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Come quando si accende la luce s’intitola un capitolo del libro Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna scritto da Luisa Muraro nel 2011, ma è anche il titolo del recente volume collettaneo pubblicato per Mimesis pochi giorni dopo la morte dell’autrice (avvenuta il 13 giugno di quest’anno) a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tomasi. Scelta calzante, perché quella luce accesa su un soggetto – quello femminile – che esisteva già ma era rimasto in ombra per secoli Muraro l’ha seguita e coltivata per tutta la vita, e grazie a lei vive ancora oggi. Ma come si era accesa questa luce?

In Salti di gioia, un piccolo volume pubblicato nel 1996 all’interno di un cofanetto per le edizioni “Millelire” (insieme a testi di Braidotti, Bocchetti, Dell’Olio e Militello) Muraro parla del suo incontro con il femminismo. Lo fa sotto forma di racconto perché non vuole consegnare ai libri di storia («Non voglio stare nei libri di storia», sic) quella incredibile esperienza di libertà «che ti prende come un amore» e il richiamo di esserci «che fa battere il cuore». Questo richiamo, scrive Luisa Muraro, «quando lo hai sentito, anche una volta non guarisci. E vuoi farlo sentire ad altre, ad altri». Dunque l’incontro con il femminismo è un accadimento, un miracolo dell’essere che accompagna «una specie di euforia che ti prende quando capisci che in questo mondo può capitare di tutto e tu, magari, ti trovi nei paraggi» ed è qualcosa che, una volta toccato, si desidera trasmettere.

Il primo richiamo Muraro lo incontra nel Sessantotto in cui si trova coinvolta sin dalla prima ora a Milano, all’Università Cattolica: «era il momento di farsi trasportare da quello che ci accadeva […] perché le cose si snodarono, agli inizi, con la fluidità che caratterizza la poesia o i giochi dell’infanzia». Al femminismo arriverà invece nei primi anni Settanta «quando tutte (esagerazione poetica) quelle della mia generazione lo diventarono», quindi a “femminismo già iniziato”. Il Sessantotto aveva lasciato tante cose in sospeso, prima fra tutte, in Muraro, la contraddizione tra il suo lavoro all’università e il suo essere madre, tra la vita pubblica e la vita privata: «Ero infatti assistente volontaria di un eccellente professore dell’Università Cattolica. Ma ero sposata e madre di un eccellente bambino. E le due situazioni erano tremendamente scucite tra loro e si facevano un’ombra sconfinata». Un’ombra sconfinata che l’autrice mette a fuoco quando – e qui il racconto si fa ironico – incontra “la Femminista” che mette in parola «la parte meno nominata e più incasinata» della sua vita (la vita privata) rivelandole che la causa della sua sofferenza risiedeva nell’oppressione da parte dell’“Uomo” e che di questa oppressione lei era solo una «vittima innocente».

Questo primo incontro con il femminismo, pur se in una posizione vittimistica che più avanti le sarebbe sembrata del tutto insoddisfacente e che avrebbe passato la vita a ribaltare, ha un effetto dirompente in Luisa tanto che dopo la partecipazione a una nutrita assemblea presso la facoltà di sociologia a Trento «la notte», racconta, «non potei tornare nella bella casa antica. La passai, come i giorni seguenti, di qua e di là, in una specie di esaltazione mentale, dentro alla quale covava un filo di dolore e in fondo a questo filo c’era una consapevolezza di me e del mondo che non avevo mai avuta prima». L’incontro con il proprio desiderio, la libertà, le voci di donne che danno parola ai sentimenti rappresentò una vera e propria epifania, folgorante come una conversione, e le permise di svincolarsi da un destino fitto di ombre per seguire un punto di origine, vero e a tratti doloroso, ma fecondo e vivo: «non sono più tornata come prima di quella settimana passata di qua e di là, straparlando, pensando e coltivando un filo di dolore. Non ho più smesso di sapere che le cose, di colpo, possono diventare facili e divertenti, e che la realtà non è mai finita, arrivi alla fine e c’è altro ancora. E che io sono una donna, dalla a alla zeta, dall’inizio alla fine, dalla punta dei piedi alla punta dei capelli, amen».

