimo lo scarto tra le parole e la verità. Una “inadeguatezza” femminile preziosa, che impedisce l’omologazione.
Comunque, per poter vedere le differenze tra donne anche sulla questione del potere e la sua influenza sulla libertà di una donna, la differenza va presupposta in tutte le donne, come del resto in tutti gli uomini.
Penso che “presupporre la differenza” in ogni donna rappresenti una forzatura, con alcune serve aprire un conflitto. Lo dico sulla base della mia esperienza personale, perché prima dell’incontro con il femminismo non capivo né il senso della differenza, né quello della libertà femminile, né tantomeno riuscivo a far valere, prima di ogni altra, la mia relazione con altre donne.
Credo che ancora oggi molte che stanno nei partiti e nelle varie istituzioni siano nella situazione nella quale mi trovavo io agli inizi del mio percorso politico. E con queste donne credo vada aperto un conflitto trasparente ma radicale. Conosco i partiti e conosco anche il potere. L’ho subito, esercitato, l’ho visto bloccare o accelerare processi e scelte. E so quanto possa sfigurare le persone. Ma da vari decenni, per fortuna, ho imparato a conoscere (e a farne la mia pratica politica) il potere che viene dalla conoscenza e dal sapere e che, come diceva Hannah Arendt, genera un poter fare e un poter dire, un agire collettivo e relazionale. Dopo i primi anni passati in una posizione subalterna ai maschi, anche se l’aver studiato molto mi consentiva di metterli all’angolo in molte discussioni, ho avuto la fortuna di incontrare, dentro il Pci, Franca Chiaromonte e con lei il femminismo, e soprattutto di sperimentare e di veder crescere la forza che deriva della relazione tra donne. Mi colpì molto quello che disse anni fa Luisa Muraro, parlando di Flannery O’Connor, al Grande Seminario di Diotima: «Lei con la sua splendida scrittura entrò nel territorio del diavolo per immettervi realtà e contendere significato alle parole». Ecco, io penso che una donna che decida di fare politica in qualsiasi sede e a qualsiasi livello debba sapere che sta entrando nel “territorio del diavolo” e che può entrare solo se immette in quel territorio la sua realtà e se contende significato al “potere costituito” basandosi sulla forza che può venirle solo dalle relazioni con altre. Se entra da sola, o in fila dietro a un uomo, sceglie di riprodurre la sua subalternità. Torna in questi giorni, a proposito della formazione del nuovo governo Draghi, una discussione oramai stantia. Che le donne sono poche (solo 8 su 23), che la Sinistra non le ha messe, che bisognerebbe applicare davvero le “quote rosa”, che la colpa sarebbe delle correnti dirette dai maschi, e via inanellando tutte le scuse possibili. Anche i maschi naturalmente si esercitano sul tema. Michele Serra scrive: «forse per mantenere la differenza sarebbe bene per le donne tenersi lontane dal potere». Una frase che, detta da un uomo, si commenta da sola. Non credo alle sedi paritarie e alle quote rosa. Il femminismo mi ha insegnato che va aperto un conflitto di merito e radicale con gli uomini sul loro ruolo e purtroppo anche con le donne che li aiutano a perpetuarlo. Ho sempre pensato, fin da giovanissima, che una donna possa fare politica meglio di un uomo. L’esempio di come la facesse meglio mia madre, rispetto a mio padre, fu per me illuminante. Dovessi dire perché scelsi la politica invece dell’insegnamento direi che lo feci perché nel ’68/69 era piuttosto bella, ma soprattutto per dimostrare a me stessa, e a mio padre in particolare, che potevo far politica meglio di lui. E tirando le somme del mio lavoro credo di esserci riuscita. Con buoni risultati concreti nelle materie che ho affrontato e nelle leggi che ho contribuito a fare. E con più felicità e passione, mentre in lui vedevo quasi solo il dolore del sacrificio, della disciplina e della competizione. E questo “meglio di un uomo” è stato frutto quasi per intero delle mie significative relazioni con molte donne e con il femminismo, dentro e fuori dal partito nel quale ho lavorato. Magari vi chiederete se io non abbia mai fatto parte di una corrente nel mio partito. Sì, ho fatto parte della corrente di Pietro Ingrao, in quegli anni era difficile non farne parte. Ma le relazioni con le altre donne del mio partito, o con quelle che stavano nelle associazioni e nei movimenti ecologisti territoriali che frequentavo (quelle di Vicenza, quelle della Terra dei Fuochi, della Val di Susa) venivano prima della mia corrente. Io e Franca Chiaromonte, ad esempio, trent’anni fa abbiamo fatto una scelta e una scommessa consapevole l’una sull’altra: lei era femminista e aveva una grande credibilità nel movimento delle donne, io non lo ero ma avevo una più forza politica di lei dentro il partito. Politicamente non eravamo neppure sulle stesse posizioni, lei era più moderata e riformista, io più estremista, per usare il linguaggio di allora. Ma questo non fu mai un impedimento. Per quanto potessimo essere distanti su una singola scelta politica, la nostra relazione è sempre stata più forte di ogni posizione particolare. Ci siamo confrontate per moltissimi anni, e la nostra relazione è stata un lievito per altre donne. Il fatto che né io né lei “rispondessimo” ai maschi ma ci affidassimo prima di tutto l’una all’altra mostrava una pratica molto diversa da quelle solite e soprattutto mostrava forza e libertà femminili. Molte volte sono andata in conflitto proprio perché sostenevo una donna di un’altra corrente e la mia relazione primaria era con lei. Ma se acquisisci piena consapevolezza che la tua libertà risiede nella relazione con le altre donne quella resta per sempre la tua misura. E se questa misura diventa la pratica di tante donne immette un’altra realtà anche nel territorio del potere e dei partiti e comincia a risignificarli. Credo però che nei partiti del secolo scorso, pur con tutti i difetti enormi che non intendo negare, ci fosse almeno uno spazio. Oggi, dovunque mi giri, non vedo partiti, ma un panorama politico scarnificato, fatto di leader modesti sostenuti dalle rispettive tifoserie.
Sì, la posta in gioco è alta: il cambio di civiltà tanto desiderato si prospetta e sta avvenendo nella situazione più drammatica e improvvisa, in una crisi di sistema, allo stesso tempo sanitaria ambientale sociale culturale e politica.
Nell’immediato la speranza è ancora una volta affidata a un provvedimento salvifico. In questo caso sono due: il vaccino che ci porterà in tempi brevi fuori dalla pandemia; la guida di un tecnico “super” fin dal soprannome, incontro al quale sono accorsi tutti i partiti (tranne uno), in una sorta di misteriosa identificazione con il “salvatore” che porta in sé un pezzetto della propria identità. A cominciare da Grillo che gli ha attribuito un’anima grillina.
Quella speranza è falsa perché le cose non stanno così. Il covid non passerà facilmente, già imperversano le sue varianti e altri virus arriveranno; la crisi climatica è vicina alla rottura e la transizione ecologica, pur con il benvenuto ministero apposito, non sarà indolore; la povertà sta aumentando in strati sempre più ampli della popolazione, mentre aumenta la concentrazione della ricchezza in poche mani.
Così un fondo di tristezza si è accoccolato dentro di me. Ma c’è anche altro che veicola gioia, se si è donna e si ha passione politica. Io la provo quando sento parole del femminismo diventate senso comune e vedo volti di donne autorevoli saltare fuori in ogni ambito: il cambio di civiltà porta impresso un visibile segno femminile.
In questa cornice colloco l’invito di Antonietta Lelario ad autorizzarci a portare la politica della differenza sul piano politico più allargato. Ha ragione, ma diciamoci con franchezza che mentre alcune sanno stare nella sfera pubblica con efficacia, per la stragrande maggioranza delle donne è difficile.
Io ammiro chi riesce con le sue parole ad orientare nella lettura del presente e ad aprire nuove strade. È il caso di Luisa Muraro che sorprende sempre per la sua capacità di invenzione politica, l’ultima è stata la lettera aperta alle ministre di Italia Viva del governo Conte. Ha suscitato un intenso dibattito che ancora ci impegna, indicando anche una nuova possibile pratica: l’interlocuzione nella distanza. Oppure è il caso di Ida Dominijanni che con tempismo e intelligenza politica riesce a fornire analisi acute degli avvenimenti in corso. Cito solo il suo post su Facebook riguardo a Conte che ha lasciato palazzo Chigi accompagnato da lunghi, intensi applausi di impiegati e commessi. Altri giornalisti si sono affrettati a minimizzare quegli applausi, mentre la sua interpretazione va in fondo all’anima, anche della mia, facendo vedere come siano stati «una citazione inconscia dal primo lockdown, quando ci affacciavamo tutti alle finestre, e un ricordo dell’alleanza stretta in quel momento fra governanti e governati in nome non del potere o della competenza, ma della percezione di una comune impotenza, che ci ha consentito di affrontare quell’esperienza difficile senza dilaniarci». Che Dominijanni abbia colto qualcosa di speciale di quel rapporto è confermato dal numero milionario di like avuto dall’ultimo post di Conte. Un record, hanno scritto i giornali. Del resto lo stesso Draghi nel suo discorso per la fiducia in parlamento lo ha ringraziato e si è posto in una certa continuità con il governo precedente.
Tornando alla questione della presa di parola e dell’esposizione pubblica posso io stessa confermare un disagio. C’è grande bisogno e desiderio di scambio, come mostrano gli ultimi incontri di Via Dogana, e allo stesso tempo c’è un’esitazione femminile a esporsi forse per debolezza del desiderio e forse perché molte donne pensano di aver poco o niente da dire, soprattutto sull’attualità politica. Al mattino ascolto regolarmente Radio Popolare e ai microfoni aperti telefonano in genere uomini, tanto che in una trasmissione la conduttrice, Lorenza Ghidini, ha chiesto solo alle donne di chiamare per discutere il fatto del giorno: il mancato invio di ministre al governo da parte del PD. E quelle che hanno telefonato ne avevano di cose da dire! La difficoltà è innegabile e la sentiamo anche nelle nostre imprese femministe, che siano librerie, centri o riviste.
La pandemia ha rimesso al centro i corpi con tutta la loro fragilità e difettosità nel fisico e nell’anima, da accettare come comune condizione umana, inaggirabile. Mesi mesi e mesi di zona rossa o arancione me ne hanno dato una consapevolezza tangibile e qualcosa è cambiato dentro di me.
Ho cominciato a fare pace con i miei “difetti” e, quindi, con quelli di chi mi circonda. Ho smesso di avere in mente un ideale di perfezione. Gli esseri umani, le donne, io, siamo imperfetti, ma questo non toglie niente al nostro desiderio e alle nostre potenzialità di espressione.
La scena pubblica è a misura maschile e sappiamo bene che c’è un’opprimente richiesta sociale: una donna, specie se giovane, deve essere a dir poco “perfetta”.
Ma ancora più insidioso è l’ideale di perfezione che alberga nella testa delle donne. Si è ciò che si è, frutto di una vita e di una storia. Se si toglie di mezzo l’ideale con cui misurarsi e misurare, ciò che era catalogato “difetto” appare più come una differenza, una caratteristica di quell’essere umano lì, che entra in gioco con le differenze dell’altra nell’alchimia della relazione. Il potenziamento è dato proprio dal gioco delle differenze e delle caratteristiche delle singole donne che stanno in relazione. Per questo è così essenziale la fiducia nella relazione tra donne. L’altra ti fa essere più te stessa.
Le nostre pratiche politiche – quelle che abbiamo già scoperto come l’autorità e l’affidamento e quelle che andiamo scoprendo muovendoci praticamente in questa inedita situazione – sono parte integrante del passaggio che stiamo vivendo da un mondo basato sull’individuo sovrano a un mondo basato sulla relazione e l’interdipendenza.
Per parlare della mia esperienza nella redazione ristretta, posso dire che fare Via Dogana, decidere il tema della discussione, esporsi con una introduzione, sta diventando una pratica in cui le relazioni sono più importanti delle singole individualità, in cui l’io risulta meno importante del progetto comune. E questo potenzia molto il lavoro della redazione. Spesso le aggregazioni femminili funzionano male perché l’ideale di perfezione finisce per essere una lente deformante che accentua il negativo, fa vedere principalmente le manchevolezze dell’una o dell’altra e innesca una litigiosità strisciante che porta tutto al ribasso. Il vero negativo è che così l’attenzione rimane concentrata sulla singola individua e non si scommette sulla potenzialità trasformativa delle relazioni. Insomma, una più una vale cento.
