L’aspetto più disperante del mio rapporto con le nuove tecnologie è che tutto si pratica e si consuma nell’isolamento individuale. Sei da sola, davanti a un computer a tentare di usare l’ennesimo nuovo strumento, per esempio Zoom che nel lockdown è diventato indispensabile. Tuo figlio l’ha istallato guardandoti con una certa aria di compatimento perché non sei capace. In effetti, non conoscendolo, qualunque imprevisto ti manda in ansia perché non sai cosa fare, non sei abituata a “smanettare” e ricordi con fatica la sequenza di una nuova procedura. È frustrante, davvero frustrante.

Sebbene con fatica, però alla fine anche io mi sono adattata per quel poco che mi consente di esserci su queste piattaforme e continuare a fare Via Dogana a cui tengo molto. Ho cambiato il computer per avere una connessione migliore, mi sono creata un angolo della casa tranquillo, ho imparato le procedure e ho capito le regole della “messa in scena” davanti allo schermo. Non voglio imparare di più e saperne di più. Per tutto il resto delego alle donne più giovani, che così hanno un altro fardello da portare.

Nel giro di poco tempo comunque le cose che ti sembravano difficili e forzate ti sembrano ovvie e non ti fai quasi più domande. Per questo penso che una sorta di autocoscienza, parlando ognuna della propria esperienza, sia indispensabile per non perdere la soglia critica e uscire dall’isolamento davanti alla macchina.

Anche io sento forte la preoccupazione per lo strapotere di chi produce e gestisce questi mezzi. Il paragone che mi viene subito in mente è con l’inizio della rivoluzione industriale, con l’agire selvaggio dei padroni delle ferriere. Oggi abbiamo a che fare con padroni delle ferriere immateriali che riducono l’umanità a materia prima da cui estrarre quella merce preziosa che sono diventati i dati; che determinano tramite gli algoritmi condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù; che pretendono di essere onnipotenti anche nei confronti del pianeta, con progetti tecnologici deliranti quali oscurare il sole o trasferire gli abitanti della terra (quelli che se lo possono permettere) su Marte.

Se ne parla sempre di più e dal dibattito in corso, anche dalle voci più avvertite, si delinea l’idea che l’argine politico sia costituito pressocché esclusivamente da un sistema di leggi, che vieti, per esempio, il furto dei dati personali da parte della “sorveglianza commerciale” come la chiama la Zuboff.

In questo panorama desolante tra la fatica individuale e l’impotenza di fronte allo strapotere delle multinazionali del web, ho visto di recente un barlume di luce quando è cominciato un agire collettivo per fronteggiarle.

Durante la pandemia, tutte noi abbiamo toccato con mano sia la grande utilità dei ciclofattorini per la consegna di cibo, libri e altro, sia l’ingiustizia delle loro condizioni di lavoro governate dagli algoritmi. Proprio da loro, che sono senza voce e senza potere, è scaturito un agire collettivo capace di negoziare con i giganti. In Spagna con una riforma definita storica, i sindacati potranno accedere agli algoritmi utilizzati dalle piattaforme per distribuire il lavoro. In Italia i primi a partire e a ottenere risultati sono stati i rider di Just Eat e molti altri seguiranno. L’agire di concerto è anche alla base di una risoluzione che fino a ieri sembrava irraggiungibile: tassare i colossi del web. Fino a che gli Stati pensavano di procedere singolarmente, le multinazionali avevano buon gioco a trasferire gli utili nelle filiali di quei paesi che garantivano una tassazione vicina allo zero. Ora che procedono insieme possono costringerle a dichiarare i loro ricavi nei singoli paesi e a pagare “giuste dosi di tasse”, come ha dichiarato il Consiglio UE.

Sara Bigardi nell’introduzione ha raccontato come funzionano le tecnologie delle procedure amministrative nel suo lavoro all’università e come abbia sentito l’esigenza di andare a parlare con colleghe e colleghi implicati in una singola procedura per ricostruire l’intero processo e capirne il senso; e Chiara Zamboni nel suo intervento ha parlato della governance dell’università, svelando quanto sia illusoria la promessa di partecipazione con cui viene proposta.

Certo parlarne e svelare i meccanismi è già molto, ma poniamoci il problema di cosa altro si può fare mettendoci insieme. In questo tempo di cambiamento che amplia le possibilità, proviamo a immaginare un agire collettivo trasformativo delle situazioni in cui ci troviamo a essere. In fondo è l’insegnamento che ci viene dalla pandemia: nessuna si salva da sola.

Vorrei ripartire da quello che dicevano Francesca e Sara Bigardi. In particolare, Sara ha detto una cosa di grande interesse rispetto al suo lavoro: ha definito “parcellizzazione del processo produttivo” quello che le veniva richiesto. E la sua resistenza, la sua pratica politica è stata di ricomporlo, quel processo,di andare a vedere che cosa c’era alla fine. Inevitabile pensare alla catena di montaggio e al fordismo, ma che tipo di fordismo è in corso oggi? Io sono molto inquieta e volevo condividere con voi alcune ipotesi.

Oggi non solo è stato fatto sparire il corpo delle persone: il confinamento, la dichiarata pericolosità di ognuna/o di noi ha messo tendenzialmente a rischio la relazione. Ma forse sta succedendo qualcosa di ancora più grave, sta sparendo l’umano come noi lo concepivamo. L’umano come soggetto pensante, critico, e con la capacità di decidere qualcosa, per sé e per l’intorno. Secondo me è in corso una terrificante mutazione di questo umano. E allora ci tengo ad agganciarmi al discorso che ha fatto poco fa Chiara Zamboni sulla governance. O teniamo insieme il ragionamento sull’uso che noi possiamo fare del digitale e quello che qualcun altro sta decidendo per noi, oppure ci smarriamo. Non si tratta tanto di capire come usare al meglio le piattaforme, come trasformarle in luoghi di intervento politico, in luoghi di relazione, si tratta di capire che cosa c’è a monte.

E per capirlo non possiamo distinguere tra digitalizzazione, smaterializzazione, covid, trattamento disciplinare del covid, campagna vaccinale… Si tratta di riportarle alla questione della governance e al grandissimo inganno di cui già parlava Chiara: ci annunciano che stiamo partecipando a una decisione, mentre l’unica partecipazione prevista per singoli individui o per gruppi di individui è stare al nuovo patto, stare al nuovo copione.

A me piacerebbe che potessimo ragionare di questo tenendo insieme le dimensioni piccole, private, quelle un po’ più grandi, di gruppo, e la direzione verso la quale sta muovendo il mondo. Qualcuna di voi all’inizio, credo Giovanna, ha detto che lei non ha patito molto la situazione del confinamento, che non le ha cambiato granché, e qualcun’altra ha parlato di “amicizia con le macchine”. Mi permetto di fare questa ipotesi inquietante, che dietro a questo adattarsi al nuovo che avanza, ci sia il pericolo di lasciar succedere tutto, di adattarsi a tutto: correre a vaccinarsi, correre a comprare un altro computer, correre a riorganizzare la casa in modo da poter ospitare la Dad, correre a rinunciare allo spazio privato per far spazio allo smart working… senza chiedersi da dove venga tutto questo.

Credo che tutti quanti sappiamo che la tecnologia era matura, pronta per tutto questo. Quello che non era pronto, e speriamo non sia ancora pronto, è l’umano. Allora, che tipo di argine può fare l’umano, e come? Oppure ci lasciamo trascinare? E quindi i più fragili escono di scena, o perché muoiono o perché sono obsoleti, non stanno al passo. E quindi avanza qualcosa di nuovo, ma cosa esattamente? Tutto questo ha invaso prepotentemente il mio spazio onirico. Di notte mi capita sempre più di frequente di fare sogni ‘tecnologici’ e sono sempre incubi: mi aggroviglio nelle parole, nei file… Quando il nuovo che avanza penetra così profondamente nello spazio che dovrebbe essere più intimo, nella psiche individuale (e, forse, in quella collettiva) penso sia il momento non di provare a usare meglio le piattaforme… ma di fare un argine politico a quello che sta succedendo. Perché non tutto quello che avviene nella storia va lasciato avvenire. Pensiamo alla Germania negli anni Trenta, ai tanti esempi storici. Che cosa fanno i singoli soggetti e i gruppi di soggetti se capiscono che sta succedendo qualcosa che buono non è, cosa fanno?


Sono stata molto bene nell’incontro della redazione aperta di Via Dogana del 6 giugno, mi sono ritrovata nell’intervento di Antonella Nappi, nella sua puntuale autocoscienza ho riconosciuto delle parti di me che lei ha sistemato in concetti chiari, giudizi appropriati. Tutti gli interventi presentavano aspetti dell’esperienza vissuta nella comunicazione da remoto e di come ognuna vede il tempo nostro.

Però mi sono soprattutto interessata all’intervento di Francesca Bigardi perché mi ha fatto capire qualcosa in più sulla sensazione di irresponsabilità, che a volte vivo nell’azione politica attraverso Internet. Ho molto apprezzato l’esporsi di Francesca a partire dalle sue conoscenze, mi è piaciuto quel suo posizionarsi nell’essere con quello in cui crede, unica donna sul suo lavoro a occuparsi di informatica, ho visto una possibilità di narrazione che ha rigenerato i punti chiave della pratica femminista che ha appreso da sua sorella, ma offrendo nuovi intrecci che mettono in discussione la solita e scontata visione dell’inimicizia delle donne con la tecnologia. Dopo avere subito al ginnasio un professore di matematica sadico e impreparato a insegnare agli adolescenti, grazie anche alle lezioni di mio padre che si era preso pena della mia procurata ottusaggine, ho trovato, vari decenni dopo, nell’informatica o meglio nell’uso del computer una risorsa da non trascurare e su cui era bene stare preparate. Con il mio gruppo Donne di parola che è anche una web-radio e una compagnia teatrale produciamo testi teatrali che sono per noi una pratica politica. In questo periodo tre testi, di cui due in tempo di pandemia.

Nonostante sia immersa in queste comunicazioni a distanza, una creazione di parole, immagini e pensiero che tiene conto dei mezzi con cui verrà trasmessa, oltre che recitata in presenza, ho avuto spesso un’impressione di irresponsabilità, di leggerezza, di non appartenenza completa, nel mio intimo, a quello che stavo facendo. Eppure è da vent’anni che sono collegata con il mondo dei computer, ho creato due siti, e un gruppo Facebook “La Biblioteca femminista” che ha raggiunto 27.000 iscrizioni, lavoro per passione a questi spettacoli teatrali. Ma tutto questo agire mi dà, a volte, una sensazione di indeterminatezza come se potessi da un giorno all’altro defilarmi, prendere sottobraccio Fern del film Nomadland e, abbandonando tutto, saltare su un autobus. Francesca ha parlato delle caratteristiche della comunicazione on line, e oltre il solito algoritmo ha spiegato come ogni partecipazione sia isolata in una serie di procedure che sembrano indipendenti l’una dall’altra e non lo sono, sua sorella Sara ha precisato come abbia cercato di superare questo limite procedurale andando a verificare passo per passo cosa facevano i suoi colleghi. Nel mio e nostro caso come compagnia, ho proposto il lavoro teatrale fatto di una serie di monologhi “Polifonia teatrale dai tempi della pandemia” a vari gruppi di donne politicamente presenti nella realtà che mi è più vicina per vederlo insieme e poi discuterlo. Ho anche proposto questo lavoro a 250 Festival pur sapendo che non sarebbe stato accettato perché mancante dei sottotitoli inglesi, tuttavia ho aperto a delle risposte che hanno ampliato il rapporto di interazione. Siamo così arrivate a 1000 contatti. Allora ringrazio Francesca perché mi ha fatto capire cos’è che presiede a questa comunicazione ma non nel senso dei grandi disegni capitalistici o di un Google pervasivo, perché cosa succede nel rapporto con l’informatica per chi di noi ha questa esperienza ha a che vedere con il corpo, il mezzo elettronico ci risponde a volte come un organismo. So che ho cercato di avvicinare dei rapporti e di farmene responsabile, usando le tecnologie, ho visto come il nostro punto di vista non era un isolato pensiero di un gruppo di donne dai 45 agli 85 anni la cui esperienza era sociologicamente poco o tanto interessante, ma che invece partendo da noi usando zoom per fare pratica femminista ci siamo immerse tutte insieme in quella mescolanza delle relazioni politiche odierne e con la loro grande capacità di adattamento. Abbiamo sperimentato come la piattaforma elettronica ci serva per fare le prove degli spettacoli, per discutere superando i limiti dell’ortodossia informatica e trovare nuove connessioni con improvvise aperture di comprensione e di affetti. È l’intensità della comunicazione a distanza che può capovolgere il senso di irresponsabilità che ho capito, adesso, quanto sia dato dalla parcellizzazione insita nei dispositivi, invisibili ma avvertibili da chi si immerge nello spazio virtuale. Dispositivi che più che determinarti, come di solito si dice, a me sembra all’opposto che creino indeterminazione, quando non passiamo a creare nuove relazioni o rinnoviamo quelle che già ci sono.

Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3, Digitare non è mai neutro, domenica 6 giugno 2021


Sara. Approssimandomi al tema per una riflessione, ho avvertito da subito intorno a me una sorta di bisogno bulimico di discorsi sulla tecnologia, una fame, una voracità di dire tante cose, di essere esaustiva, con il pericolo di cadere in una generalizzazione astratta o in una parcellizzazione del discorso che tende a diventare assoluta.

Per questo, in un ambito così ampio, è necessario cercare di trovare un taglio. L’invito stesso della redazione per l’incontro del 6 giugno Digitare non è mai neutro chiedeva di pensare alle perdite e ai guadagni, a partire dalle proprie esperienze soggettive, perché, come dice Chiara Zamboni, “non si può parlare da Sirio”. Queste esperienze però non devono rimanere chiuse, devono stimolare delle domande nella consapevolezza che le risposte non risolveranno tutte le questioni, anzi.

Io e mia sorella, che è una informatica che non viene dal pensiero della differenza sessuale, ci siamo trovate in presenza per pensare assieme e, da subito, ci siamo rese conto che era il linguaggio quello che creava più conflitto; ma allo stesso tempo questo linguaggio ha anche permesso di intravedere un come potere parlare di tecnologia.

Partendo dal linguaggio diverso, abbiamo allora interrogato le nostre contraddizioni vitali per vedere quali pratiche politiche abbiamo agito e quali altre potrebbero nascere nei contesti in cui ci troviamo.

Nella parte che segue prende parola mia sorella.


Mi chiamo Francesca Bigardi, sono sorella di Sara, e mi occupo di informatica, lavoro per un’azienda di Verona come project manager (da qualche anno) e sviluppatrice software (ormai da una decina di anni) di applicazioni web e architetture cloud e IoT (Internet delle cose). Sono laureata in informatica a Verona e la tecnologia prima e l’informatica poi sono sempre state le mie passioni. Ho 35 anni quindi non mi posso considerare una nativa digitale, ma vista anche la passione di mio papà, in casa mia è sempre stato presente un pc. Quando ho dovuto scegliere che tipo di percorso fare, non ho mai avuto dubbi, quindi ragioneria indirizzo informatica alle superiori e poi la facoltà di informatica.

Quando mi è stato proposto di intervenire in tale circostanza, devo dire che la mia prima preoccupazione è stata: “Che contributo posso portare, di cosa posso parlare? Deve essere qualcosa di tecnico?”. Perché di solito quando mi sono trovata a parlare in contesti simili, seminari o webinar, ho sempre portato contenuti tecnici legati alla mia materia.

Incontrandomi poi con la redazione, leggendo l’invito di Via Dogana e confrontandomi con Sara è stato chiaro come invece bisognasse partire dalla propria esperienza personale e dal proprio vissuto, perché il tema è vasto e attuale. Questo mi ha portato a interrogarmi su cosa fosse cambiato per me in questo ultimo anno e mezzo.

Per fortuna, il mio lavoro non ha risentito della crisi causata dalla pandemia, come purtroppo altri settori, sono stata fortunata e ho potuto lavorare in smart working. Dopo un iniziale spaesamento, era strano non andare in ufficio e lavorare da casa, e un iniziale adattamento (dato soprattutto nel ricreare l’ambiente più confortevole: tastiera, doppio monitor), devo dire che il mio lavoro non è cambiato poi così tanto. La mia attività, che si svolge per lo più davanti al pc, non è cambiata nella modalità concreta di esecuzione, ma è certamente cambiata in quella di relazione con i colleghi (e parlo di colleghi al maschile perché i miei colleghi del reparto produzione sono uomini). Le riunioni non avvengono più in presenza, ma via Zoom, Meet o Teams, è venuta a mancare per lo più la chiacchiera, quella che si può fare davanti alla macchina del caffè o nelle pause.

