Iniziare o, nel caso delle donne della Libreria, ricominciare una riflessione sul corpo è stato più facile a dirsi che a farsi. Come sappiamo, dagli anni Settanta il corpo femminile, nascosto e negato tranne che nell’esperienza della maternità, ha fatto irruzione nella politica per prendersi finalmente voce e spazio.

Eppure, l’espressione essere corpo, utilizzata dalle donne della Redazione a sintetizzare il significato di quella lotta che guardiamo con tanta ammirazione, ci ha lasciate inizialmente interdette, quasi intimorite. Perché?

Siamo nate nella seconda metà degli anni Novanta, cresciute in una società in cui il corpo femminile appariva tutt’altro che tabù: lo vedevamo in programmi tv, di qualsiasi fascia oraria, in lingerie e paillettes, vendere prodotti o rimarcare la presenza di uomini in giacca e cravatta; veniva mostrato senza pietà, era perfino oggetto di battute di alcuni politici.

Non sono tardati i campanelli d’allarme, come il boom di disturbi alimentari dei primi anni Duemila, sintomo di quell’ossessione che gli uomini non hanno mai smesso di avere nei confronti del corpo delle donne: prima negandolo, poi ipersessualizzandolo.

Si è cominciato così a parlare di body positivity, il movimento nato con lo scopo di arginare i disturbi alimentari tra le ragazze più giovani proponendo rappresentazioni di corpi normopeso o sovrappeso nei media tradizionali e nei social media. Un movimento che ha finito per promuovere l’immagine sessualizzata delle donne di ogni peso e misura, né più né meno di quanto avveniva fino a poco prima esclusivamente con le donne snelle e slanciate. Sembra che il messaggio della body positivity sia: “Il tuo corpo è sempre valido, purché sia sessualizzato”.

Forse perché è diventato sempre più difficile immaginare i nostri corpi diversamente.

C’è un altro aspetto inedito nel modo in cui le ragazze della nostra generazione e quelle più giovani vivono il corpo: i social media mettono in atto uno “sdoppiamento” di chi li utilizza, che diventa al tempo stesso attore e spettatore. E così, diversamente da quanto accadeva con la tv degli anni Duemila, le donne sono al tempo stesso le veline e le spettatrici: mostrano il loro corpo e lo guardano da fuori, come lo guarderebbe un uomo.

È interessante come questa stessa dissociazione si ritrovi anche nella sessualità: citando Naomi Wolf in Il mito della bellezza, «Le donne mi dicono che sono gelose degli uomini che traggono molto piacere dal corpo femminile; che immaginano di essere dentro il corpo maschile che è dentro di loro per poter provare che cos’è il desiderio, sia pure di seconda mano».

Noi stesse siamo tentate da questa dissociazione: in fondo, se tutta l’importanza del corpo risiede nella sua bellezza, perché dovremmo riconoscerla? Se il corpo è questo, essere corpo ci spaventa. Non è più liberatorio pensare al corpo come strumento che ci permette di vivere, amare, fare ciò che ci piace?

Siamo state però molto colpite da una provocazione delle donne della Redazione durante uno dei nostri scambi: il nostro gruppo, nato come gruppo di studio di testi femministi, diventato una fonte di scambio essenziale per ognuna di noi, è volutamente separatista. Su che cosa abbiamo basato questa scelta, se non dal presupposto che ad accomunarci, nelle nostre differenze, è proprio il corpo? Da questo punto di vista, considerarlo strumento ci appare riduttivo.

Allora è da qui che vogliamo ricominciare, dalle esperienze che ci ricordano che il corpo è nostro, non di chi lo guarda, che i vissuti del nostro corpo ci permettono di riconoscerci e di costruire insieme: in questo senso, siamo corpo.

Alla luce dei mutamenti del patriarcato e delle false concessioni con le quali tenta di ingannarci, individuare altre esperienze che permettano di inventare nuovi modi di pensare al corpo è la sfida dalla quale ricominciare.


Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 “Ricominciamo dal corpo”, 6 marzo 2022.
Immagine di Giorgia Basch, BilderAtlas

In questi giorni ho avuto grandi difficoltà a concentrarmi, sempre tentata di restare attaccata alla radio o alla TV per seguire gli avvenimenti, in questo clima di paura, minaccia e senso di impotenza. Mi è venuta in soccorso Virginia Woolf, mi sono ricordata del suo testo squisitamente politico “Le tre ghinee”, scritto alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Come sapete, è la risposta immaginaria a un suo amico avvocato pacifista che le ha chiesto di sostenere le sue iniziative per prevenire la guerra, e lei risponde – detto in estrema sintesi – che il modo migliore di aiutarlo a prevenire la guerra, che lei mette in relazione diretta con la mascolinità, non è di ripetere le parole degli uomini colti e di seguire i loro metodi, ma di trovare nuove parole e nuovi metodi. Con lucidità e ironia smonta la pretesa di universalità del pensiero maschile pur condividendo gli scopi pacifisti dell’amico, e indica una strada per difendere la pace fondata sulla libertà e l’indipendenza simbolica delle donne. Ed è esattamente quello che sta a cuore anche a noi.

L’idea di ricominciare dal corpo è nata dall’incontro con alcune giovani donne, Ilaria e Daniela che sono sedute di fianco a me, e Emma che è qui in sala. Sono state loro a cercarci dopo aver seguito l’ultimo incontro di Via Dogana su zoom. Ci hanno scritto che sono un gruppo di sette ragazze dai 22 ai 26 anni che si riuniscono ogni settimana da circa un anno per studiare insieme la letteratura e la filosofia femminista. Sotto il nome “Le Compromesse” hanno aperto un blog e una pagina Instagram: Le Compromesse – blogLe Compromesse – instagram. Andate a leggerle, scrivono dei commenti interessanti. Scrivevano anche che per loro il confronto con donne più grandi è molto importante, e che volevano cogliere l’occasione per lavorare insieme.

Come molte di voi sanno, in quel periodo eravamo in un momento di ripensamento e di “ricambio” all’interno della redazione, così abbiamo cominciato a sperimentare questa pratica di scambio tra donne più grandi e donne più giovani. Siamo ancora all’inizio. Voglio precisare che a me personalmente non interessa intavolare ciò che banalmente viene chiamato “dialogo tra generazioni”: penso che noi viviamo il presente, la contemporaneità insieme, e voglio mettermi in ascolto per leggere elementi della realtà che da sola non afferro, a partire dell’esperienza di altre che sono donne come me venute al mondo dopo di me. E direi che c’è un guadagno reciproco, se posso citare Daniela da un suo messaggio whatsapp: “…dal confronto con tutte voi sto davvero ampliando i miei orizzonti!!!”

Abbiamo detto ri-cominciare dal corpo, infatti, non è mai venuto meno un senso di continuità. Il corpo è stata la questione fondamentale del femminismo, anche a livello internazionale: ricordo solo la nostra “bibbia” degli anni ’70, scritta da un collettivo di donne di Boston, Noi e il nostro corpo – titolo originale Our bodies ourselves, (I nostri corpi noi stesse) che corrisponde di più al senso di quel testo: togliere il potere, anche di parola, sui nostri corpi agli uomini, sottrarci all’oggettivazione.

Questa ricerca è sempre stata intrecciata con un lavoro sul linguaggio, c’era il titolo di quel libro di Marie Cardinal, vi ricordate, che circolava per molto tempo quasi come slogan: Le parole per dirlo. La pratica politica è stata ed è una ricerca di parole per dirsi, per dire l’esperienza femminile a partire dal corpo e dal proprio sentire. Il piano del linguaggio si è rivelato come luogo di scontro politico: il corpo femminile è stato al centro della politica nelle questioni dell’aborto, della legge sulla violenza sessuale, sull’affido condiviso, in tutta la vita pubblica. La parola femminile, risultato di una presa di coscienza, ha cominciato a circolare nello spazio pubblico, aprendo il conflitto con il simbolico maschile. Poi, pochi anni fa, c’è stata una svolta decisiva con il movimento #Metoo; per la prima volta è successo che la parola femminile è stata creduta e ha cambiato anche lo sguardo di molti uomini sui loro simili.

La questione del corpo si può affrontare con numerosi tagli: ad alcuni di questi abbiamo già dato spazio e attenzione in Via Dogana discutendo di prostituzione, utero in affitto, esposizione del corpo alla pandemia, ostacolo del gender rispetto alla politica della differenza. Oggi vogliamo concentrarci sulle potenzialità politiche del corpo insieme alle nostre giovani interlocutrici che sono alla ricerca di una narrazione diversa da quella dei social. Con i social media, infatti, in particolare con Instagram, si apre un altro piano di lotta oltre a quello del linguaggio che ho già nominato: è quello dell’immagine, una sfida ancora tutta da affrontare.

Prima di lasciare la parola a Daniela e Ilaria, ancora un’osservazione a proposito del linguaggio. Indubbiamente in tutti questi anni di pratica della parola ci sono stati importanti guadagni teorici del femminismo, ma io mi dico: attenzione! Nelle occasioni di scambio che abbiamo avuto con le Compromesse mi è già capitato che sentissi la tentazione di volere mettere dei concetti “nostri” sui racconti della loro esperienza, cioè di fare un po’ la maestrina – spero di essermi sempre frenata in tempo.
Sfogliando le pagine virtuali di VD ho ritrovato un incontro del 2018 dal titolo “La parola giusta ha in sé il potere della realtà”, dove Vita Cosentino diceva: «trovare le parole giuste si configura come una pratica e come tale sta in un determinato contesto. Non c’è da affezionarsi alle parole – anche a quelle che ci sono più care – ma mettersi in una postura di apertura e decidere situazione per situazione, caso per caso». Mi sembra una buona indicazione per cominciare l’incontro di oggi. E ora ascoltiamo Daniela e Ilaria.


Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 Ricominciamo dal corpo, del 6 marzo 2022

Domenica 6 marzo 2022, ore 10.30
Invito alla redazione aperta di Via Dogana 3

Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano


Corpo politico, corpo pensante: è dall’esperienza del corpo e dal suo intreccio con le parole che il femminismo ha tratto la sua forza trasformativa. Ma la comunicazione mediatica, in particolare quella digitale, ha comportato un profondo cambiamento: i corpi femminili, ipersessualizzati, sono diventati spettacolo e sono svuotati di realtà. La questione si pone con urgenza, soprattutto per le generazioni cresciute con lo scarto tra il corpo vissuto e quello virtuale, rappresentato ed esposto. Ne discutiamo con due giovani donne del gruppo “Le Compromesse”, Ilaria Sirito e Daniela Santoro, che interrogano la propria esperienza alla ricerca di una narrazione diversa da quella imposta dai social. Introduce Traudel Sattler.


Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Non dimenticate green pass e mascherina FFP2.

Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.


Appuntamento: domenica 6 marzo ore 10.30 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.

La Svezia, che dopo quarant’anni di neutralità ha chiesto e ottenuto, attraverso la sua leader Magdalena Andersson, di entrare nella Nato, è anche stato il primo paese a introdurre ufficialmente, nel 2014, una “politica estera femminista”. Una contraddizione eclatante. Con un lavoro durato quattro anni è stato pure elaborato un “Manuale” che illustra metodi e esperienze di tale politica. Sono andata a leggerlo e mi sono subito accorta che porta in sé tutti i limiti del femminismo di stato.

La politica estera femminista è organizzata intorno a tre R: rights (diritti), representation (rappresentanza) e resources (risorse). In sostanza,si muove nell’orizzonte della parità dei diritti, dell’accesso delle donne nei posti decisionali, della loro partecipazione nella prevenzione dei conflitti e nelle trattative di pace e di disarmo. Principi in realtà già sanciti nella Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “Donne, pace e sicurezza” del 2000. Ma mi chiedo: con quale forza le donne possono agire, con le mediazioni date e alle procedure pensate da altri? Infatti, dal 2000 in poi i percorsi sono stati quelli prestabiliti: anche in presenza di molte donne, definite “agenti di cambiamento”, si sono infoltiti e ampliati i documenti, le commissioni, i piani di azione… E ora che c’è una guerra aperta in Europa e la politica estera dovrebbe attivarsi, molti dei principi “femministi” che già prima sembravano solo dichiarazioni d’intenti si rivelano del tutto inefficaci e tutta questa codificazione limita l’orizzonte del pensiero.
Quando mi capita di vedere in TV Annalena Baerbock, ministra degli esteri tedesca – anche lei fautrice una politica estera femminista – il dilemma lo sento lacerante: prima snocciola, a mo’ di provetto generale, una serie di nomi di carri armati, obici e sistemi di difesa sofisticatissimi da mandare in Ucraina, in una logica di netto schieramento, poi cita i miliardi di aiuti umanitari per le popolazioni martoriate in varie parti del mondo; infine nel dibattito sui giganteschi investimenti per l’esercito tedesco racconta i suoi incontri con le madri di Srebrenica che le hanno descritto le pesanti conseguenze della guerra di cui soffrono tutt’ora. Penso che contraddizioni lancinanti la attraversino: lo fa per discolparsi? per tornare al suo programma femminista? E mi domando: Come potrà ritrovare sé stessa?
Se penso alla pandemia, mi torna in mente che molte donne di governo hanno gestito quella situazione difficilissima con signoria, mostrando forza e autorità di origine femminile. Ora mi chiedo: che cosa ha scatenato la guerra in queste donne che hanno raggiunto posti di comando? È una contradizione aperta su cui bisogna continuare a riflettere.