L’espressione pubblica di sentimenti e pensieri non è moneta corrente tra i sessi. È un terreno poco o niente frequentato e quindi di per sé impervio: da una parte è ingombro di luoghi comuni, dall’altra registra uno storico silenzio o imbarazzo. Prevale il timore di essere fraintese, di essere assorbite nelle dinamiche note (seduzione/ammirazione/dipendenza), di essere assimilate a una parte politica, di pentirsene.
Siccome parlare su questo terreno è un azzardo lo si continua a lasciare disabitato, orfano di parole diverse di donne e a disposizione di quelle vecchie perlopiù maschili.
Per cui si sta zitte.
Noi abbiamo trovato nell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte alcune caratteristiche umane e di stile nel governo della cosa pubblica che vorremmo qui nominare e segnalare.
Siamo grate a Conte
Cominciamo dall’uso del linguaggio: semplice, chiaro, alla portata di tutte/i.
Abbiamo registrato il suo modo di essere sulla scena pubblica: presente ma non presenzialista, uno starci funzionale alle cose da fare, limitato all’essenziale.
Anche la sua modalità di interagire ci è apparsa collaborativa, volta alla mediazione e alla chiarezza, lontana da strumentalismi e doppiezze.
Ne abbiamo anche riconosciuto il notevole impegno lavorativo, la fatica e il coinvolgimento: questo ha prodotto un’immagine non futile della politica, spostandone il focus più verso l’esercizio di autorità che di potere.
Anche il difficile esercizio di trovare un punto di equilibrio e di dialogo tra alleati eterogenei per storia e collocazione, così come il sostenere scelte di equità sociale, vicine all’immediatezza dei bisogni delle persone immerse nel reale quotidiano, ha comportato uno sforzo che abbiamo apprezzato.
E infine anche il suo farsi da parte, senza recriminazioni, accuse o polemiche, ci è sembrato un segno di sobrietà politica, stimolante ed esemplare in un contesto in cui l’insulto e il discredito sono ordinari elementi del discorso.
Il saluto che il personale di Palazzo Chigi gli ha reso alla fine del suo mandato e il suo gesto (unico tra tutti i passati presidenti) di volere accanto a sé la compagna e di rendere pubblica questa relazione suggellata dall’immagine della mano nella mano, ha trasmesso l’idea di una ammissione di parzialità che necessita, per esserci, dell’altra parte del mondo.
Questo nostro riconoscimento non è più grande di un chicco di melograno, quello stesso chicco con cui Ade rapì Core vogliamo usarlo ora per segnalare le circostanze in cui il maschile può non esaurirsi nel patriarcale.
Dana Lauriola è in prigione da settembre e ci resterà ancora per un anno e mezzo, essendo stata condannata a due anni per avere bloccato un casello autostradale per circa quindici minuti, permettendo comunque che le auto passassero senza pagare il pedaggio e gridando attraverso un megafono i motivi della protesta no Tav.
Dana è incensurata, la manifestazione si è svolta in modo pacifico ma è stata respinta la richiesta di pene alternative, nonostante il sovraffollamento delle carceri che la pandemia rende particolarmente preoccupante. Nicoletta Dosio, incensurata, insegnante in pensione, dopo essere stata in carcere per qualche mese, è finalmente agli arresti domiciliari grazie alla pandemia. Stella, incensurata, è agli arresti domiciliari, in cui dovrà restare per due anni, per aver fatto volantinaggio in quella stessa occasione. Queste sentenze non sono state emesse in Turchia o in Egitto, ma a Torino. Ci sarebbero altri nomi da ricordare, Fabiola, Eddi, Francesca… e tanti ragazzi, ma questi tre casi sono sufficienti per fare capire che siamo di fronte a un’aberrazione giudiziaria, insopportabile per chi ha a cuore la giustizia e la libertà.
Colpisce e fa riflettere ancora di più il fatto che si tratta di donne, di età diverse, dai 38 ai 73 anni. Nell’esperienza di tutti/e, rafforzata persino da stereotipi, le donne sono normalmente meno aggressive, sono quelle che cercano nelle situazioni di tensione di mantenere la calma e che maggiormente rifiutano azioni violente e criminali. Non a caso la presenza delle donne nella popolazione carceraria è del tutto marginale, rappresentando circa il 4% del totale. Ma gli stereotipi sono utili solo quando sono contro le donne, per concedere, ad esempio, attenuanti ai colpevoli di femminicidio e non quando sono a favore, infatti in questo caso i giudici non solo non hanno tenuto conto del dato di realtà, ma al contrario hanno ritenuto di dover punire Dana con il massimo della pena prevista, senza alcuna attenuante, e hanno respinta la sua richiesta di scontare la pena in misure alternative con la motivazione che, dotata di una «fede incrollabile», ha mantenuto fermi i suoi «ideali politici»! Cosa ci dice questa pena esemplare? Protestare contro la TAV è un reato e quindi sotterraneamente e inconsciamente la sentenza vuole essere un monito per tutti i manifestanti uomini. Queste donne sono state usate come “strumento” per rendere ancora più forte ed efficace il messaggio: non è permessa alcuna forma di dissenso, ancora di più se si manifesta con pratiche politiche nuove in cui sono presenti molti giovani, donne e uomini, con grande capacità di coinvolgimento. Non conta la loro vita, non contano emozioni, sentimenti, affetti, sofferenze di esseri umani in carne ed ossa se è in gioco la ragion di Stato, che in questo caso l’arroganza del potere maschile fa coincidere con gli enormi interessi che stanno dietro la Tav. Il messaggio forte e chiaro è rimasto circoscritto al Piemonte; una circolazione nazionale, più diffusa, avrebbe, infatti, rischiato di farne cogliere incongruenze e vere finalità e così giornali e mass media ne hanno parlato pochissimo, raggiungendo il risultato voluto di un’opinione pubblica poco e male informata.
Noi che abbiamo lottato perché ci venisse riconosciuto lo statuto di persone e di cittadine non sopportiamo che altre donne vengano trasformate in icone da spendere per una dura campagna di dissuasione. Siamo riuscite a fare venire al mondo la libertà femminile e non tolleriamo che alcune donne siano ingiustamente private della libertà. Da tempo ci impegniamo per l’etica della cura e un salto di civiltà e non possiamo rassegnarci a una regressione della democrazia talmente grave che si stenta perfino a crederci. Non è possibile accettare che si usino due pesi e due misure e che Verdini, condannato a più di sei anni, venga messo agli arresti domiciliari dopo neanche tre mesi come misura di sicurezza per il Covid e che invece queste donne siano costrette in carcere quando sarebbe stata ragionevole la concessione della sospensione condizionale.
Noi dell’Udipalermo abbiamo “sentito” che dovevamo fare qualcosa e abbiamo costruito con i mezzi che ci permette la pandemia, una relazione con le “mamme in piazza per la libertà di dissenso” che ogni giovedì pomeriggio organizzano a Torino un presidio di fronte al carcere delle Vallette. Ci siamo interrogate su come rendere più efficace la nostra azione, abbiamo scritto lettere al Presidente Mattarella e alla senatrice Segre e stiamo, attraverso una campagna di informazione, cercando di allargare la rete di solidarietà intorno alla giusta protesta delle mamme.
Siamo tuttavia convinte che insieme a tutte voi potremmo fare di più, costruire più connessioni, e pretendere che almeno a Dana venga concesso subito l’affidamento in prova o gli arresti domiciliari.
Dare voce a chi non ha voce, ma ha molto da dire, in quanto donna e migrante. Da questa urgenza è nato nel 2005 il Concorso letterario nazionale Lingua Madre (CLM), per offrire un luogo autentico di espressione e rappresentazione del sé alle donne migranti (o di origine straniera), ma anche alle italiane che vogliano raccontare l’incontro con l’Altra.
Un’opportunità d’ascolto per lettrici e lettori, per imprimere la traccia di un ordine simbolico materno, per immaginare e costruire mondi dove le differenze uniscono invece di separare.
In Italia il 52% dei migranti è femmina e sempre di più le donne migrano da sole e come capofamiglia. L’alterità che ci abita abbraccia il mondo: questa è la storia vivente che le migrazioni pongono tutti i giorni sotto i nostri occhi, qualcosa di unico e di nuovo.Una realtà che necessita di una lettura che parta da uno sguardo sessuato, per mettere in luce quelle strategie di libertà di cui scrive Cristina Borderías, che conducono al cambiamento.
I racconti che ogni anno arrivano al Concorso dimostrano che, attraverso la scrittura, le donne hanno imparato a dare corpo e senso al silenzio in cui da sempre sono state costrette, trasformandolo in metafora, in elemento significante di confronto e rapporto con le altre e gli altri.
La migrazione non è più un semplice sfondo bensì influisce sulle trame e le personagge, generando traiettorie narrative del tutto nuove.Scrivere diventa tanto – e a volte più – importante e necessario dei beni primari.«Da dove vengo io, è così difficile soddisfare il proprio corpo, tanto che spesso ci si rinuncia e si pensa solo all’anima» scrive Indira Barroso López. Si impara così a coltivarla quest’anima «dimenticando i bisogni del suo involucro».
E nella relazione l’identità si afferma in modo positivo e non preclusivo, per questo il bando incoraggia la collaborazione tra donne straniere e italiane. Una relazione che continua nel percorso di ricerca e approfondimento svolto dalle docenti – straniere e italiane – che fanno parte del Gruppo di studio CLM.
Inoltre, vengono realizzati incontri che coinvolgono direttamente le autrici e le rendono protagoniste. Le occasioni si moltiplicano a migliaia, spesso per iniziativa delle stesse autrici, perché anche questo è il CLM: luogo di gemmazione. Ecco quindi la realizzazione di reading, spettacoli teatrali, convegni, seminari, video e molto altro.Un’attività che non si è mai interrotta nonostante l’emergenza sanitaria, proprio per dare un segno di fiducia e speranza. Così si è verificato quanto sottolineava nella sua introduzione Giuliana Giulietti,e il desiderio di alcune ha ravvivato quello delle altre, che si era magari bloccato. La voglia di confronto ha dato vita a nuove iniziative e a una serie di “speciali online”, che continuano tuttora. Per esempio,Coronavirus: e le donne?,per riflettere su un possibile passaggio di civiltà che guardi al mondo e alla natura come a un ambiente domestico di cui prendersi cura, per dirla con Ina Praetorius.
Quando si tratta di soggettività femminile il confine tra umano e animale, tra naturale e razionale, tra corpo e spirito, infatti, è assai labile. La dominazione delle donne e della natura è collegata in molti sensi– storicamente, materialmente, culturalmente– comeè altrettanto evidente che lo sfruttamento ambientale e i disastri naturali hanno un effetto più grave sulle donne.
Nella scrittura emergono le modalità alternative che le donne adottano per vivere il / e nel mondo, alla luce della gentilezza come tracciato dall’etica femminista (essere delicati/e, diceva Giulietti), auspicando una nuova era, quella del Gynecene, teorizzato dalle artiste romene Alexandra Pirici e Raluca Voinea.
Così le donne migranti profilano realtà comuni a tutte/i e tracciano nuove prospettive, forme di ripensamento del vivere associato. Per questo diffondere il loro pensiero è necessario e urgente ed è il senso politico del lavoro svolto dal CLM da sedici anni.
Daniela Finocchi è l’ideatrice del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.
Guardando allo scenario che si è aperto con l’incarico del presidente Mattarella a Mario Draghiper la formazione di un nuovo governo, quello che mi ha maggiormente colpitaè la mancanza di gratitudine – come ha detto anche Ida Dominijanni alla redazione allargata di Via Dogana del 7 febbraio scorso – verso un governo e il suo presidente che, tra mille difficoltà, si sono trovati a fronteggiare una pandemia e un’emergenza sanitaria, economica e sociale senza precedenti.
L’ingratitudine si nutre della pratica storicamente maschile di rimuovere, cancellare, dimenticare quanto detto o fatto da chi è venuto prima, per potersene intestare il primato.
