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L’influenza affettiva che ci viene dalle vicende del mondo è funerea, un insieme di grandi lutti: carneficine, distruzioni di risorse naturali e sociali e il lutto della politica. Questa ha abbandonato ogni etica per rivolgersi esclusivamente agli interessi dei potentati. Solo le religioni, e in particolare quella cattolica, a me pare difendano oggi la vivibilità delle relazioni tra popoli, senza riuscire a coinvolgere i governanti.

L’obbedienza e l’impotenza dei cittadini li ha portati in questi decenni a cercare nelle relazioni personali la libertà di agire investendo nelle relazioni amorose e in quelle economiche, e questo rende possibile ormai anche un ritorno collettivo all’amore e all’economia che ne faccia terreni di dialogo e di condivisione.

Si aprono per noi donne organizzate culturalmente e per altre forze culturali le strade della corresponsabilità che il personale è politico ed è costruibile con la riflessione e il dialogo. Un ritorno a dare ideali affettuosi alla politica, fiducia e desiderio alla relazione con altri.

La grande mortalità presente indirizza l’attenzione alle prospettive di chi viene messo al mondo e sono le donne le più sensibili a questa responsabilità. Possiamo illuminare la scena della generatività, della libertà delle donne e della necessaria protezione culturale dalla violenza in cui investire ingenti forze. Quella che le abusa sessualmente e le riduce a operaie della carnalità, che le costringe a sopravvivere economicamente vendendo quanto hanno di più intimo. Trovare equilibri tra maschi e femmine che siano culturalmente condivisi è la forza decisiva per contrastare il dominio perché questo si è eretto sulla loro contrapposizione dipendente. Una dipendenza che deve essere ragionata. Equilibri già ci governato in natura, sono ben più potenti dell’umanità, e la scienza ce li spiega di continuo; stiamo imparando anche questo dal lutto di non poterla più pensare come una risorsa priva di limiti. La cultura odierna è comprendere i limiti, l’equilibrio possibile in tutte le cose e in tutti i conflitti. 

Il lutto nelle relazioni che ci hanno dato vita e si sono spente nella presenza, sono state richiamate in più modalità nella stessa redazione aperta di domenica 4 ottobre di Via Dogana. I morti sono dentro di noi come esperienze e sono state assorbite dalle nostre personalità. Lia mi disse alla morte del padre: «Non è scomparso, è dentro di me» e mi ha dato questa direzione positiva. Un’altra è stata descritta e io stessa la testimonio: ci fa sapere quanta fatica costano le relazioni e quanta gioia ci consegnano. Le possiamo rinnovare con l’impegno e l’interesse per altre persone ancora, basta osservare chi frequentiamo, interessarcene, scambiare parole di conoscenza, le gemme sono sufficienti per farci sentire fiduciose e allegre. Fino alla fine della vita ci innamoriamo di chi ci dà un poco di attenzione e noi stesse possiamo farci amare se rinnoviamo la disponibilità a dare e avere fiducia.

Il lutto dell’invecchiamento lo viviamo noi stesse, ad un certo punto, lo curiamo reinvestendo in affetti culturali, politici, personali; sarebbe bello che tutti si potessero innamorare del personale che li assiste quando non hanno altro. Lo esigiamo dal nostro paese?