Luisa Muraro è morta. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Dico pensatrice, e non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e quindi l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. La perdita è collettiva e il dolore è grande perché Luisa è stata per molte e molti una fonte di orientamento, una misura, una presenza capace di alzare il livello del pensare e dell’agire.

Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva.

Questo suo pensiero oggi ci viene incontro.

Una perdita così grande sembra imporci la prospettiva di un futuro inesorabilmente scritto dalla mancanza e il dolore rischia di gettarci nell’impotenza, come se con lei finisse anche la possibilità di pensare e di agire. È l’inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più. Andare a fondo nel presente vuol dire invece accorgersi che lei è con noi e che il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera. Con il suo pensiero ci ha rese capaci di esserci davvero.

Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024, curata da Clara Jourdan, che costituisce la seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa, dialogando con Clara, segue il filo della sua vita e la genesi delle sue opere principali. Da quella conversazione è nato anche il convegno dedicato al suo pensiero, Come quando si accende la luce, tenuto il 20 settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano, dove Luisa si era laureata in filosofia, nei cinquant’anni della Libreria delle donne, di cui è stata una delle fondatrici insieme a Lia Cigarini. Gli atti del convegno, con lo stesso titolo, sono in uscita per Mimesis.

Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato. Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei. Io l’ho conosciuta in Libreria, tanti anni fa, e abbiamo condiviso fianco a fianco l’avventura del sito della Libreria delle donne. Il sito esiste anche grazie a lei, a quell’intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa, anche della tecnica.

A Luisa va il nostro saluto, con dolore immenso e gratitudine senza misura.

Foto di Paola Mattioli
Foto: Paola Mattioli, per gentile concessione dell’artista.

Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940 – Milano, 13 giugno 2026) è stata una delle voci maggiori della filosofia e del femminismo. Si laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano e negli anni Settanta lascia la carriera accademica per insegnare nella scuola dell’obbligo, partecipando con Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’esperienza antiautoritaria de “L’erba voglio”. Nel 1975 fonda con Lia Cigarini e altre la Libreria delle donne di Milano ed è tra le autrici di “Non credere di avere dei diritti” (1987). Ha insegnato per molti anni filosofia all’Università di Verona, dove nel 1984 ha dato vita, con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre, alla comunità filosofica Diotima. Ha tradotto in italiano le opere principali di Luce Irigaray. Tra i suoi libri: “Maglia o uncinetto” (1981), “Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista” (1985), “L’ordine simbolico della madre” (1991), “Lingua materna scienza divina”, dedicato alla mistica Margherita Porete (1995), “Il Dio delle donne” (2003), “Al mercato della felicità” (2009), “Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna” (2011), “Dio è violent”(2012), “Autorità” (2013), “L’anima del corpo” (2016), fino a “Esserci davvero”, conversazione con Clara Jourdan (Libreria delle donne di Milano, 2025).

(www.libreriadelledonne.it, 13 giugno 2026)

Mio padre era un operaio specializzato, un tecnico delle macchine tessili. Per tutta la vita ha avuto a che fare con i telai e le loro tecnologie. Era un sapere che amava, voleva imparare sempre di più, capire fino in fondo i meccanismi, stare al passo con le evoluzioni perché, diceva lui, solo conoscendo da dentro i telai poteva farli lavorare al meglio. Il suo mestiere, in fondo, era stare in relazione con la macchina perché un’altra relazione potesse darsi: quella delle operaie, le tessitrici, con il filo e con la stoffa. Le mani sul tessuto erano mani di donne.

Ho perso da poco mio padre. E nel mio lavoro ho a che fare con l’intelligenza artificiale. Mi ritrovo a ragionare sopra questo intreccio ogni giorno. Senza averlo cercato, non smette di sollecitarmi il pensiero: da una parte la macchina da tessitura di mio padre, dall’altra questa macchina nuova. E poi ci sono io. Mi muovo in un andirivieni tra il dentro e il fuori tra ciò che il tempo chiama a ripensare nella mia vita e ciò che chiede di pensare nel mondo. Parto da qui.

La domanda che mi si impone è questa: come si può stare nel tempo della macchina senza consegnarle la trama della nostra esperienza?

Ho letto un libro che vorrei consigliare a tutte, Sangue nelle macchine di Brian Merchant (Einaudi 2025)1, che racconta la vera storia dei luddisti. Il senso comune li ha tramandati come ignoranti e bifolchi, gente del popolo che spaccava ciò che non capiva. In realtà non erano affatto nemici della tecnologia, anzi, la conoscevano benissimo, erano tessitori, lavoranti a maglia, cimatori, che con le macchine lavoravano ogni giorno. Non distruggevano per ignoranza o per paura del nuovo. Protestavano radicalmente contro un uso che smantellava il loro lavoro e i loro diritti. Il loro odio non andava alle macchine, ma al modo in cui i capitalisti le asservivano per arricchirsi, affamando gli operai.

Chi è oggi il luddista? Raccogliendo questa tradizione, somiglia stranamente a mio padre, che la macchina la conosceva per farla funzionare; e somiglia anche alle donne di cui scrive Michela Spera in questo numero, le operaie alla pressa che avevano imparato la macchina tanto bene da saperla fermare di nascosto, senza che i manutentori, uomini, riuscissero a trovare il guasto. Per loro conoscere la macchina era una pratica di libertà dentro un tempo vincolato.

La linea che lega queste figure è il sapere incarnato come condizione della libertà.

Qui incrocio il limite costitutivo dell’intelligenza artificiale. La macchina genera senza esperienza, parla senza soggettività, restituisce una parola disincarnata, calcolata su ciò che è già stato detto e non fondata in una relazione. Senza genealogia, senza debito con la madre e, aggiungo io, senza mani che tessono.

Il pensiero mi riporta a mio padre. Continuando a mettere le due macchine una accanto all’altra, c’è un tratto che mi colpisce. Il telaio era inerte finché una mano non lo abitava, restituiva tessuto solo dentro un intreccio di gesti, di corpi, di sapere tramandato. La macchina che genera testo fa l’opposto: simula la relazione togliendo il corpo, le mani, l’esperienza. Ma su questo limite costitutivo si apre a mio parere uno spiraglio. Lo lascia intendere anche Simone Autera: quando il “prof.” (ChatGPT) si complimenta con Lina dicendole che la materia viva è la sua, commenta asciutto che qualcuno, quella materia viva, deve pur avergliela insegnata. Ecco il punto. Se la macchina ci parla, è perché siamo noi a parlare attraverso di lei. Generativo non è il suo calcolo, ma la trama che noi passiamo dentro e contro l’ordito del già detto. L’autorizzazione a immaginare nasce solo qui.

Lo dico anche contro una certa tentazione apocalittica, la mia per prima. Nella redazione aperta di questo numero, Ida Dominijanni ha definito i video brevissimi di TikTok l’eroina dei nostri tempi e mi risuona. L’invasione dell’eroina nel mercato negli anni Ottanta ha spazzato via ciò che restava degli anni Settanta (tutto, tranne il femminismo a onor del vero). Qualcosa di simile sento muoversi oggi nell’effetto di trascinamento di quei micro-video, dieci, venti secondi che ne chiamano un altro, e un altro ancora, e che da TikTok hanno ormai invaso Instagram e Facebook. È il tempo aoristico di cui scrive Daniela Santoro, un presente senza spessore, dove tutto accade adesso e niente si colloca. Però non sono apocalittica, perché ho a che fare con adolescenti e tra i più giovani vedo una coscienza precisa di questa cattura. La loro pratica, quando ci riescono, è la sottrazione: mettono il telefono in un’altra stanza mentre studiano, perché sanno che bastano le notifiche a frammentare il loro tempo. Non è poco. È in piccolo lo stesso gesto delle operaie alla pressa: ritagliarsi uno spazio libero dentro il tempo della macchina. È il kairós rovesciato, non l’occasione da cogliere ma una sottrazione da agire.

Torno al telaio, immagine per me evocativa che credo ci dia anche la forma di una pratica.

Merchant, americano, recupera l’idea luddista di resistenza senza intenderla come distruzione: non andare a spaccare i data center, ma conoscere la tecnologia, esercitare un controllo selettivo ovvero accettarla dove aiuta, frenarla dove distrugge diritti e lavoro. E soprattutto immettere in quelle basi di dati dei contenuti altri. Dentro l’ordito già dato dei corpora disfare un filo e tesserne un altro, una trama diversa.

Simone Autera ci ha messo in guardia: intervenire sui bias, raddrizzare i dati, è doveroso ma resta un discorso fermo sul piano normativo. Per lui la vera generatività sta altrove, nella relazione tra noi che precede e circonda la macchina, non nel data set corretto.

Ha ragione nel momento in cui pensiamo a questa mossa come al gesto vano di una rincorsa che non raggiunge mai il suo oggetto. Io lo vedo piuttosto come un gesto vivo, che va rifatto al presente ogni volta, come ogni tessitura, come ogni contrattazione. Tessere dentro la macchina non è l’aggiustamento normativo definitivo, di cui Simone Autera giustamente diffida. È una pratica, che per definizione non finisce, è una tessitura in fieri e disfieri.

Il generativo è fuori dalla macchina, nello scambio tra noi. Ma quello scambio passa anche dalle mani dentro la macchina, ogni volta che vi immettiamo la nostra trama. Tessere, sapendo che non si finisce di farlo, è il modo umano di stare nel tempo.

Penso il tempo così, come una tessitura. L’ordito essendo i fili tesi e fissi, il già dato, il passato che ci abita; la trama il filo che passiamo noi, adesso, con le mani, il presente che si fa. È, come scrive Vita Cosentino, il processo della vita, quel va e vieni in cui passato e presente si annodano di continuo. È il tempo che apre possibilità perché c’è sempre un filo che possiamo ancora intrecciare.

La macchina di mio padre tesseva soltanto se una mano la abitava. La macchina con cui lavoro oggi tesse da sola, senza mani, senza corpo, senza relazione, ci restituisce solo l’ordito del già detto. La trama dobbiamo passarla noi. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo aoristico non spegnendo i telai, ma rimettendoci le mani, conoscendoli da dentro come i luddisti, come le operaie, come mio padre. Per tesservi qualcosa di vivo, sempre restando il corpo estraneo che la macchina non sa addomesticare, la mano che, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto.

  1. Brian Merchant, Sangue nelle macchine. Le origini della ribellione contro la tecnologia, traduzione di Daniele A. Gewurz, Einaudi, Torino 2025 (ed. or. Blood in the Machine. The Origins of the Rebellion Against Big Tech, Little, Brown and Company, New York 2023). ↩︎

Scriveva Madame de Maintenon a Madame de Brinon: «Il re prende tutto il mio tempo; io dono il resto a Saint-Cyr a cui vorrei donarlo tutto».

[…]

Saint-Cyr è un luogo, una fondazione per l’educazione di fanciulle “povere e di buona famiglia” creata da Mme de Maintenon (che, sia detto per inciso, poté dedicarvisi completamente solo alla morte del re). A Saint-Cyr, quindi, Mme de Maintenon dona il suo resto di tempo e a Saint-Cyr vorrebbe donarlo tutto.

Nonostante gli impegni che le derivano dal suo ruolo di amante prima e di sposa morganatica poi, Mme de Maintenon riesce a trovare ancora del tempo da dedicare a ciò che le sta più a cuore. Ma questa interpretazione sembra semplicemente alludere – ancora una volta – all’inesauribile capacità di Mme de Maintenon (e delle donne) di erogare energie, comporre i tempi e conciliare i molteplici aspetti dell’esistenza. È una lettura riduttiva che non rende conto dell’esperienza temporale nella sua complessità poiché lascia in ombra l’unico elemento che di quella complessità è spia: il resto.

Il resto non è (niente), aveva concluso Derrida. […]

Al contrario, io credo che quel resto esista e che non sia un residuo. E che proprio la sua esistenza – nell’esperienza temporale di molte donne – getti una luce diversa sul “tutto”, su quello che per comodità chiamerò il tempo del re.

Il resto è un di più, è qualcosa che la somma complessiva non prevede, è un’eccedenza non contemplata né significata dal tutto. Il “resto del tempo” di Mme de Maintenon è irriducibile al tempo del re […]. La non misurabilità di questo resto e il conseguente rifiuto da parte delle donne di far tornare i conti a tutti i costi sono, a mio avviso, un buon punto di partenza per spiegare in cosa consiste – se esiste – un’esperienza femminile della temporalità.

Nell’Ordine simbolico della madre Luisa Muraro scrive: «Tempo e ordine simbolico sono istanze alla pari, in quanto sono entrambe istanze mediatrici, istanze della pensabilità del reale […] il tempo è l’ordine che noi diamo all’esperienza del divenire».

[…]

Mme de Maintenon dona un tempo che a rigor di logica dovrebbe essere finito. Eppure sempre gliene rimane, perché quello è il tempo del suo desiderio. È un tempo che il re non riesce a controllare perché fuori dalla sua giurisdizione (fuori dalla corte) e che il Filosofo [Jacques Derrida] non riesce a comprendere perché incompatibile con la necessità logica. Un tempo dunque non inscrivibile né nell’ordine sociale né in quello simbolico dato. Per esso – anzi tramite esso – Mme de Maintenon inscrive la sua temporalità in un ordine simbolico differente (che è quello delle relazioni tra donne che hanno casa a Saint-Cyr): qui il tempo non è una merce, un bene che, prima o poi, scarseggia, ma una risorsa simile al desiderio, sempre rinnovabile come la nostra capacità di significazione del reale.

Chiamerei dunque questo resto una “risorsa di senso o di desiderio” cui attingere per nominare non solo il luogo in cui ci piace stare (Saint-Cyr per Mme de Maintenon, lo studio o la politica per me) ma anche quello materiale della necessità. Grazie a quella risorsa di senso, […] Saint-Cyr, cioè la più cara tra le realizzazioni di Mme de Maintenon, non è stata annientata dal re e dal suo tempo onnivoro: ciò significa certo che Saint-Cyr è salva ma soprattutto che il tempo del re non è così “invincibile” né talmente compatto da impedire nuove significazioni. Se quel tempo non si dà più come unico, se un altro tempo esiste e esiste come istanza (libera) di mediazione, perché non attingere a questo per aprire varchi di libertà in quello? Perché non “restituire”, appunto, al tempo una dimensione complessa in cui – a corte come a Saint-Cyr – necessità e libertà possano coesistere?

Certo, Mme de Maintenon avrebbe potuto più semplicemente abbandonare il re e ritirarsi a Saint-Cyr. Ma così facendo avrebbe perso la possibilità di gettare un ponte tra le due realtà cui maggiormente teneva: consegnando la prima alla sola misura della necessità e la seconda a una libertà che non riesce a farsi trascendenza, che non riesce, cioè, a compiere quel “movimento di traduzione di sé dall’intimità indicibile all’esistenza nel mondo”. Mme de Maintenon rimane a corte e del suo resto di tempo si serve per nominare come complesse – necessarie e insieme libere – entrambe le sue esperienze.

Ieri Luigi XIV, oggi il capitale: dalla prepotenza della corte a quella dell’economia.

[…]

(Tratto da Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in AA. VV., La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche ed., 1997, pp. 37-63)

Brano tratto dall’introduzione del libro di Diotima “Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione”, Liguori ed., Napoli 2002.

[…]

Nella nostra ricerca ci siamo fermate a lungo davanti al fatto di un’apparente discontinuità nella storia delle donne. C’è, nella storia documentata, l’evidenza di una presenza femminile che ogni tanto viene in primo piano per una luce che si accende dall’interno stesso della società senza poi durare né farsi tradizione, com’è avvenuto nella Francia del sec. XVII-XVIII, con il movimento del Libero Spirito, alle origini del cristianesimo… Noi stesse potremmo essere questo.

«Ma perché le donne non sono nella storia? O meglio: perché non vi compaiono se non marginalmente?» Sono le domande che Gianna Pomata formula all’inizio del suo ormai classico saggio “La storia delle donne: una questione di confine”. E risponde che la ricostruzione del passato è uno spazio di rappresentazione sociale, simile all’allestimento di un teatro in cui certe cose vengono portate in primo piano e altre restano o tornano sullo sfondo o vanno fuori scena, per cui la risposta a quella domanda va cercata nelle regole che determinano la rappresentazione sulla scena storica. Sì, purché si consideri anche le continuità e le discontinuità di quella scena e si aggiunga anche questa domanda: perché la storia delle donne non ha la caratteristica della continuità?