Recentemente sono stata in Germania e ho visto un documentario bellissimo del 2021, Le Inflessibili, del giornalista e regista Torsten Körner, sulle donne in politica dagli anni ’50 fino alla riunificazione. Mi sono chiesta perché questo filmato mi ha così emozionata, come mai proprio un uomo è capace di restituire spessore a queste pioniere della politica parlamentare. Ho capito che c’è di mezzo la sua presa di coscienza. È la sua reazione di fronte a tutto il materiale documentario che lo porta a costringere sé stesso e i suoi simili a guardarsi allo specchio. È proprio il processo autocoscienziale che gli ha dato l’intelligenza per vedere il di più femminile, la radice della forza. Infatti, la forza quando c’è va anche vista! Nel documentario si vedono ricchi materiali di archivio dal parlamento tedesco e interviste fatte oggi, nelle austere sale dell’ex parlamento a Bonn, alle protagoniste di allora che raccontano la propria esperienza con un misto di ironia, amarezza e una chiara voglia di vincere. Al di fuori di qualsiasi logica partitica parlano delle loro lotte, delle offese e umiliazioni subite, in un territorio difeso dai detentori del potere con strategie che conosciamo tutt’ora, ridicolizzare, denigrare, sminuire, ignorare con ostentazione… Ma parlano anche di gesti dirompenti: memorabile il primo discorso della deputata Waltraud Schoppe che a proposito dell’aborto invita gli uomini a evitare “penetrazioni irresponsabili” e a inventare pratiche sessuali  alternative, con conseguente tumulto imbarazzato nei banchi del parlamento. Oggi le intervistate parlano da una posizione di signoria ormai acquisita, sicuramente grazie al movimento delle donne che ha dato loro la forza e le parole per mostrare la miseria simbolica e la limitatezza di quelle strutture create a misura d’uomo, e per creare una genealogia che ha aperto la strada anche a Angela Merkel.
Körner aveva già pubblicato, nel 2020, un libro sulle “Donne nella repubblica degli uomini”, ma è proprio grazie al materiale visivo dissotterrato dagli archivi che l’operazione diventa così efficace: fa vedere bene anche gli uomini. Sono i gesti, le risatacce, le pacche cameratesche sulle spalle del compagno di partito, l’incredulità e l’imbarazzo nelle facce degli onorevoli di fronte alla verità di una donna, che mostrano come quel patto sessuale di cui parla Carole Pateman è profondamente iscritto nelle strutture politiche, anche in presenza di molte donne. Prima di capirlo, l’autore, intento a scrivere una biografia familiare dell’ex cancelliere Willy Brandt, aveva ascoltato molte testimonianze di donne politiche, mogli di politici e contemporanee di Brandt, scoprendo così la ricchezza del pensiero politico femminile e il suo proprio “orizzonte storico limitato”. Nel libro dice: “Il loro concetto di politica mi sembrava più differenziato di quello degli uomini, ed essendo quelle che dovevano tenere insieme le famiglie, vedevano con maggiore chiarezza le devastazioni e le deformazioni che la vita politica può portare nelle vite”. Di conseguenza, tutta la storia della repubblica di Bonn com’era stata scritta finora, di colpo gli sembrava “una cosa estremamente riduttiva, unilaterale e monotona”. Si è reso anche conto che non si poteva rimediare con una galleria di donne da affiancare a quella degli uomini, come una “correzione cosmetica a posteriori, un ritocco di vecchie fotografie”. Vuole quindi mostrare molto di più: come mai tutt’ora molti uomini e molte donne fanno fatica a riconoscere i meriti delle donne, come mai alle donne che scelgono la politica istituzionale talvolta mancano i modelli. È come se gli uomini al potere non avessero solo lasciato voluminose autobiografie, ma anche degli “algoritmi efficaci” che riproducono il loro linguaggio corporeo come quello verbale, creando un ordine simbolico inconsapevole a molti dei suoi stessi attori. L’autore invita i suoi simili a superare questi limiti del proprio sesso, del proprio pensiero, a cogliere l’occasione per un “viaggio verso di lei, dove lui si può perdere senza subire una perdita, perché qui comincia un dialogo che comprende l’essere umano intero. Ovviamente ci sono delle barriere, ma la possibilità di tornare arricchiti da tale viaggio mi sembra maggiore del suo contrario. E se si dovesse subire una perdita, spero che sia in primis quella della propria ristrettezza mentale”.
La stessa Angela Merkel, invitata alla prima, ha augurato che non solo molte spettatrici, ma anche molti spettatori assistano alle proiezioni di questo documentario. E io sono perfettamente d’accordo con lei.


Manuale di politica estera femminista svedese: 
https://www.government.se/reports/2018/08/handbook-swedens-feminist-foreign-policy/
Torsten Körner: In der Männer-Republik. Wie Frauen die Politik eroberten. Köln, 2020
Torsten Körner: Die Unbeugsamen. Film documentario, 2021


(Via Dogana 3, 11 luglio 2022)

Mi aggiungo al dibattito su “La differenza sessuale non è un contenuto. L’ostacolo del gender”. La mia riflessione riguarda la difficoltà a capirsi tra posizioni diverse e la necessità di chiarire i concetti in gioco. Quale storia hanno i concetti di genere, gender, e differenza sessuale? Come vengono usate queste parole?

Il primo grande inciampo è un certo modo comune di intendere differenza sessuale e differenza di genere, che vengono per lo più sovrapposti e identificati con il binarismo, cioè riportati ai luoghi comuni della lingua condivisa su che cosa significhi essere donna ed essere uomo, in termini simmetrici e contrapposti. Il binarismo è sostenuto da una cultura antica, rinforzata nelle lingue romanze dai generi grammaticali del femminile e del maschile. Così in italiano la luna è femminile e il sole maschile e ciò porta con sé significati radicati in strati profondi dell’immaginario collettivo.

Abbiamo portato critiche al binarismo, perché, sappiamo, la differenza sessuale non è un contenuto. Il femminismo ha criticato i modelli femminili insiti nel binarismo dei luoghi comuni. Si è detto: donne sì, ma senza coincidere con il femminile stereotipato. Donne, piuttosto, il cui significato è tutto da trovare nel corso di una vita e confrontandosi con altre donne.

Diverso il modo di accostarsi alla questione della normatività dei generi linguistici da parte del mondo anglosassone. Negli anni Settanta e Ottanta è arrivata dal femminismo americano la proposta che, facendo riferimento alla distinzione sex gender (sesso biologico e genere come costruzione culturale), chiamava all’impegno di lottare politicamente per trasformare il piano del linguaggio stereotipato. Rompendo così con la normatività del simbolico dominante. In questo c’è stata una grande sintonia con il femminismo europeo: la stessa critica agli stereotipi e l’affidare al conflitto nel linguaggio una parte importante della trasformazione della relazione delle donne con il mondo.

Ciò che ha marcato la differenza rispetto al femminismo europeo è stata la divisione netta operata da quello anglosassone, che ha distinto tra sesso biologico (sex) e lingua (gender). Questo ha a che fare in parte ancora una volta con le forme grammaticali della lingua. Sappiamo che le lingue anglosassoni non hanno il femminile e il maschile per i sostantivi e gli aggettivi. Per cui la luna non ha sesso. Hanno sesso gli animali e dunque gli umani in quanto animali. Hanno sesso la maggior parte dei vegetali. Per cui il sesso è una questione solo biologica. Le finestre non hanno sesso.

Io credo che l’aver isolato il sesso biologico dalla lingua abbia portato a delle divaricazioni di cui sentiamo fortemente le conseguenze oggi.

Ora, invece, la sessualità è intrecciata fin dall’inizio con le parole. Per noi è più evidente quello che è vero in generale: c’è porosità tra il piano delle parole e il piano della sessualità. In altri termini c’è porosità tra natura e cultura.

Nel conflitto oggi aperto sulla questione dell’identità di genere e della differenza sessuale uno dei punti centrali è proprio questo: il poter pensare di separare sesso biologico dal piano del linguaggio.

Certo ci accomuna con i diversi movimenti, che fanno capo alla sigla LGBTQI+, la critica ai luoghi comuni binari del maschile e femminile normativi, ma ci separa questa distinzione tra sesso biologico e linguaggio. Per noi essere donna non è riducibile a biologia naturale né identità linguistica. Non abbiamo cercato identità né separato il sesso dalla sessualità e dalla ricerca di senso e da forme politiche di vita in comune. Non abbiamo mai parlato di corpo oggettivo, ma abbiamo parlato di corpo vivente inscritto di parole, aperto a un movimento trasformativo, in cui la sessualità è coinvolta, e che è via per scoperte soggettive in uno scambio con altre e altri.

Venendo al mondo, noi non partiamo da un’identità, bensì siamo accolti da una culla di parole. Mi riferisco ai pensieri, alle fantasticherie, all’immaginario di nostra madre su di noi. Il che significa che il nostro è un corpo “vestito” di parole, perché immaginato nella sua sessualità ancor prima della nostra nascita. Il sesso del corpo lo veniamo a conoscere pian piano, toccandoci e guardandoci, ma lo sperimentiamo da subito “vestito” di parole. Infatti per tutta la vita ci troviamo a fare i conti con l’immaginario di nostra madre, che ha avvolto di parole la nostra sessualità e più in generale la nostra vita di cui la sessualità è uno degli aspetti. Non a caso per tutta la vita cercheremo la nostra via desiderante, differenziandoci da quella prima culla che ci ha accolto. Ma per fortuna che l’abbiamo avuta – e di questo è bene essere grati –, perché altrimenti non potremmo scoprire il singolare desiderio che ci guida e saremmo alla deriva.

Un altro importante elemento di differenza sta nel fatto che il movimento LGBTQI+ ha posto al centro l’eterosessualità normativa, o meglio il maschio bianco, adulto, eterosessuale e tutto il resto sono differenze: la donna eterosessuale, bianca, nera, il gay, la lesbica, il trans nelle sue declinazioni, l’intersessuale. Tutte differenze intese come minoranze. Ora questo è stato un punto molto chiaro nel femminismo italiano: le donne non sono minoranza. Di conseguenza il mio invito a quelle che il movimento LGBTQI+ chiama differenze è di non ridursi a posizione di minoranza, ma di rilanciarne il valore e la forza creatrice degli stili di vita a cui stanno dando forma.

Credo che chiarire sia da parte nostra sia da parte del movimento LGBTQ+ l’uso diverso delle parole e il significato di politica come creazione di modi di vivere assieme, possa liberare energia per il formarsi di alleanze su particolari questioni che si presentano nel nostro paese. Del resto mi interessa quando vedo una loro ricerca di verità soggettiva in rapporto alla sessualità, e sento che in questo ci sono semi trasformativi potenzialmente arricchenti per tutti.

Sono convinta che il sistema capitalistico patriarcale sia spaventato dalla presa di spazio pubblico in atto da parte delle donne. Queste in molte parti del mondo contrastano le politiche economiche maschili, il dominio della finanza, del profitto e della legge del più forte. Le donne limitano la presenza simbolica dell’uomo, la devalorizzano. L’essere due: maschi e femmine a contrattare il governo del mondo si fa sempre più stringente ed è l’alternativa al dominio maschile e al sistema capitalistico.

Le donne sono “l’altro” per l’uomo e illuminano tutto ciò che ha sostanziato la vita umana senza riceverne consapevolezza e valore. Le persone ci stanno guardando e possiamo modificare la dinamica politica complessiva: quella sociale, economica e culturale.
I due corpi sessuati che la natura ci ha dato per vivere e divenire persone sono oggi interpretabili liberamente da ciascuna e ciascuno per esistere e agire in molte parti del mondo; le norme della divisione dei compiti e dei sentimenti, delle emozioni e dei desideri che il patriarcato aveva imposto hanno lasciato spazio alle nostre scelte e capacità, ora dovremmo poter comunicare e contrattare tra donne e uomini ma ancora non è facile perché gli uomini non sono abituati a farlo.
La natura ci dà limiti, e oltre al corpo ce ne sono molti altri; la realizzazione sociale di noi stessi in questi limiti ci avvantaggia perché ci permette di costruire in un contesto dimensionato che possiamo governare. Accettare i limiti personali, dimensionarci, parzializzarci e godere degli apporti degli altri che osserviamo e con cui ci relazioniamo mi dà realizzazione.
Il compito che alcune donne mi prospettano di addentrarmi nella futuribilità di piaceri sessuali immaginifici mi estenua, come tentare teorie che li governino.
Ho avuto e ho interessi che mi danno grandi piaceri erotici, come ho sentito dire a Stefano Sarfati alla Libreria delle donne tempo fa. L’erotismo si soddisfa con molte e diverse manifestazioni della vita: per me lo scambio affettivo con un uomo; l’amore estatico per l’intelligenza delle donne, le loro azioni politiche differenti da quelle dei maschi e le priorità che illustrano; i doni della natura.
Anche lo studio delle realtà, specie quella demografica e generazionale, perché su queste vorrei ci si orientasse a organizzare la società in modo responsabile: dal contenimento numerico delle gravidanze, alla valorizzazione delle esperienze delle persone anziane nel lavoro e nella politica, dando immagine che l’età sia una ricchezza relazionale.
Il confronto con i nuovi e vecchi movimenti politici che trattano di sessualità e lotta al patriarcato ha segnato per me qualche frustrazione e preoccupazione dove li ho sentiti aggressivi nei miei confronti; e nei confronti dei movimenti delle donne che sviluppano la loro cultura politica di alterità a quella degli uomini dando significato al conflitto tra due polarità.
È facile amare le differenze quando non ti intralciano, certo, ma non è detto che i progetti politici differenti si debbano per forza intralciare, possono essere ragionati.
Alcune donne, non poche nel mondo della contestazione al patriarcato, chiamano colonizzate quelle attratte sessualmente dai maschi. Esiste in effetti una competizione intorno alla norma sessuale: non è facile sostenersi da sole nella propria unicità senza desiderare di abbassare il valore di chi è diversa da noi. Allo stesso modo finiscono per monopolizzare agli occhi della popolazione l’amore per le donne, quell’amore: intellettuale, civile, politico che con tanta volontà il femminismo ha creato e reso discriminante nei rapporti sociali, viene oscurato. Riportato nel campo sessuale: della coppia, della famiglia o del libertinaggio, risulta più semplice da intendersi, conferma una tradizione di investimenti; perde rilevanza lo spostamento operato dal femminismo nelle priorità delle donne che ci ha portate a investire nella vita pubblica, cercando di restituire a questa affetto e carnalità, umanità. Lo si nota in un diffuso sospetto verso il femminismo che molte donne rilevano nelle amiche, come al contrario si rileva nelle ragazze che vivono difficoltà nel comunicare con i maschi il cogliere dal femminismo l’indicazione di rivolgersi alle donne anche sessualmente.
Il trans-femminismo ci ha rubato il nome per un movimento che è altro dal nostro: sembra rivalutare l’appetibilità della differenza dei generi di matrice maschile, proprio quelle descrizioni normate di uomini e donne che le femministe avevano intaccato e che il mondo maschile insiste però nel buttarci addosso. Vorremmo permettere alle identità di divenire più personali e libere a partire dalle esperienze del proprio corpo e dalle sue azioni, dalle peculiarità di ciascuna. Forse però noi donne e uomini non ci accorgiamo della carica sessuale che sprigioniamo spontaneamente, ma anche che carichiamo, nei e nelle trans vediamo la caricatura, ma la stessa cosa in noi ci pare legittima.
Il trans-femminismo ho pensato negasse la differenza biologica come dato reale e necessario alla vita personale per pensare, pensarsi e agirsi; nega in realtà di averne ricevuta una chiara e accettabile al suo desiderio o la sente diversa da quella che appare. La natura è complessa, i poli sessuali forse permettono molte gradazioni. Non è una condizione facile e va detta, saputa, rispettata.
Perché stupirsi però del fatto che questa problematica non investa direttamente il movimento femminista e respingere, nel voler dichiarare un sesso, la soluzione di dirsi maschi o femmina o entrambi con un riferimento al percorso biologico ed esperienziale condotto? Sentirsi diversi è un trauma che in parte ciascuna e ciascuno conosce, il femminismo ha voluto dichiararlo, renderlo la forza soggettiva di ogni donna, forse per questo da noi ci si aspetta un aiuto. È quello di indagare i propri disagi con ogni mezzo disponibile e avere la forza e sentire l’onore di dichiararsi per come ci si sente, documentare il proprio percorso e rivendicare di essere un gruppo sociale. Questo lavoro non è e non deve risultare sminuente. Al contrario, l’ampliamento di analisi della realtà e non la sua riduzione è la pratica che facciamo e riteniamo utile.
Trans-fobia, come omo-fobia sono definizioni che rimandano alla malattia mentale; ritorcere gli insulti contro chi ci ha insultato lo facciamo tutti, ma è cattiva politica, non indica una direzione di cambiamento.
Anche il tentativo di conquistare nuove norme nella lingua italiana che facciano scomparire la differenza di maschi e femmine è di matrice maschile: riappare l’umano iperpotente del patriarcato a comprendere entrambi i sessi senza che alcuna e alcuno possano dire e confrontare le loro esperienze. Appare una tavola pulita, che il “portatore d’organi” che se ne impossessa riempirà degli organi che gli servono.
Ho paura che i maschi abbiano il sopravvento ancora nel loro rimontare la leadership traballante maschile, ad esempio nel campo della maternità dove si guadagnano figli che perdono le madri perché i padri se ne disfano!
Sono le coppie sterili ad aver aperto la strada alle operazioni tecniche del prendere l’ovulo di una donna e metterlo in un’altra donna, così che finita la gravidanza il bambino venga consegnato. Ma è una ricerca scientifica dominata dal profitto ad averle sollecitate. Con la tecnologia diventa possibile che la relazione con se stessi non accetti più alcun limite e quella con gli altri non abbia per noi alcun peso? Lo sfruttamento del lavoro torna a essere senza regole e pervade di nuovo l’intero corpo? È un ritorno alla celebrazione della ragione del più forte come pratica comune?
La tecnologia indirizza il consenso verso un futuro di desideri pretesi e non guadagnati con il confronto, il ragionamento, la mediazione. È imposta dallo sviluppo capitalistico e finanziario che con questa si alimentano e vuole liberarci dal rapporto che abbiamo con noi stessi e con gli altri, proprio dalle fatiche che ci hanno fatti e ci fanno umani!
È facile in questa confusione volare sopra il conflitto tra maschi e femmine ma il conflitto sta lì, per tutti.
Il sistema capitalistico maschile fa politica per i suoi interessi ogni minuto, confonde e manipola, contrappone e svia i movimenti dal contrastare il sistema economico, gonfia quelli che non interferiscono con l’economia o che addirittura ne favoriscono rami di interesse, esaspera richieste che mettono i cittadini in contrasto tra loro e poi se ne libera.

