Vietato morire!
Daniela Santoro
4 Ottobre 2026
La prima volta che ho visto un cadavere avevo nove anni. Era il corpo cianotico di mio nonno, in una bara fuori misura, nella stanza dalle luci fredde (grande fissazione di mia madre) in cui dormiva. Fino a quel momento non sapevo che fosse morto. Ero in vacanza, lontano da casa, con i miei cugini. Nessuno aveva trovato il modo di dirmelo, così hanno aspettato che lo facesse il cadavere. Quel giorno ho deciso che nessuno doveva più morire o che, quantomeno, io non l’avrei più visto. Così, la prima volta che ho visto un cadavere è stata anche l’ultima.
Da allora applico questa regola con rigore. Quando tre anni fa è morto mio zio sono rimasta fuori dalla camera mortuaria, come faccio sempre. È una teoria metafisica più solida di quanto sembri: se non vedo la morte, la morte non esiste. I risultati, nel complesso, sono ottimi, con l’unico inconveniente che la morte per mia sfortuna non sparisce, cambia stanza.
Ho capito col tempo che il problema non è la morte, che in fondo è un evento. Il problema è il vuoto che lascia, e il vuoto, a me, risulta insopportabile. Viviamo in una società che non ammette la pausa, la stasi, la mancanza: ogni spazio va riempito, subito, possibilmente con qualcosa di utile. Ne escono vuoti troppo pieni, di rumore, di notifiche, di frasi di circostanza, e pieni troppo vuoti, come i rituali eseguiti da chi non sa più a cosa servano. E io ne sono una perfetta figlia.
Però, che noi esseri umani (a prescindere da me, dal qui e ora) con la morte, la decomposizione, l’assenza abbiamo un rapporto complesso e curioso è un fatto storicamente conclamato. Inumazione, cremazione, mummificazione. La morte è un evento, sì, ma circondata da riti che sembrano voler alleggerirne il peso.
Gli antichi egizi, che di vuoti se ne intendevano, per esempio scelsero la strada più ambiziosa: annullare il tempo. Il corpo veniva svuotato, essiccato, avvolto in bende, perché durasse. Un lavoro enorme per far sì che l’assenza avesse almeno un aspetto presentabile. Ma la parte più interessante è un’altra: accanto alla mummia si mettevano gli ushabti, statuette incaricate di lavorare al posto del defunto nell’aldilà. Dei sostituti, già allora.
I greci non si preoccuparono tanto di conservare il corpo. Lo affidavano al fuoco o alla terra, soprattutto, quello che contava non era il come, ma che ci fosse un rito. Nell’Iliade l’ombra di Patroclo appare ad Achille per chiedergli di essere sepolto, perché senza i riti non può attraversare la soglia dell’Ade. Il corpo non andava fermato, andava consegnato, e con lui la perdita riceveva un nome e un posto nella comunità. Antigone seppellisce il fratello contro l’editto di Creonte, ed è per questo che la città la punisce: spargere terra su un morto è un atto politico e il potere lo sa bene – come lo abbiamo visto noi tutti con i fatti di Cutro.
Tre gesti, tre idee diverse del rapporto con chi muore. La mummificazione rifiuta la decomposizione e tiene il morto con noi, immobile. L’inumazione lo restituisce alla terra, ma lascia un luogo dove tornare a cercarlo: una tomba è un vuoto con un indirizzo. La cremazione accelera la trasformazione e lascia qualcosa di leggero, che si può portare con sé o disperdere. In ogni caso, quella vita finita viene messa da qualche parte.
Queste storie non ve le ho raccontate per dare un’utilità alla mia laurea triennale ma perché ritengo che ci sia una cosa che accomuna me, i greci e gli egizi: nessuno di noi sopporta l’interruzione. Quello che ci fa male del morto non è l’essere morto, è che smette di rispondere. Il morto è, per definizione, quello che non risponde più. E la nostra società, che ha fatto dell’efficienza una morale, tratta ogni interruzione come un guasto da riparare. Non c’è tempo per la pausa, non c’è un posto per il vuoto, e non c’è nemmeno più una forma comune che dica cosa farne: il lutto è diventato una faccenda privata, da sbrigare in fretta e in silenzio, possibilmente senza disturbare il lavoro. Dove manca una forma condivisa, arriva il mercato a venderne una. E così l’unica proprietà che definisce i morti, l’assenza, diventa un difetto di fabbricazione.
Oggi la tecnologia propone una quarta via per riparare a questo difetto di fabbrica: non conservare il corpo, ma la voce. Il settore ha già un nome, di quelli in inglese che a Milano piacciono tanto, digital afterlife industry, e un vocabolario che cresce in fretta: deadbot, griefbot, thanabot.
