Domenica 9 giugno 2024, 10:30-13:00
Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano

La lingua è politica in quanto nell’inesauribile flusso degli scambi ci permette di passare da un’esistenza già prevista e regolata a una consapevole e libera, praticata parlando e decidendo insieme ad altre e altri. 
In questi difficili tempi di guerra incombente, al conflitto armato sul campo corrisponde un conflitto nel linguaggio che riguarda tutte e tutti. In questione è la scelta e l’uso delle parole, è ciò che si dice, è ciò che si tace, è come si comunica e a quale scopo. 
Nel dibattito pubblico veicolato dai media assistiamo a una militarizzazione e polarizzazione del linguaggio a favore di un racconto di una presunta “parte dei buoni” rappresentata dall’occidente. In più nei social prevale lo scontro di piccoli ego gonfi di sé, dove la parola è svuotata di senso perché priva di dimensione relazionale.
Per contro ha sempre meno spazio e peso tutto ciò che è estraneo a questa visione: non si dà conto di un sentimento profondo e diffuso che è contrario alla guerra, tende a sparire la vita quotidiana in trasformazione e ricerca. 
In questo presente che tanti chiamano giustamente post-patriarcale durante la pandemia c’era stata un’apertura a un orizzonte di marca femminile, mentre ora sembra in atto una rivalsa maschile. 
Come uscire da questa stretta? Come dare forza a una parola che non stia nella logica violenta della contrapposizione? Come produrre una parola autorevole femminile che non si confonda con un’espressione narcisistica di sé che poco ci interessa?

Introducono Paola Rizzi, Marina Santini e Daniela Santoro.

Sull’argomento consigliamo il video dell’incontro tra Ida Dominijanni e Giulia Siviero al Circolo della Rosa di Verona il 5 aprile 2024, nell’ambito del ciclo “Pensare il presente 2024”.

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Immagine di Bibi Tomasi. Dall’archivio fotografico della Libreria delle donne di Milano.

C’è un libro di Diotima, La Sapienza di partire da sé, a cui è inevitabile tornare per riproporre questa politica sorgiva del femminismo, come una possibile politica per l’oggi, per donne e uomini. Da quel volume vorrei riprendere la riflessione di Luisa Muraro sulla posizione del soggetto perché chiarisce uno degli aspetti più controversi che si incontrano nel riproporre il partire da sé in un’epoca la cui cifra è il narcisismo.

Come mi ha fatto notare Ida Dominijanni nella redazione aperta di Via Dogana 3, oggi il sistema dei media e dei social è tutto incentrato su una versione distorta del partire da sé: è un gigantesco Ego che si moltiplica e che fa a pugni con altri Ego. Segnala, quindi, il rischio che questa pratica venga macinata dalle forme egemoniche della comunicazione. La consapevolezza di questo rischio, in una partita che comunque va giocata, mi spinge a sottolineare che gli aspetti da mettere più in luce nel riproporlo riguardano il fatto che è una pratica relazionale e non individuale, come già argomenta Chiara Zamboni nella sua introduzione. 

Nel suo saggio, Luisa Muraro dice che con questa pratica si scopre «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano». E poche righe dopo la descrive come «una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi» (pag. 20).

Seguendo questa impostazione, il “me in relazione con” delinea una posizione soggettiva che non sta tutta appoggiata sull’individualità del soggetto, in quanto lo pensa intessuto dalle relazioni che lo collegano a situazioni e contesti reali, che stanno concretamente in questo mondo e non vivono astrattamente nella mente. D’altra parte è anche una pratica che preserva dal “noi” identitario, perché agendo in contesto coinvolge altre e altri, ma crea uno spazio comune mobile e fluido, che dura quanto dura, e quindi non si solidifica mai in una qualsivoglia organizzazione o identità collettiva. Quindi, a mio modo di vedere, la sua forza sta nel fatto che si situa tra l’individuale e il collettivo e in questo senso è una politica che è quasi un antidoto sia all’individualismo narcisista che all’arroccamento identitario. 

