Quello che mi interessa è comprendere come siano le pratiche di pensare assieme quando siamo in presenza e quando siamo lontane e per video attraverso le piattaforme della rete. Sono pratiche diverse ed è importante capire come abitiamo e facciamo vivere le due pratiche e quale guadagno politico si possa avere sia dall’una sia dall’altra.

Vorrei riprendere l’intervento di Sara Bigardi del 6 giugno, introduttivo all’incontro, per due aspetti. Il primo riguarda il desiderio di Sara di aggirare il muro di procedure formali informatiche ad esempio per acquistare un oggetto per il dipartimento per cui lavora, andando a trovare di persona le donne e gli uomini coinvolti nel processo formale che lei avvia con la richiesta di acquisto. In questo modo riesce a conoscere il percorso della procedura passo passo, ma soprattutto le donne e gli uomini coinvolti nel processo, dove ognuno fa la propria parte. Non solo la pratica politica che lei propone per allacciare relazioni sul lavoro è interessante, ma è interessante anche come dalle sue parole si capisca come i processi formali amministrativi siano sminuzzati in parti separate, dove ognuno è responsabile della parte che deve compiere, ma non del processo in generale di passaggi, che non conosce. Gli manca la visione complessiva del processo.

Questo assomiglia molto alla logica che guida la governance, cioè il metodo di governo neoliberale della società, che richiede ad ognuno di essere compente nel proprio campo secondo una divisione di aree di responsabilità. Viene richiesto di sapersi autogovernare nello spazio del proprio lavoro, ma non viene resa visibile l’organizzazione dell’insieme. Anzi, viene offuscata la complessità in cui si inserisce il nostro singolo lavoro. In questo modo non solo non vengono dati gli strumenti per capirla – e infatti ci manca una visione d’insieme –, ma tantomeno, ovviamente, viene data la possibilità di contrattare politicamente il quadro generale nel quale noi siamo.

La scomposizione di passaggi formali nelle procedure burocratiche del lavoro è parte integrante di questa organizzazione della governance. È significativo che nell’amministrazione, là dove è possibile, chi lavora venga spostato ogni due o tre anni dall’ufficio in cui lavora ad un altro, affinché non si creino relazioni significative. Rapporti di fiducia. Esattamente il contrario della politica delle donne.

Il digitale fa parte di questa logica della governance, che disincentiva e ostacola la consuetudine di incontrarsi di persona. Giustamente dunque Sara Bigardi ha compiuto il gesto politico di allacciare relazioni in presenza con chi partecipa ai processi di cui lei stessa fa parte. Ma occorre tenere anche contemporaneamente presente la visione d’insieme. Saperla in ogni momento ricostruire, collegando i diversi aspetti.

Parto ora dalla mia esperienza per quanto riguarda il pensare assieme attraverso le piattaforme come zoom, meeting o altro. Aiuta ad incontrarsi nella impossibilità materiale di farlo. Permette di regolare molto gli interventi perché se una si sovrappone a un’altra, una delle due non si sente. Rende molto difficile aprire conflitti. E questo nel bene e nel male. Da questa difficoltà di stare nei conflitti in video ho capito qualcosa di più della presenza e del ragionare in uno spazio vicine. In presenza gli scontri di pensiero tra noi sono reggibili: il lato inconscio del corpo per sua natura relazionale mantiene legami, fa da ponte, fa sentire il contatto nella divergenza di idee. Infatti i fili che ci legano sensibilmente agli altri continuano la loro tessitura, anche quando tutto sembra separarci sul piano delle parole. Mentre è evidente che nel video le immagini non hanno sensualità e quel che vediamo – l’immagine dell’amica lontana – provocano un sottile senso di nostalgia e mancanza.

Per capire la differenza tra le due pratiche sintomatico è il silenzio. Nelle discussioni in presenza c’è la possibilità di stare in silenzio. Ho imparato molto lentamente la ricchezza di questi silenzi e a non riempire con parole qualsiasi un momento di vuoto, in cui ognuna lascia il pensiero sospeso perché si sente che solo così può affiorare altro. Qualcosa prende forma. Al contrario il silenzio è molto difficile in video. Di fronte ad un silenzio prolungato un’amica allarmata chiedeva: si è spento l’audio?

Vorrei arrivare al secondo punto che mi interessa della relazione di Sara Bigardi. Lei racconta di aver imparato molto da sua sorella Francesca, per la sua competenza informatica. Ha imparato vedendo come fa e anche facendosi spiegare e prendendo appunti passaggio per passaggio. Anch’io mi faccio insegnare per quanto riguarda i passaggi informatici da chi ne sa di più. Sono in ansia rispetto a procedure che non conosco. Ma è molto diverso se chi mi insegna è una donna o un uomo. Molti uomini sono volonterosi e gentili. Ma sento che se mi insegna una donna la mia dignità non è incrinata, anzi viene rafforzata.  Con un uomo, mi sento sfasata, fuori posto, o mi mostro troppo bisognosa di aiuto o faccio finta di essere più capace di quanto non sia. Non a caso il femminismo ha ragionato proprio su questo: sul circolo di potenziamento reciproco nell’affidarsi a una donna.

Film militante già dalla prima scena che capovolge quello che il cinema ci ha abituati a vedere, corpi femminili in primo piano. Lo sguardo della regista inquadra bacini e anche maschili ruotanti, toraci dentro camicie topdown e cinture in pelle che si muovono al ritmo di Boys della cantante Charli XCX che con voce sognante desidera i boys, buoni e cattivi che siano.

Ovviamente non è questo il capovolgimento che desideriamo vedere, ma come inizio fa ben sperare.

La camera si sposta. Altro primo piano su un gruppo di uomini intento a ridere, scambiandosi battute sessiste su una loro collega. Pochi secondi. Altra decisa virata ed ecco là la vittima designata: una donna sdraiata su un divanetto, semicosciente, che attira l’attenzione del branco che, come previsto, le si avvicina. E tu che guardi inizi a intuire, con ansia crescente, quello che succederà dopo i loro malintenzionati tentativi di aiutarla ad alzarsi, condurla verso l’automobile con cui l’accompagneranno a casa. E sei lì in attesa di quello che sai che avverrà, il peggio per una donna. Ma no! Di nuovo tutto cambia e a questo punto la sola idea certa del film è che nulla di quello che guarderai risulterà prevedibile o già visto.

Questo senz’altro il merito di Emerald Fennell, sceneggiatrice del film (Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura), al suo esordio nella regia, ma non nuova sulla scena cinematografica e televisiva come autrice della serie Killing Eve, per cui è stata nominata ai Golden Globe, e come attrice nella super premiata serie The Crown.

Cambio di scena e la storia inizia. Cassie, la giovane donna, interpretata da Carey Mulligan, non è la vittima ma l’artefice di un piano di vendetta. Va nei locali alla caccia di predatori potenziali fingendosi ubriaca e vulnerabile; quando tutto sembra per lei andare verso il peggio si rivela: completamente sobria, inizia a mettere in scena l’azione di terrore che si era prefissata (e altro ancora come forma di rieducazione).

Ultima citazione per mettere meglio a fuoco il personaggio di Cassie: eccola al banco della caffetteria dove lavora: trecce bionde, abiti color pastello, volto sorridente come una qualsiasi brava ragazza che vuole mostrarsi carina. Veniamo a sapere che Cassie aveva abbandonato medicina quando la sua amica d’infanzia Nina, anche lei brillante studentessa, si era tolta la vita dopo essere stata violentata durante una festa studentesca. Vive ancora con i genitori e una sola amica, Gail, la proprietaria della caffetteria. Cassie ha un unico progetto nella vita, la vendetta nei confronti degli uomini predatori che va a stanare nelle discoteche la sera.

Film estremo nel raccontare le scelte di Cassie e le loro conseguenze verso le quali una sceneggiatura molto radicale le indirizza in una decisa accelerazione.

Decisioni che non si stemperano nella breve e quasi spensierata relazione con Ryan, suo ex compagno di università: qui il film sembra deviare portandoci verso territori più conosciuti e accettabili, quelli del discorso amoroso e della commedia romantica. Ma lo scopo non è quello.

Il messaggio della regista è chiaro: lo stupro è una tale ferita, un taglio così irrimediabile per la donna che lo subisce che difficilmente la sua esistenza riuscirà a volgersi verso un qualcosa di minimamente accettabile.

Nel film questo senso di irrimediabilità, irreparabilità è racchiuso lucidamente nella figura di Cassie e nelle sue decisioni, come il suo restare cristallizzata a quel particolare momento della vita, sua e della sua amica, per mantenerne vivo il ricordo.

Fennell dichiara esplicitamente il suo intento: “Volevo intensamente poter scrivere un film sulla vendetta femminile… Il mio obiettivo era di scomporre la nostra cultura (intrisa di tossicità della cultura sessista) e il modo in cui pensiamo, come facciamo tutti parte di un groviglio orribile che è giunto il momento di sciogliere”.

Dalla vicenda personale di una donna la regista va alla messa in scena politica – condannandolo – di un sentire quasi comunemente accettato che permea il modo di pensare e di comportarsi di molti – soprattutto maschi, ma anche alcune donne – che fanno quadrato in difesa degli stupratori e per i quali stupri e violenze sulle donne, commesse da giovani uomini, rientrano nelle cosiddette ragazzate “come un passo che un uomo può trovarsi a compiere senza essere uno stupratore”, il che implica da parte dei giovani uomini che “la consapevolezza di sé e del proprio mondo è che il no di una donna non sia mai un no”. Come scrive Chiara Valerio in un articolo su Repubblica del 21 aprile 2021 (anche sul sito della Libreria delle donne) dal titolo Eravamo solo ragazzi.

Coraggioso e provocatorio nella sua denuncia del sistema sessuale maschile dominante, il film, anche se non direttamente frutto della politica del #MeToo, senza quel grande movimento non avrebbe potuto raccontare così bene della pervasività di quel potere e del suo svelamento.

Mi sono sentita molto passivizzare dalla lunga prigionia imposta dal Governo e dalla mia paura di prendere il Covid in questo anno e mezzo. La prigionia fisica mi ha portata ad ascoltare con più concentrazione e interesse le donne che tramite zoom partecipano agli incontri politici e anche a usare le parole con più selezione e brevità per dare efficacia a quei contatti preziosi e brevi. Esserci con la parola e non con la persona, ascoltare le voci in un contesto che appare duale e provvisorio, mi ha fatto attivare al massimo la mente e disattivare il corpo e la visione di insieme come condizione che tende a permanere nella giornata.

Si perde il territorio nella propria percezione: mancano i contesti degli spostamenti per raggiungere le riunioni, la molteplicità degli incontri imprevisti; la visione di altri luoghi da quello di residenza e le sensazioni differenti del muoversi in questi. La percezione del mondo, enormemente impoverita, la cerco avidamente nei telegiornali e nei documentari, mentre si è acutizzato il lavoro del pensare.

Manca la ricreazione in sostanza, e il facile abbraccio delle persone a cui ero legata. Ho l’impressione d’essermi avvicinata alla vecchiaia che conosco come abitudinaria, isolante e vuota. Sensorialmente vivo nel passato per ricordare gli spazi e l’aria in cui ti avvolgono, i diversi profumi e chiamo “cervellotico” il presente; mi sento mezza morta. Ho paura che l’imprevisto sia morire prima, presto, essere arrivata a concludere già ora. Non ne posso più di vivere di computer! Dovrò trovare l’energia di muovermi e sperare di ricevere soccorso se mi ammalo, di non essere lasciata a casa sola come è successo a molti.

Le epidemie scoppiano per mancanza di igiene, per precarie difese naturali nelle persone costrette a vivere accalcate in territori che mancano di vivibilità, così come negli animali allevati senza alcuna cura delle loro necessità; si diffondono con l’aumentare degli spostamenti e delle tecnologie.

La trasmissione Sapiens un solo pianeta (Rai 3, 12 giugno 2021) ripercorre lo sviluppo tecnologico lungo l’intera storia umana, spero vogliate visionarla. Mario Tozzi con cristallina ironia documenta, invenzione tecnica dopo invenzione tecnica, quanto sono state redditizie a livello economico per chi le gestiva e quali perdite abbiano comportato per l’umanità in intelligenza e saper fare, in vivibilità per tutto il pianeta. Le ricadute negative di ogni invenzione impongono in seguito che sulla stessa si intervenga con una nuova invenzione tecnica che a sua volta amplia la negatività dei risultati e così via in un continuo peggioramento. Alain Gras, direttore del Dottorato di Antropologia a Parigi, ne ha scritto molto negli stessi termini diversi anni fa e anche Laura Conti ne avvertiva. I piccolissimi guadagni dei lavoratori e quelli dei consumatori non erano ciò che loro stessi avevano richiesto o ideato ma il risultato di coercizioni del sistema di lavoro e del sistema di vita imposto per accrescere il guadagno della classe dirigente, spiega ancora il conduttore della trasmissione. Le persone dovevano solo riuscire a sopravvivere, sospinte dalle necessità di alimentarsi e da un flusso procreativo inarrestabile. Conclude che lo sviluppo tecnologico è produzione di sistemi inutili per la vita delle popolazioni, rinnova sistemi già in uso obbligando tutti ad abbandonare ciò che sanno fare ed è ormai gratuito usare, per adeguarsi in continuazione ad acquistare e imparare nuovi strumenti. Nel consumo delle novità c’è anche un po’ di comodità, e anche di divertimento, ma nulla di paragonabile alla devastazione ambientale che continui utilizzi di materie naturali e produzioni di energia necessarie per acquisirle, e lavorarle, e utilizzarle, comportano.

Stiamo condividendo in questo tempo l’estrema necessità di incontrare le persone con il corpo, di comunicare in presenza, di ritrovare il contesto fisico dell’ambiente. Il valore di queste azioni ci è più chiaro, non è sostituito dagli espedienti tecnici: non vogliamo perderle. Invece la traiettoria dello sfruttamento tramite la tecnologia e quella delle istituzioni, tesa a risparmiare lavoro e acquisire con facilità il controllo della organizzazione sociale, ci porta in un mondo digitale che distanzia le persone, rende le relazioni monovalenti, ci separa dalle azioni complesse della realizzazione dei nostri desideri per darci risposte standardizzate.

Il sistema sanitario deve essere investito di molte più risorse che assicurino il contatto fisico tra malati e operatori sanitari, questo è indispensabile per agire la rassicurazione spirituale. Sentir imporre le cure a distanza mi fa pensare: chi le implementa dentro casa? Chi le manutiene? Chi conduce le operazioni necessarie: il malato, i vecchi soli? Le persone che stanno male non possono avere barriere tecnologiche da amministrare per raggiungere il medico e tutti gli altri servizi, devono potersi interrelate a voce, in presenza, avere supporti fisici.

Dovremmo stare attente a che le leggi non chiudano i circuiti delle azioni nell’obbligo del digitale e persistano l’autonomia e la libertà di agire personalmente e scegliere quando farlo. Non si può imporre a chi non sa farlo di rispondere ai sistemi computerizzati né imporre di impararli a chi li rifiuta, non puoi decretare il suo isolamento.

Dopo aver sentito dire alla riunione di Via Dogana che l’esercizio di adeguarsi alle comunicazioni a distanza è obbligatorio e continuo, che si devono acquisire le competenze necessarie, comprendo le esigenze di una organizzazione politica ed è vero che si possono fare molte cose efficaci con zoom, dipende da quanto si prepara il lavoro di conduzione. Ma voglio sottolineare che è indispensabile continuare a privilegiare e divulgare le forme relazionali che sappiamo utili come le capacità di autonomia di azione su motivazione propria e la relazione delle persone in presenza. Non credo inoltre sia facile introdurre la critica e la problematicità nel sistema della comunicazione digitalizzata perché l’automazione dei dati funziona sul peso delle preferenze che favoriscono la superficialità e sono anche sponsorizzate. Questa cultura abitua a evitare il pensiero soggettivo, la ricerca di testi scientifici adeguati, la memoria, la restituzione in sintesi personali di ciò che si è imparato.

L’aumento della pratica comunicativa digitalizzata ci fa essere parte attiva nella pretesa dei gestori delle comunicazioni a onde radio di continuare ad alzare le soglie permesse per legge per permettere il traffico in crescita, ma c’è chi si oppone politicamente. Una lettera è stata inviata nel mese di aprile via PEC alle più alte cariche dello Stato al fine di tutelare la salute pubblica da ventinove associazioni, tra cui: l’Associazione Per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog (A.P.P.L.E.); l’Associazione Medici per l’Ambiente (I.S.D.E. Italia); l’Associazione Italiana Elettrosensibili (A.I.E.); l’Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e Ambientale (A.M.I.C.A.). (http://www.applelettrosmog.it/file/news/Lettera_aperta_sui%20limiti_di_esposizione_ai_CEM.pdf). Dichiarano la loro preoccupazione per la decisione della IX commissione della Camera di aumentare i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza (CEM-RF) come domandano i gestori. Chiedono al contrario di non alzarli, come già presente nel parere del Ministero della salute e di tornare al precedente vincolo: già quello era nocivo per la salute, come documentato dalla letteratura medica internazionale allegata (6 pp.). Chiedono a breve di abbassarlo ulteriormente e riportare la misurazione su una media di 6 minuti, fondata sul dato biologico del tempo necessario a dissipare l’effetto termico, anziché sulla media del tutto arbitraria effettuata nelle 24 ore. Questo poiché la popolazione è oggi esposta a valori che determinano effetti biologici non termici. Chiedono anche di sospendere, in base al Principio di Precauzione, l’implementazione del 5G o almeno l’impiego del beam forming beamformed (il segnale “cerca” la posizione del dispositivo da connettere e si concentra su di esso per ottenere maggior velocità e minori interferenze), i cui effetti biologici sono sconosciuti, seguendo l’esempio della Svizzera. I CEM possono anche indurre elettrosensibilità (Electrohypersensitivity, EHS), patologia ambientale che può diventare gravemente invalidante poiché tende a cronicizzarsi implicando un degrado della qualità della vita e a volte perdita della capacità lavorativa. Si stima che dal 3 al 5% della popolazione mondiale soffra di EHS, ed è prevedibile un aumento dell’incidenza della patologia legato alla massiccia e crescente esposizione alle radiazioni wireless.

