La nostra cultura occidentale ci ha abituato a pensare l’essere umano come il dominatore sicuro e inarrestabile che si muove al centro del mondo. I continui progressi fatti nel campo tecnologico e scientifico hanno contribuito a instillare l’idea delle potenzialità infinite di utilizzare la terra con tutte le sue risorse per il nostro sviluppo: quello che ancora non sappiamo o non si può fare oggi, lo si farà domani, è solo questione di tempo, e la padronanza sul mondo sarà una linea in costante ascesa. Il mondo ci appartiene: chi può al pari di noi rivendicare un tale concetto?
Ma in realtà siamo noi che apparteniamo al mondo, così come gli elementi che costituiscono la terra e che condividiamo con gli altri esseri viventi, anche con quei microrganismi invisibili, i virus, che possono parassitare le nostre cellule, alterarne gravemente le funzioni, e diffondersi da una persona all’altra in maniera rapidissima, cambiando tutto: le nostre vite individuali e l’assetto della società in cui viviamo.
Sono proprio le società occidentali più avanzate (Usa Uk Eu) quelle dove, più che altrove, il virus Covid 19 sta portando effetti devastanti e grande disorientamento. Esse si sono fatte cogliere di sorpresa dal virus, non solo dal punto di vista organizzativo (ma chi se non queste società, con i loro alti standard sanitari, avrebbero dovuto sapere cosa fare?), ma anche dal punto di vista esistenziale: non sono state in grado di percepire la vulnerabilità dell’essere umano di fronte alla propria appartenenza alla sfera biologica, quasi accecate da una presunzione di superiorità e invincibilità.
Ancora oggi non si sa esattamente quale siano le risposte più efficaci da dare: si alternano misure restrittive ad allentamenti per rispettare le “libertà individuali”, per salvare l’economia e continuare con i nostri abituali stili di vita. Ci sembra che le restrizioni costituiscano delle incomprensibili “dittature sanitarie”.
Abbiamo dimenticato che noi siamo da sempre condizionati naturalmente dal nostro corpo: lo sappiamo bene a livello individuale quando i ci ammaliamo anche in modo lieve; vorremmo poter correre come sempre, ma non possiamo, dobbiamo fermarci, perché abbiamo una incapacità funzionale.
Le ragioni del corpo umano, e soprattutto le relazioni tra la nostra salute individuale e l’assetto della società tutta, improvvisamente oggi si sono imposte con prepotenza. Ma nella società occidentale debolezze, fragilità, imperfezioni e malattie sono state accuratamente rimosse dalla percezione collettiva, per dare spazio all’immagine di un uomo moderno, sempre efficiente, sano, produttivo, positivo, quasi invincibile. Anche la gravidanza che rivoluziona il corpo della donna in una evoluzione fuori dal suo controllo personale, viene un po’ nascosta nei suoi aspetti più fisici e debilitanti: le limitazioni che comporta vengono percepite come debolezze personali e comunque di genere esclusivamente femminile, menomazioni compatite in uno stato d’eccezione “fuori” dalla regola comune.
Che dire dell’invecchiamento? nella nostra cultura occidentale gli anziani godono di visibilità solo in quanto “giovanili”, attivi ed allegri, sportivi e consumatori, meglio se ancora produttivi, cioè solo nella misura in cui possono confermare l’immagine di positività e di potenzialità quasi infinite del genere umano nella nostra società. Improvvisamente ora ci accorgiamo che con l’invecchiamento convivono spesso fragilità, debolezza, solitudine, e scopriamo che la vulnerabilità può appartenere anche ad altri gruppi di persone, affette da fattori di rischio che li rendono fragili. E che potenzialmente tutti siamo vulnerabili di fronte ad un virus patogeno.
Questa pandemia potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per una riflessione oltre che personale, generale della nostra cultura: una occasione per utilizzare al meglio tutte le nostre conoscenze e potenzialità di società occidentali a sviluppo avanzato, in modo da saperci adattare e riorganizzare di fronte alle possibili sfide del mondo esterno, non ultima la grossa sfida dell’emergenza climatica.
Nel mio breve intervento alla redazione aperta Via Dogana 3 del 13 dicembre, su piattaforma Zoom, ho detto «la mancanza alza il desiderio». Che cosa volevo dire? Prima di tutto che la vita, con tutti i suoi imprevisti, compreso il nostro confinamento forzato dovuto al Covid-19, affina i nostri desideri portandoli in alto, a volte fino a Dio. Questo me lo ha fatto pensare anche il recente scritto di Stefania Giannotti dal titolo “Il Dio delle donne” è di nuovo in libreria, pubblicato sul sito il 19 novembre 2020.
Infatti la mancanza ci scuote sempre, è un renderci conto, un incanalare le difficoltà e il dolore in un “oltre” capace di aprire grandi desideri che ho trovato espressi soprattutto nelle mistiche.
Per quanto mi riguarda la mancanza a cui mi hanno sottoposta le malattie, la vecchiaia e ora il Covid-19 mi ha condotta a cercare l’essenzialità del vivere. In questo caso non mi piace parlare di limiti perché, in quanto donna, nella vita di limiti ne ho dovuti subire anche troppi dalla cultura maschile dominante. Vivere nell’essenzialità è altra cosa: essa ci aiuta a non attaccarci alle cose, alle abitudini, a scoprire nuove possibilità e a contare su quest’ultime. Era dal 2013 che non avevo più messo piede nella Libreria in Via Calvi a Milano perché abito in un’altra città. Purtroppo, dopo quell’anno, sono stata sempre più impedita a camminare e a viaggiare. Il virus pandemico che vieta gli assembramenti e le riunioni mi ha aperto le porte della redazione aperta VD3 in digitale. Sono molti anni che grazie al computer io faccio molte cose, dal mantenere relazioni via mail, al fare la spesa al supermercato in quanto, ora come ora, non riesco a camminare più di cinquanta metri con le stampelle.
Quando ho saputo che la redazione aperta VD3 sarebbe stata fatta in digitale su piattaforma zoom, la mia felicità è stata grandissima e sono grata alle amiche della Libreria che si sono adoperate perché ciò si realizzasse. Certo, non condivido che la scuola si faccia in digitale, in questo caso la presenza fisica è indispensabile.
Ho detto che la mancanza può portare fino a Dio, ma in questo caso cambia il simbolico: non più l’onnipotente, ma il vero povero Cristo senza dimora che nasce in una mangiatoia, in una stalla trovata lungo la strada, mentre noi rimaniamo attaccati a tante cose al punto che la loro mancanza ci terrorizza, e alla liberazione dell’inutile preferiamo la tristezza di un consumismo da cui, malgrado tutto, non riusciamo a staccarci.
La mancanza ha a che fare con l’anima e con la differenza di essere donna. È cosa diversa dalla rinuncia e dal sacrificio. In definitiva, il senso di mancanza ci conduce al risveglio del desiderio, al bisogno di relazioni autentiche e libere, perché, come ha detto Ida Dominijanni nella sua relazione di apertura, «la libertà è relazionale».
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Libertà in tempo di pandemia, 13 dicembre 2020
Quando Vita Cosentino, che ringrazio per la fiducia, mi ha chiesto se ero disponibile per un intervento introduttivo a questo incontro di Via Dogana, ho provato sgomento al pensiero di dover parlare di libertà; mi è venuto in aiuto il titolo dell’incontro “libertà in tempo di pandemia”. Ecco, quello che cercherò di dire sulla libertà deriva innanzitutto da come ho vissuto le limitazioni imposte dalla pandemia e poi dalle riflessioni che ne sono scaturite.
È un po’ deludente ammettere che ci voleva questa pandemia per fare emergere consapevolezze solitamente tenute in ombra.
Il virus Covid 19 ha inferto un duro colpo alla nostra presunzione, sbattendoci in faccia i limiti della nostra condizione umana e creando una situazione in cui ci è stata imposta una serie di limitazioni pesanti da accettare.
Penso alle reazioni, alcune scomposte, di chi ha vissuto queste giornate come violazione della propria libertà, addirittura come dittatura sanitaria. Dopo tutto, la pandemia ci ha portato a riconoscere quella che è la condizione naturale, normale, quotidiana di tutti noi esseri umani: quella di essere limitati, fragili, vulnerabili. Ho comunque l’impressione che di fronte a questo stato di limite c’è una particolare insofferenza maschile.
La pandemia ha anche evidenziato che siamo tutti/e interdipendenti, sia nel danneggiarci sia nell’aiutarci. Io posso continuare a vivere, anche se recluso in casa, perché ci sono tanti uomini e tante donne che me lo consentono continuando a fare il loro lavoro; ma c’è pure quell’interrelazione per cui uomini e donne possono diventare pericolosi per un possibile contagio, e se qualcuno/a si infetta e si ammala, prima o poi potrebbe capitare anche a me di ammalarmi per causa sua. Insomma gli/le altri/e possono essere sia fonte di limitazioni sia possibilità di superamento dei limiti.
Queste consapevolezze provocano immediatamente una riflessione sulla libertà e sul suo esercizio. In che misura le limitazioni e le interrelazioni sono un ostacolo, un impedimento della libertà?
Se penso alla libertà assoluta, come vaneggiano alcuni, i limiti mi dicono che essa non esiste; se penso che posso liberarmi dai limiti da me solo, facendo appello a un titanico volontarismo, rischio di finire nella disperazione. Un altro modo di pensare è quello di riconoscere di avere bisogno di altri e di altre perché mi possono aiutare, che questo aiuto può avvenire anche se non me ne accorgo. Si tratta però di prenderne coscienza e di provare gratitudine; il passo ulteriore è che, umilmente, conscio dei miei limiti, sia io a prendere l’iniziativa di chiedere aiuto ad altri e altre. È grazie al loro aiuto se conquisto spazi di libertà che prima non avevo.
La libertà è garantita e ampliata dal fatto che ci siano donne e uomini che scelgono di occuparsi delle e degli altri.
La cultura individualistica, ormai tanto diffusa, induce a considerare gli altri/e come un limite alla propria libertà. Ne è una traccia la convinzione che la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro/a. Per me non è così. Io penso invece che la mia libertà inizia dove inizia quella dell’altro/a. Cerco di spiegarmi.
Se io tollero l’esistenza di condizioni di vita in cui un altro/a non può essere libero/a, accetto di fatto che in quelle condizioni, fino a quando continueranno ad esistere, potrei trovarmi anch’io. Questo significa in pratica accettare di poter non essere libero.
In un mondo in cui milioni di esseri umani vivono nella mancanza di diritti fondamentali, non posso sentirmi libero perché al momento io non vivo quella situazione. E solo se mi capitasse di viverla capirei di non essere libero? Io, noi, siamo dei privilegiati. Essere dei privilegiati non è condizione di libertà, va piuttosto inteso come una precarietà favorevole, che una giusta ribellione degli svantaggiati e degli esclusi potrebbe farci perdere collocandoci in una situazione di minore libertà.
(Per inciso, con riferimento alla pandemia: se accetto che il vaccino non venga garantito a tutti, perché dovrebbe essere garantito a me? Solo se tutti sono liberi di accedere, anch’io ho la garanzia di essere libero di poterlo avere).
Non posso sentirmi libero se non c’è garanzia di libertà per tutti.
Un’altra riflessione. Le mie incapacità e insufficienze (comprese quelle temporanee che provengono da una malattia, da un contagio), fino a quando rimangono e non riesco a superarle, sono una limitazione della mia libertà, non so e non posso fare cose che altri sanno e possono fare. Posso però arrivare là dove, se fossi libero da quelle incapacità, vorrei arrivare, se incontro nell’altro/a chi mi aiuta a venirne fuori. Davvero inizia la mia libertà se l’altro/a sceglie con la sua libertà di venirmi incontro.
Lo stesso discorso vale nel caso di un’incapacità a vivere ed esprimere più pienamente la mia umanità, magari perché impedito da egoismo e individualismo, poco sensibile alla solidarietà. L‘incontro con qualcuno, più sovente è con qualcuna, che mi fa dono della sua attenzione, della sua sensibilità e generosità, può portarmi a sciogliere quei nodi e quei condizionamenti che mi rendono un po’ chiuso agli altri/e.
C’è un aspetto del tema libertà sul quale mi soffermo perché l’ho vissuto come esperienza proprio in questo tempo di pandemia: la mia libertà può fare esistere la tua, se so autolimitare la mia.
Io non ho vissuto il lockdown come un attentato alla libertà, ma come una limitazione accettata consapevolmente, quindi un’autolimitazione, per garantire il diritto alla salute e alla vita, oltre che a me, anche agli altri/e. È un’ulteriore conferma della nostra natura relazionale, di quanto dipendiamo gli uni dagli altri sia per farci del bene sia per farci del male. Anche fare del male è espressione di libertà, ma la si potrebbe limitare col pensiero che l’altro/a a sua volta potrebbe usare la sua libertà per fare del male a me.
Ritengo, dunque, che a volte l’autolimitazione è necessaria, se non vogliamo danneggiare nessuno, prima di tutti noi stessi.
Però la convinzione che, in questo tempo di pandemia, la libertà (ad es. di non essere infettati) sarebbe più garantita grazie a un’autolimitazione che ognuno sa fare della sua, non è convinzione sufficiente per vivere relazioni rispettose della reciproca libertà. Perché è una convinzione che si regge su principi quali la dignità, il valore di ogni essere umano, il riconoscimento reciproco dei diritti, tutte cose per altro affermate in dichiarazioni universali e in costituzione, che solo l’illusione di noi uomini può ritenere sufficienti a creare relazioni dove è riconosciuta e rispettata la libertà.
Non è così, la storia ce lo ricorda continuamente. Dobbiamo riconoscere i limiti pesanti della razionalità che alla ricerca di un ordine universale perde di vista le possibilità conoscitive dell’esperienza.
E l’esperienza dice che quella dinamica per cui fai agli altri/e quello che desideri che gli altri/e facciano a te, per attivarsi necessita che entrino in campo altre dimensioni dell’essere umano, che vanno oltre i principi e i diritti, dimensioni come quelle della compassione, dell’empatia, della tenerezza che si traducono poi nella cura, che in definitiva è un’espressione dell’amore.
Qui, però, devo anche fare i conti con le mie incapacità di uomo.
Sono più facilmente portato a fare riferimento a principi, a ricorrere a razionalizzazioni piuttosto che cimentarmi con pratiche politiche che mi renderebbero più capace di empatia. E queste pratiche politiche si apprendono proprio praticando le relazioni.
È vivendo le relazioni che imparo a praticare il principio del fare agli altri/e quello che desidero venga fatto a me, che acquisto quella sensibilità che mi fa capace di andare oltre alla razionalità.
È drammatico che ci accorgiamo della sofferenza degli altri/e quando soffriamo a nostra volta e ci aspettiamo ansiosamente che qualcuno/a si occupi di noi, ci dia attenzione e cura.
Dunque, l’esercizio della propria libertà condiziona ed è condizionato dalla libertà degli altri/e perché c’è una forte interrelazione tra tutti.
Mi sono posto l’interrogativo di come riesco a vivere le relazioni che condizionano.
Subisco con fastidio, quasi volendo scrollarmele di dosso, quelle che mi danno l’impressione di non portarmi niente ma di chiedermi invece tempo e spazio.
Accetto come dato di fatto, quasi con indifferenza, le relazioni con le persone dal cui servizio dipende la mia sopravvivenza e la possibilità di una qualità di vita, ad esempio con tutti i soggetti di mestieri e professioni che in fase di lockdown hanno continuato a lavorare (soprattutto medici e infermieri, donne e uomini naturalmente). Ha prevalso in me l’atteggiamento del dare per scontato piuttosto che una consapevole gratitudine.
Riflettendo, però, ho pensato che tutte queste relazioni, sia quelle subite sia quelle indifferenti, possono essere accolte invece come occasione di scambio di vita, di umanità. In tutte viene chiamata in gioco la mia libertà nella scelta di pensarmi più unito e solidale.
Avverto una carenza di libertà quando, pur disponibile a chi mi cerca, sono invece restio a cercare gli altri. È la cultura dell’autosufficienza (più maschile che femminile) che mi fa ritenere libero, mentre invece mi preclude l’apertura all’altro/a che amplierebbe i confini oltre i quali non c’è perdita ma guadagno.
Uno dei motivi per cui non ho sofferto particolarmente il lockdown è il fatto che più di tanto non ho patito la riduzione di relazioni; un po’ di solitudine e di isolamento non mi hanno disturbato; anche perché tendo ad essere piuttosto selettivo nelle relazioni e a soppesare tempi e spazi. C’è un’enorme differenza tra me e Adriana mia moglie. Mi accorgo di essere insofferente al tempo che lei dedica alle relazioni, vuoi con lunghe telefonate, vuoi con altrettanto lunghi colloqui in presenza. C’è in lei meno strumentalità nelle relazioni e sicuramente più cura, più amore e più libertà nel mantenerle e praticarle.
Queste riflessioni mi confermano che, quando sostengo ad esempio che la pratica delle relazioni è il modo innovativo di fare politica, di fatto sul tema relazioni ho un approccio un po’ intellettualistico, sorretto da principi e buone intenzioni, ma con scarsa pratica vitale, per cui libertà, solidarietà e cura sono forti convinzioni, ma sono poco e faticosamente praticate.
L’epidemia, con i conseguenti fenomeni economici e sociali, secondo me, ha inferto un altro colpo all’identità maschile, mostrandone una fragilità che si esprime anche con la depressione e la violenza, soprattutto verso le donne. Invece si è fatto avanti un soggetto femminile più libero, più sicuro di sé, più capace di fare fronte al disagio sociale.
Questa libertà femminile ha costretto ancora una volta noi uomini a relativizzarci rispetto alla pretesa di considerarci misura e regolamentazione di tutto, e di voler esercitare il potere per costruire un nostro ordine. Il relativizzarmi non lo vivo come una riduzione della libertà maschile, ma come possibilità per noi uomini di dare spazio ad altre dimensioni di sé.
