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Introduzione alla Redazione aperta di Via Dogana 3 La differenza sessuale non è un contenuto. L’ostacolo del gender domenica 10 ottobre 2021 

Accostandomi al pensiero e alle pratiche della differenza sessuale, sono entrata in contatto con qualcosa di vitale, come respirare. Ho avuto una sensazione di agio, di espansione della coscienza, di condivisione con le donne con cui ero in relazione. Tutte sappiamo la gioia e l’agio di respirare a pieni polmoni, un’esperienza che ci accompagna dalla nascita momento per momento e ci colloca sempre nel qui e ora.

Ascoltare il respiro e respirare bene significa essere prima di tutto vive, presenti a sé stesse, senza scissioni interiori, nell’integrità di mente-corpo-emozioni. Significa essere, secondo la definizione di Antonietta Potente, nella dimensione dell’anima corporea che espande energie e restituisce un linguaggio libero e liberante, trasparente, che permette una risonanza, un contagio di parole liberanti. Questo perché ci riporta al linguaggio materno-profetico, che sa prevedere, intuire, predire, far accadere le cose, linguaggio politico, trasformativo quando si tesse insieme una trama di pensieri e di pratiche.

La differenza non è stata per me un contenuto, ma innanzitutto una pratica che mi ha fatto sentire viva, ha ridato fiducia al mio sentire profondo, ha reso chiaro il legame indissolubile con mia madre, con la genealogia materna e sprigionato in me amore per le donne, per le maestre che mi hanno accompagnato nel percorso, per le figlie, per me stessa. Ama la tua prossima come te stessa diventava per me il primo comandamento, era il tassello mancante alla mia dimensione interiore di fede, intesa come fiducia e apertura al soprannaturale, al bene assoluto insito in ognuna di noi, non semplice appartenenza ad un credo religioso. Ha fatto spazio dentro di me, mi ha mostrato una grandezza che mi/ci trascende.

A metà degli anni Ottanta ho scelto di entrare nel mondo delle Comunità cristiane di base dove, a partire dai contenuti del Concilio Vaticano II e dalle lotte del ’68, si era costituita una chiesa non gerarchica, a stretto contatto con il presente, fondata sulla radicalità evangelica. In quel contesto fortemente paritario, ricco di stimoli, noi donne, però, registravamo un’afasia, una mancanza di voci femminili inspiegabile. La libertà di prendere la parola ce l’avevamo, ma non ci sentivamo autorizzate a farlo. I primi contatti con il pensiero della differenza sessuale li abbiamo avuti a Parigi nel 1988, in un incontro tra i gruppi donne CdB di Pinerolo e Torino e le amiche delle CdB francesi e olandesi sul tema «Émancipation ou féminisation: quelle est la différence?» in cui sostenevano che nelle donne esiste una carica creativa, da sempre schiacciata e annullata, che deve potersi esprimere, impregnando di più la società della sua originalità.  

Da lì è iniziato un lungo percorso, sono nati i gruppi donne delle CdB e successivamente si è creata una rete nazionale con donne di altri gruppi, associazioni o singole accomunate dalla passione per la ricerca nei campi della spiritualità e della fede e dal desiderio di un percorso separato dagli uomini. A Pinerolo, città all’imbocco delle Valli Valdesi, abbiamo dato inizio in quegli anni anche a un gruppo donne per la ricerca teologica con valdesi e cattoliche che ha avuto come riferimento centrale il pensiero della differenza.

Il taglio della differenza ha voluto dire fare un taglio netto con la logica patriarcale, imparare a darci reciprocamente forza nelle relazioni, aprirci a quel “niente misconosciuto”, come lo definisce Carla Lonzi, a quel vuoto, come lo abbiamo definito noi, perché la parola si facesse carne, fosse incarnata nei nostri corpi e nella nostra esperienza. 

Recentemente abbiamo scritto e pubblicato sul sito delle CdB un pamphlet che si intitola “Visitazioni” dove raccontiamo la nostra storia. Il titolo è Visitazioni proprio perché il racconto della Visitazione nel vangelo di Luca ci regala l’immagine dell’incontro di Maria ed Elisabetta: l’incontro di due madri, di due donne di generazioni diverse, di due profete che si riconoscono e si benedicono. Sono due donne in movimento, che vanno una incontro all’altra portando con sé il divino e sostano insieme per tre mesi in questa dimensione generativa. 

Nel 1993, diversi uomini della CdB di Pinerolo, sollecitati da noi hanno iniziato un percorso di autocoscienza, ancora attivo, dando il via ad una serie di contatti sul territorio e a livello nazionale con altri gruppi di autocoscienza maschile. Questo ci ha offerto l’opportunità di arrivare ad affrontare, in dibattiti pubblici, nodi profondi della relazione tra i sessi come quello della prostituzione che ci riguarda tutti e tutte (2019), dando agli uomini la possibilità di rompere il silenzio sulle loro chiusure emotive, sulla rimozione del corpo e la loro incapacità di comprendere il desiderio femminile e alle donne di partire dalla propria esperienza che parla di una energia sessuale che si sprigiona nella relazione. 