La tecnologia digitale consuma inoltre il 3% dell’energia mondiale, viene usata per la produzione e l’utilizzo di attrezzature infrastrutturali (reti, device e centri dati). Questo consumo di energia ha il tasso di crescita più alto di tutti i settori industriali. Il consumo energetico del digitale porta ovviamente all’emissione di gas serra, che nel 2025 potrebbe ammontare al 7,5% delle emissioni globali, tanto quanto il parco auto mondiale.

Nel silenzio, che non sia mutismo o reticenza ma pensiero, inconscio in azione, c’è l’ascolto dell’altro che è in sé. Per questo è necessaria la stanza della tessitura (Ina Praetorius), un luogo aperto ad altro. Apertura all’altro, ad altro per accogliere, ascoltate l’altro da sé. Il fatto imprevisto che capitò nel 2001, la nascita del sito della Libreria, fu preceduto da momenti di silenzio, emergenza dell’inconscio che ruminava pensiero.

In cerchio al Circolo della rosa, nelle riunioni del giovedì in cui abitualmente si confrontavano le pratiche, i progetti, accadevano questi momenti di lunghi silenzi. Momenti di essere. Silenzi creativi, non grevi, non pieni di non detto. Un certo tipo di silenzio che valuta, soppesa, riflette su di sé, in rapporto al mondo. Al nuovo, all’ignoto che sta per accadere, che sta per nascere dalle nostre viscere o che è già in fieri, cui io sto partecipando o che io stessa ho messo al mondo, con cui sono sia in relazione sia in contraddizione. Uno spazio/tempo necessario, un tempo di libertà. Un fare pensiero assieme. Era in atto un’apertura al mondo virtuale. Era in gestazione il sito della Libreria. Un desiderio espresso da alcune giovani donne, oggetto da qualche tempo di accese discussioni e che stava prendendo forma. Desideri forti che suscitavano sentimenti contrastanti: aspettative di rilancio, paure, incertezze, incomprensioni, entusiasmi, mutismi, reticenze. In quegli anni di fine/inizio millennio, si stava producendo una svolta anche a livello europeo, si parlava di un’Europa casa comune e allora io ricordo che pensavo ci fosse bisogno di una casa interiore, generata dalla libertà femminile, la madre interiorizzata che ti dispone all’ascolto e a farti delle domande, altrimenti sarebbe stata un’Europa meccanica, astratta. “Il momento di emergenza dell’inconscio porta sempre a qualche trasformazione e le pratiche portano a modalità di pensiero differente”, dice Chiara Zamboni. Si trattava di una sfida di cui ci assumevamo consapevolmente i rischi. Paura di perdere la parola viva, l’ascolto? La posta in gioco era alta. Affidarsi, avere fiducia fu il passaggio chiave. Io, come altre, accettammo la sfida, ci affidammo alle webmater ed ebbe inizio l’avventura nel luogo virtuale della Libreria, condotte dalle navigatrici che ci coinvolgevano attivamente. Un fervore e un’energia contagiosa. Uno scambio riuscito e ricco di conflitti sul senso da attribuire, sulla finalità, sulla modalità di questa nuova esperienza di libertà femminile. Una genealogia imprevista nella sua forma ma che accolse e generò idee, nuove pratiche, nuove parole.

La riunione fissa del giovedì in presenza continuò e questa è stata ed è una garanzia: un orizzonte comune restava, come un paletto, un punto fermo inamovibile e necessario. Una svolta ma accanto alla redazione carnale del sito dal 2001 c’era e c’è il salotto della conversazione. Due stanze della tessitura in un intreccio, trama e ordito, materiale e virtuale. Prese vita un’inedita pratica di confezione di parole, immagini, algoritmi, sguardi, risate, scrittura, divergenze, contraddizioni, il tutto tenuto insieme dalle relazioni di disparità e dal piacere di condividere un’impresa di esistenza simbolica. Un contesto relazionale e un punto di vista originali, che attingono alla fonte primaria della politica. La Libreria aperta sulla strada da quel momento era anche online.

A più di vent’anni di distanza, dopo la pandemia e dopo un uso bulimico di piattaforme zoom e webinar mi sento in sintonia con quanto affermato da Antje Schrupp, invitata da Traudel Sattler, che queste modalità virtuali per la politica delle donne funzionano a una condizione ineludibile: una pratica di solide relazioni. Non aiutano a sciogliere situazioni di seri disaccordi. A me è capitato questo. Ho promosso un incontro zoom nel primo lockdown per desiderio di restare in contatto e non rinunciare a un appuntamento collettivo deciso da qualche tempo. Purtroppo le questioni erano talmente incollate alla pratica in presenza, dipendenti da questa, che sono stati più i fraintendimenti e le ansie che i guadagni. Il silenzio che ne è seguito è stato più parlante di qualsiasi scambio attraverso uno schermo. Sono necessarie analisi più approfondite di queste tecnologiche comunicative, non scelte, ma dettate dalla gravità della situazione sanitaria mondiale. Nel contempo sono anche convinta che l’intelligenza umana e la pratica di relazione duale non abbiano surrogati e non possano essere sostituite dall’intelligenza artificiale. La paura di essere dominate dall’artificiale si può vincere affidandosi alla competenza di un’altra che ha più esperienza e ama le macchine ma non più della politica delle donne, dei corpi in presenza e nel presente, del piacere di esserci, à part entière, citando Luce Irigaray. Una relazione vivente in cui possiamo ridere, toccarci, mangiare insieme, scrivere ecc. litigare se è il caso e riappacificarci se occorre, grazie a una visione che ci supera e ci sovrasta, l’amore femminile della madre.

È complicato rispondere alla domanda posta nell’introduzione all’incontro di Via Dogana 3 “Digitare non è mai neutro” 6 giugno 2021, vista la vastità e la molteplicità dei fenomeni che sono emersi in questi mesi di straordinario utilizzo delle ICT (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione) causa l’emergenza covid.

È troppo presto per stilare un catalogo di buone e/o cattive pratiche comunicative, così come è difficile stabilire la positività o negatività delle diverse posture cognitive riguardo la tecnologia.

Le ICT hanno lenito la solitudine dell’isolamento e l’emergenza è stata motivo di una generalizzata alfabetizzazione digitale che introduce cambiamenti irreversibili nelle filiere produttive (e.commerce e smartworking) e nelle modalità d’insegnamento e apprendimento (DAD). Le trasformazioni sono già in atto e la cifra del cambiamento dipenderà da ciò che resterà nelle nostre future abitudini.

Possiamo rintracciare piccoli e grandi segnali di una trasformazione che ha riguardato tuttə a partire dalla propria esperienza, come suggeriscono le amiche di VD3. Anche la modalità dell’incontro, con oltre 80 persone collegate all’evento on-line, è un segnale del cambiamento introdotto dalle ICT nelle comunicazioni.

Per quanto mi riguarda, in questo ormai anno e mezzo di auto isolamento, l’iper-connessione non mi ha fatto patire ed è sicuramente dipeso dalla mia biografia personale visto che mi occupo di informatica da tanti anni. Al Centro delle donne di Bologna dove mi sono occupata fin dalla nascita di Internet, nel lontano 1993, del Server Donne e via questo, del rapporto donne e ICT da diversi punti di vista: realizzativo, formativo e teorico. All’UniBo dove ho curato la realizzazione di innumerevoli progetti di digitalizzazione e dove tutt’ora insegno una bellissima materia, “Media digitali e genere”.

È da tanti anni che mi occupo del rapporto donne/tecnologie con l’obiettivo di sollecitare il pensiero critico dei femminismi a indagare il nostro rapporto con le macchine informatiche e al engendered degli algoritmi e del software.

Mi sono mossa dentro questo aumento di vita digitale con agio e in grande amicizia con le macchine; curando il mio sito web (www.almagulp.it), installando siti web per care amiche, recuperando archivi digitali. Uno dei miei passatempi preferiti è stato quello di risolvere problemi di funzionamento dei dispositivi informatici in un’ottica di riciclo e contro il consumo di tecnologia fine a se stessa. Ma l’isolamento mi ha permesso soprattutto di studiare e di tentare, attraverso la scrittura, una restituzione della mia esperienza di femminista digitale. Ho focalizzato la mia analisi sull’algoritmo e sull’intelligenza artificiale concentrando l’attenzione sulla pratica politica dei femminismi digitali convinta che vi siano manifestazioni di femminismi della rete distinguibili dai femminismi che vanno in rete.

Una delle caratteristiche del rapporto tra cultura delle donne e cultura del digitale sta nel processo che ha visto il femminismo migrare nei media digitali, in un primo tempo più liberi e ospitali, con importanti e molteplici produzioni di femminismi in rete. Tuttavia il processo non ha prodotto sufficienti femminismi della rete che potrebbero condizionare la programmazione del software e modificare il comportamento degli algoritmi sulla base di una sorta di responsabilità algoritmica inclusiva e democratica.

Dato il crescente potere che gli algoritmi esercitano nella società, ritengo servano maggiori artefatti tecnologici come Cercatrice di Rete[1], vera e propria macchina femminista e concreto esempio di un altro genere di search engine.

Da Chiara Zamboni ho appreso il valore e l’efficacia di una pratica[2]  politica come processo simbolico di significazione della realtà. Per tanti anni di questo si è trattato riguardo la realizzazione di artefatti tecnologici tipo Server Donne, un Service provider Internet di donne e per le donne oppure Cercatrice di Rete, una delle creature artificiali che più ho amato e che sto amando nel tentativo di ricostruirla – www. cercatrice.it – in una nuova scena politica.

Devo al lockdown la scrittura del saggio “Appunti di femminismo digitale #2 – Algoritmi” dove ho anche cercato di mettere in luce le nuove forme di discriminazione di genere derivate dall’avanzata delle intelligenze artificiali.

Ritengo sia necessario ripensare i concetti di negoziati e di negoziazione riferiti ai modelli di pensiero utilizzati nella produzione algoritmica di artefatti in grado di colloquiare con noi. Negli anni della diffusione dell’informatica di massa era predominante la nozione di azione strumentale, oggi le macchine mettono in campo vere e proprie azioni discorsive e mediatiche che dovrebbero rendere possibile dei negoziati di significato, un esempio negativo è il sessismo delle risposte di Google[3] che non possiamo negoziare.

Wendy Hui Kyong Chun, esponente di spicco dei Software Studies, descrive il software come un modo spesso piacevole di mappare cognitivamente il nostro mondo e il nostro rapporto con la sua complessità. Solo un’epoca con una popolazione di 7 miliardi di umani poteva produrre un tipo di tecnologia in grado di farci stare connessi, e durante la pandemia, pur rimanendo distanti fisicamente la tecnologia ha risposto alla nostra esigenza di stare in relazione con gli altri. Purtroppo il digitale nel ridurre questo tipo di complessità ha fatto emergere la stortura e la pericolosità dell’uso delle ICT nelle relazioni umane violente e manipolatorie.

È di questi mesi il grande allarme per il diffondersi del fenomeno dello stalkerware soprattutto nel contesto familiare: un’App può essere installata con facilità e senza che il proprietariə ne sia a conoscenza o abbia dato il suo consenso e viene utilizzata per spiare e monitorare segretamente le informazioni personali della vittima: immagini, video, messaggi, dati di localizzazione. Utilizzata da mariti gelosi o da ex partner è una forma nuova di controllo e aggressività che lascia le vittime particolarmente esposte. Il femminismo digitale promuove una maggiore consapevolezza delle potenzialità dello Smartphone e suggerisce forme di autodifesa[4].

In questo momento, e vorrei concludere, è di vitale importanza contrastare il pensiero unico alla base di tanta produzione di codice-software causa della discriminazione algoritmica; solo per fare un esempio l’educazione infantile al coding parte dal presupposto che i bambini devono imparare a pensare come un informatico,espressione coniata di recente dalla scienziata informatica Jeannette Wing[5]. Per poter negoziare altri algoritmi è necessario “pensare” altri tipi di ragionamenti che possono portare alla progettazione di altri algoritmi e altro software. I mutati contesti e le nuove esigenze della rappresentanza culturale e politica dovrebbero modificare, attraverso un altro tipo di progettazione algoritmica, anche i dispositivi e gli artefatti tecnologici.


[1] Vedi articolo No more su www.almagulp.it del 2017 dove viene descritto il progetto e la sua durata.

[2] «una pratica è un processo a cui si dà inizio per dare una risposta inventiva a un contesto e facendo così lo si modifica. Produce degli effetti che non sono progettabili né prevedibili, ma che si possono cogliere e apprezzare nel corso stesso del processo» C. Zamboni, Una contesa filosofica e politica sul senso delle pratiche, Diotima n.5 2006, Link http://www.diotimafilosofe.it/larivista/una-contesa-filosofica-e-politica-sul-senso-delle-pratiche/ consultato l’11 giugno 2021.

[3] Vedi articolo Google e il sessismo suggerito al link https://www.almagulp.it/google-il-sessismo-suggerito/06/2021/

[4] Un elenco di suggerimenti per scoprire se il nostro telefonino è clonato lo possiamo trovare al link https://www.punto-informatico.it/stalkerware-minaccia-informatica/.

[5] Citazione ripresa da Michael Lodi, Simone Martini, Enrico Nardelli, Abbiamo davvero bisogno del pensiero computazionale? Articolo apparso nella rivista on-line di cultura informatica edita da AICA, Mondo Digitale, novembre 2017.

Ho partecipato con grande interesse all’incontro del 6 giugno di VD3 “Digitare non è mai neutro” e l’assenza dei nostri corpi non ha impedito che si realizzasse in presenza, un momento condiviso di pensiero e parola.

Sono tra quelle che hanno vissuto positivamente le nuove opportunità di comunicazione in tempo di pandemia. Gli incontri on line ci hanno permesso di mantenere le relazioni, dandoci anche la possibilità di intraprenderne di nuove, attraverso gruppi di lavoro e seminari di alta qualità politica e culturale. Abbiamo avuto in questo frangente molte più opportunità di incontro che in un qualsiasi altro momento in cui ci era data libertà di movimento.

Mi trovo d’accordo con Ida Dominjianni quando dice che negli incontri on line manca solo il tatto perché lo sguardo e la voce sono corpo e ci consentono di stare in presenza. Ripensando all’importanza del telefono nelle nostre relazioni duali, riconosco il potenziale comunicativo nelle nuove piattaforme digitali che aprono ad una dimensione plurale favorendo la tessitura di reti relazionali. In effetti anche per me è stato un grande guadagno.

Non credo quindi che in questo modo si corra il rischio che evapori il desiderio di continuare ad avere relazioni in presenza. I giovani, nativi digitali, hanno protestato per la riapertura delle scuole e sono accorsi in massa nelle piazze, spinti dalla necessità di riprendere piacevoli consuetudini come le serate trascorse insieme nei dehors a parlare, ridere e ascoltare. Io mi sono comportata quasi allo stesso modo, riprendendo immediatamente le passeggiate in centro, in compagnia di amiche e partecipando, senza alcun indugio, alla prima rappresentazione teatrale nella mia città. 

Indietro non si torna e mi auguro che in futuro possano coesistere queste due esperienze, ognuna con le proprie caratteristiche e potenzialità.

Trovo invece necessario e urgente il passaggio da un capitalismo della sorveglianza, come definito da Shoshana Zuboff, in cui il modello è dato dallo sfruttamento commerciale dei dati personali immessi in rete, a un modello che si basi sui diritti fondamentali, dove i dati possono diventare una risorsa per il bene comune, per creare servizi nei campi dell’educazione, della sanità dei trasporti e quindi permetterci di migliorare la nostra società e la nostra economia nel futuro.

Pe l’otto marzo ho ricevuto in dono da una cara amica, Francesca Sancin, l’ultimo libro pubblicato dal gruppo di giornaliste Controparola di cui fa parte. Il titolo è Donne al futuro. Nella galleria di figure femminili dell’Italia contemporanea, composta in più volumi da questo gruppo di scrittrici, il nuovo libro è dedicato a una serie di ritratti di donne di oggi. Tra queste protagoniste, tessitrici di futuro, mi ha molto colpito Franca Bria, definita la Robin Hood dei dati, una delle voci più autorevoli a livello internazionale, che si spendono per promuovere un uso democratico della tecnologia. Bria sostiene che la rivoluzione tecnologica vada governata dal basso e definisce questo processo “umanesimo tecnologico” poiché “i dati sono la materia grezza dell’economia digitale e creano valore, ma non sono un’infrastruttura normale, come le strade, l’elettricità, l’acqua, Contengono la nostra anima sociale e individuale”. Affidare questi dati al mercato rappresenta una minaccia per l’economia, la democrazia e l’autonomia degli esseri umani. Partendo da questi presupposti, nei quattro anni in cui è stata assessora all’Innovazione di Barcellona, chiamata dalla sindaca Ada Colau, ha sperimentato quella che lei chiama la “sovranità tecnologica”. Ha contribuito a creare la piattaforma on line Decidem Barcellona, che ha coinvolto 400 mila cittadini nel piano strategico per lo sviluppo della città. Una piattaforma democratica con un sistema di controllo dei propri dati per chi vi accede, con software libero e licenze aperte. Questo ha permesso il suo riutilizzo da parte di altre 100 città e istituzioni nel mondo e una partecipazione attiva della cittadinanza. Infatti il 70 per cento delle azioni di governo della città di Barcellona, viene proposto dagli stessi abitanti e insieme alla cittadinanza l’amministrazione catalana, ha elaborato un piano che mira a ridurre del 30 per cento i livelli di inquinamento dell’aria, di quello acustico e del traffico.

Questo mi è sembrato un significativo cambiamento di prospettiva che mira a proteggere il diritto alla privacy e la democrazia in rete, facendo in modo che si possa governare il digitale con delle regole e che la rivoluzione digitale sia un diritto per molti e non un privilegio per pochi.  Nel 2020 Franca Bria è stata nominata in Italia presidente del Fondo nazionale innovazione (FNI). In un post, annunciando la nomina, ha scritto:” Una grande sfida per aiutare a trovare, coltivare e valorizzare progetti ambiziosi e trasformativi all’avanguardia dell’innovazione digitale e della sostenibilità”. Ancora una volta, è una donna a fare la differenza.

