“Siamo stati uccisi”: l’editoriale di Novaja Gazeta sulla fine della sua esistenza
Redazione
30 Ottobre 2026
Il Cremlino chiude l’ultimo giornale libero della Russia dopo averlo inserito in una lista di “nemici dello Stato”
Siamo stati uccisi.
Il 9 novembre spegneremo le luci nella casa in cui abbiamo vissuto per trent’anni, chiuderemo i nostri server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi di sicurezza russi hanno costretto la nostra redazione a cessare le attività.
Oltre trent’anni di vita condivisa con il nostro Paese e i suoi cittadini giungono al termine, lasciandoci senza una casa, privi di mezzi di sussistenza e sotto la costante minaccia di repressione.
I tre decenni trascorsi insieme sono stati, per lo più, felici. I nostri lettori, i nostri amici, i nostri articoli e i nostri film ci hanno dato un senso e una speranza. A volte, tuttavia, questi anni sono stati anche terribilmente tristi e amari. È stato sotto l’attuale regime politico – non durante il caotico decennio degli anni ’90 – che sei dei nostri colleghi sono stati assassinati per aver adempiuto ai loro doveri professionali e civici: Igor Domnikov, Jurij Ščekočichin, Anna Politkovskaja, Stas Markelov, Anastasija Baburova e Natal’ja Estemirova.
Abbiamo resistito finché abbiamo potuto, ma siamo stati sfrattati dalla nostra sede e la piattaforma che ci consentiva di ricevere il sostegno finanziario dei nostri lettori è stata chiusa.
Siamo stati privati di ogni nostra risorsa. Completamente.
Si tratta di una campagna coordinata. Le banche che hanno interrotto i rapporti con noi sostengono di limitarsi a seguire le proprie regole interne. Non dicono, però, che tali regole sono stabilite dall’FSB – il servizio di sicurezza statale – presente all’interno di ogni organizzazione. Considerano il Paese come il loro feudo personale.
Dall’inizio della “operazione militare speciale” in Ucraina e dall’introduzione di accuse penali per “discredito dell’esercito russo”, non siamo più in grado di raccontare gli eventi più critici e tragici del nostro tempo. La censura si estende praticamente a ogni ambito della vita civile.
Il nostro sito web è stato bloccato, la nostra licenza revocata, la nostra tipografia sequestrata. Ci è stato vietato di pubblicare il nostro giornale in qualsiasi forma. Molti dei nostri colleghi sono stati costretti a fuggire dal Paese.
Dmitrij Muratov*, il nostro editore e premio Nobel per la pace, si è visto gettare in faccia della vernice contenente acido. Ha rischiato di perdere la vista. I responsabili sono stati lasciati liberi. Le autorità hanno etichettato lui e l’intero giornale come “agenti stranieri”.
In Cecenia, la nostra editorialista Elena Milašina è stata rapita e picchiata fino a essere ridotta in fin di vita. Oleg Roldugin, uno dei nostri redattori, è stato arrestato e ora deve affrontare un processo per aver raccolto informazioni.
Le nostre redazioni hanno subito irruzioni; l’appartamento di Sergej Sokolov, il nostro caporedattore, è stato perquisito. Per quasi cinque anni, abbiamo continuato a lavorare pur essendo completamente circondati dai servizi di sicurezza. Ora è finita. Ci ritroviamo in una «zona di annientamento».
Questa non è solo la nostra storia; è la storia di un Paese e di una società che vengono sistematicamente schiacciati. È opera dell’FSB, del Ministero della Giustizia, della Procura e di altri soggetti che hanno usurpato il potere. Di fatto, si è instaurata una dittatura militare. Sostengono di difendere l’ordine costituzionale. In realtà, si tratta di un ordine incostituzionale. Perché la Costituzione è stata violentata, torturata, imbavagliata e incarcerata per un tempo lunghissimo, proprio come migliaia di cittadini del Paese che si sono limitati a seguirne le disposizioni. Decine di migliaia di nostri concittadini sono stati costretti a fuggire dal Paese, lasciandosi alle spalle le proprie case e dirigendosi verso l’ignoto.
Smettetela di consolarvi dicendo che «non siamo negli anni ’30 di Stalin», o sostenendo che le repressioni siano di natura puramente “digitale”. Si tratta di repressioni orchestrate dallo Stato. Sono esseri umani – non cifre – a morire nelle celle delle prigioni. Punto.
La vita umana ha perso ogni significato. La parola stessa “Costituzione” suscita risate, persino tra i giudici. Anzi, soprattutto tra i giudici. Nessuno crede più che essa sia la legge suprema del Paese, o che il presidente vi abbia giurato sopra. Persino la propaganda di Stato ha smesso di definire il presidente «garante della Costituzione». Nel nostro Paese, i diritti e le libertà umane sono stati aboliti e difenderli è ormai considerato un crimine. Le elezioni e gli organi di governo elettivi sono stati di fatto smantellati. La società civile è stata schiacciata. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La sfera privata è stata violata da mani sudice.
L’articolo 29 della Costituzione – che sancisce che «la censura è vietata» – non suona forse, oggi, come una crudele beffa? Il sistema giudiziario è stato distrutto, insieme allo Stato di diritto e al concetto stesso di giustizia. Nutrire convinzioni personali è ormai considerato alto tradimento.
Ma il vero tradimento si compie quando uno Stato tradisce la propria Costituzione. E questo tradimento è un crimine in corso, che si sta consumando proprio ora, sotto gli occhi del mondo intero. La soppressione di Novaja Gazeta ne è un’ulteriore prova. Per tutti questi anni, abbiamo scritto esattamente di questo – finché ci è stato possibile. Ecco perché ci hanno fatto fuori.
Grazie a tutti coloro che ci ascoltano.
La redazione
P.S. Verrà pubblicato un ultimo numero.
(*) Le autorità della Federazione Russa considerano [alcuni soggetti] “agenti stranieri”.
(La Stampa, 30 ottobre 2026)