Come altre che scrivono in questo numero, anche io penso che per le donne il partire da sé sia una pratica che continua a essere efficace nel femminismo, ma che è andata anche ben oltre questo ambito, coinvolgendo donne di ogni tipo. Se infatti di recente è ripartito il #MeToo nelle università e nel mondo del teatro, non mancano segnali che ci raccontano questa estensione. Un piccolo esempio: giorni fa alla trasmissione Tutto scorre di Radio Popolare si parlava della parola “cambiamento” e quasi tutte le donne che chiamavano al microfono aperto dicevano in vario modo che il cambiamento, anche quello della società, parte dal cambiamento di sé.

Per quanto riguarda gli uomini bisognerebbe capire meglio. Sicuramente il partire da sé è riconosciuto come un principio generatore nel mondo intellettuale e della cultura, anche ufficiale. Non è stata certo una giuria femminile quella che ha assegnato il premio Nobel per la letteratura ad Annie Ernaux, un’autrice capace di scrivere l’intero mondo nella fedeltà al partire da sé. Si sta vedendo, però, che anche intellettuali maschi lo hanno fatto proprio per produrre opere parlanti a un vasto pubblico. Ho in mente Marco Bellocchio con il suo docufilm Marx può aspettare, in cui con sguardo lucido mostra se stesso, i fratelli e le sorelle nella rievocazione del suicidio, a soli ventinove anni, di Camillo Bellocchio, il fratello gemello, nel dicembre del ’68. Lo stesso regista parlandone in una intervista online considera una verità quasi scontata che «la creatività inizia con la nostra stessa vita, con come abbiamo vissuto» (filmtv.it). Un’altra opera che mi ha sorpreso di recente è stato il docufilm 16 mm alla rivoluzione. Il regista Giovanni Piperno vuole parlare del comunismo, anzi meglio vuole fare i conti con il comunismo. Ci mostra molti materiali di archivio alternati a una conversazione con Luciana Castellina. Alla prima impressione sembra un materiale un po’ caotico, ma poi si comprende che a fare da filo conduttore è la sua storia personale, fin da quando bambino veniva portato dai genitori alla sezione del PCI. Certo sono esempi che riguardano attività intellettuali creative e quindi più facilmente legate alla soggettività, ma sono comunque segnali di un cambiamento che è in corso.

Ma c’è anche dell’altro. In questo nostro tormentato presente, vivo ogni giorno l’angoscia per la guerra incombente. Attraverso i media siamo continuamente a contatto con l’orrore di guerre sempre più crudeli nei confronti della popolazione, di stragi sempre più efferate, di uccisione di donne a ripetizione da parte di uomini a loro vicini. Orrori che si aggiungono ad orrori. Qualcuna poi ha detto che «la terza guerra mondiale è già cominciata sui social» per la violenza verbale che lì si esercita, nascondendosi dietro uno schermo. In questo panorama orribile, che mai avrei pensato di vivere, ci sono stati due atti che mi hanno profondamente colpito perché hanno avuto la forza di aprire degli squarci e hanno fatto vedere che si può esserci. Entrambi sono ispirati dal partire da sé. Il primo è stato l’appello Mai indifferenti – voci ebraiche per la pace che ha il grande merito di essere una posizione che è riuscita a parlare, restando fuori dagli schieramenti e dalle contrapposizioni guerresche. L’altro atto significativo ai miei occhi è stata la presa di parola della sorella e del papà di Giulia Cecchettin dopo il suo assassinio. Le loro voci hanno prodotto uno scatto nella consapevolezza come mai era successo prima e non intendono fermarsi. Infatti è appena uscito il libro Cara Giuliascritto da suo padre, che vuole continuare a parlare.

A ben guardare entrambi questi atti hanno una caratteristica in comune: sono donne e uomini insieme, ma che stanno in un rapporto asimmetrico in cui gli uomini ascoltano quello che dicono le donne. L’appello Mai indifferenti, come ha raccontato Renata Sarfati, una delle promotrici, nell’incontro di Via Dogana 3 nasce da una sorta di autocoscienza, fatta assieme ad alcune amiche ebree di fronte al massacro del 7 ottobre ad opera di Hamas e alla risposta ancora più cruenta del governo di Netanyahu. Poi tutto il resto è seguito. Nel secondo caso il papà di Giulia ha ascoltato le parole dell’altra sua figlia Elena e da lì ha cominciato a parlare anche lui. Sono dinamiche nuove in cui si intravvede un processo di attribuzione di autorità alla parola femminile. E che pongono ancora il femminismo davanti a uno storico problema: non si va a un cambio di civiltà senza l’apporto anche degli uomini. Certo non di tutti.