E qui sicuramente emerge forse la prima vera contraddizione, per me, evidenziata da questo ultimo anno e mezzo: da un lato lavorare da casa è addirittura, in alcune situazioni, più efficiente e produttivo che lavorare in presenza, oltre ovviamente ad essere più comodo, dall’altro alcune cose diventano oggettivamente più complicate.

Se volessimo fare una comparazione di vantaggi e svantaggi potremmo dire che i pro, per me, sono:

i contro, invece sono:

Questo ultimo punto probabilmente è emerso in tutta la sua dirompenza. Avere una connessione internet stabile, è quasi diventata una priorità: non tutti, ad esempio, possedevano un abbonamento flat (a costo fisso), molti si sono trovati con la spiacevole sensazione di vedere i giga del proprio abbonamento a consumo esaurirsi a causa delle frequenti riunioni sulle piattaforme di videotelefonia. Oppure le stesse connessioni flat non erano così veloci, provocando rallentamenti e ritardi tali da rendere l’esperienza poco piacevole.

Tale problematica mi ha portato a creare un collegamento con quelli che dal punto di vista della sicurezza informatica sono i tre principi fondamentali: integrità, confidenzialità e disponibilità dei dati, dette triade CIA (dall’inglese Confidentiality Integrity Availability). 

La confidenzialità deve garantire che i dati e le risorse siano preservati dal possibile utilizzo o accesso da parte di soggetti non autorizzati. L’integrità deve garantire che i dati o le risorse non siano in alcun modo modificate o cancellate da soggetti non autorizzati. La disponibilità deve garantire che soggetti autorizzati debbano poter accedere alle risorse di cui hanno bisogno per un tempo stabilito e in modo ininterrotto, senza interruzioni di servizio e con una corretta erogazione.

La disponibilità per la connessione internet è un aspetto molto importante. Chi offre tale servizio deve creare infrastrutture di rete che permettano di garantire la ridondanza dei sistemi e di offrire i servizi richiesti, secondo la qualità del servizio sottoscritta (QoS), anche in caso di guasto o incidente. Tale aspetto diventa poi evidente in contesti con l’internet of things (IoT) dove l’uso della connessione internet ci permette di monitorare da remoto, ad esempio, lo stato della mia casa, controllare ad esempio se le luci sono accese, spegnere o accendere convettori, aprire o chiudere finestre.

Ovviamente la connessione internet è solo un elemento di un’architettura più grande, dove ogni elemento deve garantire il rispetto e l’adozione di contromisure per queste e altre proprietà di sicurezza. L’applicazione dei principi di sicurezza da parte di chi offre un determinato servizio è un aspetto molto importante nello sviluppo software ed è qualcosa che chi si occupa di informatica deve sempre considerare anche per permettere all’utente di aumentare il grado di fiducia verso lo strumento che l’utente sta usando, soprattutto quando l’utente condivide dati sensibili. Gli standard di sicurezza, come lo standard ISO/IEC 27001 offrono una serie di “best practice” (buone pratiche) che lo sviluppatore può seguire e adottare per proteggere le risorse informative da minacce di ogni tipo, al fine di assicurare l’integrità, la confidenzialità e la disponibilità, e fornire i requisiti per adottare un adeguato sistema di gestione della sicurezza delle informazioni. D’altro canto, gli utenti, in caso di software certificati ISO/IEC, possono avere la garanzia che determinate contromisure sono state adottate per la protezione dei propri dati.

Dal mio punto di vista, cioè di persona che lavora nel campo dell’informatica, aumentare la fiducia e la confidenza di una persona verso il software da me sviluppato è uno dei miei principali obiettivi. La digitalizzazione di un processo è fatta per lo più per rendere una funzionalità, prima analogica, più semplice, disponibile e accessibile, quindi l’utente deve potersi approcciare con tali strumenti senza paure, ansie e malumori. L’adozione di tecniche di design come la UX, permettono proprio di raggiungere tale scopo. La UX (user experience) si pone proprio l’obiettivo di partire dai comportamenti dell’utente, dai suoi bisogni, dalle sue capacità e limiti per valorizzare il vissuto dell’utente in relazione al prodotto stesso.

Un altro aspetto emerso, in maniera molto forte, confrontandomi con la redazione e con Sara è il tema del linguaggio. E soprattutto su come ogni materia, umanistica o scientifica, abbia un linguaggio specifico, che va capito e compreso. Ad esempio, da parte delle mie interlocutrici mi è stato fatto notare come a volte termini come Algoritmi, Cloud, IoT assumessero a volte un alone di mistero poco chiaro, legato per lo più ad essere parole in inglese, ma anche per la loro natura tecnica. Da parte mia ho trovato difficoltà a capire termini come “simbolico” e “pratica politica” a cui avevo dato un altro significato. Con Sara ci siamo confrontate sul linguaggio e abbiamo notato come alcune definizioni di termini informatici diventassero dei punti di partenza aperti per sperimentare assieme, e alcune incomprensioni iniziavano a sparire. Il linguaggio della pratica calato nell’ambito tecnologico, visto come sequenza di passaggi da fare per compiere una determinata azione, è stato una buona mediazione per entrambe.


Sara. Riprendo ora il testimone io per altre riflessioni sulla tecnologia a partire dalla mia esperienza.


La tecnologia delle procedure

Mi soffermo brevemente sulla tecnologia, che chiamerei delle procedure (per me quelle dell’amministrazione, per altre quelle che riguardano lo Spid, cioè il Sistema pubblico di Identità Digitale, o l’utilizzo delle app come Immuni), e poi sulla tecnologia delle piattaforme di interazione, di incontro, come ad es. Zoom. Due tipi di tecnologia con cui ho dovuto sperimentarmi per lavoro e desiderio di stare in relazione con le altre/i.

All’interno dei processi improntati alla smaterializzazione, che comportano la digitalizzazione (cioè per definizione “la traduzione dei documenti materiali in una sequenza di informazioni digitali ordinate secondo precisi criteri”), in particolare faccio soprattutto riferimento ai servizi web utilizzati all’università in ambito amministrativo. Nell’utilizzarli ho sempre avvertito uno scollamento. All’interno di questi processi digitali, le procedure, cioè le sequenze di azioni da compiere, finalizzate a un determinato obiettivo, sono tutte interdipendenti. Frammenti a sé stanti di un certo processo. Questo significa che non c’è una visione orientata del processo: ogni azione non acquista significato perché anticipatrice o conseguente di un’altra in una significazione più grande. Si tratta di azioni percepite come monolitiche, chiuse in sé stesse, che si determinano e autoalimentano della loro mera efficacia, stando all’interno di quelli che vengono chiamati “gli approcci per funzione”. Porto come esempio le procedure per le richieste di acquisto. Per acquistare un bene o un servizio, tutte le operazioni da compiere avvengono su una apposita piattaforma web integrata chiamata U-GOV. Si tratta di azioni definite “elementari e non scomponibili” dal sistema. Inizio una azione, ad esempio quella che dà avvio alla richiesta di acquisto e, una volta terminata questa azione iniziale, non so come prosegue il processo. So solo che c’è un ordine logico e temporale e qualcuna dopo di me farò un altro pezzo di sequenza, con un’altra azione di cui però non conosco la natura. Porterà a sua volta a un’altra azione in una catena senza connessioni. Il processo allora viene percepito come astratto e questa astrattezza crea frustrazione e anche paura perché non si ha coscienza di ciò che succede. Come dice Maria Zambrano: “una mancanza di visione che ti fa rimanere chiusa”.

Come abitare, con la mia differenza, queste procedure, per stare a mio agio? Come pratica sono andata a conoscere di persona tutte le soggettività che facevano parte di un certo processo amministrativo per capire e vedere con loro quale era la loro azione di procedura all’interno del processo. Così la procedura cominciava a prendere corpo e senso perché sapevo quali erano le persone che continuavano quel pezzo di passaggio che io compivo in solitaria. E si creava una co-azione partecipata, che non era mediata dai manuali o da mail assertive con sterili passaggi da compiere, ma dagli sguardi, dalle parole, dalle difficoltà, dall’esserci di altri corpi. E stando alle richieste di acquisto, ho scoperto che se tutto è digitalizzato nei passaggi, quello finale no. Le richieste vengono stampate e rilegate a mano e conservate in un archivio cartaceo.


Le piattaforme come Zoom

Alcune riflessioni anche riguardo le piattaforme di interazione. Vero che c’era chi usava Skype già molto tempo prima di questa accelerazione dovuta alla pandemia. Ma, per necessità, bisogni e anche desideri diversi, in questo tempo e in modo repentino, molte di noi si sono trovate davanti a un mezzo: quello delle piattaforme di interazione. Necessità di lavoro: continuare le riunioni, organizzare eventi e convegni (io mi occupo di comunicazione a Scienze Motorie dell’università di Verona), per desiderio: gli incontri con il Teatro Popolare, una compagnia di Verona di cui faccio parte. Quest’ultimi sono stati mantenuti da remoto per un tempo lungo, perché c’era il bisogno e il desiderio di non perderci e di mantenere vive le relazioni tra noi. Ovviamente abbiamo trasformato alcune pratiche, mancando la presenza del corpo con il suo movimento nello spazio, è nato il desiderio di esserci in un altro modo: facendo ricerca e approfondendo temi che ci chiedevano voce e parole. La scrittura è stata, ad esempio, una forma preziosa per non perdere quello che stava accadendo e a cui si dava vita con creazioni e improvvisazioni.

Questo rapportarsi alle piattaforme, in ogni caso, è stato la sperimentazione di una cosa nuova con tante incognite: incognite di connettività, di linguaggio e di definizioni imposte da ogni piattaforma che ne caratterizzano preventivamente la fruibilità. Questi software hanno già una profilazione determinata. Come starci? Se pensiamo che Internet era nato come spazio aperto di condivisione, ora ci accorgiamo di discutere su piattaforme gestite da grandi imprese che stabiliscono a priori la profilazione di chi ne usufruisce. Pensiamo solo al linguaggio di alcune di esse: la differenza tra partecipanti e spettatori, la modalità di interazione chiusa o gestita dall’ospite, la manina, non più la mano, da alzare per potere prendere la parola, la chat dove spesso si crea una discussione parallela.

Occorre quindi interrogare il nostro esperirle (una scoperta accelerata, perché si implementano di funzioni diverse ogni altro giorno), mentre esse ci sperimentano. C’è una coreografia già data, come dice Traudel Sattler, in queste piattaforme? Che forma politica di incontro vogliamo dare quando creiamo o partecipiamo a un evento da remoto? E di conseguenza, nell’esserci da remoto che pratiche politiche vogliamo creare per trovare una relazionalità diversa?

Ci sono anche le piattaforme aperte, quelle che non hanno bisogno di licenze, che durano illimitatamente, il loro utilizzo è una scelta politica. L’abbiamo sperimentata con gli incontri di teatro, ma la connessione cadeva spesso. Come mai queste piattaforme non riescono ad essere fruibili?

E poi, una volta finita l’emergenza, cosa ne facciamo di questa competenza acquisita? Il sapere di cui abbiamo fatto esperienza e prova può aprire altre modalità di esserci? Saranno incontri ibridi: presenza contingentata e remoto? Queste sono tutte domande aperte che stanno dentro a un tempo dilatato. Forse come suggerisce Gianna Candolo serve una distanza in quanto è ancora troppo presto per dire cosa abbiamo perso o guadagnato, però porsi domande è interrogare le contraddizioni che viviamo per farne una leva per il pensiero. Con le differenze dei tempi vissuti. Se durante la prima clausura il tempo era un tempo di approfondimento, “un andare a fondo” come dice Luisa Muraro, ora lo vivo come intensificato. E in questa intensificazione, le parole per dire ciò che accade sono diverse; avvertendo un passaggio, sento uno scarto tra il sentire e il linguaggio. Sono alla ricerca di nuove parole per raccontare politicamente questo presente.


Abitare un linguaggio

All’inizio accennavo alla difficoltà di linguaggio tra me e mia sorella. Una difficoltà di capirsi perché l’oggetto dell’analisi è l’informatica che ha un linguaggio neutro, anzi maschile, spesso maschilista, poi c’è mia sorella che è una donna che si è formata all’università, per la maggior parte con uomini, e nella presa di coscienza della sua autorevolezza mette in gioco la sua competenza. Il linguaggio e la conoscenza tecnologica tende ad escludere le donne e la loro competenza, poi però c’è chi con cura le donne le nomina. Io nomino la relazione con mia sorella.

Inoltre, c’è l’inglese informatico che non è quello parlato. È un linguaggio specialistico, è un linguaggio codificato, fatto di glossari e chiavi. E c’è la difficoltà da parte mia di capire alcuni termini.

Francesca, come diceva, parte dalle definizioni, che io cerco di vedere come qualcosa che non mi blocca, e ricorrendo alla metonimia, mi predispongo a riscoprire questi termini in modo euristico in una contaminazione di saperi per creare uno spazio altro che non stia in contrapposizione, ma in contraddizione. 


Una pratica

L’informatica, come dice Valeria Spirolazzi, ha però anche un aspetto esperienziale, è fatta di passaggi e di errori che, compiuti assieme, permettono di abitare questo spazio con un po’ di benessere. Qui gioca l’affidamento a Francesca nell’ottica dell’autorevolezza e della fiducia, in una genealogia capovolta: faccio le cose assieme a lei, vedo con lei quello che succede sullo schermo e dietro, mi appunto, anche in modo scolastico e un po’ pedissequo, ogni passo da compiere. In questo modo viene meno il senso di inadeguatezza e la paura dell’imprevisto che, come dice la mia amica Lucia Vantini, “può rivelare la vita, la qualità della nostra capacità recettiva e responsiva” anche in informatica.

Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 Digitare non è mai neutro, domenica 6 giugno 2021

Sappiamo di vivere in un’epoca di “trasformazione digitale” non perché lo ha proclamato l’Unione Europea, che per questa mette a disposizione ingenti somme. Lo sappiamo perché l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle, in modo particolarmente intenso in quest’ultimo anno.

Da tempo, Via Dogana ha un occhio attento al nostro rapporto con le tecnologie, con l’incontro Ragazze e Algoritmi nel 2016, e La rete è nella nostra realtà. Come starci? nel 2017. Già da questi incontri abbiamo ricavato la consapevolezza che non esiste un’inimicizia tra le donne e il mondo digitale, anzi, esiste un’intensa attività di femministe in rete, e oggi tante donne lavorano con passione in questo settore, sappiamo anche che si è sviluppata una critica femminista all’approccio universale e fintamente neutro delle modalità di progettazione, per esempio degli algoritmi. Ma quando abbiamo intitolato l’ultimo di questa serie di incontri, esattamente due anni fa, Fare di necessità libertà – in rete, non potevamo immaginarci con quale forza si sarebbe imposta la necessità di saper esserci in un mondo iperconnesso, un processo accelerato e condensato dalla pandemia. Si sono aperte molte contraddizioni, come quella messa in evidenza da Ida Dominijanni che diceva: “Il tema si annuncia fra quelli che domineranno il dibattito pubblico del dopo-pandemia, perché da un lato il capitalismo farà dell’investimento tecnologico la principale leva di risparmio dei costi e di intensificazione dello sfruttamento del lavoro, dall’altra le resistenze antitecnologiche assumeranno toni sempre più apocalittici” (L’io alterato, www.libreriadelledonne.it, #VD3, 25 maggio 2020).
Inoltre sono convinta che quest’anno ha lasciato nelle nostre vite segni profondi che vanno ancora indagati e nominati. Se penso solo a come ho vissuto il primo impatto con la didattica a distanza: ero piena di angoscia per la nuova piattaforma e assolutamente scioccata di fronte alle facce tese delle studentesse durante gli esami, riprese a 20 cm di distanza. Mi sembrava una violenza, per non parlare dell’intrusione, tramite la webcam, nelle camere delle studentesse. Con la paura permanente di dare tutta questa umanità in pasto ai Big Data.
E ora? Mi sono resa conto, allarmata, che ho perso quella sensibilità, ho registrato una vera e propria alterazione sensoriale che mi sbalordisce. So che l’essere umano si adatta alle circostanze, ma sono rimasta colpita dalla facilità con cui avviene. Penso che ci vuole una riflessione e una presa di coscienza su che cosa perdiamo. Dov’è la soglia critica che non bisogna perdere di vista? Certo, ho continuato a sentire forte la mancanza dell’interazione diretta in aula, la possibilità di muovermi nello spazio e del poter andare verso l’altro, entrare in contatto con lo sguardo, incoraggiare con un gesto. Ma in ogni modo mi sembra che anche le studentesse e gli studenti, diversamente dall’anno scorso, si siano adattati ai nuovi rituali, anzi sono loro che stanno bene attenti che la lezione venga registrata così come impone l’università. E queste riprese video mi hanno rivelato che ero assolutamente inadeguata alla situazione. Non avevo valutato che stare davanti alla webcam richiede una auto-messa-in-scena: inquadratura, luci, angolatura giusta. Rivedendo la mia faccia talvolta tagliata a metà ho temuto di perdere la fiducia delle e degli studenti e persino l’autorità. Ma il continuo rispecchiarsi nella propria immagine mi toglie la spontaneità e autenticità che caratterizzano l’interazione dal vivo. Questa diffusa mancanza dell’esperienza viva, non solo mia, non poteva non essere intercettata dai produttori di software didattici che si sono precipitati a ricreare le esperienze in presenza, attraverso programmi di scrittura di testi collettivi, giochi, lavori in piccoli gruppi – tutto online. A parte il grande business che si è creato, non li rifiuto per principio: li ho usati anch’io, pur di rompere la comunicazione fortemente monodirezionale. Ma alla fine non rischiano di sostituire la vita in presenza? Me lo sono chiesta quando ho sentito dire: “Perché dovrei pagarmi una stanza per 600 € a Milano mentre posso studiare online da Sondrio?” Oppure: “Perché alzarmi all’alba e fare 80 km sul treno per raggiungere l’università?”