Nel marzo 2020 molte delle mie attività politiche si sono interrotte spontaneamente: gli incontri regolari con le coautrici (provenienti dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania) del nostro libro ABC della buona vita, così come con la redazione in presenza della rivista online bzw-weiterdenken; ora ci incontreremo finalmente il primo agosto dopo molti mesi di videoconferenze.

Fortunatamente la pandemia ci ha colpite in un periodo in cui abbiamo a disposizione mezzi alternativi di comunicazione che ci hanno permesso di continuare a lavorare ai nostri progetti e di restare in contatto nonostante l’impossibilità di viaggiare. Se le videoconferenze all’inizio sembravano solo un ripiego, si sono rivelate, nel corso dei mesi, una valida alternativa. Solo che prima non le avevamo prese in considerazione anche se questa tecnologia esisteva prima della pandemia. Ma senza la pandemia e la conseguente urgenza di sperimentare qualcosa di nuovo, probabilmente non le avremmo ancora scoperte.

È soprattutto per i progetti che coinvolgono persone fisicamente distanti tra loro che la videoconferenza offre grandi vantaggi: nonostante le lunghe distanze e limitate disponibilità di tempo ci si può incontrare in qualsiasi momento, anche per sole due ore. Mi ha fatto piacere vedere qualche gruppo una volta al mese invece di due o tre volte all’anno. Ciò ha comportato alcuni cambiamenti, per esempio abbiamo potuto discutere un argomento con più continuità. I timori iniziali che il mezzo potesse avere un impatto negativo sulla qualità delle nostre discussioni non si sono avverati. Anzi, abbiamo scoperto che le discussioni su determinati argomenti possono essere ben strutturate e focalizzate tramite videoconferenza.

Ma secondo me è stato fondamentale che ci fosse già una relazione tra le partecipanti, che ci conoscessimo prima e avessimo sviluppato una fiducia reciproca. D’altronde, mi piaceva poter “avere un assaggio” di alcuni gruppi e progetti per i quali altrimenti non avrei trovato l’energia necessaria: un conto è collegarmi per due ore a una videoconferenza a Berlino, un conto è recarmi fin là da Francoforte senza avere un legame abbastanza forte. In questo modo sono venuta a conoscenza di parecchie cose che altrimenti mi sarei persa, ma non è che ne siano nati dei contatti più intensi. Le videoconferenze possono essere un primo passo, ma per “conoscere veramente” le persone, alla fine bisogna andare a trovarle.

Nei gruppi esistenti, tuttavia, abbiamo apprezzato la comodità delle videoconferenze senza che la qualità dello scambio ne risentisse. Inoltre, la tecnologia ci ha stimolate a inventare nuovi formati come le “videoconversazioni”: a turno, una redattrice della nostra rivista online invita altre tre a uno scambio su un film o un libro. La conversazione viene registrata e poi pubblicata sul sito web. Ci divertiamo molto con questo formato, e riceviamo molti feedback positivi. Senza la pandemia, probabilmente non ci sarebbe venuta questa idea.

Dicevo che la qualità delle relazioni preesistenti è decisiva per il buon funzionamento o meno della videoconferenza e questo è stato confermato anche dal fatto che abbiamo evitato di affrontare i conflitti durante questo periodo. Le questioni aperte prima della pandemia lo sono tutt’ora; quasi come se avessimo rimandato le questioni spinose “a data da destinarsi”. Non so con precisione se questo sia veramente dovuto alla tecnologia in quanto tale, o piuttosto alla situazione pandemica in cui paure e conflitti erano comunque molto presenti, per cui tutte eravamo semplicemente un po’ più caute. Comunque, non credo che sia utile fare discussioni di principio su cosa sia meglio – videoconferenze o incontri in carne e ossa: entrambi presentano vantaggi e svantaggi. Sono formati diversi, quindi bisogna decidere caso per caso quale sia quello più adatto. Prima della pandemia non avevamo nel nostro repertorio l’opzione della videoconferenza, e durante la pandemia non avevamo a disposizione l’opzione delle riunioni “analogiche”. Nel periodo postpandemia saremo per la prima volta nella situazione felice di avere una vera scelta tra le due, e sono molto curiosa delle discussioni che ne nasceranno.

Nei progetti in cui sono attiva non ci siamo mai poste la domanda se in futuro potremo fare a meno delle riunioni in carne e ossa, in nome della semplificazione. Non ne sono rimasta sorpresa perché l’ho sperimentato da molto tempo nei social media: se conosci una persona in rete che ti è simpatica e hai uno scambio con lei per un certo periodo, prima o poi inevitabilmente nasce il desiderio di incontrarla in presenza. Semplicemente perché gli incontri fisici hanno una qualità speciale che non si può ottenere con nessun mezzo di comunicazione.

Tuttavia, la questione dell’interazione tra tecnologie internet e politica risulta molto interessante anche in una prospettiva più ampia: c’è da chiedersi come noi femministe usiamo questi media e come trarne dei vantaggi senza negare o perdere di vista i loro svantaggi e pericoli. Penso che sia proprio l’esperienza della politica di relazioni tra donne a contibuire a una visione più libera delle possibilità e dei limiti delle tecnologie internet.

L’euforia sulle possibilità dell’intelligenza artificiale, per esempio, che da anni regna sovrana nella Silicon Valley mentre tutt’ora niente di sostanziale ne è stato sviluppato, è dovuta a un certo tipo di hybris maschile e a un’ignoranza di ciò che è l’essenziale di una relazione significativa. In ogni caso, io non trovo nulla di intelligente in ciò che generalmente viene chiamato “intelligenza artificiale”. Per me intelligenza significa la capacità di portare nel mondo qualcosa di nuovo, qualcosa di tuo, con l’intenzione (politica) di dare un contributo sensato. E invece, ciò che finora è stato chiamato intelligenza artificiale sono semplicemente procedure computazionali perfezionate che eseguono indicazioni di principio programmate dall’esterno. È vero che queste procedure computazionali automatizzate – cioè gli algoritmi – oggi sono in un certo senso autonome, perché non forniscono solo risultati, ma continuano a loro volta, a sviluppare gli algoritmi. La conseguenza è che gli stessi programmatori non sono più in grado di prevederli, cosa che qualcuno percepisce come “intelligente”. Invece sappiamo che le macchine non agiscono sulla base di proprie riflessioni e decisioni etiche, ma sulla base delle istruzioni che hanno ricevuto dai programmatori. Il fatto che si sia perso il controllo dimostra solo le capacità limitate della cognizione umana, non è una prova dell’intelligenza delle macchine.

Tuttavia, naturalmente è un problema se i programmatori non hanno più il controllo sulle conseguenze delle procedure computazionali da loro stessi messe in moto. È sempre più evidente che le macchine non sono state programmate in modo “neutro”: ci sono iscritti i pregiudizi e le valutazioni sbagliate di un ordine simbolico maschile. I “maschi bianchi borghesi” della Silicon Valley hanno immesso i loro pregiudizi direttamente nelle fondamenta dell’architettura di Internet, come fa vedere in modo impressionante il documentario Coded Bias della regista statunitense Shalini Kantayya. Questo sviluppo è così pericoloso perché sempre più decisioni, anche di natura politica e sociale, si basano su questo tipo di algoritmi. Se neanche chi li ha programmati conosce le regole che seguono gli algoritmi, è difficile riacciuffarli. È il consolidamento di un ordine simbolico maschile in procedure apparentemente “neutre”, solidificate in strutture tecniche. È qui che bisogna intervenire politicamente: fanno bene le studiose e le attiviste di tutto il mondo che agiscono in questo senso.

Quindi, quando dico che gli algoritmi e la tecnologia internet non sono “intelligenti”, non significa che siano innocui, anzi. Significa che con la nostra intelligenza e, soprattutto, grazie alla pratica delle relazioni, abbiamo acquisito un sapere per contrastare le conseguenze dannose. Il centro dell’agire politico, cioè lo scambio tra coloro che amano la libertà, lo scambio sulle loro idee concrete, soggettive e i loro desideri – tutto questo non è “algoritmabile” perché è un evento unico e contingente. È l’esatto opposto dei Big Data, dove il singolo e la singola è irrilevante per definizione. Nessun algoritmo al mondo è in grado di prevedere cosa nascerà da uno scambio tra due donne in cui circolano desiderio e autorità.

In principio non è nient’altro che il lavoro verso un altro ordine simbolico. Anche l’ordine simbolico del patriarcato sembra egemonico fin quando non viene smascherato come caratteristica strutturale e fin quando non nasce un altro ordine simbolico femminile. Il conflitto politico sull’utilità e i rischi della tecnologia internet non si apre tra coloro che apprezzano questa tecnologia e coloro che la condannano. Ma si apre là dove possiamo distinguere tra ciò che possiamo aspettarci da queste tecnologie – e ciò che non possiamo aspettarci, appunto.


(Traduzione dal tedesco di Traudel Sattler)


Feminismus per Videokonferenz. Was wir vom Internet erwarten können und was nicht

Von Antje Schrupp

Im März 2020 wurden viele meiner politischen Aktivitäten spontan gestoppt: Im April hatten wir in Utrecht ein Treffen der Autorinnengruppe rund um das ABC des guten Lebens (https://abcofgoodlife.wordpress.com/) geplant, seit vielen Jahren kommen wir zwei oder dreimal im Jahr zusammen. Doch aus der Schweiz, Österreich und Deutschland konnten wir nicht in die Niederlande einreisen. Erst jetzt endlich, im August 2021, werden wir uns wieder sehen.

Auch in der Redaktion der online-Zeitschrift „Beziehungsweise Weiterdenken“ (https://www.bzw-weiterdenken.de/) haben wir im kommenden August nach vielen Monaten Video-Konferenzen zum ersten Mal wieder ein Treffen in Rüsselsheim im Christel-Göttert-Verlag geplant.

Es war ein Glück, dass diese Pandemie uns in einer Zeit getroffen hat, wo es alternative Medien gibt. So konnten wir trotz der Unmöglichkeit zu reisen an unseren Projekten weiterarbeiten und in Kontakt bleiben. Waren die Videokonferenzen anfangs nur eine Notlösung gewesen, so hat sich im Lauf der Monate gezeigt, dass sie durchaus eine Alternative sein konnten. Wir hatten diese Möglichkeit vorher einfach nicht auf dem Schirm gehabt, obwohl sie als Technologie ja bereits vor Corona existierten. Aber ohne die Pandemie und den damit verbundenen Zwang, etwas Neues auszuprobieren, hätten wir sie vermutlich noch immer nicht entdeckt.

Gerade für Projekte, deren Teilnehmerinnen weit voneinander entfernt leben, haben Videokonferenzen große Vorteile: Man kann sich trotz großer Distanzen und engen Zeitplänen jederzeit treffen, auch mal für zwei Stunden. Ich fand es schön, manche Gruppen statt zwei oder dreimal im Jahr jetzt monatlich zu sehen. Einiges an unseren Diskussionen hat sich dadurch verändert, zum Beispiel konnten wir ein Thema auch mal kontinuierlicher verfolgen. Anfängliche Befürchtungen, die Qualität unserer Gespräche würde unter dem Medium leiden, haben sich nicht bewahrheitet. Vielmehr haben wir die Erfahrung gemacht, dass gerade inhaltliche Diskussionen über Videokonferenzen sehr gut strukturiert und fokussiert abgehalten werden können.

Ich denke aber, es hat dabei eine Rolle gespielt, dass unter den Beteiligten bereits eine gewisse Beziehung bestand, dass wir uns schon vorher kannten und gegenseitiges Vertrauen entwickelt hatten. Es hat mir durchaus aus Spaß gemacht, in dieser Zeit in einige Gruppen und Projekte hineinzuschnuppern, für die ich die Energie ansonsten nicht aufgebracht hätte, zum Beispiel mich mal für zwei Stunden in eine Konferenz in Berlin einzuloggen, mit der ich nicht eng genug verbunden bin, um dafür von Frankfurt aus hinzufahren. So habe ich einiges mitbekommen, was mir ansonsten entgangen wäre – intensivere Kontakte sind daraus aber nicht entstanden. Videokonferenzen können ein erster Schritt sein, aber um Menschen „wirklich kennenzulernen“, muss man letztlich wohl doch hinreisen.

In bestehenden Gruppen aber haben wir die Bequemlichkeiten von Videokonferenzen durchaus genossen, ohne dass die Qualität gelitten hat. Teilweise hat uns die Technik sogar dazu inspiriert,  neue Formate zu erfinden, wie zum Beispiel die Videogespräche aus der bzw-Redaktion, wo jeweils eine Redakteurin drei andere zu einem Austausch über einen Film oder ein Buch einlädt. Das Gespräch zeichnen wir auf und veröffentlichen es hinterher auf der Webseite. Das macht uns selbst sehr viel Spaß, und wir bekommen auch viele positive Rückmeldungen dazu. Ohne Corona wären wir wahrscheinlich auf diese Idee nicht gekommen. (https://www.bzw-weiterdenken.de/video-gespraeche/).

Dass die Qualität von bereits bestehenden Beziehungen ein wichtiger Faktor dafür ist, ob Videokonferenzen gut funktionieren oder nicht, zeigt sich auch daran, dass wir Konflikte in dieser Zeit eher nicht bearbeitet haben. Was diesbezüglich vor der Pandemie offen war, ist es auch jetzt noch, fast als hätten wir die heiklen Dinge „auf Wiedervorlage“ gelegt. Ich bin mir nicht ganz sicher, ob der Grund dafür wirklich die Technologie als solche ist oder eher die allgemeine Pandemie-Situation, in der Ängste und Konflikte ohnehin sehr präsent waren, sodass einfach alle diesbezüglich etwas vorsichtiger waren. Jedenfalls sind Grundsatzdiskussionen darüber, was besser ist – Videokonferenzen oder Treffen in Fleisch und Blut – meiner Meinung nach nicht hilfreich, weil eben beides Vor- und Nachteile hat. Es sind unterschiedliche Formate, und deshalb ist zu entscheiden, in welchen Fällen das eine und in welchen Fällen das andere sinnvoll ist. Vor Corona hatten wir die Option Videokonferenzen nicht im Repertoire, während Corona hatten wir die Option von „analogen“ Treffen nicht verfügbar. Nach Corona werden wir daher erstmals in der glücklichen Lage sein, uns wirklich zwischen beidem entscheiden zu können, und auf diese Diskussionen bin ich schon sehr gespannt.

In den Projekten, in denen ich aktiv bin, stellte sich nicht für eine Sekunde die Frage, ob wir der Einfachheit halber auf Treffen in Fleisch und Blut in Zukunft ganz verzichten können. Das hat mich nicht überrascht, weil ich diese Erfahrung schon lange in den Sozialen Medien kenne: Wenn man im Internet eine Person kennenlernt und mag und über eine gewisse Zeit mit ihr in Austausch steht, dann entsteht früher oder später unweigerlich das Bedürfnis, sie auch in Fleisch und Blut zu treffen. Einfach weil körperliche Begegnungen über eine besondere Qualität verfügen, die über keine Medium zu erreichen ist.

Aber auch in einem weiteren Sinn ist das Thema der Wechselwirkung zwischen Internettechnologien und Politik sehr interessant. Die Frage ist, wie wir als Feministinnen mit diesen Medien umgehen und ihre Vorteile nutzen, ohne dabei ihre Nachteile und Gefahren zu verleugnen und aus den Augen zu verlieren. Ich denke, gerade eine Politik der Beziehungen unter Frauen hat Erfahrungen, die zu einem freiheitlichen Verständnis der Möglichkeiten und Grenzen von Internettechnologien beitragen können.

Die Euphorie über die Möglichkeiten von künstlicher Intelligenz zum Beispiel, die im Silicon Valley seit Jahren herrscht, ohne dass tatsächlich schon etwas Substanzielles daraus entwickelt worden wäre, verdankt sich einer bestimmten Art männlicher Hybris und einer Unwissenheit gegenüber dem, was bedeutungsvolle Beziehungen im Kern ausmacht. Jedenfalls finde ich an dem, was im Allgemeinen „künstliche Intelligenz“ genannt wird, überhaupt nichts Intelligentes. Unter Intelligenz verstehe ich die Fähigkeit, etwas Neues, Eigenes in die Welt zu bringen in der (politischen) Absicht, etwas Sinnvolles beizutragen. Was bisher künstliche Intelligenz genannt wird, sind aber einfach nur sehr hoch skaliertes Rechenverfahren, die prinzipielle Vorgaben ausführen, die von außen hinein programmiert worden sind. Diese Automatisierung von Rechenvorgängen – also Algorithmen – sind zwar inzwischen in dem Sinne selbstständig, dass diese Maschinen heute nicht mehr nur Ergebnisse ausspucken, sondern die Algorithmen auch selbst weiterentwickeln. Dass hat dann zur Folge, dass die Programmierer selbst sie nicht mehr vorhersehen können, was dann von manchen als „intelligent“ wahrgenommen wird. Aber die Maschinen handeln ja nicht aufgrund eigener ethischer Erwägungen und Entscheidungen, sondern aufgrund der Vorgaben, die sie von den Programmierern bekommen haben. Dass die die Kontrolle verloren haben, ist lediglich ein Beweis für die begrenzten Kapazitäten der menschlichen Erkenntnis, nicht ein Beweis für die Intelligenz der Maschinen.