La necessità di ridurre i contatti con l’esterno, soprattutto in regime di lockdown, mi ha posto in condizioni di dare più attenzione alla mia interiorità. Sollecitato anche da un confronto più continuo e inevitabile con Adriana, ho riflettuto più profondamente sul mio desiderio, che non è quello normalmente attribuito al maschio, ma quello che nasce dalla mia esigenza di vivere in pace con me e in armonia con gli altri/e e mi spinge verso un modo di stare al mondo in relazione con uomini e donne con libertà, in modo autonomo e non eterodiretto, consapevole della mia differenza maschile senza perdere me stesso, riuscendo a riconoscere e dialogare con la diversità dell’altro e con la differenza dell’altra.
Mi sono sentito autorizzato a introdurre il mio desiderio nella storia non dagli uomini, che anzi mi davano possibilità di essere visibile solo trovando collocazione nel loro ordine maschile, ma dalle donne che, sentendosi inadatte a quell’ordine, trovavano modi di esprimersi che creavano spazi in cui anche gli uomini, incominciando ad affacciarsi, sgretolavano le barriere del loro mondo.
Dunque posso pensarmi e progettarmi come il mio desiderio, libero da condizionamenti culturali di tipo patriarcale, mi spinge a essere.
Sono libero se mi sento libero, e mi sento libero quando posso vivere secondo il mio desiderio di pace e armonia con gli altri e le altre anche in questo tempo di pandemia e di restrizioni faticose da sopportare.
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Libertà in tempo di pandemia, 13 dicembre 2020
Voglio vedere in questo periodo del positivo: la libertà che le donne hanno agito ha portato e porterà a mutamenti sostanziali anche nella gestione della cosa pubblica. La pandemia ha reso evidente quello che in altri tempi in molti potevano fingere di non vedere.Perfino i media se ne sono accorti: alla fine del primo lockdown la rivista economica Forbes (una per tutte) ha titolato Cosa hanno in comune i paesi con le migliori risposte al Coronavirus? Le donne leader. Invece, negli stati occidentali, dove la pandemia dilaga, abbiamo al potere la concezione patriarcale dell’uomo solo al comando.
La risposta del leader maschio – uomo duro – è stata quella di minimizzare o negare la gravità della diffusione del contagio, ostentare sicurezza e fatalismo, da Bolsonaro a Putin, a Trump che, con spavalderia, è riuscito a ridicolizzare il virus. Oppure è stata quella di avere avuto comportamenti contraddittori, passando dall’immunità di gregge ai ripetuti lockdown, come il britannico Johnson. Il prossimo presidente statunitense Biden sembra voglia comportarsi diversamente, come ha già dimostrato durante la campagna elettorale: prendere molto sul serio la situazione. È quello che ha fatto sì che i paesi guidati da donne, molto diversi tra loro per condizioni geo-sociali e culturali, si siano distinti per l’efficacia nel contenere gli impatti del coronavirus.L’emergenza in cui siamo ha reso ancora più evidente la crisi dell’autorità gerarchica maschile che non funziona più: voce grossa, imposizioni, tentennamenti, passi indietro; mostrare i muscoli o negare l’innegabile, usare un linguaggio bellico o nascondersi dietro il cinismo non ha risolto la pandemia. Nella tragicità della situazione alcuni comportamenti maschili rasentano spesso il ridicolo. Nell’agire delle prime ministre, al contrario, sta emergendo un altro tipo di autorità. Quello che il pensiero politico delle donne ha elaborato (con Arendt): un’autorità che si scioglie dall’abbraccio del potere e, come vediamo da queste esperienze, che si coniuga con la libertà.Mi spiego con esempi tratti dalle cronache di questi giorni.Se analizziamo i comportamenti delle leadership femminili, pur con posizioni politiche diverse, (l’islandese Katrín Jakobsdóttir e Erna Solberg, norvegese, la finlandese Sanna Marin e Tsai IngWen di Taiwan, la danese Mette Frederiksen e Jacinda Ardern della Nuova Zelanda) troviamo che ci sono modalità simili nella gestione della pandemia. Approcci adeguati alle condizioni dei singoli paesi, ma che hanno in comune la presa d’atto fin dall’inizio che la questione è seria, da non negare né sottovalutare e se occorrono misure restrittive impopolari, contemporaneamente occorre rassicurare la popolazione e farla partecipe dello sforzo che si richiede, instaurando una comunicazione di fiducia. Le restrizioni, se ben spiegate, possono ricevere molto più seguito di norme puramente imposte.Queste donne hanno agito con autorità e prendendosi la loro libertà, riuscendo a costruire una narrazione che ha coinvolto la popolazione spingendola a collaborare.Per esempio hanno usato un linguaggio, consapevole dei limiti e delle difficoltà, che trasmettesse calma e sicurezza, molto diverso dal linguaggio urlato e volto alla prevaricazione di certi altri leader politici.È di qualche giorno fa la cancelliera tedesca Angela Merkel che tocca le emozioni sue e di chi l’ascolta, per chiedere maggior attenzione nell’evitare i contatti in occasione delle festività, ripetendo: «Mi dispiace, sono dispiaciuta nel mio cuore». I video sono pubblicati in rete.Per trovare una comunicazione empatica e di fiducia, la neozelandese Ardern si è resa disponibile a dirette face-book da casa, in veste non ufficiale. Comprendiamo come con orgoglio abbia dichiarato di aver creato un Team dei cinque milioni.Un’altra invenzione è stata pensare alle giovani creature non solo come pacchi da tenere a casa o mandare a scuola seguendo l’andamento di grafici e sondaggi. La premier conservatrice norvegese Erna Solberg dedica la sua attenzione anche ai piccoli, partecipando ad apposite conferenze stampa per rispondere a domande e curiosità, per rassicurarli nelle loro paure, aiutarli a superare le ansie e le difficoltà di questo periodo. Spiegazioni chiare e semplici che hanno prodotto benefici sullo stato psichico delle creature, ma anche dei loro genitori.E l’islandese Sanna Marin? Per raggiungere le generazioni più giovani poco avvezze a leggere i giornali o seguire la televisione si è rivolta a “influencer” sui social media per comunicare con loro.Con questi gesti di libertà queste leader si sganciano dal potere, agiscono la loro autorità mostrando che è possibile far nascere qualcosa di nuovo: hanno fatto cose che altri non hanno mai fatto. Il New York Times che non nomina né l’autorità né il potere, però scrive: «Per le donne potrebbe essere meno costoso in termini politici [operare come hanno operato] perché non devono violare nessuna norma percepita di genere per adottare politiche delicate o conservatrici». In altre parole hanno la consapevolezza che possono agire, nel mondo politico non pensato da loro, la propria autorità unita alla libertà. Hanno seguito quello che in quel momento sentivano come necessario, senza sottostare a ciò che è già prestabilito o a vincoli gerarchici. Questo ci può far pensare che agire con libertà possa essere positivo per affrontare anche altre emergenze come quella climatica o ambientale. E Jacinda Ardern ce ne fornisce subito una prova. Ai primi di dicembre, legandola alla pandemia, ha fatto approvare dal suo parlamento una dichiarazione di emergenza climatica per intraprendere azioni urgenti al fine di ridurre i gas serra e raggiungere entro il 2030 il 100% di energia proveniente da fonti rinnovabili. Ha detto: «La ripresa economica post COVID-19 rappresenta un’opportunità unica per la generazione di rimodellare il sistema energetico della Nuova Zelanda per renderlo più rinnovabile, più veloce, conveniente e sicuro».Faccio una citazione, un po’ più lontana nel tempo. Nel 2014, l’ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf si è trovata a guidare il suo paese durante la diffusione del virus ebola: «Non vedo nessuna contraddizione nell’essere empatici e umani ed essere buoni leader. Non è debolezza, è forza». In particolare allora aveva dovuto prendere una decisione molto difficile nei confronti della popolazione, cioè quella di cremare i corpi dei defunti per limitare la diffusione del virus, pratica però non ammessa nella tradizione buddista praticata dalla maggioranza delle persone nel paese. «Queste decisioni devono arrivare da compassione e comprensione per poter guadagnare il supporto del pubblico».In Italia la situazione mostra aspetti contradditori e domina l’incertezza.È vero che dopo il primo lockdown qualcosa è cambiato. Quel senso di solidarietà che, pur rimanendo distanti ci faceva sentire vicine, con forme esteriori come i canti dai balconi, ma anche con azioni concrete di aiuto ai più fragili, sembra essersi smarrito. In questi mesi molti hanno lavorato per “mettere in sicurezza” i locali, permettere la fruizione di mostre e musei, assistere agli spettacoli, perché la scuola potesse essere di nuovo frequentata senza timore per la salute propria e altrui.Aperture e chiusure si susseguono: l’economia ha ripreso il primato sulla vita e sulla società.Ora chi è nel commercio, chi opera nella ristorazione e nel settore alberghiero, nello spettacolo e nella cultura in generale, studenti e insegnanti protestano perché le norme cui devono sottostare, sono poco chiare, decise dall’oggi al domani. La mancanza di cooperazione tra istituzioni sta portando a tanti livelli di opposizione alle norme imposte dal governo a cui si aggiunge la non numerosa ma rumorosa protesta di chi rifiuta ogni regola, in nome di una libertà individuale per niente attenta agli altri e alle altre. Prevale ancora, forse per comodo, una concezione gerarchica dell’autorità: o si ubbidisce o si disubbidisce a regole che sono piegate a interessi personali in un gioco perverso che mette a repentaglio la vita.I rappresentanti delle istituzioni periferiche entrano in contrasto con i poteri centrali. Un mostrare i muscoli che favorisce il diffondersi della sfiducia, l’emergere di singoli interessi, il venir meno della gratitudine per coloro che si stanno ancora spendendo per tutte e tutti noi. Vediamo in questi giorni il presidente della Regione Lombardia, che impone regole rigidissime che poi invita a non rispettare.I media enfatizzano comportamenti negativi (assembramenti, fughe di massa dalle città, manifestazioni no-mask) che generano in parte della popolazione ansia e paura.È il racconto però di una parte di realtà. Le persone sono in genere più responsabili di quanto si racconti: c’è molta attenzione nel seguire le norme del distanziamento, della sanificazione… per proteggere e proteggersi. Inoltre non è mai smessa in questi mesi l’attività di associazioni di uomini e donne, giovani o meno che alleviano i disagi di chi non ha più lavoro o che comunque fa fatica a sostenersi. Anzi nuove iniziative si aggiungono a quelle già collaudate. Un esempio: recentemente ha preso il via a Milano un progetto già presente in altre città, il Sabato-Salvacibo, contro lo spreco alimentare; raccogliendo il non venduto dai mercati cittadini, si confezionano e distribuiscono pacchi di beni indispensabili a chi per la pandemia non ha più un reddito. Si agisce nell’immediato per venire incontro alle difficoltà di sopravvivenza, ma si mette in circolo anche un’azione virtuosa che va nell’ordine dell’economia circolare e della difesa dell’ambiente.In altri paesi le leader hanno operato in modo chiaro, perché hanno agito la loro autorità nella relazione concreta, quella che dà misura, ottenendo dalla popolazione adesione e appoggio per debellare il virus.Da noi vediamo che gran parte della classe dirigente è divisa, più attenta ai giochi di potere e alla facile popolarità guadagnata nelle piazze. La Presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, ha dovuto ricordare che «l’attuazione della Costituzione richiede un impegno corale, con l’attiva, leale collaborazione di tutte le Istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni e Giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l’emergenza». Possiamo però vedere due atteggiamenti che escono dalla logica della contrapposizione: uno è cercare, con un lungo lavorio, di mediare fra interessi diversi come fa il capo del governo, l’altro è di esporsi, come fa il ministro della salute, con autorevole fermezza, dicendo le cose come stanno, e che le misure prese segnano la necessità di non sottovalutare quello che sta accadendo.E in futuro cosa si preannuncia? Si parla di vaccinazione: renderla obbligatoria o affidarsi al senso di responsabilità? C’è la libertà di non vaccinarsi, ma anche il dovere di non danneggiare chi è vicino… Ancora una volta: quale libertà?Il modello gerarchico patriarcale si basa sulla riproposizione di dettami, controlli, sanzioni che denotano una crisi di autorità e favoriscono la ribellione. Nella situazione in cui siamo, la trasgressione fine a se stessa è un fattore che impedisce la nostra stessa libertà. Le restrizioni nel movimento provocano disagi fisici e psichici, personali e sociali, ma abbiamo visto che il movimento fisico di chi ha contratto, anche in forma lieve il virus, ha provocato focolai che hanno messo in crisi il sistema sanitario. La libertà è un’esperienza che non deriva dalla trasgressione di regole imposte, ma ha un carattere relazionale e intraumano, essere gli uni per gli altri la possibilità di un nuovo inizio.
Intervento audio di Ida Dominijanni
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3 Libertà in tempo di pandemia, 13 dicembre 2020
Domenica 13 dicembre 2020, ore 10.00 – 13.30
L’incontro si svolgerà online attraverso un collegamento su Zoom. Per prenotarvi scrivete a: info@libreriadelledonne.it (indicando nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 13 dicembre 2020”). La sera prima riceverete il link per partecipare.
Una nuova ondata di pandemia sta dilagando in Occidente, spesso accompagnata da una rivendicazione del diritto alla libertà personale che si esprime con raduni no mask o con la trasgressione di qualunque norma anticovid.
L’unica democrazia occidentale in cui questo non succede è la Nuova Zelanda. La presidente Jacinda Ardern ci sta dando una lezione su come gestire la crisi: ha puntato sulla fiducia e sulla responsabilità, ha fatto circolare autorità creando il “team dei cinque milioni”, cioè ha fatto sentire alla popolazione tutta di essere impegnata a contrastare la pandemia. C’entra che è una donna?
Negli ultimi decenni, senza tanto gridare e senza tanto rivendicare, le donne si sono conquistate la loro libertà. Oggi ci sono e pensano e parlano.
In Italia, mentre a marzo era emerso un “sentire comune” e un senso di riconoscenza nei confronti del personale sanitario, ora serpeggiano sfiducia, rabbia e un individualismo che contrappone categorie, fasce di età, interessi economici in nome della libertà. Che cosa è successo?
In questione, secondo noi, è la concezione stessa della libertà e la sua traduzione in pratica politica: dalla versione classica dell’individualismo liberale, al suo aggiornamento neoliberista, alla torsione operata dal sovranismo trumpiano.
In tempo di pandemia, vogliamo reinterrogarci sulla libertà, a partire dal fatto che il movimento delle donne l’ha ridefinita come “libertà relazionale”, trasformativa di un agire individuale e collettivo e capace di fare i conti con la necessità.
Introducono Ida Dominijanni, Marco Cazzaniga, Marina Santini.
Le serie televisive stanno prendendo sempre più spazio. Sono dei film che hanno durata più lunga e permettono uno svolgimento, in alcuni casi, travolgente. C’è chi in questi tempi di vacanze forzate va a letto alle 3 di mattina per avere visto tutti gli episodi concentrati in una sola visione. Registe di grande bravura, registi, attori e attrici trovano da anni, come sappiamo, modalità di impiego della loro creatività proprio nelle serie. Per non parlare dei prestiti letterari e delle sceneggiature di cui si avvalgono. Fra quelle italiane L’amica geniale è stata un serie bellissima tratta dai romanzi di Elena Ferrante.
The Marvelous Mrs Meisel ovvero La favolosa signora Meisel è la serie scritta, prodotta e diretta da Amy Stewart Palladino con la collaborazione del marito D. Palladino. La sua creatrice è nota per altre serie famose come Una mamma per amica.
Mrs Meisel è la più divertente intelligente e femminista (senza pesi ideologici) serie che abbia visto.
La quarta stagione è già prevista, ma per ora non è entrata in produzione causa Covid. In Italia sono state distribuite tre stagioni quindi 24 episodi di 57’. Il sito di streaming che la trasmette è Amazon Video Prime.
Le protagoniste sono le donne. Prima fra tutte c’è Mrs Meisel, Midge, alla nascita Miriam. Casalinga dell’upper class, laureata in letteratura russa, non ha ancora 30 anni, un marito e due figli; non lavora e segue il marito che quando smonta dall’ufficio si esibisce in un locale alternativo come cabarettista.
Lo humor è quello ebraico, il witz è quello del ridersi addosso comprendendo la famiglia le tradizioni la propria storia, fra malinconia e sarcasmo. Midge però è dotata di suo. Quando il marito fallisce in una serata e non sentendosi più all’altezza della moglie la lascia per la segretaria, lei, dopo avere visto la sua vita felice rivoltarsi a 360°, una sera alticcia sale sullo stesso palco del Gaslight e squaderna tutto il suo humor dissacrante. Ha successo, tanto che addirittura l’arrestano, ma attira l’attenzione di Susie Meyerson, una spigolosa butch sempre in abiti maschili, che paga la cauzione, la tira fuori di galera e si offre di diventare la sua manager.
Comincia così la nuova vita di Mrs Meisel e di Susie. Siamo nel 1958 e Mrs Meisel, sempre inappuntabile con tacchi, abito elegante, soprabito, guanti e cappellino, insieme alla manager Susie inizia la sua carriera di comedian, di comica.
Una storia appassionante che mi ha coinvolto fino all’80° episodio della terza stagione.
La relazione fra le due donne è straordinaria, molto divertente, piena di battute e di situazioni strane, verosimile e vincente perché arriveranno fino alla meta, anche se tutto è ancora da capire dopo la terza stagione.
Le recensioni dedicate alla serie, tutte molto positive, depotenziano la centralità del rapporto fra le due, che la loro autrice ha invece messo al centro della narrazione. Questa relazione é il luogo di spiegazione di tutto quello che avviene, non solo la premonizione della coppia butch-femmes non ancora cosciente di esserlo, prima di Stonewall.
