Accompagnando ci incontriamo
Patricia Meza Rodríguez*
23 Giugno 2026
Riflessioni di una partecipante alle lotte dal settembre 2014 per la “restituzione in vita” dei 43 studenti di Ayotzinapa uccisi nello stato di Guerrero in Messico
Il 26 e 27 settembre 2014 sono scomparsi 43 studenti della Scuola Normale Rurale «Raúl Isidro Burgos» di Ayotzinapa, nella città di Iguala, nello Stato di Guerrero, in Messico. Sono stati attaccati dalla polizia locale e dalle autorità federali, colluse con gruppi criminali. Tre studenti sono stati inoltre uccisi. Ad oggi non ci sono stati progressi nelle indagini sul caso degli studenti, per cui le loro famiglie non hanno ottenuto né verità né giustizia riguardo alla scomparsa dei giovani.
Da allora le loro madri e i loro padri non hanno smesso di esigere che i loro figli fossero restituiti vivi; sono passati più di undici anni e da allora sono stati accompagnati da organizzazioni sociali, sindacati e persone indipendenti.
Fin dall’inizio ho partecipato alle mobilitazioni organizzate a Città del Messico dalle madri e dai padri dei 43 studenti; mi sono unita all’Assemblea della Comunità Artistica, dove noi siamo stati invitati a partecipare a una brigata culturale nelle comunità del Guerrero da diplomati della scuola normale di Ayotzinapa; è stato così che per la prima volta ho visitato la scuola normale da cui provenivano i 43 studenti scomparsi e ho anche iniziato il mio percorso nel movimento della società civile per la richiesta del ritorno in vita degli studenti e della giustizia per quanto accaduto.
In Messico e in America Latina ci troviamo costantemente a dover affrontare l’urgenza degli eventi che viviamo, per cui è difficile sedersi, scrivere e riflettere; così sono passati per me quasi nove anni da quando ho iniziato a disegnare grafiche per le madri e i padri dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, Guerrero, ed è stato nell’ambito del 2° Congresso Internazionale Femminista in Memoria di María Uicab dell’Università Autonoma di Quintana Roo, in Messico, sul tema Attivismi, Esperienze e Resistenze, che ho colto come occasione per dare inizio alla mia testimonianza scritta della mia esperienza di accompagnamento alle mamme e ai papà dei 43, perché non si è trattato solo di progettare dalla distanza della mia professione, ma di instaurare un rapporto a due con loro, una relazione di accompagnamento.
È un momento di totale sfinimento e un momento importante per lasciare; sono passati undici anni ed è la prima volta che non sarò con chi dovrei essere, ma con chi è necessario io sia: loro, i 43 studenti non sono solo un numero, il 43, loro hanno un nome: Abel, Abelardo, Adán, Alexander, Antonio, Benjamín, Bernardo, Carlos Iván, Carlos Lorenzo, César Manuel, Christian Alfonso, Cristian Tomás, Cutberto, Dorian, Emiliano Arem, Everardo, Felipe Arnulfo, Giovanni, Israel, Israel Jacinto, Jesús Jovany, Jonás, Jorge, Jorge Aníbal, Jorge Antonio, José Eduardo, Jorge Luis, José Ángel, José Ángel, José Luis, Jhosivani, Julio César, Leonel, Luis Ángel, Luis Ángel, Magdaleno Rubén, Marcial Pablo, Marco Antonio, Martín Getsemany, Mauricio, Miguel Ángel, Miguel Ángel e Saúl Bruno. Inoltre Julio César, Daniel, Julio César e Aldo. Undici anni, 43 vite, 43 nomi, 43 sogni, 43 figli, 43 fratelli, 43 speranze. Perché ¡Vivos se los llevaron, Vivos los queremos!(Vivi li hanno presi, Vivi li vogliamo!)
