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di Eman Abu Zayed*

Nel campo profughi di Nuseirat, nella zona centrale di Gaza, Sohair Al Bordani sta cercando di affrontare una vita completamente diversa da quella che conosceva prima della guerra. Sohair ha trent’anni e l’offensiva israeliana l’ha costretta ad abbandonare la sua casa a Jabaliya. Dopo dieci anni di matrimonio e dopo essersi presa la responsabilità di crescere i suoi quattro figli, Sohair non crede più che aspettare soluzioni o portare avanti procedimenti legali possa cambiare la sua difficile realtà. Con l’intensificarsi delle pressioni economiche e psicologiche causate dalla guerra, le controversie familiari si erano complicate e portare avanti il matrimonio era diventato estenuante. Pur cercando di far valere i propri diritti attraverso i canali legali, ha scoperto che accedere alla giustizia in quelle circostanze era diventato estremamente difficile.

«La guerra ha aumentato la tensione in famiglia, in un momento in cui anche i beni di prima necessità erano difficili da procurare», racconta Sohair. Con le procedure legali interrotte e il perseguimento delle cause sempre più difficile, Sohair ha preso la dolorosa decisione di rinunciare ai propri diritti alla ricerca di un nuovo inizio, lontano da anni di sofferenza: «Ho rinunciato a tutto perché ottenere uno qualsiasi dei miei diritti in queste circostanze era diventato estremamente difficile. Volevo solo trovare la pace e iniziare una nuova vita, lontana da tutto ciò che avevo vissuto».

La storia di Sohair Al Borani riflette la realtà di molte donne e famiglie di Gaza, rimaste intrappolate in procedimenti giudiziari in sospeso. Nonostante la guerra in corso, i casi relativi allo stato personale hanno continuato a essere sottoposti ai tribunali religiosi. Secondo lo sceicco Hassan Al-Jojo, presidente del Consiglio supremo della Magistratura della sharia nella Striscia di Gaza, i tribunali hanno registrato circa 8.701 casi di divorzio dall’inizio della guerra fino alla fine di maggio 2026. I tribunali hanno continuato a gestire i casi di diritto di famiglia nonostante le notevoli difficoltà, tra cui i danni agli edifici giudiziari e la carenza di giudici e personale.

Oltre ai casi di divorzio, i dati del Consiglio supremo mostrano che i tribunali hanno gestito circa 82.126 pratiche durante la guerra. Le corti hanno continuato a operare, nove dei dieci tribunali sono stati riaperti e «i servizi essenziali, tra cui le pratiche relative a matrimoni e divorzi e altre procedure non si sono interrotti», afferma Al-Jojo. Tuttavia, aggiunge che i tribunali operano con risorse fortemente limitate. Ogni corte dispone di un solo computer e le ripetute interruzioni di corrente, la carenza di materiale stampato e di forniture d’ufficio di base incidono sul loro lavoro. «La priorità in questa fase è continuare a fornire il servizio piuttosto che svilupparlo», afferma Al-Jojo.

I dati relativi ai divorzi da soli non riflettono appieno l’impatto della guerra sulle famiglie. Le conseguenze si sono estese alla capacità delle donne di far valere i propri diritti legali dopo la separazione, in particolare nei casi riguardanti gli alimenti, l’affidamento dei figli e i diritti finanziari, in un contesto caratterizzato da restrizioni alla libertà di movimento e dall’interruzione delle procedure giudiziarie. Nel caso di Aya Al-Sweiti, dopo essere stata sfollata da Jabaliya a Nuseirat, l’accesso ai propri diritti legali è diventato un’ulteriore sfida, portandola infine a rinunciare.

Per Suad Al-Naami, ventidue anni, la fine del suo matrimonio è arrivata molto prima di quanto si aspettasse. Dopo soli cinque mesi, si è trovata ad affrontare litigi legati alle condizioni di vita nelle tende e alle difficoltà dello sfollamento. Racconta che vivere in una tenda, insieme alla perdita di privacy e alle difficoltà nel soddisfare i bisogni primari, ha reso i conflitti più complessi. Questo l’ha spinta ad abbandonare il tetto coniugale per due mesi prima di prendere la decisione definitiva di porre fine alla relazione tramite il khul’ (divorzio avviato dalla moglie) piuttosto che rimanere in una situazione emotivamente estenuante.

«Non avrei mai immaginato che la mia vita matrimoniale sarebbe iniziata in questo modo. Speravo che avremmo avuto una casa e una vita stabile, ma lo sfollamento ha reso tutto più difficile – racconta – Vivevamo sotto un’enorme pressione. Non c’era privacy e ogni aspetto della vita diventava estenuante. Anche le questioni più banali si trasformavano in conflitti». Suad spiega che porre fine al matrimonio non è stata una decisione facile, soprattutto perché le ha richiesto di rinunciare ad alcuni dei suoi diritti, «ma sentivo che affrontare un lungo procedimento legale e aspettare per anni non avrebbe fatto altro che aumentare la mia sofferenza. Volevo solo ricominciare da capo. Rimanere in una relazione piena di problemi era più difficile della decisione di separarci».

L’avvocato Mohammad Al-Tala’a afferma che la guerra ha influito in modo significativo sul funzionamento delle istituzioni giudiziarie, limitando la possibilità delle persone di accedere alla giustizia. La distruzione dei tribunali e delle procure ha portato al rinvio di migliaia di udienze e alla sospensione di molti procedimenti. Migliaia di fascicoli e documenti sono andati perduti a causa dei bombardamenti, rendendo difficile dimostrare i propri diritti. «La guerra – spiega Al-Tala’a – ha creato circostanze eccezionali per quanto riguarda la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione delle sentenze, rendendo il ripristino dei servizi giudiziari e lo sviluppo di meccanismi alternativi per la conservazione delle prove e dei documenti tra le priorità durante la fase di recupero e ricostruzione».

«I casi relativi agli alimenti, all’affidamento e al divorzio – continua – sono tra i più delicati a causa del loro impatto diretto sulla vita. La sospensione dei servizi di esecuzione dei tribunali ha lasciato molte donne aventi diritto agli alimenti senza una fonte di sostegno finanziario, senza cibo, medicine e alloggio, aumentando al contempo gli importi accumulati non pagati e rendendo più difficile la riscossione futura».

Al-Tala’a spiega che la continua sospensione dei procedimenti di divorzio ha lasciato alcune donne intrappolate in relazioni coniugali. «Le controversie familiari irrisolte – conclude – hanno avuto ripercussioni sui bambini, sia impedendo ad alcuni di mantenere i contatti con uno dei genitori, sia aggravando il disagio psicologico causato dall’instabilità familiare, oltre al trauma provocato dalla guerra stessa».

Tra cause pendenti e diritti negati, molte persone a Gaza attendono giustizia. Mentre i casi si accumulano, la garanzia dell’accesso dei cittadini ai propri diritti rimane un passo essenziale verso la ripresa.

(*) scrittrice palestinese e studentessa di traduzione a Gaza

(il manifesto, 27 agosto 2026)