C’è un progetto di riuscita sociale che le unisce ma anche la spinta alla creazione di un linguaggio che fa parlare per la prima volta le vite delle donne. L’aveva detto Carolyn G. Heilbrun. Le poetesse americane negli anni ’60 fanno parlare senza reticenze la vita delle donne. È l’autocoscienza, il consciousness raising che per la prima volta esce allo scoperto. Mrs Meisel e Susie le danno parola, divertendo, rovesciando l’idea che solo gli uomini fanno ridere.
Mi hanno fatto venire in mente una grande italiana autrice e interprete dell’esistenza femminile, Franca Valeri.
In La favolosa Mrs Meisel senza melodramma, senza alzare cartelli, rivendicare diritti, il femminismo prende parola attraverso quella strana coppia, nell’intesa che le tiene insieme. Il motto che sancisce il patto è “Tit up”. Ogni volta che Midge sale in scena le due compagne ripetono la frase benaugurante “Tit up”, “petto in fuori”, quindi “coraggio”.
Mrs Meisel forse nasce dalla stessa ispirazione di Lucy, interpretata da Lucille Ball, nella serie Lucy e io che uscì dal 1951 al 1957. Lei è una casalinga pasticciona e divertente che mi divertiva un mondo quando ero bambina. La trasmettevano anche in Italia sull’unica televisione che allora esistesse, la RAI a canale unico in bianco e nero. L’adoravo perché di traverso ci vedevo mia madre che guardandola in controluce era altrettanto comica, nonostante fosse una mamma italiana molto seria con molte idee geniali.
Mrs Meisel però decide che il suo teatro non sarà più solo la casa, e con questo passo laterale la sua creatrice ci offre l’occasione di pensare.
C’è una differenza che prende le distanze dalle fiction sull’emancipazione femminile, anche dirette da donne. Giornaliste in erba toccano il cielo con un dito per avere ottenuto la sedia a un tavolo di redazione, diretto dalla solita signora spietata con i tacchi a spillo, a modello dell’imperitura direttrice di Il Diavolo veste Prada.
In Mrs Meisel il sottotesto include tutte: oltre la scena fissa del racconto, c’è il desiderio di parlare di sé, di mettere in scena la soggettività femminile, c’è la ricerca di un linguaggio che spiazza, con lo humor, sottratto agli stereotipi sulle donne, ma anche alle modalità maschili di esprimersi, un linguaggio che cambia nella ricerca di comunicazione e invita tutte a parteciparvi.
Sono d’accordo con Giordana Masotto quando dice che le donne non hanno le risposte alle contraddizioni in cui si dibatte l’umanità, ma sanno mettersi in condizioni di trovarle e di contrattare per la loro realizzazione. Le donne infatti si muovono stando incollate alla realtà: la loro politica fa perno su un pensare e un agire contestuale. E ha modificato negli anni i rapporti con gli uomini, rendendoli più liberi.
Dunque le donne ci sono. E aggiungo che durante la pandemia l’autorità delle donne è circolata, si è mostrata a tutto il paese. Basta considerare quello che è successo in questa occasione: a Codogno è stata una medica che ha diagnosticato il primo paziente disobbedendo anche all’ordine dell’ospedale di non parlarne, giovani donne le tre ricercatrici che per prime in Italia hanno isolato il virus, tante le scienziate che ci hanno tenute informate. Le infermiere sono il 78% della categoria e tantissime le mediche ospedaliere.
A questo punto aggiungo una considerazione che so che farà discutere ma è proprio questo che sento urgente fare.
Se spostiamo lo sguardo in Europa – che con il virus è diventata una casa comune – vediamo che l’autorità femminile acquista ulteriore forza. Tre donne infatti ne hanno in mano le sorti: Angela Merkel, la cancelliera della Germania che quest’anno ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen che presiede la Commissione Europea, cioè il centro effettivo del potere in Europa, infine Christine Lagarde che presiede la Banca Centrale Europea. Le due tedesche in relazione tra di loro da anni. Si dice, infatti, che von der Leyen sia la pupilla di Merkel. Queste tre donne, nel conflitto tra i paesi nordici e quelli mediterranei, hanno trovato una accettabile mediazione a partire dalla proposta francese del Recovery Fund. Esse hanno trovato prima un accordo tra di loro e poi hanno contrattato con gli uomini.
Sento già l’obiezione: queste sono donne di potere e noi non siamo per l’emancipazione femminile. Rispondo: sono sicuramente donne di potere che però non vanno dietro agli uomini, pensano con la loro testa e stanno in relazione tra di loro per contrattare con più efficacia con gli uomini.
E poi c’è la minuta ragazza svedese, Greta Thunberg, che ha creato un grande movimento giovanile per salvare, in extremis, il pianeta, indicando anche una pratica scandita nel tempo e quindi più efficace della solita manifestazione.
Infine io sono rimasta incantata dall’immagine di Nancy Pelosi, speaker del Congresso americano, che alle spalle di Trump strappa pagina per pagina il di lui discorso.
Questi esempi sono solo alcuni fra i molti che si potrebbero fare di mediazioni femminili e di gesti coraggiosi di donne. Li ho raccontati per mettere in luce il potenziamento e le indicazioni che possiamo ricavarne per essere libere e autonome. Soprattutto le più giovani che hanno bisogno di “modelli”. Come ne ho avuto bisogno io e tante altre, come quelle che hanno scritto il cosiddetto Catalogo Giallo, intitolato «Le madri di tutte noi».
Si impone un passaggio in più rispetto al taglio simbolico che cinquant’anni fa, con la scelta di riunioni di sole donne, ha dato vita alla soggettività femminile autonoma. Oggi la presa di parola è guadagnata. Penso all’imponenza del movimento delle donne nelle sue varie espressioni, alle migliaia e migliaia di testi scritti da donne: romanzi e poesia, saggi in tutti i campi del sapere umano, compresa la politica, l’economia e la scienza.
Si tratta ora di mettere in gioco l’autorità conquistata, e di lasciarci alle spalle il femminismo rivendicativo. Di guardare oltre e di allargare i confini del femminismo. Ci sono uomini che cominciano a sentire e a riconoscere che c’è autorità femminile, uomini che smettono perciò di appellarsi al neutro universale e che fanno parlare la differenza maschile.
Sono pochi? Più di quello che crediamo.
In questo periodo in Italia e nel resto d’Europa sono allo studio provvedimenti considerati decisivi per la ripresa economica. Ancora non si sa quali misure verranno adottate. Mi ha colpito leggere che in Germania si stia discutendo di ridurre l’orario di lavoro nella grande industria. É una misura che in passato per la sinistra si è caricata di intensi significati, quasi una rivoluzione per la liberazione dal tempo alienato. Io invece mi sono convinta che questo rimedio di per sé non sia trasformativo in meglio. Anzi può anche volgersi al peggio, ridursi a uomini che passano più tempo al bar dediti al bere e alle risse, e a donne più rinchiuse in casa a pulire e seguire la famiglia.
Ritengo che potrà portare a nuove invenzioni, a un vivere comune rinnovato, tutto da immaginare, solo se va di pari passo con lo smascheramento di quello che Ina Praetorius chiama l’ordine bipartito del mondo: “due sfere diseguali, una più alta, alla quale si associano virilità e libertà, e un’altra più bassa, che si presume naturale, quella delle donne e della dipendenza” (il corsivo è mio, Via Dogana n. 89).
Questo ragionamento sull’ambivalenza dei provvedimenti allo studio vale anche per quelle misure che in questo momento sono più dense di aspettative, come il reddito di base europeo. Insomma io credo che non sarà una politica di obiettivi a produrre il necessario cambiamento di paradigma economico. In ballo c’è una profonda trasformazione culturale che tocchi le strutture profonde della società e di conseguenza porti a una ricontrattazione del rapporto tra i sessi sia nella vita privata che in quella pubblica.
Superare quell’ordine simbolico e sociale bipartito, è già vivere un cambio di civiltà basato su un’altra concezione dell’essere umano. Per questo, alla riunione allargata di Via Dogana 3 del 4 ottobre 2020, abbiamo voluto invitare alcuni amici di Maschile Plurale e riprendere uno scambio su questioni di fondo.
Certamente l’ordine sociale e l’ordine simbolico non coincidono, ma si influenzano e in un tempo in cui la strutturazione della società va in pezzi, la grande occasione per me è questa: una presa di coscienza che cambi l’orientamento simbolico di fondo per uomini e donne e, attraverso questo modificato stare al mondo, imprima una direzione al cambiamento della società.
Oramai parecchi anni fa Luisa Muraro, nell’Ordine simbolico della madre, invitava a pensarsi come “vita ricevuta”. All’inizio di ciascuna e ciascuno di noi c’è “la relazione con la matrice della vita” e non un “io” autosufficiente. Nella sua analisi Muraro introduce l’elemento decisivo della gratitudine, che si sostituisce all’odio e all’avversione per la propria origine. Dalla madre abbiamo ricevuto la vita, la parola e tanto altro. Tutto questo non finisce con l’età infantile. Praetorius, riprendendo l’idea dell’ordine simbolico e della gratitudine come postura dell’essere umano, fa vedere come continuiamo a ricevere per tutta la vita perché siamo sempre all’interno di una matrice, la matrice mondo, Non possiamo vivere neppure pochi minuti senza aria e proprio il Covid ci ricorda drammaticamente quanto il respiro ci è indispensabile.
Io so di persona come la gratitudine può orientare la nostra vita e essere molla di trasformazione. Mi ha salvato in quell’evento tragico che mi ha ridotto invalida. Solo la gratitudine per l’aiuto e il sostegno di chi mi circondava e anche di amiche e amici lontani, mi ha permesso – come racconto in Tam tam – di attraversare il periodo più difficile, i primi anni da paraplegica, senza cedere alla disperazione. Di recente, alla fine del lockdown, tutte noi della libreria delle donne di Milano abbiamo dato volentieri dei soldi per sostenerla in una riapertura difficile, perché grate per quanto la libreria ha dato alla politica e alla elaborazione teorica femminista.
So quindi che questo dispositivo simbolico funziona nella propria forma di vita, circola nel sistema relazionale a cui si partecipa, nella società femminile, nei suoi luoghi. Ma può sprigionare il suo potere trasformativo nel mondo comune di uomini e donne? Io penso di sì, e credo che la sfida attuale sia quella di fare della gratitudine un principio di REGOLAZIONE SOCIALE Si tratta, cioè, di immettere il senso della gratitudine nel sistema sociale perché lavori come un lievito per la trasformazione, per quella “rivoluzione individuale e collettiva” di cui ha parlato Marco Deriu nella sua introduzione all’incontro di Via Dogana 3.
Nel lockdown idee radicali lette nei libri sono diventate esperienza soggettiva: possiamo fare a meno di manager, pubblicitari, banchieri, ma non di madri di famiglia, infermiere, spazzini, commesse dei supermercati, agricoltori… Queste esperienze così condivise hanno cambiato momentaneamente le categorie di attribuzione del valore.
Affinché questo processo rimanga aperto, vada avanti e non si torni come prima ci vuole lavoro teorico e simbolico e immaginazione politica: che cosa succede se si immette nel ragionamento economico il senso della gratitudine sociale?
Adriana Maestro nella sua introduzione ha fornito elementi approfonditi di conoscenza sulla questione del valore del lavoro. Come il senso della gratitudine sociale scompiglia le categorie e le gerarchie del valore del lavoro?
Farò solo un esempio un po’ provocatorio. In questi giorni si sta discutendo molto se fermare o no il campionato di calcio, dopo che quasi tutti i giocatori del Genoa sono risultati positivi al Covid. Ho seguito un dibattito alla radio e chi sosteneva che il campionato doveva andare avanti comunque, diceva di preoccuparsi non tanto dei calciatori quanto di tutti quei lavoratori invisibili che rendono possibili questi eventi sportivi e che ne uscirebbero rovinati. Con queste semplici parole si delinea tra salute ed economia l’alternativa ricattatoria che in questo tempo di pandemia si pone in ogni dove e in ogni momento.
Posto che le cose stiano davvero così, se immettiamo nel ragionamento la gratitudine sociale nei confronti di questi lavoratori si possono immaginare proposte temporanee o stabili che mettano in discussione i criteri di valore abnormi che vigono nel mondo del calcio. Se tutti quelli che vi sono coinvolti riescono a percepire attraverso la gratitudine quanto sia ingiusto l’enorme divario tra il compenso di un calciatore e quello di un lavoratore del settore, allora diventa più facile arrivare a qualche proposta che permetta a tutti di attraversare questo periodo difficile, pur con una parziale o totale sospensione del campionato.
La prima che mi viene in mente: dimezzare il compenso dei calciatori per assicurare una vita dignitosa a tutte quelle famiglie.
Era quasi un anno che anche a causa del confinamento non mi recavo in Libreria. La redazione allargata è stata l’occasione che ci voleva. Così, dentro la premessa esplicitata, che la sofferenza individuale e collettiva provocata dal “block” down potesse aver aperto interessanti spiragli. Ecco qualche considerazione dal mio solito osservatorio, sempre un po’ personale e un po’ clinico.
Equilibri precari, sotto l’effetto amplificante della pandemia, sono crollati. In questi casi, la paura delle donne si è trasformata a volte in coraggio, generando un’aumentata determinazione a cavarsela ed affrontare la separazione da anni temuta, negata e al contempo desiderata. Per altre, stato confusionale diffuso e quadri depressivi osservabili non solo nel setting clinico, piuttosto in una scena generale di auto-isolamento, potremmo dire collettiva. Io stessa, come altre colleghe, a volte ne ho potuto soffrire, dovendo cambiare drasticamente le mie abitudini, l’autonomia di cui ho sempre goduto, l’abbondanza di relazioni in presenza. Infatti, per parecchi mesi, l’attività professionale, quando possibile, mantenuta solo in video.
Per gli uomini in trattamento o in prima richiesta, più spesso ho osservato il loro crollo sotto il surplus di sofferenza e ansia di controllo aumentata, si ipotizza, dalla pandemia: alcuni si sono trovati a perdere l’orientamento che li guidava; sofferenze magari da lungo tempo rimaste nascoste a loro stessi, fino a sperimentare lo smottamento. Depressione o crisi di rabbia per questi uomini di varia estrazione con ansia lavorativa oltre ogni limite, a quel punto crollati su conflitti quotidiani scaduti in maltrattamento verso i bambini, la consorte, verso se stessi. È il persecutore interiore che in questi casi, cambiate le condizioni esterne, si è fatto più che mai virulento, finanche contro il soggetto stesso. L’aspetto positivo in tutto ciò? Può essere che finalmente, copioni familiari che reggevano a malapena hanno lasciato il posto a una sofferenza ancor più profonda, autentica che seppur disorientante, da convincerli a chiedere aiuto per andare più a fondo e seppure con resistenze residue, decidere di chiedere aiuto per evolvere.
Nelle famiglie, i limiti imposti dalla pandemia, la necessità di collaborare come mai prima, stare più vicini, compresenti e sofferenti, hanno favorito in alcune coppie la necessità di cambiare per non morire: p.e. il professionista che non tollera più di recitare il solito copione di antipatico incomodo – così la sua impressione – nella coppia di ferro costituita dalla propria moglie con la madre di lei. Il dolore amplificato dal confinamento, si fa intollerabile e allora decide: vuole liberarsi dalla schiavitù che lui stesso si infligge da anni, vuole indagare dentro di sé e scoprire il suo tesoro nascosto. Vuole prepararsi a cambiare vita, ad accettare di non aver voluto figli, a non aver paura di separarsi dalla consorte che nonostante tutto, seppur dolorosamente, gli dà tanta sicurezza.
Oppure, una signora che in prima istanza chiede di affrontare la difficoltà di relazione con un figlio adolescente, prepotente e indomabile, lei dice, ma nel corso di quell’unica seduta ammette che il problema è con il marito e che non avendo la forza di affrontarlo, proietta sul figlio il senso di impotenza e di rabbia che da anni prova verso il marito. Forse chiederà al consorte di fare terapia di coppia? Chissà.
Più che mai, in questo tempo di confinamento e “look” down, spicca che uomini e donne avremmo bisogno di luoghi e contesti in cui confrontarci in sicurezza. Troppo spesso non ci conosciamo, piuttosto abbiamo pregiudizi che facilitano processi di proiezione e identificazione inconsapevoli. Poter frequentare insieme luoghi di confronto in un clima autentico e protetto, potrebbe essere idealmente molto evolutivo. I gruppi che io conosco sono di psicoterapia, esempio molto interessante di come esperienze condivise in una logica evolutiva possano generare cambiamento all’interno di una circolarità che protegge e al contempo fa evolvere.
Di gruppi di Psicoterapia ed evoluzione personale di adulti ne conduco continuativamente da più di 30 anni. La pratica gruppale in ambito clinico non è molto frequente. Eppure è un contesto straordinario in cui uomini e donne di diversa estrazione culturale, di religione e di status, si possono trovare a lavorare su loro stessi – in presenza, diremmo noi della Libreria – ma è altro ancora. Ovvio! Quindi, cosa succede in un gruppo di questo tipo: dinamiche di rispecchiamento, identificazione, confrontazione, immedesimazione, autoriflessione ecc. ecc. Tutto tra storie di vita seppure diverse con strutture e meccanismi difensivi simili: siamo tutti umani, in ognuno dei partecipanti con impegno al cambiamento evolutivo, può passare il riflesso di qualcosa che appartiene all’altro, ma lì insieme nel cerchio, quel raggio appartiene a tutti. L’ascolto empatico, le risonanze emozionali condivise, la comparazione tra storie tanto diverse eppure simili, fa evolvere oltre l’identità maschile o femminile. Ciascuno in cerca di poter conoscere più a fondo se stesso o se stessa, la propria storia personale, gli intrecci transgenerazionali e i conseguenti meccanismi difensivi. Quelli che irrigiditi nel tempo hanno svolto funzione difensiva. Certo, ma limitante e assai costosa, ma pur sempre difensiva rispetto ai demoni e ai traumi subiti, troppo spesso non consapevolizzati.