Molte volte, quando ero una bambina, mia nonna, mamá Modesta, madre di mia madre, mi raccontava di come lei e la sua famiglia, in cui era nata, fossero molto, molto poveri e un giorno qualcuno disse loro che stavano regalando delle terre, così presero tutte le loro cose, todos sus chiquillos, come si era soliti dire allora di bambine e bambini, e intrapresero un lungo viaggio a piedi, sì, a piedi, da Huatusco, Veracruz, addossato alla montagna, fino a un luogo che all’epoca si chiamava Purga, oggi Manlio Fabio Altamirano, Veracruz, a un’ora dal porto. Effettivamente furono loro assegnati quattro ettari di terra e un altro appezzamento dove vivere vicino alla ferrovia; lì costruirono la casa di legno, casa che conobbi e dove trascorsi dei periodi quando era la stagione dei manghi; ce n’erano circa sette varietà, chapita, calabaza, corriente, platanillo e il mio preferito, il manila, non ricordo più tutti i loro nomi, sono di quelle cose a cui non dai importanza perché pensi che dureranno tutta la vita. Moltissimi anni dopo ho scoperto che il terreno su cui sorgeva la casa era di proprietà delle Ferrovie Nazionali del Messico e che loro pagavano un affitto, finché nel 1995, con Ernesto Zedillo come presidente del Messico, le ferrovie furono privatizzate e il diritto di proprietà fu concesso a tutte le persone che avevano vissuto per tanto tempo lungo i binari. Lì mia nonna, mamá Modesta, insieme ai suoi fratelli e sorelle, ha vissuto la rivoluzione; dovevano nascondersi sia se arrivavano i federali, sia se passava “la bola”, come chiamavano i rivoluzionari, che li portavano via per farne soldati o rivoluzionari; mia madre mi raccontava che i suoi fratelli si nascondevano sugli alberi e che lei invece fu portata in una casa a lavorare a Córdoba, Veracruz, a fare le pulizie, affinché non la portassero via né gli uni né gli altri.
Mi sembra che lì a Córdoba abbia conosciuto quello che sarebbe diventato mio nonno, mi papá Jesús, e che anche lui fosse partito da Huatusco nelle stesse condizioni. Quando decisero di fare vita insieme, andarono a vivere a Orizaba, Veracruz, lei mi raccontava che compravano la verdura e poi se ne andavano a piedi, uno per parte della strada, con il loro cestino in mano offrendo la verdura; qualche tempo dopo smisero di camminare e si misero per terra all’ingresso del mercato a vendere la verdura. Non so come tempo dopo si procurarono una bancarella al mercato e cambiarono attività, passando alla merceria.
La prima volta che ho visto le madri, i padri e i familiari dei 43, l’8 ottobre 2014, durante la prima grande marcia popolare sul Paseo de la Reforma, sono rimasta sbalordita, non so per quale motivo avessi cancellato dalla mia mente che sarebbero stati lì; erano e sono le persone più povere e umili di questo Paese e, come se non bastasse, lo Stato ha commesso la peggiore delle violenze nei confronti della sua popolazione: la scomparsa dei suoi figli.
Come non identificarmi con loro? Gli studenti, anch’io sono stata studente, anch’io ho vissuto momenti di precarietà quando lo ero; ricordo quel momento così difficile che ho passato quando mia madre stava per farmi lasciare l’università, perché non c’erano abbastanza soldi, nonostante studiassi in un’università pubblica. E come, per un periodo, mia cugina mi abbia aiutato economicamente per le mie spese di base, come i trasporti, affinché non abbandonassi gli studi.
Proprio al primo semestre all’università, durante il corso di design, il docente ci ha parlato e ci ha chiesto un lavoro sul Movimento studentesco del 1968. Come? Cosa? Movimento studentesco? Massacro di studenti? L’esercito?
Ricordo di aver verificato ciò che molti hanno detto del libro La notte di Tlatelolco di Elena Poniatoska; nel libro si sentono le parole delle testimonianze.
Così, il successivo 2 ottobre, diversi compagni e compagne siamo andati alla marcia in commemorazione del 2 ottobre 1968.
Quando sono scomparsi i 43 studenti di Ayotzinapa, ho pensato, sicuramente come tante altre persone, che non sarebbero stati in grado di commettere nuovamente una simile atrocità e che nel giro di pochi giorni sarebbero ricomparsi in qualche ministero pubblico o istituzione governativa; da allora sono passati undici anni.
Attivismo, secondo il dizionario María Moliner, è l’atteggiamento e la dottrina degli attivisti.
Attivista. Membro attivo di un’organizzazione, generalmente politica, che ricorre all’azione diretta per raggiungere i propri fini.
Attivismo, secondo la Real Academia Española, è l’impegno intenso in una determinata linea d’azione nella vita pubblica.
Attivista. Agitatore politico, membro di un gruppo o partito che interviene attivamente nella propaganda o pratica l’azione diretta.