Prima ho parlato di un’apparente discontinuità: non potrebbe essere, invece, vera e profonda? nel senso che, in quella discontinuità, invece di voler leggere un venir meno, si potrebbe forse leggere la manifestazione di un esserci che non ha bisogno di durare?

Mi viene ora in mente una di quelle straordinarie formule che ha saputo coniare Carla Lonzi: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!» (“Sputiamo su Hegel”). Che cosa vuol dire? Per me, approfittare della differenza è stato vivere la asimmetria dei sessi non come un’ingiustizia da correggere ma come un principio di relatività, intesa nel senso di Einstein, distante da ogni relativismo. E considerare la politica delle donne non come una macchina che fa accadere le cose, ma piuttosto come un intensificarsi della mediazione nell’ordine del poter essere e del poter accadere. Da questo punto di vista, il libro prototipo resta “Tre ghinee” di Virginia Woolf.

Si può andare oltre e intendere che quelle parole dicano anche questo: «Approfittiamo dell’assenza!» Così, per finire, abbiamo fatto in Diotima: ci siamo messe ad approfittare dell’assenza. E ci siamo accorte quasi subito che la continuità, che caratterizza la costruzione della scena storica, non è la sua parte migliore, ossia la più parlante, la più favorevole alla ricerca, la più sensibile agli inevitabili errori. Anzi. Per rendercene conto, è bastato considerare le forzature che operano e le fatiche che impongono i linguaggi che non sanno render conto delle discontinuità, dei mancamenti, delle rotture, delle incoerenze, dei vuoti, delle sottrazioni, delle asimmetrie, delle disparità, dei conti che non tornano.

È stato in quel punto che abbiamo cominciato a pensare alla storia delle donne come ad una storia dotata di una caratteristica insolita ma non insensata: l’intermittenza, simile al corso di quei fiumi nel Carso di cui ci parlava la maestra a scuola, che spariscono nel sottosuolo e poi riaffiorano, secondo le caratteristiche del terreno. In altre parole, quello che si presentava come un difetto di continuità, abbiamo provato a guardarlo come una storicità originale, non confinata nella cronologia, e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci. La cosa ha funzionato, detto alla buona, nel senso che la nostra mente si è messa in movimento, i fatti si sono risvegliati, anche i più banali, e le nostre interlocutrici hanno reagito vivacemente, con angoscia le une, con allegria altre che si sono sentite esonerate da una presenza obbligatoria ed invitate all’esercizio di una libertà di nuovo tipo.

Sono arrivata dove comincia il libro e mi fermo. Naturalmente, il senso dell’“intermittenza” constatabile nella storia delle donne resta altamente problematico e non basterà certo un libro ad investigarlo. Del resto, questo libro non ha l’intermittenza per oggetto, ce l’ha come postura, cioè come un fatto interno e accettato, con tutto quello che esso comporta di non ancora capito e di promettente per l’intelligenza delle cose che c’interessano.

[…]

Nell’ottobre del 1975, anno della Fondazione della Libreria, io ero a studiare all’estero, a Mosca, ma la notizia arrivò immediatamente. L’accolsi con gioia e subito dentro di me presi una decisione che allora sembrava un sogno irrealizzabile:  laurearmi,  cercare un lavoro a Milano e vivere li, la città del desiderio. Così l’ho sempre vissuta.
La Libreria, allora in Via Dogana, un faro nelle scelte della mia vita.
Gli scritti di Lia, raccolti ne La politica del desiderio mi corrispondono nel profondo come le invenzioni politiche, in particolare la disparità (vedi Catalogo giallo, Le Madri di tutte noi, e Non credere di avere dei diritti) e la pratica dell’affidamento, che ha impresso una svolta definitiva alla mia vita.
Ho finalmente potuto realizzare il mio desiderio e trasferirmi a Milano, un cammino a tappe, da Ravenna a Bologna, a Parma, e poi Milano, con compagne di viaggio, alcune sono qui oggi in Libreria alla cerimonia funebre: Rosaria Guacci, Teresa Serra ecc..
Grazie Lia, la gratitudine verso il tuo pensiero, “incollato alla realtà”, come amavi dire, sarà per me forza ispiratrice.

Certo, che avrei voluto essere lì con voi. Giovanna mi aveva dato tutto il sostegno possibile, Rosamaria mi avrebbe accompagnata con il desiderio forte di stare insieme a voi – ma da un mese sono poco in forma, ho affaticamenti respiratori e cardiaci. La morte di Lia aumenta la mia debolezza.

Lia. Ciccio.

Ci siamo conosciute nei primi anni Settanta grazie a Paola Casanova, che aveva incontrato il Collettivo di via Cherubini dopo che insieme eravamo uscite, – senza rancore, – da Lotta Continua. Lia ha citato a lungo questa uscita, nostra e di tante altre, come un esempio di quanto la rivoluzione della libertà femminile avesse reso impossibile per le donne continuare a credere di crescere insieme agli uomini. Così per la prima di innumeri volte ho visto quanto Lia sapesse cogliere nell’esperienza personale il senso della politica. E valorizzarne l’importanza.

Nell’Ottanta nello stabile di via Legnano 28 dove allora abitava si è reso disponibile un piccolo appartamento e mi ha suggerito – anzi, imposto – di traslocare lì. Tre anni dopo si è liberato l’appartamento proprio sotto il suo, io mi ci sono trasferita mentre Silvio Sarfati entrava in quello che io lasciavo.

E fino al 2001, quando sono andata a vivere metà dell’anno in Messico, abbiamo abitato nello stesso caseggiato. Il che rendeva tra altro comodo ogni rientro serale o notturno da qualunque impegno o piacere, perché io guidavo – lei e Luisa come è noto, no. E rendeva comica ogni domenica mattina, quando lei mi telefonava alle otto e mezza e davanti alla mia voce insonnolita ogni volta come fosse stata la prima mi diceva “Ma Fio’, stai ancora dormendo?!”

Lia. Ciccio.

Abbiamo girato l’Italia insieme per le presentazioni del Sottosopra Verde, abbiamo giocato ogni domenica pomeriggio a scopone scientifico con Rossella e Stefania e Silvio, abbiamo fatto viaggi in Europa, riunioni nella vecchia e nella nuova Libreria, vacanze pranzi spuntini cene, aperitivi e letture, abbiamo con altre 53 fondato il Circolo della rosa.

Nell’87 ho comprato senza vederlo il casale in Gallura, – con lei e con Alessandra Bocchetti. Senza vederlo perché era appena morta mia mamma e i miei impegni nell’azienda di famiglia mi rendevano impossibile assentarmi da Milano. C’è andata lei, a vederlo – con Glauca Leoni che l’aveva trovato e proposto, – e io mi sono fidata di lei. Come ormai facevo da tre lustri, e come ho sempre fatto. Mi fidavo di lei senza bisogno di verifiche.

Io da Lia ho imparato a confidare nella forza del desiderio, ho imparato il vincolo della relazione, ho imparato l’affidamento, ho imparato a riconoscere l’autorità femminile e a farla circolare – perché è una figura simbolica circolante.

Come da Luisa ho imparato a dire la verità, sempre – anche quando non è la cosa più gradita a chi ascolta. E a guardare il mondo con gli occhi illuminati dall’amore per il bene. Che così si trova, il bene.

Quando nel 2007 son tornata a vivere in Italia, alla Masseria Le Sciare, Lia e Luisa sono venute spesso in Salento, in vacanza o alla Scuola Estiva della Differenza organizzata da Marisa Forcina a Lecce. Soggiornavano alle Sciare, e la prima volta Lia ha scritto nel grande Libro delle ospiti: “Amo e riconosco autorità a quelle donne che costruiscono luoghi e spazi di donne. Quindi sono riconoscente a Giovanna e Fiorella per Le Sciare. Questo in generale ma in particolare il soggiorno è stato proprio gradevole per il gran benessere fisico e mentale e per i tanti incontri con donne che non conoscevo. Soprattutto giovani che danno un senso alle nostre antiche scelte.”

Quanto coraggio, ho preso da Lia. Quanta forza, ho ricevuto da lei. Quanto pensiero e quanta pratica, ho assorbito da lei. Adesso sono impaurita, mi sento fragile. Però sapervi lì, insieme, mi aiuta.

Le Sciare, aprile 2026

Il 24 aprile 2026, alla Libreria delle donne di Milano, si è tenuto il funerale laico di Lia Cigarini. Pubblichiamo il discorso pronunciato in apertura.

Buongiorno a tutte e a tutti.

Iniziamo questo momento di saluto e di riconoscenza a Lia Cigarini, che per un’ultima volta si trova qui, nella sua e nostra Libreria delle donne.

Lia non amava parlare di malattie e malanni, e tantomeno della morte. Per questo oggi siamo qui a salutarla, sì, ma vorremmo fare di questo incontro che riunisce amiche, compagni, conoscenti, donne e uomini che l’hanno incontrata, letta, ascoltata, amata, discussa anche un’occasione di celebrazione mondana, di riconoscimento vivo.

Questo, credo, le sarebbe piaciuto. O almeno avrebbe partecipato con quel suo sorriso trattenuto, un po’ complice e un po’ ironico, pronta a prendere le distanze da ogni eccesso di commozione.

Lia, non sarà certamente la grande ed epica festa di cui parlavi raccontando il funerale del tuo amico lord inglese della Camera dei Comuni, diseredato dalla famiglia perché comunista e marito della tua amica russa Tatiana. Ma stapperemo qualche bottiglia, alzeremo i calici a te, forse qualcuna o qualcuno prenderà anche un baby whisky, il tuo, e parleremo di te, di quello che ci hai dato, di quello che hai messo al mondo.

Io non posso condividere i ricordi delle grandi avventure politiche che hai vissuto con le tue amiche, quando in quel momento storico di straordinaria creatività sociale e politica avete cambiato il modo di stare al mondo delle donne, e insieme anche degli uomini.

Ma ti vedo qui, nella tua e nostra Libreria.

Ti vedo sul divanetto, allungata con la tua sigaretta, nelle lunghe ore di discussione sulla politica delle donne che, dicevi con Luisa Muraro, è politica per tutti.

Ti vedo nella quotidianità della vita della Libreria, nel lavoro continuo per far tornare i conti, sempre e da sempre sul filo del rasoio; nel richiamo insistente alla cura della materialità, perché la materialità non era per te una faccenda secondaria o minore. Era politica.

“Ma come, nessuna si interessa al bilancio?”, ti lamentavi. E avevi ragione, naturalmente, e lo sapevi benissimo.

Perché custodire questo luogo aperto sulla strada, farlo esistere concretamente, tenerlo in piedi, pagare l’affitto, discutere i conti, trovare le risorse, non è separato dal pensiero. È la condizione perché le relazioni possano accadere, perché la parola circoli, perché il pensiero e le pratiche trovino casa.

Ti vedo con Luisa Muraro, la tua compagna di una vita, senza la quale niente di quello che hai fatto, che avete fatto, sarebbe stato così potente e duraturo. Lo dicevi spesso: anche nelle situazioni più faticose basta essere in due per innescare cambiamenti, per creare libertà. Una parola esigente. Per te, materialista e atea, la libertà non è riducibile a un insieme di diritti civili e politici che, paradossalmente, la cristallizzano chiudendola. La libertà è qualcosa di più mobile, di inesauribile, ha, dicevi, “l’emozione dell’infinito, come il mare e il deserto”.

E in questo c’è moltissimo: la fiducia nella relazione come forma politica, l’idea che il mondo non si cambia da sole, né per masse indistinte, ma a partire da un legame, dalla parola scambiata, da una pratica che prende corpo e poi si allarga, fa mondo.

Oggi Luisa non può essere qui fisicamente, ma è qui vicina a noi. È qui con te, insieme a te, come lo è stata nella tua vita.

Ti vedo anche con la tua espressione stizzita, quando, senza parole ma con il gesto netto delle tue belle mani, dicevi: “Taglia”. Sopportavi poco le lungaggini, i discorsi che si ripetono, quelli che girano in tondo senza arrivare al punto. Avevi un senso molto preciso del tempo, e anche del pensiero: bisognava arrivare al nodo per andare avanti.

E allora chiudo ringraziandoti. Tanto. Perché non ci lasci davvero. Resta moltissimo di te: nella Libreria, nelle relazioni che hai generato, nelle parole che hai scritto, nelle pratiche che hai contribuito a scoprire, nelle donne che hanno trovato forza anche attraverso il tuo pensiero, e negli uomini che hanno saputo ascoltarlo.

Resta qualcosa di prezioso, materia viva da usare, discutere, rilanciare. Continueremo a nutrircene e a portare avanti la Libreria perché a partire da quello che hai lasciato possa ancora capitare altro.

Prima di passare la parola a chi vorrà intervenire, devo portare i saluti di Luciana Castellina, molto dispiaciuta di non poter essere qui, ma presente attraverso queste parole.

Con la morte di Lia Cigarini perdiamo una delle menti politiche più lucide e argute del femminismo italiano. Perdiamo una grande donna, iniziatrice di imprese femministe, ispiratrice di percorsi, presenza capace di aprire pensiero e indicare passaggi di libertà.

Con Luisa Muraro e altre ha fondato la Libreria delle donne di Milano nel 1975 e a questa sua creatura ha dato intelligenza e visione, insieme a tempo, fedeltà e presenza concreta, non separando il pensiero dall’opera necessaria a tenerlo vivo dentro un luogo. Fino alla malattia ha fatto il suo turno il sabato pomeriggio. Il suo modo di abitare la politica prende corpo nelle responsabilità assunte e nella cura di un luogo ritenuto essenziale per il valore che può rappresentare per tutte. Lia desiderava che la Libreria avesse una vetrina aperta sulla strada, una porta aperta per chi si affaccia e per chi entra.

Io l’ho conosciuta nel Gruppo lavoro, alla fine degli anni Novanta. All’inizio la temevo. La sua autorità era grande e grande era l’illuminazione che sapeva dare con le sue parole. In lei c’era una forza di intelligenza che metteva soggezione perché obbligava a pensare meglio, a essere più precise, più vere, più all’altezza di ciò che stavamo facendo. Stare con Lia voleva dire non potersi accontentare. Col tempo l’ho conosciuta più da vicino. Ho fatto con lei un pezzo di strada e negli ultimi anni ho anche potuto starle accanto, sostenerla. Questo rende il dolore di oggi molto concreto, molto fisico, tocca la vita vissuta, i gesti, la vicinanza di una relazione.

Ci mancherà la sua presenza fisica, la sua voce, il suo modo inconfondibile di leggere le situazioni e di trovare quasi senza esitazione il punto politico decisivo. Ci mancherà il suo rigore e la sua capacità di vedere più a fondo e più avanti. Ci mancheranno le sue mani affusolate che si muovono al ritmo del suo pensiero, il suo sorriso, la bellezza del suo viso.

La Libreria, che è la sua creazione e la sua casa, non resta senza di lei in un senso assoluto. Il suo pensiero, le sue parole, la sua pratica politica continueranno ad accompagnarci e resteranno come orientamento e come eredità viva.

Ma adesso mi pare che sia soprattutto il momento del dolore. La morte è una cesura difficile da accettare, impone un vuoto che non si lascia subito colmare e che chiede di essere attraversato.

A Lia va oggi il mio saluto riconoscente. Con dolore, con gratitudine, con la consapevolezza di ciò che ci lascia e di ciò che ci affida.