Ipotizzo che l’autocoscienza, premessa esperienziale storica insostituibile e indispensabile per la nostra storia di donne femministe, debba ispirarci e aprirsi in cerca di qualcosa di simile e al contempo differente da poter praticare insieme agli uomini: siamo in cerca di qualcosa di nuovo che sbaragli le antiche difficoltà e ci arricchisca reciprocamente. In attesa che ciò si crei, il dato rassicurante è che molti uomini entrano in percorsi di psicoterapia con psicoterapeute donne… Alcune sono femministe.
Cosa è successo, a causa del blocco sanitario, che ci tocca di più come donne nel mondo del lavoro? Faccio riferimento ad alcuni aspetti emersi negli incontri politici che facciamo tra donne manager (donnensenzaguscio) e tra manager e sindacaliste.
Ciò che abbiamo visto nelle istituzioni si è ora affermato nelle aziende in modo più accentuato.
Nelle anomalie create da questa crisi, il potere maschile vede un’occasione per “rimettere le donne al loro posto”: in un mercato che si restringe pensano che sia più facile escludere le donne. E si diffonde una “mascolinità tossica”.
Cosi durante il blocco hanno preso corpo due tendenze di nuova misoginia, apparentemente lontane ma facce della stessa medaglia.
Una è togliere ancora di più le donne dai ruoli decisionali alti: nessuna donna nelle task force, senza nemmeno salvare la faccia, è un chiaro esempio. “Non ci sono donne nelle task force perché non ci sono donne nei vertici” ha detto il responsabile di un comitato per la gestione del virus.
Soprattutto, si vuole togliere da quei ruoli certe donne, quelle con una testa diversa, le “ingovernabili”, non assimilate alla cultura maschile (cambia poco la presenza di donne in quei posti se adottano il modello degli uomini). Forse la misoginia è scoppiata proprio perché numerose donne sono entrate nei luoghi decisionali alti con una visione differente, e hanno attuato politiche in discontinuità da quelle consolidate.
Durante il blocco sanitario le manager sono state a casa più dei manager uomini perché – come tutte – sentono di più la responsabilità verso i figli. Certo, si collegavano online per le riunioni, ma dopo calava il sipario. Una situazione angosciosa, perché le decisioni che contano non avvengono nelle riunioni ufficiali, ma negli incontri informali. E lì le manager non c’erano. Dunque hanno faticato a intercettare le dinamiche in corso e a tenere le proprie relazioni: sono mancati gli scambi con altri partecipanti alle riunioni, poter parlare con il capo, esserci nelle situazioni quotidiane non formalizzate. Non potendo capire cosa realmente stesse succedendo, non potevano gestire le conflittualità che le riguardavano. Gli uomini di vertice, invece, sono sempre stati là. E gli altri manager sono stati i primi a rientrare. In generale, sono rientrati più uomini che donne, vincolate dai figli nell’incerta ripartenza delle scuole. I manager hanno approfittato di questa assenza per fare manovre a favore dei loro interessi.
Donne manager di alto livello (non solo in Italia) hanno spesso subìto forti attacchi di potere per indebolire la loro posizione: sottrarre competenze o ignorarle, ridimensionare il ruolo, svalutare il loro modo di essere nel management, ridurre la loro autorità a “un grillo parlante”. Stare a casa svaluta il ruolo, esclude dalla cerchia di potere: bisogna considerare bene cosa va fatto in azienda e cosa stando a casa. Queste manager si trovano strette tra cambiare la cultura del presenzialismo e la pericolosa lontananza dal centro di potere.
L’altra tendenza misogina è il lavoro da casa, come lo abbiamo visto durante il blocco. Ribattezzato in modo manipolatorio smart working, è in realtà lavoro a domicilio, fuori dalla socialità del lavoro – a cui le donne tengono moltissimo – e finalizzato a scaricare totalmente sulle donne la gestione famigliare. Infatti la forzata chiusura in casa, pur con donne e uomini insieme nello stesso spazio e stesso tempo, ha fatto esplodere l’enorme peso delle incombenze domestiche che ha gravato quasi solo sulle donne: non si è verificata la sperata equa distribuzione dei compiti domestici, che ora sarà più difficile. Questa modalità, imposta nell’emergenza sanitaria, è prospettata adesso come futuro del lavoro per le donne: “risolve la conciliazione”, ha detto tutto contento un altro addetto ai lavori contro il covid. Insomma, riportare le donne a casa. Niente a che fare con il lavoro flessibile, che da anni richiedono le donne di ogni livello lavorativo, portando un concetto che ha cambiato i cardini organizzativi consolidati: separare il tempo dall’orario. Rispondere a tutte le necessità della vita senza sradicare dalla comunità di lavoro.
Oggi ci troviamo a gestire una situazione più complessa e più difficile, a volte rischiosa e pesante per le manager. Però vediamo anche che si sono aperte opportunità da cogliere.
Per esempio, la costrizione a lavorare tutti da remoto ha fatto crollare imprevedibilmente la cultura del presenzialismo nella gestione aziendale: “abbiamo davanti una prateria, e dobbiamo vedere come riempirla”. Consapevoli che il lavoro del futuro sarà sempre meno fondato sulla presenza fisica continuativa in azienda, abbiamo messo in campo la proposta di un’organizzazione che tenga conto dell’interezza della vita, ma per tutti, donne e uomini: lavorare a progetto con responsabilità degli obiettivi, e flessibilità di tempo/luogo di lavoro, parte in azienda e parte da casa. Un’agevolazione per tutti, non un welfare per le donne. Su cui possiamo cercare alleanze anche con gli uomini, per quanto siano ora più difficili. Non è un modello definito né l’unico possibile, sono criteri di fondo su cui ragionare.
Il contesto è frammentato e in veloce evoluzione, dovremo capire via via le nostre prospettive, e in che direzione è utile muoversi. E questo dobbiamo farlo insieme. Discutere tra noi di queste nuove difficoltà per le donne, scambiarci visioni e consigli su come reggere le situazioni: è così che si fa emergere cosa fare. Mai come in questo momento le manager stanno allargando le alleanze tra di loro. E’ un fatto di grande valore, perché sentiamo che la forza viene da lì.
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, Non sembra, ma è una grande occasione, 4 ottobre 2020
Immaginate che un virus sconosciuto salti fuori da qualche parte, incominci a infettare gli esseri umani e che dia origine in breve tempo a una pandemia globale che trasforma la realtà e la vita non soltanto della vostra famiglia e della vostra città, ma di tutto il paese e di tutto il mondo. Che succede a quel punto? Come reagisce la gente? Come si muovono le autorità? Che fine fa la vostra comunità o lo stesso consorzio umano? E soprattutto: voi di cosa vi dovete preoccupare?
L’industria culturale occidentale (anglosassone ed europea) contemporanea, in particolare quella del cinema, delle serie televisive e ancora più quella dei videogiochi – divenuta la più potente fabbrica di immaginari nelle società contemporanee – ha dedicato uno spazio (e un budget) enorme a esplorare tali questioni. La lista di film e serie tv dedicate ai virus e alla pandemia negli ultimi vent’anni si aggira attorno ad una cinquantina di titoli. Solo per ricordare le più famose: 28 Days Later, I Am Legend, [Rec], Carriers, Contagion, The Bay, World War Z, Extinction, Contagious, It Comes at Night, Hostile, Survivors, The Walking Dead, Z Nation, The Strain, The Last Ship, Cordon, Containment, Between, The Rain, Black Summer ecc. Mentre nell’industria dei video game si è sviluppata un’intera categoria di giochi cosiddetti “horror survivors” – Epidemic, Resident Evil, Plague Inc, Dying Light, The Last of Us, World War Z, Days Gone, Pandemic, Follia Dear Father ecc. – che hanno segnato profondamente l’immaginario contemporaneo delle ultime generazioni.
1. Il virus dell’immaginario e la lotta per la sopravvivenza
Nonostante la numerosità dei prodotti e delle proposte il plot di fondo è piuttosto standard e le possibilità e le variazioni piuttosto ristrette. Che gli agenti infettanti arrivino da animali, da scienziati pazzi, da terroristi o ecoterroristi, dal cielo o magari da qualche figura di “straniero” o “immigrato”, il risultato non cambia molto. Le autorità politiche mostreranno la loro incapacità di prendersi cura delle persone e di gestire la situazione, il tasso di fiducia verso le istituzioni – già pericolosamente basso – si squaglierà rapidamente come neve al sole, lasciando come unica figura rilevante (nel bene o nel male) nello spazio pubblico quella dell’esercito, delle forze dell’ordine se non delle forze speciali ufficiali o autocostituite in nome della sicurezza e della protezione. Assieme con le istituzioni pubbliche, tutte le conquiste di civiltà, le norme, i valori e le pratiche sociali convenzionali saranno brutalmente spazzate via. La città, il territorio, il paese (il mondo intero?), diventeranno terreno di caccia (e ovviamente anche di fuga in cerca di salvezza). Gli spazi collettivi e anche quelli domestici privati saranno invasi da uomini infetti, rabbiosi o furiosi, regrediti dal virus a cannibali, mutanti, zombie morti viventi, vampiri succhiasangue o bestie mostruose. La salvezza, ma dovremmo meglio dire la sopravvivenza, diventa un affare privato. Lo spazio pubblico della comunità è paurosamente ridotto o è del tutto scomparso. È la tua sopravvivenza, o quella della tua famiglia o del tuo gruppo. E per la tua o la vostra sopravvivenza dovete rapidamente imparare a cavarvela, a procurarvi il cibo, ad armarvi e barricarvi se potete o al peggio a proteggervi dalla violenza altrui, a fuggire e a nascondervi. I vostri valori sociali, la vostra etica, la vostra visione del mondo dovranno comunque subire un radicale rivolgimento. Restano dunque eroi o salvatori, ma anche questi ultimi saranno obbligati a scelte drastiche e ad accettare i propri istinti e a “giustificare” la propria parte oscura e violenta.
Insomma, il sottointeso è che basta un piccolo virus per innescare una catastrofe e grattar via la patina di civiltà, riportando indietro l’umanità al suo “stato di natura”, ovvero all’idea della “lotta per la sopravvivenza” del darwinismo sociale, che nella tradizione filosofico-politica di Hobbes assume l’immagine della bellum omnium contra omnes, “la guerra di tutti contro tutti”.
Il “nucleo ideologico” di questa rappresentazione contemporanea è riconducibile al fondo dell’idea esplicitata da un recente “disaster horror” movie (Aftershock di Nicolás López) secondo cui: «l’unica cosa più terrificante di madre natura è la natura umana». Una sentenza metafisica che sintetizza contemporaneamente un pregiudizio ecologico e antropologico. Non si tratta dunque di prendersi cura dei malati o di impegnarsi collettivamente a prevenire la pandemia, ma di sopravvivere al virus e al contagio combattendo contro altri umani, contro gli infetti, i mutanti, i mostri, insomma contro tutte le possibili proiezioni dell’alterità.
Certo, penserete, il cinema, l’arte, il gioco esteriorizzano amplificano e danno forma alle nostre angosce, cercando in qualche modo di esorcizzare le nostre paure. Ma questo immaginario non è così universale come potremmo pensare. È un prodotto della nostra cultura e della nostra (iper)modernità capitalistica. Basta andare indietro di pochi decenni per riconoscere che le paure, gli incubi ma anche le attese e l’immaginazione collettiva erano differenti e seguivano altre strutture narrative. Basta guardare ad altre culture e riconoscere che la “visione” imbocca altre strade e la narrazione sviluppa altri intrecci, perfino di fronte alle stesse minacce (si veda per esempio 93 days di Steve Gukas, che racconta altrimenti la drammatica esperienza dell’epidemia di Ebola in Nigeria).
Che quello che abbiamo tratteggiato si configuri come un “nucleo ideologico” profondo e specifico è riconoscibile dal fatto che la maggior parte delle culture non occidentali non solo non condividono affatto con noi l’idea di una natura terrificante e di un’umanità bestiale, ma non comprendono nemmeno la separazione netta tra umani e natura che la nostra cultura dà invece per scontato. Il paradosso è che quella immagine della natura, degli animali, dell’umanità che noi propagandiamo e proiettiamo anche sugli altri popoli (si pensi alle rappresentazioni tutt’ora diffuse in una parte della letteratura “scientifica” – anche se sempre più contestate – degli indigeni come “popoli feroci”) è radicalmente più selvaggia e violenta di quella proposta dai popoli indigeni.
Si prenda per esempio quella straordinaria lezione che il leader e sciamano yanomami Davi Kopenawa ci ha regalato attraverso il libro scritto insieme all’antropologo Bruce Albert La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (nottetempo, Milano, 2018): «Quando parlano della foresta, i Bianchi utilizzano spesso un’altra parola: ‘‘ambiente naturale’’. Neanche questa è una delle nostre parole e fino a poco tempo fa ancora la ignoravamo. Per noi, quello che i Bianchi chiamano in questo modo è ciò che resta di tutto quello che finora hanno distrutto. Non mi piace la parola ‘‘ambiente’’. La terra non dev’essere separata dall’ambiente. Noi siamo abitanti della foresta e se essa viene divisa in questo modo, sappiamo che moriremo con essa». Per i popoli indigeni la foresta è viva, la terra, le piante, gli animali, tutto quello che si muove attorno a noi è vivo. Ha cioè una sua soggettività, una sua agency e soprattutto è intrecciata in una complessa e “invisibile” trama di relazioni con noi.
L’immaginario che oggi ci ingombra nel leggere la realtà che stiamo vivendo e le emergenze ecologiche, sanitarie, economiche e politiche è dunque un immaginario occidentale, bianco, capitalistico, (iper)moderno, ed in gran parte maschile, nel doppio senso di prodotto di una cultura patriarcale ma anche di ritagliato sull’immagine di una “specifica maschilità”, aggressiva e violenta. Da questo punto di vista è interessante rivedere il tentativo più originale e profondo di Light of My Life, il recente film di Casey Affleck. Una storia tutta giocata sul rapporto intimo tra padre e figlia costretti a un continuo vagabondaggio dopo che un virus ha sterminato la popolazione femminile. La minaccia, ma anche l’eroe e i diversi ruoli attribuiti ai protagonisti rimangono ancora in gran parte imprigionati dentro un immaginario maschile, ma c’è anche uno spostamento significativo: il tema della differenza sessuale e quello del conflitto tra i sessi vengono riconosciuti; c’è il tentativo riflessivo di rimettere in discussione una maschilità monolitica, di mostrare soggettività e modi d’essere umani e maschili diversi. E soprattutto si percepisce – quantomeno come potenzialità da nutrire – il desiderio di una diversa relazione tra generi e generazioni.
Quello su cui insisto dunque è che c’è oggi un conflitto anche sul terreno dell’immaginario, della dimensione simbolica che va affrontata con forza, se vogliamo superare quell’atmosfera di “realismo capitalista” come l’ha definita Mark Fisher, che costituisce assieme una cappa e una barriera invisibile «che limita tanto il pensiero quanto l’azione» (Mark Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma, 2018). L’antropocentrismo, l’individualismo, l’ossessione per la lotta e la competizione, il senso continuo di sospetto e minaccia fino alla paranoia non sono un dato di fatto ma una metafisica, un’ideologia e anche un’attitudine culturale e psicologica che pretendiamo di naturalizzare e normalizzare scambiandola per la realtà. Ma gli esseri umani e più in generale il vivente nonostante i riduzionismi pseudoscientifici non è riducibile semplicemente alla competizione; e l’interesse personale ed egoistico non è quella chiave o motivazione universale che gli vogliamo attribuire ma un prodotto della modernità capitalistica. Nella trama della vita si alternano e si intrecciano simbiosi e mutualismo, cooperazione e competizione, predazione, parassitismo e commensalismo. Ma il nostro sguardo ideologico, mentre pretende di essere “realistico” o “disincantato” ci impedisce in realtà di leggere e orientarci veramente nella complessità del reale e della nostra stessa esperienza.
La proposta dunque di riflettere sulla “grande occasione” che la situazione di emergenza innescata dalla pandemia e il necessario tentativo di ripartenza oggi rappresentano non costituisce ai miei occhi una provocazione, ma piuttosto un invito a guardare le cose con occhi diversi, non dando per scontato il senso comune, mettendo da una parte i pensieri automatici, e provando a vedere le possibilità e le potenzialità che la straordinarietà della situazione ha dischiuso.
2. L’indicibile solidarietà
Proviamo dunque a rileggere quello che abbiamo vissuto. Non c’è dubbio che durante la pandemia abbiamo visto e stiamo vedendo i comportamenti più vari. Abbiamo visto persone nascondersi, e sottrarsi ai loro doveri e responsabilità, persone capaci di approfittarsi, di lucrare sulla situazione di necessità, o addirittura di truffare cittadini e istituzioni. Abbiamo visto politici, capi di governo e di stato negare la gravità della situazione, dileggiare la scienza, preoccuparsi più del Pil che della gente e in qualche caso atteggiarsi a virili superuomini anche dopo aver contratto il virus. Abbiamo visto anche manifestazioni di negazionisti scesi per strada per protestare contro le norme sanitarie o le mascherine.