Ho parlato della mia esperienza, ma questa esposizione improvvisa al potere della tecnologia ha investito l’intera impalcatura della vita quotidiana di tutte e tutti: è stato uno shock culturale per chi si è trovato a dover gestire piattaforme e app nuove per affrontare il lavoro da casa, il rapporto con l’amministrazione pubblica, la sanità, le riunioni politiche, persino le relazioni intime. Certo, non è stata una svolta improvvisa in quanto tutti gli strumenti erano già stati predisposti da tempo, il nuovo è costituito dalla loro irruzione capillare. Mentre prima sembrava che ci fossero ancora zone franche si è dovuto registrare che ormai tutti gli ambiti della vita quotidiana erano precipitati nell’immaterialità, e districarcisi è diventata quasi una questione di sopravvivenza. In parecchie ci sentivamo smarrite; c’è anche chi ha espresso un forte senso di inadeguatezza nell’affrontare la propria vita in questo mondo. Una della redazione ha detto: Quando si parlava, nel passato, dell’oppressione delle donne, io non mi sentivo oppressa, adesso invece sì. E un’altra: Ci ho messo anni per sottrarmi al potere e al controllo paterno, ed è proprio per questo che non tollero la sorveglianza!

Per me rimane una questione aperta: Come sottrarsi allo strapotere delle grandi aziende tecnologiche che si prendono il diritto sulla vita degli esseri umani sfruttandoci come materia prima gratuita da cui estrarre dati comportamentali? Dopo aver letto il testo fondamentale di Shoshana Zuboff Il capitalismo della sorveglianza (2019) in me era emersa la paura, poi da allora oscillo tra un atteggiamento di cinica rassegnazione, rimozione e vigile attenzione. Mi manca la misura.
Ho registrato che anche nel dibattito pubblico è aumentata la preoccupazione per la pervasività della sorveglianza (Golpe digitale, un lungo articolo di Zuboff apre la rivista Internazionale n. 1404 del 9 aprile 2021; Algoritmocrazia il titolo dell’ultimo Festival dei diritti umani, 21-23 aprile 2021).
Cresce quindi il senso di doversi difendere, lo suggeriscono le parole che circolano a proposito dello strapotere dei colossi tecnologici: arginarlodelimitarlodifendere la competenza umana. Ma io penso che mettersi sulla difensiva non ci porti avanti. E poi: con quali mezzi? Si procede attraverso leggi e commissioni etiche. Già nel 2018 l’Unione europea aveva formato un gruppo indipendente di esperti per elaborare “Orientamenti etici per un’IA affidabile”, e un mese fa la Commissione ha presentato un disegno di legge per delimitare il campo d’azione dell’IA. Perché l’IA deve essere “etica” e “i cittadini meritano tecnologie di cui possono fidarsi”, ha dichiarato Ursula von der Leyen. Solo che questo disegno di legge deve fare un iter parlamentare, i regolamenti vanno adottati dagli stati membri e io temo che quando sarà diventato legge, sarà già obsoleto. E la fiducia che si augura la presidente della Commissione, dubito che si produca.
Più efficaci si sono rivelate le esperienze di lotta nel settore della logistica dove le lavoratrici e i lavoratori, come i Rider oppure i dipendenti Amazon, hanno imposto la misura del corpo umano contro il regime imposto da algoritmi impostati a loro volta da chi mira solo alla velocizzazione e all’aumento del profitto.
Inoltre, l’imprescindibilità dei corpi e della loro presenza è stata messa in luce in particolar modo anche da studenti e studentesse che hanno chiesto di tornare a scuola perché le lezioni online erano alienanti e lasciavano fuori una parte centrale dell’esperienza viva.

Tutte e tutti abbiamo quindi alle spalle più di un anno di esperienze in questi ambienti virtuali, e si pongono interrogativi anche per la pratica politica: qui in Libreria si sono spostate online le riunioni del sito, gli incontri di Via Dogana, presentazioni di libri e discussioni. Abbiamo partecipato a innumerevoli webinar e conferenze online. Tutto questo ci ha permesso di non interrompere le nostre attività regolari, le discussioni, la scrittura, la selezione e pubblicazione di testi. E voglio sottolineare come si è confermata, in questa esperienza, l’importanza della parola scritta nella pratica politica. Gli incontri online invece ci hanno permesso di allargare lo scambio a donne e uomini che stanno fisicamente lontano. Abbiamo visto guadagni e limiti e abbiamo sentito anche valide argomentazioni contrarie: è nato un acceso dibattito. Siamo consapevoli che zoom e altre piattaforme sono ben più che strumenti di comunicazione, ma ambienti che incidono sulla nostra percezione della realtà e sulla nostra autopercezione. Dico solo: quando mai nella vita in presenza, ti rispecchi in continuazione mentre parli con altri/e?
Invece tanta invenzione nella pratica del movimento delle donne si è basata sullo specchiarsi nell’altra, sulla frizione del corpo-a-corpo che ha messo in luce la necessità di un terzo, di una mediazione che spesso ha preso la forma di un progetto materiale.
Possiamo trovare nuove mediazioni anche nell’incontro virtuale?
Tanta invenzione è anche nata dall’irrompere dell’imprevisto, dall’eccedenza, di una parola mai sentita prima.
Per come l’ho vissuta io, la coreografia programmata della conferenza zoom questo non lo permette: si interviene per alzata di mano o prenotandosi via chat; chi gestisce l’incontro ha il potere di dare e di togliere la parola. E non basta: ora constatiamo che sono proprio loro, le più giovani e tecnologizzate che hanno scommesso sulla pratica politica in rete e l’hanno portata avanti con passione, coinvolgendo altre, a essere assorbite dalla gestione tecnica degli incontri, che sembra ridotta a un servizio, e così rischiamo di perdere il meglio del loro spessore politico.


Di queste contraddizioni e interrogativi discutiamo oggi con Sara Bigardi di Diotima, che cura insieme a Diana Sartori la rivista online Per amore del mondo. Il taglio della differenza. Sara è presente con sua sorella Francesca, una giovane informatica.


Domenica 6 giugno 2021, ore 10.00-13.30


L’incontro si svolgerà online attraverso un collegamento su Zoom. Per prenotarvi scrivete a: info@libreriadelledonne.it (indicando nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 6 giugno 2021”). La sera prima riceverete il link per partecipare.


La tecnologia informatica e gli scambi in rete hanno subito in quest’ultimo anno un’accelerazione mai conosciuta prima, che, aggiunta alla pandemia, ha investito l’impalcatura della nostra vita quotidiana: lavoro, scuola, salute, scambi politici e relazioni. Il processo era già in atto da molto tempo, ma in forme meno pervasive: sembrava che ci potessero essere ancora zone franche. Ora ne dubitiamo. Conflitti e contraddizioni del digitale che si erano delineati ben prima della pandemia, si sono acuiti, e poco potranno fare leggi e comitati etici per arginare la pervasività dei sistemi di raccolta dati. Più efficaci sono state le esperienze di lotta come quelle contro il dominio degli algoritmi nel settore delle consegne. L’imprescindibilità dei corpi e della loro presenza è stata messa in luce dalle studentesse e dagli studenti che manifestano per il ritorno in aula.

E tra noi? Alcune si sono adeguate perché non avevano scelta, altre in questo cambiamento vedono un’opportunità, altre non ci stanno. Tutte e tutti abbiamo dovuto comunque misurarci con un anno di relazioni a distanza e con il peso dell’assenza del corpo negli scambi. Eppure, dicono alcune, gli incontri on-line ci hanno permesso di approfittare della rete per pensare insieme a donne e uomini fisicamente lontani con cui non avremmo potuto parlare altrimenti.

Su tutto questo sentiamo la necessità di interrogarci, a partire dalla nostra esperienza, dalle perdite e dai guadagni. Come la tecnologia informatica ha cambiato noi e il mondo? Qual è l’impatto sulle pratiche politiche? 


Introdurranno Sara e Francesca Bigardi con Traudel Sattler

La pandemia di Covid 19 ha dato un ulteriore colpo al ribasso alla politica di rinnovamento intrapresa da alcune realtà maschili o da singoli uomini che nel tempo avevano guardato con interesse alla differenza femminile come a un bene per sé.

E un colpo al ribasso lo ha dato anche a quella politica di uomini e di donne che avevano messo in moto scambi e conflitti costruttivi tra loro in una pratica che abbiamo chiamato relazioni di differenza «per mettere fine al dualismo per cui la politica delle donne sarebbe una politica accanto a un’altra, detta maschile o neutra, e dare luogo a una vera politica della differenza sessuale», così come dice e scrive Lia Cigarini nel suo intervento all’incontro di Via Dogana 3 del 18 aprile 2021 scorso, La politica delle donne è politica, riferendosi al numero cartaceo di Via Dogana del 1991 La politica è la politica delle donne.

Ancora Lia Cigarini nel suo intervento fa riferimento, criticandolo, al concetto di parzialità applicato da parte maschile all’essere donne, nell’intento di estrometterle insieme alle loro elaborazioni e alle loro pratiche dal contesto decisionale neutro rivolto a ciò che ci circonda e stringendole all’angolo della scena politica così da ridurre, insieme al protagonismo femminile, la loro sfera d’intervento e d’interesse agli aspetti riguardanti le donne. A tal proposito si veda, ad esempio, come alcuni uomini di realtà politiche con cui Città Felice ha collaborato avrebbero preferito, che, in merito alla sorte degli edifici e degli spazi verdi degli ospedali dismessi di Catania, noi ci occupassimo solo di porzioni ospedaliere da adibire ad uso abitativo per donne senza tetto o vittime di violenza, invece di intervenire nel contesto generale e di far valere le nostre visioni in merito alle destinazioni d’uso degli spazi, o di proporre a donne e uomini delle varie realtà interessate di assumere modalità relazionali per prendere decisioni o per mettere a fuoco le proposte da esporre alle istituzioni cittadine. Posizioni più aderenti al nostro sentire sono state invece assunte da uomini che non fanno parte di realtà di sinistra strutturate.

Ritornando all’arretramento della politica della differenza maschile, non sono pochi gli aspetti dai quali si può dedurre un allontanamento di parecchi uomini dal quel percorso di ricerca nel quale si erano riconosciuti, così come l’allontanamento dalle relazioni di differenza che alcuni avevano intrapreso con donne. Alcuni di questi aspetti ho potuto riscontrarli a malincuore nei rapporti politici che avevo instaurato da tempo con uomini di realtà politiche con cui collaborava La Città Felice e che, a mio avviso, sono peggiorati anche a causa della pandemia che da un anno ha costretto tutti e tutte a forme di distanziamento fisico e relazionale in cui si è cercato di supplire agli incontri in presenza con forme di scambi informatizzati. Parlo ad esempio dell’adesione di alcune realtà catanesi e non solo (ne hanno fatto parte da subito anche alcuni uomini di Maschile Plurale) alla rete “La società della cura”, promossa da Attac e da altre realtà della sinistra antagonista come centri sociali e donne della quarta ondata femminista, e della pressione esercitata da loro nei nostri confronti affinché ne facessimo parte, visto che avevamo mostrato perplessità riguardo all’uso superficiale della parola “cura” che non teneva conto del suo essere un principio trasformativo politico, risultato di anni di elaborazione femminista.

In seguito ai conflitti e ai malesseri scaturiti dalla nostra mancata adesione alla “Società della cura” si sono susseguite altre manifestazioni che mi/ci hanno portate a rivedere l’autenticità di certe relazioni e a riconsiderare il desiderio di relazioni di differenza da parte di alcuni uomini con i quali erano intercorsi in un passato non troppo lontano legami politici. Ne è venuto fuori che alcuni ritengono l’utero in affitto una possibile pratica da normalizzare per andare incontro al desiderio di maternità-paternità di uomini gay… Oltre che appoggiare il disegno di legge Zan ovviamente. Che altri stanno considerando insieme a partiti e sindacati la realizzazione di strutture protette dal punto di vista logistico e sanitario per consentire la “libera” attività di “sex-work” (libera cioè, a loro dire, dallo sfruttamento dei protettori), garantita da assistenza mutualistica, sindacale e pensionistica, con buona pace della legge voluta dall’inarrestabile senatrice Lina Merlin.

In questa situazione di crescente disagio per il deterioramento dei rapporti politici con alcuni uomini, nell’ultima parte del suo intervento Lia Cigarini, ideatrice e sostenitrice della pratica politica delle relazioni di differenza tra donne e uomini, avanza una proposta per sbloccare la situazione. Lia ci invita a guardare alla mediazione della relazione materna come possibile mediazione con gli uomini così come essa è diventata, insieme alla genealogia femminile, la figura simbolica che ci ha dato forza nel procedere tra donne. La mediazione della relazione materna potrebbe costituire l’elemento di fiducia nei rapporti tra donne e uomini e rendere più fluida e sincera la relazione. Sul finire dell’intervento Lia Cigarini riporta la frase di un cantante celebre che durante il periodo del MeToo fece chiarezza più di tanti discorsi: «Se hai un sano rapporto con la madre rispetti le donne».

Su questo punto siamo concordi (io e le amiche della Città Felice di Catania con le quali a giorni discuteremo del libro Il luogo accanto: Identità e Differenza, una storia di relazioni di Teresa Lucente) e vogliamo “approfittare” della proposta di Lia Cigarini per procedere nella pratica e nella ricerca di nuove relazioni di differenza mettendo al centro la possibilità della “mediazione della relazione materna”.


Lia Cigarini indica in tre citazioni i passaggi che sono a suo parere importanti nella storia della politica della differenza e io volevo riprendere le affermazioni del gruppo del Martedì della Camera del Lavoro di Brescia nel testo pubblicato nel Sottosopra intitolato “Filo di felicità” (1989).

La mia pratica politica il sindacato è riassumibile nelle parole citate: «Noi non abbiamo rivendicazioni o richieste da avanzare nei confronti del sindacato. Noi vogliamo essere il sindacato di donne e uomini, il sindacato che tiene presente la differenza sessuale a tutti i livelli».

Con altre donne, in conflitto con le scelte dell’organizzazione sindacale e diversamente dal femminismo rivendicativo, non ho accettato di ridurre la differenza sessuale a un semplice calcolo matematico, a un riequilibrio di presenza.

Non ho chiesto spazi nei quali farmi confinare in una condizione di debolezza né ho chiesto risarcimenti ma ho provato a muovermi con e in libertà.

Oggi, a differenza del dicembre del 1989, non trovo difficile analizzare come nasca la forza perché so che nasce dalla relazione con altre donne, dentro e fuori il sindacato, e ho guadagnato forza e sapere dal femminismo della differenza, ne ho esperienza, ne ho fatto tesoro.

Questa premessa però non risponde alle domande degli interventi di Lia Cigarini e di Vita Cosentino.

Io sono nel sindacato – la Cgil – da molti anni e, con maggior o minore efficacia a seconda dei momenti e dei periodi, ho ricoperto ruoli di responsabilità e di direzione per il mio sindacato, ho svolto e svolgo un lavoro di contrattazione con le controparti.

Ho lavorato e lavoro con molte donne con le quali realizzo ogni giorno buoni risultati per donne e uomini, risultati qualche volta riconosciuti e altre volte no.

Molte di loro non si dichiarano femministe, forse lo sono o forse no, ma io vedo che nelle loro scelte e «nella realtà sociale che pensano e organizzano» emerge autonomia, autorità e libertà femminile. Non è un’esperienza solo mia perché sempre più spesso le abbiamo incontrate sulla scena pubblica; le donne sono ovunque e ad ogni livello e con la pandemia ce ne siamo davvero rese conto.

Sono convinta che hanno preso consapevolezza e forza dal femminismo, che non hanno l’ideale di diventare uguali agli uomini e che mettono in gioco, più o meno consapevolmente, la differenza femminile.