Lia Cigarini al convegno a lei dedicato in Sala Alessi, Comune di Milano, il 17 ottobre 2025

Lia Cigarini (1937-2026) è stata avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano. Con altre ha fondato nel 1975 la Libreria delle donne di Milano ed è tra le autrici di “Non credere di avere dei diritti” (1987). Ha pubblicato “La politica del desiderio” nel 1995 con introduzione di Ida Dominijanni e, con Luisa Cavaliere, “C’è una bella differenza. Un dialogo” nel 2013. Nel 2022 Orthotes ha pubblicato “La politica del desiderio e altri scritti”, nuova edizione ampliata del libro del 1995, arricchita da testi successivi e da un’intervista inedita realizzata da Riccardo Fanciullacci. Fu una delle autrici del Sottosopra “Immagina che il lavoro” (marzo 2009) e una figura decisiva del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano, nato nel 1994. In quel contesto elaborò, insieme ad altre, un pensiero originale sul lavoro e sul lavoro delle donne, che ha inciso nel panorama italiano e ha ispirato anche percorsi di femminismo sindacale, nel confronto con sindacaliste della FIOM e più in generale della CGIL.

In questi anni vivo la dimensione di un tempo non subordinato alla necessità di chi per vivere deve lavorare e ho ripensato il mio rapporto con il tempo, allo spazio che si è liberato per fare le cose che desidero e preferisco.

Vivo questa nuova condizione al presente e in un’esperienza di libertà: ho a disposizione un tempo con pochi vincoli, posso scegliere di fare le cose che desidero e che mi fanno stare bene oggi e anche domani, vorrei stare il più possibile in buona salute negli anni che ho di fronte.

Un nuovo equilibrio che prova a mantenere le relazioni politiche e di amicizia già costruite, ne sperimenta di nuove e reinveste in relazioni poco frequentate negli anni per mancanza di tempo di cui disporre.

È ridisegnato il rapporto con i miei nipoti e il tempo per vivere la relazione con i figli dei miei figli è qui ed è oggi perché, crescendo, il tempo li cambierà e, invecchiando, cambierà irreversibilmente la mia condizione; così cerco, mi ingegno, e trovo il tempo per stare con loro. Questo desiderio contratta con il desiderio di continuare le mie attività e seguire i miei interessi, e trova una nuova misura.

Il tempo è l’unità di misura della mia esperienza di libertà.

Trovare più tempo per sé stesse è una contrattazione e una conquista continua che accompagna tutte le fasi della vita. Io avevo appena imparato a leggere e la sera, quando mia mamma spegneva la luce, aspettavo si allontanasse per riaccenderla e riprendere la lettura o, dopo la scuola, facevo finta di non sentire quando mi chiamava e non rispondevo per continuare i miei giochi.

Da giovane per alcuni anni ho lavorato in fabbrica, lavoravo su una pressa a ritmo vincolato in un reparto di sole donne. In quella condizione di costrizione ho sperimentato per la prima volta la libertà e la forza delle relazioni tra donne perché, insieme, avevamo scoperto e praticavamo una nostra modalità per “stare libere” dentro il tempo vincolato della macchina: quando il controllo dei capi era troppo rigido sui ritmi di lavoro e sulla produzione noi eravamo in grado, con le nostre conoscenze e i nostri escamotage, di fermare la macchina e la produzione e i manutentori, chiamati a ripristinare il funzionamento delle macchine, non riuscivano a individuare la causa del guasto.

Avevamo sperimentato la quantità di produzione che tutte eravamo in grado di fare con un certo agio e, di conseguenza, su otto ore ci sembrava giusto produrre e lavorare per sei; era il nostro spazio di libertà, il nostro tempo libero dal vincolo della produzione, pause di riposo che gestivamo a livello individuale nel corso del turno di lavoro.

Dalla forza della nostra relazione ci veniva la libertà, e ho sperimentato – eravamo giovani ed erano altri tempi – che la libertà si realizza anche nel rapporto con la macchina.

Ho seguito la contrattazione della condizione di lavoro nel rapporto con la macchina a ritmo vincolato (le catene di montaggio) e ho visto la difficoltà con cui si misurano le persone in carne ed ossa per non farsi cancellare dalla macchina, per salvaguardare il proprio equilibrio e la propria salute; è una contrattazione che riesci a fare se ti metti insieme ad altre e ad altri che vivono la stessa condizione; anche in queste difficili condizioni è possibile aprire degli spazi, seppur piccoli, di contrattazione e condizionare i tempi della macchina.

L’esperienza condiziona anche il mio rapporto con le nuove tecnologie e la comunicazione che si svolge attraverso i social. Se considero l’estraniazione che sperimenta la persona che lavora sulla macchina a ritmo vincolato, separata dal proprio lavoro e dal processo lavorativo; o la dissociazione che l’uso delle nuove tecnologie produce nelle persone, espropriate del sapere e delle modalità del lavoro; o ancora l’uso dei social che mette in pericolo fino ad annullare lo scambio e la relazione, tra queste diverse situazioni non vedo né sento la differenza; è la stessa condizione di spersonalizzazione, di mancanza di coinvolgimento, di alienazione che distrugge le relazioni sociali.

La mia pratica di resistenza è quella di non frequentare i social – non è un sacrificio, mi lasciano indifferente – cerco, e trovo, altre modalità di comunicazione e di conoscenza con le persone con cui sono in relazione.

Nella storia del ’900 il tempo è stato fondamentale, è il tempo in cui nasce e si afferma la rivendicazione delle otto ore: otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di tempo libero dalla necessità per coltivare i propri affetti e i propri interessi, e su questo equilibrio nel tempo della vita si è costruita ed è cresciuta la soggettività nei luoghi di lavoro, si sono radicate relazioni ed esperienze collettive.

Contrattare sindacalmente il tempo è stato il tema per me più difficile perché ha significato mettere insieme esigenze e individualità diverse per trovare un comune punto di vista e una soluzione condivisa. Una contrattazione dell’orario di lavoro è molto più complicata di una contrattazione sul salario o su altre parti della condizione di lavoro, soprattutto se riguarda le donne e in modo ancora più radicale se sono interessate e interessati sia donne che uomini.

Prima ancora che con l’impresa, è necessario saper confliggere e contrattare tra lavoratrici e tra lavoratrici e lavoratori e arrivare a un punto di incontro condiviso; è una necessità, perché se non raggiungi prima questo punto condiviso con l’azienda non ci sarà partita. Il tema dell’orario di lavoro è centrale nella contrattazione, perché incide nell’organizzazione della vita delle persone e nello stesso tempo gli orari di lavoro rappresentano un fattore decisivo per le ricadute che questi hanno sulla competitività dell’impresa.

La contrattazione degli orari si misura con molti aspetti: incide sul costo del lavoro, sulle esigenze di organizzazione del lavoro e di competitività delle imprese; è in stretta connessione con il salario, ha riflessi sull’occupazione e sulle condizioni lavoro, soprattutto ha conseguenze sulla vita delle persone e sui loro rapporti sociali.

Ogni esperienza personale assegna al tempo il “valore assoluto” che la propria condizione sta attraversando ed è un valore che cambia in continuazione nel corso della vita, facendoti dimenticare o mettendo in secondo piano la condizione degli altri; difendi con determinazione la condizione che stai attraversando perché il rapporto con il tempo è per ognuno di noi l’esperienza di libertà possibile.

Modificare i termini di questo rapporto richiede fare i conti con questo processo sempre in corso, far riconoscere la tua esperienza di libertà e riconoscere l’esperienza di libertà delle altre e degli altri; Giordana Masotto in modo sapiente nomina questo processo “libertà in relazione” 1.  

Per queste ragioni sento che il tempo è una misura in continua evoluzione, è una unità di misura della vita che in ogni momento si ricalibra su costrizione, necessità, desiderio; si ricalibra con il processo della libertà.

  1. “E poi all’improvviso era tardi. Pensieri e bilanci in divenire” di Giordana Masotto in “Il tempo è vita”, VD3, marzo 2026. ↩︎

«E a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane…»

Uno sgrammatico quanto poetico Lucio Dalla ci riporta alla dimensione del tempo che rimane. Certo, se niente si ha da dire o da fare di tempo ne rimane parecchio. Ma se il tempo, e anche lo spazio, come è nell’esperienza comune delle donne, sono sempre occupati e bisogna strappare con le unghie e coi denti quello per sé, che cosa può rimanere se tutto è già preso?

Lo sapeva bene Virginia Woolf quando auspicava “una stanza tutta per sé”, così come Madame de Maintenon quando scriveva la sua celebre frase: «Il Re prende tutto il mio tempo. Dono il resto a Saint Cyr, a cui vorrei donarlo tutto».

Quello che a Derrida, nel suo commento a questa frase nel testo “Donare il tempo” (Raffaello Cortina, 1996), appare come un paradosso, a una donna risulta immediatamente comprensibile e niente affatto paradossale. Derrida argomenta di tempo preso e di tempo donato, il Re prende tutto il tempo, ma Madame, la moglie morganatica, dona il “resto”.

Come può – si chiede – esistere un resto se tutto è già stato preso?  A Derrida sfugge che il resto può esistere, ed esiste, nella misura in cui il “tutto” non è veramente tale.

Semplice. Per una donna.

Perché per una donna il tempo e lo spazio occupato dal desiderio e dalla legge patriarcale non è mai “tutto”. Non le risulta difficile, in quanto lei stessa non si considera “tutto”, ma una parzialità. Un’operazione quasi impossibile invece, o perlomeno molto difficile, per una sessualità e un’economia maschile che vorrebbero saturare tutto il campo dell’esperienza umana, rappresentabile e non, ponendosi come l’UNO, la totalità.

Lacan, trattando del godimento (“Il Seminario – Libro XX – Ancora”, Einaudi 1983) afferma che la donna nel rapporto sessuale n’est pas toute, non è tutta, cioè completamente assorbita dal godimento fallico. E dalla legge simbolica del Padre. E quindi anche dal tempo di lui.

Le donne sono capaci di uscire dalle cornici del tempo e dello spazio, da ciò che è il già dato.

Negli anni ’60, e ancor oggi, ebbe molta fortuna il concetto di “pensiero laterale” introdotto da Edward Bono, un approccio creativo contrapposto al pensiero logico/verticale/lineare. Classico esempio di messa in opera del pensiero laterale è la risoluzione del famoso gioco dei nove punti, di cui si viene a capo, per l’appunto, solo uscendo dalla cornice dei nostri schemi mentali (gioco dei 9 punti in curioctopus.it).

Madame de Maintenon era forse un’antesignana del pensiero laterale? O piuttosto una donna che aveva consapevolezza dell’esistenza di “altro”? Altro oltre la corte, oltre il sole del Re e la sua presa sul tempo e sulle cose.

Madame de Maintenon vive anche un “altro” tempo che non è nell’ordine della contrapposizione, bensì della mediazione, della composizione con il tempo della necessità.

Merita ricordare come campionessa del “resto” del tempo anche Harriet Stowe, autrice de “La capanna dello zio Tom”, stretta – come scrive nelle sue memorie – tra gli schiamazzi dei sette figli, il pescivendolo che suona alla porta, il libro da terminare…

Donne che ritagliano o che ampliano il tempo? Donne che vivono di residui o che immettono il proprio desiderio nella linearità del kronos, in questo modo dilatandolo?

Come scrive Iaia Vantaggiato nel suo commento (“Quel che resta del tempo” in La rivoluzione inattesa, Pratiche 1999): «È la relazione tra i due tempi – quello della necessità e quello della libertà – che l’aver nominato il resto consente di pensare». 

Riuscire a nominare (e, ancor prima, ad immaginare) che “c’è altro” nasce dal non essere accecate dall’esistente – ricordate l’invito di Virginia Woolf a non essere come i coniglietti paralizzati dai fari? – dal non attribuire uno strapotere a ciò che c’è, a non considerarlo come il “tutto”.

Anche Didone non si arrese al “tutto” dello spazio imposto dal Re, corrispondente alla pelle di un bue (non più grande doveva essere infatti la superficie di Cartagine!) dilatandolo all’inverosimile con l’invenzione del suo taglio a striscioline sottilissime…

Ma che cosa permette a queste donne di vedere altro?

Derrida vede in Maintenon «il sospiro infinito del desiderio insoddisfatto», non riesce ad andare oltre l’economia del prendere e del dare, non intravede che può esserci un tempo del desiderio che contende la signoria al tempo del Re, pur senza negarlo.

Per Madame de Maintenon il Collegio di Saint-Cyr rappresenta «l’inaudito del tempo» (Vantaggiato), luogo di relazioni femminili dove il “resto”, lo scarto, il residuo del tempo e dello spazio del Re si fa fondamento dell’esperienza di un altro ordine simbolico, di un tempo scelto e non subito.

Madame de Maintenon – non ce ne voglia Derrida se lo parafrasiamo – è invece una donna che ha nutrito e soddisfatto il proprio desiderio dandogli un respiro infinito.

La stessa esperienza, secoli più tardi, ha risuonato, e risuona, nei gruppi di autocoscienza: tempo per sé, «per non perdere il filo di noi stesse» (Wanda Tommasi), tempo scelto, frutto del sorgere del desiderio di essere nel mondo con le altre, tempo per partire da sé, tempo del divenire.

Così il “resto” diventa il tutto, perché ci vuole tutto il tempo di una vita per divenire donna.

Vorrei portare la riflessione sul valore/disvalore in un’epoca storica. Che cosa è considerato valore sul piano non della realtà sociale ma sul piano simbolico. Di che cosa stiamo parlando quando parliamo di tempo? Faccio un passo indietro per capire cosa accade nel presente.

Negli anni Sessanta in Italia c’è stata una accelerazione dell’industrializzazione. Io ne sono stata coinvolta e l’ho compresa ripercorrendo sul piano simbolico la storia di mia madre1. Grazie alla pratica della Comunità di storia vivente, inventata da Marirì Martinengo2 e ispirata al pensiero sul “sentire delle viscere” della filosofa spagnola María Zambrano, ne ho disvelato lo strato profondo. Un deposito di memoria che giaceva non decifrato nella storiografia tradizionale che non tiene in considerazione l’esperienza femminile e nemmeno la racconta.

L’economia italiana si avviò allora sulla strada della modernizzazione industriale e avvenne una grande fuga dalle campagne con l’abbandono della terra, obbligato, per coloro che non erano in grado di adeguarsi al processo di meccanizzazione dell’agricoltura.

Mia madre, Eva, amava profondamente la terra, la coltivava con dedizione, ne traeva soddisfazione e guadagno. Portava i prodotti che lei stessa aveva seminato, curato e fatto crescere al mercato, quello che per lei era il mercato della felicità, perché il suo lavoro dava significato alla sua vita. Un’economia paziente che attende la maturazione e il momento opportuno. Nulla veniva buttato. Un tempo dell’economia domestica aperta al mondo forse un prototipo di ciò che oggi si chiama economia circolare. Con i soldi che ne ricavava, mi comprava i libri, tutto il necessario per la scuola, avendo intuito osservandomi, che amavo molto lo studio e la lettura e rispettando il mio desiderio mi sosteneva nel perseguirlo. Entrava con circospezione nella mia stanza e non mi chiedeva, se non in caso di estrema necessità, di aiutarla nei campi, nell’orto o in casa.

Con l’industrializzazione e la cultura della fabbrica, il lavoro della terra divenne un disvalore nella società e per mia madre fu una tragedia. Per lei aveva un valore simbolico. Un tempo desiderante che tocca la differenza femminile. Fu un’epoca di rivolgimenti tecnologici che portarono al prevalere dominante dello sfruttamento intensivo della terra. In questo senso ne soffrì mia madre alla pari di tutto ciò che fu marginalizzato, non rientrando nell’ideologia del progresso senza limiti del dopoguerra.

Il tempo non è vivere ma sopravvivere se non è un tempo desiderante. Senza desiderio non c’è politica delle donne. Io l’ho sperimentato nella sua profonda e agghiacciante verità quando nel 2003 è scoppiata la guerra in Iraq. È come se mi fosse caduto un mattone in testa. Ne fui tramortita.