In questi giorni sta circolando sui social l’appello di una ragazza vittima di un molestatore che, presentandosi come ginecologo, l’ha contattata telefonicamente e le ha rivolto domande intime. Divulgando la notizia, la ragazza ha raccolto testimonianze simili: sempre più giovani donne rivelano di essere state contattate dallo stesso uomo con modalità identiche e adesso il caso è diventato nazionale.

Casi come questo sono senza dubbio singolari per le modalità, ma non certo per la dinamica di fondo: le donne sono sistematicamente oggetto di molestie sessuali da parte degli uomini. Ed è essenziale parlarne, e farlo in questi termini – donne e uomini.
È per questo che alla domanda chiave dell’incontro della Libreria del 10 ottobre scorso, se sia possibile trovare un punto di incontro tra femminismo della differenza e teorie queer, alcune voci decise rispondono un secco “no”: risulta difficile riuscire a parlare di donne, di esperienze femminili e delle ipotesi per un futuro basato su tali esperienze, che derivano da una commistione di aspetti corporei e sociali, se ci si confronta con una cultura che di donne non parla, preferendo termini alternativi come “portatrici di utero”. Ed effettivamente espressioni come questa non ci permettono di ritrovarci in un vissuto comune, fatto sì di biologia ma anche di socializzazione, nostra e degli altri nei nostri confronti. Le donne non subiscono molestie come quella che ho raccontato nei paragrafi sopra perché sono “portatrici di utero”, né perché si identificano come donne. È l’eredità di una storia che sulla nostra biologia ha costruito dei ruoli che persistono nell’influenzare i comportamenti nostri e altrui a determinare episodi come questo. E per parlarne, abbiamo bisogno di un terreno comune e di parole con le quali ri-conoscerci.
Tuttavia, come è anche stato fatto notare all’incontro in Libreria, i fenomeni che vediamo verificarsi nella cultura queer sono mossi, tra le altre cose, da un bisogno che il femminismo della differenza conosce bene: smantellare i costrutti sociali, i ruoli e le norme di genere che pongono il potere nelle mani degli uomini e che opprimono le donne. Tra i temi più importanti che circolano negli ambienti queer vi è la critica alla cis-etero-normatività intesa come la norma sessuale e comportamentale che si accompagna all’essere uomo e all’essere donna. Insomma, se i ruoli di genere diverranno obsoleti anche grazie alle teorie queer, non potremmo esserne più felici. Anzi, è proprio in questa spinta anti-tradizionalista che femminismo e teorie queer convergono.
Rimane però al femminismo della differenza l’arduo compito di parlare alle donne mentre distrugge il concetto di donna tradizionalmente inteso – un compito la cui difficoltà è intrinseca e attribuibile solo parzialmente al movimento queer. Quest’ultimo tutela le identità non binary e trans, il femminismo ha come obiettivo la libertà delle donne (comprese quelle che “donna” l’hanno rifiutata come identità e come parola) anche attraverso una critica del concetto patriarcale di donna.
Un obiettivo che, a mio parere, è possibile portare avanti anche attraverso il dialogo con chi si identifica come queer, specialmente nelle più giovani generazioni non ancora giunte alla cristallizzazione del dibattito.

Care tutte,  io sono eterosessuale. Ossignur, chissà che vuol dire. Che sono sposata con un uomo, e che ho fatto sesso con alcuni maschi.

Che cosa significa alla mia età, in cui, almeno per me, la sessualità è quasi inavvertita? Cioè il desiderio, il piacere, l’impulso, il bisogno, la fame, il vuoto, l’irrequietezza, l’erranza, l’indeterminata mancanza, fantasticare la meta e allucinare completamenti, aspirare alla pace… insomma, il sesso che guida, che spinge, che illumina il paesaggio e abbellisce i desideri.

E adesso? Rispetto a quel corpo vibrante, “elettrico” come si dice, che avverte altre intensità di campo, di persone sconosciute? Una tranquilla certezza che è stato, ed è, e sarà sempre, ma ora non più. Che cosa si è sostituito?

Ecco di cosa voglio parlare. Dell’affetto, del calore diffuso, dell’apertura, dell’accoglienza, dell’attenzione, della sollecitudine, del ritirarsi, dell’osservare con compiacimento, dell’accettazione senza sbarramenti. La finezza del giudizio, che penetra e sfoglia fino a raggiungere il nucleo che spiega. Giustificare è un altro discorso, non è comprendere.

Fino ad ora non ho trovato scrivendo la necessità di orientare il discorso verso una specificità umana che differenzi alcune o alcuni da altre o altri. Come, poi, se già Carla Lonzi non avesse parlato in positivo dell’autoerotismo.

Mi pare invece che potrei essere certa che la sessualità, che è mancanza e produzione, sia unica. Neutra? Il termine è povero, rimanda al né-né, quindi sarebbe inutilizzabile. Come inutilizzabile è l’o-o, qualunque opposizione.

Bene, io sono eterosessuale. Ossignur, chissà che importa, e che significa? Come ha scritto Vita Cosentino «l’unico terreno politico [NON] è costituito dalle pratiche sessuali».

Ciao, Cristiana Fischer

I numerosi interventi all’incontro di VD3 del 10 ottobre sul possibile dialogo tra differenza sessuale e gender hanno fatto emergere con chiarezza che due sono gli ordini di realtà a cui siamo messe di fronte nel dibattito gender e LGBTQ: è legittimo che chi si sente sotto attacco lo dica, ma è bene non confondere le due realtà.

Questo mio vuol dunque essere prima di tutto un invito a distinguere: c’è un “sotto attacco” reale, da parte di una lobby potente, laddove il conflitto è portato avanti con una logica di potere, forte.

Ma c’è anche – e soprattutto – un’istanza diffusa che vediamo nei maschi e nelle femmine delle giovani generazioni, come emerge bene dall’intervento di Giorgia Baschirotto, ripreso da Laura Colombo a partire dall’esperienza di sua figlia. E così capita che anche noi, come il personaggio di Amma (nel romanzo di Bernardine Evaristo, Ragazza, donna, altro) scopriamo che «la figlia che ha educato a essere femminista, di questi tempi neanche si definisce tale […] In futuro saremo tutti non-binary, né maschi né femmine, tanto i ruoli di genere sono solo performance, e questo significa che le tue battaglie politiche per le donne, mami, diventeranno superflue, ah, e fra l’altro io mi definirei umanista, che è un concetto molto più alto del femminismo».

Questo è il nodo. Lo dico in un altro modo. A partire dagli anni Sessanta, con il femminismo della seconda ondata, abbiamo buttato all’aria in modo radicale l’essere uomini e l’essere donne, abbiamo rotto equilibri secolari. E adesso ci troviamo nella necessità di dover affrontare un ribaltamento totale: che cosa vuol dire oggi essere uomini e donne, ricollocarsi? Beh, ragazze, è un bel successo, non vi pare? In fondo è quello che volevamo. Pensavamo forse che mettendo in discussione il maschile come neutro universale, tutto andasse a posto? Le donne vanno dappertutto, gli uomini si mettono in discussione e tutto va a posto?

Come diciamo sempre, la libertà delle donne mette in crisi radicalmente l’essere uomini e l’essere donne. Ascoltiamoci: è questo che sta avvenendo. Certamente non lo risolveremo noi settantenni, ottantenni. No. Ma mi interessa e molto: voglio confrontarmi con quello che sta accadendo e che io sento in parte generato – creativamente e allegramente – da quello che in fondo volevo, come credo molte di voi. Ma cosa pensavamo? Che tutto andasse liscio? Noi mettiamo in discussione un equilibrio secolare e tutto va a posto? Non è che per un cambio di civiltà… basta che spostiamo i mobili e spolveriamo un po’ in questa casa comune. Non basta qualche decina di anni. Sta accadendo ed è quello con cui stanno facendo i conti le giovani generazioni. Per di più cresciute in un mondo connesso e performativo. Un mondo in cui è cambiato il rapporto con i corpi, nuova bandiera identitaria da sbattere in faccia al mondo, nuda o ammantata di simboli. Questo è il mondo con cui dialogare e da prendere sul serio se vogliamo insieme generare parole nuove.


È un buon intento allargare, se non aprire, uno spazio di confronto tra il femminismo della differenza e quei femminismi che si riferiscono alla gender theory, andando oltre le contrapposizioni, che sono sempre sterili. Può essere l’occasione per approfondire le questioni e sulle divergenze praticare un conflitto costruttivo, un conflitto relazionale intendo.

Giorgia Baschirotto ha introdotto i termini “mutamento” e “ridefinizione” come punto di possibile “convergenza” fra le due teorie, e io sono d’accordo con lei. Per me prendere coscienza della differenza ha rappresentato un’apertura vitale e una nuova prospettiva a 360 gradi e da allora non si è mai fermata la voglia di capire, di sperimentare, di modificarsi e di modificare il mio rapporto con il mondo. 

Per prima cosa c’è da ricordare che la liberazione del desiderio femminile è partita dalla sessualità. Carla Lonzi è la prima pensatrice italiana della differenza ed è anche l’autrice del saggio La donna clitoridea e la donna vaginale, che ai tempi circolava molto nei gruppi di autocoscienza e che nella nostra Libreria non smette di essere richiesto dalle giovani donne. In quegli anni – eravamo giovani – c’è stata una grande sperimentazione nel campo della sessualità. Tanti matrimoni sono andati per aria, tante donne hanno di colpo cambiato orientamento sessuale. Ricordo che quando sono arrivata in Libreria, pur non venendo detto esplicitamente, era considerato un po’ démodé essere “ancora” eterosessuali!

Per tutta questa nostra storia che ha coinvolto profondamente anche la mia vita e quella di tante che conosco, trovo sia una forzatura, per non dire un grossolano errore politico, mettere il femminismo della differenza dalla parte della “normatività binaria eterosessuale”, o affibbiare l’etichetta di TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist) a questa e a quella senza sapere nulla della vita e della storia politica della malcapitata femminista in questione. 

Non è certo la parola “queer” nel suo significato di eccentrico, di fuori dalla norma patriarcale, che per me fa problema. Il punto serio di contrasto con la politica gender è un altro: è il fatto che l’unico terreno politico è costituito dalle pratiche sessuali. La politica così lascia fuori troppe cose, diventa troppo “egoista”, e autocentrata, per l’esclusivo riconoscimento di sé. 

Nella Libreria delle donne di Milano, ai tempi, abbiamo pensato che l’orientamento sessuale, proprio perché mutevole nel corso del tempo, è un dato aleatorio e attiene a una sfera intima che è bene rimanga tale, in libertà, senza definizioni ed etichette. Il senso libero della differenza sessuale vuol dire anche questo. 

La scelta fatta tanti anni fa è stata quella di esibire sulla scena pubblica non le proprie pratiche sessuali, bensì la preferenza per una donna e non per un uomo, la relazione donna con donna.

È stata chiamata “omosessualità politica” per segnare la centralità del rapporto tra donne nella politica, lasciando poi a ognuna la libertà di seguire e/o sperimentare la propria sessualità, le proprie inclinazioni. Mi è sempre sembrata una buona sistemazione della faccenda. E lo penso tuttora. Devo però dire che a un certo punto è stata troppo trascurata la riflessione attorno alla sessualità. Andrebbe ripresa, anche raccontando di più le nostre storie, per togliere di mezzo tutta una serie di malintesi.

La liberazione del desiderio femminile, partendo dalla sessualità, in questi decenni ha messo in campo molto di più: il mondo, la trasformazione dell’intera civiltà di stampo patriarcale. Per me la differenza è stata generativa di iniziativa politica, di pensiero, di pratiche che hanno trasformato me e i luoghi in cui ero. È riduttivo rimanere solo sul terreno delle pratiche sessuali. Quello che mi piacerebbe scoprire è se c’è spazio per andare oltre. Se con le giovani femministe che si riferiscono al gender è possibile delineare altri terreni politici comuni.

L’altro punto che ci unisce e ci divide è l’enorme importanza politica che assume il linguaggio sia nel pensiero della differenza che nella gender theory.

Nella politica della differenza è stato ed è centrale per la sua capacità di allargare il dicibile, di esprimere l’esperienza femminile che prima era cancellata, di produrre una quantità imponente di risignificazioni in ogni campo del sapere. La politica del simbolico parte dai corpi viventi, dalle pratiche politiche che fanno già esistere altro.

