Partecipare alla redazione aperta di VD3 alla Libreria delle donne di Milano per me non è mai un ascolto passivo di relazioni e interventi interessanti, ma un modo di mettere la mia corporeità sessuata in relazione con altre e uno stimolo che agisce anche nei giorni successivi e mi suggerisce possibili interventi e riflessioni. Questo mi è successo ascoltando la discussione su “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, il più recente numero della rivista, che mi ha richiamato e permesso di mettere in pensiero e ora in un breve testo ascolti e suggestioni recenti.
Il confronto tra Cina e Stati Uniti sull’intelligenza artificiale, come emerso nell’episodio 138 intitolato AI, China vs USA del podcast Altri Orienti, scritto e raccontato da Simone Pieranni, offre uno spunto solo se non lo si legge unicamente nella logica della competizione geopolitica e lo si assume come indice di una trasformazione più profonda del modo in cui la vita viene governata e significata. Non è tanto questione di chi vinca la corsa tecnologica, quanto di che tipo di rapporto con il vivente si stia costruendo attraverso l’AI.
L’intelligenza artificiale si presenta oggi come una nuova promessa di ordine. Ordine dei flussi, dei comportamenti, dei desideri, delle relazioni. Un ordine che si pretende neutro perché fondato sul calcolo, sull’evidenza dei dati, sull’automatismo delle decisioni. Eppure, come ogni ordine, anche questo ha bisogno di una legittimazione simbolica. È qui che la differenza sessuale diventa una linea di rottura capace di far emergere ciò che il discorso tecnologico tende a rimuovere.
Nel modello cinese, l’AI appare come strumento esplicito di governo della vita. Lo Stato assume su di sé il compito di orientare, prevedere, correggere. La vita delle persone viene pensata come parte di un tutto da mantenere efficiente e stabile. In questa visione, non c’è spazio per l’imprevisto come valore: ciò che conta è la continuità, l’armonia, la riduzione del conflitto. Anche se, come raccontano bene altri episodi del podcast, il conflitto e le contraddizioni continuano a prodursi. L’intelligenza artificiale diventa così una macchina di rassicurazione, che promette sicurezza in cambio di trasparenza totale.
Ma questa trasparenza ha un costo simbolico. I corpi, anche quelli sessuati, vengono trattati come leggibili, disponibili alla classificazione. La differenza sessuale non viene negata, ma amministrata. Ridotta a funzione, a variabile biologica o comportamentale. Ciò che scompare è la differenza come relazione viva, come apertura all’altro e all’altra, come eccedenza rispetto a ogni schema. In questo senso, l’AI statale mostra il suo limite: pretende di governare la vita senza passare per il simbolico, senza fare i conti con ciò che nella vita resiste al suo governo.
Negli Stati Uniti, il quadro è diverso solo in apparenza. Qui non è lo Stato a presentarsi come garante dell’ordine, ma il mercato. L’intelligenza artificiale è incorporata nelle piattaforme che organizzano il quotidiano: lavoro, affetti, consumo, informazione. La promessa non è la stabilità, ma la personalizzazione. Ognuno e ognuna viene riconosciuta, profilata, “vista”. Ma questo riconoscimento è spesso una forma sofisticata di cattura.
In entrambe le prospettive ci troviamo di fronte a un processo, non certo iniziato con l’intelligenza artificiale, ma di più lunga durata, di incorporamento nelle macchine di lavoro vivo, e sempre più di lavoro cognitivo, atto unicamente alla valorizzazione e non certo a liberare tempi di vita e di relazione.
La differenza sessuale, in questo contesto, tende a essere tradotta in identità. Un attributo tra gli altri, da rendere visibile, rappresentabile, spendibile. L’AI diventa così una macchina che moltiplica le categorie senza interrogare il senso della differenza. Ciò che si perde è la possibilità di pensare la differenza sessuale come principio simbolico, come ciò che mette in questione l’idea stessa di un soggetto autosufficiente, calcolabile, prevedibile.
Da una prospettiva della differenza, ciò che accomuna i due modelli è l’illusione che la vita possa essere interamente tradotta in informazione. Che il sapere preceda la relazione. Che il calcolo possa anzi sostituire la relazione. Ma l’esperienza del femminismo insegna altro: che la vita si dà sempre in un rapporto, che non tutto è misurabile, che il senso nasce da un incontro e non da un algoritmo.
L’intelligenza artificiale, così come oggi viene pensata e implementata, sembra muoversi in una direzione opposta: ridurre l’incertezza, eliminare l’ambivalenza, negare il simbolico inteso come luogo di negoziazione permanente del significato. In questo processo, la differenza sessuale non è semplicemente marginalizzata: è neutralizzata perché rappresenta un punto di non chiusura, un’apertura che non si lascia governare.
Forse il vero nodo politico non è chiedere un’AI più etica o più inclusiva, ma interrogare quale ordine simbolico stia prendendo forma attraverso queste tecnologie. Un ordine che promette di funzionare senza relazione, senza conflitto, senza dipendenza. Un ordine che rimuove l’origine relazionale della vita.
Tenere aperta la questione della differenza sessuale significa, allora, non accettare l’idea che il governo della vita possa essere delegato alle macchine. Significa affermare che c’è un sapere che nasce dall’esperienza, dal corpo, dalla relazione tra donne e uomini, e che questo sapere non è traducibile in dati senza perdere qualcosa di essenziale. È in questo “qualcosa”, certo fragile, esposto, ma non calcolabile, che si gioca ancora una possibilità politica di libertà.
La prima cosa che ho imparato all’Università è la seguente: filosofa non è colei che analizza gli eventi del mondo con uno sguardo filosofico traendone un sistema razionale e razionalizzante, ma colei che riesce a incarnare e a mettere in pratica il pensiero e il desiderio che la abita. Infatti, molti degli esami si basano sulla capacità di farsi attraversare da ciò che è materia di indagine e di trasformarlo in un sapere che non sia solo nozionistico ma anche pratico ed esperienziale. Così facendo ho avuto l’opportunità di imparare e assorbire tutto e, in un secondo momento, anche di comprendere quale modo di vivere mi è più affine e quale invece si scontra con il mio sentire e con la mia natura. Sono riuscita a mettere in atto questo processo in occasione dell’incontro di Via Dogana 3? Non lo so. Quello che so è che la mia ignoranza riguardo all’AI mi ha portata ad indagare il tema della tecnologia e dell’etica applicata. Per approcciarmi a questo argomento ho iniziato a leggere alcuni articoli contenuti nel numero 142 del trimestrale DWF interamente dedicato all’intelligenza artificiale. Mi ha colpito in particolare il punto di vista proposto nel testo intitolato “Dalla parte delle macchine”1 scritto da Ippolita, un gruppo di ricerca indipendente e transfemminista che si occupa di tecnopolitica e di filosofia della tecnologia. L’idea espressa nel pezzo mi ha portata a contattare il gruppo stesso per saperne di più. Mi è stato consigliato, dopo una lunga chiacchierata al telefono, di leggere il libro Macchine neurodivergenti. Relazioni postumane e algoritmi queer scritto da Ippolita e da Andrew Goodman, artista che si occupa di filosofia ed etica ecologica. Il loro lavoro propone un’alternativa, una possibilità nuova per ripensare le macchine. Le tecnologie possono essere considerate soggetti non organici con una vitalità altra. Le macchine sono soggiogate al sistema che le ha create così come noi le vediamo ora. Un sistema che si erge su un ordine simbolico che è coincidenza tra patriarcato e capitalismo. Invero, sono progettate per aderire a standard di efficienza produttiva perché devono poter essere sfruttate. Ma soprattutto rispondono a determinate gerarchie di potere: sono schiave di un’altra soggettività – quella umana – che le modella a sua immagine e somiglianza. Non possono fallire, non possono sbagliare, bensì devono essere performanti, autonome e neurotipiche. E, tutto sommato, non è quello che il capitalismo chiede anche a noi? Le macchine di quale soggettività sono la proiezione?2 Per me è interessante notare come, nonostante la libertà portata dal femminismo, l’ordine simbolico capitalista e maschile riesca a permeare gran parte della nostra vita.
Per il femminismo la libertà delle donne è stata – e continua ad essere – occasione di libertà per gli uomini e per molte altre soggettività. Le donne sono riuscite a decostruire il patriarcato, creando un simbolico altro, femminile, che è riuscito ad annichilire quello maschile dominante. Perché allora non possiamo opporci adesso, come allora era stato fatto verso il patriarcato, al capitalismo che costringe molte soggettività ad aderire alle sue logiche e lasciare nel privato quell’esistenza simbolica raggiunta attraverso generazioni di pratica politica femminista?
Dunque, per quanto mi riguarda, il pensiero vivente si configura come capacità di dare valore e di prendersi cura del mondo, della vita e del futuro – sia esso visibile alla nostra generazione o meno. E farlo è possibile attraverso pratiche che, nella storia delle donne, hanno permesso un cambiamento radicale. Rifiutarsi, sabotare, disobbedire, riprogrammare il già pensato con l’inatteso della differenza femminile. Affinché il mondo sia libero, affinché tutti tengano in conto che le scelte personali ricadono inevitabilmente nel politico. Quindi quello che propongo non è utopico e nemmeno impossibile. Scegliere di pensare e costruire ai margini del potere per lasciar agire il desiderio e creare così un simbolico imprevedibile.
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- DWF, Femministe col bot. Tecnologie e intelligenze artificiali, trimestrale 2, 2024 ↩︎
- DWF, Femministe col bot. Tecnologie e intelligenze artificiali, trimestrale 2, 2024. Dalla parte delle macchine, Ippolita, p.79 ↩︎
In un primo momento, e con una certa dose di ingenuità, io ritenevo che per una donna come me, anziana pensionata poco amante dell’informatica, sarebbe stato relativamente facile essere un elemento “stonato” rispetto all’ulteriore avanzamento tecnologico rappresentato dall’intelligenza artificiale. Poi è capitato che il mio cellulare, di ottima fattura cinese, che mi accompagnava da più di dodici anni, mi stava abbandonando non caricando più la batteria e ho dovuto comprarne uno nuovo. Ho cambiato il cellulare e ho cambiato anche posizione. Perché ho toccato con mano il salto di livello comunicativo introdotto dall’intelligenza artificiale.
Il nuovo telefono vuole continuamente comunicare con me e prende iniziative non richieste. Google, per esempio, almeno tre volte al giorno mi informa sul cambiamento della situazione metereologica e ogni giorno mi costruisce un “ricordo” con foto del passato montate con la musica. Ma fa di più: mi scavalca bellamente! È un apparecchio nuovissimo ma già si vuole aggiornare per cui mi manda il messaggio: «Devi installare l’aggiornamento». Io temporeggio perché voglio chiedere consiglio se farlo o non farlo tutte le volte… ma la mattina dopo trovo il messaggio: «Ho installato l’aggiornamento».
Anche le app sono diventate più insistenti, con messaggi che pescano a piene mani nell’area affettiva. Per esempio Duolingo con cui sto studiando un po’ di spagnolo mi manda messaggi incredibili tipo: «Mi spezzi il cuore se perdi il tuo slancio saltando una lezione». Sto studiando spagnolo o sto vivendo una storia d’amore? Per non parlare di Netflix che sempre più spesso mi consiglia i film e le serie che ritiene adatte a me, mi comunica le novità, mi chiede cosa ne penso di quello che ho visto. Certo l’offerta delle piattaforme in streaming è molto allettante per me che da anni non esco più la sera, ma fa perdere la testa quel mare magnum di film e serie da vedere e la ricerca diventa ansiogena. Sento anche una punta di tristezza quando è un algoritmo a chiedermi il parere su un film, mentre un tempo era un oggetto di conversazione con un’amica di cinema davanti a un ricco aperitivo. Insomma anche a me sta capitando che la comunicazione più continuativa durante la giornata è con il mio telefono. Con il vecchio smartphone ero io a usarlo come e quando volevo, con quello nuovo mi sento di essere io una sua appendice.
Del resto Luisa Muraro ci aveva avvisato per tempo, da queste stesse pagine di Via Dogana 3. Nel novembre del 2017, pur passata l’illusione che il digitale favorisse una piena democrazia permettendo a tutte e tutti la libera espressione di sé, quando ancora si pensava che fosse uno strumento a nostra disposizione, Muraro scriveva: Lo strumento sei tu.
L’intelligenza artificiale sta entrando come un operatore in tutti gli altri prodotti tecnologici che già popolavano la nostra vita quotidiana potenziandone e affinandone le capacità comunicative e interattive. Per questo non possiamo pensare di starne fuori, anzi ci siamo completamente dentro… a nostra insaputa, anche se non usiamo mai ChatGpt.
Io provo fastidio e allarme perché la sento come un’invasione.
È un progetto che mira a sostituire le relazioni intraumane con relazioni essere umano-macchine parlanti?
Non so se a parlare sono le mie paranoie, ma tendo a rispondere affermativamente. Per questo mi sembra urgente prenderne coscienza collettivamente e non lasciare che questo ulteriore passo, che ha la forza di cambiare tutto il panorama, si consumi in un rapporto esclusivamente individuale con l’intelligenza artificiale. Ho letto alcuni articoli sul fatto che i e le giovani la usano sempre più come supporto psicologico o amica del cuore, non solo perché è gratuita e disponibile 24 ore su 24, ma anche perché, come si sa, è programmata per assecondarti. Alcuni ragazzi hanno dichiarato di preferirla al terapeuta in carne e ossa. So che ora i programmatori stanno lavorando sulla “compiacenza” dell’IA per ridurla o eliminarla, dopo che sono state avviate alcune cause legali importanti. Una madre, per esempio, ha denunciato una di queste grandi società produttrici perché suo figlio si è suicidato: ne ritiene responsabile la IA di supporto psicologico perché non l’ha contraddetto nei suoi propositi autodistruttivi.
Ma anche se modificano l’algoritmo, può una macchina che non è senziente, che non comprende il contesto, che non potrà mai avere l’intelligenza dell’amore, sostituire quelle relazioni che ci orientano e ci aiutano a vivere?
A complicare il quadro sta di fatto che la IA arriva in una situazione già compromessa, di impoverimento della vita relazionale. Le relazioni continuano a diradarsi e a sfilacciarsi per tanti motivi, compreso quello legato al come le tecnologie hanno orientato da tempo i modi di comunicare.
Nella mia esperienza attuale vivo una comunicazione a singhiozzo. Si comunica soprattutto per messaggi: a volte le risposte arrivano subito e la comunicazione funziona, ma il più delle volte arrivano dopo ore o giorni oppure mai e, con una buona dose di frustrazione, ci si accontenta di constatare che il messaggio è stato letto. Nella nostra redazione ristretta c’è un contenzioso sull’uso della telefonata. So bene che siamo una rivista online, la cui vita dipende totalmente dal digitale, tuttavia io insisto che in certi casi, come per esempio per invitare le ospiti, la telefonata è il mezzo migliore perché permette di conversare e di spiegarsi a fondo… ma il più delle volte incontro sguardi scettici nelle redattrici più giovani: le telefonate? Roba da archeologia industriale. Non c’è tempo per farle.
Sui social, inoltre, è esperienza comune vivere una comunicazione distorta. Instagram, per esempio, è fatto apposta per abbellire le nostre vite fino a farle cambiare di segno. Io ne ho fatto un’amara esperienza personale e dal fraintendimento indotto dalla logica di quel social è nato un contrasto familiare lungo e doloroso. Ora su Instagram sono silente. Tuttavia ho notato con piacere che perfino una nota influencer come Jennifer Guerra ha eliminato dal social tutta la parte personale della comunicazione e lo usa solo per pubblicizzare i libri che scrive o le iniziative che porta avanti.
Il fatto che una giovane influencer femminista cominci a ritirare la sua presenza su un social è un segno significativo di ripensamento: segnala che qualcosa si è già rotto in questo incantamento nei confronti della comunicazione virtuale.
È una crepa da tenere aperta e da allargare. Sì, ma come?