Abbiamo anche visto – soprattutto nel periodo del lockdown e del confinamento domestico – un aumento delle violenze maschili contro le donne nelle case e nelle relazioni intime. La Rete D.i.Re. – Donne in rete contro la violenza ha evidenziato nel periodo marzo-aprile un aumento del 74,5% di richieste di supporto ai centri antiviolenza, mentre l’Istat ha segnalato un incremento della richiesta d’aiuto al numero antiviolenza 1522 del 73%. Fatto questo che dovrebbe spingerci a interrogare le relazioni tra i sessi e le forme di potere e di ambivalenza che attraversano le strutture famigliari.
Ma certamente non abbiamo registrato quella degenerazione sociale, politica e umana che l’industria culturale occidentale ha profetizzato e propagandato. Non c’è stato il collasso delle istituzioni, il diffondersi dell’anarchia, l’esplosione della violenza o delle forme di sciacallaggio e di comportamenti predatori. Così per esempio l’informazione fornita dal Ministero dell’interno, che nell’ultimo anno c’è stata una forte diminuzione della criminalità nel nostro paese, con un forte decremento degli omicidi (-16,8% di omicidi), delle rapine (-21,1%), dei furti (-26,6%), e delle truffe (-11,3%) che avrebbe meritato una certa considerazione e una maggiore riflessione è stata del tutto oscurata dal prevalere delle notizie di cronaca nera.
E per quanto giornali e telegiornali mettessero in primo piano le violazioni o i comportamenti irresponsabili, alternandole simmetricamente alla narrazione dell’eroismo “straordinario” del personale medico sanitario, c’è stata poi la maggioranza della popolazione che ha assunto per lunghi mesi dei comportamenti socialmente responsabili, tutelando se stessi, i propri cari e gli sconosciuti. Persone, famiglie, cooperative, associazioni, imprese, negozi, ristoranti, scuole, università che pur con la confusione hanno tentato di organizzarsi, di rispettare le norme, di portare il proprio contributo. Tantissimi lavoratori e professionisti – e non solo in ambito medico – ci hanno messo del proprio, si sono messi in gioco, hanno assunto dei rischi, hanno fatto di più di quello che contratti o stipendi gli richiedevano.
Ma c’è anche dell’altro. Se non ci facciamo prendere dal timore di essere presi per ingenui o buonisti o superficiali ottimisti, possiamo nominare e dar conto con forza di un grande movimento di solidarietà che si è sviluppato in questi mesi. In tante città e territori in Italia come nel resto del mondo abbiamo visto donne, uomini, associazioni, gruppi di cittadini/e che si sono attivati per fornire cibo e supporto ai medici e al personale ospedaliero; per far la spesa per anziani e malati e per distribuire cibo, mascherine, e medicinali; per trasportare e accompagnare persone per visite, esami, ricoveri; per mettere in piedi raccolte di fondi e sostegni economici; per distribuire computer, tablet e dispositivi digitali; per condividere e scambiare materiale scolastico (libri, testi, appunti, compiti) e aiutarsi nell’impegno scolastico educativo dei bambini; per mettere a disposizione e compartecipare produzioni artistiche, musicali, letterarie, cinematografiche al di fuori delle regole normali di mercato; per offrire sostegno diretto o telefonico contro la solitudine; per aiutare e supportare le donne vittime di violenza; per supportare immigrati, rifugiati, senza tetto; per offrire forme di supporto psicologico volontario a coloro che hanno subito un lutto o per organizzare una restituzione dignitosa degli oggetti personali dei defunti; o persino carabinieri e agenti che hanno portato la pensione a casa dagli anziani. In molti contesti locali le forme di generosità e di solidarietà autorganizzata, le iniziative informali, spontanee e dal basso, hanno avuto un peso e un ruolo cruciale per affrontare l’impatto della pandemia e del blocco economico. Certamente da questo punto di vista l’Italia ha dato mostra di una società civile particolarmente attiva e creativa, ma iniziative di cura, di supporto, di cooperazione e solidarietà dal basso sono fiorite in po’ dappertutto. Marina Sitrin e il gruppo internazionale “Colectiva Sembrar” ne hanno dato ampia testimonianza nel volume Pandemic Solidarity (Pluto Press, London, 2020) intervistando e dando voce ad esperienze in diversi paesi dal Medio Oriente al sud ed est Asia, all’Africa del Sud, all’Europa, al Nord America e al Sud America. Esperienze nate nello spirito del muto appoggio e della solidarietà dal basso, spesso sfidando la diffidenza e talvolta l’aperta ostilità delle autorità. Come ha scritto Marina Sitrin queste storie e queste esperienze «manifestano il tipo di società che potremmo avere e, di fatto, già abbiamo. […] Questa pandemia sta creando piccole e grandi fessure, cosa fare con queste aperture dipende da noi» (Sitrin & Collectiva Sembrar, 2020, p. xxiv)
Non si tratta dunque di rimuovere la complessità, l’instabilità e anche la contraddittorietà della situazione attuale con l’inevitabile compresenza di elementi problematici e negativi accanto a quelli positivi e incoraggianti. Ma la questione non è fare della contabilità tra i pro e i contro e nemmeno scommettere in maniera distaccata su cosa prevarrà alla fine. Il punto politico è un altro: se il nostro cinismo e il nostro immaginario tardocapitalistico non ci permette di vedere, nominare e dare dignità all’enorme sforzo di comportamento cooperativo che si è registrato in questo periodo, allora come possiamo nutrire e far spazio all’idea di una trasformazione politica e di una transizione verso una società differente?
3. Se la calamità dischiude il desiderio di cambiamento
Diversi decenni di studi approfonditi sulle reazioni delle comunità locali a calamità ed eventi catastrofici di vario genere testimoniano che nelle situazioni di disastri le persone reagiscono in maniera molto più costruttiva e altruista di quanto il nostro immaginario sociale sia disposto ad ammettere. Come scriveva negli anni ’60 il sociologo Charles Fritz nel volume Disasters and Mental Health: Therapeutic Principles Drawn from Disaster Studies, recentemente ripubblicato (Disaster Research Center, CoomBooks, 2020), «Le notizie di saccheggi in caso di catastrofi sono grossolanamente esagerate; i tassi di furto e furto con scasso effettivamente diminuiscono durante i disastri; e molto di più viene dato via che rubato. Altre forme di comportamento antisociale, come l’aggressività verso gli altri e i capri espiatori, sono rare o inesistenti. Invece, la maggior parte dei disastri produce un grande aumento della solidarietà sociale tra la popolazione colpita, e questa nuova solidarietà tende a ridurre l’incidenza della maggior parte delle forme di patologia personale e sociale». Riprendendo quel filone di studi, più recentemente anche Rebecca Solnit (Un paradiso all’inferno, Fandango, Roma, 2009) ha sottolineato il sorprendente divario tra le convinzioni correnti in caso di disastro e le realtà degli effettivi comportamenti della gente e ha insisto sulla necessità di riconoscere le pratiche sociali emergenti in situazioni di difficoltà: «La parola emergenza viene da emergere, ossia salire alla superfice, il contrario di mergere, ossia immergere, affondare in un liquido. Un’emergenza è una separazione da ciò che è familiare, un’improvvisa emersione in una nuova atmosfera, in cui spesso ci viene chiesto di essere all’altezza della situazione».
La pandemia di Covid-19, pur presentando sue specifiche caratteristiche, manifesta anche diversi elementi in comune con le esperienze di altre calamità e disastri nelle quali le comunità e le persone non hanno semplicemente assunto il ruolo di vittime passive, ma hanno reagito e messo in campo risorse, esperienze e piccoli cantieri di pratiche sociali e politiche.
La calamità prodotta dalla pandemia ha creato certamente una situazione altamente drammatica, dolorosa e luttuosa, ma in termini sociali, economici e politici, ha aperto anche degli spazi nuovi e differenti da quelli concessi nella nostra normalità. Ha messo in crisi e stravolto i modelli di comportamento abituali delle persone, ma anche delle istituzioni e dei soggetti collettivi. Ha obbligato ad una ridefinizione della situazione e a delle scelte e dei criteri più adatti a quelli del contesto attuale. Ha determinato nuove forme di interazioni che non dipendono in toto dal sistema sociale e organizzativo preesistente ma che rispondono anche alle situazioni e alle esperienze prodotte dalla nuova situazione. Per esempio, è importante nominare il fatto che in questo periodo si sono registrate delle forme di condivisione personale, emotiva, esistenziale molto più forte e spontanea di quanto accadeva nella normalità, per così dire più ingessata, della vita pre-covid. Si sono dunque andati ridefinendo o ristrutturando quei vincoli che definivano le forme di espressione emotiva e di comunicazione, con compagni/e, parenti, amici/che, condomini, vicini/e di casa, negozianti di quartiere, personale medico o infermieristico, o addirittura persone incontrate in qualche fila in attesa, ci si è ritrovati più facilmente e spontaneamente a parlare più facilmente di dolore, di paura, di vergogna, di sensi di colpa, di angoscia, di speranza, di amore. La Pandemia ci ha dato l’occasione importante per tornare a parlare insieme di esperienze condivise, di paure condivise, di difficoltà condivise, di aspirazioni condivise.
La situazione attuale ha a più livelli illuminato aspetti invisibili della realtà precedente – della cosiddetta normalità – e li ha reinterrogati e risignificati nel bene e nel male. Si pensi al riconoscimento e alla valorizzazione di mestieri ieri invisibili e al ruolo di infermiere/i, OSS (operatori e operatrici socio-sanitari/e), di addette/i alla pulizia, di badanti, di trasportatori, di rider, ecc… Tutta una serie di mestieri e di lavori che hanno reso possibile la nostra sopravvivenza quotidiana hanno rivelato improvvisamente la loro centralità nelle nostre vite e società.
Le differenze nelle forme di lavoro, di contratti, di garanzie, di sussistenza sono diventate più visibili, più “pubbliche” e hanno stimolato discussioni, interventi, norme straordinarie.
Anche alcuni degli aspetti problematici della nostra normalità economica o sociale, come per esempio le abitudini ecologiche e alimentari connesse alla distruzione degli ambienti e al mercato degli animali esotici, o alle abitudini igieniche o sanitarie, o a quelle sociali come l’alimentazione, gli spostamenti e i viaggi hanno mostrato ad un tratto la loro natura problematica o addirittura insostenibile.
Di fatto sono stati – almeno parzialmente e temporaneamente – ridiscussi e ridefiniti valori, priorità, norme e obiettivi. Per la prima volta si è affermato pubblicamente che il Pil, il mercato, la produzione non sono priorità indiscutibili. Nel bene e nel male, l’emergenza ci ha costretto a mettere tra parentesi i quadri di riferimento passati e futuri e a concentrare l’attenzione sui bisogni immediati, momento per momento, giorno per giorno, a fronte delle condizioni emergenti. E qualunque siano le scelte e i risultati finali, mai come in questo periodo è stato chiaro a tutti, che la politica attiene all’ascolto, alla mediazione e all’equilibrio tra esigenze, necessità, valori, interessi ed aspirazioni differenti.
Insomma, questa situazione ha reso le persone, ma in qualche misura anche i soggetti collettivi (istituzioni, imprese, scuole, università), più aperti e suscettibili al cambiamento e alla trasformazione. Le ricerche sulle calamità ci ricordano d’altronde che le società colpite da disastri spesso rigenerano la loro vita sociale con ulteriori incrementi di vitalità, capacità di ricostruzione e integrazione.
È chiaro che gli stimoli e le pressioni non sono tutti in direzione di un miglioramento. Anche nelle situazioni di emergenza c’è sempre ovviamente una forza conservativa, una spinta a ritornare alle modalità tradizionali o addirittura a rafforzare certe forme di potere e di controllo.
Ma c’è al contempo una tensione, una finestra di possibile cambiamento che per un certo periodo rimane virtualmente aperta e consente di immaginare possibili cambiamenti, soprattutto se le condizioni di vita oggettiva diminuiscono i rinforzi alle vecchie abitudini e alle vecchie risposte. Parlo di “tensione” per dire che in queste situazioni più che in altri momenti il conflitto e la ridiscussione degli schemi abituali apre uno squarcio e rende possibile nella nostra testa e nella nostra quotidianità immaginare altre direzioni o altre opportunità, risposte diverse ai nostri problemi e necessità. Parlo di “tensione” anche per sottolineare l’importanza del conflitto: il conflitto, politico, sociale economico può rigenerarsi in questa situazione o assumere forme nuove. Non è scontato che il cambiamento si radichi nella realtà, magari prevarranno le forze e i poteri tradizionali. Magari verranno confermate o esacerbate le già evidenti diseguaglianze. Ma non bisognerebbe avere troppa fretta e rischiare con un facile cinismo di accompagnare e affrettare una reazione conservativa. In questo frangente è cruciale illuminare – nelle nostre vite, nelle nostre realtà sociali, famiglie, comunità, istituzioni, università ecc. – l’emergere di un desiderio di cambiamento sociale, che oggi è più vivido che in altri momenti, e prendersi cura per quel che possiamo di questo desiderio. Dobbiamo nominarlo, curarlo, nutrirlo, innaffiarlo e anche lottare per farlo maturare. Consapevoli che la questione non è come creare dal nulla un nuovo mondo una volta per tutte, ma piuttosto come mantenere acceso in noi e nelle nostre realtà questa aspirazione e questo desiderio e di trasformazione e creazione sociale e politica.
4. Percorsi maschili: dalla guerra al virus al riconoscimento della vulnerabilità e alla centralità della cura
Nei mesi passati ho avuto occasione di confrontarmi e misurarmi sul tema della cura su diversi piani. Da una parte in casa, con la fatica costante di trovare un equilibrio tra lo smartworking mio e di mia moglie e le necessità della famiglia in un tempo quotidiano completamente rivoluzionato dal lockdown e dalla chiusura della scuola di mio figlio. Dall’altra con il lavoro universitario che è continuato e che per me – come responsabile di un corso di laurea magistrale – ha significato occuparmi non solamente delle mie lezioni ma anche di tutte le difficoltà e i problemi di colleghi e colleghe, di studenti e studentesse emergenti in questa strana situazione. Questa attenzione e questo continuo dialogo e intervento, che mi ha preso molte energie e tempo, è stato per me anche un impegno di cura verso un contesto di insegnamento e di apprendimento che si fonda e dipende dalle relazioni e dal clima relazionale molto di più di quanto le istituzioni tendono a riconoscere. Poi mi è capitato di avere diverse esperienze di confronto con altri uomini.
In primo luogo, insieme all’amico Maurizio Artoni abbiamo promosso – all’interno del Progetto europeo “Parent” (capofila l’associazione “Il Cerchio degli uomini” di Torino) – un percorso intitolato “Cerchio dei papà. Incontri per futuri e neo padri” nel territorio di Montecchio, che ha coinvolto una ventina di neo o futuri papà, compresi i due conduttori, e che ha continuato a incontrarsi prima in presenza e poi in remoto da febbraio fino a dopo l’estate e che avrà anche un seguito. È stato particolarmente bello avere questo confronto tra uomini in questo periodo speciale – prima, durante e dopo il lock down – e accompagnarsi tra uomini nell’esperienza della nascita di bambini e contemporaneamente nel “venire al mondo dei padri”. Come padre di un bambino di nove anni ho condiviso con questo gruppo di neopapà il desiderio ma anche le fatiche di una paternità differente. Il piacere di poter socializzare l’esperienza della paternità e della cura dal punto di vista maschile, lo stupore di riuscire a parlare intimamente con persone conosciute da poco, il confrontarsi con le attese e l’esperienza di altri padri. Anche le madri hanno contribuito all’esperienza, non soltanto incoraggiando o sostenendo i loro compagni nel desiderio di coinvolgersi in questa esperienza ma anche partecipando in un paio di occasioni al confronto e allo scambio.
In secondo luogo, con gli amici dell’Associazione Maschile Plurale abbiamo dedicato quest’anno a scrivere e confrontarci attorno a un testo collettivo dal titolo «Uomini e donne: da dove ripartire? dalla retorica della “guerra al virus” al riconoscimento della vulnerabilità e alla centralità della cura». Il testo è stato discusso prima dentro l’associazione, poi con i gruppi e le reti di uomini locali e ora verrà diffuso e lanciato all’esterno invitando donne e uomini a confrontarsi in un incontro pubblico a novembre. Nelle nostre riflessioni siamo partiti dal notare come molti leader politici, amministratori, giornalisti, commentatori e perfino medici per raccontare lo sforzo medico sanitario, non hanno trovato di meglio che ricorrere al consueto linguaggio bellico maschile: la “guerra” contro un nemico invisibile, i medici erano “in trincea”, le “armi” per battere il virus ecc. Ci siamo chiesti se questo linguaggio non renda più difficile entrare in un’ottica differente di promozione della salute, di educazione alla responsabilità, di impegno di cura e di assistenza. Abbiamo poi riflettuto sul fatto che per molti uomini è ancora molto difficile mettere a tema e riconoscere il l’esperienza della vulnerabilità. Si pensi a come alcuni politici di primo piano da Bolsonaro, a Johnson, a Trump hanno fatto fatica a immedesimarsi con l’esperienza della malattia e della sofferenza e hanno continuato a tenere atteggiamenti virilisti fino al grottesco. Viceversa, abbiamo insistito sul fatto che l’esperienza della pandemia rappresenta l’opportunità di riconoscere quanto siamo dipendenti gli uni dagli altri, quanto la vita stessa riposa su una trama di interdipendenze. E come perfino nel chiuso delle nostre case abbiamo continuato a dipendere per la nostra sopravvivenza da un’infinità di persone, soggetti, servizi, organizzazioni, tecnologie. Ci siamo infine confrontati con le diseguaglianze nel lavoro e nella cura: sulla precarietà e l’invisibilità di certi lavori; sul ruolo straordinario avuto dalle donne sia nelle professioni, sia nell’impegno di cura ed educativo in famiglia; abbiamo parlato della fatica a ridiscutere i tempi frenetici del lavoro che la pandemia ha messo in discussione; ma abbiamo voluto anche nominare il desiderio di alcuni uomini di essere padri diversi, compagni diversi, colleghi di lavoro diversi e di testimoniare un altro modo di vivere e interpretare la propria maschilità. Anche per noi uomini dunque, questo momento è un’occasione straordinaria. Sta a noi decidere se e quanto vogliamo provare ad approfittare di questa occasione per cambiare noi stessi e le nostre relazioni con gli altri e col mondo. Non abbiamo ricette o certezze, ma ci sembra di intuire che la strada giusta è quella di provare a rimettere al centro delle nostre vite e al centro dello spazio pubblico valori differenti come il rispetto della vulnerabilità, l’accettazione dell’interdipendenza, il riconoscimento delle differenti soggettività, l’importanza della cura, la valorizzazione della cooperazione e della solidarietà.
