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Da poco più di sei mesi sono immersa nel lavoro del lutto per la perdita del mio amatissimo marito. Sergio ha trascorso l’ultima settimana della sua vita nel reparto delle cure palliative e io mi sono trasferita lì con lui e ho portato nella stanza dei fiori, alcuni suoi disegni, i suoi colori, dei libri.

Dopo un paio di giorni in cui ancora era cosciente e mi parlava è caduto in un sonno sereno e profondo dal quale sapevo non si sarebbe più risvegliato. Lo guardavo, gli accarezzavo il viso, ero in relazione solo col suo respiro e con il suo cuore così malandato che ostinatamente continuava a battere. Non se ne voleva andare, lo so. Lo diceva anche la dottora che lo assisteva: «È una fibra forte, vuole restare con noi». Dove ero io e dove era lui? Entrambi sospesi in una situazione irreale, in qualcosa di insostenibile. C’era in me quella alterazione dell’io investito dall’alterità dell’altro di cui ha parlato Ida Dominijanni e, nell’accompagnamento alla morte e in quel lutto continuo, la perdita dei confini tra sé e la persona amata. Piangevo e da allora non ho più smesso di piangere. E insieme alle lacrime una rabbia tremenda. Ero arrabbiata con la vita, con le strutture sanitarie, con le infermiere che la mattina in cui mio marito è morto mi hanno obbligata a lasciare in fretta la stanza che doveva essere liberata, sanificata. E io dovevo sbrigarmi, andare alla SVS per le onoranze funebri, andare dal tabaccaio per pagare certe tasse al comune, in banca a fare dei bonifici. Senza un attimo di tregua. Mi sono sentita espropriata della sacralità della morte, della contemplazione del mistero che quando la vita se ne va avvolge il volto di colui che non c’è più e che io ho contemplato sul volto di mia madre quando è morta. Ma lei è spirata in casa dove tutto avveniva nella calma, nel silenzio. Sergio desiderava che al suo funerale ci fosse la musica e io ho esaudito il suo desiderio. C’era tantissima gente a dargli l’ultimo saluto e gli amici musicisti, ma prima della musica io volevo un momento di raccoglimento, parole di commiato. Non è stato possibile perché i morti da cremare erano tanti e ancora bisognava fare in fretta, sbrigarsi. Il mio odio aumentava, ma l’odio – e l’ho capito grazie alla mia analista – rischiava di bloccare il lavoro del lutto, il processo di simbolizzazione necessario a portare Sergio dentro di me. Il suo funerale tornava nei miei sogni e sapevo nel sogno che esso era già avvenuto ma era necessario rifarlo e farlo bene. Sul lungomare di Livorno, ad Antignano, c’è una scalinata che scende fino al mare e lì, affidate alle onde, ci sono centinaia di pietre con incisi i nomi delle persone amate e perdute. Questo rito bellissimo è nato anni fa dal gesto di un uomo, Mario Bartoli, che dopo aver perso un figlio di diciassette anni ha preso una pietra, vi ha inciso il nome del suo ragazzo e l’ha posata nel mare. Da allora come per contagio quelle pietre si sono moltiplicate e il Mare dei Ricordi è diventato un luogo di compianto, di preghiera, di memoria. Così ho chiamato Mario e gli ho chiesto di incidere una pietra con il nome di Sergio, anzi con il suo nome d’arte di pittore e con il quale voleva essere ricordato, “Manolesta”.  Il 18 agosto lui avrebbe compiuto settantanove anni e abbiamo scelto quel giorno per onorare la sua nascita e rendergli omaggio. Con la famiglia, le amiche e gli amici ci siamo ritrovati poco prima del tramonto alla scalinata, mio nipote Elia ha posato sul fondo marino la pietra, io ho gettato nell’acqua dei girasoli, i suoi fiori preferiti. Una cerimonia commovente, festosa, magica. Abbiamo brindato con del vino bianco alla vita che lui tanto amava e invocato il suo nome. L’urna con le ceneri di Sergio me la sono portata a casa tuttavia ogni tanto sento il bisogno di andare a trovarlo al Mare dei Ricordi, di guardare la sua pietra che come le altre affiora tra onde, alghe e pesciolini. Custodisco in me, come un bene prezioso, le immagini dell’ultima settimana vissuta con Sergio alle palliative: il suo respiro, il suo volto composto e sereno, le mie carezze. Lui stava morendo eppure in questo ricordo c’è qualcosa di vivo, di palpitante. Non so spiegarlo ma è qualcosa che sento. C’è una parte enigmatica nel lavoro del lutto, nello sporgersi verso il vuoto, l’assenza dell’altro ma è proprio a partire dalla perdita, accogliendola, che si possono generare legami d’amore. Con le persone care, con la vita, col mondo. Una sera di luglio ero seduta sul divano, guardavo un film e a un certo punto ho sentito Sergio. Era lì, davanti a me, intravedevo la sua figura ma soprattutto ne avvertivo la presenza. In maniera fortissima. Era con me, era venuto a trovarmi. Pochi attimi come il battito di ali di una farfalla o forse di un angelo. Era il battito del suo spirito, un dono.