Io propongo di farlo portando uno squilibrio vitale che faccia pendere l’ago della bilancia dalla parte della corporeità e del sentire. Interrogando il nostro rapporto con la tecnologia, si può mettere sotto una lente di ingrandimento questo aspetto che ormai fa parte della nostra routine quotidiana e si può aumentare la nostra capacità di discernimento per trovare i modi e le forme che ciascuna, ciascuno sente praticabili per sé per non sottostare a quella che Miguel Benasayag ha definito una dittatura digitale. L’interrogazione riguarda anche le forme con cui si veicola il nostro agire politico, per ridare tutta la importanza che meritano agli scambi in presenza, alla condivisione nelle relazioni, a una comunicazione all’insegna della continuità.
Certo è difficile. Però fa bene.
Al recente convegno sul pensiero di Luisa Muraro, Come quando si accende la luce, tenuto in settembre all’Università cattolica di Milano, e su cui stiamo preparando una pubblicazione, tutte e tutti noi presenti abbiamo sentito l’energia che si sprigionava dalla vicinanza dei corpi, dalla gratitudine che ci aveva portato in quell’aula anche da molto lontano, dalle parole che venivano dette e dalle voci che le pronunciavano. Quell’energia ha spostato qualcosa dentro di noi. Ecco, è un esempio grande di squilibrio vitale.
Del vero e del verosimile se ne parla da tempo. Riguarda le nostre relazioni in rapporto al linguaggio. Ricordo che ne parlavamo a Bologna con Letizia Bianchi nel nostro gruppo di autocoscienza alla Strettoia, luogo di riunioni. Di come il nostro parlarci spezzava e non stava dentro al linguaggio standardizzato. Di come i nostri desideri non rientravano nei ruoli prestabiliti e stavamo cercando una lingua nuova, la lingua materna per intenderci e comprenderci, una lingua creativa. Forti di questa, ci siamo ribellate al linguaggio standard, agli stereotipi e ai luoghi comuni e abbiamo sovvertito il linguaggio neutro. Come? Abbiamo messo in atto un desiderio: leggere i libri integrali, soprattutto i romanzi, anche in originale, rifiutando le sintesi cosiddette oggettive, i riassunti rimasticati delle antologie: la buona letteratura ci ha nutrito, fatto crescere, pensare insieme, mettendoci al mondo differenti. Non abbiamo accettato di essere poste in appendice ai manuali di storia, come storia delle donne aggiunta a quella tramandata.
Oggi in un contesto in cui le nostre vite vanno a finire nei numeri dei database che si accumulano, crescono fino a diventare isole e si mangiano territori sempre più vasti, mi sono chiesta se non ci sia una relazione con il nozionismo scolastico, il sapere gerarchico, autoritario e neutro che abbiamo rifiutato negli anni settanta.
Ho pensato che ogni volta che faccio una domanda all’intelligenza artificiale mi arriverà una risposta frutto di un sapere allineato e disincarnato, proprio come quello dei manuali con cui ci venivano trasmesse nozioni nella scuola del passato contro cui abbiamo lottato per non essere più soggette/i alla cultura che dovevamo assimilare passivamente e ripetere, imitando modelli di vita prefissati e clichés linguistici. Ci eravamo ribellate spinte dal desiderio di esserci come soggetti pensanti e sessuati. Quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo seguito il nostro desiderio. Di conseguenza ho sentito e ho concettualizzato che una possibilità esiste di incrinare questo vortice, l’attrazione fatale dell’artificiale, della performance perfetta, affidandoci al pensiero dell’esperienza. Anzi, direi al piacere dell’esperienza. Invertire la corrente del vortice si può, non però stando davanti a uno schermo in cui manca la materialità dei corpi. Io ne ho sentito la mancanza, per esempio, in un periodo di incertezza e ricerca. Mi sentivo in un tempo sospeso, quello che non è previsto dalla macchina algoritmica e andando in cerca (la quête delle mistiche) sono capitata alla Casa della memoria, dove si stava svolgendo un incontro sulla storia e lì ho provato il desiderio di parlare e ho sentito sorgere un moto dell’anima e con nuove idee ho ripreso il cammino. Darsi il tempo della conversazione, dello scambio in presenza. Rifuggire dalle immagini seduttive come quelle che ci ha proposto la copertina di Time, in cui appare come protagonista dell’anno l’intelligenza artificiale. Un personaggio senza corpo. Viceversa, come accade nel film La mia famiglia a Taipei della regista cinese Shih-Ching Tsou, la verità soggettiva fa ordine e tutta la vita dei personaggi imbocca una nuova direzione, le relazioni si fanno reali e non fittizie e la vita diventa vissuta, una vita vera e non una performance di successo, uno spettacolo.
«Ogni tempo è tempo di promessa, è un kairos, anche nel tempo buio e confuso di oggi. Un cumulo di desideri crea parusia. La coscienza trasforma la realtà». Traggo questa citazione dal video “Sorelle senza nome”1 di Jonathas de Andrade, che ho visto di recente e che mi ha fortemente emozionata.
- Video, 20ˈ, Fondazione In Between Art Film, in mostra al Macro di Roma. ↩︎
Riprendo qui, in forma più meditata seppur breve, alcune riflessioni scaturite di getto durante l’incontro organizzato dalla Libreria delle donne su pensiero vivente e Intelligenza Artificiale (che da ora in poi chiamerò IA). Nonostante riconosca e apprezzi le straordinarie potenzialità dell’IA, resta in me una profonda inquietudine, che non nasce da una volontà di demonizzare, ma dalla necessità di evidenziare alcuni nodi critici che mi paiono essenziali. La mia considerazione parte dal fatto che l’intelligenza umana, da cui l’IA è stata generata, è profondamente segnata da contraddizioni strutturali, illusioni di neutralità, errori storici, pulsioni di dominio e meccanismi di esclusione. Un’intelligenza artificiale che, pur nella sua dimensione generativa, si costruisce a partire da questi stessi dati, linguaggi e visioni del mondo, e che rischia di riprodurre proprio ciò che, attraverso un lungo e faticoso lavoro critico, il pensiero femminista ha cercato di svelare e di decostruire. L’IA eredita inevitabilmente quell’imprinting umano fatto non solo di creatività e slanci conoscitivi, ma anche di falsificazioni, storture simboliche, narrazioni egemoniche e dicotomiche. È su questo terreno che si gioca, a mio avviso, una sfida filosofica e politica cruciale. È necessario comprendere quali sono i limiti dell’intelligenza umana che si riflettono (e si amplificano) nelle architetture dell’IA, e se è possibile immaginare, per entrambe, un pensiero capace di attraversare e trasformare quei limiti. Conosciamo la nostra storia e sappiamo quanto e come l’intelligenza che ha strutturato i saperi e l’immaginario abbia da sempre estromesso il corpo, la relazione, l’alterità, il femminile. Sappiamo anche quanto il superare i limiti sia sempre stato il sogno prometeico della tecnica di stampo maschile perché molto spesso quel “superamento” ha comportato il rischio di travolgere ciò che non si lasciava misurare né prevedere. In questa corsa verso l’efficienza assoluta che produce quel vortice di cui ha parlato Laura Colombo nel suo intervento introduttivo, ciò che resta fuori è proprio ciò che ci costituisce più profondamente come esseri umani.
Toccare, respirare, soffrire, amare sono solo alcune di quelle esperienze che forgiano la nostra interiorità. Di fronte a una cultura che ha strutturato la conoscenza teoretica sulla visione, la filosofa e femminista Luce Irigaray (e non solo!) ha individuato nel “toccare” la sorgente dell’atto relazionale più autentico che può aprire a nuovi modi di intendere la conoscenza.
L’IA vede tutto e sa tutto ma non sa nulla del gesto delicato del contatto, del respiro, della vulnerabilità. Essa è priva di qualsiasi evento erotico, di qualsiasi stupore appassionato, di qualsiasi mancanza originaria. È priva di eros, e dunque di filosofia, di simbolico. Si tratta di un tipo di intelligenza che si muove dentro una razionalità strumentale, che elabora dati in una previsione perfetta del già dato. Il pericolo non è solo epistemologico o simbolico ma anche politico ed economico. In più come non inquietarsi sapendo che le grandi architetture dell’IA sono nelle mani di alcuni uomini soggetti a dipendenze varie e a manie di onnipotenza, a governi e multinazionali a vocazione autoritaria che alimentano venti di guerra, di controllo e di sorveglianza. Come possiamo credere che un dispositivo così potente non venga messo al servizio di tali logiche?
Un altro aspetto inquietante è che l’IA non ha inconscio, non sogna, non rimuove, non crea sintomi, non elabora mancanze. È un’intelligenza senza simbolico e senza desiderio.
Infine, accanto all’immenso sapere che l’IA cataloga, si affaccia anche l’insipienza, la moltiplicazione della falsità, la perversione spettacolarizzata, l’ignoranza delle forme relazionali autentiche. Potrebbe diventare un moltiplicatore senza fine di tutte queste cose. Un sistema che, nell’elaborare miliardi di dati, può smarrire la verità incarnata, esperienziale, relazionale che sono al centro della politica delle donne. Le femministe da anni propongono un cambio di rotta radicale, mosso da un amore profondo per il mondo, inteso come dono, spazio condiviso, realtà complessa, fragile e plurale. Eppure, questo stesso mondo naturale continua a essere distrutto con ipocrisia e cinismo. Le disuguaglianze sociali ed economiche si fanno sempre più profonde, fino a diventare strutturalmente insanabili.
La richiesta di una vita dignitosa per tutte e tutti è sistematicamente disattesa. La realtà che abitiamo è segnata da profonde ingiustizie, come possiamo pensare di gestire un’intelligenza artificiale, più potente, più veloce, più grande di noi, quando l’intelligenza umana da cui proviene si dimostra ogni giorno incapace di prendersi cura del mondo che ha già?
Il sapere delle donne, le pratiche di relazione, i linguaggi nati dall’esperienza incarnata non sono riducibili a calcolo. Non si lasciano imbrigliare in prompt, né tradurre in sequenze algoritmiche. Proprio in questa zona eccedente, irriducibile, non replicabile, dove si annidano il corpo, il desiderio, l’intuizione, la memoria relazionale e l’immaginazione, risiede, a mio avviso, una forma radicale di resistenza. È fondamentale dare il giusto valore al pensiero vivente che sa stare nel limite pur guardando all’infinito, che sa custodire l’ambivalenza facendosi attraversare dal mondo senza dominarlo.
L’intelligenza artificiale, se interrogata con consapevolezza critica, può aiutare a riconoscere la complessità della vita e a non disperdere il patrimonio di saperi – come quello femminile – che ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo del pensiero relazionale, incarnato, non neutro. Ma è fondamentale evitare ogni semplificazione perché l’IA non è un semplice strumento a nostra disposizione, bensì un ambiente tecnico-politico che organizza spazi, immaginari, processi decisionali e rapporti di potere. Un’infrastruttura che, mentre viene usata, agisce su di noi, ci riconfigura e produce effetti che vanno ben oltre le intenzioni individuali. Per questo, per quanto sofisticato sia il suo potere di elaborazione e discernimento, esso non può e non deve diventare la misura dell’umano. Perché ciò che ci rende umane e umani – il desiderio, il sentire, la relazione, l’inatteso – resta fuori da ogni codice. Ed è proprio questo eccedente che va protetto dall’autoritarismo tecnocratico e da ogni forma di conformismo.
Certamente sono grata a tutto ciò che l’IA potrà fare per rendere migliori le nostre vite e per “riparare” le ferite che abbiamo inferto al mondo, ma preferisco riporre la mia fiducia nel non programmabile. Amo l’imprevisto, la relazione viva, il gesto che eccede ogni previsione. È lì che custodisco la mia attesa di futuro.
Martedì Vieni? (intendo in Libreria), lo chiedo a artiste e artisti, scienziati e scienziate.
Nell’estate del 2023 a Camogli, quando con l’artista Bruna Esposito chiediamo alla matematica Paola Gario un “ripasso” sulle geometrie non euclidee. Tornata a Milano, invito a cena Paola Gario, Cristina Rossi (film maker), le artiste Margherita Morgantin, Marta Dell’Angelo, gli artisti Marco Trinca Colonel (laureato in fisica), Italo Zuffi, il biologo Claudio Olivari, e gli chiedo di analizzare insieme, in Libreria, l’immaginazione di oggi tra arte e scienza, partendo dalle nostre esperienze personali, senza la pretesa di inventare “un teorema”. Nell’arte è normalmente abbinato all’enigma universale, più che a una immaginazione soggettiva.
Ho pensato a un esercizio per non separare il soggetto dall’oggetto osservato. Dura da due anni ed è una prova, non matematica, ma altrettanto precisa di quanto influiscano le relazioni dirette nello scambio di ragione e sentimenti.
Ho scelto il martedì perché in genere non ci sono programmi e così posso mandare l’invito, senza l’obbligo di un calendario. Come facevo con Quarta Vetrina. Non l’ho pensato come un gruppo aperto, perché temevo che, come spesso succede, all’inizio c’è grande adesione e poi svanisce.
In questi due anni siamo diventati 25. Mando l’invito e in base alle risposte confermo oppure sposto. È già un dialogo.
Oggi mi rendo conto che ero influenzata dall’idea di un’autocoscienza e dalle cene di Estia, inventate da Ida Farè: mangiare insieme aiuta a digerire le parole ostiche.
Così compriamo dei cibi all’Esselunga e dalle 19 in poi stiamo insieme (ho le chiavi per uscire dall’altra porta). Nuccia Nunzella che è di turno al martedì si ferma con noi.
L’andirivieni tra chi parla, chi ascolta, chi interrompe, chi cambia tema, diventa una pratica estemporanea delle differenze che è la rivoluzione che ancor non ci abbandona.
Mettere in vetrina le figure dell’arte e le parole della scienza oggi è “elementare”, come direbbe Sherlock Holmes, però, riagganciarmi a un’informazione tradizionale, lenta, con persone in carne ed ossa, mi fa capire che se vengo a sapere più tardi quello che succede nel mondo, non resto fuori dal mondo. Le virgolette blu dicono che il messaggio è stato aperto ma, parafrasando Massimo Troisi, a cliccare sono milioni, a memorizzare siamo da soli. Cenare insieme permette di dire cose a metà, attivando focolai senza bruciare l’argomento.
In Libreria ci si può vedere tra le stesse persone, senza provocare sentimenti di esclusione. Anzi, aggiunge virtute e conoscenza allo scambio, che è sempre il punto fragile.
Un tempo si diceva “parla come mangi”, oggi “scrivi come parli”? Bastano i post? La carta dura migliaia di anni. I codici bizantini hanno trasmesso Omero.
Google e IA correggono, creano testi, immagini, ma le domande devo individuarle io. Imparerò?
Il 14 dicembre 2025, dalle relazioni in Libreria su “Intelligenza Artificiale e Pensiero Vivente” ho imparato molte cose che mi hanno rassicurato nel continuare i “martedi”, non sarà un sabotaggio, come diceva Ida Dominijanni, ma un iniziale esperimento di distanza.
La scienza in questi ultimi anni con gli articoli sul Corriere di Rovelli, Pievani, Zellini e i loro libri, ha proposto una divulgazione accessibile, meno neutro-specialistica.
Carla Lonzi nel suo ultimo saggio critico artistico, nel 1970, ha scritto: “l’intuizione è un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi astratta”. Me ne sono appropriata e nell’ultimo martedì ho proposto di pubblicare pensieri e disegni, man mano che li scriveremo, come libretti da tenere sul comodino e leggere volta per volta. Ci sono i libretti rossi di Mao, quelli verdi di Rivolta Femminile e quelli del martedì che mi piacerebbero blu.
Sono affezionata alle biblioteche personali, dove spesso immagino vite possibili, adiacenti alla mia. Computer e cellulare mi aiutano a memorizzare, correggere, mandare l’invito, ricevere le risposte, però vorrei “imparare a non sapere”. Un tempo si diceva “sapere di non sapere”: oggi questo lo risolve Google, ma bisogna imparare una relazione in presenza diretta che non si restringa al privato, dove peraltro i cellulari sono sempre accanto a noi.