Nel caso del governo Conte, con la velocità della luce, nel dibattito pubblico abbiamo assistito alla rimozione di tutto quello che è accaduto nell’anno che ancora non ci siamo lasciate/i alle spalle, compresi i morti e le sofferenze di tanta gente. L’ingratitudine nella politica maschile che guarda al potereha mostrato il peggio di sé con Matteo Renzi che, complici le due ex ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, ha portato avanti il suo lucido e pianificato gioco con cinismo, arroganza, spregiudicatezza, slealtà, per provocare la caduta del governo e di Giuseppe Conte, che fino alla fine ha goduto della fiducia della maggioranza delle/gli italiane/i (60%) e del riconoscimento quale leader più apprezzato in Europa, secondo solo ad Angela Merkel.Un gioco di potere è ciò che ha portato alla crisi e che – secondo Ida – «non vede affatto Mattarella innocente, arbitro neutro».Di che cosa bisognerebbedire grazie al presidente Conte e al suo governo? Per quanto mi riguarda parto dalricordare e riconoscerela pacatezza con cui l’ormai ex presidente del Consiglio ha saputo rassicurare e tenere insieme il Paese nei momenti più drammatici del lockdown, quando la virologa Ilaria Capua, che mi ha orientata e mi orienta tutt’ora in questa pandemia, mi/ci spiegava che avevamo a che a fare con un virus sconosciuto di cui non si sapeva niente – lo si è conosciuto meglio strada facendo – eche viaggiava con le persone.La fiducia in lei e l’affidarmi alla sua parola mi ha dato la libertà nell’accettare come necessarie le disposizioni del governo e del ministro della Salute,decise in accordo con il Consiglio superiore della Sanità, mentre c’era chi scalpitava, chiedendo tutto e il contrario di tutto, pur di mettere in difficoltà il governo e il suo presidente.Durante quei terribili giorni non si può dimenticare la lunga, estenuante, difficile, trattativa con l’Europa,dall’esito non scontato,che il presidente Conte in prima personaha portato avanti con determinazione e tenacia,contribuendo con Angela Merkel e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a cambiare il volto dell’Europa, nell’ostilità dei Paesi cosiddetti “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia e Repubbliche baltiche). Quelli che allora scommettevano e tifavano per il fallimento del negoziato, pur di screditare il governo in carica, li ho/abbiamo visti sgomitare per entrare nelgoverno Draghi e partecipare al lauto banchetto. Costoro, pur di non riconoscere il debito di gratitudine verso chi ha negoziato il Recovery fund, si sono affrettati a disconoscere e cancellare il negoziato stesso, attribuendone il merito all’Europa che ci avrebbe spontaneamente e di sua iniziativa «messo a disposizione i soldi». Questa si chiama manipolazione e cancellazione della verità storica, di cui gli uomini sono maestri.
Pur di arrivare al “malloppo”, tolto a chi l’ha negoziato, abbiamo visto accadere di tutto,persinomiracoli come la conversione europeista “sincera” – si fa per dire –sullavia di Montecitorio di Matteo Salviniche magari si monderà anche “sinceramente” del suo razzismo, xenofobia e misoginia. Abbiamo assistito, ho assistito con sgomento, alla corsa a inchinarsi davanti a Mario Draghi,corsa che Ida Dominijanni ha definito “inquietante” perché non di “fiducia” si tratta ma di “un inchino di classe”.
Un inchino di quel potere economico finanziario industriale neoliberistai cui interessi sono ben rappresentati in Parlamentoe in quelle Regioni ostili a ogni provvedimento del governo, padrone della maggior parte di stampa e televisioni, che contro Conte e il suo governo ha scatenato, in piena pandemia e crisi economica sanitaria e sociale, una campagna mediatica – mai vista a mia memoria – furiosa emartellante che, all’apparire di Draghi, miracolosamente si è dileguata. A Conte e al suo governo, per quanto mi riguarda, dico grazie anche per aver preso misure di sostegno al reddito che hanno aiutato tanta gente a sopravvivere.Non dimentichiamo che già prima della pandemia i poveri nel nostro Paese che vivono in condizioni di assoluta povertà erano cinque milioni e quelli in povertà relativa nove milioni,mentre nell’ultimo decennio (2009 -2019) i ricchissimi sono passati da 424.000 a 1.496.000. Con lapandemia il divario tra ricchi e poveri è aumento cosìle disuguaglianze, prima di tuttoquelle tra i sessi visto che dei101mila lavoratori che hanno perso il lavoro 99mila sono donne (dati Istat dicembre 2020),nonostante che «in Europa siamo il Paese che più a lungo ha protetto i lavoratori dai licenziamenti», come ha riconosciuto Maurizio Landini, Segretario della Cgil. Insomma, io credo che, se si è in buona fede, non si possa non riconoscere che Conte e il suo governo hanno fattodel loro meglio nella situazione data, prima di tutto quella sanitariacon una medicina territoriale inesistente e una sanità regionalizzata, distrutta da anni di tagli e privatizzazioni. La stessa campagna vaccinale, che col governo Conte ha suscitato tante polemiche, sta andando avanti e negli ultimi giorni la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto che l’Italia sta facendo meglio degli altri Paesi europei. Tutto questo non vuol dire che Conte e il suo governo non abbianocommesso errori ma sicuramente non ne hanno fatti più di quelli degli altri governi occidentali, di fronte all’imprevisto,un virus sconosciuto e una pandemiadalle conseguenze economiche socialie sanitarie devastanti.
In merito alla lettera di Luisa Muraro alle due ex ministre TeresaBellanova e Elena Bonetti, alcune donne hanno fatto notare che lei parlava partendo da un’idea di libertà e di bene comune molto differente da quello delle due ministre, attribuendo loro la propria postura. Io credo che L. Muraro volesse portare sulla scena pubblica allargata la politica della differenza, far apparire nuove possibilità. Non è questo il compito del simbolico?
Lei si è lasciata interpellare. Ha fatto una lettura politica non solo degli e delle protagoniste in campo, ma delle emozioni, delle atteseche li circondavano e ha aperto un conflitto sull’esercizio della libertà e sull’idea di bene comune.
Come di fatto è stato. Non è un caso che la lettera sia stata ripresa da vari giornali e da tante donne, che siano stati scritti articoli e ne stiamo ancora parlando.
Per questoconsidero la lettera di Luisa Muraro una prova di autorità e un invito a che noi ci autorizziamo a fare altrettanto. Capita infatti spesso che ci si blocchi in una tenaglia: da una parte a pensare che basti la difesa dei princìpi, il che nel dibattito pubblico ci rende inefficaci; dall’altra a confondere il conflitto simbolico con la lite e, quindi per paura del litigio, tacere sul di più che pensiamo e sentiamo, generando così una sofferenza che va a male.
Questa capacità di portare sulla scena grande la differenza femminile e le differenze fra donne può non avere come effetto un capovolgimento della situazione, ma creaattenzione. Cambia le aspettative. Prospetta il possibile.
Non è cosa da poco!
Di questa politica del simbolico oggi c’è grande bisogno e grande assenza. Non che manchi il simbolico – e come potrebbe!– manca un conflitto adeguato su quel piano ed è stato lasciato tutto nelle mani delle donne. E di pochi uomini. E a noi tocca prendercelo anche perché su quel piano avevamo puntato. Cercherò di spiegarmi meglio.
Le due ministre hanno riconosciuto l’autorità della loro interlocutrice, ma hanno difeso il loro operato dicendo che sentono fedeltà e adesione alle decisioni della propria comunità.
La loro risposta svela il nuovo contratto sessuale che la cultura democratica e progressista sta proponendo alle donne, diverso dal pattotra uominiche ha inaugurato la modernità. In quel patto la donna doveva accettare di significare un femminile inferiorizzato o scomparire nel neutro maschile universale: i diritti dell’uomo, per esempio.
Oggi a fronte della libertà femminile che noi abbiamo portato sulla scena, edessendo stato smascherato il precedente gioco, la cultura progressista e con essa tutta la sinistra propongono un diverso contratto sessuale. Hanno bisogno di esibire la presenza femminile, ma sono incapaci di mettere in gioco la differenza, di aprire all’inaspettato.Cercano formule di inclusione nuove. Non è il vecchio patriarcato ma l’affermazione della logica neoliberalista.Si vede bene sul piano linguistico.L’uso dell’asterisco per significare sia il maschile che il femminile o espressioni come “il genitore”, oppure come “l’essere umano” sono un modo di parlare per l’uomo e la donna a condizione che sia l’uomo che la donna si allontanino dalla loro differenza. È uno dei paradossi con cui dobbiamo fare i conti: i corpi contano numericamente, stanno nell’immaginario, ma a condizione di perdere il di più di significato che i corpi sessuati hanno, che le relazioni significative, la storia, la memoria, l’esperienza hanno iscritto nei loro corpi. Per le donne viene proposta la logica della promessa abbagliante e dei numeri: “50 e 50”, per capirci, oppure “ci sono 8 ministre!” e, in cambio, viene offerta accoglienza nella comunità.
In questo moderno contratto le donne sono il segno dell’impoverimento a cui si vuole ridurre tutto il reale: dati quantificabili, rapporto di forza, esibizione, polvere sotto il tappeto.
Ecco perché il conflitto simbolico è di fondamentale importanza per tutte e per tutti.
Per noi donne ci può essere la tentazione di accettare, in questo momento storico, il calore dell’accoglimento.E tuttavia noi conosciamo l’irriducibilità del nostro corpo alla logica dei numeri.Noi sappiamo che lo spazio simbolico è una dimensione in più del reale.
Ed è lì, in quello spazio, che il di più della differenzadeve trovare parole e gesti.
Il conflitto sarà ineludibile tra uomini e donne, ma soprattutto fra donne, ed è un bene, a patto di ricordare che il conflitto non è la lite. Il conflitto simbolico ci chiede di moltiplicare e raffinare le nostre mediazioni, apre ad un di più di significato che ci arricchisce tutte, ci imponedi esercitare tutta la gamma dei nostri sentimenti.
Certo che ci sono le offese, i rancori, ma anche la risorsa di saper sentire come sta l’altra e la necessità di trovare parole per ciò che pensiamo.
E il grembo che custodisce le nostre parole è la relazione fra donne. Su questo non ho alcun dubbio.
Dalla capacità di gestire il conflitto dipende il futuro dei rapporti tra donne e dai rapporti tra le donne dipende il mondo.
Una crisi politica improvvisa ma non imprevista si è innestata su una pandemia improvvisa ma non imprevedibile. La crisi politica deflagrata negli ultimi giorni ha messo a nudo da un lato la debolezza, dall’altro l’arroganza della politica maschile, due facce della stessa medaglia di una caduta fallimentare non solo di classe politica, ma di sistema. La sera stessa dell’annuncio accorato del presidente della Repubblica, mi è capitato di vedere e ascoltare in una trasmissione televisiva l’intervento a caldo di Elsa Fornero e di condividerne le emozioni e il senso.
La Fornero, partecipe delle politiche di austerità del governo Monti, non gode certo delle mie simpatie, sebbene ne ricordi le lagrime pubbliche e non come segno di debolezza femminile, al contrario, forse, di empatia per i destinatari di quelle misure. Ebbene, lei ha parlato della sua rabbia nei confrontidella “miseria politica di piccoli uomini con orizzonte e intelligenza limitati”, concludendo “non ci arrivano!” Ascoltandola ho pensato: nel profondo del loro sentire le donne sanno, capiscono e giudicano,peccato mettano a tacere la loro intelligenza e autorità quando sono al governo della cosa pubblica! Dunque non tutto è responsabilità degli uomini. Il mio pensiero successivo infatti è stato alle due ministre a cui Luisa Muraro ha rivolto la sua lettera invitandole a essere autonome rappresentanti di tutti i cittadini per un governo migliore, e a prendere coscienza di quanto il bene comune sia strettamente connesso alla libertà femminile, ma le due hanno preferito l’interesse di partito e la fedeltà a un capo cinico e narcisista, fautore di quella parità 50/50 che mortifica la libera autorità femminile.Il risultato ora è sotto gli occhi di tutti: come ha notato di recente Ida Dominijanni, una crisi di governo già in gestazione e latente si è attualizzata, e non sappiamo se sposterà l’asse decisionale a favore di logiche neoliberiste dando fiato alle destre e sottraendo terreno a una auspicata rifondazione delle sinistre su nuove coraggiose pratiche politiche e su nuove visioni della vita, della società e del mondo.