Vedo e so che hanno molta competenza e sapienza del mondo e hanno strategie e pratiche per non soccombere nel rapporto con gli uomini, per «tenere insieme vita e politica, corpo e mente».

Si districano nei rapporti e fanno i conti con i sentimenti, l’amore e la solidarietà ma anche con quelli che provocano sofferenza come la rivalità, l’invidia, l’isolamento.

La fatica, che riconosco, è sostenuta dalle relazioni che rendono praticabile questa scommessa ed è ripagata dai risultati concreti, ma soprattutto è la fatica necessaria per rispondere al loro desiderio di fare quello fanno.

Forse è necessario discuterne: queste esperienze le conosciamo? le vediamo? ci sono utili?

A me sembra di sì, sembra di aver guadagnato competenze e capacità ma soprattutto di aver guadagnato, in relazione con queste donne, libertà nel mondo con le mie compagne e con le donne che sono dall’altra parte del tavolo di trattativa. Non solo, sono convinta che molte volte, tante, abbiamo pure fatto le cose per bene per tutti, certo dentro un quadro realistico di quello che, secondo noi, era possibile fare.

Vita Cosentino nel suo intervento offre questa opportunità e ci dice che dalla pratica politica del movimento di autoriforma abbiamo un guadagno per tutte e per tutti perché si può agire in qualunque luogo ci si trovi «il massimo di autorità con il minimo di potere».

La discussione sul potere e i danni che provoca riguarda tutti gli ambiti della vita, pubblica e privata, non solo la politica o il sindacato. Il meccanismo del potere, delle burocrazie che soffocano e sovrastano gli scopi, si ripete in ogni struttura organizzativa, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende; sono convinta che le burocrazie hanno limiti e colpe in ogni ambito, ma ci sono e si riproducono con una forza che ad ogni giro aumenta. Serve discuterne perché la politica, per avere senso, non può esaurirsi in lotta per il potere e per la distribuzione delle cariche, ma deve migliorare la condizione delle donne e degli uomini. Deve trovare le migliori soluzioni possibili, portare a casa risultati, non deludere; deve svolgere un faticoso lavoro di mediazione che non consente scorciatoie e richiede capacità di relazione e tanta concretezza. Sono cose che sappiamo fare bene se conosciamo il luogo del nostro agire ma nonostante questo sapere possiamo trovarci, e spesso ci troviamo, nei pasticci.

Come stare quindi con le nostre pratiche nella realtà di quello che accade intorno a noi, in qualunque luogo ci si trovi ad agire? La mia risposta alle domande poste da Lia Cigarini e da Vita Cosentino è che per rendere evidente e far emergere con forza che la politica delle donne è politica ci serve pensiero e pratica politica.


Qualcuno si è sorpreso e forse ha persino storto il naso quando il libro di Alain Touraine del 2006, “Le monde des femmes”, è stato pubblicato in italiano, tre anni dopo, come “Il mondo è delle donne”. Questa traduzione non del tutto letterale del titolo aveva potenti ragioni simboliche dalla sua, la prima delle quali era evitare che il discorso di Touraine fosse ingabbiato nello schema, che in effetti gli era in gran parte estraneo, secondo cui accanto al mondo degli uomini sarebbe l’ora di riconoscere l’esistenza di un mondo delle donne.

È lo stesso schema da cui, in questo numero di Via Dogana (primavera 2021), ci mette ancora una volta in guardia Lia Cigarini richiamando e sviluppando un’istanza che ha sempre guidato il pensiero della differenza: la politica delle donne non completa, non integra, non arricchisce e non si affianca alla politica degli uomini, ma le chiede di trasformarsi e di rimettere in questione i suoi assunti per divenire capace di una più profonda e più giusta civiltà. Naturalmente, questa idea vale perché con “politica delle donne” non si intende qualunque politica fatta da un essere umano di sesso femminile, ma una politica orientata da quell’amore per la libertà femminile, la cui essenza più profonda è l’amore femminile per la libertà e le sue condizioni di possibilità, tra cui un mondo vivibile per tutte le creature. In effetti, il libro di Touraine può esser letto come un’indagine su tutte le invenzioni pratiche e i contesti relazionali in cui questo amore femminile per la libertà si sviluppa e cresce, scoprendo anche le sue condizioni di possibilità e di ulteriore evoluzione. 

Ciò nonostante, come dicevo, qualcuno non ha apprezzato il titolo italiano. Al di là del richiamato dovere di restare fedeli alla letteralità, a cui è fin troppo facile opporre il più profondo dovere di tener conto del contesto per non tradire o compromettere fin dall’inizio la comprensione dello spirito del libro, quali motivazioni possono stare dietro un certo scontento maschile di fronte a formule come “il mondo è delle donne”, ma anche “la politica è la politica delle donne” (celebre titolo del primo numero di Via Dogana, del 1991)?

Qualcuna risponderà che gli uomini non vogliono sentire ciò che quelle formule fanno valere e cioè appunto che tutto cambia e ha da cambiare quando entra in scena la libertà femminile (o, con una formula più difficile ma importante, la libera significazione della differenza femminile), per cui non basta stringersi un po’ affinché anche tale libertà possa trovare posto, sulla stessa panca. 

Credo che sia una risposta parziale, che misconosce un punto molto rilevante. Per cercare di farlo vedere ho bisogno di compiere tre mosse. La prima mossa mi sarà facilmente accordata: nel momento in cui si dice, ad esempio con Clarice Lispector, “tutto il mondo dovrà cambiare” (“affinché io possa esservi inclusa”) è comprensibile che agli uomini sorga la domanda: “E noi?”. Questa domanda può sì prendere la forma: “Che ne sarà della nostra precedenza?” oppure la forma: “Che ne sarà del nostro potere?”, ma può anche significare: “Quale sarà il mio nostro posto in questo mondo nuovo?”, una domanda che tradisce chiaramente un’inquietudine che dovrebbe essere espressa piuttosto così: “Ci sarà un posto per noi in quel mondo?”. Ora, le prime due formule vanno effettivamente combattute e lo sono state: alla prima si è fatto osservare (ad esempio da Luce Irigaray) che quella precedenza, nonostante fosse alla base dell’ordine patriarcale, derivava dalla cancellazione di una precedenza ancora più originaria, per cui va semplicemente lasciata cadere come illegittima. Alla seconda formula, il movimento delle donne ha risposto invitando a liberarsi dall’incantamento verso il potere o almeno a interrogarlo per scoprirne le radici e coltivarle in maniera diversa, meno mortifera per le donne, per la natura, ma anche per la stessa creatività e felicità maschili. E alla terza formula, invece, quella in cui gli uomini si chiedono quale sarà il loro posto, se ce ne sarà uno, nel mondo messo al mondo dalla libertà femminile, cioè nel mondo in cui il figlio maschio non è più per diritto il preferito, a questa terza domanda che cosa è stato risposto? 

Qui devo introdurre la seconda delle tre mosse annunciate, quella che per tanto tempo è stata la mia ultima mossa – lo è stata da quando ho cominciato ad occuparmi del pensiero della differenza e del suo significato per il lavoro teorico e pratico della filosofia. Questa mossa serve a spiegare perché è giusto e in un certo senso necessario che non siano le donne a rispondere alla pur legittima domanda degli uomini sul proprio posto. Questa non risposta è una conseguenza della pratica del partire da sé e del significato che le viene riconosciuto all’interno dello stesso discorso teorico del pensiero della differenza. L’idea è che non possano essere che gli uomini, partendo da sé e dunque praticando la parzialità, a prendere parola sul loro possibile posto, o meglio, sul loro desiderio e su ciò che del loro desiderio gli pare irrinunciabile nelle relazioni con gli altri e innanzitutto nelle relazioni con la libertà femminile. 

Questa conseguenza deriva direttamente dall’affermazione capitale secondo cui i sessi sono due, affermazione che, diventa ogni giorno più urgente ribadirlo, non serve a contare e dunque a dire che non sono tre o quattro, ma serve a sottrarsi ai dispositivi concettuali e pratici dell’uno. Tale sottrazione, tuttavia, può essere intesa in due modi. Nel primo caso, come abbandono del tema dell’universale in quanto sarebbe inseparabile dal monologo dell’uno e dunque in quanto in realtà non sarebbe altro che uno strumento inventato dal sesso maschile per legittimare il sopruso della sua precedenza. Nel secondo caso, invece, il pensiero della differenza, nel sottrarsi all’uno, non cede sull’universale bensì complica l’accesso ad esso: viene barrata la possibilità di parlare immediatamente a nome dell’universale, quella possibilità che invece gli uomini hanno sempre attribuito a se stessi (la attribuivano all’essere umano, all’homo, per poi aggiungere che le donne, di tale essere umano, erano una realizzazione imperfetta per cui quella possibilità non era davvero aperta anche per loro – e se lo era, lo era solo previa cancellazione della differenza attraverso quell’altra figura neutralizzante che è l’individuo). L’universale diventa ora la mediazione, ossia, ciò cui è, forse e mai definitivamente, possibile accedere attraverso il confronto con gli altri e le altre, ossia praticando il partire da sé in uno spazio che si riconosce abitato anche dagli altri.

Questa seconda maniera, per me la più profonda, di collegare la differenza sessuale e l’universale, invece di fare di questo un mero strumento ideologico maschile, è l’unica che dà necessità al confronto tra i sessi (cioè che fa sì che la libertà di ciascun sesso non sia un chiudersi su di sé, praticando solo relazioni monosessuate). Ancor più profondamente, è l’unica che permette di distinguere tra il conflitto, cioè il fronteggiare l’altro sesso senza dare per scontata la complementarità finale dei desideri o degli interessi, e la guerra (dove si ammette la possibilità, se non l’ideale, di levare di mezzo l’altro). Per ciò che, con Irigaray, sto chiamando l’universale, si possono anche trovare altri nomi, l’importante è conservare la complicazione del discorso portata da questo elemento. Per come lo intendo, è ciò che Cigarini chiama “l’orizzonte (o la scommessa) più grande” e che le consente, ragionando a partire dal fatto che i sessi sono due, di riferirsi sempre anche alla giustizia.

Ora, se vale tutto questo, allora in effetti gli uomini non possono aspettare dalle donne, neppure dalle maestre, la risposta alla domanda: “Che ne è della nostra libertà quando la libertà femminile entra in scena?”. La risposta non può che venire dal partire da sé e dal libero scambio con le donne.

Come dicevo, per un certo numero di anni mi sono fermato qui, a queste due mosse, quella che mostra che l’affermazione della libertà femminile chiede (e comincia a generare) una trasformazione del mondo e quella che mostra che è giusto non cercare in quell’affermazione una risposta alla domanda degli uomini intorno alla trasformazione della loro libertà e alla verità del loro desiderio. Da qualche tempo, però, mi sono convinto che occorra aggiungere una terza mossa così da poter ragionare meglio su una certa impasse maschile a raccogliere la sfida portata dalla libertà femminile. Alla base di questa terza mossa c’è il rilevamento di una cosa evidente cui però non avevo mai prestato attenzione: se è vero che non spetta al femminismo della differenza determinare come gli uomini debbano o possano concretamente abitare lo spazio comune, è vero altresì che le formule che ho citato all’inizio, “il mondo è delle donne”, “la politica è la politica delle donne” ecc., non sembrano lasciare uno spazio alla risposta maschile, né tantomeno testimoniano un interesse verso tale risposta. Forse quei millenni di assenza delle donne dalla storia, di cui parla Carla Lonzi, sono millenni in cui si è accumulata in loro una tale sfiducia nei confronti di una libertà maschile non prevaricante e dunque di una creatività generativa da parte degli uomini, che oggi le donne, pur non parlando per l’altro sesso, non sono neppure inclini ad attendere le sue parole. Le donne vanno per la loro strada e quando finalmente gli uomini avranno smesso di ritirare fuori vecchie formule, si vedrà.

È un atteggiamento che si può ben capire, ma sta di fatto che agli uomini fa un effetto paralizzante. Perché? La mia ipotesi è che ingeneri un’ansia da prestazione, oltretutto raddoppiata dal fatto che la prestazione in questione non corrisponde a nessuna delle due che in quei millenni sono state messe a punto e cioè la seduzione di lei e il primeggiare nella gara virile con gli altri.

Per non farsi paralizzare da quest’ansia, la via lunga è quelli dell’analisi della differenza maschile e dell’allentamento delle sue meccaniche. È una via che si ispira al metodo dei gruppi di autocoscienza e che ha molte altre ragioni a suo favore, ma che per me come per altri ha un difetto che ce la rende impraticabile: obbliga a trascorrere davvero troppo tempo solo con altri uomini. Esiste un’altra via, più breve, per imparare e inventare una nuova pratica della libertà maschile all’altezza dell’amore femminile per la libertà e per le sue condizioni di possibilità? Io credo di sì, ma per spiegare a che cosa sto pensando, devo richiamare un ragionamento che Luisa Muraro ha sviluppato agli inizi degli anni ’90 in un articolo, “Differenza maschile e superiorità femminile”, che è stato ripubblicato nella nuova edizione delle sue Tre lezioni sulla differenza sessuale (Orthotes 2011) – in effetti la stessa idea è ripresa in maniera più sintetica ma anche più esplicita proprio nella parte finale della terza lezione.

Muraro prendeva le mosse dall’osservazione, fatta da Clara Jourdan, a proposito dell’invisibilità della differenza maschile agli occhi degli uomini: gli uomini hanno desideri e bisogni simbolici che non riconoscono né raccontano e che tuttavia condizionano i loro comportamenti. La differenza maschile non consisterebbe solo in quei particolari desideri e bisogni, ma anche nell’apparente impossibilità maschile di prenderne atto. La difficoltà degli uomini a riconoscere la propria parzialità, al di là delle semplici formule a buon mercato del pensiero dialogico (“questa è solo la mia opinione”, “secondo me”, “potrei sbagliarmi” ecc.), era ricondotta da Muraro a un’insicurezza simbolica che innanzitutto viene nascosta e poi sottoposta a una gestione mascherata che consiste, da un lato, nella gara virile e, dall’altro, nel disprezzo verso le donne e il femminile. In alternativa a questa seconda forma di gestione, che non dà vera misura, e a quell’altra che vorrebbe tirar le donne dentro la competizione con la scusa che sono anche loro degli individui, Murano proponeva di attribuire alle donne una superiorità. Precisava che tale proposta è da intendersi come l’introduzione di una sorta di regola di grammatica. Insomma, non è che Muraro allineasse i motivi di questa presunta superiorità per convincere gli uomini a prenderne atto: offriva piuttosto delle ragioni per adottare questa regola simbolica. Si tratta di una idea che mi ha subito parlato: grazie alla sua rivendicata formalità, ho sentito che ci sgravava da una fatica senza fine. Fare propria quella regola, tra le altre cose, significa accettare che il nostro è il tempo o il mondo delle donne e invece di preoccuparci che sia garantito per noi uomini un posto simbolico, provare a esserci, avendo fiducia che questo non apparirà alle donne come un motivo per rimetterci in riga e ricondurci a ruoli troppo stretti.

E così a questa regola quasi grammaticale della superiorità femminile ho continuato a pensare. Ho capito ad esempio che adottarla non coincide ancora col riconoscere autorità a una donna, tuttavia, rende possibile tale riconoscimento eliminando quell’ostacolo preliminare che è il disprezzo per l’altro sesso. Più di recente, ho inoltre capito un’altra cosa su cui vorrei concludere perché può aiutare a correggere un certo sbilanciamento che ho riscontrato nella conclusione del già citato contributo di Lia Cigarini per questo VD. 

Dopo avere decrittato l’attuale disordine (il disorientamento, l’inefficacia e l’ingiustizia) della politica (maschile) come un “narcisismo sempre più sfrenato” di uomini che “non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità che era divenuta necessaria”, Cigarini avanza l’idea che la relazione materna, che è divenuta, grazie al femminismo, “figura di mediazione tra donne”, possa portare ordine simbolico anche nelle relazioni degli uomini con le donne. Per sviluppare questa idea, però, cita anche un famoso cantante che pare abbia detto che se si ha un sano rapporto con la madre, allora poi si rispettano le donne. Ecco è questo sviluppo che mi pare debole. Il cantante in effetti sembra ignaro di quel che ci ha insegnato Freud sulla sessualità maschile e “la più comune degradazione della vita amorosa”: perlomeno un certo amore per la madre (che si trasferisce poi sulla madre dei propri figli) è del tutto compatibile con il disprezzo verso le donne del desiderio. Per questo, non basta invitare o richiamare gli uomini all’amore e alla riconoscenza verso le loro madri per portare ordine simbolico nei loro rapporti con l’altro sesso. Semmai, sarà un rinnovato rapporto con le donne a correggere e a rendere meno parziale l’amore per la propria madre. Ma allora torniamo al punto di partenza: come incamminarsi verso un rinnovato rapporto con le donne?

