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Il ribaltamento del mito omerico

Nolan libera Odisseo da Omero.

L’eroe classico ha un compito ben preciso: ristabilire l’ordine sociale e patriarcale violato. Incarna i valori assoluti di una civiltà declinata al maschile, dal coraggio all’astuzia, e le prove che supera servono a confermare il suo status nel mondo.

Nolan rovescia Omero. Non si limita a esporre la crisi contemporanea del patriarcato attraverso la violenza e le guerre che possono evocare quelle di oggi. Mostra piuttosto la fine di un ordine nel momento stesso del suo istituirsi, come nei racconti dell’Iliade e dell’Odissea.

È una postura simbolicamente forte: l’onnipotenza maschile, basata sull’idea che la metis e l’autosufficienza bastino a dominare il mondo, si rivela priva di fondamento.

La legge di Zeus e il sequestro del simbolico

«Bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero, compresa la casa». Ma lo stesso Odisseo spiegherà che – sebbene lo sradicamento dei fragili legami tra gli uomini genererà altra violenza – all’orizzonte si intravede già una civiltà diversa.

Nolan compie un passo ancora più profondo.

Mostra come il danno prodotto all’umanità dalla storia patriarcale non risieda solo nel bisogno di controllo (a partire dal corpo delle donne) e nella forza necessaria a esercitarlo. Il vero fulcro è il sequestro del simbolico, incarnato dalla “legge di Zeus” e ridotto a mero strumento di potere.

Nel film, tuttavia, la legge di Zeus e l’ordine patriarcale non coincidono. La legge divina rappresenta la dimensione simbolica con cui fatichiamo a fare i conti, proprio perché il patriarcato l’ha bloccata e impoverita proiettandovi un’immagine archetipa maschile. Il rapporto tormentato dell’Omero di Nolan con questa legge, continuamente evocata e violata, diventa lo strumento per liberarsi.

Questo passaggio fondamentale non sarebbe stato possibile senza il lavoro del femminismo sul piano simbolico. Nel film questa dinamica emerge con chiarezza ed è il frutto di una riflessione maschile su di sé, profonda e autentica, che difficilmente intercettiamo nel dibattito quotidiano.

Oltre l’impasse dell’eroe moderno

La rottura con il passato è radicale. L’Omero di Nolan si distacca dalle interpretazioni dell’eroe succedutesi dal Rinascimento a oggi. Non è il cittadino ideale dei filosofi rinascimentali, né l’emblema del viaggio neoplatonico nell’anima umana. Non incarna il prototipo dell’individuo proprietario e nemmeno l’archetipo novecentesco del male di vivere. Queste sono solo varianti storiche della soggettività maschile. Nolan è già altrove, oltre le illusioni e i blocchi del passato.

Il regista chiude l’era del dramma. Nel mondo omerico il dramma è collettivo e fondativo, legato al destino e alla volontà degli dèi. Nel mondo moderno (Shakespeare) il dramma si sposta all’interno dell’uomo, scisso tra ciò che pensa di dovere e ciò che sente, una frattura che nella storia patriarcale ha preso tante forme diverse. Questa impasse ha condotto storicamente all’autodistruzione o a tentativi di ricomposizione autoritaria e senza mediazione. Persino quando si rivendica l’azione – il classico “un uomo deve fare quello che deve fare” del cinema western – ci si trova davanti a un agire bloccato, che rimuove con risentimento la propria impotenza.

Nel film di Nolan, invece, Odisseo si sblocca: esce dal dramma e il suo agire diventa produttivo. È un uomo che è andato oltre il patriarcato, pur portandone con sé i limiti. Non sa rinunciare alla vendetta e per questo non può più stare nel posto di sovrano in cui Omero lo aveva ricercato. Tuttavia, libera il figlio Telemaco dall’obbligo di succedergli attraverso le uccisioni rituali e la violenza, che sono il motore interno del patriarcato. Può così iniziare una nuova idea di potere e autorità.

L’autorità delle donne e la metamorfosi dell’eroe

Il commiato di Odisseo dal patriarcato nasce dal riconoscimento dell’autorità delle donne che incontra, una autorità che in molte analisi del film ho visto che si fatica a cogliere.