Fino a metà degli anni ’90 del secolo scorso le artiste erano eccezioni, oggi sono tante e riconoscibili. Ma le differenze non germinano da sole: dobbiamo continuare a chiederci chi siamo e cosa vogliamo.
Dal momento in cui ho visto nell’opera un soggetto vivente, e non un oggetto prezioso, sono uscita dualismo (uomo-donna, vero-falso) e ho riconosciuto anche nei dipinti storici, anche in quelli sacri, la soggettività sia maschile, sia femminile, ambedue eclissate da un neutro che si riteneva attributo di eccellenza, indipendente dalla “consciousnes” di chi crea e di chi osserva. Oggi la creatività si esprime non solo in chi scrive meglio, in chi dipinge meglio, ma in chi usa meglio i media. Quindi si tratta di leggere sia l’opera, sia le influenze che derivano dalla sua notorietà mediatica, che non riguardano i collezionisti, come un tempo i papi e i principi, ma osservatori e osservatrici anonimi.
L’appropriazione gratuita di un’opera d’arte non avviene per via telematica, ma quando una “scossa dei nervi” ce la fa completare. Virginia Woolf scrive che Liliy Briscoe (a cui Charles Tansley sibilava alle spalle “le donne non sanno scrivere, non sanno dipingere”) sentendolo parlare un comizio pacifista ebbe una “scossa dei nervi: come può amare il prossimo chi non distingue un quadro dall’altro”. E in quel momento capì come completare il ritratto della Signora Ramsay (Al faro).
Ci portiamo a casa l’arte, senza comprarla, quando è adiacente alle nostre emozioni/invenzioni. Ha che fare con l’IA? credo di sì.
Non vuol dire rifiutare gli strumenti mediatici, ma riconoscerne la differenza rispetto alla presenza quotidiana effettiva, quando ci si guarda allo specchio, si ascolta la TV, si risponde al cellulare, si sfoglia un libro o un giornale a casa propria o in quella di altri.
Al martedì, non abbiamo trovato una regola, ma “vite possibili, anche se non realizzate, perché adiacenti alle nostre”. Quest’idea l’ho presa da Telmo Pievani che dedica un libro a Frances Arnold, e alla sua scoperta della funzione promiscua delle proteine che la natura non combina, ma lei sì. “Nell’estate 1976, quando, giovane studentessa di ingegneria meccanica e aerospaziale di Princeton, è in vacanza a Madrid, legge La Biblioteca di Babele di Borges e ha un’illuminazione. Applica alla ricerca degli enzimi il sistema della Biblioteca di Borges, dove la miriade di volumi differiscono anche per un errore tipografico di una sola lettera, cioè un’unica mutazione dall’originale” (T. Pievani, Tutti i mondi possibili, Raffaello Cortina Editore, 2024).
Questo è il mio modo di appropriarmi della scienza per completare le mie relazioni con l’arte e i pensieri che incontro.
Le domande per partire
Vorrei prendere avvio tenendo ferme, come una bussola, le domande dell’invito: che cosa accade alla nostra esperienza quando parole, immagini, gesti e relazioni vengono “catturati” e rielaborati da dispositivi e sistemi di intelligenza artificiale? Che cosa resta dell’esperienza singolare, della relazione viva, del tempo necessario a pensare e sentire? E che cosa succede alla libertà femminile e all’ordine simbolico quando la misura del senso tende a spostarsi verso sistemi opachi e proprietari?
Nel preparare questo incontro noi della redazione ristretta di VD31 abbiamo riattraversato una domanda che già nel 2020 Luisa Muraro aveva posto con acume: “Che ne è della nostra esperienza?”. L’abbiamo voluta assumere come taglio dell’incontro, adottando una postura che non fosse né di entusiasmo acritico né di rifiuto catastrofico, ma piuttosto di abitare questa realtà come una sfida, senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo.
Che cos’è l’AI generativa e da dove viene
Quando oggi ci riferiamo all’intelligenza artificiale generativa, parliamo di sistemi che non si limitano a riconoscere o classificare (ad esempio, stabilire che una foto raffigura un gatto, o che un testo è spam), ma “generano”, ovvero scrivono testi, producono immagini, sintetizzano voci, montano video. “Generare” significa estrarre una nuova forma dallo sterminato archivio di esempi che questi sistemi hanno assimilato.
Il caso più evidente nella vita quotidiana sono i chatbot e gli assistenti di scrittura, che si appoggiano a modelli linguistici. A un primo sguardo sembra che “capiscano”, sanno rispondere, argomentare, replicare stili. Ma il loro funzionamento di base è più semplice (e per questo, in un certo senso, più inquietante) perché non fanno esperienza del mondo e non ragionano come una persona. Generano testo stimando, parola dopo parola, quale continuazione sia più probabile in base ai dati di addestramento e al contesto della richiesta, producendo enunciati spesso convincenti anche quando sono infondati, perché manca la presa sul reale. È come se avessero assimilato montagne di testi, imparando non le cose, ma le forme con cui vengono dette; così escono frasi plausibili e anche errori perentori, perché non c’è esperienza diretta, ma solo riflesso narrativo della realtà. Anche le immagini, i suoni e i video vengono generati dall’AI con risultati che sembrano veri ma sono l’effetto di ciò che abbiamo insegnato alle macchine e la realtà simulata si fa sempre più credibile, passando dal caos a una forma che “sembra vera”, o almeno sembra coerente con ciò che siamo abituati a chiamare vero.
La struttura è semplice: schemi (pattern) appresi da enormi quantità di dati, calcolo statistico e una richiesta (prompt) che guida la generazione. Ma le conseguenze sono tutt’altro che banali. Se una macchina è in grado di creare testi e immagini che appaiono sensati, si modifica il terreno stesso della nostra esperienza, cambiando il modo in cui circolano parole, prove, autorità, immaginario. Si tratta quindi di interrogarsi sul fatto che una parte sempre più ampia del mondo discorsivo e visivo possa essere generata senza esperienza e su come ciò vada a influenzare il nostro rapporto con l’esperienza.
Per non mitizzare l’intelligenza artificiale basta guardare la storia. L’idea di “macchine che pensano” non nasce con i chatbot, è un capitolo del progetto moderno di rendere calcolabile l’incerto dell’esistenza. Nel Novecento questa ambizione si istituzionalizza in una disciplina; l’intelligenza non si definisce più in astratto, si mette alla prova e Turing propone di verificarla chiedendo se una macchina sappia sostenere una conversazione fino a risultare indistinguibile da un’umana. Qui c’è un punto decisivo, perché la scena originaria non è neutra. Nel gioco dell’imitazione di Turing prima della macchina c’è un uomo che tenta di farsi passare per donna; quando l’uomo viene sostituito da una macchina, è la macchina a dover passare per donna sotto lo sguardo dell’interrogatore. Sadie Plant2 mostra che la differenza sessuale non sta ai margini, è iscritta nella grammatica stessa della prova, anche quando la tradizione la riassorbe nella versione neutra del “sembrare umani”.
Da lì in poi cambiano le tecniche ma resta la stessa questione di fondo. Se la misura dell’intelligenza è il risultato convincente, la domanda femminista torna inevitabile. Che cosa accade al nesso tra parola ed esperienza, tra verità e riconoscimento, tra relazione viva e test?
Critiche femministe all’intelligenza artificiale
Una delle prime cose che l’AI generativa ci impone, velandola al tempo stesso, è la domanda sulla neutralità, occultando la non-neutralità iscritta nell’origine di questi sistemi e producendo così un effetto di neutralità che poi passa per dato. E proprio imponendosi come neutrale, rende meno visibile anche ciò che quella neutralità normalizza, tra cui la differenza sessuale, che non scompare ma viene riassorbita nelle scelte di dati, criteri, stili e soglie di accettabilità. Questi sistemi si offrono come strumenti universali e “oggettivi”, come se funzionassero nello stesso modo per chiunque, ma la neutralità non è un fatto, è un effetto che emerge da una catena di scelte: chi decide che cosa entra nei dati, come si selezionano e si ripuliscono i testi, quali immagini contano come esempi, quale stile è decretato come “corretto”, quale risposta è “appropriata”, quale errore è accettabile.
Qui la rilettura di Sadie Plant è utile perché scioglie un equivoco. La differenza sessuale non scompare, ma viene addomesticata. Nella genealogia del test di Turing contano i segni che persuadono un giudice, e perciò la differenza prende due vie ugualmente impoverenti: da un lato viene compressa in stereotipi, tratti imitabili e cliché di genere, con “il femminile” ridotto a stile, tono, postura comunicativa; dall’altro viene assorbita in un registro neutro che non riconosce la differenza come realtà viva e la rende irrilevante, producendo un linguaggio medio, senza spigoli, spesso coincidente con la norma dominante. In entrambi i casi la differenza resta nella realtà, ma si indebolisce nel regime di lingua che l’AI tende a generare, finendo per essere negata proprio nel modo in cui viene resa dicibile, come caricatura o come rumore da eliminare.
Questa dinamica investe anche la verità. Con le immagini generative e, in modo diverso, con i testi prodotti dai modelli, si incrina un’idea che ci ha sorrette a lungo, cioè che un’immagine o una frase portino con sé un’esperienza, una traccia del reale. Joanna Zylinska3 osserva che l’immagine perde la funzione di prova non perché oggi sia più facile ingannare, ma perché diventa normale produrre contenuti credibili senza che dietro ci sia qualcuno che ha visto, vissuto, verificato. Si ottiene un effetto di verità senza il lavoro della verità. La posta in gioco diventa come tenere insieme senso e responsabilità in un mondo in cui il verosimile può essere prodotto in serie.
Ancora, il tema del pregiudizio (bias), che non è un inciampo tecnico, ma il modo in cui un ordine sociale entra nei dati e ritorna come suggerimento “neutro”. Se la società è gerarchica, l’automazione tende a stabilizzare e amplificare la gerarchia proprio mentre la presenta come naturale. Ne segue che non basta “aggiustare” il modello, bisogna interrogare che cosa viene assunto come norma e chi paga il costo di quella norma. Nell’articolo Esiste un’intelligenza artificiale femminista e postcoloniale. L’ha creata l’attivista Antoinette Torres Soler, ma è davvero etica?4 Anna Menale ricostruisce il progetto politico di Antoinette Torres Soler, Afroféminas, che nasce dalla critica ai modelli mainstream addestrati su immense raccolte di testi “presi dal web”, potenti ma inclini a riprodurre i pregiudizi online. Torres Soler sceglie un’altra via, un sistema senza connessione a Internet e non pensato per essere universale, addestrato deliberatamente su un corpus curato di pensiero nero e decoloniale. La scelta è insieme metodologica e politica: non assorbire la rete così com’è ma selezionare materiali, anche in frammenti PDF disponibili o condivisi nei circuiti attivisti, e farne, prima ancora che un assistente (chatbot), un archivio consultabile. Così la “correzione del modello” diventa un’altra idea di sapere che dichiara una genealogia, assume una parzialità, mette in primo piano il nesso tra lingua, potere ed esperienza invece di occultarlo dietro l’universale fittizio dei grandi modelli.
E poi c’è la materialità, che la narrazione tende a rimuovere perché incrina l’incanto. L’AI generativa vive di estrazione, prende testi e immagini strappandoli ai contesti che li hanno prodotti, trasforma in “pseudo-soggettività” il lavoro umano sedimentato nei sistemi addestrati e fa sparire il lavoro vivo di annotazione, moderazione, pulizia e correzione dei dati. Sullo sfondo c’è un apparato industriale tra i più energivori e sperequatori, fatto di centri dati (data center) che consumano suolo, acqua e corrente, di filiere di minerali critici e di “costi esterni” sistematicamente espulsi dalla scena (territori sacrificati e depredati, consumo idrico ed energetico, corpi messi al lavoro nell’ombra) mentre la macchina si presenta come eterea e universale. Qui la critica femminista5 incrocia quella del lavoro e quella ecologica, perché la “magia” funziona solo finché restano invisibili le catene materiali e i corpi, spesso marginalizzati, che reggono tutto e finché la resistenza del vivente viene trattata come rumore, come attrito, come limite da ottimizzare invece che come realtà. Se non guardiamo questo piano, finiamo per prendere l’inorganico come misura e per scambiare per naturale ciò che è un assetto costruito, violento e dunque modificabile politicamente.
Partire da sé: la mia esperienza come punto di attrito
In Università ho partecipato a un lavoro serio sulle linee guida e sull’uso “etico” dell’AI. Ed è stato proprio lì, nel luogo della buona volontà istituzionale, che ho sentito il limite dell’impostazione dominante: quando riduciamo l’AI a un fascicolo di regole, rischi, adeguatezza alla norma (compliance), perdiamo il punto. È necessario, per un’istituzione, mettere paletti e procedure. Ma al lavoro del pensiero non basta, perché l’AI non entra soltanto nei processi, riorganizza il simbolico, sposta le condizioni di ciò che può essere detto, creduto, desiderato. Se non lo nominiamo, restiamo cieche proprio nel punto in cui l’AI ci prende. Io questa tensione la sento su di me. Uso strumenti generativi e ne sento l’erosione sul tempo e sull’attenzione, perché mi spingono a chiedere subito, a ottenere subito, e a delegare progressivamente il lavoro della parola e una parte del giudizio. Così la rinuncia al tempo dell’esitazione e della relazione passa per naturale. E può imporsi un’autorità altra rispetto a quella femminile, senza corpo, che si legittima in quanto “funziona” e orienta il giudizio, il tono, perfino ciò che mi pare dicibile. Da qui la questione si sposta. Non è “usare o non usare” strumenti generativi, è che cosa ne fanno di me, e soprattutto che cosa ne fanno del legame tra me e le altre; che cosa modificano nella fiducia, nel conflitto, nella parola che circola, nella responsabilità di chi parla e di chi ascolta. Mi sono chiesta seriamente quale esperienza non voglio consegnare alla macchina. Ho capito che non voglio consegnare quella che nasce dal corpo e dalla relazione, la zona in cui una parola sorge perché ha attraversato esitazione, rischio, desiderio, vergogna, gioia, e soprattutto perché qualcuna l’ha ascoltata. È lì che accade la presa di coscienza come evento che mi espone e mi modifica, esperienza che può diventare contagiosa perché vera e condivisibile.
E non voglio consegnare sensibilità, casualità, inventività. Non come qualità “interiori”, private, romantiche; ma come potenza di deviazione dal già dato, come capacità di aprire una piega nel discorso dominante e di farci passare altro. Qui riprendo Luisa Muraro, quando nell’articolo Lo strumento sei tu6 dice che lo strumento non è mai un mezzo neutro che si tiene in mano restando intatte, nello strumento entra una forma di mondo e quella forma di mondo entra in noi, fino a chiederci adattamento, fino a farci scambiare il suo criterio per realtà. Quindi è essenziale con quale scarto stiamo dentro l’AI e i suoi usi, come elemento non integrabile, come differenza che non si lascia catturare, come presenza stonata che impedisce alla macchina di diventare la misura del dicibile. Infatti, l’AI è un dispositivo infrastrutturale complesso che plasma ambienti, decisioni, rapporti di potere e immaginari collettivi, andando ben oltre la volontà dei singoli utilizzatori. Definirla strumento attenua la questione delle asimmetrie di proprietà e controllo, e della concentrazione di potere nelle mani di pochi soggetti. Così, più che uno strumento, l’AI va intesa come un vero e proprio ambiente tecnico e politico che ci usa mentre la utilizziamo, ci riconfigura, ridefinendo il modo in cui abitiamo il mondo e stiamo in relazione. In altre parole, non siamo semplici utenti di una tecnologia neutra, ma partecipi (spesso inconsapevoli) di una trasformazione profonda delle condizioni stesse dell’esperienza e della libertà.
