La “vocatio” dalla vita e dal mondo
Stefania Giannotti
29 Ottobre 2026
So perché sono nata ma non so perché sono viva. Sono nata perché una donna e un uomo di buona volontà mi hanno voluto mettere al mondo, farmi vivere.
“Come fai, come hai fatto a sopravvivere, vivere?” ancora talvolta mi viene chiesto dalla data della più impensabile delle perdite (1990). Il tono è affettuoso, partecipe, un abbraccio accompagna la domanda, so che è inconsapevole del carico di colpa che sprigiona.
Già, perché sono viva? Come ho fatto? Impossibile non chiederlo a sé stessa.
Ho un’esperienza molto ampia di lutti, reiterati frequenti ravvicinati. Eppure non ho interesse a condividere le perdite una per una, ma sì l’ampia esperienza ricavata.
Nel 1990 non ho pensato, non ho accolto, non mi sono affidata all’idea dell’elaborazione del lutto. Non esiste o non esisteva per me, per il mio modo di essere, di sentire. Ho preferito stare nel dolore del lutto e vedere cosa succedeva. Che nessuno me lo toccasse quel dolore, ormai compagno. Non quindi un’elaborazione, ma sì una chiamata, che viene dalla vita e dal mondo.
Sabato 3 ottobre, qui in Libreria, ho ascoltato Rosella Prezzo, che ci ha parlato magistralmente di María Zambrano e del testo Note di un metodo. Sua la traduzione e la prefazione.
Questa chiamata da quel momento la chiamo “vocazione”. Vocazione per Zambrano non è quella religiosa, o un’attitudine, una inclinazione. Ma nel senso latino originario sta per “vocatio”, la chiamata che individua il “vocato” e lo invita a rispondere prima di tutto di sé stesso ad altro, alla alterità plurale. “Chi? io?” sono io, dici a me? e tu t’interroghi e la prima risposta la dai a te stessa.
Quale è la vocazione per te irrinunciabile? A quale vocatio rispondi?
“Da sempre ho avuto una vocazione radicata, profonda. La filosofia era per me irrinunciabile, ma ancor più irrinunciabili erano la vita e il mondo” (Zambrano). Ecco, allora io sono forse sopravvissuta, vivo perché la chiamata della vita e del mondo è più forte dell’esperienza negativa del lutto.
E ho anche pensato che il lascito di Lia e Luisa, è proprio questa vocazione. Lia e Luisa in tutti questi anni in cui siamo state vicine, ci hanno sempre, a me almeno, ma penso a tutte, stimolato in questo senso.
Per Lia in particolare, con cui ho passato tante ore col suo baby whisky come lo chiamava e col mio spumantino sedute sul divano Tecno, era argomento di concentrata conversazione. Toccava la storia, lo stato del femminismo, ma anche la politica istituzionale di cui condividevamo non dico la passione ma almeno l’attenzione… la lezione di Lia era proprio questa. Non perdere di vista il rapporto con la vita e con il mondo.
Luisa non lo esprimeva tanto con parole organizzate, che le sue erano sempre luminose e capaci di trasportarti in un oltre, al di là di regole e ragione. Ce lo faceva vedere però con la sua vita e la sua attenzione a tutto ciò che la circondava, vicino e lontano.
Il lavoro del lutto cui è dedicato questo numero, necessario giusto perfetto in questo momento per non soccombere alla perdita, non significa partire da zero, anche se talvolta può sembrarlo. Non significa neppure ripercorrere all’infinito una strada già percorsa e tracciata, con la guida di chi piangiamo. Una strada capace di dare risposte feconde, pur non essendo immune da inciampi, chiusure e irrigidimenti. Il lavoro del lutto significa per me abbandonarsi a quel lascito che abbiamo avuto la fortuna di ricevere e rispondere a quella vocatio, quella chiamata della vita e del mondo per non perdere sé stessi.
Voglio precisare che non credo che basti fare spazio a ciò che è fuori di qui, alle forme che prende il femminismo, alla politica istituzionale, alle lotte, agli scellerati squilibri internazionali, non basta aprire al mondo, occorre aprirsi al mondo. Non è solo un accogliere, è soprattutto un “andare verso”.
Perché non c’è niente di peggio che confinare una vocazione in una cosa o in una casa. Dentro le mura di una casa.
È come quando la parola viva perde la capacità di rivelare qualcosa di nuovo perché imprigionata in un linguaggio irrigidito e stereotipo.