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, Non sembra, ma è una grande occasione, 4 ottobre 2020
Premessa: è il cammino che cambia il paesaggio
Una breve premessa, necessaria per guardare a quelle contraddizioni pressanti, le alternative degli orrori, quel “o la borsa o la vita” a cui siamo messe/i di fronte e che vengono riprese anche nell’invito a questo incontro.
Credo sia importante ribadire – per me lo è – che le donne non hanno le risposte per risolvere le contraddizioni. Le donne sono la condizione necessaria perché gli umani – di più, i viventi – convivano senza distruggersi nelle loro radicali differenze. Ogni tanto ci facciamo prendere la mano dall’onnipotenza femminile, il desiderio di essere la soluzione di tutto. Noi non vogliamo risolvere le alternative degli orrori, la borsa o la vita: vogliamo stare attivamente nelle contraddizioni. È nelle situazioni che si contratta, avendo come punti di riferimento stare intere – pretendere, almeno in prospettiva, di starci intere – e stare in rapporto con altre donne, valorizzare le donne. Questo ci potrebbe consentire di avere autorità sufficiente per affrontare situazioni forti e di potere. Stare nella realtà è la condizione, non avere le risposte.
È il cammino che cambia il paesaggio. Il senso libero della differenza di ognuna e ognuno di noi (uomini e donne siamo tutti in cammino) non è una identità fissa a cui appellarsi, una norma o un diritto. È un processo. Conta il camminare non la meta. Nel senso che camminando e misurando i passi l’un dell’altro, cambi il paesaggio. Come abbiamo detto: attraversare le distanze per generare la differenza.
Suggestione: il maschile viene dagli animali, il femminile viene dalle piante
Non è un’affermazione scientifica ovviamente. Ma è un’immagine che mi è venuta alla mente e mi pare utile. Un altro modo di parlare di quel cambio di civiltà che ci preme e che appare sempre più necessario/inevitabile.
Avrete notato che negli ultimi anni si è sviluppata una grande attenzione al mondo delle piante, si moltiplicano i libri che parlano di alberi, cresce l’attenzione alla biomassa vegetale che è la parte decisamente preponderante della biomassa visibile. La botanica ha messo in discussione il secolare predominio della zoologia. Come se avesse vinto un secolare senso di inferiorità rispetto alla zoologia… Un cambio di civiltà che metto in parallelo all’emergere del femminile.
Due elementi in particolare mi sollecitano: l’intelligenza delle piante non è concentrata in un organo/cervello ma è diffusa nei corpi (Stefano Mancuso e Alessandra Viola, Verde brillante). Anche il pensiero delle donne nella ricerca di libertà è profondamente radicato nei corpi. Il secondo elemento è che la vita delle piante è cooperativa o non è e si intreccia con la vita dell’altro come avviene nel corpo materno: “Le piante ci mostrano che i viventi costruiscono e iniziano una vita che alimenterà e vivificherà altri viventi che se stessi, che renderà vivi altri soggetti” (Emanuele Coccia, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza; Riccardo Venturi, intervista con Emanuele Coccia, sul sito doppiozero). Come spiega Coccia: “Se le piante sono diventate paradigmi non è solo perché non sono animali, ma perché incarnano una forma di sociabilità diversa da quella che abbiamo cercato di instaurare. La pianta incarna una forma di vita che è politicamente più importante oggi di quanto lo siano gli animali. O se vuoi, essa rende più visibile un aspetto della vita sul pianeta che l’animale occulta o presuppone senza darla a vedere in modo esplicito, almeno non attivamente”. Ecco, sostituite a piante/animali femminile/maschile: funziona.
Un’altra suggestione: “Da questo punto di vista anche la relazione fondamentale che definisce il rapporto tra umano e nonumano non è più la caccia, il pastorato o l’agricoltura, ma una certa forma di giardinaggio”. Mi piace l’idea del giardinaggio perché la trovo contigua a quella di manutenzione. “L’arte della manutenzione dell’esistenza” abbiamo scritto in Immagina che il lavoro: con la parola manutenzione non volevamo certo sminuire o banalizzare quello che in genere è chiamato lavoro di cura, ma significare una postura di forte rispetto per l’altro. Capire come funziona e come relazionarsi perché possa continuare a funzionare, continuare ad avere vita propria (manutenzione del territorio, non grandi opere!).
L’orizzonte politico
Un cambio di passo che già avviene e che rimane insieme necessario e urgente, disponibile per donne e uomini. Per questo dico che è il cammino che cambia il paesaggio, perché se tu stai nella realtà e ci stai con lo sguardo e il passo libero, cambi quella realtà. Se le cose sono viste e dette la realtà cambia.
Questo vuol dire anche che, se andiamo in cerca di nuovi paradigmi di convivenza, lì spesso ci troviamo le donne. Ma è vero anche il contrario: se ci spacciano qualcosa per rinascita e nuovo paradigma e le donne non ci sono, c’è qualcosa che non torna, ed è giusto dirlo. Anche quando accade in contesti che magari non ci interessano tanto. Per questo non mi stanno bene i distinguo: “non ci interessa stare nelle task force”. Questi sono segnali di misoginia, ed è sempre importante svelare la misoginia.
Di più: oggi lo si può fare da una posizione di forza e autorevolezza. Il che significa non solo essere lontane anni luce dalla posizione della vittima, ma smarcarsi anche dalla connotazione “di genere” e da quella “femminista”. Voglio dire che i tempi sono maturi per dire che la misoginia è segnale di miopia politica e culturale tout court. Non si può immaginare rinnovamento politico economico e dei rapporti sociali senza fare spazio a ciò che le donne hanno da dire.
Agire politica 1: svelare la misoginia al lavoro
Svelare la misoginia, come ci ha ricordato il #MeToo, è un agire politico importante. Ce lo ricordano le donne al lavoro, sindacaliste e manager: bisogna imparare a vedere e nominare la misoginia “anche quella carina” quella che negli ambienti di lavoro è ammantata di gentilezze e attenzioni, ma vuole definire il posto delle donne. Senza vedere come vogliono cambiare lavoro, governo delle aziende e contrattazione. Dunque tenere alto il livello di attenzione, perché questa componente rimane forte.
Tanto più con la pandemia e il lockdown/confinamento domestico. C’è infatti una muova misoginia che sta rialzando la testa negli ambienti di lavoro, che cerca di riconquistare il territorio ri-confinando le donne. Ma leggo come misoginia anche quella che si è manifestata nelle case. Certamente ci sono stati tanti uomini che, messi di fronte alle necessità, ne hanno preso atto e cercano di esserci. Ma leggo in una recentissima indagine che il 42% degli uomini continua a pensare che il lavoro domestico sia un compito da donne.
Su questo punto mi è piaciuto che Laurie Penny, su Internazionale (n.1361, 5 giugno 2020), abbia auspicato un #MeToo del lavoro domestico. Non c’è da aspettare una diversa organizzazione del lavoro che risolva questo nodo. Bisogna, come nel #MeToo, dirlo pubblicamente e ribadire che è una forma di misoginia non più accettabile.
Leggo come miopia dettata da misoginia anche il fatto che pareri e valutazioni maschili sulla esperienza del lavoro da casa rispetto al lavoro in azienda raramente prendano in considerazione gli aspetti di intreccio con il lavoro domestico e di cura. Soppesano isolamento e relazioni, comfort e tempi, caffè con la moka o macchinetta con i colleghi. Altro non viene in mente. Quel mix rimane patrimonio primario e quasi esclusivo dell’esperienza delle donne.
Quindi teniamo alta l’attenzione su vecchia e nuova misoginia: sia quella carina e politicamente corretta sia quella vecchio stampo che rialza la testa, nelle aziende e nelle case.
Agire politica 2: contrattare il lavoro dal punto di vista dei luoghi e dei tempi (sw e digitalizzazione)
Questa inedita focalizzazione sullo smartworking è importante e lo resterà in futuro. Ho visto recentemente che un grande magazzino ha già il reparto abbigliamento ad hoc con un grande cartello “smart work”: dunque come devi vestirti per lavorare da casa. L’occasione per alcune aziende – molte, non tutte – è ghiotta: la riduzione dei costi può essere molto attrattiva.
È una rivoluzione che si sta avviando. Non pensiamo di avere già tutte le idee chiare. La valutazione delle donne che sono immerse in questi ambienti di lavoro dice che può essere una grande opportunità ma anche un boomerang. E il lavoro smart può essere intelligente ma spesso è solo furbetto. Le due facce sono entrambe presenti: si tratta di capire come riusciremo ad affrontare questa vicenda.
Tra i segnali preoccupanti, ad esempio, mi segnalava Luisa Pogliana l’emergere di una inedita figura di top management: Chief Smart Working Officer. Attenzione: mentre fino ad ora lo sw è sempre stato affrontato all’interno della contrattazione tra lavoro e azienda, quindi con il coinvolgimento delle Risorse Umane, questa nuova figura è pensata come esigenza aziendale, di una nuova organizzazione del lavoro che consente riduzione di costi.
Questo non vuol dire ovviamente che lo sw non possa essere interessante anche dalla parte del lavoro. Ma io personalmente non do per scontato che per le donne sia sempre più naturale o vantaggioso integrare tutto nello spazio domestico. Nel libro delle metalmeccaniche della Fiom che abbiamo presentato anche in Libreria, Doppio carico, si vedeva chiaramente che ci sono donne che si sentono più forti, presenti e protagoniste al lavoro e altre che sentono che la loro vita è altrove.
Nello sw è contemporaneamente più facile conciliare ma più difficile tenere i confini. Certamente dobbiamo andare avanti a pensarci se vogliamo, com’è imprescindibile, che tutto rimanga oggetto di contrattazione.
L’altro elemento che cambia il lavoro, soprattutto da remoto, è la digitalizzazione. Qui faccio riferimento al libro, segnalatomi da Laura Colombo, La tirannia del tempo – L’accelerazione della vita nel capitalismo digitale, di Judi Wajcman. L’autrice ci invita a tenere conto delle tecnologie digitali anche nelle analisi femministe del rapporto lavoro/merce-lavoro relazionale. Non si tratta di spegnere le macchine, dice JW, ma piuttosto di ripensare il tempo e i rapporti: “la digitalizzazione invita a un radicale ripensamento dei tradizionali termini del dibattito sull’equilibrio tra lavoro e vita privata, in cui il lavoro viene contrapposto alla vita e il pubblico viene contrapposto al privato”. Insomma: come cambia tutto il lavoro necessario per vivere ai tempi della digitalizzazione? Domanda interessante a cui non possiamo sottrarci se vogliamo cominciare ad affrontare il nodo disvelato da Shoshana Zuboff: come sottrarsi alla prevedibilità a cui punta il capitalismo della sorveglianza. Perché il vero prodotto delle connessioni gratuite che usiamo è la possibilità delle piattaforme di cambiare i nostri comportamenti. Ed è su questo che dobbiamo sviluppare intelligenza politica. Anche per ripensare ambiguità e trasformazioni del lavoro di cura.
Immagina uno spazio inedito: ripensare l’abitare
Tutto questo crea un focus nuovo sulla casa e sull’abitare. Qui, secondo me, si potrebbe chiudere il cerchio su qualcosa che noi abbiamo iniziato negli anni ’70. Nelle case ha preso forza l’autocoscienza, che ha generato libertà spezzando la chiusura dello spazio domestico. Da lì le donne si sono mosse nello spazio pubblico mettendo in discussione che cosa è lavoro. Ora la crisi della pandemia ha riportato il focus sullo spazio domestico: la casa è al centro della scena e si è illuminato in modo inedito l’intreccio dei lavori, dei soggetti e delle relazioni. Sempre più cose avverranno nelle case e negli spazi di prossimità: la casa va ripensata perché cambiano le convivenze le coabitazioni i vicinati le singolarità e le solitudini. Le vite si prolungano con bisogni inediti.
Attenzione: non si tratta di ripensare la casa come estensione del luogo di lavoro, come possa essere luogo compiutamente produttivo. Ma di capire che oggi la casa può diventare il luogo che contiene tutto il lavoro necessario per vivere. È la materializzazione di un intreccio indissolubile. L’esperienza delle donne, in questa fase, potrebbe impedire che anche il luogo privato venga sussunto e messo a profitto come luogo di produzione. Ma al contrario che questo intreccio di lavoro/vita/relazioni diventi punto di vista forte su economia e uso della rete. Di più: la casa diventa anche spazio pubblico, certamente uno spazio politico.
Emanuele Coccia, che citavo prima, dice: “La prossima rivoluzione non potrà che essere una rivoluzione domestica. Inutile pensare di cambiare la società se la forma dell’intimità resta legata a modelli sessisti e violenti. Viviamo in spazi patriarcali con concetti femministi: va cambiato tutto. Le case, in senso architettonico e morale, vanno distrutte e ricostruite”.
E allora non posso non pensare alle architette, a Ida Faré, ad Annalisa Marinelli e al suo Etica della cura e progetto. Ricominciamo a pensarci.
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, Non sembra, ma è una grande occasione, 4 ottobre 2020
Nell’articolo “Ripensare il lavoro” scritto per VD3, approfittando degli spazi di riflessione apertisi a partire dagli eventi tragici della pandemia da Covid 19, avevo sottolineato la necessità e l’opportunità di ripensare l’“economia”, il “lavoro”, il “valore”, alla luce delle priorità della vita. Il lockdown, con la decisione da parte di interi Paesi di fermare la maggior parte delle attività produttive mettendo al primo posto la tutela della salute, mi era sembrato un fatto di straordinaria importanza. Simbolicamente un balzo in avanti: l’affermazione dell’esperienza messa in parola dalle donne per cui la vita viene prima di tutto e determina lo sguardo su tutto.
Questo penso sia il vero segno da cogliere e da coltivare. Ed è qui che secondo me si aprono grandi varchi per un ripensamento del presente e per un’apertura al nuovo.
Vorrei perciò ripartire da qui, dalla necessità di una rilettura dei termini “lavoro”, “produttivo”, “valore”, “economia”, “cura” per fare alcune considerazioni che avranno necessariamente il carattere della schematicità, ma che vogliono segnare una pista di riflessione.
Già si è detto di come il lockdown abbia rappresentato una risposta inaspettata alla contrapposizione ricattatoria, che sempre ritorna, tra lavoro e salute. Una risposta inedita a una questione antica: la scelta tra i posti di lavoro e la vita di uomini e donne e di interi territori.
Ma c’è di più. Se da un lato, infatti, moltissimi settori produttivi sono stati fermati durante il periodo del lockdown, tutta una serie di lavori indispensabili alla vita hanno invece continuato a dover essere garantiti, pur nel blocco totale. A parte i lavori sanitari e parasanitari, tutti quei lavori che vanno dall’approvvigionamento di generi alimentari e prodotti di prima necessità, ai trasporti, alla vendita di tali prodotti, alle pulizie, allo smaltimento dei rifiuti, all’insegnamento, all’accudimento di persone fragili e così via, per non parlare di tutte le attività di accudimento tra le pareti domestiche.
Di questo si è parlato molto in questi mesi, non senza sfumature retoriche, e non è quindi il caso di soffermarvisi qui ulteriormente. Quello su cui mi interessa invece riflettere è che, a parte il caso dei medici e di poche altre categorie, parliamo di lavori che nella stragrande maggioranza godono di una scarsa, in molti casi scarsissima, considerazione sociale e che sono generalmente mal pagati. Sono quei lavori indispensabili alla vita, molto spesso svolti da donne ma non solo, che sono diventati improvvisamente visibili. In maniera speculare, la pandemia ci ha fatto vedere anche con estrema chiarezza, come sotto una lente di ingrandimento, tutta una serie di lavori senza senso e di nessuna utilità sociale, dei quali si potrebbe fare tranquillamente a meno –l’antropologo americano David Graeber li definisce “bullshit jobs” – spesso pagati benissimo e con una grande reputazione sociale.
Voler leggere tutto ciò senza retorica significa affrontare seriamente il tema del “lavoro”, del rapporto tra “lavoro produttivo” e “lavoro riproduttivo”; dei criteri del “valore” – sociale ed economico – dei lavori; in ultima istanza, significa affrontare il tema stesso dell’economia.