Nuove visioni di cui l’umanità e il pianeta hanno urgente bisogno, lontane dalle semplificazioni; quelle semplificazioni di un pensiero lineare che negano o trascurano le connessioni sindemiche della pandemia – e della salute della democrazia – con le ingiustizie economiche e sociali, l’impoverimento e il saccheggio delle risorse naturali, il vuoto ottimismo delle tecnocrazie.
A questo proposito, temo che queste ultime, le tecnocrazie insieme alla finanza, prendano sempre più posto nelle vite e nell’immaginario, lasciando ai margini, quasi fosse superflua, la politica come pensare e agire condiviso per un di più di vita, di gioia, di libertà, di desiderio non saturabile.
Un flash: Jeff Bezos, padrone tra l’altro di Amazon e di Blue Origin, e Elon Musk, fondatore tra molto altro di Tesla, Neuralink e SpaceX (quest’ultimo attivo negazionista della pandemia ma convinto sostenitore della salvezza tecnologica dell’umanità) sono, com’è noto, i due uomini più ricchi del mondo oltre a essere considerati gli imprenditori più creativi e,come tali, influencer molto presenti nella cultura di massa. Entrambi auspicano una vita multiplanetaria e prevedono il futuro dell’umanità lontano dal nostro pianeta (che evidentemente ai loro occhi non merita attenzione e cura) ma con due visioni filosoficamente diverse: secondo Musk, tra l’altro collaboratore della NASA, agenzia pubblica statunitense sempre più orientata alla delega ai privati, l’umanità, distrutta la Terra, a un certo puntodovrà rifugiarsi su altri pianeti, a partire da Marte, e allo scopo ha già lanciato mezzi e proposte per un imminente turismo spaziale.Per Bezos, invece,basterà trasferire le produzioni pesanti e l’estrazione di materie primesu Luna e asteroidi, costruendo, poi,città sospese nello spazio come la Stazione spaziale internazionale già in orbita da decenni, e la Terra rimarrà fruibile solo come parco naturale e luogo di vacanze da visitare di tanto in tanto. Sembrano assurdità, ma progetti e strutture sono già all’opera, ed è inutile negare il potere simbolico, oltre che finanziario e tecnologico, dei due. Abbiamo già avuto prova del prometeismo maschile in azione, con Trump, solo per stare ai nostri tempi. Ora un prometeismo di ricchi tecnofilisi presenta con il volto della salvezza e del progresso, di cui peraltro essi stessi ignorano le conseguenze, ed espande a dismisurale possibilità umane, in realtà per ragioni di profittoindividuale, ignorando la saggia avvertenza1 che ci vuole discernimento e che non tutto è disponibile, anche se tecnicamente e finanziariamente è possibile. Ne va del nostro restare umani, in una interconnessione migliore possibile con la terra, il luogo dove è nata ogni forma di vita che conosciamo, compresa la nostra.Non è il diventare post-o transumani il desiderio che muove me e molte altre donne e un numero crescente di giovani uomini nella vita di ogni giorno e nella politica, una politica mossa dall’amore per il mondo e per la vita, alla ricerca di forme alte di civiltà, e fa leva sulla forza delle relazioni non strumentali e di fiducia, senza ignorare l’aiuto di tecnologie che siano a misura umana e del vivente.
A questa deriva in atto stanno cercando di fare da argine la consapevolezzae le pratiche politiche di molte e molti giovani – nomino solo Greta – che si attivano in relazioni mobilie intelligenti, in piccoli gruppi e grandi reti, si appassionano, discutono mettendosi in gioco in prima persona, e fanno sentire con tenacia la loro voce. Una voce che ora giustamente reclama anche il ritorno alla scuola – spazio delle differenze, delle relazioni e dell’incontro/confronto trasformativo – e la partecipazione creativa alla conoscenza, ben altra cosa dall’informazione. E non si sono fermate, anzi si sono moltiplicate,le iniziative di donne in molti luoghianche lontani del mondo a favore della creazione dilegami e di contesti politici di cura, di scambio di saperi vicini alla vita e lontani dal potere, di libere forme di pensiero e di esperienza, che ci convocano all’antico e nuovo desiderio di buen vivir2.
E un argine auspico essere la presa di coscienza, diffusa dalla pandemia, della fragile preziosità dei nostri corpi, del vivente, della terra che ci ospita e delle loro connessioni. Come già spesso segnalato, il Covid ha fatto emergeree acceleratocontraddizioni e problemi già esistenti, quel capitalismo della catastrofe denunciato nell’Enciclica Laudato si’, e di cui ha scritto Naomi Klein (Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, 2015). E forse questa che stiamo vivendo non è un’emergenza, se non nel senso del manifestarsi di verità ignorate, perché altri virus verranno e saranno la normalità se non cambiamo rotta. È significativo, e al tempo stesso preoccupante, che un’attenzione più diffusa alle connessioni tra salute umana e salute del pianeta sia arrivata attraverso la tangibilità inoppugnabile della malattia e della morte, che ha toccato i corpi prima ancora delle menti, dopo che da decenni gli scienziati, quelli almeno capaci di lungimiranza più dei politici, ci mettono in guardia dai pericoli di uno sviluppo ingiusto e insostenibile. Sappiamo che la presa di coscienza si radica nell’esperienza personale, ma può nutrirsi anche del confronto con verità, pur provvisorie, che provengono dalla ricerca scientifica, soprattutto quando questa è indipendente dai condizionamenti dei poteri economici, aperta al vaglio di una molteplicità di sguardi e di saperi, anche dei cosiddetti incompetenti, e disposta all’autocorrezione. Ilaria Capua, una virologa di cui mi fido pur non condividendo tutto del suo pensiero, è molto attenta a non cadere inverità assolute, e riconosce spesso di non sapere, pur dando messaggi di fiducia. Come altre studiose di cui mi fido anche perché poco inclini al narcisismo sulla scena mediatica, è consapevoledell’incertezza in cui più o meno tutti siamo immersi, esperti compresi, e del fatto che i numericircolanti della pandemia sono incerti e solo indicativi, e con autoritàdenuncia le viralità dei media accreditati, e non solo dei social media, come amplificatori della paura e in grado di influenzare con messaggi ambigui l’evoluzione della pandemia.
Un altro flash:una recente notizia dal titolo Trovate microplastiche nella placenta umana: è la prima volta nella storia,che dà conto dei risultati di una ricerca di studiose e medici dell’ospedale Fatebenefratelli e del Politecnico delle Marche pubblicata sulla rivista scientifica “Enviromental International”. Riporto il commento del medico direttore della ricerca: “È come avere un bambino cyborg, misto tra entità biologiche ed entità inorganiche, probabilmente molto dannose per il sistema immunitario e per la crescita fisica del bambino. Le madri sono rimaste scioccate”.Leggendo, non ho potuto fare a meno di associarlo a un articolo diHélène Rouch dal titolo La placenta come terzoapparso nel numero della rivista “Inchiesta” curato da Luce Irigaray nel 1987. L’autrice, Hélène Rouch, una biologa femminista che ha fatto parte del collettivo Psychanalyse et Politique, ha risignificato sulla base dei suoi studi, rigorosi ma lontani da paradigmi meccanicistici, il ruolo della placenta nell’economia naturale degli scambi tra corpo materno e feto.La placenta è un terzo che media l’interdipendenza in un rapporto duale caratterizzato da uno squilibrio positivo, rispettoso della vita di entrambi, spazio di coesistenza e di costruzione dell’alterità che non prevede né separazione né fusione tra i due, e in cui lo scambio non comporta sottrazioni al corpo materno,al contrario, si configura come un continuo gioco al rialzo, relazionale e cooperativo pur nella disparità, il cui esito è la creazione di nuova vita.
Se perfino la placenta, bene intimo, personale e universale, non solo per le donne che vogliono diventare madri, ma per tutte e tutti noi che siamo venuti a mondo da una donna, è minacciata dall’inquinamento ambientale, opera dell’uomo sedicente sapiens, non possiamo non considerare che siamo dentro una crisi di civiltà globale, da cui possiamo saltar fuori, come propone Naomi Klein,facendo leva sui cambiamenti climatici come “forza catalizzatrice per una trasformazione generale positiva”, “smettendo di scaricare il problema agli ambientalisti”.E non si tratta di una transizione ecologica in cui produzione e consumo diventino più green, ma di una vera profonda conversione:quel salto di civiltà “in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti”, di cui parla il documentoSalto della specie3 a firma Dominijanni e altre. A differenza di altre specie, nel bene e nel male abbiamo la capacità di pensiero, immaginazione e giudizio,a nessun’altra specie è data la possibilità di decidere della sua stessa estinzione.
Bisognerà riconsiderare anche la nostra politica, che, se vuol essere efficace e generativa di desiderio, non può considerare la natura e la salute della terra come tema che interessa solo l’ecofemminismo nelle sue varie declinazioni, i cui contributi vanno pur riconosciuti.Si tratta di aprire un orizzonte più ampio, allargare confiducia le alleanze lasciando da parte le ideologie che generano schieramenti,e superare i dualismi talvolta ancora presenti anche nel nostro pensiero e nel nostro immaginario: per esempio il dualismo natura/cultura, e la diffidenza verso il tema della natura dovuta al nostro giusto rifiuto della storica identificazione maschile-patriarcale donne-natura. Ricordo la libertà mostrata nell’affrontare l’acceso dibattito sul tema dell’utero in affitto, al quale Luisa Muraro ha dedicato il libro profondo e dirimente, già citato, L’anima del corpo, in cui la parola natura è stata sdoganata in senso critico. Scrive Luisa: “parlare della natura si può, anzi si deve, ce lo insegna l’ecologia. Gli esseri umani sono il fruttodi un’evoluzione che continua nella cultura grazie alla parola e alla libertà, ma che non può perdere le sue radici naturali, pena l’autodistruzione”. Vorrei vedere all’opera una simile libertà nella necessaria conversione del pensiero e dell’anima verso la desiderabilità di nuove, più attente e più felici relazioni con la natura. Le relazioni che noi donne abbiamo con la natura sono qualcosa di intimamente, anche inconsciamente, sentito e vissuto. E la natura non è qualcosa che sta là fuori di noi, oggettivabile: ne facciamo parte (“siamo avvolti dalla natura e l’avvolgiamo a nostra volta” scrive Chiara Zamboni4), e in più ne condividiamo la generatività. Abbiamo la possibilità, più degli uomini, ditrasformare le attuali interconnessioni maligne in interconnessioni sane e generative per tutti.
- v. Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, 2016. ↩︎
- v. il prossimo ciclo di incontri “Conversazioni dal Sud”, a cura di Maria Teresa Muraca. ↩︎
- Reperibile su http://www.libreriadelledonne.it del 12/5/2020. ↩︎
- Chiara Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Mimesis 2020, p.13. ↩︎
Introduzione alla redazione aperta di ViaDogana3 – Vincoli, connessioni, relazioni, 7 febbraio 2021
Inizio la mia riflessione con una citazione dal testo di Chiara Zamboni Sentire pubblicato nel libro La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe.
«Il sentire ha per le donne un valore politico per il fatto che molte donne affidano all’esprimere quel che sentono il primo passo per significare l’esperienza e abbiamo visto come dire l’esperienza sia un nodo direi essenziale nella politica delle donne».Nel tempo del confinamento in molte ci siamo messe in ascolto del nostro sentire cercando di tradurre in parole le percezioni, le sensazioni, le emozioni che ci attraversavano.
Un ascolto paziente, non sempre facile, che ha consentito a ciascuna di noi, e a ciascuna a suo modo, di afferrare la verità di un’esperienza così sconvolgente e di condividerla con altre. C’era il lockdown, eravamo separate e tuttavia abbiamo trovato il modo di restare in relazione e di avere uno scambio ricorrendo a pratiche di scrittura, utilizzando le piattaforme di condivisione a distanza e uno strumento come facebook. Penso alla redazione di Via Dogana 3 che fin dal marzo 2020 ha dedicato diversi incontri all’emergenza coronavirus e alla narrazione di come alcune di noi la vivevano, pativano, elaboravano. Ne ricordo i titoli: Attraversare questo tempo: interrogazioni,pensieri,prospettive; Non sembra ma è una grande occasione; Ripartenza o rinascita?; Libertà in tempo di pandemia. Penso al Grande Seminario di Diotima che si è svolto lo scorso ottobre: Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale. Penso alla Italian Virginia Woolf Society, di cui faccio parte, che nella primavera del 2020 quando per proteggere la nostra vita e quella delle altre/i ci siamo autoconfinate, sulla pagina Facebook dell’associazione ha creato una rubrica, «Parola di Judith» (Judith è l’immaginaria sorella di Shakespeare inventata da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé) per aiutarci a rimanere in contatto condividendo vissuti, sentimenti, pensieri. E potrei continuare citando i tanti articoli circolati in rete di attiviste, giornaliste, scrittrici. Quello che voglio dire è che non ci siamo mai fermate e che il desiderio di alcune ha rianimato in altre, in una come me ad esempio, un desiderio che si era bloccato.