C’è un in più di vita e di parola che va a vantaggio di tutte e di tutti. Anche rimanendo solo sul piano dell’uso grammaticale della lingua, aver introdotto termini come “avvocata” o “sindaca” porta il segno che qualcosa in più della realtà viene significato.

Il linguaggio è politico anche nella gender theory, che molto insiste sul suo potere performativo. Quello che non condivido nella sua attuazione nella politica gender è che invece di allargare le possibilità linguistiche, le toglie oppure va verso l’indifferenziato. Dal desiderio di usare un “linguaggio inclusivo” scaturiscono operazioni di segno opposto. Un esempio macroscopico è la messa al bando della parola “donna”. Così si toglie a metà dell’umanità la possibilità di rappresentarsi nel linguaggio e non mi si dica che “portatrice di utero” ha la stessa valenza simbolica. Così si rischia anche di compiere delle marcate ingiustizie, come ha messo in evidenza un’attivista afgana, Bina Shah, nel suo articolo “Salvateci dai talebani. Ma anche da Judith Butler”. 

Chiara Zamboni mi ha chiarito la materia del contendere in campo linguistico tra la politica del simbolico e la performatività di Butler. Dalle sue parole ho capito che queste astruserie come la “schwa” al posto delle desinenze grammaticali, questi eccessi di revisione linguistica e di etichette in forma di acronimi, messe all’impazzata, scaturiscono dall’applicazione alla lettera dell’affermazione di Butler secondo cui il corpo è totalmente “scritto” dal linguaggio. Questo sposta la lotta politica solo sul linguaggio con l’effetto di produrre una miriade di nominazioni. Assistiamo infatti a una furia classificatoria che agisce in senso contrario a quella fluidità che si vorrebbe e che rischia di stabilire una nuova normatività, tutta compresa all’interno del simbolico dominante. È anche una fatica vana, perché rimarrà sempre fuori qualcuno o qualcosa, oppure perché capita che l’etichetta già non corrisponde più. L’umano vivente non sopporta di essere incasellato. Quello che mi domando è se queste evidenti discrepanze e contraddizioni tra il piano delle intenzioni e quello delle realizzazioni possano produrre un ripensamento. Fermarsi e ritornare a considerare le infinite possibilità della lingua che permettono di giungere a espressione a ciascuna/o nel suo essere una storia a sé, in continuo cambiamento, frutto delle relazioni primarie e di tutti gli incontri della sua vita.


Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 La differenza sessuale non è un contenuto. L’ostacolo del gender domenica 10 ottobre 2021 

Accostandomi al pensiero e alle pratiche della differenza sessuale, sono entrata in contatto con qualcosa di vitale, come respirare. Ho avuto una sensazione di agio, di espansione della coscienza, di condivisione con le donne con cui ero in relazione. Tutte sappiamo la gioia e l’agio di respirare a pieni polmoni, un’esperienza che ci accompagna dalla nascita momento per momento e ci colloca sempre nel qui e ora.

Ascoltare il respiro e respirare bene significa essere prima di tutto vive, presenti a sé stesse, senza scissioni interiori, nell’integrità di mente-corpo-emozioni. Significa essere, secondo la definizione di Antonietta Potente, nella dimensione dell’anima corporea che espande energie e restituisce un linguaggio libero e liberante, trasparente, che permette una risonanza, un contagio di parole liberanti. Questo perché ci riporta al linguaggio materno-profetico, che sa prevedere, intuire, predire, far accadere le cose, linguaggio politico, trasformativo quando si tesse insieme una trama di pensieri e di pratiche.

La differenza non è stata per me un contenuto, ma innanzitutto una pratica che mi ha fatto sentire viva, ha ridato fiducia al mio sentire profondo, ha reso chiaro il legame indissolubile con mia madre, con la genealogia materna e sprigionato in me amore per le donne, per le maestre che mi hanno accompagnato nel percorso, per le figlie, per me stessa. Ama la tua prossima come te stessa diventava per me il primo comandamento, era il tassello mancante alla mia dimensione interiore di fede, intesa come fiducia e apertura al soprannaturale, al bene assoluto insito in ognuna di noi, non semplice appartenenza ad un credo religioso. Ha fatto spazio dentro di me, mi ha mostrato una grandezza che mi/ci trascende.

A metà degli anni Ottanta ho scelto di entrare nel mondo delle Comunità cristiane di base dove, a partire dai contenuti del Concilio Vaticano II e dalle lotte del ’68, si era costituita una chiesa non gerarchica, a stretto contatto con il presente, fondata sulla radicalità evangelica. In quel contesto fortemente paritario, ricco di stimoli, noi donne, però, registravamo un’afasia, una mancanza di voci femminili inspiegabile. La libertà di prendere la parola ce l’avevamo, ma non ci sentivamo autorizzate a farlo. I primi contatti con il pensiero della differenza sessuale li abbiamo avuti a Parigi nel 1988, in un incontro tra i gruppi donne CdB di Pinerolo e Torino e le amiche delle CdB francesi e olandesi sul tema «Émancipation ou féminisation: quelle est la différence?» in cui sostenevano che nelle donne esiste una carica creativa, da sempre schiacciata e annullata, che deve potersi esprimere, impregnando di più la società della sua originalità.  

Da lì è iniziato un lungo percorso, sono nati i gruppi donne delle CdB e successivamente si è creata una rete nazionale con donne di altri gruppi, associazioni o singole accomunate dalla passione per la ricerca nei campi della spiritualità e della fede e dal desiderio di un percorso separato dagli uomini. A Pinerolo, città all’imbocco delle Valli Valdesi, abbiamo dato inizio in quegli anni anche a un gruppo donne per la ricerca teologica con valdesi e cattoliche che ha avuto come riferimento centrale il pensiero della differenza.

Il taglio della differenza ha voluto dire fare un taglio netto con la logica patriarcale, imparare a darci reciprocamente forza nelle relazioni, aprirci a quel “niente misconosciuto”, come lo definisce Carla Lonzi, a quel vuoto, come lo abbiamo definito noi, perché la parola si facesse carne, fosse incarnata nei nostri corpi e nella nostra esperienza. 

Recentemente abbiamo scritto e pubblicato sul sito delle CdB un pamphlet che si intitola “Visitazioni” dove raccontiamo la nostra storia. Il titolo è Visitazioni proprio perché il racconto della Visitazione nel vangelo di Luca ci regala l’immagine dell’incontro di Maria ed Elisabetta: l’incontro di due madri, di due donne di generazioni diverse, di due profete che si riconoscono e si benedicono. Sono due donne in movimento, che vanno una incontro all’altra portando con sé il divino e sostano insieme per tre mesi in questa dimensione generativa. 

Nel 1993, diversi uomini della CdB di Pinerolo, sollecitati da noi hanno iniziato un percorso di autocoscienza, ancora attivo, dando il via ad una serie di contatti sul territorio e a livello nazionale con altri gruppi di autocoscienza maschile. Questo ci ha offerto l’opportunità di arrivare ad affrontare, in dibattiti pubblici, nodi profondi della relazione tra i sessi come quello della prostituzione che ci riguarda tutti e tutte (2019), dando agli uomini la possibilità di rompere il silenzio sulle loro chiusure emotive, sulla rimozione del corpo e la loro incapacità di comprendere il desiderio femminile e alle donne di partire dalla propria esperienza che parla di una energia sessuale che si sprigiona nella relazione. 

Io penso che non si possa prescindere dalla necessità di questo dialogo tra uomini e donne, che sta andando avanti, nonostante le difficoltà della pandemia. 

Nello stesso tempo però, si fa avanti un pensiero sulle intersezionalità e sulla fluidità dei generi che intercetta soprattutto le nuove generazioni e ostacola fortemente, in alcuni casi disconosce o rimuove la differenza sessuale. Mi ritrovo quindi a fare i conti con questo pensiero che ha ripercussioni concrete in molti ambiti del mio agire.

Ora vengo alla seconda parte della mia introduzione: l’ostacolo del gender.

Recentemente, spinta da una forte esigenza di saperne di più sul gender e le teorie queer, ho ascoltato su YouTube due incontri organizzati dalla libreria delle donne di Padova tra il 2017 e il 2018 sul tema “Fine della differenza sessuale?” in cui avveniva un confronto tra alcuni sostenitori della teoria queer (Lorenzo Bernini, Federico Zappino) e alcune pensatrici della differenza: Stefania Ferrando, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Tristana Dini. Lì ho visto fronteggiarsi due posizioni radicalmente differenti e ho capito che la posta in gioco è molto alta: la differenza è messa alla prova da un pensiero critico che circola soprattutto nelle Università, nelle accademie, condividendo con il femminismo un’ottica di sovversione delle istituzioni patriarcali ed eteronormative. Questo pensiero si diffonde tra giovani lgbt e polemizza con lesbiche e gay fossilizzati sulla rivendicazione identitaria. Negli incontri di Padova emerge che, dalla complessità delle teorie queer, che non vogliono essere un’ideologia normativa, è stata estratta una sorta di piccola vulgata a cui fanno riferimento parte del femminismo (in particolare NUDM) e dei movimenti lgbtq. Ascoltando questo confronto ho capito meglio la natura del mio disagio che è cresciuto durante la discussione che ha accompagnato il ddl Zan sull’omotransfobia. Infatti, nonostante il dibattito su queste tematiche si fosse aperto già da molti anni tra le donne del pensiero della differenza, mi ha quasi colta di sorpresa la spaccatura avvenuta in seguito agli schieramenti tra chi era pro-legge Zan e chi non era contro la legge ma proponeva alcune modifiche. Ho preso atto molto concretamente che c’è una differenza di percorsi tra chi punta al riconoscimento giuridico e istituzionale e chi pensa, invece, che c’è qualcosa di molto più importante che viene prima, va oltre la legge e riguarda il cambiamento radicale necessario per superare la violenza contro le donne, le lesbiche, i gay, i transessuali. Non che le leggi non siano importanti, ma la trasformazione non si gioca sul piano dei diritti e le semplificazioni conducono a rotture e schieramenti ideologici perché, come dice Ida Dominijanni nel suo articolo su Internazionale del 3 agosto 2020, «quando termini come sesso genere orientamento sessuale e identità di genere, che fanno parte del dibattito teorico politico femminista e lgbtq (e in quel contesto sono termini fluidi, controversi, sempre aperti all’interpretazione, alla contestazione e alla negoziazione), vengono  trasferiti e cristallizzati in un documento giuridico, gli stessi termini si irrigidiscono e diventano normativi e divisivi».

Nelle CdB miste, soprattutto in quelle di Pinerolo, per circa un ventennio, con il gruppo La Scala di Giacobbe formato da gay, lesbiche, transessuali, si è svolto un prezioso percorso di “conciliazione tra fede e omosessualità”, condividendo l’impegno contro ogni forma di omofobia nella chiesa e nella società. 

Il nostro gruppo donne ha avuto contatti e scambi con lo staff dei campi lesbici di Agape e con le famiglie arcobaleno. Siamo vicine alle donne di questi movimenti e tra noi e loro sono nate anche amicizie durature. Ora in molte di queste relazioni di scambio spesso prevale tacitamente la pretesa di un preciso posizionamento pro-Zan e qualsiasi critica o richiesta di modifica del decreto viene vista semplicemente come mancata volontà di far propria una battaglia dal grande valore sociale e umano. E questo clima si è creato anche all’interno del più ampio movimento delle CdB e dello stesso collegamento dei gruppi donne.

Credo quindi sia necessario calarsi nuovamente nella complessità dei contenuti che prima della polemica sul ddl Zan facevano parte di un dibattito teorico-politico controverso, ma aperto e in movimento.

Qui riprendo il discorso di Maria Concetta Sala nel recente incontro in Libreria quando ha parlato della postura necessaria per diventare generative: decentrarsi e decentrare per aprirsi all’esterno, attendere per scavare in quello che il pensiero delle donne ha già donato e che va riproposto con maggior radicalità, ospitare in posizione amorevole, tirarmi indietro per dare ospitalità, anche la lingua va ospitata per trovare un nuovo linguaggio, come pure il silenzio per essere indagato. Assumo queste parole come un’indicazione pratica: con questa postura ritengo necessario che si apra al più presto un confronto autentico, reale, ognuna e ognuno a partire da sé, andando oltre i fraintendimenti e gli schieramenti.

Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 La differenza sessuale non è un contenuto. L’ostacolo del gender domenica 10 ottobre 2021

“Ero tornata ad essere me stessa. Ma me stessa non esisteva”. Sono parole di Christa Wolf nel suo romanzo “Cassandra”, pubblicato nel 1983, e oggi sono parole anche mie. Sono parole, forse, di tutte le donne impegnate nella ricerca libera e soggettiva di sé in un mondo profondamente mutato e mutante.

Mi sono affacciata così alla porta della Libreria delle donne per la prima volta lo scorso anno, determinata ad affrancarmi dai contenuti che la società circostante introduce in ognuna di noi e a sciogliere il legame con le mie identità, reali e virtuali.

Ho trovato accoglienza, riconoscimento, autorità femminile animata dal desiderio di esistere e agire. Ho riscoperto l’originalità di essere donna e la differenza come “fonte del pensiero e della creatività”, per dirlo con un’espressione di Luce Irigaray.

La pluralità vitale del mondo, che sento oggi riemergere con forza, non può prescindere dalla pluralità femminile, che è soggettività libera di esistere al di là delle costrizioni di genere, di ruolo e della parzialità dell’universale neutro. Lo stesso terreno comune delle donne è innervato di differenze, differenze che vanno ascoltate, valorizzate, vissute. Come afferma Geneviève Fraisse ne Il mondo è sessuato, che sto leggendo con grande interesse, la differenza sessuale è una categoria vuota, che non definisce la differenza tra sessi e, aggiungo, nemmeno la differenza all’interno dei sessi, un punto che ritengo fondamentale per comprendere la ricchezza, l’attualità e il potere rivoluzionario del pensiero della differenza. 

A questo proposito vorrei citare Cristina Bracchi, docente e membro del Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne (C.I.R.S.De) dell’Università di Torino, la quale definisce “dissenzienti” le soggettività che si costituiscono a partire da una realtà data con slancio propositivo, e che, partendo dal vissuto sessuato femminile di ognuna, si costituiscono come nuove, in costante mutamento e ridefinizione. 

Questi ultimi due termini, “mutamento” e “ridefinizione”, credo rappresentino sorprendentemente un punto di convergenza tra il pensiero della differenza e gli altri pensieri femministi che hanno abbracciato la gender theory (in particolare la teoria della performatività di Butler), la quale sta rapidamente permeando tutte le sfere della vita sociale con la promessa di liberarci dalle politiche identitarie e dal discorso normativo. 

L’approdo, il riconoscimento di alterità e la volontà di liberarsi dal modello imposto dal patto fallologocentrico, è il medesimo, le modalità differenti. Proprio nello spiraglio che si inserisce tra queste proposizioni intravedo ancora la possibilità di instaurare un dibattito costruttivo, che va oltre il separatismo statico e che mette in moto il “dissenso positivo” citato da Bracchi, attraverso cui il nostro agire si fa politico. 