Prima ho mostrato come tale domanda vada tradotta in quest’altra: che cosa può significare concretamente adottare la regola grammaticale della superiorità femminile? Ora Cigarini suggerisce che la risposta debba dare un posto importante alla relazione con la madre come figura di mediazione tra donne. Penso che abbia ragione, ma con questa aggiunta: la relazione alla madre cui gli uomini devono imparare a dare riconoscimento simbolico non è solo quella con la loro madre, ma prima ancora quella delle donne alla propria madre. È questa la relazione con la madre che il patriarcato ha rimosso (lasciandole giusto lo spazio di una trasmissione di competenze misconosciute nella loro importanza) ed è dunque questa la relazione cui non abbiamo imparato a riconoscere valore. La prima volta che ho colto, come in un’intuizione, questo punto, l’ho formulato scherzosamente così: l’ordine simbolico della madre diventa per gli uomini innanzitutto l’ordine simbolico della suocera. È uno scherzo perché le donne con cui dobbiamo imparare a relazionarci non sono solo le nostre mogli o compagne. Tuttavia, è uno scherzo serio perché tutti (persino il Papa) ci permettiamo di fare ironia sulle suocere. Questa ironia, tanto banale quanto tenace, si radica forse sulla nostra difficoltà di accettare che la libertà femminile viene davvero al mondo quando riconosce di avere una fonte e una misura che non sono gli uomini.

Ecco, dunque, la domanda che ci aiuta a vedere a che punto siamo arrivati nell’invenzione di mediazioni per dare autorità a una donna e, in generale, per entrare in relazione con la libertà femminile: quanto siamo capaci di farci da parte affinché quello spazio di riconoscenza e contrattazione femminili, chiamato ordine simbolico della madre, possa generare i suoi effetti trasformativi in questo mondo che è innanzitutto delle donne?

Nomadland, il film di Chloé Zhao, indiscusso vincitore di premi nei festival, dal Leone d’oro a Venezia ai Golden Globe, dai Bafta Film Awards inglesi fino agli Oscar, solo per citare quelli più famosi, nasce da una forte relazione di fiducia e da una stretta collaborazione fra la regista e la sua protagonista, l’attrice Frances McDormand.

All’uscita del libro Nomadland (2017) della giornalista Jessica Bruder – un’inchiesta sulla vita degli americani “nomadi” durata più di tre anni e quindicimila miglia di guida su un camper, da costa a costa, dal Messico al confine canadese – Frances McDormand comprò i diritti per la realizzazione di un film che affidò a Chloé Zhao di cui aveva apprezzato i precedenti lavori e in particolare il film The Rider (2017), storia di un giovane cowboy della tribù dei Lakota che vede infrangersi il suo sogno a causa di un incidente.
In un’intervista sul Venerdì di Repubblica del 9/4/21 Cloé Zhao così racconta: “Francis non mi ha soltanto scelto, ma mi ha aiutato con la sceneggiatura e ha coinvolto nel progetto alcuni suoi amici, come David Strathairm – unico attore professionista oltre McDormand – che interpreta un altro bastonato dalla vita”.
Fern, il personaggio-guida del film, è una sessantenne che dopo la morte del marito e la perdita del lavoro è costretta ad abbandonare la casa in cui aveva felicemente vissuto e la sua cittadina, Empire nel Nevada, come migliaia di altre vittime della grande recessione del 2008 e della crisi dei mutui subprime. Si compra un van, non certo di prima mano, che battezza “Vanguard” e arreda con le cose a lei più care e si mette sulla strada, lasciando il resto dei suoi pochi beni in un deposito.
Lavora saltuariamente percorrendo migliaia di chilometri all’anno, spostandosi da uno stato all’altro. Nel suo viaggio incontra persone come lei “nomadi”: vivono di lavori precari e si portano addosso storie dure, vite difficili che a volte sono disposte a raccontare attorno ad un fuoco, in uno dei tanti luoghi dove sostano e si scambiano notizie e oggetti creando relazioni di aiuto reciproco.
Nell’impianto del film è da sottolineare l’accurato lavoro di scrittura e di montaggio di Chloé Zhao per assimilare e armonizzare la storia di Fern, personaggio di fantasia, alle storie vere delle/i nomadi che il film vuole raccontare. Ecco Linda May che recita se stessa affiancando Fern come compagna di lavori precari. Anche lei si è ritrovata sulla strada, dopo una vita trascorsa a lavorare, con una pensione che non le permette la sopravvivenza. Oppure Swankie che insegue il suo ultimo desiderio compiendo un viaggio alla ricerca della bellezza e del contatto con una natura che sente generosa e miracolosa; oppure Bob Wells, un predicatore, per il quale il viaggio è una missione, un mettersi al servizio degli altri bisognosi come incessante ricerca di rincontro con il figlio suicida, per mantenerne viva la memoria.
Lo sguardo della regista si sofferma con frequenti primi piani su questa umanità sofferente, ma anche piena di energia, di forza e di dignità; un’umanità buttata fuori dalle crepe, dai buchi del capitalismo che in una paurosa contraddizione continua a produrre beni e creare bisogni, ma come un mostro distruttivo, è incapace di soddisfare quelli primari: una casa, il lavoro, la salute.
È un film che racconta dello smarrimento delle persone, del non sentirsi parte di un qualcosa, del non avere radici. Sentimenti che la regista stessa conosce bene e qui il racconto si fa personale, sulla propria pelle. Nata a Pechino, ha studiato a Londra e a New York, dove vive, ma preferisce i grandi orizzonti che la fotografia del film riproduce splendidamente, i grandi spazi di pianura del Sud Dakota delle comunità degli indiani Sioux, dove ha vissuto per parecchio tempo, trovando un contatto con la natura che mai prima aveva vissuto.
I paesaggi attraversati da Fern nel suo viaggio, raccontano questo bisogno, suo e delle/i nomadi. Dal Nevada alle Badlands del Sud Dakota, dal Nebraska all’Arizona fino ad arrivare all’oceano in California e giocare con le onde o abbracciare le millenarie sequoie di S. Bernardino, il viaggio diventa una necessità, un ritrovarsi, un ricongiungersi con il sé, con i pezzi della sua vita: labambina audace e determinata di un tempo, la vita vissuta felicemente con Bo e la sua perdita. Un ritornare al proprio passato per poi definitivamente lasciarlo andare per buttarsi nel presente, in
quella vita nomade che ormai è la sua.
Un’indimenticabile ritratto di donna in cammino per necessità ma non solo. Voglia di libertà, di orizzonti più ampi, senza confini né limiti, fuori dai disastri della società dei consumi, dell’apparenza e dei falsi bisogni.
Come i suoi paesaggi aridi e pietrosi il film si mostra essenziale nei dialoghi, scarni, e forte nelle emozioni poco raccontate: uno sguardo, un gesto, un atteggiamento bastano.
Tutto questo la regista me lo ha trasmesso intensamente insieme al rispetto e all’empatia per quel mondo e i suoi personaggi.

Nella riunione di VD3 di domenica 18 aprile ho consentito con la visione di Lia Cigarini sulla politica della differenza come politica unica, di donne e uomini, con la mediazione – che il femminismo ha rafforzato con la relazione tra la madre e la figlia – che la madre esercita con il mondo degli uomini. Spero di avere capito bene.

In effetti le donne hanno padri fratelli mariti e figli (maschi) per cui sono naturalmente in legami profondi con i maschi. Trasmettere questo sapere e competenza e disinvoltura alle figlie è frutto da tramandare. Consaputo possibilmente, come il femminismo permette.
Nella attuale cultura occidentale e forse mondiale in cui i maschi, con la ideologia della uguaglianza o almeno della parità, intendono annullare la differenza sessuale (non sto a specificare come si riduca a essa ideologia della uguaglianza la pluralità delle differenze: ultima loro tecnica per annullare l’unica differenza materiale, genere e specie, che ci riguarda) un bell’esempio ieri ce lo ha offerto la nostra politica casereccia, in cui il padre di un ragazzo, presunto stupratore con gruppo, lo difende attaccando insieme la ragazza vittima.
Niente so. C’è un video, e c’è una avvocata della vittima che lo avrà visto, a difenderla.
Ma vorrei porre la questione sul piano di parità e differenza.
La ragazza partecipa a una festa con altri amici. Questi a un certo punto “sforzano” un rapporto sessuale di gruppo nei suoi confronti.
Tesi difensiva dei maschi: erano tutti insieme, amici, uguali, il rapporto sessuale non è violenza, c’è accordo.
Tesi accusa: la differenza esiste, amici in uguaglianza fino al punto in cui comincia la violenza.
Voglio vedere come la bravissima avvocata, non troppo femminista, si servirà dell’argomento uguaglianza/differenza.
In effetti, alle magnifiche (senza ironia) argomentazioni di Lia, Rinalda Carati ha opposto, nel suo intervento, che sussistono contraddizioni reali: in una politica unica della differenza che ancora è tutt’altro che governante grazie alla mediazione della madre.
Per altre mie esperienze personali sono d’accordo con Rinalda.
Anche se d’altra parte so, nel mio rapporto con figli maschi, che quella mediazione – in parte! – funziona.

Affermare che è il momento, per le donne, di farsi avanti, di entrare ‘di peso’ in tutte le questioni che riguardano il vivere e la società può sembrare un azzardo, specie nei tempi difficili che ci impone la pandemia. Eppure ogni giorno noto avvenimenti dove mi sembra che questa direzione sia già tracciata e in parte operante. Sempre più donne, spesso giovani donne, occupano posizioni di grande rilievo e di potere nelle istituzioni pubbliche e private, nella produzione di beni e servizi, nella ricerca medica, quella tecnologica e nei media. Possono davvero influire su come orientare il futuro.

Questa avanzata delle donne così significativa non dovrebbe sorprendere più di tanto. È il risultato di ciò che il movimento femminista ha avviato a partire dagli anni ’70: una presa di coscienza femminile che ha portato sia a nuovi comportamenti nel rapporto uomo-donna, sia a importanti leggi volte non tanto a dare diritti, ma a togliere pesanti divieti patriarcali (il divieto di controllare le gravidanze con gli anticoncezionali o di rifiutare una maternità indesiderata, il potere indiscusso del pater familias, l’impossibilità di sciogliere il legame matrimoniale, l’adulterio considerato reato solo per le donne, l’omicidio e la violenza verso donne legalizzati… e altro ancora).

Questo ha portato le giovani di allora a volere l’autonomia economica – da qui l’entrata massiccia nel mondo del lavoro – e a desiderare di dire la propria sui destini della società.

Un fatto così eclatante poteva forse non riverberarsi sulle figlie che, oltre alla grande relativizzazione dell’autoritarismo paterno, hanno trovato davanti a sé esempi di madri che hanno affermato l’indipendenza e si sono poste verso il femminile in maniera valorizzante (a fronte di una lunga storia dove il più delle volte tra madre e figlia c’era svalorizzazione e conflitto)?

Ecco, io penso che oggi siamo a questo punto, con una presenza femminile – di giovani e meno giovani – fortemente determinate a non accettare più di essere invisibili o assenti nella dimensione sociale/extra familiare. In tutto ciò favorite, le più giovani, anche dall’alta scolarizzazione e dai risultati brillanti, più brillanti di quelli dei maschi. Perché le donne sanno – consapevolmente o meno – che lo studio/la conoscenza è una potente arma di riscatto. Non a caso tanto è stato fatto e ancora si fa nel mondo per vietare alle donne di andare a scuola!

Si pone però una questione: cosa portiamo nella società? Emerge un punto di vista femminile di fronte ai drammatici problemi che il presente ci consegna (disuguaglianze mondiali, guerre, crisi climatica, ecc.)?

Qui il mio ottimismo rischia di farsi più incerto, forse perché la cronaca, specie quella che ci mostra il modo di procedere delle donne impegnate nella politica istituzionale, ci offre uno spettacolo desolante di battaglie per essere ‘in quota’, di incapacità a mettersi insieme per contare, di scarso o nullo riferimento ai contenuti che il movimento femminista ha finora elaborato.

Tuttavia, nonostante questo sentimento un po’ debilitante, come dicevo ritengo che oggi sia proprio il momento di farsi avanti e far valere quel patrimonio di conoscenze che abbiamo accumulato e che ogni giorno arricchiamo attraverso la nostra esperienza e il confronto tra donne.

Ci sono due questioni – tra le tante sulle quali abbiamo cose molto importanti da dire e da realizzare – che desidero qui sottolineare. Una riguarda il lavoro, l’altra il concetto/l’idea di parità.

Per quanto riguarda il lavoro, se per qualche aspetto la pandemia fa temere trappole e pericolosi arretramenti per le donne, per altri si sta rivelando come un momento politico molto interessante. Mai come ora si è parlato di lavori indispensabili che le donne svolgono: nella sanità, nell’istruzione, nei servizi alla persona, nella distribuzione. Nello stesso tempo, il lavoro trasferito nelle case con lo smart working ha svelare l’intreccio che c’è tra lavoro per il mercato-retribuito, e lavoro domestico-familiare. E, cosa ancora più importante, ha mostrato l’imprescindibile funzione di ‘perno’ che le donne svolgono nel tenere insieme questi due mondi.

Proprio perché le due facce del lavoro – quello per il mercato e quello domestico-familiare, genericamente definito ‘di cura’ – e l’iniqua ripartizione tra uomini e donne sono diventati così evidenti, oggi si presenta l’occasione di mettere in discussione la storica divisione del lavoro su base sessuale.

Questa esperienza femminile del lavoro (esperienza del ‘dentro’ e del ‘fuori’ per usare un’espressione antica) non va vista come uno svantaggio, ma come la fonte di un punto di vista potente che rimette in ordine le cose. Per dirla con Ina Praetorius:“Ci consente di pensare all’economia in una prospettiva post-patriarcale, annullando la bipartizione tra sfere alte e basse, primarie e secondarie” (Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011).

Come sostenevamo già 10 anni fa nel Manifesto “Immagina che il lavoro” della Libreria delle donne, vogliamo/possiamo cambiare la definizione stessa di lavoro: lavoro non è solo quello per il mercato. Il lavoro è molto di più. È tutto il lavoro necessario per vivere.

Portare avanti questo concetto vuol dire sottolineare come il nesso vita-lavoro riguardi tutti, uomini e donne. Non si tratta di ‘conciliazione’, dove il soggetto implicito è sempre lei, la donna e il quadro di riferimento economico e organizzativo rimane immutato. La prospettiva è quella di un ’change’ profondo, è la chiamata in causa precisa e circostanziata degli uomini e del costrutto socio-economico pensato esclusivamente in chiave maschile.

Se il lavoro è una specie di cartina di tornasole dove il punto di vista femminile può emergere con grande nettezza e portare cambiamenti di grandi dimensioni, c’è una questione ancora in parte dominante oggi che invece porta confusione e rischia adi annullare proprio il punto di vista delle donne. È la questione della “parità di genere”. È Il mantra della parità, il linguaggio della parità.

Perché le donne, soprattutto quelle impegnate nella politica e nei media, ma anche in gran parte le giovani, inquadrano desideri, richieste, conquiste di libertà femminile come conquiste di parità? Perché resta fisso nella mente il punto di riferimento maschile come obiettivo da raggiungere? Dove va a finire l’irriducibile differenza di essere di sesso femminile e l’esperienza storica che non è solo di sottomissione, ma è anche sapere, conoscenza, appunto quel punto di vista che per secoli è stato assente o silenziato?

Mi sono data due spiegazioni che spesso interagiscono tra loro.

La prima è che si tratti di una povertà di linguaggio. A questo riguardo ho in mente soprattutto le giovani, la maggior parte ignare di ciò che il femminismo ha elaborato finora e sensibili al linguaggio sintetico-semplificato-sloganistico dei mass media. Il che non vuol dire, necessariamente, che aspirino ad essere come gli uomini/fare come gli uomini. In realtà il più delle volte vogliono realizzarsi, fare un lavoro che piace, costruire una vita armoniosa e non subire discriminazioni perché donne. In un certo senso, e lo dico con tenerezza, non hanno le parole per dirlo visto che nella pratica non sono affatto mimetiche e raramente hanno come ideale i coetanei maschi.

La seconda spiegazione, che attribuisco maggiormente alle donne impegnate nella politica e nei media, è che l’arroccamento intorno alla “parità di genere” in realtà vuol dire tacitare il conflitto tra i sessi, che invece c’è, e delegare alle leggi il compito del cambiamento. L’azione in questo caso si focalizza infatti prevalentemente su interventi normativi parificatori, cioè sul produrre leggi che eliminerebbero la distanza tra uomini e donne in termini di diritti. Rimuovendo nel medesimo tempo la differenza sessuale come se fosse un elemento ininfluente, marginale, privo di conseguenze.