Ho sentito il bisogno di pensare a come si dà un orizzonte alla scommessa del partire da sé per collocarmi rispetto alle varie accezioni con cui questa invenzione politica è stata interpretata e declinata: messa in guardia prima di tutto dall’autobiografia, dalle invadenti manifestazioni dell’ego narcisistico-autoreferenziale che domina nel sistema mediatico; ricerca della verità soggettiva, del sé relazionale in situazione, in una mescolanza di conscio e inconscio. Ecco io penso l’orizzonte del partire da sé come bordo che può dare accesso a un altro universo. L’abbiamo chiamato cambio di civiltà da qualche tempo.

«Punto di partenza», parole di Luisa Muraro1 «il vissuto vissuto, con tutto quello che ha di determinato, e un vissuto ancora da vivere (il desiderio) […] non in posizione di soggetto ma di complemento in relazione con altri. […] Necessità della riconoscenza e del primato della relazione». 

È come il viaggiare2, una scommessa rischiosa. 

Angoscia e desiderio mi hanno spinta a prendere la parola quando l’anno scorso Cristina Gramolini della rete Dichiariamo, di cui faccio parte, ha detto che avrebbe voluto fare un’iniziativa pubblica in occasione dell’8 marzo. Ecco lì il mio vissuto vissuto ha agganciato il mio desiderio. Ho capito e sentito cosa era per me necessario: stare al presente, alla realtà intorno a noi, cogliere il kairos, la potenzialità dell’ora è adesso, tutte le occasioni di rilancio di una pratica femminista. Ho visto una prospettiva, un chiaro nel bosco, che avrebbe rotto il silenzio, l’impasse di un tempo incompreso, quello che stavo vivendo, di una guerra che si aveva paura a chiamarla con quel nome. Mi sentivo disorientata, non sapevo come parlarne se non con discorsi masticati e rimasticati, come sono le sofisticate analisi degli esperti di geopolitica che non facevano che intensificare la mia sofferenza. Ecco l’occasione, posso contrastare la pervasività della guerra, che è rottura di legami, distruzione e annichilimento, rilanciando, dando fiducia e forza alla politica femminista, mostrare che sono possibili pratiche di parola e di narrazione, ispirate alla vita e alle relazioni. Come è stato in passato negli anni Settanta, ci ricorda Lia Cigarini, il femminismo della differenza è nato a prescindere dalle guerre. È vero che oggi è in atto un percorso con uomini che riconoscono e ascoltano la parola femminile e s’intravede una possibile alleanza con coloro che sono coinvolti nel cambiamento e ripensano la virilità, ma di contro le guerre hanno rallentato questo nuovo corso e potrebbe anche prevalere l’alleanza fra uomini, cioè un ordine simbolico fratriarcale/filiarcale3, con inclusione delle sorelle in posizione paritaria. 

In questa cornice di realtà di cui ero ben consapevole, mi assunsi il rischio e scrissi un appello per una chiamata a un convegno. Cosa scrissi? Partii da me, un titolo mi si presentò alla mente e al cuore, “Addio alle armi”, non nuovo ma che rifletteva un tragico nodo famigliare, la morte di mia madre per arma da fuoco e il conflitto con mio fratello4, che ritenevo in parte colpevole, rielaborato in una pratica di relazione, che mi riportò al presente di una guerra fratricida, Russia-Ucraina, che dura tuttora. Una realtà in cui potevo avere parola in nome della verità soggettiva, che non è soggettività autoreferenziale ma un sé intriso di relazioni che si è costituito in una pratica, quella della Comunità di storia vivente, in cui il nesso autorità-verità si è manifestato. Luogo in cui grazie al primato della relazione di affidamento e al riconoscimento di autorità ho trovato il coraggio di scommettere sul partire da sé. Un processo, che avuto avvio da dentro, si è messo in moto e il mio appello è stato subito pubblicato su un giornale nazionale e a cascata altre voci, iniziative, prese di posizioni, manifestazioni pubbliche si sono succedute. A questo proposito ho sentito veritiera e corrispondente alla mia esperienza la riflessione di Chiara Zamboni quando scrive che «il punto più soggettivo tocca l’oggettivo. Non c’è contrapposizione o separazione»5.

