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Comincia con un filmato televisivo degli anni settanta in cui gli intervistati descrivono le femministe come donne pericolose, aggressive ed estremiste. Si chiude con la telecamera che si gira e inquadra chi di solito è fuori campo, cioè la regista Francesca Archibugi, che per un attimo si mostra agli occhi degli spettatori, lasciando intravedere qualcosa di sé.

Archibugi, che ha conosciuto personalmente Carla Lonzi, nel suo Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori dell’83ª mostra del cinema di Venezia, decide di ricostruire la vita e le opere di una delle più importanti femministe italiane a partire dalle testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta e poi attingendo dall’immenso e prezioso archivio dell’intellettuale, che ha sempre tenuto un diario e che ha registrato con delle audiocassette alcune delle conversazioni più importanti della sua vita, come la crisi del rapporto con il compagno Pietro Consagra.

Archibugi è la compagna di Battista Lena, l’unico figlio di Lonzi. Ed è proprio Lena, autore anche delle musiche originali del documentario, a condurre insieme alla regista questa ricerca che svela la complessità e le contraddizioni di un’intellettuale lontana dal santino della teorica monolitica che in qualche caso le è stato cucito addosso.

Spesso rimossa o dimenticata dalla storiografia ufficiale, Lonzi è stata a lungo una figura poco conosciuta, anche a causa di una disputa sui diritti dei suoi libri che erano stati pubblicati originariamente dalla casa editrice fondata dallo stesso gruppo e che per molto tempo sono girati in fotocopia. Ma da qualche anno è cominciata la riscoperta dei suoi scritti – da Sputiamo su Hegel a La donna clitoridea e la donna vaginale, fino a Taci, anzi parla – anche grazie alla casa editrice La Tartaruga che li ha ristampati in una nuova edizione a partire dal 2023.

E così Lonzi ha ricominciato a interrogare con il suo sguardo anche le generazioni più giovani, provocando spesso un cambiamento di prospettiva, in particolare sulle relazioni tra uomini e donne, ma anche su una presunta neutralità della cultura. Con delicatezza e capacità di ascolto, Archibugi ripercorre gli anni della formazione di Lonzi, il rapporto conflittuale con il padre, il collegio cattolico che rappresenta per la ragazza un primo momento di autonomia dalla famiglia, il suo primo amore che la tradirà con l’amatissima sorella Lidia, le amicizie degli anni dell’università e infine il suo lavoro di critica d’arte negli anni sessanta, l’incontro con Carla Accardi e Pietro Consagra.

La svolta per Lonzi è proprio il rapporto con questo mestiere. Alla fine degli anni sessanta si rende conto che lo sguardo della critica sull’opera rischia di riprodurre tutte le deformazioni del potere: è autoritario, inautentico, fintamente universalista. Per questo scrive Autoritratto, un libro in cui raccoglie le voci di quattordici artisti (da Carla Accardi a Pietro Consagra, fino a Lucio Fontana), una rivoluzione copernicana che mette al centro della scrittura l’ascolto, il dialogo, la relazione. È un passo decisivo anche per Lonzi che da questo momento rifiuterà l’approccio accademico fino a decidere di lasciare completamente il suo mestiere e occuparsi a tempo pieno del femminismo.

Come ricostruisce il figlio Battista Lena nel documentario, questa frattura è influenzata anche dalla scoperta di avere un tumore nel 1968, una malattia che al tempo sembrava incurabile e che la spinge verso scelte di vita più autentiche.

Nel 1970 insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi fonda Rivolta femminile, considerato uno dei primi gruppi separatisti e di autocoscienza italiani, che aveva come caratteristica quella di scrivere quello che veniva detto durante le riunioni di autocoscienza. Il manifesto del collettivo contesta l’approccio puramente paritario e chiede alle donne di sottrarsi alla competizione per il potere, fatto a immagine e somiglianza degli uomini.

«La donna non va definita in rapporto all’uomo», è la prima affermazione del manifesto e da questo discende che le femministe devono provare a stare in un paradigma completamente nuovo. Questo significa sperimentare pratiche separatiste e decostruire secoli di produzione culturale che hanno tenuto il pensiero e l’opera delle donne in un ruolo marginale e ancillare. Dentro c’è già la critica anche ai movimenti antiautoritari del sessantotto e della sinistra radicale, che hanno riprodotto le stesse dinamiche nel rapporto tra gli uomini e le donne.

«Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte», è una delle frasi che chiude il manifesto all’origine di uno dei movimenti seminali del femminismo italiano. Archibugi fa parlare le compagne di allora, che raccontano le prime riunioni e la sperimentazione delle nuove pratiche. E poi alcune delle studiose di Lonzi come tra le altre la storica dell’arte Laura Iamurri e la filosofa femminista Maria Luisa Boccia.

E mostra come ancora oggi nei collettivi femministi e nelle case delle donne italiane Lonzi sia considerata un’ispiratrice e una madre che non può essere archiviata. «Voglio ancora essere la presenza che può servire a liberare le altre», dice Lonzi in una pagina del suo diario Taci, anzi parla che Archibugi ha scelto per chiudere il film, presentato per ironia della sorte in uno dei festival nella storia recente con la minore presenza in concorso di registe e autrici.

N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.

(Internazionale, 11 settembre 2026)