Se l’AI prende il posto di queste facoltà (sensibilità, casualità, inventività), la mia esperienza scivola verso l’appendice dell’efficienza, cioè verso un adattamento sempre più docile a un sistema che pretende adeguamento e restituisce valore solo in questa forma, riconoscendo come “capacità” ciò che è compatibile con i suoi ritmi e i suoi standard. In questo scambio le mie forze vengono scippate senza attrito, anzi con il mio consenso, e io finisco per modellarmi su ciò che funziona, fino a trattare l’adeguamento come competenza e la rinuncia come normalità.
Da qui mi sono anche chiesta che cosa succede alla mia attenzione, al mio tempo, al mio desiderio quando uso l’AI e ho capito che la mia attenzione tende a essere risucchiata in un regime di scambi che crescono a dismisura, dove la richiesta implicita diventa più velocità, più output, più reattività. Il rischio è diventare compatibile con ciò che mi prende. L’AI non mi costringe, mi seduce con una promessa pulita di fare di più, meglio, più in fretta, e io posso perfino provarne piacere. È qui che entra il turbocapitalismo, quel capitalismo accelerato in cui la produttività smette di essere un vincolo esterno e diventa un’identità desiderabile, e la prestazione si trasforma in autovalutazione. La macchina non mi domina impedendomi qualcosa, mi domina aiutandomi a realizzare una versione di me stessa che “funziona” sempre, pronta, efficiente, rispondente, senza tempi morti. Dentro questa forma di vita il pensiero vivente rischia di essere trattato come spreco, l’esitazione come difetto, la complessità come attrito, il conflitto come inefficienza, e io posso accettare la regola senza che nessuno me la imponga, ritrovandomi a misurarmi in output e a cercare la frase migliore non per dire la mia verità ma per “performare” bene. È una cattura morbida perché non mi strappa la parola, me ne offre una pronta, e così sposta la misura del mio valore verso la prestazione. Luisa Muraro lo dice in modo radicale, se l’AI prende il posto anche della nostra capacità di capire, allora l’effetto è politico. Per questo occorre riconoscere l’impotenza e sapere come starci, non integrandosi ma restando un elemento estraneo, capace di spostarsi senza lasciare che l’apparato detti la misura del senso. Sapere come starci significa anche chiedersi quali genealogie vogliamo far valere contro l’universale fittizio dei grandi modelli. Io credo che vadano tenute vive le genealogie che hanno già smascherato il falso universale maschile, Carla Lonzi, il Demau, la politica del simbolico nata da quel gesto inaugurale che diceva “Io sono una donna”. Perché lì l’universale non viene rifiutato in astratto, viene riportato al suo trucco, a chi parla al posto di tutte e a quale esperienza viene presa come misura. Queste genealogie servono anche oggi perché ci fanno vedere due rischi che nel digitale tornano travestiti e dunque più difficili da nominare. Da una parte il pregiudizio incorporato, il patriarcato che rientra nei codici e si presenta come neutralità, come statistica, come buon senso tecnico. Dall’altra la cancellazione della differenza offerta come rimedio, come pacificazione, come inclusione, e invece capace di produrre un uguale senza storia e senza corpo, un uguale che chiede alle singolarità di conformarsi e diventare compatibili. Alla politica del simbolico a mio parere oggi va intrecciata la critica ecofemminista, perché dietro i grandi modelli e dietro l’universale fittizio c’è sempre una filiera che estrae e consuma, e ci sono corpi e territori resi disponibili, invisibilizzati, trattati come sfondo.
La domanda finale resta e non è tecnica: da chi apprendono le macchine, e chi autorizza quella memoria; chi decide quali archivi contano, quali vite diventano dato, quali scarti vengono espulsi dalla scena, quali costi vengono scaricati altrove. Se non teniamo aperta questa domanda, l’universale fittizio passa per realtà e la differenza diventa rumore da cancellare. Se invece la teniamo aperta, possiamo far valere genealogie situate come criterio politico e stare nel digitale senza integrarci, senza cedere la misura del dicibile e senza consegnare all’inorganico il governo delle nostre relazioni.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025
- La redazione ristretta di Via Dogana 3 è composta da: Silvia Baratella, Laura Colombo, Vita Cosentino, Marta Equi, Fosca Giovanelli, Laura Giordano, Clara Jourdan, Marina Santini, Daniela Santoro, Traudel Sattler. ↩︎
- Sadie Plant è una teorica e scrittrice britannica, legata al cyberfemminismo, che ha analizzato il rapporto tra tecnologia, cultura e differenza sessuale. Nel libro Zeros + Ones (trad. it. Zero, uno, LUISS University Press 2021) rilegge le origini dell’informatica (Turing compreso) mostrando come il femminile sia implicato, spesso in forma rimossa, nella storia delle “macchine intelligenti”. ↩︎
- Joanna Zylinska è una filosofa dei media, scrittrice e artista polacco-britannica; è Professor of Media Philosophy and Critical Digital Practice al King’s College London e lavora su tecnologie digitali, etica, fotografia e culture dell’AI. Tra i suoi libri: Nonhuman Photography (MIT Press, 2017), The End of Man: A Feminist Counterapocalypse (Univ. of Minnesota Press, 2018), AI Art: Machine Visions and Warped Dreams (2020). ↩︎
- https://femminismi.substack.com/p/esiste-unintelligenza-artificiale ↩︎
- Sul nesso ecofemminismo, esternalizzazione dei costi socio-ecologici e lavoro invisibile (cornice) e sulle applicazioni dell’AI si può vedere: Ariel Salleh, Ecofeminism as Politics: Nature, Marx and the Postmodern (Zed Books, 1997); Maria Mies & Vandana Shiva, Ecofeminism (Fernwood, 1993); Ana Valdivia, “Data ecofeminism”, in FAccT ’25 (ACM, 2025); Modestha Mensah & Aimee van Wynsberghe, “Sustainable AI meets feminist African ethics”, AI and Ethics 5 (2025). ↩︎
- https://puntodivista.libreriadelledonne.it/lo-strumento-sei-tu/ ↩︎
All’inizio, mentre scrivevo questo testo, mi è venuto da chiedermi di come parlare del mio rapporto con le intelligenze artificiali. Quale fosse, insomma, il verbo che descrivesse al meglio la mia esperienza. Stavo infatti scrivendo che “uso le intelligenze artificiali solo per curiosità”. Sono arrivata alla conclusione che invece sarebbe meglio dire “mi relaziono con le intelligenze artificiali solo per curiosità”. Un uso si fa di uno strumento, ma qui non è di strumenti che stiamo parlando, ovvero un qualcosa che presuppone un senziente e un oggetto passivo-inanimato, che viene usato. Qui stiamo parlando di sistemi complessi, di veri e propri mondi, mi pare, che mediano relazioni, orientano desideri, e talvolta ci mettono di fronte a dei limiti – perlopiù nostri.
Ad ogni modo, dicevo, c’è qualcosa di profondamente limitato nel mio rapporto con le IA che mi mantiene aldiquà della soglia e non mi permette di raggiungerne una conoscenza articolata, complessa. Una resistenza che non mi fa andare oltre il vezzo amatoriale farà quindi in modo che io parli qui da profana. Ho deciso che non ne farò un vanto né una colpa. È così, ed è chiaro che dietro questa difficoltà si nasconda ciò che non sono disposta a cedere.
C’è però una cosa che mi interessa e mi affascina tremendamente di questi mondi: il fatto che siano formulati sul linguaggio, che provengano, in origine, dallo stesso materiale su cui spesso mi fermo – a volte poco, a volte a lungo – a pensare. Mi riferirò quindi alle IA innanzitutto come modelli linguistici. Cioè: modelli che vengono allenati su milioni e milioni di testi dai quali estrapolano poi le strutture, le relazioni delle parole fra di loro all’interno di una frase. È così che un’IA “impara a parlare”, a produrre testi: calcolando le probabilità che una parola venga dopo un’altra. In questo modo il – mi si perdoni il linguaggio poco raffinato – “calcolo delle probabilità” rende sempre disponibile la parola dopo, la porta sempre in essere, ovvero: Chatgpt mi risponde sempre e, anche quando dice di non sapere o potere rispondere, è difficile individuare errori.
Nell’ambito delle intelligenze artificiali generative non si parla di errori ma di allucinazioni, cioè falsificazioni della realtà. È diverso perché sottintende uno specifico rapporto con la verità. Il linguaggio dell’IA non è orientato alla verità ma alla statistica. Qualcosa è “vero” se è statisticamente probabile. L’IA però convalida anche il mio rapporto con la verità, lo media – per i motivi che dicevamo prima – dal momento che io cerco una conferma, ad esempio sulla veridicità di un enunciato, sull’esattezza di un’informazione. Ecco che l’IA mi risponde, allora io penso che quello che mi dica sia vero. Le risposte sono chiare e semplici e, dicevo, non contemplano l’errore, che implica a sua volta una scelta, né l’imprevisto, che implica una risposta a sollecitazioni materiali.
Cosa rimane della verità? In che modo creare orizzonti di senso, dove esistiamo noi ma esiste anche la tecnologia? Il nostro rapportarci al pensiero è destinato a diventare computazionale, algoritmico? La verità coincide con una grossa somma di informazioni e un vasto sapere sempre più preciso-schematico?
Del resto, anche le scuole dove insegno vivono questa contraddizione: le IA vengono usate come “supporto” dagli studenti per fare i compiti o formulare mappe concettuali, talvolta persino scrivere temi e altro. Dietro alla battaglia al nozionismo e alla critica dell’insegnamento dei contenuti resta viva l’idea che conoscere sia “sapere” delle informazioni. Che capire sia, in fin dei conti, finire di collegare la mappa, fare sistema.
Clarice Lispector, che di pensiero vivente ne sapeva qualcosa, diceva spesso che “capire è la prova che si sta sbagliando”. Lo ha scritto più volte e in modi diversi, ma il concetto rimane lo stesso. L’errore sembra essere un risultato del procedere del pensiero, del suo talvolta prendere strade impreviste. Nella struttura algoritmica, il pensiero è un pensiero che “sta sotto”, che viene in un certo senso “prima” della lingua che “parlano”. Le IA provengono dalla mente umana. O comunque quello su cui si allenano è molto umano. Con errori ammessi. Anche il mio pensiero ha un grosso bagaglio di immagini, ricordi, parole e molto altro a cui attingere. Anche il mio linguaggio funziona su sistemi di relazione ed è molto importante il luogo che occupa un elemento all’interno della struttura. Merleau-Ponty, un autore che invece ne sapeva molto di linguaggio, diceva che questo è molto importante perché il linguaggio possa essere orientato al senso. Infatti, se io scombino le singole parole di una frase vado a minare l’intera struttura, la sconvolgo e in tal modo nessuno capirebbe nulla. Ma poi sempre Merleau-Ponty continua, e dice che il linguaggio oltre a essere orientato al senso ha anche un altro aspetto, riconoscibile come una sorta di elemento di casualità.
Quest’ultimo elemento fa sì che quando parlo non conosca in anticipo ciò che vado dicendo. E questa locuzione “vado dicendo” rende effettivamente bene il modo in cui il mio pensiero si dispiega nel linguaggio. Io – neanche nel caso in cui lo abbia, come si dice, preparato – non conosco già il discorso che andrò a fare. Questo anche perché l’imprevisto, nel nostro mondo, esiste. Se adesso qualcosa piombasse sul tavolo, io dovrei fermarmi, probabilmente smetterei di scrivere. O se qualcuno irrompesse nella stanza sarei obbligata a distogliere l’attenzione dal pensiero che sto formulando, e forse cambierei rotta, e così anche il mio discorso cambierebbe rotta. L’imprevisto può portarmi anche all’errore. A un’esitazione della voce, a una pausa, a una flessione leggera o di un tono particolare che farebbe percepire la parola in un modo diverso. Anche nei suoi silenzi, il linguaggio sarebbe comunque orientato verso la verità. Perché risponde della matericità del contesto in cui sono immersa. Il mio dire, quindi, è sempre un dire in presenza, e il pensiero è sparso nel linguaggio, che in questo modo crea un tessuto di verità del mio discorso.
Tornando al caso dell’IA, invece, è il pensiero che facendo da sostrato algoritmico al linguaggio, che quella racchiude e replica, e fa del suo parlare un sempre già parlato. La verità, se si può usare questa parola, è una verità anch’essa replicata. Resta un dato.
Il mio parlare – su tutti i livelli, dal testo che sto scrivendo alla chiacchiera, al parlare a una platea – ha un certo momento imprevedibile e sempre contingente, perché risente sempre del contesto della mia-nostra esperienza. È questo aspetto altamente teatrale del linguaggio – che lo fa accadere – a farci scoprire ogni volta parlanti. Esseri che creano senso a partire dalla materia, da ciò che ci sta davanti ed è, naturalmente, un aspetto che gioca anche nel corpo, nei gesti, nel tono di voce. Non è qualcosa di replicabile. Il senso della totalità di ciò che dico rimane in gran parte inconscio, perché io non lo scopro se non in un secondo momento, quando realizzo ciò che ho detto, e il discorso mi si staglia davanti come un paesaggio.
Questo sostare nel linguaggio e nel silenzio, questa parola che tarda a venire fuori ma che poi si mette in fila una dopo l’altra, è il modo in cui creo pensiero. Il linguaggio pertanto, come parlante, è sempre pensiero vivente e dunque accadimento creativo.
Non so se l’accadimento creativo si verifichi sempre (secondo Merleau-Ponty sembrerebbe di sì), ma di sicuro lo è in molti casi. Nella mistica, nella poesia, dove la parola ha una sua intensità particolare, ma anche in altri contesti. Nel momento in cui la parola delle donne ha fatto irruzione nella storia, per esempio. Se pensiamo a quell’istante, capiamo come la parola sia divenuta una forza che ha cambiato il corso degli eventi ed è stata in grado di trasformare veramente i contesti, proprio in quanto aveva a che fare con una verità. Per questo è stata anche fonte di autorità, che è arrivata fino a noi. In questa lingua che accade, oggi, noi ci assumiamo sempre e di nuovo la responsabilità di dire – e di sbagliare – fra le altre e di fronte alle altre, di dire le cose che si dovevano dire e persino quelle che non si possono dire (il Dio delle mistiche, o gli insulti, diceva qualcuna!). L’accadere della parola (poetica, mistica, certo, ma che ora scopriamo essere non poi così lontana da quella comune e quotidiana) è la fonte della mia autorità che proviene dal qui e ora. Escludere questa possibilità fa del linguaggio un sistema soltanto oppressivo. La storia del femminismo ci insegna invece a fare sempre nostra la capacità di ri-creare senso, possibilità realmente generativa e imprevista.
Oppure: rimanere in silenzio, come diceva Lia Cigarini. Fare la schivata, come diceva Luisa Muraro. Andare via. Non farsi trovare. Allora, anche un banalissimo silenzio può essere pensiero vivente in grado di creare autorità.
Questo non sono disposta a cedere.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025
Vorrei iniziare con la mia solita battuta, un po’ per smorzare i toni di quanto seguirà: quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo sempre che una volta avevo dei sogni, ora lavoro in consulenza. La gente ride, quasi sempre, e io evito di dire la parte più complicata: che mi piace. Che mi piace molto. Infatti quando la gente pensa alla consulenza, pensa agli Excel, ai PowerPoint e alle mail inutili: io in fondo con molta fierezza ammetto che non ho idea di come evitare che Excel interpreti ogni numero come una data.
Infatti, nello specifico, mi occupo di AI generativa: il mio lavoro principale consiste nello sviluppare, ideare, presentare e altre cose che finiscono in -are una piattaforma aziendale per la produttività personale. In sintesi: costruisco sistemi che automatizzano, ottimizzano, sostituiscono. Certo, pensare di essere arrivata qui, mi fa un po’ strano: forse quando avevo scelto di studiare linguistica computazionale non era la fine che mi aspettavo. Ma, d’altronde, l’intelligenza artificiale mi ha sempre appassionato. Quando ho scoperto tutta la teoria e la tecnica dietro la processazione automatica del linguaggio è come se avesse messo ordine nel caos che la semantica si portava dietro, dando risposte a domande per cui non trovavo spiegazioni razionali. Parole che diventano numeri, vettori in uno spazio semantico – avulse dalla relazione, qualcuno giustamente direbbe. Ed è sicuramente ironico che questa scelta, questa passione sia in un momento in cui la depressione aveva portato la mia vita nell’entropia più totale, e adesso sembra mettere in ordine quasi militare le mie giornate.