La guerra non è forse un accumularsi di nodi irrisolti che si depositano nella storia dei popoli, nella profondità delle viscere degli umani e dei territori, che fanno ammutolire e chiudono ogni via d’uscita se non quella delle armi? 

Per questo dico a Mira Furlani che il partire da sé quando permette grazie a una relazione di fiducia di raccontarsi, di sciogliere il nodo del silenzio sulla propria storia, quella che ha narrato nel suo libro Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, non è molto differente dalla mia esperienza che si colloca in un orizzonte di trasformazione radicale e di riappropriazione della storia, destoricizzandola, facendo spazio alla verità soggettiva. Come scrive Marirì Martinengo, il partire da sé è farsi documento vivente, e dove c’è produzione di verità soggettiva, c’è anche autorità femminile e viceversa. Non a caso Mira ha preso coraggio e si è decisa a narrare la sua verità, su cui rimuginava da anni, sulla spinta, l’incitamento e il pensiero di Luisa Muraro. Così è nata la versione dei fatti di Mira sull’Isolotto e anche la sua autorità. Non si tratta di soggettivismo, né di biografia, né di un ego contro un ego in armi. Una scommessa nata da un desiderio che ha prodotto critiche, ma anche sostegno, una battaglia di parole, non uno scontro armato di droni, missili, bombe, aumentati in potenza distruttiva dall’intelligenza artificiale. Ferite sì, conflitti relazionali, ma non una storia sacrificale. Un punto fermo, un soggetto, lei, Mira, che ha interrotto la ripetizione, il già detto della Storia, riportando sulla scena il rimosso cancellato. In questo movimento c’è di mezzo la libertà femminile, almeno per me è stato così, che pare non coincida con la democrazia rappresentativa paritaria.  

Una pratica che ha mostrato tutta la sua efficacia anche nel caso più recente dell’appello “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace” promosso da Renata Sarfati con altre, altri, sulla guerra Israele-Palestina. Il suo gesto ha incoraggiato a prendere la parola e ha trovato maggiore risonanza e sostegno pubblico di altre prese di posizione più neutre.

Mi ha colpito il ragionamento di Massimo Lizzi, Il partire da sé è sfuggente, quasi cartesiano nel suo procedere, che porta a dare un valore positivo al senso di colpa e la fuga da sé con la conseguente presa di distanza dal desiderio. Ho percepito una forte reticenza dettata dal pericolo di una frustrazione che può venire da un’esposizione di sé troppo aperta/scoperta e da relazioni troppo strette. Su un punto non concordo, e cioè che per il movimento delle donne degli anni sessanta, il separatismo, la presa di coscienza siano stati necessari per affermare un’identità. E per gli uomini Massimo non ne vede la necessità. Per le donne erano in gioco la libertà e la differenza sessuale, non l’identità, e penso che questo potrebbe essere un di più anche per un uomo se riesce a sciogliere il nodo del senso di colpa. Se invece mette in capo al ragionamento i principi come àncora di sicurezza per timore di sbilanciarsi, capisco la sua fatica a vedere un orizzonte nella scommessa del partire da sé.

  1. Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare. La partitura della nascita, in Diotima. La Sapienza di partire da sé, LIguori, 1996, pp.20-21  ↩︎
  2. «È come il viaggiare, che non solo, che non solo ti fa allontanare dai luoghi familiari e vedere cose che altrimenti non avresti visto, ma te le fa vedere come nessuno può fartele vedere senza quello spostamento. C’è fatica disagio, c’è perfino distrazione e perdita di concentrazione, eppure il lavoro del pensiero non ne soffre, anzi». Ibidem, pp. 8-9. ↩︎
  3. Lia Cigarini, Per non diventare tutte/i transessuali simbolici. Una lettura attuale de I sessi sono due di Antoinette Fouque, Milano, luglio 2017 ↩︎
  4. Laura Minguzzi, Il nodo della casa, in AA.VV. La spirale del tempo, Moretti&Vitali, 2018 ↩︎
  5. AA.VV., L’inconscio può pensare? A cura di C. Zamboni, Moretti&Vitali, 2013, pp. 102-116 ↩︎

Pubblichiamo l’intervento che Ida Dominijanni ha fatto durante l’incontro della redazione allargata di Via Dogana 3 di domenica 10 marzo 2024.

