La differenza siamo noi. La stessa cosa disse Luisa Muraro riguardo alla storia, «la Storia siamo noi», quando nel lontano 2012 fu pubblicato in DWF n. 95 La pratica della storia vivente.
Mi fece a lungo riflettere un’affermazione di Luisa Muraro nel gennaio 2020 quando ebbe inizio la nuova edizione della scuola di scrittura, dal titolo Scuola di scrittura politica: «Essendosi accorciate le distanze fra politica delle donne e politica in senso ordinario si tratta di intrecciare il contingente con la lunga durata».
La differenza sessuale è di questo mondo, dove noi siamo e la facciamo vivere. Ancora ho sentito la necessità di fare parlare la differenza sollecitata dalla radicalità dell’attacco al femminismo della differenza da parte del movimento transfemminista e Lgbtq+. Chiara Zamboni l’ha definito per certi versi fertile, essendo una critica alla eterosessualità normativa. Io come insegnante di lingue straniere e amante della lingua ho lavorato molto sul linguaggio e la sua sessuazione, per cui ho provato una profonda sofferenza quando sono cominciati ad apparire i segni di una neolingua neutra con l’intento di cancellare i guadagni di simbolico del femminismo. Mi sono sentita chiamata. Un moto dell’anima mi ha spinto a intervenire e prendere posizione nel dibattito pubblico nel 2024, in occasione delle elezioni europee; qualcosa accadrà, ho pensato.
In una realtà che vedevo cambiata ho interrogato la mia esperienza, non in solitudine ma in una rete femminista di relazioni on line, Dichiariamo, che si è costituita nel 2022. Molte giovani iscritte hanno manifestato posizioni neoseparatiste, cosa che ha prodotto vivaci discussioni e posizioni differenti, soprattutto durante la preparazione del convegno che abbiamo organizzato nel maggio di quest’anno, dal titolo Femminismo fortemente sconsigliato. Una pratica di sperimentazione delle differenze fra donne che è stata fruttuosa per me perché siamo riuscite a discutere senza cancellarci, facendo leva sulle relazioni duali e sul forte interesse dell’una verso l’altra, proiettato anche verso donne di appartenenze diverse, alcune anche alla “politica in senso ordinario”.
Riandando a immagini indelebili che ho impresse nella mente rivedo Lia e Luisa che durante riunioni o in altre occasioni più conviviali a tavola, al Circolo della rosa, in Libreria, avevano vivaci discussioni, se non “scontri”, ma nel medesimo tempo si scambiavano sguardi e gesti affettuosi mostrandoci che dietro la parola forte o la critica tagliente traspariva tra di loro un sentimento e un ascolto autentici. La presenza costante di questa particolare immagine di una relazione fondante mi ha guidato per agire i conflitti in quella Rete. A volte è stato necessario vederci in presenza (chi poteva per distanza) senza lo schermo per riprendere slancio, forza e fiducia che i conflitti si possono agire. Questo processo di ascolto, una qualità della differenza, che è bisogno di verità soggettiva, mi ha portato a un percorso interiore di rivisitazione delle mie relazioni, emotivamente molto coinvolgente perché mi ha avvicinato alle vite di altre e a una più profonda comprensione delle loro scelte. Ho interrogato la mia eterosessualità, denunciata come binaria, e ho ripercorso la mia storia di quando adolescente amavo stare con le amiche, studiare insieme e come in un romanzo distopico ho cominciato a pensare con i “se”, quale vita avrei potuto vivere se… e mi sono immaginata una vita differente.
Ricordo che dopo avere conosciuto Luce Irigaray negli anni ottanta e aver letto i suoi libri, in particolare Speculum tradotto da Luisa Muraro e gli studi sul linguaggio, ho vissuto consapevolmente in un tempo altro, libera da condizionamenti e pressioni. Ho recuperato il mio stato di grazia di libertà incondizionata, il piacere della scoperta della libertà femminile nelle frequentazioni, nel vivere da sola in una mansarda, nel sostegno ai miei studi per fare i concorsi per l’insegnamento. Lo stesso che avevo trovato con le donne del movimento sia a Bologna che a Parma, e che era lo stesso che mia madre mi aveva dato al momento di continuare gli studi all’università con le amiche negli anni Sessanta. Quella che fu definita omosessualità simbolica, la via per l’indipendenza dal pensiero dominante, mi sembrava perfetta per me. In sintesi, senso libero della differenza, non alleanze ma relazioni duali, non sorellanza ma disparità, ammirazione, amore di sé. È stato un lungo apprendistato, una vita intera, dove linguaggio e pratica stavano e stanno in stretto contatto. In agguato ci sono stati momenti di disorientamento e solitudine, dove sentivo mancare la terra sotto i piedi e le relazioni rarefarsi. Quando capitano questi vuoti è facile perdere slancio e orientamento e cedere alla convenzionalità. Si perde la fiducia nel fare capitare l’impensato.
Oggi mi sento sottoposta a una saturazione di parole posticce, dove c’è il rischio di cadere prigioniere del contingente. Sempre più mi accorgo di avere bisogno di momenti di ritiro in me. Cerco un romanzo di seicento pagine e ci sprofondo dentro, o un saggio che mi abbraccia, mi dà tregua e mi trasporta in uno spazio-tempo di libertà. Antonietta Potente, che parlando del clima di guerra ha detto che le piccole cose ti portano su un altro piano, mi ha fatto pensare anche a quando vado a trovare Marirì. Marirì Martinengo per me è stata una maestra di parole, una madre simbolica, e da tre anni è ricoverata in una casa di cura. Conversando con lei sento che riusciamo a essere in sintonia anche in questo contesto in una relazione che dura da quasi quarant’anni. Un’esperienza che è una piccola cosa ma fuori dall’ordine del discorso corrente. Ecco, lì sono in un altrove pur nel qui e ora, in una relazione situata nel presente, un fiore tra le macerie che m’ispira. La differenza ci ha nutrite e ci ha dato forza. Una differenza parlante che non si cancella.
Siamo come su un altro piano, svincolate dalla contingenza distruttiva della guerra e della violenza, che ci pare quasi irreale, leggiamo e commentiamo insieme articoli di giornale. Lei sempre curiosa di capire, sapere e mi fa domande. Una volta ero io a farle a lei. Mi chiede di leggerle un libro, di raccontarle come passo le giornate, cosa facciamo in Libreria. A volte vuole fare una passeggiata in giardino e io lo accompagno e la sorreggo poi magari appena arrivate vuole tornare indietro, ha sete, teme di arrivare in ritardo al pranzo. Tutto lì è scandito con orari molto rigidi e lei si è abituata a quel ritmo. Quando la lascio, mi ringrazia a non finire, non sa che anche per me è stato un regalo rimanere con lei in un tempo altro, in un altrove che ci dà gioia. Una vita, la nostra insieme, trascorsa in ricerche, avventure, viaggi, convegni, feste e progetti che non sembrano finire. Lei mi dice sempre che è contenta di quello che ha fatto, è vissuta come desiderava. È quello che ho voluto e voglio fare anch’io. Una buona maestra mi sono scelta o mi è capitata perché come dice il proverbio chi cerca trova! Basta credere che proprio io posso farlo, avere la capacità di fare esistere un altrove in questo mondo.
Per molto tempo la politica tradizionale è stata mossa dall’idea che la differenza sessuale potesse essere superata. Secondo la narrazione dominante nelle società emancipate, essere uomo o donna non aveva alcuna rilevanza nell’esercizio delle funzioni politiche. Da qualche tempo, però, la differenza sessuale è tornata con forza al centro del dibattito pubblico, e ciò per diverse ragioni.
Da un lato, i partiti dell’estrema destra, sempre più forti, hanno fatto del “gender” uno dei loro principali terreni di battaglia. Combattono il femminismo, le pratiche queer, le nuove forme di famiglia, la visibilità dell’omosessualità, per restaurare ciò che definiscono «l’ordine naturale dei sessi»: un ordine che assegna ad ogni persona, in modo univoco e sulla base dei genitali, la categoria donna o uomo, attribuendo a ciascuna ruoli e possibilità d’azione prestabiliti, in particolare quello di formare coppie eterosessuali e mettere al mondo figli biologici.
Parallelamente, nell’ultimo decennio il primo piano della scena politica si è di nuovo mascolinizzato. Non è un caso che i protagonisti dei grandi conflitti geopolitici – Trump, Putin, Xi Jinping, Netanyahu, gli ayatollah iraniani – siano tutti uomini. L’ostentazione della mascolinità costituisce anzi un elemento esplicito della loro immagine pubblica, pur declinandosi secondo modelli diversi e tra loro concorrenti. Mentre di donne se ne vedono di meno sulla scena politica internazionale rispetto a dieci anni fa. Anche i potentissimi tech bros, i multimiliardari e gli oligarchi esibiscono apertamente la propria virilità.
In questa situazione, i limiti delle politiche per la parità stanno venendo a galla in modo evidente. Non solo esse non sono riuscite a iscrivere stabilmente le prospettive femminili nelle strutture politiche, ma, nell’attuale contesto mondiale, non rappresentano più nemmeno un obiettivo auspicabile. Nessuno può seriamente desiderare che, accanto ad autocrati e oligarchi violenti e corrotti, vi sia semplicemente un numero equivalente di autocrate e oligarche.
Per questo molte persone sperano che la differenza sessuale possa tornare nella politica come forza alternativa e trasformativa: non attraverso l’integrazione delle donne in un sistema corrotto, violento e disfunzionale, ma come correttivo, forma di resistenza e possibilità di alternativa. Questa speranza non si concentra sulle poche donne in primo piano nella politica internazionale – che sempre più spesso appartengono agli schieramenti di destra – bensì sulle molte donne impegnate alla base dei movimenti sociali.
Le analisi elettorali mostrano che le preferenze politiche di donne e uomini, soprattutto tra le giovani generazioni, stanno progressivamente divergendo: le donne votano sempre più a sinistra, gli uomini sempre più a destra. Si tratta di un fenomeno del tutto nuovo. Finora il comportamento elettorale variava soprattutto in funzione della regione, della confessione religiosa o della classe sociale, mentre il sesso incideva poco. Dall’introduzione del suffragio femminile in poi, le donne avevano generalmente votato in modo analogo agli uomini del proprio contesto sociale. Oggi questo equilibrio sembra incrinarsi.
Questa tendenza non riguarda soltanto le società occidentali: uno dei divari politici più marcati tra uomini e donne si registra, ad esempio, in Corea del Sud. Nel suo recente libro Frauen und Revolution [‘Donne e rivoluzione’], la giornalista tedesco-iraniana Shila Behjat sostiene che sono le donne a trainare i grandi movimenti democratici del nostro tempo, dall’Iran alla Bielorussia, dalla Polonia al Sudan. Anche i movimenti che si confrontano con le grandi sfide del presente – come la crisi climatica o quella del lavoro di cura – sono plasmati in misura decisiva dalle donne e spesso sono rappresentati pubblicamente proprio da loro.
La presenza e l’assenza delle donne nella politica oggi hanno un significato diverso rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Allora l’assenza delle donne era ancora una conseguenza delle vecchie strutture patriarcali che, attraverso il diritto e le consuetudini, le avevano esplicitamente tenute lontane dal potere. Il movimento delle donne si confrontava con il problema che una parità puramente formale non si era tradotta in un’effettiva uguaglianza delle possibilità di azione. Sia il femminismo dell’uguaglianza, con la rivendicazione di quote e di pari opportunità, sia il femminismo della differenza, con l’idea che le donne potessero “approfittare dell’assenza” (come suggerisce il titolo di un libro della comunità filosofica Diotima) erano tentativi di dare una risposta a questa situazione.
L’assenza delle donne oggi, tuttavia, è di natura diversa. A differenza di cinquant’anni fa, nessuno mette più seriamente in dubbio che le donne “sono capaci di farcela”. Perfino i partiti di estrema destra accettano donne ai vertici: ne sono esempi Giorgia Meloni in Italia e Alice Weidel in Germania. L’assenza femminile non è più un’esclusione di principio, ma un’assenza di fatto. Le donne potrebbero esserci, ma spesso non ci sono. Molti, soprattutto uomini, liquidano la questione come un puro caso.
Ma non si tratta affatto di un caso. Quando oggi emergono differenze significative – ad esempio una partecipazione fortemente asimmetrica di donne e uomini in determinati contesti – sono il risultato di scelte politiche. Una scarsa presenza femminile indica che le donne nutrono scarso interesse per quel determinato organismo e, al tempo stesso, che gli uomini che ne fanno parte non hanno un reale interesse alla partecipazione delle donne. Nel Bundestag tedesco, per esempio, la percentuale di deputate varia sensibilmente a seconda del partito: nella Sinistra (Die Linke), nei Verdi e nel Partito Socialdemocratico si aggira intorno al 50 percento; nei partiti conservatori del centrodestra, CDU e il Partito Liberale (FDP), è di poco inferiore al 25 percento; mentre nel partito di estrema destra AfD è pari circa al 10 percento.
La “ri-mascolinizzazione” della politica di cui ho parlato sopra non riguarda dunque tutti gli spazi della politica, ma soltanto i vertici di determinate istituzioni. In molti altri ambiti della società e della politica, le donne sono presenti in gran numero, soprattutto nelle seconde e terze file o ai livelli intermedi. Esercitano una notevole influenza sui media, nelle università, negli ospedali, nelle associazioni, nelle chiese… La mascolinità ostentata di Trump, Putin & Co. non riemerge nonostante questa presenza femminile senza precedenti nella storia, ma proprio nel suo stesso contesto. Non è il segno di un ritorno in forza del vecchio ordine patriarcale, come spesso si sostiene, bensì di ciò che nel mio libro definisco “caos post-patriarcale”.
Una delle sfide principali del femminismo consiste allora nell’individuare pratiche che permettano alle donne di usare realmente la propria influenza a partire dal proprio desiderio, invece di limitarsi a fare ciò che si aspettano i superiori, il partito o l’organizzazione di appartenenza. La pressione al conformismo è infatti molto forte e molte donne esitano ad assumere il conflitto, a esporsi, a rischiare di diventare impopolari. Eppure è proprio questo il passaggio necessario se si vuole cambiare qualcosa. Per affrontare questa sfida potrebbe essere utile rimettere in gioco la differenza sessuale. Ma non è affatto semplice.
Uno degli aspetti che oggi rendono caotica la cultura politica è infatti che la differenza sessuale non costituisce più – come avveniva un tempo nel patriarcato – un dato evidente e condiviso, visibile a tutti e al quale sia possibile fare riferimento. Ciò che è femminile e ciò che è maschile è diventato sfumato e oggetto di controversia. Allo stesso tempo, i residui ormai inerti del patriarcato tradizionale continuano a circolare come zombie: un involucro inquietante, privo di sostanza. Il vecchio ordine dei sessi non ha più autorità e spesso neppure potere, come dimostra la perdita di rilevanza delle istituzioni tradizionali – le chiese, le università, i tribunali, i parlamenti. E tuttavia un nuovo ordine dei rapporti tra i sessi ancora non si intravede.
Negli anni Ottanta le femministe lottavano per un libero significarsi dell’essere donna, non più determinato dalle definizioni imposte dal patriarcato e sostenute da un forte potere simbolico e sociale. Oggi, invece, la questione è diventata un’altra: l’essere donna ha ancora un significato? E, soprattutto, deve averne uno? Continuano certamente a esistere aspettative e prescrizioni rivolte alle donne, ma sono tra loro contraddittorie e incompatibili, tanto da risultare impossibili da soddisfare. Nel caos post-patriarcale, molte donne non sanno più rispondere alla domanda su che cosa significhi essere donna e se questa appartenenza debba ancora significare qualcosa.
Recentemente un’amica ha avanzato l’ipotesi che questo possa essere un motivo per cui quasi tutti i dibattiti femministi oggi ruotano attorno alla violenza contro le donne: da #MeToo a Gisèle Pelicot, dalle discussioni sulla misogina manosphere in rete alla lotta contro le fake news a sfondo sessuale e fenomeni simili. Quasi sembra che la violenza sessualizzata sia ormai l’unico terreno sul quale sia ancora possibile discutere sul significato della differenza sessuale senza rischiare di mettere il piede su un campo minato. Senza dubbio si tratta di questioni importanti. Ma se la differenza sessuale diventa oggetto di riflessione solo in questo ambito, rimane confinata a una posizione difensiva.
Il femminismo queer affronta la nuova situazione in modo diverso, moltiplicando deliberatamente le identità di genere. In questo modo la differenza sessuale è certamente diventata più visibile, ma non tanto come forza politica quanto come possibilità individuale di sottrarsi all’identificazione binaria. In effetti, le possibilità di vivere la propria identità di genere sono illimitate. Ma proprio per questo tale strategia non può offrire un’alternativa politica al caos post-patriarcale. Una pluralità infinita di identità non rende la differenza sessuale più feconda di quanto faccia una rigida definizione binaria. Tanto più che oggi la differenza sessuale deve competere sulla scena pubblica con numerose altre assi di differenziazione e, sotto il segno dell’“intersezionalità”, viene spesso considerata soltanto uno dei molti fattori che definiscono la “diversità”.