Trotzdem ist es natürlich ein Problem, wenn die Programmierer die Folgen der von ihnen angestoßenen Rechenvorgänge nicht mehr unter Kontrolle haben. Denn immer deutlicher zeigt sich, dass die Maschinen nicht „neutral“ programmiert wurden, sondern dass die Vor- und Fehlurteile einer männlichen symbolischen Ordnung in wie eingeschrieben sind. Die „weißen bürgerlichen Männer“ des Silicon Valley haben ihre eigenen Vorurteile direkt in die Grundarchitektur des Internet einfließen lassen. Das zeigt sehr eindrücklich der Dokumentarfilm „Coded Bias“ der US-Amerikanischen Regisseurin Shalini Kantayya, der auf Netflix zu sehen ist. Diese Entwicklung ist deshalb so gefährlich, weil immer mehr Entscheidungen auch politischer und gesellschaftlicher Art auf solchen Algorithmen basieren. Wenn nicht einmal diejenigen, die sie programmiert haben, noch wissen, nach welchen Regeln Algorithmen überhaupt funktionieren, ist es schwer, sie wieder einzufangen. Es ist die in technische Strukturen gegossene Verfestigung einer männlichen symbolischen Ordnung in angeblich „neutrale“ Verfahrensweisen. Hier muss dringend politisch interveniert werden, und es ist gut, dass überall auf der Welt Wissenschaftlerinnen und Aktivistinnen darauf hinwirken.

Wenn ich sage, dass Algorithmen und Internettechnologie nicht „intelligent“ sind, bedeutet das also nicht, dass sie ungefährlich wären, ganz im Gegenteil. Es bedeutet aber, dass wir mit unserer eigenen Intelligenz und vor allem der Praxis der Beziehungen durchaus ein Wissen darüber haben, wie wir diese schädlichen Folgen verhindern können. Das Zentrum des Politischen, nämlich der Austausch zwischen freiheitliebenden Personen über ihre konkreten, subjektiven Ideen, Wünsche, ihr Begehren – das ist nicht „algorithmisierbar“, weil es ein einzigartiges, kontingentes Ereignis ist. Es ist das genaue Gegenteil von „Big Data“, bei dem der Einzelfall per Definition ganz unwichtig ist. Kein Algorithmus der Welt ist in der Lage, vorauszuberechnen, was im Gespräch zwischen zwei Frauen, in dem Begehren und Autorität zirkulieren, herauskommt.

Im Prinzip ist das ja nichts anderes als die Arbeit an einer anderen symbolischen Ordnung. Auch die symbolische Ordnung des Patriarchats erscheint hegemonial, solange sie noch nicht als strukturierendes Merkmal erkannt ist und eine andere, weibliche symbolische Ordnung entstanden ist. Der politische Konflikt über den Nutzen und die Gefahren von Internettechnologie verläuft nicht zwischen denen, die diese Technologien gut finden und denen, die sie verdammen. Sondern er verläuft da, wo wir unterscheiden können, was genau wir von diesen Technologien erwarten können – und was aber eben auch genau nicht.


L’aspetto più disperante del mio rapporto con le nuove tecnologie è che tutto si pratica e si consuma nell’isolamento individuale. Sei da sola, davanti a un computer a tentare di usare l’ennesimo nuovo strumento, per esempio Zoom che nel lockdown è diventato indispensabile. Tuo figlio l’ha istallato guardandoti con una certa aria di compatimento perché non sei capace. In effetti, non conoscendolo, qualunque imprevisto ti manda in ansia perché non sai cosa fare, non sei abituata a “smanettare” e ricordi con fatica la sequenza di una nuova procedura. È frustrante, davvero frustrante.

Sebbene con fatica, però alla fine anche io mi sono adattata per quel poco che mi consente di esserci su queste piattaforme e continuare a fare Via Dogana a cui tengo molto. Ho cambiato il computer per avere una connessione migliore, mi sono creata un angolo della casa tranquillo, ho imparato le procedure e ho capito le regole della “messa in scena” davanti allo schermo. Non voglio imparare di più e saperne di più. Per tutto il resto delego alle donne più giovani, che così hanno un altro fardello da portare.

Nel giro di poco tempo comunque le cose che ti sembravano difficili e forzate ti sembrano ovvie e non ti fai quasi più domande. Per questo penso che una sorta di autocoscienza, parlando ognuna della propria esperienza, sia indispensabile per non perdere la soglia critica e uscire dall’isolamento davanti alla macchina.

Anche io sento forte la preoccupazione per lo strapotere di chi produce e gestisce questi mezzi. Il paragone che mi viene subito in mente è con l’inizio della rivoluzione industriale, con l’agire selvaggio dei padroni delle ferriere. Oggi abbiamo a che fare con padroni delle ferriere immateriali che riducono l’umanità a materia prima da cui estrarre quella merce preziosa che sono diventati i dati; che determinano tramite gli algoritmi condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù; che pretendono di essere onnipotenti anche nei confronti del pianeta, con progetti tecnologici deliranti quali oscurare il sole o trasferire gli abitanti della terra (quelli che se lo possono permettere) su Marte.

Se ne parla sempre di più e dal dibattito in corso, anche dalle voci più avvertite, si delinea l’idea che l’argine politico sia costituito pressocché esclusivamente da un sistema di leggi, che vieti, per esempio, il furto dei dati personali da parte della “sorveglianza commerciale” come la chiama la Zuboff.

In questo panorama desolante tra la fatica individuale e l’impotenza di fronte allo strapotere delle multinazionali del web, ho visto di recente un barlume di luce quando è cominciato un agire collettivo per fronteggiarle.

Durante la pandemia, tutte noi abbiamo toccato con mano sia la grande utilità dei ciclofattorini per la consegna di cibo, libri e altro, sia l’ingiustizia delle loro condizioni di lavoro governate dagli algoritmi. Proprio da loro, che sono senza voce e senza potere, è scaturito un agire collettivo capace di negoziare con i giganti. In Spagna con una riforma definita storica, i sindacati potranno accedere agli algoritmi utilizzati dalle piattaforme per distribuire il lavoro. In Italia i primi a partire e a ottenere risultati sono stati i rider di Just Eat e molti altri seguiranno. L’agire di concerto è anche alla base di una risoluzione che fino a ieri sembrava irraggiungibile: tassare i colossi del web. Fino a che gli Stati pensavano di procedere singolarmente, le multinazionali avevano buon gioco a trasferire gli utili nelle filiali di quei paesi che garantivano una tassazione vicina allo zero. Ora che procedono insieme possono costringerle a dichiarare i loro ricavi nei singoli paesi e a pagare “giuste dosi di tasse”, come ha dichiarato il Consiglio UE.

Sara Bigardi nell’introduzione ha raccontato come funzionano le tecnologie delle procedure amministrative nel suo lavoro all’università e come abbia sentito l’esigenza di andare a parlare con colleghe e colleghi implicati in una singola procedura per ricostruire l’intero processo e capirne il senso; e Chiara Zamboni nel suo intervento ha parlato della governance dell’università, svelando quanto sia illusoria la promessa di partecipazione con cui viene proposta.

Certo parlarne e svelare i meccanismi è già molto, ma poniamoci il problema di cosa altro si può fare mettendoci insieme. In questo tempo di cambiamento che amplia le possibilità, proviamo a immaginare un agire collettivo trasformativo delle situazioni in cui ci troviamo a essere. In fondo è l’insegnamento che ci viene dalla pandemia: nessuna si salva da sola.

Vorrei ripartire da quello che dicevano Francesca e Sara Bigardi. In particolare, Sara ha detto una cosa di grande interesse rispetto al suo lavoro: ha definito “parcellizzazione del processo produttivo” quello che le veniva richiesto. E la sua resistenza, la sua pratica politica è stata di ricomporlo, quel processo,di andare a vedere che cosa c’era alla fine. Inevitabile pensare alla catena di montaggio e al fordismo, ma che tipo di fordismo è in corso oggi? Io sono molto inquieta e volevo condividere con voi alcune ipotesi.

Oggi non solo è stato fatto sparire il corpo delle persone: il confinamento, la dichiarata pericolosità di ognuna/o di noi ha messo tendenzialmente a rischio la relazione. Ma forse sta succedendo qualcosa di ancora più grave, sta sparendo l’umano come noi lo concepivamo. L’umano come soggetto pensante, critico, e con la capacità di decidere qualcosa, per sé e per l’intorno. Secondo me è in corso una terrificante mutazione di questo umano. E allora ci tengo ad agganciarmi al discorso che ha fatto poco fa Chiara Zamboni sulla governance. O teniamo insieme il ragionamento sull’uso che noi possiamo fare del digitale e quello che qualcun altro sta decidendo per noi, oppure ci smarriamo. Non si tratta tanto di capire come usare al meglio le piattaforme, come trasformarle in luoghi di intervento politico, in luoghi di relazione, si tratta di capire che cosa c’è a monte.

E per capirlo non possiamo distinguere tra digitalizzazione, smaterializzazione, covid, trattamento disciplinare del covid, campagna vaccinale… Si tratta di riportarle alla questione della governance e al grandissimo inganno di cui già parlava Chiara: ci annunciano che stiamo partecipando a una decisione, mentre l’unica partecipazione prevista per singoli individui o per gruppi di individui è stare al nuovo patto, stare al nuovo copione.

A me piacerebbe che potessimo ragionare di questo tenendo insieme le dimensioni piccole, private, quelle un po’ più grandi, di gruppo, e la direzione verso la quale sta muovendo il mondo. Qualcuna di voi all’inizio, credo Giovanna, ha detto che lei non ha patito molto la situazione del confinamento, che non le ha cambiato granché, e qualcun’altra ha parlato di “amicizia con le macchine”. Mi permetto di fare questa ipotesi inquietante, che dietro a questo adattarsi al nuovo che avanza, ci sia il pericolo di lasciar succedere tutto, di adattarsi a tutto: correre a vaccinarsi, correre a comprare un altro computer, correre a riorganizzare la casa in modo da poter ospitare la Dad, correre a rinunciare allo spazio privato per far spazio allo smart working… senza chiedersi da dove venga tutto questo.

Credo che tutti quanti sappiamo che la tecnologia era matura, pronta per tutto questo. Quello che non era pronto, e speriamo non sia ancora pronto, è l’umano. Allora, che tipo di argine può fare l’umano, e come? Oppure ci lasciamo trascinare? E quindi i più fragili escono di scena, o perché muoiono o perché sono obsoleti, non stanno al passo. E quindi avanza qualcosa di nuovo, ma cosa esattamente? Tutto questo ha invaso prepotentemente il mio spazio onirico. Di notte mi capita sempre più di frequente di fare sogni ‘tecnologici’ e sono sempre incubi: mi aggroviglio nelle parole, nei file… Quando il nuovo che avanza penetra così profondamente nello spazio che dovrebbe essere più intimo, nella psiche individuale (e, forse, in quella collettiva) penso sia il momento non di provare a usare meglio le piattaforme… ma di fare un argine politico a quello che sta succedendo. Perché non tutto quello che avviene nella storia va lasciato avvenire. Pensiamo alla Germania negli anni Trenta, ai tanti esempi storici. Che cosa fanno i singoli soggetti e i gruppi di soggetti se capiscono che sta succedendo qualcosa che buono non è, cosa fanno?


Sono stata molto bene nell’incontro della redazione aperta di Via Dogana del 6 giugno, mi sono ritrovata nell’intervento di Antonella Nappi, nella sua puntuale autocoscienza ho riconosciuto delle parti di me che lei ha sistemato in concetti chiari, giudizi appropriati. Tutti gli interventi presentavano aspetti dell’esperienza vissuta nella comunicazione da remoto e di come ognuna vede il tempo nostro.

Però mi sono soprattutto interessata all’intervento di Francesca Bigardi perché mi ha fatto capire qualcosa in più sulla sensazione di irresponsabilità, che a volte vivo nell’azione politica attraverso Internet. Ho molto apprezzato l’esporsi di Francesca a partire dalle sue conoscenze, mi è piaciuto quel suo posizionarsi nell’essere con quello in cui crede, unica donna sul suo lavoro a occuparsi di informatica, ho visto una possibilità di narrazione che ha rigenerato i punti chiave della pratica femminista che ha appreso da sua sorella, ma offrendo nuovi intrecci che mettono in discussione la solita e scontata visione dell’inimicizia delle donne con la tecnologia. Dopo avere subito al ginnasio un professore di matematica sadico e impreparato a insegnare agli adolescenti, grazie anche alle lezioni di mio padre che si era preso pena della mia procurata ottusaggine, ho trovato, vari decenni dopo, nell’informatica o meglio nell’uso del computer una risorsa da non trascurare e su cui era bene stare preparate. Con il mio gruppo Donne di parola che è anche una web-radio e una compagnia teatrale produciamo testi teatrali che sono per noi una pratica politica. In questo periodo tre testi, di cui due in tempo di pandemia.

Nonostante sia immersa in queste comunicazioni a distanza, una creazione di parole, immagini e pensiero che tiene conto dei mezzi con cui verrà trasmessa, oltre che recitata in presenza, ho avuto spesso un’impressione di irresponsabilità, di leggerezza, di non appartenenza completa, nel mio intimo, a quello che stavo facendo. Eppure è da vent’anni che sono collegata con il mondo dei computer, ho creato due siti, e un gruppo Facebook “La Biblioteca femminista” che ha raggiunto 27.000 iscrizioni, lavoro per passione a questi spettacoli teatrali. Ma tutto questo agire mi dà, a volte, una sensazione di indeterminatezza come se potessi da un giorno all’altro defilarmi, prendere sottobraccio Fern del film Nomadland e, abbandonando tutto, saltare su un autobus. Francesca ha parlato delle caratteristiche della comunicazione on line, e oltre il solito algoritmo ha spiegato come ogni partecipazione sia isolata in una serie di procedure che sembrano indipendenti l’una dall’altra e non lo sono, sua sorella Sara ha precisato come abbia cercato di superare questo limite procedurale andando a verificare passo per passo cosa facevano i suoi colleghi. Nel mio e nostro caso come compagnia, ho proposto il lavoro teatrale fatto di una serie di monologhi “Polifonia teatrale dai tempi della pandemia” a vari gruppi di donne politicamente presenti nella realtà che mi è più vicina per vederlo insieme e poi discuterlo. Ho anche proposto questo lavoro a 250 Festival pur sapendo che non sarebbe stato accettato perché mancante dei sottotitoli inglesi, tuttavia ho aperto a delle risposte che hanno ampliato il rapporto di interazione. Siamo così arrivate a 1000 contatti. Allora ringrazio Francesca perché mi ha fatto capire cos’è che presiede a questa comunicazione ma non nel senso dei grandi disegni capitalistici o di un Google pervasivo, perché cosa succede nel rapporto con l’informatica per chi di noi ha questa esperienza ha a che vedere con il corpo, il mezzo elettronico ci risponde a volte come un organismo. So che ho cercato di avvicinare dei rapporti e di farmene responsabile, usando le tecnologie, ho visto come il nostro punto di vista non era un isolato pensiero di un gruppo di donne dai 45 agli 85 anni la cui esperienza era sociologicamente poco o tanto interessante, ma che invece partendo da noi usando zoom per fare pratica femminista ci siamo immerse tutte insieme in quella mescolanza delle relazioni politiche odierne e con la loro grande capacità di adattamento. Abbiamo sperimentato come la piattaforma elettronica ci serva per fare le prove degli spettacoli, per discutere superando i limiti dell’ortodossia informatica e trovare nuove connessioni con improvvise aperture di comprensione e di affetti. È l’intensità della comunicazione a distanza che può capovolgere il senso di irresponsabilità che ho capito, adesso, quanto sia dato dalla parcellizzazione insita nei dispositivi, invisibili ma avvertibili da chi si immerge nello spazio virtuale. Dispositivi che più che determinarti, come di solito si dice, a me sembra all’opposto che creino indeterminazione, quando non passiamo a creare nuove relazioni o rinnoviamo quelle che già ci sono.

Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3, Digitare non è mai neutro, domenica 6 giugno 2021


Sara. Approssimandomi al tema per una riflessione, ho avvertito da subito intorno a me una sorta di bisogno bulimico di discorsi sulla tecnologia, una fame, una voracità di dire tante cose, di essere esaustiva, con il pericolo di cadere in una generalizzazione astratta o in una parcellizzazione del discorso che tende a diventare assoluta.

Per questo, in un ambito così ampio, è necessario cercare di trovare un taglio. L’invito stesso della redazione per l’incontro del 6 giugno Digitare non è mai neutro chiedeva di pensare alle perdite e ai guadagni, a partire dalle proprie esperienze soggettive, perché, come dice Chiara Zamboni, “non si può parlare da Sirio”. Queste esperienze però non devono rimanere chiuse, devono stimolare delle domande nella consapevolezza che le risposte non risolveranno tutte le questioni, anzi.

Io e mia sorella, che è una informatica che non viene dal pensiero della differenza sessuale, ci siamo trovate in presenza per pensare assieme e, da subito, ci siamo rese conto che era il linguaggio quello che creava più conflitto; ma allo stesso tempo questo linguaggio ha anche permesso di intravedere un come potere parlare di tecnologia.

Partendo dal linguaggio diverso, abbiamo allora interrogato le nostre contraddizioni vitali per vedere quali pratiche politiche abbiamo agito e quali altre potrebbero nascere nei contesti in cui ci troviamo.

Nella parte che segue prende parola mia sorella.


Mi chiamo Francesca Bigardi, sono sorella di Sara, e mi occupo di informatica, lavoro per un’azienda di Verona come project manager (da qualche anno) e sviluppatrice software (ormai da una decina di anni) di applicazioni web e architetture cloud e IoT (Internet delle cose). Sono laureata in informatica a Verona e la tecnologia prima e l’informatica poi sono sempre state le mie passioni. Ho 35 anni quindi non mi posso considerare una nativa digitale, ma vista anche la passione di mio papà, in casa mia è sempre stato presente un pc. Quando ho dovuto scegliere che tipo di percorso fare, non ho mai avuto dubbi, quindi ragioneria indirizzo informatica alle superiori e poi la facoltà di informatica.

Quando mi è stato proposto di intervenire in tale circostanza, devo dire che la mia prima preoccupazione è stata: “Che contributo posso portare, di cosa posso parlare? Deve essere qualcosa di tecnico?”. Perché di solito quando mi sono trovata a parlare in contesti simili, seminari o webinar, ho sempre portato contenuti tecnici legati alla mia materia.

Incontrandomi poi con la redazione, leggendo l’invito di Via Dogana e confrontandomi con Sara è stato chiaro come invece bisognasse partire dalla propria esperienza personale e dal proprio vissuto, perché il tema è vasto e attuale. Questo mi ha portato a interrogarmi su cosa fosse cambiato per me in questo ultimo anno e mezzo.

