So perché sono nata ma non so perché sono viva. Sono nata perché una donna e un uomo di buona volontà mi hanno voluto mettere al mondo, farmi vivere.
“Come fai, come hai fatto a sopravvivere, vivere?” ancora talvolta mi viene chiesto dalla data della più impensabile delle perdite (1990). Il tono è affettuoso, partecipe, un abbraccio accompagna la domanda, so che è inconsapevole del carico di colpa che sprigiona.
Già, perché sono viva? Come ho fatto? Impossibile non chiederlo a sé stessa.
Ho un’esperienza molto ampia di lutti, reiterati frequenti ravvicinati. Eppure non ho interesse a condividere le perdite una per una, ma sì l’ampia esperienza ricavata.
Nel 1990 non ho pensato, non ho accolto, non mi sono affidata all’idea dell’elaborazione del lutto. Non esiste o non esisteva per me, per il mio modo di essere, di sentire. Ho preferito stare nel dolore del lutto e vedere cosa succedeva. Che nessuno me lo toccasse quel dolore, ormai compagno. Non quindi un’elaborazione, ma sì una chiamata, che viene dalla vita e dal mondo.
Sabato 3 ottobre, qui in Libreria, ho ascoltato Rosella Prezzo, che ci ha parlato magistralmente di María Zambrano e del testo Note di un metodo. Sua la traduzione e la prefazione.
Questa chiamata da quel momento la chiamo “vocazione”. Vocazione per Zambrano non è quella religiosa, o un’attitudine, una inclinazione. Ma nel senso latino originario sta per “vocatio”, la chiamata che individua il “vocato” e lo invita a rispondere prima di tutto di sé stesso ad altro, alla alterità plurale. “Chi? io?” sono io, dici a me? e tu t’interroghi e la prima risposta la dai a te stessa.
Quale è la vocazione per te irrinunciabile? A quale vocatio rispondi?
“Da sempre ho avuto una vocazione radicata, profonda. La filosofia era per me irrinunciabile, ma ancor più irrinunciabili erano la vita e il mondo” (Zambrano). Ecco, allora io sono forse sopravvissuta, vivo perché la chiamata della vita e del mondo è più forte dell’esperienza negativa del lutto.
E ho anche pensato che il lascito di Lia e Luisa, è proprio questa vocazione. Lia e Luisa in tutti questi anni in cui siamo state vicine, ci hanno sempre, a me almeno, ma penso a tutte, stimolato in questo senso.
Per Lia in particolare, con cui ho passato tante ore col suo baby whisky come lo chiamava e col mio spumantino sedute sul divano Tecno, era argomento di concentrata conversazione. Toccava la storia, lo stato del femminismo, ma anche la politica istituzionale di cui condividevamo non dico la passione ma almeno l’attenzione… la lezione di Lia era proprio questa. Non perdere di vista il rapporto con la vita e con il mondo.
Luisa non lo esprimeva tanto con parole organizzate, che le sue erano sempre luminose e capaci di trasportarti in un oltre, al di là di regole e ragione. Ce lo faceva vedere però con la sua vita e la sua attenzione a tutto ciò che la circondava, vicino e lontano.
Il lavoro del lutto cui è dedicato questo numero, necessario giusto perfetto in questo momento per non soccombere alla perdita, non significa partire da zero, anche se talvolta può sembrarlo. Non significa neppure ripercorrere all’infinito una strada già percorsa e tracciata, con la guida di chi piangiamo. Una strada capace di dare risposte feconde, pur non essendo immune da inciampi, chiusure e irrigidimenti. Il lavoro del lutto significa per me abbandonarsi a quel lascito che abbiamo avuto la fortuna di ricevere e rispondere a quella vocatio, quella chiamata della vita e del mondo per non perdere sé stessi.
Voglio precisare che non credo che basti fare spazio a ciò che è fuori di qui, alle forme che prende il femminismo, alla politica istituzionale, alle lotte, agli scellerati squilibri internazionali, non basta aprire al mondo, occorre aprirsi al mondo. Non è solo un accogliere, è soprattutto un “andare verso”.
Perché non c’è niente di peggio che confinare una vocazione in una cosa o in una casa. Dentro le mura di una casa.
È come quando la parola viva perde la capacità di rivelare qualcosa di nuovo perché imprigionata in un linguaggio irrigidito e stereotipo.
Sono grata alla Libreria per aver organizzato questo incontro e alle tre amiche che lo hanno aperto, perché in particolare la morte di Lia e Luisa può segnare uno spartiacque tra il prima e il dopo, e comunque ha provocato la necessità di elaborare il lutto, personale e collettivo, privato e pubblico, della loro perdita. Per quanto mi riguarda, ho continuato a interiorizzare molte delle loro parole e dei loro pensieri, che non cessano di darmi misura nonostante la loro assenza, anzi, proprio perché ho accettato la loro assenza. Si tratta certamente di un’altra forma di relazione, e la trasformazione avvenuta non riporta a un vuoto, ma a un’altra forma di presenza.
E vengo alle mie riflessioni di oggi, stimolate dagli interventi precedenti.
Non parlo di morti vicine, nel senso di genitori, parenti, ecc. E neppure delle troppe morti che costellano il nostro presente con le guerre, le carestie e i disastri naturali a causa della hybris maschile. Invece vorrei parlare di un lutto – così lo chiamo a posteriori – che ha rappresentato per me l’allontanamento di mio figlio. Ne parlo al passato perché per fortuna qualcosa sta cambiando grazie al mio lavoro del lutto. Mio figlio, il mio secondogenito, da alcuni anni è andato a vivere all’estero per motivi che lui condivide con molti giovani, ragazzi e ragazze, che se ne vanno per avere una situazione di vita migliore di quanto troverebbero nel nostro Paese. E all’estero ha avuto il suo primo figlio, confermando indirettamente i risultati di ricerche sulla convenienza di avere figli fuori dall’Italia, come expat. Mentre da noi ci si lamenta della denatalità, assistiamo a un esodo continuo di nostri giovani all’estero, molti con alti titoli di studio, e molti dei quali all’estero incontrano appunto condizioni favorevoli e i figli li fanno. Si tratta di un trend strutturale su cui troppo poco si è prestata seria attenzione da parte dei nostri governanti. E si tratta di un problema politico, perché è un fenomeno esteso che va incrementandosi particolarmente in Italia e ha ricadute non secondarie sulla qualità della vita collettiva. Chi ci governa lo elude per colpevole cecità politica o, nella migliore delle ipotesi, lo disconosce. Il disconoscimento, che sembra diventato la cifra del nostro tempo come propone la filosofa slovena Alenka Zupančič, non è negazione di un fenomeno, ma una forma di evitamento, un dispositivo difensivo della ragione (e della politica). Per fare un esempio: quasi tutti ormai sappiamo del cambiamento climatico, di cui parlerò tra poco, ma andiamo avanti come non esistesse, lo disconosciamo, come dicessimo «Sì, lo so ma…». Però in questo modo disattiviamo qualsiasi possibilità di trasformazione.
Da questo allontanamento di mio figlio è iniziato un periodo in cui ho molto pensato alla morte, alla mia morte, un fatto credo inevitabile data la mia età avanzata (ho ottantadue anni), ma ho sentito anche che c’era una sproporzione del mio sentire rispetto alla realtà, e ho dovuto fare il lavoro del lutto.
Un altro fatto che mi ha portato a questo sentimento di morte è, come dicevo, il cambiamento climatico. Io sono molto sensibile a quanto avviene nel mondo naturale, piante, animali… Vivo in una casa circondata da un bosco che una volta era bellissimo, guardo e ascolto le piante: è come se parlassi con loro e sentissi il loro dolore. Quasi un’identificazione inconscia, accompagnata dalla malinconia, per liberarmi dalle quali ho dovuto accettare il lavoro del lutto. E anche il cambiamento climatico è un fatto politico, eluso da governanti e decisori, di fronte al quale nella migliore delle ipotesi assumono la postura del disconoscimento.
Il lavoro del lutto è un’espressione che io manterrei. Si tratta di un vero e proprio lavorio psichico e simbolico, necessario per far vivere e rivivere il desiderio e la vita stessa. E il desiderio, lo sappiamo, è una spinta essenziale non solo per la vita, ma anche per la politica, in particolare la politica delle relazioni e del simbolico. Negli ultimi tempi per fortuna ha cominciato a sprigionarsi in me un desiderio vitale, che mi permette di rilanciare pratiche di relazione con alcune donne attorno a iniziative comuni. E questo è fondamentale, così come è fondamentale che restino e si rivitalizzino luoghi storici come la Liberia delle donne di Milano e altri, perché questo è un irrinunciabile.
Pubblichiamo la registrazione audio dell’intervento di Ida Dominijanni alla redazione aperta di Via Dogana 3 Il lutto necessario, che si è tenuta il 4 ottobre 2026 alla Libreria delle donne di Milano.
L’incontro ha preso le mosse dal bisogno di dare voce all’esperienza della perdita, interrogandosi sul significato del lutto nelle relazioni personali e nella dimensione collettiva e politica.
Ascolta l’intervento di Ida Dominijanni:
La prima volta che ho visto un cadavere avevo nove anni. Era il corpo cianotico di mio nonno, in una bara fuori misura, nella stanza dalle luci fredde (grande fissazione di mia madre) in cui dormiva. Fino a quel momento non sapevo che fosse morto. Ero in vacanza, lontano da casa, con i miei cugini. Nessuno aveva trovato il modo di dirmelo, così hanno aspettato che lo facesse il cadavere. Quel giorno ho deciso che nessuno doveva più morire o che, quantomeno, io non l’avrei più visto. Così, la prima volta che ho visto un cadavere è stata anche l’ultima.
Da allora applico questa regola con rigore. Quando tre anni fa è morto mio zio sono rimasta fuori dalla camera mortuaria, come faccio sempre. È una teoria metafisica più solida di quanto sembri: se non vedo la morte, la morte non esiste. I risultati, nel complesso, sono ottimi, con l’unico inconveniente che la morte per mia sfortuna non sparisce, cambia stanza.
Ho capito col tempo che il problema non è la morte, che in fondo è un evento. Il problema è il vuoto che lascia, e il vuoto, a me, risulta insopportabile. Viviamo in una società che non ammette la pausa, la stasi, la mancanza: ogni spazio va riempito, subito, possibilmente con qualcosa di utile. Ne escono vuoti troppo pieni, di rumore, di notifiche, di frasi di circostanza, e pieni troppo vuoti, come i rituali eseguiti da chi non sa più a cosa servano. E io ne sono una perfetta figlia.
Però, che noi esseri umani (a prescindere da me, dal qui e ora) con la morte, la decomposizione, l’assenza abbiamo un rapporto complesso e curioso è un fatto storicamente conclamato. Inumazione, cremazione, mummificazione. La morte è un evento, sì, ma circondata da riti che sembrano voler alleggerirne il peso.
Gli antichi egizi, che di vuoti se ne intendevano, per esempio scelsero la strada più ambiziosa: annullare il tempo. Il corpo veniva svuotato, essiccato, avvolto in bende, perché durasse. Un lavoro enorme per far sì che l’assenza avesse almeno un aspetto presentabile. Ma la parte più interessante è un’altra: accanto alla mummia si mettevano gli ushabti, statuette incaricate di lavorare al posto del defunto nell’aldilà. Dei sostituti, già allora.
I greci non si preoccuparono tanto di conservare il corpo. Lo affidavano al fuoco o alla terra, soprattutto, quello che contava non era il come, ma che ci fosse un rito. Nell’Iliade l’ombra di Patroclo appare ad Achille per chiedergli di essere sepolto, perché senza i riti non può attraversare la soglia dell’Ade. Il corpo non andava fermato, andava consegnato, e con lui la perdita riceveva un nome e un posto nella comunità. Antigone seppellisce il fratello contro l’editto di Creonte, ed è per questo che la città la punisce: spargere terra su un morto è un atto politico e il potere lo sa bene – come lo abbiamo visto noi tutti con i fatti di Cutro.
Tre gesti, tre idee diverse del rapporto con chi muore. La mummificazione rifiuta la decomposizione e tiene il morto con noi, immobile. L’inumazione lo restituisce alla terra, ma lascia un luogo dove tornare a cercarlo: una tomba è un vuoto con un indirizzo. La cremazione accelera la trasformazione e lascia qualcosa di leggero, che si può portare con sé o disperdere. In ogni caso, quella vita finita viene messa da qualche parte.