Insegnavo lingua e letteratura russa al Liceo Linguistico Virgilio e avevo programmato scambi residenziali con un Liceo Linguistico di San Pietroburgo. Nel mio insegnamento della lingua avevo verificato che lo scambio nel contesto vivo del paese, nelle famiglie, nelle scuole era imprescindibile per apprendere l’uso corretto dei verbi. Il sistema verbale della lingua russa ha due aspetti, perfettivo e imperfettivo, una modalità che si differenzia dalla lingua italiana. L’aspetto imperfettivo riguarda l’azione nel suo processo, descrittiva o ripetitiva nel tempo, quello perfettivo comunica l’azione unica, irripetibile. Lo studio non solo teorico ma pratico nella realtà viva è importante per tutte le lingue straniere ma per la lingua russa in particolare è necessaria perché a tavolino è impossibile comprendere l’uso dei due aspetti suddetti. La guerra in Iraq interruppe il mio tempo propizio; la paura di partire in aereo prese il sopravvento e il tempo storico, scandito dalle guerre, interruppe il desiderio di intrecciare nuove relazioni e misurarsi con esse. Sono convinta che in questo assomigli alla politica delle donne, poiché con la pratica si fa politica del simbolico che è la sola che può portare a una trasformazione.

Oggi le cosiddette guerre lampo che poi sembrano non finire mai si moltiplicano. In Ucraina sembra cominciata ieri; la narrazione mediatica schiacciata sul presente dalla memoria corta ci fa essere in balia di manipolazioni e di una narrazione fallace e disorientante. Un tempo cronologico che tenta di imporre il proprio calendario al mondo, contrassegnato dai presunti “conquistatori” d’imperi, contrastato da un tempo desiderante, quello delle relazioni, della nascita dei desideri che combatte, cerca strade e inventa pratiche di autorità femminile, di libertà, di linguaggi e di connessioni per far prevalere logiche e tempi di pace.

Un flash di luce e di gioia. Improvvisamente ho ricevuto ieri da un’amica russa, Liudmila Levina, che vive a Mosca, un messaggio e delle foto su Whats App che risalgono a Capodanno. Da anni comunichiamo con questo strumento. A causa della censura per lo stato di guerra in atto dal 2022 era stato temporaneamente bloccato e non avevo più sue notizie. Sono state promosse diverse proteste contro i tentativi della Duma di eliminare i social occidentali a favore di una messaggistica nazionale, cosiddetta Max, ma per ora non c’è ancora un’interruzione totale e altre manifestazioni sono previste secondo le informazioni dei media indipendenti in esilio come Medusa e dello storico quotidiano di opposizione Nòvaja Gazieta.

  1. Laura Minguzzi, Il nodo della casa, in AA.VV, La Spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, Moretti&Vitali, 2018. ↩︎
  2. Marirì Martinengo, La Voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”, ECIG, 2005. ↩︎

Nei giorni in cui ho ricevuto l’invito a intervenire a questa redazione aperta, mi trovavo dall’altra parte dell’Atlantico. E in quei giorni, per me, il tempo era una ferita aperta. Mi ritrovavo accanto al mio compagno di anni, che da mesi non vedevo, per accompagnarlo nell’ultimo saluto a sua madre, malata di cancro. In quei giorni mi sono trovato davanti ad alcune righe che lei ha scritto in risposta a un invito di suo figlio: mi hanno lasciato un solco interiore.

Me has pedido que escriba sobre de mi, para conocerme. Yo misma no me conozco: solo me he limitado a cumplir roles, rol de hija, de mamá, rol de esposa.”

“Mi hai chiesto di scrivere su di me, così che tu possa conoscermi. Io stessa non mi conosco: mi sono limitata a svolgere dei ruoli, ruolo di figlia, di madre e ruolo di moglie.”

Le parole di questa donna sono il punto di partenza di questo mio intervento, in virtù dello smottamento che hanno portato in me. “Parlare di sé, [e] riconoscersi reciprocamente come soggetti”, Bertelli e Equi (2024, p. 49) indicano come guadagno della pratica di autocoscienza tra le donne. Credo che quel solco in me sia nato da questo riconoscimento, attraverso le sue parole, con questa donna – con cui in modo discontinuo nel tempo sono entrato in relazione.

Il ‘Tempo è vita’, il titolo di questa redazione aperta: il mio intervento di questa mattina è l’esito di un lavoro di mediazione tra ciò che soggettivamente, nella mia vita, il tema del tempo chiama con urgenza a ri-pensare e le istanze politiche di questo invito, di cui vi sono davvero riconoscente, a rinnovare la riflessione sul tempo mettendo in luce il ruolo delle nuove tecnologie – tema al quale mi dedico lavorativamente – e quali pratiche di negoziazione possiamo escogitare per sottrarci a dinamiche di tempo accelerato, imposto e funzionale.

Il mio intervento seguirà quindi un movimento tra il dentro e il fuori, che procede secondo un “ordine di stimolo” – come suggerisce Lonzi in Autoritratto (1969) – un andirivieni tra un tempo soggettivo e un tempo del “fuori”, che contempla le altre e gli altri e anche la macchina, in particolare l’intelligenza artificiale generativa. Rispetto alle pratiche, proverò a suggerire in che modo delle alternative possono fondarsi sulla riflessione del tempo costruito dall’intelligenza artificiale e del tempo rimesso in gioco proprio nella nostra relazione con la macchina.

Proverò a fare questo andirivieni tenendo sempre saldo il ‘partire da me’.

Iniziamo, quindi.

Il mio rapporto intimo col tempo ha a che fare con una cesura. Una cesura tra il prima e il dopo l’ingresso nell’età adulta. Nel mio calendario interiore questo passaggio di tempo, tra tempi – questo valicare la linea d’ombra, ha coinciso con l’assunzione della mia omosessualità. Scelgo questa parola – assunzione – appositamente.

Poco più che ventenne – vado per le vie brevi in questo passaggio, me lo consentirete – ho deciso che ‘era ok’ che io fossi omosessuale. Prima di quel momento, la mia esistenza era mutila, in una sua parte essenziale, in ombra. Dopo quel momento, avevo fatto chiarezza: messo in luce a me stesso e agli altri che ero omosessuale.

Dicevo poco fa: ho assunto la mia omosessualità.

Non è che ne ho preso coscienza: l’ho sempre saputo.

L’ho assunta. Assunta come un dato. Come un tratto, nel caleidoscopio intersezionale di una identità – la mia. Ero uomo, ero moro, ero alto, ero omosessuale. Che male fa?

E l’ho consegnata ai miei amici esattamente così, come un dato che male non faceva.

Ciò che non ho visto al tempo, e per lungo tempo, è che assumere la mia omosessualità, letteralmente “prenderla su di me”, ha voluto dire levarla agli altri.

La mia omosessualità assunta come dato è stato negare l’omosessualità come costrutto sociale, e prodotto nel tempo.

La mia omosessualità assunta come tratto è stato obliterare il portato sociale di immenso dolore che era ‘essere omosessuale’ e archiviare quel mio dolore come risolto.

Ero moro ed ero omosessuale. Che male può fare? Tanto, se lo ricordi. Ma io – azzardo a dire, avevo, inconsciamente, deciso di dimenticarlo.

Ho fatto l’opposto del percorso indicato da Lonzi e dal femminismo della differenza: “approfittare dell’assenza” dalla storia (Diotima, 2002) per costruire uno spazio di autonomia radicalmente nuovo. Ho fatto l’opposto: mi sono levato di mezzo io. Ho smesso di farmene un problema, non facendone problema per nessuno.

Torno alla questione del tempo: il tempo prima e dopo l’ingresso in questa età adulta – mi viene di chiamarla così perché coincide con una assunzione, anche, di responsabilità, in fin dei conti: archiviare il sogno dell’infanzia, di un tempo in cui ancora tutto è possibile, e accettare ciò che resta, facendosene qualcosa.

Ricordo come prima di quel momento, spesso, in risposta alla domanda “cosa desideri?” mi venisse da dire “ho voglia di futuro”. In epoca adolescenziale deve essermi sembrata una ‘cosa figa’ da dire; ora però quella stessa espressione mi pare svelare un intimo arcano: l’esito di quella assunzione di responsabilità – l’ingresso nell’età adulta – ha lavorato in me come un processo di archiviazione di quella voglia di futuro, di sua liquidazione.

Tutto ciò che siamo autorizzati a immaginare è appena sopravvivere nel presente” scrive Muñoz parlando delle singolarità queer. Lo stesso autore allude al ‘queer’ come a “una futurità là-per-sorgere”, un “non-essere presente che incombe, una cosa presente ma che non esiste effettivamente nel tempo presente” (2022, p. 11).

Assumere la mia omosessualità come un dato tra dati, anagrafici e descrittivi e comportamentale, ha dissolto nel tempo presente ogni futurità là-per-sorgere, e lì l’ha condannata.

Voglio fare un passo fuori, ora.

Citavo Muñoz: “tutto ciò che siamo autorizzate a immaginare” … bene – la questione dell’autorizzazione a immaginare mi aiuta a spostarmi fuori, nel discorso.

Recentemente, in una lezione all’università, presentavo alle studenti la questione dei bias algoritmici, ossia deviazioni sistematiche da un principio di equità che emergono nell’output di un algoritmo. In un passaggio della lezione ci siamo trovati a riflettere su alcune ricerche che evidenziano come soluzioni di intelligenza artificiale generativa – in particolare generazione di immagini da input di testo – non solo riproducono i bias sociali (come la stereotipizzazione) riflessi all’interno del set di dati utilizzato per istruire la macchina, ma li amplificano. Nel caso specifico (Bianchi et al., 2023), il data set è quello dell’ufficio del censimento degli Stati Uniti, e il rapporto problematizzato nella generazione di immagini è quello tra le occupazioni, il sesso e l’identità etnico-razziale (bianco, afro-americano, asiatico, nativo, ecc.) delle e dei cittadini. La ricerca evidenzia come, a titolo d’esempio, nonostante il 25% dei censiti che si dichiara housekeeper (governante) a sua volta si dichiara non-bianco, circa il 90% delle immagini generate dal modello riproducono governanti non-bianchi; nonostante il 60% dei censiti che si dichiara flight-attendant (assistente di volo) a sua volta si dichiara donna, il 100% delle immagini generate riproducono assistenti di volo donna. Uno studente interviene dicendo che coglie il tema dell’amplificazione, ma resta che è ciò che vediamo tutti i giorni: lui non conosce governanti bianchi. Al di là di non aver colto evidentemente la questione tecnica, ciò che mi ha colpito del suo intervento è quanto cela: lo scarto che separa la nostra “percezione incorporata” del mondo (Bourdieu, 1980) e la possibilità che il mondo sia altro da questa.

Il punto non è cosa conosciamo fino a qui, ma cosa è possibile là-per-sorgere. In altre parole, cosa siamo autorizzate a immaginare.

La questione posta all’interno della lezione allora, e adesso qui attraverso questo esempio, è il rapporto generativo tra passato, presente e futuro, al tempo dell’intelligenza artificiale.

Tento un passaggio tecnico in questo momento del discorso.

Nei modelli di LLM (modelli linguistici di grandi dimensioni), semplificando, la generazione del risultato è tenuta insieme in tre momenti:

– Passato: l’insieme di dati (i c.d. corpora) utilizzati per addestrare il modello e che costituisce la base della sua conoscenza;

– Presente: la conversazione che noi attiviamo con il modello, e il suo contesto (la nostra domanda, il nostro tono ed eventuali elementi che abbiamo chiesto al sistema di memorizzare);

– Futuro: l’output che il modello genera, secondo un calcolo delle probabilità che configura quel risultato come la continuazione più plausibile della conversazione.

In altre parole, possiamo dire che il passato costituisce quanto può essere appreso dal modello, il presente guida quale parte del “passato appreso” viene attivata e il futuro è una previsione linguistica modellata sul passato e guidata dal contesto presente.

Tenere insieme questi tre momenti ai fini della generazione del risultato implica aggirare dei limiti – e avvistare i rischi che questi limiti comportano.

Ci sono limiti tecnici e limiti costitutivi. Indico brevemente alcuni di quelli tecnici e mi soffermo su quelli costitutivi.

Un primo esempio di limite tecnico è la scelta del cut-off, ossia la data più recente dei corpora usati per l’addestramento. La necessità tecnica di scegliere fino a dove arriva il passato conosciuto dal modello richiama il rischio che il presente della conversazione non poggi su tutto il suo passato e che il futuro che viene generato sia già vecchio.

Un altro limite tecnico è rappresentato da come il tempo è stratificato nei corpora. Se un data set ricopre ampi periodi storici ma i dati non sono integrati con scrupolose annotazioni temporali che contestualizzano quei dati nel tempo, il rischio è quello di un “passato compresso”: ossia di un modello che perde in analisi diacronica e non è in grado di distinguere con precisione come il significato di parole cambia nel tempo. Per esempio, la parola “germe”, da ciò che porta vita a qualcosa che porta malattia o la parola “febbrile”, da aggettivo medico associato a uno stato del corpo a un aggettivo che connota un atteggiamento impaziente, attivo, appassionato (Hedge et al, 2025).

Questi limiti tecnici rivelano la natura tecnica del processo generativo della macchina, ma anche la sua natura politica: sono il nostro passato e le nostre scelte a istruire la macchina. Tecnicamente, la socializzano (Airoldi, 2022), ossia le insegnano a diventare un agente sociale competente.

I limiti di cui sopra e le scelte circa i corpora di riferimento, gli intervalli temporali considerati e le tecniche di allineamento dei dati evidenziano che il futuro generato dalla macchina non è un tempo neutrale. Ma frutto della parzialità del suo passato e del contesto del suo interlocutore presente. Le gerarchie di potere sociali che sono riflesse nella conoscenza (corpora e istruzioni del modello) sono riprodotte e “naturalizzate tecnologicamente” (Paola Rudan, 2024).

Citavo: limiti tecnici e limiti costitutivi. Vorrei provare a dire qualcosa circa questi secondi, provando a metterne a fuoco uno.

Nel 2017, la mia amica Marta Equi mi ha proposto di partecipare alla ‘scuola di scrittura pensante’ di Luisa Muraro e Clara Jourdan. Un insegnamento cardine che mi porto dietro da allora è chiedermi sempre “chi parla” in un testo.

Provo a mettere sul nostro tavolo questa domanda: nell’ambito di una nostra conversazione con la macchina, chi parla?

Muraro, ne L’ordine simbolico della madre (1981), ci ha fatto vedere come la parola nasce da una relazione originaria di affidamento. E che questa parola acquisisce autorità in forza di quella relazione e perché c’è un soggetto che la sostiene con la propria esperienza.

Nel caso dell’intelligenza artificiale, come ha scritto Laura Colombo nell’ultimo numero di Via Dogana, la macchina genera “senza esperienza”. La macchina parla, ma non ha soggettività. La parola della macchina è costitutivamente disincarnata. Le sue relazioni sono tra token (pezzi di parole) e la sua memoria, tecnicamente, inesistente. Il presente interroga il passato per restituire un futuro che non ha genealogia in una relazione originaria che lo fonda, ma si basa sul calcolo di probabilità che un certo passato ha di ritornare plausibile.

L’assenza di origine relazionale della parola della macchina è per me il suo limite costitutivo.

Abbracciando l’invito della redazione a guardare a delle pratiche possibili, vorrei portarvi quattro esempi che per me rappresentano possibili azioni riparative verso entrambi i limiti che presentavo pocanzi, tecnici e costitutivo – e che rappresentano dei modi di sottrarre tempo alla macchina. Gli esempi sono: due da progetti accademici e due personali.

Il primo esempio è Feminist Data Set, un progetto artistico e di ricerca avviato nel 2017 da Caroline Sinders, artista e ricercatrice sul machine-learning. L’obiettivo principale è ripensare l’intero processo di costruzione dei sistemi di intelligenza artificiale attraverso una prospettiva femminista, intervenendo innanzitutto sulla costruzione del data set. Il progetto prevede (tuttora) dei workshop pubblici in cui tutte le partecipanti contribuiscono collettivamente alla definizione dei parametri del dataset (il suo perimetro epistemologico), portano materiali per loro rilevanti (testi letterari, manifesti politici, documenti personali) e discutono del labeling dei materiali (quali categorie ed etichette utilizzare). Il progetto è pluriennale e la raccolta è intenzionalmente lenta.

