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Stralcio dalla postfazione a “Le donne muoiono”, a cura di Daniela Brogi, Oscar Mondadori. La raccolta di racconti del 1951 è in libreria dal 2 settembre 2025, a 40 anni dalla morte della scrittrice

Che cosa succede quando a una donna viene negato il diritto di creare? E abbiamo davvero superato il pregiudizio che l’arte sia un territorio prevalentemente maschile? Domande che vengono alla mente leggendo “Lavinia fuggita”, lo splendido racconto – uno tra i migliori del Novecento italiano e non solo – in cui Anna Banti ci mette di fronte alla storia di un talento che non ha modo di spiccare il volo. Una storia che non è ancora completamente alle nostre spalle e che continua a riguardare tutte, e tutti, noi.

L’ammissione di Anna Banti in una lettera a Emilio Cecchi – «Ci ho messo non dico tutto il mio impegno, ma tutta me stessa in Lavinia», – ben descrive il coinvolgimento che la lega alla giovane musicista a cui viene proibito di comporre. Siamo a Venezia nei primi anni del Settecento, all’Istituto della Pietà dove vengono accolte orfane e trovatelle per essere avviate all’esercizio della musica.

“Lavinia fuggita” è uno dei quattro racconti che compongono la raccolta “Le donne muoiono”, pubblicata da Mondadori nel dicembre 1951, e ripubblicata postuma da Giunti nel ’98. Nel volume, accanto a “Lavinia fuggita”, troviamo “Le donne muoiono”, il testo che dà il titolo alla raccolta e in cui Banti, nel segno della tradizione della narrativa utopica, offre una estrema e provocatoria variazione al tema della libertà e creatività femminile. Gli altri due racconti che completano il volume sono “Conosco una famiglia…” e “I porci”.

“Le donne muoiono” arriva a conclusione di un decennio estremamente prolifico e significativo nell’opera dell’autrice che, malgrado le vicissitudini della guerra, scrive, traduce e partecipa a convegni letterari. Nel 1940 era uscita la raccolta “Il coraggio delle donne”, cinque racconti sulla condizione femminile tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento [pubblicato da La Tartaruga edizioni nel 1983, con la prefazione di Grazia Livi, ndr]. Nel 1947 era venuta finalmente a conclusione la tormentosa vicenda di “Artemisia”, il cui manoscritto era andato perduto sotto i bombardamenti ed era poi stato riscritto completamente. Nel ’50 Banti ha appena fondato assieme a Roberto Longhi la rivista “Paragone” per la quale coinvolge amicizie e relazioni letterarie.

Negli anni si andrà invece chiarendo la portata dell’operazione condotta da Anna Banti con “Le donne muoiono”, testi profondamente connessi a quanto l’autrice andava pensando e scrivendo sul ruolo delle donne nella società, e sulla capacità della scrittura di restituire voce e vita dove vite e voci erano state silenziate, in uno spericolato rapporto tra verità storica, verità finzionale e invenzione.

E serve ricordare che Anna Banti scriveva in un periodo nel quale le scrittrici non avevano vita facile e lei si trovava a dover reagire ai giudizi, alle recensioni, alle chiacchiere di una società letteraria che nell’immediato dopoguerra riprendeva fiato e si veniva riorganizzando attraverso riviste, premi letterari e consuetudini pervicacemente cattoliche e patriarcali.

Un viaggio nel tempo è l’immagine composita che sembra venir fuori dalle quattro storie della raccolta “Le donne muoiono”; ma il tempo per Anna Banti è uno strumento duttile, fluido, che lei utilizza in modo tutto suo, da virtuosa.