Queste storie non ve le ho raccontate per dare un’utilità alla mia laurea triennale ma perché ritengo che ci sia una cosa che accomuna me, i greci e gli egizi: nessuno di noi sopporta l’interruzione. Quello che ci fa male del morto non è l’essere morto, è che smette di rispondere. Il morto è, per definizione, quello che non risponde più. E la nostra società, che ha fatto dell’efficienza una morale, tratta ogni interruzione come un guasto da riparare. Non c’è tempo per la pausa, non c’è un posto per il vuoto, e non c’è nemmeno più una forma comune che dica cosa farne: il lutto è diventato una faccenda privata, da sbrigare in fretta e in silenzio, possibilmente senza disturbare il lavoro. Dove manca una forma condivisa, arriva il mercato a venderne una. E così l’unica proprietà che definisce i morti, l’assenza, diventa un difetto di fabbricazione.
Oggi la tecnologia propone una quarta via per riparare a questo difetto di fabbrica: non conservare il corpo, ma la voce. Il settore ha già un nome, di quelli in inglese che a Milano piacciono tanto, digital afterlife industry, e un vocabolario che cresce in fretta: deadbot, griefbot, thanabot.
Dentro questi morte-bot ci sono in realtà quattro pezzi, e nessuno è magico. Il primo è il materiale: messaggi, vocali, video, foto, post, e-mail, oppure interviste registrate in vita, con domande guidate, da alcuni servizi pensate proprio per questo. Il secondo è il cervello, quasi sempre un modello linguistico generico a cui si dà in pasto quel materiale. Può essere addestrato ulteriormente sui testi della persona, ma più spesso si fa una cosa più semplice: gli si scrive un’istruzione che dice chi è, come parla e cosa può dire, e gli si lascia consultare il materiale ogni volta che serve per rispondere. Il terzo è la voce: bastano pochi minuti di audio per clonarla, poi un sistema trascrive quello che diciamo e un altro gli risponde parlando, in tempo reale. Il quarto è il volto: una foto animata, oppure un personaggio in 3D che muove le labbra a tempo con le parole, trasmesso in streaming.
Messo insieme, il risultato è un oggetto che non sa niente di chi rappresenta. Ha un archivio, un tono di voce e una lista di cose da dire e da non dire. Il resto lo improvvisa, con la sicurezza di chi non ha mai conosciuto nessuno. Qualcuno lo fa in vita, per lasciare dietro di sé una versione di sé stesso. Qualcuno lo fa dopo, per conto di chi resta. Ci sono servizi in audio e in video, e in Cina si può ottenere un volto parlante da una foto per l’equivalente di tre dollari. Il costo del lutto, in compenso, sta scendendo.
Mi piacerebbe dirvi che si tratta di esperimenti da laboratorio, ma non è così. Ecco alcuni fatti in breve dalla recente cronaca: un padre passa ore a parlare con l’avatar del figlio ucciso in una sparatoria scolastica, e lo ha usato per portare l’attenzione pubblica sul problema delle armi. In un tribunale dell’Arizona la dichiarazione di una vittima di omicidio è stata letta dal suo avatar generato con l’IA. E Meta ha pensato a un’IA che risponde ai messaggi e pubblica contenuti al posto di un utente morto, perfino simulando chiamate. Dall’accademia ci dicono invece che i ricercatori di Cambridge hanno per giunta provato a immaginare dove finisce la cosa: hanno scritto che servirebbe un tasto “off”, e forse anche un “funerale digitale” per spegnere il bot, un meta-lutto. Gli esperti di salute mentale, per ora, non dicono che questi strumenti facciano solo male. Dicono che il conforto è seducente,la seduzione non coincide però con la guarigione. E la legge? Dal 2 agosto di quest’anno l’AI Act europeo impone che i contenuti che costituiscono un deepfake siano dichiarati come artificiali, e le linee guida includono tra i casi le repliche digitali di persone reali e gli avatar realistici. Ci dice che dobbiamo etichettare, non se sia una buona idea.Come ha osservato un commento, la trasparenza non rende automaticamente lecito l’uso.
Come sapete, con l’IA ci lavoro. Per scopi diversi, ma i pezzi sono gli stessi: un modello linguistico, una voce in tempo reale, un volto, un prompt che stabilisce chi sei e cosa puoi dire. Tutto il mio mestiere sta in quel “cosa puoi dire”, e soprattutto in cosa non dirai mai. Per un avatar aziendale è una questione di tono e di rischio, per un avatar di un morto è una responsabilità che non vorrei avere. Dal lavoro mi porto a casa due certezze noiose. La prima è che l’avatar non sa niente del morto. Sa quello che il morto ha lasciato scritto e detto, e il resto lo inventa con molta sicurezza. È una mimesis, un ushabti che improvvisa – a volte in maniera molto convincente. La seconda è che un sistema così è progettato per rispondere, non per tacere. Per lui il silenzio è un errore da correggere, l’esigenza di riempire vuoto di cui parlavamo, tradotto in requisito tecnico. Lo sconforto del silenzio viene annullato da un modello probabilistico, che nell’imitare la persona sembra imitare anche la sua relazione con i cari. Però, per quanto sia realistica, non sarà mai altro che uno splendido miraggio.
Per concludere questo sproloquio, che – come me davanti alla morte –, sembra saltare da una parte all’altra, resta una cosa che né la me bambina che non guarda nella bara, né l’avatar che risponde in continuazione riescono a fare: stare in una relazione con qualcuno che non c’è più. Io ho fatto finta che finisse, l’avatar fa finta che continui uguale. Ma una relazione non finisce con la morte e non resta nemmeno come prima: cambia forma. Si essenzializza spesso all’immagine di due persone che si rispondono, e invece, quando una delle due smette di farlo, scopriamo che era fatta anche di altro: di abitudini, di eredità, di cose che ci sono rimaste addosso senza che lo decidessimo. Quella è la relazione che resta, e nessun servizio può prenderla in carico al nostro posto. Si può solo abitarla.
Come smettere di tentare di riempire questo vuoto, piuttosto che trasformarlo in uno spazio abitabile ancora non saprei come farlo. Per ora mi limito a sostare, senza una risposta, partendo dalla soglia, quella delle camere mortuarie che ormai conosco molto bene.
Il titolo della redazione aperta di oggi è “Il lutto necessario”. Questo tema si è imposto a noi della redazione mentre stavamo lavorando ad altro, perché non riuscivamo a non tener conto che tutte noi avevamo subito due grandi perdite: quella di Lia Cigarini e quella di Luisa Muraro, che per 50 anni sono state il cuore pensante di questa libreria. Ho ventidue anni, sono giovane, ma ho iniziato a frequentare la Libreria tempo fa, quando ero ancora una bambina, grazie all’Accademia delle piccole filosofe e dei piccoli filosofi, iniziativa organizzata proprio da Luisa Muraro.
In ogni caso, non vogliamo focalizzare l’incontro su questa nostra perdita, ma abbiamo il desiderio di superare l’idea del lutto inteso in senso privato ed individuale per approfondirlo come questione collettiva e politica. Infatti, da sempre, l’esperienza necessaria del lutto viene messa in discussione. Oggi, in particolare, a partire dal tentativo di esorcizzare la morte con innovazioni tecnologiche e dall’incapacità di dare un senso pubblico alla perdita per paura che la condivisione del dolore possa trasformarsi in dissenso politico.
Quest’anno, anche per me personalmente, è stato funesto. Oltre alla morte di Lia e di Luisa, tra il mese di marzo e il mese di giugno, sono venuti a mancare anche i miei due nonni paterni e mia nonna materna. Credevo che la morte di mia nonna materna avrebbe segnato un prima e un dopo nella mia vita, visto il legame che con lei ho avuto dal mio primo giorno di vita e per i successivi ventidue anni. L’ho assistita fino alla fine, ho fatto tutto ciò che una nipote qualsiasi non avrebbe fatto, arrivando persino a trascendere il mio ruolo. Eppure, il giorno che è mancata non mi sono sentita affranta dalla perdita. Certo, ero dispiaciuta. Niente più di questo. Sono rimasta delusa dalla mia stessa reazione. Parlandone con la mia analista mi sono resa conto che in realtà ho perso mia nonna qualche anno fa, quando la demenza senile e il suo declino cognitivo l’hanno trasformata in una persona che io non conoscevo, con la quale non potevo comunicare, parlare, aprirmi. La malattia ha cambiato la relazione che avevamo. La nostra relazione caratterizzata da amore, da cura e fiducia reciproche era diventata una relazione a senso unico. Non riusciva più a prendersi cura di sé ed io mi sono dedicata a questo negli ultimi anni: a fare ciò che lei da sola non poteva fare. Mi ricordo quanto parlavamo, le raccontavo ogni frammento della mia anima e sentivo il suo amore riempirmi. Ma poi lentamente, come fosse stato un lento processo, tutto è cambiato. Io mi sono ritrovata a fare da madre e da figlia ad una mamma che non era la mia. Così ho capito che la morte fisica di mia nonna non ha mai coinciso con la mia esperienza del lutto. Ho vissuto la perdita laddove la relazione è venuta a mancare definitivamente, ovvero con l’incombere della malattia. La relazione tra me e mia nonna è sparita anni fa, però si è modificata la relazione che io avevo con lei. Sulla base di questo, sento di poter dire che la morte fisica di una persona cara non corrisponde in senso assoluto alla fine della relazione che con quella persona intratteniamo. Per questo sento molto vicine le domande che ci guidano in questo incontro: Che cosa accade ad una relazione quando una delle due persone muore? Come è possibile fare dell’esperienza dolorosa del lutto un momento di pratica politica che faccia agire il legame con chi non c’è più? Tenteremo di trovare una risposta a queste domande a partire dai contributi di Daniela Santoro e di Ida Dominjianni.
L’esperienza della perdita e dell’assenza è una delle più dolorose: è necessario affrontarla con il lavoro del lutto perché ne va della nostra umanità, sia nella sfera personale che in quella sociale.
Viviamo tuttavia in società che da una parte tentano di esorcizzare la morte con innovazioni tecnologiche che si avviano a sostituire con avatar e robot le persone care defunte e dall’altra sembrano incapaci di dare una forma pubblica e condivisa alla perdita, anzi temono – come è successo a Cutro – che la condivisione del dolore possa diventare dissenso politico.
Noi vogliamo invece sostare e dare voce al nostro sentire chiedendoci:
Cosa accadde a una relazione quando una delle due persone muore?
Come fare delle esperienze dolorose del lutto collettivo un momento trasformativo e di pratica politica che riconosca e faccia agire il legame con chi non c’è più?
Introducono Fosca Giovanelli, Daniela Santoro, Ida Dominijanni
Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.
Appuntamento: domenica 4 ottobre 2026 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265
In copertina: Anna Atkins, Ptilota plumosa, da Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions (1843-53). The New York Public Library Digital Collections
C’era una volta, racconta Giacomo Gambaro nella sua Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi1, una differenza viva, polemica, destabilizzante, quella di Carla Lonzi. Poi vennero la fine degli anni Ottanta, la Libreria delle donne di Milano, Diotima, e la differenza si irrigidì in teoria, la teoria in ordine, l’ordine in presupposto identitario. Per dimostrarlo il libro percorre la storia a ritroso, da Luisa Muraro a Carla Lonzi, e chiama questa marcia indietro “controstoria”, la decostruzione di un canone che noi avremmo codificato.
Le fiabe cominciano così, con un c’era una volta. Anche le fiabe mal riuscite.
Vediamole, allora, le tesi centrali portate da Gambaro. A partire dalla fine degli anni Ottanta “il problema rappresentato dal piacere è venuto progressivamente a eclissarsi” (p. 35), in coincidenza con la definizione teorica del simbolico delle donne, di cui L’ordine simbolico della madre avrebbe carattere “fondativo” (p. 35). La tradizione della Libreria e di Diotima avrebbe valorizzato la sessuazione “ponendo in secondo piano la componente della sessualità”, “in altri termini, il «simbolico materno» è stato radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41). Da qui la “chiusura identitaria”, definita come “reificazione del genere femminile in una realtà connotata in termini ipostatici e in ultima analisi essenzialistici, tale dunque da acquisire lo statuto di un vero e proprio modello normativo” (p. 44); la differenza non sarebbe più “significante polemico e di sperimentazione” ma “presupposto”, fondamento che “descrive in cosa dovrebbe consistere l’identità femminile” e “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi per «riscoprire» il senso «autentico» della sua differenza” (p. 44). Sul versante delle pratiche, per Gambaro l’autocoscienza è “una pratica di posizionamento sempre riattivabile al fine di sperimentare – e di corroborare – il movimento della libertà femminile”, non circoscrivibile “a una fase iniziale del femminismo” (p. 195), mentre il partire da sé è “una pratica che ricolloca la differenza sessuale nella postazione del soggetto del pensiero (e non del suo oggetto)” (p. 24), un “taglio” impresso al pensiero filosofico.