Ci sarebbe piuttosto da chiedersi perché le norme a tutela delle donne, che in Italia non mancano  (dalla Costituzione, ai diritti civili, alle leggi di parità e pari opportunità) abbiano così poca efficacia, non vengono applicate e sono poco utilizzate dalle donne stesse.

Il fatto è, ed è noto, che le leggi non bastano e arrivano quasi sempre dopo, cioè ratificano qualcosa che già si sta installando nella società. In più, nel caso di noi donne, la legge fa i conti con un sedimentato materiale e culturale millenario rispetto al quale solo la presa di coscienza di che cosa significa e quali sono le conseguenze della gerarchia sessuale che si è imposta nel mondo  potrà davvero imprimere quel  cambiamento di libertà a cui le donne aspirano.

Resta aperta dunque la questione del “come” farsi avanti – in termini di pratica politica e di contenuti – rispetto alla quale penso che (anche) il femminismo storico abbia molto da dire a da far sapere.


Il potere, ci ha ricordato Dominijanni, tende a consolidarsi e a cercare di occupare tutta la scena mentre l’autorità consiste nel produrre una trasformazione continua di sé e dell’altra/o in modo relazionale, quindi è mutevole e quasi invisibile.

Quali possono essere i modi per mostrare le pratiche di autorità perché non si creda che tutto il vivente sia occupato dal potere e perché cresca autorità femminile nel mondo?

Innanzi tutto ho imparato a riconoscere i passaggi che rendono possibili alcuni miei successi e trovare forme contestuali per raccontarli. Il mio desiderio è legato al fare al meglio quello che è necessario sia fatto da me, mettendo in gioco quello che so fare e sviluppando quello che potrei fare. Si rafforza l’impegno e le mediazioni per realizzare quel progetto condiviso perché lo considero parte del progetto più grande del cambio di civiltà. Lo penso come occasione perché le relazioni che via via si intrecciano facciano crescere la mia libertà generativa e quella di altre coinvolte (o anche altri). Oso proporre ma non impongo a chi lavora con me quello che ritengo più opportuno, motivo le mie proposte e cerco soprattutto condivisione e possibilità per ciascuna di dare il meglio di sé. Sto indietro se l’altra è più adatta, non cerco che appaia tutto quello che faccio per la buona riuscita. In questa fase sono importanti i riconoscimenti verbali e scritti, duali e nel gruppo di lavoro, offerti e ricevuti, in cui nominiamo ciò che ciascuna vede del contributo dell’altra. Quando il progetto è realizzato rimane la ricchezza della relazione e rimane aperta la possibilità di proporci l’una all’altra nuove occasioni.

Quando un’altra (o un altro) mi fa complimenti per la buona riuscita, racconto i passaggi che l’hanno resa possibile perché non creda sia frutto di straordinarie doti personali ma veda cammini percorribili. Graziella Bernabò mi è stata maestra di consapevolezza con i suoi racconti sui modi sempre attenti e relazionali con cui lei ha creato le biografie di Antonia Pozzi ed Elsa Morante e i molti incontri prima e dopo su queste due scrittrici.

Se una si rivolge a me per una pratica di scrittura in relazione è perché interessa a entrambe che il testo riesca a dire il nuovo che lei cerca di dire e che venga reso pubblico. In questi casi offro le mie osservazioni, prima e durante la scrittura, sia su ciò che risuona in me e su ciò che mi è oscuro, sia su come è espresso, incrociando il tutto con le mie esperienze di vita. La premessa è sempre: io sarò sincera, tu chiedi se non ti convinco ma poi sei libera di trasformare il testo in modo che corrisponda alla tua verità.

E questo è ciò che cerco anche quando mi confronto su quello che sto scrivendo.

Il modo con cui rendere visibile la scrittura in relazione varia: dalla doppia firma ai ringraziamenti con una frase precisa nei libri, a una nota, a un inciso nel testo, a un discorso in pubblico, a un riconoscimento in un piccolo gruppo o temporaneamente tra noi due, forme che rendono viva e visibile la circolarità del dono di origine materna (Genevieve Vaughan) e aperta la possibilità di nuovi scambi anche con altre, facendo crescere, in questo caso, l’autorità autoriale femminile.


Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 “La politica delle donne è politica“, 18 aprile 2021

A dire la verità, io per tutta la vita mi sono tenuta alla larga dalla politica istituzionale, anche quando mi è capitato di ricevere offerte al riguardo. La sentivo respingente per la macchinosità, le forme codificate fin nel linguaggio, i rituali… Neppure amavo seguirla sui giornali, annoiata dal continuo teatro monosex. Solo da poco si è risvegliato in me un interesse a seguirla, da quando, soprattutto sulla scena internazionale, sono comparse ai massimi vertici donne che sembrano puntare più sull’autorità che sul potere.

È un cambiamento inaspettato che apre a molte questioni da interrogare e approfondire sul piano teorico e politico, e che ripropone pressantemente un’interlocuzione con gli uomini: siamo, infatti, in una transizione di civiltà in cui tutto si muove e si evolve rapidamente.

Gli elementi in gioco sono: la politica, il potere, l’autorità. È necessario riprenderli in mano e distinguerli, uscire dalle identificazioni e dalle confusioni, per trovare altre combinazioni possibili che aprano a effetti di libertà e non di dominio.

Per quella mia sensazione respingente ho trovato una spiegazione nelle parole di Diana Sartori quando argomenta che con la modernità si è affermata una visione artificiale della politica e intende con questo lo Stato come macchina artificiale, regolata da tecniche di potere. Maschile. Citando Hannah Arendt, Sartori dice che la quintessenza della condizione umana è la terra, la nostra natura terrestre, ed è la negazione di questa condizione, il desiderio di “evadere dalla prigione terrestre” che porta a sostituirla con qualcosa di “artificiale”, perché così, essendo fatta da noi umani, è più controllabile e dominabile.  Questa è per Diana Sartori, in Indizi terrestri, la matrice di quel modo di pensare la politica e il potere identificandoli e riducendo sia l’una che l’altro alla logica mezzi-fini dell’agire strumentale e del dominio.

Mi sembra che oggi l’identificazione tra politica e potere sia diventata un campo di battaglia, la cui posta in gioco è quella di sciogliersi da un abbraccio mortifero per andare verso qualcos’altro che è tutto da costruire. Per lo meno a considerare le vicende del più grande partito del centro sinistra italiano che su questa questione ha visto prima le dimissioni del segretario che “si vergognava del suo partito che da 20 giorni si occupava solo di poltrone”; e poi il discorso di apertura del nuovo segretario che ha affermato: “se diventiamo il partito del potere moriamo”, e ha chiesto di diventare un partito aperto.

Quanto sia mortifero esaurire la politica nella lotta per il potere e la distribuzione delle cariche è questione che riguarda – o almeno dovrebbe riguardare – anche le donne di quel partito. Nel dibattito seguito alla mancanza di ministre PD nel governo Draghi, da più parti sono infatti arrivate critiche che riguardavano proprio l’avere “la stessa vocazione governista tipica dei maschi” (Gad Lerner, Le lacrime delle donne PD, “il Fatto Quotidiano”, 17 Febbraio 2021 ) oppure lo stare “aggrappate come ostriche” alle correnti. (Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi, Una rivolta già (troppo) vista, “DeA | Donne e Altri”, 19 Febbraio 2021 ). Anche nello scontro successivo tra Debora Serracchiani e Marianna Madia per il ruolo di Capogruppo alla Camera, si è riproposta la questione, e in modo ancora più grave, se accettiamo la lettura di Nadia Urbinati che vede le donne diventare “segnaposti” delle fazioni guidate da uomini (La faida Madia-Serracchiani ci dice poco sulle donne ma molto su cos’è il PD, “Domani”, 29 marzo 2021 – ).

La domanda da porci e da porre alle donne che vogliono giocarsi su quel terreno è: perché accontentarsi di fare le replicanti dei politici maschi quando a portata di mano c’è la scommessa più grande di aprire strade fino a ieri impensate in quei territori? Di cambiare l’idea stessa di politica e di potere? E subito dopo chiederci: come rendere praticabile questa scommessa?

Intrecciata con questa, l’altra questione che attraversa la vita associata è quella dell’autorità, o meglio della sua mancanza e della sua confusione con il potere. Hannah Arendt dice che l’autorità è “scomparsa dal mondo moderno” e in effetti vari intellettuali che oggi parlano della sua crisi continuano a pensarla solo intrecciata con il potere. Marramao, per esempio, ha fatto come diagnosi del presente “La ‘crisi di autorità’ di una élite che, incapace di essere ‘dirigente’, si è ormai ridotta a pura dominatrice e detentrice della ‘forza coercitiva’” (Gli effetti violenti di un potere privo di autorità, “il manifesto”, 21 gennaio 2021 ).  Ma il fenomeno nuovo è che anche “qualche maschio – come nota Alberto Leiss – persino tra quelli che sono immersi nella logica e nel linguaggio dell’informazione e della politica istituzionale, si accorge di quanto pesi in ciò che accade la dialettica dei sessi, e in particolare la crisi dell’autorità specificamente maschile di cui siamo tutti e tutte spettatori e spettatrici”. (Uomini che se ne accorgono, “il manifesto”, 26 gennaio 2021).

È questo il punto: la crisi riguarda l’autorità maschile. Storicamente per gli uomini autorità e potere si confermano reciprocamente e l’autorità ha assunto una forma gerarchica che poggia sulla non libertà di chi vi è sottoposto. Il modello è stato il pater familias. Io, avendo avuto un padre autoritario, lo so bene e ne porto ancora le cicatrici. Ora però quell’autorità gerarchica si è disfatta. Come scrive Marcel Gauchet in La fine del dominio maschile,si è liquefatta la figura paterna che “era il punto nevralgico del dispositivo, avendo il compito di garantire l’articolazione tra la cellula familiare e l’organismo sociale” (p. 29).

Secondo Arendt – e io sono d’accordo con lei – gli esseri umani hanno bisogno dell’autorità, le comunità hanno bisogno di autorità. Penso che oggi la pandemia abbia accentuato questo bisogno. Dobbiamo poterci fidare di chi si occupa di scienza e di medicina. Attualmente il riferirsi alla comunità scientifica è diventato parte integrante delle scelte politiche del governo. La ricerca di autorità è ipotizzabile come movente anche in scelte politiche recenti quali Draghi come presidente del consiglio e Enrico Letta alla guida del PD. Molto hanno pesato il prestigio e il credito di entrambi. Ma queste scelte rischiano di essere illusorie o di conservare l’esistente se non si avvia una profonda e radicale trasformazione della vita politica.

Sulla politica e sulla distinzione tra autorità e potere molto si è pensato e praticato nel femminismo della differenza, a partire da una scelta di fondo che è stata quella della distanza dal potere. Scelta che ci è stata spesso rimproverata e che oggi sembra da rimettere in discussione. Io penso che non va rinnegate, ma ripensata al presente, secondo quanto dice Luisa Muraro, nel volume di Diotima Potere e politica non sono la stessa cosa: la distanza si esprime oggi nell’indipendenza simbolica dal potere. E aggiunge: “a questa non si arriva senza il lavoro della presa di coscienza e senza la pratica del partire da sé. Che vuol dire: mettendo fine alla cieca identificazione di sé con il centro di gravitazione di tutto e mettendo al centro lo scambio tra sé e le-gli altri” (p. 10)

Questa presa di coscienza è indispensabile e, se guardiamo alla scena politica internazionale, ci sono segni che si stia diffondendo, perché ci sorprende positivamente il fatto che alcune donne ai vertici del potere mettano al centro lo scambio con le altre e gli altri, come risulta dall’intervista a Christine Lagarde pubblicata da Io Donna (Christine Lagarde: “Ho le doti delle donne: sono paziente e inclusiva”, di Alison Smale and Jack Ewing, 3 gennaio 2021 – ).

Dunque quella scelta fatta ormai cinquant’anni fa ha portato guadagni significativi che si possono rigiocare nel presente per la trasformazione della vita pubblica. Dell’autorità, infatti, il femminismo della differenza, in questi decenni, ha elaborato non solo l’idea, ma anche le pratiche politiche. La pensa come una qualità della relazione che si gioca in un rapporto diretto, costruito sulla fiducia e la stima. Io stessa da molto tempo mi muovo nel mondo consigliandomi con un’altra di cui mi fido, riconoscendo ciò che di meglio ha l’altra, e a mia volta accettando di essere di supporto per il desiderio di un’altra.

Proprio perché c’è autorità oggi è possibile tenerla in combinazione con il potere in un gioco consapevole.

Anche il potere c’è. Non è possibile espungerlo dalle nostre vite, per come sono strutturate le nostre società. È il caso invece di prendere coscienza del potere che si detiene, almeno per la posizione che si occupa nella vita associata. Io ho fatto l’insegnante per tutta la vita e so bene che l’insegnante ha a disposizione una certa dose di potere, può bocciare o promuovere, per esempio.  Dalle relazioni di potere non sono certo escluse le associazioni volontarie o i luoghi delle donne. Come redattrice di Via Dogana so che ho il potere di pubblicare o rifiutare un articolo.

In ogni situazione sociale in cui ci troviamo possiamo agire prendendo la strada del potere connaturato alla funzione – e così facendo si perpetua la struttura esistente –, oppure aprirsi alla politica, così come l’hanno pensata e praticata le donne, intesa come trasformazione di sé e del reale. Si può agire a partire da sé e nello scambio con altre e altri in qualunque luogo ci si trovi a essere, che sia una scuola di periferia, un’università, un’azienda, un’associazione di volontariato, un partito, il consiglio comunale o il consiglio dei ministri. Come ho potuto sperimentare nel movimento di autoriforma, che ho contribuito a creare, significa anche aprire conflitti su ciò che non va, costruendo reti allargate di scambi a livello nazionale.

Proprio da queste esperienze di pratiche condivise nella scuola e nell’università, è scaturito il massimo di autorità con il minimo di potere. E forse non è un caso perché l’insegnamento è il contesto in cui è più forte il bisogno di autorità.

Vuol dire che non ci sono due scene, una per l’autorità e una per il potere, una buona e l’altra cattiva, ma una sola scena, quella pubblica, in cui autorità e potere stanno insieme in una combinazione sbilanciata, sempre variabile, con un punto di leva che permette il gioco.

Nella mia esperienza il punto di leva è stato esserci con la mia soggettività. Per una donna, quindi, si tratta di portare nel luogo dell’esercizio del potere, piccolo o grande che sia, l’essere donne, l’essere quella donna lì, con le proprie modalità e il proprio desiderio. Questa mossa apre a un’alchimia in cui si fa spazio per la libertà, la propria e quella di chi condivide la situazione: può essere un piccolo gruppo come è una classe scolastica oppure gruppi e situazioni molto più ampie, fino a un intero popolo. Io l’ho verificato di persona un gran numero di volte nelle mie classi e nell’autoriforma, ma lo vedo anche in donne che gestiscono la vita pubblica. Se guardiamo in quest’ottica l’arcinoto esempio della gestione della pandemia in Nuova Zelanda, notiamo subito che la presidente Jacinda Ardern si è presa la libertà di dire e mettere in atto quello che lei riteneva un buon modo di affrontarla e questo ha permesso alla popolazione di aderire consapevolmente alla sua proposta. Un altro esempio di combinazione sbilanciata dalla parte dell’autorità è quello della ministra del lavoro del governo spagnolo, Yolanda Diaz, che in poco più di un anno ha portato a casa notevoli risultati, l’ultimo riguarda i rider che sono diventati in Spagna ufficialmente lavoratori dipendenti. Il giornalista, Luca Tancredi Barone, parla di lei con ammirazione e della sua gestione annota: “Sempre con fermezza e con il sorriso, senza mai una parola fuori posto, senza che nessuno dei negoziatori, né dalla parte dei sindacati, né della confindustria, si alzi mai dal tavolo delle trattative”. (In Spagna i rider diventano ufficialmente dipendenti, “il manifesto”, 12 marzo 2021).

Penso che il criterio del massimo di autorità con il minimo di potere possa essere accolto anche dagli uomini. Non solo da quelli che insegnano, come è già successo nell’autoriforma gentile, ma anche da uomini impegnati nella vita pubblica, proprio perché qualcosa sta veramente cambiando. E, come si sa, i fatti di natura simbolica possono mutare molto rapidamente.

Marcel Gauchet parla della fine del dominio maschile come di una “rivoluzione tranquilla” in cui anche “i presunti perdenti hanno guadagnato” e sostiene che “la verità è che questa fine ha rappresentato la liberazione di un fardello anche per loro” (p. 49). In effetti analizza come nella modernità, a differenza di altre epoche, la dimensione del pubblico sia diventata il tratto distintivo della maschilità e che sia “un ideale particolarmente esigente, visto che nella ricerca del bene comune o nel compimento della missione loro affidata chiede ai titolari di tali funzioni di astrarsi il più possibile da se stessi”.

