Nella parola poetica e luminosa di Mariangela Gualtieri
Alessandra Pigliaru
1 Ottobre 2026
Intervista con l’autrice, domenica a Milano per «Bam Autumn Festival». «È bene pronunciare i nostri grazie, ogni giorno, così, a nessuno, a se stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo, come virtù contraria alla indifferenza e alla violenza»
Per Mariangela Gualtieri la poesia è un dettato di riconoscenza. Con «cuore eremita» e «impastata di silenzio e di vento», i suoi versi – il cui esordio è del 1992 con Antenata – insieme al lavoro con il Teatro Valdoca (che ha fondato nel 1983 con Cesare Ronconi) – sono meditazioni profonde sulla parola, sull’umano e il vivente, sul mondo e su ogni essere. Piccolo e rotto o sconosciuto e senza nome.
Domenica 4 ottobre, nell’ambito di una giornata dedicata a Francesco d’Assisi e al Cantico delle creature, Mariangela Gualtieri sarà ospite di BAM – Biblioteca degli Alberi di Milano con un testo poetico inedito.
Nel “Cantico delle creature”, sole, acqua, vento e terra sono chiamati fratelli e sorelle. Dopo ottocento anni che cosa può ancora suggerirci questa lingua di parentela sul nostro modo di abitare la terra e come si è relazionata con la sua attualità?
Quelle di Francesco sono parole così fresche, così necessarie e precise per questo tempo da sembrare scritte ora. Questo è il privilegio della poesia, un pane sempre fragrante che non invecchia, e Francesco è poeta oltre che santo. Un santo molto amato di cui tutti sentiamo la genialità, la radicalità, la gioia, con la sua ricetta semplice e per noi quasi impossibile da imitare, noi che tanto temiamo la povertà, il non avere, il non essere.
In “Fraternità solare”, il cui nucleo originario è del 2015, ha immaginato Francesco d’Assisi presente. Cosa cambia, questa volta, nel dare voce direttamente al “Cantico”?
I miei titoli sono contenitori tematici che poi riempio a seconda del momento e del pubblico che vi partecipa. Ho scritto per questa occasione “Cantico della bestia zoppa”, dedicato a Francesco bambino, tentando la difficile impresa di cantare l’umano, adesso che la solfa dei notiziari racconta ogni giorno l’orrore che siamo e l’orrore che commettiamo: sui nostri simili, su tutti i viventi del pianeta, su tutti i fratelli e sorelle che Francesco loda.
Come dirò in versi, amo pensare che il meglio di noi stia davanti, non nel passato, che la nostra sia una grande avventura di spirito, di carne e di pensiero e che ci aspetti un’ascesa. Al comando ora c’è un manipolo di potenti davvero privi di grazia, come spesso è accaduto nella storia umana – questa volta però con strumenti che potrebbero distruggere tutta la specie. Con Francesco nel cuore, la parola speranza si illumina, smette per un attimo di sembrare impossibile da pronunciare, riprende vigore.
Nelle sue raccolte ci sono spesso giuramenti: di fedeltà alla propria specie, all’infanzia e ai mondi animali e vegetali. In che modo la poesia può interrogare questa gratitudine verso il circostante davanti al dolore e alla violenza a cui assistiamo?
«Fedeli a se stessi e al mistero, il resto è tradimento del vero», cito a memoria Emily Dickinson. Nel pezzetto di cosmo che stiamo esplorando, non c’è un altro pianeta per ora che abbia il tepore e lo splendore di questa nostra terra. Non ho ricette, ma forse aiuta guardare più spesso il cielo, aver cura di qualcuno, tenere vicini i poeti che hanno scritto parole grate, da Francesco che dà inizio alla nostra letteratura in modo unico e splendido, a Borges, a Hopkins, Whitman, Herbert, Rebora, Franco Loi. E forse è bene pronunciare i nostri grazie, ogni giorno, così, a nessuno, a se stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo, come virtù contraria alla indifferenza e alla violenza attuali.
I suoi riti sonori sono delle esperienze di spazio e tempo condivisi, l’unica trama è la voce che si incarna e si spande in presenza. Ad esempio “Il quotidiano innamoramento”, con la guida di Cesare Ronconi e la produzione di Teatro Valdoca, riprende dei versi contenuti in “Quando non morivo” (2019) che parte dall’incanto fonico di Amelia Rosselli. Cosa si rinnova ogni volta in questo accadere?
L’arte dell’oralità, l’incanto fonico, sta proprio nel fare accadere le parole come se arrivassero al momento, in quel presente che si abita insieme, dentro un’energia sonica che tiene sospesi tutti i corpi. Andando a memoria – o by heart come dicono gli anglosassoni – cerco di accogliere verso per verso con la mente sgombra, in una attenzione plenaria a quello che dico, in un proferire che diventa ogni volta nuovo anche per me.
L’interlocuzione con la parola passa spesso per l’amore. In “Fuoco centrale e altre poesie per il teatro” (2003), che raccoglie testi dei dieci anni precedenti, viene benedetto: «che d’ognuno di noi alla catena/ fa carne che risplende». Quanto è importante nominarlo?
E quanto è difficile farlo senza cadere nella retorica, nell’enfasi, nel consolatorio, nello sdolcinato, nel già noto e dunque nella volgarità. Eppure non si può smettere di farlo, di ridire quello che da millenni hanno detto i poeti e farlo con la lingua di ora, nella stortura di ora. La poesia ricarica le parole, le porta vicine alla loro densità originale, e dunque come potrebbe trascurare una parola fondamentale, come la parola amore.
In “Ruvido umano” (2024) l’incuria di cui siamo capaci è pari all’attenzione per ciò che è vivente e ci circonda. Come convivono, nella sua scrittura e nel suo lavoro, lo stupore e la consapevolezza?
Credo non ci sia avventura senza stupore, e la vita senza il dono dell’avventura è triste, piatta. Ma lo stupore richiede una sosta, un lasciarsi abitare da qualcosa, quasi un atto contemplativo, un pensiero dimesso, un essere del tutto con ciò che ci sta davanti. Mentre la consapevolezza richiede lucidità, sintesi di pensiero, attenzione a tutti gli accadimenti. Sì, sono sempre spaccata fra questi due modi d’essere che sono quasi opposti e cerco di praticarli entrambi: stare quasi in ebetudine, essere ben raziocinanti. Faccio quello che posso.
(il manifesto, 1° ottobre 2026)