Per fortuna, il mio lavoro non ha risentito della crisi causata dalla pandemia, come purtroppo altri settori, sono stata fortunata e ho potuto lavorare in smart working. Dopo un iniziale spaesamento, era strano non andare in ufficio e lavorare da casa, e un iniziale adattamento (dato soprattutto nel ricreare l’ambiente più confortevole: tastiera, doppio monitor), devo dire che il mio lavoro non è cambiato poi così tanto. La mia attività, che si svolge per lo più davanti al pc, non è cambiata nella modalità concreta di esecuzione, ma è certamente cambiata in quella di relazione con i colleghi (e parlo di colleghi al maschile perché i miei colleghi del reparto produzione sono uomini). Le riunioni non avvengono più in presenza, ma via Zoom, Meet o Teams, è venuta a mancare per lo più la chiacchiera, quella che si può fare davanti alla macchina del caffè o nelle pause.

E qui sicuramente emerge forse la prima vera contraddizione, per me, evidenziata da questo ultimo anno e mezzo: da un lato lavorare da casa è addirittura, in alcune situazioni, più efficiente e produttivo che lavorare in presenza, oltre ovviamente ad essere più comodo, dall’altro alcune cose diventano oggettivamente più complicate.

Se volessimo fare una comparazione di vantaggi e svantaggi potremmo dire che i pro, per me, sono:

i contro, invece sono:

Questo ultimo punto probabilmente è emerso in tutta la sua dirompenza. Avere una connessione internet stabile, è quasi diventata una priorità: non tutti, ad esempio, possedevano un abbonamento flat (a costo fisso), molti si sono trovati con la spiacevole sensazione di vedere i giga del proprio abbonamento a consumo esaurirsi a causa delle frequenti riunioni sulle piattaforme di videotelefonia. Oppure le stesse connessioni flat non erano così veloci, provocando rallentamenti e ritardi tali da rendere l’esperienza poco piacevole.

Tale problematica mi ha portato a creare un collegamento con quelli che dal punto di vista della sicurezza informatica sono i tre principi fondamentali: integrità, confidenzialità e disponibilità dei dati, dette triade CIA (dall’inglese Confidentiality Integrity Availability). 

La confidenzialità deve garantire che i dati e le risorse siano preservati dal possibile utilizzo o accesso da parte di soggetti non autorizzati. L’integrità deve garantire che i dati o le risorse non siano in alcun modo modificate o cancellate da soggetti non autorizzati. La disponibilità deve garantire che soggetti autorizzati debbano poter accedere alle risorse di cui hanno bisogno per un tempo stabilito e in modo ininterrotto, senza interruzioni di servizio e con una corretta erogazione.

La disponibilità per la connessione internet è un aspetto molto importante. Chi offre tale servizio deve creare infrastrutture di rete che permettano di garantire la ridondanza dei sistemi e di offrire i servizi richiesti, secondo la qualità del servizio sottoscritta (QoS), anche in caso di guasto o incidente. Tale aspetto diventa poi evidente in contesti con l’internet of things (IoT) dove l’uso della connessione internet ci permette di monitorare da remoto, ad esempio, lo stato della mia casa, controllare ad esempio se le luci sono accese, spegnere o accendere convettori, aprire o chiudere finestre.

Ovviamente la connessione internet è solo un elemento di un’architettura più grande, dove ogni elemento deve garantire il rispetto e l’adozione di contromisure per queste e altre proprietà di sicurezza. L’applicazione dei principi di sicurezza da parte di chi offre un determinato servizio è un aspetto molto importante nello sviluppo software ed è qualcosa che chi si occupa di informatica deve sempre considerare anche per permettere all’utente di aumentare il grado di fiducia verso lo strumento che l’utente sta usando, soprattutto quando l’utente condivide dati sensibili. Gli standard di sicurezza, come lo standard ISO/IEC 27001 offrono una serie di “best practice” (buone pratiche) che lo sviluppatore può seguire e adottare per proteggere le risorse informative da minacce di ogni tipo, al fine di assicurare l’integrità, la confidenzialità e la disponibilità, e fornire i requisiti per adottare un adeguato sistema di gestione della sicurezza delle informazioni. D’altro canto, gli utenti, in caso di software certificati ISO/IEC, possono avere la garanzia che determinate contromisure sono state adottate per la protezione dei propri dati.

Dal mio punto di vista, cioè di persona che lavora nel campo dell’informatica, aumentare la fiducia e la confidenza di una persona verso il software da me sviluppato è uno dei miei principali obiettivi. La digitalizzazione di un processo è fatta per lo più per rendere una funzionalità, prima analogica, più semplice, disponibile e accessibile, quindi l’utente deve potersi approcciare con tali strumenti senza paure, ansie e malumori. L’adozione di tecniche di design come la UX, permettono proprio di raggiungere tale scopo. La UX (user experience) si pone proprio l’obiettivo di partire dai comportamenti dell’utente, dai suoi bisogni, dalle sue capacità e limiti per valorizzare il vissuto dell’utente in relazione al prodotto stesso.

Un altro aspetto emerso, in maniera molto forte, confrontandomi con la redazione e con Sara è il tema del linguaggio. E soprattutto su come ogni materia, umanistica o scientifica, abbia un linguaggio specifico, che va capito e compreso. Ad esempio, da parte delle mie interlocutrici mi è stato fatto notare come a volte termini come Algoritmi, Cloud, IoT assumessero a volte un alone di mistero poco chiaro, legato per lo più ad essere parole in inglese, ma anche per la loro natura tecnica. Da parte mia ho trovato difficoltà a capire termini come “simbolico” e “pratica politica” a cui avevo dato un altro significato. Con Sara ci siamo confrontate sul linguaggio e abbiamo notato come alcune definizioni di termini informatici diventassero dei punti di partenza aperti per sperimentare assieme, e alcune incomprensioni iniziavano a sparire. Il linguaggio della pratica calato nell’ambito tecnologico, visto come sequenza di passaggi da fare per compiere una determinata azione, è stato una buona mediazione per entrambe.


Sara. Riprendo ora il testimone io per altre riflessioni sulla tecnologia a partire dalla mia esperienza.


La tecnologia delle procedure

Mi soffermo brevemente sulla tecnologia, che chiamerei delle procedure (per me quelle dell’amministrazione, per altre quelle che riguardano lo Spid, cioè il Sistema pubblico di Identità Digitale, o l’utilizzo delle app come Immuni), e poi sulla tecnologia delle piattaforme di interazione, di incontro, come ad es. Zoom. Due tipi di tecnologia con cui ho dovuto sperimentarmi per lavoro e desiderio di stare in relazione con le altre/i.

All’interno dei processi improntati alla smaterializzazione, che comportano la digitalizzazione (cioè per definizione “la traduzione dei documenti materiali in una sequenza di informazioni digitali ordinate secondo precisi criteri”), in particolare faccio soprattutto riferimento ai servizi web utilizzati all’università in ambito amministrativo. Nell’utilizzarli ho sempre avvertito uno scollamento. All’interno di questi processi digitali, le procedure, cioè le sequenze di azioni da compiere, finalizzate a un determinato obiettivo, sono tutte interdipendenti. Frammenti a sé stanti di un certo processo. Questo significa che non c’è una visione orientata del processo: ogni azione non acquista significato perché anticipatrice o conseguente di un’altra in una significazione più grande. Si tratta di azioni percepite come monolitiche, chiuse in sé stesse, che si determinano e autoalimentano della loro mera efficacia, stando all’interno di quelli che vengono chiamati “gli approcci per funzione”. Porto come esempio le procedure per le richieste di acquisto. Per acquistare un bene o un servizio, tutte le operazioni da compiere avvengono su una apposita piattaforma web integrata chiamata U-GOV. Si tratta di azioni definite “elementari e non scomponibili” dal sistema. Inizio una azione, ad esempio quella che dà avvio alla richiesta di acquisto e, una volta terminata questa azione iniziale, non so come prosegue il processo. So solo che c’è un ordine logico e temporale e qualcuna dopo di me farò un altro pezzo di sequenza, con un’altra azione di cui però non conosco la natura. Porterà a sua volta a un’altra azione in una catena senza connessioni. Il processo allora viene percepito come astratto e questa astrattezza crea frustrazione e anche paura perché non si ha coscienza di ciò che succede. Come dice Maria Zambrano: “una mancanza di visione che ti fa rimanere chiusa”.

Come abitare, con la mia differenza, queste procedure, per stare a mio agio? Come pratica sono andata a conoscere di persona tutte le soggettività che facevano parte di un certo processo amministrativo per capire e vedere con loro quale era la loro azione di procedura all’interno del processo. Così la procedura cominciava a prendere corpo e senso perché sapevo quali erano le persone che continuavano quel pezzo di passaggio che io compivo in solitaria. E si creava una co-azione partecipata, che non era mediata dai manuali o da mail assertive con sterili passaggi da compiere, ma dagli sguardi, dalle parole, dalle difficoltà, dall’esserci di altri corpi. E stando alle richieste di acquisto, ho scoperto che se tutto è digitalizzato nei passaggi, quello finale no. Le richieste vengono stampate e rilegate a mano e conservate in un archivio cartaceo.


Le piattaforme come Zoom

Alcune riflessioni anche riguardo le piattaforme di interazione. Vero che c’era chi usava Skype già molto tempo prima di questa accelerazione dovuta alla pandemia. Ma, per necessità, bisogni e anche desideri diversi, in questo tempo e in modo repentino, molte di noi si sono trovate davanti a un mezzo: quello delle piattaforme di interazione. Necessità di lavoro: continuare le riunioni, organizzare eventi e convegni (io mi occupo di comunicazione a Scienze Motorie dell’università di Verona), per desiderio: gli incontri con il Teatro Popolare, una compagnia di Verona di cui faccio parte. Quest’ultimi sono stati mantenuti da remoto per un tempo lungo, perché c’era il bisogno e il desiderio di non perderci e di mantenere vive le relazioni tra noi. Ovviamente abbiamo trasformato alcune pratiche, mancando la presenza del corpo con il suo movimento nello spazio, è nato il desiderio di esserci in un altro modo: facendo ricerca e approfondendo temi che ci chiedevano voce e parole. La scrittura è stata, ad esempio, una forma preziosa per non perdere quello che stava accadendo e a cui si dava vita con creazioni e improvvisazioni.

Questo rapportarsi alle piattaforme, in ogni caso, è stato la sperimentazione di una cosa nuova con tante incognite: incognite di connettività, di linguaggio e di definizioni imposte da ogni piattaforma che ne caratterizzano preventivamente la fruibilità. Questi software hanno già una profilazione determinata. Come starci? Se pensiamo che Internet era nato come spazio aperto di condivisione, ora ci accorgiamo di discutere su piattaforme gestite da grandi imprese che stabiliscono a priori la profilazione di chi ne usufruisce. Pensiamo solo al linguaggio di alcune di esse: la differenza tra partecipanti e spettatori, la modalità di interazione chiusa o gestita dall’ospite, la manina, non più la mano, da alzare per potere prendere la parola, la chat dove spesso si crea una discussione parallela.

Occorre quindi interrogare il nostro esperirle (una scoperta accelerata, perché si implementano di funzioni diverse ogni altro giorno), mentre esse ci sperimentano. C’è una coreografia già data, come dice Traudel Sattler, in queste piattaforme? Che forma politica di incontro vogliamo dare quando creiamo o partecipiamo a un evento da remoto? E di conseguenza, nell’esserci da remoto che pratiche politiche vogliamo creare per trovare una relazionalità diversa?

Ci sono anche le piattaforme aperte, quelle che non hanno bisogno di licenze, che durano illimitatamente, il loro utilizzo è una scelta politica. L’abbiamo sperimentata con gli incontri di teatro, ma la connessione cadeva spesso. Come mai queste piattaforme non riescono ad essere fruibili?

E poi, una volta finita l’emergenza, cosa ne facciamo di questa competenza acquisita? Il sapere di cui abbiamo fatto esperienza e prova può aprire altre modalità di esserci? Saranno incontri ibridi: presenza contingentata e remoto? Queste sono tutte domande aperte che stanno dentro a un tempo dilatato. Forse come suggerisce Gianna Candolo serve una distanza in quanto è ancora troppo presto per dire cosa abbiamo perso o guadagnato, però porsi domande è interrogare le contraddizioni che viviamo per farne una leva per il pensiero. Con le differenze dei tempi vissuti. Se durante la prima clausura il tempo era un tempo di approfondimento, “un andare a fondo” come dice Luisa Muraro, ora lo vivo come intensificato. E in questa intensificazione, le parole per dire ciò che accade sono diverse; avvertendo un passaggio, sento uno scarto tra il sentire e il linguaggio. Sono alla ricerca di nuove parole per raccontare politicamente questo presente.


Abitare un linguaggio

All’inizio accennavo alla difficoltà di linguaggio tra me e mia sorella. Una difficoltà di capirsi perché l’oggetto dell’analisi è l’informatica che ha un linguaggio neutro, anzi maschile, spesso maschilista, poi c’è mia sorella che è una donna che si è formata all’università, per la maggior parte con uomini, e nella presa di coscienza della sua autorevolezza mette in gioco la sua competenza. Il linguaggio e la conoscenza tecnologica tende ad escludere le donne e la loro competenza, poi però c’è chi con cura le donne le nomina. Io nomino la relazione con mia sorella.

Inoltre, c’è l’inglese informatico che non è quello parlato. È un linguaggio specialistico, è un linguaggio codificato, fatto di glossari e chiavi. E c’è la difficoltà da parte mia di capire alcuni termini.

Francesca, come diceva, parte dalle definizioni, che io cerco di vedere come qualcosa che non mi blocca, e ricorrendo alla metonimia, mi predispongo a riscoprire questi termini in modo euristico in una contaminazione di saperi per creare uno spazio altro che non stia in contrapposizione, ma in contraddizione. 


Una pratica

L’informatica, come dice Valeria Spirolazzi, ha però anche un aspetto esperienziale, è fatta di passaggi e di errori che, compiuti assieme, permettono di abitare questo spazio con un po’ di benessere. Qui gioca l’affidamento a Francesca nell’ottica dell’autorevolezza e della fiducia, in una genealogia capovolta: faccio le cose assieme a lei, vedo con lei quello che succede sullo schermo e dietro, mi appunto, anche in modo scolastico e un po’ pedissequo, ogni passo da compiere. In questo modo viene meno il senso di inadeguatezza e la paura dell’imprevisto che, come dice la mia amica Lucia Vantini, “può rivelare la vita, la qualità della nostra capacità recettiva e responsiva” anche in informatica.

Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 Digitare non è mai neutro, domenica 6 giugno 2021

Sappiamo di vivere in un’epoca di “trasformazione digitale” non perché lo ha proclamato l’Unione Europea, che per questa mette a disposizione ingenti somme. Lo sappiamo perché l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle, in modo particolarmente intenso in quest’ultimo anno.

Da tempo, Via Dogana ha un occhio attento al nostro rapporto con le tecnologie, con l’incontro Ragazze e Algoritmi nel 2016, e La rete è nella nostra realtà. Come starci? nel 2017. Già da questi incontri abbiamo ricavato la consapevolezza che non esiste un’inimicizia tra le donne e il mondo digitale, anzi, esiste un’intensa attività di femministe in rete, e oggi tante donne lavorano con passione in questo settore, sappiamo anche che si è sviluppata una critica femminista all’approccio universale e fintamente neutro delle modalità di progettazione, per esempio degli algoritmi. Ma quando abbiamo intitolato l’ultimo di questa serie di incontri, esattamente due anni fa, Fare di necessità libertà – in rete, non potevamo immaginarci con quale forza si sarebbe imposta la necessità di saper esserci in un mondo iperconnesso, un processo accelerato e condensato dalla pandemia. Si sono aperte molte contraddizioni, come quella messa in evidenza da Ida Dominijanni che diceva: “Il tema si annuncia fra quelli che domineranno il dibattito pubblico del dopo-pandemia, perché da un lato il capitalismo farà dell’investimento tecnologico la principale leva di risparmio dei costi e di intensificazione dello sfruttamento del lavoro, dall’altra le resistenze antitecnologiche assumeranno toni sempre più apocalittici” (L’io alterato, www.libreriadelledonne.it, #VD3, 25 maggio 2020).
Inoltre sono convinta che quest’anno ha lasciato nelle nostre vite segni profondi che vanno ancora indagati e nominati. Se penso solo a come ho vissuto il primo impatto con la didattica a distanza: ero piena di angoscia per la nuova piattaforma e assolutamente scioccata di fronte alle facce tese delle studentesse durante gli esami, riprese a 20 cm di distanza. Mi sembrava una violenza, per non parlare dell’intrusione, tramite la webcam, nelle camere delle studentesse. Con la paura permanente di dare tutta questa umanità in pasto ai Big Data.
E ora? Mi sono resa conto, allarmata, che ho perso quella sensibilità, ho registrato una vera e propria alterazione sensoriale che mi sbalordisce. So che l’essere umano si adatta alle circostanze, ma sono rimasta colpita dalla facilità con cui avviene. Penso che ci vuole una riflessione e una presa di coscienza su che cosa perdiamo. Dov’è la soglia critica che non bisogna perdere di vista? Certo, ho continuato a sentire forte la mancanza dell’interazione diretta in aula, la possibilità di muovermi nello spazio e del poter andare verso l’altro, entrare in contatto con lo sguardo, incoraggiare con un gesto. Ma in ogni modo mi sembra che anche le studentesse e gli studenti, diversamente dall’anno scorso, si siano adattati ai nuovi rituali, anzi sono loro che stanno bene attenti che la lezione venga registrata così come impone l’università. E queste riprese video mi hanno rivelato che ero assolutamente inadeguata alla situazione. Non avevo valutato che stare davanti alla webcam richiede una auto-messa-in-scena: inquadratura, luci, angolatura giusta. Rivedendo la mia faccia talvolta tagliata a metà ho temuto di perdere la fiducia delle e degli studenti e persino l’autorità. Ma il continuo rispecchiarsi nella propria immagine mi toglie la spontaneità e autenticità che caratterizzano l’interazione dal vivo. Questa diffusa mancanza dell’esperienza viva, non solo mia, non poteva non essere intercettata dai produttori di software didattici che si sono precipitati a ricreare le esperienze in presenza, attraverso programmi di scrittura di testi collettivi, giochi, lavori in piccoli gruppi – tutto online. A parte il grande business che si è creato, non li rifiuto per principio: li ho usati anch’io, pur di rompere la comunicazione fortemente monodirezionale. Ma alla fine non rischiano di sostituire la vita in presenza? Me lo sono chiesta quando ho sentito dire: “Perché dovrei pagarmi una stanza per 600 € a Milano mentre posso studiare online da Sondrio?” Oppure: “Perché alzarmi all’alba e fare 80 km sul treno per raggiungere l’università?”


