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di Luciana Castellina

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Ne parlo con ritardo, giacché la Biennale cinema di Venezia è ormai terminata. E però ho inutilmente atteso che su Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo si animasse un dibattito che invece non c’è stato. A me questo documentario girato da Francesca Archibugi, una delle nostre registe più significative, che fra l’altro ha conosciuto Carla Lonzi assai bene, visto che ne è diventata addirittura la nuora, sposando il figlio di Carla e del suo primo marito Battista Lena, ha destato una vera emozione.

Il particolarissimo pregio del film di Francesca Archibugi è di averci raccontato Carla non attraverso descrizioni altrui, o limitandosi ai suoi scritti, ma portandola sullo schermo, grazie ai tanti filmati rintracciati, in cui è lei che parla e pratica quello che dice, nel privato e nel pubblico. Perché è questo l’aspetto più prezioso del suo contributo alla scoperta della donna – per millenni considerata, ora una costola dell’uomo, nel libro sacro agli ebrei, ora una bambola esplosiva, nel mito greco di Pandora – restituendole la sua verità. Una verità sperimentata da Carla, nella sua vita professionale, quello della critica d’arte, e nella vita personale, fino a denunciare la differenza fra uomo e donna nel piacere sessuale, nel suo libro La donna clitoridea e la donna vaginale. Perché il femminismo che Carla Lonzi ha sempre difeso e raccontato è quello della differenza, che spinge la donna a non inseguire e imitare l’uomo, ma a inventarsi nuova e diversa.

Per questo ho provato emozione a vedere a Venezia questo film, perché per il femminismo delle giovanissime, il Femminismo della Differenza che Carla Lonzi ha sostenuto, è stato un salto di qualità importantissimo per la difficile ricerca di cosa sia essere donna («il lavoro di tutta una vita», diceva Simone de Beauvoir). Purtroppo oggi questo femminismo è largamente marginale. E quanto si ricorda di lei sono soprattutto i titoli provocatori dei suoi libri, a cominciare da Sputiamo su Hegel.

Il film, infatti, insieme alla ripubblicazione da parte della casa editrice Tartaruga di molti degli scritti di Carla, aiuterà a riportare questa grande donna all’attenzione delle ragazze. E ad allargare l’interesse che per Rivolta femminile ha cominciato finalmente ad accendersi anche all’estero.

Anch’io, per ragioni opposte – cioè non perché troppo giovane ma perché troppo vecchia – ho scoperto Rivolta femminile, il movimento animato all’inizio degli anni ’70 da Carla Lonzi insieme alla pittrice Carla Accardi ed Elvira Banotti e, brevemente, Ginevra Bompiani, solo quando ero già vecchiotta. La mia generazione, pur essendo la stessa di quella di Carla – sono solo di tre anni più vecchia di lei – il femminismo lo ha scoperto molto più tardi. Io odiavo essere donna, e cioè essere sempre «un po’ meno», e in tutti i primi vent’anni di milizia politica nel Pci mi sono sforzata di nascondere il mio essere donna scegliendo sempre incarichi cosiddetti maschili. Ad avvicinarmi al mistero dell’essere donna è stata tuttavia un’organizzazione che femminista non era, ma è stata un grande movimento che ha mobilitato milioni di donne sui concreti problemi della vita sociale: l’Udi.

Per essere sincera, ad aprirmi bruscamente gli occhi fu mia figlia, che un giorno mi chiese: ma perché vai sempre a cena fuori con i maschi e mai con le donne? Era vero, e non me n’ero accorta; quella domanda mi ha spinta a riflettere. E a scoprire la questione principale: la valorizzazione della differenza femminile contro l’uguaglianza. L’ho scoperta con i gruppi di autocoscienza, formidabile strumento di inchiesta su noi stesse, che sposta l’obbiettivo dal vedersi riconosciute come maschi inferiori a quello di dare al genere femminile il riconoscimento pieno della sua diversità; ma perché questo avvenga, il sistema in cui viviamo deve modificarsi in ogni suo aspetto.

A insegnarmi il femminismo della differenza sono state alcune fra le mie più giovani compagne della Fgci – Lia Cigarini in particolare, prima segretaria di una Fgci importante come quella di Milano, e poi l’incontro casuale con Luisa Muraro, giovane docente della Cattolica di Milano. Insomma: le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, tutt’ora punto di riferimento essenziale per il dibattito femminista.

Carla è mancata all’inizio degli anni ’80. Lia e Luisa, qualche mese fa. Vorrei che le più giovani continuassero il loro percorso. Vorrei che si combattesse esplicitamente quello che chiamo «l’imbroglio del neutro», il riferimento di tutti i diritti dei nostri codici e anche della nostra sia pur bellissima Costituzione a un individuo neutro, che in natura non esiste. E infatti il vero modello è disegnato sull’identità maschile, dentro la quale è stata clandestinamente inserita e mutilata l’identità femminile.

Tanto per rendere più chiara la nostra situazione: è vero che le donne, per esempio, sono riuscite a essere maggioranza in Italia nella magistratura e nel settore sanità, ma poi si scopre che il 90% degli uomini che lavorano in questi settori hanno dei figli, mentre le donne solo per il 30%. È chiaro che non si tratta di una scelta, ma della grande difficoltà e fatica per una donna di occuparsi dei figli praticando questi mestieri. Le donne hanno certo il diritto di rinunciare alla maternità, ma questa non può certo essere amputata.

Insomma: non vogliamo fare le stesse cose degli uomini, vogliamo che tutto il sistema sociale tenga conto della nostra differenza. Qualcosa di simile aveva denunciato Karl Marx nella sua Critica al programma di Gotha, sia pure riferendosi alla differenza fra operaio e padrone e non fra uomo e donna! Ma sono certa che oggi ci avrebbe certamente capite.

N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.

(il manifesto, 13 settembre 2026)