Il lavoro produttivo
Innanzitutto c’è da dire che l’idea che il lavoro debba avere come suo tratto concettuale qualificante il produrre cose – quindi la caratterizzazione del lavoro più che come attività in sé come attività finalizzata a produrre, a creare cose – non è affatto scontata. Questa concezione è in qualche modo l’equivalente fantasmatico maschile del partorire, ovvero di fare culturalmente e mentalmente quello che le donne fanno naturalmente; e allo stesso tempo è l’illusione di agire come il Dio Creatore maschile che con la mera potenza della mente e delle parole ha creato l’intero universo. Così gli uomini si considerano creatori del mondo tramite le loro menti e la loro forza, e riconoscono in ciò l’essenza del “lavoro”, mentre lasciano alle donne la maggior parte dell’effettiva fatica di riordinare, conservare, manutenere le cose per rendere in tal modo possibile questa illusione (D. Graeber, Bullshit jobs, 2018). Ma quest’idea di lavoro, che è quella diffusa nella maggior parte dei Paesi oggi, ha dentro di sé anche un’altra matrice religiosa – derivante dalla punizione divina – che lo rende un atto obbligato e non piacevole di per se stesso. Un’idea del lavoro quindi caratterizzato: 1) dal non essere un’attività fine a se stessa per il puro piacere (come è invece il gioco), ma piuttosto una fatica, un sacrificio necessario; 2) dall’essere finalizzata a produrre cose (anche beni e servizi immateriali, il cosiddetto terziario e terziario avanzato). «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (rivolto uomini). «Moltiplicherò il tuo dolore e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli» (rivolto alle donne) – si legge nella Genesi, nel racconto della Caduta. Il lavoro è dunque la punizione inflitta all’uomo che non ha rispettato le prescrizioni divine (anche nel mito esiodeo di Prometeo la fatica inflitta agli uomini è la conseguenza della trasgressione di Prometeo ai dettami divini), ma anchequanto di più vicino all’atto generativo femminile, a produrre qualcosa dal nulla. E l’etica protestante del lavoro non fa che accentuare questo aspetto del lavoro come dovere e come redenzione al tempo stesso, anche a prescindere dalla ricchezza prodotta, vista come segno del favore divino.
Con lo sviluppo della manifattura, e poi della grande industria sul terreno del modo capitalistico di produzione, e con la divisione sessuale del lavoro, si accentua sempre di più la concezione secondo cui è lavoro quello che produce oggetti nello spazio fisico della manifattura, della fabbrica. Questo, accentuato dall’importanza crescente dei mercati nel processo produttivo stesso, ovvero dal fatto che i beni sono prima di tutto beni per il mercato e quindi il loro valore consiste prevalentemente nel loro essere merci. Il lavoro produttivo quindi è essenzialmente quello che produce merci.
Una volta operata l’equivalenza tra economico e produttivo – nel senso di prodotto del lavoro nelle manifatture – tutto il lavoro che sta fuori dalle manifatture, ma che rende possibile quello stesso lavoro, viene bandito, disconosciuto, e insieme a questo lavoro coloro che lo fanno, prevalentemente donne; viene considerato pre-economico o extra-economico. Lo stesso Marx – la cui analisi pure si concentra sui meccanismi di sfruttamento della forza lavoro operaia e sulle ore di lavoro non retribuito che sono il motore dell’accumulazione capitalistica – quel lavoro non pagato fuori della fabbrica non lo vede proprio e non lo considera nel processo di creazione di valore. Quel lavoro che è oggi, secondo i dati Oxfam (Oxfam briefing paper, 2020, Time to care. Unpaid and underpaid care work and the global inequality crisis, in it. Avere cura di noi. Il lavoro di cura non retribuito o sottopagato e crisi globale della disuguaglianza), il motore del capitalismo. L’orizzonte dell’analisi di Marx rimane quello del lavoro salariato nello spazio fisico della manifattura e della grande industria.
Le teorie del valore
Le diverse concezioni del lavoro influenzano certamente anche le teorie del valore.
Dal valore-lavoro di Smith e Ricardo, secondo cui il valore di un bene è dato dal lavoro incorporato in esso, per cui il lavoro è valore e dà valore; allo spostamento con la teoria utilitaristica del valore – il valore-utilità appunto – sempre di più dal valore del processo di lavoro al valore del bene prodotto. Probabilmente questo slittamento è addebitabile proprio al difetto iniziale di riconoscere come lavoro solo il lavoro produttivo, ovvero quello che produce cose (naturalmente non necessariamente materiali). Qui è la radice della svalorizzazione della sfera della riproduzione, della cura della vita, dei lavori delle donne.Sempre di più assistiamo perciò a una migrazione del concetto di valore dal processo lavorativo (e quindi anche dai lavoratori/trici che sono gli attori di quel processo) ai beni prodotti, all’utilità delle merci per i consumatori. Utilità che è ben lungi da essere un valore d’uso bensì è una utilità dettata dalle propensioni dei consumatori che, in un sistema di mercato, sono comunque influenzati dalle volontà dei produttori e dei mercati stessi che orientano secondo i loro interessi.
Le due principali teorie economiche del valore, sostanzialmente antitetiche, la teoria del valore-lavoro, in cui la sostanza del valore è data dal lavoro incorporato nelle merci durante il processo produttivo; e la teoria del valore-utilità – che àncora invece il valore all’utilità del bene stesso, decretata dalle preferenze dei consumatori e quindi dei mercati – sono, in effetti, entrambe accomunate dal fatto che prendono in considerazione sempre il valore dei beni per il mercato e non per il loro valore d’uso. Se apparentemente, quindi, nel caso del valore-utilità il metro è l’utilità del bene, tale utilità, in un sistema di produzione e consumo capitalistico, è sempre limitata e influenzata dalle alternative offerte dai produttori. Pertanto, entrambe le teorie, anche se in modo diverso, rimandano al modo capitalistico di produzione e di riproduzione e alle differenze di potere economico e sociale degli attori in gioco. In entrambi i casi è il rapporto capitalistico a decidere tanto delle tecniche di produzione che delle preferenze dei consumatori all’interno di un processo di produzione e di riproduzione il cui fine non è il valore d’uso bensì il valore di scambio: il profitto. Dunque, il metro del valore di un bene, di un’attività – ed è questo che qui alla fine ci interessa – è la sua scambiabilità sul mercato non in una logica di utilità per la vita, ma in una logica di accrescimento della ricchezza(G. Lunghini, F. Ranchetti, Teorie del valore, Enciclopedia delle Scienze Sociali della Treccani, 1998).
Le politiche di welfare
Anche la filosofia ispiratrice della grande stagione del welfare novecentesco è figlia di una concezione del lavoro inteso sostanzialmente come lavoro produttivo. Frutto del patto tra capitale e lavoro salariato, il welfare state offre appunto tutele alla sfera della vita, della riproduzione – in termini di assistenza sanitaria, istruzione, protezione sociale, e via discorrendo – ma sempre in funzione dell’attività produttiva. In altre parole, tutela la riproduzione per garantire la produzione. A essere tutelati sono i cittadini e le cittadine in quanto lavoratori/rici. Di più: il loro essere lavoratori/rici dà loro a pieno titolo la cittadinanza. Di questa alleanza tra capitale e lavoro salariato si trova la traccia politica evidente, ad esempio, nella La Carta costituzionale italiana, promulgata nel 1947 ed espressione dello Stato sociale, che all’art. 1 recita appunto: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Viene da chiedersi oggi: «quale lavoro?».
Terreni di sperimentazione possibile
E alla luce di questi ragionamenti, si comprendono bene anche le ragioni di una resistenza in verità molto generalizzata rispetto a una misura come quella del reddito di base incondizionato. È una resistenza che si origina e si spiega proprio tenendo in conto la concezione del lavoro e della produttività come sopra intesi. La priorità di garantire livelli essenziali di esistenza e una vita degna per tutte/i non riesce perciò a superare – già solo in linea di principio, prima ancora che siano affrontate le questioni sulla fattibilità pratica – obiezioni legate a una scala di valori e priorità dettate dall’ordine simbolico patriarcale. Avviene così che non ci si scandalizza più di tanto per lo scollamento, che di fatto è già avvenuto, tra prestazione lavorativa e reddito nel caso per esempio delle speculazioni finanziarie che non hanno più alcuna aderenza con i processi di lavoro reali; mentre si è pronti a scandalizzarsi nel caso di misure, come il reddito universale, volte a garantire la dignità della vita per tutte/i. Ha perciò ragione Ina Praetorius quando afferma che non è possibile affrontare il ragionamento sul reddito di base incondizionato senza mettere in discussione questo ordine simbolico e questa idea del lavoro (I. Praetorius, Dreckarbeit – eine Spurensuche in Immer wieder Klartext, in corso di pubblicazione). E d’altra parte la discussione sul reddito di base incondizionato può rappresentare un luogo privilegiato da cui è possibile ripensare il lavoro e cosa debba intendersi per lavoro nel mondo post-patriarcale.
Ma non solo. Può aiutarci a svelare anche altri occultamenti divenuti scontati.
Quello del reddito di base incondizionato mi sembra in effetti un terreno di ragionamento particolarmente efficace e molto fecondo da sperimentare proprio perché si tratta di una questione palesemente di rottura rispetto all’ordine simbolico patriarcale – credo che ciò sia ormai sufficientemente chiaro per quanto detto finora – e che quindi svela in maniera inequivocabile il cambio di prospettiva necessario.
Non così la “cura” che è un concetto che si presta a più ambiguità e trappole e che, a una lettura superficiale, può non apparire così destrutturante. Per certi versi, la cura è anzi un concetto molto rassicurante. Mi spiego così la vasta circolazione della parola “cura” negli ultimi mesi, in vari appelli, manifesti, convegni e via dicendo. È una delle parole che ultimamente sta circolando di più. È chiaro che l’esperienza della pandemia ha avuto un ruolo determinante in questo, e non voglio sottovalutarne l’importanza. Mi desta però sospetto l’uso così diffuso e inoffensivo della parola, che rischia così di essere svuotata di senso. Se si dicesse, per esempio, quando si propone un reddito di base universale, che in realtà si sta mettendo in campo una misura ispirata all’economia come “cura” – perché è di questo che si tratta quando si mette al primo posto la vita, la tutela della vita e della qualità della vita per tutte/i –, sarebbe ancora così inoffensiva la parola “cura”? Credo di no.
Questo è solo un esempio per mostrare che, se si affronta il tema della cura rimanendo all’interno dell’ordine simbolico patriarcale, non si riesce a comprendere la forza scardinanteche questo sapere, questa esperienza porta con sé. Non si tratta perciò, come già più volte sottolineato, di monetizzare i lavori di cura, perché così facendo si rimane nella stessa logica di mercificazione della vita, rischiando di asservire anche la cura alle logiche del mercato – e gli esempi purtroppo sono tanti – mentre comunque poi i lavori di cura non retribuiti rimangono sulle spalle delle donne. Si tratta invece di rileggere completamente l’idea di lavoro, di economia, di valore, alla luce di un’idea di cura che rovescia le priorità acquisite e pone effettivamente la vita al centro, come priorità che determina lo sguardo su tutto il resto, superando la distinzione tra lavori produttivi e lavori riproduttivi. Si tratta di fare tesoro dell’esperienza millenaria, dei saperi e delle lotte che le donne hanno accumulato sul lavoro di riproduzione, conservando un cordone vitale con quelle pratiche e quell’esperienza, per evitare che la parola “cura” si svuoti e perda la sua presa sulla realtà. Come è stato giustamente detto in Libreria nell’incontro di redazione allargata di VD3 dello scorso 4 ottobre, “cura” è una parola delle donne.
E allora, nella libertà del post-patriarcato, tutto viene radicalmente ripensato. Il nuovo è già iniziato, ed eventi straordinari come la pandemia lo rendono improvvisamente visibile, praticabile, possibile; dobbiamo saperlo riconoscere e assumerci la responsabilità di un pezzo della costruzione comune. Incamminarsi nel mondo post-patriarcale può darci l’impressione di intraprendere percorsi temerari, ma solo perché i nostri piedi non li hanno ancora battuti. Ci fa lasciare lidi sicuri per avventurarci in mare aperto. Ma questa è l’unica condizione possibile per approdare a terre nuove.
Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana 3, Non sembra, ma è una grande occasione, 4 ottobre 2020
Nel corso di questo incontro, abbiamo intenzione di affrontare i dualismi perversi della nostra società su cui la pandemia ha gettato una luce più viva, dimostrando quanto sia vitale superarli. A cosa ci riferiamo? Agli aut-aut ricattatori, come quelli che pongono le grandi opere inutili e devastanti come unico modo di rilanciare l’economia dopo il Covid, a discapito dell’ambiente. Come l’opposizione tra salvaguardia dell’occupazione e salute di chi lavora. Ma soprattutto come le false alternative tra lavoro che produce reddito e lavoro gratuito e indispensabile.
Da anni Ina Praetorius ci spiega come non possa esistere un’economia che prescinda dall’aver cura della vita, la pandemia l’ha reso lampante in questi mesi in cui le attività lavorative che si sono rivelate indispensabili sono risultate quelle più legate ai gesti quotidiani: il procurare il cibo (non metaforicamente, nel senso di guadagnare per comprarlo, ma letteralmente: produrlo, distribuirlo e consegnarlo alla gente isolata in casa), l’assistere durante la malattia eccetera. Il lavoro del personale sanitario, di commesse e commessi dei negozi di alimentari, dei fattorini per le consegne a domicilio, delle addette e degli addetti alle pulizie che sanificano gli ambienti, dei braccianti agricoli. Questo, il lavoro meno pagato, più precario e meno prestigioso, è stato quello di cui non abbiamo potuto fare a meno. Non quello degli ingegneri, dei pubblicitari e dei banchieri. Adesso, dopo il confinamento ma in un’emergenza ambientale sempre più acuta, aggiungo alla lista dei lavori di cui non si può fare a meno tutti quelli che servono a frenare il disastro ecologico, a risanare, a prendersi cura dell’ambiente.
Bisogna allora porsi il problema di come si misura (non nel senso di come si quantifica, ma di come si pensa che dia misura a noi e al mondo) il valore del lavoro. La sua misura tradizionale non è la sua utilità sociale, ma il denaro che frutta a chi lo svolge e tutt’al più il tempo di apprendimento che ha richiesto (il titolo di studio). Se l’equo riconoscimento economico non deve mancare a chi svolge compiti preziosi per la vita, l’attuale scala di redditività dei lavori non può essere considerata una valida misura della loro utilità. La definizione di “tutto il lavoro necessario per vivere”, elaborata dalle autrici del manifesto Immagina che il lavoro, indica un’altra misura: quello che è necessario per vivere, pagato e non pagato. Lo dice da anni il femminismo, ma anche gli uomini più sensibili cominciano a rendersene conto. Infatti, anche nel pensiero di alcuni movimenti si comincia a contrapporre idealmente alla società capitalistica una “società della cura”. Cioè, il punto non è più solo il conflitto tra chi produce e chi sfrutta e si appropria del prodotto, ma diventa cosa si produce e perché, e quali lavori oltre alla produzione di merce sono indispensabili all’umanità.
Durante i mesi passati, da un lato si è sviluppata nella società una consapevolezza estesa come mai prima. Dall’altro, i politici non mostrano di vedere fino in fondo l’urgenza di un cambio drastico di passo o di sapere come realizzarlo. Se da una parte sembrano aver capito che dello stato sociale e dei servizi pubblici non si può fare a meno, dall’altro non propongono altro le solite ricette mortifere per “rilanciare l’economia” e non investono nel rilancio della scuola e della sanità. E della crisi economica e delle contraddizioni del governo Confindustria sta cercando di approfittare per portare a fondo un processo di acutizzazione dello sfruttamento di chi lavora, dell’ambiente e del pianeta. Le vicende recenti del rinnovo del contratto della sanità privata e dei messaggi minatori e feroci partiti dall’assemblea nazionale di Confindustria ne sono un chiaro segno.
A livello diffuso, se da una parte c’è voglia di cambiare radicalmente le cose e una consapevolezza più alta che in passato, dall’altra c’è anche voglia di “restaurazione” del precedente regime di consumi sfrenati e di sfruttamento selvaggio. C’è un’attenzione maggiore alle altre e agli altri, un senso di comunità più forte di prima, e al tempo stesso ci sono nuove paure collettive (p.es. la “caccia al jogger” durante il confinamento).
Insomma, siamo a un bivio, ma la visibilità che hanno acquistato il lavoro invisibile e l’esistenza quotidiana rappresenta un’occasione senza precedenti per imboccare la strada giusta. Come coglierla?
Di questi temi discutiamo con Adriana Maestro, Marco Deriu e Giordana Masotto.
Marta Bergman è conosciuta come regista di documentari sulla comunità rom. Il tema del suo primo lungometraggio di finzione trae origine dalle sue esperienze e dagli incontri con le ragazze rom raccontati nei suoi video e nelle sue inchieste.
La storia della giovane rom che sogna un futuro diverso, per sé e per la sua bimba, fuori dalla sua comunità, tocca nodi cruciali che parlano a tutte: il corpo e la sessualità, la misoginia e i pregiudizi, il desiderio d’amore e la relazione tra una donna e un uomo. Nel film, questi temi assumono particolare interesse per l’originalità e l’aderenza alla realtà con cui sono raccontati e messi in scena.
Pamela, la protagonista, ha poche scelte per riuscire a fuggire dalla miseria e dalla desolazione del suo piccolo villaggio vicino a Bucarest. Le prime immagini sono impietose nel dare il quadro di quel luogo: disperazione dell’anima in un concentrato di misoginia e di oppressione. A questo è doveroso aggiungere che Pamela è tutt’altro che una giovane amabile: come bugiarda è irritante, pessima come manipolatrice, inaffidabile nei suoi rapporti con la bimba e la nonna, anche se un sincero attaccamento la lega a entrambe. Dalla sua, a rendercela simpatica, c’è la sua ingenuità infantile, un’esorbitante voglia di vivere mescolata a una potente sensualità, uno smisurato desiderio di amore insieme a una forte carica ribelle.
Nel suo immaginario e nella sua esperienza, la libertà passa attraverso un uomo, un uomo dell’Europa ricca, che cerca attraverso un’agenzia matrimoniale online.
Bruno, la scelta dell’agenzia, è un uomo serio, inibito, poco socievole, gentile e rispettoso, cosa a cui lei non è abituata, che cerca nel matrimonio la prova di una raggiunta maturità sociale, una specie di emancipazione dallo stato giovanile.
Per Pamela il sogno si sgretola nella vita quotidiana con Bruno, in quel pur confortevole appartamento-prigione a Liegi, città estranea e incomprensibile. E tutto questo per cosa?