In contrapposizione alla teoria queer, altre femministe propongono invece di tornare al corpo, cioè alla distinzione riproduttiva tra esseri umani con utero ed esseri umani senza utero. Di fatto esistono due varianti biologiche chiaramente distinguibili, e soltanto una piccola percentuale di coloro che vengono al mondo – circa l’uno o il due per cento – non rientra in modo univoco nell’una o nell’altra categoria. Ma neppure questa rappresenta una via d’uscita. Fare appello al corpo significa infatti ridurre nuovamente la differenza sessuale a qualcosa che una persona possiede: una caratteristica, una proprietà, una definizione che pretende di offrire chiarezza. La differenza sessuale, invece, può acquistare forza politica soltanto quando si manifesta nell’agire. Abbiamo bisogno di una cultura della differenza femminile, e questa non nasce automaticamente dalla biologia, ma può emergere soltanto dai giudizi, dai desideri, dagli interessi e dalle scelte di persone che agiscono politicamente.
Come potrebbe dunque la differenza sessuale diventare visibile come fattore politico? Come potrebbe essere iscritta nel discorso pubblico, rendendola feconda nei dibattiti politici? Durante la redazione aperta di Via Dogana, Ida Dominijanni ha detto: «La differenza femminile parla – oppure non parla». Penso che la chiave si trovi proprio qui. La differenza sessuale può entrare nella politica e nella società soltanto quando le donne si manifestano come soggetti femminili, senza richiamarsi a un’identità prestabilita e definibile una volta per tutte.
Non si tratta di una teoria, ma di una pratica. Occorre sperimentarla, esercitarla, affinarla: rendere visibile ed efficace la propria differenza nelle situazioni concrete senza sottomettersi alle norme identitarie. Rafforzare l’autorità femminile attraverso una pratica politica la cui parola non si riduca a formule o rivendicazioni prevedibili.
È ciò che il femminismo della differenza sessuale pratica da decenni. Queste pratiche permettono di parlare a partire dalla propria collocazione e rimanervi fedeli, senza ridursi a essere la portavoce di un gruppo. Oggi sono un contributo prezioso di fronte alla crescente polarizzazione del panorama politico e agli sterili conflitti che attraversano anche i movimenti anticapitalisti, la sinistra e gli stessi movimenti femministi. È questo il contributo decisivo che il femminismo della differenza può offrire oggi: non soltanto alle donne, ma all’intera cultura politica.
Versione originale:
Die sexuelle Differenz wieder politisch fruchtbar machen | Antje Schrupp
Lange war die traditionelle Politik von der Vorstellung getragen, die sexuelle Differenz überwinden zu können. Ob Mann oder Frau, so die Erzählung emanzipierter Gesellschaften, spiele im politischen Amt keine Rolle. Doch seit einiger Zeit kehrt die sexuelle Differenz mit großer Wucht in den politischen Diskurs zurück, aus mehreren Gründen.
Zum einen haben die immer erfolgreicheren rechtsextremen Parteien das Thema „Gender“ zu einem ihrer Hauptthemen erklärt: Sie kämpfen gegen Feminismus, queere Praxis, neue Familienformen, sichtbare Homosexualität und wollen wieder etwas etablieren, das sie „die natürliche Geschlechterordnung“ nennen: eine Ordnung, die jede Person aufgrund ihrer Genitalien eindeutig als Frau oder Mann einordnet und ihr dann entsprechende Rollen und Handlungsoptionen zuweist, insbesondere die, dass sie sich zu heteronormativen Paaren zusammenfinden und dann eigene, leibliche Kinder bekommen.
Parallel dazu vollzog sich im vergangenen Jahrzehnt eine Wiedervermännlichung der Politik. Die Akteure der großen weltpolitischen Konflikte – Trump, Putin, Xi, Netanjahu, die iranischen Ayatollahs – sind nicht nur zufällig Männer, vielmehr ist demonstrative Männlichkeit explizit Teil ihrer öffentlichen Erscheinung (wobei durchaus unterschiedliche Vorstellungen von Männlichkeit miteinander konkurrieren). Von Frauen ist auf den weltpolitischen Bühnen heute weniger zu sehen als noch vor zehn Jahren. Auch die extrem einflussreichen Tech-Bros, Multimilliardäre und Oligarchen stellen ihre Männlichkeit deutlich zur Schau.
Die Gleichstellungspolitik offenbart nun ihre Defizite. Nicht nur ist es ihr nicht gelungen, weibliche Perspektiven dauerhaft in allen politischen Strukturen zu verankern, sie ist in der jetzigen Weltlage auch gar kein wünschenswertes Ziel mehr. Niemand kann sich ernsthaft wünschen, dass es neben gewalttätigen und korrupten Autokraten und Oligarchen auch eine entsprechende Menge von Autokratinnen und Oligarchinnen geben soll.
Viele hoffen deshalb, die sexuelle Differenz möge als eine alternative, verändernde Kraft in die Politik zurückkehren. Nicht indem Frauen sich in ein korruptes, gewaltvolles und dysfunktionales System integrieren, sondern als dessen Korrektiv, als Widerstand, als Alternative. Diese Hoffnung ruht nicht auf den wenigen Frauen in erster Reihe, die sich noch immer in der institutionalisierten Weltpolitik behaupten und inzwischen überwiegend zum Lager der Rechten gehören, sondern auf den vielen Frauen an der Basis sozialer Bewegungen.
Wahlanalysen zeigen, dass die politischen Präferenzen von Frauen und Männern vor allem bei den Jüngeren auseinanderdriften: Frauen wählen zunehmend links, Männer rechts. Das ist ein völlig neues Phänomen, denn bislang unterschied sich das Wahlverhalten demografischer Gruppen entlang von Regionen, Konfessionen oder sozialen Schichten, aber kaum entlang der Kategorie Geschlecht. Seit Einführung des Frauenwahlrechts wählten Frauen in der Regel mehr oder weniger dasselbe wie die Männer in ihrem Umfeld. Jetzt scheint sich das zu ändern.
Der Trend ist keineswegs auf westliche Gesellschaften begrenzt – besonders groß ist der politische „Gender-Gap“ zum Beispiel in Südkorea. Wie stark die großen Demokratiebewegungen unserer Zeit – Iran, Weißrussland, Polen, Sudan – von Frauen vorangetrieben werden, hat die deutsch-iranische Publizistin Shila Behjat kürzlich in ihrem Buch „Frauen und Revolution“ beschrieben. Auch soziale Bewegungen, die sich den zentralen Herausforderungen stellen wie der Klimakrise oder der Krise der Care-Arbeit, werden maßgeblich von Frauen geprägt und oft auch nach außen repräsentiert.
Die An- und Abwesenheit von Frauen in der Politik hat heute also einen anderen Charakter als in den 1970er und 1980er Jahren. Damals war die Abwesenheit von Frauen noch eine Folge der alten patriarchalen Strukturen, die Frauen explizit durch Recht und Sitten von der Macht ferngehalten hatten. Die Frauenbewegung beschäftigte sich mit dem Problem, dass eine rein formale Gleichberechtigung nicht zu tatsächlich gleichen Handlungsmöglichkeiten von Frauen geführt hatte. Sowohl das gleichheitsfeministische Streben nach Quoten und Gleichstellung als auch die differenzfeministische Idee, Frauen könnten „von der Abwesenheit profitieren“ (so der Titel eines Buches von Diotima) waren Versuche, darauf Antworten zu geben.
Die heutige Abwesenheit von Frauen ist jedoch anders gelagert. Anders als vor fünfzig Jahren bestreitet niemand mehr ernsthaft, dass Frauen „das können“. Selbst rechtsextreme Parteien akzeptieren Frauen als Anführerinnen, Giorgia Meloni in Italien oder Alice Weidel in Deutschland sind dafür Beispiele. Die Abwesenheit von Frauen ist nicht mehr eine prinzipielle, sondern nur noch eine faktische: Sie könnten anwesend sein, sind es aber oft nicht. Reiner Zufall, sagen viele, vor allem Männer, wenn sie darauf angesprochen werden.
Aber Zufall ist es nicht. Wenn sich heute deutliche Geschlechterunterschiede zeigen, etwa eine stark asymmetrische Beteiligung von Frauen und Männern in bestimmten Kontexten, dann liegt das an politischen Entscheidungen. Ein niedriger Frauenanteil weist darauf hin, dass Frauen sich nicht sonderlich für dieses Gremium interessieren, und dass gleichzeitig die dort sitzenden Männer kein starkes Interesse an der Beteiligung von Frauen haben. Im deutschen Bundestag zum Beispiel ist der Frauenanteil unter den Abgeordneten stark davon abhängig um welche Partei es sich handelt: bei Linken, Grünen und Sozialdemokraten sind es um die 50 Prozent, bei den bürgerlich-konservativen Parteien CDU und FDP knapp 25 Prozent, bei der rechtsextremen AfD 10 Prozent.
Die „Wiedervermännlichung“ der Politik, von der oben die Rede war, bezieht sich also nicht auf alle politischen Räume, sondern nur auf die Spitzen bestimmter Institutionen. An vielen gesellschaftlichen und auch politischen Orten sind Frauen hingegen in großer Zahl anwesend, besonders in der zweiten und dritten Reihe oder auf den mittleren Ebenen. Frauen verfügen über beachtlichen gesellschaftlichen Einfluss: in den Medien, an den Universitäten, in den Krankenhäusern, in Vereinen, in Kirchen und so weiter. Die demonstrative Männlichkeit von Trump, Putin und Co. kehrt nicht trotz, sondern inmitten einer weltgeschichtlich neuen Anwesenheit von Frauen zurück. Sie ist kein Anzeichen für ein Wiedererstarken der alten, patriarchalen Ordnung (wie oft gesagt wird), sondern für das, was ich in meinem Buch „Postpatriarchales Chaos“ nenne.
Eine wichtige Aufgabe für feministische Politik wäre demnach, Praktiken zu finden, die es Frauen ermöglichen, ihren Einfluss auch wirklich im Sinne des eigenen Begehrens zu nutzen und nicht einfach nur zu tun, was ihre Chefs, ihre Partei, ihre Organisation von ihnen erwartet. Tatsächlich herrscht ein großer Konformitätsdruck, und viele Frauen scheuen es, Konflikte einzugehen, sich unbeliebt zu machen – was aber notwendig ist, um etwas zu verändern. Bei dieser Herausforderung könnte es helfen, die sexuelle Differenz wieder ins Spiel zu bringen, doch das ist gar nicht so einfach.
Denn ein Aspekt, der die politische Kultur heute chaotisch macht, ist dass die sexuelle Differenz nicht mehr – wie früher im Patriarchat – eine für alle sichtbare und selbstverständliche Tatsache ist, auf die man Bezug nehmen kann. Was weiblich und was männlich ist, ist schwammig und umstritten. Gleichzeitig sind die abgestorbenen Versatzstücke des traditionellen Patriarchats nach wie vor unterwegs, wie Zombies, als gruselige Hülle ohne Substanz. Die alte Geschlechterordnung hat keine Autorität, und häufig auch keine Macht mehr, wie man am Bedeutungsverlust traditioneller Institutionen /(Kirchen, Universitäten, Gerichte, Parlamente) sehen kann. Eine neue Ordnung der Geschlechter ist aber nicht in Sicht.
In den 1980er Jahren kämpften Feministinnen für eine freie Bedeutung des Frauseins, also darum, nicht mehr auf patriarchal vorgegebene Bedeutungen festgelegt zu werden, die ihnen mit großer Macht aufgedrängt wurden. Heute hingegen stellt sich die Frage, ob das Frausein überhaupt noch eine Bedeutung hat oder haben sollte. Zwar gibt es weiterhin Anforderungen und Rollenerwartungen an Frauen, aber sie sind widersprüchlich und widerstreitend und daher unmöglich zu erfüllen. Im postpatriarchalen Chaos haben auch viele Frauen keine Antwort mehr auf die Frage, was das Frausein bedeutet und ob es überhaupt etwas bedeuten sollte.
Eine Freundin hat kürzlich den Gedanken geäußert, dass dies vielleicht ein Grund dafür ist, warum sich fast alle feministischen Debatten, die derzeit öffentlich verhandelt werden, um Gewalt gegen Frauen drehen – von #metoo bis Gisèle Pelicot, von Debatten über die hasserfüllte „Manosphere“ im Internet bis zum Kampf gegen sexualisierte Fake News und dergleichen. Fast scheint es, als wäre sexualisierte Gewalt inzwischen das einzige Thema, an dem sich die Bedeutung von Geschlecht noch diskutieren lässt, ohne auf Tretminen zu geraten. Ohne Frage sind diese Themen wichtig. Aber wenn nur dort die sexuelle Differenz zum Thema wird, bleibt sie in der Defensive.
Der Queerfeminismus geht anders mit der neuen Situation um: Er vervielfältigt Geschlechtsidentitäten demonstrativ. Das hat die sexuelle Differenz tatsächlich sichtbarer gemacht – allerdings weniger als politische Kraft, sondern als individuelle Möglichkeit, sich keiner binären Geschlechtsidentität zuordnen zu müssen. Tatsächlich sind die Möglichkeiten, die eigene Geschlechtsidentität auszuleben, unendlich. Aber gerade deshalb ist diese Strategie nicht geeignet, eine politische Alternative zum postpatriarchalen Chaos zu schaffen: Unendliche Vielfalt bietet genauso wenig eine Möglichkeit, sexuelle Differenz fruchtbar zu machen, wie reine starre binäre Definition. Zumal die Geschlechterdifferenz inzwischen mit zahlreichen anderen Differenzachsen um Aufmerksamkeit konkurriert und unter dem Stichwort der „Intersektionalität“ oft nur noch ein Faktor neben vielen anderen Aspekten ist, die „Diversität“ markieren sollen.
Im Widerspruch zur Queertheorie schlagen deshalb andere Feministinnen vor, zum Körper zurückzugehen, also zur reproduktiven Unterscheidung zwischen Menschen mit und ohne Uterus. Tatsächlich existieren ja zwei deutlich unterscheidbare biologische Varianten von Menschen, und nur ein kleiner Teil von ein bis zwei Prozent aller Geborenen fällt nicht eindeutig in die eine oder andere Kategorie. Doch das ist auch kein Ausweg. Wer sich auf den Körper beruft, macht die sexuelle Differenz wieder zu etwas, das ein Mensch hat – ein Merkmal, über das man verfügt, eine Definition, die Klarheit suggeriert. Politische Kraft kann die sexuelle Differenz aber nur entfalten, wenn sie sich im Handeln zeigt. Wir brauchen eine Kultur der weiblichen Differenz, und die ergibt sich nicht automatisch aus biologischen Faktoren, sondern kann nur aus persönlichen Urteilen, Wünschen, Interessen und Anliegen politisch handelnder Personen hervorgehen.
Wie also könnte die Geschlechterdifferenz als politischer Faktor sichtbar werden? Wie ließe sie sich in den Diskurs einschreiben, wie in politischen Debatten fruchtbar machen? Ida Dominijanni hat während der Redaktionssitzung von Via Dogana gesagt: „Die weibliche Differenz spricht – oder sie spricht nicht.“ Ich denke, darin liegt der Schlüssel. Die sexuelle Differenz kann nur dann in Politik und Gesellschaft eingetragen werden, wenn Frauen als weibliche Subjekte in Erscheinung treten, ohne sich dabei auf eine festgelegte und definierbare Identität zu berufen.
Das ist keine Theorie, es ist eine Praxis. Es gilt, das auszuprobieren, zu üben, zu verfeinern: Die eigene Differenz in konkreten Situationen sichtbar und wirksam werden zu lassen, ohne sich dabei identitätspolitischen Normen unterwerfen. Weibliche Autorität zu stärken durch eine Politik, deren Rede sich nicht auf vorhersehbare Formeln und Forderungen beschränkt.
Der Feminismus der sexuellen Differenz tut das seit Jahrzehnten. Diese Praktiken zu teilen, die es möglich machen, aus einer Zugehörigkeit heraus zu sprechen und ihr treu zu bleiben, ohne zum bloßen Sprachrohr einer Gruppe zu werden, sind heute ein wertvolles Angebot angesichts der Polarisierungen der politischen Landschaften und der fruchtlosen Grabenkämpfe gerade auch unter kapitalismuskritischen, linken und auch feministischen Bewegungen. Es ist der wichtige Beitrag, den ein Feminismus der Differenz heute leisten kann – nicht nur für Frauen, sondern für die politische Kultur insgesamt.
Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza.
Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile.
La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro.
Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione.
Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto.
Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».
Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio
Ho incontrato in un luogo rinomato di femministe di Catania, allora chiamato Se-No e poi Centro Agave, e successivamente Associazione Città Felice, la rivista Via Dogana alla sua prima uscita nel giugno 1991, e da allora non l’ho più lasciata, attraversando tutte le avventurose imprese della politica delle donne del Pensiero della Differenza Sessuale che ci hanno contraddistinte. In quel contesto e negli incontri di redazione della rivista ho conosciuto Luisa Muraro, Lia Cigarini e il mondo della Libreria delle donne di Milano.
A quel tempo, come studente del Dipartimento di Matematica dell’Università di Catania, ero particolarmente sensibile alla critica femminista della scienza e perciò mi interessavo di epistemologia della scienza che, come sa chi ha pratica scientifica, è una parte molto insidiosa della filosofia, poiché è risaputo che la scienza è strettamente correlata all’andamento delle imprese militari e all’andamento dei profitti delle imprese di mercato.
A partire da quel desiderio, la mia pratica del Pensiero della Differenza Sessuale resta sempre una pratica politica tuttora valida in quella capacità di interrogarsi, ovvero di interrogare il piacere, la felicità, il comportamento inconscio e tutto ciò che resta coscientemente realizzato, come soggetto agente al presente, laddove mi trovo, con chi mi trovo, in contesto, nelle condizioni e nelle possibilità di restare viva, a dispetto di chi ama invece tramutare in oggetto inerte, tutte le cose del mondo, sia animate che non animate.