La temporalità su cui lavora, per esempio, in “Lavinia fuggita” non è un esercizio fine a se stesso ma è volto a estrarre la verità delle vite che ritrae quasi avesse in mano una videocamera al posto della penna o della Lettera 32 che abitualmente teneva sulle ginocchia. L’inizio del racconto sembra un lungo piano sequenza: dal battello di Iseppo e la pioggia di fogli pentagrammati arriviamo al matrimonio di Orsola e al gioco di sguardi con Zanetta, seguita con rapidissime immagini fino alla vecchiaia. Quattro pagine appena e la vita è passata sotto i nostri occhi. Poi Banti torna indietro e mentre Zanetta e Orsola cuciono, «ed era una pace», ci si ritrova noi e loro alla giornata di vacanza in cui si compirà il destino di Lavinia e alla storia del talento di una fanciulla che “consumava” la musica.

Ma la riflessione sul tempo e la temporalità e sul loro ruolo nella scrittura era iniziata per Banti ben da prima. Daniela Brogi sottolinea l’abitudine di incrociare livelli temporali diversi fin dal primo romanzo della scrittrice, “Itinerario di Paolina” (1937). L’idea che la temporalità potesse essere uno strumento per sovvertire la narrazione era stata rafforzata dalle riflessioni su Virginia Woolf. Monica Farnetti parla di una esigenza comune a Banti e a Woolf: quella di modificare e “rifondare” il tempo prevedendone altri e significativi attraversamenti. 

Soprattutto “Orlando” col suo dispiegarsi su più secoli doveva aver ispirato suggestioni seminali a Banti, proprio mentre progettava la seconda “Artemisia”; su “Orlando” infatti insisterà il saggio “Umanità della Woolf”. È lì che Banti deve aver iniziato a pensare consapevolmente al tempo come a uno spazio (secondo la geniale ma successiva intuizione di Cesare Garboli) da percorrere in ogni direzione, andando e tornando come meglio conveniva a ciò che lei voleva immettere nella narrazione. Il tempo diventa così un territorio da conquistare, attraversare, rivendicare…

Da allora Anna Banti si sottrae alla prigione del tempo lineare – «La memoria fa correre l’ago su e giù, a destra e a manca…» in “Lavinia fuggita” – e passa le sue storie dentro a una sorta di “prisma temporale” per tramutare il tempo in un divenire continuo. Tempo fluido, movimentato, vivo! Al contrario della lezione di Garboli che punta la sua attenzione su una supposta illusione di eternità derivata da Roberto Longhi e tale da trasformare la temporalità di Banti in qualcosa di inerte, morto, in uno sguardo rivolto all’indietro, perché Banti rifiuterebbe il tempo e lo concepirebbe solo a ritroso. E Garboli aggiunge: «L’emozione che il tempo sia passato, in qualunque punto di questi romanzi si torni indietro, non la proviamo mai. Il tempo della Banti è così fermo, così immobile…».

Contro la lezione di Garboli, possiamo oggi osservare quanto quei suoi giudizi siano ingrati, limitati, determinati dalla visione maschile di un canone, di un mondo e di una Storia che ha espunto le donne riservando loro unicamente ruoli ancillari. Circoli letterari dove le scrittrici erano accettate “per galanteria” e non si capiva perché mai fossero rancorose. 

È Daniela Brogi a inquadrare correttamente la questione del posizionamento di una critica che si ostina nei suoi schemi: «Il modo in cui risistemiamo il passato è sempre anche una costruzione sociale, che opera non solo attraverso recuperi o rimozioni, ma per via di abitudini di sguardo che possono produrre cronologie di riferimento e schemi di lavoro parziali». Garboli risente proprio di questo, di “abitudini di sguardo” che gli impediscono di comprendere pienamente ciò di cui Banti parla. Al contrario di quanto Garboli sostiene, il tempo di Anna Banti è qualcosa di tremendamente vivo, un grido che squarcia le consuetudini patriarcali. Lei cerca le sue personagge negli interstizi della Storia, nelle crepe. Lì la scrittrice tenta di afferrare con le unghie le donne che sono state sepolte e cancellate. Nei suoi racconti, il tempo mobile si fa spazio, e lo spazio appunto è quello delle donne mentre si riappropriano del tempo.

(dalla “Postfazione” di Giuliana Misserville ad Anna Banti, “Le donne muoiono”, settembre 2025, Oscar Mondadori Milano.)

(il manifesto, 1° settembre 2025)