Oggi, a distanza di un anno dove tutto non è andato bene e le cose si presentano peggio di prima,ci chiediamo come possiamo rilanciare la pratica politica, tessere relazioni restando ancorate alla propria verità soggettiva, potenziare l’elemento della fiducia e come trovare altre forme di presenza pur nella distanza.Si tratta di una scommessa che ci giochiamo in una situazione disperante, contrassegnata dall’irresponsabilità, dal cinismo e dalla mediocrità degli uomini di potere sostenuti dal silenzio-assenso di alcune donne e dove l’economia trionfa sulla politica.
Quello che mi viene in mente, e mi baso sulla mia esperienza, è che una pratica politica si rilancia creando le circostanze per farla esistere. Nei contesti in cui ci troviamo. Io sono in pensione da diversi anni, non ho più un luogo di lavoro e neppure uno politico dove agire. La lettura della Carta Coperta ha mosso in me il desiderio (che si è bloccato nel lockdown per poi risvegliarsi) di avere con altre uno scambio sui temi dell’inconscio, del desiderio, del sentire. Allora mi sono messa in relazione con un’amica che quel desiderio ha condiviso e lei a sua volta ne ha parlato con una sua amica che mossa da un suo desiderio aveva già letto la Carta Coperta.
La nostra relazione che si era interrotta con il lockdownl’abbiamo ripresa da alcune settimane e trovandoci ancora in una situazione di distanziamento fisico abbiamo deciso che la forma migliore per continuare lo scambio è una pratica di scrittura. Quello che maggiormente mi ha colpito quando ci siamo sentite per riprendere il filo delle nostre riflessioni è la fiducia che ora circola tra noi e che nella prima fase della relazione stentava ad affiorare. Per cose non dette, reticenze, fraintendimenti e perché c’è sempre dell’inconscio tra l’una e l’altra.
La fiducia è un elemento importante della nostra politica, ma può capitare nel concreto di una relazione che essa incontri degli inciampi o che ci sfugga. Nel periodo del confinamento a meè capitato di perdere la fiducia in alcune amiche che interpretavano le regole del disciplinamento come un’imposizione lesiva della libertà individuale e collettiva. Mentre io il lockdown lo vivevo non come una forma di obbedienza ma come consapevole autolimitazione della mia libertà. Ed è singolare e fa problema che tra femministe la fiducia si sia incrinata proprio sul terreno della libertà e questo mi sembra un punto su cui ragionare. Sulle pagine di facebook dove il conflitto si è manifestato senza alcuna possibilità di mediazione si sono ben presto formati degli schieramenti.Un fatto che segnala come l’uso delle tecnologie presenti al contempo vantaggi e svantaggi. Nel caso del nostro incontro di oggi e data l’impossibilità di uno scambio in presenza è senz’altro un sostegno. E lo è, se usato con criterio, anche facebook, nella misura in cui ci consente la condivisione dell’esperienza e del pensiero delle donne. Nel tempo sospeso della pandemia sono circolati su facebook tantissimi testi di femministe italiane, europee, anglosassoni e anche questo è stato un modo per spezzare l’isolamento e tenersi in contatto al di qua e al di là dell’Atlantico.
La verità soggettiva nasce dall’ascolto del proprio sentire, la fiducia è il sentimento che ci apre alle altre, agli altri, al mondo. Verità soggettive e fiducia sono gli ingredienti essenziali della relazione fra donne e della pratica politica del femminismo della differenza. Una pratica politica sulla quale ancora oggi scommettiamo. Nella congiuntura Covid-19 in cui ci troviamo è risultato evidente – e l’agire delle sette prime ministre di cui abbiamo parlato nell’incontro del 3 dicembre ne rende testimonianza – come la fiducia possa diventare anche un fattore di coesione sociale.In un articolo pubblicato sul numero 1350 di Internazionale intitolato “Per combattere il virus bisogna essere altruisti”, Laurie Penny mette in campo la fiducia. Parlando dei comportamenti sbagliati di tante persone e che la fanno arrabbiare (accaparramenti dissennati di generi alimentari nei supermercati, o fingere che non stia succedendo niente) lei scrive:
«Non puoi combattere un’epidemia solo avendo ragione. Rimproverare i tuoi amici non è il modo migliore per fargli cambiare atteggiamento. Dobbiamo essere delicati gli uni con gli altri. Dobbiamo allenarci alla fiducia. Perché ora e nei decenni a venire i nostri problemi più grandi non si potranno risolvere se non ci fideremo gli uni degli altri».
Introduzione alla redazione aperta di ViaDogana3 – Vincoli, connessioni, relazioni, 7 febbraio 2021
Questo incontro parte da un luogo fisico, la Libreria delle donne di Milano dove mi trovo io insieme ad alcune altre. È la pratica che sta emergendo ora che non possiamo trovarci in presenza: mantenere il radicamento al luogo e ai corpi è fondamentale e fa parte della politica stessa. Prima di cominciare vogliamo ringraziare Laura Colombo che è sempre qui, insieme a Laura Giordano, e Valeria Spirolazzi da remoto: mettono a disposizione le loro conoscenze tecnologiche permettendoci di comunicare anche a distanza. Laura Colombo ha impostato un potenziamento di zoom, l’ultima volta ci è dispiaciuto molto dover escludere parecchie donne che avrebbero voluto esserci. Ringraziamo anche Clara Jourdan che gestisce le iscrizioni.
L’incontro di dicembre, che ho trovato particolarmente ricco e articolato, è stato il primo di questa esperienza nuova, tutta online: ha dimostrato che se c’è il bisogno e il desiderio di scambio, anche questa modalità a distanza ne è vivificata. La gioia di ritrovarsi era palpabile. Sicuramente è stato anche l’argomento proposto, la libertà, che ha dato slancio al dibattito e ha innescato tanti contributi di verità soggettiva.
Due interventi in particolare ci sono sembrati densi di sviluppi interessanti: Giuliana Giulietti di Livorno, la quale si è riallacciata alla “Carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe” e alla costatazione di Ida Dominijanni sulla latitanza del desiderio. Abbiamo chiesto a Giuliana di intervenire oggi per riprendere quel filo, per aprire la questione della pratica politica che va ripensata e rilanciata. Ormai è chiaro che questa esperienza della pandemia non sarà mai una semplice parentesi nelle nostre biografie e che abbiamo bisogno di elaborarla. Per questo il secondo filone, che si intreccia con il primo, è affidato ad Anna Maria Piussi, che in occasione dell’ultimo incontro aveva proposto «una riflessione radicale che sia anche azione sul nostro rapporto non solo con gli umani ma anche con il vivente». È già da alcuni mesi, infatti, che si dedica a questa ricerca, seguendo un desiderio che si è svegliato in lei grazie alla pandemia. Da molto tempo anche il movimento ecologista vede queste interconnessioni, ma spesso si rimane ad un livello etico, di responsabilità personale, e mi manca il passaggio dalla verità soggettiva, per cui non riesco a farmi prendere in prima persona. Sento la necessità di un affinamento del pensiero perché stiamo attraversando una crisi che è nel contempo sanitaria, ambientale, economica, sociale e politica, soprattutto in questi giorni, con la caduta del governo Conte ad opera di ciniche manovre di potere di stampo maschile. E nella situazione in cui ci troviamo oggi, io sento fortissimo il bisogno di scambio, di ricerca di senso per non farmi travolgere dalla rabbia e dal senso di impotenza.
Dicevo che ci troviamo di fronte a una crisi strutturale di tutti gli ambiti, ma nel contempo vediamo il manifestarsi di autorità femminile. La cultura della specializzazione non riesce a dare risposte adeguate a una realtà che sembra sfuggirci. Se ne sono accorte anche le stesse persone impegnate nella ricerca scientifica rafforzando l’approccio interdisciplinare, di per sé non nuovo, per affrontare l’emergenza Covid. Il nuovo sta nel fatto che le porte che si sono aperte sui laboratori di ricerca hanno fatto vedere moltissimi volti femminili, e molte volte la presa di parola pubblica ha portato il segno dell’autorità femminile.
Anche i grandi media hanno registrato che circola un protagonismo femminile: l’ho visto nelle retrospettive sull’anno 2020 che regolarmente vengono pubblicate a fine anno (il video del Corriere della sera dal titolo significativo: 2020, l’anno che ci ha tolto le parole, elenca dieci buone notizie, tra cui: «Donne in politica, sempre più leader»; Le Monde titola: Buone notizie che hanno segnato l’anno 2020, nonostante tutto, e cita tra gli altri «Environnment, justice, féminisme»1). Tuttavia, lo si annovera come buone notizie senza conseguenze. Inoltre salta all’occhio, anche qui, una visione frammentata della realtà: invece tutti questi ambiti sono cambiati proprio a causa dell’esserci delle donne.
E inaspettatamente, tra le donne stesse che hanno scelto di competere per un posto di potere, alcune hanno cominciato a nominare il di più femminile, e a mettere in luce la genealogia femminile e la fertilità della relazione tra donne: Kamala Harris nel suo discorso del 9 novembre scorso ha parlato di sua madre immigrata dall’India, ha valorizzato le generazioni di donne nere, asiatiche, ispaniche… che con la loro lotta le hanno aperto la strada. I media non hanno rilevato la forza simbolica delle sue parole; l’abbiamo fatto noi nella redazione del sito dando un titolo nostro a quel discorso: “Il senso di Kamala per la genealogia femminile”. È una nostra pratica importante dare, attraverso titoli redazionali e brevi introduzioni, un significato alle cose che capitano e sottrarre così il monopolio della rappresentazione a chi le lascia nell’indifferenziato o le legge in chiave emancipazionistica. Ci ha anche colpito Christine Lagarde in un’intervista pubblicata da Io donna il 2 gennaio 2021: parlando della relazione con Angela Merkel e Ursula von der Leyen, sottolinea la loro comunicazione diretta, fuori dai protocolli, e quindi più efficace. E aggiunge: «nessuna di noi voleva prendersi il merito a tutti i costi, né lasciare che il nostro ego intralciasse il lavoro altrui, e anche questo si è rivelato utile. Quindi direi meno vanità». UNA BELLA DIFFERENZA, dico io!
Vorrei anche parlare delle tante donne che non si trovano sulla scena illuminata della politica internazionale e che hanno tirato fuori, anche insieme ai colleghi maschi, molta creatività e inventiva in questa situazione che ci ha tolto tutte le certezze: moltissime insegnanti, per esempio, confrontate con la chiusura delle scuole, non si sono fatte prendere in prima istanza dall’angoscia di dovere affrontare l’ondata di tools e apps che la furia della digitalizzazione ci ha buttato addosso, ma hanno pensato per prima cosa a come salvare la relazione con alunne e alunni, tramite la consegna di materiali a casa, in bicicletta, telefonate personali con chi è isolato tra le mura domestiche, e apertura di blog per scambiare idee e proposte con colleghe e colleghi mai conosciuti prima.
Tutto questo, come abbiamo scritto nell’invito, indica un agire femminile imprevisto nel quale sono leggibili i segni di un nuovo futuro. La posta in gioco è un salto di civiltà, così come è stato messo in luce nel documento “Salto della specie” promosso da Ida Dominijanni. Per me è stato un testo fondamentale, l’ho condiviso spontaneamente anche se la pratica dei testi collettivi in realtà non corrisponde alla mia pratica; qui invece mi dicevo: sììì, queste parole corrispondono profondamente a ciò che sento e penso, dalla prima all’ultima riga! Infatti, prendendo le parole da quel testo, sostengo che quell’agire delle donne che ho citato prima, da Kamala Harris all’insegnante, «si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo» ed è segno di un cambiamento «che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere» (Salto della specie).
Proprio in questi giorni abbiamo sotto gli occhi quelle pretese arroganti dell’individuo sovrano e quindi cresce l’urgenza di interrogarci sulle pratiche e le mediazioni necessarie.