Il patriarcato trova fertile terreno sia nelle imprese militari che in quelle di mercato, e si ripropone con forme diverse ma sempre con la stessa sostanza, costituita prevalentemente da dimostrazioni di forza: le donne come gli uomini possono decidere di esercitarla o no. Niente altro che questo rappresenta per me semplicemente il fare la differenza, per restare umane e non cedere alle insidie dell’incoscienza.
Qualsiasi tipo di lavoro è un servizio alla comunità, e chiunque lo espleti è in gioco e sa distinguere bene la differenza tra dare un servizio (nel pubblico o nel privato che sia) e l’esercizio di un seppur minimo dominio da infliggere, anche attraverso le più aggiornate sevizie informatiche, alla comunità intera.
Così la guerra è la più diffusa e capillare modalità in cui emerge esplicitamente un ordine delle cose esploso oramai stretto nella morsa delle ripetitività senza senso. La guerra mostra non solo il punto di rottura di un ordine della ripetizione insensata delle cose, ma è l’esplosione delle strutture istituzionali irrigidite da abitudini ossessive e norme senza più contatto con la realtà delle cose umane.
In questo dis-ordine esploso, il mio compito quotidiano è, dove occorre, rimettere a posto le priorità, e fare in modo che riemerga l’umanità affinché non resti inerme, muta e sommersa, ma che resti viva, rigogliosa e prodigiosa.
Sto sempre all’erta su questo baratro, sul quale si apre un vorticoso abisso fatto di abitudini e comportamenti di donne e uomini che sembrano non potere cambiare mai.
Esercito tuttora la mia differenza in ascolto e con-tatto, i due sensi più trascurati nell’andamento del dominio delle immagini, dove anche il sapore e l’odore scompaiono, e lasciano spazio solo alla visione e all’immaginazione fuorvianti del tipico stile di vita pornografico.
Cosa differente è lo sguardo attento e di cura rispetto alla visione per evasione e alla fantasia, quello sguardo che fa uscire dall’ombra e dall’oblio delle misconoscenze, che fa uscire dall’attribuzione di valore misogino e competitivo neoliberista che viviamo attualmente in società senza limiti nel raggiungimento di obiettivi a tutti costi umani e delle cose, come ci si spinge attraverso la modalità e l’uso del drone.
Nella pratica artistica di pittrice ho sempre modo di esercitare e tenere vivo questo sguardo verso la realtà che mi circonda, restando sensibile alle criticità alle quali ci espone ciò che succede nell’economia e nell’organizzazione sociale della massima performatività.
Lia e Luisa a un certo punto annunciarono esplicitamente a tutte che da tempo immemorabile il momento della differenza sessuale è già arrivato, molte e molti vivono tuttora sotto le macerie del patriarcato perciò occorre molta pazienza a non scoraggiarsi, a fare ordine simbolico dell’amore femminile della madre e dare un taglio netto con il passato delle maldicenze sulle donne.
Studiando le innumerevoli scrittrici che sono emerse e che emergono ancora in tutti campi del sapere, ho intrapreso questo percorso ritrovandomi tuttora in libere conversazioni con donne e uomini, luoghi di imprescindibile esistenza simbolica lontani da quelli previsti come accademici, istituzionali e associativi.
Il mondo con le sue tecnologie e istituzioni del controllo, perde colpi e mostra le sue crepe proprio lì, nel luogo delle libere conversazioni: spegniamo cellulari, usiamo carta e penna, libri stampati e cibo locale a km zero. Le dicerie dell’untore ai quale il cosiddetto mainstreming, ovvero l’orientamento dominante, ci vuole abituare, non le ascoltiamo affatto, ma sviluppiamo insieme il proprio sentire, il comune senso della vita.
Questa irrinunciabile eredità ci hanno lasciato Lia e Luisa e tocca a ciascuna di noi custodirla nella propria originalità e autenticità, proprio come facciamo già con Virginia Woolf, Carla Lonzi e le altre, senza essere passive ripetitrici, ma abili, vivaci e ingegnose cultrici dell’essere donne sapienti del e nel proprio tempo.
La libertà è tutta nelle nostre mani. Coraggio e pazienza: fili sapienziali che si intrecciano e prendono forme spesso impreviste ma adeguate e risolutive nel contesto. Spunteremo la lancia che ci si presenterà, anche questa volta, come sempre, con giochi di composizioni di parole, immagini e musica, e tutti gli strumenti a disposizione che troveremo laddove abitiamo, come succede da quando esiste il mondo che si fa e si disfa, restando vive e felici.
Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.
Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).
Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.
Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.
Da qui si parte.
C’è una questione che mi sta a cuore da tempo: la relazione di differenza tra donne. Ne avevo già posto l’esigenza in un VD3 del 2024, Lingua è politica, e la riprendo oggi riferendomi, come allora ma più approfonditamente, a un articolo di Luisa Muraro dal titolo Differenze tra donne differenza sessuale, comparso in un altro numero di Via Dogana 3 dedicato alla lingua, dal titolo La parola giusta ha in sé il potere della realtà (dicembre 2018). In quel testo Luisa introduce quella che definisce una buona intuizione su cui deve ancora riflettere e la espone facendo due passaggi. Il primo riguarda il fatto che quando una donna assume la propria parzialità femminile dicendo «io sono una donna», lì la differenza sessuale ha già operato: quindi la differenza è in e non tra uomini e donne. Nel secondo passaggio dice: «la differenza sessuale che ha già operato, traspare con il mio (tuo… nostro, vostro…) riconoscermi nelle altre donne. Essa consiste dunque nelle differenze tra donne; ma non è una consistenza, è un principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana».
Il fatto che la differenza sessuale “consiste” nelle differenze tra donne porta a pensare che, se ci occupiamo della sua traduzione in pratica politica, di conseguenza in qualunque tipo di relazione tra donne la differenza tra donne è all’opera in vario modo e in vario grado: approfondire questa questione è, con ogni probabilità, lo sviluppo su cui si deve ancora riflettere. Quando poi Luisa Muraro afferma che «non è una consistenza, bensì un principio evolutivo della vita» introduce un pensiero di primo acchito enigmatico che però chiarisce nel numero successivo (aprile 2019) in un testo dal titolo Coscienza evolutiva. In quell’articolo, di fronte ai grandi progetti politici di cambiamento che si sono rivelati catastrofici, Muraro si pone la domanda: «possiamo noi umani con le nostre specifiche caratteristiche, in primis la parola e l’autocoscienza, prolungare l’evoluzione indirizzandola su strade migliori per quel che riguarda la convivenza e la felicità?».
Ne intravvede la possibilità nelle “buone pratiche del femminismo” che secondo lei hanno la particolarità di corrispondere a comuni comportamenti femminili, ma ripresi in senso sovversivo. Si ricollega poi direttamente all’articolo precedente, riproponendo l’idea del senso libero della differenza che affiora attraverso le differenze tra donne, e prospettando una visione di cambiamento di civiltà con queste parole: «ora aggiungo che, grazie alla pratica delle relazioni e alla presenza nella vita pubblica, affiora anche un mondo di donne, mondo mai visto da cui gli uomini non sono esclusi: in quel mondo si ritrovano e si riconoscono, non però identici a prima perché non sono più nella posizione di prima, centrale e dominante. Sono lì fedeli a se stessi in relazione con donne. La posizione centrale dominante non è più di nessuno; non sarà di nessuno, mondo plurale senza un centro». Muraro considera anche questa un’intuizione da sviluppare nelle sue conseguenze e, in effetti, soprattutto la sua ultima affermazione dà molta materia su cui pensare.
Sono riflessioni che precedono sia il Covid sia la rivalsa maschile al virus, con il portato di morte e di distruzione che ci getta ogni giorno nell’impotenza e nell’angoscia: annebbia la mente e trascina anche il femminismo nel caos postpatriarcale e in modalità di contrapposizioni guerresche. Proprio per questo sono parole da riprendere e da riconsiderare, perché anche in questo tempo orribile comunque continua il lavorio profondo nel corpo della società e Luisa, come faceva sempre, con le sue parole apre nel presente strade impreviste.
Oggi, quindi, mi pare il tempo opportuno per riprendere la questione e fare della differenza tra donne una pratica politica, anzi meglio nominarla già come una pratica politica operante assieme a pratiche consolidate come autocoscienza, partire da sé, relazione privilegiata con un’altra donna, disparità, affidamento, autorità, relazione di differenza con gli uomini; e di cui si potranno approfondire gli aspetti e gli sviluppi man mano che si pratica.
Quando si nomina una nuova pratica è perché è già in atto e questo è capitato anche in passato, si arriva a nominare una pratica perché già è all’opera. Io stessa, infatti, posso portarne due esempi che mi riguardano. La mia relazione con Jennifer Guerra è di questo ordine: una relazione di differenza tra donne. Abbiamo impostazioni e riferimenti molto diversi: io Libreria delle donne e Pensiero della differenza, lei Non una di meno e Transfemminismo; io vecchia lei giovane, per dire quelle che balzano agli occhi. Sono entrata in relazione con lei perché nelle sue pubblicazioni c’era qualcosa che mi attirava e suscitava la mia curiosità a saperne di più. La curiosità penso sia un grande motore per questo tipo di relazioni. Se il suo primo libro, Il corpo elettrico, mi aveva interessato ma suscitato anche parecchie perplessità, poi con l’uscita del Capitale amoroso soprattutto io nella redazione ristretta di Via Dogana 3 ho desiderato invitarla per il numero Orientarsi con l’amore perché vedevo vicinanze e possibili scambi, come effettivamente è successo. Jennifer mi ha detto che in quell’occasione è stata colpita dal nostro modo di discutere nelle redazioni aperte, non finalizzato al raggiungimento di un qualche obiettivo, e da lì credo che sia nata anche in lei la curiosità di conoscerci meglio. È una relazione che dura da diversi anni non solo con me, ma con tutta la redazione e la ritengo produttiva proprio perché mantenendo chiare le nostre differenze apre un possibile terreno di scambio e di modificazione. L’altro esempio riguarda le stesse relazioni nella nostra redazione, in cui l’aspetto delle differenze tra donne è diventato sempre più evidente e tenuto in conto per quanto abbiamo scoperto sia produttivo di pensiero, perché, per le grandi trasformazioni in corso, soprattutto la differenza di età è diventata sempre di più una differenza di approccio al mondo. Si è visto in modo eclatante quando stavamo pensando il numero sul denaro: il diverso approccio nei confronti dei soldi, con concezioni che entravano addirittura in conflitto tra le vecchie e le giovani, ci ha fatto da bussola per pensare il taglio dell’incontro. Ma potrei dire la stessa cosa anche per il numero sull’intelligenza artificiale. Questo non toglie affatto che in redazione ci sia affidamento e senso della disparità, dice però che sono molto valorizzate le differenze che stanno nelle pieghe della disparità, contribuendo a far sì che l’autorità sia circolante e non cristallizzata.
Nominando questa nuova pratica mi sono accorta che in Libreria c’è sempre stata, che non è venuta fuori dal nulla. Infatti fin dagli inizi la Libreria non è mai stata un luogo omogeneo e c’era la consapevolezza di essere un luogo in cui la frequentazione era molto varia per stato sociale, per età, per situazione familiare, eccetera. Era ed è un luogo in cui le differenze tra donne possono parlarsi: per fare un esempio significativo e inconsueto ricordo che la differenza tra donne atee e donne credenti ha trovato in Libreria modo di dialogare in molte occasioni, soprattutto attraverso gli incontri voluti da Luisa Muraro nel ciclo Cibo del corpo cibo dell’anima.
Per molti anni Via Dogana ha avuto un ruolo importante al riguardo in quanto, essendo una rivista di pratica politica, ha dato voce a donne che in tutta Italia facevano la politica delle donne, che fossero grandi intellettuali, casalinghe, insegnanti, infermiere, impiegate, operaie. Rimane indimenticabile l’articolo Giacca fallata (VD 14/15) in cui Mafis Acerbis, operaia alla Santi Confezioni di Brescia, racconta insieme a Oriella Savoldi come lavora in fabbrica alla catena di montaggio e in che cosa consista la qualità del suo lavoro nel confezionare giacche.
Inoltre, se pensiamo alla vita della Libreria, come non vedere quanto è stata arricchita dalla differenza di ambiti di interesse, di propensioni, di talenti intellettuali tra Lia Cigarini e Luisa Muraro, come non vedere quanto gli attriti e le discussioni accese suscitate da queste differenze fossero generative di pensiero e di scrittura.
La pratica di relazione di differenza tra donne riguarda quell’ambito che nel femminismo oggi viene chiamato “intersezionalità”, idea a cui Muraro in quello stesso articolo riconosce importanza politica perché opera – dice – «nella sfida di accordare le differenze tra esseri umani con il principio di uguaglianza». Aggiunge tuttavia che lei vi riflette nei termini posti dalle differenze tra donne, che si collocano in uno spettro molto più ampio rispetto alle differenze prese in considerazione dalle teoriche dell’intersezionalità.
La differenza tra donne è difficile da praticare, ugualmente l’intersezionalità è difficile da praticare. Lo sa Muraro che ne parla in Esserci davvero raccontando che non sa bene relazionarsi con qualcuna che è altro e che questo è molto “disturbante” perché è una donna (p.80). Lo sa anche Tamara Tenenbaum, che nel suo libro Un milione di stanze tutte per sé (Fandango 2025) sostiene che gli scritti che afferiscono all’intersezionalità le piacciono «soprattutto quando riconoscono le difficoltà dell’intersezionalità stessa: quando non pensano che basti nominarla come fosse una parola magica perché il problema di come pensare e interagire politicamente con ciò che non viviamo sia risolto» (p.73). Cita al riguardo un testo quasi sconosciuto di Virginia Woolf: l’introduzione a La vita come noi l’abbiamo conosciuta di Margaret Llewelyn Davis, un libro di racconti autobiografici di donne lavoratrici di quegli anni, in cui la Woolf confessa le sue difficoltà nelle relazioni tra le classi e con le operaie.
Jennifer Guerra nel suo libro Il femminismo non è un brand dedica un articolata riflessione all’intersezionalità spiegando i passaggi per cui è diventata una “parola magica” – lei preferisce dire un “termine ombrello” – di cui facilmente si è impadronito anche il mercato. Lei stessa ne evidenzia i limiti e condivido la sua analisi quando fa notare che a essere intersezionali non sono tanto le persone quanto piuttosto i sistemi che le opprimono. Avanza anche una proposta politica: abbandonare «l’idea di una politica basata sul senso di colpa identitario facilmente capitalizzabile e cominciare a costruirne una basata sulle alleanze» (p.149).
Pur condividendo l’orientamento verso una politica delle “alleanze” e non delle contrapposizioni sterili e violente, vorrei far presente che anche questa politica può diventare un’operazione più di facciata che di sostanza, come abbiamo visto fare tante volte nella politica tradizionale che mette insieme sigle, gruppi, associazioni in cartelli fittizi, tesi più a essere contro che a produrre trasformazione nel presente. Se riteniamo invece che “le alleanze” siano produttive se si fanno tra esseri umani in carne ed ossa, allora sono necessarie adeguate pratiche di relazione e scambi e penso che approfondire e praticare la relazione di differenza tra donne, soggettività altre comprese, risponda a questa esigenza.
In questo secondo orientamento diventano preziosi i luoghi in cui gli scambi possano avvenire, che siano luoghi fisici come la nostra libreria, le case delle donne, i centri di documentazione o luoghi momentanei di incontro come convegni e altre iniziative, o luoghi virtuali.
Invece stiamo assistendo a sempre più casi di appuntamenti femministi annullati all’ultimo momento per veti posti da parte di altre femministe. È di fine maggio la Lettera alle femministe che hanno a cuore la politica delle donne e i suoi spazi, promossa dalla rete Dichiariamo e facilmente rintracciabile in internet, che, prendendo atto di questa situazione vuole interrompere una dinamica che non ha mai fatto parte della politica delle donne e vuole «costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo». L’ho firmata anch’io, come parecchie altre donne della Libreria.
Credo che qui scontiamo il fatto che alcune componenti del femminismo abbiano preso troppo alla lettera la teoria della performatività del linguaggio di Butler e abbiano spostato interamente sul linguaggio la lotta politica, ritenendo che il cambiamento passi dal fatto di esprimere giudizi sempre più pesanti e radicali su altre femministe e che questo basti. Invece non basta, e che sia un errore politico lo si vede dai risultati che produce. Una politica del linguaggio è efficace solo se fa tutt’uno con l’agire, e quindi con le pratiche di relazione, compreso il conflitto relazionale, che come tale non è mosso dal desiderio di eliminare la presunta avversaria. La pratica di relazione di differenza chiede sì una politica del linguaggio ma che sia più vicina a una danza, invece che a una guerra.
Questo testo sul pensiero della differenza sessuale deve molto a Luisa Muraro. Sappiamo, è morta da poco. Come è stato notato, quando muore una donna o un uomo a cui siamo molto legate, la sua voce continua nel nostro sentire e la sua presenza insiste accanto a noi pur nell’assenza. Così per tante cose di quello che ora dirò, sento la voce di Luisa perché so bene come alcuni passaggi le appartengano e dunque cosa ha detto e il suo sguardo nel dirlo. Il pensiero della differenza è stata ed è una impresa di molte, ma Luisa ne è stata l’iniziatrice.
Sperimentiamo di frequente come ci siano immagini che aiutano a formulare un pensiero.