Ho parlato della mia esperienza, ma questa esposizione improvvisa al potere della tecnologia ha investito l’intera impalcatura della vita quotidiana di tutte e tutti: è stato uno shock culturale per chi si è trovato a dover gestire piattaforme e app nuove per affrontare il lavoro da casa, il rapporto con l’amministrazione pubblica, la sanità, le riunioni politiche, persino le relazioni intime. Certo, non è stata una svolta improvvisa in quanto tutti gli strumenti erano già stati predisposti da tempo, il nuovo è costituito dalla loro irruzione capillare. Mentre prima sembrava che ci fossero ancora zone franche si è dovuto registrare che ormai tutti gli ambiti della vita quotidiana erano precipitati nell’immaterialità, e districarcisi è diventata quasi una questione di sopravvivenza. In parecchie ci sentivamo smarrite; c’è anche chi ha espresso un forte senso di inadeguatezza nell’affrontare la propria vita in questo mondo. Una della redazione ha detto: Quando si parlava, nel passato, dell’oppressione delle donne, io non mi sentivo oppressa, adesso invece sì. E un’altra: Ci ho messo anni per sottrarmi al potere e al controllo paterno, ed è proprio per questo che non tollero la sorveglianza!

Per me rimane una questione aperta: Come sottrarsi allo strapotere delle grandi aziende tecnologiche che si prendono il diritto sulla vita degli esseri umani sfruttandoci come materia prima gratuita da cui estrarre dati comportamentali? Dopo aver letto il testo fondamentale di Shoshana Zuboff Il capitalismo della sorveglianza (2019) in me era emersa la paura, poi da allora oscillo tra un atteggiamento di cinica rassegnazione, rimozione e vigile attenzione. Mi manca la misura.
Ho registrato che anche nel dibattito pubblico è aumentata la preoccupazione per la pervasività della sorveglianza (Golpe digitale, un lungo articolo di Zuboff apre la rivista Internazionale n. 1404 del 9 aprile 2021; Algoritmocrazia il titolo dell’ultimo Festival dei diritti umani, 21-23 aprile 2021).
Cresce quindi il senso di doversi difendere, lo suggeriscono le parole che circolano a proposito dello strapotere dei colossi tecnologici: arginarlodelimitarlodifendere la competenza umana. Ma io penso che mettersi sulla difensiva non ci porti avanti. E poi: con quali mezzi? Si procede attraverso leggi e commissioni etiche. Già nel 2018 l’Unione europea aveva formato un gruppo indipendente di esperti per elaborare “Orientamenti etici per un’IA affidabile”, e un mese fa la Commissione ha presentato un disegno di legge per delimitare il campo d’azione dell’IA. Perché l’IA deve essere “etica” e “i cittadini meritano tecnologie di cui possono fidarsi”, ha dichiarato Ursula von der Leyen. Solo che questo disegno di legge deve fare un iter parlamentare, i regolamenti vanno adottati dagli stati membri e io temo che quando sarà diventato legge, sarà già obsoleto. E la fiducia che si augura la presidente della Commissione, dubito che si produca.
Più efficaci si sono rivelate le esperienze di lotta nel settore della logistica dove le lavoratrici e i lavoratori, come i Rider oppure i dipendenti Amazon, hanno imposto la misura del corpo umano contro il regime imposto da algoritmi impostati a loro volta da chi mira solo alla velocizzazione e all’aumento del profitto.
Inoltre, l’imprescindibilità dei corpi e della loro presenza è stata messa in luce in particolar modo anche da studenti e studentesse che hanno chiesto di tornare a scuola perché le lezioni online erano alienanti e lasciavano fuori una parte centrale dell’esperienza viva.

Tutte e tutti abbiamo quindi alle spalle più di un anno di esperienze in questi ambienti virtuali, e si pongono interrogativi anche per la pratica politica: qui in Libreria si sono spostate online le riunioni del sito, gli incontri di Via Dogana, presentazioni di libri e discussioni. Abbiamo partecipato a innumerevoli webinar e conferenze online. Tutto questo ci ha permesso di non interrompere le nostre attività regolari, le discussioni, la scrittura, la selezione e pubblicazione di testi. E voglio sottolineare come si è confermata, in questa esperienza, l’importanza della parola scritta nella pratica politica. Gli incontri online invece ci hanno permesso di allargare lo scambio a donne e uomini che stanno fisicamente lontano. Abbiamo visto guadagni e limiti e abbiamo sentito anche valide argomentazioni contrarie: è nato un acceso dibattito. Siamo consapevoli che zoom e altre piattaforme sono ben più che strumenti di comunicazione, ma ambienti che incidono sulla nostra percezione della realtà e sulla nostra autopercezione. Dico solo: quando mai nella vita in presenza, ti rispecchi in continuazione mentre parli con altri/e?
Invece tanta invenzione nella pratica del movimento delle donne si è basata sullo specchiarsi nell’altra, sulla frizione del corpo-a-corpo che ha messo in luce la necessità di un terzo, di una mediazione che spesso ha preso la forma di un progetto materiale.
Possiamo trovare nuove mediazioni anche nell’incontro virtuale?
Tanta invenzione è anche nata dall’irrompere dell’imprevisto, dall’eccedenza, di una parola mai sentita prima.
Per come l’ho vissuta io, la coreografia programmata della conferenza zoom questo non lo permette: si interviene per alzata di mano o prenotandosi via chat; chi gestisce l’incontro ha il potere di dare e di togliere la parola. E non basta: ora constatiamo che sono proprio loro, le più giovani e tecnologizzate che hanno scommesso sulla pratica politica in rete e l’hanno portata avanti con passione, coinvolgendo altre, a essere assorbite dalla gestione tecnica degli incontri, che sembra ridotta a un servizio, e così rischiamo di perdere il meglio del loro spessore politico.


Di queste contraddizioni e interrogativi discutiamo oggi con Sara Bigardi di Diotima, che cura insieme a Diana Sartori la rivista online Per amore del mondo. Il taglio della differenza. Sara è presente con sua sorella Francesca, una giovane informatica.


Domenica 6 giugno 2021, ore 10.00-13.30


L’incontro si svolgerà online attraverso un collegamento su Zoom. Per prenotarvi scrivete a: info@libreriadelledonne.it (indicando nell’oggetto: “Prenotazione ViaDogana3 – 6 giugno 2021”). La sera prima riceverete il link per partecipare.


La tecnologia informatica e gli scambi in rete hanno subito in quest’ultimo anno un’accelerazione mai conosciuta prima, che, aggiunta alla pandemia, ha investito l’impalcatura della nostra vita quotidiana: lavoro, scuola, salute, scambi politici e relazioni. Il processo era già in atto da molto tempo, ma in forme meno pervasive: sembrava che ci potessero essere ancora zone franche. Ora ne dubitiamo. Conflitti e contraddizioni del digitale che si erano delineati ben prima della pandemia, si sono acuiti, e poco potranno fare leggi e comitati etici per arginare la pervasività dei sistemi di raccolta dati. Più efficaci sono state le esperienze di lotta come quelle contro il dominio degli algoritmi nel settore delle consegne. L’imprescindibilità dei corpi e della loro presenza è stata messa in luce dalle studentesse e dagli studenti che manifestano per il ritorno in aula.

E tra noi? Alcune si sono adeguate perché non avevano scelta, altre in questo cambiamento vedono un’opportunità, altre non ci stanno. Tutte e tutti abbiamo dovuto comunque misurarci con un anno di relazioni a distanza e con il peso dell’assenza del corpo negli scambi. Eppure, dicono alcune, gli incontri on-line ci hanno permesso di approfittare della rete per pensare insieme a donne e uomini fisicamente lontani con cui non avremmo potuto parlare altrimenti.

Su tutto questo sentiamo la necessità di interrogarci, a partire dalla nostra esperienza, dalle perdite e dai guadagni. Come la tecnologia informatica ha cambiato noi e il mondo? Qual è l’impatto sulle pratiche politiche? 


Introdurranno Sara e Francesca Bigardi con Traudel Sattler

La pandemia di Covid 19 ha dato un ulteriore colpo al ribasso alla politica di rinnovamento intrapresa da alcune realtà maschili o da singoli uomini che nel tempo avevano guardato con interesse alla differenza femminile come a un bene per sé.

E un colpo al ribasso lo ha dato anche a quella politica di uomini e di donne che avevano messo in moto scambi e conflitti costruttivi tra loro in una pratica che abbiamo chiamato relazioni di differenza «per mettere fine al dualismo per cui la politica delle donne sarebbe una politica accanto a un’altra, detta maschile o neutra, e dare luogo a una vera politica della differenza sessuale», così come dice e scrive Lia Cigarini nel suo intervento all’incontro di Via Dogana 3 del 18 aprile 2021 scorso, La politica delle donne è politica, riferendosi al numero cartaceo di Via Dogana del 1991 La politica è la politica delle donne.

Ancora Lia Cigarini nel suo intervento fa riferimento, criticandolo, al concetto di parzialità applicato da parte maschile all’essere donne, nell’intento di estrometterle insieme alle loro elaborazioni e alle loro pratiche dal contesto decisionale neutro rivolto a ciò che ci circonda e stringendole all’angolo della scena politica così da ridurre, insieme al protagonismo femminile, la loro sfera d’intervento e d’interesse agli aspetti riguardanti le donne. A tal proposito si veda, ad esempio, come alcuni uomini di realtà politiche con cui Città Felice ha collaborato avrebbero preferito, che, in merito alla sorte degli edifici e degli spazi verdi degli ospedali dismessi di Catania, noi ci occupassimo solo di porzioni ospedaliere da adibire ad uso abitativo per donne senza tetto o vittime di violenza, invece di intervenire nel contesto generale e di far valere le nostre visioni in merito alle destinazioni d’uso degli spazi, o di proporre a donne e uomini delle varie realtà interessate di assumere modalità relazionali per prendere decisioni o per mettere a fuoco le proposte da esporre alle istituzioni cittadine. Posizioni più aderenti al nostro sentire sono state invece assunte da uomini che non fanno parte di realtà di sinistra strutturate.

Ritornando all’arretramento della politica della differenza maschile, non sono pochi gli aspetti dai quali si può dedurre un allontanamento di parecchi uomini dal quel percorso di ricerca nel quale si erano riconosciuti, così come l’allontanamento dalle relazioni di differenza che alcuni avevano intrapreso con donne. Alcuni di questi aspetti ho potuto riscontrarli a malincuore nei rapporti politici che avevo instaurato da tempo con uomini di realtà politiche con cui collaborava La Città Felice e che, a mio avviso, sono peggiorati anche a causa della pandemia che da un anno ha costretto tutti e tutte a forme di distanziamento fisico e relazionale in cui si è cercato di supplire agli incontri in presenza con forme di scambi informatizzati. Parlo ad esempio dell’adesione di alcune realtà catanesi e non solo (ne hanno fatto parte da subito anche alcuni uomini di Maschile Plurale) alla rete “La società della cura”, promossa da Attac e da altre realtà della sinistra antagonista come centri sociali e donne della quarta ondata femminista, e della pressione esercitata da loro nei nostri confronti affinché ne facessimo parte, visto che avevamo mostrato perplessità riguardo all’uso superficiale della parola “cura” che non teneva conto del suo essere un principio trasformativo politico, risultato di anni di elaborazione femminista.

In seguito ai conflitti e ai malesseri scaturiti dalla nostra mancata adesione alla “Società della cura” si sono susseguite altre manifestazioni che mi/ci hanno portate a rivedere l’autenticità di certe relazioni e a riconsiderare il desiderio di relazioni di differenza da parte di alcuni uomini con i quali erano intercorsi in un passato non troppo lontano legami politici. Ne è venuto fuori che alcuni ritengono l’utero in affitto una possibile pratica da normalizzare per andare incontro al desiderio di maternità-paternità di uomini gay… Oltre che appoggiare il disegno di legge Zan ovviamente. Che altri stanno considerando insieme a partiti e sindacati la realizzazione di strutture protette dal punto di vista logistico e sanitario per consentire la “libera” attività di “sex-work” (libera cioè, a loro dire, dallo sfruttamento dei protettori), garantita da assistenza mutualistica, sindacale e pensionistica, con buona pace della legge voluta dall’inarrestabile senatrice Lina Merlin.

In questa situazione di crescente disagio per il deterioramento dei rapporti politici con alcuni uomini, nell’ultima parte del suo intervento Lia Cigarini, ideatrice e sostenitrice della pratica politica delle relazioni di differenza tra donne e uomini, avanza una proposta per sbloccare la situazione. Lia ci invita a guardare alla mediazione della relazione materna come possibile mediazione con gli uomini così come essa è diventata, insieme alla genealogia femminile, la figura simbolica che ci ha dato forza nel procedere tra donne. La mediazione della relazione materna potrebbe costituire l’elemento di fiducia nei rapporti tra donne e uomini e rendere più fluida e sincera la relazione. Sul finire dell’intervento Lia Cigarini riporta la frase di un cantante celebre che durante il periodo del MeToo fece chiarezza più di tanti discorsi: «Se hai un sano rapporto con la madre rispetti le donne».

Su questo punto siamo concordi (io e le amiche della Città Felice di Catania con le quali a giorni discuteremo del libro Il luogo accanto: Identità e Differenza, una storia di relazioni di Teresa Lucente) e vogliamo “approfittare” della proposta di Lia Cigarini per procedere nella pratica e nella ricerca di nuove relazioni di differenza mettendo al centro la possibilità della “mediazione della relazione materna”.


Lia Cigarini indica in tre citazioni i passaggi che sono a suo parere importanti nella storia della politica della differenza e io volevo riprendere le affermazioni del gruppo del Martedì della Camera del Lavoro di Brescia nel testo pubblicato nel Sottosopra intitolato “Filo di felicità” (1989).

La mia pratica politica il sindacato è riassumibile nelle parole citate: «Noi non abbiamo rivendicazioni o richieste da avanzare nei confronti del sindacato. Noi vogliamo essere il sindacato di donne e uomini, il sindacato che tiene presente la differenza sessuale a tutti i livelli».

Con altre donne, in conflitto con le scelte dell’organizzazione sindacale e diversamente dal femminismo rivendicativo, non ho accettato di ridurre la differenza sessuale a un semplice calcolo matematico, a un riequilibrio di presenza.

Non ho chiesto spazi nei quali farmi confinare in una condizione di debolezza né ho chiesto risarcimenti ma ho provato a muovermi con e in libertà.

Oggi, a differenza del dicembre del 1989, non trovo difficile analizzare come nasca la forza perché so che nasce dalla relazione con altre donne, dentro e fuori il sindacato, e ho guadagnato forza e sapere dal femminismo della differenza, ne ho esperienza, ne ho fatto tesoro.

Questa premessa però non risponde alle domande degli interventi di Lia Cigarini e di Vita Cosentino.

Io sono nel sindacato – la Cgil – da molti anni e, con maggior o minore efficacia a seconda dei momenti e dei periodi, ho ricoperto ruoli di responsabilità e di direzione per il mio sindacato, ho svolto e svolgo un lavoro di contrattazione con le controparti.

Ho lavorato e lavoro con molte donne con le quali realizzo ogni giorno buoni risultati per donne e uomini, risultati qualche volta riconosciuti e altre volte no.

Molte di loro non si dichiarano femministe, forse lo sono o forse no, ma io vedo che nelle loro scelte e «nella realtà sociale che pensano e organizzano» emerge autonomia, autorità e libertà femminile. Non è un’esperienza solo mia perché sempre più spesso le abbiamo incontrate sulla scena pubblica; le donne sono ovunque e ad ogni livello e con la pandemia ce ne siamo davvero rese conto.

Sono convinta che hanno preso consapevolezza e forza dal femminismo, che non hanno l’ideale di diventare uguali agli uomini e che mettono in gioco, più o meno consapevolmente, la differenza femminile.

Vedo e so che hanno molta competenza e sapienza del mondo e hanno strategie e pratiche per non soccombere nel rapporto con gli uomini, per «tenere insieme vita e politica, corpo e mente».

Si districano nei rapporti e fanno i conti con i sentimenti, l’amore e la solidarietà ma anche con quelli che provocano sofferenza come la rivalità, l’invidia, l’isolamento.

La fatica, che riconosco, è sostenuta dalle relazioni che rendono praticabile questa scommessa ed è ripagata dai risultati concreti, ma soprattutto è la fatica necessaria per rispondere al loro desiderio di fare quello fanno.

Forse è necessario discuterne: queste esperienze le conosciamo? le vediamo? ci sono utili?

A me sembra di sì, sembra di aver guadagnato competenze e capacità ma soprattutto di aver guadagnato, in relazione con queste donne, libertà nel mondo con le mie compagne e con le donne che sono dall’altra parte del tavolo di trattativa. Non solo, sono convinta che molte volte, tante, abbiamo pure fatto le cose per bene per tutti, certo dentro un quadro realistico di quello che, secondo noi, era possibile fare.

Vita Cosentino nel suo intervento offre questa opportunità e ci dice che dalla pratica politica del movimento di autoriforma abbiamo un guadagno per tutte e per tutti perché si può agire in qualunque luogo ci si trovi «il massimo di autorità con il minimo di potere».