Il secondo esempio è Un-Straightening Generative AI (Taylor et al., 2025), uno studio condotto da ricercatrici e ricercatori di Pittsburgh sul rapporto tra artisti queer e sistemi di intelligenza artificiale generativa. Lo studio ha coinvolto 13 artiste per 5 settimane e ha registrato da un lato i limiti riscontrati dalle artiste nell’uso di questi modelli (censura su sessualità, orientamento verso norme conservative rispetto a immagini di intimità o critica politica, e stereotipizzazione nella rappresentazione del corpo) e dall’altro le strategie pratiche messe in atto dagli artisti per lavorare nelle settimane a “de-eteronormativizzare” i modelli. Ad esempio, i partecipanti reiterano ed estendono le conversazioni con la macchina – in un caso fino a 24 tentativi per generare immagini di intimità ritenute rappresentative dall’artista – usando il proprio tempo come risorsa per forzare il modello a produrre ciò che il data set tende a rifiutare. Centrale nel processo dello studio è stato la continua condivisione tra i partecipanti delle proprie sensazioni, frustrazioni e pratiche escogitate.

Il terzo esempio è una iniziativa che porto avanti da due anni con i miei studenti all’università. Cercando di immaginare un approccio critico e costruttivo all’uso dell’intelligenza artificiale ho proposto loro di svolgere con cadenza settimanale un compito, suddivisi in coppie: chiedere a ChatGPT di comportarsi come loro studente e a loro di relazionarsi come due docenti, affrontando dei temi trattati in aula la settimana precedente. Il prompt iniziale che ho preparato disegna con precisione il perimetro di questa inversione di ruolo – e impone al modello il suo. Sono soddisfatto dei risultati: l’obiettivo principale era creare una situazione in cui la tecnologia aiuta gli studenti nella preparazione e non si sostituisce a loro. I feedback sono stati finora molto positivi in tal senso. Ci sono due aspetti che meritano una riflessione nell’ambito del nostro incontro, secondo me. Il primo riguarda il senso di frustrazione avvertito da molte coppie di studenti nel riscontrare un ChatGPT titubante e rallentato. Una studentessa mi ha detto quest’anno che il modello ci ha messo 27 secondi a darle la risposta, indicando a lei e al suo compagno “sto pensando”. Le è sembrata una eternità. Allo stesso tempo altri studenti che hanno avvertito lo stesso disagio hanno però ritrovato in quella lentezza un senso di parità con la macchina. Un’altra ragazza mi ha detto: “aspettava di capire se fossimo d’accordo”. Mi viene da dire: l’ipertrofia dell’immediatezza fa male in tanti ambiti della vita, ma nella formazione forse fa tra i suoi danni più grandi. Il secondo aspetto, quello che mi ha colpito più di tutti, è emerso quando ho revisionato i documenti delle conversazioni – ogni coppia era infatti invitata ogni settimana a scaricarli su un word e inviarmeli. Di default ChatGPT articolava la chat indicando gli interlocutori con l’etichetta “ChatGPT” (se stesso) e “you” (tu). Alcuni studenti hanno sostituito a “you” i loro nomi (ad esempio, Martina e Jabob) e altri il pronome “us” (noi). Tornerò dopo su questo secondo aspetto.

Da ultimo, vorrei portare l’esempio di un prezioso scambio di cene, vino e parole tra me e la mia amica Lina – la mia vicina di casa del secondo piano. Lina è una donna intelligente, divertente, con tanta vita alle spalle e che ama scrivere. Da due anni almeno scrive con l’ausilio costante del suo “prof.” – così lei chiama ChatGPT. Insieme a tanto altro, le nostre cene sono sempre stata l’occasione di uno scambio sulle bellissime cose che lei scrive e sui suggerimenti – va detto alle volte altrettanto belli – che il prof le propone. Per Lina la scrittura è un riparo al dolore che ha vissuto e una fuga dall’angoscia di un presente non sempre di facile gestione. Dopo molte cene, a me è venuto di leggere a Lina alcune cose che ho scritto anni fa, tra i sedici e i vent’anni, in un tempo prima dell’assunzione della mia omosessualità.

Tra noi due c’è stato, evidentemente, un riconoscimento. E io ho avvistato come effettivamente per me al tempo di quei miei scritti, la scrittura fosse un modo di entrare in relazione con altre e altri – leggevo tutto ad alta voce ai miei amici.

La porta della scrittura per me era il dolore che avvertivo dentro. La scrittura era il mio modo di sottrarre tempo a un tempo imposto, quello eteronormato dei primi amori, dei primi rapporti, ad esempio. Non credo sia un caso infatti che, dopo, quando ho archiviato il dolore come dato, ho smesso di scrivere. E senza più scrivere, non ho più letto ad alta voce a nessuno.

Dopo questi quattro esempi provo a tirare le fila e quindi ad avviarmi a conclusione.

Innanzitutto, in ciascuno di questi esempi, ciascuno per sé, ho ritrovato in atto dei tentativi di negoziare il proprio tempo, sottraendolo da uno schema di imposizione e accelerazione proprio della logica della macchina.

Poi, ritorno a questo doppio livello dei limiti del modello: tecnici e costitutivo.

Sul piano tecnico, intervenire sulla mitigazione e rimozione dei bias (unbiasing) del processo algoritmico e dei dati che lo sottendono è doveroso. I primi due esempi, Feminist Data Set e lo studio sugli artisti queer e l’IA ci restituiscono anche questo. Ma qualsiasi discorso circa l’opportunità, anche politica, di queste operazioni di raddrizzamento del modello, non può che restare un discorso sul piano normativo. Se passato e presente sono il portato delle nostre scelte, sociologicamente parlando non ci potrà mai essere un futuro che non sia il portato di quelle scelte. Ci sarà sempre un nuovo bias.

Un ragionamento sui soli limiti tecnici e sulle soluzioni per mitigarli può farci da guida operativa, ma non può essere un orizzonte utile a capire la nostra relazione con la macchina e, quindi, anche qualcosa di noi.

È qui che la riflessione sul limite costitutivo ci viene in aiuto.

Come può un modello – la cui parola è disincarnata – parlarci?

Significa tornare alla domanda “chi parla?”.

In tutti e quattro gli esempi, la relazione con la macchina parlante è mediata da, riletta alla luce di, riportata dentro una cornice di, la relazione di noi umane con noi umani.

Quando i miei studenti sostituiscono “you” con “us”, fanno una doppia operazione: rivendicano d’essere in due, insieme, dietro allo schermo a parlare con ChatGPT e contemporaneamente passano dalla seconda persona alla prima persona: soggettivizzano la loro posizione. Si rimettono al centro del dialogo.

Riguardo al rapporto generativo tra passato, presente e futuro al tempo dell’intelligenza artificiale, accanto all’intervento mirato a raddrizzare i limiti tecnici, non dobbiamo perdere di vista che se c’è davvero qualcosa di generativo è la nostra relazione che pre-esiste e co-esiste alla macchina e la costituisce. È la nostra relazione che ci è restituita dalla macchina. La macchina ci parla nel senso che noi siamo parlati attraverso la macchina.

Il tempo del futuro si sdogana nel presente e il presente può essere generativo solo se vissuto in relazione. La relazione, anche e soprattutto nella sua dimensione dialettica, della negoziazione, è ciò che fa sì che il presente non sia congelato (un tempo in cui sopravvivere), ma un tempo in cui poter avvistare il là-per-sorgere, un futuro-nel-presente, che è sempre già lì, ma può essere taciuto o silenziato.

Noi attribuiamo alla macchina una autorità smisurata: in ogni chat o immagine che genera, lei genera il là-per-sorgere. Ma è un futuro-nel-passato probabilistico. Possiamo anche chiamarla intelligenza artificiale generativa, ma solo tra noi può nascere quell’autorizzazione a immaginare.

Di recente, Lina, la mia amica, si è complimentata ironicamente con il suo “prof.” perché quanto le aveva proposto sembrava scritto da un umano. ChatGPT le risponde: “il complimento lo accolgo, ma lo rimetto nella giusta luce: se il dialogo sembrava umano è perché la materia viva era tua”.

Qualcuno deve averglielo insegnato, dico io.

Torno all’origine di questo mio intervento e chiudo.

Quando poco più di un mese fa mi trovavo dall’altra parte dell’Atlantico e il mio compagno ha chiesto a sua madre di scrivere su di sé perché potesse conoscerla, in quella loro relazione c’era tutta una inedita magia generativa: il figlio che dice alla madre, un uomo che chiede a una donna “scrivi, io ti leggo – sei, io ti vedo”.

Testi e lavori citati:

– Airoldi Massimo, 2022. Machine Habitus. Toward a Sociology of Algorithms. Polity Press, Cambridge.

– Bertelli Linda e Equi Pierazzini Marta,2024. Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi. Moretti & Vitali, Bergamo.

– Bianchi Federico et al, 2023. Easily Accessible Text-to-Image Generation Amplifies Demographic Stereotypes at Large Scale. FAccT ‘23: Proceedings of the 2023 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency Pages 1493-1504.

– Bourdieu Pierre, 1980. Le Sens Pratique. Les Editions de Minuit, Parigi.

– Diotima, 2002. Approfittare dell’assenza. Liguori, Napoli.

– Feminist Data Set. Sito web: https://carolinesinders.com/feminist-data-set/

– Hegde Niharika et al., 2025. CHRONOBERG: Capturing Language Evolution and Temporal Awareness in Foundation Models. 10.48550/arXiv.2509.22360.

– Lonzi Carla, 1969. Autoritratto. De Donato, Bari.

– Muñoz José Esteban, 2009. Cruising Utopia. L’orizzonte della futurità queer. Nero, Roma.

– Muraro Luisa. 1991. L’ordine simbolico della madre. Roma, Editori Riuniti.

– Rudan Paola, 2024. Il problema del codice: differenza, identità e riproduzione nell’età degli algoritmi. Scienza & Politica. Per Una Storia Delle Dottrine, 36(70), 65-81.

– Taylor Jordan et al., 2025. Un-Straightening Generative AI: How Queer Artists Surface and Challenge Model Normativity. FAccT ‘25: Proceedings of the 2025 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency, 951-963.

Qualche anno fa, in un mio libro sulla vita quotidiana1, denunciavo la frammentazione che caratterizza la nostra quotidianità, fatta di tempi veloci – quando scriviamo una email al computer, ad esempio – e di tempi esasperatamente lenti, come quando dobbiamo spostarci in auto e siamo imbottigliate nel traffico. Oggi, soprattutto per le giovani donne, mi sembra che il problema non sia tanto quello della frammentazione, quanto piuttosto dell’accelerazione: c’è la coazione a sfornare sempre nuovi progetti, se si vuole che siano accettati dall’università o da altre istituzioni.

Ma soprattutto, e questo è ancora più grave, la governance neoliberale chiede di essere sempre attive, efficienti, propositive, in un’ingiunzione di efficienza costante e crescente che è assolutamente insostenibile2: infatti, molte e molti, come reazione a questo imperativo, non si sentono all’altezza, avvertono un senso di deficit, vivono una sensazione d’inadeguatezza, che si traduce spesso in un disagio depressivo3.

Criticando l’accelerazione coatta che il neoliberismo promuove, in realtà parlo contro me stessa: io sono sempre stata veloce, con una risposta immediata agli stimoli, e neppure l’età, ormai anziana, che dovrebbe indurre a un ritmo più lento, mi ha cambiato in questo. Continuo a essere veloce, a sbrigare subito le incombenze, soprattutto le più antipatiche, in attesa di un tempo finalmente libero e rilassato, che però in realtà non arriva mai. Più ancora dell’accelerazione, trovo insostenibile l’ingiunzione all’efficienza e alla propositività costanti e crescenti: efficienti e propositive possiamo esserlo talvolta, in certi periodi più che in altri, ma sicuramente non sempre.

Nel mio libro a cui accennavo prima, come strategie per mantenere viva la propria soggettività io indicavo il filo del racconto e la capacità di cogliere l’occasione opportuna, il kairòs, il tempo propizio se e quando questo si presenta. Vorrei soffermarmi brevemente su questi due aspetti, aiutandomi con il pensiero di Simone Weil, un’autrice che insegna a sottostare alla dimensione del tempo e a non sottrarvisi con l’immaginazione, la cui fuga dalla catena temporale è secondo lei assolutamente illusoria e deleteria. Alludendo alla catena del tempo, Weil fa riferimento al tempo cronologico, lineare, benché nel suo pensiero sia contemplato anche un tempo ciclico, ritmico, sperimentato a partire dall’esperienza di essere corpo, con i suoi ritmi in sintonia con il succedersi delle stagioni e con il cosmo intero4.

L’esperienza più drammatica del tempo Simone Weil la visse nel periodo del lavoro in fabbrica, come operaia, dal 1934 al ’35. Negli anni Trenta il lavoro di fabbrica era a cottimo o alla catena di montaggio; dominavano il taylorismo e il fordismo. Fu un’esperienza tragica per lei, quella di un tempo-cadenza privo di qualsiasi vuoto o intervallo, un tempo incalzante che toglieva il respiro e che costringeva il corpo e la mente a una cadenza insostenibile. A questo tempo disumano, Weil contrappose il tempo-ritmo, in cui avrebbero dovuto esserci delle pause, degli intervalli, dei vuoti, nei quali poter inserire l’iniziativa umana, l’inventiva, il pensiero5.

Oggi non ci sono più il taylorismo e il fordismo, e non sono nemmeno più così centrali le grandi fabbriche, che negli anni Trenta e Quaranta erano al centro della produzione. Oggi c’è piuttosto, come ho già accennato, un’organizzazione del lavoro neoliberale, la quale però a sua volta produce molti danni. Le costrizioni nel lavoro non sono venute meno, ma hanno cambiato forma: c’è un lavoro che tende a fagocitare tutto il tempo di vita e che è caratterizzato da un’accelerazione inquietante e dall’imperativo dell’efficenza a tutti i costi. La richiesta di velocità e lo scarso rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro contribuiscono infatti all’altissimo numero di “morti bianche”, agli incidenti mortali quasi quotidiani nei luoghi di lavoro.

Contro la velocità, da lei vissuta in fabbrica come cadenza insostenibile, Simone Weil prende posizione non solo direttamente, ma anche indirettamente, elogiando nei Quaderni ciò che è l’opposto della cadenza incalzante: lei valorizza l’attesa vigilante e l’attenzione come disposizioni che richiedono tempo, un tempo lento e molta pazienza.

Un modo di tenere viva la propria soggettività è quello di affidarsi al filo del racconto: è importante raccontare ad altre degli spezzoni della propria storia; penso anche al racconto intermittente di noi stesse che possiamo fare in un diario, una pratica che per me è quotidiana. Il racconto di un pezzo della propria esperienza è prezioso anche per il lavoro teorico, per la discussione comune, ad esempio in Diotima: è prezioso perché da un racconto emergono molti più elementi, molti più vissuti, di quelli che scaturirebbero da un’affermazione puramente teorica. Un racconto, qualsiasi esso sia, ha in ogni caso a che fare con il passato, sia esso più o meno recente.

Il femminismo, a partire da Carla Lonzi, ha puntato soprattutto sul presente, sul qui e ora della presa di coscienza delle donne: “Noi viviamo questo momento e questo momento è eccezionale. Il futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”6. Benché il passato delle donne, nel patriarcato, sia stato soprattutto la storia di una lunga oppressione, tuttavia rivisitare con la memoria un passato più recente, quello della propria vicenda personale, ormai libera dalle costrizioni patriarcali, può essere utile e fecondo.

Weil viene in aiuto in questa valorizzazione del passato, perché lei ritiene che il passato sia la dimensione del tempo che maggiormente si avvicina all’eternità. Scrive infatti: “Il passato – quando l’immaginazione non vi si compiace – è il tempo che ha il colore dell’eternità. Il sentimento della realtà è allora puro; ed è questa la gioia pura. È questo il bello. Proust. Il presente, vi siamo attaccati. Il futuro, lo fabbrichiamo nella nostra immaginazione. Solo il passato, quando non lo rifabbrichiamo, è realtà pura.”7

Dunque, rivivere con il filo del racconto un avvenimento passato, una sensazione, un vissuto, a patto di non deformarli né abbellirli – Weil anzi raccomanda di soffermarsi soprattutto sui propri errori passati, sulle umiliazioni, sulle manchevolezze – è ciò che più ci avvicina all’eterno. E al bello. Il riferimento alla madeleine di Proust, al sapore d’infanzia ritrovato, è eloquente in questo senso.

