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Tunisi. Estate 2010. Farah ha diciotto anni, ama la musica e ama cantare. Ama esibirsi insieme agli altri musicisti della sua rock band nei locali frequentati dai giovani e affidare alle canzoni la sua voglia di ribellione e di libertà.

«Appena apro gli occhi, vedo persone che si stanno spegnendo impregnate del loro sudore, le loro lacrime sono salate, il loro sangue è stato rubato ed i loro sogni sono sbiaditi». Lei invece vuole vivere intensamente, senza ostacoli, senza quei muri e quelle porte chiuse di cui canta: «Quando vedo questo mondo di porte chiuse chiudo gli occhi e ogni volta mi appare una ragazza…»

I suoi abiti sono un’esplosione di colori e il suo viso è illuminato da un sorriso indimenticabile.

Vuole vivere la notte senza paure e frequentare gli stessi luoghi dei suoi amici maschi, senza subire divieti e umiliazioni, e respirarne la stessa euforia di libertà. È coraggiosa e temeraria, anche incosciente nella sua giovanile sicurezza, forse ancora poco consapevole di sé, dell’essere donna che con il suo corpo sta violando lo spazio pubblico maschile.

Ha idee chiare sul suo futuro: dopo la brillante maturità vuole dedicarsi alla musica e non ai “più sicuri e accettabili” studi di medicina, come vorrebbero la mamma e la nonna.

Non si pone limiti e ama rischiare anche quando il gruppo viene avvertito di possibili ritorsioni a causa dei testi delle sue canzoni, canzoni politiche che attirano le attenzioni della polizia.

La stessa passione la vive nell’amore e nelle prime esperienze sessuali: nessun pudore o false timidezze nel guardare il corpo nudo del suo innamorato Borhène, il chitarrista autore dei testi delle canzoni. Tutto in lei è vitale, pulsante, vibrante di energia e simpatia.

Non vuole sottomettersi alle paure, ai compromessi, ai silenzi e ai segreti del mondo degli adulti che costantemente cercano di metterla in guardia – la madre prima fra tutti – sui pericoli che la circondano.

Attraverso gli occhi di Farah la regista tunisina Leyla Bouzid, nel suo bel film di esordio, ci immerge nei sentimenti, negli umori e nei desideri di cambiamento diffusi fra la gioventù tunisina nell’estate che precede le rivolte di piazza che portarono alla fuga del dittatore Ben Ali. Come pure ben racconta il clima di oppressione e di paura generato dalla dittatura che si reggeva sugli apparati della polizia segreta, sugli infiltrati, le spie, le delazioni e la corruzione, mentre privava i giovani di speranze per il futuro.

Un film di formazione, di passaggio: nella giovane Farah il coraggio di una generazione che non vuole arrendersi e che con dolore e sofferenza impara a conoscere i limiti dei propri desideri insieme alla sua presa di consapevolezza come donna; nella figura più complessa della madre la forza di resistenza di chi si è vista portare via i propri sogni e che si fa conforto, sostegno dell’amatissima figlia affinché lei possa continuare a portarli avanti. Sarà lei, la madre a ridarle voce, voglia di vivere e di non arrendersi in una delle scene più drammatiche. Un rapporto, quello fra Farah e la madre, a tratti doloroso e sofferto, ma in trasformazione: dalle iniziali forme di ribellione e scontro tipicamente adolescenziali a una profonda e reciproca comprensione e alleanza.

Un film di emozioni forti dove i sentimenti sono costantemente osservati e analizzati attraverso un abile uso dei primi piani: splendida la fotografia dei volti, dei corpi o di loro parti in movimento o ripresi in una staticità che appare un’attesa. Come importanti sono le riprese di luoghi pubblici visti con occhi di donna: i bar frequentati da soli uomini, i loro sguardi concupiscenti; la stazione degli autobus, il treno, le strade di notte, luoghi dove i corpi delle donne sembrano un sovrappiù.

Il finale aperto è d’obbligo.

Leyla Bouzid è nata a Tunisi nel 1984. È laureata in Letteratura Francese alla Sorbona e successivamente si è diplomata in regia. Ha diretto, a partire dal 2006, cortometraggi e documentari selezionati e premiati in vari festival. Collabora attivamente con l’Associazione dei giovani registi tunisini.

Appena apro gli occhi – A peine j’ouvre les yeux – è il suo primo lungometraggio di cui ha scritto anche la sceneggiatura. La musica, che nel film riveste un ruolo centrale, è del compositore iracheno Khyam Allami, un misto di rock e musica tradizionale tunisina; le canzoni sono state scritte dal poeta tunisino Ghassen Amani in collaborazione con la stessa regista.

Il ruolo della madre è interpretato da Ghalia Benali, una famosa cantante e attrice di origini tunisine, mentre il ruolo di Farah è affidato a Baya Medhaffer, una giovane cantante e attrice al suo esordio.

Presentato al Festival di Venezia nel 2015 nelle Giornate degli Autori, ha ricevuto il Premio del Pubblico e il Premio Europa Cinema.

Il 13 gennaio 2016, alla vigilia della ricorrenza dei cinque anni dai giorni della Rivoluzione dei Gelsomini, il film è uscito in Tunisia in 24 regioni del paese utilizzando le Case della Cultura e le Case dei Giovani.