Su che cosa si regge questa decostruzione? Quasi per intero su un saggio di Ida Dominijanni del 2007, L’impronta indecidibile, citato e ricitato per pagine, un saggio pubblicato nel volume di Diotima, L’ombra della madre2. E Gambaro stesso deve registrare che si tratta di un esito “di cui alcune esponenti del pensiero della differenza […] si sono rese pienamente conto, e di cui spesso, negli anni, hanno segnalato le criticità” (p. 44). La nota rimanda ai contributi di quello stesso volume, tra cui un mio saggio, La passione di esserci. Posso quindi testimoniare che si trattava di un pensiero che si interroga in pubblico, nei libri, senza risparmiarsi le domande più scomode. Le prove addotte per la “cristallizzazione” vengono da lì.
Che una tradizione sappia interrogare criticamente i propri presupposti non esclude, naturalmente, che possa conoscere sedimentazioni, irrigidimenti o perfino effetti normativi. Ma il punto è che eventuali derive andrebbero dimostrate nei testi e nelle pratiche, non ricavate dalle domande con cui quella stessa tradizione le mette a tema. L’ombra della madre mostra che la storia del pensiero della differenza non può essere raccontata come il semplice passaggio da una differenza aperta a un paradigma divenuto inconsapevolmente identitario. Ecco le domande di Ida Dominijanni, che Gambaro riporta nel suo testo: “Può essere accaduto che il «desiderio ontologico» […] abbia di nuovo velato il desiderio erotico? […] O che il simbolico materno abbia riprodotto un immaginario desessualizzato della madre?”. Sono domande e restano tali nel testo da cui provengono. Il lavoro della controstoria consiste nel volgerle in verdetti. Si vede a occhio nudo nella grammatica: per pagine il pericolo resta al condizionale; poi, senza che nulla sia stato dimostrato nel frattempo, arriva l’indicativo: “Si tratta della cristallizzazione della differenza sessuale” (p. 44). Dal rischio al fatto per slittamento di modo verbale.
Nel merito, è opportuno vedere i testi. Il simbolico materno sarebbe “radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41)? Luisa Muraro ha raccontato che cosa c’è dentro L’ordine simbolico della madre nella lunga conversazione del 2003 ora in Esserci davvero3: “volevo ricontrattare con mia madre – non con quella signora, ma certamente con la figura materna – la mia libertà, le condizioni del mio stare al mondo. E il libro è tutto giocato su questo” (p. 64). È un corpo a corpo, come lo chiama Irigaray. E chi tende a fare della relazione materna una cosa fatta e definitiva riceve da Luisa Muraro la risposta che merita: “l’ideologia – la chiamo ideologia deliberatamente – della relazione materna” (p. 48). Quanto alla madre che Gambaro indica come origine “data una volta per tutte e a prescindere dalla sua concreta esistenza” (p. 36), in Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro4, il volume appena uscito dal convegno del settembre 2025 alla Cattolica, Diana Sartori richiama la tesi che Muraro ha scritto ne L’anima del corpo5: “La madre è sostituibile ma non lo è la relazione materna, questa è la mia tesi” (L’anima del corpo, p. 75, richiamata da Sartori a p. 45). Madre è dunque il nome di un’opera in corso e nello stesso volume Cesare Casarino ne parla come di una relazione costituente, non di una figura da venerare (p. 71).
Ancora: ci sarebbe un “modello normativo” che “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi” (p. 44)? Proprio L’ordine simbolico della madre si chiude con l’esatto contrario di una prescrizione: “occorre dare traduzione sociale alla potenza materna per impedire alla sintesi sociale di chiudersi e tenerla invece aperta a ogni voler dire, per quanto distante o abnorme”6. Diana Sartori scrive che quell’ordine “è soprattutto un ordine aperto, non è quella gabbia logica d’acciaio con cui l’ordine del padre ha teso a rappresentarsi”, e “ordina in modo non totale: ne dipendiamo e anche dipende da noi” (p. 38). Sull’essenza e sull’identità, poi, Luisa Muraro si è più volte e lungamente espressa. In Esserci davvero dice: “Sì, sono femminista ma non sono femminista, perché so che c’è altro. È importante insistere di stare attente a non chiuderci noi stesse, noi stessi, nella logica dell’identità: […] il principio di identità […] finisce che poi ci imprigiona” (p. 92); e ancora, “non c’è un’entità donna che si colloca in un contesto […] quello che chiamiamo donna si costituisce storicamente” (p. 85). L’essenza che la controstoria vuole destrutturare non è mai stata messa al mondo; e la differenza come significante polemico e di sperimentazione, che Gambaro riserva a Carla Lonzi, abita a Diotima da sempre, come possiamo vedere già dal titolo La differenza sessuale: da scoprire e da produrre7. Da produrre.
C’è poi l’autocoscienza come pratica sempre riattivabile e il partire da sé come “taglio” del pensiero filosofico fino alla “epoché femminista” (p. 24), ricostruito attraverso Boccia, Milagros Rivera, Putino. Dunque, il partire da sé diventa un gesto del pensare e l’autocoscienza resta la pratica. In Lonzi non si separano: “non posso svolgere la mia autocoscienza se non facendo partire da me tutti i motivi all’origine di essa”8. Il partire da sé non è una “postazione” del soggetto pensante, è ciò che accade tra donne quando nella relazione si trovano le parole per dire l’esperienza. L’elaborazione viene dopo, a mettere in parola una pratica, ed è questo che rende il pensiero della differenza irriducibile a dottrina. Così la crisi dei piccoli gruppi, nei primi anni Settanta, non ha interrotto niente ma ha prodotto altre pratiche, che di quel guadagno vivono, e che tornano a interrogarlo. Il numero dell’ottobre 2023 di questa rivista, Via Dogana 3, era intitolato Autocoscienza, ancora, e Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini vi riproponevano la portata politica dell’autocoscienza, non narrazione intimistica di sé, ma presa di parola in prima persona nella relazione con le altre.
Resta l’eclissi del piacere “a partire dalla fine degli anni Ottanta” (p. 35). Qui la controstoria tocca qualcosa di vero, Luisa Muraro non parla esplicitamente di sessualità, e desiderio, amore e libertà non possono essere assunti semplicemente come sinonimi della sessualità. La questione è piuttosto se questa diversa accentuazione autorizzi a parlare di una rimozione dell’erotico e, soprattutto, se tale rimozione sia l’effetto necessario di una svolta identitaria. È questo secondo passaggio che nel libro di Gambaro resta da dimostrare. Un’assenza tematica non equivale ancora a una rimozione, tanto meno dimostra da sola una chiusura identitaria. Occorre chiedersi che cosa accada dell’erotico quando non viene tematizzato direttamente: se scompaia, se venga subordinato, oppure se continui a operare entro altre figure del desiderio. C’è il capitolo sull’amore voluto per L’ordine simbolico della madre e mai scritto, che resta la direzione dichiarata della ricerca: “il passaggio che cercavo, e che cerco – perché continua questa storia – è quello […] è l’amore” (Esserci davvero, p. 65); c’è il desiderio senza oggetto imparato dalle mistiche, “capace di rimanere sempre nello squilibrio e nella precarietà degli inizi”, legato alla libertà come apertura d’infinito, che Wanda Tommasi restituisce in Come quando si accende la luce (p. 137); c’è Al mercato della felicità, il cui sottotitolo è La forza irrinunciabile del desiderio; c’è Baubo nell’appendice del 2006 Il complesso della madre morta de L’ordine simbolico della madre, il gesto osceno e la risata che scioglie il lutto di Demetra.
Se un non detto resta, è lo stesso pensiero della differenza a custodirlo come punto aperto: le domande di Ida Dominijanni che Gambaro cita a p. 42 ne sono la testimonianza, non è certo un segreto di famiglia scoperto dal controstorico. Sicché la proposta di “ripartire dalla valorizzazione del piacere come componente costitutiva per pensare la soggettività femminile” (p. 36) arriva a una discussione già in corso da vent’anni. Ida Dominijanni, che di quella discussione è stata la voce più acuta, ha registrato in nota, nel volume Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, il paradosso di vedersi arruolata: “L’ordine simbolico della madre, un libro tutto incentrato sul problema della dicibilità e dell’indipendenza simbolica” letto “come la prova provata di una deriva identitaria del pensiero della differenza sessuale basata sulla monumentalizzazione del materno” (p. 53).
Come il piacere continui a lavorare lo dice l’esperienza di questa rivista, che nel dicembre 2022 ha dedicato al tema un numero intitolato Trovare le parole del piacere femminile9. In un tempo di imperativo al godimento, la redazione aperta di Via Dogana 3 si chiedeva che cosa del piacere resti escluso dall’ordine vigente e se esista “una sessualità femminile autonoma”; l’introduzione di Marina Santini ripartiva da Carla Lonzi osservando che “l’interrogazione sul piacere è una costante del pensiero femminista, scorre in forme carsiche e in alcuni momenti ha l’urgenza di emergere”. Un fiume carsico scorre sottoterra e riaffiora dove trova il varco, e nel pensiero delle donne il varco lo apre, di volta in volta, una pratica, non un programma teorico. Il piacere torna quando l’esperienza lo richiede, e quando torna chiede parole nuove. La domanda sul piacere, dunque, merita di restare aperta e di non essere fatta coincidere subito con la diagnosi di una deriva identitaria.
Perché allora una lettura così lontana dai testi? Gambaro dichiara il fine presentando il libro: il percorso a ritroso serve a far emergere una Lonzi “sorprendentemente vicina ad alcune istanze oggi presenti nel dibattito transfemminista”10. Il punto d’arrivo parrebbe fissato prima della partenza; certo è il costo della costruzione genealogica: per arruolare Lonzi nel presente serve una Muraro da lasciare indietro, un repoussoir identitario che faccia risaltare la modernità della progenitrice.
Ma che cosa accade quando la differenza viene tradotta prevalentemente nel linguaggio dell’identità? Sappiamo bene che la tensione identitaria attraversa anche il dibattito transfemminista contemporaneo. Accanto a pratiche e pensieri che interrogano radicalmente il corpo, il desiderio e la norma, prospera una proliferazione di soggetti equivalenti in domanda di inclusione e riconoscimento; domanda che l’ordine dato potrebbe esaudire senza spostare niente.
La differenza sessuale, quando opera nel senso più fecondo della sua tradizione, non chiede semplicemente riconoscimento, produce spostamenti; non si eredita come un corpus né si possiede come una dottrina, si fa. Ancora e di nuovo, come il femminismo. C’era una volta la differenza e c’è ancora. Non nei canoni, veri o immaginari, ma in una Libreria che ha appena compiuto cinquant’anni, in una Comunità filosofica femminile viva e attiva, in una rivista che continua a uscire, in un convegno dove lettrici e lettori riprendono un pensiero che continua, per portarlo più in là, e in mille altre realtà in movimento e in relazione.
Chi desidera davvero ripartire da Carla Lonzi trova la strada aperta leggendo le sue opere insieme a quelle di Luisa Muraro, senza bisogno di metterle l’una contro l’altra. Le controstorie passano. L’ancora e di nuovo resta.
(Via Dogana 3, 31 agosto 2026)
- Giacomo Gambaro, Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi, DeriveApprodi, Bologna 2025. ↩︎
- Ida Dominijanni, L’impronta indecidibile, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007, pp. 177-196. ↩︎
- Luisa Muraro, Esserci davvero, a cura di Clara Jourdan, Libreria delle donne di Milano, Milano 2025. ↩︎
- Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis, Milano 2026. ↩︎
- Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, Brescia 2016. ↩︎
- Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991 (nuova edizione con Appendice, 2006), p. 104, citata da Diana Sartori in Come quando si accende la luce, cit., p. 41. ↩︎
- In Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987. ↩︎
- Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978, p. 55, citata in Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini, L’autocoscienza nella pratica politica e nel pensiero di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile, in Autocoscienza, ancora, “Via Dogana 3”, Libreria delle donne di Milano, ottobre 2023, consultabile al link https://puntodivista.libreriadelledonne.it/autocoscienza-ancora-linda-bertelli-marta-equi/ ↩︎
- Trovare le parole del piacere femminile, “Via Dogana 3”, Libreria delle donne di Milano, dicembre 2022, scaricabile all’indirizzo https://puntodivista.libreriadelledonne.it/wp-content/uploads/2023/12/VD3_LIBRERIADELLEDONNE_DICEMBRE22.pdf ↩︎
- Intervista a Giacomo Gambaro, video pubblicato il 16 ottobre 2025 sul canale YouTubeGazzetta filosofica, disponibile all’URL https://www.youtube.com/watch?v=46wApoeSgvQ. ↩︎
Provo a partire da me, dal mio vissuto e dalla mia esperienza, per spiegare come, nella vita di una donna che appartenga a quest’epoca, la differenza sessuale sia ancora fondamentale e lo sia sempre di più. Di come sia importante, e più di prima, dichiararne l’esistenza. E di come, personalmente, sia stata indispensabile per mettere tutto in fila. Tradurre, comprendere, spiegare a me stessa i grandi passaggi della mia vita. E come tutto questo si traduca in una forma di consapevolezza militante.