Sì, a me dà soddisfazione vedere circolare autorità e libertà femminile ai livelli più alti del governo di questo mondo, ma ciò non toglie che saltano fuori contraddizioni enormi: cito solo le ministre mute (in quel caso è stata molto importante la nuova mediazione che Luisa Muraro ha lanciato con la sua lettera aperta), penso anche a Nancy Pelosi che ammiravo moltissimo per la sua signoria e i suoi gesti clamorosi, per esempio stracciando il discorso di Trump. Sprizzava autorità femminile letteralmente da tutti i pori, quando diceva all’ex presidente «Io sono madre di cinque figli e nonna di nove nipoti e riconosco quando uno fa i capricci» – ma poi, ma poi: ai primi di gennaio ha avallato delle regole linguistiche per la camera dei rappresentanti che tolgono, nel nome di una politica di inclusione, parole come madre, padre, sorella fratello e i pronomi personali sessuati. E questa non è solo una tendenza nel House of Representatives, l’idea di un linguaggio inclusivo di “tutte le identità di genere” si sta diffondendo anche in Italia. Un pensiero, un linguaggio che vuole includere tutto tranne la propria soggettività.
La scommessa politica della differenza, infatti, richiede un rilancio continuo. Se la pandemia ha messo in circolazione concetti come libertà relazionale, vulnerabilità, corpo, interdipendenza che fino a un anno fa erano appannaggio del femminismo e ora hanno trovato circolazione perché aderenti alla realtà nuova, questo non deve metterci in una posizione di autocompiacimento (“l’abbiamo sempre detto…”) ma spingerci piuttosto ad affinare le pratiche e interrogarci su quali mediazioni si possono aprire, soprattutto quando c’è una urgenza come quella del nostro presente.
Il pensiero e la pratica della differenza, infatti, domandano consapevolezza soggettiva, senso della parzialità e capacità di relazionarsi, e nessuno di questi elementi può essere saltato, neanche di fronte all’urgenza.
- «Ambiente, giustizia, femminismo» ↩︎
Introduzione alla redazione aperta di ViaDogana3 – Vincoli, connessioni, relazioni, 7 febbraio 2021
Domenica 7 febbraio 2021, ore 10-13.30
L’incontro si svolgerà online attraverso un collegamento su Zoom. Per prenotarvi scrivete a: info@libreriadelledonne.it (indicando nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 7 febbraio 2021”). La sera prima riceverete il link per partecipare.
La pandemia ha innescato sviluppi irreversibili e conflitti che chiedono un affinamento del pensiero e delle pratiche. Ci vuole anche discernimento, ci sono cambiamenti sbagliati, come quello di cancellare la differenza per paura delle discriminazioni. L’esperienza di quest’ultimo anno ci ha fatto capire la necessità di allargare lo sguardo mantenendo fermo l’essenziale. È ormai chiaro che la visione frammentata del mondo ereditata dalla cultura della specializzazione non corrisponde alla realtà. D’altra parte, e secondo noi non per caso, in ogni ambito della società molte donne, da protagoniste, hanno mostrato un agire imprevisto nel quale sono leggibili i segni di un nuovo futuro. L’esposizione a una situazione mai vissuta prima ha fatto scoprire cose inaspettate non solo fuori ma anche dentro di sé. Ed è proprio da qui che possiamo rilanciare la pratica politica: ancorarsi alla propria verità soggettiva restando in relazione con altre e altri per capire come potenziare la fiducia, con chi cercare nuove mediazioni, quali mosse intraprendere per allargare la politica delle relazioni, come evitare gli schieramenti, come trovare altre forme di presenza pur nella distanza.
Introducono Anna Maria Piussi, Giuliana Giulietti e Traudel Sattler.
Care amiche, quanta confusione in questi giorni. Spero di strapparvi un sorriso anti-depressione dicendo che “preferivo” la situazione ignorante del lockdown di primavera.
Ripenso spesso a quei mesi perché li ho vissuti prendendomi cura (con l’aiuto di Alberto, ma del tutto priva degli altri piccoli aiuti che nella quotidianità precedente – che mi rifiuto di chiamare normalità – mi sollevavano, almeno per qualche ora ogni tanto, da alcune incombenze) della mia mamma novantaseienne, inevitabilmente esposta al bombardamento mediatico sulla brutta fine di tante persone anziane, spaventatissima e, proprio per questo, più richiestiva, più bisognosa, più fragile. È stata in qualche modo una esperienza estrema, che mi ha portata quasi al limite delle mie risorse.
Lì in quella fatica che in qualche momento mi è sembrata senza speranza ho incontrato dentro di me la necessità di distinguere vita e sopravvivenza. La mia amatissima Rosetta Stella mi aveva indirizzata in questo senso, quando diceva, lei lo diceva benissimo, io lo riprendo come riesco, che la sopravvivenza è il contrario della vita. Mi sembra utile da tenere a mente. Intanto perché aiuta a tenere insieme i due estremi di ciò che viviamo nella Pandemia, da una parte l’isolamento e la solitudine, dall’altra l’essere lì tutti quanti insieme in questo passaggio. Le regole che ci vengono indicate attengono la sopravvivenza, mi pare. Individuale, della specie? Non lo so.
La vita invece chiede impegno soggettivo, e rischia ogni attimo di passare in secondo piano, forse perché vita e morte si toccano, è proprio quasi impossibile pensare l’una senza l’altra. Eppure il mondo in cui siamo ha fatto della morte un gran rimosso fino a “ieri”, per poi esibirla nella pandemia.
Si parla moltissimo di razionalità scientifica, di oggettività, della necessità di affidarsi a quel livello di indicazioni. Da un lato capisco, dall’altro provo disagio in proposito: come se mi si chiedesse di spegnermi… Poi mi verrà detto quando “riaccendermi”, ma come sarò diventata in questo “dopo”?
Così molto banalmente cerco di interrogarmi su quello che faccio e di orientare su questa distinzione le scelte quotidiane. È una specie di pratica della Pandemia, mi esercito a cercare dove finisce “vita” e comincia “sopravvivenza”. Cerco di fermarmi su quel crinale, ascoltando la paura e il desiderio, e cercando di confrontare il mio sentire con quello di chi ancora mi sopporta.
Ho ascoltato con grandissimo interesse l’introduzione di Ida Dominijanni all’ultima riunione di Via Dogana, mi è sembrata molto bella: ha segnalato diverse questioni, tutte importanti, che mostrano come molto di quanto detto e trovato nella ricerca del femminismo italiano del quale mi sento parte stiano diventando più visibili nella situazione attuale.
Le parole di Ida a me non sono sembrate un “ricapitolare”. Mi hanno fatto pensare: come possono essere rigiocate, rilanciate quella ricchezza di pensiero e di pratiche?
Segnalo solo – tra le tante cose – quella che a me interessa di più: forse perché mi pare la più ambigua. Come si legano e si slegano tra loro “libertà relazionale”, “spoliticizzazione”, “questione del desiderio” (e dunque dell’erotismo o al contrario della depressione)? Mi sembrerebbe utile, e mi piacerebbe, lavorare sulla trasgressione, questione che – mi pare – attraversa tutte le altre, ma “diversamente” per ognuna. Trasgredire mi sembra molto difficile, in un mondo di narrazioni che rimasticano e digeriscono di tutto, riportando ogni cosa alla normalità, e alla norma. Difficile, ma erotico. Servono anche altre parole, sul cui senso contendere? A me piace molto nominarmi “alterata” (comprende anche ascoltare i sentimenti di indignazione, quando li provo), e mi piace “femminismo della libertà”.
Dove ho sperimentato la libertà in questi periodi di confinamento? Le ordinanze del governo hanno definito via via i comportamenti da tenere. Ho visto obbedienza e ho visto opposizione e protesta. Tra questi due atteggiamenti c’è stata una terza strada. È quella che nel movimento delle donne è stata chiamata pratica delle relazioni.
La libertà è stata resa possibile dallo scambio con le altre. Ma che cosa ha significato in questo anno così particolare in cui il governo ha definito in modo preciso gli atti, i tempi e gli spazi di noi tutti? Mi sono trovata a ragionare con altre e altri – più donne che uomini – per capire in quali situazioni e perché questi provvedimenti fossero sensati e quando risultassero non necessari, al limite superflui, per la salute di tutti.
Sottolineo che non si è trattato di un giudizio individuale. Per questo ritorno sul fatto simbolico che mi sono sentita libera proprio perché mi sono confrontata con altre e altri su quel che era necessario o meno fare. Non contro il governo, ma neppure semplicemente ossequienti. Questo, in situazioni molto precise, ha comportato anche il disobbedire ad alcune regole palesemente inutili o peggio contraddittorie per la salute nostra e altrui.
Si sa che si impara sempre dalle situazioni nuove e questa lo è stata decisamente. Ma non mi aspettavo di imparare che in una situazione di pericolo collettivo mi potevo fidare di alcune amiche e di altre no. Certo non delle amiche che sostenevano bisognasse obbedire sempre e comunque alle disposizioni del governo né a quelle che ritenevano tali regole espressione di strategie di potere. Ho capito che potevo aprire un confronto su quali regole seguire e perché con chi sa ragionare a partire dalle conoscenze limitate che abbiamo avuto a disposizione e contemporaneamente sa dare ascolto e tenere conto dei segnali che il nostro corpo offre. Il lato inconscio del corpo.
Nella politica delle donne parliamo molto di fiducia, ma fiducia è una parola complessa con molti strati di significato. Nel caso che sto descrivendo mi sono fidata di chi aveva una certa indipendenza interiore sia dalle regole governative sia dalle scelte fatte dalla stampa e dai social. Pur tenendo conto di tali regole e tali scelte. Certo, come diceva Elisabetta Cibelli in una discussione di Diotima, fare politica presuppone una apertura di fiducia. Con le mie parole: la scommessa di creare legami di fiducia con chi non conosciamo e con chi è su una strada diversa dalla nostra. È come se fare politica ci rimettesse in sintonia con la prima apertura fiduciosa al mondo. Rinnovasse un inizio. E tuttavia, come ho cercato di far vedere, non è priva di contraddizioni nel farsi dell’esperienza.
Ida Dominijanni osservava nel suo intervento del 13 dicembre che nella politica delle donne la libertà ha a che fare con il desiderio e che il desiderio è sottotono in questo periodo. Osservava anche che alcuni luoghi delle donne vengono tenuti aperti per incontri via video come la Libreria delle donne di Milano. A questo aggiungo di mio che non solo alcuni luoghi di donne mantengono aperto lo spazio di scambio tra donne, ma molti ne stanno nascendo. Questi, se pure nei limiti di uno scambio via video – e accompagnati di frequente dalla pratica della scrittura -, creano le condizioni materiali per un discorso vivo, che è la prima sorgente perché prenda forma il desiderio. Il desiderio del desiderio è già desiderio.
Già al primo lockdown ho avuto la forte sensazione, dapprima soltanto istintiva, che dall’inedita esperienza del distanziamento fisico e della mancanza avrei potuto guadagnare più di ciò che avrei potuto perdere.
Credo che l’origine di quella mia istintiva certezza sia da rintracciare in una scelta: l’atto, anche amorevolmente concepito ma soprattutto politicamente orientato, che ho compiuto circa due anni fa. Non avevo esperienza con la pratica dell’affidamento né con la libertà femminile, però ho potuto leggere ascoltare e cercare di dare un nome al mio desiderio errante, e durante il distanziamento fisico ho fatto un corso di formazione accelerato. Sono una ragazza degli anni ottanta, incline a pensare che sia semplice realizzare i propri desideri. So d’esser riuscita a affrontare l’incontro ravvicinato con la vulnerabilità, con la mancanza di relazioni, con l’accettazione dell’interdipendenza umana, soltanto affidandomi a due donne dentro l’orizzonte della libertà relazionale.
Attraversando l’esperienza della pandemia, tutto il di più che mi viene oggi è cominciato nel giorno in cui ho capito con certezza che avrei dovuto fare un “all in”, avrei dovuto investire tutta me stessa puntando sul convincimento che la donna davanti a me non poteva desiderare altro che il mio bene, seppure magari un bene al primo sguardo incomprensibile, non visibile. Come quando ho pensato di essere libera nel piccolo angolo di gestione della pagina facebook dell’associazione di cui faccio parte tanto da credere di non poter accettare intromissioni in quello spazio. Il silenzio parlante che l’altra ha concesso al mio sguardo miope – che guardava solo alla difficoltà, alla fatica del confronto con tutte e non alla sua proposta di pensiero e scrittura collettiva – mi ha riportata alla necessaria mediazione generando per me nuova gioia. Di parole che arrivano e di silenzi parlanti ce ne possono essere molti, ciò che ha conferito e conferisce consistenza a quei silenzi e a quelle parole è l’incrollabile riconoscimento nella relazione di fiducia.
