Una pratica politica nonviolenta che dia consapevolezza che l’altro esiste
Antonella Nappi
24 Settembre 2026
Un giorno senza donne1 è un film molto importante per la costruzione di una pratica politica nonviolenta, gestita, come ci viene mostrato, dalle donne negli anni passati, in Islanda e in tutto il mondo. Esteticamente è bellissimo nel dare conto della organizzazione della mobilitazione delle donne in quel territorio per il giorno libero delle donne (nell’ottobre 1975). Fluiscono riprese del passato e del presente che si completano in disegni e cartoni animati, in fotografie d’epoca e interviste alle protagoniste, ieri e oggi. Le immagini della natura grandiosa esaltano gli stati d’animo lungo il film, in un esempio di creatività, leggerezza del discorso e verità che insegna a comunicare.
Mettersi d’accordo nella realizzazione di qualche cosa di sentito profondamente da moltissime è stato possibile aggirando esagerazioni personali e ideologiche e raccogliendo il 90% delle donne, bloccando l’intero paese, facendole così risultare convincenti. Per questo hanno contrattato tra loro tra definizioni considerate di destra e di sinistra e hanno accettato il nome di Giorno libero, anziché Sciopero, utilizzando un linguaggio nuovo.
Da quel momento tutto è cambiato e l’Islanda, dicono nel film, è divenuta il paese più facile da vivere al mondo, per le donne.
La mia impressione da quanto dicono e mostrano le islandesi è che ritengano di essere state riconosciute, in seguito a quell’evento, nella loro capacità di esprimere valenze differenti da quelle degli uomini; li volevano cambiare e non perdere la loro propria personalità. La parola parità secondo me non ha di per sé il portato dell’omologazione al maschile ma anche in Italia ha il portato della giustizia che libera le donne da un servigio e un’oppressione, per riconoscere l’esistenza del secondo sesso: dell’Altro. Per cui sta a noi esprimerci in modi personali, liberarci dall’educazione violenta dell’obbedienza e della delega al potere, per riflettere di come educare e educarci al dialogo con ogni altro: comprendere e distinguerci senza il sentimento del conflitto come scontro, ma soltanto quello della propria parzialità e dell’arricchimento dalla verità e parzialità dell’altra esistenza.
Conoscersi e mutarsi, mutare le proprie relazioni è possibile se si rimane vigili nella considerazione riflessiva dei nostri stati d’animo e di quelli di altre e altri, è un procedimento dinamico il dialogo: il motore di ogni elaborazione intellettuale e sentimentale e fa crescere qualcosa di nuovo. È inoltre la conferma che non sei solo e sola e che quello che vivi viene compreso potenzialmente da tutti e può essere affrontato in collaborazione. Un modo di prendere l’autorità politica da chi vuole convivere.
Questo esercizio lo si può pretendere da parte delle donne perché hanno iniziato una rivoluzione nonviolenta, si sono mostrate più inclini per storia sociale ad accogliere l’altro e anche nella fisiologia e pratica materna; e da quegli uomini che pensano di rinunciare al privilegio del comando perché essere due sessi a ragionare è molto meglio, come scrivono Marco Deriu, Claudio Vedovati e altri (vedi anche Disonorare la guerra2). La comprensione di una storia di oppressione personale può insegnare a ripetere lo schema oppressivo ma anche invece a risolverlo.
Si può imparare a essere più semplici nelle nostre pretese e a non delegare il pensiero politico a nessuno dei potenti, neppure alle nostre abitudini ricevute con l’educazione che dal dominio deriva. La presenza di tutte le generazioni in politica, la bellezza della vecchiaia e la partecipazione politica fino alla fine della propria vita è ancora un miraggio nel nostro paese, pur con la vita lunga che abbiamo, perché l’altro non è ancora stato riconosciuto come interlocutore nelle abitudini della pratica politica istituzionale e in quelle educative della scuola, e al contrario il potere ha preparato un “altro” tecnologico che gli permetta di non confrontarsi mai con l’altro che siamo tutti noi.
Dialoghiamo in presenza, insegniamo a dialogare, facciamone esercizio in casa e in ogni altro luogo. Rallentiamo i tempi delle nostre risposte per riflettere, come ha detto una giovane all’incontro sulla solitudine dei social alla Libreria delle donne il 12 settembre scorso.
Discutere con amiche dopo il film mi ha fatto approfondire l’idea che essere nonviolente e non ideologiche sia l’essenziale per mutare la cultura maschile, e anche quella maschilista che ci viene suggerita dal potere in ogni istante di vita e relazione con gli altri. Il movimento islandese, quello italiano e molti altri hanno insegnato a considerare il secondo sesso non come servizio, ma a tutti gli effetti come un secondo soggetto politico che può, vuole, esprimersi, come la canzone ritmava.
«E poi, come si prosegue?» ha detto una delle mie amiche dopo il film.
Il “poi” per me comincia dall’aver imparato a esprimersi, ascoltarsi e organizzarsi per valere come soggetti. Continua nel continuare a farlo.
Certo non è facile non essere rese impotenti e obbedienti ancora, dal momento che il potere ha proprio questo progetto per tutti i soggetti esistenti, e si impegna a isolarli e sottometterli tutti. Rendere nota questa violenta battaglia che fa il potere e ricordarla sempre è già molto, perché ce lo si dimentica nei fatti dei nostri gesti quotidiani: noi deleghiamo di continuo e ci sottomettiamo di continuo ad azioni pensate per isolarci e renderci automatiche.
(1) https://www.mymovies.it/film/2024/un-giorno-senza-donne/
(2) Maschile Plurale, a cura di, Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace, Multimage Editrice 2026.
(www.libreriadelledonne.it, 24 settembre 2026)