Io penso che non si possa prescindere dalla necessità di questo dialogo tra uomini e donne, che sta andando avanti, nonostante le difficoltà della pandemia. 

Nello stesso tempo però, si fa avanti un pensiero sulle intersezionalità e sulla fluidità dei generi che intercetta soprattutto le nuove generazioni e ostacola fortemente, in alcuni casi disconosce o rimuove la differenza sessuale. Mi ritrovo quindi a fare i conti con questo pensiero che ha ripercussioni concrete in molti ambiti del mio agire.

Ora vengo alla seconda parte della mia introduzione: l’ostacolo del gender.

Recentemente, spinta da una forte esigenza di saperne di più sul gender e le teorie queer, ho ascoltato su YouTube due incontri organizzati dalla libreria delle donne di Padova tra il 2017 e il 2018 sul tema “Fine della differenza sessuale?” in cui avveniva un confronto tra alcuni sostenitori della teoria queer (Lorenzo Bernini, Federico Zappino) e alcune pensatrici della differenza: Stefania Ferrando, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Tristana Dini. Lì ho visto fronteggiarsi due posizioni radicalmente differenti e ho capito che la posta in gioco è molto alta: la differenza è messa alla prova da un pensiero critico che circola soprattutto nelle Università, nelle accademie, condividendo con il femminismo un’ottica di sovversione delle istituzioni patriarcali ed eteronormative. Questo pensiero si diffonde tra giovani lgbt e polemizza con lesbiche e gay fossilizzati sulla rivendicazione identitaria. Negli incontri di Padova emerge che, dalla complessità delle teorie queer, che non vogliono essere un’ideologia normativa, è stata estratta una sorta di piccola vulgata a cui fanno riferimento parte del femminismo (in particolare NUDM) e dei movimenti lgbtq. Ascoltando questo confronto ho capito meglio la natura del mio disagio che è cresciuto durante la discussione che ha accompagnato il ddl Zan sull’omotransfobia. Infatti, nonostante il dibattito su queste tematiche si fosse aperto già da molti anni tra le donne del pensiero della differenza, mi ha quasi colta di sorpresa la spaccatura avvenuta in seguito agli schieramenti tra chi era pro-legge Zan e chi non era contro la legge ma proponeva alcune modifiche. Ho preso atto molto concretamente che c’è una differenza di percorsi tra chi punta al riconoscimento giuridico e istituzionale e chi pensa, invece, che c’è qualcosa di molto più importante che viene prima, va oltre la legge e riguarda il cambiamento radicale necessario per superare la violenza contro le donne, le lesbiche, i gay, i transessuali. Non che le leggi non siano importanti, ma la trasformazione non si gioca sul piano dei diritti e le semplificazioni conducono a rotture e schieramenti ideologici perché, come dice Ida Dominijanni nel suo articolo su Internazionale del 3 agosto 2020, «quando termini come sesso genere orientamento sessuale e identità di genere, che fanno parte del dibattito teorico politico femminista e lgbtq (e in quel contesto sono termini fluidi, controversi, sempre aperti all’interpretazione, alla contestazione e alla negoziazione), vengono  trasferiti e cristallizzati in un documento giuridico, gli stessi termini si irrigidiscono e diventano normativi e divisivi».

Nelle CdB miste, soprattutto in quelle di Pinerolo, per circa un ventennio, con il gruppo La Scala di Giacobbe formato da gay, lesbiche, transessuali, si è svolto un prezioso percorso di “conciliazione tra fede e omosessualità”, condividendo l’impegno contro ogni forma di omofobia nella chiesa e nella società. 

Il nostro gruppo donne ha avuto contatti e scambi con lo staff dei campi lesbici di Agape e con le famiglie arcobaleno. Siamo vicine alle donne di questi movimenti e tra noi e loro sono nate anche amicizie durature. Ora in molte di queste relazioni di scambio spesso prevale tacitamente la pretesa di un preciso posizionamento pro-Zan e qualsiasi critica o richiesta di modifica del decreto viene vista semplicemente come mancata volontà di far propria una battaglia dal grande valore sociale e umano. E questo clima si è creato anche all’interno del più ampio movimento delle CdB e dello stesso collegamento dei gruppi donne.

Credo quindi sia necessario calarsi nuovamente nella complessità dei contenuti che prima della polemica sul ddl Zan facevano parte di un dibattito teorico-politico controverso, ma aperto e in movimento.

Qui riprendo il discorso di Maria Concetta Sala nel recente incontro in Libreria quando ha parlato della postura necessaria per diventare generative: decentrarsi e decentrare per aprirsi all’esterno, attendere per scavare in quello che il pensiero delle donne ha già donato e che va riproposto con maggior radicalità, ospitare in posizione amorevole, tirarmi indietro per dare ospitalità, anche la lingua va ospitata per trovare un nuovo linguaggio, come pure il silenzio per essere indagato. Assumo queste parole come un’indicazione pratica: con questa postura ritengo necessario che si apra al più presto un confronto autentico, reale, ognuna e ognuno a partire da sé, andando oltre i fraintendimenti e gli schieramenti.