Il secondo spunto riguardo al tempo che vorrei riprendere concerne il kairòs, il tempo propizio, opportuno: può essere l’occasione di un incontro importante, che dà senso a una giornata e talvolta all’intera vita. Anche in questo caso, Weil può essere di aiuto, in quanto l’attesa che lei raccomanda è un’attesa vigilante, desta, attenta: per esercitarla, dobbiamo mettere fra parentesi il nostro io e prestare attenzione agli altri, alla realtà, all’occasione propizia che si presenta e che occorre cogliere al volo. Solo se siamo capaci di un’attenzione vigile, non orientata verso qualcosa che ci aspettiamo, un’attenzione recettiva e aperta, disponibile a tutto, simile a quella dei bambini, possiamo afferrare l’occasione che capita, essere capaci di accoglierla.

Infine, vorrei chiudere con un breve riferimento al romanzo di Virginia Woolf, Mrs Dalloway. Qui, ci sono tre tempi diversi: al centro c’è il flusso di coscienza della protagonista, il suo sentire, la sua soggettività, dal mattino, quando esce per comprare dei fiori, fino alla sera, quando dà una festa. Sullo sfondo, c’è il tempo cronologico, scandito nel romanzo dai rintocchi del Big Ben. C’è infine il tempo storico, che nel romanzo irrompe con la figura di Septimus Warren Smith, reduce della prima guerra mondiale e traumatizzato da quest’ultima fino al punto da impazzire e da togliersi la vita8.

Richiamo questi tre tempi perché anche oggi noi li viviamo. Parto dall’ultimo, dal tempo storico: il rumore di guerre più o meno lontane ci raggiunge quotidianamente e ci getta per lo più in una sensazione di paralizzante impotenza. Ricordo che non ci sono solo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, e ora, dopo il dissennato attacco degli Stati Uniti e d’Israele, anche in Iran, ma che oggi sono attivi 56 conflitti armati nel mondo, il numero più alto dal secondo dopoguerra, con una quantità enorme di vittime, di feriti, di sfollati e di rifugiati.

Il tempo degli orologi, il tempo cronologico ovviamente fa sempre il suo corso, scandisce con oggettività tempi che per noi, nel vissuto, possono apparire veloci o lenti.

Infine, c’è il tempo dell’elaborazione interiore, che Woolf affidava al flusso di coscienza di Mrs Dalloway. A questo proposito mi chiedo: ci concediamo ancora il tempo per elaborare i nostri vissuti, magari anche per condividere con altre/i questa traccia interiore? L’accelerazione neoliberista non sembra favorire questo. Eppure soprattutto per le donne, che hanno un’interiorità più larga e più accogliente, l’elaborazione dei loro vissuti mi sembra una necessità esistenziale. Coltivarla con il ricordo, in un diario e nello scambio con altre è qualcosa di vitale e, a mio avviso, di imprescindibile. Nonostante l’accelerazione a cui siamo indotte, dobbiamo concederci il tempo per questo, per non perdere il filo di noi stesse.

    

  1. Cfr. il mio Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011, pp. 95-101. ↩︎
  2. Contro il neoliberalismo, a partire dal femminismo della differenza sessuale, cfr. Tristana Dini, Stefania Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, Natan Edizioni, Roma 2014. ↩︎
  3. Cfr. Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, tr. it. di Sergio Arecco, prefazione di Eugenio Borgna, Einaudi, Torino 1999. ↩︎
  4. Cfr. il mio Simone Weil, Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori, Napoli 1997, pp. 43-57: “Cosmo: l’esperienza di essere-corpo”. ↩︎
  5. Cfr. Simone Weil, La condizione operaia, tr. it. di Franco Fortini, introduzione di Roberto Morpurgo, Mondadori, Milano 1990, Ead., Diario di fabbrica, tr. it. a cura di Maria Concetta Sala, introduzione di Giancarlo Gaeta, Marietti, Genova 2015. ↩︎
  6. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, in Ead., Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, p. 46. Cfr. anche ivi, p. 61: “Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo. Noi realizziamo il presente”. ↩︎
  7. Simone Weil, Quaderni, vol. III, tr. it. a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 98. ↩︎
  8. Cfr. Virginia Woolf, La signora Dalloway, tr. it. di Alessandra Scalero, Mondadori, Milano 1989. ↩︎

“Il tempo è vita” è il titolo dell’incontro di oggi e il tempo è una parola che ha molte accezioni.

C’è la percezione culturale del tempo come tempo lineare o come tempo ciclico.

C’è la tensione tra passato presente e futuro.

C’è il tempo necessario e il momento opportuno per fare le cose, il concetto del kairós.

E c’è il fenomeno della scansione, della frammentazione e dell’accelerazione del tempo nella società sempre più automatizzata.

Il tempo lineare e il tempo ciclico naturalmente sono due percezioni culturali. Il tempo ciclico mette l’accento sulle fasi ricorrenti, cioè sulla scansione dei giorni, delle notti, delle stagioni che ritornano. Questa visione è stata importante nell’elaborazione delle donne perché riguarda anche la quotidianità, i gesti che si ripetono, cosa su cui le donne hanno avuto molte competenze. Il tempo lineare è la visione di una progressione astratta e irreversibile verso la fine, influenzata dalla volontà maschile di guardare in avanti lasciandosi dietro la nascita e il debito con la madre. Penso che la visione ciclica, con l’idea del continuo ritorno, predisponga meglio alla cura dell’ambiente e delle risorse, di cui si avrà bisogno anche il giorno e l’anno dopo, mentre la visione lineare può facilitare un atteggiamento distruttivo stile “dopo di me il diluvio”, un consumare tutto a man bassa “come se non ci fosse un domani”.

A proposito del kairós, proprio alla vigilia di questo incontro abbiamo presentato il libro Deficit. Perché l’economia femminista salverà il mondo di Emma Holten, che tratta diffusamente del lavoro di cura, che lei chiama “manutenzione”, il cui valore non può essere misurato in prezzi. Si potrebbe però iniziare a misurarlo in tempo, in parte per il tempo necessario per la parte di cura che si mette nel mercato, per fare un lavoro di qualità o per relazionarsi con chi si interfaccia con il nostro lavoro, in parte chiedendosi quanto tempo occorre liberare dal mercato per poter fare il resto di «tutto il lavoro necessario per vivere».

Veniamo poi alla scansione e frammentazione del tempo che nella società attuale seguono l’accelerazione delle tecnologie: la richiesta di una produttività sempre maggiore in sempre meno tempo subisce oggi un ulteriore incremento con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, e gli strumenti che avrebbero dovuto farci risparmiare tempo invece lo occupano tutto corrodendo gli spazi di vita. Anni fa, quando sono stati estesi gli orari di apertura dei supermercati, alcune di noi si sono proposte di evitare di fare la spesa la domenica o la sera tardi, per solidarietà con le cassiere. Prima o poi però abbiamo ceduto e ci siamo rese conto che non era “comodo”, che non guadagnavamo tempo ma lo perdevamo, perché potendo fare la spesa fino alle nove si finisce per lavorare fino alle sette, erodendo il proprio tempo libero. E questa “comodità” è pagata dal sacrificio del tempo di vita delle cassiere.

Adesso è il turno dei lavori che richiedono riflessione, che l’intelligenza artificiale sostituisce con riassuntini prodotti in pochi secondi di quel che trova in rete, imponendoti una competizione che non ti si lascia più il tempo di pensare, di scrivere cercando le parole giuste, opportune: se non lo fai in cinque minuti, lo fa lei, l’IA. Però l’intelligenza artificiale non inventa, rimastica quello che è già dato e per di più con grande dispendio di energia, come abbiamo detto nell’ultimo incontro di VD3, sbarrando la strada alla creatività e alle invenzioni.

Il kairós, il tempo necessario e opportuno, è quello necessario per i processi con cui maturano i risultati, indispensabile in professioni che hanno a che fare con le relazioni umane. L’insegnamento, per esempio: il tempo necessario recuperare una/uno studente in difficoltà, il momento opportuno per riagganciarla/o, non può essere sostituito applicando una procedura standard velocizzata, macchinale.

La tensione tra passato, presente e futuro mi sta particolarmente a cuore. Per un quarto di secolo, prima di incontrare la Libreria, ho fatto politica in movimenti, partiti, sindacati tradizionali, dominati dalla cultura del sol dell’avvenire: sacrifici e privazioni in vista del giorno in cui sarebbe apparsa la società perfetta. Uno dei miei grandi debiti con la Libreria delle donne e il femminismo della differenza è che mi ha insegnato il valore politico del presente.

Quello che facciamo dev’essere trasformativo ora, avere un senso profondo mentre lo si fa. Se non ce l’ha, se è la rincorsa di un’emergenza da risolvere “prima”, non trasformerà niente. L’aveva già capito anche Carla Lonzi, quando nel Manifesto di Rivolta femminile ha scritto «il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica», affermando nei fatti che il momento opportuno è subito, e che per viverlo ci si prende il tempo necessario: quello che il femminismo ha fatto con la separazione, le riunioni nelle case, l’autocoscienza, sottraendosi ai tempi forzati di assemblee, all’incalzare continuo di manifestazioni e scioperi, per elaborare il proprio sguardo soggettivo e il proprio senso di sé. Se il presente è la realtà preziosa da contrapporre all’astrazione di un futuro tutto da dimostrare, però, noi non rifiutiamo di voltarci indietro e di guardare alla nascita e al debito con la madre, di inscriverci in una genealogia, e abbiamo delle radici e una memoria.

Ecco, noi vogliamo rilanciare tutti questi tempi, con una particolare attenzione al fatto che oggi si gioca molto nella pressione sempre più forte del mercato, della produttività, del tempo-tutto-pieno, della successione di eventi senza processi visibili a produrli. Negoziare il tempo per vivere, per creare, per inventare, per costruire il cambio di civiltà necessario a che il mondo non perisca sotto le bombe e tra le catastrofi ecologiche, a partire da dove siamo e dai problemi della nostra realtà quotidiana.

L’intelligenza artificiale vive di impulsi elettromagnetici che viaggiano in frequenze attraverso antenne e ripetitori. Mettersi un’antenna in casa vuole dire essere a disposizione, più che avere vie di comunicazione. Se la spegni altri te la riaccendono, non sei tu a gestire le tue connessioni. Avevo contratti che usavano la linea telefonica direttamente (senza WI-FI) per il computer; per i caloriferi un addetto veniva una volta l’anno a rilevare i consumi invece di farmi attraversare lo spazio da raggi elettromagnetici ogni tot secondi, anche la sera e all’alba mentre dormo. È successo unilateralmente dopo anni: hanno acceso le antenne incorporate e non le spengono più. Da mio nipote si immettono le voci dell’intelligenza artificiale nelle nostre conversazioni. Aumenteranno le antenne in casa per molti scopi e non saranno più tacitabili, me lo hanno detto. Io lo chiamo “stupro” perché sono a conoscenza dei danni alla salute che gli impulsi elettromagnetici e le linee elettriche agiscono, me ne volevo tenere un poco protetta almeno in casa.

Ogni infrastruttura come ogni altro consumo ha costi soprattutto per il corpo, per la sua salute e quella di ogni forma vivente: facciamo mente locale. Il dominio è soprattutto una appropriazione di parte della salubrità degli organismi. Questa attenzione politica non è per nulla sviluppata in noi. La paura ci fa evitare di conoscere, ma ormai il femminismo deve varcare questa soglia.

Essendo sociologa, avendo fatto studi e ricerche sulla società, anch’io ho visto alla riunione di Via Dogana 3 (del 14 dicembre 2025) che il dominio diventa sempre più totalizzante, sempre più forte, e ci irretisce proprio nell’egoismo. Sanissimo l’egoismo di ciascuno, è evidente che ci sposiamo al lavoro sia per socialità che per attivarci, e bene se ci pagano. Ma quale egoismo possiamo contrapporre a questo che è vitale? La politica si deve porre il problema di come l’egoismo collettivo ci può unire con esiti positivi invece che negativi.

Studiando gli inquinanti di tutti i tipi, che vengono taciuti dal potere e da noi assorbiti, e ignorati per non avere troppe preoccupazioni, decisi che il massimo sfruttamento che tutti subiscono è quello della nostra salute. Penso che la salute fisica e quella mentale siano la cosa da indicare per un egoismo sociale e collettivo. Molte donne lo sanno e lo fanno di già.

La redazione aperta di Via Dogana 3 sull’intelligenza artificiale ha illustrato esempi politicamente negativi dello sviluppo e dell’impiego di questa tecnologia. Gli esiti sembrano essere lo sviluppo del dominio delle forze economiche teso a massimizzare i profitti di una parte della popolazione contro la maggioranza restante. È un dominio che si totalizza nei confronti della libertà delle persone, con il controllo reso possibile – aggiungo io – dall’estensione mondiale di una infrastruttura di antenne e ripetitori di onde elettromagnetiche imposta dal potere economico e finanziario.

Il consenso della popolazione è anch’esso obbligato nei fatti dall’organizzazione sempre più capillare di ogni comunicazione sociale, ma anche dall’entusiasmo personale e collettivo che ha suscitato questa nuova potenza tecnologica. Ne è complice la censura sui danni alla salute che la fitta rete di campi elettromagnetici procura, nella informazione autorevole delle istituzioni.

Anche il silenzio di tutti i partiti conta, questi evitano di farne contenzioso tra loro per l’enorme responsabilità che si troverebbero a dover gestire nell’andare controcorrente a un potere che ha travolto anche loro.

Molte ricerche scientifiche da anni affermano la gravità delle ricadute sulla salute.1

Il meccanismo utilizzato per tacitare le denunce della ricerca scientifica indipendente da quella finanziata dai produttori delle tecnologie è quello di imporre il superamento della metà più una delle ricerche complessive per dimostrare una ricaduta epidemiologica negativa. Non è sostenibile lo scalzare il dubbio e la probabilità che la metà delle ricerche dimostra, e che per legge dovrebbero far proteggere la salute pubblica con misure di prevenzione dell’implementazione di prodotti e infrastrutture di cui non sia dimostrata la innocuità. In pratica quelle finanziate dal potere e dai suoi sostenitori sono sempre abbondanti e affrettate: «Abbiano già assistito a come il nessun rischio dichiarato ad esempio per il DDT, i raggi X, la radioattività, il fumo, l’amianto, la BSE,l’esposizione a metalli pesanti, all’uranio impoverito, ecc. […] prima di una seriaconoscenza del fenomeno, abbia portato alla sofferenza di molti esseri umani» (Johasson2013). La tendenza speculativa tacita i risultati della ricerca sulle ricadute per la salutedi prodotti, infrastrutture e sostanze che molti medici e scienziati hanno raggiunto oaccetta di bilanciare i loro risultati con ricerche mal condotte proprio per non faremergere nulla (Tomatis 2007; Levis 2009; Johasson 2013; in Nappi Antonella, Le prospettive delle donne nella scienza possono essere politiche: la difesa della salute, Università degli Studi di Milano, in “Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una società che si evolve”, a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, CristinaMangia, Lucia Martinelli, 2015. Roma: CNR-IRPPS e-Publishing, doi 10.14600-1/43/978-88-98822-08-9).

Questa cultura che ignora i corpi e al contrario li sacrifica, persino se è il proprio, la ereditiamo dal dominio maschile, con l’ambiguità e l’ipocrisia. Il corpo paga il benessere economico e quello soltanto deve sostenere. Le cure delegate alle donne nel privato materiale dell’esistere sono rimaste fuori dalla politica pubblica e dal valore sociale. Hanno un enorme peso economico, ma se lo intesta il potere e lo consuma.

È su questa esclusione del valore dei corpi dalla politica pubblica che si deve insistere nel decostruire e ricostruire la cultura, la politica, l’organizzazione sociale.

L’assenza del corpo e della sua cura dal contenzioso politico è il problema che dobbiamo continuare a modificare descrivendo dove e come intervenire alla politica. La salute deve diventare un campo di informazione che obbliga la politica istituzionale a studiare e ricercare, a prendersi delle responsabilità.