Sono stata bambina negli anni Ottanta e ricordo ancora come, fino a un certo punto della mia vita, i tratti “più maschili” del mio carattere convivessero armoniosamente con quelli “femminili”. Ero quella che poteva definirsi “un maschiaccio”, ma mi piaceva profondamente pensarmi femmina. Ero vivace e spericolata, sempre con le ginocchia nel fango o intenta a raccogliere insetti e animaletti che i più trovavano ripugnanti. Allo stesso tempo, provavo un piacere autentico nell’indossare abiti squisitamente femminili, nel prendermi cura di bambolotti e gattini assecondando un precoce sentimento materno, nel sognare capelli lunghi e lucenti, che a quel tempo non mi erano concessi. A immaginare la donna che sarei voluta diventare: bella, profumata, libera di abitare quella femminilità che già sentivo mia.
Crescendo, molto gradualmente, qualcosa cambiò. Cominciai a percepire l’essere femminile come una specie di bestiola indomabile. Ne enfatizzavo le parti animalesche, la scarsa compostezza, l’istintività e imponevo a me stessa un controllo che nelle donne percepivo mancante. Tentavo di reagire alle modalità “scomposte” che sentivo appartenere alla mia genealogia femminile, a mia madre. Sentivo di volermi staccare da lei, dal suo retaggio, tenendo invece a voler assumere la compostezza e la calma serafica di mio padre. Questo mi portava a non vivere liberamente attraverso il mio corpo, sentendolo dall’interno, ma sempre a guardarmi vivere, a guardarmi con gli occhi degli altri (altri?). Cercavo di destreggiarmi nel mondo con un certo distaccato rigore, a partire dalle mie movenze, fino ad arrivare alle reazioni emotive.
Negli anni dell’università e poi del primo lavoro, mentre rincorrevo il successo negli studi e l’affermazione professionale, dentro di me si faceva strada una strana sensazione: da un lato percepivo sempre meno una reale differenza tra me e i miei colleghi maschi; dall’altro avvertivo, quasi inconsapevolmente, la necessità di assomigliare sempre di più a loro. Non desideravo essere un uomo. Desideravo piuttosto aderire a un modello di umanità che percepivo come neutro, universale.
Tutto ciò che richiamava la differenza sessuale mi appariva riduttivo. Non lo rifiutavo deliberatamente, semplicemente non riuscivo a riconoscerne il valore. Mi sembrava che insistere sul fatto di essere donna significasse confinarsi in una condizione particolare, rinunciando ad appartenere a quell’umanità senza aggettivi alla quale aspiravo.
Per molto tempo non ho saputo spiegarmi questa spinta. Sapevo soltanto che tutto ciò che metteva in evidenza la differenza tra uomo e donna mi sembrava restringere le possibilità del femminile, le mie possibilità.
Arrivarono i primi successi e le prime soddisfazioni ma, insieme a essi, cresceva un sommesso malessere. Mi sentivo oppressa, scollegata dai miei bisogni e dai miei desideri. Sentivo le mie energie dissiparsi, crescere un indefinibile desiderio di fuga. Tutto ciò che fino ad allora aveva dato significato al mio impegno iniziava lentamente a svuotarsi di senso, lasciandomi senza energia, senza motivazione.
Eppure, continuavo il mio trantran, come se non esistesse un’altra possibilità di essere al mondo, ignara di cosa in realtà si muovesse nel profondo.
Fu solo la maternità, a un certo punto della storia, a interrompere questa apparente continuità.
La nascita delle mie figlie non rappresentò semplicemente un cambiamento nella mia vita, ma una frattura nel modo stesso in cui abitavo me stessa. La maternità, grazie alla sua caratteristica “regressiva”, mi portò a rivivere una me stessa molto più antica, riconducendomi nelle braccia di mia madre. Per la prima volta il corpo, la necessità, la vulnerabilità, la relazione e il tempo della cura non erano più dimensioni marginali da governare o da tenere sotto controllo, ma chiedevano di essere riconosciute come costitutive del mio essere. Quel modello di umanità al quale avevo cercato di conformarmi improvvisamente non mi bastava più.
Questa esperienza, così nuova per me, iniziatica, mi portò a formulare delle domande che sino a quel momento non mi ero mai posta.
Le prime si addensarono, spontanee, tutte intorno al mio essere madre. Perché era stato quello a mettere in crisi tutto il resto, a buttare a gambe all’aria tutto ciò in cui avevo creduto, incluso la persona che avevo pensato, con orgoglio, di essere diventata.
A quelle domande, se ne agganciarono presto mille altre.
E se ciò che avevo creduto come universale fosse stato soltanto una particolare forma dell’umano? E se tale convinzione fosse discesa dai nostri processi di significazione, culturalmente determinati, senza che me ne accorgessi? E se fossero stati possibili altri modi di essere? Magari più in linea con quello che il mio corpo, il mio vissuto di figlia, di madre, la mia genealogia mi suggeriva? E se il malessere che avevo sperimentato nella mia vita non fosse dipeso dalla mia condizione psicologica soggettiva ma dal modo in cui la società, la mia educazione mi aveva costretta a snaturare la mia concezione di essere femminile?
Cercando parole per comprendere ciò che mi stava accadendo incontrai il pensiero della differenza sessuale e, in particolare, l’opera di Luisa Muraro. Questo incontro fu per me un grande sollievo, un respirare all’improvviso dopo tanta apnea, un bagliore che portò a una visione finalmente chiara e corrispondente a quello che provavo, una coerenza, un’armonia, un essere in pace.
Grazie alle parole del pensiero della differenza riuscii a trasformare il mio vissuto, che era confuso ed evanescente, in esperienza. A comprenderlo, a dargli un senso che fosse chiaro per me. E, in fine, ad attuare nella mia vita tutto quello che avevo compreso. Prima come madre e poi come donna. A trasformare la fragilità in risorsa. Il corpo in sentinella di bisogno e desiderio. Ad essere dentro la vita piuttosto che a guadarmi vivere.
Il malessere, fino a quel momento indistinto, acquistò finalmente un nome. Compresi che non avevo semplicemente attraversato una crisi personale, a causa della mia fragilità psico-emotiva. La crisi che avevo vissuto era strutturale e legata alle condizioni socioculturali che mi erano state imposte. Era entrata in crisi l’idea stessa di essere umano alla quale avevo affidato la mia esistenza.
Il pensiero della differenza è essenziale ora, proprio nel momento in cui il dominio dell’uomo sulla donna va progressivamente scomparendo.
Per lungo tempo esso era là, davanti ai nostri occhi. Si imponeva attraverso la forma del divieto o dell’esclusione agiti dall’uomo sulla donna. Era presente in una disparità visibile, immediatamente riconoscibile sul piano sociale e simbolico.
Oggi il dominio ha cambiato luogo. Si è spostato all’interno del soggetto. Tendiamo a non riconoscerlo, non perché sia scomparso ma perché non si presenta più nelle forme in cui eravamo abituate a pensarlo. Non opera più attraverso il potere degli uomini sulle donne, quanto attraverso l’adesione a un modello unico di umanità, nella forma della desiderabilità del maschile – inteso come insieme di caratteristiche e intenzioni solitamente ascritte all’universo degli uomini – sul femminile.
L’attuale società ci aveva quasi convinte che il maschile avesse perso centralità, non presentandosi più come un’autorità esterna. In realtà continua a occupare il centro della scena nella forma di un ideale umano apparentemente neutro e universale. Un soggetto autonomo, performante, competitivo, capace di bastare a sé stesso. Principio ordinatore, generale e unificante, della contemporanea civiltà neoliberista, che si esprime nell’aspirazione di realizzare un mondo senza natura e senza madre.
Lo vediamo nel rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, nell’idea che la dipendenza sia una condizione da superare anziché la dimensione originaria dell’esistenza, nelle pratiche che frammentano l’esperienza materna in funzioni separate, nella riduzione della vita, del corpo e delle relazioni a risorse economiche e nel rapporto predatorio con la natura e con ciò che viene percepito come altro da sé.
La predominanza del maschile sul femminile c’è ancora e non solo continua ad essere una questione politica e simbolica decisiva ma lo è in una forma nuova e più ampia. Si manifesta nella tensione tra due modi di abitare il mondo: nel conflitto tra una concezione dell’umano fondata sul dominio, la prestazione, il controllo e l’individualità e un’altra fondata sulla forza intesa come potenza generatrice, sulla dipendenza originaria, sull’appartenenza a una trama di legami che ci precede, sul nostro nucleo in quanto creature generate, quindi vulnerabili e in relazione.
La differenza sessuale diventa così il luogo simbolico in cui si confrontano due antropologie concorrenti dell’umano. Ci invita a guardare quella parte di noi che rischia di restare senza parola e a custodirla, preservando la nostra presenza, consapevolmente femminile, nel mondo.
Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.
1)
La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?
2)
Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.
Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.
Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.
3)
Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.
Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.
Lectio di Luisa Muraro nell’ambito di Book Pride 2015, tenuta il 29 marzo 2015 ai Frigoriferi Milanesi a cura dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti
Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».
Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è. Ma attenzione a non intendere pan per polenta, come dicevano in veneto. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne. Quel “tra” è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto, usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.
La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Io non voglio perché si dà il caso che sia femminista. Ma si dà anche il caso che vi siano innumerevoli donne che non sono femministe e non vogliono, neanche loro, prescindere da quello che sono, donne. La differenza, puoi mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. A volte bisogna farlo. A volte invece piace farlo e allora diventa recitazione.
La differenza che c’è, sono io e non sono io. Detto in breve, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue. Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono ciascuna/o a suo modo quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.
Si fanno molte teorie della differenza sessuale. Le meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. Freud ne ha ricavato la teoria della castrazione. Lacan ha precisato: castrazione simbolica, che riguarda anche gli uomini di sesso maschile.
Duemila e trecento anni fa Aristotele ha fatto una teoria che noi consideriamo sbagliata ma molto ben trovata, tant’è che è durata quasi fino ai nostri giorni.
Aristotele era un grande osservatore e grandissimo ragionatore, filosofo e scienziato (ma senza laboratorio). Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così e aggiunge subito: «ma questo è necessario alla natura». Perché “ma”? è necessario, spiega, che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (lo sperma, che in greco antico è letteralmente il seme). Che cosa vuol dire? l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta, parole sue, di una “necessità accidentale” (La donna e i filosofi: archeologia di un’immagine culturale, a cura di Silvia Campese e Silvia Gastaldi, Zanichelli, Bologna 1981, 79). In questa strana nozione traspare una lontana anticipazione della tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo.
Va detto che i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo.
Un’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Detto in parole nostre: le donne sono diversamente umane.
Secondo me, come ho detto, le teorie della differenza sessuale sono tutte più o meno sbagliate. Tutte dicono qualcosa di vero, ma le teorie sono totalità coerenti, trasparenti a sé stesse, la differenza invece è un tema inesauribile, nella nostra stessa esperienza, e questo per un motivo preciso. La sessuazione, come noto, è un fatto primordiale, è un’invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia la mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, c’è che il fatto primordiale della sessuazione irrompe nella sfera della parola, cioè del vero/falso, del giusto/ingiusto, del bene/male. Irrompe e fa un disordine che, secondo certi testi sacri, sarebbe effetto del peccato originale e si estende anche alla natura. La questione diventa allora: è possibile rifare un ordine? E come?
Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice “ma”. La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Ma perché dice “ma”? Lo dice per separare l’ordine di cui le femmine sono il principio, cioè l’ordine naturale, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è umano maschile. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice. Aristotele infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.
Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione della differenza e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni… Ricordo i miei soggiorni di fanciulla sull’altipiano d’Asiago con la vista delle bestie al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupite di vederci come siamo, noi che saremmo loro parenti. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità. Loro invece erano perfettamente nude, ma non si notava affatto tanto erano a loro agio nei loro corpi. Non si stupiscono solo le bestie, anche noi ci stupiamo di noi. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del solito e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.