Da quel momento in poi l’immersione nel femminismo sarà totale: l’incontro decisivo con Lia Cigarini, la fondazione con lei e altre della Libreria delle donne di Milano, la fondazione, con altre, della Comunità di Diotima presso l’Università di Verona dove intanto ha preso a insegnare. Il pensiero di Luisa Muraro nasce in rapporto continuo con la pratica femminista e in relazione costante con altre donne, a Milano, a Verona, in tutta Italia ma anche oltre i confini nazionali. Si sviluppa da una pratica comune con le altre eppure, nella parola orale come nella scrittura, il “genio femminile” di Muraro si fa unico, nella capacità ineguagliata di dare voce ai suoi pensieri di donna con parole semplici e chiare appare in lei un “di più” che ne fa una maestra, una filosofa, una mistica, una scrittrice d’eccezione. Una scrittura chiara e semplice, concreta, che si nutre della forza del senso comune e della lingua corrente per attraversare questioni complesse senza mai cedere al compiacimento linguistico, tantomeno alla banalizzazione. Luisa Muraro tiene fermo nella scrittura il legame ingenuo con l’infanzia propria e altrui, la “materia prima” a cui attingono le creature piccole, quella fiducia primaria nella relazione, fonte originaria che le permette di tornare e farci tornare sempre “alle cose stesse”.

Va a spasso tra i testi della tradizione, tra le storie della vita quotidiana passate e presenti guidata da una luce che rischiara per lei e altre, e altri. Le donne esistevano e agivano significativamente già prima del femminismo, ma senza essere viste. Muraro accende la luce sulla libertà femminile: le azioni quotidiane delle donne, i loro pensieri lasciati in ombra si illuminano di un chiarore che pervade il presente e il futuro ma funziona anche a ritroso, per il passato, restituendo valore alla differenza sessuale che non viene abbandonata o respinta come retaggio del patriarcato ma assunta a pieno come espressione di libertà. Questa luce Muraro la accende seguendo le tracce dell’autorità femminile, per rovesciare di segno l’assenza delle donne dalla storia, per “approfittare” di questa assenza, come indicato da Carla Lonzi. Rovescia di segno la condizione della donna oppressa: nascere donna, nascere dello stesso sesso della madre, non è una sventura ma una «fortuna indicibile» e i testi di Luisa Muraro sono attraversati dal suo sguardo ammirato, benevolo, nei confronti di ogni donna, uno sguardo volto a fare spazio a quello che l’autrice stessa chiama il «senso libero della differenza sessuale».

Come sottolinea Chiara Zamboni, nel suo contributo al volume Come quando si accende la luce, Muraro impronterà l’intero suo percorso teorico e politico alla restituzione dell’indipendenza simbolica delle donne, allo sprigionarsi della forza della loro soggettività. Si tratta di una scommessa politica che trova la sua prima radice nella relazione materna e nella risignificazione del concetto di autorità. «La riconoscenza per la madre è stata iniziale, è stata un inizio e riguarda l’inizio, quell’inizio che ci ha messo al mondo dandoci vita e parola. Da lì si è accesa la luce ed è venuto il primo orientamento che faceva ordine simbolico» scrive Diana Sartori ancora nel volume in ricordo di Muraro edito da Mimesis.

Il tema attraversa negli anni tanti suoi testi tra i quali, per citarne solo alcuni, L’ordine simbolico della madre (1991), Autorità (2013) e Il lavoro della creatura piccola (2013). Muraro vede il privilegio di nascere donna nella grande vicinanza con il corpo materno, ma è un privilegio «costoso, che rende spesso difficile e combattuto il rapporto madre-figlia». Muove dalla consapevolezza che si tratta di un terreno potente ma allo stesso tempo scivoloso, e, da subito, chiarisce che si tratta di una funzione simbolica e che il legame con la biologia – pur presente e ineliminabile – non è prioritario. A sottolineare l’aspetto simbolico della funzione materna ne L’ordine simbolico della madre c’è il continuo riferimento, quando nomina la madre, alla sua sostituibilità: «La madre, o chi per essa». Fino a individuare il massimo valore della competenza materna proprio nella sua capacità di farsi sostituire da altri.