Penso quindi che uscire dalla serialità burocratica e dalla ripetizione, tornare ad esserci con la propria soggettività e parzialità, con le proprie caratteristiche umane, può essere liberante e avvincente per uomini che hanno a cuore il mondo.

Mi azzardo a dire che ho intravisto qualcosa di questa alchimia nel presidente del consiglio Giuseppe Conte nel passaggio dal primo al suo secondo governo. Sotto la pressione della pandemia ha perso parecchi dei suoi tratti di esercizio burocratico e notarile del potere e ha messo in gioco più se stesso e questo gli ha fatto acquistare maggior credito, anche ai miei occhi.

In passato a una politica contestuale che partisse da sé e fosse trasformativa attraverso le relazioni sono state rivolte le accuse di essere impolitica o prepolitica. Ora invece vedo in atto una trasformazione dell’idea stessa di politica nella direzione presa dalle donne cinquanta anni fa.

Un segnale importante di questo processo viene da una storica, Silvia Salvatici, quando, parlando della Conferenza di Pechino (1995), sostiene che l’empowerment femminile “non voleva dire portare semplicemente le donne nei luoghi costituiti del potere. Ma portare il potere nei luoghi delle donne: associazionismo, società civile, reti. Il primo tipo di empowerment è un cambiamento importante, ma non è ancora quella trasformazione dell’idea di politica che è storicamente il valore più profondo dell’impegno civile e pubblico delle donne” (intervista in È stato il decennio del #Metoo. Ma le donne riusciranno a cambiare il potere? di Elena Tebano, 27esimaora.corriere.it, 5 marzo 2021 – ).

Forse anche innescato dalle restrizioni della pandemia, nella società c’è un risveglio e cresce il desiderio di nuove forme della politica e della democrazia. Ne sono esempi il “sindacato di strada” proposto da Landini, oppure l’ampio dibattito sulle pagine del manifesto dall’inizio dell’anno attorno alla parola “Isocrazia”, intesa come “capacità e potenza di cui dispongono egualmente tutti i cittadini” (Pier Giorgio Ardeni e Stefano Bonaga, Se la politica è impotente, i corpi intermedi possono rianimarla, “il manifesto”, 19 dicembre 2020). Oppure il numero speciale dell’Espresso di fine marzo titolato L’altra politica, in cui l’editorialista, Marco Damilano, sostiene, con il supporto di Zerocalcare, che è politica quella della società che si auto-organizza nei quartieri periferici ad opera di associazioni e comitati. È l’Altra Politica.

Annie Ernaux di recente ha affermato che la fine della pandemia “porterà a una resa dei conti nella nostra società” (intervista di Massimiliano Virgilio, Fanpage, 19 febbraio 2021). Siamo alle soglie di qualcosa, non sappiamo cosa accadrà e tanto meno lo possiamo controllare. Molte questioni sono aperte ed è un buon momento per giocarsi la carta migliore: un’idea di politica che arriva fino alla singolarità e che è effettivamente trasformativa della società.


Riferimenti bibliografici:
– Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 2017.
– Luisa Muraro, Introduzione di una idea, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009, pp. 5-13.
– Diana Sartori, Indizi terrestri, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009, pp. 15-51.
– Marcel Gauchet, La fine del dominio maschile, Vita e Pensiero, Milano 2019.


Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 “La politica delle donne è politica“, 18 aprile 2021

A differenza dell’amica di Foscolo caduta nobilmente da cavallo io sono caduta a causa di un marciapiede dissestato di Milano. Spero di essere rimasta lucida e di poter contribuire alla discussione di oggi. Partirò con tre citazioni di passaggi che sono a mio parere fondamentali nella storia della politica della differenza.

Il primo è di Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel (1970): “la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza: una volta riuscito l’inserimento della donna chi può dire quanti millenni occorrerebbero per scuotere questo nuovo giogo?”

Il secondo è un’affermazione del gruppo del Martedì della Camera del Lavoro di Brescia in un testo pubblicato nel Sottosopra intitolato Filo di felicità (1989). Cito: “troviamo difficile analizzare come nasca effettivamente la nostra forza. La sua fonte è femminile, questo è sicuro ma è generico, oltre che oramai risaputo. Noi non abbiamo rivendicazioni o richieste da avanzare nei confronti del sindacato. Noi vogliamo essere il sindacato di donne e uomini, il sindacato che tiene presente la differenza sessuale a tutti i livelli. Se si accetta di ridurre la differenza sessuale a un semplice calcolo matematico, a un riequilibrio di presenza, si indebolisce la possibilità di mantenere aperto un conflitto che è politico”.

Il terzo, infine, è contenuto nel primo numero della seconda serie di Via Dogana cartaceo (1991) con il titolo La politica è la politica delle donne. Cito: “ora ci muove una nuova scommessa: mettere fine al dualismo per cui la politica delle donne sarebbe una politica accanto a un’altra, detta maschile o neutra, e dare luogo a una vera politica della differenza sessuale”.

Ci sono più modi per intenderla. È sicuramente sbagliato il modo della spartizione del condominio accanto agli uomini, alle loro condizioni e cioè all’inserimento di cui parlava Carla Lonzi.

Dove è lo sbaglio? Noi stesse abbiamo detto: i sessi sono due, il mondo è uno. L’errore forse è stato nella teorizzazione della parzialità. È stato giusto avanzare l’idea di parzialità per criticare l’universalismo maschile che cancellava, con la differenza sessuale, l’esistenza stessa delle donne. Ma poi questo concetto è stato applicato all’essere donna e alla politica delle donne presentandola come qualcosa di parziale. E questo è sbagliato.

Per concludere: la politica della differenza sessuale non è quella che pensa e organizza il reciproco limitarsi di donne e uomini, ma quella che pensa e organizza liberamente la realtà sociale in cui ci sono donne e uomini.

Si è parlato molto in questi ultimi anni, direi più intensamente a partire dalla crisi del 2008, della morte e del lutto della politica.

Io vorrei sottolineare con forza che la politica in crisi è quella maschile. Dire questo non solo libera lo sguardo sulla politica che è quella delle donne, ma anche sull’insufficienza della risposta che hanno dato gli uomini. Che non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità che era divenuta indispensabile. La stragrande maggioranza si è chiusa in un narcisismo sempre più sfrenato. È da lì, dagli anni ’70, che la politica maschile ha cominciato a disgregarsi e a perdere la lingua ricca della politica che produceva cultura rendendo così più colti tutti quelli che partecipavano alla lotta politica. Mentre sottolineo la ricchezza della lingua della politica della differenza che dall’inizio degli anni ’70 ha prodotto narrativa femminile dalla quale ha preso poi suggestioni e nutrimento così come dalla relazione con artiste, storiche, scienziate, insomma un nutrimento reciproco.

Abbiamo guadagnato con la pratica politica quello che andavamo creando man mano, ad esempio i luoghi delle donne, eccetera, e abbiamo fatto anche guadagni teorici. Tre esempi: il primo riguarda la relazione tra soggetto e oggetto, si è capito che la loro separazione è artificiosa e che fissare gli obiettivi prima di essersi messe alla prova è ingannevole. Secondo, abbiamo capito anche che il desiderio nel fondo non ha un oggetto. Il desiderio è l’essenza più vitale dell’essere umano. Il terzo esempio riguarda le leggi. Si crede spesso erroneamente di risolvere problemi della vita soggettiva e sessuale con una legge. In questa materia la legge non fa presa: il diritto non si invera. Anzi si fa confusione. Questo sapere ci ha suggerito un’idea di fondo: non si può omogeneizzare le persone con leggi uguali per tutti. Questo suona come un paradosso, è in realtà un tenere conto della singolarità personale (non dico di più per motivi di necessaria brevità).

Solo pochissimi uomini si sono confrontati con il pensiero e la pratica politica delle donne. Penso al Gruppo Identità e differenza (di Spinea) messo in piedi da Adriana Sbrogiò che per venti anni ha fatto degli incontri misti a Asolo e Torriglia. Poi il Gruppo di Pinerolo (Torino) e quello di Viareggio e infine Maschile Plurale.

Faccio un esempio attualissimo di sordità totale di alcuni uomini rispetto alla politica della differenza: Enrico Letta, segretario del PD, per risolvere il problema che il suo partito non aveva indicato delle donne per le cariche di ministro, ha dichiarato che avrebbe dato più spazio alle donne indicandone una per la carica di presidente del gruppo parlamentare e altre come sottosegretarie. Perché, se no, avremmo fatto un’ulteriore brutta figura in Europa. Al che un ceto politico femminile che sembra non sappia nulla delle lotte delle donne, del femminismo, salvo le quote quando ci sono incarichi in vista, davanti alla miseria di questa argomentazione di Letta non ha avuto una reazione significativa e c’è stata solo una bega tra loro donne.

Durante la pandemia molti hanno parlato di un necessario cambio di civiltà – anche se non pensano alla libertà femminile e rimuovono il conflitto tra i sessi – per due ragioni: il disordine ecologico del pianeta Terra e l’ingiustizia nella ridistribuzione della ricchezza. In sostanza si può dire che il capitalismo ha stravinto con la tecnologia ma ha creato delle insopportabili disuguaglianze. Io propongo che sia possibile indicare i primi passi di una strada che solo la politica della differenza, con la pratica del partire da sé e della relazione, può mettere in atto, coinvolgendo degli uomini che sanno che il partito e molte delle istituzioni della politica maschile sono identitarie e non in sintonia con la realtà di oggi.

Comunque già dagli anni ’90 la politica della differenza parlava, chiedeva un cambiamento di civiltà. Scrivevo in un testo del 1997 intitolato Un conflitto esplicito: “questo passaggio di civiltà ha come protagonista un sesso sconosciuto poiché la differenza femminile è fuori dalle attuali categorie interpretanti … l’uguaglianza delimita un campo di valori e di obiettivi da raggiungere: la parità nel salario, nelle carriere, nei diritti, eccetera. La differenza no. Mi dà solo delle leve per capire e fendere l’ordine simbolico: il partire da sé e la relazione invece che l’organizzazione e la rappresentanza. Però ho la sensazione alcune volte … che la differenza pur essendo esperienza profonda di ciascuna donna, si sottrae alla cattura delle interpretazioni. Io credo perché c’è reticenza ad assumerla e agirla nel mondo. Farne un fatto politico non di interiorità”.

Questo pensavamo allora. Adesso aggiungo che l’affermazione di Carla Lonzi è diventata una profezia: abbiamo approfittato come donne della differenza.

Un’inchiesta della rivista Internazionale n. 1399 del 5/11 marzo 2021 riporta che le ragazze traggono forza dal gruppo di amiche con le quali si raccontano esperienze, emozioni, giudizi su quello che succede nel mondo. Cioè fanno autocoscienza. E soprattutto citano le loro madri come modelli di comportamento. Sono libere.

Anche una recente inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera mette in luce i buoni rapporti tra figlie e madri. D’altra parte, io stessa ho presente che nel mio gruppo di autocoscienza mentre con il racconto delle nostre esperienze anche le più intime si decostruiva il patriarcato, sentivo affiorare un sentimento diverso rispetto a mia madre.

Questo vuole dire che si è creato un simbolico delle donne: il “tra donne” è diventata la struttura simbolica che dà forza, così come la genealogia femminile, cioè un rapporto di fiducia con una donna venuta al mondo prima di te che può sostenere il tuo desiderio.

Infine, la relazione materna come figura di mediazione tra donne. E io aggiungo come mediazione con gli uomini. E possibile mediazione degli uomini con le donne.

Infatti mentre ragionavo sui temi di questa introduzione mi è venuto in mente che con un amico, Dino Leon, un giurista di valore, c’è stato uno scambio di scritti sulla politica della differenza. Una volta mi è arrivata una lettera che iniziava così: “penso che qualcosa (non so quanto) possa passare anche al figlio maschio. La madre insegna a parlare anche a lui”.

Guarda caso quasi tutti gli uomini che si sono sbilanciati verso la politica della differenza, per esempio Marcel Gauchet, Colin Crouch e Francesco Pacifico, indicano la mediazione della relazione materna nei rapporti tra donne e uomini. Durante il Me-too anche un importante cantante italiano di cui non ricordo il nome in una intervista al Corriere ha detto: se hai un sano rapporto con la madre rispetti le donne.

Qui, in queste semplici parole, io vedo un principio di mediazione per una politica di donne e uomini che metta fine all’umiliante, fuorviante e ossessiva richiesta di parità da parte delle politiche di professione. Ma vedo anche un’ambizione più alta. Che la politica della differenza di donne e uomini possa indicare i primi passi di una strada che affronti il disordine ecologico del pianeta Terra e che metta fine alle crescenti ingiustizie sociali.


Domenica 18 aprile 2021, ore 10.00-13.30


L’incontro si svolgerà online attraverso un collegamento su Zoom. Per prenotarvi scrivete a: info@libreriadelledonne.it (indicando nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 18 aprile 2021”). La sera prima riceverete il link per partecipare.


Questi ultimi anni ci hanno mostrato le forme diverse della forza trasformativa della politica delle donne. Abbiamo visto nel 2017 la Women’s March che è stata il primo passo per togliere credito a Trump. Abbiamo visto il #metoo cambiare la visione della società sulle molestie sessuali. Abbiamo visto le lotte contro l’emergenza climatica nate dall’iniziativa di Greta Thunberg che hanno coinvolto milioni di ragazze e ragazzi in tutto il mondo… Per parlare solo di eventi con risonanza mondiale, che hanno sullo sfondo la diffusione del femminismo e la partecipazione sempre maggiore delle donne alla vita pubblica, a cominciare dal mondo del lavoro.

La politica delle donne è politica per tutte e per tutti. E in mezzo alle presenti minacce per la vita sul pianeta Terra, apre strade fino a ieri impensate. Dove le donne sono arrivate a ricoprire posizioni istituzionali di primo piano, le abbiamo viste gestire la crisi Covid-19 meglio dei loro omologhi in altri paesi. Perché? Quelle donne hanno saputo esercitare autorità, più che potere. Il massimo di autorità con il minimo di potere è un criterio scaturito dall’esperienza viva della gestione della vita associata. Vogliamo oggi riprenderlo e approfondirlo perché sia orientante per donne e uomini impegnati nella vita pubblica.


Avviano la discussione Lia Cigarini, Vita Cosentino e Silvia Baratella

Cara Clara,

in Differenza e differenze tra donne (VD3, 20 febbraio 2021) fai una osservazione preziosa: la differenza in un’altra donna non si presuppone, ma riguarda me, è la mia pratica politica, la differenza la faccio nel momento in cui mi metto in relazione con un’altra donna, proprio sapendo che è una donna.

Non capisco però come risolvi il problema tra il “passaggio da indagare, sulla questione del potere” e “la questione venuta fuori” con la lettera che ha scritto Luisa Muraro il 31 dicembre alle due ministre di Italia Viva a proposito della crisi di governo scatenata da Renzi.

La lettera di Luisa propone di migliorare autorevolmente il lavoro del governo senza aderire a un particolare schieramento partitico, un passaggio in avanti simbolico, per una “indipendenza dalla politica che mira al potere”.

Anche Fulvia Bandoli scrive, riferendosi a una immagine ascoltata da Luisa, che una donna può entrare nel “territorio del diavolo” della politica corrente “basandosi sulla forza che può venirle solo dalle relazioni con altre”. C’è libertà a starne dentro, nei rapporti di cui scrive Fulvia Bandoli, “se acquisisci piena consapevolezza che la tua libertà risiede nella relazione con le altre donne quella resta per sempre la tua misura. E se questa misura diventa la pratica di tante donne immette un’altra realtà anche nel territorio del potere e dei partiti e comincia a risignificarli” (Un’altra realtà nel territorio del potere, VD3, 20 febbraio 2021).

Le due ministre però hanno risposto insieme alla lettera di Luisa, per rivendicare – insieme – la loro scelta libera. La questione infatti è di politica concreta: perché interesse del paese sarebbe non rompere il governo piuttosto che, viceversa, romperlo? Le due ministre si dicono convinte che interesse del paese sia cambiare il governo e per questo hanno sostenuto l’azione del partito cui appartengono. Operano perciò sul terreno delle logiche di potere, affondamento e spartizione. Tu, Clara, ipotizzi che nella famosa conferenza stampa abbiano taciuto per non lasciarsi sfuggire un possibile dissenso nei confronti di Renzi. Ma potrebbe essere anche che non volessero farsi sfuggire informazioni circa l’esistenza del piano, di cui condividevano la strategia, ma si sentivano meno abili a dissimularla. Oppure il loro silenzio banalmente potrebbe rispondere a una pratica per cui parla di solito una/un responsabile, le altre o gli altri partecipano in silenzio solo per mostrare adesione. 

