Condividi

«Io questo documentario proprio non lo volevo fare, nel senso che mi sembrava una materia troppo prossima, troppo vicina. Soprattutto pensavo che non ne sarei stata in grado: Carla Lonzi l’ho conosciuta quando ero giovanissima, le devo così tanto», dice Francesca Archibugi e sullo sfondo si sentono due bambine giocare, l’ex ragazza favolosa del cinema italiano ha sessantasei anni ed è nonna. «Poi però, dopo la ripubblicazione da parte della Tartaruga dei suoi scritti, da Fandango mi hanno detto: guarda Francesca che se non lo fai tu, il documentario sulla Lonzi lo farà qualcun altro…».

Due anni di lavoro – anche se in mezzo c’è stato un film, Illusione, uscito a maggio –, materiale d’archivio inedito e bellissimo, in casa non un consulente qualunque, ma “il” consulente perfetto per questo lavoro (Archibugi è sposata da decenni con Battista Lena, figlio unico di Carla Lonzi): è nato così Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, che sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori e sarà nelle sale il 26-27-28 ottobre.

Nei primi anni Settanta Lonzi fonda, con Carla Accardi ed Elvira Banotti, il gruppo Rivolta femminile, che diventa anche casa editrice e pubblica i suoi primi scritti, fra cui Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e il diario Taci, anzi parla. «Alla fine mi sono decisa perché avevo un obiettivo chiaro: raccontare Carla nella sua complessità», riprende la regista. «È conosciuta come critica d’arte e poi come femminista radicale e integerrima. Ed è senz’altro così. Però la mia esperienza di lei è stata anche diversa, era una persona fragile e piena di contraddizioni, attentissima alle relazioni, su cui ha lavorato l’intera esistenza. Una donna molto colta che stava sempre con un libro e una matita in mano, sempre alla macchina da scrivere. Volevo restituirle una statura da femminista non rigida, raccontare quanto in realtà fosse inclusiva. Se non fosse morta quasi mezzo secolo fa, a cinquantun anni, oggi sarebbe tutto il contrario delle femministe escludenti, stile Rowling per intenderci. A casa nostra ha continuato a vivere anche quando non c’era più. Lei al centro mette la sessualità, lo smascheramento del culto del coito inventato dagli uomini. È una grandissima intuizione, con un lato anche scabroso» (la scrittrice e storica Giulia Siviero nel documentario lo riassume così: «Carla ha una posizione originale sull’aborto perché va alla radice del problema. E la radice è: una sessualità che è stata imposta nel sistema patriarcale alle donne, in cui piacere e riproduzione sono stati falsamente legati fra loro, perché nelle donne esiste la clitoride che permette, a differenza degli uomini, di separare piacere e riproduzione. Così sull’aborto Carla capisce che la domanda da fare è: perché le donne sono costrette ad abortire?»).

Quando vi siete conosciute?

«Avevo tredici anni, ero compagna di classe di suo figlio Battista e la rivedo nel corridoio di scuola vestita così elegante, alla moda, ma non una moda borghese, aveva sempre qualcosa di creativo addosso. Con le ragazze, anche molto giovani, riusciva ad avere relazioni intense. Ricordo che mi ero entusiasmata per La Storia, di Elsa Morante, uscito una decina d’anni prima. Lei era stata molto critica verso quel libro, eppure ha compreso il mio fervore e alla fine ha detto: mi stai facendo cambiare idea. A me, che ero una ragazzina che non sapeva niente delle cose, niente del mondo».

Il documentario si chiude con l’ultimo video, girato in casa, Lonzi è già malata, ha metà del volto coperto da un cerotto, immagini che non si erano mai viste.