Dentro questi morte-bot ci sono in realtà quattro pezzi, e nessuno è magico. Il primo è il materiale: messaggi, vocali, video, foto, post, e-mail, oppure interviste registrate in vita, con domande guidate, da alcuni servizi pensate proprio per questo. Il secondo è il cervello, quasi sempre un modello linguistico generico a cui si dà in pasto quel materiale. Può essere addestrato ulteriormente sui testi della persona, ma più spesso si fa una cosa più semplice: gli si scrive un’istruzione che dice chi è, come parla e cosa può dire, e gli si lascia consultare il materiale ogni volta che serve per rispondere. Il terzo è la voce: bastano pochi minuti di audio per clonarla, poi un sistema trascrive quello che diciamo e un altro gli risponde parlando, in tempo reale. Il quarto è il volto: una foto animata, oppure un personaggio in 3D che muove le labbra a tempo con le parole, trasmesso in streaming.
Messo insieme, il risultato è un oggetto che non sa niente di chi rappresenta. Ha un archivio, un tono di voce e una lista di cose da dire e da non dire. Il resto lo improvvisa, con la sicurezza di chi non ha mai conosciuto nessuno. Qualcuno lo fa in vita, per lasciare dietro di sé una versione di sé stesso. Qualcuno lo fa dopo, per conto di chi resta. Ci sono servizi in audio e in video, e in Cina si può ottenere un volto parlante da una foto per l’equivalente di tre dollari. Il costo del lutto, in compenso, sta scendendo.
Mi piacerebbe dirvi che si tratta di esperimenti da laboratorio, ma non è così. Ecco alcuni fatti in breve dalla recente cronaca: un padre passa ore a parlare con l’avatar del figlio ucciso in una sparatoria scolastica, e lo ha usato per portare l’attenzione pubblica sul problema delle armi. In un tribunale dell’Arizona la dichiarazione di una vittima di omicidio è stata letta dal suo avatar generato con l’IA. E Meta ha pensato a un’IA che risponde ai messaggi e pubblica contenuti al posto di un utente morto, perfino simulando chiamate. Dall’accademia ci dicono invece che i ricercatori di Cambridge hanno per giunta provato a immaginare dove finisce la cosa: hanno scritto che servirebbe un tasto “off”, e forse anche un “funerale digitale” per spegnere il bot, un meta-lutto. Gli esperti di salute mentale, per ora, non dicono che questi strumenti facciano solo male. Dicono che il conforto è seducente,la seduzione non coincide però con la guarigione. E la legge? Dal 2 agosto di quest’anno l’AI Act europeo impone che i contenuti che costituiscono un deepfake siano dichiarati come artificiali, e le linee guida includono tra i casi le repliche digitali di persone reali e gli avatar realistici. Ci dice che dobbiamo etichettare, non se sia una buona idea.Come ha osservato un commento, la trasparenza non rende automaticamente lecito l’uso.
Come sapete, con l’IA ci lavoro. Per scopi diversi, ma i pezzi sono gli stessi: un modello linguistico, una voce in tempo reale, un volto, un prompt che stabilisce chi sei e cosa puoi dire. Tutto il mio mestiere sta in quel “cosa puoi dire”, e soprattutto in cosa non dirai mai. Per un avatar aziendale è una questione di tono e di rischio, per un avatar di un morto è una responsabilità che non vorrei avere. Dal lavoro mi porto a casa due certezze noiose. La prima è che l’avatar non sa niente del morto. Sa quello che il morto ha lasciato scritto e detto, e il resto lo inventa con molta sicurezza. È una mimesis, un ushabti che improvvisa – a volte in maniera molto convincente. La seconda è che un sistema così è progettato per rispondere, non per tacere. Per lui il silenzio è un errore da correggere, l’esigenza di riempire vuoto di cui parlavamo, tradotto in requisito tecnico. Lo sconforto del silenzio viene annullato da un modello probabilistico, che nell’imitare la persona sembra imitare anche la sua relazione con i cari. Però, per quanto sia realistica, non sarà mai altro che uno splendido miraggio.
Per concludere questo sproloquio, che – come me davanti alla morte –, sembra saltare da una parte all’altra, resta una cosa che né la me bambina che non guarda nella bara, né l’avatar che risponde in continuazione riescono a fare: stare in una relazione con qualcuno che non c’è più. Io ho fatto finta che finisse, l’avatar fa finta che continui uguale. Ma una relazione non finisce con la morte e non resta nemmeno come prima: cambia forma. Si essenzializza spesso all’immagine di due persone che si rispondono, e invece, quando una delle due smette di farlo, scopriamo che era fatta anche di altro: di abitudini, di eredità, di cose che ci sono rimaste addosso senza che lo decidessimo. Quella è la relazione che resta, e nessun servizio può prenderla in carico al nostro posto. Si può solo abitarla.
Come smettere di tentare di riempire questo vuoto, piuttosto che trasformarlo in uno spazio abitabile ancora non saprei come farlo. Per ora mi limito a sostare, senza una risposta, partendo dalla soglia, quella delle camere mortuarie che ormai conosco molto bene.