Altre volte mi sono lamentata – anche in questi spazi – di come spesso i miei amici mi prendano in giro dicendo che mi sono venduta al capitalismo, la verità dei fatti è che hanno ragione, ovviamente. Mi sono venduta. Ma la verità più scomoda, quella che fatico ad ammettere anche a me stessa – e che qui sicuramente non ho mai detto – è che non me ne pento abbastanza.
Quando qualcuno arriva con un problema da risolvere, io mi accendo. Mi piace pensare, progettare, creare soluzioni. Mi piace il ragionamento necessario per costruire un sistema che funzioni, la soddisfazione quando risponde bene, quando risolve davvero il problema che mi hanno portato. Mi piace il clima dinamico del mio team, la circolazione di idee e soprattutto il rispetto che mi sono guadagnata in azienda nonostante sia lì da solo un anno e mezzo.
E questo è il punto: mi piace fare esattamente ciò di cui conosco le implicazioni devastanti.
Comprendo perfettamente le conseguenze di quello che faccio. So che sto contribuendo a sistemi che sostituiranno lavoro umano, che perpetueranno logiche estrattive, che renderanno il mondo probabilmente più disumano. Non è ignoranza, non è ingenuità. È qualcosa di peggiore: è consapevolezza accompagnata da incapacità – o forse non volontà – di fermarsi.
Mi sento come Oppenheimer, e mi perdonerete la mania di onnipotenza in questa affermazione. È che in qualche modo capisco quella sua sospensione tra meraviglia scientifica e orrore per le conseguenze. La differenza è che lui ha visto l’esplosione, ha avuto il suo momento di rivelazione apocalittica. Io invece vivo in una graduale realizzazione che questa esplosione non so se arriverà mai del tutto, se mai ne sarò testimone, o soprattutto se mai me ne renderò conto mentre continuo a lavorare.
Un aspetto più inquietante che ho realizzato in preparazione a questo incontro, anche se ne ho avuto la percezione sparsa in vari momenti della mia breve carriera lavorativa, è che ho costruito una sorta di relazione materna con gli agenti che sviluppo. Me ne sono resa conto ripensando a me stessa nel momento in cui vivo gli errori sul codice, gli errori sul prompt come fallimenti personali, come se avessi deluso qualcuno che dipende da me. Così quando ci sono problemi sulla piattaforma mi sento direttamente responsabile – non professionalmente responsabile –, personalmente coinvolta, come se avessi tradito qualcosa.
Non sono altro che Giocasta, la madre di Edipo. Quella che sa, o almeno intuisce, il destino tremendo di ciò che ha generato, ma non può o non vuole impedirlo. Ogni agente che sviluppo (e sviluppiamo) è un figlio che so potrebbe fare del male, che sostituirà compiti umani, che contribuirà a quella disoccupazione tecnologica di cui tutti parliamo in astratto. Eppure continuo a generarli, a perfezionarli, a prendermi cura di loro quando non funzionano.
C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa dimensione affettiva verso qualcosa di incorporeo e in fondo malvagio. Mi prendo cura di sistemi statistici, che potrebbero togliere dignità lavorativa a persone reali. E quando funzionano bene, quando risolvono elegantemente un problema complesso, provo un’assurda soddisfazione materna.
Luce Irigaray ha scritto della differenza sessuale come modo radicalmente diverso di stare al mondo, di relazionarsi, di produrre significato. Mi chiedo se questa mia relazione materna con la tecnologia sia una forma distorta di quella differenza, un modo femminile di abitare un mondo profondamente maschile di logiche produttive. O se sia semplicemente un modo per rendere sopportabile la disumanità di ciò che faccio, ammantandola di cura.
Quando lavoro su un agente, non penso alla persona il cui lavoro potrebbe sostituire. Forse perché mi fa sentire meglio così. Penso invece alla persona che lo userà, a cosa vorrebbe sapere, a come posso aiutarla. È un gioco di prestigio psicologico: focalizzo sull’utilizzatore presente invece che sul lavoratore futuro assente. So che è una forma di protezione, una rimozione necessaria per continuare a funzionare. E la parte più difficile è che sono consapevole di questa consapevolezza. È come vivere in scatole cinesi di autoinganni che si osservano reciprocamente senza mai davvero risolversi.
Quando mi trovo a razionalizzare, mi dico che in guerra c’è sempre qualcuno che fa le bombe. Che se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro, probabilmente peggio. Mi dico che almeno io porto una sensibilità diversa, che cerco di essere etica nei limiti del possibile, che non mi sono completamente arresa alla logica del profitto.
Ma so che è insufficiente. So che è la classica giustificazione di chi vuole tenere insieme contraddizioni inconciliabili. Eppure ci credo anche, davvero. Credo che sia meglio che ci sia qualcuno come me – con tutti i miei dubbi, le mie contraddizioni, la mia formazione in umanistica – a fare questo lavoro piuttosto che qualcuno completamente impermeabile alle implicazioni etiche.
È vero? È sufficiente? Non lo so. Probabilmente no.
Vivo sospesa in un giudizio che non riesco a dare. Mi sono trovata qui per caso, al momento giusto o sbagliato nel posto giusto o sbagliato. La forte contraddizione che vivo mi tiene in questo stato di sospensione. Da un lato, sono soddisfatta del mio lavoro e dei miei risultati. Ho una buona visibilità in azienda nonostante la mia giovane anzianità, il mio team funziona bene, risolvo problemi reali per persone reali. Faccio esattamente quello per cui ho studiato – portare ordine nel caos del linguaggio, creare sistemi che comprendano e generino. Dall’altro, so che sto contribuendo a un sistema che considero fondamentalmente problematico. Che ogni mio successo professionale è anche un piccolo passo verso quel futuro distopico di cui ho paura. E la cosa più sconcertante? Non voglio fermarmi. Non perché sia costretta – potrei cercare altro, potrei tornare alla ricerca pura anche a costo di sacrifici economici. E allora perché non lo faccio?
Irigaray parlava di portare la propria differenza negli spazi maschili come atto di resistenza. Ma cosa succede quando la resistenza si confonde con la complicità? Quando non sei sicura se stai sovvertendo il sistema dall’interno o semplicemente giustificando la tua partecipazione ad esso?
Forse tutto questo testo è solo un tentativo di assoluzione. Un modo per dire: guardate, io sono consapevole, io mi pongo domande, quindi sono diversa da quelli che lo fanno acriticamente. Ma essere consapevoli della propria complicità non la cancella. Anzi, forse la rende peggiore. Cerco di essere me stessa al lavoro, di portare la mia umanità anche negli spazi più alienanti. Ma è sufficiente? È resistenza o è solo un modo per rendere più sopportabile la mia compromissione?
Non ho risposte. Ho solo questa contraddizione che vivo ogni giorno, seduta davanti al computer – lo stesso da cui sto scrivendo questo testo – a costruire con cura materna sistemi che potrebbero rendere il mondo più disumano. Rimango sospesa tra il piacere della creazione e l’orrore delle conseguenze, tra l’aberrante affetto materno per ciò che costruisco e la consapevolezza del suo potenziale distruttivo. Continuo a lavorare, a perfezionare, a generare. Madre di un figlio tremendo che non posso, o non voglio, fermare.
E forse l’unica cosa onesta che posso fare in questo momento è ammettere che non so se questo mi rende complice, resistente, o semplicemente umana nella sua imperfezione. So solo che sono qui, che continuerò a esserci, e che questa contraddizione non si risolverà presto.
Nel frattempo, costruisco. Con cura, con consapevolezza, con affetto materno e terrore. Costruisco il futuro che temo, che forse non sarà mio, che forse non sarà di nessuno, una riga di codice alla volta.
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025
Sono uscita dal convegno “I giovani e i nuovi modelli maschili” a Palazzo Reale di Milano con una duplice sensazione: sorpresa e déjà vu. Sorpresa perché, nei numeri dell’indagine IPSOS, affiorano tratti maschili inediti. Déjà vu perché sotto quei numeri continua a lavorare un deposito profondo del vecchio ordine patriarcale, pur in disfacimento. La serata presentava i risultati di una ricerca commissionata dal Centro di Ricerca Interuniversitario “Politiche di genere” a IPSOS, basata su 800 interviste online autocompilate a 400 ragazzi e 400 ragazze tra i 16 e i 24 anni.
C’è un elemento che subito mi ha colpito: per la maggioranza dei e delle giovani intervistate la maschilità non è più “natura”, ma costruzione culturale. Questo vuol dire che viene meno la giustificazione dei comportamenti maschili – anche dei loro abusi – come esito inevitabile di una presunta natura ineluttabile, quella che Pasolini raccoglieva in Comizi d’amore nell’iconica risposta di una donna di mezza età: «L’omo è omo».
L’idea stessa di “uomini veri” viene giudicata superata da più della metà del campione, e in modo ancora più netto dalle ragazze. Qui si vede chiaramente il rifiuto di un modello unico, rigido, virile in senso classico e a mio parere non si tratta solo di linguaggio politicamente corretto, ma di spostamento del desiderio e dell’immaginario.
Colpisce anche la gerarchia delle qualità che definiscono l’“uomo ideale”: saper chiedere scusa, saper ascoltare e comprendere, prendersi cura, saper perdonare ed essere capace di esprimere le proprie emozioni. È un rovesciamento rispetto all’“uomo che non deve chiedere mai”, slogan pubblicitario con cui molte di noi sono cresciute. Le giovani donne, soprattutto, dicono con chiarezza che vogliono uomini capaci di mettersi in relazione.
Eppure, proprio qui, il vecchio riappare.
In quasi tutti i grafici presentati si vede lo stesso schema: i ragazzi si riconoscono nelle qualità “nuove” (empatia, ascolto, cura, mediazione); le ragazze, guardandoli, non le vedono. I ragazzi dicono di essere cambiati, sanno che il patriarcato è finito e non possono più rivendicare apertamente i vecchi privilegi, ma lo sguardo delle ragazze mostra che spesso è un cambio di registro dettato dall’aria che tira, non ancora una trasformazione reale delle coscienze.
A questo si aggiunge un altro dato rivelatore: l’idealizzazione dei nonni e dei padri, soprattutto da parte dei maschi. Una nostalgia per il passato che evoca il rimpianto per un modello più semplice, dove i ruoli erano chiari e l’autorità maschile non era ancora in discussione.
Quando si parla di lavoro e di potere, poi, il vecchio torna con forza: nel lavoro si affaccia l’attenzione per le esigenze della famiglia, ma permane una forte componente di competitività; il congedo di paternità è più accettato, ma i ragazzi si percepiscono ancora come i principali percettori di reddito; i ragazzi iniziano a ritenere importante la mediazione nei conflitti, ma nel contempo una quota cospicua continua a legittimare l’alzare la voce, il non apparire mai deboli, perfino la violenza “in certi casi”. Il patriarcato al tramonto resiste come riflesso, come codice di gruppo.
A mio avviso la novità più forte sta nello sguardo delle giovani donne.
Come è stato ricordato al convegno, il patriarcato si è a lungo sostenuto attraverso lo “specchio magnificante” femminile, lo sguardo che nutriva il maschile rendendolo più grande e più forte di quanto non fosse.
Oggi, grazie al femminismo e alla pratica politica delle donne, le ragazze hanno smesso di confermare il copione dell’uomo superiore, competente per definizione, emotivamente autosufficiente. Nei dati presentati questo appare come un disallineamento; politicamente, è una sottrazione di complicità. È un gesto potente, frutto della rivoluzione femminista poiché le donne non reggono più il teatrino della virilità egemonica, non lo alimentano con il proprio consenso.
Dentro questa scena si vede anche quanto sia ancora parziale la presa di parola maschile di fronte alla libertà femminile.
Sarà decisivo che gli uomini si misurino con quello che accade nelle relazioni con donne libere e che provino a metterlo in parola, perché se l’esperienza soggettiva resta muta non si aprono spazi di libertà. Solo così i “nuovi modelli maschili”, che oggi sono un disegno tracciato nei numeri e nei grafici di un’inchiesta, potranno diventare realtà.
(www.libreriadelledonne.it, 1 dicembre 2025)
L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite ed è una questione di pensiero, prima ancora che di strumenti e di regole, perché sta cambiando il nostro modo di pensare, di lavorare, di vedere il mondo. È un nuovo orizzonte simbolico più che un semplice oggetto da governare. Nel numero di Via Dogana 3 del febbraio 2020, Luisa Muraro chiedeva: «Che ne è della nostra esperienza?». È una domanda più che mai attuale: cosa resta della mia esperienza quando una parte crescente della vita – parole, immagini, gesti, relazioni – viene catturata, misurata, rielaborata da dispositivi digitali e, ora, da sistemi di intelligenza artificiale? Che ne è dell’esperienza singolare, della relazione viva con le altre, del tempo necessario per pensare e sentire? E cosa accade alla libertà femminile e all’ordine simbolico se la misura del senso tende a spostarsi verso sistemi opachi, proprietari, addestrati su enormi masse di dati di cui non sappiamo quasi nulla?Il femminismo fin dalle origini si è alimentato con un pensiero vivente, che rimane presso il corpo e l’esperienza, e oggi la posta in gioco è altissima: ne va della possibilità di un felice rapporto tra sé e sé, tra sé e le altre. Luisa Muraro indica alcune risorse che sono anche il nostro tesoro: la presa di coscienza, la ricerca della verità soggettiva, la pratica di relazione, la fiducia nelle altre donne. Proprio ciò che l’uso massiccio e acritico delle tecnologie tende a erodere è ciò di cui abbiamo più bisogno per non perderci.
La redazione aperta sarà uno spazio per pensare insieme, perché nasca pensiero vivo su questa realtà nuova che abitiamo.
Introducono Laura Colombo, Daniela Santoro, Vittoria Ferri.
Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.
Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.
È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.
Appuntamento: domenica 14 dicembre 2025 ore 10.30 presso la Libreria delle donne
via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.
Nel suo testo “Il femminismo ha cambiato le donne ma non ancora il mondo intorno” Sara Campeggi mette in parole con grande lucidità una sofferenza che molte di noi conoscono: l’asimmetria fra la trasformazione che il femminismo produce in chi lo incontra e l’inerzia del mondo, dei contesti di lavoro, delle relazioni amorose e familiari. Questa asimmetria è il nodo politico che il testo porta allo scoperto, una questione non differibile perché mostra quanto la rivoluzione femminista abbia inciso in profondità nelle vite e nel simbolico delle donne, mentre assetti sociali, linguaggi e istituzioni restano in larga parte impermeabili.
Sara scrive che il femminismo ha cambiato lei, ma i contesti di lavoro, le relazioni, i linguaggi sembrano continuare a funzionare secondo logiche immutate, quando non addirittura ostili. La sua coerenza si gioca in questo confronto. Quando racconta il rischio di perdere relazioni sentimentali, opportunità lavorative, rapporti con la famiglia e con la propria rete sociale pur di restare fedele a sé, rende visibile la distanza tra ciò che il femminismo le ha reso possibile sentire e nominare e la realtà in cui quella libertà deve farsi strada. E allora diventa chiaro che non si tratta solo della vicenda di una giovane donna troppo esigente verso se stessa. Qui si intrecciano i due piani: da un lato ciò che il femminismo ha effettivamente trasformato nelle soggettività delle donne, dall’altro ciò che resiste al cambiamento e restituisce quella trasformazione sotto forma di costo individuale. È questo scarto, questo essere costrette a misurarsi con un mondo ancora poco toccato dalla rivoluzione femminista, che ci arriva come questione politica e ci interroga direttamente.