La discussione sul potere e i danni che provoca riguarda tutti gli ambiti della vita, pubblica e privata, non solo la politica o il sindacato. Il meccanismo del potere, delle burocrazie che soffocano e sovrastano gli scopi, si ripete in ogni struttura organizzativa, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende; sono convinta che le burocrazie hanno limiti e colpe in ogni ambito, ma ci sono e si riproducono con una forza che ad ogni giro aumenta. Serve discuterne perché la politica, per avere senso, non può esaurirsi in lotta per il potere e per la distribuzione delle cariche, ma deve migliorare la condizione delle donne e degli uomini. Deve trovare le migliori soluzioni possibili, portare a casa risultati, non deludere; deve svolgere un faticoso lavoro di mediazione che non consente scorciatoie e richiede capacità di relazione e tanta concretezza. Sono cose che sappiamo fare bene se conosciamo il luogo del nostro agire ma nonostante questo sapere possiamo trovarci, e spesso ci troviamo, nei pasticci.

Come stare quindi con le nostre pratiche nella realtà di quello che accade intorno a noi, in qualunque luogo ci si trovi ad agire? La mia risposta alle domande poste da Lia Cigarini e da Vita Cosentino è che per rendere evidente e far emergere con forza che la politica delle donne è politica ci serve pensiero e pratica politica.


Qualcuno si è sorpreso e forse ha persino storto il naso quando il libro di Alain Touraine del 2006, “Le monde des femmes”, è stato pubblicato in italiano, tre anni dopo, come “Il mondo è delle donne”. Questa traduzione non del tutto letterale del titolo aveva potenti ragioni simboliche dalla sua, la prima delle quali era evitare che il discorso di Touraine fosse ingabbiato nello schema, che in effetti gli era in gran parte estraneo, secondo cui accanto al mondo degli uomini sarebbe l’ora di riconoscere l’esistenza di un mondo delle donne.

È lo stesso schema da cui, in questo numero di Via Dogana (primavera 2021), ci mette ancora una volta in guardia Lia Cigarini richiamando e sviluppando un’istanza che ha sempre guidato il pensiero della differenza: la politica delle donne non completa, non integra, non arricchisce e non si affianca alla politica degli uomini, ma le chiede di trasformarsi e di rimettere in questione i suoi assunti per divenire capace di una più profonda e più giusta civiltà. Naturalmente, questa idea vale perché con “politica delle donne” non si intende qualunque politica fatta da un essere umano di sesso femminile, ma una politica orientata da quell’amore per la libertà femminile, la cui essenza più profonda è l’amore femminile per la libertà e le sue condizioni di possibilità, tra cui un mondo vivibile per tutte le creature. In effetti, il libro di Touraine può esser letto come un’indagine su tutte le invenzioni pratiche e i contesti relazionali in cui questo amore femminile per la libertà si sviluppa e cresce, scoprendo anche le sue condizioni di possibilità e di ulteriore evoluzione. 

Ciò nonostante, come dicevo, qualcuno non ha apprezzato il titolo italiano. Al di là del richiamato dovere di restare fedeli alla letteralità, a cui è fin troppo facile opporre il più profondo dovere di tener conto del contesto per non tradire o compromettere fin dall’inizio la comprensione dello spirito del libro, quali motivazioni possono stare dietro un certo scontento maschile di fronte a formule come “il mondo è delle donne”, ma anche “la politica è la politica delle donne” (celebre titolo del primo numero di Via Dogana, del 1991)?

Qualcuna risponderà che gli uomini non vogliono sentire ciò che quelle formule fanno valere e cioè appunto che tutto cambia e ha da cambiare quando entra in scena la libertà femminile (o, con una formula più difficile ma importante, la libera significazione della differenza femminile), per cui non basta stringersi un po’ affinché anche tale libertà possa trovare posto, sulla stessa panca. 

Credo che sia una risposta parziale, che misconosce un punto molto rilevante. Per cercare di farlo vedere ho bisogno di compiere tre mosse. La prima mossa mi sarà facilmente accordata: nel momento in cui si dice, ad esempio con Clarice Lispector, “tutto il mondo dovrà cambiare” (“affinché io possa esservi inclusa”) è comprensibile che agli uomini sorga la domanda: “E noi?”. Questa domanda può sì prendere la forma: “Che ne sarà della nostra precedenza?” oppure la forma: “Che ne sarà del nostro potere?”, ma può anche significare: “Quale sarà il mio nostro posto in questo mondo nuovo?”, una domanda che tradisce chiaramente un’inquietudine che dovrebbe essere espressa piuttosto così: “Ci sarà un posto per noi in quel mondo?”. Ora, le prime due formule vanno effettivamente combattute e lo sono state: alla prima si è fatto osservare (ad esempio da Luce Irigaray) che quella precedenza, nonostante fosse alla base dell’ordine patriarcale, derivava dalla cancellazione di una precedenza ancora più originaria, per cui va semplicemente lasciata cadere come illegittima. Alla seconda formula, il movimento delle donne ha risposto invitando a liberarsi dall’incantamento verso il potere o almeno a interrogarlo per scoprirne le radici e coltivarle in maniera diversa, meno mortifera per le donne, per la natura, ma anche per la stessa creatività e felicità maschili. E alla terza formula, invece, quella in cui gli uomini si chiedono quale sarà il loro posto, se ce ne sarà uno, nel mondo messo al mondo dalla libertà femminile, cioè nel mondo in cui il figlio maschio non è più per diritto il preferito, a questa terza domanda che cosa è stato risposto? 

Qui devo introdurre la seconda delle tre mosse annunciate, quella che per tanto tempo è stata la mia ultima mossa – lo è stata da quando ho cominciato ad occuparmi del pensiero della differenza e del suo significato per il lavoro teorico e pratico della filosofia. Questa mossa serve a spiegare perché è giusto e in un certo senso necessario che non siano le donne a rispondere alla pur legittima domanda degli uomini sul proprio posto. Questa non risposta è una conseguenza della pratica del partire da sé e del significato che le viene riconosciuto all’interno dello stesso discorso teorico del pensiero della differenza. L’idea è che non possano essere che gli uomini, partendo da sé e dunque praticando la parzialità, a prendere parola sul loro possibile posto, o meglio, sul loro desiderio e su ciò che del loro desiderio gli pare irrinunciabile nelle relazioni con gli altri e innanzitutto nelle relazioni con la libertà femminile. 

Questa conseguenza deriva direttamente dall’affermazione capitale secondo cui i sessi sono due, affermazione che, diventa ogni giorno più urgente ribadirlo, non serve a contare e dunque a dire che non sono tre o quattro, ma serve a sottrarsi ai dispositivi concettuali e pratici dell’uno. Tale sottrazione, tuttavia, può essere intesa in due modi. Nel primo caso, come abbandono del tema dell’universale in quanto sarebbe inseparabile dal monologo dell’uno e dunque in quanto in realtà non sarebbe altro che uno strumento inventato dal sesso maschile per legittimare il sopruso della sua precedenza. Nel secondo caso, invece, il pensiero della differenza, nel sottrarsi all’uno, non cede sull’universale bensì complica l’accesso ad esso: viene barrata la possibilità di parlare immediatamente a nome dell’universale, quella possibilità che invece gli uomini hanno sempre attribuito a se stessi (la attribuivano all’essere umano, all’homo, per poi aggiungere che le donne, di tale essere umano, erano una realizzazione imperfetta per cui quella possibilità non era davvero aperta anche per loro – e se lo era, lo era solo previa cancellazione della differenza attraverso quell’altra figura neutralizzante che è l’individuo). L’universale diventa ora la mediazione, ossia, ciò cui è, forse e mai definitivamente, possibile accedere attraverso il confronto con gli altri e le altre, ossia praticando il partire da sé in uno spazio che si riconosce abitato anche dagli altri.

Questa seconda maniera, per me la più profonda, di collegare la differenza sessuale e l’universale, invece di fare di questo un mero strumento ideologico maschile, è l’unica che dà necessità al confronto tra i sessi (cioè che fa sì che la libertà di ciascun sesso non sia un chiudersi su di sé, praticando solo relazioni monosessuate). Ancor più profondamente, è l’unica che permette di distinguere tra il conflitto, cioè il fronteggiare l’altro sesso senza dare per scontata la complementarità finale dei desideri o degli interessi, e la guerra (dove si ammette la possibilità, se non l’ideale, di levare di mezzo l’altro). Per ciò che, con Irigaray, sto chiamando l’universale, si possono anche trovare altri nomi, l’importante è conservare la complicazione del discorso portata da questo elemento. Per come lo intendo, è ciò che Cigarini chiama “l’orizzonte (o la scommessa) più grande” e che le consente, ragionando a partire dal fatto che i sessi sono due, di riferirsi sempre anche alla giustizia.

Ora, se vale tutto questo, allora in effetti gli uomini non possono aspettare dalle donne, neppure dalle maestre, la risposta alla domanda: “Che ne è della nostra libertà quando la libertà femminile entra in scena?”. La risposta non può che venire dal partire da sé e dal libero scambio con le donne.

Come dicevo, per un certo numero di anni mi sono fermato qui, a queste due mosse, quella che mostra che l’affermazione della libertà femminile chiede (e comincia a generare) una trasformazione del mondo e quella che mostra che è giusto non cercare in quell’affermazione una risposta alla domanda degli uomini intorno alla trasformazione della loro libertà e alla verità del loro desiderio. Da qualche tempo, però, mi sono convinto che occorra aggiungere una terza mossa così da poter ragionare meglio su una certa impasse maschile a raccogliere la sfida portata dalla libertà femminile. Alla base di questa terza mossa c’è il rilevamento di una cosa evidente cui però non avevo mai prestato attenzione: se è vero che non spetta al femminismo della differenza determinare come gli uomini debbano o possano concretamente abitare lo spazio comune, è vero altresì che le formule che ho citato all’inizio, “il mondo è delle donne”, “la politica è la politica delle donne” ecc., non sembrano lasciare uno spazio alla risposta maschile, né tantomeno testimoniano un interesse verso tale risposta. Forse quei millenni di assenza delle donne dalla storia, di cui parla Carla Lonzi, sono millenni in cui si è accumulata in loro una tale sfiducia nei confronti di una libertà maschile non prevaricante e dunque di una creatività generativa da parte degli uomini, che oggi le donne, pur non parlando per l’altro sesso, non sono neppure inclini ad attendere le sue parole. Le donne vanno per la loro strada e quando finalmente gli uomini avranno smesso di ritirare fuori vecchie formule, si vedrà.

È un atteggiamento che si può ben capire, ma sta di fatto che agli uomini fa un effetto paralizzante. Perché? La mia ipotesi è che ingeneri un’ansia da prestazione, oltretutto raddoppiata dal fatto che la prestazione in questione non corrisponde a nessuna delle due che in quei millenni sono state messe a punto e cioè la seduzione di lei e il primeggiare nella gara virile con gli altri.

Per non farsi paralizzare da quest’ansia, la via lunga è quelli dell’analisi della differenza maschile e dell’allentamento delle sue meccaniche. È una via che si ispira al metodo dei gruppi di autocoscienza e che ha molte altre ragioni a suo favore, ma che per me come per altri ha un difetto che ce la rende impraticabile: obbliga a trascorrere davvero troppo tempo solo con altri uomini. Esiste un’altra via, più breve, per imparare e inventare una nuova pratica della libertà maschile all’altezza dell’amore femminile per la libertà e per le sue condizioni di possibilità? Io credo di sì, ma per spiegare a che cosa sto pensando, devo richiamare un ragionamento che Luisa Muraro ha sviluppato agli inizi degli anni ’90 in un articolo, “Differenza maschile e superiorità femminile”, che è stato ripubblicato nella nuova edizione delle sue Tre lezioni sulla differenza sessuale (Orthotes 2011) – in effetti la stessa idea è ripresa in maniera più sintetica ma anche più esplicita proprio nella parte finale della terza lezione.

Muraro prendeva le mosse dall’osservazione, fatta da Clara Jourdan, a proposito dell’invisibilità della differenza maschile agli occhi degli uomini: gli uomini hanno desideri e bisogni simbolici che non riconoscono né raccontano e che tuttavia condizionano i loro comportamenti. La differenza maschile non consisterebbe solo in quei particolari desideri e bisogni, ma anche nell’apparente impossibilità maschile di prenderne atto. La difficoltà degli uomini a riconoscere la propria parzialità, al di là delle semplici formule a buon mercato del pensiero dialogico (“questa è solo la mia opinione”, “secondo me”, “potrei sbagliarmi” ecc.), era ricondotta da Muraro a un’insicurezza simbolica che innanzitutto viene nascosta e poi sottoposta a una gestione mascherata che consiste, da un lato, nella gara virile e, dall’altro, nel disprezzo verso le donne e il femminile. In alternativa a questa seconda forma di gestione, che non dà vera misura, e a quell’altra che vorrebbe tirar le donne dentro la competizione con la scusa che sono anche loro degli individui, Murano proponeva di attribuire alle donne una superiorità. Precisava che tale proposta è da intendersi come l’introduzione di una sorta di regola di grammatica. Insomma, non è che Muraro allineasse i motivi di questa presunta superiorità per convincere gli uomini a prenderne atto: offriva piuttosto delle ragioni per adottare questa regola simbolica. Si tratta di una idea che mi ha subito parlato: grazie alla sua rivendicata formalità, ho sentito che ci sgravava da una fatica senza fine. Fare propria quella regola, tra le altre cose, significa accettare che il nostro è il tempo o il mondo delle donne e invece di preoccuparci che sia garantito per noi uomini un posto simbolico, provare a esserci, avendo fiducia che questo non apparirà alle donne come un motivo per rimetterci in riga e ricondurci a ruoli troppo stretti.

E così a questa regola quasi grammaticale della superiorità femminile ho continuato a pensare. Ho capito ad esempio che adottarla non coincide ancora col riconoscere autorità a una donna, tuttavia, rende possibile tale riconoscimento eliminando quell’ostacolo preliminare che è il disprezzo per l’altro sesso. Più di recente, ho inoltre capito un’altra cosa su cui vorrei concludere perché può aiutare a correggere un certo sbilanciamento che ho riscontrato nella conclusione del già citato contributo di Lia Cigarini per questo VD. 

Dopo avere decrittato l’attuale disordine (il disorientamento, l’inefficacia e l’ingiustizia) della politica (maschile) come un “narcisismo sempre più sfrenato” di uomini che “non hanno saputo partecipare al conflitto tra i sessi con la lucidità che era divenuta necessaria”, Cigarini avanza l’idea che la relazione materna, che è divenuta, grazie al femminismo, “figura di mediazione tra donne”, possa portare ordine simbolico anche nelle relazioni degli uomini con le donne. Per sviluppare questa idea, però, cita anche un famoso cantante che pare abbia detto che se si ha un sano rapporto con la madre, allora poi si rispettano le donne. Ecco è questo sviluppo che mi pare debole. Il cantante in effetti sembra ignaro di quel che ci ha insegnato Freud sulla sessualità maschile e “la più comune degradazione della vita amorosa”: perlomeno un certo amore per la madre (che si trasferisce poi sulla madre dei propri figli) è del tutto compatibile con il disprezzo verso le donne del desiderio. Per questo, non basta invitare o richiamare gli uomini all’amore e alla riconoscenza verso le loro madri per portare ordine simbolico nei loro rapporti con l’altro sesso. Semmai, sarà un rinnovato rapporto con le donne a correggere e a rendere meno parziale l’amore per la propria madre. Ma allora torniamo al punto di partenza: come incamminarsi verso un rinnovato rapporto con le donne?

Prima ho mostrato come tale domanda vada tradotta in quest’altra: che cosa può significare concretamente adottare la regola grammaticale della superiorità femminile? Ora Cigarini suggerisce che la risposta debba dare un posto importante alla relazione con la madre come figura di mediazione tra donne. Penso che abbia ragione, ma con questa aggiunta: la relazione alla madre cui gli uomini devono imparare a dare riconoscimento simbolico non è solo quella con la loro madre, ma prima ancora quella delle donne alla propria madre. È questa la relazione con la madre che il patriarcato ha rimosso (lasciandole giusto lo spazio di una trasmissione di competenze misconosciute nella loro importanza) ed è dunque questa la relazione cui non abbiamo imparato a riconoscere valore. La prima volta che ho colto, come in un’intuizione, questo punto, l’ho formulato scherzosamente così: l’ordine simbolico della madre diventa per gli uomini innanzitutto l’ordine simbolico della suocera. È uno scherzo perché le donne con cui dobbiamo imparare a relazionarci non sono solo le nostre mogli o compagne. Tuttavia, è uno scherzo serio perché tutti (persino il Papa) ci permettiamo di fare ironia sulle suocere. Questa ironia, tanto banale quanto tenace, si radica forse sulla nostra difficoltà di accettare che la libertà femminile viene davvero al mondo quando riconosce di avere una fonte e una misura che non sono gli uomini.

Ecco, dunque, la domanda che ci aiuta a vedere a che punto siamo arrivati nell’invenzione di mediazioni per dare autorità a una donna e, in generale, per entrare in relazione con la libertà femminile: quanto siamo capaci di farci da parte affinché quello spazio di riconoscenza e contrattazione femminili, chiamato ordine simbolico della madre, possa generare i suoi effetti trasformativi in questo mondo che è innanzitutto delle donne?

Nomadland, il film di Chloé Zhao, indiscusso vincitore di premi nei festival, dal Leone d’oro a Venezia ai Golden Globe, dai Bafta Film Awards inglesi fino agli Oscar, solo per citare quelli più famosi, nasce da una forte relazione di fiducia e da una stretta collaborazione fra la regista e la sua protagonista, l’attrice Frances McDormand.