«Ci abbiamo pensato tanto se introdurlo o no. Poi una sua amica di Rivolta femminile mi ha fatto riflettere: Carla non aveva nessun pudore a mostrarsi aggredita, sfigurata dalla malattia, perché la considerava un’esperienza importante della sua vita e quindi continuava a lavorare, a leggere con un occhio solo, a fare riunioni, senza ritrosia. Non c’era una Carla sana e poi una Carla toccata dalla malattia: erano la stessa persona, ha continuato a essere totalmente sé stessa. Mostrare il filmato è stato restituirle il modo in cui aveva deciso di attraversare una prova così devastante».

Erano gli anni ’70, le femministe dicevano che il privato doveva diventare politico. Quella lezione ha ancora senso oggi, in cui ogni azione ed emozione viene tracciata e monetizzata?

«Carla cercava sempre l’autenticità. Tutto il contrario del fasullo di cui sono pieni oggi i social. Carla rendeva politica una cosa reale, vera, a cominciare dai difetti che riscontrava in sé stessa e che analizzava con grande profondità. Penso che un approccio all’esistenza più critico e più autocritico sarebbe veramente un beneficio per tutti, perché è proprio questa falsità, questa terribile inautenticità nella quale siamo costretti a rappresentarci, uno dei drammi dei nostri giorni».

E forse un altro dramma è che non sappiamo più davvero dialogare.

«Anch’io credo che il dialogo oggi sia del tutto mortificato. Il gruppo di Rivolta femminile metteva al centro la parola e io non posso non pensare che sia la cosa più giusta e più alta da fare. Carla ha scritto poesie, diari, testi filosofici. La parola è stata la sua espressione e la parola dovrebbe sempre essere la nostra espressione» (Carla Lonzi nel documentario: «Io risolvo tutto nel dialogo!». E poi: «Godevo della relazione, e mi espandevo»).

C’è una parte della sua produzione che predilige?

«Il diario, Taci, anzi parla, perché lì ha fatto convivere livelli temporali diversi, utilizzando una forma di scrittura che definirei avanguardistica. Nella stessa pagina racconta di quando era bambina, poi fa un salto nel futuro per mostrare cosa ne sarebbe stato di quelle idee, una volta diventata grande, e poi torna al presente, perché aspetta un’amica e deve decidere cosa cucinarle. Ha il senso di un’esistenza fatta di piani temporali, ogni “qui e ora” si porta dietro tutto quello che siamo stati e quello che saremo. Senza tirarla troppo lunga: ha fatto un’opera rivoluzionaria».

Vede affinità con la sua poetica di regista?

«Non lo so, io mi interrogo molto poco, sono del tutto incapace di fare esegesi. Sono una manovale, mi viene in mente una storia e mi metto a raccontarla, facendo tutte le ricerche possibili. Ma non penso mai, mai, ai massimi sistemi. Racconto solo una storia a qualcuno e la mia voce si modula come se fosse sempre un po’ una favola».

Questo documentario che posto ha nel suo percorso professionale?

«Ho evitato di guardare troppi documentari, anche se ne conosco di meravigliosi. Ho cercato di lavorare sul triangolo fra me, la Carla che non c’era più e il ricordo che avevo di lei, a cui si somma la testimonianza di Battista, che è stato molto importante durante tutto il lavoro. Il documentario è stata una prova completamente nuova, che non sapevo fare. Ma è sempre un bene fare nuove esperienze».

Si fa una citazione da un diario inedito di Lonzi, chiamato Gelosia, di cui si vociferava l’esistenza, ma senza certezze. Presto la pubblicazione?

«Non so, sarà Battista a decidere. Contiene delle cose così private che ti domandi se ha senso renderle pubbliche».

Con Battista Lena vi siete conosciuti al liceo. Come si riesce a far durare tanto una relazione?