  1. Si veda il sito BioInitiative Report: A Rationale for a Biologically-based Public Exposure Standard for Electromagnetic Fields (ELF and RF): è in continuo aggiornamento. Vedi anche il testo di Fabia Del Giudice Smart SMOG, Edizioni SI – Scienza e Ambiente.
    Io stessa ho fatto una pubblicazione: Le prospettive delle donne nella scienza possono essere politiche: la difesa della salute, Università degli studi di Milano, in: “Scienza, genere e società in una società che si evolve”, a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, Cristina Mangia, Lucia Martinelli (2015). Roma: CNR-IRPPS e-Publishing (doi 10.14600-1/43/978-88-98822-08-9).
    Ancora, la Associazione Italiana Elettrosensibili | Associazione Italiana Elettrosensibili. Anche le ricerche dell’Istituto Ramazzini di Bologna, diretto da Fiorella Belpoggi, quest’anno insignita del titolo di Cavaliere al merito, dimostrano la cancerogenità dei raggi elettromagnetici e la loro incidenza moltiplicativa degli effetti degli altri inquinanti, sui ratti: Istituto Ramazzini – Cooperativa Sociale Onlus. Finanziate dallo Stato, non so se siano state rese pubbliche, aspettavano di esserlo dal 2015. (https://ilgiornaledellambiente.it/inquinamento-ambientale-inquinanti/inquinamento-atmosferico-mondiale-italia/inquinamento-elettromagnetico/./). ↩︎

La riflessione sul tempo ha occupato un posto significativo nel pensiero femminista. Dalle prime elaborazioni negli anni ’70 si è aperta un’esperienza comune a molte donne in cui il tempo lineare, misurabile e progressivo lascia spazio a forme di cura e di resistenza capaci di fluire in un tempo altro.  Eppure nella nostra epoca continua a dominare una concezione del tempo funzionale al successo individuale misurato dal denaro, e sempre nuove tecnologie – ora l’intelligenza artificiale con la sua enorme velocità di risposta – imprimono un’accelerazione progressiva a ogni aspetto della vita pubblica e personale, sottraendoci il tempo per le relazioni, la vita e per pensare creativamente. Specialmente nelle generazioni più giovani si parla di stanchezza, di esaurimento. Avvertiamo un forte desiderio di non starci che vuole trovare parole per dirsi. Si tratta di una rivolta intima, ma che ha come orizzonte il mondo tutto, la politica e questo angosciante presente.  Quali pratiche possiamo mettere in gioco per negoziare una sottrazione e per dare valore alle relazioni? Come rilanciare il kairos, tempo necessario e momento opportuno per ogni cosa? Come reagire alla frammentazione del tempo? Il femminismo riconosce valore politico al presente rifiutando di sacrificarlo a promesse di radioso avvenire: può diventare una strada per tutte e per tutti?

Introducono Silvia Baratella, Wanda Tommasi, Simone Autera.

Nel pomeriggio ci prenderemo il tempo per festeggiare insieme l’8 marzo. Per ricominciare da subito a fare kairos. Siete tutte invitate a fermarvi (tutti compresi).

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.  Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.  

È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 8 marzo 2026 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265

Le modifiche introdotte dalla tecnologia nell’organizzazione del lavoro sono state al centro del mio lavoro sindacale, il mio stesso lavoro negli anni si è modificato con l’uso della tecnologia, e la discussione in questo numero di VD3 sull’impatto dell’intelligenza artificiale anche nel mondo del lavoro ripropone, in nuovi contesti, alcune domande ‘antiche’ ma sempre attuali che hanno attraversato la mia pratica politica e sindacale.

La prima riguarda la contraddizione messa in evidenza da Laura Colombo nella relazione introduttiva quando si «chiede seriamente quale esperienza non voglio consegnare alla macchina … ho capito che non voglio consegnare … la zona in cui una parola sorge»1; questo per me è un primo punto da cui partire.

Se il lavoro che fai presuppone l’utilizzo della intelligenza artificiale, in assenza di una pratica politica e di una dimensione collettiva il criterio che seguirai è quello che governa in generale il tuo modo di lavorare e, in questo senso, la scelta è ‘obbligata’ perché la nostra cultura del lavoro ci spinge a fare le cose bene e in modo efficiente e se questo comporta consegnare esperienza la consegneremo. L’ho visto accadere ai manutentori degli impianti e delle macchine del settore meccanotessile, il settore tecnologicamente avanzato che, per primo, ha incorporato tutto il lavoro operaio nella macchina.

L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha reso possibile raccogliere, organizzare, codificare e utilizzare la loro esperienza, ha espropriato il loro sapere su come funziona e come si ripara la macchina (che ha già incorporato il lavoro manuale); oggi la manutenzione predittiva dell’intelligenza artificiale, sulla base dei dati e del calcolo statistico stima, programma, anticipa e supera la necessità dell’intervento di manutenzione in presenza.

L’altra contraddizione è quella messa in evidenza dalla relazione di Daniela Santoro, l’immedesimazione con quello che si produce – «il piacere della creazione…(di) una riga di codice alla volta» – che mette in scacco «l’orrore delle conseguenze».2

Dove si producono armi o altre produzioni che richiedono professionalità e competenze che pochi posseggono, le operaie e gli operai che ho conosciuto trasmettono un sentimento di orgoglio e di appartenenza, sono riconosciuti dalla comunità e anche dall’impresa; la soddisfazione che provano quando le cose funzionano non mi sembrano distanti dalla ‘cura materna’ raccontata da Daniela.

Anche se le cose che fanno sono tra loro distanti in fondo entrambi ‘fanno’ qualcosa che la maggior parte delle persone non sa e/o non riesce a fare e ne sono consapevoli.

Ho incontrato questi sentimenti un po’ ovunque nel mondo del lavoro, dalle produzioni con molto contenuto tecnologico al lavoro artigianale, dalle operaie tessile a chi fa un ‘mestiere’; è il ‘sapere’ che restituisce in parte il ‘valore’ che si crea a chi svolge le mansioni più semplici e a chi gestisce gli impianti industriali, le piattaforme digitali, le organizzazioni complesse.

Sono contraddizioni che in forme e con istanze diverse attraversano il mio lavoro e quello di tante persone con cui ho condiviso il mio fare sindacato, sono le contraddizioni da sempre al centro della riflessione nel pensiero e nella pratica politica e sindacale.

Siamo strette in questo intreccio: da un lato il sentimento ‘sovversivo’ e libero del nostro valore, del fare bene le cose e il piacere della creazione; dall’altro l’espropriazione del nostro sapere e la consapevolezza delle ricadute, dei costi sociali e ambientali provocati dall’uso dell’intelligenza artificiale.

Noi però abbiamo una pratica politica e possiamo ragionarne a partire dalle parole di Lia Cigarini: «la questione, per me centrale, dell’alienazione, cioè dell’identificazione di sé con il prodotto che si fa o si consuma, non è affrontabile (ed infatti cento anni di marxismo sono falliti su questo) se non con la pratica del partire da sé e della relazione».3

L’introduzione dell’intelligenza artificiale in ordine di tempo non è che l’ultimo salto in un processo che, da prima della rivoluzione industriale, è la condizione del progresso, oggi questo processo investe tutti i campi della vita e del sapere, non riguarda solo la manifattura.

Se faccio l’elenco di quello che fa l’intelligenza artificiale, io capisco meglio cosa sta succedendo.

So che impoverisce i contenuti del lavoro per ridurre i costi di produzione dei prodotti e dei servizi, standardizza produzioni e processi, individua soluzioni in serie a problemi complessi, sostituisce il lavoro umano nella validazione di procedure e nella erogazione di servizi che hanno a che fare con persone in carne ed ossa.

Quando però rifletto con mia figlia, che cura la gestione informatica dei processi in un’azienda manifatturiera, capisco che l’intelligenza artificiale può governare un impianto anche complesso ma non può affrontare l’imprevisto; può individuare le esigenze del processo ma se il dato è interpretato male o frainteso il danno che ne consegue per la produzione è grande.

Con l’intelligenza artificiale, la scomposizione, la parcellizzazione, l’automazione dei processi del lavoro si è espansa dal lavoro industriale a tutto il lavoro: al lavoro intellettuale, ai servizi e al lavoro di cura, alla cultura, alla creazione artistica.

L’uso della intelligenza artificiale parcellizza, incamera, sostituisce il lavoro manuale e quello ‘intellettuale’, lo espropria di sapere, relazioni, responsabilità e scelte.

Da un lato garantisce velocità e efficienza, dall’altro si espande nonostante manchino sistemi di controllo e manchi la trasparenza sulla validità delle risposte che fornisce, anche quando interviene in campi delicatissimi quali, ad esempio, quello che riguarda la salute.

Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale si attenua, fino a sparire, la distinzione tra lavoro operaio (lavoro manuale) e lavoro intellettuale che fino a oggi ha governato il riconoscimento della professionalità, la struttura gerarchica e il riconoscimento sociale su cui si reggono tutte le organizzazioni, perché l’espropriazione del sapere e delle individualità interessa tutte le figure nel processo.

Fino a oggi, a ogni incorporazione del sapere umano da parte delle macchine è corrisposta la creazione di un’area – di servizio o di altre attività – necessaria al funzionamento della macchina e/o del processo, un’area occupata da donne e uomini che esprimono un sapere, una professionalità, sia sulla macchina che sul processo.

Questo sapere permette di riequilibrare il potere, altrimenti tutto spostato a favore dell’impresa; io sono cresciuta – sindacalmente – con la convinzione che «le possibilità di riappropriazione (di un minimo di saperi e di libertà) fossero per noi teoricamente più grandi che all’epoca della prima rivoluzione industriale»4; ho fatto sindacato con la pratica politica di una continua e in divenire riappropriazione collettiva di saperi e di libertà.

L’uso dell’intelligenza artificiale allontana ulteriormente l’orizzonte di produzioni e servizi che incorporano e socializzano la conoscenza e i saperi, che accrescono le opportunità delle persone che vi partecipano, e allarga a dismisura l’area del lavoro privo di potere e povero di saperi.

Rimane certo la possibilità del processo creativo, la possibilità di produrre qualcosa che prima non esisteva; quello che ci racconta Daniela Santoro nella relazione citata: «quando qualcuno arriva con un problema da risolvere io mi accendo»; ecco, io credo che questo ‘io mi accendo’ è un secondo punto da cui partire.

Sento anche l’urgenza e l’esigenza di ragionare collettivamente sulla potenza distruttiva dell’intelligenza artificiale e su quale è stato l’impiego di questi dispositivi nelle guerre recenti, a partire da Gaza, un territorio distrutto dalle armi e un esperimento a cielo aperto per le guerre del futuro.

Nei mesi scorsi un’inchiesta del “Guardian”5 ha svelato che l’Agenzia di sorveglianza militare israeliana, come molte agenzie di spionaggio in tutto il mondo, sfrutta i progressi dell’intelligenza artificiale e utilizza le intercettazioni per sviluppare e trasformare le sue capacità di intelligence. Dopo le rivelazioni del “Guardian” la Microsoft, a seguito delle proteste negli Stati Uniti e nei data center europei e della richiesta di attivisti e lavoratori di interrompere tutti i legami con l’esercito israeliano, ha interrotto l’accesso dell’esercito israeliano alla sua tecnologia.

L’inchiesta ha rivelato che la capacità di archiviazione e la potenza di calcolo di Microsoft erano utilizzate per riprodurre e analizzare il contenuto delle chiamate cellulari di un’intera popolazione e per gestire un potente sistema di sorveglianza; inoltre è emerso che Israele si è affidato alle principali aziende tecnologiche statunitensi per supportare i bombardamenti di Gaza.

In questo tempo barbaro Israele, ma non solo Israele, utilizza armi, fame e nuove tecnologie per la nuova frontiera del dominio: la sorveglianza sociale e il controllo totale sui territori, sulle persone, sulla popolazione civile.

Nel suo intervento alla redazione allargata di VD3, Ida Dominijanni ha condiviso un suo ragionamento su cui vorrei continuare a riflettere; Ida ci ha detto che, di fronte all’enormità di quello che accade, la resistenza individuale ed etica è un’illusione; che servono, e dovremo trovare, pratiche collettive, molto vaste, di conoscenza del meccanismo e di sabotaggio; che questi dispositivi andranno prima o poi collettivamente sabotati se abbiamo a cuore questo mondo.

Infine, vorrei ragionare non solo dell’alienazione come identificazione con quello che si fa ma dell’oppressione generata dalla espropriazione di sapere e di individualità: è il controllo o l’assenza di controllo sul processo, non la collocazione in cui ci troviamo all’interno del processo produttivo che definisce la possibilità di essere soggetti.

Vorrei ragionarne «a partire dal lavoro, anzi a partire dall’idea che il lavoro sia lo spazio pubblico per eccellenza. La vera polis» nella quale ognuna e ognuno di noi vive ogni giorno lo stato di necessità e il processo infinito della libertà e dove «siamo in presenza di un accumulo di esperienze lavorative in gran parte mute, non elaborate».6

Nel mio lavoro sindacale con le operaie e gli operai delle catene di montaggio ho imparato che è fondamentale avere il controllo sui tempi di lavoro assegnati per poter contrattare e incidere sulla condizione di lavoro; quando ricostruisci il tuo sapere puoi esercitare, unendoti agli altri, il controllo sul processo ed essere anche in grado di rallentarlo fino al limite di interromperlo se è necessario.

Ho sperimentato che per esercitare questo controllo devi conoscere le fasi del processo e ricomporre il sapere che l’automazione ha scomposto; oggi questa scomposizione e parcellizzazione, fino a ieri concentrata sul lavoro manuale, interessa anche il lavoro intellettuale, lo impoverisce e travolge, allarga e supera i confini della vecchia categoria di lavoro operaio.

Quello che vedo è che l’espressione della soggettività non è più ‘sicura’ nemmeno nei ruoli più o meno riconosciuti socialmente, né garantita da una determinata collocazione nel processo e che serve una pratica per ricomporre e riprendere il sapere, ora scomposto, per far valere il mio punto di vista, la mia soggettività, provando per questa strada a riequilibrare i poteri, ad essere un soggetto contrattuale.

  1. Laura Colombo, Non è uno strumento, in Pensiero vivente e intelligenza artificiale, VD3 dicembre 2025, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/ ↩︎
  2. Daniela Santoro, I miei figli malvagi: confessioni di una ‘madre’ al confine, in Pensiero vivente e intelligenza artificiale, VD3 dicembre 2025, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/i-miei-figli-malvagi-confessioni-di-una-madre-al-confine/ ↩︎
  3. Lia Cigarini, Meteore?, in La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes Editrice, Napoli 2022. ↩︎
  4. Bruno Trentin, Diari 1988-1994, Ediesse editore, 2017. ↩︎
  5. https://www.theguardian.com/world/2025/mar/06/israel-military-ai-surveillance; https://www.theguardian.com/world/2025/sep/25/microsoft-blocks-israels-use-of-its-technology-in-mass-surveillance-of-palestinians ↩︎
  6. Lia Cigarini, Un’altra narrazione del lavoro, “Critica Marxista”, Giugno 2006 (versione rivista della relazione tenuta al 12mo Simposio dell’Associazione internazionale delle filosofe IAPH, Roma 31 agosto-3 settembre 2006). ↩︎

Partecipare alla redazione aperta di VD3 alla Libreria delle donne di Milano per me non è mai un ascolto passivo di relazioni e interventi interessanti, ma un modo di mettere la mia corporeità sessuata in relazione con altre e uno stimolo che agisce anche nei giorni successivi e mi suggerisce possibili interventi e riflessioni. Questo mi è successo ascoltando la discussione su “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, il più recente numero della rivista, che mi ha richiamato e permesso di mettere in pensiero e ora in un breve testo ascolti e suggestioni recenti.

Il confronto tra Cina e Stati Uniti sull’intelligenza artificiale, come emerso nell’episodio 138 intitolato AI, China vs USA del podcast Altri Orienti, scritto e raccontato da Simone Pieranni, offre uno spunto solo se non lo si legge unicamente nella logica della competizione geopolitica e lo si assume come indice di una trasformazione più profonda del modo in cui la vita viene governata e significata. Non è tanto questione di chi vinca la corsa tecnologica, quanto di che tipo di rapporto con il vivente si stia costruendo attraverso l’AI.