La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory dei cinque generi. Due è per via della sessuazione, la vita che si biforca, ma se lasciamo la natura per la cultura, perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.
Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: Fine della differenza sessuale? E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è “il fatto” (la parola è sua, io sottolineo) della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale (p. 284). Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, concordo pienamente con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il “biologico” e lo “psichico”, il “discorsivo” e il “sociale”» (pp. 275-276). La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.
“Finalmente”, ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso” e come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e non suscita imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato, provvisto di diritti, senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.
Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura neoliberale, non si arriva senza sfidare il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Lo sostiene giustamente Ida Dominijanni nel suo recente Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (ediesse 2014). E la sfida è ancora aperta.
In quegli anni si alzò, senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto, un’ondata di rivolta femminile che ha rotto il corso otto-novecentesco dell’emancipazione. Riporterò qui un racconto che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.
Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale che si chiamerà Sessantotto. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accadde qualcosa che annuncia la frattura femminista, quella che io chiamo la rivolta nella rivolta. Nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare, seduta stante, il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Elda Guerra, in Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato che apprezza solo chi sa vedere la grandezza che si presenta in modeste apparenze… Per esempio? I pastori di Betlemme nel Vangelo di Luca o il camionista siciliano in Cristina Campo, Les sources de la Vivonne (Gli imperdonabili). Il femminismo di Stato, quello della parità tra donne e uomini, sostenuto dall’Europa e da altre agenzie di potere, vuole farci dimenticare l’evento del 1966 con la sua radicalità. Cercano di farci passare dal vecchio femminismo ottocentesco al post-femminismo neo-liberale, senza soluzione di continuità. E si capisce perché: le iniziatrici della “rivolta nella rivolta” non erano in cerca di emancipazione, erano giovani donne emancipate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse hanno interrotto questo processo di promozione per aprirsi un’altra strada. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione. Accade così che il primato della vita si trapianti, ad opera di donne, nella polis, diventando politica, e nella soggettività umana.
Il “ma” di Aristotele inciampa così nell’imprevisto di un nuovo “ma” che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne decreta la fine. E più ancora. Il nuovo “ma” ha sostituito con la relazione di differenza quella che era la dualità gerarchica di natura/cultura, con le sue tante versioni, corpo/anima, cielo/terra, personale/politico, privato/pubblico, fino a quella tra madre che dà la vita e padre da cui vengono la parola e la legge.
La rivolta cominciata quarant’anni fa ha rivoltato la civiltà, l’ha rovesciata come un calzino facendo vedere il suo rovescio, che era la subordinazione femminile all’Uomo, e portando alla luce un sostrato di civiltà più elementare. Che vale per donne e uomini e come tale lo propongo qui. Quello che ho detto finora attingendo all’esperienza politica delle donne, arriva così al suo dunque nel presente, che lo mette alla prova dei difficili cambiamenti in corso. A suo tempo io e altre abbiamo parlato, per quel sostrato, di un ordine simbolico della madre (di cui bisognerebbe dire che, a un certo punto, fu intuito da Freud). Abbiamo sostenuto, in pratica e in teoria, che dalla donna che ci è madre riceviamo la vita e impariamo a parlare, una cosa non va senza l’altra. Dalla relazione fiduciosa con la madre o chi per lei dipende che impariamo a parlare, che possiamo dire io e metterci in relazione personale con gli altri e il mondo. Oggi devo aggiungere che questo fondo di una più elementare civiltà, non è roccia. È fatto di materia viva, sensibile e più fragile di quello che non pensassi: è fatto di relazioni e fiducia.
Proprio su questo terreno ci sono mutamenti temibili, a causa principalmente dell’attuale economia neo-liberista che di relazioni e di fiducia ha una fame estrema, pari al consumo devastante che ne fa a causa delle sue crisi ricorrenti. E che alla lingua materna sovrappone la circolazione della moneta, con effetti di perdita della competenza simbolica da parte nostra, comuni cittadini, e di autorità da parte della lingua materna. Si dice che perdiamo il controllo sulle nostre vite. Sì, ma la perdita di competenza simbolica esprime di più, perché riguarda la capacità di sottrarsi alla collocazione nel discorso dominante: capacità di essere altrove e altrimenti, come hanno detto quarant’anni fa quelle che erano parlate e sono diventate parlanti. Si tende a descrivere l’attuale regime in modo sbagliato, facendo un errore fatale secondo me. Gli si attribuisce come deteriori anche caratteristiche che, per se stesse, sono guadagni della politica delle donne. Mi riferisco all’intreccio tra vita e lavoro, alla caduta dei paraventi tra pubblico e privato, alla valorizzazione delle qualità relazionali, all’idea di un’autorità che non si confonde con il potere. Erano guadagni politici, ora sono parte della posta in gioco. Perciò, è il mio invito, non restate in quella postura sommaria dell’essere contro, il NO ripetitivo e sterile giustamente messo sotto accusa da Naomi Klein, e non fermatevi indefinitamente sulle vostre analisi critiche. Andiamo a combattere insieme a quelle donne e quegli uomini che già si trovano sul posto e che resistono alla perdita di competenza sulle loro condizioni di vita. Per parare alla crisi, non ci sono solo tagli, tasse e licenziamenti. Si stampa anche moneta da mettere in circolazione, per rafforzare la traballante fiducia che tiene in piedi il sistema economico. Se quelli stampano soldi, creiamo, noi, le condizioni che generano fiducia e presa di parola nel vivo dell’esperienza. È politica; se le cercate un nome, si chiama politica prima.
Non so cosa mi abbia sospinto di nuovo quassù, dopo tantissimi anni, a Milano, alla Libreria, all’incontro aperto con la redazione di Via Dogana. Non so cosa di profondo mi abbia indotto a partire da Viterbo, mentre Luisa ci stava lasciando.
Devo a Luisa Muraro e al suo pensiero, conosciuti per il tramite di un’altra donna fondamentale per la mia vita, Eloisa Manciati, l’approdo al femminismo che coniuga pratiche politiche, esperienza della relazione e pensiero, episteme.
L’incontro con il pensiero della differenza ha voluto dire per me andare oltre la rivendicazione delle ingiustizie e delle asimmetrie e incontrare, nella relazione con le altre, la possibilità di attraversare il mondo e la realtà con un altro sguardo, la cui misura non era più quella maschile. Passavamo dalla necessità di difendersi al desiderio di rifare daccapo il racconto del mondo: la storia, la letteratura, la politica. La realtà si spalancava inedita a partire dalla parzialità dei nostri corpi situati, oltre il velo del neutro astratto universale e nel rapporto tra corpo e linguaggio che articolava sapere e piacere.
Parzialità, contingenza, relazione, pensiero dell’esperienza. Non un’ontologia ma un significante. Non riesco ancora a capire l’attribuzione di essenzialismo a questo pensiero anche se il fastidio verso un’ipostatizzazione del femminile e del materno da parte di alcune, molte, donne che vi fanno riferimento, lo conosco.
Negli anni poi, e nei contesti dell’agire politico, ho incontrato non solo le “mie” simili, con le quali disfacevamo pazientemente la trama culturale e simbolica del patriarcato, ho incontrato le giovani precarie, le persone non binarie, soggettività che avevo bisogno di ascoltare nella presa di parola; se la differenza non è una cosa ma una relazione, là voglio stare. Se altri corpi, altre soggettività sono affiorati alla visibilità e alla parola, a mio parere è a questa idea processuale, aperta, non aprioristica ma relazionale e contingente, asimmetrica e interdipendente di differenza che ne dobbiamo la possibilità.
Non mi preoccupano i conflitti dentro il femminismo, mi paiono la conferma di qualcosa che è vivo, si muove e non colonizza, tuttavia le forme di intolleranza al confronto che si sono presentate non solo mi preoccupano ma spengono il mio desiderio di femminismo. Non si può poi non notare come il pensiero si impoverisca quando si incardina in queste opposizioni “di principio” – penso con tristezza all’ultimo confronto Cavarero-Butler.
E invece – per questo oggi sono qui, arrivando da lontano – del respiro del pensiero abbiamo bisogno. Di stare nella realtà fino in fondo, muovendoci su un altro piano della realtà.
Nella realtà reclamano la parola a buon diritto le giovani femministe che fanno riferimento all’intersezionalità, considerano l’essere donna uno dei tanti fili che si intrecciano andando a costituire la gabbia dell’esclusione, della soggezione, dell’irrilevanza sociale e culturale.
Non sono del tutto convinta che il concetto di intersezionalità sia euristicamente significativo, perché, appunto, al massimo può dar conto di un intreccio di esclusioni, diversamente dosate su un piano sociologico ma da cui non si può nominare né vedere la libertà femminile, al contrario dell’idea di differenza come luogo in cui si fa e si disfa la relazione tra biologico e culturale, luogo di interrogazione, di mediazione e di conflitto; esito della relazione, che istituisce le pratiche e precede i significati.
L’intersezionalità, che nasce nel preciso contesto statunitense e dai conti mai fatti con lo schiavismo fondativo di quella comunità, finisce per ipostatizzare e inchiodare a identità vittimarie plurime quando non sono quelle soggettività a prendere la parola, rischiando di diventare uno strumento sociologico di classificazione che disarticola i soggetti nelle loro “caratteristiche”.
Infine, il corpo, tema ineludibile perché ancoraggio dell’esperienza da cui si fa il pensiero. Forse colgo il rischio, in una certa lettura – così la considero – della differenza: il rischio di pensare al corpo come dato, una volta per tutte. Come un dato.
Ma di quale corpo stiamo parlando? La stessa evoluzione ci racconta il metamorfismo del vivente; e quanto alla storia: diremmo che i nostri corpi biologici sono gli stessi – anche sul piano dei significati – nelle migliaia di anni che abbiamo attraversato come specie? Cosa sono oggi, i nostri corpi: possiamo escludere le nostre infinite protesizzazioni con cui pure siamo qui, parliamo, entriamo in relazione, raccontiamo storie, amiamo? Possiamo astenerci, nel pensare la differenza, da contributi – ormai antichi ma attualissimi – come quelli di Donna Haraway e dei suoi corpi cyborg, che ci immettono nel continuum relazionale con la Terra, le altre specie, le macchine?
Ecco: ascoltare, con studio, quello che accade – anche quello che non ci piace di quello che accade – ricordando che la differenza è una relazione, un significante, un dispositivo epistemico per dare un senso libero a ciò che ci accade di essere.
Prima di affrontare la questione del rapporto tra libertà femminile e norma, credo sia necessario spiegare che cosa io intendo per libertà femminile. Insieme ad altre ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna, cioè di chiedersi chi siamo e che cosa vogliamo. Questa è stata la rottura con la precedente politica dell’assimilazione al mondo maschile.
Ponendo dall’inizio la questione dell’essere donna, abbiamo cominciato a lottare sul terreno della libertà femminile, perché la libertà a una donna spetta a causa del suo essere una donna e non a prescindere dal suo sesso come recita invece la Costituzione e tutte le leggi di parità che ne sono seguite.
Se io dico: sono una donna e, a partire da questa materialità, affermo la mia libertà, è cosa diversa che dire: i principi di uguaglianza e di libertà elaborati dal mondo maschile devono valere per uomini e donne.
Da quello che ho detto fino ad ora appare chiaro che per me praticare la differenza e non occultarla, significa affermare la libertà femminile. Tuttavia, a questo punto, bisogna fare un ulteriore chiarimento su che cosa s’intende per pratica della differenza. Per alcune (e alcuni) la differenza significa sottolineare che le donne sono una cosa diversa dagli uomini (più etiche, meno violente, ecc.), che si differenziano, cioè, per contenuti dagli uomini, i quali rimangono per forza di cose il punto di riferimento. Assimilarsi con l’emancipazione o differenziarsi dagli uomini sono la medesima operazione, non c’è libera interpretazione di sé. Definisco questa concezione della differenza dell’ordine delle cose. Altre (e altri) ancora, ritengono che la differenza consista nell’inventarsi il femminile attraverso ricerche e pensamenti. Definisco questa idea della differenza dell’ordine del pensiero.
Io penso, invece, che la differenza non sia né dell’ordine delle cose né dell’ordine del pensiero. La differenza non è altro che questo: il senso, il significato che si dà al proprio essere donna. Ed è, quindi, dell’ordine simbolico.
Nota:
È l’inizio dell’articolo Libertà femminile e norma,«Democrazia e diritto» n. 2, aprile-giugno 1993; ripubblicato nel libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Nuova Pratiche Editrice 1995 e Orthotes 2022.