Per il pensiero della differenza sessuale l’immagine chiave è stata per me una affermazione limpida di Carla Lonzi da Sputiamo su Hegel. Sostiene che tra l’esperienza delle donne e quella degli uomini esiste una asimmetria irriducibile. Scrive: “La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi ma un muoversi su un altro piano” (p. 32).
Vuol dire che la differenza femminile che io sono non prende il proprio valore e significato dal differenziarmi dagli uomini, ma dal farle spazio simbolico attorno, e questo assieme ad altre. Con gli uomini non c’è né simmetria, né opposizione, né dialettica. Ci muoviamo su un altro piano.
È sviante dunque pensare la differenza sessuale come differenza tra donne e uomini. Per questo l’autentico primo passo è un differire soggettivo che prende corpo e significato tenendo in tensione l’interiorità e la relazione con altre.
Come si legge nel libro Il pensiero della differenza sessuale, di cui abbiamo fatto una nuova edizione e introduzione con la casa editrice Mimesis, questo pensiero è nato in Diotima dal desiderio di dare parola al nostro amore per la filosofia e al nostro essere donna, provocando così una vera rivoluzione epistemica della filosofia. Questa scommessa ha coinvolto per contagio lo statuto della storia, della pedagogia, del diritto e così via. Da un lato si è trattato di una critica al pensiero maschile falsamente neutro universale, ma dall’altro è stato ed è dire ciò che ci sta a cuore filosoficamente a partire dalla soggettività femminile che incarniamo. Quel che abbiamo scritto da quel momento in poi ha avuto radici nella nostra soggettività e nelle relazioni con altre donne, trasformando radicalmente il modo stesso di fare filosofia.
Dico questo perché non si è trattato affatto di aggiungere una filosofia femminile accanto a quella maschile, e dunque venendo in battuta seconda. Come se si volesse completare il campo dell’umano. Piuttosto mostrare in concreto come la differenza femminile modifichi dall’interno il fare filosofia.
Qualche cosa di simile nella ricerca storica. María Milagros Rivera, parlando della ricerca storica fatta da Luisa Muraro, giustamente diceva che non sono gli archivi storici ad essere sessuati, ma è lo sguardo della donna che li consulta a farli tali. E così nel diritto. Lola Santos nel seminario di Diotima lo scorso anno lo diceva bene. Sono le relazioni tra giudici, avvocate e donne implicate in modo diverso a rendere sessuato il diritto. Riprendeva e arricchiva così una posizione di Lia Cigarini.
Tuttavia è bene ricordare – ed è un punto a cui tengo molto – che il piano delle pratiche, della trasformazione personale e della qualità soggettiva di ognuna di noi è parte intrinseca di questa scommessa politico-epistemologica. Questo fa del pensiero della differenza sessuale una forma di vita. Non si può parlare, ad esempio, di relazioni tra donne senza avere fiducia e cura di tali legami. Non si può parlare di autorità femminile se non come scoperta e riscoperta nella vita delle relazioni. Più concretamente, è stata l’invenzione da parte di Luisa Muraro di alcune pratiche precise che ha permesso che tra noi si formasse un tessuto sorgivo di pensiero, senza fare appello a un sapere già costituito.
Quel che si dice e come si vive sono – nel caso della differenza – strettamente legati.
Molte cose sono successe nei quarant’anni che sono seguiti. Il contesto politico e di pensiero si è andato trasformando.
Ci siamo trovate confrontate con tentativi diversi di neutralizzazione della differenza sessuale.
Il più indiretto e meno evidente – forse per questo il più difficile da affrontare – è stato quello di una certa area di pensiero, che ha raccolto soltanto la valorizzazione dell’essere donna ed essere uomo cancellando l’asimmetria, che implica l’impossibilità di una dialettica. È proprio tale impossibilità che porta di suo a dare spazio allo sguardo femminile del reale. Il consenso che abbiamo ricevuto da questa area culturale è nato dunque da un fraintendimento. Riportando tutto alla differenza tra donne e uomini e al valore dei generi, essa ha tradito il senso di un pensiero squilibrante, che è tale perché prende come passo d’avvio quel che della differenza dice la soggettività singolare incarnata. Quest’area ha posto al centro la differenza tra donne e uomini, e lo ha fatto come qualcosa che si può vedere dall’esterno. La differenza sarebbe oggettiva, sedimentata nel dato biologico del corpo e nel linguaggio dato. L’errore è di guardare l’umano con uno sguardo di sorvolo, prescindendo da sé stesse. Al contrario, un punto essenziale è che l’anima è coinvolta dal corpo e la differenza è il senso soggettivo che si dà a tale coinvolgimento.
Apro una breve parentesi su quel che ho appena detto. Il corpo sessuato influenza l’anima che siamo, certo, ma non in modo deterministico. Ognuna e ognuno di noi dà un significato singolare a questo coinvolgimento che il corpo esercita su di noi. Porto un esempio che non ha a che fare immediatamente con la sessuazione. Sappiamo, ci sono molte donne magrissime. Io lo sono. Il significato che io do a questa condizione d’esperienza è di essere una donna leggera come una foglia che il vento può portare via con sé. È una immagine, un germe di pensiero di un sentire soggettivo. È in questo senso che Luisa Muraro voleva si parlasse di pensiero della differenza sessuale e non semplicemente di differenza sessuale. Per lei era fondamentale dare spazio a quel movimento del pensiero che nasce da un sentire soggettivo della differenza. È vero che il corpo coinvolge l’anima, ma è questa che trova le parole per dire i modi e le forme di tale coinvolgimento.
Torno alla risonanza e alle critiche portate al pensiero della differenza. Il tentativo più diretto ed evidente di neutralizzazione della differenza è venuto dal movimento Lgbtqia+. Sappiamo che si è impegnato a decostruire i generi sia criticando la posizione che chiamo tradizionalista, che parla di donne e uomini e famiglie naturali, sia in polemica con il pensiero della differenza considerato la causa di tale spartizione naturale. In questo modo travisandolo del tutto.
L’uso del neutro da parte del movimento Lgbtquia+ con la schwa o con la u finale è un modo per accogliere tutte le identità dei soggetti che non si riconoscono nel modello sociale e di potere costruito attorno all’eterosessualità. Propone così una specie di rete inclusiva di una miriade potenziale di identità.
Si tratta di un modo profondamente diverso da quello di una differenza femminile che è impegnata a squilibrare dall’interno la cultura data leggendola e trasformandola in base allo sguardo della differenza femminile e all’orientamento della verità.
Oggi è cambiato profondamente il contesto in cui viviamo. Antje Schrupp l’ha chiamato caos postpatriarcale. Il pensiero della differenza sessuale può giocare una nuova partita, ma è indubbio che sentiamo il contraccolpo di questo caos, che si avvia a una nuova disposizione e qualità del potere.
Ci troviamo ad affrontare qualcosa di imprevisto. Molte segnalano ad esempio la difficoltà di sentire e radicarsi in un’esperienza autentica. Si sentono risucchiate da esperienze piccole. Ristrette. Che perdono mondo.
Un secondo esempio: la lettura sessuata della realtà, che è una delle nostre pratiche in cui si gioca la differenza femminile, in molti dei nostri discorsi scivola nella pura e semplice critica al presente, sostanzialmente neutra. Il fatto è che veniamo catturate dagli avvenimenti “sensazionali” e non comprensibili immediatamente. Si perde così la scommessa del pensiero della differenza, che ha la sua leva nel radicarsi nell’esperienza soggettiva. Di conseguenza il discorso scivola nel tentativo di una mappatura oggettiva di quel che avviene. Senza slancio desiderante. Senza ricordare che il reale a cui facciamo riferimento è visibile e invisibile e si nutre del nostro desiderio.
Per muoverci secondo questo slancio è come se dovessimo ricominciare dagli inizi, dalla esperienza vissuta soggettivamente avendo ben chiare le difficoltà nuove che ci sospingono – senza che lo vogliamo – verso nuove forme di neutralizzazione del discorso. Voglio ricordare ancora due difficoltà che portano al neutro e cancellano la differenza. La prima: l’anestetizzazione del nostro sentire indotta dalla forma delle notizie che assorbiamo, come sostiene Ida Dominijanni. La seconda: la sempre più diffusa difesa nei confronti del trauma provocato dal contatto con il reale. Questa difesa impedisce di fare esperienza del reale e di trasformarci in relazione ad esso. Ne ha parlato Leeanne Minter al ritiro di Diotima. Entrambe, sia la prima sia la seconda, rendono impossibile qualsiasi verità soggettiva, e dunque la stessa differenza femminile nella sua capacità innovativa.
Allo stesso tempo ho osservato come ci sia oggi un autentico e nuovo desiderio di conoscere il pensiero della differenza. Non a caso è stato riedito il primo libro di Diotima. Questo va di pari passo con il desiderio di molte e molti di andare a conoscere le radici del femminismo. Penso ai testi di Luce Irigaray, di Carla Lonzi da poco ripubblicati assieme ad altri. Antje Schrupp ha scritto recentemente che in Germania le hanno chiesto un libro sul pensiero della differenza italiano. Mi sembra che il pensiero della differenza abbia più credito nel lungo periodo, perché ciò gli permette di mostrare le sue potenzialità di senso e di vita vissuta messe alla prova nei periodi di crisi come questo.
Ho notato anche un bisogno di studiare questi testi come azione politica collettiva, come dice Antonietta Potente. Studiare assieme, il che significa crescere assieme orientandosi. Studiare ha un tempo suo proprio che si sottrae all’affastellarsi frenetico delle informazioni. Provoca un modificarsi in dialogo con chi scrive e con chi con noi legge.
Ho pensato molto se riscrivere il mio intervento, alla luce della notizia della scomparsa di Luisa Muraro. Ho incontrato Luisa in due occasioni. La prima, molto brevemente, di persona, quando sono venuta la prima volta in libreria nel 2023 e la seconda in videochiamata, lo scorso anno, in occasione dell’intervista che le ho fatto per Sette, il supplemento del Corriere della Sera, per il cinquantesimo anniversario della libreria. Per me è stato un grande onore raccogliere le parole di Luisa, che non concedeva interviste da molti anni. Alla fine ho deciso di mantenere l’intervento così come l’avevo pensato, sperando che al suo interno possiate cogliere l’importanza che l’incontro con la Libreria e con Luisa hanno avuto per me.
Esattamente tre anni fa, mettevo piede per la prima volta in questa sala, su invito di Vita Cosentino, per partecipare alla redazione aperta di VD3. All’epoca stavo attraversando una crisi nel mio femminismo, di cui decisi di parlare nella mia relazione, che aveva come oggetto l’amore. Quando venni qui la prima volta e lessi quelle parole, così catartiche e liberatorie, stavo affrontando un periodo di depressione, scatenato dalla mia diagnosi di ADHD, il disturbo dell’attenzione che mi aveva fatto finire ai ferri corti col femminismo. In questi tre anni ho capito che sì, in parte quella crisi era dovuta ai miei problemi personali, ma era anche il segnale di una grande trasformazione del mio modo di essere femminista. All’epoca mi sentivo profondamente insoddisfatta dal femminismo che avevo intorno a me. Il femminismo, che era il mio oggetto d’amore, si comportava come un amante sfuggente e immaturo, che non riusciva a dare nessuna svolta trasformativa significativa nella mia vita, e per il quale cominciavo a provare una sorta di risentimento. Come si dovrebbe fare per tutte le relazioni che non funzionano, decisi di prendermi una pausa. Nel frattempo, arrivò l’invito di Vita alla Libreria, che mi sorprese enormemente. Mi sentivo lontana da questo luogo, ideologicamente e anagraficamente, ma decisi comunque di accettarlo.
Ciò che mi sconvolse, quella domenica mattina dell’11 giugno del 2023, fu la scoperta di una declinazione diversa del verbo “fare”. Si poteva fare il femminismo in una maniera nuova, per me inedita, e il paradosso era che a mostrarmelo era un gruppo di donne molto più vecchie di me. Per me fu incredibile scoprire che non c’era bisogno di attraversare tutti i conflitti, di rispondere a tutte le osservazioni e di arrivare per forza a una chiusura. Si può fare il femminismo anche semplicemente restando nella relazione, nell’apertura, in una parola nella differenza.
Da allora ho scritto un libro, che non è ancora uscito e per il quale sono tornata un’altra volta in Libreria, in cui ho intervistato femministe cosiddette storiche da tutta Italia, con percorsi di vita e punti di vista molto diversi fra di loro. L’obiettivo che mi sono data scrivendo era di riuscire a trasmettere alle mie coetanee e alle femministe più giovani di me la stessa scoperta che avevo fatto io, ovvero che c’è un modo differente di stare nel mondo, di stare fra donne, di stare nel femminismo, che non si riduce a una lista di obiettivi e di azioni politiche. Più parlavo con le mie nuove amiche di settanta, ottant’anni, più mi rendevo conto che nel femminismo attuale c’è un problema di fondo. Quasi tutte noi – e con noi intendo le under 30 o giù di lì, le nuove generazioni – abbiamo conosciuto il femminismo su Internet, in particolare sui social. Lo abbiamo conosciuto sottoforma di contenuto, di content, di argomento. Magari lo abbiamo anche studiato all’università, ma non cambia molto. Questo femminismo ci è apparso, un giorno, per caso. È un femminismo senza storia, senza passato e senza futuro, e scomparirà dai nostri feed con la stessa velocità con cui è arrivato. Qualcuna di noi dopo un po’ si stanca di questo femminismo superficiale, e quindi prova a fare attivismo. Passa così dal consumare virtualmente il femminismo ad agirlo concretamente nei propri territori. Ma manca sempre un passaggio, uno spazio in cui quella spinta che ci ha condotte verso il femminismo viene elaborata, pensata e condivisa nella relazione.
Io sono stata in grado di fare questo passaggio solo quando ho scoperto il pensiero della differenza. La cosa più importante che mi ha insegnato il pensiero della differenza è che nel femminismo ci sono due dimensioni: l’orizzontalità, cioè la sorellanza, la solidarietà; e la verticalità, cioè la genealogia, l’affidamento. Grazie a questo insegnamento, ho trovato anche una risposta alla domanda: cos’è il femminismo? Il femminismo, prima di ogni altra cosa e definizione, è riconoscersi in una genealogia di femministe, è pensarsi in un continuum, è essere femministe perché si vuole, si desidera, si tende al femminismo.
Ammetto di essermi avvicinata alla parola “differenza” con sospetto e diffidenza. Per me era importante collocare questa parola in un percorso politico di apertura e alleanza politica verso le istanze della comunità LGBTQ+ e delle persone trans, ma allo stesso tempo rimanevo insoddisfatta dall’interpretazione della mia esperienza incarnata di donna come di una semplice performance o costruzione culturale. Il modo in cui sono riuscita a conciliare queste due esigenze, dare senso alla mia differenza senza ridurre la differenza a un destino, è stato l’incontro prima intellettuale e poi umano con Rosi Braidotti. Braidotti interpreta la differenza sessuale non come un’identità stabile e lineare, ma come una “politica della collocazione”, un processo, un progetto, che nella relazione e nello scambio non si fissa in un dato, ma esplode in mille possibilità e direzioni. C’è una matrice nella differenza sessuale, che è proprio la genealogia materna: noi abbiamo un’origine, un punto di partenza, delle radici.
Il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione è una generazione di orfane. È una generazione che raramente ha l’opportunità di confrontarsi con le proprie madri simboliche. Come dicevo prima, questo ha a che fare con il modo in cui noi siamo venute in contatto con un femminismo senza radici e senza storia, ma anche con la grande questione della trasmissione generazionale, che si è interrotta da qualche parte. Vorrei tralasciare oggi di soffermarmi sulle ragioni di questa interruzione, e trattarla come un semplice dato di fatto. Come possiamo inserirci in un continuum materno se non sappiamo nemmeno di avere delle madri?
Adrienne Rich scriveva che si può disobbedire alla propria civiltà per amore della propria civiltà. Questa è l’esperienza che tante di noi hanno avuto con le proprie madri in carne ed ossa: ci sentiamo autorizzate a disobbedire a loro in virtù dell’amore che proviamo per loro. Per disobbedire a una madre, dobbiamo riconoscerla prima come tale. Io credo che oggi il valore che possiamo dare alla differenza sia proprio questo: trovare nella differenza un’appartenenza non tanto biologica, ma genealogica. Usarla come un perno, una chiave di volta.
A gennaio, ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a un convegno dedicato al pensiero di Rosi Braidotti alla Sorbona di Parigi, dove ho proprio portato questo tema: disobbedire a una madre quando ci si sente orfane. Per l’occasione ho letto in un vecchio numero di Via Dogana una metafora che mi ha accompagnata nella costruzione del mio intervento: a volte il femminismo diventa un’eredità indigesta, come una grande casa di campagna che esitiamo a ristrutturare, ma che allo stesso tempo rischia di diventare un peso, ricoperto di polvere. Cosa fare di questa casa? Trasformarla in un museo o imbarcarsi in una faticosa impresa di ristrutturazione, perché questa casa di campagna torni a essere casa a tutti gli effetti? Io credo che oggi dobbiamo rapportarci alla differenza proprio come ci rapporteremmo a questa casa: dobbiamo renderla un luogo accogliente, vitale, un luogo di appartenenza che però non ci trattiene, un luogo in cui tornare senza sentire l’obbligo di restare per sempre. In questa metafora, ritrovo il senso di Braidotti per la differenza come progetto, come qualcosa che si costruisce.
Io sono convinta che siamo ancora in tempo per imbarcarci in questa impresa. Nelle mie relazioni con le femministe della mia generazione e delle generazioni più giovani, ritrovo spesso gli stessi desideri:
- Il desiderio di rendere il femminismo qualcosa di concreto, di significativo tanto a livello politico quanto esistenziale
- e il desiderio di non sentirsi orfane.