L’interazione tra femminismo, della differenza in particolare, e le teorie gender e queer è perciò ancora ricca di imprevedibili svolgimenti, previo il riconoscimento della dinamicità e della sovversione del pensiero della differenza nella sfida per l’auto-rappresentazione di sé, per un’esistenza libera malgrado e mediante il corpo sessuato. Il riconoscimento, dunque, della necessità di una costante rivoluzione simbolica femminile attraverso cui le donne possono affermare la propria specificità lungo il cammino della continua ricerca di sé.

Questa interazione mi si è riproposta nelle scorse settimane rileggendo Zero, Uno di Sadie Plant, tradotto e pubblicato recentemente da LUISS University Press; un esempio di come l’immaginario metamorfico cyberfemminista possa intrecciarsi alla differenza e in particolare al pensiero di Irigaray ai tempi di Speculum. Dell’altro in quanto donna. Il corpo sessuato delle donne, anche se deformato, trasformato e in flusso, rimane un punto di partenza imprescindibile. Per questa ragione, come nota Laura Tripaldi in un’interessante analisi del libro su “Il Tascabile”, si potrebbe pensare che “Zero, Uno dimostra molto bene che la giuntura tra queste due correnti del pensiero femminista non è soltanto possibile ma necessaria, perché permette di risolvere le contraddizioni dell’una e dell’altra: permette cioè di superare la visione prescrittiva della differenza sessuale preservando, al contempo, l’autonomia del corpo rispetto alla sua rappresentazione.”

È dunque possibile un dialogo? Quali risposte e interrogativi può offrire il pensiero della differenza rispetto alle sfide che il femminismo sta affrontando e all’incombente indifferenziazione degli individui in un mondo sempre più digitalizzato e tecnologico? Dopo averla rivoluzionata e influenzata, come innestarsi nella realtà che sta cambiando? Quale posto occupa oggi il corpo delle donne, attraverso cui passa inderogabilmente l’esperienza che facciamo del mondo e a partire da cui generiamo differenza? Liberazione dell’io o liberazione dall’io?

Certamente un io che si colloca all’interno di una dimensione collettiva, un io che dobbiamo ripensare assieme, ripensare in quanto donne, in quanto soggetti in divenire.

Domenica 10 ottobre 2021, ore 10.30
Invito alla redazione aperta di Via Dogana 3

Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano


Avvieranno la discussione Giorgia Baschirotto e Doranna Lupi

Gli incontri di #VD3 contano sullo scambio in presenza. Non dimenticate green pass e mascherina.

Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 10 ottobre 2021 ore 10.30 presso la Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.

Quello che mi interessa è comprendere come siano le pratiche di pensare assieme quando siamo in presenza e quando siamo lontane e per video attraverso le piattaforme della rete. Sono pratiche diverse ed è importante capire come abitiamo e facciamo vivere le due pratiche e quale guadagno politico si possa avere sia dall’una sia dall’altra.

Vorrei riprendere l’intervento di Sara Bigardi del 6 giugno, introduttivo all’incontro, per due aspetti. Il primo riguarda il desiderio di Sara di aggirare il muro di procedure formali informatiche ad esempio per acquistare un oggetto per il dipartimento per cui lavora, andando a trovare di persona le donne e gli uomini coinvolti nel processo formale che lei avvia con la richiesta di acquisto. In questo modo riesce a conoscere il percorso della procedura passo passo, ma soprattutto le donne e gli uomini coinvolti nel processo, dove ognuno fa la propria parte. Non solo la pratica politica che lei propone per allacciare relazioni sul lavoro è interessante, ma è interessante anche come dalle sue parole si capisca come i processi formali amministrativi siano sminuzzati in parti separate, dove ognuno è responsabile della parte che deve compiere, ma non del processo in generale di passaggi, che non conosce. Gli manca la visione complessiva del processo.

Questo assomiglia molto alla logica che guida la governance, cioè il metodo di governo neoliberale della società, che richiede ad ognuno di essere compente nel proprio campo secondo una divisione di aree di responsabilità. Viene richiesto di sapersi autogovernare nello spazio del proprio lavoro, ma non viene resa visibile l’organizzazione dell’insieme. Anzi, viene offuscata la complessità in cui si inserisce il nostro singolo lavoro. In questo modo non solo non vengono dati gli strumenti per capirla – e infatti ci manca una visione d’insieme –, ma tantomeno, ovviamente, viene data la possibilità di contrattare politicamente il quadro generale nel quale noi siamo.

La scomposizione di passaggi formali nelle procedure burocratiche del lavoro è parte integrante di questa organizzazione della governance. È significativo che nell’amministrazione, là dove è possibile, chi lavora venga spostato ogni due o tre anni dall’ufficio in cui lavora ad un altro, affinché non si creino relazioni significative. Rapporti di fiducia. Esattamente il contrario della politica delle donne.

Il digitale fa parte di questa logica della governance, che disincentiva e ostacola la consuetudine di incontrarsi di persona. Giustamente dunque Sara Bigardi ha compiuto il gesto politico di allacciare relazioni in presenza con chi partecipa ai processi di cui lei stessa fa parte. Ma occorre tenere anche contemporaneamente presente la visione d’insieme. Saperla in ogni momento ricostruire, collegando i diversi aspetti.

Parto ora dalla mia esperienza per quanto riguarda il pensare assieme attraverso le piattaforme come zoom, meeting o altro. Aiuta ad incontrarsi nella impossibilità materiale di farlo. Permette di regolare molto gli interventi perché se una si sovrappone a un’altra, una delle due non si sente. Rende molto difficile aprire conflitti. E questo nel bene e nel male. Da questa difficoltà di stare nei conflitti in video ho capito qualcosa di più della presenza e del ragionare in uno spazio vicine. In presenza gli scontri di pensiero tra noi sono reggibili: il lato inconscio del corpo per sua natura relazionale mantiene legami, fa da ponte, fa sentire il contatto nella divergenza di idee. Infatti i fili che ci legano sensibilmente agli altri continuano la loro tessitura, anche quando tutto sembra separarci sul piano delle parole. Mentre è evidente che nel video le immagini non hanno sensualità e quel che vediamo – l’immagine dell’amica lontana – provocano un sottile senso di nostalgia e mancanza.

Per capire la differenza tra le due pratiche sintomatico è il silenzio. Nelle discussioni in presenza c’è la possibilità di stare in silenzio. Ho imparato molto lentamente la ricchezza di questi silenzi e a non riempire con parole qualsiasi un momento di vuoto, in cui ognuna lascia il pensiero sospeso perché si sente che solo così può affiorare altro. Qualcosa prende forma. Al contrario il silenzio è molto difficile in video. Di fronte ad un silenzio prolungato un’amica allarmata chiedeva: si è spento l’audio?

Vorrei arrivare al secondo punto che mi interessa della relazione di Sara Bigardi. Lei racconta di aver imparato molto da sua sorella Francesca, per la sua competenza informatica. Ha imparato vedendo come fa e anche facendosi spiegare e prendendo appunti passaggio per passaggio. Anch’io mi faccio insegnare per quanto riguarda i passaggi informatici da chi ne sa di più. Sono in ansia rispetto a procedure che non conosco. Ma è molto diverso se chi mi insegna è una donna o un uomo. Molti uomini sono volonterosi e gentili. Ma sento che se mi insegna una donna la mia dignità non è incrinata, anzi viene rafforzata.  Con un uomo, mi sento sfasata, fuori posto, o mi mostro troppo bisognosa di aiuto o faccio finta di essere più capace di quanto non sia. Non a caso il femminismo ha ragionato proprio su questo: sul circolo di potenziamento reciproco nell’affidarsi a una donna.

Film militante già dalla prima scena che capovolge quello che il cinema ci ha abituati a vedere, corpi femminili in primo piano. Lo sguardo della regista inquadra bacini e anche maschili ruotanti, toraci dentro camicie topdown e cinture in pelle che si muovono al ritmo di Boys della cantante Charli XCX che con voce sognante desidera i boys, buoni e cattivi che siano.

Ovviamente non è questo il capovolgimento che desideriamo vedere, ma come inizio fa ben sperare.

La camera si sposta. Altro primo piano su un gruppo di uomini intento a ridere, scambiandosi battute sessiste su una loro collega. Pochi secondi. Altra decisa virata ed ecco là la vittima designata: una donna sdraiata su un divanetto, semicosciente, che attira l’attenzione del branco che, come previsto, le si avvicina. E tu che guardi inizi a intuire, con ansia crescente, quello che succederà dopo i loro malintenzionati tentativi di aiutarla ad alzarsi, condurla verso l’automobile con cui l’accompagneranno a casa. E sei lì in attesa di quello che sai che avverrà, il peggio per una donna. Ma no! Di nuovo tutto cambia e a questo punto la sola idea certa del film è che nulla di quello che guarderai risulterà prevedibile o già visto.

Questo senz’altro il merito di Emerald Fennell, sceneggiatrice del film (Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura), al suo esordio nella regia, ma non nuova sulla scena cinematografica e televisiva come autrice della serie Killing Eve, per cui è stata nominata ai Golden Globe, e come attrice nella super premiata serie The Crown.

Cambio di scena e la storia inizia. Cassie, la giovane donna, interpretata da Carey Mulligan, non è la vittima ma l’artefice di un piano di vendetta. Va nei locali alla caccia di predatori potenziali fingendosi ubriaca e vulnerabile; quando tutto sembra per lei andare verso il peggio si rivela: completamente sobria, inizia a mettere in scena l’azione di terrore che si era prefissata (e altro ancora come forma di rieducazione).

Ultima citazione per mettere meglio a fuoco il personaggio di Cassie: eccola al banco della caffetteria dove lavora: trecce bionde, abiti color pastello, volto sorridente come una qualsiasi brava ragazza che vuole mostrarsi carina. Veniamo a sapere che Cassie aveva abbandonato medicina quando la sua amica d’infanzia Nina, anche lei brillante studentessa, si era tolta la vita dopo essere stata violentata durante una festa studentesca. Vive ancora con i genitori e una sola amica, Gail, la proprietaria della caffetteria. Cassie ha un unico progetto nella vita, la vendetta nei confronti degli uomini predatori che va a stanare nelle discoteche la sera.

Film estremo nel raccontare le scelte di Cassie e le loro conseguenze verso le quali una sceneggiatura molto radicale le indirizza in una decisa accelerazione.

Decisioni che non si stemperano nella breve e quasi spensierata relazione con Ryan, suo ex compagno di università: qui il film sembra deviare portandoci verso territori più conosciuti e accettabili, quelli del discorso amoroso e della commedia romantica. Ma lo scopo non è quello.

Il messaggio della regista è chiaro: lo stupro è una tale ferita, un taglio così irrimediabile per la donna che lo subisce che difficilmente la sua esistenza riuscirà a volgersi verso un qualcosa di minimamente accettabile.

Nel film questo senso di irrimediabilità, irreparabilità è racchiuso lucidamente nella figura di Cassie e nelle sue decisioni, come il suo restare cristallizzata a quel particolare momento della vita, sua e della sua amica, per mantenerne vivo il ricordo.

Fennell dichiara esplicitamente il suo intento: “Volevo intensamente poter scrivere un film sulla vendetta femminile… Il mio obiettivo era di scomporre la nostra cultura (intrisa di tossicità della cultura sessista) e il modo in cui pensiamo, come facciamo tutti parte di un groviglio orribile che è giunto il momento di sciogliere”.

Dalla vicenda personale di una donna la regista va alla messa in scena politica – condannandolo – di un sentire quasi comunemente accettato che permea il modo di pensare e di comportarsi di molti – soprattutto maschi, ma anche alcune donne – che fanno quadrato in difesa degli stupratori e per i quali stupri e violenze sulle donne, commesse da giovani uomini, rientrano nelle cosiddette ragazzate “come un passo che un uomo può trovarsi a compiere senza essere uno stupratore”, il che implica da parte dei giovani uomini che “la consapevolezza di sé e del proprio mondo è che il no di una donna non sia mai un no”. Come scrive Chiara Valerio in un articolo su Repubblica del 21 aprile 2021 (anche sul sito della Libreria delle donne) dal titolo Eravamo solo ragazzi.

Coraggioso e provocatorio nella sua denuncia del sistema sessuale maschile dominante, il film, anche se non direttamente frutto della politica del #MeToo, senza quel grande movimento non avrebbe potuto raccontare così bene della pervasività di quel potere e del suo svelamento.

Mi sono sentita molto passivizzare dalla lunga prigionia imposta dal Governo e dalla mia paura di prendere il Covid in questo anno e mezzo. La prigionia fisica mi ha portata ad ascoltare con più concentrazione e interesse le donne che tramite zoom partecipano agli incontri politici e anche a usare le parole con più selezione e brevità per dare efficacia a quei contatti preziosi e brevi. Esserci con la parola e non con la persona, ascoltare le voci in un contesto che appare duale e provvisorio, mi ha fatto attivare al massimo la mente e disattivare il corpo e la visione di insieme come condizione che tende a permanere nella giornata.

Si perde il territorio nella propria percezione: mancano i contesti degli spostamenti per raggiungere le riunioni, la molteplicità degli incontri imprevisti; la visione di altri luoghi da quello di residenza e le sensazioni differenti del muoversi in questi. La percezione del mondo, enormemente impoverita, la cerco avidamente nei telegiornali e nei documentari, mentre si è acutizzato il lavoro del pensare.

Manca la ricreazione in sostanza, e il facile abbraccio delle persone a cui ero legata. Ho l’impressione d’essermi avvicinata alla vecchiaia che conosco come abitudinaria, isolante e vuota. Sensorialmente vivo nel passato per ricordare gli spazi e l’aria in cui ti avvolgono, i diversi profumi e chiamo “cervellotico” il presente; mi sento mezza morta. Ho paura che l’imprevisto sia morire prima, presto, essere arrivata a concludere già ora. Non ne posso più di vivere di computer! Dovrò trovare l’energia di muovermi e sperare di ricevere soccorso se mi ammalo, di non essere lasciata a casa sola come è successo a molti.

Le epidemie scoppiano per mancanza di igiene, per precarie difese naturali nelle persone costrette a vivere accalcate in territori che mancano di vivibilità, così come negli animali allevati senza alcuna cura delle loro necessità; si diffondono con l’aumentare degli spostamenti e delle tecnologie.