Impossibile dimenticare nel ritornare sulla pratica del partire da sé la lapidaria formulazione di Luisa Muraro: “Partire da sé e non farsi trovare…” C’erano i puntini di sospensione. Adesso che ho riguardato mi sono balzati agli occhi: una premonizione, attesa, apertura, avvertimento, un viatico per una partenza, un segnale per un tempo in avanti, ma marcava i puntini in un titolo, cosa editorialmente inconsueta. Ci volevano proprio però, lo si capiva bene dal testo, e ora lo capisco di più ed è nello spazio e nel tempo dopo quei puntini che è mi venuto ciò che dico, o chiedo. Partire da sé e non farsi trovare, sì e se poi non ti si trova più? Detto anche peggio, se poi capita che a forza di non farti trovare ti senti che non ti trova più nessuno?

Solitamente sono riflessiva e una ricordante, ho memoria storica e teorica, nello scrivere sto cauta fino alla paralisi, ma in questa occasione il partire da sé mi ha fatto un brutto o bello scherzo ed è venuta fuori così. Mi sono anche un po’ spaventata poi, sembrerò proprio non aver capito niente, o persa. Ma a qualcuna è risuonato, ed ecco adesso provo ad articolare, sottolineo solo provo, perché come mi è stato scritto in chat non ricordo da chi, dietro c’è un oceano, e ci sono nel bel mezzo, spero non proprio persa.

Non sto a elogiare i meriti del partire da sé o dei vantaggi della sua pratica soggettivi e politici. Che quanto a me le devo tutto quel cui della mia singolare e condivisa esperienza di stare al mondo sono riuscita a vivere e soprattutto a dare senso e parola. Da tempo lontano e preponderante ormai. Qui non ce ne è bisogno, sì altrove invece e tanto. Ma qui e ora che lo si riprende appunto dopo tanto tempo e al presente, dove c’è altrove e altrimenti.

Quel senso di irreperibilità, il non essere più trovate, lo nomino colpita dallo scarto del significato tra quel che tra noi non abbiamo bisogno di spiegare del partire da sé e invece quanto ne è stato inteso e recepito fin da sempre direi, e ora ancor più nel perenne conflitto di senso che investono il femminismo e le sue pratiche.

Oggi lo dico in un contraccolpo soggettivo che avverto consolidarsi quasi in un muro di mattoni di fraintendimenti, interpretazioni fuorvianti, intenzionali misinterpretazioni, punti ciechi, parole e atti mancati, incontri disattesi, cadute di efficacia che mi hanno riportata a un sentimento di estraneità e isolamento dal corso del mondo che è quello che pativo prima di incontrare con il femminismo proprio la pratica di partire da sé.

Devo però premettere delle circostanze soggettive che contengono già una risposta, che è anche una spiegazione e un’obiezione, perché vengo, forse esco, da un periodo di anni in cui ho trascurato la cura della pratica politica delle relazioni per dedicarmi alla cura di mia madre e di mio padre e accompagnarli alla morte. Non è stato isolamento, altre relazioni vitali mi hanno sostenuta ma in diverse dimensioni, non quella del registro politico e della significazione simbolica. Da questo allontanamento parlo, e lo faccio nel momento in cui sono tornata in un contesto di relazione politica dove anche questa esperienza fidavo sarebbe stata riconosciuta, sarei stata trovata.

Suppongo sia disabituata e ho sentito lo scarto, perché quel senso di estraneità a come gira il mondo è prevalso in questo lungo passaggio della mia vita, su quella giostra non mi sono fatta trovare e non mi si trova. Certo fortunatamente la giostra non è il mondo, ma la sua musica d’organetto fa girare la testa in tondo persino se stai coi piedi a terra nella materiale vita e ti tocca fare parecchi esercizi di disattenzione per scacciare il ritornello che ti risuona nelle orecchie. I suoi richiami non li senti nemmeno più, però forse diventi meno attenta e un poco sorda.