Non so se vi è capitato di partecipare a una marcia, a un comizio, a una protesta e di sentire che fate finta di fare qualcosa ma sembra che non stiate facendo nulla, perché l’obiettivo non viene raggiunto, perché non si ottiene ciò per cui avete deciso di uscire dalla vostra zona di comfort e protestare, esigere. Ebbene, a partire da quell’8 ottobre si susseguirono una serie di marce e manifestazioni in tutto il Paese e persino all’estero; a Città del Messico capitava che in una settimana si tenessero due o tre marce, con proteste ovunque. In un percorso che va dall’Ángel de la Independencia allo Zócalo a Città del Messico, un tragitto di un’ora o un’ora e mezza, ci sono volute fino a cinque o sei ore a causa della quantità di persone che si sentivano commosse e violentate per la scomparsa degli studenti; spuntarono assemblee e progetti collettivi ovunque. Fu così che nacquero delle brigate per svolgere un lavoro collettivo nelle comunità di Guerrero, da dove provengono principalmente gli studenti, per realizzare un lavoro di ricostruzione sociale per quando tutto fosse finito, attraverso l’arte, la cultura e la pedagogia, poiché nello stato di Guerrero praticamente tutto era stato occupato per esercitare pressione affinché gli studenti fossero restituiti; fu così che arrivai a Guerrero, fu così che acquisii una consapevolezza, ancora maggiore di quella che già avevo, della povertà, dell’emarginazione e della violenza sistemica in cui vivevano quelle famiglie a cui erano stati strappati i figli.
In quel contesto si prepararono, nacquero e si riattivarono molte altre lotte come l’articolazione delle donne; ci fu una mobilitazione molto importante a cui fu dato il nome di Feminicidios en contexto Ayotzinapa (Femminicidi nel contesto di Ayotzinapa). Fu una vera boccata d’aria fresca per l’animacorporea1 dentro tanta rabbia e dolore che stavamo vivendo in quei giorni; in breve tempo si trasformò in un’iniziativa collettiva che prese il nome di Las Aparecidas (Le Ricomparse).
Quando andai per la prima volta ad Ayotzinapa ricordo come se fosse ieri che uno dei genitori disse a me e ad altri due compagni: «Sono già passati tre mesi, perché venite solo ora?». Ricordo che avrei voluto sprofondare, nascondermi da qualche parte o scappare via; poi lui stesso rispose: «Lo capisco, anch’io ero così, prima che portassero via i nostri figli, il resto non mi importava, mi dedicavo al lavoro (muratore), alla mia famiglia, alla mia casa, quello che succedeva, succedeva agli altri, a me non succedeva». Era Don Emiliano Navarrete, padre di José Ángel Navarrete González. Da allora, ogni volta che venivano a Città del Messico per una marcia, una protesta, comizio, sit-in, picchetto, mi avvicinavo e lo salutavo; era il mio modo di dirgli: «Non sono stata vicina a voi nei primi tre mesi, ma eccomi qui». E non è che non ci fossi, certo che c’ero, ma solo tra tutte le altre persone che partecipavano alle mobilitazioni.
Non mi piace, né mi identifico con la parola attivista, non per ciò che significa, come abbiamo già visto, ma per ciò che non significa; sento come se fossi stata nell’inazione, nel letargo dell’immobilità, a grattarmi la pancia, insomma.
Quando ho iniziato a frequentare mamme e papà, sentivo che gli altri li chiamavano “gli zii”; avevo già imparato che nelle comunità del Guerrero, come segno di rispetto e riconoscimento nei confronti delle persone adulte e anziane, quelle più giovani le chiamano con i soprannomi di “zia”, “zio”, indipendentemente dal fatto che siano parenti o meno, tuttavia nelle comunità, sono proprio questo: fratellanza, famiglia.
Mi ha ricordato che nella fattoria a Veracruz, la differenza è che lì il soprannome è cuñada, cuñado, (cognata, cognato) le persone grandi o piccole ti incontrano per strada e ti salutano dicendoti: quiubo cuñao (tutto bene, cognato). Ma chiamare zio o zia le mamme o i papà, mi è sembrato e mi sembra ancora un modo, per affetto, di dimenticare perché sono lì e non voglio farlo; sono lì politicamente, perché esigo la ricomparsa in vita e giustizia per i fatti avvenuti il 26 e 27 settembre 2014.
Stare vicino alle madri e ai padri è stato fare famiglia, stare attenta quando vanno in città se gli manca o serve qualcosa, oltre alle vite dei loro figli, cose elementari, come l’acqua, andare in bagno, ripararsi dalla pioggia, qualcosa da mangiare o qualcosa di così semplice ma così importante perché dà loro forza: sapere che sei lì, molte volte per avere qualcuna con cui parlare della vita quotidiana, se si erano persi; c’era traffico, non sapevano come arrivare in metropolitana, se il cibo gli aveva fatto male o se il raccolto era andato a male a causa delle piogge, l’angoscia di non sapere se le altre loro figlie o figli stanno bene mentre un uragano si abbatte sulla zona, mentre loro partecipano a riunioni o manifestazioni in città. Ma anche la preoccupazione da parte loro, soprattutto delle mamme, di sapere se stai bene, di offrirti un taco con il cibo che altri offrono loro, di ripararti dalla pioggia se è troppo tardi per tornare a casa, di voler sapere cosa fai, a cosa ti dedichi, come sta la tua famiglia o se vivi molto lontano da dove si trovano loro quando vengono in città. E oggi, con il passare del tempo, se puoi accompagnarli in qualche posto in centro approfittando del fatto che vengono in città.