All’uscita del libro Nomadland (2017) della giornalista Jessica Bruder – un’inchiesta sulla vita degli americani “nomadi” durata più di tre anni e quindicimila miglia di guida su un camper, da costa a costa, dal Messico al confine canadese – Frances McDormand comprò i diritti per la realizzazione di un film che affidò a Chloé Zhao di cui aveva apprezzato i precedenti lavori e in particolare il film The Rider (2017), storia di un giovane cowboy della tribù dei Lakota che vede infrangersi il suo sogno a causa di un incidente.
In un’intervista sul Venerdì di Repubblica del 9/4/21 Cloé Zhao così racconta: “Francis non mi ha soltanto scelto, ma mi ha aiutato con la sceneggiatura e ha coinvolto nel progetto alcuni suoi amici, come David Strathairm – unico attore professionista oltre McDormand – che interpreta un altro bastonato dalla vita”.
Fern, il personaggio-guida del film, è una sessantenne che dopo la morte del marito e la perdita del lavoro è costretta ad abbandonare la casa in cui aveva felicemente vissuto e la sua cittadina, Empire nel Nevada, come migliaia di altre vittime della grande recessione del 2008 e della crisi dei mutui subprime. Si compra un van, non certo di prima mano, che battezza “Vanguard” e arreda con le cose a lei più care e si mette sulla strada, lasciando il resto dei suoi pochi beni in un deposito.
Lavora saltuariamente percorrendo migliaia di chilometri all’anno, spostandosi da uno stato all’altro. Nel suo viaggio incontra persone come lei “nomadi”: vivono di lavori precari e si portano addosso storie dure, vite difficili che a volte sono disposte a raccontare attorno ad un fuoco, in uno dei tanti luoghi dove sostano e si scambiano notizie e oggetti creando relazioni di aiuto reciproco.
Nell’impianto del film è da sottolineare l’accurato lavoro di scrittura e di montaggio di Chloé Zhao per assimilare e armonizzare la storia di Fern, personaggio di fantasia, alle storie vere delle/i nomadi che il film vuole raccontare. Ecco Linda May che recita se stessa affiancando Fern come compagna di lavori precari. Anche lei si è ritrovata sulla strada, dopo una vita trascorsa a lavorare, con una pensione che non le permette la sopravvivenza. Oppure Swankie che insegue il suo ultimo desiderio compiendo un viaggio alla ricerca della bellezza e del contatto con una natura che sente generosa e miracolosa; oppure Bob Wells, un predicatore, per il quale il viaggio è una missione, un mettersi al servizio degli altri bisognosi come incessante ricerca di rincontro con il figlio suicida, per mantenerne viva la memoria.
Lo sguardo della regista si sofferma con frequenti primi piani su questa umanità sofferente, ma anche piena di energia, di forza e di dignità; un’umanità buttata fuori dalle crepe, dai buchi del capitalismo che in una paurosa contraddizione continua a produrre beni e creare bisogni, ma come un mostro distruttivo, è incapace di soddisfare quelli primari: una casa, il lavoro, la salute.
È un film che racconta dello smarrimento delle persone, del non sentirsi parte di un qualcosa, del non avere radici. Sentimenti che la regista stessa conosce bene e qui il racconto si fa personale, sulla propria pelle. Nata a Pechino, ha studiato a Londra e a New York, dove vive, ma preferisce i grandi orizzonti che la fotografia del film riproduce splendidamente, i grandi spazi di pianura del Sud Dakota delle comunità degli indiani Sioux, dove ha vissuto per parecchio tempo, trovando un contatto con la natura che mai prima aveva vissuto.
I paesaggi attraversati da Fern nel suo viaggio, raccontano questo bisogno, suo e delle/i nomadi. Dal Nevada alle Badlands del Sud Dakota, dal Nebraska all’Arizona fino ad arrivare all’oceano in California e giocare con le onde o abbracciare le millenarie sequoie di S. Bernardino, il viaggio diventa una necessità, un ritrovarsi, un ricongiungersi con il sé, con i pezzi della sua vita: labambina audace e determinata di un tempo, la vita vissuta felicemente con Bo e la sua perdita. Un ritornare al proprio passato per poi definitivamente lasciarlo andare per buttarsi nel presente, in
quella vita nomade che ormai è la sua.
Un’indimenticabile ritratto di donna in cammino per necessità ma non solo. Voglia di libertà, di orizzonti più ampi, senza confini né limiti, fuori dai disastri della società dei consumi, dell’apparenza e dei falsi bisogni.
Come i suoi paesaggi aridi e pietrosi il film si mostra essenziale nei dialoghi, scarni, e forte nelle emozioni poco raccontate: uno sguardo, un gesto, un atteggiamento bastano.
Tutto questo la regista me lo ha trasmesso intensamente insieme al rispetto e all’empatia per quel mondo e i suoi personaggi.

Nella riunione di VD3 di domenica 18 aprile ho consentito con la visione di Lia Cigarini sulla politica della differenza come politica unica, di donne e uomini, con la mediazione – che il femminismo ha rafforzato con la relazione tra la madre e la figlia – che la madre esercita con il mondo degli uomini. Spero di avere capito bene.

In effetti le donne hanno padri fratelli mariti e figli (maschi) per cui sono naturalmente in legami profondi con i maschi. Trasmettere questo sapere e competenza e disinvoltura alle figlie è frutto da tramandare. Consaputo possibilmente, come il femminismo permette.
Nella attuale cultura occidentale e forse mondiale in cui i maschi, con la ideologia della uguaglianza o almeno della parità, intendono annullare la differenza sessuale (non sto a specificare come si riduca a essa ideologia della uguaglianza la pluralità delle differenze: ultima loro tecnica per annullare l’unica differenza materiale, genere e specie, che ci riguarda) un bell’esempio ieri ce lo ha offerto la nostra politica casereccia, in cui il padre di un ragazzo, presunto stupratore con gruppo, lo difende attaccando insieme la ragazza vittima.
Niente so. C’è un video, e c’è una avvocata della vittima che lo avrà visto, a difenderla.
Ma vorrei porre la questione sul piano di parità e differenza.
La ragazza partecipa a una festa con altri amici. Questi a un certo punto “sforzano” un rapporto sessuale di gruppo nei suoi confronti.
Tesi difensiva dei maschi: erano tutti insieme, amici, uguali, il rapporto sessuale non è violenza, c’è accordo.
Tesi accusa: la differenza esiste, amici in uguaglianza fino al punto in cui comincia la violenza.
Voglio vedere come la bravissima avvocata, non troppo femminista, si servirà dell’argomento uguaglianza/differenza.
In effetti, alle magnifiche (senza ironia) argomentazioni di Lia, Rinalda Carati ha opposto, nel suo intervento, che sussistono contraddizioni reali: in una politica unica della differenza che ancora è tutt’altro che governante grazie alla mediazione della madre.
Per altre mie esperienze personali sono d’accordo con Rinalda.
Anche se d’altra parte so, nel mio rapporto con figli maschi, che quella mediazione – in parte! – funziona.

Affermare che è il momento, per le donne, di farsi avanti, di entrare ‘di peso’ in tutte le questioni che riguardano il vivere e la società può sembrare un azzardo, specie nei tempi difficili che ci impone la pandemia. Eppure ogni giorno noto avvenimenti dove mi sembra che questa direzione sia già tracciata e in parte operante. Sempre più donne, spesso giovani donne, occupano posizioni di grande rilievo e di potere nelle istituzioni pubbliche e private, nella produzione di beni e servizi, nella ricerca medica, quella tecnologica e nei media. Possono davvero influire su come orientare il futuro.

Questa avanzata delle donne così significativa non dovrebbe sorprendere più di tanto. È il risultato di ciò che il movimento femminista ha avviato a partire dagli anni ’70: una presa di coscienza femminile che ha portato sia a nuovi comportamenti nel rapporto uomo-donna, sia a importanti leggi volte non tanto a dare diritti, ma a togliere pesanti divieti patriarcali (il divieto di controllare le gravidanze con gli anticoncezionali o di rifiutare una maternità indesiderata, il potere indiscusso del pater familias, l’impossibilità di sciogliere il legame matrimoniale, l’adulterio considerato reato solo per le donne, l’omicidio e la violenza verso donne legalizzati… e altro ancora).

Questo ha portato le giovani di allora a volere l’autonomia economica – da qui l’entrata massiccia nel mondo del lavoro – e a desiderare di dire la propria sui destini della società.

Un fatto così eclatante poteva forse non riverberarsi sulle figlie che, oltre alla grande relativizzazione dell’autoritarismo paterno, hanno trovato davanti a sé esempi di madri che hanno affermato l’indipendenza e si sono poste verso il femminile in maniera valorizzante (a fronte di una lunga storia dove il più delle volte tra madre e figlia c’era svalorizzazione e conflitto)?

Ecco, io penso che oggi siamo a questo punto, con una presenza femminile – di giovani e meno giovani – fortemente determinate a non accettare più di essere invisibili o assenti nella dimensione sociale/extra familiare. In tutto ciò favorite, le più giovani, anche dall’alta scolarizzazione e dai risultati brillanti, più brillanti di quelli dei maschi. Perché le donne sanno – consapevolmente o meno – che lo studio/la conoscenza è una potente arma di riscatto. Non a caso tanto è stato fatto e ancora si fa nel mondo per vietare alle donne di andare a scuola!

Si pone però una questione: cosa portiamo nella società? Emerge un punto di vista femminile di fronte ai drammatici problemi che il presente ci consegna (disuguaglianze mondiali, guerre, crisi climatica, ecc.)?

Qui il mio ottimismo rischia di farsi più incerto, forse perché la cronaca, specie quella che ci mostra il modo di procedere delle donne impegnate nella politica istituzionale, ci offre uno spettacolo desolante di battaglie per essere ‘in quota’, di incapacità a mettersi insieme per contare, di scarso o nullo riferimento ai contenuti che il movimento femminista ha finora elaborato.

Tuttavia, nonostante questo sentimento un po’ debilitante, come dicevo ritengo che oggi sia proprio il momento di farsi avanti e far valere quel patrimonio di conoscenze che abbiamo accumulato e che ogni giorno arricchiamo attraverso la nostra esperienza e il confronto tra donne.

Ci sono due questioni – tra le tante sulle quali abbiamo cose molto importanti da dire e da realizzare – che desidero qui sottolineare. Una riguarda il lavoro, l’altra il concetto/l’idea di parità.

Per quanto riguarda il lavoro, se per qualche aspetto la pandemia fa temere trappole e pericolosi arretramenti per le donne, per altri si sta rivelando come un momento politico molto interessante. Mai come ora si è parlato di lavori indispensabili che le donne svolgono: nella sanità, nell’istruzione, nei servizi alla persona, nella distribuzione. Nello stesso tempo, il lavoro trasferito nelle case con lo smart working ha svelare l’intreccio che c’è tra lavoro per il mercato-retribuito, e lavoro domestico-familiare. E, cosa ancora più importante, ha mostrato l’imprescindibile funzione di ‘perno’ che le donne svolgono nel tenere insieme questi due mondi.

Proprio perché le due facce del lavoro – quello per il mercato e quello domestico-familiare, genericamente definito ‘di cura’ – e l’iniqua ripartizione tra uomini e donne sono diventati così evidenti, oggi si presenta l’occasione di mettere in discussione la storica divisione del lavoro su base sessuale.

Questa esperienza femminile del lavoro (esperienza del ‘dentro’ e del ‘fuori’ per usare un’espressione antica) non va vista come uno svantaggio, ma come la fonte di un punto di vista potente che rimette in ordine le cose. Per dirla con Ina Praetorius:“Ci consente di pensare all’economia in una prospettiva post-patriarcale, annullando la bipartizione tra sfere alte e basse, primarie e secondarie” (Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011).

Come sostenevamo già 10 anni fa nel Manifesto “Immagina che il lavoro” della Libreria delle donne, vogliamo/possiamo cambiare la definizione stessa di lavoro: lavoro non è solo quello per il mercato. Il lavoro è molto di più. È tutto il lavoro necessario per vivere.

Portare avanti questo concetto vuol dire sottolineare come il nesso vita-lavoro riguardi tutti, uomini e donne. Non si tratta di ‘conciliazione’, dove il soggetto implicito è sempre lei, la donna e il quadro di riferimento economico e organizzativo rimane immutato. La prospettiva è quella di un ’change’ profondo, è la chiamata in causa precisa e circostanziata degli uomini e del costrutto socio-economico pensato esclusivamente in chiave maschile.

Se il lavoro è una specie di cartina di tornasole dove il punto di vista femminile può emergere con grande nettezza e portare cambiamenti di grandi dimensioni, c’è una questione ancora in parte dominante oggi che invece porta confusione e rischia adi annullare proprio il punto di vista delle donne. È la questione della “parità di genere”. È Il mantra della parità, il linguaggio della parità.

Perché le donne, soprattutto quelle impegnate nella politica e nei media, ma anche in gran parte le giovani, inquadrano desideri, richieste, conquiste di libertà femminile come conquiste di parità? Perché resta fisso nella mente il punto di riferimento maschile come obiettivo da raggiungere? Dove va a finire l’irriducibile differenza di essere di sesso femminile e l’esperienza storica che non è solo di sottomissione, ma è anche sapere, conoscenza, appunto quel punto di vista che per secoli è stato assente o silenziato?

Mi sono data due spiegazioni che spesso interagiscono tra loro.

La prima è che si tratti di una povertà di linguaggio. A questo riguardo ho in mente soprattutto le giovani, la maggior parte ignare di ciò che il femminismo ha elaborato finora e sensibili al linguaggio sintetico-semplificato-sloganistico dei mass media. Il che non vuol dire, necessariamente, che aspirino ad essere come gli uomini/fare come gli uomini. In realtà il più delle volte vogliono realizzarsi, fare un lavoro che piace, costruire una vita armoniosa e non subire discriminazioni perché donne. In un certo senso, e lo dico con tenerezza, non hanno le parole per dirlo visto che nella pratica non sono affatto mimetiche e raramente hanno come ideale i coetanei maschi.

La seconda spiegazione, che attribuisco maggiormente alle donne impegnate nella politica e nei media, è che l’arroccamento intorno alla “parità di genere” in realtà vuol dire tacitare il conflitto tra i sessi, che invece c’è, e delegare alle leggi il compito del cambiamento. L’azione in questo caso si focalizza infatti prevalentemente su interventi normativi parificatori, cioè sul produrre leggi che eliminerebbero la distanza tra uomini e donne in termini di diritti. Rimuovendo nel medesimo tempo la differenza sessuale come se fosse un elemento ininfluente, marginale, privo di conseguenze.

Ci sarebbe piuttosto da chiedersi perché le norme a tutela delle donne, che in Italia non mancano  (dalla Costituzione, ai diritti civili, alle leggi di parità e pari opportunità) abbiano così poca efficacia, non vengono applicate e sono poco utilizzate dalle donne stesse.

Il fatto è, ed è noto, che le leggi non bastano e arrivano quasi sempre dopo, cioè ratificano qualcosa che già si sta installando nella società. In più, nel caso di noi donne, la legge fa i conti con un sedimentato materiale e culturale millenario rispetto al quale solo la presa di coscienza di che cosa significa e quali sono le conseguenze della gerarchia sessuale che si è imposta nel mondo  potrà davvero imprimere quel  cambiamento di libertà a cui le donne aspirano.

Resta aperta dunque la questione del “come” farsi avanti – in termini di pratica politica e di contenuti – rispetto alla quale penso che (anche) il femminismo storico abbia molto da dire a da far sapere.


Il potere, ci ha ricordato Dominijanni, tende a consolidarsi e a cercare di occupare tutta la scena mentre l’autorità consiste nel produrre una trasformazione continua di sé e dell’altra/o in modo relazionale, quindi è mutevole e quasi invisibile.

Quali possono essere i modi per mostrare le pratiche di autorità perché non si creda che tutto il vivente sia occupato dal potere e perché cresca autorità femminile nel mondo?

Innanzi tutto ho imparato a riconoscere i passaggi che rendono possibili alcuni miei successi e trovare forme contestuali per raccontarli. Il mio desiderio è legato al fare al meglio quello che è necessario sia fatto da me, mettendo in gioco quello che so fare e sviluppando quello che potrei fare. Si rafforza l’impegno e le mediazioni per realizzare quel progetto condiviso perché lo considero parte del progetto più grande del cambio di civiltà. Lo penso come occasione perché le relazioni che via via si intrecciano facciano crescere la mia libertà generativa e quella di altre coinvolte (o anche altri). Oso proporre ma non impongo a chi lavora con me quello che ritengo più opportuno, motivo le mie proposte e cerco soprattutto condivisione e possibilità per ciascuna di dare il meglio di sé. Sto indietro se l’altra è più adatta, non cerco che appaia tutto quello che faccio per la buona riuscita. In questa fase sono importanti i riconoscimenti verbali e scritti, duali e nel gruppo di lavoro, offerti e ricevuti, in cui nominiamo ciò che ciascuna vede del contributo dell’altra. Quando il progetto è realizzato rimane la ricchezza della relazione e rimane aperta la possibilità di proporci l’una all’altra nuove occasioni.

Quando un’altra (o un altro) mi fa complimenti per la buona riuscita, racconto i passaggi che l’hanno resa possibile perché non creda sia frutto di straordinarie doti personali ma veda cammini percorribili. Graziella Bernabò mi è stata maestra di consapevolezza con i suoi racconti sui modi sempre attenti e relazionali con cui lei ha creato le biografie di Antonia Pozzi ed Elsa Morante e i molti incontri prima e dopo su queste due scrittrici.

Se una si rivolge a me per una pratica di scrittura in relazione è perché interessa a entrambe che il testo riesca a dire il nuovo che lei cerca di dire e che venga reso pubblico. In questi casi offro le mie osservazioni, prima e durante la scrittura, sia su ciò che risuona in me e su ciò che mi è oscuro, sia su come è espresso, incrociando il tutto con le mie esperienze di vita. La premessa è sempre: io sarò sincera, tu chiedi se non ti convinco ma poi sei libera di trasformare il testo in modo che corrisponda alla tua verità.

E questo è ciò che cerco anche quando mi confronto su quello che sto scrivendo.

Il modo con cui rendere visibile la scrittura in relazione varia: dalla doppia firma ai ringraziamenti con una frase precisa nei libri, a una nota, a un inciso nel testo, a un discorso in pubblico, a un riconoscimento in un piccolo gruppo o temporaneamente tra noi due, forme che rendono viva e visibile la circolarità del dono di origine materna (Genevieve Vaughan) e aperta la possibilità di nuovi scambi anche con altre, facendo crescere, in questo caso, l’autorità autoriale femminile.