L’Argentina non ha scelta
Marta Facchini
16 Ottobre 2026
L’Argentina simbolo della “marea verde”, diventata un punto di riferimento internazionale dopo avere legalizzato l’aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza, oggi è il laboratorio di una reazione conservatrice che vuole ridimensionare i diritti ottenuti dai movimenti femministi.
Sotto il governo del presidente Javier Milei, il diritto all’aborto è oggetto di continui attacchi. I programmi statali per la tutela della salute riproduttiva, come l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole e le iniziative per prevenire le gravidanze tra le adolescenti sono depotenziati o sono stati smantellati. Il Paese considerato un’avanguardia per le politiche sulla giustizia riproduttiva è diventato il terreno in cui la destra e i movimenti anti-scelta si organizzano «di fronte alla perdita dei loro privilegi», afferma Valeria Alejandra Lazarte, attivista per il diritto all’aborto a Santiago del Estero.
Al pari di altri governiin America Latina, Milei sta portando avanti una “battaglia culturale” contro la cosiddetta “ideologia gender” in cui rientrano anche i diritti sessuali e riproduttivi. Il presidente è contrario all’aborto che ha definito «un omicidio aggravato dal vincolo familiare». Ad agosto ha affermato che «quella passione per assassinare bambini» sta facendo calare le nascite, nonostante i dati non dimostrino tale correlazione. Nello stesso mese, tramite il ministro degli Esteri Pablo Quirno, l’esecutivo ha firmato la Dichiarazione del Consenso di Ginevra, iniziativa internazionale che nega il diritto all’aborto e che considera la famiglia naturale l’unità fondamentale della società.
Il governo nazionale ha smesso di acquistare, e distribuire alle province, il misoprostolo e il mifepristone, i farmaci raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’aborto farmacologico. «Non può abrogare la legge sull’aborto, sostenuta da gran parte della popolazione, così adotta strategie silenziose come definanziare. Nella fase di impoverimento che stiamo vivendo, in cui i governi delle province non hanno molte disponibilità economiche, farlo non è affatto una cosa da poco», dice Mercedes Krause, sociologa e ricercatrice presso la facoltà di Scienze sociali dell’Università di Buenos Aires. Come parte del progetto “Mirar”, Krause studia le barriere nell’accesso alla IVG [interruzione volontaria di gravidanza, ndr]. «Rispetto al passato, la situazione è molto più eterogenea e sono aumentate le disuguaglianze tra i territori», prosegue. La possibilità di abortire dipende dalle scelte dei governi provinciali, ma non tutti hanno le risorse e l’esperienza necessaria per riempire i vuoti lasciati dall’alto. O la volontà politica di farlo, soprattutto nei casi delle province conservatrici in cui ha un peso maggiore «la componente ideologica e religiosa», conclude Krause.
Le conseguenzedella mancanza di medicinali ricadono sulle pazienti che vengono spesso informate dell’obbligo di acquistarli privatamente. I costi variano e la combinazione di misoprostolo e mifepristone può arrivare fino a 300mila pesos argentini (circa 170 euro). Il ritiro dello Stato rispetto al suo ruolo di garante del diritto alla salute sta trasformando l’accesso all’aborto in un processo condizionato anche dalle disponibilità delle singole persone, aggravando le disuguaglianze socioeconomiche. Nel rapporto El costo de la retirada, Amnesty International spiega come questo clima di tensione si rifletta sul personale sanitario non obiettore di coscienza che si trova in una situazione segnata da sovraccarico lavorativo e forte stress. «Con l’insediamento di Milei sono cambiati il governo provinciale e la direzione dell’ospedale, passata a un pediatra contrario all’aborto. Da quel momento è iniziata una sorta di caccia alle streghe», racconta Carolina Comaleras, ostetrica e attivista femminista. Ha dedicato la sua professione ad accompagnare chi vuole interrompere la gravidanza e per oltre vent’anni ha lavorato in un ospedale pubblico di Paraná, nella provincia di Entre Ríos, dove era riuscita ad aprire un ambulatorio dedicato all’aborto.
Sotto il governo di destra, il clima è cambiato: «Il nuovo direttore ha detto che non avrebbe più comprato farmaci per praticare aborti e il suo approccio ha cominciato a prendere piede. Anche molte colleghe condividevano questa posizione ed è stato sempre più evidente un atteggiamento discriminatorio. La sensazione era come se “loro”, le nuove persone della dirigenza, fossero arrivate per mettere in ordine», spiega Comaleras.
Con Milei non sono stati più elaborati rapporti istituzionali sull’accesso all’IVG e i documenti realizzati in precedenza sono stati rimossi dai database del ministero della Salute. Sono le organizzazioni femministe a vigilare sull’applicazione della legge, anche realizzando richieste di accesso alle informazioni e avviando cause penali quando il diritto viene negato. Il loro lavoro ha permesso di portare all’attenzione un protocollo di sostegno alle donne in gravidanza in situazioni di difficoltà avviato dall’amministrazione di Buenos Aires, sotto la gestione del sindaco di destra Jorge Macri, insieme al ministero cittadino dello Sviluppo umano guidato dal pastore evangelico Gabriel Mraida. L’iniziativa ha permesso a organizzazioni evangeliche, cattoliche e a gruppi religiosi anti-scelta di penetrare all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, come i consultori.
«La loro argomentazione è che il protocollo rappresenta un’opportunità per comunicare alle donne che si rivolgono ai centri di assistenza sanitaria primaria [il livello base del sistema sanitario argentino, ndr] i diversi diritti cui possono accedere quando si trovano in una situazione di vulnerabilità», spiegano Gabriela Mitidieri e Lucia de la Vega del Centro de Estudios Legales y Sociales. «Il problema è che l’unico diritto di cui si parla è portare avanti la gravidanza. Inoltre il protocollo non offre garanzie sulla tutela dei dati personali. Abbiamo raccolto evidenze che queste informazioni sono usate per ostacolare l’accesso all’aborto».
Come nel caso di Alejandra Iriarte, avvocata della Red de Abogadas Feministas. Dopo avere avviato alcune procedure burocratiche per interrompere la gravidanza e avere inserito i suoi dati personali su un modulo online legato al ministero della Salute, ha iniziato a ricevere insistentemente chiamate da persone che sostenevano di lavorare in un centro per la salute delle donne di Buenos Aires. Usavano un linguaggio amichevole e sui loro profili online adottavano i colori verde e viola che in Argentina sono associati al movimento femminista. In realtà era un’organizzazione anti-scelta.
Questi gruppisi presentano come un servizio di accompagnamento, ma hanno l’obiettivo di dissuadere la donna dall’abortire: spesso danno un appuntamento per un’ecografia nel quale fanno ascoltare il battito cardiaco e mostrano un’immagine dell’embrione. «Si sta costruendo un’agenda anti-femminista», dice Iriarte che ha denunciato quanto le è accaduto. «Ma noi abbiamo ancora la capacità di reagire e unirci. Continuiamo a esigere che i nostri diritti siano garantiti».
Questo reportage è stato realizzato con il sostegno della International Women’s Media Foundation (IWMF) nell’ambito della sua iniziativa Diritti riproduttivi, salute e giustizia nelle Americhe.
(il manifesto, 14 ottobre 2026)