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A nome dell’Associazione delle Madri dei migranti scomparsi in Tunisia, e in qualità di presidente dell’associazione e di sorella di uno scomparso da anni, oggi trovo impossibile di rimanere inerte di fronte alla nuova tragedia che stanno vivendo le famiglie dei figli di Ben Guerdane, senza far sentire di nuovo la nostra voce. Ciò che sta accadendo non è un incidente di passaggio, né una notizia che si conclude alla fine con la pubblicazione delle foto e con il recupero dei corpi. Dietro ogni giovane disperso c’è una famiglia che vive, dal momento della sua scomparsa, in uno stato di attesa infinita. Una madre che non sa se piangere il proprio figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro, ogni giorno, che un membro della loro famiglia non è tornato. E io conosco bene questa attesa. So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare, e che passino gli anni senza che tu sappia dove sia, cosa gli sia successo, se sia sopravvissuto e dove si sia concluso il suo viaggio. So cosa significa che la domanda rimanga aperta, e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana. Per questo, quando oggi vediamo famiglie che cercano i propri figli o che ricevono la notizia del ritrovamento di salme, non vediamo semplicemente nuovi numeri nel dossier della migrazione. Vediamo noi stesse, ancora una volta. Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore temporaneo, per poi essere dimenticate quando le notizie si placano. Vogliamo la verità. Vogliamo che ogni famiglia conosca la sorte del proprio figlio. Vogliamo ricerche serie per i dispersi, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie di prendere in consegna i propri figli e dargli una sepoltura dignitosa. E vogliamo anche che si apra un dibattito reale sulle cause che spingono i nostri giovani a imbarcarsi in viaggi carichi di morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire. Gli anni hanno dimostrato che l’approccio securitario da solo non ha fermato le partenze, e che la chiusura dei confini e l’inasprimento nella concessione dei visti non hanno cancellato il sogno dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere dignitosamente. Quando le porte legali si chiudono, il desiderio di viaggiare non scompare, ma le rotte diventano più pericolose. Dalla nostra posizione di famiglie degli scomparsi e delle scomparse, diciamo chiaramente: non vogliamo altre tragedie, e non vogliamo altre madri che vivano ciò che abbiamo vissuto noi. Vogliamo politiche che diano ai giovani il diritto di spostarsi in modo sicuro e legale, e che diano loro anche motivi reali per restare, se scelgono di farlo: il lavoro, la dignità e la speranza nel futuro. Quanto a coloro che hanno perso la vita, abbiamo il dovere verso di loro di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero in un rapporto. Le loro famiglie hanno diritto alla verità, alla giustizia, alla dignità, al sostegno psicologico e sociale, a sapere dove sono i loro figli e cosa è successo loro. Noi non parliamo da dietro delle scrivanie. Parliamo da dentro questo dolore. Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone che sono scomparse e hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta. Ed è per questo che continueremo a reclamare i diritti dei dispersi e delle loro famiglie, e continueremo ad alzare le nostre voci ogni volta che un giovane scompare in mare, perché sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta. Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, e non vogliamo che le disperse e i dispersi diventino solo numeri. Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità. Ed è diritto di ogni madre sapere dove si trova suo figlio.

Latifa Walhazi – Presidente dell’Associazione delle Madri dei Dispersi in Tunisia e sorella di un disperso.

(Facebook, profilo dell’Association des mères de migrants disparus, 24 agosto 2026)