La trasmissione Sapiens un solo pianeta (Rai 3, 12 giugno 2021) ripercorre lo sviluppo tecnologico lungo l’intera storia umana, spero vogliate visionarla. Mario Tozzi con cristallina ironia documenta, invenzione tecnica dopo invenzione tecnica, quanto sono state redditizie a livello economico per chi le gestiva e quali perdite abbiano comportato per l’umanità in intelligenza e saper fare, in vivibilità per tutto il pianeta. Le ricadute negative di ogni invenzione impongono in seguito che sulla stessa si intervenga con una nuova invenzione tecnica che a sua volta amplia la negatività dei risultati e così via in un continuo peggioramento. Alain Gras, direttore del Dottorato di Antropologia a Parigi, ne ha scritto molto negli stessi termini diversi anni fa e anche Laura Conti ne avvertiva. I piccolissimi guadagni dei lavoratori e quelli dei consumatori non erano ciò che loro stessi avevano richiesto o ideato ma il risultato di coercizioni del sistema di lavoro e del sistema di vita imposto per accrescere il guadagno della classe dirigente, spiega ancora il conduttore della trasmissione. Le persone dovevano solo riuscire a sopravvivere, sospinte dalle necessità di alimentarsi e da un flusso procreativo inarrestabile. Conclude che lo sviluppo tecnologico è produzione di sistemi inutili per la vita delle popolazioni, rinnova sistemi già in uso obbligando tutti ad abbandonare ciò che sanno fare ed è ormai gratuito usare, per adeguarsi in continuazione ad acquistare e imparare nuovi strumenti. Nel consumo delle novità c’è anche un po’ di comodità, e anche di divertimento, ma nulla di paragonabile alla devastazione ambientale che continui utilizzi di materie naturali e produzioni di energia necessarie per acquisirle, e lavorarle, e utilizzarle, comportano.

Stiamo condividendo in questo tempo l’estrema necessità di incontrare le persone con il corpo, di comunicare in presenza, di ritrovare il contesto fisico dell’ambiente. Il valore di queste azioni ci è più chiaro, non è sostituito dagli espedienti tecnici: non vogliamo perderle. Invece la traiettoria dello sfruttamento tramite la tecnologia e quella delle istituzioni, tesa a risparmiare lavoro e acquisire con facilità il controllo della organizzazione sociale, ci porta in un mondo digitale che distanzia le persone, rende le relazioni monovalenti, ci separa dalle azioni complesse della realizzazione dei nostri desideri per darci risposte standardizzate.

Il sistema sanitario deve essere investito di molte più risorse che assicurino il contatto fisico tra malati e operatori sanitari, questo è indispensabile per agire la rassicurazione spirituale. Sentir imporre le cure a distanza mi fa pensare: chi le implementa dentro casa? Chi le manutiene? Chi conduce le operazioni necessarie: il malato, i vecchi soli? Le persone che stanno male non possono avere barriere tecnologiche da amministrare per raggiungere il medico e tutti gli altri servizi, devono potersi interrelate a voce, in presenza, avere supporti fisici.

Dovremmo stare attente a che le leggi non chiudano i circuiti delle azioni nell’obbligo del digitale e persistano l’autonomia e la libertà di agire personalmente e scegliere quando farlo. Non si può imporre a chi non sa farlo di rispondere ai sistemi computerizzati né imporre di impararli a chi li rifiuta, non puoi decretare il suo isolamento.

Dopo aver sentito dire alla riunione di Via Dogana che l’esercizio di adeguarsi alle comunicazioni a distanza è obbligatorio e continuo, che si devono acquisire le competenze necessarie, comprendo le esigenze di una organizzazione politica ed è vero che si possono fare molte cose efficaci con zoom, dipende da quanto si prepara il lavoro di conduzione. Ma voglio sottolineare che è indispensabile continuare a privilegiare e divulgare le forme relazionali che sappiamo utili come le capacità di autonomia di azione su motivazione propria e la relazione delle persone in presenza. Non credo inoltre sia facile introdurre la critica e la problematicità nel sistema della comunicazione digitalizzata perché l’automazione dei dati funziona sul peso delle preferenze che favoriscono la superficialità e sono anche sponsorizzate. Questa cultura abitua a evitare il pensiero soggettivo, la ricerca di testi scientifici adeguati, la memoria, la restituzione in sintesi personali di ciò che si è imparato.

L’aumento della pratica comunicativa digitalizzata ci fa essere parte attiva nella pretesa dei gestori delle comunicazioni a onde radio di continuare ad alzare le soglie permesse per legge per permettere il traffico in crescita, ma c’è chi si oppone politicamente. Una lettera è stata inviata nel mese di aprile via PEC alle più alte cariche dello Stato al fine di tutelare la salute pubblica da ventinove associazioni, tra cui: l’Associazione Per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog (A.P.P.L.E.); l’Associazione Medici per l’Ambiente (I.S.D.E. Italia); l’Associazione Italiana Elettrosensibili (A.I.E.); l’Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e Ambientale (A.M.I.C.A.). (http://www.applelettrosmog.it/file/news/Lettera_aperta_sui%20limiti_di_esposizione_ai_CEM.pdf). Dichiarano la loro preoccupazione per la decisione della IX commissione della Camera di aumentare i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza (CEM-RF) come domandano i gestori. Chiedono al contrario di non alzarli, come già presente nel parere del Ministero della salute e di tornare al precedente vincolo: già quello era nocivo per la salute, come documentato dalla letteratura medica internazionale allegata (6 pp.). Chiedono a breve di abbassarlo ulteriormente e riportare la misurazione su una media di 6 minuti, fondata sul dato biologico del tempo necessario a dissipare l’effetto termico, anziché sulla media del tutto arbitraria effettuata nelle 24 ore. Questo poiché la popolazione è oggi esposta a valori che determinano effetti biologici non termici. Chiedono anche di sospendere, in base al Principio di Precauzione, l’implementazione del 5G o almeno l’impiego del beam forming beamformed (il segnale “cerca” la posizione del dispositivo da connettere e si concentra su di esso per ottenere maggior velocità e minori interferenze), i cui effetti biologici sono sconosciuti, seguendo l’esempio della Svizzera. I CEM possono anche indurre elettrosensibilità (Electrohypersensitivity, EHS), patologia ambientale che può diventare gravemente invalidante poiché tende a cronicizzarsi implicando un degrado della qualità della vita e a volte perdita della capacità lavorativa. Si stima che dal 3 al 5% della popolazione mondiale soffra di EHS, ed è prevedibile un aumento dell’incidenza della patologia legato alla massiccia e crescente esposizione alle radiazioni wireless.

La tecnologia digitale consuma inoltre il 3% dell’energia mondiale, viene usata per la produzione e l’utilizzo di attrezzature infrastrutturali (reti, device e centri dati). Questo consumo di energia ha il tasso di crescita più alto di tutti i settori industriali. Il consumo energetico del digitale porta ovviamente all’emissione di gas serra, che nel 2025 potrebbe ammontare al 7,5% delle emissioni globali, tanto quanto il parco auto mondiale.

Nel silenzio, che non sia mutismo o reticenza ma pensiero, inconscio in azione, c’è l’ascolto dell’altro che è in sé. Per questo è necessaria la stanza della tessitura (Ina Praetorius), un luogo aperto ad altro. Apertura all’altro, ad altro per accogliere, ascoltate l’altro da sé. Il fatto imprevisto che capitò nel 2001, la nascita del sito della Libreria, fu preceduto da momenti di silenzio, emergenza dell’inconscio che ruminava pensiero.

In cerchio al Circolo della rosa, nelle riunioni del giovedì in cui abitualmente si confrontavano le pratiche, i progetti, accadevano questi momenti di lunghi silenzi. Momenti di essere. Silenzi creativi, non grevi, non pieni di non detto. Un certo tipo di silenzio che valuta, soppesa, riflette su di sé, in rapporto al mondo. Al nuovo, all’ignoto che sta per accadere, che sta per nascere dalle nostre viscere o che è già in fieri, cui io sto partecipando o che io stessa ho messo al mondo, con cui sono sia in relazione sia in contraddizione. Uno spazio/tempo necessario, un tempo di libertà. Un fare pensiero assieme. Era in atto un’apertura al mondo virtuale. Era in gestazione il sito della Libreria. Un desiderio espresso da alcune giovani donne, oggetto da qualche tempo di accese discussioni e che stava prendendo forma. Desideri forti che suscitavano sentimenti contrastanti: aspettative di rilancio, paure, incertezze, incomprensioni, entusiasmi, mutismi, reticenze. In quegli anni di fine/inizio millennio, si stava producendo una svolta anche a livello europeo, si parlava di un’Europa casa comune e allora io ricordo che pensavo ci fosse bisogno di una casa interiore, generata dalla libertà femminile, la madre interiorizzata che ti dispone all’ascolto e a farti delle domande, altrimenti sarebbe stata un’Europa meccanica, astratta. “Il momento di emergenza dell’inconscio porta sempre a qualche trasformazione e le pratiche portano a modalità di pensiero differente”, dice Chiara Zamboni. Si trattava di una sfida di cui ci assumevamo consapevolmente i rischi. Paura di perdere la parola viva, l’ascolto? La posta in gioco era alta. Affidarsi, avere fiducia fu il passaggio chiave. Io, come altre, accettammo la sfida, ci affidammo alle webmater ed ebbe inizio l’avventura nel luogo virtuale della Libreria, condotte dalle navigatrici che ci coinvolgevano attivamente. Un fervore e un’energia contagiosa. Uno scambio riuscito e ricco di conflitti sul senso da attribuire, sulla finalità, sulla modalità di questa nuova esperienza di libertà femminile. Una genealogia imprevista nella sua forma ma che accolse e generò idee, nuove pratiche, nuove parole.

La riunione fissa del giovedì in presenza continuò e questa è stata ed è una garanzia: un orizzonte comune restava, come un paletto, un punto fermo inamovibile e necessario. Una svolta ma accanto alla redazione carnale del sito dal 2001 c’era e c’è il salotto della conversazione. Due stanze della tessitura in un intreccio, trama e ordito, materiale e virtuale. Prese vita un’inedita pratica di confezione di parole, immagini, algoritmi, sguardi, risate, scrittura, divergenze, contraddizioni, il tutto tenuto insieme dalle relazioni di disparità e dal piacere di condividere un’impresa di esistenza simbolica. Un contesto relazionale e un punto di vista originali, che attingono alla fonte primaria della politica. La Libreria aperta sulla strada da quel momento era anche online.

A più di vent’anni di distanza, dopo la pandemia e dopo un uso bulimico di piattaforme zoom e webinar mi sento in sintonia con quanto affermato da Antje Schrupp, invitata da Traudel Sattler, che queste modalità virtuali per la politica delle donne funzionano a una condizione ineludibile: una pratica di solide relazioni. Non aiutano a sciogliere situazioni di seri disaccordi. A me è capitato questo. Ho promosso un incontro zoom nel primo lockdown per desiderio di restare in contatto e non rinunciare a un appuntamento collettivo deciso da qualche tempo. Purtroppo le questioni erano talmente incollate alla pratica in presenza, dipendenti da questa, che sono stati più i fraintendimenti e le ansie che i guadagni. Il silenzio che ne è seguito è stato più parlante di qualsiasi scambio attraverso uno schermo. Sono necessarie analisi più approfondite di queste tecnologiche comunicative, non scelte, ma dettate dalla gravità della situazione sanitaria mondiale. Nel contempo sono anche convinta che l’intelligenza umana e la pratica di relazione duale non abbiano surrogati e non possano essere sostituite dall’intelligenza artificiale. La paura di essere dominate dall’artificiale si può vincere affidandosi alla competenza di un’altra che ha più esperienza e ama le macchine ma non più della politica delle donne, dei corpi in presenza e nel presente, del piacere di esserci, à part entière, citando Luce Irigaray. Una relazione vivente in cui possiamo ridere, toccarci, mangiare insieme, scrivere ecc. litigare se è il caso e riappacificarci se occorre, grazie a una visione che ci supera e ci sovrasta, l’amore femminile della madre.

È complicato rispondere alla domanda posta nell’introduzione all’incontro di Via Dogana 3 “Digitare non è mai neutro” 6 giugno 2021, vista la vastità e la molteplicità dei fenomeni che sono emersi in questi mesi di straordinario utilizzo delle ICT (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione) causa l’emergenza covid.

È troppo presto per stilare un catalogo di buone e/o cattive pratiche comunicative, così come è difficile stabilire la positività o negatività delle diverse posture cognitive riguardo la tecnologia.

Le ICT hanno lenito la solitudine dell’isolamento e l’emergenza è stata motivo di una generalizzata alfabetizzazione digitale che introduce cambiamenti irreversibili nelle filiere produttive (e.commerce e smartworking) e nelle modalità d’insegnamento e apprendimento (DAD). Le trasformazioni sono già in atto e la cifra del cambiamento dipenderà da ciò che resterà nelle nostre future abitudini.

Possiamo rintracciare piccoli e grandi segnali di una trasformazione che ha riguardato tuttə a partire dalla propria esperienza, come suggeriscono le amiche di VD3. Anche la modalità dell’incontro, con oltre 80 persone collegate all’evento on-line, è un segnale del cambiamento introdotto dalle ICT nelle comunicazioni.

Per quanto mi riguarda, in questo ormai anno e mezzo di auto isolamento, l’iper-connessione non mi ha fatto patire ed è sicuramente dipeso dalla mia biografia personale visto che mi occupo di informatica da tanti anni. Al Centro delle donne di Bologna dove mi sono occupata fin dalla nascita di Internet, nel lontano 1993, del Server Donne e via questo, del rapporto donne e ICT da diversi punti di vista: realizzativo, formativo e teorico. All’UniBo dove ho curato la realizzazione di innumerevoli progetti di digitalizzazione e dove tutt’ora insegno una bellissima materia, “Media digitali e genere”.

È da tanti anni che mi occupo del rapporto donne/tecnologie con l’obiettivo di sollecitare il pensiero critico dei femminismi a indagare il nostro rapporto con le macchine informatiche e al engendered degli algoritmi e del software.

Mi sono mossa dentro questo aumento di vita digitale con agio e in grande amicizia con le macchine; curando il mio sito web (www.almagulp.it), installando siti web per care amiche, recuperando archivi digitali. Uno dei miei passatempi preferiti è stato quello di risolvere problemi di funzionamento dei dispositivi informatici in un’ottica di riciclo e contro il consumo di tecnologia fine a se stessa. Ma l’isolamento mi ha permesso soprattutto di studiare e di tentare, attraverso la scrittura, una restituzione della mia esperienza di femminista digitale. Ho focalizzato la mia analisi sull’algoritmo e sull’intelligenza artificiale concentrando l’attenzione sulla pratica politica dei femminismi digitali convinta che vi siano manifestazioni di femminismi della rete distinguibili dai femminismi che vanno in rete.

Una delle caratteristiche del rapporto tra cultura delle donne e cultura del digitale sta nel processo che ha visto il femminismo migrare nei media digitali, in un primo tempo più liberi e ospitali, con importanti e molteplici produzioni di femminismi in rete. Tuttavia il processo non ha prodotto sufficienti femminismi della rete che potrebbero condizionare la programmazione del software e modificare il comportamento degli algoritmi sulla base di una sorta di responsabilità algoritmica inclusiva e democratica.