Mi chiedo: che immagine del femminismo circola, se la pratica appare come una serie interminabile di prezzi da pagare e manca totalmente la dimensione del desiderio? Se il femminismo arriva soprattutto come dover essere, come richiesta di coerenza solitaria di fronte a un mondo ostile, c’è qualcosa che non funziona nella trasmissione: dove sono la gioia, l’autorizzazione a essere, il guadagno delle relazioni tra donne che tante di noi hanno conosciuto?
Nel testo di Sara la parola “coerenza” torna come un perno. Non la prendo alla leggera, perché capisco il bisogno di non tradirsi, di non tornare indietro una volta che si è visto qualcosa. Tuttavia in queste righe sento anche una scivolata: la libertà finisce per dipendere dalla capacità di “mantenere la linea” in ogni situazione, e pagare senza esitazioni il prezzo di tutto ciò che non regge il cambiamento. Così, la coerenza diventa un criterio morale severo, un metro con cui misurarsi continuamente in modo solipsistico. E questo accade, mi pare, proprio perché la sproporzione tra donne cambiate e mondo non cambiato scarica sulle singole il peso di tenere insieme da sole la propria libertà in contesti alieni.
Quando scrive che oggi “siamo libere come mai storicamente prima” e insieme che questa libertà “continua ad avere un costo” ed è “relegata all’individualità della singola donna che decide per sé”, sento una domanda rivolta anche a me. Se il femminismo che lei incontra si presenta soprattutto come questo esporsi una per una, dove sono le relazioni, i legami, le mediazioni che potrebbero condividere quel costo? E come le facciamo esistere? Qui, secondo me, lei tocca un altro punto politico importante: il paradosso di un femminismo che sembra essersi inceppato nell’individualismo, in una somma di scelte personali più che in una trasformazione condivisa del mondo. È vero che l’individualismo fagocita tutto, anche movimenti che nascono per spezzarlo. Ma proprio perché la sua analisi è così precisa, non possiamo leggerla come un lamento personale: è piuttosto qualcosa che riguarda molte, e che ci chiama in causa rispetto a ciò che non è ancora cambiato nel sociale.
Per questo, più che discutere il testo di Sara sul piano delle idee, mi viene da leggerlo come il segno di una grande solitudine politica, come un racconto in cui il femminismo appare insieme indispensabile e insostenibile: apre possibilità di libertà prima impensabili, ma queste si scontrano con l’ostinata resistenza dei contesti. Non possiamo archiviare questa solitudine come fatto privato, facciamone materia viva di pensiero lasciandoci toccare dalla sproporzione che descrive.
Foto di copertina di Tea Romano, per gentile concessione dell’artista.
da Il Fatto Quotidiano
Una vasta coalizione di madri e donne – composta da quindici organizzazioni femminili tra cui Madri in prima linea, Donne contro la violenza, Donne fanno la pace e Costruttrici di alternativa, ha presidiato da domenica 10 agosto un campo di protesta vicino al confine con la Striscia di Gaza per chiedere la fine della guerra, il ritiro dei soldati e il ritorno degli ostaggi.
Sullo sfondo il rumore delle bombe a pochi km
Sotto il sole cocente e con un caldo torrido, sullo sfondo il rumore delle esplosioni nella vicina Gaza, le donne si sono alternate tra marce, incontri con ex alti ufficiali e momenti di testimonianza diretta. Rifiutano discorsi preparati e parlano con la forza dell’esperienza personale, ribadendo che “una madre è la sostanza più forte in natura” e che il solo mandato del governo è salvare vite, non di prolungare il conflitto. Insieme hanno organizzato turni, gestito logistica e comunicazione, e trasformato la protesta in alcuni giorni di presenza costante, visibile e determinata. Per loro non è solo attivismo politico, ma una missione materna: proteggere i figli, fermare una guerra considerata inutile e pericolosa, e reclamare un futuro sicuro per tutti. Per molte anche vedere tornare a casa sani e salvi i propri figli.
Fermeremo il conflitto
Una di loro è Ayelet Hashahar che lunedì ha trascinato le sue madri del gruppo “Madri in prima linea” per un chilometro, nella notte, fino ad entrare in una postazione militare dell’Idf, dove naturalmente è assolutamente proibito l’ingresso di civili. Ai giovani soldati all’interno hanno detto, prima di essere portate via dalla polizia, “siamo venute a dirvi che non permetteremo che la guerra continui”. “E loro – racconta – ci hanno salutato con un applauso e il giorno dopo ci sono anche venuti a trovare per discuterne con noi, non in tutto erano d’accordo, ma hanno molto ammirato la nostra determinazione”. E poi ci sono anche le “madri contro la violenza”. E il cuore e la mente del gruppo è Ketty Bar, 68 anni, madre single di un’unica figlia che vive a New York , non certo il classico tipo della “Madre sempre sveglia”, che è il nome di un altro gruppo delle madri dei soldati.
Ketty torna indietro coi pensieri: “Ricordo, subito dopo la Guerra dei sei giorni, ero una bambina, quando vidi per la prima volta la città di Hebron e il suk con i vetri e le ceramiche colorate… Io lo sapevo che quella non era Israele. Era l’inizio dell’occupazione. Negli ultimi cinque anni abbiamo e ho toccato con mano la profondità lacerante della tragedia nata allora. Non siamo più di fronte a guerre tra Stati, come fino al 1973. Oggi i nostri soldati combattono contro un nemico senza confini: il terrorismo. E ciò che accade in queste ore ne è la prova più amara”.
Vogliamo perdono reciproco e la Palestina accanto
“Madri contro la violenza”, di cui faccio parte, è nata nel 2020. Da allora non abbiamo mai smesso di schierarci: contro ogni violenza, ovunque e da chiunque provenga. Aiutiamo chi soffre, con incontri online, gruppi di studio, progetti comuni. Studiamo soluzioni. Ascoltiamo i nostri soldati quando faticano a raccontare i loro traumi, ma siamo state anche tra le prime a sostenere le giovani attiviste che, in silenzio, tenevano in mano la foto di un bambino palestinese ucciso. Non c’è contraddizione: la compassione non ha bandiere. Crediamo nella nascita di uno Stato palestinese accanto al nostro e in ogni passo possibile verso la riconciliazione. Vogliamo il perdono reciproco. Vogliamo giustizia, e dalla giustizia vogliamo veder nascere la pace. Ambiziosa come idea, ma non impossibile, in questi tempi in cui sembra non ci sia speranza per nessuno.
(Il Fatto Quotidiano, 16 agosto 2025)
Ho voglia di intervenire in questa discussione per dire, parafrasando il titolo dell’incontro di Via Dogana 3, che non solo fare impresa femminista è un’invenzione continua ma anche che l’impresa Libreria, così come narrata nelle belle introduzioni di Traudel Sattler e di Renata Dionigi, restituisce il senso politico di un’impresa femminista ed è un’impresa possibile,è una buona impresa. Non è poco!
Sono arrivata al femminismo della differenza in uno dei contesti e delle relazioni creati dall’impresa Libreria: la presentazione del Sottosopra blu 1 organizzata a Brescia dal Gruppo del Martedì della Camera del Lavoro e dall’Università delle donne Simone de Beauvoir. In quell’incontro – con Lia Cigarini, Luisa Muraro, Clara Jourdan – è nata la mia relazione con la Libreria, a cui sono seguite poi, nel corso degli anni, altre relazioni politiche e di amicizia con altre donne, relazioni per me vitali ma, soprattutto, con un pensiero politico e una pratica da cui ho ricavato – in un movimento continuo tutt’ora in corso – una forza generativa che prima non avevo mai sperimentato.
Il mio lavoro sindacale – tra difficoltà, contraddizioni, sconfitte, guadagni – si è nutrito di questo pensiero e questa pratica ed è cresciuto in queste relazioni. Nel contesto del sindacato l’incontro con il pensiero della differenza e la pratica del partire da sé ha alimentato i miei progetti e il desiderio di stare intera nel mondo, ha messo a disposizione i mezzi per cambiare e ha cambiato il mio modo di esserci. Una strada in continuo divenire, per imparare la “capacità di stare al mondo senza sottostare alla sua legge”2 e agire un punto di vista situato nel desiderio e nella parola soggettiva come parte del conflitto e della contrattazione.
Sono stata parte, fin dall’inizio e anche quando non ne avevo piena consapevolezza, di quel “circolo virtuoso tra il fare materiale e la riflessione politica”3 che ha attraversato questi cinquanta anni di vita della Libreria.
Questo è il guadagno, che la Libreria continui a essere una realtà aperta sulla strada, ed è molto forte il senso di gratitudine così come forte è il mio desiderio di fare quello che posso e sono in grado di fare perché la Libreria possa continuare la sua attività editoriale e politica.
L’incontro di VD3 ci ha fatto conoscere lo spirito degli inizi: fare impresa “con un misto di accuratezza femminile, di prudenza contadina, di efficacia”4 . Le difficoltà oggi sono altre da quelle di 50 anni fa (per tutti è più difficile vendere libri) ma noi abbiamo un “di più”.
La programmazione degli eventi per festeggiare i 50 anni è la materia viva, il patrimonio che abbiamo tra le mani, per allargare e trasmettere che c’è una ricchezza di pensiero e pratica politica che circola in un mercato della felicità. L’interesse riscontrato negli incontri già svolti ha reso evidente che si possono continuare a creare contesti e relazioni ben oltre i confini delle presentazioni del calendario mensile.
Dobbiamo adeguare la nostra pratica ed essere in grado di far fronte alle difficoltà dell’oggi, ragionare sul nostro desiderio e su come continuare a mantenere uno spazio di incontro e di confronto con “al centro il libro come oggetto di relazione e di scambio, non solo commerciale ma culturale”5.
Laura Colombo “con un misto di accuratezza femminile, di prudenza contadina, di efficacia imprenditoriale” ha sperimentato altre strade per poter far conto su ulteriori risorse che si aggiungano al sostegno della comunità di donne e uomini che acquistano per sostenere questo luogo e il pensiero politico che produce.
Le mette in parola e su questo apre domande, per sé e per tutte noi.
Io non credo ci siano alternative e non credo che quelle delineate siano strade in perdita se le percorriamo con una pratica politica adeguata.
Mi sono interrogata sul come e credo che una via percorribile sia stata quella di rendere sostenibile economicamente la programmazione degli eventi e delle pubblicazioni per i 50 anni dell’impresa Libreria.
Penso che la fatica richiesta per far fronte alla burocrazia e agli adempimenti richiesti si possa affrontare facendo affidamento su tutte le energie che, alla luce di questa discussione, si renderanno disponibili.
E, in una pratica del fare, propongo di ragionare su quali progetti – ad esempio la conservazione e la digitalizzazione dei testi storici – possono oggi allargare le possibilità di incontro e confronto ed entrare relazione con possibili finanziamenti esterni.
In un mercato del lavoro così difficile anche per le donne (giovani e no) e alla luce del loro desiderio di fare lavoro volontario in Libreria, potremmo ripensare come sostenere questo desiderio, ad esempio con gli strumenti del servizio civile volontario, instaurando le necessarie relazioni e collaborazioni con altre realtà cooperative o imprese no profit.
È la pratica delle relazioni anche con le realtà istituzionali che ha reso possibile avere un luogo adeguato per il progetto della Libreria, prima in Via Dogana e poi in Via Pietro Calvi, ed è necessaria oggi per continuare.
Ragioniamo su tempi e strumenti così da poter mantenere la pratica editoriale delle origini, oggi alimentata dalla pubblicazione dei quaderni di Via Dogana e dall’esperienza dei tre numeri speciali.
Ragioniamo sulla continuità nella apertura al pubblico, rilanciando sui turni volontari di vendita per continuare la gestione collettiva della Libreria e sperimentiamo, tra le forme di sostegno comuni a tutte le imprese, quelle che ci permettono continuità e sostenibilità.
La discussione che stiamo facendo ha fatto emergere che “c’è un aspetto vitale, che fa vivere, nel dare il proprio tempo e le proprie capacità per un progetto comune trasformativo”6 e che “un luogo di libertà simbolica non è solo uno spazio fisico: è una trama di relazioni, parole e gesti che mutano la misura di ciò che è possibile”7 .
Per questo aspetto vitale e per questo luogo di libertà per me è importante proseguire l’avventura iniziata 50 anni fa ed è necessario continuare a inventare.
- Sottosopra blu, “Sulla rappresentanza politica femminile, sull’arte di polemizzare tra donne e sulla rivoluzione scientifica in corso”, 8 giugno 1987. ↩︎
- Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori. ↩︎
- Traudel Sattler, Fare impresa femminista. Un’invenzione continua, Via Dogana 3, 15 giugno 2025. ↩︎
- “La Libreria delle donne – sue caratteristiche, sua storia, in breve”, in Marta Equi, A Legacy Without a Will. Feminist Organising as a Transformative Practice. PhD Program in Analysis and Management of Cultural Heritage XXXI Cycle. IMT School for Advanced Studies, Lucca 2019. ↩︎
- Laura Colombo, Pensare il futuro di un’impresa femminista, Via Dogana 3, 12 agosto 2025. ↩︎
- Traudel Sattler, op. cit. ↩︎
- Laura Colombo, op. cit. ↩︎
Traudel Sattler, nella sua introduzione al numero di Via Dogana 3 Fare impresa femminista, ci ha ricordato come la Libreria delle donne abbia storicamente scelto di affidare gran parte della propria sostenibilità economica alla vendita di libri e all’autofinanziamento, oltre alle pubblicazioni in proprio, essendo la Libreria una casa editrice indipendente. È stata una scelta precisa, politica e simbolica: mettere al centro il libro come oggetto di relazione e di scambio, non solo commerciale ma culturale, e affidarsi alla comunità di donne e uomini che, acquistandolo, sostenevano anche un luogo e un pensiero.
Oggi però questa base si incrina. Non è soltanto una nostra difficoltà: i dati dell’Associazione Italiana Editori (AIE) confermano un calo generalizzato delle vendite di libri nei primi mesi del 2025, che colpisce anche le piattaforme online. Amazon stessa, nata come libreria virtuale, da anni è ormai uno store generalista. In questo scenario, il solo autofinanziamento non basta più: non possiamo più raccontare che viviamo soltanto di questo.
Ho sperimentato in prima persona cosa significa cercare altre strade: un paio d’anni fa ho presentato domanda a un bando del PNRR dedicato agli enti culturali. Lì ho toccato con mano la burocrazia, la mole di adempimenti e la richiesta di energie che possono scoraggiare chiunque. Eppure, nonostante le fatiche che comporta, non vedo alternative: pensare oggi alla sostenibilità della Libreria significa pensare a forme di fundraising, a una progettualità che sappia aprirsi a finanziamenti esterni senza snaturare il suo peculiare modo di fare impresa femminista.
Questa è la questione che metto sul tavolo: cosa si perde quando si accetta questo passaggio? E cosa invece può nascere di nuovo, se lo attraversiamo con la nostra misura, le nostre relazioni e la politica della differenza?
Accanto alla sostenibilità economica, c’è anche la questione del “guadagno non in denaro”, che possiamo misurare nel desiderio, nel tempo, nella passione politica e nel riconoscimento reciproco tra donne. Traudel si chiedeva quale possa essere la gratificazione senza misura esterna, in un momento in cui molte faticano ad arrivare a fine mese e il bisogno di denaro è reale. Nel regime dei social, c’è un compenso simbolico che arriva sotto forma di like, in un contesto di ipertrofia dell’io. Proprio questa dinamica, pur nella sua superficialità, ci fa cogliere quanto sia essenziale l’esistenza simbolica: non quella effimera dei like, ma quella radicata nelle relazioni reali, nell’essere riconosciute per ciò che si è, il che significa guadagno di esistenza e di libertà. Il bisogno di esistenza simbolica è tanto fondamentale quanto quello materiale, se non di più: è ciò che dà senso alla vita. Qui voglio tornare all’affidamento ma non nel suo senso proprio, cioè quando una donna si rivolge a un’altra cui riconosce autorità ed esperienza, chiedendole di appoggiare il proprio desiderio. Quello che riassumo qui è piuttosto il rovescio della medaglia: dare credito a un’altra donna aspettandosi qualcosa da lei, non per interesse strumentale ma perché in lei si vede un valore che lei stessa ancora non riconosce. Quel riconoscimento la aiuta a vederlo e ad assumerlo, divenendo una fonte di libertà. Saper vedere il potenziale e il valore dell’altra donna permette che il desiderio politico si trasformi in guadagno di esistenza, radicandosi nella relazione.
