Affidarsi al piacere dell’esperienza
Laura Minguzzi
4 Gennaio 2026
Del vero e del verosimile se ne parla da tempo. Riguarda le nostre relazioni in rapporto al linguaggio. Ricordo che ne parlavamo a Bologna con Letizia Bianchi nel nostro gruppo di autocoscienza alla Strettoia, luogo di riunioni. Di come il nostro parlarci spezzava e non stava dentro al linguaggio standardizzato. Di come i nostri desideri non rientravano nei ruoli prestabiliti e stavamo cercando una lingua nuova, la lingua materna per intenderci e comprenderci, una lingua creativa. Forti di questa, ci siamo ribellate al linguaggio standard, agli stereotipi e ai luoghi comuni e abbiamo sovvertito il linguaggio neutro. Come? Abbiamo messo in atto un desiderio: leggere i libri integrali, soprattutto i romanzi, anche in originale, rifiutando le sintesi cosiddette oggettive, i riassunti rimasticati delle antologie: la buona letteratura ci ha nutrito, fatto crescere, pensare insieme, mettendoci al mondo differenti. Non abbiamo accettato di essere poste in appendice ai manuali di storia, come storia delle donne aggiunta a quella tramandata.
Oggi in un contesto in cui le nostre vite vanno a finire nei numeri dei database che si accumulano, crescono fino a diventare isole e si mangiano territori sempre più vasti, mi sono chiesta se non ci sia una relazione con il nozionismo scolastico, il sapere gerarchico, autoritario e neutro che abbiamo rifiutato negli anni settanta.
Ho pensato che ogni volta che faccio una domanda all’intelligenza artificiale mi arriverà una risposta frutto di un sapere allineato e disincarnato, proprio come quello dei manuali con cui ci venivano trasmesse nozioni nella scuola del passato contro cui abbiamo lottato per non essere più soggette/i alla cultura che dovevamo assimilare passivamente e ripetere, imitando modelli di vita prefissati e clichés linguistici. Ci eravamo ribellate spinte dal desiderio di esserci come soggetti pensanti e sessuati. Quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo seguito il nostro desiderio. Di conseguenza ho sentito e ho concettualizzato che una possibilità esiste di incrinare questo vortice, l’attrazione fatale dell’artificiale, della performance perfetta, affidandoci al pensiero dell’esperienza. Anzi, direi al piacere dell’esperienza. Invertire la corrente del vortice si può, non però stando davanti a uno schermo in cui manca la materialità dei corpi. Io ne ho sentito la mancanza, per esempio, in un periodo di incertezza e ricerca. Mi sentivo in un tempo sospeso, quello che non è previsto dalla macchina algoritmica e andando in cerca (la quête delle mistiche) sono capitata alla Casa della memoria, dove si stava svolgendo un incontro sulla storia e lì ho provato il desiderio di parlare e ho sentito sorgere un moto dell’anima e con nuove idee ho ripreso il cammino. Darsi il tempo della conversazione, dello scambio in presenza. Rifuggire dalle immagini seduttive come quelle che ci ha proposto la copertina di Time, in cui appare come protagonista dell’anno l’intelligenza artificiale. Un personaggio senza corpo. Viceversa, come accade nel film La mia famiglia a Taipei della regista cinese Shih-Ching Tsou, la verità soggettiva fa ordine e tutta la vita dei personaggi imbocca una nuova direzione, le relazioni si fanno reali e non fittizie e la vita diventa vissuta, una vita vera e non una performance di successo, uno spettacolo.
«Ogni tempo è tempo di promessa, è un kairos, anche nel tempo buio e confuso di oggi. Un cumulo di desideri crea parusia. La coscienza trasforma la realtà». Traggo questa citazione dal video “Sorelle senza nome”1 di Jonathas de Andrade, che ho visto di recente e che mi ha fortemente emozionata.