Dato il crescente potere che gli algoritmi esercitano nella società, ritengo servano maggiori artefatti tecnologici come Cercatrice di Rete[1], vera e propria macchina femminista e concreto esempio di un altro genere di search engine.

Da Chiara Zamboni ho appreso il valore e l’efficacia di una pratica[2]  politica come processo simbolico di significazione della realtà. Per tanti anni di questo si è trattato riguardo la realizzazione di artefatti tecnologici tipo Server Donne, un Service provider Internet di donne e per le donne oppure Cercatrice di Rete, una delle creature artificiali che più ho amato e che sto amando nel tentativo di ricostruirla – www. cercatrice.it – in una nuova scena politica.

Devo al lockdown la scrittura del saggio “Appunti di femminismo digitale #2 – Algoritmi” dove ho anche cercato di mettere in luce le nuove forme di discriminazione di genere derivate dall’avanzata delle intelligenze artificiali.

Ritengo sia necessario ripensare i concetti di negoziati e di negoziazione riferiti ai modelli di pensiero utilizzati nella produzione algoritmica di artefatti in grado di colloquiare con noi. Negli anni della diffusione dell’informatica di massa era predominante la nozione di azione strumentale, oggi le macchine mettono in campo vere e proprie azioni discorsive e mediatiche che dovrebbero rendere possibile dei negoziati di significato, un esempio negativo è il sessismo delle risposte di Google[3] che non possiamo negoziare.

Wendy Hui Kyong Chun, esponente di spicco dei Software Studies, descrive il software come un modo spesso piacevole di mappare cognitivamente il nostro mondo e il nostro rapporto con la sua complessità. Solo un’epoca con una popolazione di 7 miliardi di umani poteva produrre un tipo di tecnologia in grado di farci stare connessi, e durante la pandemia, pur rimanendo distanti fisicamente la tecnologia ha risposto alla nostra esigenza di stare in relazione con gli altri. Purtroppo il digitale nel ridurre questo tipo di complessità ha fatto emergere la stortura e la pericolosità dell’uso delle ICT nelle relazioni umane violente e manipolatorie.

È di questi mesi il grande allarme per il diffondersi del fenomeno dello stalkerware soprattutto nel contesto familiare: un’App può essere installata con facilità e senza che il proprietariə ne sia a conoscenza o abbia dato il suo consenso e viene utilizzata per spiare e monitorare segretamente le informazioni personali della vittima: immagini, video, messaggi, dati di localizzazione. Utilizzata da mariti gelosi o da ex partner è una forma nuova di controllo e aggressività che lascia le vittime particolarmente esposte. Il femminismo digitale promuove una maggiore consapevolezza delle potenzialità dello Smartphone e suggerisce forme di autodifesa[4].

In questo momento, e vorrei concludere, è di vitale importanza contrastare il pensiero unico alla base di tanta produzione di codice-software causa della discriminazione algoritmica; solo per fare un esempio l’educazione infantile al coding parte dal presupposto che i bambini devono imparare a pensare come un informatico,espressione coniata di recente dalla scienziata informatica Jeannette Wing[5]. Per poter negoziare altri algoritmi è necessario “pensare” altri tipi di ragionamenti che possono portare alla progettazione di altri algoritmi e altro software. I mutati contesti e le nuove esigenze della rappresentanza culturale e politica dovrebbero modificare, attraverso un altro tipo di progettazione algoritmica, anche i dispositivi e gli artefatti tecnologici.


[1] Vedi articolo No more su www.almagulp.it del 2017 dove viene descritto il progetto e la sua durata.

[2] «una pratica è un processo a cui si dà inizio per dare una risposta inventiva a un contesto e facendo così lo si modifica. Produce degli effetti che non sono progettabili né prevedibili, ma che si possono cogliere e apprezzare nel corso stesso del processo» C. Zamboni, Una contesa filosofica e politica sul senso delle pratiche, Diotima n.5 2006, Link http://www.diotimafilosofe.it/larivista/una-contesa-filosofica-e-politica-sul-senso-delle-pratiche/ consultato l’11 giugno 2021.

[3] Vedi articolo Google e il sessismo suggerito al link https://www.almagulp.it/google-il-sessismo-suggerito/06/2021/

[4] Un elenco di suggerimenti per scoprire se il nostro telefonino è clonato lo possiamo trovare al link https://www.punto-informatico.it/stalkerware-minaccia-informatica/.

[5] Citazione ripresa da Michael Lodi, Simone Martini, Enrico Nardelli, Abbiamo davvero bisogno del pensiero computazionale? Articolo apparso nella rivista on-line di cultura informatica edita da AICA, Mondo Digitale, novembre 2017.

Ho partecipato con grande interesse all’incontro del 6 giugno di VD3 “Digitare non è mai neutro” e l’assenza dei nostri corpi non ha impedito che si realizzasse in presenza, un momento condiviso di pensiero e parola.

Sono tra quelle che hanno vissuto positivamente le nuove opportunità di comunicazione in tempo di pandemia. Gli incontri on line ci hanno permesso di mantenere le relazioni, dandoci anche la possibilità di intraprenderne di nuove, attraverso gruppi di lavoro e seminari di alta qualità politica e culturale. Abbiamo avuto in questo frangente molte più opportunità di incontro che in un qualsiasi altro momento in cui ci era data libertà di movimento.

Mi trovo d’accordo con Ida Dominjianni quando dice che negli incontri on line manca solo il tatto perché lo sguardo e la voce sono corpo e ci consentono di stare in presenza. Ripensando all’importanza del telefono nelle nostre relazioni duali, riconosco il potenziale comunicativo nelle nuove piattaforme digitali che aprono ad una dimensione plurale favorendo la tessitura di reti relazionali. In effetti anche per me è stato un grande guadagno.

Non credo quindi che in questo modo si corra il rischio che evapori il desiderio di continuare ad avere relazioni in presenza. I giovani, nativi digitali, hanno protestato per la riapertura delle scuole e sono accorsi in massa nelle piazze, spinti dalla necessità di riprendere piacevoli consuetudini come le serate trascorse insieme nei dehors a parlare, ridere e ascoltare. Io mi sono comportata quasi allo stesso modo, riprendendo immediatamente le passeggiate in centro, in compagnia di amiche e partecipando, senza alcun indugio, alla prima rappresentazione teatrale nella mia città. 

Indietro non si torna e mi auguro che in futuro possano coesistere queste due esperienze, ognuna con le proprie caratteristiche e potenzialità.

Trovo invece necessario e urgente il passaggio da un capitalismo della sorveglianza, come definito da Shoshana Zuboff, in cui il modello è dato dallo sfruttamento commerciale dei dati personali immessi in rete, a un modello che si basi sui diritti fondamentali, dove i dati possono diventare una risorsa per il bene comune, per creare servizi nei campi dell’educazione, della sanità dei trasporti e quindi permetterci di migliorare la nostra società e la nostra economia nel futuro.

Pe l’otto marzo ho ricevuto in dono da una cara amica, Francesca Sancin, l’ultimo libro pubblicato dal gruppo di giornaliste Controparola di cui fa parte. Il titolo è Donne al futuro. Nella galleria di figure femminili dell’Italia contemporanea, composta in più volumi da questo gruppo di scrittrici, il nuovo libro è dedicato a una serie di ritratti di donne di oggi. Tra queste protagoniste, tessitrici di futuro, mi ha molto colpito Franca Bria, definita la Robin Hood dei dati, una delle voci più autorevoli a livello internazionale, che si spendono per promuovere un uso democratico della tecnologia. Bria sostiene che la rivoluzione tecnologica vada governata dal basso e definisce questo processo “umanesimo tecnologico” poiché “i dati sono la materia grezza dell’economia digitale e creano valore, ma non sono un’infrastruttura normale, come le strade, l’elettricità, l’acqua, Contengono la nostra anima sociale e individuale”. Affidare questi dati al mercato rappresenta una minaccia per l’economia, la democrazia e l’autonomia degli esseri umani. Partendo da questi presupposti, nei quattro anni in cui è stata assessora all’Innovazione di Barcellona, chiamata dalla sindaca Ada Colau, ha sperimentato quella che lei chiama la “sovranità tecnologica”. Ha contribuito a creare la piattaforma on line Decidem Barcellona, che ha coinvolto 400 mila cittadini nel piano strategico per lo sviluppo della città. Una piattaforma democratica con un sistema di controllo dei propri dati per chi vi accede, con software libero e licenze aperte. Questo ha permesso il suo riutilizzo da parte di altre 100 città e istituzioni nel mondo e una partecipazione attiva della cittadinanza. Infatti il 70 per cento delle azioni di governo della città di Barcellona, viene proposto dagli stessi abitanti e insieme alla cittadinanza l’amministrazione catalana, ha elaborato un piano che mira a ridurre del 30 per cento i livelli di inquinamento dell’aria, di quello acustico e del traffico.

Questo mi è sembrato un significativo cambiamento di prospettiva che mira a proteggere il diritto alla privacy e la democrazia in rete, facendo in modo che si possa governare il digitale con delle regole e che la rivoluzione digitale sia un diritto per molti e non un privilegio per pochi.  Nel 2020 Franca Bria è stata nominata in Italia presidente del Fondo nazionale innovazione (FNI). In un post, annunciando la nomina, ha scritto:” Una grande sfida per aiutare a trovare, coltivare e valorizzare progetti ambiziosi e trasformativi all’avanguardia dell’innovazione digitale e della sostenibilità”. Ancora una volta, è una donna a fare la differenza.

Nel marzo 2020 molte delle mie attività politiche si sono interrotte spontaneamente: gli incontri regolari con le coautrici (provenienti dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania) del nostro libro ABC della buona vita, così come con la redazione in presenza della rivista online bzw-weiterdenken; ora ci incontreremo finalmente il primo agosto dopo molti mesi di videoconferenze.

Fortunatamente la pandemia ci ha colpite in un periodo in cui abbiamo a disposizione mezzi alternativi di comunicazione che ci hanno permesso di continuare a lavorare ai nostri progetti e di restare in contatto nonostante l’impossibilità di viaggiare. Se le videoconferenze all’inizio sembravano solo un ripiego, si sono rivelate, nel corso dei mesi, una valida alternativa. Solo che prima non le avevamo prese in considerazione anche se questa tecnologia esisteva prima della pandemia. Ma senza la pandemia e la conseguente urgenza di sperimentare qualcosa di nuovo, probabilmente non le avremmo ancora scoperte.

È soprattutto per i progetti che coinvolgono persone fisicamente distanti tra loro che la videoconferenza offre grandi vantaggi: nonostante le lunghe distanze e limitate disponibilità di tempo ci si può incontrare in qualsiasi momento, anche per sole due ore. Mi ha fatto piacere vedere qualche gruppo una volta al mese invece di due o tre volte all’anno. Ciò ha comportato alcuni cambiamenti, per esempio abbiamo potuto discutere un argomento con più continuità. I timori iniziali che il mezzo potesse avere un impatto negativo sulla qualità delle nostre discussioni non si sono avverati. Anzi, abbiamo scoperto che le discussioni su determinati argomenti possono essere ben strutturate e focalizzate tramite videoconferenza.

Ma secondo me è stato fondamentale che ci fosse già una relazione tra le partecipanti, che ci conoscessimo prima e avessimo sviluppato una fiducia reciproca. D’altronde, mi piaceva poter “avere un assaggio” di alcuni gruppi e progetti per i quali altrimenti non avrei trovato l’energia necessaria: un conto è collegarmi per due ore a una videoconferenza a Berlino, un conto è recarmi fin là da Francoforte senza avere un legame abbastanza forte. In questo modo sono venuta a conoscenza di parecchie cose che altrimenti mi sarei persa, ma non è che ne siano nati dei contatti più intensi. Le videoconferenze possono essere un primo passo, ma per “conoscere veramente” le persone, alla fine bisogna andare a trovarle.

Nei gruppi esistenti, tuttavia, abbiamo apprezzato la comodità delle videoconferenze senza che la qualità dello scambio ne risentisse. Inoltre, la tecnologia ci ha stimolate a inventare nuovi formati come le “videoconversazioni”: a turno, una redattrice della nostra rivista online invita altre tre a uno scambio su un film o un libro. La conversazione viene registrata e poi pubblicata sul sito web. Ci divertiamo molto con questo formato, e riceviamo molti feedback positivi. Senza la pandemia, probabilmente non ci sarebbe venuta questa idea.

Dicevo che la qualità delle relazioni preesistenti è decisiva per il buon funzionamento o meno della videoconferenza e questo è stato confermato anche dal fatto che abbiamo evitato di affrontare i conflitti durante questo periodo. Le questioni aperte prima della pandemia lo sono tutt’ora; quasi come se avessimo rimandato le questioni spinose “a data da destinarsi”. Non so con precisione se questo sia veramente dovuto alla tecnologia in quanto tale, o piuttosto alla situazione pandemica in cui paure e conflitti erano comunque molto presenti, per cui tutte eravamo semplicemente un po’ più caute. Comunque, non credo che sia utile fare discussioni di principio su cosa sia meglio – videoconferenze o incontri in carne e ossa: entrambi presentano vantaggi e svantaggi. Sono formati diversi, quindi bisogna decidere caso per caso quale sia quello più adatto. Prima della pandemia non avevamo nel nostro repertorio l’opzione della videoconferenza, e durante la pandemia non avevamo a disposizione l’opzione delle riunioni “analogiche”. Nel periodo postpandemia saremo per la prima volta nella situazione felice di avere una vera scelta tra le due, e sono molto curiosa delle discussioni che ne nasceranno.

Nei progetti in cui sono attiva non ci siamo mai poste la domanda se in futuro potremo fare a meno delle riunioni in carne e ossa, in nome della semplificazione. Non ne sono rimasta sorpresa perché l’ho sperimentato da molto tempo nei social media: se conosci una persona in rete che ti è simpatica e hai uno scambio con lei per un certo periodo, prima o poi inevitabilmente nasce il desiderio di incontrarla in presenza. Semplicemente perché gli incontri fisici hanno una qualità speciale che non si può ottenere con nessun mezzo di comunicazione.

Tuttavia, la questione dell’interazione tra tecnologie internet e politica risulta molto interessante anche in una prospettiva più ampia: c’è da chiedersi come noi femministe usiamo questi media e come trarne dei vantaggi senza negare o perdere di vista i loro svantaggi e pericoli. Penso che sia proprio l’esperienza della politica di relazioni tra donne a contibuire a una visione più libera delle possibilità e dei limiti delle tecnologie internet.