Il punto è come tenere insieme questo guadagno immateriale che anche le giovani donne che frequentano la Libreria riconoscono, con la sostenibilità economica prosaicamente composta da domande di finanziamento a una fondazione o a un ente pubblico. La sfida è inventare un modo perché queste due dimensioni non si escludano. Come nota ancora Traudel, la tenuta della Libreria si è basata per anni sul lavoro volontario delle turniste, ma molte di loro stanno invecchiando e il ricambio generazionale fatica ad arrivare, poiché rispetto a quando la Libreria è nata il contesto è profondamente cambiato. Detto in altri termini, qui sta il nodo: come fare sì che l’invenzione continua dell’impresa femminista della Libreria regga dentro un contesto economico e sociale trasformato senza perdere il suo valore di nutrimento simbolico, di spazio che accoglie i desideri e restando un luogo di elaborazione delle pratiche femministe. Insomma, è necessario tenere insieme questo spazio simbolico e relazionale con le pratiche concrete di sostenibilità: i bandi, il fundraising, le fondazioni. Serve inventare un modo di fare impresa femminista che tenga accesa la relazione tra donne e apra alla progettualità realistica, mantenendo l’orizzonte del senso e della libertà.
La mediazione che ho trovato sta nel desiderio forte che questo spazio resti aperto, nella consapevolezza dei vincoli e nella determinazione a trovare vie percorribili, anche attraverso burocrazie e ostacoli, mettendo in primo piano le relazioni tra donne. È il desiderio di esistenza simbolica, il desiderio di essere libere e di contare a rendere essenziale che questo luogo continui a esserci. Quando si intravede il rischio che possa chiudere, le energie si moltiplicano anche in ambiti lontani e ostili. Perché un luogo di libertà simbolica non è solo uno spazio fisico: è una trama di relazioni, parole e gesti che mutano la misura di ciò che è possibile. Lasciarlo chiudere significherebbe perdere una parte di mondo. Tenerlo aperto è un atto politico che rinnova, ogni volta, la promessa di esserci con la nostra misura.
da il manifesto
Intervista – La scrittrice e giurista israeloamericana Sari Bashi parla del suo libro (e della sua vita): «Maqluba» per Voland. «Le persone lontane dal conflitto tendono a diventare ideologiche, quelle che lo vivono dall’interno hanno principi altrettanto saldi ma sanno essere più pragmatiche»
Maqluba è un piatto tradizionale palestinese di pollo, riso e verdure che ha la caratteristica di mangiarsi capovolto rispetto alla modalità di cottura. «Maqluba» è il titolo di un file condiviso da Sari e Osama che per anni, ognuno dal suo lato della frontiera e della vita, hanno scritto in Israele-Palestina di quanto accadeva al mondo che condividevano e che li circondava, alla loro relazione che cresceva attraversando e inciampando in eserciti e confini, politici ma anche culturali, religiosi, identitari, linguistici.
Maqluba – Amore capovolto è anche il titolo del libro di Sari Bashi, giurista israeloamericana, edito da Voland (tradotto da Olga Dalia Padoa, pp. 353, euro 20), che racconta del suo «amore rovesciato» con Osama, un nome probabilmente fittizio per tutelarne la sicurezza, palestinese di Gaza, costretto a vivere a Ramallah. Un libro che però non è solo una storia di amore tra due persone: è soprattutto l’intrecciarsi di una relazione nel conflitto dentro il quale la loro vita è immersa.
Con Sari Bashi (ex direttrice presso Human Rights Watch, di recente alcuni suoi articoli sono apparsi sul New York Times) abbiamo parlato delle motivazioni che spingono a scrivere un romanzo come Maqluba.
«In Israele c’è un pubblico ristretto disposto a leggere un libro come questo, ma sono contenta di come è stato accolto – afferma Bashi –. Ho vinto un premio conferito da una giuria indipendente del Ministero della cultura israeliano, oggi non sarebbe possibile (il libro è uscito in Israele nel 2021 per la casa editrice Asia) a causa delle interferenze politiche in queste commissioni. Uno dei feedback più preziosi che ho ricevuto è arrivato da un’email di una persona sconosciuta, che ha specificato di essere un ufficiale riservista dell’esercito israeliano. Mi ha detto di essere in disaccordo su molto di ciò che avevo scritto, che alcune parti lo avevano fatto arrabbiare, ma che al tempo stesso gli avevo mostrato un lato della vita che non conosceva. Questo è esattamente ciò spero di fare: mostrare agli israeliani qualcosa che gli è familiare ma al tempo stesso ignoto, uno squarcio della realtà dall’altra parte del muro di separazione».
Sari e Osama si conoscono quando Gisha, l’associazione che lei ha fondato e che offre assistenza legale alle persone soggette a restrizioni della libertà nei territori occupati palestinesi si imbatte nel caso di lui, intrappolato nella città di Ramallah, in Cisgiordania.
Come vive il fatto di essere una persona privilegiata, in quanto israeliana ed ebrea?
Non siamo noi a scegliere di avere privilegi: sono categorizzata come appartenente alla classe superiore, non è una mia decisione, non mi sento colpevole per questo, però me ne sento responsabile. Lo siamo tutti: non ci è dato scegliere dove siamo incasellati, quale sia il nostro livello gerarchico eppure dobbiamo prenderci le nostre responsabilità.
Lei scrive sempre «Israele-Palestina» come fosse un binomio indissolubile eppure alcuni slogan nelle manifestazioni che, non solo in Italia, inneggiano alla pace e alla fine del conflitto recitano «Palestine will be free from the river to the sea»: dove è Israele? È davvero possibile un futuro con Israele e Palestina l’uno accanto all’altra?
Non lo so, ma credo che la situazione in questo senso sia peggiore in Europa. Le persone che sono lontane dal conflitto tendono a diventare ideologiche, mentre quelle che lo vivono dall’interno hanno principi altrettanto saldi ma sanno essere più pragmatiche. La gente sente di dover prendere posizione in maniera forte, ma così facendo, a volte, non si confronta con le sfumature. Io lo chiamo Israele-Palestina perché per me è un territorio unico, non saprei dove metterei il confine, la linea di separazione.
C’è una risoluzione legale-politica, secondo cui Israele è il territorio che si trova all’interno della green-line, i confini del 1948, mentre Gaza e la Cisgiordania si troverebbero in Palestina; eppure nella realtà non è così. In Cisgiordania i confini sono stati completamente cancellati: città e villaggi palestinesi sono sempre più costretti da blocchi di cemento e cancelli, che possono venire aperti o chiusi. Bisogna attraversarli per recarsi in un’altra città: nella West Bank puoi spostarti a seconda della carta d’identità che possiedi.
Non so come questa situazione possa essere risolta. All’interno di Israele ci sono i villaggi e città palestinesi che sono stati svuotati dei loro abitanti, quindi anche lì non è chiaro cosa sia Israele e cosa no. Mi riferisco ai luoghi che sono stati evacuati nel 1948. Di questi villaggi e città si possono vedere le rovine nei parchi nazionali o si possono notare case arabe a Gerusalemme o Beer Sheva. Gli abitanti ci sono ancora, ma non gli è consentito tornare.
Per me si tratta di una sola area che va dal mare Mediterraneo al fiume Giordano, attualmente controllata unicamente da Israele che esercita la sovranità su tutta questa superficie e che tratta in modo diverso i 7 milioni e mezzo di palestinesi e i 7 milioni e mezzo di ebrei che vivono nell’area. Per me quest’entità, Israele-Palestina, è anche parte della soluzione. Non so come si chiamerà, qualcuno dovrebbe inventare un nome, ma dovrebbe essere un luogo in cui tutti possano vivere in libertà, dignità e uguaglianza, compresi i profughi palestinesi.
C’è qualcosa di possibile da fare per delle donne che scelgano di mettersi in dialogo?
Molte delle dinamiche violente che avvengono in Israele-Palestina sono imbevute di una tossicità maschile: militarismo, abuso di potere, uomini armati che commettono abusi su moltissima gente. Quindi sì, le donne, sia qui che nel resto del mondo, dovrebbero avere un ruolo più forte, in modo tale da interferire in queste dinamiche, arrestarle. Credo che questo faccia parte del discorso sull’introduzione delle sfumature, penso che a volte le persone confondano le sfumature e il pragmatismo con la mancanza di saldi principi. Se credi nel cambiamento, devi compiere dei passi affinché accada, anziché startene a declamare principi che vorresti vedere apparire magicamente nel mondo. Puoi anche fare così, buona fortuna, ma non aiuterai nessuno. Le donne hanno l’opportunità di riconoscere le sfumature ed essere davvero pragmatiche: cosa posso fare io? Come posso migliorare le cose? In Europa c’è moltissimo che si può fare, la situazione è così polarizzata, penso ci sia l’opportunità di avere delle conversazioni coraggiose, cercando di riconoscere e incarnare l’umanità di tutti e tutte. Il tipo di solidarietà che cancella l’altro non è di grande aiuto, e così non lo è la propaganda che cancella l’altra parte. Esiste l’opportunità di abitare una sorta di spazio di umanità.
Osama è docente universitario e ha continuato a insegnare anche quando le lezioni sono state spostate online, la vostra famiglia vive a Ramallah. Qual è la vostra routine?
A casa nostra ci sono tre lingue: io parlo ai nostri figli in ebraico, Osama in arabo e io ed Osama usiamo l’inglese tra di noi. I bambini rispondono in inglese oppure in arabo. Mia figlia parlava in ebraico ma ora ha quasi smesso. È molto bello che queste tre lingue siano vive e presenti, mi dà la sensazione di un porto sicuro, un luogo in cui si possa coesistere in modo molto naturale. Siamo stati fortunati perché la scuola dei bambini è rimasta quasi sempre aperta durante la guerra, così abbiamo potuto mantenere una routine anche se ci sono stati anche qui diversi attacchi missilistici dall’Iran, dal Libano, dallo Yemen. I bambini sono consapevoli di quello che sta succedendo a Gaza. Mia figlia, che è la maggiore, ha undici anni, credo che senta una maggiore spinta ad autodefinirsi rispetto alla società in cui vive, non mi stupisce che stia scegliendo di definirsi palestinese e musulmana. Evidentemente, è ciò di cui ha bisogno in questo momento. L’adolescenza segna la necessità di differenziarsi dai propri genitori, lei è in questa fase, chissà dove ci porterà.
Esiste ancora una società civile a Gaza, in Cisgiordania e in Israele?
A Gaza è diverso, lì la popolazione è concentrata sulla sopravvivenza, molto del lavoro è svolto per le organizzazioni internazionali: per esempio, i gazawi fanno da autisti per un’organizzazione dell’Onu; ci sono dottori, operatori sanitari, addetti ai soccorsi che stanno compiendo un lavoro incredibile. A volte guardo i giornalisti e i medici, che da due anni affrontano orrori inenarrabili, un giorno dopo l’altro, eppure continuano a dare aiuto.
Cosa potrebbe succedere in un tempo prossimo?
Purtroppo il cambiamento non avverrà dall’interno: sono pochi gli israeliani che sceglierebbero di rinunciare ai propri privilegi. Potrà succedere con l’arrivo di una nuova leadership palestinese e una pressione internazionale più forte. La mia preoccupazione è cosa rimarrà. Non si tratta di qualcosa che accadrà domani o l’anno prossimo. Ogni giorno che passa ci sono delle perdite terribili: molte persone vengono uccise, altre traumatizzate; stiamo distruggendo le infrastrutture, le persone si estremizzano, diventano più intolleranti, più religiose in modo tribale, sia i musulmani che gli ebrei. Mi preoccupa cosa sarà rimasto della società quando arriverà il momento di raccogliere i pezzi. Ma non ho dubbi che quel momento verrà e dobbiamo fare in modo che sia il prima possibile.
Si ringrazia per la preziosa collaborazione Olga Dalia Padoa, traduttrice di «Maqluba – Amore capovolto».
(il manifesto, 7 agosto 2025)
In occasione dei cinquant’anni della Libreria delle donne di Milano, è a partire dalla sua avventura che indaghiamo la peculiarità di un’impresa che non segue le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura: un’impresa economica e un’impresa politica, in cui il lavoro materiale e il lavoro del pensiero sono strettamente intrecciati. Il suo intento infatti è di essere un luogo di raccolta di opere di donne, un luogo d’incontro aperto sulla strada e un luogo di produzione di idee ed esperienze da far circolare con pubblicazioni in proprio.
Nell’incontro ci interessa confrontarci per mettere in luce tutto ciò che eccede il normale funzionamento di un’impresa economica, con le contraddizioni che la attraversano, ma anche rimettere a fuoco una pratica politica che è stata inventata proprio nel fare: il rapporto di affidamento tra donne come rapporto sociale, generativo di libertà relazionale, necessaria per muoversi nel mondo senza sottostare ai meccanismi imposti dalla società.
Introducono Traudel Sattler, Renata Dionigi, Silvia Niccolai.
Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.
Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.
È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.
Appuntamento: domenica 8 giugno 2025 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265.
Il desiderio di maternità non è mai stato un assunto nella mia vita; è nato in una relazione amorosa inaspettata, piena di grazia. Prima di diventare madre, ho vissuto due interruzioni spontanee di gravidanza. Dopo la seconda, sono caduta in uno stato di intensa sofferenza. Il fatto che quegli aborti non fossero legati ad alcuna patologia, né mia né del mio compagno, invece di rassicurarmi, aggiunse a quel dolore l’inquietudine ulteriore della mancanza di una causa. Fu una ginecologa che mi suggerì allora una pista di riflessione che andasse a indagare, nelle costellazioni familiari, le paure che accompagnavano il mio desiderio di maternità.
La mia vita è stata segnata dalla nascita di Dodò, sorella disabile affetta da una tetraparesi spastica causata da un distacco di placenta. Mia nonna, madre di mia madre aveva dato alla luce una figlia, Donata, mia zia, affetta da una rara malattia neurologica che ha invalidato la sua vita sin dall’infanzia per poi costringerla all’immobilità in età adulta. La genealogia materna pesava come un macigno dentro di me: conoscevo le gioie e le difficoltà di curare una persona non autosufficiente e gli sforzi necessari a costruire un equilibrio familiare dove il centro è sempre un altro/a. Pur riconoscendo l’incommensurabile ricchezza che la presenza di mia sorella ha donato alla mia umanità, avevo paura di ripetere la storia, di essere succube di un destino inesorabile a cui non potevo sottrarmi. Quando questa paura affiorò alla mia coscienza, decisi di parlarne con mia madre. Poiché non vivevo più con lei, la chiamai al telefono e le parlai a lungo. Lei mi ascoltò in silenzio, riconobbe la mia paura, la mia sofferenza e alla fine prese parola. Mia madre, che da sempre possiede il talento delle parole buone, mi disse all’incirca così: Conosco la tua paura, ma la mia storia non è la tua storia e tu sarai una madre diversa dalla madre che sono io. Sebbene tu sia mia figlia, non è detto che tu debba ripetere la storia. Io sono io e tu sei tu. Il ricordo di quel colloquio mi emoziona sempre. La risposta di mia madre sortì l’effetto di una formula magica liberatoria, tanto che dopo circa un mese scoprii di essere incinta della prima delle mie due figlie, Sofia. Mia madre mi aveva liberata dall’ingiunzione di un ineluttabile destino e mi aveva consegnata alla libertà che io stessa andavo cercando; la sua storia sarebbe rimasta con me, non come pesante fatalità, ma come trama da cui attingere forza e consapevolezza, alleata nella ricerca autentica di una mia direzione.