Nel mito classico le donne sono tappe del viaggio, minacce seduttive o forze distruttive, simili a una natura scatenata dagli dèi contro i mortali. Rappresentano l’alterità fuori controllo, dotate di un potere generativo che spaventa e castra.

Nolan ribalta questo schema. Nel film, le figure femminili guidano l’eroe e fanno luce mentre lui fatica a ricomporre i propri frammenti. Giudicano, spiegano, dicono la verità e innescano la metamorfosi di Odisseo.

Non restano sullo sfondo, non sono docili né malinconiche, e non rinunciano ai propri desideri, non stanno neanche lì a significare l’emancipazione liberale. Il film non distribuisce i ruoli secondo una rigida logica di parità formale: è l’opera di un uomo che vede nelle donne il vero motore del viaggio di Ulisse. Sono loro a rendere possibile e a dare significato al suo addio al patriarcato.

Il femminismo radicale ha già compiuto questo distacco da tempo, smettendo di concedere spazio al patriarcato per produrre piuttosto libertà femminile. Non per questo, però, ha smesso di dialogare con gli uomini intenzionati a compiere lo stesso passo.

Circe, Calipso e Penelope: custodi di verità

Circe non è la parodia della femminista arrabbiata. È la figura che svela agli uomini la vera natura del patriarcato per come esso stesso si è teorizzato: dall’homo homini lupus al “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, da cui discende il Polifemo di Nolan.

Circe dice una verità dura con rabbia, poiché ha subito la violenza maschile e la teme. È forse questo il motivo per cui ancora oggi, in tanti e tante, fanno fatica a entrare in empatia con lei? O forse perché ritorni il vecchio timore che la rabbia femminile possa spaventare gli uomini? Ulisse capisce e non si spaventa.

Calipso costringe Odisseo a guardarsi dentro e a elaborare il trauma. Lo aiuta a liberarsi dai fantasmi delle sue vittime e della cultura patriarcale: gli dice «Rinuncia al controllo e vivi». Lo fa attraverso l’amore, ponendo un limite al proprio sentimento.

Penelope dimostra che la libertà femminile non si misura sul desiderio maschile, pur rimanendo in relazione con lui. Lungi dall’essere la madre castrante descritta da alcuni, Penelope cerca di trasmettere al figlio un’idea diversa di forza e libertà in un mondo segnato e ossessionato dall’assenza del patriarca.

Penelope e Odisseo lasciano insieme un’eredità. È lei a comprendere che la minaccia temuta non è un esercito straniero, ma la violenza maschile stessa: «Voi siete il popolo del mare», dice al marito dopo il racconto di Troia. «La nostra età del bronzo sta crollando», le risponde lui.

Attorno a Penelope e Circe ruota anche il tema del generare e dell’essere “nati di donna” (Adrienne Rich), che scardina l’epica patriarcale: l’eroe non nasce solo attraverso le proprie gesta. .

Infine c’è Atena, che compie l’atto decisivo: libera l’eroe dal senso di colpa, trappola sterile che spesso blocca la presa di coscienza maschile e ne oscura il desiderio. Questo legame rispecchia ciò che Lia Cigarini ha definito “relazioni politiche di differenza” tra donne e uomini.

Un film in cui la violenza non è godimento

Come già accaduto con Barbie di Greta Gerwig, l’opera di Nolan mostra la dimensione più profonda e reale del mondo in cui viviamo, offrendo una via d’uscita dalla depressione in cui ci schiaccia la violenza contemporanea.

Sul piano cinematografico, Nolan non usa la struttura narrativa lineare dei film d’azione hollywoodiani, basati sull’adrenalina e sul trionfo dell’eroe. Il film si sviluppa come un labirinto complesso di immagini e suoni che parla all’intelligenza dei sensi.

Qui la violenza non esalta l’azione, ma riflette il trauma del protagonista, e la vendetta è priva di qualsiasi godimento. L’esilio finale diventa l’unico modo per spezzare il cerchio della violenza che rigenera se stessa, scardinando il fondamento ideologico che il cinema d’azione ci chiede normalmente di accettare.

Alla fine della proiezione, in una sala all’aperto, le bambine e i bambini hanno applaudito.

P.s.: Grazie a Lucia per avermi portato a vedere il film.

(Facebook, 19 agosto 2026)