Affidarmi per me significa questo: ciò che l’altra mi dice o mi mostra ha un significato che mi appartiene; ciò che l’altra mi permette di sapere o di scoprire è se e quanto il mio desiderio mi corrisponda davvero.
È stato difficile fare i conti con quel vincolo, con l’accettazione dell’apparente limite che deriva dal considerare l’altra misura della propria libertà. Tanto più che la quotidianità del mondo come lo conoscevo mi mostrava altro.
In questo tempo però è arrivata la conferma della potenza simbolica che quell’investimento riesce a generare. Oggi affronto le indecisioni anche quando il desiderio si deprime, o quando lo sguardo cede alla mestizia che a volte ci circonda. Quelle relazioni sono fonte di una forza capace di rilanciare i desideri, miei e di altre, e rimetterli in circolo tra molte.
Una consapevolezza tanto chiara e rischiarata mi ha più volte messa di fronte a una domanda precisa: come fare perché la pratica dell’affidamento sia agita in modo da sprigionare tutta la sua portata di cambiamento? La risposta per me di maggior valore è: mostrarla. Mostrare la forza delle relazioni di affidamento tra donne è uno dei migliori investimenti per il futuro della politica.
Quando è scattato il primo lockdown io e alcune amiche stavamo lavorando sui testi di “La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe”. Il nostro scambio si è così bruscamente interrotto. Ci eravamo ripromesse di restare in contatto ma questo non è accaduto. Il disorientamento di quei giorni, lo sconvolgimento della nostra quotidianità, la tristezza e la paura ci hanno di fatto allontanate.
Ma forse, mi sono detta in seguito, non è stata soltanto la pandemia a bloccarci ma qualcosa di più profondo che era già in atto, quel silenziamento del desiderio di cui ha parlato Ida Dominijanni nella sua relazione e che è uno dei temi affrontati in La carta coperta e di cui si è parlato anche in libreria in occasione della presentazione del libro (30 novembre 2019). È chiaro che lo sforzo emotivo, e non volontaristico, cui Ida ci invita per rilanciare il desiderio, nessuna di noi può farlo da sola ma in relazione con le altre. E questa è una bella sfida. Perché il virus continua a circolare e ancora una volta siamo confinate e ancora si contano i morti. La tecnologia può aiutarci e l’incontro Zoom organizzato dalla redazione di Via Dogana 3 lo ha dimostrato. Certamente non è come pensare in presenza ma a ben vedere, rubo l’espressione a Ida Dominijanni, i corpi parlano, si sentono e contano anche dietro uno schermo. L’ho capito dalla gioia che ho provato rivedendo i volti di amiche che non vedevo da mesi, nell’udire le loro voci, nell’ascoltare le loro parole, nei tanti “ciao” che ci siamo scambiate. La pandemia è un evento che ciascuna di noi ha vissuto, patito, elaborato a proprio modo e che ha preso un grande posto dentro di noi, nelle nostre emozioni e sensazioni, nel nostro sentire. C’è una narrazione ufficiale della pandemia portata avanti dal governo, dalle istituzioni regionali e dai media che non solo produce confusione ma che non corrisponde a quello che io provo e vivo in questa vicenda di cui non si vede la fine. Una narrazione che secondo me va contrastata mettendo al mondo altre narrazioni a partire dal nostro sentire e dalla nostra esperienza. Per me è difficile tradurre in parole le tante e discordanti emozioni e sensazioni che il Covid-19 ha mosso e muove dentro di me. Ogni volta che ci provo viene fuori un balbettio faticoso e che assomiglia allo sforzo delle creature piccole quando imparano a parlare. Uno sforzo che impegna e tiene insieme il corpo e la mente. E forse il punto è proprio questo, che bisogna di nuovo imparare a parlare mettendoci di nuovo all’ascolto, in una realtà completamente sconvolta, del nostro inconscio, del nostro sentire, del nostro desiderio. Lo scambio tra noi può ripartire da qui e mentre scrivo mi rendo conto di avere riagguantato il filo di quelle riflessioni sui temi della Carta coperta interrotte da un accadimento imprevisto e da un desiderio assopito. In modo confuso e balbettante, senz’altro, ma sento che qui c’è per me una verità. La pandemia ha scatenato anche nel femminismo molti conflitti, lo ricordava Ida, tra due diverse interpretazioni del lockdown e, dunque, della libertà. Tra chi, come la sottoscritta, lo ha inteso come un atto di autoconfinamento, come una forma di protezione della vita, la mia e quella delle altre e degli altri e chi invece lo ha interpretato come un atto di obbedienza al governo, come una imposizione autoritaria lesiva della libertà individuale e collettiva. Un conflitto così aspro che alcune relazioni si sono spezzate. Che cosa ci è successo? – mi chiedo. E questo è un fatto che non può essere rimosso. Ma va elaborato, portato alla luce, compreso.
La nostra cultura occidentale ci ha abituato a pensare l’essere umano come il dominatore sicuro e inarrestabile che si muove al centro del mondo. I continui progressi fatti nel campo tecnologico e scientifico hanno contribuito a instillare l’idea delle potenzialità infinite di utilizzare la terra con tutte le sue risorse per il nostro sviluppo: quello che ancora non sappiamo o non si può fare oggi, lo si farà domani, è solo questione di tempo, e la padronanza sul mondo sarà una linea in costante ascesa. Il mondo ci appartiene: chi può al pari di noi rivendicare un tale concetto?
Ma in realtà siamo noi che apparteniamo al mondo, così come gli elementi che costituiscono la terra e che condividiamo con gli altri esseri viventi, anche con quei microrganismi invisibili, i virus, che possono parassitare le nostre cellule, alterarne gravemente le funzioni, e diffondersi da una persona all’altra in maniera rapidissima, cambiando tutto: le nostre vite individuali e l’assetto della società in cui viviamo.
Sono proprio le società occidentali più avanzate (Usa Uk Eu) quelle dove, più che altrove, il virus Covid 19 sta portando effetti devastanti e grande disorientamento. Esse si sono fatte cogliere di sorpresa dal virus, non solo dal punto di vista organizzativo (ma chi se non queste società, con i loro alti standard sanitari, avrebbero dovuto sapere cosa fare?), ma anche dal punto di vista esistenziale: non sono state in grado di percepire la vulnerabilità dell’essere umano di fronte alla propria appartenenza alla sfera biologica, quasi accecate da una presunzione di superiorità e invincibilità.
Ancora oggi non si sa esattamente quale siano le risposte più efficaci da dare: si alternano misure restrittive ad allentamenti per rispettare le “libertà individuali”, per salvare l’economia e continuare con i nostri abituali stili di vita. Ci sembra che le restrizioni costituiscano delle incomprensibili “dittature sanitarie”.
Abbiamo dimenticato che noi siamo da sempre condizionati naturalmente dal nostro corpo: lo sappiamo bene a livello individuale quando i ci ammaliamo anche in modo lieve; vorremmo poter correre come sempre, ma non possiamo, dobbiamo fermarci, perché abbiamo una incapacità funzionale.
Le ragioni del corpo umano, e soprattutto le relazioni tra la nostra salute individuale e l’assetto della società tutta, improvvisamente oggi si sono imposte con prepotenza. Ma nella società occidentale debolezze, fragilità, imperfezioni e malattie sono state accuratamente rimosse dalla percezione collettiva, per dare spazio all’immagine di un uomo moderno, sempre efficiente, sano, produttivo, positivo, quasi invincibile. Anche la gravidanza che rivoluziona il corpo della donna in una evoluzione fuori dal suo controllo personale, viene un po’ nascosta nei suoi aspetti più fisici e debilitanti: le limitazioni che comporta vengono percepite come debolezze personali e comunque di genere esclusivamente femminile, menomazioni compatite in uno stato d’eccezione “fuori” dalla regola comune.
Che dire dell’invecchiamento? nella nostra cultura occidentale gli anziani godono di visibilità solo in quanto “giovanili”, attivi ed allegri, sportivi e consumatori, meglio se ancora produttivi, cioè solo nella misura in cui possono confermare l’immagine di positività e di potenzialità quasi infinite del genere umano nella nostra società. Improvvisamente ora ci accorgiamo che con l’invecchiamento convivono spesso fragilità, debolezza, solitudine, e scopriamo che la vulnerabilità può appartenere anche ad altri gruppi di persone, affette da fattori di rischio che li rendono fragili. E che potenzialmente tutti siamo vulnerabili di fronte ad un virus patogeno.
Questa pandemia potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per una riflessione oltre che personale, generale della nostra cultura: una occasione per utilizzare al meglio tutte le nostre conoscenze e potenzialità di società occidentali a sviluppo avanzato, in modo da saperci adattare e riorganizzare di fronte alle possibili sfide del mondo esterno, non ultima la grossa sfida dell’emergenza climatica.
Nel mio breve intervento alla redazione aperta Via Dogana 3 del 13 dicembre, su piattaforma Zoom, ho detto «la mancanza alza il desiderio». Che cosa volevo dire? Prima di tutto che la vita, con tutti i suoi imprevisti, compreso il nostro confinamento forzato dovuto al Covid-19, affina i nostri desideri portandoli in alto, a volte fino a Dio. Questo me lo ha fatto pensare anche il recente scritto di Stefania Giannotti dal titolo “Il Dio delle donne” è di nuovo in libreria, pubblicato sul sito il 19 novembre 2020.
Infatti la mancanza ci scuote sempre, è un renderci conto, un incanalare le difficoltà e il dolore in un “oltre” capace di aprire grandi desideri che ho trovato espressi soprattutto nelle mistiche.
Per quanto mi riguarda la mancanza a cui mi hanno sottoposta le malattie, la vecchiaia e ora il Covid-19 mi ha condotta a cercare l’essenzialità del vivere. In questo caso non mi piace parlare di limiti perché, in quanto donna, nella vita di limiti ne ho dovuti subire anche troppi dalla cultura maschile dominante. Vivere nell’essenzialità è altra cosa: essa ci aiuta a non attaccarci alle cose, alle abitudini, a scoprire nuove possibilità e a contare su quest’ultime. Era dal 2013 che non avevo più messo piede nella Libreria in Via Calvi a Milano perché abito in un’altra città. Purtroppo, dopo quell’anno, sono stata sempre più impedita a camminare e a viaggiare. Il virus pandemico che vieta gli assembramenti e le riunioni mi ha aperto le porte della redazione aperta VD3 in digitale. Sono molti anni che grazie al computer io faccio molte cose, dal mantenere relazioni via mail, al fare la spesa al supermercato in quanto, ora come ora, non riesco a camminare più di cinquanta metri con le stampelle.
Quando ho saputo che la redazione aperta VD3 sarebbe stata fatta in digitale su piattaforma zoom, la mia felicità è stata grandissima e sono grata alle amiche della Libreria che si sono adoperate perché ciò si realizzasse. Certo, non condivido che la scuola si faccia in digitale, in questo caso la presenza fisica è indispensabile.
Ho detto che la mancanza può portare fino a Dio, ma in questo caso cambia il simbolico: non più l’onnipotente, ma il vero povero Cristo senza dimora che nasce in una mangiatoia, in una stalla trovata lungo la strada, mentre noi rimaniamo attaccati a tante cose al punto che la loro mancanza ci terrorizza, e alla liberazione dell’inutile preferiamo la tristezza di un consumismo da cui, malgrado tutto, non riusciamo a staccarci.
La mancanza ha a che fare con l’anima e con la differenza di essere donna. È cosa diversa dalla rinuncia e dal sacrificio. In definitiva, il senso di mancanza ci conduce al risveglio del desiderio, al bisogno di relazioni autentiche e libere, perché, come ha detto Ida Dominijanni nella sua relazione di apertura, «la libertà è relazionale».