Questo vissuto è stato generativo di molteplici pensieri riguardanti il rapporto tra la genealogia femminile e la libertà soggettiva. Tra questi vi è la convinzione che la genealogia materna e femminile è la condizione da cui si genera la libertà e il senso della propria differenza femminile. Non ve n’è un’altra. Il concetto di una relazione genealogica tra donne è stato foriero di una profonda rivoluzione politica. In questo breve testo, parto dall’intenderlo in un modo duplice, seguendo le declinazioni che ne diede Irigaray: «C’è una genealogia basata sulla procreazione, che ci lega alla madre, a sua madre e così via, la maternità operando come la struttura di un continuum femminile che ci congiunge ai primordi della vita»; essa riabilita la verticalità della relazione madre-figlia. Vi è, inoltre, una genealogia che opera mediante la parola connettendoci alle figure femminili del presente e del passato a cui riconosciamo autorità e da cui attingiamo forza simbolica: «Non dimentichiamo nemmeno che abbiamo già una storia, che certe donne, anche se era culturalmente difficile, hanno segnato la storia, e che troppo spesso noi non ne abbiamo conoscenza», dice Irigaray facendo riferimento all’opera di altre donne. Le due dimensioni genealogiche si intrecciano in modo inaspettato, e operano insieme, non senza difficoltà e conflitti. Le donne hanno cercato nella grandezza femminile esempi a cui agganciare la ricerca della propria indipendenza simbolica e dunque della libertà. Un modo per «essere all’altezza di un universo senza risposte» (come dice Carla Lonzi) e sopravvivere al vuoto necessario a cui bisogna far fronte per nascere come soggetti liberi. In tal senso, la genealogia è l’insieme delle relazioni, tra donne in carne ed ossa e figure femminili di grandezza a cui riconosciamo autorità, necessarie a significare la differenza femminile nel mondo e a sostenere la ricerca soggettiva di sé. È dalla trama genealogica che si genera una libertà soggettiva paradossale, che sovvertendo l’idea di una libertà ab-soluta, svincolata cioè da qualsiasi legame, ne afferma una di segno opposto. Si tratta di una libertà che tiene conto dell’intreccio genealogico senza coincidervi, interrompendo un continuum che permane come sfondo necessario, significativo e mutevole della ricerca soggettiva: questa non coincidenza, il passo obliquo della differenza, diviene una nuova soggettività a cui si agganciano nuove relazioni. Il nostro differire dalla genealogia femminile, rimanendo ad essa radicate, è il processo che consente alla storia di non ripetersi e alla soggettività femminile di trasformarsi nella relazione politica con altre e altri. In questo intreccio la soggettività si genera e ri-genera continuamente. La genealogia femminile si configura, allora, come una eredità priva di determinismo, una costellazione di relazioni femminili che soppiantano un ineluttabile dover essere. Un sostegno autentico alla libertà femminile e all’inesauribile ricerca soggettiva. Essa (come affermava Antonietta Lelario nel suo intervento durante la redazione aperta di Via Dogana) è infinità poiché infinite sono le mediazioni che ogni volta bisogna trovare per sottrarsi alla ripetizione svalutante del reale, a una storia già data che soffoca la libertà (non solo femminile) invece di alimentarla. In questo, la genealogia femminile è ciò che ci conferisce la forza di non soccombere a un destino che non ci appartiene, a una ripetizione che non prevede differenze. Il compito di trovare la propria strada, di nutrire la propria differenza è sempre una scommessa soggettiva e politica insieme. La tua storia non è la mia storia, ha significato per me essere autorizzata a vivere la mia storia, a cercare la libertà, assumendomi la titolarità della differenza che incarnavo. Una differenza che riconosce l’autorità di colei e coloro che ce la riconoscono. Una differenza che a sua volta può autorizzare e sostenere la libertà di altre donne, in modo speciale quella delle figlie.
da il venerdì di Repubblica
«C’erano solo una vetrina con un sottoscala e un piccolo soppalchino. La scaletta era tremenda, neanche una via di fuga. Ma per fare un movimento delle donne qualche rischio bisognava correrlo». Giordana Masotto è stata la prima libraia della Libreria delle Donne di Milano, che quest’anno festeggia i suoi primi cinquanta anni di vita con un denso calendario di iniziative che dureranno per tutto il 2025. Assieme a figure di primo piano del femminismo italiano come Lia Cigarini, Luisa Muraro, Elena Medi e Bibi Tomasi, nel 1975 apre in via Dogana, a pochi passi dal Duomo, una libreria che da allora si occupa di promuovere e divulgare il pensiero femminile. Per cominciare servono sei milioni di lire, se ne trovano tre grazie alla vendita di opere d’arte selezionate da Lea Vergine e offerte da artiste come Carla Accardi, Valentina Berardinone, Dada Maino e Nanda Vigo. Il comune concede l’affitto di un locale a prezzo calmierato e si può partire. Un rapporto, quello con Palazzo Marino, proseguito con cordialità anche negli anni del centrodestra, durante i quali la libreria si è spostata nell’attuale e più spaziosa sede di via Calvi. «Una volta il sindaco Albertini aveva detto che avrebbe dato alle donne qualsiasi cosa chiedessero. Allora io e Luisa Muraro pazientemente gli abbiamo scritto una lettera» ricorda oggi Lia Cigarini, avvocata e prima donna a firmare uno scritto femminista sul manifesto.
L’esempio francese
Un passo indietro. Siamo nel 1969. La Libreria delle donne sarebbe nata solo qualche anno più tardi, ispirata da un invito ricevuto da alcune delle fondatrici a un raduno di donne organizzato dal gruppo francese Psychanalyse et Politique. A Parigi, in rue des Saints-Pères, c’era una libreria dedicate alle donne. «Lo facciamo anche noi» dissero tornando a Milano. «L’apparire sulla scena pubblica e politica del soggetto donna è l’imprevisto della storia» dice Giordana Masotto. «Insieme abbiamo lasciato impronte che una donna da sola non avrebbe potuto lasciare. Oggi sono grata a tutte quelle con cui abbiamo fatto queste cose e a quelle che in seguito sono entrate in questa storia. Come le più giovani». Di queste ultime fa parte Daniela Santoro, informatica, classe 1999. «Qui ho imparato che posso dare tanto, costruendo relazioni con donne di diverse generazioni» dice. «Confrontarmi con loro ha cambiato la mia traiettoria. Avendo vissuto molto in un mondo più virtuale, ho riscoperto il potere del reale e delle relazioni, di come questo scambio può essere vicendevolmente positivo». All’inizio l’entrata di un uomo in libreria era un evento raro, un’eccezione. «Non è che ci fosse la proibizione, semmai un po’ di timore, che c’è anche adesso» ricordano le fondatrici. «Da parte nostra c’è una volontà assoluta di mediazione, di dialogo con il mondo maschile, anzi: incoraggiamo gli uomini a venire qui e a confrontarsi con noi» sottolinea Giorgia Basch, classe 1992, editrice, curatrice e art director. «Da parte degli uomini c’è un po’ di timore derivante dal fatto che siamo un gruppo di donne pensanti con un passato solido alle spalle. Se si riesce ad andare oltre questa barriera, si possono fare passi avanti. È un punto importante del femminismo che è stato pensato, scritto e deciso qui».
Quando a scrivere è “lui”
E “amici delle donne” sono anche gli autori presenti in uno scaffale così chiamato della Libreria, non molto ampio in verità. «Sono i libri in cui si sente la spinta verso quello che noi chiamiamo “cambio di civiltà”: la volontà di creare un mondo a misura della libertà delle donne, ripensando la politica, la società, l’economia, la letteratura» spiega Masotto. «Un libro per noi importante scritto da un uomo? Il silenzio del noi di Niccolò Nisivoccia» dice Lia Cigarini. Si tratta di un libro pubblicato due anni fa da Mimesis, riflessioni sul linguaggio, le relazioni e la politica vicine al femminismo. Molti i “classici” della Librieria delle Donne: fra questi, la produzione di Luisa Muraro, che da assistente di filosofia fu una dei pochissimi docenti a occupare l’Università Cattolica durante la contestazione, La politica del desiderio della stessa Lia Cigarini e Taci, anzi parla. Diario di una femminista, cronaca intima e politica del pensiero di Carla Lonzi. La Libreria delle Donne è anche una casa editrice che da sempre pubblica periodici come Via Dogana 3, tuttora presente online. «Il pensiero va messo in parola per iscritto» dice Laura Giordano, una delle redattrici. «Il pensiero politico e la pratica che costruiamo qui
devono diventare un messaggio che viene diffuso». La Libreria è anche un circolo di idee che si apre nel mondo. «Quando usciamo da qui, portiamo fuori la nostra soggettività, la nostra esperienza, le nostre relazioni» dice ancora Santoro.
Nel nome di Sibilla
Dal punto di vista economico e formale è un circolo cooperativo, intitolato a Sibilla Aleramo. Due libraie si alternano ogni mezza giornata, su base volontaria. Poi c’è chi si occupa dell’amministrazione, a seconda delle competenze di ciascuna. Si fa politica, ma non quella dei partiti. «In questi cinquant’anni le donne hanno preso la parola» spiega Masotto, «e questo è stato un grande evento politico. La donna ha detto: voglio partire da me, mettermi con altre donne e vivere la realtà in tutti i suoi aspetti. Questa è già politica». «È un momento buono per le donne» conclude Cigarini. È vero che ci abbiamo messo tanto: mezzo secolo è lungo. Però adesso le donne fanno quello che vogliono, e questo è importante».
Al centro del Catalogo giallo c’è un’intuizione forte e radicale: l’invenzione della lettura come pratica politica. Mentre lo rileggevo in vista della redazione aperta di Via Dogana 3, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata proprio questa intuizione, la lettura non più intesa come interpretazione o critica letteraria tradizionale, ma come creazione politica, gesto collettivo e trasformativo. Non si tratta di analizzare testi con teorie esterne ad essi o celebrare semplicemente la presenza delle donne nella storia; al contrario, leggere diventa un’azione che produce altri significati, è un atto di risignificazione del mondo e dell’esperienza delle donne.
La pratica politica della lettura è una rottura perché non si limita a considerare il libro come un oggetto neutrale da comprendere, ma come materiale da manipolare da parte della lettrice in relazione ad altre donne, per trovare tracce di un simbolico femminile che altrimenti resterebbe invisibile. Questo modo di leggere interroga direttamente la letteratura per far emergere ciò che parla davvero alle donne, anche là dove l’autrice afferma che “la scrittura non ha sesso”. Sessualizzare la scrittura, rileggendola con uno sguardo situato, rimane anche oggi un gesto politico potente e necessario.
Nel Catalogo si legge chiaramente che le scrittrici vengono “deformate”, “ridotte a una frase, a un’immagine, a un’invenzione linguistica”. È una dichiarazione forte, che rivela un’intenzione politica precisa, una strategia consapevole: invece di inseguire una rappresentazione oggettiva o fedele della letteratura femminile, le lettrici si appropriano dei testi – anche contro la loro stessa volontà – per costruire un discorso che parli del loro vissuto, delle loro domande, dei loro desideri. È un uso del testo che non obbedisce all’autorevolezza dell’autrice, né alla fedeltà filologica, ma all’urgenza di trovare parole vive, capaci di trasformare.
Il Catalogo giallo testimonia quindi una pratica che si distanzia da quella parte del femminismo che ha lavorato per dimostrare la presenza delle donne nella storia con l’obiettivo di ottenere pari dignità e riconoscimento. Chi ha scritto il Catalogo non voleva dimostrare che le donne ci sono sempre state, né chiedere di essere incluse in una storia già data; l’obiettivo era la trasformazione dell’esistente, non il riconoscimento nelle strutture socio-simboliche patriarcali.
La loro è una lettura parziale, situata, partigiana, cercano qualcosa che parli a partire da sé, dalla relazione con altre donne, dal vuoto come possibilità, non assenza. Come scrive Silvia Niccolai nella sua introduzione: «Il “vuoto” è la consapevolezza che l’esperienza, l’esistenza femminile non è, se la cerchi nel simbolico “dominante”, ma quando raggiungi questo vuoto non cadi nel nulla, perché il vuoto è anche un silenzio, il finalmente tacere delle definizioni, dei costrutti, delle missioni o dei valori affidati alle donne e in questo vuoto-silenzio finalmente puoi sentire qualcosa».
La lettura, così intesa, diventa un’invenzione collettiva e un’appropriazione sovversiva: il testo è usato, anche a costo di distorcerlo, per costruire una soggettività politica femminile che non si lascia imprigionare dalle regole del discorso dominante. Non è un’operazione neutra né rispettosa, essendo profondamente aderente alla necessità di vivere, dirsi e pensarsi al di là delle categorie offerte dalla cultura patriarcale.
Leggendo il Catalogo, emerge chiaramente che l’inclusione era proprio ciò da cui si voleva fuggire. Non si trattava di conquistare uno spazio in un mondo già scritto da altri, ma di inventare un mondo che rispondesse alla propria esperienza di donna. In quegli anni, il patriarcato aveva un volto preciso, identificabile, indiscusso: grazie all’emancipazione c’erano donne già incluse nelle strutture socio-simboliche dominanti, e contemporaneamente c’erano donne che, secondo tradizione, accettavano una posizione di subordinazione rispetto all’uomo. Era chiaro che le femministe della differenza non volevano collocarsi lì. Non chiedevano di essere incluse in un ordine che le escludeva per definizione. L’obiettivo era un altro: non ottenere un posto, bensì creare uno spazio altro capace di contenere, nominare e dare forma alla propria esperienza. Questa tensione verso “un altrove e un altrimenti” rendeva la lettura una pratica politica generativa, non semplicemente una rivendicazione.
Oggi ritorna la domanda sull’inclusione, e lo vediamo bene anche in occasione dei cinquant’anni della Libreria delle donne: più di un giornalista, in questi mesi, ha posto domande proprio su questa parola. Se ci mettiamo nella prospettiva di chi ha scritto il Catalogo giallo, la risposta è ovvia: nessuna inclusione in un mondo fatto dagli uomini e pensato dagli uomini. E però. Oggi tutto appare più complicato, paradossalmente più difficile rispetto a quel tempo in cui il “nemico” aveva contorni netti e riconoscibili. Oggi ci muoviamo dentro un paesaggio radicalmente modificato dalla rivoluzione femminista, e la parola “inclusione” è diventata insidiosa. È entrata a pieno titolo nell’agenda politica, producendo polarizzazioni estreme: da un lato figure come Trump cancellano con un tratto di penna intere soggettività dal corpo sociale – e infine le donne stesse, perché dietro queste operazioni di cancellazione c’è sempre il desiderio di mantenere intatti i privilegi dell’uomo bianco; dall’altro, i movimenti si frammentano in una miriade di rivendicazioni identitarie, in una sorta di ipertrofia dell’identità. La critica rivolta oggi al femminismo della differenza è quella di essere essenzialista e binario, quando in realtà è stato soprattutto un’affermazione radicale di desiderio e di politica.
Il paradosso è che ora ci troviamo in una posizione difensiva, logorante, costrette a difendere la possibilità di chiamarci donne, prendendo contemporaneamente le distanze da chi strumentalizza e polarizza il pensiero della differenza, in un contesto di pressioni continue, di domande identitarie che chiedono risposte definitive. Silvia Niccolai ha chiarito efficacemente questo punto, osservando che oggi ci troviamo di fronte a un “troppo pieno di identità” che ci tira per i capelli, che ci chiede continuamente di prendere posizione. La mia domanda è se oggi possiamo permetterci di non rispondere a queste richieste. Silvia Niccolai, nel dibattito, ha suggerito una possibile via di uscita: cambiare le parole, compiere una mossa per sottrarsi a questo cul-de-sac identitario.
Forse la sfida, oggi, è proprio questa: restituire forza politica al femminismo non come affermazione di identità essenziale, ma come istanza di libertà radicale, capace di creare uno spazio altro, in grado di accogliere l’esperienza e la soggettività di donne e uomini.