Così, accompagnandole, ci incontriamo; camminare al fianco delle mamme e dei papà non è stato solo compiere azioni dirette, l’organizzazione politica alla ricerca di un fine determinato; accompagnarle è ed è stato camminare in relazione, la relazione di due che pone il pensiero della differenza sessuale, tra me e me una donna. E nella scomparsa dei 43 studenti la misura del mondo sono state e sono le madri, quelle donne che hanno dato loro la vita e che hanno avuto fiducia che i loro ragazzi sarebbero stati bene, studiando alla scuola normale rurale di Ayotzinapa, fiducia conquistata per l’entusiasmo dei loro figli di diventare insegnanti e con ciò avere un mondo migliore, perché nello stato di Guerrero, come in tanti altri del nostro paese, le opzioni sono poche per le figlie e i figli di indigene e contadini: seguire le orme di papà e mamma nel lavoro dei campi, come braccianti o nell’edilizia, entrare a far parte de los malos (dei cattivi), come viene chiamata la criminalità organizzata, oppure diventare insegnante nelle scuole normali rurali, cosa che permetterà sia allo studente che alla sua famiglia di accedere a una migliore qualità di vita. Quanti di loro sono scomparsi portando con sé la promessa fatta alla loro madre che, una volta diventati insegnanti, avrebbero potuto costruirle una casetta o piastrellare il pavimento di terra delle loro case.
«Io non sono Ayotzinapa», hanno detto nel 2016 donne che si definivano femministe: gli scomparsi erano uomini, nulla a che vedere con il femminismo, dopo l’attacco all’antimonumento Más 43 (‘Più 43’) quel 24 aprile 2016. Tuttavia, come ha detto in diverse occasioni Araceli Osorio, madre di Lesvy Berlin Osorio, assassinata nella città universitaria dell’UNAM nel 2017, non scompaiono, c’è qualcuno che le porta via, c’è qualcuno che le uccide. E le madri? Sono forse uomini? Le madri sono e sono state le più violentate nella scomparsa dei loro figli: loro, che danno la vita, in quel momento e ancora oggi nel presente, hanno dovuto correre via alla notizia della scomparsa del loro figlio, lasciando indietro gli altri figli e figlie, per dare priorità a lui che aveva davanti un futuro migliore perché era studente di scienze dell’educazione o ancor più, nonostante la scomparsa del figlio, accettare che il figlio o le figlie rimasti entrino a studiare nelle scuole normali rurali nonostante il pericolo che ora sanno bene che comporta.
Le madri dei 43 studenti di Ayotzinapa erano e continuano a essere come tante altre donne: casalinghe, alcune lavorano anche vendendo cibo, facendo le pulizie nelle case, vendendo verdura, lavorando nei campi e subendo nelle loro case violenza maschilista da parte dei loro mariti, padri e fratelli. E nella società erano discriminate non solo per il fatto di essere donne, ma anche perché indigene e contadine. Ma non è solo questo: nel movimento sociale alla ricerca dei propri figli e della giustizia sono state rese invisibili. C’è stato un primo periodo in cui nei titoli dei giornali, nei telegiornali, le autorità si riferivano, e lo fanno ancora, a Los padres de los 43 (i genitori dei 43).
Ricordo come se fosse ieri di aver ricevuto una telefonata da don Emiliano che mi chiedeva:
– Paty, cosa mi avevi detto che fai? Cosa mi hai detto che studiavi?
– Grafica, realizzo copertine di riviste, opuscoli, volantini, manifesti.
– Puoi aiutarci a realizzare un manifesto?
– Certo che sì, don Emiliano.
– Puoi venire al Pro?
– Mi dica quando.
– Adesso, siamo qui.
E così è iniziato un rapporto stretto con mamme e papà, dal disegnare un manifesto per il concerto chiamato Voces por los 43 allo stadio Azteca il 26 agosto 2016, dove il gruppo principale era Panteón Rococó, fino ad oggi, quando si compiono 11 anni dalla scomparsa dei 43 compagni di Ayotzinapa.