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Libertà in tempo di pandemia, 13 dicembre 2020
Quando Vita Cosentino, che ringrazio per la fiducia, mi ha chiesto se ero disponibile per un intervento introduttivo a questo incontro di Via Dogana, ho provato sgomento al pensiero di dover parlare di libertà; mi è venuto in aiuto il titolo dell’incontro “libertà in tempo di pandemia”. Ecco, quello che cercherò di dire sulla libertà deriva innanzitutto da come ho vissuto le limitazioni imposte dalla pandemia e poi dalle riflessioni che ne sono scaturite.
È un po’ deludente ammettere che ci voleva questa pandemia per fare emergere consapevolezze solitamente tenute in ombra.
Il virus Covid 19 ha inferto un duro colpo alla nostra presunzione, sbattendoci in faccia i limiti della nostra condizione umana e creando una situazione in cui ci è stata imposta una serie di limitazioni pesanti da accettare.
Penso alle reazioni, alcune scomposte, di chi ha vissuto queste giornate come violazione della propria libertà, addirittura come dittatura sanitaria. Dopo tutto, la pandemia ci ha portato a riconoscere quella che è la condizione naturale, normale, quotidiana di tutti noi esseri umani: quella di essere limitati, fragili, vulnerabili. Ho comunque l’impressione che di fronte a questo stato di limite c’è una particolare insofferenza maschile.
La pandemia ha anche evidenziato che siamo tutti/e interdipendenti, sia nel danneggiarci sia nell’aiutarci. Io posso continuare a vivere, anche se recluso in casa, perché ci sono tanti uomini e tante donne che me lo consentono continuando a fare il loro lavoro; ma c’è pure quell’interrelazione per cui uomini e donne possono diventare pericolosi per un possibile contagio, e se qualcuno/a si infetta e si ammala, prima o poi potrebbe capitare anche a me di ammalarmi per causa sua. Insomma gli/le altri/e possono essere sia fonte di limitazioni sia possibilità di superamento dei limiti.
Queste consapevolezze provocano immediatamente una riflessione sulla libertà e sul suo esercizio. In che misura le limitazioni e le interrelazioni sono un ostacolo, un impedimento della libertà?
Se penso alla libertà assoluta, come vaneggiano alcuni, i limiti mi dicono che essa non esiste; se penso che posso liberarmi dai limiti da me solo, facendo appello a un titanico volontarismo, rischio di finire nella disperazione. Un altro modo di pensare è quello di riconoscere di avere bisogno di altri e di altre perché mi possono aiutare, che questo aiuto può avvenire anche se non me ne accorgo. Si tratta però di prenderne coscienza e di provare gratitudine; il passo ulteriore è che, umilmente, conscio dei miei limiti, sia io a prendere l’iniziativa di chiedere aiuto ad altri e altre. È grazie al loro aiuto se conquisto spazi di libertà che prima non avevo.
La libertà è garantita e ampliata dal fatto che ci siano donne e uomini che scelgono di occuparsi delle e degli altri.
La cultura individualistica, ormai tanto diffusa, induce a considerare gli altri/e come un limite alla propria libertà. Ne è una traccia la convinzione che la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro/a. Per me non è così. Io penso invece che la mia libertà inizia dove inizia quella dell’altro/a. Cerco di spiegarmi.
Se io tollero l’esistenza di condizioni di vita in cui un altro/a non può essere libero/a, accetto di fatto che in quelle condizioni, fino a quando continueranno ad esistere, potrei trovarmi anch’io. Questo significa in pratica accettare di poter non essere libero.
In un mondo in cui milioni di esseri umani vivono nella mancanza di diritti fondamentali, non posso sentirmi libero perché al momento io non vivo quella situazione. E solo se mi capitasse di viverla capirei di non essere libero? Io, noi, siamo dei privilegiati. Essere dei privilegiati non è condizione di libertà, va piuttosto inteso come una precarietà favorevole, che una giusta ribellione degli svantaggiati e degli esclusi potrebbe farci perdere collocandoci in una situazione di minore libertà.
(Per inciso, con riferimento alla pandemia: se accetto che il vaccino non venga garantito a tutti, perché dovrebbe essere garantito a me? Solo se tutti sono liberi di accedere, anch’io ho la garanzia di essere libero di poterlo avere).
Non posso sentirmi libero se non c’è garanzia di libertà per tutti.
Un’altra riflessione. Le mie incapacità e insufficienze (comprese quelle temporanee che provengono da una malattia, da un contagio), fino a quando rimangono e non riesco a superarle, sono una limitazione della mia libertà, non so e non posso fare cose che altri sanno e possono fare. Posso però arrivare là dove, se fossi libero da quelle incapacità, vorrei arrivare, se incontro nell’altro/a chi mi aiuta a venirne fuori. Davvero inizia la mia libertà se l’altro/a sceglie con la sua libertà di venirmi incontro.
Lo stesso discorso vale nel caso di un’incapacità a vivere ed esprimere più pienamente la mia umanità, magari perché impedito da egoismo e individualismo, poco sensibile alla solidarietà. L‘incontro con qualcuno, più sovente è con qualcuna, che mi fa dono della sua attenzione, della sua sensibilità e generosità, può portarmi a sciogliere quei nodi e quei condizionamenti che mi rendono un po’ chiuso agli altri/e.
C’è un aspetto del tema libertà sul quale mi soffermo perché l’ho vissuto come esperienza proprio in questo tempo di pandemia: la mia libertà può fare esistere la tua, se so autolimitare la mia.
Io non ho vissuto il lockdown come un attentato alla libertà, ma come una limitazione accettata consapevolmente, quindi un’autolimitazione, per garantire il diritto alla salute e alla vita, oltre che a me, anche agli altri/e. È un’ulteriore conferma della nostra natura relazionale, di quanto dipendiamo gli uni dagli altri sia per farci del bene sia per farci del male. Anche fare del male è espressione di libertà, ma la si potrebbe limitare col pensiero che l’altro/a a sua volta potrebbe usare la sua libertà per fare del male a me.
Ritengo, dunque, che a volte l’autolimitazione è necessaria, se non vogliamo danneggiare nessuno, prima di tutti noi stessi.
Però la convinzione che, in questo tempo di pandemia, la libertà (ad es. di non essere infettati) sarebbe più garantita grazie a un’autolimitazione che ognuno sa fare della sua, non è convinzione sufficiente per vivere relazioni rispettose della reciproca libertà. Perché è una convinzione che si regge su principi quali la dignità, il valore di ogni essere umano, il riconoscimento reciproco dei diritti, tutte cose per altro affermate in dichiarazioni universali e in costituzione, che solo l’illusione di noi uomini può ritenere sufficienti a creare relazioni dove è riconosciuta e rispettata la libertà.
Non è così, la storia ce lo ricorda continuamente. Dobbiamo riconoscere i limiti pesanti della razionalità che alla ricerca di un ordine universale perde di vista le possibilità conoscitive dell’esperienza.
E l’esperienza dice che quella dinamica per cui fai agli altri/e quello che desideri che gli altri/e facciano a te, per attivarsi necessita che entrino in campo altre dimensioni dell’essere umano, che vanno oltre i principi e i diritti, dimensioni come quelle della compassione, dell’empatia, della tenerezza che si traducono poi nella cura, che in definitiva è un’espressione dell’amore.
Qui, però, devo anche fare i conti con le mie incapacità di uomo.
Sono più facilmente portato a fare riferimento a principi, a ricorrere a razionalizzazioni piuttosto che cimentarmi con pratiche politiche che mi renderebbero più capace di empatia. E queste pratiche politiche si apprendono proprio praticando le relazioni.
È vivendo le relazioni che imparo a praticare il principio del fare agli altri/e quello che desidero venga fatto a me, che acquisto quella sensibilità che mi fa capace di andare oltre alla razionalità.
È drammatico che ci accorgiamo della sofferenza degli altri/e quando soffriamo a nostra volta e ci aspettiamo ansiosamente che qualcuno/a si occupi di noi, ci dia attenzione e cura.
Dunque, l’esercizio della propria libertà condiziona ed è condizionato dalla libertà degli altri/e perché c’è una forte interrelazione tra tutti.
Mi sono posto l’interrogativo di come riesco a vivere le relazioni che condizionano.
Subisco con fastidio, quasi volendo scrollarmele di dosso, quelle che mi danno l’impressione di non portarmi niente ma di chiedermi invece tempo e spazio.
Accetto come dato di fatto, quasi con indifferenza, le relazioni con le persone dal cui servizio dipende la mia sopravvivenza e la possibilità di una qualità di vita, ad esempio con tutti i soggetti di mestieri e professioni che in fase di lockdown hanno continuato a lavorare (soprattutto medici e infermieri, donne e uomini naturalmente). Ha prevalso in me l’atteggiamento del dare per scontato piuttosto che una consapevole gratitudine.
Riflettendo, però, ho pensato che tutte queste relazioni, sia quelle subite sia quelle indifferenti, possono essere accolte invece come occasione di scambio di vita, di umanità. In tutte viene chiamata in gioco la mia libertà nella scelta di pensarmi più unito e solidale.
Avverto una carenza di libertà quando, pur disponibile a chi mi cerca, sono invece restio a cercare gli altri. È la cultura dell’autosufficienza (più maschile che femminile) che mi fa ritenere libero, mentre invece mi preclude l’apertura all’altro/a che amplierebbe i confini oltre i quali non c’è perdita ma guadagno.
Uno dei motivi per cui non ho sofferto particolarmente il lockdown è il fatto che più di tanto non ho patito la riduzione di relazioni; un po’ di solitudine e di isolamento non mi hanno disturbato; anche perché tendo ad essere piuttosto selettivo nelle relazioni e a soppesare tempi e spazi. C’è un’enorme differenza tra me e Adriana mia moglie. Mi accorgo di essere insofferente al tempo che lei dedica alle relazioni, vuoi con lunghe telefonate, vuoi con altrettanto lunghi colloqui in presenza. C’è in lei meno strumentalità nelle relazioni e sicuramente più cura, più amore e più libertà nel mantenerle e praticarle.
Queste riflessioni mi confermano che, quando sostengo ad esempio che la pratica delle relazioni è il modo innovativo di fare politica, di fatto sul tema relazioni ho un approccio un po’ intellettualistico, sorretto da principi e buone intenzioni, ma con scarsa pratica vitale, per cui libertà, solidarietà e cura sono forti convinzioni, ma sono poco e faticosamente praticate.
L’epidemia, con i conseguenti fenomeni economici e sociali, secondo me, ha inferto un altro colpo all’identità maschile, mostrandone una fragilità che si esprime anche con la depressione e la violenza, soprattutto verso le donne. Invece si è fatto avanti un soggetto femminile più libero, più sicuro di sé, più capace di fare fronte al disagio sociale.
Questa libertà femminile ha costretto ancora una volta noi uomini a relativizzarci rispetto alla pretesa di considerarci misura e regolamentazione di tutto, e di voler esercitare il potere per costruire un nostro ordine. Il relativizzarmi non lo vivo come una riduzione della libertà maschile, ma come possibilità per noi uomini di dare spazio ad altre dimensioni di sé.
La necessità di ridurre i contatti con l’esterno, soprattutto in regime di lockdown, mi ha posto in condizioni di dare più attenzione alla mia interiorità. Sollecitato anche da un confronto più continuo e inevitabile con Adriana, ho riflettuto più profondamente sul mio desiderio, che non è quello normalmente attribuito al maschio, ma quello che nasce dalla mia esigenza di vivere in pace con me e in armonia con gli altri/e e mi spinge verso un modo di stare al mondo in relazione con uomini e donne con libertà, in modo autonomo e non eterodiretto, consapevole della mia differenza maschile senza perdere me stesso, riuscendo a riconoscere e dialogare con la diversità dell’altro e con la differenza dell’altra.
Mi sono sentito autorizzato a introdurre il mio desiderio nella storia non dagli uomini, che anzi mi davano possibilità di essere visibile solo trovando collocazione nel loro ordine maschile, ma dalle donne che, sentendosi inadatte a quell’ordine, trovavano modi di esprimersi che creavano spazi in cui anche gli uomini, incominciando ad affacciarsi, sgretolavano le barriere del loro mondo.
Dunque posso pensarmi e progettarmi come il mio desiderio, libero da condizionamenti culturali di tipo patriarcale, mi spinge a essere.
Sono libero se mi sento libero, e mi sento libero quando posso vivere secondo il mio desiderio di pace e armonia con gli altri e le altre anche in questo tempo di pandemia e di restrizioni faticose da sopportare.