Fuor di metafora, il non farsi trovare può prendere la mano, connaturarsi, e mettere a rischio la pratica del partire da sé, che di suo è già rischiosa. Lo avvertiva ripetutamente il libro di Diotima che giustamente parlava della “sapienza” di una pratica che destituisce le pretese illusorie di identità, sovranità, autorialità, controllo del soggetto. E altrettanto avvertiva di quanto l’implicazione di sé nel mondo, nelle relazioni, nel tessuto materiale, simbolico, conscio e inconscio della realtà, fosse insieme un attivo punto di leva e nel contempo l’esposizione a una condizione di passività e dipendenza riconosciuta, ma non meno patita e rischiosa. Non c’era però solo questo, perché c’erano anche fiducia, leggerezza, apertura. Ora direi: scioglimento e legame, sapienza di sciogliersi e legarsi.

Il partire da sé per sua natura non si fa da sé, né in solitudine né va avanti da solo, è una pratica, appunto, e si lega ad altre pratiche. In quel libro Angela Putino diceva della cura di sé, Chiara Zamboni del materialismo dell’anima, e tutto indicava soprattutto la pratica delle relazioni.

Quest’ultima, anch’essa peraltro delicata e tutt’altro che confermante, è probabilmente il contrappeso più valido allo sbilanciamento, alla vertigine o al pericolo di dissolvimento indistinto che lo sporgersi nella pratica del partire da sé può comportare. Riconoscere la dipendenza e secondarietà che ci segnano e vincoli che ci annodano, le voci e i richiami che ci attraversano non è farci trovare dove ci si aspetta che siamo, e nemmeno sciogliersi da tutto e cadere dal tutto pieno nel vuoto, c’è la “libertà dai fittizi legami di fedeltà” con le parole di Virginia Woolf. Da quelli fittizi, il che comporta riconoscerne di reali e legarsi ad altri. Nella mia esperienza questo è stato il femminismo, con le sue tante altre parole e pratiche, un altro ordine di riferimento simbolico e di rapporti che ci rimette, non ci consegna né ci sottrae, al mondo. Quando c’è equilibrio, e a volte non lo si trova.

Ecco mi sono dilungata e ancora temo non spiegata. All’incontro di Via Dogana mi è stato chiesto di fare degli esempi di quel sentimento di non essere più trovata a forza di non farmi trovare. Forse ora ho individuato meglio come fosse da collegarsi allo squilibrio per eccesso di sottrazione, una sorta di coazione a negarsi e a negare: non lì, non questo, non così, non è quello. Magari questo è rovesciamento nella posizione identitaria, magari in quella isterica, magari è lo stesso e come che sia è perdita di mondo, ed è solo mia mi auguro. Gli esempi sarebbero meglio, sì. Ce ne sarebbero moltissimi, che non so quante volte è successo, e quando più si presentava una qualche forma di riconoscimento, quando il corso del mondo pareva venire incontro. E anche quando altre donne invitavano all’appuntamento.

Il più recente: quel che è avvenuto con la morte di Giulia Cecchettin. È stato segnalato quanto sia stato un evento simbolicamente rilevante, c’è stato, o preferisco dire è stato messo in scena, un riconoscimento simbolico di massa. Dalle prime parole della sorella si sono poi alzate spontaneamente tante voci e urla e baccano come non prima così. Quello che Chiara Zamboni ha chiamato il sorriso dell’inconscio mi è durato un attimo, nemmeno sufficiente a farmi aderire. Subito mi sono sentita che mi scollavo, e a mano a mano che la cosa montava così cresceva il mio moto di sottrazione. Poi sono venute le manifestazioni organizzate istituzionalmente, le circolari a scuola che richiedevano il minuto di urla, i manifesti richiesti e appesi in bell’ordine che invitavano a distruggere tutto, e le parole giuste che mi suonavano false, e quelle sbagliate che parevano giuste, e io non c’ero e non volevo esserci. Ma come proprio tu? Ma è qui, è questo, è ora non vedi, non senti? Ti perdi l’occasione! Persa?

Il partire da sé non è un basarsi sul ruolo né sulla situazione, quello che fanno vedere o credere, essere giusto e valido, ma risalire a, e muovere da un’esperienza, ossia da un vissuto vissuto, con tutto quello ha di determinato, e da un vissuto ancora da vivere (il desiderio), mai l’uno senza l’altro. La pratica di partire da sé, dicevo sopra, è la scommessa poter prendere le mosse dal luogo della nascita, con tutto quello che ha di dipendente, di pregiudicato ma anche di promettente, di nuovo, luogo di una divisione, di uno squilibrio, di una partizione che è partenza, dove c’è sbilanciamento, struggimento, risentimento, insomma tutto quello che si innesca con quella «partenza» che crea la necessità dello scambio simbolico.

