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L’aspetto più disperante del mio rapporto con le nuove tecnologie è che tutto si pratica e si consuma nell’isolamento individuale. Sei da sola, davanti a un computer a tentare di usare l’ennesimo nuovo strumento, per esempio Zoom che nel lockdown è diventato indispensabile. Tuo figlio l’ha istallato guardandoti con una certa aria di compatimento perché non sei capace. In effetti, non conoscendolo, qualunque imprevisto ti manda in ansia perché non sai cosa fare, non sei abituata a “smanettare” e ricordi con fatica la sequenza di una nuova procedura. È frustrante, davvero frustrante.

Sebbene con fatica, però alla fine anche io mi sono adattata per quel poco che mi consente di esserci su queste piattaforme e continuare a fare Via Dogana a cui tengo molto. Ho cambiato il computer per avere una connessione migliore, mi sono creata un angolo della casa tranquillo, ho imparato le procedure e ho capito le regole della “messa in scena” davanti allo schermo. Non voglio imparare di più e saperne di più. Per tutto il resto delego alle donne più giovani, che così hanno un altro fardello da portare.

Nel giro di poco tempo comunque le cose che ti sembravano difficili e forzate ti sembrano ovvie e non ti fai quasi più domande. Per questo penso che una sorta di autocoscienza, parlando ognuna della propria esperienza, sia indispensabile per non perdere la soglia critica e uscire dall’isolamento davanti alla macchina.

Anche io sento forte la preoccupazione per lo strapotere di chi produce e gestisce questi mezzi. Il paragone che mi viene subito in mente è con l’inizio della rivoluzione industriale, con l’agire selvaggio dei padroni delle ferriere. Oggi abbiamo a che fare con padroni delle ferriere immateriali che riducono l’umanità a materia prima da cui estrarre quella merce preziosa che sono diventati i dati; che determinano tramite gli algoritmi condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù; che pretendono di essere onnipotenti anche nei confronti del pianeta, con progetti tecnologici deliranti quali oscurare il sole o trasferire gli abitanti della terra (quelli che se lo possono permettere) su Marte.

Se ne parla sempre di più e dal dibattito in corso, anche dalle voci più avvertite, si delinea l’idea che l’argine politico sia costituito pressocché esclusivamente da un sistema di leggi, che vieti, per esempio, il furto dei dati personali da parte della “sorveglianza commerciale” come la chiama la Zuboff.

In questo panorama desolante tra la fatica individuale e l’impotenza di fronte allo strapotere delle multinazionali del web, ho visto di recente un barlume di luce quando è cominciato un agire collettivo per fronteggiarle.

Durante la pandemia, tutte noi abbiamo toccato con mano sia la grande utilità dei ciclofattorini per la consegna di cibo, libri e altro, sia l’ingiustizia delle loro condizioni di lavoro governate dagli algoritmi. Proprio da loro, che sono senza voce e senza potere, è scaturito un agire collettivo capace di negoziare con i giganti. In Spagna con una riforma definita storica, i sindacati potranno accedere agli algoritmi utilizzati dalle piattaforme per distribuire il lavoro. In Italia i primi a partire e a ottenere risultati sono stati i rider di Just Eat e molti altri seguiranno. L’agire di concerto è anche alla base di una risoluzione che fino a ieri sembrava irraggiungibile: tassare i colossi del web. Fino a che gli Stati pensavano di procedere singolarmente, le multinazionali avevano buon gioco a trasferire gli utili nelle filiali di quei paesi che garantivano una tassazione vicina allo zero. Ora che procedono insieme possono costringerle a dichiarare i loro ricavi nei singoli paesi e a pagare “giuste dosi di tasse”, come ha dichiarato il Consiglio UE.

Sara Bigardi nell’introduzione ha raccontato come funzionano le tecnologie delle procedure amministrative nel suo lavoro all’università e come abbia sentito l’esigenza di andare a parlare con colleghe e colleghi implicati in una singola procedura per ricostruire l’intero processo e capirne il senso; e Chiara Zamboni nel suo intervento ha parlato della governance dell’università, svelando quanto sia illusoria la promessa di partecipazione con cui viene proposta.

Certo parlarne e svelare i meccanismi è già molto, ma poniamoci il problema di cosa altro si può fare mettendoci insieme. In questo tempo di cambiamento che amplia le possibilità, proviamo a immaginare un agire collettivo trasformativo delle situazioni in cui ci troviamo a essere. In fondo è l’insegnamento che ci viene dalla pandemia: nessuna si salva da sola.