L’euforia sulle possibilità dell’intelligenza artificiale, per esempio, che da anni regna sovrana nella Silicon Valley mentre tutt’ora niente di sostanziale ne è stato sviluppato, è dovuta a un certo tipo di hybris maschile e a un’ignoranza di ciò che è l’essenziale di una relazione significativa. In ogni caso, io non trovo nulla di intelligente in ciò che generalmente viene chiamato “intelligenza artificiale”. Per me intelligenza significa la capacità di portare nel mondo qualcosa di nuovo, qualcosa di tuo, con l’intenzione (politica) di dare un contributo sensato. E invece, ciò che finora è stato chiamato intelligenza artificiale sono semplicemente procedure computazionali perfezionate che eseguono indicazioni di principio programmate dall’esterno. È vero che queste procedure computazionali automatizzate – cioè gli algoritmi – oggi sono in un certo senso autonome, perché non forniscono solo risultati, ma continuano a loro volta, a sviluppare gli algoritmi. La conseguenza è che gli stessi programmatori non sono più in grado di prevederli, cosa che qualcuno percepisce come “intelligente”. Invece sappiamo che le macchine non agiscono sulla base di proprie riflessioni e decisioni etiche, ma sulla base delle istruzioni che hanno ricevuto dai programmatori. Il fatto che si sia perso il controllo dimostra solo le capacità limitate della cognizione umana, non è una prova dell’intelligenza delle macchine.

Tuttavia, naturalmente è un problema se i programmatori non hanno più il controllo sulle conseguenze delle procedure computazionali da loro stessi messe in moto. È sempre più evidente che le macchine non sono state programmate in modo “neutro”: ci sono iscritti i pregiudizi e le valutazioni sbagliate di un ordine simbolico maschile. I “maschi bianchi borghesi” della Silicon Valley hanno immesso i loro pregiudizi direttamente nelle fondamenta dell’architettura di Internet, come fa vedere in modo impressionante il documentario Coded Bias della regista statunitense Shalini Kantayya. Questo sviluppo è così pericoloso perché sempre più decisioni, anche di natura politica e sociale, si basano su questo tipo di algoritmi. Se neanche chi li ha programmati conosce le regole che seguono gli algoritmi, è difficile riacciuffarli. È il consolidamento di un ordine simbolico maschile in procedure apparentemente “neutre”, solidificate in strutture tecniche. È qui che bisogna intervenire politicamente: fanno bene le studiose e le attiviste di tutto il mondo che agiscono in questo senso.

Quindi, quando dico che gli algoritmi e la tecnologia internet non sono “intelligenti”, non significa che siano innocui, anzi. Significa che con la nostra intelligenza e, soprattutto, grazie alla pratica delle relazioni, abbiamo acquisito un sapere per contrastare le conseguenze dannose. Il centro dell’agire politico, cioè lo scambio tra coloro che amano la libertà, lo scambio sulle loro idee concrete, soggettive e i loro desideri – tutto questo non è “algoritmabile” perché è un evento unico e contingente. È l’esatto opposto dei Big Data, dove il singolo e la singola è irrilevante per definizione. Nessun algoritmo al mondo è in grado di prevedere cosa nascerà da uno scambio tra due donne in cui circolano desiderio e autorità.

In principio non è nient’altro che il lavoro verso un altro ordine simbolico. Anche l’ordine simbolico del patriarcato sembra egemonico fin quando non viene smascherato come caratteristica strutturale e fin quando non nasce un altro ordine simbolico femminile. Il conflitto politico sull’utilità e i rischi della tecnologia internet non si apre tra coloro che apprezzano questa tecnologia e coloro che la condannano. Ma si apre là dove possiamo distinguere tra ciò che possiamo aspettarci da queste tecnologie – e ciò che non possiamo aspettarci, appunto.


(Traduzione dal tedesco di Traudel Sattler)


Feminismus per Videokonferenz. Was wir vom Internet erwarten können und was nicht

Von Antje Schrupp

Im März 2020 wurden viele meiner politischen Aktivitäten spontan gestoppt: Im April hatten wir in Utrecht ein Treffen der Autorinnengruppe rund um das ABC des guten Lebens (https://abcofgoodlife.wordpress.com/) geplant, seit vielen Jahren kommen wir zwei oder dreimal im Jahr zusammen. Doch aus der Schweiz, Österreich und Deutschland konnten wir nicht in die Niederlande einreisen. Erst jetzt endlich, im August 2021, werden wir uns wieder sehen.

Auch in der Redaktion der online-Zeitschrift „Beziehungsweise Weiterdenken“ (https://www.bzw-weiterdenken.de/) haben wir im kommenden August nach vielen Monaten Video-Konferenzen zum ersten Mal wieder ein Treffen in Rüsselsheim im Christel-Göttert-Verlag geplant.

Es war ein Glück, dass diese Pandemie uns in einer Zeit getroffen hat, wo es alternative Medien gibt. So konnten wir trotz der Unmöglichkeit zu reisen an unseren Projekten weiterarbeiten und in Kontakt bleiben. Waren die Videokonferenzen anfangs nur eine Notlösung gewesen, so hat sich im Lauf der Monate gezeigt, dass sie durchaus eine Alternative sein konnten. Wir hatten diese Möglichkeit vorher einfach nicht auf dem Schirm gehabt, obwohl sie als Technologie ja bereits vor Corona existierten. Aber ohne die Pandemie und den damit verbundenen Zwang, etwas Neues auszuprobieren, hätten wir sie vermutlich noch immer nicht entdeckt.

Gerade für Projekte, deren Teilnehmerinnen weit voneinander entfernt leben, haben Videokonferenzen große Vorteile: Man kann sich trotz großer Distanzen und engen Zeitplänen jederzeit treffen, auch mal für zwei Stunden. Ich fand es schön, manche Gruppen statt zwei oder dreimal im Jahr jetzt monatlich zu sehen. Einiges an unseren Diskussionen hat sich dadurch verändert, zum Beispiel konnten wir ein Thema auch mal kontinuierlicher verfolgen. Anfängliche Befürchtungen, die Qualität unserer Gespräche würde unter dem Medium leiden, haben sich nicht bewahrheitet. Vielmehr haben wir die Erfahrung gemacht, dass gerade inhaltliche Diskussionen über Videokonferenzen sehr gut strukturiert und fokussiert abgehalten werden können.

Ich denke aber, es hat dabei eine Rolle gespielt, dass unter den Beteiligten bereits eine gewisse Beziehung bestand, dass wir uns schon vorher kannten und gegenseitiges Vertrauen entwickelt hatten. Es hat mir durchaus aus Spaß gemacht, in dieser Zeit in einige Gruppen und Projekte hineinzuschnuppern, für die ich die Energie ansonsten nicht aufgebracht hätte, zum Beispiel mich mal für zwei Stunden in eine Konferenz in Berlin einzuloggen, mit der ich nicht eng genug verbunden bin, um dafür von Frankfurt aus hinzufahren. So habe ich einiges mitbekommen, was mir ansonsten entgangen wäre – intensivere Kontakte sind daraus aber nicht entstanden. Videokonferenzen können ein erster Schritt sein, aber um Menschen „wirklich kennenzulernen“, muss man letztlich wohl doch hinreisen.

In bestehenden Gruppen aber haben wir die Bequemlichkeiten von Videokonferenzen durchaus genossen, ohne dass die Qualität gelitten hat. Teilweise hat uns die Technik sogar dazu inspiriert,  neue Formate zu erfinden, wie zum Beispiel die Videogespräche aus der bzw-Redaktion, wo jeweils eine Redakteurin drei andere zu einem Austausch über einen Film oder ein Buch einlädt. Das Gespräch zeichnen wir auf und veröffentlichen es hinterher auf der Webseite. Das macht uns selbst sehr viel Spaß, und wir bekommen auch viele positive Rückmeldungen dazu. Ohne Corona wären wir wahrscheinlich auf diese Idee nicht gekommen. (https://www.bzw-weiterdenken.de/video-gespraeche/).

Dass die Qualität von bereits bestehenden Beziehungen ein wichtiger Faktor dafür ist, ob Videokonferenzen gut funktionieren oder nicht, zeigt sich auch daran, dass wir Konflikte in dieser Zeit eher nicht bearbeitet haben. Was diesbezüglich vor der Pandemie offen war, ist es auch jetzt noch, fast als hätten wir die heiklen Dinge „auf Wiedervorlage“ gelegt. Ich bin mir nicht ganz sicher, ob der Grund dafür wirklich die Technologie als solche ist oder eher die allgemeine Pandemie-Situation, in der Ängste und Konflikte ohnehin sehr präsent waren, sodass einfach alle diesbezüglich etwas vorsichtiger waren. Jedenfalls sind Grundsatzdiskussionen darüber, was besser ist – Videokonferenzen oder Treffen in Fleisch und Blut – meiner Meinung nach nicht hilfreich, weil eben beides Vor- und Nachteile hat. Es sind unterschiedliche Formate, und deshalb ist zu entscheiden, in welchen Fällen das eine und in welchen Fällen das andere sinnvoll ist. Vor Corona hatten wir die Option Videokonferenzen nicht im Repertoire, während Corona hatten wir die Option von „analogen“ Treffen nicht verfügbar. Nach Corona werden wir daher erstmals in der glücklichen Lage sein, uns wirklich zwischen beidem entscheiden zu können, und auf diese Diskussionen bin ich schon sehr gespannt.

In den Projekten, in denen ich aktiv bin, stellte sich nicht für eine Sekunde die Frage, ob wir der Einfachheit halber auf Treffen in Fleisch und Blut in Zukunft ganz verzichten können. Das hat mich nicht überrascht, weil ich diese Erfahrung schon lange in den Sozialen Medien kenne: Wenn man im Internet eine Person kennenlernt und mag und über eine gewisse Zeit mit ihr in Austausch steht, dann entsteht früher oder später unweigerlich das Bedürfnis, sie auch in Fleisch und Blut zu treffen. Einfach weil körperliche Begegnungen über eine besondere Qualität verfügen, die über keine Medium zu erreichen ist.

Aber auch in einem weiteren Sinn ist das Thema der Wechselwirkung zwischen Internettechnologien und Politik sehr interessant. Die Frage ist, wie wir als Feministinnen mit diesen Medien umgehen und ihre Vorteile nutzen, ohne dabei ihre Nachteile und Gefahren zu verleugnen und aus den Augen zu verlieren. Ich denke, gerade eine Politik der Beziehungen unter Frauen hat Erfahrungen, die zu einem freiheitlichen Verständnis der Möglichkeiten und Grenzen von Internettechnologien beitragen können.

Die Euphorie über die Möglichkeiten von künstlicher Intelligenz zum Beispiel, die im Silicon Valley seit Jahren herrscht, ohne dass tatsächlich schon etwas Substanzielles daraus entwickelt worden wäre, verdankt sich einer bestimmten Art männlicher Hybris und einer Unwissenheit gegenüber dem, was bedeutungsvolle Beziehungen im Kern ausmacht. Jedenfalls finde ich an dem, was im Allgemeinen „künstliche Intelligenz“ genannt wird, überhaupt nichts Intelligentes. Unter Intelligenz verstehe ich die Fähigkeit, etwas Neues, Eigenes in die Welt zu bringen in der (politischen) Absicht, etwas Sinnvolles beizutragen. Was bisher künstliche Intelligenz genannt wird, sind aber einfach nur sehr hoch skaliertes Rechenverfahren, die prinzipielle Vorgaben ausführen, die von außen hinein programmiert worden sind. Diese Automatisierung von Rechenvorgängen – also Algorithmen – sind zwar inzwischen in dem Sinne selbstständig, dass diese Maschinen heute nicht mehr nur Ergebnisse ausspucken, sondern die Algorithmen auch selbst weiterentwickeln. Dass hat dann zur Folge, dass die Programmierer selbst sie nicht mehr vorhersehen können, was dann von manchen als „intelligent“ wahrgenommen wird. Aber die Maschinen handeln ja nicht aufgrund eigener ethischer Erwägungen und Entscheidungen, sondern aufgrund der Vorgaben, die sie von den Programmierern bekommen haben. Dass die die Kontrolle verloren haben, ist lediglich ein Beweis für die begrenzten Kapazitäten der menschlichen Erkenntnis, nicht ein Beweis für die Intelligenz der Maschinen.

Trotzdem ist es natürlich ein Problem, wenn die Programmierer die Folgen der von ihnen angestoßenen Rechenvorgänge nicht mehr unter Kontrolle haben. Denn immer deutlicher zeigt sich, dass die Maschinen nicht „neutral“ programmiert wurden, sondern dass die Vor- und Fehlurteile einer männlichen symbolischen Ordnung in wie eingeschrieben sind. Die „weißen bürgerlichen Männer“ des Silicon Valley haben ihre eigenen Vorurteile direkt in die Grundarchitektur des Internet einfließen lassen. Das zeigt sehr eindrücklich der Dokumentarfilm „Coded Bias“ der US-Amerikanischen Regisseurin Shalini Kantayya, der auf Netflix zu sehen ist. Diese Entwicklung ist deshalb so gefährlich, weil immer mehr Entscheidungen auch politischer und gesellschaftlicher Art auf solchen Algorithmen basieren. Wenn nicht einmal diejenigen, die sie programmiert haben, noch wissen, nach welchen Regeln Algorithmen überhaupt funktionieren, ist es schwer, sie wieder einzufangen. Es ist die in technische Strukturen gegossene Verfestigung einer männlichen symbolischen Ordnung in angeblich „neutrale“ Verfahrensweisen. Hier muss dringend politisch interveniert werden, und es ist gut, dass überall auf der Welt Wissenschaftlerinnen und Aktivistinnen darauf hinwirken.

Wenn ich sage, dass Algorithmen und Internettechnologie nicht „intelligent“ sind, bedeutet das also nicht, dass sie ungefährlich wären, ganz im Gegenteil. Es bedeutet aber, dass wir mit unserer eigenen Intelligenz und vor allem der Praxis der Beziehungen durchaus ein Wissen darüber haben, wie wir diese schädlichen Folgen verhindern können. Das Zentrum des Politischen, nämlich der Austausch zwischen freiheitliebenden Personen über ihre konkreten, subjektiven Ideen, Wünsche, ihr Begehren – das ist nicht „algorithmisierbar“, weil es ein einzigartiges, kontingentes Ereignis ist. Es ist das genaue Gegenteil von „Big Data“, bei dem der Einzelfall per Definition ganz unwichtig ist. Kein Algorithmus der Welt ist in der Lage, vorauszuberechnen, was im Gespräch zwischen zwei Frauen, in dem Begehren und Autorität zirkulieren, herauskommt.

Im Prinzip ist das ja nichts anderes als die Arbeit an einer anderen symbolischen Ordnung. Auch die symbolische Ordnung des Patriarchats erscheint hegemonial, solange sie noch nicht als strukturierendes Merkmal erkannt ist und eine andere, weibliche symbolische Ordnung entstanden ist. Der politische Konflikt über den Nutzen und die Gefahren von Internettechnologie verläuft nicht zwischen denen, die diese Technologien gut finden und denen, die sie verdammen. Sondern er verläuft da, wo wir unterscheiden können, was genau wir von diesen Technologien erwarten können – und was aber eben auch genau nicht.