Gli ho dato nome «nascita», ma vorrei proporne un altro, che ha la stessa radice ma è più completo: partitura della nascita. In musica la partitura è la scrittura per molte parti, strumentali o vocali. La nascita, dunque, come luogo o momento di una partenza plurale che non ha però le caratteristiche della frammentazione o della dispersione, poiché c’è scambio simbolico; c’è nella realizzazione musicale come c’è nella relazione materna e da ciò viene che noi abbiamo parola e che la lingua ha vita.

La scoperta principale di questa pratica, pratica che consiste risalire alla fonte del pensare e decidere disfando la costruzione del già pensato e deciso con le sue apparenze più o meno imponenti e i suoi effetti più o meno illusori, facendo dunque questo movimento, quello che scopre è il soggetto ─ me ─ non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con altri, abitata da ricordi, mossa da desideri, trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano o che addirittura parlano al mio posto, magari per contraddirmi! Allora, ci si accorge dell’inutile fatica della finta coerenza che si credeva di dover sostenere, ed è un sollievo, una leggerezza. E ci si accorge anche, con un senso di vergogna, di quanta complicità si dà a cose stupide o ingiuste, sempre per voler sostenere quella costruzione fasulla di sé. Ho trovato persone egregie, uomini, che diffidano di questa pratica perché temono di cadere nel narcisismo, ma si sbagliano in pieno, poiché, al contrario, è una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi sui quali la nuova leggerezza guadagnata ci consente di galleggiare e prendere il largo.

La pratica di partire da sé, mentre disconferma le pretese del soggetto, non è per questo imparentata con la decostruzione nichilista del mondo1.

Senza tentare definizioni (basta guardare nel dizionario), diciamo che il nichilismo non è una scelta ma una prova del pensiero, alla quale il pensiero occidentale si trova affrontato; da un centinaio d’anni circa e, in maniera conclamata, dalla fine della prima guerra mondiale. In che cosa consiste la prova? Che, ragionando con rigore, non arriviamo a concludere nelle questioni che concernono l’esistenza umana e la convivenza civile. Da qui, l’idea di una necessaria decostruzione della nostra tradizione di pensiero, tradizione che ci ha portati in questo «cul del saco», per parlare veneto, invece del francese che qui sarebbe d’obbligo. Il decostruzionismo nichilista è l’unica strada di un pensiero rigoroso? Io penso di sì, se si tratta di pensiero speculativo; ma ci sono altre strade del pensiero, una almeno, quella della filosofia pratica, vale a dire la filosofia di chi pensa attraverso la modificazione di sé.

La pratica di partire da sé è una decostruzione dell’io e del mondo ed ogni movimento di decostruzione, non ce lo dobbiamo nascondere, mette a repentaglio il senso della realtà e la possibilità di un senso alternativo. Ma la pratica di partire da sé porta al disfarsi del soggetto senza disfarlo in una miriade di istanze scoordinate: mi disfa nelle relazioni che mi fanno essere quella che sono e diventare quella che desidero, senza che io possa mai accamparmi al centro di questo essere e diventare. Questa è la porta stretta, questo è il passaggio che mi «smarca» dal nichilismo del pensiero postmoderno. In parole figurate: il tipico decostruzionista somiglia a uno che sega il ramo sul quale si trova seduto. Di solito si tratta di un professore d’università che, finito di segare il ramo, cade «bene», cioè nella sicurezza economica e nelle gratificazioni del suo ruolo. La pratica di partire da sé non è meno radicale, come operazione, mentre a livello personale è molto ma molto più rischiosa. E più feconda, più felice, perché mi fa cadere nella necessità della riconoscenza e nel primato della relazione.

  1. Su questo punto, cfr. Marisa Forcina, Ironia e saperi femminili. Relazioni nella differenza, Franco Angeli, Milano 1995. ↩︎

Tratto da Luisa Muraro, Partire da sé e non farsi trovare, Parte seconda: La partitura della nascita, in Diotima, La sapienza del partire da sé, Liguori, Napoli 1996.