Avere punti di riferimento, avere una memoria. L’incontro con Braidotti, come forse saprete, ha anche prodotto anche un altro libro che abbiamo scritto con la filosofa politica Giorgia Serughetti, Giù le mani dal femminismo. In questo libro denunciamo l’appropriazione del femminismo da parte dei nemici storici del femminismo stesso, la destra e il fascismo. Oggi leader politiche con una cultura storicamente estranea e ostile al femminismo si dicono femministe, o usano le istanze femministe per promuovere politiche di disuguaglianza ed esclusione. Nascono collettivi di “femminismo identitario”, che considerano il femminismo come generica libertà conquistata dalle donne occidentali e messa in pericolo dall’arrivo di uomini stranieri, negando l’esistenza del patriarcato nelle proprie case e nella propria cultura. Nel libro, io mi sono occupata di rispondere alla domanda: com’è possibile che oggi la parola femminismo sia stata svuotata a tal punto da essere appropriata da simili soggetti? Come siamo passati da una Margaret Thatcher che diceva di odiare le femministe a una Marine Le Pen che dice di esserlo? Nel mio capitolo, ho ricostruito il percorso che ha portato a questo svuotamento, a partire dagli anni Ottanta, quando il capitalismo e il neoliberalismo si sono appropriati dei valori femministi più funzionali al mantenimento dello status quo, come il successo individuale, l’affermazione economica e lavorativa. Questa addomesticazione del femminismo prospera sull’ambiguità, rendendo il femminismo un’idea, o al peggio una merce, anziché una pratica, che chiunque può acquistare e rivendicare come propria senza alcun progetto politico. Sono convinta che l’alleato più funzionale a questa appropriazione sia proprio l’assenza della memoria storica e della genealogia femminista, e che le dinamiche con cui oggi il femminismo prospera su Internet amplifichino questa sensazione che il femminismo salta fuori dal nulla, è la scoperta individuale della singola donna che diventa così l’emblema del femminismo “giusto”. Per questo diventa sempre più urgente ricostruire un’alleanza intergenerazionale, in cui la differenza diventa anzitutto appartenenza a una civiltà differente, a un modo diverso di stare al mondo, a un ordine simbolico che ci permette di esistere nella molteplicità dei nostri desideri.
«La differenza ci è caduta addosso». Mi ricordo queste parole di Luisa Muraro, quando Giorgia Meloni è stata eletta Presidente del Consiglio nel 2022. Come sarebbe a dire? Caduta addosso? È da decenni che parliamo di differenza sessuale! Eppure sì: la differenza va sempre ripensata.
Aveva ragione Luce Irigaray quando scriveva, nel 1984: «La differenza sessuale rappresenta una delle questioni, o la questione, che deve essere pensata nella nostra epoca». E la “nostra epoca” non è mica finita. Dopo migliaia di anni di patriarcato, la questione rimane aperta e irrisolta. Inquietante, perturbante e affascinante – almeno per come la sento io, fin da quando andavo all’asilo.
Vorrei sottolineare che Irigaray parla di una questione, non di un dato di fatto o di una semplice realtà biologica, ma di qualcosa che riguarda, insieme, i corpi e i linguaggi.
La differenza è sempre in ballo. Per millenni è stata generatrice di cultura e di bellezza, ma anche di sopraffazione e annientamento. Tuttavia, non è mai stata davvero pensata autonomamente, fino alla presa di coscienza portata dal movimento delle donne: nato come lotta per la libertà femminile e per la decostruzione di quell’ordine simbolico che oggi, spesso, viene definito “eteronormativo”.
Nel tempo il femminismo si è differenziato e articolato in molteplici posizioni e pratiche politiche. Spesso si è trattato di un dialogo anche aspro, come abbiamo scritto nell’invito; posizioni che comunque non hanno mai aspirato a una sintesi definitiva, né a una forma unica.
La differenza sessuale, da “questione da pensare”, è diventata anche “pensante”, generatrice di saperi in molti ambiti: filosofia, pedagogia, storia, giurisprudenza e altri ancora. Vorrei ricordare che queste riflessioni sono sempre state strettamente intrecciate alle pratiche, all’esperienza vissuta, al pensare in presenza. Per questo la differenza sessuale non è mai stata concepita come una teoria astratta, pur avendo raggiunto alti livelli di elaborazione filosofica, grazie anche alla comunità filosofica Diotima.
Oggi, però, parlare di ordine simbolico, inconscio o desiderio sembra difficile, in un mondo i cui codici linguistici e culturali sono profondamente cambiati. Viviamo nell’epoca delle semplificazioni, delle contrapposizioni e degli schieramenti. Così la differenza sessuale viene spesso ridotta a binarismo, essenzialismo o biologismo – e quindi rifiutata.
Nello stesso tempo assistiamo a una nuova ondata di interesse, soprattutto tra le giovani e i giovani, per Carla Lonzi, la madre del pensiero della differenza in Italia. In ambito accademico, c’è chi valorizza il pensiero di Lonzi per la sua forza decostruttiva. Ma qui, attenzione, ci muoviamo nell’ordine delle idee, senza riferimento alle pratiche.
Contemporaneamente, il discorso sul gender – avviato da Judith Butler come complessa riflessione filosofica – si è sviluppato soprattutto a livello accademico, non facilmente accessibile a tutti, e perciò ha trovato una traduzione politica molto semplificata. Si è finito per identificarlo con una concezione della soggettività fondata esclusivamente sulla performatività del linguaggio e sulla costruzione individuale dell’identità.
Penso che l’allontanamento progressivo tra le diverse posizioni e pratiche femministe sia anche un effetto della fine del patriarcato come ordine simbolico dominante. Venuto meno l’“avversario” comune, sono emerse con maggiore evidenza divergenze che prima restavano sullo sfondo, e la conflittualità si è inasprita.
Nel mondo postpatriarcale, del resto, le leggi e le regole che gli uomini avevano negoziato tra loro sembrano saltate. Le atrocità delle guerre che vediamo tutti i giorni sono la negazione stessa del diritto internazionale. Le regole della convivenza civile appaiono sempre più fragili. Diritti acquisiti vengono smantellati per decreto da un giorno all’altro, il tutto accompagnato da un linguaggio estremamente violento e volgare. In più, l’asse del potere si è spostato dai singoli Stati ai colossi della Silicon Valley, inafferrabili e minacciosi. Il mondo si sta frantumando, i muri diventano sempre più alti.
Tutto questo sembra riverberarsi anche nel femminismo, dove contrapposizioni e pregiudizi si acuiscono sempre di più. Noi stesse, qui in libreria, ne abbiamo fatto esperienza.
Questa conflittualità sterile non riguarda soltanto l’Italia. L’amica Antje Schrupp, giornalista e femminista tedesca – oggi presente con noi via Zoom da Francoforte – denuncia nel suo ultimo libro, Postpatriarchales Chaos, che il dibattito femminista «è finito in un vicolo cieco. Ci troviamo sempre davanti alle stesse ondate di indignazione e risentimento: i post su Instagram con rivendicazioni stereotipate e commenti prevedibili. La radicalità, invece di esprimersi in analisi profonde, si manifesta nella durezza del tono e nella veemenza delle accuse. Tutto questo debilita l’amore femminile per la libertà. E in questi tempi non possiamo permettercelo», scrive Antje.
In questo contesto così turbolento, vogliamo ripensare la differenza sessuale, anche di fronte a nuove, urgenti sfide come l’appropriazione che ne fa il mercato neoliberale o l’uso distorto e strumentale del femminismo da parte delle forze politiche di destra.
Di tutto questo vogliamo discutere insieme a Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.
Domenica 14 giugno 2026, ore 10.30-13.00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano
La forza e l’originalità del femminismo italiano stanno nel mantenere la caratteristica di un movimento in cui coesistono differenti posizioni, anche aspramente dialoganti, che non sono mai volute arrivare a sintesi o a una forma unica.
Ma in una fase in cui tutta la politica sembra degenerare in contrapposizioni irrigidite e assolutistiche, anche il femminismo appare oggi più frantumato che plurale, come se fosse contagiato dallo spirito del tempo. E spesso le chiusure e i rifiuti si basano più su un sentito dire approssimativo, o su semplificazioni veicolate dai social, oppure su una smania etichettatrice che restringe o elimina il campo del confronto, piuttosto che sui contenuti e sulle pratiche che sono realmente in gioco.
Nella confusione del presente l’ideologia neoliberista riduce l’idea di femminismo a ricerca del successo individuale e il mercato cerca di trasformarlo in oggetto di consumo, mentre la destra tradizionalista sempre più spesso tenta di appropriarsene distorcendolo.
Per questo vogliamo riaprire la riflessione su uno dei nodi più controversi: la differenza sessuale e la scommessa politica per la sua libera significazione.
Introducono Traudel Sattler, Chiara Zamboni, Jennifer Guerra, Vita Cosentino
C’è una cosa che ho imparato studiando le lingue antiche: i greci, prima di decidere quando accade qualcosa, decidevano come accade. Prima del tempo, l’aspetto. Prima di collocare un’azione nel flusso del mondo, ne coglievano la forma: se era un processo aperto, un’azione con inizio e fine, un evento puntuale senza bordi.
L’aspetto imperfetto, l’infectum, descrive qualcosa che si svolge, che non è ancora compiuto, che respira. Il perfetto, il perfectum, dice che qualcosa è accaduto e che il suo effetto persiste, ancora presente nel momento in cui parlo. E poi c’è l’aoristo, il più misterioso, il più discusso nelle grammatiche e nei seminari. Il suo nome viene dal greco aóristos: indefinito, senza bordi, senza contorni temporali. L’aoristo non si situa nel presente né nel passato. Non dice né “stavo camminando” né “ho camminato e ne sento ancora le gambe stanche”. Dice solo: l’evento è accaduto. Sospeso. Avulso dal tempo.
Calandomi quotidianamente nel mondo algoritmico, tra i reel1 nel doomscrolling2 ormai inevitabile di Instagram e le raccomandazioni da cui sono bombardata, ho iniziato ad avvertire qualcosa di simile a un fastidio grammaticale. Come leggere una frase in cui tutti i verbi sono all’aoristo. Un articolo di due mesi fa presentato come notizia di questa mattina. Un dibattito di settimane fa riproposto come urgente, attuale, arrabbiato. Una scoperta scientifica di anni fa restituita come rivelazione.
Il contenuto esiste, l’evento è avvenuto: ma quando? Dove si colloca nel flusso? L’algoritmo non lo dice. Non gli interessa. L’algoritmo parla quasi sempre all’aoristo.
Sono quasi due anni che dedico un terzo della mia vita a plasmare agenti di intelligenza artificiale. Li ho progettati, testati, rotti e ricostruiti. Li ho addestrati a rispondere, a classificare, a ricordare. E la cosa che mi ha colpito di più non è stata la loro capacità, ma la loro temporalità. Un modello linguistico non ha un presente. Ha un taglio di conoscenza: una data entro cui ha visto il mondo, oltre la quale brancola. Ma soprattutto: non sa quando sei tu, adesso, a parlargli. Non sa se è ieri o domani. Risponde dall’aoristo: l’azione è avvenuta, il sapere esiste, ma senza àncora.
E il feed algoritmico dei due social network più popolari (Instagram e Tiktok) non è molto diverso. La sua logica non è cronologica, è energetica: ti mostra ciò che ha più probabilità di tenerti ferma, di farti scorrere ancora un po’. Il tempo non è una variabile rilevante nel suo calcolo. La freschezza lo è solo nella misura in cui eccita, e ciò non toglie che a eccitare possa essere anche qualcosa di vecchio, se è abbastanza arrabbiante, abbastanza commovente, abbastanza vicino a ciò che hai già guardato ieri. Il passato e il presente si appiattiscono in una superficie continua di stimoli aoristici.
Il femminismo ha sempre avuto una relazione speciale con il tempo, almeno ai miei occhi. Non con il tempo lineare della carriera, del progresso, dell’accumulo. Ma con il kairos: il momento opportuno, il tempo giusto per ogni cosa, il tempo che non si misura ma si riconosce. E con l’imperfetto: le pratiche di cura, la costruzione delle relazioni, tutto ciò che non si finisce mai davvero, che non ha un output misurabile, che esiste nel farsi continuo.
L’intelligenza artificiale, nella sua versione accelerazionista, è invece profondamente aoristico-futurista. Pretende di portarci al futuro più velocemente, ma lo fa svuotando il presente. Risponde in millisecondi, genera in secondi, consegna prima che tu abbia finito di chiedere. E da sviluppatrice combatto continuamente con quella che in gergo tecnico è definita latenza: l’attesa tra un invio e una risposta, tra una generazione e un’altra. Un’attesa che deve essere sempre ridotta di più, fino a scomparire agli occhi dell’utente. E in questo tempo di non-tempo, qualcosa si perde: la gestazione, l’incertezza produttiva, il momento in cui non sai ancora e stai ancora cercando.
Io lo sento su di me. Lo sento nel modo in cui adesso faccio più fatica ad aspettare. Nel modo in cui la lentezza mi crea un’ansia che non avevo prima. Nel modo in cui mi sorprendo a voler sapere subito, concludere subito, avere la risposta prima ancora di aver formulato bene la domanda. La gratificazione istantanea, aoristica.
Ho scritto nei miei appunti su questo testo, in un momento di stanchezza e di chiarezza insieme: per il mio futuro desidero vivere il mio presente nel suo tempo imperfetto.
In questo semplice appunto forse volevo racchiudere anche qualcos’altro. Un concetto grammaticale che mi ha sempre affascinato: il futuro desiderativo, categoria grammaticale arcaica, che esprimeva un desiderio proiettato in avanti, ma radicato nel presente. Non “voglio” e basta, non “vorrò”. Ma qualcosa come: che io possa, un giorno, ancora desiderare questo. Un atto di cura verso il proprio tempo futuro.
Vivere nel tempo imperfetto significa accettare di essere in mezzo. Significa tollerare di non sapere ancora, di non aver ancora finito, di essere ancora dentro il processo. Significa opporre alla superficie aoristico-algoritmica una profondità di presente che fa resistenza. È una scelta che fa sorgere una domanda più sottile, forse: con quale aspetto voglio vivere? In quale forma voglio che la mia esperienza accada? Come qualcosa di puntuale, senza contorni, sospeso nell’indefinito? O come qualcosa che si svolge, che dura, che lascia traccia mentre è ancora in corso?
L’aoristo descrive ciò che è accaduto senza dirci nulla di come ci è arrivato. Io voglio ancora sapere come ci arrivo. Voglio ancora l’imperfetto, il tempo di chi non ha ancora finito, di chi è ancora, faticosamente, nel mezzo delle cose.
- Reel: formato video breve e verticale, tipicamente dai 15 ai 90 secondi, introdotto da Instagram nel 2020 in risposta alla diffusione di TikTok. Pensato per la fruizione rapida e seriale, il reel è l’unità base del consumo algoritmico contemporaneo. ↩︎
- Doomscrolling: termine entrato nell’uso comune durante la pandemia del 2020, indica la pratica compulsiva di scorrere indefinitamente feed di notizie e contenuti digitali, spesso negativi o ansiogeni, anche in assenza di un obiettivo preciso. La parola fonde doom (rovina, destino funesto) e scrolling (lo scorrimento del dito sullo schermo). ↩︎
In che tempo siamo quando ci connettiamo ai social e ai software di intelligenza artificiale? In quale dimensione entriamo? E che effetti ha esistere in quella dimensione?
Quando sfioriamo le icone sul nostro telefono – per connetterci a Instagram, Facebook, TikTok e persino Whatsapp o Telegram – ci si apre letteralmente una porta. L’icona si espande in una frazione di secondo, come se, appunto, si aprisse una porta e attraversassimo un tunnel. E con quel tocco accediamo al vuoto. Detta così sembra un’esagerazione; sembra una frase a effetto, anche un poco moralista. Il punto è che non lo è, è un aspetto con cui bisogna fare i conti.
Nel linguaggio comune il vuoto indica uno spazio ed è inteso come privazione, mancanza, assenza. Un bicchiere vuoto, un’aula vuota, un discorso vuoto. Eppure da millenni il vuoto indica un’altra cosa che non ha a che fare con lo spazio ma col tempo. Posto che tempo e spazio siano in qualche modo separabili. Se pensiamo ai miti sull’origine del mondo, ma anche la teoria della relatività è più o meno dello stesso avviso, il vuoto è ciò che esisteva prima che le cose esistessero. È la dimensione senza tempo.