Dalla comprensione del suo stato, emerge forte il senso di perdita di sé insieme all’amore e al desiderio per la figlia lontana. Sono queste le molle che la spingono a trovare dentro di sé, e non grazie all’aiuto di un uomo, la determinazione per dare un indirizzo diverso alla sua vita e al suo futuro.
È una storia comune, già raccontata, ma il merito della regista, anche sceneggiatrice, sta nella sua creatura: irritante, libera, spiazzante, ma anche determinata e appassionata.
Il film, presentato nella sezione Acid del Festival di Cannes 2019 e al Rome Independent Film Festival dove ha ottenuto la Menzione Speciale della Giuria e il premio alla protagonista Alina Serban come miglior attrice, esce ora nelle sale a causa dell’emergenza Coronavirus di marzo.
Domenica 4 ottobre 2020, ore 10.00
In Libreria, via Pietro Calvi 29 a Milano, con mascherina e prenotazione obbligatoria a:
info@libreriadelledonne.it (indicare nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 4 ottobre 2020”).
Sarà possibile partecipare anche attraverso un collegamento su Zoom, sempre prenotandosi e specificando nella mail se si prenota per la presenza o per il collegamento a distanza.
La necessità di convivere con il coronavirus induce ogni giorno di più a distinguere, nella vita individuale e collettiva, ciò che è essenziale da ciò che non lo è.
A livello diffuso c’è il desiderio di cambiare e una consapevolezza più alta su quanto sia urgente e vitale ripensare il paradigma economico.
Come spiega bene Ina Praetorius, nell’idea di economia c’è un’ambiguità da cui è tempo di uscire. Con il lockdown, infatti, è salita alla ribalta quell’economia incentrata sul vivere che non si è mai fermata. Popolata soprattutto da donne e da “invisibili” ha mostrato quanto sia indispensabile alla società. Tuttavia, nella ripartenza insiste a prevalere l’altra, quella basata su una presunta razionalità del mercato a cui si attribuisce centralità ed efficacia, ma che mostra invece tutta la sua inadeguatezza a rispondere ai bisogni creati o evidenziati dalla pandemia.
Questa è l’occasione per affrontare e superare alternative spesso ricattatorie, per esempio quella tra lavoro e salute. Per fare scelte che vanno nella giusta direzione ci vuole un orientamento di fondo: il vivere viene prima e determina uno sguardo su tutto.
Incontriamoci per parlare di come si trasformano, alla luce di questa priorità, il lavoro, l’economia, il valore, la cura. Introducono Silvia Baratella, Adriana Maestro, Alberto Leiss, Giordana Masotto.
Dopo giorni, continuo ad avere in testa le immagini, le scene, i volti di questo film bellissimo e continuo a domandarmi il senso di quella valigia grossa e ingombrante che Autumn e sua cugina Skylar si trascinano dietro per tutta la durata del film, su e giù dai pullman, per le scale della metropolitana, lungo strade ingombre e trafficate.
Skylar l’aveva preparata di fretta la sera prima riempiendola di qualche maglione e un paio di jeans per quel viaggio di pochi giorni che le avrebbe portate a New York dalla loro cittadina rurale nel mezzo della Pennsylvania. Lì Autumn avrebbe potuto abortire senza che la madre e il patrigno venissero a saperlo.
Un tema difficile trattato con grande cura, attenzione e sensibilità dalla regista Eliza Hittman che già nei suoi precedenti lavori (It Felt Like Love, 2013 e Beach Rats, 2017) aveva raccontato dell’adolescenza e dei problemi legati alla sessualità fra le/i giovani.
I dialoghi sono scarni, raccontano di più le immagini. Si soffermano sui volti delle due ragazze con delicatezza, senza voyeurismo; sentiamo e percepiamo i loro stati d’animo, i pensieri, le emozioni. Molti i primi piani che ci spingono a tentare di penetrare l’intimità di Autumn, il suo dolore, la sua insicurezza, la sua confusione, per saperne di più, per capire.
Al suo fianco, fin dal primo momento, c’è sempre Skylar, la pianificatrice del viaggio, mente lucida e razionale, l’amica su cui si può contare che mai ti abbandonerà. Anche qui poche parole, non necessarie: quando esiste una comprensione profonda le cose che si devono fare si fanno, mentre le discussioni sarebbero puro e inutile esercizio. La solidarietà, l’intesa sono dati di fatto, ci sono e scorrono fra loro due naturalmente.
Di Autumn si sa poco. Dalle prime scene – uno spettacolo scolastico, una cena di famiglia, un patrigno aggressivo, una madre preoccupata e stanca – emerge il ritratto di una giovane isolata, non omologata, carattere schivo e timido ma determinato nelle sue scelte.
E fin dalle prime scene la regista mostra immediatamente, pur nei pochi ruoli assegnati nella sceneggiatura, il ritratto di un’umanità maschile dai comportamenti indecenti e molesti.
In Mai raramente a volte sempre tutto è mostrato nella sua essenzialità, nessuna sbavatura, nessuna retorica e ideologia per ottenere consenso, né scene fuori centro; tutto va verso la scena madre, il colloquio di Autumn con la psicologa nella Clinica degli aborti. Qui il film si fa documentario tanto il lavoro della regista è preciso, nelle inquadrature, nei movimenti di macchina, negli stacchi per mostrare il momento in cui Autumn ha coscienza, comprensione di sé, di ciò che le è accaduto. Uno svelamento e una liberazione in un momento di profonda consapevolezza e di conferma delle proprie decisioni.
Non ci dimenticheremo facilmente di questo film e delle due giovani protagoniste, Sydney Flanigan nel ruolo di Autumn e Talia Ryder nel ruolo di Skylar. Le seguo ancora mentre percorrono faticosamente le strade di New York, con la loro assurda valigia alla ricerca della loro meta, senza mangiare né dormire, non vedendo e non percependo nulla del fascino della città, dove tutto scorre indifferentemente. Così vulnerabili ai continui approcci maschili, ma così determinate a evitarli, come dei fastidi che si sa si devono sopportare.
Lo definirei un road movie al contrario, in una costante rivelazione su come lo sguardo di una donna possa aprirci nuovi orizzonti.
Never Rarely Sometimes Always è stato premiato con l’Orso d’Argento, gran premio della giuria, alla Berlinale 2020, e al Sundance Film Festival 2020 con il Dramatic Special Jury Award.
Immaginate di parlare a 57 palline colorate che contengono delle lettere tipo ST, LM, AC, FD, GN… su uno schermo nero. Non solo: immaginate di insegnare loro, a queste palline, la vostra lingua madre. Un’esperienza ai confini della realtà. Questo è stato il mio primo impatto con quella che si chiama dad – didattica a distanza. Quella Elena, quella Francesca, quel Fabio, quel George – tutte quelle persone in carne e ossa conosciute in aula durante il primo semestre, d’un colpo trasformati in palline colorate senza faccia senza corpo e senza voce: infatti, le palline non emettevano suoni.
Finalmente sentivo una voce che ho riconosciuto per quella di una studentessa molto attiva anche nelle lezioni dal vivo: un sollievo! Dalle altre palline non uscivano segni di vita: tutti sembravano spiazzati e intimoriti. E io ero nel pallone. Come riprendere la comunicazione viva che è la natura stessa del mio lavoro? Dad – questo acronimo fa pensare alla parola inglese per “babbo” – ha creato parecchia ansia e disorientamento non solo in me, docente della generazione delle mamme, anzi, delle nonne, ma anche in quella delle figlie e dei figli, i digital natives che credevo superfamiliari con i social, abituati a mandarsi con disinvoltura foto, video e messaggi. Ma ora sento grida di aiuto: «Prof, non mi si apre l’audiofile», «Prof, la vedo ma non la sento», «Prof, non sono riuscito a salvare il compito, ho perso tutto»…
Impreparati e indifesi, ci siamo trovati catapultati in una dimensione sconosciuta. Abbiamo imparato, man mano, a farci vedere davanti alla videocamera. Impossibile vedere 57 facce, al massimo quattro alla volta, le altre rimangono semplici sigle. Una parte di loro, soprattutto ragazze, ha preferito partecipare alle lezioni senza farsi vedere. Dopo mi hanno raccontato che si sentivano impresentabili, in pigiama o non truccate. Ho pensato che sia stata forse una sana autodifesa digitale. Con la videocamera, infatti, invadiamo i loro spazi intimi. Ho sentito dire da una collega: «Ci hanno aperto le loro case e noi abbiamo aperto le nostre». Ma per me è stato tutt’altro che un gentile invito reciproco, è stata una visita imposta. Non mi sento un’ospite gradita quando entro in quelle case e vedo camerette da ragazze, ordinate, magari con due letti singoli che mi raccontano l’esistenza di una sorella, vedo cani, gatti, scruto mobili e soprammobili che mi raccontano il gusto e lo status sociale della famiglia… Mi sento quasi una guardona.
Il mio imbarazzo cresce all’esame online con sorveglianza individuale: mi sento a disagio a osservare, tramite la videocamera che la candidata è costretta a tenere accesa, la sua faccia tutta concentrata sullo schermo che sarebbe il suo foglio bianco: ogni movimento, ogni reazione, ogni emozione da venti centimetri di distanza! Incluso l’audio! La fronte corrugata, mastica nervosamente un chewing gum, beve distrattamente da una bottiglietta d’acqua mentre continua a fissare lo schermo, digita, sospira… E io distolgo lo sguardo dallo schermo perché mi sembra una tale intrusione, una violenza! Mai nella vita fissi una persona da così vicino tranne in situazioni di grande intimità. Mi dico che io stessa non vorrei essere spiata durante il lavoro del pensare: chi mi è vicina mi ha detto che faccio delle smorfie, degli strani versi…
Ma la cosa più preoccupante: magari fossi solo io a poter osservare queste espressioni dell’anima e l’ambiente circostante: tutto ciò è carne, sì, carne viva! per i denti di chi raccoglie dati per sviluppare metodi per il riconoscimento vocale, il riconoscimento facciale, l’analisi e la manipolazione dei nostri comportamenti. Chi ha letto Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff si rende conto, già dopo poche pagine, che qui stiamo fornendo materia prima in quantità mai vista. E non si tratta di dati come quelli già raccolti da facebook, con autorappresentazioni abbellite e truccate, ma di emozioni senza filtro. Non possiamo più far finta di non sapere, di ignorare la pervasività e pericolosità di questo sistema di estrazione dati. Bisogna parlarne.
Ora il mio dilemma: la mia idea di insegnamento è quella di creare un ambiente sereno, di incoraggiamento, di scambio e collaborazione; tutto ciò mi sembrava già ostacolato dalla separazione fisica e dalla preoccupazione per il buon funzionamento dei mezzi informatici. Come parlare di questo pericolo di esproprio della nostra esperienza umana, senza aggiungere angoscia alla preoccupazione?
Sento più che mai il bisogno di riflettere insieme, insieme a colleghe e studenti – online, per forza. Dopo quasi quarant’anni di insegnamento dico che davanti a questo scenario nuovo dobbiamo imparare insieme a salvare la nostra esperienza umana. Ho cominciato facendo leva, spontaneamente, su pratiche che per me sono sempre state essenziali: per prima cosa ho intensificato lo scambio con le colleghe (molti nodi “pre-Covid” sono venuti al pettine in questa situazione di emergenza, sono scoppiati conflitti e occasioni di creare chiarezza). Ci siamo aiutate a vicenda nell’affrontare i mezzi tecnologici. Qualcuna sì è anche appassionata e ha scoperto nuove modalità e possibilità didattiche. Abbiamo mostrato la collaborazione e la relazione tra noi docenti, facendoci vedere insieme sul video, e sembra che questo abbia creato un clima di fiducia tra chi doveva affrontare l’esame.
Ciò che è cambiato è la mia postura nei confronti delle/degli studenti: so di navigare a vista e sento il bisogno di trovare un orientamento insieme a loro. Ho proposto, infatti, dopo gli esami, una sessione di riflessione e scambio sul proprio vissuto. Erano in poche (solo chi ha voglia di riflettere partecipa), ed è stato uno scambio intenso: si è creata quella che Chiara Zamboni chiama “comunità del sentire”, è stato quasi un incontro di autocoscienza.
Ora ci dicono che a settembre le lezioni riprenderanno online, e so che un atteggiamento di puro rifiuto non è possibile né sensato. Penso che dalla comunità del sentire debba nascere una comunità di pensiero e invenzione. Il “pensare in presenza” non sarà possibile nella forma che conosciamo noi, ma la riflessione comune è indispensabile: troveremo modalità nuove. Incontrerò una quantità di palline colorate sconosciute, ma sono sicura che vorranno uscire dalla loro esistenza anonima. Sono fiduciosa che attiveranno le loro risorse e la loro creatività, e io con loro, a sperimentare e creare una realtà nuova.
Vorrei ritornare su alcuni passaggi vissuti durante la pandemia. Si è trattato di una vera e propria esperienza del tutto nuova negli effetti che ha provocato. Le epidemie non sono nuove, ma gli effetti che questa ha creato sono stati una svolta esistenziale e politica da cui non si torna indietro. Si è trattato di un evento, che non si è concluso e che continua ad accadere nel sentire, nel percepire, nel prendere atto di una conoscenza di noi e degli altri molto più attenta. Come per uno stupore che fa aprire gli occhi sulla verità delle cose.
Ricordiamo certo come agli inizi di questo evento ci sia stata una comunità del sentire. Si è trattato di un’esperienza che io non avevo mai sperimentato. Intendo per comunità del sentire il fatto che frammenti di pensieri, immagini, fantasie formavano un tessuto di cui partecipavamo collettivamente. Enumero a caso alcune di queste immagini soggettive e anonime allo stesso tempo. Quello che si temeva, guardando la Cina, era accaduto. Ognuno temeva per sé e contemporaneamente per gli altri e tutti avevano a cuore il benessere proprio e altrui. Ci sentivamo assieme. C’erano regole di comportamento date dal governo e contemporaneamente comprendevamo che dovevamo autoregolarci. Il sentimento della morte, quello della vita e della malattia ci invadevano.
Le infinite testimonianze di vissuti attraverso lettere, racconti, interviste, hanno mostrato come frammenti di inconscio fossero offerti a una lettura comune, pubblica. Un’analisi di tutti con tutti, come è stato osservato da Manuela Fraire.
Alcuni hanno preso atto di questo sentire comune, ma l’hanno fatto in senso critico. Bisognava uscirne. Più d’uno ha sostenuto che questo sentire collettivo era accaduto, ma che era eccezionale, non rappresentava la normalità. Occorreva recuperare lo spazio del pensiero singolare. Perché la normalità sarebbe che l’interno è separato dall’esterno e che il pensare a partire da sé è fondamentale. Ho in mente in particolare un articolo di Emanuele Trevi.
C’è stato invece chi – soprattutto donne – ha avuto nostalgia di questo sentire comune quando si è affievolito. Come se quello fosse la nostra unica e vera casa. La nostra sola patria. Avevamo sperimentato di essere con tutte e tutti vicini e lontani, senza differenza, e ora invece ritornavamo ad essere più comunemente solo qualcuno in rapporto a qualcun altro piuttosto che a contatto con tutti.
Bene, risponderei che il sentire comune, che abbiamo vissuto, è stato un fatto. È stata un’esperienza che, anche se passata, non possiamo dimenticare e ricordiamo bene che cosa ha significato sperimentarla. In un certo senso non finisce fintanto che la teniamo nella nostra memoria vivente. Non solo. Ora sappiamo che è concretamente possibile. Solo che non è ripetibile per decisione della volontà.
In questo modo prendo le distanze dalla posizione di Emanuele Trevi, che a prima vista è molto ragionevole ma che mi sembra esprimere più un’esigenza maschile tradizionale. L’idea cioè che in alcuni momenti drammatici si vive intensamente con gli altri, e poi ognuno ritorna nella casa dell’io. Molto pensiero femminista ha sottolineato invece che la relazione con gli altri è avvertita come un basso continuo dal quale affiorano alcune relazioni per le quali siamo qualcuno in rapporto a qualcun altro, ma anche queste mai del tutto riportabili all’io separato dal tu. L’inconscio, il sentire, il percepire assieme sono abitualmente presenti nella relazione tra donne.
L’io non è così centrale nell’esperienza femminile proprio per questa apertura. In realtà non ho niente contro l’io, che è un pronome personale che tiene assieme linee molto diverse di vissuto. Ha dunque un suo perché. È vero però che, facendo questo, ci separa dagli altri e dal mondo. Fa sembrare inesistenti i legami corporei inconsci con gli altri.
Per questo, nel processo della pandemia, che è tanto ambiguo e in cui accadono cose che non si possono controllare con certezza, chi ha avuto un contraccolpo più forte è stato chi tende a disporre la situazione, facendosi forte di tutto ciò che l’io mette a disposizione: certezze e volontà.
Ora, per le donne, puntare sull’io è più paradossale che per gli uomini. Più straniante. E, se scommettono sull’io, crollano più facilmente. È capitato a me, che sono andata in blocco, la testa da una parte e il corpo dall’altra. È capitato ad una mia amica, impegnata ad aiutare il marito in difficoltà. Ha puntato sull’io per assumersi una grande responsabilità per il bene dell’altro, credendosi forte. È crollata nella forma per cui l’io pieno di buona volontà è andato improvvisamente per suo conto rispetto al corpo che è andato per un’altra strada.
Le amiche che hanno affrontato meglio la pandemia sono quelle che sono rimaste all’interno degli accadimenti senza forzare né con rappresentazioni certe della realtà né con progetti volontaristici dell’io. Vivendo dentro l’ambiguità della situazione, accettando la sua non chiarezza e continuando però a interrogarla. A sperimentarla. A intuire al suo interno forme per una nuova convivenza nel suo sorgere.