Il richiamo all’ordine simbolico materno è stato da più parti criticato e i suoi lati oscuri sono stati sviscerati in alcuni seminari di Diotima, alla presenza della stessa Luisa Muraro. In un’intervista del 2005 a Ida Dominijanni per “Il Manifesto” Muraro è tornata sul disaccordo di molte nei confronti di quel libro:

«A monte c’era un’altra cosa, io credo, che il libro fa una scommessa, senza vincerla, e chiede a chi lo legge di entrare nel gioco […]. Questo libro era rivolto specialmente alle donne perché prendessero su di sé il mio tentativo nel suo insieme, compresa la parte non riuscita, compresa la parte a me stessa oscura. Molte lo hanno fatto e continuano a farlo […], ma altre, specialmente fra le pensatrici di professione, no. Io ne ho dedotto che non volessero partecipare al gioco, forse perché non ci vedevano il loro guadagno, forse perché non avevano capito […], forse perché avevano capito e non erano d’accordo.»

Il gioco, la scommessa stava nel riannodare il filo interrotto della relazione madre-figlia per renderlo politicamente fecondo, per far avere un “guadagno” a tutte le donne. Muraro aveva “giocato” consapevolmente al confine tra potenza e competenza materna, giocato con il fuoco, consapevole che con il fuoco ci si può bruciare, ma se ben dosato (“quanto basta”) crea un’inesauribile energia e quella energia, quella forza è un guadagno irrinunciabile per tutte.

La relazione materna fa, in questo senso, da matrice per ogni relazione “dispari” o di “autorità” che, se sana e dinamica, autorizza ognuna e ognuno a esserci. Nel volume dal titolo Autorità edito da Rosenberg & Sellier (2013) l’autrice continua a giocare col fuoco, riabilitando uno dei termini più contestati e controversi della cultura moderna. Nel 1971 aveva pubblicato insieme a Fachinelli e Sartori il volume L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola e, a distanza di trent’anni, arrivano queste riflessioni di segno completamente opposto. In realtà le relazioni “dispari”, così come la necessità di darsi delle regole, Muraro le aveva ravvisate da subito anche all’interno dei movimenti “antiautoritari” ed erano emerse con forza ancora maggiore nei gruppi di autocoscienza femministi. Ne era nata per lei e altre l’urgenza di cogliere l’aspetto vivo dell’autorità, distinguendola dal dominio e dal potere. Si trattava di mettere a fuoco la «vis politica» dell’autorità cioè «un’energia che mobilita e motiva i soggetti umani a prendere iniziative per stare al mondo meglio, e una parte di questo “meglio” è sempre anche l’esistere agli occhi nostri e altrui, potendo intervenire simbolicamente e materialmente nel corso delle cose» (ivi, p. 63). L’autorità, continua, «non è un effetto assicurato né un possesso ma una dimensione che si apre quando i termini di una disparità entrano in una relazione di scambio fra loro e avviene quello che chiamo un “imparare a parlare”». L’autorità risponde a un bisogno di tipo simbolico, essa, quando è dinamica e circolante, quando resta in contatto con la fragilità della condizione umana, non scade nell’idolatria e nel potere, ma piuttosto autorizza a esistere, risponde al richiamo a esserci. Non si può che essere grate a Luisa Muraro per non aver tenuto questo richiamo a esserci solo per sé ma per aver voluto accendere per tutte, per tutti, la luce della libertà che fa battere il cuore.

Riferimenti bibliografici

– L. Muraro, Salti di gioia, Stampa Alternativa, Viterbo 1996.

– Laura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, a cura di, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis, Milano-Udine 2026.

(Fata Morgana web, 2 novembre 2026)