Nelle culture sia antiche sia contemporanee di Abya Yala (che i colonizzatori europei hanno poi chiamato America/Americhe) una delle immagini ricorrenti è il vuoto pensante. Nella cultura dell’antica Grecia il vuoto (chiamato kaos) è ciò da cui emergono Notte e Tempo, cioè le entità che generano l’universo. Le religioni abramitiche chiamano quel vuoto pensante dio. Il vuoto e il divino sono quindi senza tempo, cioè non hanno un inizio e quindi non hanno una fine. Sono eterni. La mente umana non è capace di pensare né il vuoto, né dio, né l’eternità; eppure le persone sono in grado di percepire il vuoto, l’eternità e, chi è teista, dio. Percepiamo queste cose con quel senso che non è uno dei cinque sensi. Cosa ha a che fare tutto questo con internet, i social, e le intelligenze artificiali? Anch’esse sono realtà senza tempo. Infatti esse non sono solamente dematerializzate, cioè non sono uno spazio fatto di materia; sono anche detemporalizzate. Si può affermare che chi ha pensato, costruito e generato (non creato) la realtà odierna di internet, ha di fatto generato un vuoto sintetico, un’eternità sintetica e persino una sorta di divinità sintetica. Oggi è innegabile che buona parte della specie umana trascorra un’enorme porzione della vita, libera dal lavoro e dallo studio, proprio in questa dimensione senza tempo, nel vuoto sintetico. Possiamo raccontarci quanto vogliamo che si tratti in fondo di una realtà simulata (virtuale); possiamo persino chiamarla finzione e far notare che altro non sono che server sotterrati chissà dove. Il punto è che sono realtà umana, che non è fatta solo di materia, perché la condizione umana non è solo materiale. Contrappore reale e virtuale significa fare una distinzione che suona molto come il dualismo mente-corpo. Se non fossimo materia-in-relazione, se non fossimo alla perenne ricerca di senso e di significato – anche in modo inconsapevole – i social e internet non esisterebbero, come non esisterebbero le religioni, gli affetti e persino la parola tempo. Il tempo è un marcatore di senso, cioè la piena avvertenza dell’inizio.
Sui social il tempo non esiste, in nessuna forma (circolare, rettilinea, ciclica). Si passa da fatti appena accaduti, a cose accadute giorni e persino mesi prima. Tempo fa mi sono ritrovata un reel su Instagram che mi mostrava un fatto accaduto in Francia e che mi aveva impressionata, così sono corsa a verificare la veridicità della cosa. La notizia era vera, solo che non era una notizia ma un fatto risalente all’anno precedente. Instagram però me lo stava presentando come attuale. Sui social tutto accade adesso: il passato accade adesso, il presente accade adesso, il futuro accade adesso e accadono cose che non sono accadute. Con quest’ultima cosa mi riferisco ai contenuti generati con l’intelligenza artificiale che letteralmente emergono dal vuoto. In sostanza connetterci riempie le nostre vite di vuoto ed eternità.
Ci fa fare un’esperienza sintetizzata di qualcosa che almeno come massa non avevamo sperimentato. L’accesso alla connessione è una forma sintetica di estasi, di meditazione, che viene indotta sfiorando le icone delle app.
Per le cose che ho scritto fin qui, ritengo che le analisi che parlano di horror vacui digitale, di vuoti riempiti dai social, abbiano un limite e che è un limite di prospettiva. L’espressione horror vacui digitale indica il virtuale come pieno e la realtà materiale come vuoto. Secondo questa prospettiva disconnettersi significherebbe sperimentare il vuoto. Dal mio punto di vista, invece, è l’esatto opposto.
Disconnettersi significa reincarnarsi, tornare consapevoli della materia e la materia è inizio, è tempo. Il motivo per cui passiamo tanto tempo connessi è l’horror pleni. La paura dell’essere pienamente umani. Ciò che, disconnettendosi, diventa insostenibile è il tempo, la vita, le relazioni incarnate (cioè fra i corpi). La condizione umana è ciò che ci getta nello sconforto.
Quel pieno che sono i corpi ci fanno chiedere: che senso ha essere questi corpi? Che senso ha questa vita? Un attimo prima eravamo in un mondo in cui tempo e spazio non esistevano, in cui tutto era possibile. Un mondo in cui puoi cambiare arredamento ogni giorno e contemporaneamente combattere contro il patriarcato, il cambiamento climatico, la guerra e le ingiustizie e tutto questo mentre hai dei capelli meravigliosi grazie alla giusta routine (sì, ora sapete cosa appare principalmente nel mio feed). Ma torniamo al vuoto, all’eternità, al divino e alla dimensione immateriale della vita umana (affetti, emozioni ecc. ecc.). Queste cose vengono percepite da quel senso che non è uno dei cinque sensi e che potremmo chiamare il senso della relazione. I social, internet e l’IA hanno successo non perché le persone siano stupide, prive di cultura o istruzione; hanno successo perché si connettono e parlano al senso della relazione. Lo fanno però togliendoci quell’incomodo che sono i corpi, l’inizio e il tempo. Ci facciamo reindirizzare verso la porta e il tunnel che conduce al vuoto sintetico perché prima ancora dei soldi, del successo o della visibilità sfiorare quelle icone ci promette di liberarci da quel garbuglio complicato e faticoso che è essere persone e avere a che fare con altre persone.
È un piano astrale sintetico.
La mia domanda è: quanto tempo ci vorrà prima che l’horror pleni diventi terror pleni? In sostanza, quanto tempo ci vorrà prima che la semplice idea di essere questo corpo, di avere un inizio, di essere consapevoli del tempo, diventerà qualcosa che fa così paura, è così doloroso che accetteremo qualunque cosa ci dia la parvenza di liberarci dei corpi? Magari facendo il “download delle nostre coscienze” da qualche parte.
Finirà la gioia di essere dei corpi? Anzi, il terrore di essere dei corpi sconfiggerà la gioia di essere dei corpi?
Se questo è il rischio del nostro rapporto con il tempo – la tentazione di liberarci dei corpi e della finitezza – allora la domanda diventa un’altra: esiste un modo di abitare il tempo senza fuggirlo?
Per rispondere a questa domanda parto da una parola che per me ha un ruolo fondamentale culturalmente e affettivamente. Saudade. Questo sostantivo, che appartiene alla cultura brasiliana, ha molte traduzioni in italiano – le più comuni sono mancanza e nostalgia – ma nessuna di queste traduzioni è in grado di restituirne il senso profondo. Forse il concetto occidentale che le è più vicino è l’eros, ma nel tempo e nel linguaggio comune l’aspetto sessuale di questo concetto ha preso il sopravvento. La saudade è ricordo che attraversa il tempo e che vive, tocca i confini del presente spingendoli in avanti. La saudade è una forma di memoria che non cancella la distanza e non elimina l’assenza. Al contrario: le lascia vivere nel presente. È contemporaneamente il senso dolce del perduto, di ciò che non c’è nel mondo materiale ma vive nel “qui e ora”. Essa è anche il senso vivo delle possibilità non vissute (saudades do que não vivemos). Non riguarda semplicemente un voler rivivere qualcosa che non c’è più, non è mera nostalgia, la saudade è un luogo in cui le cose sono vive nonostante lo spazio e il tempo. La saudade è il tempo che, senza travestimenti e misurazioni, si mostra come desiderio e come possibilità. Quando mia sorella mi scrive tô com saudade de você non mi sta semplicemente dicendo che le manco. È un invito. Esattamente con quelle parole mi dice sentiamoci, facciamo una telefonata perché tu sei viva nel mio spazio di ciò che è prezioso e importante per me. Proprio nella costruzione della frase diventa evidente che assenza e presenza coesistono e il tempo non è qualcosa di misurabile o remunerativo, non è frammentato. Il tempo della saudade non è qualcosa che va in una direzione, ma fa accadere le cose. La traduzione letterale della frase è: io sono con la mancanza-desiderante-vivente di te. Cioè “io sono in uno spazio in cui tu sei con me, anche se non ti ho materialmente accanto, anche se apparentemente non siamo connesse”. E infatti sono presenti due pronomi personali: l’io (che è sottinteso in estou) e il tu (você). Mia sorella potrebbe dirmi sinto sua falta – sento la tua mancanza – perché è un’espressione altrettanto comune, ma se lo facesse mi starebbe dicendo un’altra cosa.
Si può essere con saudade di molte cose: luoghi, persone, situazioni o possibilità. Questo sentimento, anche se chiamarlo sentimento è riduttivo, non porta ad accettare le cose così come sono. È una mancanza desiderante e non arresa. Il femminismo altro non è che il nome che abbiamo dato a quella diffusa mancanza desiderante in cui erano le donne e che si è trasformata in azione. Il desiderio di una vita piena, di essere viste come pienamente umane, di poter agire pienamente. Quando penso alla saudade mi vengono in mente due donne. Una è Carolina Maria de Jesus che dalla “stanza dei rifiuti” – ndr la favela – pur essendo povera in un modo che oggi in occidente è difficilmente immaginabile, pur essendo nera, con tre figli e la minaccia per la sopravvivenza che incombe a ogni ora, inizia a scrivere. Scrive il suo diario, scrive racconti. Scrive per rimanere viva e non arrendersi al fatto di dover solamente sopravvivere. Penso alla figlia e alla compagna di Marielle Franco che hanno fatto dell’assenza dolorosa una presenza viva e azione.
Fin qui la connessione fra saudade e il frapporsi al vuoto e all’horror pleni generato da internet può sembrare lontanissima. Ma cosa accade se al vuoto alterniamo la saudade? Se diffondiamo la saudade come quella pratica di assenza viva e desiderante? La saudade porta, se ben diretta, a un’interruzione, una deviazione, un inizio. Anche piccolo. Come il fare una telefonata al posto di scambiarsi reel e messaggi. O prendersi un caffè. In alcuni casi può diventare stimolo per organizzare incontri, fondare collettivi, iniziare progetti. La saudade è la gioia e la paura insieme, ma è prima di tutto fare consapevolmente propria la condizione umana, che è quella condizione che ci porta a fare i conti con l’inizio e la fine, le possibilità e i limiti ma che il desiderio trasforma in senso e azione. E forse potremmo persino dire che saudade e tempo coincidono.
Nel mio rapporto con il tempo c’è un prima e un dopo. Lo spartiacque è l’accidente che mi ha atterrata. Questa duplice esperienza del tempo non smette di farmi pensare. Il “prima” era un tempo tutto pieno. Tra passione politica lavoro famiglia libreria nelle mie giornate saltavo da un impegno all’altro sempre alla ricerca di non so cosa. Il vuoto mi dava angoscia, quasi io non esistessi se non nell’immagine pubblica. C’è sempre qualche buco esistenziale da riempire, oltre alle imposizioni che vengono dal sistema simbolico e sociale vigente. Poi di colpo nel maggio del 2009 l’immobilità: bloccata dalla vita in giù. Faticosamente rimessa in piedi a forza di fisioterapia, la logica del tempo tutto pieno era irrimediabilmente saltata.
I tempi del mio corpo tuttora dettano legge e strutturano un tempo considerato vuoto nella logica precedente. Quello che viene più in evidenza è il vivere, con ciò che è essenziale per me e con ciò che davvero desidero, stante gli alti costi che ogni azione comporta. Vivo l’accelerazione di riflesso: più si fa incalzante la vita delle amiche, soprattutto più giovani, più diminuisce la mia possibilità di stare in loro compagnia.
Del “prima” fa parte la mia partecipazione nel 2008 a Roma al secondo Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe su “Il pensiero dell’esperienza” (da cui il libro omonimo per Baldini Castoldi Dalai, 2008) e in quella occasione andarono dritte al cuore le parole di Ina Praetorius: criticava il progetto della modernità che, tirando dentro le donne emancipate, «intende rendere possibile una vita umana che possa delegare la gestione della routine alle macchine» (p. 77). In quella logica il quotidiano è inteso come il lato ripetitivo e funzionale di un’esperienza, mentre fuori dal quotidiano c’è l’avvenimento speciale che è espressione di libertà. Pensai che quella “logica dell’evento” riguardasse anche me. Ciò che viene proposto come desiderabile è una vita piena di eventi, delegando la cura del vivere alle macchine – oggi possiamo già pensare ai robot – oppure a rider sottopagati oppure a donne straniere che lasciano i loro figli per curare i nostri.
Penso che la logica dell’evento sia perfettamente interna alla concezione astratta del tempo lineare che sovrasta il piano del vivere, e ne svela la natura sessuata. In scena c’è un soggetto (maschile) che si sovraccarica di progetti che gli diano esistenza, perché ossessionato dal tempo che passa e in ultima analisi dalla morte. In quella logica le esperienze non si vivono: si consumano. Il viverle richiederebbe un’altra postura: la disponibilità al momento con ciò che ha di inedito.
Il pensiero della differenza da decenni ha criticato la concezione del tempo lineare. In “Approfittare dell’assenza” (Liguori 2002) Ida Dominijanni ne richiama un punto basilare sostenendo che il rifiuto del tempo lineare è iscritto nel corpo femminile: «un corpo femminile sa che il tempo va periodicamente avanti e dietro; progredisce e regredisce, sfreccia e si avvita su se stesso, che nella mancanza e nei vuoti si può non solo esistere ma anche godere» (p. 189). Inoltre, nell’introduzione allo stesso volume, Luisa Muraro a proposito delle donne nella storia introduce il concetto di “intermittenza”, di una presenza con un andamento carsico interpretando quello che sembrava un difetto di continuità come «una storicità originale non confinata nella cronologia e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci» (p. 5).
Erano anni di ricerca teorica e contemporaneamente di pratiche politiche di effettiva trasformazione nel presente, con la baldanza di essere in tante a sperimentare nuovi modi di stare al mondo, sottraendoci ai codici vigenti e istituendo una sorta di tempo altro. Vivevamo un tempo inattuale che sfuggiva alla logica dell’evento e si muoveva piuttosto con la logica delle relazioni. E sentiva la realtà rispondere.
C’erano però già i segni di un cambiamento profondo: al Simposio del 2008 Chiara Zamboni parlava di un presente onnicomprensivo che «ci è caduto addosso».
Non mi escono dalla mente quelle parole di Chiara perché sembrano l’annuncio dell’oggi. Del presente che ci è caduto addosso sentiamo il peso sempre più gravoso man mano che la tecnologia si impadronisce della nostra vita. Circola un diffuso malessere che fa ammalare il corpo soprattutto tra le persone più giovani. È l’insostenibile peso del tutto contemporaneamente: dall’accelerazione che sta portando l’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro all’angoscia per un mondo dominato dalla forza e dalle guerre.
L’accelerazione richiede la risposta immediata e questa pretesa si è installata anche nella vita pubblica. In ogni situazione tutto ciò che va nella direzione di un procedere che chiede un tempo lungo per dare risultati è visto come velleitario e sostanzialmente inutile. In una scuola di La Spezia capita la tragedia dell’accoltellamento a morte di un ragazzo e pochi giorni dopo esce la normativa per mettere metal detector nelle scuole. Ho lavorato per molti anni al recupero della devianza nella scuola in cui insegnavo e so che quella strada non porta da nessuna parte. Per sperare di avere qualche risultato ci vuole l’attivazione dell’intera comunità, dare voce a tutti i soggetti interessati e tanto lavoro lento che ponga le basi di una trasformazione soggettiva comune.
Attraverso i mezzi di comunicazione di massa sia tradizionali che social, attraverso le numerose reti di cui siamo partecipi, ciascuna e ciascuno di noi è preda di una sovrastimolazione continua e estenuante. Il rischio è che prevalgano strategie difensive come quelle descritte da De Carolis ne “Il paradosso antropologico” (Quodlibet 2018) quando parla di una «scissione verticale» dell’esperienza. Il soggetto è performante, ma non abita pienamente la propria esperienza: si rifugia nella “casella” di quel momento e tutto ciò che arriva da fuori della casella, compresi gli affetti e le emozioni, è considerato “rumore”.
Un’esperienza scissa, parcellizzata e anestetizzata è un risultato che va nella direzione esattamente opposta alla strada che il femminismo ha aperto e che si continua a percorrere con l’idea del cambiamento del mondo modificando se stesse e il proprio rapporto con esso, riconoscendo valore politico al presente senza proiettarlo nel futuro.
Oggi tuttavia la situazione è difficile: le pratiche sono più rarefatte – non c’è tempo per farle – e non si è portato avanti il lavoro del pensiero sul tempo che nel secondo Novecento ha visto contributi notevoli sia da parte femminile che maschile. Siamo in una stretta: la concezione lineare è implosa su se stessa ma non si riesce a passare a nuove rappresentazioni simboliche all’altezza dei tempi, capaci di accogliere e mostrare il senso politico di pratiche trasformative del presente.
Sostengo che è implosa perché nella astrazione che la costituisce è venuto meno il suo principio ordinatore. Rappresentare lo scorrere del tempo come una linea che si prolunga all’infinito si basa sulla successività e in quella rappresentazione la simultaneità costituisce l’eccezione perché non può essere tenuta dentro lo schema. Tuttavia è capitato ed è sotto gli occhi di tutti che oggi l’eccezione è diventata la regola, mandando all’aria lo schema: si è installata la simultaneità in questo presente che è tutta la vita che abbiamo.
Se è urgente riaprire la strada a pratiche di sottrazione segnate dalla differenza, è altrettanto urgente riprendere il lavoro del pensiero che produca crolli e smottamenti, evidenzi il collasso di quella astrazione, aprendo un conflitto a livello simbolico e producendo nuove rappresentazioni. Condivise.
Il primo passo è prendere coscienza che la concezione lineare è introiettata fa parte delle categorie mentali con cui viene inquadrata l’esperienza ed è veicolata dalla lingua stessa che parliamo. L’italiano, infatti, come le altre lingue indoeuropee, con le coniugazioni ci presenta il tempo come quadro e misura degli avvenimenti secondo la tripartizione passato-presente-futuro, in una linea che si prolunga all’infinito.
Nell’apertura di un conflitto simbolico sul tempo ho trovato un inconsapevole alleato delle femministe nel pensatore francese François Jullien. Il suo libro, pubblicato da Luca Sossella con il titolo “Il tempo. Elementi di una filosofia del vivere”, mi ha fatto intravedere una prospettiva che colloca e avvalora le invenzioni del femminismo basate su un’altra temporalità.