Da pochissimo tempo ho preso coscienza che la professione che ho scelto per la mia crescita professionale è una professione che nasce interamente dal capitalismo. Accidenti!
Ma poiché il capitale non occupa tutto, né tantomeno lo fa il patriarcato, il mio lavoro di grafica non era mai stato così funzionale e socialmente impegnato come da quando ho iniziato, partendo da una posizione politica, a donare il mio lavoro professionale di disegnatrice grafica alle madri e ai padri dei 43 e, in seguito, a madri di vittime di femminicidio e con figlie scomparse. Prima ancora di avere i primi schizzi di quel primo manifesto, la prima cosa che ho fatto, perché la grafica non è neutra ma ha un potere potente e non da poco, è stata quella di posizionarmi e nominare “Madri e Padri dei 43 studenti scomparsi”; non l’ho detto a nessuno e tanto meno ho chiesto autorizzazione, fino ad oggi non so quando se ne siano accorti o se se ne siano accorti. I comunicati continuavano ad apparire come del comitato dei genitori dei 43, finché a un certo punto non sono stati inclusi padri e madri. È stato molto bello, quando si è tenuto il primo concorso di cartellonistica per commemorare i tre anni dalla scomparsa dei 43, vedere come tutte le proposte di grafica arrivassero con la didascalia “madri e padri”, cosa che in realtà era stata richiesta ai partecipanti dal regolamento del concorso, anche se basta solo una disattenzione perché le madri tornino a essere invisibili. A un certo punto, parlando con una delle mamme, ci siamo chieste quale fosse stato il momento in cui erano state rese visibili nominandole, ma non c’è chiarezza al riguardo e al patriarcato del movimento è meglio non chiederlo.
Per quel concerto allo stadio Azteca non solo ho disegnato il manifesto, ma anche tutti i teloni per vestire il palco, gli striscioni, i badge, i cartellini per il parcheggio e le magliette; credo che di tutto ciò che ho disegnato per le mamme e i papà, nulla mi abbia dato tanta soddisfazione quanto disegnare le loro magliette; vederli arrivare con le magliette addosso è stato davvero incredibile! Una soddisfazione enorme sentire che li stavo sostenendo in modo tangibile, al di là della partecipazione a una marcia per i 43, e questo nonostante in quel momento solo due genitori e l’avvocato sapessero che ero io ad aver disegnato tutto. Non avrei mai immaginato che fosse l’inizio di un lungo cammino al fianco delle mamme e dei papà dei 43 studenti di Ayotzinapa. Oggi siamo alla 132ª azione globale, di cui ho realizzato forse il 90% dei manifesti, quelli delle assemblee nazionali popolari, delle riunioni provinciali dell’ANP a Città del Messico, manifesti per i mezzi di trasporto che portano alle assemblee ad Ayotzinapa, i cartelloni delle marce in Guerrero, dei comizi, dei sit-in, delle giornate di lotta e delle carovane, il design di circa dodici o sedici magliette, volantini, brevi video per la diffusione sui social, tazze e quattro concorsi di cartellonistica.
All’inizio vi avevo detto che questo è un momento di sfinimento e di distacco; non l’avevo detto prima per non innervosire le organizzatrici e per provare meno angoscia, ma una settimana fa ho perso l’hard disk esterno del mio computer e con esso tutto il lavoro che ho svolto per le mamme e i papà dei 43, insieme al testo e alla presentazione della relazione di oggi, tutto il lavoro che ho fatto anche per le madri di vittime di femminicidio e di sparizione, come quello per Lidia Florencio, madre di Diana Velázquez Florencio, assassinata a Chimalhuacán nel 2017.
Quando accompagniamo le vittime, parola con cui non mi identifico perché dice ben poco delle persone, il carico emotivo è più che fortissimo; proprio come le mamme e i papà a undici anni dalla scomparsa dei 43, oggi anch’io sono malata e sono anche molto stanca, quindi mi sembra che la disattenzione che mi ha fatto perdere l’hard disk con gli ultimi dieci anni del mio lavoro sia solo il riflesso di quella stanchezza e del fatto che lo Stato punta molto sul logoramento, la stanchezza e l’oblio. Ma ciò che lo Stato non considera è che… Camminiamo con il cuore. Grazie mille.
*Patricia Meza Rodríguez, nata e residente a Città del Messico, è artista grafica; ha conseguito il Master in Politica delle donne curato dal Centro di ricerca Duoda all’Università di Barcellona.
1 Animacorporea è un’invenzione simbolica di Antonietta Potente, docente del Master di Duoda.
(www.libreriadelledonne.it, 23 giugno 2026, traduzione di Luciana Tavernini)