Nella riunione dello scorso 14 giugno della redazione aperta di Via Dogana 3, preziosa occasione di scambio come sempre, stavamo, a mio parere, nella tiepidezza del già detto e nella tristezza del presente quando è intervenuta Vita Cosentino a squarciare il velo della nebbia mentale. Ha parlato dell’importanza che ha oggi la relazione di differenza tra donne e, al suo interno, la relazione tra donne, non quella con la madre, già salvata. Mi ha ispirata. Si dissipò la tristezza, il lamento per l’invecchiamento delle più anziane. Si dissipò il predominio del pensiero: un pensiero che tendeva alla binarietà, alle cause.
Come se avessimo dimenticato che “pensiero” deriva da “pensum”. Pensum era la quantità di lana – il peso – che una donna dell’antica Roma doveva filare ogni giorno. “Pensum”, come filare, vengono, nella loro sostanza non nella loro etimologia, dal tatto, dal movimento delle dita della filatrice nel preparare il batuffolo di lana. Il tatto è segno eminente del piacere femminile, il piacere clitorideo. Nella relazione di differenza tra donne, la cosa più bella è il piacere, il piacere di stare insieme, e basta, piacere dei sensi, compreso il sesto senso: l’intuizione, meglio detta ispirazione. Tra donne, Lei viene. La si attende.
Quanto a me, le donne mi ispirano, mi danno, mi danno di tutto ma, in primo luogo, mi danno la fiducia per sentire e, sentendo, creare. Quasi sempre ho scritto su richiesta di un’altra. Ascoltando Vita Cosentino, mi è tornata in mente di nuovo la frase “ma il sentire lo siamo” (María Zambrano). Il piacere senza sforzo. Che mi importa del caos postpatriarcale? Se dissuade le donne dall’entrare nel contratto sessuale, è o sarà, perfino, benvenuto.
Oggi i mass media hanno dato la notizia che la Spagna ha un problema lavorativo nuovo: i ragazzi giovani chiedono il congedo dal lavoro quando la fidanzata li lascia. Catastrofe. Un politico informava di avere in casa due figli in questa situazione. Li chiamava, scusandosi, “sciocchi”. Sia benvenuto questo caos.
Perché questa è una grande notizia “politica”, di politica della polis greca, origine del patriarcato occidentale. Politica che finì con il patriarcato, e i ragazzi giovani lo sanno, lo sentono, lo vivono. Adesso è un’altra cosa. È fare il raccolto della forza della vita, ha detto Antonietta Potente all’incontro. La forza della vita che si nutre della libertà femminile. È l’augere, l’accrescere che è proprio dell’autorità femminile, senza monumenti (Luisa Muraro), questo di più che non è proprietà di nessuno, che esiste finché circola (Lia Cigarini), che si genera soprattutto nella pratica della relazione di differenza con donne: una la genera, un’altra la raccoglie, e così via. Trascendendo. A volte, c’è bisogno di una trasfigurazione.
(traduzione di Clara Jourdan)
testo originale
Más placer menos pensamiento nada de política
En la reunión del pasado 14 de junio de la redacción abierta de Via Dogana 3, preciosa ocasión de intercambio como siempre, estábamos, en mi opinión, en la tibieza de lo ya dicho y en la tristeza del presente cuando intervino Vita Cosentino rasgando el velo de la niebla mental. Habló de la importancia que tiene hoy la relación de diferencia entre mujeres y, dentro de ella, la relación entre mujeres, no con la madre, ya salvada. Me inspiró. Se disipó la tristeza, el lamento por el envejecimiento de las más mayores. Se disipó el predominio del pensamiento: un pensamiento que tendía a la binariedad, a las causas.
Como si hubiéramos olvidado que “pensamiento” deriva de “pensum”. Pensum era la cantidad de lana -el peso- que una mujer de la Roma antigua debía hilar cada día. “Pensum”, como hilar, vienen, en su sustancia, no en su etimología, del tacto, del movimiento de los dedos de la hilandera al preparar el vellón de lana. El tacto es signo eminente del placer femenino, el placer clitórico. En la relación de diferencia entre mujeres, lo más hermoso es el placer, placer de estar juntas, sin más, placer de los sentidos, incluido el sexto sentido: la intuición, mejor llamada inspiración. Entre mujeres, Ella viene. Se le espera.
A mí, las mujeres me inspiran, me dan, me dan de todo pero, en primer lugar, me dan la confianza para sentir y, sintiendo, crear. Casi siempre he escrito a petición de otra. Al escuchar a Vita Cosentino, me volvió una vez más a la mente la frase “pero el sentir lo somos” (María Zambrano). El placer sin esfuerzo. ¿Qué me importa el caos postpatriarcal? Si disuade a las mujeres de entrar en el contrato sexual, es o será, incluso, bienvenido.
Hoy los medios de comunicación han dado la noticia de que España tiene un problema laboral nuevo: los chicos jóvenes piden la baja laboral cuando les deja su novia. Catástrofe. Informaba un político que decía tener en casa dos hijos en esta situación. Los llamaba, disculpándose, “memos”. Sea bienvenido este caos.
Porque esta es una gran noticia “política”, de política de la polis griega, origen del patriarcado occidental. Política que terminó con el patriarcado, y los chicos jóvenes lo saben, lo sienten, lo viven. Ahora es otra cosa. Es cosechar la fuerza de la vida, dijo Antonietta Potente en el encuentro. La fuerza de la vida que se nutre de la libertad femenina. Es el augere, el acrecentar que es propio de la autoridad femenina, sin monumentos (Luisa Muraro), ese más que no es propiedad de nadie, que existe en tanto que circula (Lia Cigarini), que se genera sobre todo en la práctica de la relación de diferencia con mujeres: una la genera, otra la recoge, y así sucesivamente. Transcendiendo. A veces, hace falta una transfiguración.
Haza (Burgos), 19 giugno 2026
Queste riflessioni nascono quasi all’improvviso, mentre ascoltavo gli interventi durante l’incontro tenutosi alla Libreria delle donne di Milano domenica 14 giugno su: C’era una volta la differenza e c’è ancora.
Ispirazione nata, come molte volte mi capita, ascoltando altre donne, ma forse è qualcosa che mi abita da un po’ di tempo a questa parte; sempre la stessa preoccupazione e cioè che le cose della vita non devono trattarsi come oggetti su cui ragionare in modo astratto.
Questo per me è vitale; difendere la vita dalla pura sintesi di ragione, perché la vita è complessa e parte della storia reale e viva di ciascuna di noi e di ogni donna.
La differenza è nata con noi e dunque la differenza siamo noi. Le nostre vite che a volte riusciamo a narrare con fatica e altre volte invece, scorrono come l’acqua di un ruscello in piena nei nostri racconti, nelle nostre parole e nei nostri scritti. Parole piene di immaginazione e di cura che sono sempre anche per altre. Secondo me l’oggi non è il pensiero della differenza, ma siamo noi. Il pensiero della differenza ha dato inizio a una trama infinita di esperienze femminili nei vari ambiti della vita, ma oggi è rimasta solo la nostra esperienza, che non è ancora terminata e che non ha ancora valicato le porte della profondità.
Forse molte donne non hanno mai gustato questa profonda e trasformante verità. Chissà per poca chiarezza con loro stesse e, a volte, per una vera e propria disgrazia a causa dei loro ambigui patti con gli uomini e l’universo maschile in cui solo gli uomini regnano. Piccoli inganni, attrazioni quasi sempre di tipo ideologico-intellettuale (il compagno di partito, l’ideologo famoso molto mistico, lo psichiatra o lo psicologo), oppure la normalissima e molto sottile attrazione di tipo estetico: era un uomo molto bello! Non dico che questo sia cattivo, ma non serve, non è questo che trasforma, anzi omologa, basta guardare l’aula del nostro e di altri parlamenti europei. Ci sono delle donne, ma lì è l’inganno, perché quello è il regno maschile.
Di per sé la nostra vita non aveva a che fare con questa porzione di mondo, i nostri organi sottili, come si direbbe nella mistica del sufismo persiano, ci hanno sempre dato dei veri e propri segnali di libertà interiore e soprattutto il nostro sentire profondo ha cercato di educarci a leggere la realtà in un altro modo e a non separarci dalla vita. Ma per molte di noi l’incantesimo con il maschile era avvenuto e questo nel femminismo ha avuto delle conseguenze abbastanza negative e lunghe nel tempo.
Altre donne invece riuscirono ad accorgersi di quella che chiamerei la grazia della differenza e uscirono da quei mondi e crearono solo con altre donne.Questa grazia nel mondo del femminismo divenne ciò che prese il nome di femminismo della differenza. Alcune prima e altre dopo, dedicammo parole, scrittura, narrandoci e narrando sempre a partire da sé. Lasciando che la differenza ispirasse la nostra vita e facendo del femminismo della differenza come un vero e proprio laboratorio di trasformazione per chi ne faceva parte e per tutte le altre donne.
Una ricerca non fine a se stessa, che non si appagava con la conquista dei diritti, ma faceva sì che le donne si accorgessero di loro stesse, delle loro madri e di tutte le donne che l’avevano precedute e persino della natura che portiamo dentro.
Una vera e propria ricerca della quintessenza che, chissà, non abbiamo ancora incontrato e per questo non siamo ancora sparite. La quintessenza è quinta perché viene da altrove: è dama Amore, secondo la mistica beghina Margherita Porete di cui tutte noi conosciamo l’opera. Non è ragione e la cerchiamo e comprendiamo nel sentire profondo dell’animacorporea. È per questo e molto altro ancora, che per me il femminismo della differenza non va pensato, perché la differenza siamo noi e questo è uno dei tanti segreti di cui noi donne, nel corso della storia, ci siamo sempre prese cura e che sappiamo nominarlo solo tra di noi.
In questo momento storico questo “segreto” c’è molto utile per non cadere nelle reti dei giudizi che gli uomini elaborano sulla società, sulla natura con la loro banalissima ecologia (un’altra volta il logos) e sul futuro. Come sempre, dato che la maggioranza di loro non sa creare, costruiscono le stesse dinamiche: guerre e miseri caudillismi. E mentre la vita soffre non si sente altro che il forte rimbombo di sterili ideologizzazioni. Purtroppo molte donne sono di nuovo cadute nelle trame ideologiche della politica dell’eterno ritorno. Le guerre, le assurde invasioni è come se avessero riportato molte donne indietro nel tempo, in altri periodi storici, affidandosi così alla forza e alle strategie di ragione tipicamente maschili. Molte azioni fatte di debole solidarietà, perché concretamente lontane dalla vita, credendo oltretutto di poter dividere il mondo in due, tra buoni e cattivi, tra giusto e ingiusto e guarda caso ritrovandosi sempre dalla parte di chi è nel giusto o di chi è vittima. Eppure il vittimismo, secondo l’esperienza del femminismo della differenza era qualcosa che avevamo superato e messo a tacere e non avrebbe dovuto essere un criterio di lettura della vita. Questi signori uomini, invece, in un modo o nell’altro, costruiscono sempre labirinti senza uscita e, guarda caso, il labirinto è costruzione maschile, inventata da Dedalo e commissionata dal re e non dalla regina, per rinchiudervi la creatura “mostruosa”.
In questo modo di vedere la realtà e di costruirla, le donne non possono trovare pace né crearla o desiderarla di desiderio infinito. La vita reale non è un eterno ritorno, non si muove appoggiandosi solo su quello che già conosce, perché lei è misteriosamente creativa e ha solo voglia di vita. A questo punto la strategia delle donne dovrebbe essere quella di stare sempre in un altro modo e parlare di altre cose.
Le donne che si trovano involontariamente coinvolte nei conflitti, guerre e cose del genere, ci insegnano a non usare parole di guerra o parole vuote, polemiche, ma e soprattutto non le insegnano alle loro bambine e ai loro bambini. Parlano d’altro e soprattutto fanno altro; altro che serva alla vita e a immaginarne ancora una nuova.
Questo significa che mentregli uomini parlano di tante cose assurde, di questo o di quello, noi parliamo d’altro e soprattutto siamo occupate in altro, più immaginativo, libero e ispirato. E questo lo può fare ciascuna di noi e lo possiamo fare insieme. Ho sempre pensato che le donne dovessero studiare insieme.
Studiare insieme è uno di quei tanti gesti femminili che cercano di alleggerire almeno un po’ la fatica di una porzione di realtà sempre più grande. Studiare insieme non è solo trovare delle parole femminili che ci ispirino, ma ascoltare le nostre stesse ispirazioni; quelle che ciascuna ha. Studiare insieme è anche attivare l’immaginazione e non sottometterci sempre a quelle tristi analisi maschili sulla società e sul mondo.