L’autore mette in tensione l’idea occidentale del tempo con il pensiero cinese proprio allo scopo di arrivare dall’interno a una «riconfigurazione globale delle nostre rappresentazioni sul tempo» (p. 47). L’analisi del pensiero cinese è molto approfondita, come lo è la rivisitazione del pensiero filosofico occidentale, e in questo luogo non se ne può dar conto. Io mi limito a proporre alcune suggestioni che vanno incontro alla riflessione femminista e aprono a decolonizzare la mente dalle categorie vigenti.
Secondo l’autore il pensiero cinese «ha pensato il “momento stagionale” e la “durata” ma non un involto che li contiene entrambi, ossia il tempo omogeneo e astratto» (p. 7). Questo è il punto sorprendente: il concetto di tempo in Cina non si è formato e questo è capitato perché il pensiero del suo corso non è stato isolato da quello del processo. La cultura cinese ci presenta due termini (e non tre) entrambi in corso: il passato che se ne va/il presente che se ne viene, e fra essi avviene una costante transizione. «A costituire il mondo “in quanto dura” è quel “se ne va/se ne viene” permanente»” (p. 35). Non c’è un inizio e una fine ma una processualità del mondo in costante rinnovamento. In questo modo è stata pensata la “durata”. Per quanto riguarda il “momento stagionale”, sono le stagioni a manifestare nel loro susseguirsi «la coerenza del processo del mondo e della vita che, in quanto regolato, non può esaurirsi» (p. 44).
Una grande vicinanza con il femminismo della differenza l’ho trovata anche rispetto al cambiamento: nella cultura cinese è sempre pensato in corso, non secondo la logica temporale della distensione ma secondo la logica della transizione.
Mi sento molto in sintonia con questa concezione in quanto io stessa, tempo fa, sulle pagine di Via Dogana ho proposto un’idea che va nella stessa direzione. In “Cosa buttare? Cosa tenere?” (VD 103) proponevo di abbandonare l’idea del cambiamento come qualcosa che crolla definitivamente e qualcos’altro che deve essere creato al suo posto e pensarlo invece sotto forma di metamorfosi. Portavo come esempio la nascita delle lingue moderne dal latino: è stato un cambiamento profondissimo, senza un inizio e una fine, che si può vedere come una continua transizione data dal fatto che nell’età di mezzo gli esseri umani hanno continuato a parlarsi e a mescolarsi.
In Via Dogana, attorno al 2010, abbiamo lavorato molto a partire da uno spunto che veniva da Rebecca Solnit con il suo libro “Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo” (Fandango 2005). Solnit sosteneva che il problema è cambiare l’immaginario del cambiamento. Oggi quell’idea è da riprendere e da estendere alla temporalità nel suo complesso. Riconfigurare le nostre rappresentazioni sul tempo, anche con l’apporto di studiosi di altre culture, può permettere di renderle condivise, cioè per tutte e per tutti.
Intuitivamente abbiamo titolato questo numero di VD3 “Il tempo è vita”, ma sarebbe meglio dire: il tempo è il processo della vita.
Ho capito che non c’è un altro tempo. Inutile e ingannevole pensare che verrà il tempo magico in cui la libertà danzerà da sola e il desiderio finalmente prenderà corpo. Ho capito che il tempo è sempre adesso. Il tempo è un paso doble sovversivo in cui libertà e desiderio osano danzare con il bisogno e la necessità. Non si lasciano rimandare e mettere in pausa, in attesa di tempi migliori. Non si illudono che verrà il loro tempo. Il bisogno e la necessità non saranno di per sé erotici (benché a volte ci offrano il piacere del fare le cose per bene…) ma sono indispensabili per rigenerare il desiderio. Il gioco della vita, quello a cui sono arrivata io, è proprio di continuare ad accettare il contatto con il limite per scoprire e rimettere in gioco il desiderio. E quindi autorizzarsi a cercare il piacere.
Ho capito che più ci sentiamo in lutto per tutto quello che stiamo perdendo, più dobbiamo ripartire dal desiderio. Perché il desiderio contempla il rischio e ama l’imprevedibilità e proprio per questo può far inceppare la civiltà della sorveglianza: nella grande rete in cui siamo immersi quello che conta non è la qualità di un comportamento, ma il calcolo che lo rende prevedibile (e quindi fonte di guadagno). Possiamo ricominciare – subito, adesso – a immaginare: già questo può far inceppare il dominio del predittivo in cui tutto sembra confluire spontaneamente, ma che in realtà è il dominio della frammentazione del nostro tempo. Immaginare: facciamoci questo regalo quotidiano luminoso e conturbante, rischioso e imprevedibile. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo per radicarci in tutto il nostro tempo.
Ho capito che pace non vuol dire evitare confronti e conflitti. Al contrario. La “spontanea” pacifica confluenza è la negazione delle differenze e dei conflitti: «la macchina alveare […] quando ogni organismo canticchierà in armonia con ogni altro organismo e non saremo più una società, ma una popolazione che fila liscia in una confluenza senza ostacoli, determinata da mezzi di modifica del comportamento che aggirano la nostra consapevolezza e che pertanto non possono essere patiti o combattuti» (Soshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza). Il conflitto è un bene necessario, una competenza che dobbiamo riscoprire, per non annegare nella logica annichilente di like e dislike, rinchiusa nel ripiegamento identitario, l’idem, il medesimo. Quello scafandro che ti porti in giro illudendoti di stare nel mondo. Il conflitto al contrario è generativo, può esserlo.
Ho capito che non si finisce mai di imparare a contrattare. Nel Sottosopra Immagina che il lavoro dicevamo: «Dire ascoltare contrattare. Contrattare: tra sé e sé, tra i desideri e le stanchezze, il pensare in piccolo e il pensare in grande, per dare valore a tutto il nostro tempo. Contrattare con chi ci vive accanto, in casa, in città, al lavoro, per fare in modo che i confini tra sé e l’altra/o rimangano mobili e non diventino barriere. Contrattare con chi si para davanti al nostro cammino con l’intenzione di bloccarlo o dirigerlo.» La contrattazione inaugurata dalle donne nel loro percorso di libertà ha questo di peculiare: che attraversa la vita intera, casa e lavoro, relazioni e politica, tempi e desideri, corpi e parole, perché le donne vogliono stare intere. E proprio per questo spesso deviano dai percorsi già dati, fanno saltare gli argini, rompono gli schemi.
Ho capito che non c’è contrattazione se non ci si riconosce reciprocamente come soggetti. La contrattazione mette insieme due soggetti che hanno bisogno l’uno dell’altro, ma irriducibili l’uno all’altro. Se tu parti da te, dal tuo desiderio, dalla tua capacità di immaginare, di proiettarti avanti stando radicata in te stessa, allora esperimenti che l’altro/a, in realtà, anche se sei mossa dal desiderio, tu non li puoi mai possedere. Sono fuori dal tuo controllo. È questo il passare dall’Uno al Due. Ed è proprio il non possesso e non controllo che consente al desiderio di vivere. Per contrattare devi prendere parola e dare ascolto, dare ascolto e prendere parola. C’è contrattazione (ci dovrebbe essere) nei luoghi di lavoro, in amore e in amicizia, nelle relazioni personali, politiche. La contrattazione invera la libertà. E a volte anche il piacere! Contrattazione e libertà sono processi. Non sono mai conclusi ed è bene non darli mai per scontati. Tu chiamala se vuoi… libertà in relazione.
Ho capito che è solo con questa consapevolezza che a volte decidi di alzarti dal tavolo e te ne vai: scegli di non farti trovare. Ho capito che puoi essere stanca, annoiata e delusa da te stessa (e dagli altri) perché il passaggio del costituirsi come soggetto, dell’imparare a stare nella fecondità degli incontri e delle relazioni, non avviene magicamente e una volta per tutte. Non è mai finito. È adesso, ancora. E ancora. È questo che dà senso a tutto il nostro tempo.
Ho capito che se il tempo è ora, allora non è tardi. È sempre tempo di rimettersi in cammino.
Voglio parlare della mia esperienza in un ambito in cui l’intelligenza artificiale ha avuto un forte impatto: la traduzione. Ho insegnato questa materia per anni e ho tradotto in tedesco molti testi della Libreria delle donne e di Luisa Muraro. Da qualche tempo la mia attività didattica è terminata, e lo dico con un certo sollievo perché vedo come le professioni nel settore della mediazione linguistica cambiano con ritmi vorticosi e richiedono sempre più competenze tecnologiche: infatti, oggi non si formano più semplicemente traduttrici e traduttori, per essere competitivi ci vuole il Master per AI-Empowered Linguists (linguistipotenziati dall’IA).
Non è che la ricerca e la pratica di integrare lingue e tecnologia sia una cosa recente; da decenni sono stati sviluppati strumenti di traduzione assistita come glossari elettronici, risorse terminologiche per la comunicazione internazionale, soprattutto a livello UE. Le traduzioni prodotte per la comunicazione in tutte le 24 lingue ufficiali mi sembravano sempre piuttosto “brutte”, standardizzate e semplificate, tutte ricalcate sull’inglese. In un certo senso chi traduceva per l’UE aveva già anticipato ciò che l’intelligenza artificiale fa oggi: per togliere ambiguità dai testi e per garantire la coerenza tra migliaia di documenti, si usa un linguaggio del tutto asettico, il “translationese”.
Dalla traduzione assistita si è poi passato alla traduzione automatica che consente di tradurre istantaneamente grandi volumi di contenuti in modo rapido, all’insegna della velocizzazione e dell’aumento della produttività in quella che ormai è una vera e propria industria linguistica.
Ancora qualche anno fa io mi tranquillizzavo dicendo: non saranno mai in grado di tradurre testi complessi, testi letterari, allusioni, polisemie… Ho dovuto ricredermi e riconoscere la mia ingenuità di allora. «Tradurre tutto? Davvero?» «Sì. Tutto». Questo è quello che promette una grande piattaforma di traduzione, ammettendo però che si tratta di un obiettivo non del tutto raggiunto ma abbastanza vicino grazie alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa.
Ed effettivamente si ottengono risultati notevoli, in pochissimi minuti si traduce un libro intero, e chi prima traduceva in ore e ore di lavoro ora si ritrova ridotto a fare il post-editing, la revisione dei testi già tradotti. Comunque, almeno per adesso, l’intervento umano continua a essere indispensabile.
A questo punto ho fatto un auto-esperimento per vedere che effetto fa su di me questa modalità di traduzione: ho preso il libro che sto traducendo (Luisa Muraro, Esserci davvero). Normalmente procedo in questo modo: dopo una lettura dell’insieme (preferibilmente in forma cartacea) procedo con il testo in formato digitale e ci scrivo “sopra” la mia traduzione, mettendo le due lingue in stretto contatto; passo dopo passo faccio risuonare le parole italiane in me e comincio a esplorare le risorse infinite della mia lingua materna per trovare le parole giuste. Lo sento come un atto creativo, che mi coinvolge emotivamente. Mi piace la mediazione tra un contesto e l’altro, ho presente chi ha scritto il testo, ho presente più o meno chi andrà a leggere la mia traduzione. Insomma, è un grande piacere, in un processo lento – magari solo cinque cartelle al giorno.
Adesso invece – zacchete! – basta inserire il testo originale nella piattaforma dedicata e mi trovo davanti più di cento pagine che pretendono di esserne la traduzione. La mia prima reazione è stato un senso di grande frustrazione, di espropriazione. Poi ho cominciato a spulciare il testo: molte parti non presentavano errori, ma sembravano come piatti, senza vita… In altri punti, interpretazioni insensate. E qui comincia un lavoro faticoso: invece di lavorare su un testo per produrne un altro nell’orizzonte aperto della mia lingua materna mi sento cacciata nell’orizzonte stretto di parole prodotte sulla base di calcoli di probabilità e devo lavorare su due testi, confrontando in continuazione l’originale e la traduzione automatica per produrne una terza versione. Altro che risparmio e di tempo e aumento della produttività! È stata una perdita di tempo, ma soprattutto una perdita di piacere. Quindi non ci sto più e torno al mio metodo precedente, almeno per i libri e documenti di questo tipo.
Anche altre traduttrici hanno descritto i testi prodotti automaticamente come “corsetto”, come gabbia dalla quale non è facile liberarsi, anzi può influire negativamente il nostro uso della lingua perché non stimola la nostra capacità di esprimerci. La ricerca parla di priming, un apprendimento implicito, non consapevole, che favorisce la produzione di un linguaggio standardizzato anche da parte di chi avrebbe un repertorio molto più ricco.
Certo, ora trovo nella mia posta elettronica le pubblicità di piattaforme che promettono traduzioni sempre più “umane”, grazie all’IA, basta pagare la versione “pro”, “business”… a prezzo crescente a seconda la qualità garantita, ma la mia preoccupazione rimane la stessa: è come se consegnassimo la nostra competenza di parlanti alla macchina.
Io mi accorgo di questo rischio quando devo scrivere in lingue che non sono la mia lingua materna come l’inglese o il francese: talvolta ricorro alla traduzione automatica per comodità e per evitare eventuali errori di grammatica. Mi rendo conto che in questo modo riconosco autorità all’algoritmo e la tolgo a me – almeno fino ad un certo punto, mi resta comunque il controllo sul senso del testo.
Oggi Google Translate, Deepl e ChatGPT sono a disposizione di tutte e tutti, ed è anche positivo che permettano la comunicazione diretta (ma comunque mediata) tra persone che altrimenti non potrebbero parlarsi. Tuttavia, ho osservato che spesso vengono usati come se fossero calcolatrici, non c’è la consapevolezza che una traduzione non è un’equazione, ma per ogni frase in una lingua ci sono varie passibilità di resa, la macchina te ne offre una. Chi traduce in carne e ossa valuta contesti culturali, destinatari/e, connotazioni… So per esperienza che ogni lingua ti apre un mondo, ed è la radice relazionale stessa della lingua e il rapporto vivo con essa che mi dà misura.
Contributo di Gabriele Schärer dopo il workshop Fare impresa Femminista a Zurigo, 14 settembre 2025
Prima di partire per le vacanze, a inizio settembre, ho ricevuto l’invito a un seminario a Zurigo, organizzato da Fem! Feministische Fakultät con alcune donne della Libreria delle donne di Milano.
Mi sono iscritta, anticipando il mio ritorno dalle vacanze per poter partecipare al workshop “Partire da sé”, dove “le milanesi” hanno proposto l’argomento “Fare impresa femminista” da approfondire con le partecipanti. Da allora, questo argomento continua a occupare la mia mente e mi stimola a pensare.
Grazie a voi donne della Libreria, una domenica a Zurigo ho ripensato la mia pratica femminista.
Per la prima volta ho considerato la mia piccola impresa nell’ambito cinematografico come un’impresa femminista. I mei documentari per il cinema nascono dal mio volere, dal mio desiderio. Le donne che presento nei miei film entrano in relazione con me e si apre una possibilità di un confronto politico. Da questo confronto può nascere la collaborazione nelle riprese del film, o magari no.
Quando stavo preparando il documentario SOTTOSOPRA – La rivoluzione più bella del ventesimo secolo le cose sono andate un po’ diversamente. Traudel mi ha portato al Circolo della rosa, dove ho chiesto di poter intervistare qualcuna sulla fine del patriarcato. Tutte quante mi hanno indicato Luisa Muraro. Lei aveva poco tempo per me, inoltre non parlo bene l’italiano. Traudel era disposta a gestire il confronto politico di cui avevo bisogno per realizzare il film. Luisa sembrava fidarsi di Traudel, che si è dimostrata un’autorità in materia di politica delle relazioni e fine del patriarcato. Inoltre conosceva bene il dibattito nei paesi di lingua tedesca. Senza questa relazione non mi sarebbe stato possibile realizzare il film. L’incontro a Milano per me è stata una lezione di autorità femminile, sulla sua trasmissione e sulla sua emanazione, ovvero di politica delle donne alla fine del patriarcato.
(traduzione di Traudel Sattler)
(*) Gabriele Schärer è la regista svizzera che nel 2002 ha girato il documentario Sottosopra – Die schönste Revolution des 20. Jahrhunderts [Sottosopra, la rivoluzione più bella del XX secolo] ispirato dalla sua lettura del Sottosopra rosso sulla fine del patriarcato. Dopo un incontro a Milano al Circolo della rosa aveva trovato il taglio per il suo film e scelto le protagoniste: la sindacalista Christiane Brunner di Ginevra, la teologa Marga Bührig di Zurigo, l’infermiera ginecologica Heidi Ensner e la filosofa Luisa Muraro. Recentemente il documentario è stato riproposto dalla TV svizzera Playsuisse.