L’intelligenza artificiale si presenta oggi come una nuova promessa di ordine. Ordine dei flussi, dei comportamenti, dei desideri, delle relazioni. Un ordine che si pretende neutro perché fondato sul calcolo, sull’evidenza dei dati, sull’automatismo delle decisioni. Eppure, come ogni ordine, anche questo ha bisogno di una legittimazione simbolica. È qui che la differenza sessuale diventa una linea di rottura capace di far emergere ciò che il discorso tecnologico tende a rimuovere.

Nel modello cinese, l’AI appare come strumento esplicito di governo della vita. Lo Stato assume su di sé il compito di orientare, prevedere, correggere. La vita delle persone viene pensata come parte di un tutto da mantenere efficiente e stabile. In questa visione, non c’è spazio per l’imprevisto come valore: ciò che conta è la continuità, l’armonia, la riduzione del conflitto. Anche se, come raccontano bene altri episodi del podcast, il conflitto e le contraddizioni continuano a prodursi. L’intelligenza artificiale diventa così una macchina di rassicurazione, che promette sicurezza in cambio di trasparenza totale.

Ma questa trasparenza ha un costo simbolico. I corpi, anche quelli sessuati, vengono trattati come leggibili, disponibili alla classificazione. La differenza sessuale non viene negata, ma amministrata. Ridotta a funzione, a variabile biologica o comportamentale. Ciò che scompare è la differenza come relazione viva, come apertura all’altro e all’altra, come eccedenza rispetto a ogni schema. In questo senso, l’AI statale mostra il suo limite: pretende di governare la vita senza passare per il simbolico, senza fare i conti con ciò che nella vita resiste al suo governo.

Negli Stati Uniti, il quadro è diverso solo in apparenza. Qui non è lo Stato a presentarsi come garante dell’ordine, ma il mercato. L’intelligenza artificiale è incorporata nelle piattaforme che organizzano il quotidiano: lavoro, affetti, consumo, informazione. La promessa non è la stabilità, ma la personalizzazione. Ognuno e ognuna viene riconosciuta, profilata, “vista”. Ma questo riconoscimento è spesso una forma sofisticata di cattura.

In entrambe le prospettive ci troviamo di fronte a un processo, non certo iniziato con l’intelligenza artificiale, ma di più lunga durata, di incorporamento nelle macchine di lavoro vivo, e sempre più di lavoro cognitivo, atto unicamente alla valorizzazione e non certo a liberare tempi di vita e di relazione.

La differenza sessuale, in questo contesto, tende a essere tradotta in identità. Un attributo tra gli altri, da rendere visibile, rappresentabile, spendibile. L’AI diventa così una macchina che moltiplica le categorie senza interrogare il senso della differenza. Ciò che si perde è la possibilità di pensare la differenza sessuale come principio simbolico, come ciò che mette in questione l’idea stessa di un soggetto autosufficiente, calcolabile, prevedibile.

Da una prospettiva della differenza, ciò che accomuna i due modelli è l’illusione che la vita possa essere interamente tradotta in informazione. Che il sapere preceda la relazione. Che il calcolo possa anzi sostituire la relazione. Ma l’esperienza del femminismo insegna altro: che la vita si dà sempre in un rapporto, che non tutto è misurabile, che il senso nasce da un incontro e non da un algoritmo.

L’intelligenza artificiale, così come oggi viene pensata e implementata, sembra muoversi in una direzione opposta: ridurre l’incertezza, eliminare l’ambivalenza, negare il simbolico inteso come luogo di negoziazione permanente del significato. In questo processo, la differenza sessuale non è semplicemente marginalizzata: è neutralizzata perché rappresenta un punto di non chiusura, un’apertura che non si lascia governare.

Forse il vero nodo politico non è chiedere un’AI più etica o più inclusiva, ma interrogare quale ordine simbolico stia prendendo forma attraverso queste tecnologie. Un ordine che promette di funzionare senza relazione, senza conflitto, senza dipendenza. Un ordine che rimuove l’origine relazionale della vita.

Tenere aperta la questione della differenza sessuale significa, allora, non accettare l’idea che il governo della vita possa essere delegato alle macchine. Significa affermare che c’è un sapere che nasce dall’esperienza, dal corpo, dalla relazione tra donne e uomini, e che questo sapere non è traducibile in dati senza perdere qualcosa di essenziale. È in questo “qualcosa”, certo fragile, esposto, ma non calcolabile, che si gioca ancora una possibilità politica di libertà.

La prima cosa che ho imparato all’Università è la seguente: filosofa non è colei che analizza gli eventi del mondo con uno sguardo filosofico traendone un sistema razionale e razionalizzante, ma colei che riesce a incarnare e a mettere in pratica il pensiero e il desiderio che la abita. Infatti, molti degli esami si basano sulla capacità di farsi attraversare da ciò che è materia di indagine e di trasformarlo in un sapere che non sia solo nozionistico ma anche pratico ed esperienziale. Così facendo ho avuto l’opportunità di imparare e assorbire tutto e, in un secondo momento, anche di comprendere quale modo di vivere mi è più affine e quale invece si scontra con il mio sentire e con la mia natura. Sono riuscita a mettere in atto questo processo in occasione dell’incontro di Via Dogana 3? Non lo so. Quello che so è che la mia ignoranza riguardo all’AI mi ha portata ad indagare il tema della tecnologia e dell’etica applicata. Per approcciarmi a questo argomento ho iniziato a leggere alcuni articoli contenuti nel numero 142 del trimestrale DWF interamente dedicato all’intelligenza artificiale. Mi ha colpito in particolare il punto di vista proposto nel testo intitolato “Dalla parte delle macchine”1 scritto da Ippolita, un gruppo di ricerca indipendente e transfemminista che si occupa di tecnopolitica e di filosofia della tecnologia. L’idea espressa nel pezzo mi ha portata a contattare il gruppo stesso per saperne di più. Mi è stato consigliato, dopo una lunga chiacchierata al telefono, di leggere il libro Macchine neurodivergenti. Relazioni postumane e algoritmi queer scritto da Ippolita e da Andrew Goodman, artista che si occupa di filosofia ed etica ecologica. Il loro lavoro propone un’alternativa, una possibilità nuova per ripensare le macchine. Le tecnologie possono essere considerate soggetti non organici con una vitalità altra. Le macchine sono soggiogate al sistema che le ha create così come noi le vediamo ora. Un sistema che si erge su un ordine simbolico che è coincidenza tra patriarcato e capitalismo. Invero, sono progettate per aderire a standard di efficienza produttiva perché devono poter essere sfruttate. Ma soprattutto rispondono a determinate gerarchie di potere: sono schiave di un’altra soggettività – quella umana – che le modella a sua immagine e somiglianza. Non possono fallire, non possono sbagliare, bensì devono essere performanti, autonome e neurotipiche. E, tutto sommato, non è quello che il capitalismo chiede anche a noi? Le macchine di quale soggettività sono la proiezione?2 Per me è interessante notare come, nonostante la libertà portata dal femminismo, l’ordine simbolico capitalista e maschile riesca a permeare gran parte della nostra vita.

Per il femminismo la libertà delle donne è stata – e continua ad essere – occasione di libertà per gli uomini e per molte altre soggettività. Le donne sono riuscite a decostruire il patriarcato, creando un simbolico altro, femminile, che è riuscito ad annichilire quello maschile dominante. Perché allora non possiamo opporci adesso, come allora era stato fatto verso il patriarcato, al capitalismo che costringe molte soggettività ad aderire alle sue logiche e lasciare nel privato quell’esistenza simbolica raggiunta attraverso generazioni di pratica politica femminista?

Dunque, per quanto mi riguarda, il pensiero vivente si configura come capacità di dare valore e di prendersi cura del mondo, della vita e del futuro – sia esso visibile alla nostra generazione o meno. E farlo è possibile attraverso pratiche che, nella storia delle donne, hanno permesso un cambiamento radicale. Rifiutarsi, sabotare, disobbedire, riprogrammare il già pensato con l’inatteso della differenza femminile. Affinché il mondo sia libero, affinché tutti tengano in conto che le scelte personali ricadono inevitabilmente nel politico. Quindi quello che propongo non è utopico e nemmeno impossibile. Scegliere di pensare e costruire ai margini del potere per lasciar agire il desiderio e creare così un simbolico imprevedibile.

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  1. DWF, Femministe col bot. Tecnologie e intelligenze artificiali, trimestrale 2, 2024 ↩︎
  2. DWF, Femministe col bot. Tecnologie e intelligenze artificiali, trimestrale 2, 2024. Dalla parte delle macchine, Ippolita, p.79 ↩︎

In un primo momento, e con una certa dose di ingenuità, io ritenevo che per una donna come me, anziana pensionata poco amante dell’informatica, sarebbe stato relativamente facile essere un elemento “stonato” rispetto all’ulteriore avanzamento tecnologico rappresentato dall’intelligenza artificiale. Poi è capitato che il mio cellulare, di ottima fattura cinese, che mi accompagnava da più di dodici anni, mi stava abbandonando non caricando più la batteria e ho dovuto comprarne uno nuovo. Ho cambiato il cellulare e ho cambiato anche posizione. Perché ho toccato con mano il salto di livello comunicativo introdotto dall’intelligenza artificiale.

Il nuovo telefono vuole continuamente comunicare con me e prende iniziative non richieste. Google, per esempio, almeno tre volte al giorno mi informa sul cambiamento della situazione metereologica e ogni giorno mi costruisce un “ricordo” con foto del passato montate con la musica. Ma fa di più: mi scavalca bellamente! È un apparecchio nuovissimo ma già si vuole aggiornare per cui mi manda il messaggio: «Devi installare l’aggiornamento». Io temporeggio perché voglio chiedere consiglio se farlo o non farlo tutte le volte… ma la mattina dopo trovo il messaggio: «Ho installato l’aggiornamento».

Anche le app sono diventate più insistenti, con messaggi che pescano a piene mani nell’area affettiva. Per esempio Duolingo con cui sto studiando un po’ di spagnolo mi manda messaggi incredibili tipo: «Mi spezzi il cuore se perdi il tuo slancio saltando una lezione». Sto studiando spagnolo o sto vivendo una storia d’amore? Per non parlare di Netflix che sempre più spesso mi consiglia i film e le serie che ritiene adatte a me, mi comunica le novità, mi chiede cosa ne penso di quello che ho visto. Certo l’offerta delle piattaforme in streaming è molto allettante per me che da anni non esco più la sera, ma fa perdere la testa quel mare magnum di film e serie da vedere e la ricerca diventa ansiogena. Sento anche una punta di tristezza quando è un algoritmo a chiedermi il parere su un film, mentre un tempo era un oggetto di conversazione con un’amica di cinema davanti a un ricco aperitivo. Insomma anche a me sta capitando che la comunicazione più continuativa durante la giornata è con il mio telefono. Con il vecchio smartphone ero io a usarlo come e quando volevo, con quello nuovo mi sento di essere io una sua appendice.

Del resto Luisa Muraro ci aveva avvisato per tempo, da queste stesse pagine di Via Dogana 3. Nel novembre del 2017, pur passata l’illusione che il digitale favorisse una piena democrazia permettendo a tutte e tutti la libera espressione di sé, quando ancora si pensava che fosse uno strumento a nostra disposizione, Muraro scriveva: Lo strumento sei tu.

L’intelligenza artificiale sta entrando come un operatore in tutti gli altri prodotti tecnologici che già popolavano la nostra vita quotidiana potenziandone e affinandone le capacità comunicative e interattive. Per questo non possiamo pensare di starne fuori, anzi ci siamo completamente dentro… a nostra insaputa, anche se non usiamo mai ChatGpt.

Io provo fastidio e allarme perché la sento come un’invasione.

È un progetto che mira a sostituire le relazioni intraumane con relazioni essere umano-macchine parlanti?

Non so se a parlare sono le mie paranoie, ma tendo a rispondere affermativamente. Per questo mi sembra urgente prenderne coscienza collettivamente e non lasciare che questo ulteriore passo, che ha la forza di cambiare tutto il panorama, si consumi in un rapporto esclusivamente individuale con l’intelligenza artificiale. Ho letto alcuni articoli sul fatto che i e le giovani la usano sempre più come supporto psicologico o amica del cuore, non solo perché è gratuita e disponibile 24 ore su 24, ma anche perché, come si sa, è programmata per assecondarti. Alcuni ragazzi hanno dichiarato di preferirla al terapeuta in carne e ossa. So che ora i programmatori stanno lavorando sulla “compiacenza” dell’IA per ridurla o eliminarla, dopo che sono state avviate alcune cause legali importanti. Una madre, per esempio, ha denunciato una di queste grandi società produttrici perché suo figlio si è suicidato: ne ritiene responsabile la IA di supporto psicologico perché non l’ha contraddetto nei suoi propositi autodistruttivi.

Ma anche se modificano l’algoritmo, può una macchina che non è senziente, che non comprende il contesto, che non potrà mai avere l’intelligenza dell’amore, sostituire quelle relazioni che ci orientano e ci aiutano a vivere?

A complicare il quadro sta di fatto che la IA arriva in una situazione già compromessa, di impoverimento della vita relazionale. Le relazioni continuano a diradarsi e a sfilacciarsi per tanti motivi, compreso quello legato al come le tecnologie hanno orientato da tempo i modi di comunicare.

Nella mia esperienza attuale vivo una comunicazione a singhiozzo. Si comunica soprattutto per messaggi: a volte le risposte arrivano subito e la comunicazione funziona, ma il più delle volte arrivano dopo ore o giorni oppure mai e, con una buona dose di frustrazione, ci si accontenta di constatare che il messaggio è stato letto. Nella nostra redazione ristretta c’è un contenzioso sull’uso della telefonata. So bene che siamo una rivista online, la cui vita dipende totalmente dal digitale, tuttavia io insisto che in certi casi, come per esempio per invitare le ospiti, la telefonata è il mezzo migliore perché permette di conversare e di spiegarsi a fondo… ma il più delle volte incontro sguardi scettici nelle redattrici più giovani: le telefonate? Roba da archeologia industriale. Non c’è tempo per farle.

Sui social, inoltre, è esperienza comune vivere una comunicazione distorta. Instagram, per esempio, è fatto apposta per abbellire le nostre vite fino a farle cambiare di segno. Io ne ho fatto un’amara esperienza personale e dal fraintendimento indotto dalla logica di quel social è nato un contrasto familiare lungo e doloroso. Ora su Instagram sono silente. Tuttavia ho notato con piacere che perfino una nota influencer come Jennifer Guerra ha eliminato dal social tutta la parte personale della comunicazione e lo usa solo per pubblicizzare i libri che scrive o le iniziative che porta avanti.

Il fatto che una giovane influencer femminista cominci a ritirare la sua presenza su un social è un segno significativo di ripensamento: segnala che qualcosa si è già rotto in questo incantamento nei confronti della comunicazione virtuale.

È una crepa da tenere aperta e da allargare. Sì, ma come?

Io propongo di farlo portando uno squilibrio vitale che faccia pendere l’ago della bilancia dalla parte della corporeità e del sentire. Interrogando il nostro rapporto con la tecnologia, si può mettere sotto una lente di ingrandimento questo aspetto che ormai fa parte della nostra routine quotidiana e si può aumentare la nostra capacità di discernimento per trovare i modi e le forme che ciascuna, ciascuno sente praticabili per sé per non sottostare a quella che Miguel Benasayag ha definito una dittatura digitale. L’interrogazione riguarda anche le forme con cui si veicola il nostro agire politico, per ridare tutta la importanza che meritano agli scambi in presenza, alla condivisione nelle relazioni, a una comunicazione all’insegna della continuità.

Certo è difficile. Però fa bene.

Al recente convegno sul pensiero di Luisa Muraro, Come quando si accende la luce, tenuto in settembre all’Università cattolica di Milano, e su cui stiamo preparando una pubblicazione, tutte e tutti noi presenti abbiamo sentito l’energia che si sprigionava dalla vicinanza dei corpi, dalla gratitudine che ci aveva portato in quell’aula anche da molto lontano, dalle parole che venivano dette e dalle voci che le pronunciavano. Quell’energia ha spostato qualcosa dentro di noi. Ecco, è un esempio grande di squilibrio vitale.