Lasciamo che gli uomini vedano con il loro sguardo annebbiato dalla frustrazione e noi guardiamo altrove con i nostri occhi. Sì altrove, proprio secondo l’etimologia di questo bellissimo avverbio: aliter ubi; in un altro luogo. Trovarci sempre da un’altra parte. Proprio come quando fin da piccole e anche da grandi ci dicevano con tono di rimprovero: -ma tu hai sempre la testa da un’altra parte-. Menomale, il problema è che oggi non abbiamo solo la testa da un’altra parte, ma tutta l’animacorporea è altrove e questo è un di più: siamo altrove e questa è la differenza.
Luisa Muraro è morta. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Dico pensatrice, e non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e quindi l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. La perdita è collettiva e il dolore è grande perché Luisa è stata per molte e molti una fonte di orientamento, una misura, una presenza capace di alzare il livello del pensare e dell’agire.
Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva.
Questo suo pensiero oggi ci viene incontro.
Una perdita così grande sembra imporci la prospettiva di un futuro inesorabilmente scritto dalla mancanza e il dolore rischia di gettarci nell’impotenza, come se con lei finisse anche la possibilità di pensare e di agire. È l’inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più. Andare a fondo nel presente vuol dire invece accorgersi che lei è con noi e che il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera. Con il suo pensiero ci ha rese capaci di esserci davvero.
Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024, curata da Clara Jourdan, che costituisce la seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa, dialogando con Clara, segue il filo della sua vita e la genesi delle sue opere principali. Da quella conversazione è nato anche il convegno dedicato al suo pensiero, Come quando si accende la luce, tenuto il 20 settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano, dove Luisa si era laureata in filosofia, nei cinquant’anni della Libreria delle donne, di cui è stata una delle fondatrici insieme a Lia Cigarini. Gli atti del convegno, con lo stesso titolo, sono in uscita per Mimesis.
Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato. Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei. Io l’ho conosciuta in Libreria, tanti anni fa, e abbiamo condiviso fianco a fianco l’avventura del sito della Libreria delle donne. Il sito esiste anche grazie a lei, a quell’intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa, anche della tecnica.
A Luisa va il nostro saluto, con dolore immenso e gratitudine senza misura.

Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940 – Milano, 13 giugno 2026) è stata una delle voci maggiori della filosofia e del femminismo. Si laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano e negli anni Settanta lascia la carriera accademica per insegnare nella scuola dell’obbligo, partecipando con Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’esperienza antiautoritaria de “L’erba voglio”. Nel 1975 fonda con Lia Cigarini e altre la Libreria delle donne di Milano ed è tra le autrici di “Non credere di avere dei diritti” (1987). Ha insegnato per molti anni filosofia all’Università di Verona, dove nel 1984 ha dato vita, con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre, alla comunità filosofica Diotima. Ha tradotto in italiano le opere principali di Luce Irigaray. Tra i suoi libri: “Maglia o uncinetto” (1981), “Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista” (1985), “L’ordine simbolico della madre” (1991), “Lingua materna scienza divina”, dedicato alla mistica Margherita Porete (1995), “Il Dio delle donne” (2003), “Al mercato della felicità” (2009), “Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna” (2011), “Dio è violent”(2012), “Autorità” (2013), “L’anima del corpo” (2016), fino a “Esserci davvero”, conversazione con Clara Jourdan (Libreria delle donne di Milano, 2025).
(www.libreriadelledonne.it, 13 giugno 2026)
Mio padre era un operaio specializzato, un tecnico delle macchine tessili. Per tutta la vita ha avuto a che fare con i telai e le loro tecnologie. Era un sapere che amava, voleva imparare sempre di più, capire fino in fondo i meccanismi, stare al passo con le evoluzioni perché, diceva lui, solo conoscendo da dentro i telai poteva farli lavorare al meglio. Il suo mestiere, in fondo, era stare in relazione con la macchina perché un’altra relazione potesse darsi: quella delle operaie, le tessitrici, con il filo e con la stoffa. Le mani sul tessuto erano mani di donne.
Ho perso da poco mio padre. E nel mio lavoro ho a che fare con l’intelligenza artificiale. Mi ritrovo a ragionare sopra questo intreccio ogni giorno. Senza averlo cercato, non smette di sollecitarmi il pensiero: da una parte la macchina da tessitura di mio padre, dall’altra questa macchina nuova. E poi ci sono io. Mi muovo in un andirivieni tra il dentro e il fuori tra ciò che il tempo chiama a ripensare nella mia vita e ciò che chiede di pensare nel mondo. Parto da qui.
La domanda che mi si impone è questa: come si può stare nel tempo della macchina senza consegnarle la trama della nostra esperienza?
Ho letto un libro che vorrei consigliare a tutte, Sangue nelle macchine di Brian Merchant (Einaudi 2025)1, che racconta la vera storia dei luddisti. Il senso comune li ha tramandati come ignoranti e bifolchi, gente del popolo che spaccava ciò che non capiva. In realtà non erano affatto nemici della tecnologia, anzi, la conoscevano benissimo, erano tessitori, lavoranti a maglia, cimatori, che con le macchine lavoravano ogni giorno. Non distruggevano per ignoranza o per paura del nuovo. Protestavano radicalmente contro un uso che smantellava il loro lavoro e i loro diritti. Il loro odio non andava alle macchine, ma al modo in cui i capitalisti le asservivano per arricchirsi, affamando gli operai.
Chi è oggi il luddista? Raccogliendo questa tradizione, somiglia stranamente a mio padre, che la macchina la conosceva per farla funzionare; e somiglia anche alle donne di cui scrive Michela Spera in questo numero, le operaie alla pressa che avevano imparato la macchina tanto bene da saperla fermare di nascosto, senza che i manutentori, uomini, riuscissero a trovare il guasto. Per loro conoscere la macchina era una pratica di libertà dentro un tempo vincolato.
La linea che lega queste figure è il sapere incarnato come condizione della libertà.
Qui incrocio il limite costitutivo dell’intelligenza artificiale. La macchina genera senza esperienza, parla senza soggettività, restituisce una parola disincarnata, calcolata su ciò che è già stato detto e non fondata in una relazione. Senza genealogia, senza debito con la madre e, aggiungo io, senza mani che tessono.
Il pensiero mi riporta a mio padre. Continuando a mettere le due macchine una accanto all’altra, c’è un tratto che mi colpisce. Il telaio era inerte finché una mano non lo abitava, restituiva tessuto solo dentro un intreccio di gesti, di corpi, di sapere tramandato. La macchina che genera testo fa l’opposto: simula la relazione togliendo il corpo, le mani, l’esperienza. Ma su questo limite costitutivo si apre a mio parere uno spiraglio. Lo lascia intendere anche Simone Autera: quando il “prof.” (ChatGPT) si complimenta con Lina dicendole che la materia viva è la sua, commenta asciutto che qualcuno, quella materia viva, deve pur avergliela insegnata. Ecco il punto. Se la macchina ci parla, è perché siamo noi a parlare attraverso di lei. Generativo non è il suo calcolo, ma la trama che noi passiamo dentro e contro l’ordito del già detto. L’autorizzazione a immaginare nasce solo qui.
Lo dico anche contro una certa tentazione apocalittica, la mia per prima. Nella redazione aperta di questo numero, Ida Dominijanni ha definito i video brevissimi di TikTok l’eroina dei nostri tempi e mi risuona. L’invasione dell’eroina nel mercato negli anni Ottanta ha spazzato via ciò che restava degli anni Settanta (tutto, tranne il femminismo a onor del vero). Qualcosa di simile sento muoversi oggi nell’effetto di trascinamento di quei micro-video, dieci, venti secondi che ne chiamano un altro, e un altro ancora, e che da TikTok hanno ormai invaso Instagram e Facebook. È il tempo aoristico di cui scrive Daniela Santoro, un presente senza spessore, dove tutto accade adesso e niente si colloca. Però non sono apocalittica, perché ho a che fare con adolescenti e tra i più giovani vedo una coscienza precisa di questa cattura. La loro pratica, quando ci riescono, è la sottrazione: mettono il telefono in un’altra stanza mentre studiano, perché sanno che bastano le notifiche a frammentare il loro tempo. Non è poco. È in piccolo lo stesso gesto delle operaie alla pressa: ritagliarsi uno spazio libero dentro il tempo della macchina. È il kairós rovesciato, non l’occasione da cogliere ma una sottrazione da agire.
Torno al telaio, immagine per me evocativa che credo ci dia anche la forma di una pratica.
Merchant, americano, recupera l’idea luddista di resistenza senza intenderla come distruzione: non andare a spaccare i data center, ma conoscere la tecnologia, esercitare un controllo selettivo ovvero accettarla dove aiuta, frenarla dove distrugge diritti e lavoro. E soprattutto immettere in quelle basi di dati dei contenuti altri. Dentro l’ordito già dato dei corpora disfare un filo e tesserne un altro, una trama diversa.
Simone Autera ci ha messo in guardia: intervenire sui bias, raddrizzare i dati, è doveroso ma resta un discorso fermo sul piano normativo. Per lui la vera generatività sta altrove, nella relazione tra noi che precede e circonda la macchina, non nel data set corretto.
Ha ragione nel momento in cui pensiamo a questa mossa come al gesto vano di una rincorsa che non raggiunge mai il suo oggetto. Io lo vedo piuttosto come un gesto vivo, che va rifatto al presente ogni volta, come ogni tessitura, come ogni contrattazione. Tessere dentro la macchina non è l’aggiustamento normativo definitivo, di cui Simone Autera giustamente diffida. È una pratica, che per definizione non finisce, è una tessitura in fieri e disfieri.
Il generativo è fuori dalla macchina, nello scambio tra noi. Ma quello scambio passa anche dalle mani dentro la macchina, ogni volta che vi immettiamo la nostra trama. Tessere, sapendo che non si finisce di farlo, è il modo umano di stare nel tempo.
Penso il tempo così, come una tessitura. L’ordito essendo i fili tesi e fissi, il già dato, il passato che ci abita; la trama il filo che passiamo noi, adesso, con le mani, il presente che si fa. È, come scrive Vita Cosentino, il processo della vita, quel va e vieni in cui passato e presente si annodano di continuo. È il tempo che apre possibilità perché c’è sempre un filo che possiamo ancora intrecciare.
La macchina di mio padre tesseva soltanto se una mano la abitava. La macchina con cui lavoro oggi tesse da sola, senza mani, senza corpo, senza relazione, ci restituisce solo l’ordito del già detto. La trama dobbiamo passarla noi. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo aoristico non spegnendo i telai, ma rimettendoci le mani, conoscendoli da dentro come i luddisti, come le operaie, come mio padre. Per tesservi qualcosa di vivo, sempre restando il corpo estraneo che la macchina non sa addomesticare, la mano che, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto.
- Brian Merchant, Sangue nelle macchine. Le origini della ribellione contro la tecnologia, traduzione di Daniele A. Gewurz, Einaudi, Torino 2025 (ed. or. Blood in the Machine. The Origins of the Rebellion Against Big Tech, Little, Brown and Company, New York 2023). ↩︎
Scriveva Madame de Maintenon a Madame de Brinon: «Il re prende tutto il mio tempo; io dono il resto a Saint-Cyr a cui vorrei donarlo tutto».
[…]
Saint-Cyr è un luogo, una fondazione per l’educazione di fanciulle “povere e di buona famiglia” creata da Mme de Maintenon (che, sia detto per inciso, poté dedicarvisi completamente solo alla morte del re). A Saint-Cyr, quindi, Mme de Maintenon dona il suo resto di tempo e a Saint-Cyr vorrebbe donarlo tutto.
Nonostante gli impegni che le derivano dal suo ruolo di amante prima e di sposa morganatica poi, Mme de Maintenon riesce a trovare ancora del tempo da dedicare a ciò che le sta più a cuore. Ma questa interpretazione sembra semplicemente alludere – ancora una volta – all’inesauribile capacità di Mme de Maintenon (e delle donne) di erogare energie, comporre i tempi e conciliare i molteplici aspetti dell’esistenza. È una lettura riduttiva che non rende conto dell’esperienza temporale nella sua complessità poiché lascia in ombra l’unico elemento che di quella complessità è spia: il resto.
Il resto non è (niente), aveva concluso Derrida. […]
Al contrario, io credo che quel resto esista e che non sia un residuo. E che proprio la sua esistenza – nell’esperienza temporale di molte donne – getti una luce diversa sul “tutto”, su quello che per comodità chiamerò il tempo del re.