Hanno aggiunto comunque una osservazione piuttosto pesante circa l’accusa di essere succube del capo: è un “maleficio che sembra colpire molte donne che scelgono la politica e ambiscono a ruoli apicali”. (Viene facile collegare ora questa frase alla mancanza di ministre del pd nel nuovo governo.)

Oppure, per mostrarsi libere, avrebbero comunque dovuto stare fuori da una politica che mira al potere? 

Come poi scrivi tu, Clara, c’è un elemento chiave da considerare: come fanno le donne a diventare “regine” se ora il potere non si muove più entro filiere parentali ma passa anche attraverso logiche di spartizione del potere?

Ciao

Cristiana

Ragionando sul rapporto con donne al governo, all’ultimo incontro di Via Dogana 3 del 7 febbraio 2021 una è intervenuta dicendo che «non si può presupporre la differenza nell’altra donna». Senza interpretare cosa lei intendesse dire precisamente, io trovo che sia un’espressione ambigua, anzi sbagliata, perché può far pensare che la differenza sia una questione di idee, un’idea politica che si può condividere o no.

Invece la differenza nelle altre riguarda me, è una pratica, la mia pratica politica. Nella mia pratica politica presuppongo la differenza, cioè sono io che faccio la differenza. Non presuppongo nell’altra una pratica come la mia, e neanche le mie idee, ovviamente, la differenza la faccio nel momento in cui mi metto in relazione con un’altra donna, proprio sapendo che è una donna. E quindi aprendomi alla differenza sessuale e alle differenze tra donne.

La questione è venuta fuori a proposito della vicenda delle due ministre dimissionarie del governo Conti 2, Teresa Bellanova e Elena Bonetti. Così, ho riletto una lettera di Teresa Bellanova, scritta due anni fa (19 giugno 2019) al segretario della Cgil Landini, in cui lei si esponeva con forza contro l’utero in affitto, chiedendogli una chiara presa di posizione in materia. Allora lei era solo senatrice, non era nel governo. Questo mi ha fatto pensare a un passaggio da indagare, sulla questione del potere. Perché la stessa donna quando era solo senatrice si è espressa in modo deciso contro un orientamento pericoloso su «un tema delicatissimo» che sta prendendo piede nel sindacato in cui lei ha militato per anni e tra i progressisti, e quando è al governo non si esprime con altrettanto vigore sul merito di proprie scelte gravide di conseguenze per tutti e tutte? 

Traudel Sattler nell’introduzione all’incontro ha ricordato donne ai vertici del potere che hanno «cominciato a nominare il di più femminile, e a mettere in luce la genealogia femminile e la fertilità della relazione tra donne». Inoltre, da quando c’è la pandemia i mass media hanno notato che i paesi governati da donne vanno meglio. Si tratta in tutti i casi di donne ai vertici, donne a capo, non che fanno parte dei governi. Forse qui c’è un elemento chiave da considerare: nelle istituzioni politiche maschili, le donne riescono a esercitare autorità solo quando sono al vertice, come le regine di altre epoche storiche? Sembrerebbe di sì. Perciò trovo illusori gli appelli ad aumentare le donne al governo, che effettivamente nel governo Draghi sono “poche”. Poche o tante, nei governi le donne devono sottostare alle logiche della spartizione del potere tra partiti e interessi economici, come abbiamo visto. Forse potrebbe cambiare davvero qualcosa se fosse una donna a presiedere il consiglio dei ministri. Certamente anche lei dovrebbe rispondere a partiti e parlamento, ma potrebbe farlo con autorità, come è accaduto in altri paesi.

Un fatto che aveva colpito nelle due ministre dimissionarie del governo Conti 2, è che non avessero motivato le loro dimissioni nella conferenza stampa che le annunciava. Anche il silenzio è linguaggio, interpretato negativamente da molte. Io invece ci ho visto un irriducibile femminile sulla scena della politica maschile. Ho pensato che forse non hanno parlato perché tutti sapevano che i reali motivi di far cadere il governo non erano quelli dichiarati da chi lo voleva far cadere, e le due donne pure essendo convinte di dimettersi (avevano scelto loro di stare in quel partito) erano consapevoli che nel loro parlare in presenza non avrebbero potuto nascondere bene (nemmeno le attrici professioniste ci riescono sempre) la falsità di quel teatro. È una mia ipotesi, certo, ma so che il non poter dire la verità può indebolire il parlare di una donna, lo so per esperienza personale e per osservazione diretta, e forse questo accade anche a quelle che hanno scelto di stare nei luoghi di potere dove è massimo lo scarto tra le parole e la verità. Una “inadeguatezza” femminile preziosa, che impedisce l’omologazione.

Comunque, per poter vedere le differenze tra donne anche sulla questione del potere e la sua influenza sulla libertà di una donna, la differenza va presupposta in tutte le donne, come del resto in tutti gli uomini.

Penso che “presupporre la differenza” in ogni donna rappresenti una forzatura, con alcune serve aprire un conflitto. Lo dico sulla base della mia esperienza personale, perché prima dell’incontro con il femminismo non capivo né il senso della differenza, né quello della libertà femminile, né tantomeno riuscivo a far valere, prima di ogni altra, la mia relazione con altre donne.

Credo che ancora oggi molte che stanno nei partiti e nelle varie istituzioni siano nella situazione nella quale mi trovavo io agli inizi del mio percorso politico. E con queste donne credo vada aperto un conflitto trasparente ma radicale. Conosco i partiti e conosco anche il potere. L’ho subito, esercitato, l’ho visto bloccare o accelerare processi e scelte. E so quanto possa sfigurare le persone. Ma da vari decenni, per fortuna, ho imparato a conoscere (e a farne la mia pratica politica) il potere che viene dalla conoscenza e dal sapere e che, come diceva Hannah Arendt, genera un poter fare e un poter dire, un agire collettivo e relazionale. Dopo i primi anni passati in una posizione subalterna ai maschi, anche se l’aver studiato molto mi consentiva di metterli all’angolo in molte discussioni, ho avuto la fortuna di incontrare, dentro il Pci, Franca Chiaromonte e con lei il femminismo, e soprattutto di sperimentare e di veder crescere la forza che deriva della relazione tra donne. Mi colpì molto quello che disse anni fa Luisa Muraro, parlando di Flannery O’Connor, al Grande Seminario di Diotima: «Lei con la sua splendida scrittura entrò nel territorio del diavolo per immettervi realtà e contendere significato alle parole». Ecco, io penso che una donna che decida di fare politica in qualsiasi sede e a qualsiasi livello debba sapere che sta entrando nel “territorio del diavolo” e che può entrare solo se immette in quel territorio la sua realtà e se contende significato al “potere costituito” basandosi sulla forza che può venirle solo dalle relazioni con altre. Se entra da sola, o in fila dietro a un uomo, sceglie di riprodurre la sua subalternità. Torna in questi giorni, a proposito della formazione del nuovo governo Draghi, una discussione oramai stantia. Che le donne sono poche (solo 8 su 23), che la Sinistra non le ha messe, che bisognerebbe applicare davvero le “quote rosa”, che la colpa sarebbe delle correnti dirette dai maschi, e via inanellando tutte le scuse possibili. Anche i maschi naturalmente si esercitano sul tema. Michele Serra scrive: «forse per mantenere la differenza sarebbe bene per le donne tenersi lontane dal potere». Una frase che, detta da un uomo, si commenta da sola. Non credo alle sedi paritarie e alle quote rosa. Il femminismo mi ha insegnato che va aperto un conflitto di merito e radicale con gli uomini sul loro ruolo e purtroppo anche con le donne che li aiutano a perpetuarlo. Ho sempre pensato, fin da giovanissima, che una donna possa fare politica meglio di un uomo. L’esempio di come la facesse meglio mia madre, rispetto a mio padre, fu per me illuminante. Dovessi dire perché scelsi la politica invece dell’insegnamento direi che lo feci perché nel ’68/69 era piuttosto bella, ma soprattutto per dimostrare a me stessa, e a mio padre in particolare, che potevo far politica meglio di lui. E tirando le somme del mio lavoro credo di esserci riuscita. Con buoni risultati concreti nelle materie che ho affrontato e nelle leggi che ho contribuito a fare. E con più felicità e passione, mentre in lui vedevo quasi solo il dolore del sacrificio, della disciplina e della competizione. E questo “meglio di un uomo” è stato frutto quasi per intero delle mie significative relazioni con molte donne e con il femminismo, dentro e fuori dal partito nel quale ho lavorato. Magari vi chiederete se io non abbia mai fatto parte di una corrente nel mio partito. Sì, ho fatto parte della corrente di Pietro Ingrao, in quegli anni era difficile non farne parte. Ma le relazioni con le altre donne del mio partito, o con quelle che stavano nelle associazioni e nei movimenti ecologisti territoriali che frequentavo (quelle di Vicenza, quelle della Terra dei Fuochi, della Val di Susa) venivano prima della mia corrente. Io e Franca Chiaromonte, ad esempio, trent’anni fa abbiamo fatto una scelta e una scommessa consapevole l’una sull’altra: lei era femminista e aveva una grande credibilità nel movimento delle donne, io non lo ero ma avevo una più forza politica di lei dentro il partito. Politicamente non eravamo neppure sulle stesse posizioni, lei era più moderata e riformista, io più estremista, per usare il linguaggio di allora. Ma questo non fu mai un impedimento. Per quanto potessimo essere distanti su una singola scelta politica, la nostra relazione è sempre stata più forte di ogni posizione particolare. Ci siamo confrontate per moltissimi anni, e la nostra relazione è stata un lievito per altre donne. Il fatto che né io né lei “rispondessimo” ai maschi ma ci affidassimo prima di tutto l’una all’altra mostrava una pratica molto diversa da quelle solite e soprattutto mostrava forza e libertà femminili. Molte volte sono andata in conflitto proprio perché sostenevo una donna di un’altra corrente e la mia relazione primaria era con lei. Ma se acquisisci piena consapevolezza che la tua libertà risiede nella relazione con le altre donne quella resta per sempre la tua misura. E se questa misura diventa la pratica di tante donne immette un’altra realtà anche nel territorio del potere e dei partiti e comincia a risignificarli. Credo però che nei partiti del secolo scorso, pur con tutti i difetti enormi che non intendo negare, ci fosse almeno uno spazio. Oggi, dovunque mi giri, non vedo partiti, ma un panorama politico scarnificato, fatto di leader modesti sostenuti dalle rispettive tifoserie.

Sì, la posta in gioco è alta: il cambio di civiltà tanto desiderato si prospetta e sta avvenendo nella situazione più drammatica e improvvisa, in una crisi di sistema, allo stesso tempo sanitaria ambientale sociale culturale e politica.

Nell’immediato la speranza è ancora una volta affidata a un provvedimento salvifico. In questo caso sono due: il vaccino che ci porterà in tempi brevi fuori dalla pandemia; la guida di un tecnico “super” fin dal soprannome, incontro al quale sono accorsi tutti i partiti (tranne uno), in una sorta di misteriosa identificazione con il “salvatore” che porta in sé un pezzetto della propria identità. A cominciare da Grillo che gli ha attribuito un’anima grillina.

Quella speranza è falsa perché le cose non stanno così. Il covid non passerà facilmente, già imperversano le sue varianti e altri virus arriveranno; la crisi climatica è vicina alla rottura e la transizione ecologica, pur con il benvenuto ministero apposito, non sarà indolore; la povertà sta aumentando in strati sempre più ampli della popolazione, mentre aumenta la concentrazione della ricchezza in poche mani.

Così un fondo di tristezza si è accoccolato dentro di me. Ma c’è anche altro che veicola gioia, se si è donna e si ha passione politica. Io la provo quando sento parole del femminismo diventate senso comune e vedo volti di donne autorevoli saltare fuori in ogni ambito: il cambio di civiltà porta impresso un visibile segno femminile.

In questa cornice colloco l’invito di Antonietta Lelario ad autorizzarci a portare la politica della differenza sul piano politico più allargato. Ha ragione, ma diciamoci con franchezza che mentre alcune sanno stare nella sfera pubblica con efficacia, per la stragrande maggioranza delle donne è difficile.

Io ammiro chi riesce con le sue parole ad orientare nella lettura del presente e ad aprire nuove strade. È il caso di Luisa Muraro che sorprende sempre per la sua capacità di invenzione politica, l’ultima è stata la lettera aperta alle ministre di Italia Viva del governo Conte. Ha suscitato un intenso dibattito che ancora ci impegna, indicando anche una nuova possibile pratica: l’interlocuzione nella distanza. Oppure è il caso di Ida Dominijanni che con tempismo e intelligenza politica riesce a fornire analisi acute degli avvenimenti in corso. Cito solo il suo post su Facebook riguardo a Conte che ha lasciato palazzo Chigi accompagnato da lunghi, intensi applausi di impiegati e commessi. Altri giornalisti si sono affrettati a minimizzare quegli applausi, mentre la sua interpretazione va in fondo all’anima, anche della mia, facendo vedere come siano stati «una citazione inconscia dal primo lockdown, quando ci affacciavamo tutti alle finestre, e un ricordo dell’alleanza stretta in quel momento fra governanti e governati in nome non del potere o della competenza, ma della percezione di una comune impotenza, che ci ha consentito di affrontare quell’esperienza difficile senza dilaniarci». Che Dominijanni abbia colto qualcosa di speciale di quel rapporto è confermato dal numero milionario di like avuto dall’ultimo post di Conte. Un record, hanno scritto i giornali. Del resto lo stesso Draghi nel suo discorso per la fiducia in parlamento lo ha ringraziato e si è posto in una certa continuità con il governo precedente.

Tornando alla questione della presa di parola e dell’esposizione pubblica posso io stessa confermare un disagio. C’è grande bisogno e desiderio di scambio, come mostrano gli ultimi incontri di Via Dogana, e allo stesso tempo c’è un’esitazione femminile a esporsi forse per debolezza del desiderio e forse perché molte donne pensano di aver poco o niente da dire, soprattutto sull’attualità politica. Al mattino ascolto regolarmente Radio Popolare e ai microfoni aperti telefonano in genere uomini, tanto che in una trasmissione la conduttrice, Lorenza Ghidini, ha chiesto solo alle donne di chiamare per discutere il fatto del giorno: il mancato invio di ministre al governo da parte del PD. E quelle che hanno telefonato ne avevano di cose da dire! La difficoltà è innegabile e la sentiamo anche nelle nostre imprese femministe, che siano librerie, centri o riviste.

La pandemia ha rimesso al centro i corpi con tutta la loro fragilità e difettosità nel fisico e nell’anima, da accettare come comune condizione umana, inaggirabile. Mesi mesi e mesi di zona rossa o arancione me ne hanno dato una consapevolezza tangibile e qualcosa è cambiato dentro di me.

Ho cominciato a fare pace con i miei “difetti” e, quindi, con quelli di chi mi circonda. Ho smesso di avere in mente un ideale di perfezione. Gli esseri umani, le donne, io, siamo imperfetti, ma questo non toglie niente al nostro desiderio e alle nostre potenzialità di espressione.

La scena pubblica è a misura maschile e sappiamo bene che c’è un’opprimente richiesta sociale: una donna, specie se giovane, deve essere a dir poco “perfetta”.

Ma ancora più insidioso è l’ideale di perfezione che alberga nella testa delle donne. Si è ciò che si è, frutto di una vita e di una storia. Se si toglie di mezzo l’ideale con cui misurarsi e misurare, ciò che era catalogato “difetto” appare più come una differenza, una caratteristica di quell’essere umano lì, che entra in gioco con le differenze dell’altra nell’alchimia della relazione. Il potenziamento è dato proprio dal gioco delle differenze e delle caratteristiche delle singole donne che stanno in relazione. Per questo è così essenziale la fiducia nella relazione tra donne. L’altra ti fa essere più te stessa.

Le nostre pratiche politiche – quelle che abbiamo già scoperto come l’autorità e l’affidamento e quelle che andiamo scoprendo muovendoci praticamente in questa inedita situazione – sono parte integrante del passaggio che stiamo vivendo da un mondo basato sull’individuo sovrano a un mondo basato sulla relazione e l’interdipendenza.

Per parlare della mia esperienza nella redazione ristretta, posso dire che fare Via Dogana, decidere il tema della discussione, esporsi con una introduzione, sta diventando una pratica in cui le relazioni sono più importanti delle singole individualità, in cui l’io risulta meno importante del progetto comune. E questo potenzia molto il lavoro della redazione. Spesso le aggregazioni femminili funzionano male perché l’ideale di perfezione finisce per essere una lente deformante che accentua il negativo, fa vedere principalmente le manchevolezze dell’una o dell’altra e innesca una litigiosità strisciante che porta tutto al ribasso. Il vero negativo è che così l’attenzione rimane concentrata sulla singola individua e non si scommette sulla potenzialità trasformativa delle relazioni. Insomma, una più una vale cento.