La società appare fortemente cambiata rispetto a pochi decenni fa, eppure molte di queste trasformazioni non ne hanno intaccato i meccanismi profondi. Ancora oggi, come è stato fatto notare all’interno della redazione aperta di VD3 – Fare impresa femminista – le donne si affidano agli uomini e ammirano gli uomini, un fatto certamente non vero in senso assoluto ma sicuramente presente nella realtà di tutti i giorni. Credo sia troppo facile, rimanendo nella «bolla femminista», giudicare queste donne. Molte di loro probabilmente non si rendono conto della questione, tanto è radicata la convinzione che siano gli uomini il modello da imitare, mentre altre, che comprendono perfettamente il sistema in cui vivono, scelgono di replicarlo – o di adattarsi ad esso – per quieto vivere, per timore, per conformismo o per trarne vantaggio personale al fine di raggiungere i propri obiettivi. C’è ancora spazio dunque per il femminismo? In redazione il femminismo è stato definito vantaggioso, ma vantaggioso per chi? Certamente per me che grazie al femminismo posso essere coerente con me stessa e quindi libera di essere me quando mi muovo nel mondo. Nella mia vita c’è un prima e un dopo l’incontro con il femminismo, conosco il prezzo di una vita modellata su pensieri e desideri non miei ma offertimi da altri e conosco il prezzo di una vita scelta da me e vissuta secondo il mio desiderio e solo ora so che preferisco la seconda opzione. Ma questa scelta non è a costo zero. Praticare il femminismo ed essere femminista per me significa esporsi, mettersi in contraddizione e talvolta in contrasto con me stessa e con le persone che mi circondano. Significa prendersi il rischio di perdere relazioni sentimentali anche se resta il desiderio d’amore, di perdere opportunità lavorative anche se si desidera un miglioramento della propria situazione economica, di perdere i rapporti con la famiglia e con la propria rete sociale anche se si considerano queste persone importanti e gli si vuole bene, tutto per cercare delle forme relazionali nuove che rispondano al mondo che vorrei e a quello che sento coerente con me stessa. In questa pratica continua ogni incontro con l’altro mi chiede di decidere da che parte stare. In un’epoca in cui siamo libere come mai storicamente prima continuiamo ad esserlo a nostro rischio, questa libertà continua ad avere un costo, ad essere sotto attacco e ad essere relegata all’individualità della singola donna che decide per sé. Ma è anche per questo che il femminismo è vantaggioso, perché parla al plurale e porta in sé la speranza che prima o poi la libertà delle donne avrà come limite solo il proprio desiderio e il rispetto del desiderio altrui. Ma non siamo ancora a questo punto. Spesso ciò che è vantaggioso per sé stesse è controproducente per tutte le altre, camminiamo nella contraddizione. Penso al “sex work”, alle donne che dicono di trarne vantaggio e a tutte quelle come me che ci vedono la violenza. Penso allo strumento della denuncia quando si parla di violenza maschile contro le donne e quanto ancora si attui la scelta del silenzio per paura, per sfiducia nelle forze dell’ordine, per l’illusione che quel comportamento violento non sia davvero pericoloso, ecc. quando invece l’esposizione pubblica sarebbe d’aiuto a tutte nel lungo periodo. Penso alle direzioni delle grandi aziende, con sempre più donne coinvolte ma in un sistema che resta saldo su vecchi schemi già visti. Forse la grande contraddizione che viviamo è che il femminismo ha trasformato le donne che lo hanno incontrato ma non ancora il mondo intorno a loro e si è creato il paradosso per cui una pratica nata dal personale per diventare collettiva si è ora incastrata nelle trame insidiose dell’individualismo. Siamo ancora in cammino, dobbiamo ancora chiederci per chi stiamo agendo e se quello che stiamo facendo sia davvero vantaggioso per noi donne come unicità e come pluralità. Le radici del movimento delle donne sono forti, ma i rami e le foglie hanno costantemente bisogno della nostra cura.
Fare impresa è un bel modo di dire l’azzardo che c’è nelle nostre vite: per me, il passaggio dai collettivi, al Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (CIDI), alla Merlettaia, e, insieme, il mio impegno nelle Città vicine, ma anche in Libera, nel Coordinamento per la pace a Foggia. Sempre mi ha accompagnato e mi accompagna l’idea che ciò che cerco appare solo se sto nelle cose, lì, sottraendomi ai lacciuoli che mi imprigionano e ascoltando l’enormità di ciò che desidero. Spesso questa enormità appare nelle parole di chi mi circonda: è una cosa dell’altro mondo; eppure, è lì nel mondo. Recentemente lavorando con alcune scuole sulla pace, e in particolare su come la pace si agganci al quotidiano e al conflitto nell’esperienza relazionale femminile, mi è successo di scoprire che quello che io credevo di dover portare c’era già, parlava nel modo di insegnare attento e profondo di alcuni e alcune docenti. E poco conta che loro non lo chiamino autoriforma, come lo abbiamo chiamato noi, l’autoriforma è lì. È lì quell’altro modo di fare scuola che tiene insieme autorità e libertà, ricerca appassionata di un modo di sentire le cose e traduzione nell’azione, attenzione alle dinamiche relazionali in classe e apertura al territorio. È una gioia enorme riconoscerlo e lì mi sento anche subito riconosciuta. Quel riconoscimento è la linfa che fa vivere le relazioni come ricerca di senso, non come una somma, né come un modo per essere più forti. O meglio, se di forza si può parlare è perché appare un altro tipo di forza.
Ricordo la prima volta in cui questo fu evidente ai miei occhi. Fu nel più vecchio dei modi attraverso un tradimento amoroso. Ora quella parola – tradimento – mi sembra così consumata, mentre sono grata a quella esperienza. Lì scoprii che i modi tradizionali che avevo a disposizione per reagire non potevo adottarli. Non mi sarei lasciata intrappolare nel rancore o nel desiderio di rivalsa. Non sarei rimasta dove mi volevano mettere. Per un momento pensai che, se amare voleva dire soffrire tanto, non avrei più amato. Poi mi vidi. Vidi che l’amore era la forma della mia sessualità e dava una forma al mondo. A quella grandezza non potevo rinunciare, pur avendo attenzione alle mie forze reali. Questa mia consapevolezza, che in seguito diventò consapevolezza della differenza femminile, apriva ad altro. Questo fece ordine nei percorsi spesso non lineari che seguirono. Ma, devo ammetterlo, questa consapevolezza era tanto forte quanto misteriosa. Era la fine degli anni ’70 del ’900.
La penetrazione di quel mistero divenne la passione della mia vita. Questo rese interessante interrogare le mie azioni. Non si trattava solo di me. La sessualità era qualcosa che io agivo, ma per coglierne il senso io dovevo guardarmi dentro ma anche guardare fuori, guardare alle altre donne. Quello che era in gioco mi trascendeva. È una percezione questa che non ho più perso e mi ha protetta dall’eccessiva concentrazione su di me, mi ha ricordato costantemente che tutto quello che facciamo è mediazione.
Un’altra prova importante sono stati i conflitti nella Merlettaia, circolo culturale e politico di donne e uomini: lettere aperte, riunioni, risposte sgarbate quando mi sembrava che vincesse il formalismo; e anche lì mi hanno guidato le parole di qualcuna che mi tiravano fuori dall’oscurità in cui sprofondavo e mi indicavano dove indirizzare le energie: «dove c’è vita». Era un modo per portare lì, nel nostro contesto, le parole di Luisa Muraro: «fare un’altra danza». O meglio, ricordare per quale danza avevamo messo in piedi l’impresa della Merlettaia e quali erano i passi che mi riconducevano a quella danza. È così che ho capito che l’ordine che cercavo in quei modi non lineari aveva a che fare con la ricerca di uno stato di grazia non con regole e principi, doveri e finzioni. E però una volta capito questo dovevo fare i conti con le nostre forze, non più solo con le mie, con i meccanismi introiettati, con le contraddizioni che nascono dal fatto che qualche volta capiamo prima con la mente, altre col cuore, altre con i sensi e occorre tempo per ritrovare l’equilibrio.
Ma la scoperta della ricerca di grazia come elemento di ordine ha cambiato radicalmente il senso di tutte e due quelle parole e mi ha dato un indizio importante per capire la differenza della sessualità femminile.
Ricordo che in quegli anni ci dicemmo che dovevamo portare la nostra sessualità dappertutto. Io, nel frattempo, avevo fondato con altre e altri il CIDI a Foggia e avevamo cominciato a lavorare perché il CIDI fosse una struttura in cui la differenza femminile avesse ascolto. Sulla base di quel proposito fu facile non banalizzare, anzi restituire senso alla gioia con cui andavo a scuola e che esprimevo con colleghe e studenti. Per mantenere quella gioia valeva la pena aprire tutti i conflitti necessari, perché la scena che si apriva era un’altra scuola per tutti: una scuola in cui fosse possibile stare con gioia.
La pensavamo così in tante se da quella tensione nacque la pedagogia della differenza e il movimento di autoriforma della scuola con la sua inedita alleanza fra uomini e donne che, per almeno dieci anni, dal 1992 al 2002 ci ha visto confrontarci, discutere e appassionarci alla lettura dell’esperienza che facevamo come insegnanti, aprendo per la prima volta l’orizzonte simbolico di classi composte da studenti e studentesse, da insegnanti donne e uomini, e dando a questa differenza carattere politico.
Ciò di cui ancora oggi spesso mi stupisco è come il senso e l’importanza di alcune cose apparissero a tante e tanti quasi contemporaneamente con la forza del passaparola, la stessa modalità con cui passa l’informazione sulle buone letture. Infatti i libri ebbero un gran peso: i libri, i campi donne, ma soprattutto la comune fame di senso che faceva apparire ciò che di altro cercavamo come un angelo luminoso sull’orizzonte della storia.
Come dicevo all’inizio quel riconoscimento reciproco in relazioni illuminate dalla ricerca di altro fa, ancora oggi, da linfa e permette di interrogare la nostra storia, chiedendoci cosa lascia, iscritto come memoria nel nostro corpo, non solo a ciascuna di noi singolarmente, ma a tutti. È questa l’impresa a cui mi sono appassionata negli ultimi anni.
Tra fine febbraio e inizio marzo ho letto per la prima volta “Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”, libro edito nel 1987 dalla Libreria delle donne di Milano. Eppure, solo in vista di questa redazione aperta ho compreso che, da febbraio, io non ho mai smesso di leggerlo. Oggettivamente non è un volume infinito e non presenta migliaia e migliaia di pagine, ma è un testo che, nella sua finitezza, è in costante divenire. Questo suo divenire non si inserisce in una categoria statica, situata e astratta, ma si fa corpo e accoglie ogni piega del reale.
«Per una donna […] per diventare grande, in ogni senso del termine, c’è bisogno di una donna più grande di sé», infatti, la pratica dell’affidamento è ciò che «mette fine alla sterilità simbolica del sesso femminile». Solamente vivendo la Libreria ho potuto comprendere come il contenuto della citazione consista nell’aver assegnato parole e significato ad un significante che è esperienza trasformativa in quanto vissuta. È per questa ragione che le donne della Libreria sono riuscite a costruire, a mantenere e a diffondere un ordine simbolico altro. A questo proposito, mi piacerebbe trattare una questione affrontata più volte sia nel testo (cfr. Non credere di avere dei diritti) sia nelle discussioni in presenza, ovvero quella dell’invidia. L’invidia è uno degli strumenti attraverso cui il sistema capitalistico si alimenta, costringendo i soggetti a produrre compulsivamente per essere ancor più performanti. Non solo questo sentire è rimasto immutato nella dimensione reale, ma ha assunto nuove declinazioni negli spazi virtuali. Un esempio lampante è la cosiddetta FoMO (Fear of Missing Out). Questa nuova forma di malessere coincide con il timore di perdersi esperienze ed è scatenata dalla possibilità di assistere in diretta alla bellezza delle vite altrui, mostrate ed esibite sulle varie piattaforme virtuali. La FoMO porta, inoltre, a idealizzare l’interiorità e i modi di vivere di coloro che scegliamo di “seguire” sui social. Questo genera un senso di smarrimento, di inadeguatezza e soprattutto di invidia corrosiva. Anche a me capita di riscoprirmi invidiosa e di idealizzare morbosamente ciò che concerne l’alterità. Quello che mi ha stupito incredibilmente è la modalità in cui, interiorizzando le pratiche del femminismo della differenza e tessendo relazioni con le altre donne che agiscono in questo luogo incredibile, ho imparato a convertire l’invidia in ammirazione verso donne più grandi di me, il cui desiderio alimenta il mio e lo trasforma da potenza in atto. Siccome diventa attuale e si inserisce nella realtà è politico. In altri termini: l’affidamento è una delle pratiche alla base della libertà femminile, ciò che permette al desiderio di ognuna di attuarsi, di cambiare il reale e creare senso in modo nuovo e vitale.
A questo punto della riflessione mi pongo alcune questioni. Come dimostrato, i social media e la conseguente possibilità di osservare gli aspetti positivi delle vite altrui generano un senso di invidia distruttiva e di depressione. Ma sarebbe possibile, per la mia generazione e anche per quelle precedenti, pensare un modo alternativo di abitare i social? Se i social prescindono dalla presenza e dall’essere corpo come può il desiderio nascere e incarnarsi? Le pratiche della politica delle donne trovano la loro ragion d’essere nella presenza. Io su tutto questo non ho risposte precise. Ciò che so con certezza è che non è possibile rigettare l’immanenza della vita, ma solo accoglierla e trovare un modo per starci dentro.
Infine, grazie alla Libreria delle donne di Milano, ho capito questo: vedere soluzioni nuove nella problematicità del sistema dato non è impossibile. Ci sono riuscita: ho convertito quell’invidia distruttiva, che è un sentire che da sempre mi ha reso estranea a me stessa, in un sentire che agisce contro tale sensazione. Un’invidia generativa, un desiderio nascente, che mi permette di affidarmi.
Da qualche mese ho cominciato a frequentare la Libreria delle Donne. Sapevo della sua esistenza e della portata storica del luogo e delle donne che lo avevano creato, ma per qualche motivo non ne avevo mai varcato la soglia. Quando è successo, ho maledetto tutti i giorni in cui avevo pensato di andarci e non l’ho fatto.
Ho venticinque anni, sto per concludere il mio percorso di studi universitari e sono abbastanza sicura che, se avessi frequentato prima la Libreria delle donne, durante gli anni iniziali dell’università, sarei stata in grado di vivere, studiare e affrontare meglio tutto quello che riguarda il percorso accademico: le lezioni, gli esami, il rapporto con i docenti, con i miei colleghi, la frustrazione, l’ansia e anche il sollievo e la serenità.
Avrei avuto un luogo dove rifugiarmi senza nascondermi, dove scappare e allontanarmi per tornare più istruita, educata e ricca di parole, pensieri, riflessioni e amicizie, che nessun corso universitario da me conosciuto sarebbe stato in grado di procurarmi. Avrei avuto più risorse alle quali aggrapparmi, più tempo per caricarmi e interiorizzare, dando un nome e un luogo, le nozioni che man mano acquisivo. È questo il lavoro che sento di fare ogni volta che entro nella Libreria delle Donne: mi sembra che tutto quello che faccio abbia un senso, perché le donne che sto conoscendo danno un senso a quello che faccio, tutto ciò che pensano, dicono, analizzano e condividono mi rapisce e, sebbene spesso fatichi a immagazzinare tutto, so che ogni sospiro lì dentro sarà utile, necessario e vero.
Ci sono molte cose che mi hanno stupita, che conservo gelosamente e tento di imitare nella mia vita quotidiana: il rispetto reciproco che le donne della Libreria nutrono per ciascuna, il modo di parlare e gestire gli eventi così scambievole, partecipativo e coinvolgente, la condivisione del tempo, dei propri pensieri e perplessità, del cibo. Sono stata abituata a lezioni universitarie, presentazioni di libri o conferenze presentate da una persona che rivolge domande ad un’altra/o, in modo assolutamente rigido, pianificato, calcolato e privo di intoppi. Che gioia scoprire che è possibile la condivisione libera, spontanea, doverosamente rispettosa, anche se non programmata nei minimi dettagli. I momenti di interruzione inattesi, prima che l’ospite in Libreria concluda il suo intervento, sono i miei preferiti: in qualsiasi altro luogo un gesto del genere verrebbe interpretato come mancanza di rispetto, intromissione e arroganza, mentre in Libreria le donne che “interrompono” hanno lo scopo di nutrire il pensiero dei presenti: questo condividere subito ad alta voce un pensiero appena nato, una parola immediata, un discorso intuitivo non ancora formato mi sembra completamente fuori corrente. Dove possiamo permetterci di parlare anche se non sappiamo dove andrà a finire il nostro discorso? In quale luogo possiamo sentirci capite anche se non troviamo le parole giuste al momento giusto, anche se abbiamo deciso noi di prendere parola e non sentirci derise per questa mancanza? Con quali persone possiamo sentirci libere di iniziare un pensiero e lasciare che sia un’altra a concluderlo?
Io l’ho visto fare solo qui, in Libreria.
Il dialogo costante tra queste donne mi ha subito catturata; si tratta di un dialogo che non si placa mai, anzi è scandito costantemente da eventi, presentazioni di libri e progetti, che incorniciano una conversazione che non ammette conclusioni o battute di arresto.
Ci sono comunque delle regole da seguire alle quali tutte, in maniera assolutamente istintiva e spontanea, decidiamo di obbedire: è doveroso ascoltarsi con cura, rispetto e volontà di dare spazio alla voce di tutte, è d’obbligo comprendere la grandezza, l’importanza e la necessità del valore delle donne e del luogo che hanno creato. Si entra in Libreria per costruire, non per distruggere. La solennità che si respira in Libreria mi ha contagiata e condizionata, le donne che sto imparando a conoscere mi insegnano continuamente che esistono modi e possibilità di vivere e di essere donna diversi, creativi, che capisco e mi fanno stare bene. Alla Libreria delle donne si impara a stare insieme, a godere delle cose belle, a comprendere la difficoltà nel crearle, si mangia insieme ed è chiaro che ognuna deve darsi da fare per aiutare, mettere a posto, fare ordine, portate un bicchiere d’acqua. Bisogna accorgersi delle cose, in Libreria tutto ha un valore, tutto è necessario. Condividere non è sempre facile, non si può fare con tutte allo stesso modo: qualcuna ha testimoniato che non sempre quello tra donne è un rapporto semplice, regolare e lineare; ci sono stati anche fallimenti e rotture, ma, come sto imparando, è riconoscere l’autorità delle altre che predispone il riconoscimento della mia.