Il resto è un di più, è qualcosa che la somma complessiva non prevede, è un’eccedenza non contemplata né significata dal tutto. Il “resto del tempo” di Mme de Maintenon è irriducibile al tempo del re […]. La non misurabilità di questo resto e il conseguente rifiuto da parte delle donne di far tornare i conti a tutti i costi sono, a mio avviso, un buon punto di partenza per spiegare in cosa consiste – se esiste – un’esperienza femminile della temporalità.
Nell’Ordine simbolico della madre Luisa Muraro scrive: «Tempo e ordine simbolico sono istanze alla pari, in quanto sono entrambe istanze mediatrici, istanze della pensabilità del reale […] il tempo è l’ordine che noi diamo all’esperienza del divenire».
[…]
Mme de Maintenon dona un tempo che a rigor di logica dovrebbe essere finito. Eppure sempre gliene rimane, perché quello è il tempo del suo desiderio. È un tempo che il re non riesce a controllare perché fuori dalla sua giurisdizione (fuori dalla corte) e che il Filosofo [Jacques Derrida] non riesce a comprendere perché incompatibile con la necessità logica. Un tempo dunque non inscrivibile né nell’ordine sociale né in quello simbolico dato. Per esso – anzi tramite esso – Mme de Maintenon inscrive la sua temporalità in un ordine simbolico differente (che è quello delle relazioni tra donne che hanno casa a Saint-Cyr): qui il tempo non è una merce, un bene che, prima o poi, scarseggia, ma una risorsa simile al desiderio, sempre rinnovabile come la nostra capacità di significazione del reale.
Chiamerei dunque questo resto una “risorsa di senso o di desiderio” cui attingere per nominare non solo il luogo in cui ci piace stare (Saint-Cyr per Mme de Maintenon, lo studio o la politica per me) ma anche quello materiale della necessità. Grazie a quella risorsa di senso, […] Saint-Cyr, cioè la più cara tra le realizzazioni di Mme de Maintenon, non è stata annientata dal re e dal suo tempo onnivoro: ciò significa certo che Saint-Cyr è salva ma soprattutto che il tempo del re non è così “invincibile” né talmente compatto da impedire nuove significazioni. Se quel tempo non si dà più come unico, se un altro tempo esiste e esiste come istanza (libera) di mediazione, perché non attingere a questo per aprire varchi di libertà in quello? Perché non “restituire”, appunto, al tempo una dimensione complessa in cui – a corte come a Saint-Cyr – necessità e libertà possano coesistere?
Certo, Mme de Maintenon avrebbe potuto più semplicemente abbandonare il re e ritirarsi a Saint-Cyr. Ma così facendo avrebbe perso la possibilità di gettare un ponte tra le due realtà cui maggiormente teneva: consegnando la prima alla sola misura della necessità e la seconda a una libertà che non riesce a farsi trascendenza, che non riesce, cioè, a compiere quel “movimento di traduzione di sé dall’intimità indicibile all’esistenza nel mondo”. Mme de Maintenon rimane a corte e del suo resto di tempo si serve per nominare come complesse – necessarie e insieme libere – entrambe le sue esperienze.
Ieri Luigi XIV, oggi il capitale: dalla prepotenza della corte a quella dell’economia.
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(Tratto da Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in AA. VV., La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche ed., 1997, pp. 37-63)
Brano tratto dall’introduzione del libro di Diotima “Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione”, Liguori ed., Napoli 2002.
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Nella nostra ricerca ci siamo fermate a lungo davanti al fatto di un’apparente discontinuità nella storia delle donne. C’è, nella storia documentata, l’evidenza di una presenza femminile che ogni tanto viene in primo piano per una luce che si accende dall’interno stesso della società senza poi durare né farsi tradizione, com’è avvenuto nella Francia del sec. XVII-XVIII, con il movimento del Libero Spirito, alle origini del cristianesimo… Noi stesse potremmo essere questo.
«Ma perché le donne non sono nella storia? O meglio: perché non vi compaiono se non marginalmente?» Sono le domande che Gianna Pomata formula all’inizio del suo ormai classico saggio “La storia delle donne: una questione di confine”. E risponde che la ricostruzione del passato è uno spazio di rappresentazione sociale, simile all’allestimento di un teatro in cui certe cose vengono portate in primo piano e altre restano o tornano sullo sfondo o vanno fuori scena, per cui la risposta a quella domanda va cercata nelle regole che determinano la rappresentazione sulla scena storica. Sì, purché si consideri anche le continuità e le discontinuità di quella scena e si aggiunga anche questa domanda: perché la storia delle donne non ha la caratteristica della continuità?
Prima ho parlato di un’apparente discontinuità: non potrebbe essere, invece, vera e profonda? nel senso che, in quella discontinuità, invece di voler leggere un venir meno, si potrebbe forse leggere la manifestazione di un esserci che non ha bisogno di durare?
Mi viene ora in mente una di quelle straordinarie formule che ha saputo coniare Carla Lonzi: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!» (“Sputiamo su Hegel”). Che cosa vuol dire? Per me, approfittare della differenza è stato vivere la asimmetria dei sessi non come un’ingiustizia da correggere ma come un principio di relatività, intesa nel senso di Einstein, distante da ogni relativismo. E considerare la politica delle donne non come una macchina che fa accadere le cose, ma piuttosto come un intensificarsi della mediazione nell’ordine del poter essere e del poter accadere. Da questo punto di vista, il libro prototipo resta “Tre ghinee” di Virginia Woolf.
Si può andare oltre e intendere che quelle parole dicano anche questo: «Approfittiamo dell’assenza!» Così, per finire, abbiamo fatto in Diotima: ci siamo messe ad approfittare dell’assenza. E ci siamo accorte quasi subito che la continuità, che caratterizza la costruzione della scena storica, non è la sua parte migliore, ossia la più parlante, la più favorevole alla ricerca, la più sensibile agli inevitabili errori. Anzi. Per rendercene conto, è bastato considerare le forzature che operano e le fatiche che impongono i linguaggi che non sanno render conto delle discontinuità, dei mancamenti, delle rotture, delle incoerenze, dei vuoti, delle sottrazioni, delle asimmetrie, delle disparità, dei conti che non tornano.
È stato in quel punto che abbiamo cominciato a pensare alla storia delle donne come ad una storia dotata di una caratteristica insolita ma non insensata: l’intermittenza, simile al corso di quei fiumi nel Carso di cui ci parlava la maestra a scuola, che spariscono nel sottosuolo e poi riaffiorano, secondo le caratteristiche del terreno. In altre parole, quello che si presentava come un difetto di continuità, abbiamo provato a guardarlo come una storicità originale, non confinata nella cronologia, e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci. La cosa ha funzionato, detto alla buona, nel senso che la nostra mente si è messa in movimento, i fatti si sono risvegliati, anche i più banali, e le nostre interlocutrici hanno reagito vivacemente, con angoscia le une, con allegria altre che si sono sentite esonerate da una presenza obbligatoria ed invitate all’esercizio di una libertà di nuovo tipo.
Sono arrivata dove comincia il libro e mi fermo. Naturalmente, il senso dell’“intermittenza” constatabile nella storia delle donne resta altamente problematico e non basterà certo un libro ad investigarlo. Del resto, questo libro non ha l’intermittenza per oggetto, ce l’ha come postura, cioè come un fatto interno e accettato, con tutto quello che esso comporta di non ancora capito e di promettente per l’intelligenza delle cose che c’interessano.
[…]
Nell’ottobre del 1975, anno della Fondazione della Libreria, io ero a studiare all’estero, a Mosca, ma la notizia arrivò immediatamente. L’accolsi con gioia e subito dentro di me presi una decisione che allora sembrava un sogno irrealizzabile: laurearmi, cercare un lavoro a Milano e vivere li, la città del desiderio. Così l’ho sempre vissuta.
La Libreria, allora in Via Dogana, un faro nelle scelte della mia vita.
Gli scritti di Lia, raccolti ne La politica del desiderio mi corrispondono nel profondo come le invenzioni politiche, in particolare la disparità (vedi Catalogo giallo, Le Madri di tutte noi, e Non credere di avere dei diritti) e la pratica dell’affidamento, che ha impresso una svolta definitiva alla mia vita.
Ho finalmente potuto realizzare il mio desiderio e trasferirmi a Milano, un cammino a tappe, da Ravenna a Bologna, a Parma, e poi Milano, con compagne di viaggio, alcune sono qui oggi in Libreria alla cerimonia funebre: Rosaria Guacci, Teresa Serra ecc..
Grazie Lia, la gratitudine verso il tuo pensiero, “incollato alla realtà”, come amavi dire, sarà per me forza ispiratrice.
Certo, che avrei voluto essere lì con voi. Giovanna mi aveva dato tutto il sostegno possibile, Rosamaria mi avrebbe accompagnata con il desiderio forte di stare insieme a voi – ma da un mese sono poco in forma, ho affaticamenti respiratori e cardiaci. La morte di Lia aumenta la mia debolezza.
Lia. Ciccio.
Ci siamo conosciute nei primi anni Settanta grazie a Paola Casanova, che aveva incontrato il Collettivo di via Cherubini dopo che insieme eravamo uscite, – senza rancore, – da Lotta Continua. Lia ha citato a lungo questa uscita, nostra e di tante altre, come un esempio di quanto la rivoluzione della libertà femminile avesse reso impossibile per le donne continuare a credere di crescere insieme agli uomini. Così per la prima di innumeri volte ho visto quanto Lia sapesse cogliere nell’esperienza personale il senso della politica. E valorizzarne l’importanza.
Nell’Ottanta nello stabile di via Legnano 28 dove allora abitava si è reso disponibile un piccolo appartamento e mi ha suggerito – anzi, imposto – di traslocare lì. Tre anni dopo si è liberato l’appartamento proprio sotto il suo, io mi ci sono trasferita mentre Silvio Sarfati entrava in quello che io lasciavo.
E fino al 2001, quando sono andata a vivere metà dell’anno in Messico, abbiamo abitato nello stesso caseggiato. Il che rendeva tra altro comodo ogni rientro serale o notturno da qualunque impegno o piacere, perché io guidavo – lei e Luisa come è noto, no. E rendeva comica ogni domenica mattina, quando lei mi telefonava alle otto e mezza e davanti alla mia voce insonnolita ogni volta come fosse stata la prima mi diceva “Ma Fio’, stai ancora dormendo?!”
Lia. Ciccio.
Abbiamo girato l’Italia insieme per le presentazioni del Sottosopra Verde, abbiamo giocato ogni domenica pomeriggio a scopone scientifico con Rossella e Stefania e Silvio, abbiamo fatto viaggi in Europa, riunioni nella vecchia e nella nuova Libreria, vacanze pranzi spuntini cene, aperitivi e letture, abbiamo con altre 53 fondato il Circolo della rosa.
Nell’87 ho comprato senza vederlo il casale in Gallura, – con lei e con Alessandra Bocchetti. Senza vederlo perché era appena morta mia mamma e i miei impegni nell’azienda di famiglia mi rendevano impossibile assentarmi da Milano. C’è andata lei, a vederlo – con Glauca Leoni che l’aveva trovato e proposto, – e io mi sono fidata di lei. Come ormai facevo da tre lustri, e come ho sempre fatto. Mi fidavo di lei senza bisogno di verifiche.
Io da Lia ho imparato a confidare nella forza del desiderio, ho imparato il vincolo della relazione, ho imparato l’affidamento, ho imparato a riconoscere l’autorità femminile e a farla circolare – perché è una figura simbolica circolante.
Come da Luisa ho imparato a dire la verità, sempre – anche quando non è la cosa più gradita a chi ascolta. E a guardare il mondo con gli occhi illuminati dall’amore per il bene. Che così si trova, il bene.
Quando nel 2007 son tornata a vivere in Italia, alla Masseria Le Sciare, Lia e Luisa sono venute spesso in Salento, in vacanza o alla Scuola Estiva della Differenza organizzata da Marisa Forcina a Lecce. Soggiornavano alle Sciare, e la prima volta Lia ha scritto nel grande Libro delle ospiti: “Amo e riconosco autorità a quelle donne che costruiscono luoghi e spazi di donne. Quindi sono riconoscente a Giovanna e Fiorella per Le Sciare. Questo in generale ma in particolare il soggiorno è stato proprio gradevole per il gran benessere fisico e mentale e per i tanti incontri con donne che non conoscevo. Soprattutto giovani che danno un senso alle nostre antiche scelte.”
Quanto coraggio, ho preso da Lia. Quanta forza, ho ricevuto da lei. Quanto pensiero e quanta pratica, ho assorbito da lei. Adesso sono impaurita, mi sento fragile. Però sapervi lì, insieme, mi aiuta.
Le Sciare, aprile 2026