«Non ci siamo messi subito insieme, anzi non avevo nemmeno una particolare simpatia per lui. L’amore è arrivato dopo, in concomitanza a fatti molto drammatici: verso la fine del liceo, le nostre madri si sono ammalate, contemporaneamente, e sono morte a poca distanza l’una dall’altra. Innamorarci è stato forse il nostro modo per proteggerci dalla paura del mondo. Entrambi non avevamo grandi rapporti con i nostri padri, quindi abbiamo perso le uniche persone di riferimento e questo sicuramente, ripensandoci dopo tanti anni, è stato un collante, un collante abbastanza misterioso. Abbiamo anche avuto momenti bruttissimi, siamo stati a un passo dal lasciarci, qualche volta per colpa mia, qualche volta per colpa sua, però c’è stato un elastico che non si è mai rotto. Non voglio essere retorica, ma se nelle relazioni non ci sono momenti brutti, non è possibile avere momenti belli e bellissimi».

«Il femminismo non è teoria, ma un’esigenza vitale», diceva Lonzi. E per lei?

«Carla non avrebbe approvato che io portassi un mio lavoro a Venezia, oppure a Cannes, o in tutti gli altri festival del cinema in cui sono stata: li riteneva posti dove si celebra la cultura maschile, mentre alle donne resta solo il ruolo delle ancelle. È passato mezzo secolo, ma ancora siamo allo stesso punto: ancelle di questa, come dire, di questa messa in scena della grandiosità dell’artista maschio, mentre la nostra arte è confinata in un recinto. Forse Carla aveva ragione: non bisogna andare da nessuna parte, bisogna rifiutarsi e combattere con l’estromissione. In quarant’anni di carriera mai ho sentito un critico o un selezionatore o un direttore di festival interrogarsi e dire: davvero i film delle donne non sono all’altezza o non sarà piuttosto il mio sguardo a essere sbagliato?». (Carla Lonzi: «L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione». «Non dobbiamo chiedere di essere uguali all’uomo, perché l’uomo è il termine della nostra esclusione»).

Eppure ai festival continua ad andarci.

«Se non fossi andata, se non fossi stata sul palco con il mio premio in mano, sarei stata cancellata dalla faccia del cinema. Sono ancora qui perché mi sono ritagliata uno spazietto d’ancella. Avrei dovuto fare una lotta più radicale, tutte avremmo dovuto farla, perché una lotta non la puoi fare da sola. Non si vince con le quote rosa, ma dicendo: fatevela fra voi la vostra mostra. Negli anni ho visto aprirsi e chiudersi spazi per le donne, in un alternarsi legato all’andamento della società e questo c’entra poco con il percorso femminista, purtroppo». (Laura Lepetit, editrice scomparsa nel 2021: «Io mai nella vita avrei osato sputare su Hegel e invece si poteva fare un salto a lato, oppure produrre, come diceva Carla, un imprevisto nella storia e cambiare prospettiva. Cambiare prospettiva allora era un terremoto gigantesco, ma è come se lei ignorasse i pericoli. Lo faceva. E le altre? Potevano farlo»).

Lei è un’attivista?

«Non nel senso comune, però sono molto attiva nel creare le mie relazioni. Nel non retrocedere, non accettare l’inautenticità: con le mie amiche, con Battista, con i miei figli. Fino alla sgradevolezza di dirci le cose come stanno. Non è facile, ma sono convinta che questo crei legami molto, molto più profondi».

Al Festival

Il documentario

Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è un documentario scritto e diretto da Francesca Archibugi prodotto da Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà (a sinistra la locandina). Accanto alla figura pubblica di Lonzi di primissimo piano nel femminismo italiano per il suo pensiero radicale e originalissimo, il documentario racconta anche la figura privata, affascinante e contraddittoria. Attraverso archivi preziosi e inediti, la regista, che ha un forte legame personale con Lonzi avendone sposato il figlio, Battista Lena, porta per la prima volta sullo schermo il suo pensiero e la sua eredità.

I libri

Grazie anche alla ripubblicazione dei suoi libri per opera della Tartaruga (La nave di Teseo, a cura di Annarosa Buttarelli), si è tornati a studiare e discutere il pensiero di Lonzi, così radicale da mettere in crisi le gerarchie e i fondamenti della cultura patriarcale.

(Corriere della Sera – Sette, 24 agosto 2026)